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DECAMERONE#1 23/03/2021

Marco Cappa

Solo quando è esploso dentro di me il disgusto ho capito la forza di questo film.

Questa pellicola mi ha piano piano riempito di fastidio.


Senza che io me ne rendessi conto mi ha fatto ingoiare dei piccoli elementi di
disturbo (come per esempio la scena della donna che prende il tè con John e trema).

In realtà la prima parte del film mi è stata quasi indifferente. Fino a quando, nella
scena dell’aggressione nella stanza, questi piccoli elementi sono esplosi tutti insieme
procurandomi un forte senso di disgusto che ho sentito anche in pancia e che è
venuto nuovamente fuori in altri momenti successivi (anche nella scena degli
applausi a teatro).

La musica ha giocato un ruolo fondamentale in questa esplosione.

Caterina Nonne

Crudele, doloroso, violento. Questo film è una pugnalata al cuore. Io amo come l’arte
possa crearmi emozioni e ho amato questo film perchè mi ha scossa, mi ha messo
in discussione. mi sono sentita John Merrick e ho avuto paura, mi sono sentita il
dottore e ho provato anche io quel senso di colpa e quell’affetto crescente verso un
essere umano così sensibile. Mi sono vergognata di provare pietà, mi sono
disgustata nel vedere la violenza gratuita, mi sono arrabbiata. Mi sono emozionata
nel rendermi conto di stare guardando una geniale opera d’arte soprattutto all’inizio e
alla fine. che si sa se funzionano quelli funziona tutto il film ( questo me lo ha
insegnato Kaufmann nel “ladro di orchidee” ma non ho ancora capito quanto sia
vero, nel suo film funziona). Mi sono stupita nel rendermi conto di quanto il viso
“mostruoso” sia diventato pian piano mio amico, questo affetto e questa empatia che
stavo iniziando a provare nei suoi confronti. Lynch ci ha provato a farmi sentire come
lui per qualche minuto e pur essendo un dolore che non conosco mi sono sentita
partecipe di quella violenza, di quella sofferenza. Mi ha fatto sentire vittima e artefice
allo stesso tempo. La musica mi è piaciuta moltissimo ed è stata la guida per questi
moti dell’animo che il film mi ha creato. I primi minuti sono di un’intensità micidiale.
GARA

Film ovviamente d’autore (aspettative alte dal grande regista di Velluto blu e non deluse).

La frase per me chiave dell’intera opera è “La gente ha paura di quello che non riesce a
capire”. Credo che non ci sia nulla di più attuale: la televisione ed altri enti all’interno della
società contemporanea propongono la “facilità” (da non confondere con la “semplicità”) e la
filosofia dell’”anti-dubbio” (niente più sfide con sé stessi). In questo caso però il problema è
fisico, la gente non accetta la diversità perché ha paura di ciò che è “diverso”. Un momento
a parer mio disgustoso è quando JOHN, diventato un fenomeno da circo, è circondato da
persone che ridono di lui. Per non parlare delle arringhe che il padrone di John prima ed il
malvagio ipocrita guardiano dopo enunciano in attesa del cosiddetto show.

Nel film troviamo un giovane Anthony Hopkins, con i suoi occhi "signature" che riescono a
bucare la telecamera nonostante le immagini siano in bianco e nero.
Non è il Lecter del “Silenzio degli innocenti”, ma sempre dottore è e la sua figura non viene
mitizzata in quanto “salvatore della vita di John” (lui stesso s’interroga se il suo sia davvero
un atto di bontà o una strumentalizzazione che gli permetta di aver notorietà). Le sue
arringhe descrittive sono totalmente diverse: ne parla come essere umano ed uguale a tutti
gli altri in quanto tale.

Come per il caso di “Schindler’s list”, credo che la scelta di avere un film in bianco e nero
(dopo gli anni ’60) sia dovuta anche alla volontà di suscitare uno stato di freddezza e alla
metafora dell’incapacità delle persone di percepire il mondo con le tonalità di tanti colori
diversi.

E’ interessante collegare il processo di costruzione del plastico della chiesa da parte di John
al miglioramento del suo stato di socializzazione con il mondo che lo circonda (ricordiamo la
distruzione di esso dopo l’ingresso degli sconci “visitatori” portati dal guardiano notturno).

