Sei sulla pagina 1di 17

Leopardi

Vita
Egli nasce nel 1798 a Recanati, piccola città appartenente allo Stato della Chiesa, questo ne
condizionerà la vita poiché era uno stato molto chiuso e reazionario (chiuso alle innovazioni).

La famiglia Leopardi faceva parte della nobiltà terriera ma si trovava in pessime condizioni
economiche, il padre, Conte Monaldo era un uomo colto, ma anch’esso reazionario e attardato
e aveva una notevole biblioteca, la madre era tesa a far quadrare i conti familiari facendo venir
meno l’affetto, quindi rendeva l’ambiente grezzo.

A 5 anni Giacomo viene introdotto allo studio da precettori, i quali ne notano le doti al di fuori
del comune, egli impara rapidamente e a 10 anni conosce latino, greco ed ebraico. I precettori
si resero conto di non potergli più insegnare niente, e quando se ne vanno, visto che lui si era
estraniato dagli altri ragazzi, perde al guida e il contatto con l’esterno, da ora in poi non ha
contatti con la natura esterna e studia nella biblioteca del padre , “7 anni di studio matto e
disperatissimo”, diventando così erudito, e iniziano così i problemi fisici, come la cecità e la
gobba.

Tra il 1815-16 Leopardi compie il passaggio che lui chiama “dall’erudito al bello”, stanco della
cultura che si era creato egli apre i suoi orizzonti alla poesia ed alla sua bellezza estetica, fino
a quel momento aveva scritto solo saggistica e studi filologici, ma inizia a studiare da Dante
fino ad Alfieri e compone molte liriche. In questo periodo egli conosce Giordani, che lo mette
in guardia sul fatto che stanno subentrando nel mondo ideali democratici, così comincia a
nutrire un sogno: abbandonare la sua casa “la tomba dei vivi” e inizia a vivere con sofferenza la
chiusura di Recanati.

Egli vuole andare a Roma e nel 1819 organizza di nascosto la fuga, ma il padre lo scopre e
questo lo getta nello sconforto, facendogli provare la nullità di tutte le cose, che gli fa perdere
anche il gusto della poesia, avviene così un altro cambiamento del suo pensiero “dal bello al
vero”, egli abbandona la tematica del bello e abbraccia il vero, dando vita ad una poesia intrisa
di pensiero. Il 1819 dà inizio ai “piccolo idilli”. Successivamente attraverso varie amicizie egli
inizia ad essere conosciuto e diventa sempre più famoso. Nel 1823 va a Roma e vide come era
fatto il mondo reale, entra in contatto con aristocrazia e medio-borghesia, ma ne resta
disgustato e ne evidenzia la completa perdita degli ideali e dei valori nelle “operette morali”
che compone una volta tornato a Recanati. Nel 1825 gli si presenta l’opportunità di uscire da
Recanati e mantenersi col proprio lavoro grazie all’editore Stella. Egli soggiorna a Milano e
Bologna. Nel 1827 va a Pisa, qui si rigenera la sua vena poetica compone i “grandi idilli”; in
questa fase egli inizia ad accusare i primi problemi di salute e torna a Recanati, dove vive nel
palazzo del padre isolato dall’esterno ed immerso nella malinconia, ma nel 1830 accetta
un’offerta degli amici e si trasferisce a Firenze, dove conosce Ranieri, che si accorge delle sue
cattive condizioni e lo invita a Napoli. Nel primo periodo del soggiorno a Napoli, egli stava
meglio e compone “La Ginestra”, frutto di un Leopardi maturo; quest’opera è importante
perché fornisce una via d’uscita dal pessimismo leopardiano, egli dice che tutti gli uomini si
devono affrontare e unire perché sono accomunati da un unico destino avverso. A Napoli
muore nel 1837.
Poetica di leopardi
Leopardi ha trovato gli accenti più intensi e al tempo stesso più diretti per esprimere
il male di vivere dell’uomo. Il suo pessimismo non deriva da un’attrazione morbosa per
la morte e per la sconfitta. Esso nasce solo come reazione alla delusione di
un’aspirazione di vita all’insegna della gioia e della pienezza. Il malessere non si
manifesta mai come rassegnazione lamentosa. Essa è rivendicazione del diritto alla
felicità, protesta e ribellione eroica contro tutte quelle forze che soffocano quel
bisogno dell’umanità.
Leopardi arriva a cogliere le tendenze profonde della sua epoca e le conseguenze
pericolose che da esse potevano scaturire. L’invito all’amore fraterno e alla solidarietà
fra gli uomini come base della vita sociale è il messaggio più alto che egli abbia mai
potuto lasciare ai posteri.

Il pensiero di Leopardi
Natura benigna e pessimismo storico

Al centro della riflessione di Leopardi (presente nello Zibaldone) si pone subito un


motivo pessimistico, l’infelicità dell’uomo. Questa infelicità risiede nella teoria del
piacere. La quale sostiene che l’uomo non desidera un piacere bensì il piacere, ossia
un piacere che sia infinito per durata e per estensione. Pertanto, siccome nessuno dei
piaceri goduti dall’uomo può soddisfare questa esigenza, nasce in lui un senso di
insoddisfazione perpetua, un vuoto incolmabile dell’anima. Da questa tensione
inappagata verso un piacere infinito che sempre sfugge nasce l’infelicità dell’uomo.
Questo è inteso in senso puramente materiale.

