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VACANZA SPIRITUALE

Spero stiate passando delle ottime vacanze. Vacanza - da ‘vacans’,


participio presente di “vacare” —> essere vuoto, libero.
Il vuoto libera davvero?
Non lo so, non ne sono sicuro.
Proprio questo, però, è il nucleo concettuale del mio intento: darvi dei
vuoti parziali per aiutarvi a sentire il vuoto in diverse sue forme.

Tra “vuoto” e “divino”, c’è sempre - e con ‘sempre’ intendo: in tutte le


tradizioni spirituali, di tutte le culture - una assonanza misteriosa ma
chiara, percorribile.

Anzi, andando subito ad un ‘pieno’ concettuale: qualsiasi pellegrinaggio


nello Spirito - che difficilmente non partirà da un qualche ‘vuoto’ interiore
-, fosse anche una passeggiatina di pochi respiri, si espone al rischio
della pienezza. La pienezza, in questo caso, è trovare una certezza. Le
certezze spirituali, dal punto di vista nel quale mi accomodo per parlarvi
adesso, sono un problema fatto della stessa materia delle illusioni. Il più
grande rischio di tutte le “chiese” del mondo è, da sempre e per sempre,
la tendenza - umanissima - ad aggrapparsi ad un ‘pieno’ di illusioni. Il
termine tecnico - bellissimo, fraintendibilissimo - per questa tendenza è
idolatria.

C’è un antidoto formidabile all’idolatria: il vuoto. Stare nel vuoto, abitarlo,


accoglierlo, non negarlo, fissarci lo sguardo, senza amarlo ma anche
senza respingerlo (ovvero: riempirlo).

Il Dio biblico - quello dei settantadue nomi… quello che gli ebrei non
nominano, e che i cristiani hanno problematicamente incontrato nella
forma di un uomo particolare e storico [Jesuah di Nazareth, il ‘figlio del
falegname] - è un grande esperto di VUOTI.
Tanto gli ebrei quanto i cristiani, sono pienamente e commoventemente
e arditamente convinti che Dio si sia ‘avvicinato’ all’uomo comunicando
attraverso la bocca di altri uomini - tutti particolari, tutti geniali, a
cominciare da Mosè -, e cristallizzando il suo formidabile invito a
‘camminare insieme a lui’ - verso la Terra Promessa, prima; verso il
Regno dei Cieli, poi - attraverso delle PAROLE.
Parole che sono registrate e veicolate in TESTI. Questi testi, per ebrei e
cristiani, sono comodamente acquistabili in un LIBRO, che si intitola LA
BIBBIA (se lo comprate in italiano; Tanak, se lo comprate in ebraico).

La prima metà di questo libro formidabile - e divertentissimo -, è quella


comune tanto agli ebrei quanto ai cristiani: nella tradizione cristiana,
questa prima parte viene chiamata “Antico Testamento”.
Ecco: come dicevo, il Dio dell’Antico Testamento, è un grande esperto di
VUOTI.
Sentite cosa ‘dice’ Egli stesso attraverso il testo biblico:

Elia entrò in una caverna per passarvi la notte,


quand'ecco una voce gli disse: «Che fai qui,
Elia?». 10 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il
Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno
abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i
tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti.
Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la
vita». 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte
alla presenza del Signore». Ecco, il Signore
passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da
spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al
Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il
vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era
nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un
fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il
fuoco ci fu una voce di silenzio sottile. 13 Come
l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si
fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, sentì
una voce che gli diceva: «Che fai qui,
Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il
Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti
hanno abbandonato la tua alleanza, hanno
demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi
profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di
togliermi la vita».

Ecco. Un vento impetuoso e gagliardo! Lì, il Signore non c’è. Un


terremoto! Nemmeno lì… Un fuoco devastatore!!! …neanche.
Dove si mostra, Dio? In una voce di silenzio sottile.
Niente “pieno” - pieno di vento, pieno di forza, pieno di fuoco -; niente
pieni, ma silenzio. Il silenzio è assenza di suono. Come può una VOCE
essere silenzio?

Il divino è contraddittorio.
Perché? Non poteva essere CHIARO??

Con calma…

Il Dio della Bibbia non si vede, non si sa dove sta, non si sa che volto
abbia, ha un nome che non si può pronunciare [questa va la spiego
un’altra volta… in sostanza, però: non è che “non si può pronunciare
perché è vietato”: non si può pronunciare perché il suo nome è scritto in
modo impronunciabile, con una sequenza assurda - per la lingua
ebraica - di consonanti e vocali. Un po’ come se io mi chiamassi
Tm&ç£jW. E pronuncialo, dai!!!

