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L’età Giolittiana

Età giolittiana
I cambiamenti verificatisi nell'economia e nella società tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del
900 ebbero ripercussioni sul sistema politico.
l'ingresso delle masse del mondo della produzione industriale coincise con un complessivo
aumento della consapevolezza dei propri diritti civili, che si tradusse in una forte spinta alla
partecipazione politica e alla vita democratica. questa fase veniva definita” età giolittiana” (1901-
1914).
nel 1900, ha 58 anni, Giovanni Giolitti aveva una lunga esperienza nell'amministrazione pubblica:
nel 1882 venne eletto deputato nelle file della sinistra liberale, nel 1889- 1890 fu ministro del
Tesoro, nel 1892 divenne primo ministro e nel 1903 tornò alla guida del paese, per restarvi, tranne
brevi interruzioni fino al 1914.

Crisi di fine secolo


il paese viveva una febbrile stagione di agitazioni sociali: Dai 400 scioperi del 1900
si passò infatti ai 1671 del 1901.
Giolitti che allora era ministro degli interni, era responsabile dell’ordine pubblico, elaborò così
una strategia politica fondata sull’imparzialità del governo di fronte alle controversie economiche
tra lavoratori e imprenditori ,sul dialogo con le associazioni dei lavoratori, sulle repressione dura
dei moti di folla non organizzati dai sindacati e sugli accordi parlamentari con i socialisti e i
cattolici.
Lo stato in pratica anziché vedere le associazioni dei lavoratori come nemici delle istituzioni si
impegnò per garantire il libero svolgimento della lotta sindacale limitandosi a reprimere la
violenza e gli eccessi.
Sul piano legislativo il suo progetto comportò l'abolizione di ogni restrizione alla libertà di
organizzazione e di azione politica e il varo di una serie di provvedimenti di tutela e di garanzia
per il mondo del lavoro(assicurazione contro gli infortuni, previdenza per la vecchiaia e
la maternita, innalzamento dell'età minima per l'ingresso nel mondo del lavoro).
Inoltre Giolitti si impegnò per allargare la partecipazione politica con la riforma elettorale del
1882: gli aventi diritti al voto erano saliti dal 2,2% della popolazione al 6,9%. Una nuova legge
approvata nel 1912 applicata per la prima volta nelle elezioni del 1913 estese il voto a tutti i cittadini
maschi anche ai nullatenenti e agli analfabeti, purché avessero compiuto 30 anni e svolto il
servizio militare il suffragio universale maschile porta così il numero degli elettori a 8 milioni
e mezzo( il 24% della popolazione).
Divario tra nord-sud
lo sviluppo economico legato al decollo industriale non coinvolse in modo uniforme tutto il paese,
anzi, ne risultò praticamente escluso il mezzogiorno, che in quel primo scorcio del 900 fu
interessato più di ogni altra area della penisola dalla “grande migrazione”, in prevalenza verso
gli stati uniti. L'ottanta per 100 dei quasi 9 milioni di italiani che lasciarono l'Italia tra il 1900 e il
1914 proveniva dal sud.
Fu proprio con l'intento di sradicare le condizioni di diffusa miseria che affliggevano il meridione
che numerosi intellettuali e politici si interrogarono in quei primi anni del secolo della
cosiddetta “questione meridionale” animando un intenso dibattito politico ed economico.
Alcuni invocavano ,anche per il Sud, l'avvio di un processo di industrializzazione altri chiedevano
all’opposto, di puntare sullo sviluppo della vocazione agricola delle regioni meridionali prima di
tutto attraverso la realizzazione di una riforma agraria.
La critica più severa ai risultati dell'azione di governo di Giolitti nel mezzogiorno venne dallo
storico pugliese Gaetano Salvemini, questi osservò come Giolitti che al Nord aveva aperto il
governo al confronto con i ceti maggiormente coinvolti Nell'industrializzazione, la borghesia
imprenditoriale e il movimento operaio, al sud avesse perseguito un'alleanza con i notabili locali
e con gli agrari proprietari di latifondi, in grado di controllare i consensi elettorali trascurando le
esigenze delle miserie masse contadine.
I governi dell'Italia giolittiana non pensarono per il Sud a riforme di carattere generale. essi
optarono invece per interventi locali e leggi speciali per il mezzogiorno.
Nel complesso però, queste scelte politiche non riuscirono a incidere efficacemente
sulla realtà economica e sociale del Sud e il già notevole divario di reddito rispetto al Nord si
accrebbe ulteriormente.
I nazionalisti
A spingere Giolitti all'avventura militare di Libia erano stati soprattutto i nazionalisti.
il loro movimento cominciò organizzarsi nel 1903 attorno a “Il Regno” una rivista diretta da Enrico
Corradini.
oltre a Gabriele D'Annunzio che ne fu un'insostituibile punto di riferimento nelle sue file
confluirono alcune tra le più dinamiche e giovani energie intellettuali di allora.
I loro motivi ispiratori erano eterogenei e contraddittori, oscillavano tra la nostalgia per il mondo
preindustriale e contadino e lo spirito di netta rottura con il passato che animava il futurismo, un
movimento artistico e culturale fondato da Filippo Tommaso Marinetti che esaltava la tecnica,