La natura viene concepita come madre benigna, attenta al bene delle sue creature,
che ha voluto fornire un rimedio all’uomo e alle sue sofferenze: l’immaginazione e le
illusioni; grazie alle quali nasconde agli occhi della creatura le sue effettive condizioni.
Per questo gli antichi greci e romani, che erano più vicini alla natura, erano felici. In
base a ciò si sviluppa la prima fase del pensiero leopardiano, il pessimismo storico. La
colpa dell’infelicità presente è attribuita all’uomo che, a causa del progresso si è
allontanato dalla via tracciata dalla natura benigna.

Leopardi da un giudizio negativo in particolare sull’Italia contemporanea corrotta e


dominata dall’inerzia. Ne deriva dunque un atteggiamento titanico. Il poeta è l’unico
depositario della virtù antica, si erge a sfidare il fato maligno. La condizione del
presente viene vista come effetto di un progresso e di un allontanamento da una
condizione originaria di felicità. Ma non bisogna mai dimenticare che questa è sempre
una felicità relativa: essa è pur sempre frutto dell’illusione.
La natura malvagia e il pessimismo cosmico

Questa visione di natura benigna entra in crisi. Leopardi si rende conto che la natura
mira alla conservazione della specie e per questo fine può anche sacrificare il bene del
singolo e generare sofferenza. Il poeta finisce per considerare la natura, non più come
madre amorosa, ma indifferente alla sorte delle sue creature. Legge essenziale che
regola tale sorte è la conservazione del mondo, una concezione non più finalistica ma
meccanicistica e materialistica.

Ora la colpa non è dell’uomo: egli è soltanto una vittima. Da ciò ne deriva la seconda
fase leopardiana, il pessimismo cosmico: l’infelicità è vista come condizione assoluta.
Ne deriva l’abbandono della poesia civile e del titanismo; e non resta che la
contemplazione lucida e disperata della verità. Il poeta assume atteggiamenti stoici,
evidente è il distacco imperturbabile della vita, l’atarassia. Tale non è però la scelta
decisiva del poeta: di indole ribelle, Leopardi farà ritorno al titanismo, al termine della
sua vita.

La poetica del vago e indefinito

Il punto di avvio della poetica leopardiana è la “teoria del piacere”. Se nella realtà il
piacere infinito è irraggiungibile, l’uomo può figurarsi piaceri infiniti mediante
l’immaginazione; in tal modo la realtà immaginata costituisce l’alternativa ad una
realtà vissuta che non è che infelicità e noia. Ciò che stimola l’immaginazione a
costruire questa realtà parallela, è tutto ciò che è “vago e indefinito”, lontano, ignoto.
Si viene, così, a costruire una vera e propria teoria della visione: è piacevole, per le
idee vaghe e indefinite che suscita, la vista impedita da un ostacolo, una siepe, un
albero, una torre, una finestra ecc.. perché allora entra in gioco l’immaginazione.
Contemporaneamente, viene a costruirsi anche una teoria del suono. Leopardi elenca
una serie di suoni suggestivi perché vaghi, come un canto che vada a poco a poco
allontanandosi, lo stormire del vento fra le fronde, il muggito degli armenti che
echeggi per le valli.
Il bello poetico secondo Leopardi

A questo punto della meditazione leopardiana si verifica la svolta fondamentale, e la


teoria filosofica dell’indefinito si aggancia alla teoria poetica. Il bello poetico, per
Leopardi, consiste nel “vago e indefinito”, e si manifesta essenzialmente in immagini
del tipo di quelle elencate nella teoria della visione e del suono. Anche certe parole
sono poetiche, per le idee indefinite che suscitano: “lontano”, “antico”, “notte”, “eterno”.
Leopardi aggiunge poi una considerazione importante: queste immagini sono
suggestive perché evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli.

La “rimembranza” diviene, dunque, essenziale al sentimento poetico. Poetica


dell’indefinito e poetica della “rimembranza” si fondono. La poesia non è che il
recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria.
Leopardi osserva che, maestri della poesia vaga e indefinita, erano gli antichi: essi,
perché più vicini alla natura, erano appunto immaginati come fanciulli. Questo
carattere “fanciullesco” è rivelato dal ricorrere spontaneo di immagini vaghe e ignote.
I moderni, invece, per Leopardi, hanno perduto questa capacità immaginosa e
fanciullesca. Ai moderni, che si sono allontanati dalla natura per colpa della ragione, e
per questo sono disincantati e infelici, la poesia d’immaginazione è ormai preclusa. Ad
essi resta solo una poesia sentimentale, che nasce dalla consapevolezza del “vero” e
dall’infelicità.
Pur conscio di appartenere a quell’età moderna, e pur accettando il predominio di una
poesia fondata sul pensiero e sulla consapevolezza dell’infelicità, che si esprime
attraverso il patetico, Leopardi non si rassegna ad escludere il carattere immaginoso
dai suoi versi. Così come non si rassegnerà a rinunciare alle illusioni, continuando a
vagheggiare attraverso la memoria e a nutrire di esse la sua poesia.

La differenza tra gli “Idilli”e i “Grandi idilli”

I primi rappresentano la prima parte della poetica leopardiana, è dunque presente il


pessimismo storico e la poetica del vago e dell’indefinito. Ne fanno parte “L’Infinito”,
“Alla luna”, “La sera del dì di festa”, “La vita solitaria” e “Il sogno”. Gli ultimi invece sono
stati composti a seguito del “risorgimento leopardiano”; la ripresa a scrivere liriche
dopo 16 mesi di “notti terribili" trascorse nella casa paterna. È presente il pessimismo
cosmico e la consapevolezza del vero, mancano slanci titanici.