Ma non ho appena detto che Dio ha SETTANTADUE nomi, nel testo


biblico? Vero!
Quindi, quello impronunciabile, è soltanto uno dei settantadue. Vero!
Ma allora, gli altri sono pronunciabili! …un momento.
C’è una scena famosa e bellissima, nel libro dell’Esodo [uno dei libri
fondamentali che compongono la Bibbia]. E’ il momento in cui Dio
appare a Mosè - che non lo conosceva - per chiedergli di andare a
salvare il suo popolo, il popolo di Israele, al quale anche Mosè
apparteneva… dico apparteneva perché qualche anno prima aveva
combinato un pastrocchio (adoro Mosè) ed era dovuto scappare a
gambe levate… ed il suo popolo lo aveva ripudiato. Infatti, nella scena
che vi riporto, Mosè sta nel deserto, a pascolare le pecore: in sostanza,
era rimasto solo, orfano di tutto, e faceva il pastore nel deserto,
sonnecchiando ed aspettando di morire [penso che se avesse avuto
Netflix avrebbe guardato tutte le serie, anche quelle con le popstar più
rancide]. Insomma: c’è speranza anche per te, che stai leggendo queste
righe e pensi che “how I met your mother” non sia una cosa indegna per
un essere umano.
Allora, dicevo: Mosè incontra Dio, che gli chiede di andare a liberare il
suo popolo. Mosè non sapeva chi fosse, questo strano Dio, e così gli fa
la domanda più ovvia del mondo: come ti chiami? Insomma, chiede un
aiutino… povero Mosè.
Sentite come risponde.

 <<Ora và, Mosè! Io ti mando dal faraone.


Fà uscire dall'Egitto il mio popolo, gli
Israeliti!». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io
per andare dal faraone e per far uscire
dall'Egitto gli Israeliti?». 12 Rispose: «Io
sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho
mandato: quando tu avrai fatto uscire il
popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo
monte».
13 Mosè disse a Dio: «Ecco, io arrivo dagli
Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi
ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si
chiama? E io che cosa risponderò
loro?». 14 Dio disse a Mosè: «IO SARO’
QUELLO CHE SARO’!». Poi disse: «Dirai
agli Israeliti: IO SARO’ mi ha mandato a
voi». 15 Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli
Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il
Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di
Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il
mio nome per sempre; questo è il titolo con
cui sarò ricordato di generazione in
generazione.

Se non avessi paura di peccare di idolatria, direi: il Dio della Bibbia è il


mio idolo!!!
E si chiama “IO SARO’ “.
Ora, sappiate che alcuni, nei secoli, proprio per i motivi di “adorazione
del PIENO e paura del VUOTO” di cui vi parlavo sopra, hanno tradotto
questo passo dicendo “io Sono” e non “io Sarò”. Se qualcuno vi dice che
il nome rivelato da Dio è “io sono”, voi dovete assumere il ruolo
dell’Angelo della Compassione Caritatevole, e rispondetegli:
“CAROGNA! Convertiti!”; dopo di che, battetelo col palmo della mano
sul capo - con convinzione ma senza esagerare.

Il testo ebraico è inequivocabile: IO SARO’.


Si, avete ragione: è un nome strano.
Giriamoci intorno un po’, cercando un senso - ma senza pretendere di
trovarci una PIENEZZA di senso…
Ecco, mi ripeto: questo è un nome che, in modo geniale, evita le
pienezza. Che pienezza può esserci in un VERBO AL FUTURO?
“Io SONO” è la pienezza, e anche tronfia! Ma io Sarò, significa
innanzitutto una cosa: che ancora NON SONO.
Cioè, Dio ci sta dicendo che NON è?
Calma…

Beh, in realtà SI.

