Sei sulla pagina 1di 20

lOMoARcPSD|5509640

SE QUESTO E’ UN UOMO
Nel primo capitolo Primo Levi racconta le circostanze della sua cattura il 13 dicembre 1943, da
parte della Milizia fascista, insieme ad altri ebrei. Levi viene quindi rinchiuso nel campo di
internamento di Fossoli, vicino a Modena, dove venivano convogliate tutte le persona non gradite
al governo fascista, primi fra tutti gli ebrei che in breve tempo passarono da 150.000 persone a
oltre 600.000.
Il 21 febbraio del 1944 nel campo trapela la notizia dell’immediato trasferimento, per ordine dei
nazisti, di tutti gli ebrei, anche bambini, vecchi e malati, in un campo di concentramento nazista.
L’ultima notte viene vissuta tragicamente nella consapevolezza dell’infausto destino che li aspetta,
ognuno reagendo a proprio modo, piangendo, pregando, ubriacandosi, ecc.; solo le madri si
organizzano per sbrigare i preparativi di viaggio e per poter assicurare ai propri figli il cibo, i vestiti
puliti e persino i giocattoli di cui necessitano abitualmente.
All’alba, dopo l’appello dei nazisti e la conta dei pezzi (così i deportati vengono definiti dai nazisti)
da trasferire, vengono fatti tutti salire alla stazione di Carpi su un treno di 12 vagoni merci
piombati, le cosiddette tradotte, in cui vengono stipati, compressi come bestie, 650 persone.
E’ la prima occasione in cui si rivela la violenza gratuita e fredda dei nazisti che, in Primo Levi,più
che dolore, suscita uno stupore profondo che fa porre all’autore da domanda “come si può
percuotere un uomo senza collera?”.
Soltanto alla sera, dopo un’intera giornata con i deportati segregati dentro ai vagoni, il treno viene
fatto partire. Il viaggio è molto lungo e lento intervallato da soste interminabili. Ad ogni fermata, i
deportati attraverso le fessure dei vagoni chiedono pietosamente da bere, da mangiare,
un pugno di neve ma i soldati di scorta impediscono a chiunque di avvicinarsi.
I prigionieri vengono trasportati in treno fino in Polonia, attraversando prima il Brennero e poi
l’Austria. Già in Austria più nessuno di loro cerca di comunicare con l’esterno; tra i deportati
predomina ormai lo sconforto, lo smarrimento e la rabbia. Alla quarta notte il convoglio si
arresta in mezzo alla campagna deserta, i prigionieri vengono fatti scendere su una banchina
illuminata da riflettori, sembrano ombre e sotto lo stretto controllo dei soldati nazisti, di cui non
comprendono la lingua, vengono divisi in base all’età e alle condizioni fisiche. Chi indugia viene
ucciso all’istante: è il caso di Renzo che troppo a lungo si intrattiene a salutare la fidanzata
Francesca e per questo gli viene sparato in faccia.
Tutti gli uomini validi, tra cui Levi, utili al lavoro vengono radunati in un gruppo e separati da tutti gli
altri. Il gruppo è composto da novantasei uomini e ventinove donne e vengono destinati ai campi di
lavoro di Monowitz e Birkenau, mentre tutti gli altri, oltre cinquecento tra donne, anziani e bambini,
vanno alla morte.
E’ in questo frangente che i deportati entrano in contatto con gli altri prigionieri da tempo detenuti
nei campi, Levi li descrive come automi sudici e stracciati, ombre di se stessi, intenti ad armeggiare
con i bagagli; l’autore intuisce che quella è la metamorfosi che lo attende.
I selezionati (96 su 650) salgono su degli autocarri dove vengono confiscati loro tutti gli averi per
una iniziativa personale del nazista di guardia che gli fa capire che tanto non ne avranno più
bisogno. Levi citando Dante paragona la guardia tedesca ad un novello Caronte, come questi per
traghettare le anime all’inferno chiedeva una moneta così l’aguzzino tedesco si appropria degli
oggetti di valore dei prigionieri destinati all’inferno del Lager.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP2:
Il capitolo descrive l’arrivo dei deportati nel campo di Buna-Monowitz vicino ad Auschwitz.
L’autocarro con i prigionieri si ferma, dopo un breve viaggio di una ventina di minuti davanti ad un
cancello con la scritta “Il lavoro rende liberi” (Arbeit macht frei).
I deportati vengono fatti scendere ed entrare in una camera “vasta e nuda”, poco riscaldata e con
un rubinetto dal quale non si può bere, in quanto l’acqua è inquinata. I prigionieri sono assetati,
dopo quattro giorni di viaggio in cui non gli è stato dato nulla da bere, è una vera tortura. E’
“l’inferno”.
Nella stanza entra infine una SS (un soldato nazista) che inizia a dare ordini in tedesco, tradotti da
un interprete che fa parte del gruppo dei deportati: “Bisogna mettersi in fila…, spogliarsi…,
togliersi le scarpe..." Viene raccomandato di fare attenzione di non farsi rubare le scarpe ma poi
tutte le scarpe accumulare in un angolo vengono scopate via e mescolate in un mucchio.
Quattro uomini con rasoio, pennelli e tosatrici, vestiti con pantaloni e giacche a righe con un
numero cucito sul petto entrano e radono e tosano tutti. I deportati, tutti nudi e tosati, vengono
portati in una sala docce fredda in cui rimangono per un certo lasso di tempo con i piedi immersi
nell'acqua senza che succeda nulla. E allora cominciano a domandarsi che sarà di loro, dove sono
gli altri, le donne, i bambini, se mai li rivedranno, perché vengono fatti stare tutti nudi in quella
stanza, perché non gli vengono date spiegazioni. Vengono zittiti con brutalità dal maresciallo delle
SS attraverso la traduzione dell’interprete (anch’egli un deportato) a cui le parole cattive che è
costretto a tradurre storcono la bocca in una smorfia “come se sputasse un boccone disgustoso”.
Tutte queste operazioni avviliscono e mortificano i prigionieri e sono volte ad annullare l’umanità
dei deportati già al loro arrivo al campo di detenzione. Entra nella stanza un detenuto con la divisa
a righe che con un italiano stentato e con accento straniero spiega ai deportati che si trovano nel
campo di lavoro di Monowitz in una fabbrica di gomma che si chiama la Buna che dà il nome al
campo, che presto gli verrà fatta la doccia e la disinfezione e gli saranno dati scarpe e vestiti come i
suoi e che tutti dovranno lavorare nella fabbrica. L’uomo risponde alle domande che gli vengono
poste, ma non a tutte, e fa sapere che è entrato lì di nascosto perché “ha un po’ di cuore” e perché
gli sono simpatici gli italiani.
Egli fugge appena sente il suono di una campana. Dalle docce inizia allora a scorrere acqua
bollente, ma subito dopo tutti vengono cacciati con urla e spintoni nella camera vicina, che è
gelida e gli vengono forniti stracci e scarpacce. I deportati raggiungono, infine, nudi correndo nella
neve un’altra baracca dove viene loro concesso di vestirsi.
Primo Levi fa una riflessione sull'aspetto miserabile dei suoi compagni e suo, si pone
l’interrogativo se possano definirsi uomini questi prigionieri privati di tutto e resi incapaci di
difendersi e reagire.
L’opera di annientamento di ogni forma di dignità fisica e morale dei prigionieri viene completata
negando loro anche il nome sostituito da un numero tatuato sul polso sinistro. Il nome di Primo
Levi è adesso: 174 517, e solo mostrando questo numero egli può ricevere pane e zuppa.
A fine della prima lunghissima giornata i prigionieri vengono infine radunati e contati in un vasto
piazzale al centro del campo dove rimangono poi in sosta in piedi per un’altra ora finchè,
accompagnati dalla musica allegra di una fanfara che suona Rosamunda ed altre marce, arrivano
nel piazzale anche i deportati che fino allora erano stati al lavoro, camminando “come fantocci
rigidi fatti solo di ossa”.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

Il primo contatto di Levi con gli altri prigionieri del campo è con un giovanissimo ebreo-
polacco, Schlome, sedicenne, già recluso da tre anni, che gli pone alcune domande e gli raccomanda
di resistere alla sete e non bere fino alla sera.
Il capitolo descrive quindi la struttura e la disposizione dei diversi edifici del campo. Tutti i
prigionieri, gli Haftlinge, sono vestiti a righe ma vi è una gerarchia che distingue tre tipologie di
prigionieri:
o i criminali, identificati con un triangolo verde cucito sulla giacca,
o i politici che invece hanno un triangolo rosso,
o e gli ebrei, che sono la maggioranza, ed hanno la stella ebraica rossa e gialla come segno
di riconoscimento.
Nel campo vigono regole ferree e complicate a cui attenersi. Queste regole, apparentemente
assurde, sono volte a privare con ferocia i prigionieri della dignità umana. L’organizzazione del
lavoro mira a sfruttare il più possibile e con metodo “scientifico” i deportati, chi non ce la fa è
destinato a morire.
Levi da subito capisce che l’unico modo per sopravvivere è seguire le regole del campo, evitare
questioni, rispondere sempre “Jawohl”, fingere sempre di aver capito e non fare mai domande,
rimanere sempre all’erta, tenere sempre d’occhio le proprie cose e tenere conto che qualsiasi
oggetto può essere utile.
In queste condizioni assurde di vita gli uomini si dividono tra pessimisti e ottimisti, ovvero tra:
o coloro che credono che ormai tutto sia perduto,
o e chi invece, nonostante le condizioni disumane di vita, continuano a sperare che ci sia
una via di salvezza.