Le “Operette morali” sono prose di argomento filosofico che segnano l’approdo al


pessimismo cosmico. È presente soprattutto il tema dell’arido vero il marcato distacco
ironico. Celebre è “Il dialogo tra la Natura e un islandese”.
Il ritorno al titanismo lo si trova ne “La ginestra”, la lirica che chiude il suo percorso
poetico. Qui Leopardi cerca di costruire un’idea di progresso proprio sul suo
pessimismo. La consapevolezza della reale condizione umana può indurre gli umili a
unirsi per combattere la natura maligna. La ginestra o fiore del deserto rappresenta
proprio la pietà verso la sofferenza umana.

Verga
Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840. La sua famiglia è appartenente alla
piccola nobiltà siciliana di stampo liberale. Riceve l’istruzione giovanile dal poeta
catanese Antonio Abate che lo indirizza verso una letteratura impegnata sotto il segno
del Risorgimento; ciò segnerà il suo primo romanzo.

Le prime opere di Verga

Il primo romanzo che Verga pubblica è “I carbonari della montagna”, nel 1861-62. Nel
maggio 1865 viaggia nell’allora capitale d’Italia, Firenze. Qui Verga compone Una
peccatrice (1866), romanzo che non gli procura successo; ma lo spinge a frequentare
più da vicino i salotti mondani della letteratura e dell’editoria. Nel 1869 si stabilisce a
Firenze dove stringe l’importante amicizia con Luigi Capuana, insieme a Verga, i due
maestri del verismo. Nel 1872 si sposta invece a Milano.

Ottiene così la possibilità di confrontarsi con gli esponenti letterari del tempo tra cui
Felice Cameroni, il critico italiano più vicino alle posizioni di Zola. Tali conoscenze
influenzeranno l’attività letteraria di Verga, alla ricerca di una maniera espressiva
originale che arriverà ad una più completa maturazione con la conversione verista. Ciò
che raccoglie il suo interesse narrativo è la sua lettura, quasi patologica, della passione
amorosa; come in Eva del 1873, Eros e Tigre reale, entrambi del 1875. O ancora la
denuncia sociale, operata dagli ambienti della Scapigliatura milanese (importante
influenza nello stile di Verga). In “Eros” si focalizza con freddo realismo, sulla vita
mondana dei salotti borghesi. Ma è con la novella “Nedda”(1874), scritta in soli tre
giorni, che egli esplora e denuncia gli ambienti del mondo popolare siciliano.

La svolta verista

Nel 1877 Verga si spostò a Milano. Qui, insieme a Luigi Capuana, studia ed
approfondisce la lettura delle opere di Zola e i manifesti del Naturalismo francese.
Questi studi avranno una particolare influenza sulla novella del 1878: Rosso Malpelo.
Con quest’opera ha inizio la grande stagione della produzione verista. Seguiranno, in
sordina, i capolavori veristi e la stesura del ciclo deI Vinti”. Tra cui la raccolta di novelle
Vita dei campi (1880) e poi i Malavoglia (1881), Novelle rusticane (1883) e Mastro-don
Gesualdo (1889). All’attenzione del pubblico risulta più avvincente il cosiddetto il filone
di narrativa «flaubertiana», attenta allo studio degli interni borghesi.
Gli ultimi anni

Nel 1893, dopo aver allestito la sua ultima raccolta di novelle, Verga si ritirò
definitivamente a Catania. Il suo terzo romanzo verista è “La duchessa di Leyra”, che
non troverà mai la sua realizzazione. Verga è ormai amareggiato dalla fredda
accoglienza riservata alle sue opere più innovative. Disilluso, non solo dall’ambiente
letterario ma anche dall'ambiente politico del tempo, porterà Verga a rinchiudersi in
uno scetticismo sempre più forte.

Vicino alla Destra storica della fine degli anni Settanta, Verga assunse una netta
posizione interventista nella Prima Guerra Mondiale. Nel 1920, all’età di ottant’anni,
Verga ottiene la nomina di senatore (patrocinata da Benedetto Croce). Qui vi presenta
anche Pirandello, che nel discorso ufficiale celebrò la sua opera a scapito di quella di
d’Annunzio. Verga morì a Catania il 27 gennaio 1922.

La tecnica narrativa: Dal 1878 in poi, Verga applica quindi una nuova tecnica narrativa
nelle sue opere veriste, una tecnica innovativa e originale, che si distacca
completamente dalla tradizione e dalle esperienze contemporanee, sia italiane che
straniere. Nelle sue opere, come già detto, l'autore si eclissa e dà quindi spazio ad una
libera interpretazione da parte del lettore, inoltre non è più onnisciente e quindi non
interviene nel narrato.

Nelle opere di Verga il punto di vista dello scrittore non si avverte mai e la voce
narrante si colloca all'interno del mondo rappresentato ed è allo stesso livello dei
personaggi; con la tecnica della regressione quindi il narratore si mimetizza all'interno
di essi e adotta il loro modo di pensare e di agire e, infatti il racconto sembra essere
narrato da uno dei personaggi che però non compare direttamente nella vicenda e
resta anonimo. Chi narra è all'interno del piano della rappresentazione. Tutto questo è
molto evidente agli occhi del lettore perché Verga, nei Malavoglia e nelle novelle,
rappresenta ambienti rurali e popolari e personaggi delle classi più basse, la cui
visione e il cui linguaggio sono molto diversi da quelli di uno scrittore borghese. Un
esempio molto chiaro può essere quello di Rosso Malpelo (1878) che è la prima novella
verista pubblicata da Verga, e che inaugura la sua nuova tecnica; qui infatti sembra che
a raccontare sia uno dei vari minatori che lavorano nella cava, e non uno scrittore
colto.