Dio da a Mosè un appuntamento col futuro. Il presente è quello: il


deserto, l’allontanamento, qualche pecora, Netflix.
Per carità, il deserto è un bellissimo posto - ci siete mai stati? Tutti i
deserti che ho visto, sono bellissimi. Devo ancora vedere i deserti sulle
Ande, a quote incredibili, ma sono già certo che siano magnifici…
magnificamente VUOTI… -.
E’ un Dio in continua fuga: si sposta nel futuro, non appena gli domandi
di avvicinarsi.
Mi piace questo Dio, è un tipo che scommette. Tra l’altro, scommette su
Mosè - un assassino, un reietto, un pigrone, cresciuto nel lusso e
piuttosto spaccone… Pensate che Mosè farà addirittura finta di
balbettare per convincere Dio che non può essere lui a liberare il popolo
ebraico, oppresso dalla schiavitù in Egitto [che poi, secondo me, nella
Bibbia, quando c’è scritto “schiavi in Egitto” è un po’ come dire “impiegati
in grandi aziende per fare un lavoro tremendo, sottopagato, che devasta
il pianeta con il solo scopo di fare contento il Signor Faraone” - un
babbo, tra l’altro].
Dio scommettitore, e grande amante degli azzardi più improbabili.
E sia ben chiaro: non è ancora riuscito nel suo intento. Tutte le sue
‘scommesse’ sono ancora aperte… E avendo scommesso sugli esseri
umani, devo dire che comincio a pensare non sia stato proprio
lungimirante…… Al momento, io vedo “Egitti” ovunque. E voi?

Attenzione… In questo suo ‘sottrarsi’, il Dio dell’Antico Testamento ci sta


dicendo ed assicurando di una delle cose più belle, importanti,
sconvolgenti, e… fraintese (meglio: disattese) che si possano
incontrare… Ci sta dicendo che il famoso “monoteismo”, non è una via
di servitù, ma di libertà assoluta.
Garantita dal volere di Dio stesso…

Allora, dicevamo, un Dio che si dona, appare, chiama, ma al contempo


si sottrae. Io penso che il Dio della Bibbia lo si possa soltanto cercare.
Se lo trovi, rischi di aver trovato un idolo…
Poi questa storia cambierà radicalmente [con l’Incarnazione di Gesù],
ma questo concetto del “cercare, non trovare”, resterà validissimo.
Ma andiamo con ordine.
[anzi NO, non andiamo con ordine: rischieremmo di essere contenti del
nostro ordine. Un bell’ordine cosmico e chiaro, luminoso… Luciferino,
insomma].

Gli ebrei, il popolo che ha prodotto quella straordinaria tradizione


culturale a cui si deve questo magnifico testo, cel’hanno proprio come
comandamento: il dovere principale di un ebreo, è STUDIARE. Sempre,
continuamente, andare avanti.
So che siete allergici al verbo “studiare” (e ne avete ben donde);
facciamo così, traduciamolo in modo più appropriato: il dovere più
impellente di ogni avventuriero dello Spirito [cioè: di ogni essere umano,
secondo me… Uffa, se dovessi spiegare tutto quello a cui alludo,
scriverei centomila pagine. Sono tentato, ma anche sufficientemente
saggio da risparmiarvelo], ecco, dicevo, ripeto, il dovere più
fondamentale di ogni essere umano, è quello di CERCARE
continuamente.
Provate a giudicare le persone intorno a voi (oh no! il prof di religione
invita a giudicare il prossimo! scandalo! —> sciocco studentello, se
proprio ti fa prudere la corteccia prefrontale, facciamo che ti invito a
giudicare le azioni e non la persona in sé - contento/a?) secondo questo
criterio: quanto CERCA, nella sua vita, questa persona?
Attenzione: non COSA cerca - per quello, ci sarà tempo… Ma QUANTO
cerca?
Con questa domanda in testa, mi sono ritrovato fornito di alcune delle
convinzioni pratiche più preziose della mia vita… Eccone una: chi cerca,
mi sta simpatico. Chi non cerca, puzza.

Puzza.

Si capisce cosa intendo per “puzza”? No?


BENE!
Gli odori mica si ‘capiscono’: ci vuole fiuto per ‘capirli’, non cervello.
Fiutate gli umani, fiutatevi l’un l’altra, fiutate anche voi stessi -
impossibile, altra storia…
Fatevi fiutare.
Compito delle vacanze: annusare gli umani.

Spesso, la volontà di “capire” - capire e basta - è solo un sintomo della


voglia matta di trovare dei pieni, cioè della paura del vuoto.
Che bello: potete prendere 10 di religione anche senza capire niente di
niente.
Fiutando.
….9 e mezzo, dai.

