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STORIA DELLA SOCIOLOGIA

Da dove nasce?

Dallo sviluppo della società industriale


Dall’illuminismo→ deificazione della ragione→ uomo centro del mondo. Immerso nel suo esistere.

Gravita di conseguenze storiche

Illuminismo= “L’uscita dell’uomo dal suo stato di minorità”-Kant.


ROUSSEAU= Teorico della società civile che iniza ad emergere nella vita storica dei paesi.
Società a lui contemporanea→FALLIMENTARE
I filosofi moralo vedevano tutto il fatto che l’uomo viveva insieme agli altri perché l’uomo per Rousseau ha
perso la sua individualità e vuole affermare la sua proprietà “questo luogo è mio”
➔ Proprietà Privata.
Per Rousseau la società moderna era destinata alla crisi perenne poiché perversa , corrotta etc.
Rousseau prende come esempio uno stato idilliaco in cui l’uomo vive con altre persone essendo quel che è senza
forzamenti da parte della società.
Uomo= Libero, senza fardelli dovuti alla vita umana.
Rousseau vorrebbe riformare le istituzioni
Democrazia= unica che garantisce la libertà ma è la più complessa. Garantisce lo sviluppo della sociologia.
Montesquie= diritto → relativo alla legge ma dove la legge possa essere adeguata al tipo di società in cui è stata
ideata.
Oscurantismo: dovuto al fatto che l’uomo non era espressione della propria esperienza ma dipendeva da forze etiche.

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ROUSSEAU
Il tema dell’uguaglianza intesa anche in termini economici:
Rousseau vide nella proprietà privata l’origine di ogni ingiustizia e quindi l’elemento su cui bisognava agire per la
trasformazione razionale dell’assetto sociale stabilito.
“Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: Questo è mio, e trovò persone cosìm ingenue da credergli,
fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre,assassinii,miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere
umano colui che si fosse ribellato a quell’uomo. Da quando poi ci si rese conto che era utile a uno solo avere provviste
per due, l’uguaglianza scomparve, s’introdusse la proprietà privata.” [Ibidem, 140]
Gli uomini aumentando di numero, hanno sentito la necessità di procurarsi il necessario per sopravvivere.
Quando alcuni uomini riuscirono ad accaparrarsi più beni di altri e li trasmisero ai loro discendenti creando così
l’istituzione dell’eredità. Questo portò il mondo a dividersi in poveri e ricchi, padroni e servi.
Lo stesso potere politico costituito sorse in funzione degli interessi dei ricchi, per proteggere la proprietà privata.
È probabile che a influenzare queste idee siano state le stesse esperienze personali di Rousseau,
che si trovò, come figlio di poveri artigiani, a vivere sempre in difficoltà economiche, sotto la protezione di alcuni
ricchi. Egli fu un Apolide sia a livello pratico che a livello emotivo.
Proprietà privata= nel cui istituirsi vede le stesse origini della società civile, e giunge a contrapporre allo stato di
natura la stessa socialità. La società sarebbe la causa della corruzione dell'uomo.
Egli si serve dell’idea dello stato di natura come di uno strumento critico nei confronti dell’ordine stabilito. Lo stato di
natura viene così a essere solo uno schema di riferimento ideale e razionale al cui confronto le istituzioni sociali
esistenti dimostrano la loro irrazionalità.
Rousseau considera in particolare, per usare un termine della sociologia dei nostri giorni, l'«eterodirezione»
[Riesman 1950] dell'individuo nella società: la sua continua dipendenza dagli altri e quindi la sua mancanza di libertà.
«Il selvaggio vive in se stesso; l'uomo socievole, sempre fuori di se stesso, non sa vivere che nell'opinione degli altri
ed è per così dire unicamente dal loro giudizio che deriva il sentimento della sua esistenza» [Rousseau 1968, 162].
Nella società, ancora, l'uomo è artificiale: rapporti tra individui creano una situazione fittizia e convenzionale che
allontana l'uomo dalla sua condizione «naturale».
La società non offre che: «un insieme di uomini artificiali e di passioni fittizie che sono il risultato di natura›
[ibidem, 161).
Rousseau denuncia il carattere costruttivo delle istituzioni sociali, politiche, economiche esistenti indicando la loro
forma in atto e le modalità per il loro superamento.
Il potere politico è una forza che annienta gli individui riducendoli totalmente a sé.
Nella tirannia:
«tutti gli individui ridivengono uguali perché non sono niente, e non avendo i sudditi altra legge che la volontà del
padrone e il padrone altra regola che le sue passioni, la nozione di bene e i principi della giustizia svaniscono»
[ibidem, 160].
Nella critica alla tirannia i termini della polemica di Rousseau ricordano quelli di Montesquieu.
Cit. Rinzivillo Guglielmo: Finché non risolveremo problemi di disgregazione sociale come la fame nel mondo,
saremmo e siamo una società corrotta e corruttibile.

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Il vero intento dell'autore in questione è quello di individuare i criteri sui quali fondare una società che non si basi
sulla proprietà privata, e pertanto sull' ineguaglianza e sulla tirannia.
Il contratto sociale ha proprio questo compito.
Mentre per Hobbes il contratto sociale ha lo scopo di portare gli uomini a sottomettersi a un potere esterno per ovviare
agli inconvenienti che derivano dalla loro naturale tendenza alla guerra continua,
per Rousseau la natura umana non è affatto bellicosa in sé; la guerra sorge in seguito all'ineguaglianza, che è il
risultato della società anziché essere nella natura.
Il contratto sociale non condurrà dunque affatto gli uomini a una condizione artificiale e convenzionale,
ma restituirà gli uomini al loro stato naturale, alla libertà e all'uguaglianza.
→ Dunque non siamo più subordinati a qualcuno o qualcosa ma faremo e penseremo in maniera autonoma non
dipendendo più dalla società o dagli altri.. Liberi di pensare da soli con la nostra facoltà razionale.
La società fondata sul contratto, è diversa e superiore non solo a quella fondata sull'ineguaglianza e anche allo «stato
di natura».
«Il passaggio dallo stato di natura allo stato civile produce nell'uomo un cambiamento molto notevole, sostituendo
nella sua condotta la giustizia all'istinto e dando alle sue azioni la moralità che a esse prima mancava»
[Rousseau 1971, 29].
La possibilità di costituire una società razionale è presente nell’uomo.
Tale liberazione deve aver luogo attraverso il
contratto sociale: integra l'uomo in una nuova società
In essa si supera la «società civile»:
quella società in cui «ciò che unisce gli uomini non è la loro "umanità" cioè un vincolo "collaborativo' associativo, ma
è il fatto che ciascuno fa dell'altro il "mezzo" e lo strumento per la soddisfazione del proprio interesse» [ibidem].

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SAINT-SIMON
Positivismo e socialismo.
Claude Henri de Saint-Simon (1760-1825), nelle cui idee si ritrovano sia presupposti fondamentali della filosofia
positiva della sociologia di Comte, sia il rifiuto della e rivoluzione, sia le basi di una concezione socialista.
Parigino, si dichiara favorevole alla rivoluzione dell'89 e rinuncia spontaneamente al titolo nobiliare.
In seguito Saint-Simon si dichiara favorevole alla Restaurazione.
La società da Saint-Simon è concepita come un'unità organica, individui non sono che parti.
“La società è soprattutto una vera e propria macchina organizzata, tutte le parti della quale contribuiscono in modo
diverso al movimento dell'insieme. L'unione degli uomini costituisce un vero e proprio ESSERE, la cui esistenza è più
o meno solida o vacillante a seconda che i suoi organismi assolvano regolarmente le funzioni che sono loro affidate”
[Saint-Simon 1966,. V, 176-177].
Saint-Simon sostiene che tale essere sociale, concepito come organismo,
può essere studiato secondo i principi della scienza.
Così come esiste una scienza che studia l'organismo individuale, esistere pure una scienza che studia la società cioè la
fisiologia, denominata «fisiologia sociale».
Essa mette in guardia contro le perturbazioni improvvise e violente che si possono verificare nella società.
“In ogni macchina la perfezione dei risultati dipende dal mantenimento dell'armonia primitiva stabilita tra tutti gli
ingranaggi che la compongono; ciascuno di essi deve fornire necessariamente il suo contingente di azione e
reazione.”
Scienza positiva= deve basarsi su fatti osservati.
Egli ricerca non la ricostruzione di un ordine caratteristico di epoche passate,
ma un nuovo ordine, fondato sull’osservazione scientifica.
I fondamenti positivistici del pensiero di Saint-Simon indicano la via per la ricostruzione di una nuova società
organica. Egli sostiene che la crisi della società in cui egli vive dipende dal passaggio dalla vecchia società teologica e
feudale la cui cultura, cioè, è prevalentemente teologica e il cui sistema politico ed economico è organizzato
feudalmente - alla società scientifica e industriale.
In essa alla conoscenza teologica o metafisica Si sostituisce la conoscenza scientifica,
l'organizzazione della società non è più in funzione di attività militari, ma in funzione di attività produttive, industriali.
“La crisi nella quale il corpo politico si trova da trent'anni ha come causa fondamentale il mutamento il totale del
sistema sociale, che tende ad attuarsi oggi nelle nazioni più civilizzate. “ [ibidem, III, 2].
Questa crisi consiste essenzialmente nel passaggio dal sistema feudale e teologico industriale scientifico.
Le categorie improduttive devono scomparire; devono essere aboliti i parassiti, e la società deve essere fondata sul
lavoro produttivo. Avrà così fine lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo stesso.
Anche coloro che detengono il potere politico sono improduttivi,
mentre l'unico potere legittimo e giustificabile è il potere economico.
“Il sistema industriale e del commercio e un nuovo potere spirituale affidato ai sapienti positivi deve oggi sostituire il
regime feudale e il genere umano.” [Saint-Simon 1966,parte II, 143].
Il potere politico va dunque eliminato.
Con il superamento del potere politico e militare e la e sua trasformazione in potere economico,
la società sarà organizzata pacificamente, sulla base di princìpi verificati scientificamente e in funzione del lavoro e
della prosperità di tutti. Tutte le energie dell'uomo saranno dedicate allo sviluppo scientifico e industriale.
Saint-Simon esprime quest'idea servendosi pure dell'espressione «politica scientifica», che si distingue nettamente
dalla «politica metafisica, fondata su supposizioni astratte le quali non sono che una sfumatura della teologia»
[Saint-Simon 1966, III, parte I, 20].
Questa politica scientifica per governare non dovrà
«impiegare altro mezzo che quello della dimostrazione» [ibidem, 131].

