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La civiltà umanistico-rinascimentale e i poemi cavallereschi:

Il diffondersi dell’umanesimo e la filologia:


A partire da circa la metà del Quattrocento, un nuovo movimento culturale si espande in
Europa, e in Italia soprattutto. E’ il movimento dell’Umanesimo. In contraddizione con la
concezione medievale di un’umanità impotente e completamente sottomessa a Dio e alla
natura, in questi anni si va sviluppando una visione che vede l’uomo al centro dell’universo,
per via della sua libertà e le sue infinite possibilità. Ciò non significa affatto una rinuncia alla
religione però, ma si manifesta semplicemente in una conciliazione tra la dimensione terrena
e quella spirituale dell’uomo. Il libero arbitrio di cui gode l’umanità è comunque un dono di
Dio. Proprio in seguito di questa ritrovata centralità della specie umana, e all’ampliamento
della cultura al mondo laico, la ragione acquisisce una nuova importanza, che si può notare
per esempio nel nuovo approccio ai testi classici, ovvero la loro imitazione, e la filologia.
Con questo metodo razionale e scientifico, mediante il confronto tra diverse varianti di uno
stesso testo, e anche grazie all’accesso delle fonti dirette per quanto riguarda certi ambiti,
grazie alla diffusione dello studio del greco dopo la caduta di Bisanzio del 1453, i filologi si
proponevano di far acquisire ai testi antichi una forma che fosse quanto più vicina possibile
alla sua forma originale, quindi libera da tutte le imprecisioni con cui erano stati tramandati i
classici nel medioevo. Tra gli umanisti più importanti si può annoverare Lorenzo Valla, che
applica il metodo filologico alla bibbia, e soprattutto alla Donazione di Costantino, il testo su
cui era basata la pretesa della chiesa di un potere temporale, dimostrandone la falsità (1440).
Un altro importantissimo umanista è il modenese Pico della Mirandola, impegnato presso la
famiglia Medici ed autore della orazione De hominis dignitate, il testo che funge da summa
dei valori umanistici quattrocenteschi.

Pico della Mirandola e l’orazione De hominis dignitate:


L’opera di Pico della mirandola De hominis dignitate è, secondo l’uso umanistico,
un’orazione risalente al 1485 circa, chiaramente non ideata come testo da recitare in un
contesto giuridico, ma solo come imitazione del modello classico e come testo per discutere
un tema anch’esso tipico dell’Umanesimo, ovvero la dignità della specie umana. Il testo
inizia con la descrizione meticolosa dell’azione creatrice di Dio: la divinità, definita come
architectus secondo il modello platonico del demiurgo, popolò il mondo celeste con esseri
dotati di ragione, e con animali turpi il mondo terreno. Compiuto il tutto, decise di creare un
essere capace di contemplare la grandezza del creato, ma si accorse che non restava nessun
modello da cui dare forma a questa nuova creatura, dunque decise di fornirle tutte le facoltà
che aveva singolarmente attribuito alle altre creature. Questo nuovo essere era l’uomo. Creato
Adamo, Dio si rivolse a lui egli comunicò la straordinaria capacità dell’uomo: l’uomo può
determinare la propria natura, a differenza di tutti gli altri esseri viventi; secondo il suo
arbitrio, può svolgere un ruolo attivo, o volgendosi al mondo spirituale e innalzandosi, o
volgendosi verso il mondo materiale e così degenerando. L’uomo è dunque artefice, come
Dio, ed è artefice del proprio destino, è faber fortunae suae e può addirittura eguagliare la
potenza conoscitiva di Dio stesso.
Lorenzo de’ Medici e la Canzona di Bacco:
La Canzona di Bacco è una ballata in ottonari scritta da Lorenzo il Magnifico, probabilmente
in occasione del carnevale del 1490. Si tratta di un componimento musicato, ideato per
accompagnare il corteo del carnevale per le strade della città. Ed è proprio un corteo che
viene descritto nelle strofe del componimento, al cui capo vi sono Bacco, il dio dell’ebbrezza,
e Arianna, la sua sposa, seguiti da satiri e ninfe danzanti, e de Sileno, il maestro di Bacco.
Infine da Mida, disperato, con il suo dono del tocco d’oro concessogli da Bacco per aver
trovato Sileno. Il componimento si apre con una ripresa di quattro versi, e gli ultimi due
rappresentano il ritornello. Viene in questa ballata ripreso il modello medievale dei carmina
burana, i canti poetici dei clerici vagantes, studenti itineranti. Dunque in questo modello
medievale e popolaresco vengono inseriti degli elementi del mito classico, e vengono
sviluppati il tema tipico carnevalesco del piacere carnale, e in generale dell’edonismo.