Riprendiamo. Dunque, adesso condivido con voi un mio non-stupore di


vecchia data. Non mi stupisce affatto che, nei suoi sviluppi successivi,
secolo dopo secolo fino ad oggi, quella stessa tradizione culturale e
spirituale che ha ‘prodotto’ (o “ricevuto” - dipende dai punti di vista…
anche se io non penso che si escludano affatto, queste due
interpretazioni…) il testo biblico, quella ebraica, abbia prodotto poi un
complesso di Tradizione geniale, particolarissima, variegatissima… e
tutto questo proprio a partire dal testo biblico stesso. Insomma: nei
secoli, la tradizione “rabbinica” [il rabbino, in brevissimo, essendo la
figura centrale del culto e della spiritualità ebraica negli ultimi due
millenni - si, li avete visti spero nei film di Woody Allen] si è sviluppata
soprattutto nella forma di commento al testo biblico. La “parola di Dio” -
o meglio: il Libro che la contiene - è stata presa come fondamento per lo
sviluppo organico e totalizzante del complesso di norme che regola tutta
la vita di ogni ebreo osservante.
In soldoni: quello che Dio non ha esplicitamente ‘detto’ nella Bibbia, lo si
è ricavato in secoli di discussioni dei grandi maestri che interrogavano
con grande arguzia il testo biblico stesso.
Non ci soffermiamo ora sui giganteschi problemi che questo ha
comportato - la Bibbia non parla di televisione, per esempio… è lecito
guardare la televisione? Quando posso guardarla? A quanti metri di
distanza? Ma il Grande Fratello lo posso vedere?
“Non so, consulta un po’ il Levitico, capitolo 20, versetto 25”
“   <<Farete dunque distinzione tra animali mondi e immondi, fra uccelli
immondi e mondi e non vi renderete abominevoli, mangiando animali,
uccelli o esseri che strisciano sulla terra e che io vi ho fatto distinguere
come immondi>>”
“…Rabbino Hillel, è sicuro che questo versetto contenga la risposta che
cerchiamo?”
“Ma certamente.”
“…e…… qual’è il senso?”
“……”
“…..?”
“…..forse era il versetto 29…..”
“…..”
“….mentre ci penso, alza un po’ il volume che non ho capito se
Penelope è stata nominata.”

Ecco.
Vorrei invece rendervi edotti di un fatto non-sorprendente dentro al fatto
non-sorprendente al quale facevo cenno.
Questo fatto non sorprendente, lo riassumo così: per l’interpretazione di
passi particolarmente difficili, per trovare un posto alle situazioni
dolorose vissute dal loro popolo, per insegnare concetti estremamente
sottili, per… un sacco di cose, gli ebrei hanno fatto ricorso a uno
straordinario e raffinatissimo SENSO DELL’UMORISMO.
Giuro.
“Cioè, hanno raccontato delle barzellette per spiegare la Parola di Dio?”.
Urca si, un sacco.
Ma non solo barzellette: storielle assurde, freddure, black humour, giochi
di parole, favole.

E perché, di grazia, hanno usato l’umorismo per spiegare cose sacre??

L’umorismo è una tecnologia di pensiero raffinatissima, che fa i conti con


il VUOTO. Se il Testo Sacro fosse un codice granitico, chiaro, luminoso,
prescrittivo e pieno, non ci sarebbero stati problemi…
Ma non lo è.
Ora, spero non mi facciate la domanda “E perché Dio non è stato
‘chiaro’?”
Ecco, l’avete fatta.
In realtà, sono contento: è una delle domande più belle e fondamentali,
secondo me.

Il problema è che non so rispondere. Però posso indicarvi una ‘strada di


senso’ da percorrere…
[E ricordate che del senso si può solo fare esperienza: il “senso” non è
una pasticca, una pillola da ingoiare, e che una volta ingoiata “cel’hai
dentro e via”. Il senso - lo dice la parola…- è movimento. Più
precisamente: è una strada. Un sentiero.
La parola stessa, ‘esperienza’, ci illumina: etimologicamente, ha in sé il
greco “poros” che significa appunto “sentiero”. Esperienza di qualcosa,
cel hai quando ti metti in cammino verso quella cosa, attraverso di essa]
Allora, percorriamo questa domanda: perché Dio ha in sé questo
nascondimento nel momento stesso in cui si rivela. E’ ritrosia?

Quante cose possiamo dire attraverso il nostro linguaggio?


Domanda classica. Dei tizi amabili e strani, hanno provato a rispondere
con percorsi logico-filosofici. Uno di questi si chiamava Ludwig
Wittgenstein. Senza farla lunga - anche se mi piacerebbe - questo
Ludwig ha scritto un trattato per spiegare cosa è possibile dire attraverso
il linguaggio, e cosa no.
La conclusione, famosissima, del suo trattato è: ciò che puoi dire, se ti
sforzi lo puoi dire chiaramente. Ciò che non puoi dire, invece, è meglio
se non provi nemmeno a dirlo. Queste cose che non puoi dire, facci
caso amico mio, sono le più importanti dell’universo.
Poi ha menato uno studente delle elementari (faceva il maestro - era
strano, si), che però è svenuto - infatti era gravemente malato… bingo!
Allora Wittgenstein è scappato impaurito, e l’hanno ritrovato che aveva
cambiato lavoro: si era messo a fare il giardiniere.
Davvero.