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L'attuazione della prosperità di tutti nella nuova società scientifica e industriale si imbatte in una senza in essa grave
difficoltà pratica, costituita dalla presenza del proletariato,
che Saint-Simon considera parte di una non meglio definita «classe industriale».
I lavoratori manuali, i «manovali» nel periodo pre-rivoluzionario non si sentivano isolati in quanto nella lotta contro il
potere costituito essi avevano con sé le forze della nascente borghesia.
Nell'assetto della Francia post-rivoluzionaria, tuttavia, in cui:
«essi si vedono abbandonati da tutto ciò che di potente vi era nella loro classe, provano necessariamente un
risentimento contro l'andamento politico in atto» [ibidem, VI, 447].
Per assicurare al proletariato lavoro e prosperità Saint-Simon crede sia sufficiente abolire le attività non produttive e
quindi le spese improduttive.
Tra queste «il mantenimento dell'esercito è senza dubbio la spesa più considerevole» [ibidem].
Le affermazioni dell'autore indicano che la costruzione della nuova società non è concepibile senza un mutamento
nella struttura economica.
Tale mutamento si rende necessario anche per la realizzazione dell'ideale cristiano della fratellanza universale.
Tale fratellanza può essere raggiunta solo tramite il miglioramento delle condizioni economiche della classe
«più numerosa e più povera».

Il «principio rigenerato» della fratellanza «si presenterà in questa maniera:


<< La religione deve dirigere la società verso il grande scopo del miglioramento più rapido possibile delle
condizioni della classe più povera >> [Saint-Simon 1968,12]. È questo il compito del “nuovo
cristianesimo”: dirigere la società verso un rapido miglioramento di questa classe sociale.

• Marx ed Engels:
- Apprezzarono l'esigenza di Saint- Simon di bandire gli oziosi dalla società e di difendere il proletariato

- Non ritenerono possibile il raggiungimento del “socialismo scientifico” in quanto l'industria,


fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, non era abbastanza sviluppata per permettere
l'individuazione delle contraddizioni che avrebbero portato al suo superamento.

- Secondo loro, Saint-Simon credeva che fosse compito della “ragione pensante” di eliminare le ingiustizie
sociali.

• Durkheim:
- E’ interessato a Saint-Simon per essere stato il fondatore della sociologia positivista e del socialismo
moderno, ricercandone la matrice comune.

- Critica il non aver compreso che sociologia e socialismo non avrebbero mai potuto coincidere perché la
sociologia ha finalità conoscitive e scientifiche, il socialismo ha finalità pratiche di intervento per la
trasformazione della struttura economica.

-ritiene molto grave il non aver colto i fondamenti religiosi di ogni società e quindi la secondarietà
dell'organizzazione economica.

La sociologia nasce e viene condizionata dalla condizione per cui la società trova in sé,
per mezzo dell'organizzazione economica, una realtà non riducibile all'ordine politico.

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COMTE
LA LEGGE DEI TRE STADI
August Comte nacque a Parigi nel 1798 e morì nel 1857. Nonostante venisse da una famiglia cattolica e
monarchica egli si ribellò definendosi repubblicano e libero pensatore.
Fu segretario e allievo di Saint-Simon.
Egli, come Saint-Simon, era convinto che tutte le scienze dovessero avere alla base princìpi comuni e una
comune metodologia, egli studiò a fondo diverse discipline scientifiche. Egli giunse alla formulazione della:
<< Legge dei tre Stadi >> alla cui Comte dice di esser arrivato tramite lo studio empirico.
La conoscenza umana passa per tre diversi stadi.
1. Stadio teologico, in cui la realtà è spiegata in termini teologici ossia ricorrendo a forze che
trascendono il mondo dei fenomeni e lo dominano dall’esterno. Qui si possono riscontrare tre diverse
fasi:
a. Feticista = ogni oggetto è inanimato.
b. Politesita = il pensiero raggruppa gli oggetti sulla base di somiglianze e generalizzazioni
→ Da qui si comprende l'origine del pensiero positivo in quanto anche la scienza procede
per generalizzazioni.
c. Monoteistica = a seconda che si consideri ogni singolo oggetto dotato di potere spirituale
autonomo o si ricorra a una pluralità di divinità in rapporto ai diversi ambiti della realtà
umana o a un unico Dio.
Fondamentale per la conoscenza umana è stato il passaggio dal feticismo al politeismo perché sancisce
l'inizio della capacità di astrazione.

2. Stadio metafisico, in cui prevalgono tratti presenti nello stadio precedente, mentre altre volte vi si
possono individuare già i tratti dello stadio a venire, la realtà è spiegata invece facendo ricorso a
princìpi astratti, soggettivi, a facoltà del soggetto, alle regole del pensiero che si crede diano ordine e
significato alla realtà.
3. Stadio positivo, in cui tutto è spiegato attenendosi alla rilevazione empirica della realtà e alle leggi
scientifiche che da tale rilevazione si possono trarre.

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CRITICA ALLO STADIO METAFISICO

Comte afferma che quando si introduce il principio per cui la verità dipende dal soggetto anziché da una
realtà che si impone dall’esterno come oggettiva e quindi insindacabile, si cade necessariamente nel
disordine , nel caos, nell’anarchia intellettuale e morale, da cui deriva anche il disordine sociale e politico e
va dunque superato lo spirito di assoluta libertà che domina la “dottrina critica” illuminista sulla quale non è
possibile pensare a qualcosa di concreto o costruttivo, ma conduce all'eterno dubbio.
Il cattolicesimo aveva capito che senza certezze non è possibile costruire una società, ma non avendo
certezze scientifiche doveva limitarsi ad affermare un principio.
Comte crede che questo problema possa risolversi nella sua epoca poiché la scienza avrebbe raggiunto
certezze, fondate sull'osservazione dei fatti, regolarità e generalizzazioni, sulle quali fondare una nuova
società dopo il periodo di crisi.

“La vera libertà consiste in una sottomissione razionale alla sola supremazia delle leggi fondamentali della
natura, al riparo da ogni arbitrario potere personale.
La politica metafisica ha inutilmente tentato di consacrare il suo dominio onorando con il nome di “legge”
qualsiasi decisione così spesso irrazionale e disordinata, delle assemblee sovrane qualunque fosse la loro
composizione; decisioni d'altronde concepite, per una finzione fondamentale che non può cambiare la loro
natura, come fedele manifestazione di volontà popolare. Ma tutto questo culto metafisico non potrebbe oggi
veramente dissimulare la tendenza che caratterizza ogni filosofia non positiva [...].
Soltanto la politica positiva potrà, stabilendo veri princìpi sociali, impedire infine questo deplorevole
sviamento, e sostituire sempre più il dominio delle convinzioni reali a quello delle volontà arbitrarie
[ibidem, 148-149].

Nello stadio positivo la scienza restituirà all'uomo l'ordine intellettuale, quello nella società e nelle sue
istituzioni grazie alla “politica positiva”.

Il caos e l'anarchia dipendono dal fatto che i problemi sociali non sono stati studiati e compresi per mezzo
della filosofia positiva, mentre il vecchio ordine teologico non può essere ristabilito.
Non tutti i settori della conoscenza umana giungono allo stadio positivo con la stessa facilità/rapidità in
quanto ce ne sono dai più semplici ai più complessi.
Società= La realtà più complessa che giungerà allo stadio positivo per mezzo dei metodi scientifici
nell'ultima fase dello sviluppo delle potenzialità conoscitive dell'uomo.
Portando a sorgere → “Fisica sociale”/ “Sociologia”.

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DINAMICA STATICA E SOCIALE

Comte distingue la “Dinamica Sociale” e la “Statica Sociale”.

Dinamica Sociale= studia la società umana nelle sue trasformazioni. La legge dei tre stadi è qui
l’espressione fondamentale.
Statica Sociale= studia gli elementi presenti in ogni società e destinati a rimanere immutati nei fondamenti e
nei tratti essenziali nonostante i mutamenti storici.

