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L’infinto

1. Sempre caro mi fu quest’ermo colle,


2. e questa siepe, che da tanta parte
3. dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
4. Ma, sedendo e mirando, interminati
5. spazi di lá da quella, e sovrumani
6. silenzi, e profondissima quiete
7. io nel pensier mi fingo; ove per poco
8. il cor non si spaura. E come il vento
9. odo stormir tra queste piante, io quello
10. infinito silenzio a questa voce
11. vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
12. e le morte stagioni, e la presente
13. e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa
14. immensitá s’annega il pensier mio;
15. e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Parafrasi
1. Mi furono sempre cari questa collina solitaria
2-3. e questa siepe che impedisce al mio sguardo di guardare verso l’estremo orizzonte.
4-7. Ma stando seduto e osservando, io mi disegno nella mente spazi infiniti oltre la siepe e silenzi
che vanno oltre l’immaginazione umana e una grandissima calma; in tal modo, per poco
8. il cuore non si smarrisce. E non appena il vento
9. sento fischiare in mezzo a questi alberi, io
10-11. inizio a paragonare (=vo comparando) quell’infinito silenzio a questo rumore: e mi viene in
mente il pensiero dell’eternità,
12. le stagioni passate e quella presente
13. e ancora viva e il suo rumore. Così
14. il mio pensiero si smarrisce in questa immensità
15. ed è piacevole per me naufragare in questo mare.

Analisi
L'infinito è una delle più celebri poesie di Leopardi: composta nel 1819, si trova nella raccolta degli
Idilli. Con il termine "idillio" l'autore si richiama alla tradizione poetica classica di Teocrito e dei
poeti alessandrini e della vita campestre.
L’infinito costituisce la rappresentazione di sensazioni massimamente poetiche in quanto capaci
di suscitare l’immaginazione, che permette di rappresentarsi nella mente quel piacere infinito che
non esiste nella realtà. Leopardi stesso, nello Zibaldone, annota che «il piacere infinito non si può
trovare nella realtà, si trova così nell’immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni,
ecc…». L’infinito coincide, insomma, con lo slancio vitale, con la tensione dell’uomo verso una
felicità che non potrà mai raggiungere, perché si scontra inevitabilmente con i limiti imposti dalla
vita umana: lo spazio, il tempo, la morte.
La poesia può essere divisa in due parti: nella prima (vv. 1-8), l’immaginazione viene sollecitata
da un ostacolo, ossia dalla siepe che impedisce di guardare oltre l’orizzonte, quindi sollecita l’idea
di un infinito spaziale, ossia di spazi senza fine in cui regnano un silenzio e una calma così profondi
da sembrare irreali. Nella seconda parte (vv. 8-15), invece, una sensazione uditiva, ossia il rumore
del vento tra le piante e delle foglie, come fosse il rumore del tempo in cui vive lo riporta alla
realtà. Questo suscita l’idea di un infinito temporale, l’”eterno”, poi il passato e il presente. Si
tratta, pertanto, di un “infinito” che non ha nulla di trascendente, bensì parte dal reale per aprirsi
all’immaginazione: i dati sensoriali concreti danno lo stimolo per andare oltre. Il poeta,
inizialmente, di fronte all’infinito spaziale prova sgomento, poi, nell’ultimo verso, annega
dolcemente nell’immensità dell’infinito: è la dolcezza provocata dall’autoannullamento della
coscienza, quasi una morte simbolica, un’esperienza potente e, per certi versi, anche terribile,
perché comporta la perdita della propria individualità.

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