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Cap 2

L'impresa è un'organizzazione che trasforma gli input in output. Il profitto è dato dalla differenza tra i corsti
necessari per produrre o acquistare gli input e i ricavi delle vendite degli output. Il compito delle imprese è
quello di massimizzare i profitti.
Costo fisso(FC): spesa che non varia al variare della produzione (es:iscrizione camera di commercio, affitto
mensile). La parte di costo fisso che non può essere recuperata è definita sunk cost, costo non recuperabile.
I costi che non si devono pagare in caso di interruzione di attività sono definiti costi evitabili
Costo variabile(VC): costi che variano al variare del livello di produzione (q).
Costi totali(TC): dati dalla somma dei costi fissi e variabili
Costo marginale(MC): rappresenta l'incremento di costo risultante da un'unità addizionale di output
MC=dCT/dQ
Costo medio(AC): rapporto tra costo totale e quantità prodotta AC=CT/Q
Costo variabile medio(AVC): pari al rapporto tra costo variabile e quantità prodotta AVC=VC/Q
Costo medio fisso(ACT): pari al rapporto tra costo fisso e quantità prodotta ACT=CT/Q

Quando MC è al di sotto di AVC, la curva AVC è decrescente; al contrario è crescente. Quando MC eguaglia
AVC, la curva AVC è al suo minimo, e lo stesso vale per AC. Con l'aumento della produzione, AFC tende a
zero e AVC e AC si avvicinano. La curva di costo medio aumenta all'aumentare della produzione, dato che la
produzione diventa sempre più costosa; ciò se i prezzi dei fattori di produzione rimangono costanti,
altrimenti si assisterebbe ad una traslazione della curva verso l'alto.

I costi di produzione dipendono anche dalla velocità di produzione. Per un’impresa potrebbe risultare
conveniente sostenere costi per rendere l'impianto adattabile alle esigenze di produzione. Nel caso di
produzione stagionale, il costo effettivo non si riferisce alla produzione della quantità di output relativa ad
un determinato periodo, piuttosto alla produzione delle diverse quantità richieste nell'intero corso
dell'anno. Se gli output oscillano tra 25 e 100 unità al mese, un impianto con curva simile ad AC1 potrebbe
essere più efficiente (CT inferiore) rispetto asAC2, nonostante abbia un AC più basso
Per breve periodo si intende un lasso di tempo così breve da non consentire una variazione a costo zero di
alcuni tra i fattori di produzione impiegati.
Per lungo periodo si intende un lasso di tempo sufficientemente esteso da consentire una variazione di tutti
i fattori di produzione a costo zero.
Mentre nel breve periodo la configurazione di un'impresa non può essere variata senza alcun tipo di
restrizione, nel breve le scelte possibili sono più limitate. Per tale motivo il costo medio di lungo periodo è
sempre inferiore a quello di breve.
Nel grafico in esame, con il primo impianto, per abbassare il costo medio di produzione utilizzo un secondo
impianto; alla fine avrò bisogno di un terzo impianto che mi consente di abbassare i costi della scala di
produzione (curva di inviluppo)

Costo opportunità: indicano la convenienza o meno a proseguire una determinata attività


Deprezzamento economico: riduzione del valore di un bene nel corso di un anno
Economie di scala: si verificano quando ii costi medi diminuiscono all'aumentare dell’output (rendimenti di
scala crescenti); se i costi medi non aumentano all'aumentare dell'output, l'impresa avrà rendimenti di
scala costanti; se aumentano, l'impresa avrà diseconomie di scala.
Uno dei motivi per i quali si verificano economie di scala è dato dal fatto che i costi fissi non variano al
variare dell'output; un altro motivo è che i costi tendono a diminuire con l'aumentare del livello di
output(personale impiegabile in più mansioni); un altro motivo riguarda l'eliminazione di costi di riassetto,
ottenibili se l'impresa è in grado di aumentare le proprie dimensioni; talvolta è solo questione di leggi
fisiche; le economie di scala riguardano anche il magazzino e la gestione delle scorte,