E’ immutabile, per Comte, la superiorità della società rispetto all’individuo.


Il problema principale è infatti il problema dell’ordine intellettuale e sociale che porta dunque Comte ad
essere contrario ad ogni principio individualistico.

Per Comte:
la famiglia costituisce l’unità fondamentale di qualsiasi società poiché in essa consiste la vera unità sociale.
La famiglia come unità fondamentale di tutte le società.
Ha subito delle mutazioni nel corso della storia, è diversa in base alle società ma ci sono dei tratti che in essa
sono immutati:
la superiorità dell'uomo sulla donna e dei genitori sui figli → subordinazione dei sessi e delle età.
La famiglia è un'istituzione naturale che sopravvive nonostante i gravi colpi che riceve, sintomo della
disorganizzazione sociale.
Per superare questa crisi è necessario riconoscere scientificamente la famiglia come istituzione naturale,
non fondata sulla fede religiosa.

La teoria sociologica della famiglia può esser ridotta all’esame razionale di due ordini fondamentali di
relazioni necessarie:

di subordinazione dei sessi (istituisce la famiglia) e di quella dell’età (mantiene la famiglia).

La Famiglia, intesa come istituzione naturale, riceve “gravi colpi”


che per poter superare dovrà esser riconosciuta scientificamente
come istituzione naturale e non fondata sulla fede religiosa.
Dovuti alla
disorganizzazione sociale.
Anche la cooperazione comporta una gerarchia e la divisione del lavoro.
Quando la società si fa più complessa, tale divisione del lavoro tende ad aumentare.

La divisione del lavoro comporta l’organizzazione gerarchica della società, a seconda delle loro inclinazioni
naturali e dell’educazione ricevuta, a occupare posizioni di comando mentre la maggioranza è subordinata a
questa élite.

➔ Questo non dovrebbe comportare conflitti sociali poiché ognuno avverte la necessità naturale
dell’organizzazione sociale gerarchica e accetta la sua posizione.

Gli uomini, per Comte, nella loro maggioranza, non hanno capacità intellettuale sufficienti per cogliere la
funzione della loro attività nella complessità della società, limitandosi a realizzarsi nell’ambito familiare.

SUPERIORITA’: della società sull’individuo,


dell’integrazione affettiva del singolo nell’ordine sociale a qualsiasi impulso di ribellione individuale,
degli uomini sulle Donne → inadatte ad ogni governo, anche domestico per la poca razionalità e per la
facile irritabilità dovuta ad un carattere imperfetto.

Si ha bisogno quindi di un’autorità che domini sulle masse poiché queste lasciano che l’emotività prevalga
sulla razionalità. Autorità intesa come un’élite intellettuale.

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Comte è consapevole della necessità del progresso.

“Nessun ordine reale può più instaurarsi e durare se non è pienamente compatibile col progresso; nessun
grande progresso potrebbe compiersi se non tendesse alla fine all’evidente consolidamento dell’ordine.”

L’ordine nella società positivistica deve garantire il progresso e renderlo possibile.

Progresso= sviluppo graduale dell’ordine e l’ordine si manifesta nel progresso.


Segna il superamento dell’attività militare verso un’organizzazione esclusivamente industriale della società.

L’individuazione delle leggi che governano la società e la sua organizzazione scientifica sono il grande
problema da affrontare risolvibile in un modo:

- Permettendo agli scienziati sociali di governare in quanto sono coloro che conoscono meglio la
società e le sue leggi positive, statiche e dinamiche. Possono governare affinché l’ordine sociale
venga ristabilito e venga garantito il progresso.

LA RELIGIONE POSITIVA

Comte sostiene che l'uomo non abbia bisogno solo di certezze scientifiche perchè le esigenze affettive sono
più forti di quelle intellettuali e dunque non è possibile bandire la religione dalla società;

afferma che la società necessita di una religione positiva che abbia come compito quello di tenere uniti gli
individui della società attraverso la condivisione di valori comuni, non la venerazione di un'entità.

La religione deve garantire la disciplina ed è intesa come consenso: un'unione naturale presente anche nel
regno animale e organico.

Comte cerca di individuare nella religione la soluzione del problema del proletariato e la risposta lo
distingue nettamente da Saint-Simon: il moderno proletariato risolve i suoi problemi riconoscendosi come
parte essenziale della società, intesa come unità morale, e dunque si sente legato ed essa da un
legame affettivo.

→Si contrappone il cane domestico [ proletariato ] al leone in gabbia [ schiavo ];


il cane domestico viene diretto continuamente nelle sue manifestazioni affettive non appena può subordinare
le sue tendenze egoistiche ai suoi istinti simpatetici.
Il leone vive in una condizione di rassegnazione passiva e per lui non esiste l'unità morale,
egli vive fluttuando tra una lotta impotente ed un ignobile torpore.
Sia il proletariato che lo schiavo conducono la stessa esistenza personale,
il proletariato grazie alla sua libertà è capace di una vera unità morale mentre
lo schiavo non può vivere realmente per gli altri essendo la loro attività sempre forzata.

Comte contrappone il sentimento della disciplina esteriore a una vera disciplina affettiva; quest'ultima deve
essere sempre libera per poter diventare efficace.
Fondamentale per le teorie marxiste future è l'idea secondo cui nessuna società può prescindere da un certo
grado di integrazione morale, di principi e di valori comuni. Le idee rivoluzionarie sono un pericolo per
l'integrazione e solo la religione può risolvere questa crisi.
Duplice influenza che Comte subisce dal suo tempo:

1. Restaurazione: ristabilire l'ordine sociale


2. Convinzione che non si può tornare indietro e che l'ordine va ricostruito attraverso il progresso
scientifico, tratto distintivo del periodo in cui Comte vive.

Comte cerca di ristabilire l'ordine sociale per mezzo del progresso scientifico.

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HERBERT SPENCER
INGHILTERRA, 1820-1903.

L’Inghilterra era il paese più industrializzato.


In Inghilterra non vi erano caste chiuse, e tutti i cittadini, sul piano giuridico-formale,
si trovavano in una condizione di uguaglianza.
Il potere economico e politico costituito cercò di risolvere alcuni problemi per via pacifica:
riuscirono ad abolire il protezionismo che favoriva economicamente l’aristocrazia agraria.
PROGRESSO ECONOMICO= libertà individuale rispetto a interventi statali nei confronti di specifiche
categorie.
IDEOLOGIA BORGHESE INGLESE= i problemi andavano risolti per evoluzioni graduale e non per
rivoluzione.
Herbert Spencer era fedele a quell’ideologia borghese. Importante esponente dell’evoluzionismo
britannico.
Intellettualmente influenzato da:
1. Saint- Simon (positivista francese).
2. Comte.
3. Evoluzionismo britannico e liberismo economico.
La società per Spencer era come un organismo o una realtà superorganica la cui natura e le cui funzioni
sono quelle di un organismo. E’ un insieme di parti ben integrate che contribuiscono con la loro attività al
mantenimento e all’evoluzione dell’insieme.
I rapporti tra le singole parti sono meno evidenti nell’organismo sociale poiché in esso i diversi organi
appaiono nella loro specificità solo attraverso le loro funzioni.
Queste funzioni differenziano i diversi organi mentre per quanto riguarda l’organismo biologico la sua
struttura è individuabile anche al di là delle funzioni dei singoli organi.
Infatti un organismo animale costituisce un insieme concreto le cui parti sono fisicamente unite le une alle
altre.
LA LEGGE DELL’EVOLUZIONE
Questa legge è universale per Spencer: riguarda il mondo inorganico, organico, animale, superorganico e
sociale. Si tratta del passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo, dall’indifferenziato al differenziato e
dall’incoerente al coerente. Ogni organo svolge una funzione diversa in un insieme.
Questa differenziazione costituisce l’evoluzione.
SOCIETA’= finché essa è rudimentale ogni organo soddisfa i suoi bisogni.

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SOCIETA’ MILITARE E INDUSTRIALE
La divisione del lavoro, comporta sempre maggior specializzazione delle funzioni, e ciò comporta sempre
un maggiore individualismo e una maggiore libertà.
La società industriale, può essere basata sulla libera concorrenza che rappresenta un
superamento della società militare, che è invece fondata sulla sua similarità delle funzioni, come quelle
guerriere.
Essa non si limita a reprimere ma impone.
Quando prevalgono le funzioni militari, tutta la società è regolata in modo coercitivo in ogni suo settore
anche non strettamente militare.
Dunque di questa idea del passaggio (che si adatta al principio del liberalismo economico)
dall’assetto militare a quello industriale, egli ne dà un’interpretazione.
Entrambi, Darwin e Spencer, risentivano della situazione politica economica e culturale dell’epoca.
Spencer collega la sua idea del passaggio, della società militare alla società industriale,
con quella della sopravvivenza del più forte.
L’evoluzionismo di Spencer, è legato al principio del laissez-faire (lasciare stare=liberalismo economico).
Nonostante la sua apologia (discorso a difesa, esempio dell’apologia di Socrate) della società industriale,
l’autore non ignora le pessime condizioni in cui vivono gli operai, nella sua società, che al tempo era la più
industrializzata del mondo (Inghilterra vittoriana).
Ma nonostante ciò, conclude col rifugiarsi nell’idea dell’inevitabilità, che tocca qualsiasi società,
ossia il sacrificio dei meno idonei.
CRITICHE: Gli venne mossa una critica di carattere storico, ossia che, la speranza o la convinzione, del
passaggio dalla società militare alla società industriale, non ha, almeno finora, trovato conferma negli
sviluppi di quest’ultima. Basta dare un rapido sguardo al nostro secolo, per vedere nell’industrializzazione,
un incremento della belligeranza (stato di guerra) nel mondo.