Il narratore anonimo inoltre, che tratta ambienti popolari, non informa in modo
esauriente sulla storia e sul carattere dei personaggi, ne offre dettagliate descrizioni
dei luoghi in cui si svolgono le vicende. Il lettore quindi, si trova di fronte a dei
personaggi di cui conosce solo notizie parziali; inoltre la voce narrante che commenta
e giudica, lo fa secondo la visione elementare ed a volte rozza della collettività
popolare che deforma ogni fatto in base ai suoi principi interpretativi, che si fondano
sulla legge dell'utile e dell'interesse egoistico. Di conseguenza il linguaggio è povero e
spoglio, con numerosi modi di dire, paragoni, proverbi e imprecazioni popolari, dalla
sintassi elementare e scorretta, in cui traspare la struttura. Il valore conoscitivo e
critico del pessimismo: Un pessimismo che nega ogni cambiamento ha sicuramente
una connotazione conservatrice; ad esso infatti è associato un rifiuto verso le
ideologie progressiste contemporanee, democratiche e socialiste, che Verga giudica
fantasie e causa di sconvolgimenti sociali. Il pessimismo verghiano non implica però
un'accettazione della realtà, ma anzi, né ricerca e ne coglie tutto ciò che è negativo,
mettendolo in luce con precisione. Verga mira all'oggettività delle cose, anche se non
dà giudizi correttivi. Il pessimismo verghiano inoltre, assicura all'autore l'immunità da
quei miti che trionfano nella letteratura contemporanea e la trasformano in mitologia,
come il mito del progresso o il mito del popolo; si può notare infatti come le opere
veriste di Verga non abbiano un atteggiamento populistico, come invece la maggior
parte della letteratura della seconda metà dell'800. Tematiche umanitarie e sociali si
possono ritrovare in romanzi di Verga come Rosso Malpelo i Malavoglia; attraverso
esse, Verga sceglie di regredire nell'ottica popolare e di raccontare dal punto di vista
della lotta per la vita: ciò costituisce la dissacrazione del mito populistico progressivo.
In Verga non è presente neanche il populismo romantico e reazionario, che è proteso
in modo nostalgico verso forma passate di vita. Infatti, nonostante Verga sottolinei la
negatività del progresso, ad esso non contrappone il mito della campagna e della
civiltà contadina arcaica e patriarcale, concepita come un antidoto alla società
moderna. Il pessimismo conduce Verga a considerare il mondo primitivo della
campagna retto dalle stesse leggi del mondo moderno come l'interesse economico,
che pone gli uomini in costante conflitto.

Verga e il verismo

Le diverse tecniche narrative: Le differenze che si possono notare tra il verismo di


Verga e il naturalismo zoliano si misurano, prima di tutto, sul piano delle tecniche
narrative. Nei romanzi di Zola infatti, la voce che racconta riproduce il modo di vedere
e di esprimersi dell'autore, che guarda dall'esterno e dall'alto la materia; la voce
narrante, spesso interviene con giudizi, sia espliciti che impliciti. Un'unica eccezione
si può ritrovare nell Assommoir, dove Zola si propone di riprodurre il gergo dei
proletari parigini, e quindi di adattare anche la voce narrante; ciò però è un
procedimento non sistematico ed una soluzione episodica. Inoltre, tra il narratore e i
personaggi, nei romanzi di Zola, c'è un distacco netto, che il narratore stesso fa
intendere. Ciò non avviene mai nel Verga verista, perché la voce narrante è interna al
mondo che si vuole raccontare e non esprime dei giudizi.

Zola quindi, non utilizza la tecnica della regressione e l'utilizzo dell'impersonalità


appare completamente diverso dal modo in cui viene utilizzata da Verga:
l'impersonalità zoliana assume il distacco dello scienziato, che si allontana
dall'oggetto, per osservarlo dall'esterno e dall'alto a dialettale.

James Joyce
Il 2 febbraio del 1882 nasce in un elegante sobborgo di Dublino, James Joyce, uno dei
più grandi scrittori del XX secolo della cui originalità stilistica e tematica ne
coglieranno il genio non solo gli intellettuali del suo tempo, ma anche i più grandi
letterati che lo seguiranno. La complessità della sua opera non può essere racchiusa in
un post, ma proverò ugualmente ad illustrare le tematiche affrontate da uno dei
narratori da me più amati e che ho deciso di rileggere dopo la mia permanenza a
Dublino per sperimentare ancora una volta le intense emozioni suscitate dal suo stile
inconfondibile e dalla sua accurata analisi del pensiero umano prima che venga
espresso sotto forma di parole.

Non posso fare a meno di sottoscrivere il pensiero di Pablo Picasso riguardo questo
genio della letteratura che ha rivoluzionato il pensiero contemporaneo: «Braque e
Joyce sono gli incomprensibili che tutti capiscono». “L’incomprensibile che tutti
capiscono” nasce da una famiglia profondamente cattolica flagellata da instabilità
economiche e da un padre alcolista.