Il capitolo si chiude con una breve riflessione che spiega il titolo del capitolo. L’autore descrive
come dopo solo quindici giorni di prigionia, egli si sia trasformato divenendo un'altra persona, una
persona sul fondo, completamente annientata e rassegnata, preda perennemente dalla fame,
capace di rubare, con le piaghe sul dorso dei piedi, il ventre gonfio, la pelle gialla.

CAP3:

Levi viene assegnato, dopo vari trasferimenti, al Block 30, ad una cuccetta in cui dorme già un altro
prigioniero, Diena, che lo accoglie cordialmente facendogli posto.

Inizia così la vita da deportato per Primo Levi che si trova ad affrontare due problemi fondamentali:
o il problema della lingua, considerato che il lager è abitato da una babele di persone che
parlano lingue diverse e non è facile capirsi. Anche gli ordini e le minacce vengono urlati
in lingue sconosciute e per chi non capisce al volo sono botte e punizioni;
o il problema del cibo che consiste nella distribuzione di una zuppa e del pane, un “sacro
blocchetto grigio che sembra gigantesco in mano del tuo vicino, e piccolo da piangere in
mano tua”.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

La notte di Levi è agitata e abitata da sogni cupi e angosciosi. All’alba le luci si accendono e tutti si
agitano, vestendosi frettolosamente e correndo alle latrine e al lavatoio per poter arrivare per primi
alla distribuzione della razione quotidiana di pane.
L’igiene nel campo scarseggia. Il lavatoio, decorato da grandi affreschi didascalici che fungono da
monito a lavarsi e ad avere cura di sé, è in realtà un luogo immondo e dal cattivo odore, il
pavimento è coperto di fanghiglia, dai lavandini scorre un’acqua torbida, maleodorante e non
potabile, è praticamente inutile ai fini di una effettiva igiene. Infatti, pochi in quelle condizioni
mantengono la voglia di pulizia ed anche Levi, dopo solo una settimana di prigionia, considera il
lavarsi come un inutile spreco di energia e completamente inefficace.
Nonostante ciò, c’è chi insiste a mantenere l’abitudine di lavarsi come Steinlauf, un cinquantenne
che Levi incontra un giorno al lavatoio. Steinlauf nonostante l’inutilità dell’azione è intento a
strofinarsi vigorosamente senza sapone e con ben scarsi risultati. Egli si rivolge a Levi chiedendogli
perché non si voglia lavare e gli ricorda che smettere di aver cura di sé equivale a cominciare a
morire ed a fare il gioco del Lager il cui fine è di ridurre l’uomo a bestia. Aver cura della propria
igiene, anche se inutile, è un modo per reagire e sopravvivere, sopravvivere per testimoniare e
per affermare la propria dignità.

CAP4

Il tempo scorre tutto uguale nel Lager popolato da persone segregate in un ambiente nemico.
Il compagno di lavoro di Primo Levi si chiama Null-Achtzehn, Zero Diciotto, nome derivato dagli
ultimi tre numeri del suo numero di matricola. E’ un ragazzo molto giovane che appare ormai
svuotato, indifferente a tutto. Mentre tutti cercano di sottrarsi alle fatiche lui non si cura più di
evitarle ed è quello che lavora più di tutti. Tutti cercano di evitare di lavorare in coppia con lui, che
ha ritmi troppo faticosi, così come cercano di evitare di essere in coppia con il protagonista che è
debole e maldestro e quindi rappresenta un peso aggiuntivo. Così i due si ritrovano a lavorare
insieme.
Il lavoro consiste nel trasporto di pesantissime traversine di ghisa. Un giorno Null-Achtzehn zero
diciotto inciampa durante un trasporto facendo cadere tutto il carico, anche Primo Levi viene
travolto e rimane ferito ad un piede, colpito di taglio dallo spigolo di ghisa. Il dolore è molto
intenso, tutti accorrono, approfittando dell’accaduto per avere una tregua dalla fatica, arriva
anche il Kapo (prigioniero scelto dai nazisti per la sua indole aggressiva e violenta per controllare
gli altri prigionieri) che rimanda brutalmente tutti al lavoro e dà due ceffoni a Levi che si alza da
terra e constatato che riesce a reggersi in piedi continua la giornata di lavoro fino a sera, quando,
finalmente tornato alla baracca, può togliersi la scarpa scoprendo che è piena di sangue.
Levi decide dunque di andare, appena dopo aver mangiato la sua razione di zuppa, all’infermeria,
in Ka-Be.
Ka-Be è l’abbreviazione di Krankenbau, “ospedale”, è una costruzione composta da otto baracche
dove pochi vi soggiornano più di 2 settimane e nessuno più di 2 mesi: o si guarisce o si viene
mandati alle camere a gas.
Nella zona all’aperto davanti ai due ambulatori, Medico e Chirurgico, vi sono due lunghe file di
uomini, “ombre” li definisce lo scrittore. I primi della fila sono già scalzi e pronti ad entrare; è
proibito presentarsi con scarpe e berretto.
Quando arriva il turno di Levi questi lascia le scarpe al deposito e viene fatto entrare in una stanza
in cui vi è un’altra fila. Qui i deportati che arrivano ai primi posti della fila devono farsi trovare nudi
e l’infermiere infila ad ognuno sotto l’ascella il termometro qualsiasi sia la patologia di cui soffre.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

Dopo la visita Levi viene dichiarato Arztvormelder e rispedito in baracca. Il compagno di


letto Chajim si felicita con lui e gli spiega che Arztvormelder significa che l'indomani mattina dovrà
ripresentarsi al Ka-Be per la visita definitiva.
Cucchiaio, gamella, berretto e guanti gli vengono portati via perché è vietato portarli in Ka-Be ed il
giorno seguente, Levi insieme a tutti gli altri prigionieri dichiarati Arztvormelder vengono riuniti
nella piazza dell’Appello, qui vengono fatti spogliare al freddo, gli vengono tolte le scarpe, vengono
rasati e contati più volte, gli vien fatta due volte la doccia e complessivamente devono rimanere in
piedi per 10 ore di cui 6 nudi.
Dopo una veloce visita, eseguita da un medico anch’egli un deportato, Levi viene destinato
al Block 23. Ma per poter entrare al block 23 Levi è costretto ad aspettare ancora molte ore
durante le quali egli viene deriso dai deportati polacchi in quanto italiano, poiché la nomea degli
ebrei italiani è di persone facilmente derubabili, che non sanno lavorare e che sono destinati a
soccombere; infatti, constata amaramente lo stesso Levi, da 174.000 che erano all’arrivo sono
rimasti in tutto in una quarantina. Dopo la compilazione di una scheda di ricovero, Levi finalmente
riesce ad entrare nella baracca a cui è assegnato e viene destinato alla cuccetta 10. Con sua
meraviglia score che è l’unico occupante della cuccetta! Per la prima volta Levi ha un letto tutto
per sé.
Nel Ka-Be Levi può riposarsi e godere di una tregua di venti giorni dalle dure condizioni di vita del
Lager. Nel Ka-Be non fa freddo, non si lavora e non si viene percossi. Tutto è più rallentato e c’è
meno rigore, si rimane nella cuccetta anche per mangiare, solo per la visita del medico è
necessario alzarsi, spogliarsi e rimanere in fila. In lontananza si sente la musica della banda che
accompagna come automi i detenuti al lavoro, quella musica “infernale” che rappresenta la voce
del Lager ed il cui ricordo rimarrà inciso nella mente dei deportati ancora per molti anni dopo la
liberazione.
Levi ha 2 vicini di cuccetta, un olandese, Walter Bonn, e un ebreo polacco, albino, non più giovane
che si chiama Schmulek. Quest'ultimo il giorno successivo viene messo in uscita con il gruppo di
quelli che non fanno più ritorno, destinati alle selezione; lascia a Levi il suo coltello e il suo
cucchiaio.
Walter spiega che il nome della baracca, Schonungsblock, indica la baracca in cui vengono
messere i malati leggeri, convalescenti e dissenterici. Ogni 3 giorni i dissenterici vengono
sottoposti a controlli per verificare che effettivamente siano malati mostrando, a due per volta, lì
sul posto, in un minuto esatto, una secchio di latta che confermi il persistere della loro diarrea.
Le pagine conclusive di questo capitolo si basano sulla considerazione che il ka-be, parentesi di
relativa pace, è il luogo dove il deportato riesce a riprendere per un attimo coscienza di sé, di ciò
che è diventato, ed inevitabilmente emerge anche la consapevolezza di quanto gli è stato tolto e il
doloroso ricordo della vita passata. Quando si lavora e si soffre non si ha invece il tempo di
pensare.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP5