La curva ACr si riferisce ai costi medi di trasporto, mentre la curva ACp ai costi medi di produzione. In
seguite alle unità di output prodotte da un singolo stabilimento, i costi di trasporto tenderanno a crescere,
perché saranno sempre più lontani i clienti raggiungibili; ecco perché si preferisce creare più stabilimenti di
piccole dimensioni. Essi saranno posizionati in prossimità delle materie prime qualora l'output è formato in
gran parte da tali materie; se l'output è formato da materie provenienti da posti diversi, si cercherà di
posizionare i centri di produzione in prossimità dei consumatori per abbassare i costi di trasporto
Fin quando il MC sarà minore del AC, avremo economie di scala; al contrario avremo diseconomie di scala
s=AC/MC ; s>1 economie di scala ; s<1 diseconomie di scala

Scala efficiente minima(SEM)di uno stabilimento: è il livello minimo di produzione che permette di
minimizzare i costi medi di lungo periodo
Economie di scopo: avvengono quando la produzione congiunta di due o più prodotti risulta più
conveniente della produzione separata degli stessi. Ai fii delle economie di scopo è determinante l'impiego
di fattori di produzione comuni. Anche la difficoltà di reperire informazioni da parte delle aziende porta alla
fabbricazione di prodotti correlati da parte delle aziende. Un altro elemento importante è dato dal fattore
umano, dove un singolo soggetto sarebbe sicuramente più specializzato (es: idraulico che ripara solo
lavandini), ma l'utente finale dovrebbe essere costretto a chiamare più soggetti per risolvere il problema
(più idraulici specializzati per il bagno).
Sesso le imprese fabbricano numerosi prodotti per sfruttare le economie di scala, anche perché per gli
utilizzatori è più conveniente rivolgersi ad una sola azienda che vende più prodotti piuttosto che a più
aziende. Il problema, però, sono i costi di trasporto sostenuti da tale impresa.

CAP 3
Concorrenza perfetta: situazione di mercato in cui tutte le imprese realizzano un output omogeneo
perfettamente divisibile(prodotto identico); i produttori e consumatori dispongono di informazioni
complete(sia sul prezzo che sulla qualità), non incorrono in costi per transazioni(né acquirenti né
consumatori sostengono costi o tasse per far parte del mercato) non influiscono individualmente sui
prezzi(sono price taker, il prezzo è dato dal mercato quindi è considerato come dato)e non esistono
esternalità.
L'obiettivo dell'impresa è quello di massimizzare i profitti; essi in quella concorrenziale sono dati da:
π=pq-CT
essendo price taker, l'impresa può vendere qualsiasi quantità di prodotto, e al prezzo p avrà una curva di
domanda orizzontale

All'impresa conviene aumentare l'output fin quando il RM è superiore al CM. Il RM è dato dal prezzo, quindi
di conseguenza dal MC
p=MC=RM
Se l'impresa producesse una quantità superiore a q0, p0 sarebbe inferiore al MC, e quindi potrebbe
aumentare i profitti riducendo l'output fino a che p0=MC; al contrario se decidesse di produrre meno, p0
sarebbe superiore al MC, e dovrà aumentare l'output per massimizzare i profitti.
L'impresa continuerà a produrre fin quando il prezzo sarà uguale ai AVC. Tale prezzo è definito di chiusura,
perché al di sotto non conviene più produrre. Al di sopra deli AVC fino al AC l'azienda continuerà a
produrre, ma sarà comunque in perdita, per effetto dei costi fissi irrecuperabili. La perdita, però, sarà
minore rispetto quella che avrebbe se decidesse di chiudere. La curva di offerta di un'impresa
concorrenziale è, quindi, quella parte di curva di MC che sta al di sopra di ps, il punto di chiusura.
Le perdite di breve periodo sono un indice che dice che l'impresa non dovrebbe investire ulteriormente per
sostituire impianti e attrezzature. Nel lungo periodo, un'impresa decide di chiudere se si aspetta di avere
perdite in ogni periodo.
Dato il comportamento delle singole imprese, si può derivare la curva di offerta del mercato(industria).
L'intersezione tra la curva di domanda e di offerta del mercato determina l'equilibrio concorrenziale.
Supponiamo che la curva S sia la curva di offerta dell'industria nel breve periodo, data dalla somma
orizzontale delle curve di offerta delle singole imprese. La quantità di output che le imprese vogliono
fornire al prezzo di equilibrio è pari esattamente alla quantità domandata dai consumatori a quel prezzo.
Nel breve periodo l'impresa rappresentativa potrebbe conseguire un certo profitto, invitando altre imprese
ad entrare in quel mercato. L'entrata può avvenire solo dopo un certo lasso di tempo, nel quale tali aziende
si sono dotate dei necessari apparati produttivi.