Nella prima parte del film soprattutto, Lynch ricorre spesso al mezzo della Suspance, ovvero
in particolare:
-Quando si tratta di mostrare il corpo di John (non presentato subito come essere umano)
che si materializza solo con l’arrivo del Dottore;
-Quando l’infermiera porta per la prima volta da mangiare a John nella camera isolata (non
in corsia).

A fine film John è consapevole dello stato terminale della sua malattia ed il fatto che si
addormenti supino senza cuscini di supporto (cosa che a detta dell’inizio del lungometraggio
l’avrebbe ucciso per la massa della testa) lascia intendere l’accettazione della morte
imminente e la serenità di aver passato momenti “fortunati”.
Samuele Preda

“Never, oh! never, nothing will die;

The stream flows,

The wind blows,

The cloud fleets,

The heart beats,

Nothing will die.”

E sui versi di Alfred Tennyson, si chiude quest’epopea umana.

Siamo solo alla seconda fatica di David Lynch, 1980, eppure il mondo costruito
davanti ai nostri occhi (questa volta seguendo canoni narrativi più lineari rispetto alla
sua opera prima del 1977, Eraserhead), si presenta già con la piena maturità di un
grandissimo artista. Certo, l’ambientazione di una Londra in piena rivoluzione
industriale, non sembra essere poi così lontana, da quella città orwelliana, così
satura di rumori, fabbriche e vapori (ma così deserta e alienante), che veniva
mostrata tre anni prima sui grandi schermi, nel suo capolavoro surrealista, ma qui il
caro vecchio David, si trova di fronte ad un ben diverso tipo di sfida.

Come ogni film di David Lynch, The Elephant Man, più che un film vero e proprio, è
un mondo da abitare. Un mondo di cui puoi sentire ogni sospiro, ogni cigolio e ogni
sbuffo di vapore, un mondo in cui puoi fare incontri inaspettati, tanto meravigliosi
quanto tremendi e dove non puoi mai permetterti di abbassare la guardia. L’illusione
di sicurezza data dal punto distaccato dello spettatore, è manipolata e distrutta a tal
punto, che ci si trova in una quasi costante condizione di incertezza, non
immergendosi o immedesimandosi, ma provando emozioni talmente viscerali e
intestine, da farci pericolosamente perdere la cognizione tra storia e realtà, nutrendo
il dubbio del sospetto (questa, componente essenziale dell’opera filmica di Lynch,
sarà il fil rouge che si connetterà a tutte le sue opere successive, e trovando il suo
stadio finale in Inland Empire).

L’inizio della pellicola, detiene inizialmente una struttura lenta, polverosa e criptica,
un po’ tipica del modo di far cinema degli anni ‘60, dove ogni avvenimento è scandito
con austero riserbo, struttura che viene sconquassata e cestinata quasi subito, alla
scena (montata genialmente) in cui l’infermiera incontra per la prima volta il
Deturpato nella sua camera da letto.
Con quelle agghiaccianti urla, si rompono le catene che piantonavano ancora
(volutamente), il flusso narrativo del film, per cominciare a farlo scorrere nella sua
brutalità e dolcezza sconvolgenti.

Il resto è storia..

L’iniziale orrore generale delle persone che si trovano in sua presenza, si tramuta
pian piano, in pietà, la pietà in rispetto e il rispetto.. per qualcuno in autentica
ammirazione.
Ammirazione per una erudita bellezza apollinea, confinata dalla natura, nella
prigione perversa delle sue deformità corporee.

“You’re not an Elephant Man… You’re Romeo”

Sono queste le parole, che daranno a John Merrick una ragione d’esser vivo.
E sarà questa ragione di vita, a dargli infine, una ragione per morire, coricandosi in
quell’ultimo agognato, atto di normalità, consapevole infine nell’amore che gli è stato
dato, che alla fine la vita è un sogno, e che il suo sogno, ha avuto la pena di esser
vissuto.

Crudele, doloroso, violento si, ma in egual misura pieno di compassione autentica e


rispetto. Un monumento alla dignità umana, che si trova così strabordante, in un
individuo che le persone cercano costantemente di derubare della sua umanità, a
contrapporsi alla infima miseria invece delle schiere dei cosiddetti “uomini normali”,
pronti a sputare sulla fragilità della grazia. Finisco la mia riflessione con una
domanda.