Dopo 20 giorni di ricovero Levi viene dimesso dal Ka-Be, viene assegnato ad un nuovo Block,
il numero 45, ed avviato ad un nuovo lavoro. E’ un nuovo inizio, è come ripartire dal primo giorno
perché si ricevono nuovi abiti e scarpe, nuovi per modo di dire perché sono solo disinfettati e in
precedenza appartenevano ad altri deportati, devono quindi essere riadattati alla propria persona.
Si riparte da capo anche per quanto riguarda gli utensili, bisogna trovare il modo di procurarsi
nuovamente cucchiaio e coltello, che in Ka-be erano stati requisiti e mai restituiti. Inoltre non viene
mai riassegnato il block in cui si alloggiava in precedenza e quindi l’ambiente cambia
completamente, si hanno nuovi compagni e nuovi capi con i quali dover trovare il modo giusto per
relazionarsi.
L’aspetto positivo per Levi è che nel Block 45 vi è anche Alberto, il suo miglior amico. Tuttavia, i
due amici non riescono ad ottenere di poter dormire nella stessa cuccetta; cosa non di poco conto
perché avrebbe dato ad entrambi il vantaggio di “avere un compagno di letto di cui fidarsi”.
In inverno le notti nel Lager sono lunghe, dopo l’esiguo rancio serale, solitamente
l’ingegnere Kardos gira tra i deportati a curare piaghe e calli ricevendo in cambio del cibo, e
volentieri si rinuncia ad un pezzetto del prezioso pane per alleviare il tormento ai piedi. Di
nascosto, a volte, entra nel block un cantastorie che canta una rapsodia yiddisch.
L’ultima funzione della giornata consiste nella possibilità di cambiare le scarpe rotte, ciò dà luogo
ad una scatenata corsa di 40/50 persone verso il Tagesraum nella speranza di arrivare primi e
poter usufruire del cambio, dato che il numero di scarpe disponibili è esiguo e meno di una decina
di deportati riusciranno nell’intento.
Dopo di che le luci si spengono e tutte le attività si interrompono, non rimane altro che coricarsi.
Levi non conosce il suo compagno di letto, non lavora nel suo stesso Kommando e si stende in
cuccetta solo al momento del silenzio, addormentandosi immediatamente ed occupando buona
parte della cuccetta. Levi tenta di farsi spazio ma alla fine finisce per dormire per metà sulla
traversina di legno.
Ha inizio la tormentata nottata dello scrittore: in principio cade in uno stato di dormiveglia dove i
vari suoni si confondono tra veglia e sonno e così il russare del vicino di cuccetta diventa il rumore
di una locomotiva che sta per arrivare ed il fischio in lontananza del cantiere della Decauville, che
lavora anche di notte, è il fischio di quella stessa locomotiva che nel sogno riporta Levi in Italia, a
casa sua, dove si ritrova a raccontare alla sorella, a qualche amico e ad altra gente, la sua vita del
Lager ma gli ascoltatori non lo seguono e sono del tutto indifferenti. Allora egli si sveglia
angosciato e si ricorda di aver già fatto quel tipo di sogno, e ricorda anche di averlo raccontato ad
Alberto che gli ha confidato di aver fatto anche lui quello stesso sogno e come loro molti dei
deportati lo hanno fatto.
Un altro tipo di sogno ricorrente e comune è il sogno di mangiare. Come nel mito di Tantalo il cibo
è lì davanti agli occhi, se ne percepisce l’odore, viene avvicinato alle labbra ma non si riesce a
mangiarlo.
A metà della notte inizia l’andirivieni dei deportati al secchio, per smaltire il grande quantitativo di
acqua ingerito attraverso la zuppa. La legge della baracca prevede che una volta colmo il secchio
questo vada svuotato dall’ultimo utilizzatore che è costretto in camicia e mutante (tenuta notturna)
ad uscire nella neve per raggiungere la latrina. Compito che con ogni probabilità toccherà ai più
inesperti e ai non privilegiati, anche se, come afferma lo scrittore, dato che inevitabilmente qualcosa
del contenuto del secchio trabocca sui piedi, è sempre meglio che l’operazione spetti “a noi stessi
piuttosto che il nostro vicino di cuccetta”, di cui poi si avranno i piedi all’altezza del viso per il resto
della nottata.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

Tra sonno, veglia e incubi passa la notte e prima dell’alba suona la campana del campo. La guardia
di notte accende quindi le luci e urla: “Aufstehen” o in polacco “Wstawac”, “Alzarsi” dando inizio
una nuova lunga giornata fatta di freddo, fame, vessazioni e fatica.

CAP6

Il compagno di letto di Levi non è sempre lo stesso. Per un certo periodo è un polacco di cui Levi, e
tutti gli altri, ignorano il nome, che odora di malattia, ha infatti due grosse piaghe alle tibie ed è
debole di vescica, problema per cui si alza, svegliando Levi, anche dieci volte per notte. Quando il
polacco entra in ospedale lasciando in consegna i suoi guanti a Levi, subito viene sostituito da un
altro polacco alto e rosso di capelli.
Il più delle volte i compagni di cuccetta di Levi, dato che lui è basso di statura, sono alti, perché
due alti nella stessa cuccetta non riescono a stare.
Il nome del nuovo compagno è Resnyk, ha 30 anni e nonostante abbia vissuto a Parigi per lungo
tempo parla un francese strano. Egli si rivela da subito un buon compagno che oltre a non dare
grossi disturbi durante il sonno si offre di fare il letto al mattino, operazione che svolge bene e
rapidamente. Resnyk viene assegnato anche allo stesso Kommando di lavoro di Levi.
Il lavoro consiste nel trasporto di traversine di legno che servono per spostare un grosso cilindro
di ghisa che pesa diverse tonnellate. Anche le traversine sono molto pesanti, circa 80 Kg.
Le condizioni in cui Levi e i suoi compagni devono lavorare sono disumane ed essi cercano di
ricorrere a piccole astuzie per poter sopportare la fatica. Per esempio, Levi che dopo il primo
trasporto è stroncato dallo sforzo e rischia di soccombere, decidere di chiedere a Resnyk,
decisamente più alto, forte e robusto, se vuol essere il suo compagno di lavoro. Con grande stupore
dell’autore Resnyk accetta e si rivela un compagno di lavoro gentile e disposto a sobbarcarsi la parte
più pesante del lavoro.
Nonostante questo, per Levi la fatica continua ad essere enorme, chiede quindi, per poter staccare
e riprendere le forze, di andare alla latrina che è piuttosto lontana. Una volta al giorno viene
concesso di recarvisi ma solo se accompagnati e Levi verrà affiancato da Wachsmann, un altro
prigioniero che è stato investito della carica di “accompagnatore alle latrine”.
Tornato al lavoro Levi, sempre in coppia con Resnyk, fa ancora 2 o 3 trasporti di traversine,
cercando di prendere quelle più leggere finché si sente la sirena che annuncia il rancio di
mezzogiorno. Tutti corrono con la loro gamella in mano ma nessuno vuole essere il primo della fila
per non avere la razione più liquida, considerato che il Kapo si guarda bene dal rimescolare la
marmitta visto che il fondo, ben più sostanzioso, spetta di diritto a lui.
Dopo il rancio è prevista una pausa dal lavoro e tutti possono tornare nelle loro cuccette dove
possono riposare. I sogni che ognuno fa durante questo intervallo sono i sogni di tutti, ovvero di
essere a casa, di fare un bagno caldo, di essere seduti alla propria tavola, di raccontare quanto
vissuto.
L’avvertimento “Es wird balde in Uhr sein” dolorosamente annuncia che è quasi l’una, manca poco
a dover ricominciare. All’una il lavoro riprende, ciascuno torna alla propria fatica.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP7