Ecco, Wittgenstein era un genio, e infatti si è sbagliato in modo geniale.


Provate a descrivere il sapore di un mandarino a uno che non l’ha mai
assaggiato.
“Sa di… mandarino”
“E’ tipo un arancio, ma più sfigato”
“Per un terzo sa di caco, un terzo di arancio, un po’ melograno, ma più
acidulo…. Oddio, dipende dai mandarini. Le clementine… ma le
clementine sono mandarini?…”

Ecco: è impossibile. MA PROPRIO IMPOSSIBILE. O descrivere il colore


viola a un cieco.

E’ evidente che ci sono delle cose che sono PROPRIO DIFFICILI da


dire. A parole. E che magari, sono esperienze semplicissime da FARE: e
màngiatelo, sto mandarino, no? [più difficile, per il cieco…]

E se parlassimo non di gusti, ma di esperienze?


Come mi piace l’estate.
Come mi piace quella sensazione di estate piena, con il tempo che
scorre lentissimo - anche in pieno inverno va lentissimo ma… è diverso.
Dai, lo sai! … - e con l’aria immobile che non sai se sostiene il mondo o
se lo blocca dolcemente, come un abbraccio gentile e vivo, ma deciso.
Come la spiego, questa sensazione?
Di certo, non posso spiegarla dicendo “l’estate è la seconda stagione
dell'anno, compresa, nell'emisfero boreale, tra il 21 giugno e il 23
settembre e, in quello australe, tra il 21 dicembre e il 21 marzo; è la
stagione in cui si ha la temperatura più elevata dell'anno”
Sentite la voce del vostro amico irritante… Non provi nemmeno a
spiegarglielo, poverino, è spacciato.
Che c’entra, questa sensazione magnifica che noi tutti conosciamo,
quello spirito dell’estate, l’odore del perticore [e cercala su google, sta
parola, che non la sai], l’aria caldissima che ti rende la pelle così dolce,
come se la scoprissi per la prima volta, e così via.

Allora, niente, nel linguaggio non si può DIRE l’estate? Fermi tutti.
Leggiti questa.
L’ha scritta un giapponese del 1700, un certo Basho, con la faccia
gentile, che non riusciresti mai ad immaginartelo giovane.

Estate

Silenzio:
il canto delle cicale
penetra la roccia.

Eccolo lì.
Mi vengono i brividi - di caldo.
Vedo i contorni troppo netti dell’erba, che si muove, appena, ma sta solo
rimarcando il suo essere immobile in modo paradossale…
Questo vecchietto eterno giapponese, in tre righe [è un haiku, un genere
classico della poesia giapponese… che mi piace tantissimo - forse
troppo] mi ha detto tantissimo.

Tantissimo.

Ma, ragioniamo: cosa ha davvero detto? Niente.


Niente, ma tantissimo.

Questo è il potere della parola, del linguaggio… del pensiero, che


diventa concetto, che diventa suono, lettera, frase, allusione, relazione,
inchiostro su carta [“fuoco nero su fuoco bianco”, dicono gli ebrei… che
geni], luce, sguardo, occhio, cervello, di nuovo concetto, di nuovo
pensiero… esperienza.
Basho mi parla dell’estate come lui l’ha vissuta, umano nello stesso
mondo in cui noi ci troviamo a vivere, e mi garantisce in modo
dolcissimo che l’estate era sempre lei, la stessa, anche centinaia di anni
fa.
QUESTO è il potere della parola, del linguaggio: lo sforzo umano di
arrivare al cuore degli altri uomini, per dire l’indicibile.
Vedi, caro Wittgenstein, avevi non-ragione in modo mirabile: il
linguaggio, se usato in modo alto e sapiente, come accade nella poesia
per esempio, riesce a nondire un sacco di senso. Ti apre una marea
vertiginosa di esperienze percorribili, senza neppure nominarle
direttamente.

Ecco: Dio non è stato chiaro. Non è stato chiaro come invece noi lo
siamo quando andiamo dal fruttivendolo: “Mi dia 15 zucchine”. Pensate
se il linguaggio non sapesse essere chiaro ed inequivocabile, e se
“zucchine” potesse anche significare “schiaffoni”.

“Mi dia 15 schiaffoni”


“Con piacere”.

Bisognerebbe andare dal fruttivendolo armati.