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EMILE DURKHEIM (1858-1917, Francia)

Egli si identifica con la Terza Repubblica che viene a formarsi dopo la guerra con la Prussia 1870 e disordini interni
che sfociarono nella Comune di Parigi 1871.
Egli visse la giovinezza in una Francia appena uscita da una guerra persa e ciò portò alla nascita, alla crescita, di
sentimenti nazionalistici di rivincita che egli condivideva pienamente.
Terza Repubblica= democratica, laica, anticlericale aveva il compito di ristabilire un nuovo ordine politico e di
rinforzare l’economia della nazione sulla base dei princìpi borghesi.
→Voleva imporsi sui tentativi monarchici di restaurazione e su quelli rivoluzionari della Comune di Parigi.
ORDINE= Problema centrale della sociologia durkheimiana.
Collegamento con la tradizione del positivismo Comtiano → doveva ristabilire l’ordine messo in crisi dalla Grande
Rivoluzione Francese.
Durkheim fa lo stesso in relazione ai problemi internazionali e i disordini interni, ai conflitti di classe nella Francia di
fine secolo scorso.
COMTE E DURKHEIM SI OPPONGONO ALL’INDIVIDUALISMO
COMTE E DURKHEIM vedevano nella SOLIDARIETÀ SOCIALE un valore superiore a quello del singolo e a cui il
singolo doveva sottostare.
Durkheim critica l’economia politica per aver creduto che l’unica realtà sia l’individuo.
“Non vi è nulla di reale” (nelle società tranne l’individuo) → pensiero ECONOMISTI CLASSICI
Durkheim riconosce a Comte di aver riconosciuto la società come una realtà sui generis che non può esser ridotta alla
somma degli individui che la compongono.
Durkheim dice anche però che: “La società non esiste. Esistono delle società”.
Inoltre Durkheim critica Comte anche di sottovalutare la sociologia dicendo che la sociologia è molto più una
meditazione filosofica sulla società umana in generale che uno studio specifico degli esseri sociali.

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• DIVISIONE DEL LAVORO E SOLIDARIETÀ
Compito della Terza Repubblica= stabilire un ordine sociale sulla base dei princìpi dell’economia borghese.
L’ordine impone agli individui limiti che il sistema economico borghese coerentemente non potrebbe che
rifiutare ( essendo basato sulla libera concorrenza e sul non intervento dello stato nelle attività economiche
dei singoli).
Durkheim cerca di dimostrare come i contratti su cui essa si basa nell'economia borghese, concorrenziale e
individualistica, presuppongono un elemento riducibile all’individualismo.
Questo elemento è definito dall'autore qui discusso con il termine solidarietà.
Essa è a fondamento di ogni società, anche di quella basata sulla concorrenza e sul contratto; anzi, in
quest'ultimo caso abbiamo una forma di solidarietà più evoluta e superiore rispetto a quella precedente.
Durkheim distingue, infatti, tra solidarietà meccanica e solidarietà organica.
La prima, è caratteristica delle società semplici, in cui non si ha che in minima misura la divisione del
lavoro. Essa è fondata sull'identità delle funzioni delle sue parti p suoi individui e sul prevalere quasi totale
della «coscienza collettiva» sulla coscienza individuale.
La solidarietà che deriva dalle somiglianze è al suo maximum quando la coscienza collettiva ricopre
esattamente la nostra coscienza totale, e coincide punto per punto con essa: ma in quel momento la nostra
individualità è scomparsa [Durkheim 1971a, 144].
All’aumento della densità della popolazione corrisponde la
DENSITÀ MORALE. —> la maggiore vicinanza fisica porta più possibilità di interazione.
“I progressi della divisione del lavoro sono direttamente proporzionali alla densità morale o dinamica della società “.
Nella solidarietà organica vi sono senza dubbio più possibilità di sviluppare la propria individualità, di differenziarsi.
Come in un organismo, tuttavia, le varie parti, O organi, pur differenziati, contribuiscono tutti all'unità dell'insieme.
Si può quindi ancora parlare di solidarietà, ma questo secondo genere di solidarietà
«si sviluppa a misura che si rafforza la personalità individuale» [ibidem, 233].
Alla solidarietà meccanica corrisponde il diritto penale con carattere di espiazione, a quella organica corrisponde il
diritto restitutivo, che vuole ristabilire lo stato precedente alla violazione giuridica;
ma un corpo di regole giuridiche e morali è comunque necessario a ogni società e la dipendenza dell'individuo dalla
società, con gli obblighi morali che ciò comporta, non viene meno in seguito alla divisione del lavoro e al maggiore
individualismo.
Per Durkheim la società non può non avere un fondamento morale la cui natura essenziali
(non colta da Spencer) rimane pur sempre la moralità e l’altruismo.
Eppure la nuova moralità, propria della società a solidarietà organica, fondata sulla differenziazione, sulla divisione
del lavoro, non ha ancora avuto tutto il tempo per svilupparsi a sufficienza.
Durkheim espone a questo punto per la prima volta la sua teoria dell'«anomia» (mancanza di norme) affermando che
la divisione del lavoro produce da sé un sistema che si autoregola in quanto nella continuità delle diverse funzioni i
vari organi creano «uno stato di dipendenza reciproca>>.
Gli uomini non possono svolgere le loro funzioni se non nell'ambito di una regolamentazione sistematica o di una
«solidarietà».

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Lo sviluppo dell'industria, tuttavia, è stato troppo rapido e non ha ancora potuto creare un sistema di regole a esso
adeguato.
Ciò comporta una situazione anormale, caotica, «anarchica», «anomica» nei rapporti tra capitale e lavoro.
L'operaio isolato nella specializzazione del suo lavoro si riduce al ruolo di una macchina.
La specializzazione può produrre effetti altrettanto negativi nell'ambito del lavoro scientifico in quanto esiste il
pericolo che con essa lo scienziato si rinchiuda sempre più estraniandosi così dai problemi sociali più generali e
perdendo il senso della propria attività.
Anche se, per quanto riguarda gli operai, Durkheim afferma che ciò dipende dal fatto che
«gli interessi in conflitto non hanno ancora avuto il tempo di equilibrarsi» [ibidem, 362].
Per Marx l’alienazione si supera solo tramite l'eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, mentre
per Durkheim la divisione del lavoro, intesa anche come divisione tra proprietà e lavoro, va mantenuta.
E’ solo necessario instaurare un sistema di regole e adeguati rapporti tra individui che esercitano funzioni diverse, così
che essi non si sentano separati nel loro lavoro e ne il colgano il significato nei confronti della collettività.
Durkheim ricerca un sistema di regole adeguate alla situazione in atto il quale possa dunque superare la divisione
anomica del lavoro. Queste regole devono avere autorità morale su di essi e una forza vincolante.
Durkheim afferma che solo le corporazioni o i gruppi professionali possono, nella società in cui vi sia un alto grado
gruppi professionali di divisione del lavoro, istituire le norme che regolano i rapporti.
Eppure le regole possono anche esserci e non essere giuste. In altri termini, la divisione della società in caste e classi
può essere coercitiva e pertanto iniqua.
Egli afferma che la divisione del lavoro nella sua società si fa coercitiva, ma risolve questo problema affermando che
non vi sarebbe più coercizione se - singoli individui esercitassero funzioni, superiori o inferiori le une alle altre,
che fossero adatte alle loro inclinazioni individuali. La divisione coercitiva si può verificare in quanto l'evoluzione
interna alla società dà la facoltà alle classi inferiori di diventare più simili a quelle superiori dal momento che le loro
condizioni migliorano.
A questo punto gli individui più dotati non accettano più lo stato di cose in atto.
Scrive Durkheim:
Se l'istituzione delle classi e delle caste dà origine talvolta a dolorosi dissensi invece di produrre solidarietà, ciò
accade perché la distribuzione delle funzioni sociali sulla quale riposa non corrisponde, o meglio non corrisponde
più, alla distribuzione dei talenti naturali [ibidem, 366].

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Lezione 28-10-2020 (vedi prima quad)

Azione sociale= agire condizionato da varianti strutturali dal rapporto tra la relazione espressiva e strumentale (più
indirizzata verso i fini ossia: ordine)
SISTEMA AGIL

Azione sociale= agire condizionato da varianti


strutturali dal rapporto tra la relazione
espressiva e strumentale (più indirizzata verso i
fini ossia: ordine)

Sociologia= scienza probabilistica no scienza esatta. Riduciamo la complessità.