Levi sottolinea come nel campo di prigionia le mete che l’uomo si pone siano molto diverse da quelle
che si hanno nella vita da uomini liberi. Lo scopo fondamentale che i deportati si pongono e di cui
parlano in continuazione è quello di riuscire ad arrivare a primavera, tutto il resto non interessa,
non ha la minima importanza. Essi scrutano in continuazione il cielo in cerca di segnali che rivelino
l’arrivo della stagione mite.
Una giornata in cui spunta un tiepido sole risveglia subito la speranza che il peggio sia passato e
che le cose andranno migliorando. Una giornata serena fa notare le cose di cui prima non ci si
accorgeva, per esempio il verde dei campi che circondano il lager. L’unica cosa che rimane sempre
grigia e squallida è la Buna (la fabbrica), grande quanto una città e popolata, oltre che dai tedeschi,
da oltre 40.000 stranieri e dove si parlano 15/20 lingue diverse.
Levi riflette sul fatto che ciò che permette agli uomini di sopportare le sofferenze patite nel campo
è la capacità della natura umana di non soffrire le pene e i dolori patiti in modo simultaneo,
sommandone l’impatto, ma percependoli con un ordine basato sulla causa maggiore. Per esempio,
accade che non appena la stagione primaverile fa cessare il freddo insopportabile contro cui i
deportati hanno lottato per tutto l’inverno, subito emerge, con maggiore forza, l’altro grande
nemico contro cui i deportati lottano quotidianamente: la fame. Da quel momento tutte le
conversazioni vertono sul cibo.
Sigi, un giovane diciassettenne, racconta con grande rimpianto di quando ad un pranzo nunziale
non ha finito il suo terzo piatto di zuppa di fagioli e Béla parla di una ricetta per fare la polenta
dolce. Anche Levi non resiste a fantasie di fame che gli fanno danzare davanti agli occhi la
pastasciutta cucinata al campo di smistamento e lasciata lì alla notizia della partenza il giorno dopo
per il lager.
Fischer, un ungherese, uno degli ultimi arrivati, è riuscito a conservare mezza razione del pane
distribuito al mattino e adesso lo mastica lento e metodico sotto gli occhi affamati di tutti gli altri
detenuti; nessuno dei prigionieri di lungo periodo ha la capacità di conservare così a lungo un
pezzetto del proprio pane.
La giornata, raccontata da Levi in questo capitolo, è speciale, non solo per lo spuntare del sole
dopo il lungo inverno, ma anche perché uno dei deportati, Templer, è riuscito a procurare
una razione aggiuntiva di zuppa lasciata dagli operai polacchi che lavorano poco distante perché
sapeva di rancido e che per i deportati diventa un dono inaspettato capace di placare per un po’ i
morsi della fame.
A fine giornata, poiché tutti si sentono eccezionalmente sazi, gli animi sono pacificati e non
nascono i soliti litigi. Ognuno si ritrova a pensare ai propri cari, cosa che non avviene solitamente,
e per qualche ora tutti “possono essere infelici alla maniera degli uomini liberi”.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP8

Tra i deportati si è creata un’organizzazione economica basata su una sorta di borsa valori
clandestina determinata da scambi tra i prigionieri di varia natura: viveri, vestiario ed ogni genere
di merce reperibile.
Per questo motivo vi è attenzione per ogni minimo accadimento che possa influire sugli scambi.
Uno di questi eventi è il cambio della biancheria. La stoffa è un bene prezioso nel campo e l’unico
momento per procurarsene qualche pezzetto, come fazzoletto o benda per i piedi, è appena prima
che avvenga il momento del cambio, in cui si riesce a tagliare qualche lembo prima di riconsegnare
la biancheria utilizzata sino a quel momento senza deturparla. Il cambio di biancheria avviene
all’improvviso e molto velocemente proprio per impedire che i deportati possano ritagliare e
utilizzare del tessuto.
L’angolo più appartato del Lager è quello dove si ritrovano i deportati, spinti dalla fame o da altre
necessità, che sono interessati agli scambi. Alcuni barattano la loro piccola razione di pane con
della zuppa, da cui tolgono i pochi pezzetti di patata residui sul fondo, per poi tentare di scambiare
la zuppa rimasta con del pane, per ritentare da capo l’operazione fino a che non vengono scoperti.
Altri barattano la loro camicia per qualcosa da mangiare, pur sapendo che verranno puniti per
questo e che così patiranno ancora di più il freddo.
Tra la merce oggetto di scambio vi è anche il Mahorca, un tabacco di scarto che viene dato in
cambio dei buoni-premi che dovrebbero essere dati ai migliori lavoratori e che invece finiscono
regolarmente solo ai Kapos e ai prominenti. I buoni-premio sono diventati così una vera e propria
moneta il cui valore varia a seconda dei periodi e degli avvenimenti che influiscono sul mercato. In
questo caso il baratto può avvenire anche con l’esterno del campo, con i lavoratori civili della
Buna.
Il baratto riguarda molti generi di merci fino ad arrivare alle coperture d’oro dei denti.
Per quanto riguarda i traffici limitati all’interno del campo, il limite massimo di “guadagno” non
supera mai le quattro razioni di pane, perché essendo impossibile stipulare accordi a credito, una
razione superiore verrebbe difficilmente preservata da ruberie. Il traffico coi civili, con l’esterno,
invece può portare ad “un guadagno di dieci fino a venti e più razioni, che gli vengono corrisposte
gradualmente una o due al giorno”, ma se scoperto viene duramente punito dalle SS. Lo Haftling
sorpreso in traffici di scambio finisce nelle miniere di carbone, dove difficilmente sopravvive alle
atroci condizioni di vita, ed il lavoratore civile complice finisce nel lager, sottoposto alle condizioni
di vita dei deportati per un periodo che va dai 15 giorni agli 8 mesi. I lavoratori civili condannati
vivono nelle stesse condizioni dei deportati però non vengono tatuati e non vengono rasati, vivono
in una sezione a parte del Lager, lavorano in Kommandos particolari e non entrano in contatto con
i comuni Haftlinge.
Il baratto di generi provenienti dal Lager è duramente condannato dalle SS perché ritenuto
basato su materiale appartenente al Lager (in cui si include anche l’oro dei denti dei deportati
considerato di loro proprietà) mentre per il baratto dei generi provenienti dall’esterno, dalla
Buna, si chiude un occhio. Questo genere di traffico è quindi molto praticato ed è relativo a vari
articoli: scope, vernici, filo elettrico, grasso da scarpe, lampadine, spazzole, sapone comune e per
barba, lime, pinze, sacchi, chiodi, alcool metilico, benzina.
Il Ka-Be, l’ospedale del campo, è il luogo dove più facilmente si svolgono baratti, perché è più facile
eludere la sorveglianza e reperire merce. In particolare gli infermieri traggono guadagno dal
commercio dei cucchiai (indispensabili per poter mangiare la zuppa) dato che in Ke-Be si può entrare
con il cucchiaio ma non uscirne. E’ inoltre luogo di ricettazione della merce rubata in Buna per
utilizzarla come materiale sanitario, per esempio tubi sottili di plastica usati per gli enteroclismi e le

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

sonde gastriche, termometri, reagenti chimici e, da un’idea dello stesso Levi e del suo amico Alberto,
carta millimetrata da utilizzare per i diagrammi polso-temperatura.
La considerazione finale dello scrittore è un invito, rivolto direttamente al lettore, alla riflessione
sul significato, in una situazione del genere, dei termini “bene”, “male”, “giusto”, “ingiusto” e su
quanto possa sussistere nel Lager dei comuni valori morali.

CAP9

Levi considera l’esperienza del Lager una “gigantesca esperienza biologica e sociale” in cui uno
sperimentatore può individuare cosa sia essenziale e cosa acquisito nel comportamento
dell’”animale-uomo” che lotta per la propria vita.
L’autore non crede che in tali condizioni emerga che la sostanza dell’uomo sia fondamentalmente
brutale ed egoista ma che si produca invece una momentanea sospensione di alcune
consuetudini e istinti sociali.
In particolare, egli individua l’emergere tra gli uomini di due categorie ben distinte: i salvati e i
sommersi. Nella vita da liberi questa distinzione è meno evidente perché l’uomo non è solo ma
collocato in una società, emerge invece nettamente nel Lager, dove ognuno è “disperatamente
ferocemente solo” nel combattere la lotta per la sopravvivenza.
Nel Lager la legge iniqua, che talvolta prevale anche nella vita, del “a chi ha, sarà dato; a chi non
ha, a quello sarà tolto” è apertamente in vigore. Così, soccombono coloro che si attengono
pedissequamente alle regole ufficiali, i Muselmanner(mussulmani – la nota di Levi precisa che
con questo nome i vecchi del campo designavano i deboli, quelli votati alla selezione per le
camere a gas), che finiscono per essere i primi a indebolirsi e morire. Le statistiche lo confermano
dimostrando che tra i numeri esigui dei sopravvissuti non emergono mai dei semplici Haftling ma
solo coloro che hanno cercato di emergere come Organisator, Kombinator, Prominent,
guadagnando una posizione di lavoro privilegiato, come quella di Kapo, infermiere, medico,
ciabattino, musicista, ecc.
Chi si è sempre attenuto agli ordini ricevuti, si è limitato a mangiare la propria razione di cibo, si è
adeguato alla disciplina del lavoro e del campo, solo eccezionalmente è sopravvissuto più di tre
mesi. Questi sono i sommersi, la massa anonima del campo, tutti con la stessa storia di
inadeguatezza.
Tra i salvati emergono i prigionieri a cui i nazisti avevano dato un ruolo specifico, come
i Prominenten (coloro che riescono a predominare sugli altri), i funzionari del campo, tra cui il
direttore-Haftling, i Kapos, i cuochi, gli infermieri, le guardie notturne, fino ad arrivare agli scopini
delle baracche.
Gli ebrei devono lottare duramente per ottenere incarichi da Prominente, rispetto agli altri
detenuti che in “virtù della loro supremazia naturale” li ottengono automaticamente al loro arrivo
nel campo, e proprio gli ebrei si rivelano i più tirannici e crudeli, consapevoli che se non lo fossero,
facilmente potrebbero essere sostituiti da un altro ritenuto più idoneo. La ferocia dei prominenti
ebrei è conseguenza anche della necessità di appagare in qualche modo l’odio provato verso gli
oppressori scaricandolo sugli oppressi.
Oltre ai prominenti vi è anche una categoria di individui che per sopravvivere ha condotto una
lotta continua ogni giorno ed ad ogni ora, in vari modi, attraverso aberrazioni e compromessi,
aguzzando l’ingegno, sopportando le umiliazioni, reprimendo la propria dignità.
Solo gli individui superiori riescono a sopravvivere senza rinunciare al proprio mondo morale.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