L’epica cavalleresca in Francia e la Chanson de Roland:


La Chanson de Roland è uno degli esempi più antichi della poesia epico-cavalleresca, cioè di
quell’epica che narra le gesta dei valorosi paladini cristiani, nelle chanson de geste. Queste
chanson de geste, o cantari di gesta, probabilmente erano semplicemente delle forme scritte
(per la recitazione) di tradizioni narrative già presenti nell’Europa Occidentale. Le canzoni
erano cantate nelle tappe lungo le vie dei pellegrinaggi, e quindi avevano un pubblico
perlopiù popolare. In particolare la canzone di Orlando è un poema in strofe (lasse) in ottave
assonanzate (legate da assonanze, non da rime) risalente al 1080 circa e composto
originariamente in lingua d’oil. Per convenzione considerato anonimo, all’ultimo verso è
presentato il nome di Turoldo, forse autore o forse copista dell’opera. Si caratterizza per uno
stile solenne e ripetitivo, per favorire la memorizzazione da parte del cantore e la
comprensione da parte degli ascoltatori, raramente uomini colti. circa La narrazione che
inizia con la Chanson de Roland e che a varie riprese vedrà narrate le gesta di Orlando
durante i secoli XI-XII-XIII-XIV costituisce il cosiddetto ciclo carolingio, così chiamato
perché trattante le vicende dei paladini di Carlo magno. Questa materia, caratterizzata
soprattutto dall’esaltazione dei valori cristiani, cavallereschi e di cameratismo, si contrappone
alla materia bretone, ovvero al ciclo di Re Artù, in cui è introdotto il tema amoroso e si
narrano le vicissitudini di singoli cavalieri, invece che di eserciti.

La Morte di Orlando:
Siamo nel 778. Carlo Magno ha conquistato tutti i dominii musulmani in spagna fatta
eccezione per Saragozza, retta dal re dei Saraceni Marsilio. A seguito di alcune trattative di
pace, e nonostante l’opposizione di Orlando, l’esercito franco valica i Pirenei per tornare in
patria, ma a causa del tradimento di Gano di Maganza, in conflitto con Orlando, la
retroguardia cristiana viene assalita dai Musulmani presso Roncisvalle (noi sappiamo in
realtà che molto probabilmente furono i Baschi ad assalire i Franchi, e non è detto che
l’iboscata si svolse a Roncisvalle). Il brano proposto copre il momento della morte del
paladino Orlando, a capo della retroguardia cristiana assalita dai Mori. Due elementi vengono
messi in risalto qui: il coraggio guerriero del cavaliere; il suo atteggiamento di vassallaggio,
non solo nei confronti del suo re Carlo, ma anche nei confronti di Dio. Questi sono i valori
cortesi e cristiani condivisi dall’ascendente classe aristocratica francese. Orlando vuole
morire con onore, rivolto verso la Spagna, la terra da lui conquistata e in cui ha affrontato
così tanti nemici. Sentendo che la morte lo sta per cogliere, confessa i suoi peccati e protende
il suo guanto al cielo, verso Dio, in atto di vassallaggio. Un Cherubino e San Michele gli
appaiono, secondo una tradizione del meraviglioso cristiano spesso ricorrente nelle chanson
de geste. Il Cherubino e l’arcangelo Gabriele portano l’anima di Orlando in Paradiso.

Luigi Pulci e il Morgante:


Luigi Pulci nasce nel 1432 a Firenze da una famiglia nobile ma impoverita. Nel 1461 viene
introdotto alla corte medicea e inizia a dedicarsi al Morgante

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