Nonostante questi problemi, il giovane James riceve un’istruzione presso le migliori


scuole cattoliche di Dublino, mostrando subito una grande passione per la lettura e lo
studio delle lingue straniere e allontanandosi dal credo cattolico che sostituisce
prontamente con la fede nella potenza espressiva dell’arte. Si distingue ben presto
come linguista e si laurea nel 1902 in Lingue Moderne presso la University College di
Dublino. Insofferente alle angusta mentalità cattolica irlandese, si reca subito dopo la
laurea a Parigi per intraprendere gli studi di Medicina, ma è costretto dopo appena un
anno a tornare a Dublino a causa del malfermo stato di salute della madre che morirà
qualche mese dopo. Segue un periodo di tempo molto difficile a causa dei problemi
economici della famiglia, la sua dedizione all’alcool ed i problemi politici irlandesi.
Poco prima di lasciare l’Irlanda, nel 1904, James Joyce scrive una bozza autobiografica,
"Stephen Hero”, che negli anni successivi, dopo varie riletture, diventerà “Dedalus,
ritratto dell’artista da giovane”. Nello stesso anno conosce e s’innamora di Nora
Barnacle, una ragazza irlandese con cui nel 1931 convolerà a nozze. La convince a
lasciare l’Irlanda e insieme si recano a Trieste, dove Joyce trova lavoro come
insegnante d’inglese e stringe amicizia con Italo Svevo, il cui romanzo “La coscienza di
Zeno” mostra la notevole influenza esercitata dallo scrittore irlandese.

Difficile il rapporto con la donna che poi diventerà sua moglie; le crisi sono
abbastanza frequenti a causa della vita sregolata di colui che resterà comunque il
compagno di vita di Nora. Joyce è un forte bevitore e, nonostante la nascita del suo
primo figlio nel 1905, si mostra incapace di gestire il denaro, siindebita e perde il
lavoro ottenuto a Trieste. Si trasferisce per un breve periodo con la famiglia a Roma,
lavora un po’ di tempo in una banca, ma ricomincia a spendere in modo irresponsabile
continuando così a contrarre debiti. Torna poi a Trieste e, lo stesso anno in cui diventa
padre per la seconda volta, nel 1907, pubblica il suo primo libro di poesie, “Musica da
Camera” che raccoglie alcune delle sue liriche scritte durante la sua giovinezza a
Dublino. Tornerà nella sua città natia poche volte e nel 1912 la visiterà per l’ultima
volta. Non cessa mai di dedicarsi all’attività narrativa e nel 1912 presenterà a vari
editori “Gente di Dublino”, una collezione di racconti brevi riguardanti la vita
stagnante dei suoi concittadini che assurgono a metafora di un mondo e di una
cultura senza confini nazionali. Ma nessuno è disposto a pubblicarla per il carattere
“sovversivo” dell’opera. Solo due anni dopo, grazie al sostegno di Ezra Pound, la
raccolta troverà finalmente, a Londra, un editore.

Dopo continui traslochi e problemi economici che non diventeranno mai


insormontabili solo grazie alla generosità dei suoi amici, Joyce e la sua famiglia si
stabiliranno a Parigi. La sua attività letteraria continua febbrilmente fino a
raggiungere il culmine con la stesura del suo capolavoro “Ulisse”, la cui pubblicazione
viene rifiutata per molti anni da tutte le case editrici inglesi e americane a causa “della
pornografia di alcuni passaggi.” Nel 1921 l’opera viene condannata per oscenità. Sarà
Sylvia Beach, lungimirante proprietaria di una piccola libreria parigina che, grazie ad
una sottoscrizione, pubblicherà l’opera di Joyce nel 1936. La donna, di nascita
statunitense e soprannominata “La libraia di Joyce”, non è solamente la sua editrice,
ma una grande amica che lo incoraggerà e sosterrà in tutti i suoi momenti difficili. A
lui consacrerà dieci anni della sua vita.

ULISSE

Nella sua opera più notevole, l'“Ulisse”, Joyce non sviluppa una vera e propria trama,
ma presenta i pensieri e le sensazioni di tre protagonisti i cui pensieri si accavallano
nell’arco di una giornata qualsiasi nella squallida monotonia della vita condotta a
Dublino. L’agente pubblicitario di origini ebree Leopold Bloom, si identifica con Ulisse
nel suo girovagare per la città, così come l’eroe di Omero navigava nel Mediterraneo.
Ma Leopold è molto diverso da Ulisse e, attraverso continui monologhi interiori,
scopriamo il suo Io fragile, confuso e angosciato in perfetta antitesi con l’eroe
dell’Odissea. Gli altri due protagonisti sono Stephen, che ricorda la figura di Telemaco,
e Molly che rimanda alla moglie di Ulisse. Joyce infrange la tradizione letteraria
creando un nuovo stile dettato da pensieri apparentemente disordinati e sconnessi
per far sì che venga mostrata la complessità della nostra mente. La mente umana,
infatti, se liberata dai condizionamenti segue gli impulsi inconsci di associazioni di
idee. E grazie alla rivoluzione attuata da Joyce la letteratura conosce il nostro più
recondito linguaggio i cui suoni e significati non appaiono di facile comprensione. Per
poter capire il linguaggio usato da Joyce nel suo “Ulisse”, così chiamato perché ogni
capitolo richiama un episodio dell’Odissea, e nel suo successivo lavoro “Le veglie di
Finnegans”, non bisogna però completamente affidarsi all’aiuto di testi volti ad aiutare
il lettore nel decifrare i messaggi simbolici. L’interpretazione delle ultime opere di
Joyce è soggettiva e solo perdendosi in quel rivoluzionario linguaggio e le sensazioni
da esso suscitate, possiamo probabilmente afferrare le emozioni che lo scrittore ha
voluto trasmetterci.