Levi racconta le storie di quattro prigionieri che appartengono alla categoria dei salvati, figure
emblematiche della varietà delle vie di sopravvivenza:
o Schepschel, da quattro anni nel Lager, aveva moglie e cinque figli e un negozio di sellaio.
Non eccelle per furbizia, prestanza fisica, coraggio e malvagità e si arrangia con espedienti
miseri e saltuari: qualche furto, qualche manufatto quando riesce a procurarsi i ferri del
mestiere, qualche piccola esibizione canora per gli operai slovacchi. Anch’egli quando gli
si presenta l’occasione cede alla viltà di far condannare alla fustigazione il suo compagno
di ruberie nella speranza di acquisire credenziali per ottenere il posto di lavatore delle
marmitte.
o Alfred L., ingegnere sulla cinquantina che da libero dirigeva un’importantissima fabbrica
di prodotti chimici. Nel lager aveva ottenuto un posto come pulitore della marmitta degli
operai polacchi in cambio di mezza gamella di zuppa al giorno. Ma perseguiva con tenacia
il progetto di un ruolo più importante, per questo motivo in maniera meticolosa curava il
proprio aspetto per distinguersi dal gregge: viso e mani sempre perfettamente puliti,
lavava regolarmente la propria camicia nonostante le difficoltà a reperire il sapone, lo
spazio in lavatoio e il rischio di furto mentre la asciugava, era riuscito a procurarsi una
divisa a righe della sua misura e pulita. Attuò il suo progetto con tenacia ed una rigida
disciplina, senza considerazione per sé e per chi gli ostacolasse il percorso. L’occasione
del salto di qualità gli capitò con la costituzione del Kommando Chimico di cui venne
nominato capotecnico di laboratorio. Quando si trattò di esaminare il nuovo personale si
guardò bene dal scegliere coloro che potevano rappresentare suoi possibili competitori.
o Elias Lindzin, uomo molto basso ma molto muscoloso, grande lavoratore, molto forte e
capace, emana un vigore bestiale. E’ capace di fare mille lavoretti, trasportare enormi pesi,
parla continuamente con voce tonante. Grazie alla sua fama di lavoratore forte e infaticabile
viene notato e da allora per assurdo smette di lavorare. Infatti viene occupato solo per lavori
di particolare perizia e vigore, per il resto è libero di fare scorribande in giro tornando con le
tasche gonfie di merce rubata. Levi interrogandosi su che tipo di uomo sia Elias giunge alla
conclusione che egli rappresenti l’esemplare umano più idoneo alla vita del Lager perché
esternamente appare fisicamente indistruttibile e internamente, in quanto demente, rimane
indenne all’annientamento psicologico operato dal sistema nazista.
Riacquistata la libertà un soggetto come Elias è destinato a vivere ai margini della società, o
in carcere, o in manicomio, mentre nel Lager, dove non esistono né pazzi, né criminali,
prospera e trionfa.
o Henri, è un giovane di 22 anni, intelligente, colto e parla diverse lingue. Dopo che in Buna è
morto il fratello egli ha reciso ogni vincolo di affetto e si è concentrato sulla lotta per
sopravvivere attraverso tre metodi che gli permettono anche di rimanere “degno del nome
di uomo”: organizzazione, pietà e furto. Con la sua capacità di smuovere anche nell’anima
più indurita il sentimento di pietà egli è riuscito a tessere una tela di rapporti di amicizia e di
protezione che egli ha strumentalmente e strategicamente sfruttato per sfuggire
all’annientamento.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP10

Nel Lager viene costituito un reparto di specialisti chimici, il Kommando 98.


Levi, essendo laureato in chimica, si presenta, con altri 14 Haftlinge, tra cui il suo amico Alberto, per
essere inserito nel Kommando, sperando così di migliorare le proprie condizioni di vita andando a
far parte di un gruppo di lavoratori qualificati.
A capo del Kommando, ovviamente, non viene scelto un chimico ma un deportato del gruppo dei
delinquenti professionali, che si rivela subito crudele e spietato come tutti gli altri Kapo.
Con grande delusione di chi ha chiesto di farne parte, il Kommando 98 si rivela da subito un
comune Kommando di trasporto addetto al magazzino del Cloruro di Magnesio. In programma ha
però l’obiettivo di sottoporre, in un non ben precisato futuro, coloro che hanno fatto richiesta di
farne parte, ad un esame di chimica per verificare che abbiano effettivamente i requisiti richiesti.
Al comando del Kapo i candidati del Kommando 98 vengono fatti marciare fino al Magazzino del
Cloruro di Magnesio dove vengono divisi in tre squadre incaricate di scaricare i sacchi dal vagone,
trasportarli e impilarli nel magazzino.
Il ventilato esame di chimica preoccupa tutti per varie ragioni:
o perché sarà in tedesco,
o perché i prigionieri candidati, nelle precarie condizioni fisiche in cui versano, sanno che
per loro sarà già un grosso problema riuscire a reggersi in piedi davanti alla commissione
esaminatrice,
o infine perché i candidati che non riusciranno a superare il test saranno sicuramente
destinati alla selezione per la camera a gas.
Dopo tre giorni, il gruppo dei candidati è già sceso a sette persone: tre sono sparite, come spesso
avviene per i deportati del campo, e cinque hanno rivelato di non aver competenze chimiche e
quindi sono stati tenuti nel gruppo solo come ausiliari.
I sette candidati rimasti vengono chiamati un giorno dal Kapo per sostenere l’esame. Tutti sono
nervosi ad eccezione di Mendi, rabbino russo che conosce sette lingue ed è inoltre sionista,
glottologo, partigiano e dottore in legge; non è chimico ma vuole tentare ugualmente per
diventare Specialista e avere una detenzione meno dura. Sei deportati vengono esaminati in
mattinata, mentre il settimo, Levi, deve tornare nel pomeriggio.
L’aspetto fisico particolarmente miserevole di Levi preoccupa il Kapo che è scettico riguardo al
fatto che egli sia effettivamente un chimico e sia in grado di sostenere l’esame. Egli viene quindi
presentato all’unico esaminatore della commissione rimasto, in maniera negativa e sfiduciata dal
Kapo che lo qualifica con le seguenti caratteristiche:
o è italiano,
o è ebreo,
o è da tre mesi soltanto in Lager ma “già mezzo kaputt”.

L’esaminatore, Doktor Pannwitz, è il classico tedesco ariano, alto, magro, occhi azzurri e
biondo, egli squadra con sguardo malvagio il candidato Levi, ritenuto appartenente ad un genere
umano inferiore e da sopprimere ma da cui è necessario prima accertarsi che non abbia qualche
elemento utile da sfruttare prima di procedere alla sua eliminazione. Il Doktor Pannwitz inizia ad
interrogare in tedesco Levi che non conoscendo bene la lingua si sforza di intuire il significato delle
domande che gli vengono fatte. Levi, stupito che le sue facoltà intellettive siano inalterate,
nonostante la lunga inerzia a cui sono soggette nel Lager, riesce incredibilmente a rispondere alle
varie domande. L’esame va bene e Levi ottiene di entrare a far parte del laboratorio di
chimica ma, sapendo come vanno le cose nel Lager, non fa previsioni ottimistiche ma si

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

accontenta di gioire del fatto che almeno per quel giorno non abbia dovuto lavorare e che quindi
alla sera sarà meno affamato rispetto al solito.