Dove sta la mostruosità? Nel volto di John Merrick, o nelle azioni dei suoi aguzzini?

Elia

Ho appena finito di guardare il film, le mie emozioni sono in contrasto fra loro. Prima di
vederlo sono andato su internet per informarmi un po’ di più su chi fossero gli attori (per la
stragrande maggioranza da me sconosciuti) e di quale fosse la trama a grandi linee.
È il primo film in bianco e nero che guardo dall’inizio alla fine se non vado errato ed ammetto
che per qualche strano motivo per tutta la durata del film ho avvertito un forte senso di
angoscia e tensione che derivano da più aspetti.
Non avevo aspettative sul film e così ne sono uscito soddisfatto, è stato interessante e
coinvolgente.
Ci sono alcune tematiche che mi hanno colpito maggiormente, tra cui:
- la marcata “curiosità” del diverso o dell’orrido, lungo tutto il film si può capire quanto
la diversità e mostruosità del protagonista attiri a sé la curiosità dei passanti in
generale delle persone. In una scena in particolare la curiosità diventa
immediatamente ossessione e malattia in quanto questo schiera di gente al di fuori
della finestra della sua stanza d’ospedale ed entrano all’interno prendendosi gioco di
lui distruggendo anche qualsiasi cosa sua. Inoltre, ritengo sia interessante come la
sua vita fosse vista come una vetrina, per esempio la stessa finestra da cui le
persone lo potevano vedere e deridere era una vetrina, dalla quale osservavano la
“bestia” in gabbia;
- la seconda tematica che mi ha colpito è quella che io considero la sua salvezza,
ovvero l’uso della parola. Credo che il linguaggio ed il solo fatto che lui sapesse
parlare lo abbia in qualche modo salvato, infatti il direttore dell’ospedale ha ritenuto
che fosse importante aiutarlo solo quando lo ha sentito parlare. Il protagonista,
mostrandosi abile a parlare, ha mostrato anche molto coraggio anche perché aveva
paura che potesse succedergli qualcosa di pericoloso. Questo particolare aspetto mi
è molto caro perché credo che nella risoluzione di controversie ma anche solo nel
vivere in una società sia determinante riuscire a comunicare, sia verbalmente sia in
qualsivoglia modo;
- L’ultima tematiche è forse quella più scontata, quel desiderio costante di essere
normale, di passare inosservato. Questo secondo me è un discorso che è molto
generico, “essere quel che non si è” per evitare commenti, giudizi o semplicemente
avere una bassa autostima per non essere come si vorrebbe. Certamente nel film la
diversità è marcata. Se superficialmente all’inizio ha goduto di un generale consenso
e fama anche negli ambienti nobili londinesi, nel profondo si sente solo o con poche
persone al suo fianco. Quindi è proprio nel desiderio di essere accettato che risiede
la sua volontà di poter essere come tutti, normale, incluso.
Queste sono le mie impressioni a caldo sul film proposto “the elephant man” e ringrazio
ancora Samuele per avermi fatto scoprire un film che non mi sarei mai aspettato di vedere e
che mi potesse piacere. Ho parlato banalmente e genericamente delle mie emozioni e di ciò
che il film mi ha trasmesso senza andare a toccare temi come la recitazione degli stessi
attori o le diverse ambientazioni.
Vorrei concludere con una frase che mi rimarrà impressa di questo film:
“la gente ha paura di quello che non riesce a capire”.
DECAMERONE#2 12/04/2021

Marco Cappa

Sono stanco, questo film non mi ha lasciato tregua.


Le scene sono un continuo succedersi di emozioni senza respiro:
Ansia, paura, noia, inquietudine, curiosità e confusione.
La neve, il buio, le risate, la violenza tutti elementi perfetti per portare lo spettatore a
legarsi in un qualche modo a Jake.
Io ho odiato Jake, ho odiato alcune situazioni del film perché mi hanno fatto sentire
quasi intrappolato, bloccato anche io in quella maledetta bufera di neve, in quelle
situazioni così ferme nonostante il continuo movimento della trama.