Lo stesso scrittore lancia un messaggio ironico ben chiaro: «Vi ho messo così tanti
enigmi e rompicapi che terranno i professori occupati per secoli a chiedersi cosa ho
voluto significare, e quello è l’unico modo per assicurarsi la propria immortalità». Una
parola inesistente nel vocabolario o un discorso apparentemente sconnesso può dar
luogo a più interpretazioni che non possono essere schematizzate da libri di
comprensione del testo. Lasciamo che la nostra mente si liberi nell’assaporare i suoni
che Joyce ha voluto donarci, sfuggendo ad ogni classificazione e convenzione
letteraria. Le sue opere non si limitano solamente ad una parodia di tutti gli stili
letterari, ma vuole che dai protagonisti vengano fuori i pensieri così come nascono,
senza alcuna elaborazione che precede la scrittura. E quei giochi di parole e libere
associazioni di idee rendono James Joyce uno degli scrittori più originali della
letteratura moderna. Sembra di sprofondare in un abisso infinito diurno nell'”Ulisse”,
ed in uno notturno ne “Le veglie di Finnegans”. Dimostrazione lampante della
complessità della mente umana e del simbolismo racchiuso in ogni nostro pensiero
prima che venga annientato nella sua genuinità quando ci sforziamo di renderlo
comprensibile ai più, organizzandosi in maniera logica. Per tale ragione anche i tabù
imposti dalla società vengono meno, scandalizzando l’opinione pubblica del tempo e
ricevendo una tiepida accoglienza da lettori ancora non pronti ad una simile
rivoluzione letteraria.

Nonostante Joyce nei suoi libri appaia logorroico e aggressivo, nella vita di ogni
giorno, a causa della lotta perenne per sopravvivere e il dover fronteggiare gravi
problemi alla vista e gli scompensi psicologici della figlia, è molto diverso. Personalità
schiva e silenziosa, lascia Parigi a causa dell’invasione nazista durante la seconda
guerra mondiale e si trasferisce con la famiglia a Zurigo, dove si spegnerà il 13 gennaio
del 1941. La moglie Nora, quando un prete si offre di celebrare un funerale religioso, si
oppone caldamente spiegando che il marito detestava la religione cattolica e che non
gli si “poteva far questo.” Le ceneri di James Joyce si trovano nel cimitero di Fluntern.
Ungaretti: Vita e Opere

Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto il 10 febbraio 1888 da una famiglia di


origini lucchesi. Perde il padre quando è molto piccolo e non vive una condizione
economica particolarmente agiata. La città natale ha nella poetica di Ungaretti un
posto privilegiato, dalla quale saranno ripresi temi, situazioni e immagini.

Proprio la città egizia offre al poeta una serie di contatti culturali importantissimi per
il configurarsi del suo profilo intellettuale. Nel 1912 il trasferimento a Parigi è per lui
fondamentale.

Qui conosce vari intellettuali, letterati e non, in particolare il gruppo della rivista
“Lacerba” che lo invita a farne parte. Nel 1915 è qui che vengono pubblicate le sue
prime poesie.

L’entrata nelle file militari per il poeta fu importantissima. Qui egli troverà un vasto
repertorio di immagini e situazioni che avranno completezza nella raccolta del “Porto
Sepolto”. Finita la guerra (1918) rimase in Francia come corrispondente di un giornale
fascista, qui nel ’19 pubblicava “Allegria di naufragi”. 

Si trasferì a Roma negli anni venti dove visse un lungo periodo di pace e serenità,
immerso nella vita culturale. Cresceva intanto la sua fama di poeta. Dopo la
pubblicazione di “Sentimento del tempo” (1933), andò in sud America ad insegnare
letteratura italiana all’università di San Paolo del Brasile.

Quelli che seguirono furono anni segnati dalla tragedia della morte del figlio. Nel
mentre si sviluppò una vena ancor più angosciosa nel poeta che trovò compiutezza
nella raccolta “Il dolore”, pubblicata nel ’47.

Gli ultimi anni della propria vita Ungaretti li trascorre tra vari viaggi, conferenze e
ammirazioni. Il poeta diventa così fondamentale nella società del dopoguerra. Tutte le
sue poesie furono raccolte in un’unica grande pubblicazione che era “Vita d’un
uomo”. Morì a Milano nel 1970.
Poetica e Raccolte di Ungaretti
L’esperienza poetica di Ungaretti si può riassumere nel tentativo di portare sulle
pagine esperienze, situazioni e momenti della vita di un uomo. Un uomo semplice e
un cittadino che, persi i fondamenti della propria società, non si rispecchia più in
schemi prefissati; ma elabora nuovi modi di comunicazione. Da questa visione del
reale, il poeta diventa come l’unico che può, con la propria scrittura, diventare
un “grido unanime”. Cioè rivelare le inquietudini dell’intero universo. Ma questa
perdita di centralità si rivela sin da subito. I componimenti del poeta non rispecchiano
più uno schema metrico, il verso può ridursi anche ad una singola parola, le immagini
sono nascoste, la parola è carica di elementi profetici.

L’allegria
L’esperienza della guerra è fondamentale in questa raccolta, le liriche prendono avvio
da situazioni vissute sul campo. La raccolta si divide in cinque sezioni: Ultime, Il porto
sepolto, Naufragi, Girovago, Prime. Molto importante la sezione del Porto Sepolto in cui
al motivo della guerra si riallaccia quello delle proprie radici. Già il nome fa
riferimento alla leggenda della città natale (Alessandria d’Egitto) sotto la quale si
celerebbe un porto sepolto dal tempo e dalla sabbia. Qui il poeta cerca di trovare il
significato di quel “nulla / d'inesauribile segreto” attraverso lo svisceramento della
parola. Questa scansione e sillabazione della parola è riflessa di una società, di un
mondo, che sembra essersi ridotto al grado più basso della propria esistenza.