CAP11

Mentre Levi è impegnato insieme ai suoi compagni di Kommando a raschiare e pulire una cisterna
arriva Jean, il più giovane del Kommando Chimico che era stato nominato Pikolo, cioè fattorino-
scritturale a cui competeva la pulizia della baracca e delle gamelle, la consegna degli attrezzi e la
contabilità delle ore di lavoro.
Jean è uno studente alsaziano che parla correttamente francese e tedesco, forte e scaltro ma nello
stesso tempo mite e amichevole. E’ molto benvoluto nel Kommando, dove è riuscito con
perseveranza a conquistarsi la fiducia del Kapo e a mantenere rapporti umani con i compagni
meno privilegiati di lui.
Il Kapo, Alex, uomo violento e ignorante, disprezza gli ebrei e li tratta con crudeltà, è servile invece
con i civili e amichevole con le SS. Jean (Pikolo) è riuscito ad entrare nelle sue grazie attraverso
un’opera lenta e cauta, rendendosi utile per la stesura del registro del Kommando e del rapportino
quotidiano delle prestazioni, che tanto intimidiscono e mettono in difficoltà il Kapo.
Tra le incombenze di Jean c’è anche quella di prelevare il rancio per il Kommando chimico. Per il
trasporto della pesante marmitta egli può scegliere tra i deportati una persona e una mattina egli
decide di chiedere a Levi di accompagnarlo.
Si tratta di andare fino alle cucine, ad un chilometro di distanza, e poi tornare trasportando una
marmitta di cinquanta chili. E’ un lavoro faticoso ma che permette di fare la camminata di andata
all’aria aperta senza carico facendo un lungo giro senza destare sospetti. Camminando i due
parlano di varie cose, le loro case, gli studi, le loro madri, e poi Jean dice che gli piacerebbe
imparare l’italiano. Levi vuole insegnarglielo e per farlo fa una scelta metodologica significativa:
ricorrere al canto XXVI dell’Inferno di Dante, quello di Ulisse.
Levi recita qualche terzina e poi tenta di tradurle, e continua di strofa in strofa, tra lacune e
dimenticanze, continuando a volte in prosa frettolosamente perché nel frattempo stanno per
arrivare alle cucine.
Il canto diventa così un modo per evadere dall’ambiente brutale del Lager, per ritrovare se stessi
e l’umanità, per ricordare la vita da libero. Il faticoso far tornare alla memoria i versi danteschi si
intreccia con la memoria del vissuto di ognuno di loro, il mare, le montagne, il passato. Levi si
sforza di recitare la conclusione del canto ma gli tornano alla memoria altri versi, si sforza di
ricostruire le rime ma ormai non c’è più tempo, sono arrivati alle cucine.
Si mettono in fila insieme a tutti gli altri deportati porta-zuppa.
La dignità umana ritrovata, grazie alla profonda e significativa bellezza del canto dantesco, per un
breve attimo, viene sommersa dalla squallida e bestiale quotidiana realtà di Auschwitz.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP12

Nell’estate del 1944 il campo si riempie di Ungheresi e Levi, detenuto da ormai cinque mesi, fa ormai
parte dei vecchi haftlinge, quelli che non si ponevano più domande sul proprio futuro e su quando
tutto quello sarebbe finito, dato che l’esperienza gli aveva dimostrato quanto vana fosse ogni
previsione.
L’aver superato l’esame di chimica ed aver avuto accesso al Kommando 98 non ha portato ad
alcun miglioramento nelle sue condizioni di vita, ma la considerazione di Levi è che forse è meglio
così dato che un proverbio del campo recita: “Quando si cambia, si cambia in peggio”.
Giunge eco degli ultimi eventi: lo sbarco in Normandia, l’offensiva russa, il fallito attentato a Hitler
ma, dopo un breve violento momento di entusiasmo tra i prigionieri, il futuro torna presto a farsi
di nuovo grigio e confuso.
Nell’agosto del ’44 iniziano i bombardamenti nella zona e l’evoluzione del conflitto mondiale si
comincia ad avvertire anche nella Buna. Il regolare e sistematico procedere del lavoro degenera in
attività disordinate, frenetiche e slegate, volte a fronteggiare i danni dei bombardamenti. La
condizione di vita dei deportati diventano ancora più difficili, acqua e cibo che scarseggiano,
niente luce nelle baracche. Inoltre la ferocia dei civili, dei prigionieri non ebrei e delle ss raddoppia
nei confronti degli ebrei sui cui visi essi credono di vedere lo “scherno della rivincita e la triste
gioia della vendetta”.
Gli ebrei continuano a sopportare tutto con indifferenza e rassegnazione, con il “torpore opaco
delle bestie domate con le percosse, a cui non dolgono più le percosse”. Durante i bombardamenti
non potendo ripararsi nei rifugi, a loro vietati, si ammonticchiano gli uni sugli altri come morti,
condizione che, nonostante la paura provata nell’essere così esposti alle bombe, gli porta, per
assurdo, un temporaneo beneficio dovuto al momentaneo riposo e al calore che si trasmettono gli
uni con gli altri.
È in questo periodo che Levi incontra Lorenzo, un operaio civile italiano che per sei mesi cerca di
aiutarlo in vari modi: portandogli del cibo, donandogli una sua maglia piena di toppe, inviandogli
una cartolina in Italia e poi facendogli avere la risposta. Nel campo a molti ebrei capitava di avere
dei protettori, amici civili che gli forniscono cibo, oggetti e vestiario, in cambio di qualcosa. È una
pratica nota ma sempre trattata con discrezione, sia per non compromettere il protettore, sia per
non aver rivali con cui competere.
Nel caso di Lorenzo è diverso, lui lo fa semplicemente per pura bontà, senza pretendere alcun
compenso in cambio. Levi deve la propria vita a Lorenzo non solo per l’aiuto materiale che gli ha
dato ma soprattutto perché la sua amicizia, semplice e disinteressata, gli ha fatto credere ancora
nel genere umano e nell’esistenza di un mondo giusto e incorrotto, estraneo all’odio.
In contrapposizione con il mondo del Lager, popolato da personaggi, tutti, a partire dal capo delle
SS fino all’ultimo Haftlinge, accomunati dalla desolazione interna, c’è l’umanità di Lorenzo, pura e
incontaminata, grazie alla quale Levi si ricorda di essere un uomo.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP13

Inevitabilmente nel Lager un altro inverno è arrivato e Levi sa bene cosa significa perché ne ha già
vissuto uno. Molti non riusciranno a superarlo e quelli che ce la faranno soffriranno ogni giorno,
ogni minuto, faticando nel vento e nel gelo con un abbigliamento inadeguato, deboli e affamati.
Durante l’estate si è aggiunto un grande numero di deportati che per tutta l’estate hanno
alloggiato in due grandi tende. Adesso le tende sono state smantellate e tutti questi prigionieri
vanno distribuiti nelle baracche già affollate. Tutto questo significa che, per far posto, presto le
selezioni per il crematorio riprenderanno, e nel campo, tra i deportati, già circola la voce.
Chi ne ha la possibilità cerca una via di scampo facendosi ricoverare al Ka-Be, ma sono un’esigua
minoranza. Gli altri controllano vicendevolmente il proprio aspetto rassicurandosi per farsi forza,
perché chi è troppo debilitato, troppo vecchio e poco adatto al faticoso lavoro del Lager
sicuramente finirà nelle camere a gas. Levi, mentendo, rassicura il vecchio Wertheimer dicendogli
che se il giorno prima della selezione si rade per bene e se, quando lo interrogano, dice di avere 45
anni, non deve temere di essere selezionato.
Un giorno il suono della campana a metà giornata annuncia che è il giorno della selezione, tutti
lo capiscono subito perché normalmente la campana suona solo all’alba per la sveglia. Ogni
deportato deve rientrare nella propria baracca e ogni Blockaltester, verificato che tutti siano
presenti, chiusa a chiave la porta, distribuisce ad ognuno un modulo da compilare e ordina che
ognuno si spogli completamente conservando solo le scarpe.
All’arrivo della commissione la massa dei deportati, nudi e spaventati, viene stipata in una piccola
camera nel Tagesraum, una cameretta di 7 metri per 4. Aperta la porta che dà all’esterno ognuno
deve correre nudo nel freddo di ottobre fino alla commissione, che è formata da un sottoufficiale
delle SS, dal Blockaltestere e dal furiere della baracca, consegnare la propria scheda e infine
rientrare dalla porta del dormitorio.
La SS giudica in base a questo passaggio chi deve vivere e chi morire, consegnando a sua volta la
scheda a chi sta alla sua sinistra o alla sua destra. Per esaminare una baracca che ospita duecento
uomini bastano 3 o 4 minuti.
Quando arriva la volta di Levi egli, come tutti, esce cercando di tenere testa alta, i muscoli tesi, il
petto in fuori e quando è davanti alla Commissione con la coda dell’occhio cerca di sbirciare dove
venga consegnata la sua scheda: gli sembra a destra.
Rientrati nella baracca i prigionieri si rivestono. Tutti cercano di capire da che parte siano state
consegnate le schede dei prigionieri scelti per il crematorio e prima ancora che la selezione sia
finita arrivano alla conclusione che sono le schede di sinistra. Alcune scelte sembrano
incongruenti, per esempio, René, giovane e robusto, è finito a sinistra probabilmente per una
svista che forse a favorito proprio Levi che era immediatamente dietro di lui, potrebbe essere
avvenuto uno scambio di schede.
Le sviste sono abbastanza frequenti perché la selezione è molto rapida e sommaria e ai tedeschi
interessa soprattutto liberare dei posti nelle baracche.
Finita la selezione viene distribuito il rancio, ai selezionati verrà data doppia razione. Tra i condannati
in fila per il rancio vi è Ziegler che quando vede che gli viene versata solo la normale razione con
quieta fermezza reclama la doppia razione a cui ha diritto e se ne va solo quando la ottiene.
Tra gli scampati vi è Kuhn che a voce alta rivolge una preghiera di ringraziamento a Dio per non
essere stato scelto. La sua insensibilità verso chi invece è stato condannato indigna Levi e gli fa
dire: “Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn”.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP14