Allora: la Bibbia non è una lista della spesa. Ci sono anche le zucchine,
si, ma il senso non è quello.
Ci sono degli eventi storici raccontati - di solito orrendi: guerre, esili,
rapimenti di massa… -. Fortuna che ci sono, eh, così sappiamo
qualcosa in più del nostro passato…
Ma il senso non è quello.

Dicevo, per gli ebrei, il testo è “fuoco nero su fuoco bianco”. Che
magnifico modo di simboleggiare questo concetto, il nondire
potentissimo del linguaggio.
Il bianco della pagina, non è insignificante: se il bianco della pagina non
FOSSE, non ESISTESSE in quanto “vuoto significativo”, il testo sarebbe
illeggibile. Allora, il senso del testo non è solo nelle lettere: non ci si deve
‘fermare’ alla lettera… Nemmeno alla parola.
Il senso è l’esperienza che ne fai. E’ l’intenzione di chi lo ha pensato… e
non solo, e così via…
[è la musica della lettura, è il viaggio delle parole, le radici, le forme delle
lettere, l’armonia dei paragrafi, le allitterazioni, le accelerazioni qui, il
‘largo’ e il ‘rubato’ là, il mistero dei Nomi propri, l’immaginazione che gli
assegna dei volti, il dubbio del passo incerto, l’emozione morale che
quell’immagine suscita, il richiamo automatico a quel simbolo visto cento
pagine prima, a quell’altra storia, a quell’altro nome, oggetto, suono…]

Grazie a Dio.

E allora, questa ironia ebraica? Vogliamo ridere!

Le battute, analizzate logicamente, sono spesso pietose. Vuote…


Però fanno ridere. Magari è una lettera che si sposta, o che devi
pronunciare male per situazioni contingenti alla barzelletta stessa [lui ha
una carota in bocca, lei ha la testa sott’acqua…]. Allora, la “risata” non è
nelle parole, nell’inchiostro, ma è nella tua testa. Nell’esperienza del
linguaggio che tu sei in grado, umanamente, di fare.
Ecco il perché del ricorso all’ironia nel commento alle cose sacre.
Prenderle sul serio - sul serissimo - non significa sempre essere seriosi.
Amen.
Quando gli umani si prendono troppo sul serio, finiscono per leggere i
testi sacri - per esempio - come se li avessero CAPITI
PERFETTAMENTE.
Sono convinto che il Dio biblico, maestro di “vuoti”, in quel caso, si
dispiaccia davvero tanto…

«L'ebreo ride con Dio o contro Dio, ma non riderà mai senza Dio»

E via alle storielle ebraiche.

Tanto tempo fa, c’era un rabbino molto


petulante, con una vociaccia terribile. Viveva
in un villaggio della Polonia zarista, ed era
povero e disperato. Per questo, si lamentava
continuamente con Dio, il Santo Benedetto,
dicendo “Perché non mi vuoi aiutare? Io ti
chiedo solo un milione di dollari! Qui siamo
poveri, con un milione potrei mettere tutto a
posto, aiutare la gente, i bambini! Potrei fare
case e scuole… io sono un buon servo, e il
nostro villaggio è un villaggio pio e
osservante…”.
E così via, a lamentarsi ogni sera, per anni,
davanti all’armadietto di santità, quello dove
sono conservati i rotoli sacri della bibbia,
utilizzati per il culto della sinagoga.
Infastidito dalla vociaccia, Dio decide un
giorno di rispondergli, recedendo dalla sua
ritrosia.
La Sua inquieta Presenza, compare sopra
l’armadietto con i rotoli sacri.

“Samuelino, perché strilli così


insopportabilmente… qui in cielo abbiamo
dovuto mettere i tappi nelle orecchie, la tua
voce è davvero tremenda… ma tel’ho fatta io,
questa vociaccia? Hai visto, alle volte, come si
sbaglia… dimmi cosa vuoi”.

“Oh, Santo Benedetto, sono pazzo dalla gioia


di sentirTi. Io l’ho sempre detto a tutti, che eri
un bravo ragazzo, e quando vuoi sai
ascoltare… Ecco, guarda, vorrei ragionare un
attimo con Te. Un bel discorso da uomo a
uomo. …scusa, sai, si fa per dire.

Allora: che cosa sono, per te, o Santo Nome


Benedetto, un milione di anni?”.

“Ma Samuelino, caro, per me un milione di


anni è soltanto un centesimino di secondo…”.

“CI SIAMO!!! Dunque, dimmi, che cosa è per


Te un milione di dollari?”.

“Ma Samuelino, caro, per me un milione di


dollari è solo un piccolo spiccioletto, un
centesimino di soldo…”.