Sentimento del tempo


Questa raccolta accoglie di componimenti successivi alla guerra, entro i quali cambia
la maniera espressiva dell’Ungaretti. In queste poesie il verso ricompare; le strutture
poetiche sono più nitide e la parola non si concentra in se stessa, diventando in
questo modo parte di un discorso più ampio. Nel quale assume importante significato
la figura retorica dell’analogia. La raccolta è segnata sul piano tematico da due
importanti novità. Da un lato la scoperta del fascino barocco e di Roma, ma
soprattutto dalla conversione religiosa del poeta. In questo modo lo scrittore tende alla
ricerca di un tempo perduto, di verità nascoste che la società ha dimenticato. Entro
schemi barocchi è presentato l’avvicendarsi del reale in un vorticoso succedersi di
situazioni.

Il Dolore
Fondamentale raccolta “il Dolore“, imperniata su due lutti che colpirono il poeta:
la morte del fratello e quella del figlio. In questi componimenti il discorso è esplicato
attraverso strutture razionali e un verso limpido e coerente. Entro i quali, però, si
avverte la minacciosità dell’espediente analogico che tende a portare il lettore verso
situazioni più cupe e infelici.
 

Ungaretti e l’ermetismo

L’esperienza di Giuseppe Ungaretti fu fondamentale in quel moto che iniziò tra gli anni
venti e trenta del Novecento in Italia. La poesia si impegnava a scavare in profondità la
sua parola, concentrandosi di significati interni. Si rifiutarono rapporti troppo
immediati con la realtà. Gli intellettuali aderenti a questa poetica si inserivano in un
simbolismo europeo, estraneo in Italia. Di qui, da questa esperienza e da questo
avvicendarsi di situazioni si venne configurando il volto di un nuovo movimento
letterario che prese il nome di “Ermetismo”. Quest’ultimo prese il nome dal suo
aspetto “chiuso”; una poesia che si chiudeva interamente entro i significati della
parola, e negli schemi dell’analogia - figura retorica per eccellenza di questo
movimento.
Eugenio Montale

La famiglia e la formazione letteraria da autodidatta


Una vita apparentemente semplice: i suoi genitori, Domenico Montale e Giuseppina
Ricci, erano esponenti della media borghesia e lo diedero alla luce come ultimo di
cinque figli. Il padre si occupava di prodotti chimici in qualità di socio di una ditta,
la G.G. Montale & C., che tra le altre cose riforniva l’azienda in cui lavorava Italo Svevo.
A causa di alcuni problemi di salute i genitori di Eugenio Montale spingono il giovane
verso gli studi tecnici: Montale si diploma in ragioneria, pur continuando a coltivare
la passione per la letteratura frequentando biblioteche e seguendo le lezioni private
effettuate dalla sorella Marianna, iscritta a Lettere e Filosofia.
Potremmo, quindi, dire che quella di Montale è una figura costruita da autodidatta, la
passione per gli studi classici lo portò a confrontarsi con sentimenti privati e con una
ricerca costante nella sua quotidianità, un mondo che caratterizzò con decisione la
sua formazione iniziale e il suo immaginario agli esordi.
Accompagnato dai grandi classici italiani (autori quali Dante, Petrarca, Boccaccio e
D’Annunzio) e dalla letteratura straniera, si soffermò a lungo sui luoghi della sua
giovinezza. Un esempio fra tanti traspare dall’importanza data ai luoghi dove
trascorreva le vacanze con la famiglia. Si tratta della Riviera ligure di Levante, ossia
Monterosso al Mare e le Cinque Terre.
Le donne della sua famiglia e la natura incontaminata saranno protagoniste
indiscusse di quegli anni. È in questo periodo che Montale getta le radici nel mondo
della letteratura, che lo porterà a essere ricordato come uno degli autori più influenti
del Novecento.

La guerra, il fascismo e la politica


Eugenio Montale nella sua vita incontra presto l’esperienza militare: nel 1917 viene
dichiarato idoneo al servizio militare. Questo lo porta a essere arruolato nel 23°
fanteria a Novara e a frequentare il corso allievi ufficiali a Parma; è lui stesso a
chiedere di essere inviato sul fronte di guerra.
Combatte così per circa un anno con i “Leoni di Liguria”, concludendo la sua
esperienza con l’entrata a Rovereto nel 1918 e ottenendo il congedo nel 1920 con il
grado di tenente.
In questi anni conosce a Monterosso Anna degli Uberti, la donna che diviene la
protagonista di un insieme di poesie conosciute come “ciclo di Arletta”, mentre
qualche anno dopo, nel 1924, incontra la peruviana Paola “Edda” Nicoli, presente
in Ossi di seppia (prima raccolta, pubblicata nel 1925) e Le occasioni (1939).