È novembre e piove, Levi e i suoi compagni di prigionia stanno lavorando in condizioni sempre più
difficili, il terreno è diventato una palude e i deportati sono bagnati fradici e senza possibilità di alcun
riparo.
La riflessione di Levi verte sul cercare di capire che cosa permette agli uomini di sopportare tali
condizioni e di non cadere nella disperazione più totale. Egli giunge alla conclusione che ciò che
permette loro di andare avanti e tollerare, sono le piccole circostanze favorevoli; quel giorno per
esempio è consolante la mancanza di vento, che se ci fosse peggiorerebbe notevolmente la
situazione o, in altri momenti, è consolante il pensare che alla sera possa spettare una razione
doppia di zuppa ed infine, come ultima razzio, rimane sempre al deportato la possibilità di
ricorrere all’espediente di gettarsi sul reticolato elettrico o sotto un convoglio per porre
definitivamente fine alle sue sofferenze.
Levi sta scavando una buca insieme ad altri 3 compagni: Kraus, Clausner e Gounan. Kraus è un
ungherese che capisce poco il tedesco e non parla francese, è un ingenuo, non ha ancora
imparato i piccoli accorgimenti da adottare per poter sopravvivere, lavora troppo senza capire
che più si lavora più si è soggetti a stanchezza, deperimento, fame e quindi alla selezione per la
camera a gas. Kraus è ancora legato alla mentalità dell’onesto lavoro impiegatizio del mondo
esterno, in cui più uno lavora più mangia e guadagna. La logica del lager è ben diversa ed è più
conveniente cercare in ogni modo di risparmiare energie per sopravvivere.
Finito il turno di lavoro i prigionieri rientrano marciando in fila per tre (Zu dreien) e Levi si ritrova
proprio a fianco a Kraus che maldestro fatica a tenere il passo. Levi, osservandolo per un attimo,
intravede l’uomo Kraus, onesto e buono, che proprio per queste sue qualità è destinato
sicuramente a soccombere e allora, spinto da un moto di amicizia, gli racconta un sogno in cui
entrambi sono uomini liberi: Levi è con la sua famiglia a Napoli a tavola con moltissime cose da
mangiare quando Kraus suona all’uscio, portando in dono una pagnotta ancora calda. Levi lo fa
entrare e lo presenta a tutta la famiglia e gli dà da mangiare, da bere e da dormire e tutto è caldo
ed accogliente.
Kraus si commuove ed in magiaro replica con parole incomprensibili ma il cui senso è di augurio e
riconoscenza.
In realtà Levi non l’ha sognato per niente perché Kraus non rappresenta nulla per lui se non un
momentaneo sentore di umanità e dopo questa parentesi di empatia in lui tornano a
predominare le sensazioni di fame e di freddo

CAP15

La pioggia di novembre è diventata neve ed i deportati del Kommando chimico sono rimasti con gli
abiti estivi perchè in teoria dovrebbero lavorare al coperto in un laboratorio, in realtà continuano a
lavorare all’aperto spostando materiale chimico da un magazzino all’altro. In questo momento sono
impegnati a trasportare sacchi di fenilbeta dalla cantina del Reparto Stirolo al magazzino.
Per ora, per Levi, essere nel Kommando chimico non ha portato alcun vantaggio, anzi solo
svantaggi come il non aver ricevuto cappotti che agli altri sono stati invece distribuiti, o avere
sacchi da trasportare che pesano 60 kg., mentre quelli degli altri sono di 50 kg.
Il più volte ventilato laboratorio del Dottor Pannwitz nel Bau 939 non è mai stato realizzato.
Levi sta riflettendo sul fatto che in quelle condizioni sarà difficile arrivare ad un altro inverno, le

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

forze non bastano più, quando avviene l’imprevedibile: Levi è tra i tre Haftlinge, un belga, un
rumeno e un italiano, scelti per il Laboratorio “Die drei Leute vom Labor”, ovvero in italiano “le
tre persone del laboratorio”.
Gli altri deportati si congratulano e tra loro anche Alberto che ne è ben felice, sia per amicizia, sia
perché anche a lui ne deriveranno dei vantaggi, visto il legame di alleanza e condivisione che sta
alla base del loro legame.
Levi promosso a specialista del laboratorio di chimica ha diritto a camicia e mutande nuove e ad
essere sbarbato ogni mercoledì.
L’atmosfera del laboratorio, i suoi macchinari, la vetreria, gli odori per un attimo riportano a galla
il ricordo dell’aula universitaria in Italia.
A capo del laboratorio c’è un polacco-tedesco di nome Stawinoga, dottore non in chimica ma in
glottologia che li chiama con l’appellativo di Monsieur, cosa che Levi ritiene, in un contesto del
genere, ridicola e sconcertante.
In laboratorio ci sono 24 gradi e vi sono molti oggetti e materiale da rubare utili per il baratto; il
problema di riuscire a superare il rigore dell’inverno e di mangiare abbastanza non si pone più. Già
Levi programma di cucirsi una tasca interna segreta per trasportare la merce rubata e di accordarsi
con l’inglese che lavora in officina per il baratto. Dopo un anno di Lager sa di poter eludere
qualsiasi controllo e sorveglianza.
Tuttavia pur sapendo che questo colpo di fortuna aumenta notevolmente le sue possibilità di
sopravvivenza Levi sa anche che basta poco, un piccolo errore nelle misure, un vetro rotto, una
disattenzione e in un attimo potrebbe ricadere nella situazione precedente e finire al “Camino”.
Inoltre, c’è l’incognita dei russi che hanno il fronte di guerra sempre più vicino al campo.
Levi vive una situazione privilegiata, in campo dalla sera al mattino è uguale a tutti gli altri ma di
giorno, al lavoro è al coperto e al caldo, seduto con un quaderno ed una matita, non rischia di
essere picchiato ed ha la possibilità di trafficare merce per procurarsi cibo. Ma è proprio questa
situazione di tranquillità, come nel Ka-Be e nelle domeniche di riposo, che gli fanno ricordare il suo
essere uomo facendo emergere di nuovo la sua coscienza ed è in queste occasioni che inizia a
scrivere quello che egli afferma “non saprei dire a nessuno”.
Tra i civili del laboratorio ci sono anche delle ragazze, di fronte a loro i prigionieri si sentono
sprofondare di vergogna, ripugnanti come sono nell’aspetto e sudici, pieni di pulci e puzzolenti. Le
ragazze sono bionde, ben vestite e ben pettinate, anziché lavorare spesso fumano, mangiano, si
limano le unghie e chiacchierano tra di loro, provano disprezzo e ripugnanza per i deportati.
Sentire le ragazze conversare tra loro della propria vita nel mondo libero riporta alla mente di Levi
la sua vita di un anno prima quando ancora uomo libero, quando ancora aveva un nome e una
famiglia, un corpo sano e una mente lucida e l’avvenire appariva ricco di aspettative. La
considerazione finale è che, anche se riuscisse a spiegare tutto questo alle ragazze certo non lo
capirebbero, e se anche lo comprendessero non potrebbero sostenere la sua vicinanza e lo
eviterebbero.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP16

Da quando Levi lavora in laboratorio le occasioni per vedere e parlare con Alberto si limitano alla
marcia di rientro alla baracca dopo il lavoro, in cui discorrono di tutto e si aggiornano sulle ultime
novità.
Nell’ultima settimana Lorenzo (l’operaio civile italiano diventato amico di Levi) fa avere ai due
amici ogni sera tre o quattro litri di zuppa. Per poterla trasportare Levi e Alberto si sono ingegnati
facendosi costruire, con due pezzi di grondaia, un secchio da Silberlust, il lattoniere, in cambio di
tre razioni di pane. Ne è scaturita una sorta di gamella gigante (menaschka) come poche se ne
trovano nel campo; l’iniziativa ha inoltre determinato un sensibile miglioramento nella loro
considerazione da parte degli altri deportati.
D’altra parte le trovate da parte dei due amici non si limitano solo al progetto di procurarsi
un’altra gamella gigante, per fare la rotazione con la prima, ma si estendono ad altre 3 imprese
che attraverso ingegnose soluzioni e inventiva li vedono complici in commerci che gli fruttano
prestigio e gli portano cibo: la sottrazione di una scopa che smembrata e ricostruita è stata così
apprezzata da essere seguita da successive ordinazioni dello stesso modello; la richiesta di una
lima grossa in magazzino per poi scambiarla con due piccole per rendere una delle due al
magazzino e vendere l’altra; la fabbricazione di targhette colorate, al posto di foglietti sgualciti, da
distribuire ai deportati che hanno fatto regolarmente la doccia e che gli dà diritto al loro rancio
quotidiano.
Una sera vi è un cambiamento rispetto ai soliti e stabiliti ritmi del campo e la marcia di rientro alla
baracca viene prolungata fino alla piazza dell’Appello. In controluce sullo sfondo della piazza, i due
amici intravedono la sagoma della forca. Tutte le squadre di rientro dal lavoro sono state radunate
lì per assistere all'impiccagione di un uomo.
Levi, durante la sua prigionia, ha già assistito a 13 pubbliche impiccagioni per reati comuni come
furti o sabotaggi o tentativi di fuga, ma stavolta il condannato è accusato di aver partecipato ad
una rivolta durante la quale è stato fatto saltare un forno crematoio.
Il fatto nuovo, che scuote le coscienze, è che prima di morire l'uomo grida: "Compagni, io sono
l'ultimo!", “Kamaraden ich bin der Letzel!”.
La riflessione di Levi è che: in quell’inferno di rassegnazione e di sterminio, ecco un uomo che
trova ancora il coraggio di ribellarsi e resistere. Sino alla fine egli non si è lasciato piegare dalla
vita del Lager, ha trovato la forza di reagire e muore davanti ad una massa di uomini inermi e
spossati che, anche se intimamente scossi da quell’urlo, rimangono in piedi, curvi, docili, a capo
chino, ubbidienti agli ordini dei tedeschi.
Se i russi arriveranno a liberarli dalla loro prigionia si troveranno davanti un gregge di inermi in cui
non è più ravvisabile alcuna traccia dell’uomo. I tedeschi sono riusciti nel loro proposito di
distruzione.
Alberto e Levi rientrano, senza riuscire a guardarsi in faccia, nella loro baracca dove, dopo aver
soddisfatto la fame dividendosi la zuppa della menaschka, rimangono oppressi da un sentimento
di vergogna.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