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MERTON

(dice Merton in teoria e struttura sociale)


Nello struttural-funzionalismo, molte tematiche che riguardano le disfunzioni del sistema non vengono approfondite.
Merton è l’autore che inizia a sviluppare un’attenzione nei confronti di ciò che è parzialmente evidente e ciò che
strutturalmente riguarda le prese di posizioni che riguardano le caratteristiche empiriche dell’agire sociale.
Lo struttural-funzionalismo giustifica la persistenza di alcune azioni.
Con Talcott Parsons e Robert K. Merton, il funzionalismo diventa la prospettiva teorica dominante nella sociologia
americana del secondo dopoguerra. Merton sostiene che l'idea centrale del funzionalismo sia quella di interpretare i
dati attraverso le loro conseguenze sulle strutture più grandi in cui sono implicati.
Come Durkheim e Parsons egli analizza la società per vedere se le strutture culturali e sociali sono ben integrate
oppure no. Merton inoltre è interessato a capire per quale motivo le società persistono e cerca le funzioni e gli
elementi che facilitano l'adattamento di un dato sistema sociale ed i valori condivisi che hanno gli elementi nel sistema
(funzioni manifeste o latenti).
La funzione, dice Merton, è di carattere religioso, matematico (y in funzione di x) e biologico,
ovvero il funzionamento dell’organismo che viene indicata come il cambiamento concomitante ad un sistema sociale.
Quest’ultima specificità di funzione viene presa dal funzionalismo.
Nel modello AGIL, Parsons vedeva quattro sottosistemi che interagivano tra di loro e concorrono al mantenimento del
sistema economico, politico, sociale e culturale.
Merton ha una visione diversa del funzionalismo, perché pur organizzando il discorso attorno al senso biologico della
funzione, egli crede che le azioni sociali abbiano dei risultati che sono anomali.
L’azione umana non dà sempre un risultato evidente.
Questo pensiero di Merton vuole vedere la distinzione tra funzioni manifeste e latenti: il comportamento dell’uomo è
stabiliti in un interazioni di parte che prende avvio da azioni manifeste.
C’è però un momento dove il comportamento è inatteso, che non è realmente desiderato dall’uomo ma che in qualche
modo accade ugualmente.
La funzione latente non la vediamo, ma in realtà determina il comportamento.
Questa distinzione ricorda la distinzione di Pareto tra residui e derivazioni,
cioè tra azioni logiche e non logiche.
L’azione logica era una giustificazione dell’azione sociale, mentre
l’azione non logica era una parte secondaria che determinava il comportamento seppur non veniva presa in
considerazione.

Merton è più sociologo degli altri perché riesce a coniugare il rapporto TR*, cosa che non riescono a fare gli altri.
Merton ha l’abilità di voler intraprendere un discorso sulle conseguenze inattese dell’azione sociale.
I sistemi sociali danno luogo a conseguenze inattese e la sociologia si mette a studiare i momenti in cui la
strutturazione dell’azione non va in porto rispetto ad una dimensione sociale in vari momenti in cui le azioni sociali
esprimono se stesse in maniera concreta.
Durkheim è uno dei pochi sociologi, insieme a Merton, che si occupano del rapporto TR,
ovvero il rapporto tra teoria e ricerca empirica.

Le situazioni inattese, cioè la devianza, vengono affrontate da Merton, cosa che invece da Parsons non viene
affrontata.
Il problema della devianza è un problema di identificazione nel rapporto tra mezzi e fini. Merton fa uno specchietto
sinottico e divide i momenti devianti in cui l’americano medio si comporta.
Il concetto fondamentale della società americana è il successo, il bisogno di guadagno, il prestigio, il potere.
Merton si rende conto che stare nella società americana significa stare nella società del potere e del prestigio.

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5 MOMENTI DI ADATTAMENTO DEL SISTEMA SOCIALE:
Merton dice che c’è un modo di accettazione del rapporto tra mezzi e fini, e questo si chiama conformità, con cui gli
individui accettano le regole e le norme sociali rispetto alle norme generali.
I. Conformismo= adesione al sistema sociale.

II. Innovazione, accettiamo i mezzi anche se non accettiamo i fini e diventiamo così innovatori.
Cerchiamo così mezzi nuovi per accettare i fini.

II. Ritualismo, ovvero l’accettazione dei fini, ma non dei mezzi. Il ritualismo mi fa entrare in un circuito vizioso,
facendomi compiere le medesime cose.

.
V. Rifiuto/ Devianza è la parte dedicata alla non accettazione dei mezzi e dei fini e proprio qui inizia la devianza.
Vi è così la rinuncia ai mezzi della società.
La devianza è un comportamento, di una persona o di un gruppo, che viola le norme di una data collettività, siano esse
formali o informali. Emerge fuori che la devianza è relativa, ossia non è una qualità inerente a un atto (non esistono infatti
atti in sé devianti), ma un’attribuzione soggettiva da parte di una collettività.
Ad esempio, avere più mogli contemporaneamente (poligamia) è consentito in certe culture, mentre in altre è vietato.

I. Ribellione, ovvero il momento in cui prevale un’esaltazione soggettiva della propria condizione sociale, con l’alcolismo,
la violenza, l’emarginazione, la tossicodipendenza.
Merton esordisce con il tema della sistematica delle teorie, ovvero un modo teorico per sostenere che la storia del
pensiero sociologico non è la storia della scienza, non è la somma di varie teorie senza un filo che le leghi. La storia
del pensiero è una storia non fatta di teorie razionalizzate nel campo scientifico, ma piuttosto la sistematica di quelle
teorie che hanno un riferimento alla vita empirica e un riscontro in essa.
Merton viene in contatto con George Sarton, che ha una prospettiva scientifica di sviluppo delle teorie.
La tecnologia supera se stessa mentre la scienza va al miglioramento, superamento della condizione umana.

Modello cuddles:
Comunitarismo, Universalismo, Disinteresse, Originalità, Scetticismo sistematico.

La scienza Accademica (sociologia) è una scienza pubblica che deve essere collaborativa e non deve avere segretezza
ma deve facilitare le procedure. Le scienze sperimentali come la sociologia hanno un sapere controllabile, pubblico e
ripetibile, è indipendente.
I sociologi durante lo studio delle ricerche devo essere disinteressati dal punto di visto istituzionale per non avere un
fino di guadagno ma per amore e vendicano la proprietà intellettuale di ciò che scoprono ovvero lʼoggetto della loro
ricerca.

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MARX
Karl Heinrich Marx nato a Treviri il 5 maggio 1818 e morto a Londra il 14 marzo 1883.
Fondatore della corrente socioeconomica politica del marxismo. Teorico della concezione materialistica della storia e
insieme a Engels del socialismo scientifico.

MARXISMO: Scuola di pensiero sociale, economica e politica basata sulle teorizzazioni di Karl Marx e Friedrich
Engels, filosofi tedeschi del XIX secolo, oltre che economisti, sociologi, giornalisti e rivoluzionari socialisti.
Nato nella II metà dell'Ottocento nel contesto europeo della seconda rivoluzione industriale e della questione operaia.

Marxiani riguardano lo sviluppo del pensiero di Marx


(il suo pensiero è un distanziamento dalla fisica del diritto pubblico ed è il passaggio tra Marx filosofo e economista).
Marx non è un sociologo ma gli interessa perché s’interessa del marxismo ovvero una scia teorica, culturale e
scientifica che permea la civiltà europea (il socialismo è nato qui).
È un rivoluzionario per come ha rivoluzionato la sua età e le varie sociologie.
È un punto di riferimento strategico per capire il punto di riferimento sociologico dell’Europa.
Il marxismo è una scienza, che non può morire.
Marx ha spinto a far conoscere la filosofia di Hegel, (fondata sulla filosofia cristiana e dialettica).
Marx reinterpreta la filosofia di Hegel che riguarda la trasformazione sociale, la coscienza dellʼuomo fa dipendere
lʼesistenza dellʼuomo, Marx critica questo. Hegel ha dato sviluppo a una teoria dinamica che è divenuta rivoluzionaria.
Kant fondatore della filosofia moderna.
Marx specifica la dottrina dell’alienazione, momento in cui lo spirito assoluto cerca di conoscere sé stesso e si
trasforma nella conoscenza della realtà, aliena una parte di sé per sollevarsi a quella realtà.
(Il pensiero cede fuori di sé ciò che non assume).
Il discorso della realtà oggettiva viene fuori dal discorso dell’alienazione. Alienazione= Per Marx questa si
Marx contrappone alla filosofia hegeliana una realtà fattuale, supera (guarda Durkhehim) solo
composta da fatti sociali. tramite l'eliminazione della proprietà
privata dei mezzi di produzione
Tema alienazione= già presente in Hegel perché lui aveva già compreso che
nel processo di espressione di produzione di se, accade una cosa strana, quado
creo un’opera o un’oggetto, quando esprimo ciò che ho dentro implica una oggettivazione.
Alienare qualcosa= togliere qualcosa a qualcuno. Esteriorizzazione che è anche un atto di scissione, di separazione
dall’oggetto che si viene a creare.
Per Marx un conto è che questo avvenga in maniera normale e diffusa, un conto che questa forma di separazione
avvenga nella struttura capitalista in cui il lavoro stesso dell’operaio è un lavoro che non gli appartiene ne in termini di
processo ne in termini di prodotto.
Tutto ciò che avviene ha una sua valenza sociale. Per tale motivo la sociologia si è accostata al marxismo.
Lo stato per Hegel è lo spirito assoluto, massimo raggiungimento della realtà, della storia, lo stato determina la
società civile. Per marx è lo stato civile che elabora lo stato.
Il diritto è una rappresentazione dell’idea, lo stato massimo di espressione della storia, per Marx è il contrario.
Lo stato è un elaborato borghese
( proletariato borghesia = vanno in conflitto= da questo conflitto nasce la storia), sono gli interessi borghesi, che
devono essere sovvertiti dalla visione comunitaria dello stato civile eliminandolo - non c’è più una contrapposizione di
classe, avviene uno sviluppo delle libertà di tutte.
Visione comunista, è democratico il comunismo secondo Marx. È una democrazia diretta.
Una rappresentazione senza idee, che viene essere sviluppata dalla storia,
che viene sviluppata a sua volta dalle civiltà civile.
(Per Marx):

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NELL PRODUZIONE SOCIALE DELLA LORO VITA GLI INDIVUI ENTRANO IN DETERMINATI
RAPPORTI CHE SONO INDIPENDENTI DALLA LORO VITA.