L’avvento del fascismo porta Montale a distaccarsi definitivamente dall’esperienza


militare. Dal fascismo lo scrittore prende subito le distanze, sottoscrivendo nel 1925
il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Per Montale la sua scelta
è frutto di una presa di posizione culturale più che politica. Si tratta di un rifiuto della
civiltà e della società, così come si presentava in quel periodo, un sentimento che
porta il poeta a vivere quegli anni in una sorta di reclusione.
Le cose non cambieranno nemmeno con l’avvento della democrazia, in quanto
Montale continua a non sentirsi rappresentato da quelli che sono i partiti di massa del
tempo, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano.
Negli anni successivi Eugenio Montale si divide tra Firenze e Milano: a Firenze è
redattore presso l’editore Bemporad; il capoluogo toscano è una città fondamentale
per la sua attività di scrittore, in quanto era stata la culla della poesia italiana
moderna. Nel 1929 è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G.P.
Vieusseux, ma 10 anni dopo, per lo stesso motivo per il quale era stato scelto, ossia
non essere iscritto al Partito Fascista, venne sospeso dall’incarico.
Non solo: per ben 18 mesi Montale non ricevette lo stipendio, un modo per
incoraggiarlo a iscriversi al Partito Nazionale Fascista.
In quegli stessi anni nascono collaborazioni con numerose riviste letterarie che hanno
vita medio-breve: collabora alla rivista Solaria e frequenta i ritrovi letterari del caffè
Le Giubbe Rosse, dove ha l’occasione di conoscere Carlo Emilio Gadda, Tommaso
Landolfi e Elio Vittorini.
La vita a Firenze però è caratterizzata da una forte incertezza economica e, dopo aver
conosciuto nel 1933 l’italianista americana Irma Brandeis, una donna con la quale vive
una storia d’amore che dura cinque anni e che menziona più volte nelle sue opere con
il nome di Clizia, decide di trasferirsi a Milano, nel 1948.

Il trasferimento a Milano
Il trasferimento nella cittadina del nord è l’occasione per la pubblicazione di due
opere: Le occasioni, da una parte, e le prime liriche de La bufera e altro (1956), che
usciranno nel 1956. Politicamente, invece, Montale prova a iscriversi al Partito
d’Azione, ma ne esce in pochissimo tempo.
A Milano, in ogni caso, trascorrerà gli ultimi anni della sua vita: diventa redattore
del Corriere della Sera e critico musicale per il Corriere d’informazione. Scrive
reportage culturali per diversi Paesi, si occupa inoltre di letteratura anglo-americana
per la terza pagina.
Nel 1956, pubblica anche la raccolta di prose Farfalla di Dinard e qualche anno dopo, il
23 luglio 1962, sposa Drusilla Tanzi, sua convivente dal 1939. Un anno dopo, però,
Drusilla morirà a seguito di condizioni di salute precarie, dopo un incidente in cui subì
la frattura del femore.

Eugenio Montale morì a Milano il 12 settembre 1981, le sue condizioni di salute si


erano aggravate in seguito a una vasculopatia cerebrale. Fu sepolto nel cimitero
accanto alla chiesa di San Felice a Ema accanto alla moglie Drusilla.
Poetica e pensiero di Eugenio Montale
Quella di Eugenio Montale è una figura emblematica della letteratura italiana del
Novecento, così come lo sono la sua poetica e il suo pensiero. Spesso erroneamente
presentato come esponente dell’ermetismo, Montale ne prese pubblicamente le
distanze e la sua poesia, che pur può condividere con l’ermetismo alcune
caratteristiche, non è del tutto riconducibile al movimento letterario.

LA SUA POETICA
La poesia per Montale è in realtà uno strumento che egli stesso utilizza per
effettuare una vera e propria indagine sull’esistenza dell’uomo nella società
contemporanea, sempre alla ricerca di qualcosa che non è conoscibile. La sua poesia
non ha quindi un ruolo di elevazione spirituale: il poeta non ha a disposizione una
verità da fornire all’uomo, gli spetta solo il compito di dire “ciò che non siamo” (come
scrive in Non chiederci la parola).
Questo accade perché in fondo l’uomo del Novecento è dilaniato dai fatti e dagli
accadimenti storici: Montale nei suoi scritti apre alla riflessione sull’uomo moderno, a
cui è difficile dare un’identità. L’individuo, ormai scisso dal mondo, è vittima di
una solitudine e di una frustrazione esistenziali e dominato dal male di vivere (Spesso
il male di vivere ho incontrato)
A questo male, il poeta, in quanto uomo, non può avere una soluzione (il poeta di
Montale è ben diverso dal poeta-vate dannunziano). Tuttavia, la poesia è strumento di
indagine: esiste qualcosa di altro e irraggiungibile, che pure ogni tanto riesce a
schiudersi, a essere visto da lontano — il mare o i limoni di Ossi di seppia, Clizia
nelle Occasioni sono alcuni lampi di salvezza, i miracoli che schiudono il senso reale
dell’esistenza.
La poesia è inoltre per l’autore un’espressione della ricerca di dignità, un modo per
comunicare fra gli uomini. Le sue opere sono caratterizzate da un’esigenza di moralità
(da non confondere con le intenzioni moralistiche): fragilità, incompiutezza e
debolezza fanno parte dell’essere umano. Da questa consapevolezza deriva la sfiducia
generalizzata verso “leggi immutabili e fisse”, siano esse filosofiche, religiose o
ideologiche.
Fondamentali nella sua produzione poetica sono i simboli. Montale sfrutta
il correlativo oggettivo teorizzato da T.S. Eliot nel saggio Il bosco sacro: i dati sensibili
della realtà diventano testimonianza materiale di una condizione esistenziale. Gli
oggetti che compaiono, più o meno ricorrentemente, nelle sue raccolte sono simboli
della condizione umana: lo sono, in negativo, il muro che chiude Meriggiare pallido e
assorto o il rivo strozzato che apre Spesso il male di vivere ho incontrato, ma anche, in
positivo, i limoni de I limoni.

Potrebbero piacerti anche