P.s.
Chiedo scusa per la scarsa esposizione di questo mio pensiero ma, come detto
all’inizio, sono stanco.

Caterina Nonne
Io sono quella che ha proposto questo film e ora che l'avete visto potete immaginare
cosa mi ha colpito. per l’occasione l’ho visto una seconda volta, un'esperienza
totalmente diversa dalla prima. Io amo lo stupore, amo le emozioni contrastanti, amo
non capire nulla e avere delle esperienze emotive diverse dal solito. La prima volta
che ho visto questo film è stata una gigantesca esperienza emotiva, sono stata
immersa in questo viaggio che poi non è altro che la mente di un essere umano
pieno di dolore. Kaufman inganna, non fa capire fino all'ultimo secondo e poi magari
nemmeno dopo quello, Chi è la protagonista? di certo inizialmente si dice Lucy ma in
realtà Lucy non esiste. Chi è quel bidello? Quelle immagini spezzate che sembrano
totalmente prive di significato. Questo film richiede degli approfondimenti, dei
ragionamenti perchè ti lascia con stupore, con voglia di capire, con emozioni
gigantesche però piuttosto difficili da metabolizzare. La seconda visione invece è
stato un collante consapevole di questa complicatissimo viaggio dentro a questa
mente tormentata, dentro a ricordi e finzioni, a dolore paura, desideri. Alcuni
potrebbero considerare un difetto il fatto che si senta il bisogno di approfondire
oppure di rivedere il film dopo averlo visto, ma poi probabilmente questo bisogno è
del tutto personale e soggettivo. Io lo trovo affascinante quanto ogni visione riesca
ad essere una esperienza emotiva totalmente nuova. Ho proposto questo film
perché penso che sia un viaggio inconsapevole nell’interiorità di un altro e fa capire
molte cose sulla propria interiorità. E’ un crescendo infinito che non porta ad una
tonica, in musica almeno si direbbe così, un lunghissimo crescendo di tensione che
non porta però ad una risoluzione, anche se in fondo forse ci aspettiamo che fine
abbia fatto quel bidello. E’ tutto così cupo, fa così freddo in questa turbine di neve in
cui ci sentiamo incastrati senza esserci accorti di stare andando così in fondo
nell’animo umano, sempre più incastrati in questa neve eterna. Forse la cosa che
amo di più di Kaufman che ho visto è proprio questo aspetto ricorrente verso
l’interiorità, porta lo spettatore dentro la mente di un altro, esplicita i pensieri più
cervellotici e contorti e questo film è un tripudio di questo, tutto il film è questo, ma è
così libero che potrebbe anche essere altro. Ho adorato come questo film sia andato
fuori dalle regole, come mi abbia sedotta, trasformata, incantata e portata con se in
questo viaggio infernale senza usare nessuna regola della narrazione “più
accademica” ne’ dal punto di sceneggiatura ne’ dal punto di regia. Mi sono comprata
il libro che leggerò ma so da recensioni che ho avuto che non otterrò certezze e
rassicurazioni su questa storia, Kaufaman non è andato lontano da uno stile di
narrazione che già l’autore Iain Reid fa. Potrei scrivere ancora moltissimo su tutto
questo ma meglio se mi fermo qui.