INSIEME DI RAPPORTI→ Struttura economica sulla quale vi è una sovrastruttura ideologica, politica e
economica.
L’esistenza è la produzione sociale, la società non va solamente pensata ma va trasformata.
Plus valore= La differenza tra il valore del prodotto del lavoro e la remunerazione sufficiente al mantenimento della
forza-lavoro, differenza di cui in un regime capitalistico si approprierebbero gli imprenditori-capitalisti.
Si ottiene perché al momento di retribuire il lavoratore, viene riservato una retribuzione che serve solo a garantire la
produzione di questa forza lavoro e non è correlata.
Marx lo ha distinto dal profitto e, attraverso l’analisi del capitale, è arrivato a ricollegarlo soltanto al capitale variabile
(la forza lavoro), contrapposto al capitale costante. (prof Musso.)
Momento della ricchezza indebita, aumento della ricchezza dei pochi nei confronti della povertà.
Parte di lavoro che non viene retribuito. La parte del lavoro che non viene retribuita al lavoratore.
Parte del valore della merce non riconosciuta come salario ma che eccede il salario stesso.
Forma di lavoro trasmutata dalla ricchezza capitalistica. L’uomo diventa un oggetto.
Struttura economica= struttura dominante che determina il passaggio della società evoluta.
Snatura i rapporti umani, dal punto di vista della teoria marxiana.
Sovrastruttura ideologica= tutto ciò che non è utile a questo processo produttivo
(religione, arte, pensiero borghese, falsa coscienza...).
L’idea della società per Marx, non concretizzata, viene criticata e considerata un’utopia, una società priva di classi
(rappresentazione diretta del messaggio democratico).
Ideologia tedesca in cui scrive che i filosofi tedeschi, tipo Hegel, hanno solo fatto gli interessi della borghesia e sono
da criticare, attaccare etc.
Stato= forma razionale di dominio borghese; fa gli interessi propri e non di una società civile,
ma gli interessi della classe dominante (classe borghese), tutelano sé stessi.
Lo stato e l’ideologia borghese vanno abbattuti, con una rivoluzione e con una democrazia diretta, immediata.
La dimensione storica= Storia: lotta tra classi.
La classe rivoluzionaria, non sono i proletari, ma i borghesi hanno cambiato i modi di produzione e ne hanno il
possesso che quando diviene socializzato, quando ognuno produce le proprie risorse e necessità.
C’è un movimento nella storia, tra chi ha i mezzi di produzione e chi non li ha.
Scontro sociale che terminerà quando la borghesia verrà abbattuta dal capitalismo o dal proletariato.
Democrazia diretta= non più uno stato fondato su un’ingiustizia sociale, ma uno stato libero.
Ciò non si è verificato, tranne nel partito bolscevico;
Lenin che voleva trasformare rivalutando l’impostazione economica delle classi in Russia,
ha trasformato la I guerra mondiale in rivoluzione proletaria. Stalin ha distrutto tutto ciò, non ha fatto altro che abolire
questa visione della società agraria, ma portare la società russa nell’industria, nel capitalismo.
Marx ha fondato il partito internazional comunista(Comintern),
forze sociali che hanno difeso l’interesse comunista.

APPROFONDIMENTI:
La struttura sociale si compone di mezzi e rapporti di produzione per Marx ed Engels.

I fattori che rendono possibile la produzione sono i capitali, le materie prime, le infrastrutture, sono gli elementi
che caratterizzano la struttura capitalistica industriale.
La società borghese si afferma come risposta innovativa della feudalità;

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la borghesia ha una dimensione anche distruttiva al suo interno (in un certo qual modo espelle i ceti medi dal circolo
industriale).

Il capitalismo è: la borghesia ha una forte capacità di espandere i propri confini nel globo intero (globalizzazione).

La società capitalistica/borghese è caratterizzata dal valore che si attribuisce al capitale, tramite la forza lavoro,
etc…
vi è una dicotomia fra classe produttiva [che vende la propria forza lavoro come una merce nel mercato capitalistico
(mercificazione della forza lavoro) ] e capitalisti.

Concetto di “sovrastruttura”

Alla dimensione strutturale vanno collegate le dimensioni sovrastrutturali:


la sovrastruttura per Marx ed Engels è, ad ex. la religione, il diritto, la politica, le arti, la cultura, cioè tutto ciò che è
un elemento che si poggia su una specifica società, in questo caso capitalistica. In questo specifico caso, è normale
che, essendo importante la proprietà privata (ad ex.), c’è bisogno di una legge che tuteli, governi ed organizzi la
proprietà privata. Vengono identificati dunque tutti gli aspetti del mondo “delle idee” che “incorniciano” la società e i
suoi sviluppi.

Le sovrastrutture variano a seconda della struttura, ma non è una situazione meccanica, cioè non vi sono regole fisse e
definite: questo elemento sarà fortemente criticato poi da Weber, dato che è una teoria principalmente deterministica;
tuttavia c’è chi, legato all’analisi del primo Marx, non identifica elementi deterministici all’interno della sua teoria.

Il profitto economico è basato sul valore e sul plusvalore, su cui fonda la teoria di alienazione, successivamente
definita di sfruttamento. La sovrastruttura è funzionale alla struttura, quindi anche la sovrastruttura è utile per il
profitto economico (ex. senza una regolamentazione giuridica, non potrà mai esserci un equilibrio sociale e tale
regolamentazione sarà a favore della struttura stessa). Poiché il pensiero marxiano è un pensiero dialettico, anche la
sovrastruttura è una tesi a cui si potrebbe contrapporre un’antitesi, cioè una coscienza di classe, per esempio: la classe
borghese assumendo coscienza della propria situazione economica, si comporta di conseguenza e si organizza in base
ai propri interessi (attraverso istituzioni politiche, quindi sovrastrutture).

“Plus valore” (fondato sullo sfruttamento del lavoro operaio)

La teoria economica di Marx non riconosce, ai capitalisti/borghesi una funzione produttiva


(gli attribuisce solo il compito di aver eliminato la feudalità favorendo lo sviluppo della società comunista) e definisce
“fonte di profitto” solo alla forza lavoro. Il profitto si fonda dunque su uno sfruttamento della classe operaia:
l’operaio lavora tot ore al giorno per arrivare a produrre un tot salario, ma per tale salario sono necessarie solo un terzo
delle ore effettivamente impiegate, quindi il resto di ore, in più, a chi è funzionale?

Il resto delle ore è tutto ciò che è considerato plus valore, cioè tempo per produrre merce con il plus lavoro che è utile
per creare profitto al capitalista/borghese.

Da questa visione, scaturisce il concetto di alienazione/ sfruttamento :

1. Il produttore viene alienato dal suo prodotto stesso, dato che gli viene sottratto il frutto del suo lavoro,
producendo 10 e ricavando 1, egli è alienato, è pagato meno di quanto produce.
L’operaio viene privato dal suo lavoro a livello retribuito.

2. Il produttore lavora per determinate merci, al fine di procurarsi determinati beni utilizzabili da lui stesso.
Ciò non accade perché l’operaio, oltre ad essere privato dal suo lavoro a livello retribuito, viene anche
espropriato del frutto del suo lavoro concreto perché viene lanciato sul mercato, ed avendo un salario minimo
per la sopravvivenza, non gli è consentito l’accesso (è impossibilitato ad affrontare una spesa di mercato).

3. La borghesia si sforza di standardizzare e macchinizzare i processi produttivi, vi è il tentativo di allontanare


l’operaio dal lavoro artigianale, quasi rendendolo sempre uguale: sottrarre il lavoro alla discrezione degli
operai per inserirlo nel mondo delle macchine.
Gli operai stessi sono sottoposti a funzioni minime, perdono di vista la propria funzione nel mondo.
Inoltre il lavoro di fabbrica rende inutile i rapporti fra operai favorendo la competizione fra questi.

Per Marx ed Engels “ideologia” è tutto ciò che produce la classe dominante, cioè il proprio pensiero, la propria
interpretazione del mondo a difesa della classe dominante, dato che ha interesse affinché la società economica non
muta (da qui deriva il positivismo, per ex. che vede fondamentale la suddivisione in classi, ciò che invece tentava di
superare la visione marxiana).