CAP17

L’11 gennaio 1945 Levi viene di nuovo ricoverato al Ka-Be nel reparto degli infettivi perché si ammala
di scarlattina. Nella cameretta vi sono altri 12 pazienti ma Levi ha la fortuna di avere una cuccetta
tutta per sé.
Dal barbiere del Ka-Be viene a sapere che i russi stanno arrivando ed il campo verrà presto
evacuato. La notizia non provoca in Levi quella reazione emotiva che avrebbe potuto avere solo
qualche mese prima, egli rimane distaccato e rassegnato. Anche il medico conferma la notizia
comunicando che tutti i malati in grado di camminare sarebbero partiti con tutti gli altri per una
marcia di 20 Km., mentre i malati più debilitati sarebbero rimasti in Ka-Be con personale di
assistenza scelto tra i meno gravi.
Due dei malati, ebrei ungheresi, nonostante fossero molto deperiti, decidono di unirsi ai sani,
hanno il terrore di rimanere nel Ka-Be ed anche se è insensato nelle loro condizioni pensare di
resistere ad una marcia di quella lunghezza, si coprono sommariamente con degli stracci ed
escono dalla finestra; saranno abbattuti dai nazisti dopo pochi km non essendo in grado di
proseguire.
Alberto passa a salutare Levi prima di partire, è allegro e fiducioso e si unisce a tutti gli altri che
nella quasi totalità la notte del 18 gennaio 1945 sparirono durante la marcia di evacuazione, la
cosiddetta marcia della morte.
Nel campo rimangono solo chi è malato o troppo debole e qualche sano ben consigliato da
qualcuno, in tutto il Ka-Be circa 800 persone e nella cameretta in 11.
Iniziano per chi è rimasto “dieci giorni fuori del mondo e del tempo”.
Il mattino seguente all’evacuazione i malati ricevono l’ultima distribuzione di zuppa ed una
distribuzione di pane, nel campo rimangono ancora alcune SS e per un po’ continua a funzionare
l’elettricità mentre il riscaldamento delle baracche viene interrotto. Levi si procura quindi delle
coperte prendendole dal reparto dei dissenterici. Durante la notte il campo viene bombardato e
colpito, le SS abbandonano definitivamente il campo. Nel campo adesso non ci sono più neppure
acqua ed elettricità.
Il giorno seguente Levi, compreso che non possono resistere a lungo in quelle condizioni, organizza
con due prigionieri francesi una spedizione all’esterno del Ka-Be nella speranza di recuperare
qualcosa di utile per mangiare e riscaldarsi.
All’esterno i segni del bombardamento sono evidenti, alcune baracche bruciano, altre hanno porte
e finestre sfondate. Molti deportati cenciosi e scheletrici si aggirano in cerca di cibo, o si scaldano
vicino alle braci delle baracche fumanti, o fanno sciogliere sul fuoco la neve in recipienti di fortuna.
Levi e i due francesi riescono a procurarsi e portare nella loro baracca una stufa di ghisa e due
sacchi di patate. Riescono a far funzionare la stufa ed a cuocere le patate. Gli altri malati in segno
di gratitudine gli cedono parte del loro pane. È un avvenimento emblematico del fatto che il
Lager non esiste più, infatti fino al giorno prima sarebbe stato inconcepibile un simile gesto di
generosità perché nel Lager vigeva la legge che diceva: “mangia il tuo pane, e, se puoi, quello del
tuo vicino”.
La baracca di Levi e dei francesi è l’unica che è riuscita a dotarsi di una stufa e fuori dalla porta si
accalcano i malati degli altri reparti ma loro riescono a impedire che entrino.
Nelle giornate seguenti durante le escursioni fuori dalla baracca alla ricerca di cibo Levi riesce a
trovare nel laboratorio di chimica una batteria carica che gli permette di poter installare
l’illuminazione nella baracca.
Una sortita fino all’area in cui vivevano le SS frutta a Levi ed ai suoi compagni altri generi di grande
utilità che li aiuta a resistere e a far fronte alle difficoltà.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)


lOMoARcPSD|5509640

Nonostante le SS se ne siano andate capita ancora un episodio di repressione quando un gruppo


di SS in fuga ed armato entra nel campo e sorprende 18 francesi che si erano stabiliti nel refettorio
delle SS, saranno tutti uccisi con un colpo alla nuca. I cadaveri dei 18 francesi rimangono esposti
perché nessuno ha la forza di dargli sepoltura. Così come rimangono abbandonati sparsi nelle
baracche e nel campo i corpi dei prigionieri che non erano riusciti a sopravvivere al freddo e alla
fame.
La camera dove sta Levi con i suoi compagni è separata da quella accanto, dove stanno i
dissenterici, da una parete di legno attraverso la quale Levi sente due italiani, non più in grado di
muoversi, piangere ed implorare aiuto. Una sera per far smettere quei lamenti, vincendo il
ribrezzo di entrare in quella stanza dove molti giacevano morti o moribondi e dove il pavimento
era ricoperto di escrementi, Levi decide di portare loro un po’ d’acqua e di zuppa. L’iniziativa ha un
effetto controproducente perché da allora i lamenti arrivarono da tutti i prigionieri di quella stanza
che giorno e notte chiamarono il nome di Levi implorando aiuto.
Anche nella camera di Levi vi sono deportati in condizioni gravissime come Lakmaker un ebreo
olandese di 17 anni che debilitato dalle malattie, tifo e scarlattina, una notte nel tentativo di
raggiungere la latrina, cade e rimane a terra incapace di muoversi, gli va in soccorso Charles, uno
dei francesi che vincendo la debolezza riesce a ripulirlo e riportarlo nella sua cuccetta,
disinfettando poi ogni cosa e se stesso con la cloramina. Levi ammira la sua abnegazione.
Il quinto giorno la scoperta di un enorme silo di patate, stipate in due fosse lunghissime fuori dal
campo, oltre il filo spinato, permette di superare il problema della fame; ce n’è a sufficienza per
tutti. Nonostante ciò le condizioni dei deportati peggiorano continuamente, tutti sono
estremamente deboli, nessuno guarisce e molti si ammalano di polmonite e diarrea. Molti
giacciono incapaci di muoversi nelle cuccette e quando muoiono nessuno se ne accorge.
Alla baracca 14 i malati in discrete condizioni riescono ad organizzare una spedizione al campo
evacuato dei prigionieri inglesi e ne tornano con un carretto pieno di cibo: margarina, lardo, farina
ecc. Tutto il campo ne beneficia perché nonostante gli altri prigionieri non abbiano le forze fisiche
per intraprendere la stessa spedizione riescono però ad avere qualcosa tramite il baratto. Così per
esempio nella baracca di Levi si ingegnano a costruire candele che scambiano con lardo e farina.
Somogyi, già convalescente di tifo e scarlattina, viene preso da febbre alta, cade in un delirio in cui
ad ogni respiro mormora “jawohl”, che dura due giorni e muore. Rimane a giacere sul pavimento.
I russi finalmente arrivano il 27 gennaio 1945, proprio mentre Levi e Charles, dopo aver sbrigato i
lavori più urgenti, hanno trovato le forze per portare il corpo di Somogyi fuori dalla baracca, nella
neve grigia.
Degli undici infettivi della camera di Primo Levi, 5 sono morti dopo qualche settimana e sei si sono
salvati.
Alla fine del capitolo XVII è riportata la scritta: “Avigliana-Torino, dicembre 1945 - gennaio 1947”.
Le due località indicano:
o Avigliana la sede della fabbrica dove Levi lavorerà come chimico
o Torino la casa dove egli era nato e dove abiterà per il resto della sua vita.

Scaricato da Fabrizio Simoni (simonif61@gmail.com)

Potrebbero piacerti anche