la velocità e il progresso industriale.
Davanti ai cambiamenti che attraversavano la società italiana i nazionalisti ritenevano necessaria
la formazione di una nuova élite politica, che desse una guida forte e autoritaria a questi processi.
il modello di società a cui aspiravano ruotava attorno al concetto di “nazione”:doveva essere
compatta al proprio interno e capace di riunire in un unico blocco tutte le classi sociali
proponendo come obiettivo comune la grandezza e la prosperita dell'Italia.
Il conflitto dal piano interno andava invece spostato verso l'esterno, in direzione di progetti
di espansione e con cui si e territoriali.
I socialisti
Non soltanto negli ambienti di destra, ma anche a sinistra c'erano forte fermento, soprattutto
all'interno del partito socialista, fondato a Genova nel 1892 puntò con la leadership di
Filippo Turati, era inizialmente prevalsa una concezione gradualista, basata sul presupposto che
in Italia esistesse una borghesia moderna, con la quale ci si poteva alleare per attuare una politica
di riforme. Di parere opposto erano le correnti del sindacalismo rivoluzionario, guidate da Arturo
Labriola.
negli ultimi anni dell'età giolittiana le posizioni più estremiste si rafforzarono e al Congresso di
Reggio Emilia, nel luglio 1912, si arrivò allo scontro diretto tra il leader
riformista, Leonida Bissolati, e quello rivoluzionario, Benito Mussolini.
Prevalse l'estremismo di Mussolini e il partito fu spinto lontano dal riformismo
turatiano, privilegiando una linea politica che tendeva ad assumere toni sempre più violenti, tutta
centrata sulla pratica dell'azione diretta e dello sciopero generale.
I cattolici
Al centro dello schieramento politico si era andata consolidando una forza rappresentanza
politica del mondo cattolico.
in precedenza, il non expedit del 1874 aveva a lungo impedito la partecipazione dei cattolici alla
vita politica del nuovo stato unitario. in seguito tuttavia, sotto la spinta della modernizzazione e
dell'allargamento della partecipazione politica, il loro impegno crebbe costantemente.
si definì in questo modo un compiuto progetto politico di democrazia cristiana, fondato sulla
conciliazione tra le classi e su un modello di società in cui si dava molto spazio alla piccola
proprietà contadina gli ai settori delle classi medie. era una scelta “centrista,” nel senso
che è privilegiava i soggetti esclusi dalle due grandi forze su cui si basava il compromesso
giolittiano, il proletario industriale la borghesia imprenditoriale.
La crisi del progetto giolittiano
Il progetto giolittiano aveva avuto come obiettivo ultimo quello di inserire le masse nello
stato, ovvero di fare in modo che parti sempre più ampie della popolazione, vedendo migliorare
le proprie condizioni economiche e prendendo coscienza della propria funzione nella società, si
sentissero legate alle istituzioni. era un modello, però, che per funzionare richiedeva
una pace sociale stabile e duratura.
Tuttavia, ormai le forze politiche più rilevanti e più dinamiche(i cattolici, i socialisti, i
nazionalisti) Si ponevano tutte al di fuori del sistema giolittiano.
i cattolici non accettavano l'alleanza parlamentare con i socialisti; tra socialisti, i rivoluzionari, che
rifiutavano ogni forma di collaborazione con i governi borghesi, prevalevano sui riformisti.
quanto ai nazionalisti, dopo la Libia essi, anziché sopire i propri furori bellicisti, cominciarono a
guardare alla guerra come al farmaco adatto per tutti i mali di un Italia giudicata
molle, pacifista, afflitta dalle piaghe giolittiana del liberalismo, dell'umanitarismo, dei diritti
dell'uomo.
l'opposizione a Giolitti, infatti, andava dai nazionalisti ai sindacalisti rivoluzionari, agli anarchici.
le elezioni del 1913
Alle elezioni politiche del 1913, sui 304 deputati liberali eletti, 228 avevano aderito al patto
Gentiloni, cioè al l'accordo stipulato con Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865- 1916), presidente
dell'unione elettorale cattolica, un'organizzazione finalizzata a coordinare l'atteggiamento dei
cattolici in vista delle elezioni. Gentiloni aveva offerto il voto dei cattolici- per frenare l'ascesa dei
socialisti- a quei candidati che si fossero impegnati a salvaguardare In Parlamento le posizioni
della Chiesa in materia di istruzione e di diritti civili.
il risultato parlava chiaro: Giolitti era riuscito a conservare una cospicua maggioranza, ma questa
consistenza numerica non corrispondeva un'apprezzabile compattezza interna. la diversità di
orientamento politico tra i cittadini eletti con i voti cattolici e gli altri favorevoli alla prosecuzione
del rapporto con i riformisti era netta, e tra gli stessi deputati liberali cominciavano comunque a
fare breccia le suggestioni autoritarie del nazionalismo.
svanivano così i termini politici del compromesso giolittiano, tanto che le dimensioni rassegnate
da Giolitti il 10 Marzo 1914 furono l'epilogo scontato di questa situazione. il nuovo capo del
governo, il liberale di destra Antonio Salandra(1853- 1931), ottenne l'investitura parlamentare nel
Marzo del 1914.

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