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L’ideologia è come se fosse una legge immutabile della realtà, come se fossero dei fatti immutabili e già scritti nel
destino della società: a tutto ciò si oppone ovviamente il materialismo storico, che prevede un mutamento frequente
della società, dato che la storia è appunto imprevedibile. Le ideologie sono sovrastrutturali e naturalizzano un tipo di
sistema razionale perché fondato sullo sfruttamento di uomo su uomo.

La “falsa coscienza” invece appartiene alla classe operaia, fuorviata dall’ideologia stessa, manipolata dalle idee della
classe dominante, quindi per esempio votare il partito che non lo rappresenta, condividere le idee ed i valori della
classe dominante , che in realtà non gli appartengono, perché sono frutto di una classe dominate che vede i suoi
interessi : qui la metafora è l’arena in cui ci sono gruppi che si fanno strada l’uno a discapito dell’altro.
La borghesia ha ideali che vedono i propri interessi e che non possono essere condivisi dalla classe proletaria.

La classe proletaria, quando poi sviluppa la propria coscienza, diventa “classe per sé”, cioè quando diventa capace a
sviluppare una coscienza personale che si contrappone all’ideologia e compatta la classe operaia, che sarà pronta alla
rivoluzione (attraverso la violenza che è intesa come un “male necessario” perché la classe borghese ha il controllo
della politica, dunque i proletari hanno pochissime possibilità di farsi strada: la violenza diventa quindi un strumenti di
massa).

Il pensiero di Marx è stato così capace di penetrare nei movimenti operai, che effettivamente il movimento operaio si è
organizzato creando una coscienza di massa, attraverso formazioni sindacali e dando sostegno i partiti socialisti e
comunisti nascenti (Europa, fra Ottocento e Novecento). Questa capacità organizzativa degli operai ha dato esito non
alla rivoluzione, quindi a ciò che era previsto, ma da vita a sistemi di sussistenza sociale, di protezione (welfare), che
bloccano il processo di impoverimento della classe operaia.
L’intervento dello Stato dunque non provoca una implosione del sistema operaio, come previsto da Marx.

La visione di Marx è come se, bloccando il passaggio di classe, teorizzasse la fine della storia: ovviamente è una
lettura utopica, non fondata sull’immaginazione, ma sulla critica dialettica basata sulle contraddizioni all’interno della
società stessa.

La dialettica marxiana ha un modo di procedere per contraddizione, cioè nel momento in cui abbiamo una tesi ,
questo tipo di tesi al suo interno ha gli elementi per la propria contraddizione, cioè di antitesi. Le società umane
dunque si sviluppano tramite questo processo, ma non essendoci classi sociali (secondo il pensiero marxiano),
compare qui la contraddizione, la tesi non produce un’antitesi: la società comunista non permette che si creino
antitesi, cioè classi che si contrappongono ad altre: qui si identifica la fine della storia umana, non vengono più
prodotti altri sviluppi.

LA DIALETTICA NON È PIÙ ASSOCIABILE ALLA SOCIETÀ IDEALIZZATA DA MARX, CIOÈ SENZA
CLASSI (PERFETTA DAL SUO PUNTO DI VISTA).

Engels fu un importante amico di Marx e suo predecessore, che sviluppa interessi specifici per questioni sociologiche
legate alle condizioni della donna: Engels introduce la disuguaglianza di genere (nascenti movimenti femminili).
L’idea fondamentale delle disuguaglianze di genere pone le basi nel concetto di proprietà privata associato al pensiero
maschile di “dominio sulle donne”. Precedentemente, gli esseri umani non erano suddivisi in classi, non era presente
un patriarcato che nasce quando i rapporti umani si fondano sull’uso della forza.

FINE APPROFONDIMENTI.

Marx esamina il lavoro estraniato, importante perché marx ha una determinazione nuova dell’economia
politica.

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Scritta dagli accademici ed è una scienza borghese che non vede l’oggettivazione dei valori umani ma vede
solo ……..
Karl Marx(1844)

Il lavoro estraneato

“Noi siamo partiti dai presupposti dell'economia politica. Abbiamo accettato la sua lingua e le sue leggi.
Abbiamo preso in considerazione la proprietà privata, la separazione tra lavoro, capitale e terra, ed anche tra
salario, profitto del capitale e rendita fondiaria, come pure la divisione del lavoro, la concorrenza, il concetto
del valore di scambio, ecc.
Partendo dalla stessa economia politica, e valendoci delle sue stesse parole, abbiamo mostrato che l'operaio
decade a merce, alla più misera delle merci, che la miseria dell'operaio sta in rapporto inverso con la potenza
e la quantità della, sua, produzione, che il risultato necessario della concorrenza è l'accumulazione del
capitale in poche mani, e quindi la pili terribile ricostituzione del monopolio, che infine scompare la
differenza tra capitalista e proprietario fondiario, cosi come scompare la differenza tra contadino e operaio di
fabbrica, e tutta intera la società deve scindersi nelle due classi dei proprietari e degli operai senza proprietà.
L'economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Ma non ce la spiega.
Coglie il processo materiale della proprietà privata quale si rivela nella realtà, ma lo coglie in formule
generali, astratte, che hanno per essa il valore di leggi. Essa non comprende queste leggi, cioè non riflette in
qual modo esse derivino dall'essenza della proprietà privata. L'economia politica non ci dà nessuna
spiegazione sul fondamento della divisione di capitale e lavoro, di capitale e terra.”
“L'economia politica non c'insegna nulla sul fatto che queste circostanze esterne, apparentemente
accidentali, sono null'altro che l'espressione di uno svolgimento necessario. Abbiamo visto come lo stesso
scambio le appaia come un fatto accidentale. Gli unici ingranaggi che l'economia politica mette in moto
sono l'avidità di denaro e la guerra tra coloro che ne sono affetti, la concorrenza.
Proprio perché l'economia politica non comprende la connessione del movimento storico, si è potuto di
nuovo contrapporre, ad esempio, la dottrina della concorrenza a quella del monopolio, la dottrina della
libertà di lavoro a quella della corporazione, la dottrina della divisione del possesso fondiario a quella della
grande proprietà fondiaria; e infatti concorrenza, libertà di lavoro, divisione del possesso fondiario sono state
svolte e comprese soltanto come conseguenze casuali, volontarie, violente del monopolio, della
corporazione e della proprietà feudale, e non come conseguenze necessarie, inevitabili, naturali.
Quindi, ora noi dobbiamo comprendere la connessione essenziale che corre tra la proprietà privata, l'avidità
di denaro, la separazione tra lavoro, capitale e proprietà fondiaria, tra scambio e concorrenza, tra
valorizzazione e svalorizzazione dell'uomo, tra monopolio e concorrenza, ecc., la connessione di tutto questo
processo di estraniazione col sistema monetario.
Non trasferiamoci, come fa l'economista quando vuol dare una spiegazione, in uno stato originario
fantastico. Un tale stato originario non spiega nulla. Non fa che rinviare il problema in una lontananza grigia
e nebulosa. Presuppone in forma di fatto, di accadimento, ciò che deve dedurre, cioè il rapporto necessario
tra due fatti, per esempio tra la divisione del lavoro e lo scambio. Allo stesso modo la teologia spiega
l'origine del male col peccato originale, cioè presuppone come un fatto, in forma storica, ciò che deve
spiegare.
Noi partiamo da un fatto dell'economia politica, da un fatto presente.”
• Dal punto di vista accademico
• L’economia tratta l’operaio ma non come forza lavoro ma come entità del lavoro che è entità
produttiva. L’operaio esiste ma non esiste quel rapporto di oggettivazione che permette di vedere
l’operaio in un contesto collettivo quotidiano.
• La concorrenza, il rapporto concorrenziale tra società non viene spiegato come conflitto ma come
causa esterna al capitale spesso.

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• L’economia politica sono l’espressione di uno svolgimento necessario → tra chi ha la ricchezza e chi
no, è l’aumento della ricchezza dei tanti in confronto alla povertà dei molti.