“E allora?!?! Ti costa così tanto mandare un


centesimino di dollaro, qui dai tuoi bravi ebrei
per aiutarli???”

“Vedi, Samuelino, anche tu mi dipingi cattivo,


come tanti che dicono che sono duro e
cattivo… Ma ti prego… cosa vuoi che mi costi
mandarti questo centesimino di dollaro…
Certo che te lo manderò…
Io ti prego solo di aspettare un centesimino di
secondo…”.

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Un pio ebreo, devoto e osservante di tutte le


mitzvòt, si reca al Tempio la mattina di
Shabbat, percorrendo, ovviamente a piedi,  il
lungo tratto di strada che separa la sua casa
dalla sinagoga. Dopo aver passato alcune ore
in preghiera, torna alla sua modesta
abitazione, cercando di pensare alla derashà
del Rav, udita in Tempio, agli insegnamenti
ricevuti, alla sua anima e non alle quotidiane
fatiche e tribolazioni.
Ma quando, camminando a testa bassa
assorto nei suoi pensieri, quasi inciampa in un
portafoglio gonfio di denaro, le bollette da
pagare, il magro desco e tutta la critica
situazione delle sue finanze gli si parano
davanti agli occhi.
Ma di Sabato non si può toccare il denaro, e
allora come fare?
Si mette a pregare per ricevere una
illuminazione su come agire.
E pensa e pensa… ecco  il miracolo!
In tutto il mondo è Shabbat e lì, proprio lì nel
metro quadrato di asfalto dove si trovano lui e
il portafoglio … è giovedì!

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Un gigantesco asteroide sta per colpire la


Terra. Gli scienziati hanno stabilito la rotta:
cadrà in mezzo all’Oceano Atlantico e
solleverà un’onda mostruosa che coprirà
interamente le terre emerse del globo.
Si diffonde il panico e solo le autorità religiose
possono dare qualche conforto.
Il Papa da Roma lancia il suo messaggio:
“Fratelli e sorelle, preghiamo che il Signore
accolga le nostre anime in un mondo
migliore!”
Il capo spirituale dell’Asia proclama: “State
sereni, torneremo nel grande Tutto!”
Il rabbino capo di New York, Avrumele
Leibowich non si perde d’animo: “Ragazzi,
abbiamo un’intera settimana per imparare a
respirare sott’acqua!”

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In un midrash [quelle ‘discussioni rabbiniche’


a cui facevo accenni prima, che fanno parte
della Tradizione di interpretazione della Bibbia
da parte dei maestri ebrei] bellissimo, si legge
una storiella in cui è Dio stesso a ridere
insieme all’uomo.