Selene Garresio

Un sogno che in realtà è un incubo, reale, troppo. Anche se fatico a distinguere il vero del
falso, la materia dalla psiche, a patto che qui una differenza esista davvero. Resto anche io
rinchiusa in quella casa per tutto il tempo dell’opera ma senza effettivamente comprendere
cosa stia accadendo, o nemmeno se qualcosa stia succedendo veramente. E’ davvero
scontato dire “nulla è come sembra”, eppure il mio dubbio si trova ancora incastrato a
interrogarsi se qualcosa “sia”, se esista o meno.
Regna l'inquietudine; ho avvertito una sensazione di profondo disagio ogni qualvolta la
protagonista riceveva -benchè io non sia sicura di poterla chiamare così- chiamate al
telefono avvolte dal mistero che, peraltro, resterà irrisolto. Le riceve forse da se stessa?
Infatti ho percepito per la prima volta che ci fosse davvero qualcosa di sbagliato quando il
telefono della giovane ha iniziato a squillare, ma quando è successo di nuovo e poi ancora
mi ha davvero disturbato a causa dell’ambiguità della situazione e del rapporto tra la
protagonista e dell’amica dall’altro capo del telefono. Un alter ego?
Questo film risponde alle sue domande con altre domande, fino alla fine.
Il costante cambio di nome -e quindi, in un certo senso, anche di identità- rende tutta la
percezione più insicura, instabile, onirica, inquietante, destabilizzante... Ecco, proprio la
parola "destabilizzante" potrebbe essere l'unica etichetta che mi sentirei di accostare a
questo film.
Mi è piaciuto, non mi è piaciuto? Vorrei sicuramente rivederlo e analizzarlo. Sperando di
poter conservare la piena lucidità: questa volta l'ho subìto, come si subisce uno strano
sogno cui si prova a posteriori a ritrovarci un senso. Sono ancora confusa.
Mi ha pervaso e accompagnato un crescente senso di soffocamento, credo condiviso dalla
protagonista, nei confronti del mostro di una quotidianità tanto pesante e malsana da
apparire nauseabonda.

Elia Petrucci

Vivo due ore appeso ad un filo.


Dai primi istanti vengo catturato da una tensione inevitabile.
La fotografia è cupa e segue passo a passo la musica.
Tutti i dialoghi ambientati nella macchina mi sembrano un flusso di parole unico, in cui si
intrecciano differenti storie ed argomenti ma tutti accompagnati da quella tensione che
investe tutto il film.
Uno dei momenti più strani arriva quasi all’inizio del film, in cui Lucy recita una poesia che
crede essere sua. Tutto in quella poesia è arido, freddo e coperto da un velo di ansia.
Riassume una vita vuota, magra, senza successo e vissuta nell’ombra.
I genitori e la fattoria mi hanno fatto rabbrividire. Una differente narrazione che si frammenta
nel tempo, tra scene con i genitori più giovani e altre in cui sono sul punto di morire.
Ogni mia teoria sul film viene smontata nell’atto finale, si balla in una scuola e poi si canta
davanti ad una platea di gente ad una cerimonia.
Gli ultimi istanti sono pieni di interrogativi, un maiale che parla, un bidello sofferente e solo
che, spoglio di tutto, in qualche modo ha ripercorso per tutto il film la sua vita, per quella che
è stata e quella che era solo immaginazione.
La costante raffigurazione di una vita nell’ombra, un film che rapisce, confonde e paralizza.
Nei significati nascosti ed intrinsechi scorrono immagini e frame in cui la realtà si perde in
continuazione.
Sono rimasto in uno stato confusionale per un po’ di ore dopo la fine del film e mi sono
chiesto più volte quale fosse il reale significato di una così profonda agonia.
Sicuramente è un film che consiglierei e forse potrei anche rivederlo, le emozioni erano vive
e si esprimevano nei miei respiri e sussurri.
Rimango ancora una volta sorpreso.

GARA

“I’m you and what I see is me”, citazione dei Pink Floyd in “Echoes” è una delle frasi che più
volte guardando il film mi rimbalzava in testa: Lucy non è nient’altro che una proiezione.
Il fatto che il ruolo del protagonista (Jake) si riveli solo alla fine ci permette di guardare ed
osservare attentamente “frame by frame” il film da punti di vista diversi. Ti fa sorgere una
domanda: Cos’è il presente? È un’unità di tempo inscrivibile (forse inesistente) che separa
“l’ero” dal “sarò” o invece l’unica unità infinitamente grande che solo rispetto ad una
prospettiva delle nostre azioni dividiamo tra un prima ed un dopo?
Questo film sceglie la seconda opzione. Mischia casualmente gli eventi di una vita intera,
facendoli apparire agli occhi della ragazza fittizia nel film stesso come simultanei e/o
consecutivi; insomma, Joyce parlerebbe di “Stream of Consciousness”.
Il sostantivo che a parer mio meglio definisce la storia è: Rimpianto.
Quante volte ci capita questo sentimento anche per piccolezze ?!
La tristezza della vita è rappresentabile “nell’ignoranza del giovane” e “l’impossibilità del
vecchio” ... In parole povere: “Se il giovane sapesse, se il vecchio potesse...”

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