“L'economia politica non c'insegna nulla sul fatto che queste circostanze esterne, apparentemente
accidentali, sono null'altro che l'espressione di uno svolgimento necessario. Abbiamo visto come lo stesso
scambio le appaia come un fatto accidentale. Gli unici ingranaggi che l'economia politica mette in moto
sono l'avidità di denaro e la guerra tra coloro che ne sono affetti, la concorrenza.
Proprio perché l'economia politica non comprende la connessione del movimento storico, si è potuto di
nuovo contrapporre, ad esempio, la dottrina della concorrenza a quella del monopolio, la dottrina della
libertà di lavoro a quella della corporazione, la dottrina della divisione del possesso fondiario a quella della
grande proprietà fondiaria; e infatti concorrenza, libertà di lavoro, divisione del possesso fondiario sono state
svolte e comprese soltanto come conseguenze casuali, volontarie, violente del monopolio, della
corporazione e della proprietà feudale, e non come conseguenze necessarie, inevitabili, naturali.
Quindi, ora noi dobbiamo comprendere la connessione essenziale che corre tra la proprietà privata, l'avidità
di denaro, la separazione tra lavoro, capitale e proprietà fondiaria, tra scambio e concorrenza, tra
valorizzazione e svalorizzazione dell'uomo, tra monopolio e concorrenza, ecc., la connessione di tutto questo
processo di estraniazione col sistema monetario.
Non trasferiamoci, come fa l'economista quando vuol dare una spiegazione, in uno stato originario
fantastico. Un tale stato originario non spiega nulla. Non fa che rinviare il problema in una lontananza grigia
e nebulosa. Presuppone in forma di fatto, di accadimento, ciò che deve dedurre, cioè il rapporto necessario
tra due fatti, per esempio tra la divisione del lavoro e lo scambio. Allo stesso modo la teologia spiega
l'origine del male col peccato originale, cioè presuppone come un fatto, in forma storica, ciò che deve
spiegare.
Noi partiamo da un fatto dell'economia politica, da un fatto presente.”
La realizzazione del lavoro si presenta come annullamento in tal maniera che l'operaio viene annullato sino a
morire di fame. L'oggettivazione si presenta come perdita dell'oggetto in siffatta guisa che l'operaio è
derubato degli oggetti più necessari non solo per la vita, ma anche per il lavoro. Già, il lavoro stesso diventa
un oggetto, di cui egli riesce a impadronirsi soltanto col più grande sforzo e con le più irregolari interruzioni.
L'appropriazione dell'oggetto si presenta come estraniazione in tale modo che quanti più oggetti l'operaio
produce, tanto meno egli ne può possedere e tanto più va a finire sotto la signoria del suo prodotto, del
capitale.”
Lavoro produce ricchezza ma anche un’estraneazione dell’operaio dal lavoro stesso.

“L'operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce,

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Quanto più la sua produzione cresce di potenza e di estensione. L'operaio diventa una merce tanto più vile
quanto più grande è la quantità di merce che produce.
La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose.
Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l'operaio come una merce, e proprio nella stessa
proporzione in cui produce in generale le merci.”
• Lo stesso fa il capitalismo, che vede solamente la produzione di merce e di se stesso e l’operaio come una
merce
“Questo fatto non esprime altro che questo: l'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si
contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce.
Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l'oggettivazione del
lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione.
Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un annullamento
dell'operaio, l'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto, l'appropriazione come
estraniazione, come alienazione.

“Tutte queste conseguenze sono implicite nella determinazione che l'operaio si viene a trovare rispetto
riprodotto del suo lavoro come rispetto ad un oggetto estraneo.
Infatti, partendo da questo presupposto è chiaro che: quanto più l'operaio si consuma nel lavoro, tanto più
potente diventa il mondo estraneo, oggettivo, che egli si crea dinanzi, tanto più povero diventa egli stesso, e
tanto meno il suo mondo interno gli appartiene. Lo stesso accade nella religione.
Quante più cose l'uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in se stesso.
L'operaio ripone la sua vita nell'oggetto; ma d'ora in poi la sua vita non appartiene più a lui, ma all'oggetto.
Quanto più grande è dunque questa attività, tanto più l'operaio è privo di oggetto.
Quello che è il prodotto del suo lavoro, non è egli stesso.
Quanto più grande è dunque questo prodotto, tanto più piccolo è egli stesso.
L'alienazione dell'operaio nel suo prodotto significa non solo che il suo lavoro diventa un oggetto,
qualcosa che esiste all' esterno, ma che esso esiste fuori di lui, indipendente da lui, a lui estraneo, e diventa
di fronte a lui una potenza per se stante; significa che la vita che egli ha dato all'oggetto, gli si contrappone
ostile ed estranea.”
Il lavoro non produce felicità ma produce abrutimento.
“ Qual è il rapporto essenziale del lavoro ?
Sinora abbiamo considerato l'estraniazione, l'alienazione dell'operaio da un solo lato, cioè abbiamo
considerato il suo rapporto coi prodotti del suo lavoro.
Ma l'estraniazione si mostra non soltanto nel risultato, ma anche nell'io della produzione, entro la stessa
attività produttiva.”
“ Come potrebbe l'operaio rendersi estraneo nel prodotto della sua attività, se egli non si estraniasse
da se stesso nell'atto della produzione?

Il prodotto non è altro che il «resumé» dell'attività, della produzione.


Quindi, se prodotto del lavoro è l'alienazione. Nell'estraniazione dell'oggetto del lavoro si riassume la
estraniazione, l'alienazione che si opera nella stessa attività del lavoro.”
“ E ora, in che cosa consiste l'alienazione del lavoro?
Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e
quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una
libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l'operaio solo fuori
del lavoro sì sente presso di sé; e si sente fuori di sé nel lavoro. E a casa propria se non lavora; e se lavora
non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni
estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena vien meno la coazione fisica o
qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste Il lavoro esterno, il lavoro in cui l'uomo si

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aliena, è un lavoro di sacrificio di se stessi, di mortificazione. Infine l'esteriorità del lavoro per l'operaio
appare in ciò che il lavoro non è suo proprio, ma è di un altro. Non gli appartiene, ed egli, nel lavoro, non
appartiene a se stesso, ma ad un altro. Come nella religione, l'attività propria della fantasia umana, del
cervello umano e del cuore umano influisce sull'individuo indipendentemente dall'individuo, come
un'attività estranea, divina o diabolica, cosi l'attività dell'operaio non è la sua propria attività.
Essa appartiene ad un altro; è la perdita di sé.
Ne viene quindi come conseguenza che l'uomo (l'operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali,
come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt'al più ancora l'abitare una casa e il vestirsi;
e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane.
Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.”
Il lavoro non è la libertà. Il lavoro è costrizione.
Il lavoro estraniato, alienato diventa un’oggetto della vita politica perché è essenziale all’uomo in alcune situazioni di
capitalismo.
“ Il lavoro estraniato rende estranea all'uomo:
1. la natura
2. l'uomo stesso, la sua propria funzione attiva, la sua attività vitale, rende estranea all'uomo la specie;
fa della vita della specie un mezzo della vita individuale.
In primo luogo il lavoro rende estranea la vita della specie e la vita individuale, in secondo luogo fa di
quest'ultima nella sua astrazione uno scopo della prima, ugualmente nella sua forma astratta ed
estraniata. Infatti il lavoro, l'attività vitale, la vita produttiva stessa appaiono all'uomo in primo luogo
soltanto come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservare l'esistenza fisica.
Ma la vita produttiva è la vita della specie. E la vita che produce la vita. In una determinata attività vitale
sta interamente il carattere di una «species», sta il suo carattere specifico;
e l'attività libera e cosciente è il carattere dell'uomo. La vita stessa appare soltanto come mezzo di vita.
L'animale è immediatamente una cosa sola con la sua attività vitale. Non si distingue da essa.
E quella stessa. L'uomo fa della sua attività vitale l'oggetto stesso della sua volontà e della sua coscienza.
Ha un'attività vitale cosciente. Non c'è una sfera determinata in cui l'uomo immediatamente si
confonda. L'attività vitale cosciente dell'uomo distingue l'uomo immediatamente dall'attività vitale
dell'animale. Proprio soltanto per questo egli è un essere appartenente ad una specie.
O meglio egli è un essere cosciente, cioè la sua propria vita è un suo oggetto, proprio soltanto perché egli
è un essere appartenente ad una specie. Soltanto perciò la sua attività è un'attività libera.
Il lavoro estraniato rovescia il rapporto in quanto l'uomo, proprio perché è un essere cosciente, fa della
sua attività vitale, della sua essenza soltanto un mezzo per la sua esistenza.
Il lavoro estraniato degradando a mezzo l'attività autonoma, l'attività libera, fa della vita dell'uomo
come essere appartenente ad una specie un mezzo della sua esistenza fisica.
Per opera dell'alienazione, la coscienza, che l'uomo ha della sua specie, si trasforma quindi in ciò che la
sua vita di essere che appartiene ad una specie diventa per lui un mezzo.
Il lavoro alienato fa dunque:
3. Dell'essere dell'uomo, come essere appartenente ad una specie, tanto della natura quanto della sua
specifica capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza individuale. Esso
rende all'uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la natura esterna, quanto il suo essere spirituale,
il suo essere umano.

4. Una conseguenza immediata del fatto che l'uomo è reso estraneo al prodotto del suo lavoro, della
sua attività vitale, al suo essere generico, è l' estraniazione dell'uomo dall'uomo.
Se l'uomo si contrappone a se stesso, l'altro uomo si contrappone a lui. Quello che vale del rapporto
dell'uomo col suo lavoro, col prodotto del suo lavoro e con se stesso, vale del rapporto dell'uomo con
l'altro uomo, ed altresì col lavoro e con l'oggetto del lavoro dell'altro uomo.
In generale, la proposizione che all'uomo è reso estraneo il suo essere in quanto appartenente a una
specie, significa che un uomo è reso estraneo all'altro uomo, e altresì che ciascuno di essi è reso
estraneo all'essere dell'uomo.
L'estraniazione dell'uomo, in generale ogni rapporto in cui l'uomo è con se stesso,

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si attua e si esprime soltanto nel rapporto in cui l'uomo è con l'altro uomo.
Dunque nel rapporto del lavoro estraniato ogni uomo considera gli altri secondo il criterio e il
rapporto in cui egli stesso si trova come lavoratore.”

Non si lavora per vivere ma si vive per lavorare.

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