Ci sono dei grandi maestri che discutono di


un punto della Bibbia, e uno di loro, il grande
Rabbi Eliezer (che era considerato il massimo
sapiente dell’epoca), spazientito, dice: “Basta,
questa discussione è oziosa. Il punto di vista
corretto è il mio”. E per provare la sua
correttezza, indica un albero di carrube, che si
sradica e vola via per centocinquanta metri.
Gli altri maestri, impressionati, borbottano
cose come “Accidenti, è veramente uno spirito
eletto, riesce a fare dei miracoli formidabili”,
ma infine si rivolgono al rabbi Eliezer dicendo
“Impressionante, ma qui abbiamo una regola,
facci il favore di seguirla: qui i problemi si
discutono, e poi si vota. Siediti”.
Lui si risiede, e la discussione procede per
giorni e settimane.
Ancora più spazientito, Eliezer si alza e
sbotta “Basta! ho ragione io e basta!”, e indica
un torrente che, subito, inverte il suo corso
dalla foce verso la sorgente.
I rabbini, tutti, stupefatti, cominciano a
cantarne le lodi e borbottano “Accidenti, è
fenomenale, un taumaturgo straordinario, un
vero servo di Dio”. Ma, ancora, finalmente gli
si rivolgono così: “Facci soltanto il piacere di
sederti ancora a discutere, sai… qui da noi va
così”.
Dopo altri interminabili giorni di discussione,
rabbi Eliezer si alza di scatto, indica i muri
della sinagoga che cominciano a crollare.
Allora rabbi Jeremiah, collerico, urla “Ma cosa
c’entrano i muri della sinagoga con la nostra
discussione!”. Per rispetto a rabbi Eliezer, i
muri erano crollati uno’, ma per rispetto di
rabbi Jeremiah, non crollarono del tutto.
La discussione riprende.
Eliezer, al colmo della disperazione, prende la
parola “Testoni. L’avete voluto voi. Non ho
altra soluzione. Io chiamo il cielo a farmi da
testimone della mia ragione”.
Tutto comincia a tremare, il cielo si squarcia
ed esce una voce fatta di tuono, che sentenzia
“E’ vero. Rabbi Eliezer ha ragione su questo
punto!”.
Rabbi Jeremiah si alza subito in piedi, rosso
in volto, e strilla al colmo delle sue possibilità
vocali un versetto della Bibbia stessa: “LO
BASHAMMAYIM!!!” LO BASHAMMAYIM!!!” -
che significa “Non è nei Cieli! Non è nei Cieli”.
Cosa voleva dire?
Che l’insegnamento, la Parola di Dio, è stata
data agli uomini, per gli uomini, e non c’è
bisogno del “cielo” per intendere la parola
della Bibbia. Il modo corretto per capire la
parola di Dio è discuterla, come fanno i rabbini
nella sinagoga, con parole umane, tra uomini.
Ebbene, un altro rabbino presente alla
discussione, rabbi Yehudah, alcuni mesi dopo,
incontrò il grande profeta Elia, un profeta
asceso in cielo. Elia, dicono gli ebrei, viene
mandato ogni tanto sulla terra da Dio, per
vedere un po’ come stanno le cose, e se è
giunto il tempo propizio perché Dio mandi
sulla terra il suo Messia.
Rabbi Yehudah non è uno sprovveduto, e
riconosce il profeta Elia per quanto egli si sia
camuffato. Non perde dunque l’occasione di
chiedergli una cosa.
“Grande Elia, tu che risiedi nei cieli e stai
sempre alla presenza del Volto del Santo
Benedetto, il Dio unico e Vero… Dimmi: che
cosa ha fatto Dio quando rabbi Jeremiah ha
strillato “Non è nei cieli! Non è nei Cieli”.
Elia rispose: “Si è fatto una grassa risata. E
poi ha detto ‘Oh, povero Me, povero Me… I
miei figli mi hanno sconfitto, i miei figli mi
hanno sconfitto”.

[Vedete? Ridendo, si sconfigge ogni idolo.


Non si può indurre il timore nell’uomo usando
la figura del divino, forzandolo a temere,
forzandolo ad accettare questa figura, che è
una figura e rimane tale. Dice giustamente
Moni Ovadia a questo proposito “C’è un solo
tremore che si può accettare: quello che viene
dall’interiorità dell’uomo, quell’uomo che ha
fatto la sua ricerca. Di tutto può decidere Dio,
fuorché della libertà dell’uomo di scegliere il
bene e il male”.

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Troppo ebraismo può fare male. Ritorniamo un attimo in oriente, per
chiudere.
Come ho detto, questa tendenza ad usare il linguaggio per andare
oltre il linguaggio, in un certo senso - dire nondicendo -, è universale,
propria di tutte le tradizioni.

Un detto buddhista:

Se lo ascolti con le orecchie, non lo cogli.


Solo quando lo udirai con gli occhi, lo coglierai

Vediamo qualche esempio di oriente che nondice.

Fu chiesto al Maestro Bokuju:


"Ogni giorno ci dobbiamo vestire e
dobbiamo mangiare, come possiamo
liberarci da tutto questo?".
Bokuju rispose:
"Ci vestiamo, mangiamo"
Colui che chiedeva disse:
"Non capisco"
Bokuju rispose:
"Se non capisci, indossa i tuoi vestiti e
mangia il tuo cibo".

≪Maestro, insegnami a parlare con i


miei sogni. Voglio che rispondano alle
mie domande≫ chiese qualcuno.
≪I sogni sono soltanto domande≫
rispose Joshu.
≪E dov'e la risposta?≫ chiese quello.
≪Se tu sapessi dov'e la risposta, non
la cercheresti nei sogni≫ disse
Joshu.

Un'altra volta ho visto un bambino


venire verso di me tenendo una torcia
accesa in mano.
"Da dove porti la luce? " gli ho chiesto.
Lui la spense immediatamente e mi
disse,
"O Hasan, dimmi dove è andata e io ti
diro dove l'ho presa".

Se sulla via incontri un uomo che


sa, non dire una parola, non restare
in silenzio! 

Quello che il bruco chiama fine del


mondo il resto del mondo chiama
farfalla.

Nessun fiocco di neve cade nel posto


sbagliato.

Quando lo studente è pronto,


l’insegnante appare.
Ciò che non è mai stato perso non può
mai essere trovato.

Non parlare, salvo che tu possa


migliorare il silenzio.

Taccio.

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