Nel lungo periodo le imprese possono entrare nel mercato adeguando i loro apparati produttivi, e possono
entrare o uscire dal mercato fin quando il prezzo raggiunge il costo medio di lungo periodo.
L'equilibrio nel lungo periodo è dato dall'intersezione tra curva di domanda e curva di offerta di lungo
periodo. In questo caso, il mercato si trova ancora in equilibrio quando la curva di offerta di breve periodo e
di lungo periodo intersacano la curva di domanda D. In questo equilibrio di lungo periodo le imprese
ottengono profitti pari a zero. La curva di offerta di lungo periodo non deve essere necessariamente piatta,
dato che se un'espansione dell'output farà salire i prezzi di alcuni fattori di produzione chiave, la curva di
lungo periodo avrà pendenza crescente.
Un altro motivo per il quale può avere pendenza positiva è dato dal fatto che solo poche imprese riescono a
essere efficienti e a produrre costi bassi, e quindi al crescere dell'output entrano nuove imprese meno
efficienti. Per livelli di output fino a Q1 le imprese efficienti (a basso costo) possono produrre al costo
medio minimo AC*1, perciò la curva di offerta di lungo periodo è piatta fino a Q1; se viene chiesto meno di
Q1 alcune di queste imprese usciranno dal mercato; se viene richiesto più di Q1 il costo medio di
produzione deve aumentare. Data l'assenza di imprese a basso costo, la curva di offerta sale dopo Q1.
Supponendo che ci sono n2 imprese in grado di produrre lo stesso prodotto, ma sono meno efficienti,
potranno entrare nel mercato con un costo medio minimo AC*2> AC*1. Tali imprese hanno costi fissi
maggiori rispetto le precedenti. Se la domanda aumenta oltre Q* altre imprese meno efficienti entreranno
nel mercato soddisfando la domanda, producendo q2 ad un costo AC*2. Quando la domanda non può
essere più soddisfatta dalle imprese con costi elevai, la curva di offerta sale nuovamente. Se la quantità
domandata supera n1q1 ma è inferiore a Q*, allora le imprese a bassi costi avranno una rendita; se la
quantità domandata è superiore a Q2, entrambi i tipi di imprese avranno rendite.
Elasticità della domanda: variazione percentuale della quantità domandata a fronte di una piccola
variazione del prezzo (è sempre un numero negativo)
Elasticità dell’offerta: variazione percentuale della quantità offerta a fronte di una piccola variazione di
prezzo (di solito è positiva)
Se un aumento del prezzo dell'1% porta a una riduzione della quantità domandata superiore all'1%, la curva
di domanda viene definita elastica. Se una variazione del prezzo dell'1% porta a una variazione dell'1%, la
curva ha elasticità unitaria. Se un aumento del prezzo dell'1% porta a una riduzione della quantità
domandata inferiore all1%, la curva viene definita anelastica.
In generale l'elasticità dipende da diversi fattori, come il livello di output, la facilità con la quale i fornitori
possono modificare la produzione e i prodotti sostituibili, dove in presenza di molti di esse la curva di
domanda sarà più elastica.

Un'impresa prende il prezzo come dato se si trova di fronte a una curva di domanda orizzontale, avente
elasticità infinita rispetto al prezzo. Se l'impresa aumenta il prezzo, anche leggermente, perde tutte le
vendite o se diminuisce la quantità non può far salire il prezzo. Un'impresa con curva di domanda negativa
può aumentare il prezzo diminuendo l'output. Se il numero di imprese nel mercato è elevato, la curva è
quasi orizzontale. La figura 3.5b mostra la curva di domanda del mercato e di offerta del mercato tranne
una. La 3.5a mostra la curva di domanda residuale di un'impresa, pari alla differenza orizzontale tra la
quantità richiesta dal mercato a un certo prezzo e l'offerta di tutte le altre imprese nel mercato. Al prezzo di
5 avremmo una domanda di 10050 e un'offerta di 9950; la domanda residuale è pari a 100. Al prezzo di 6
avremmo una domanda e un'offerta di 10000 e una domanda residuale pari a 0. A prezzi superiori non si
avrebbe domanda residuale e l'impresa non vende alcun prodotto.
L'equilibrio concorrenziale presenta caratteristiche di efficienza e benessere ottimali, tanto che in
condizioni di equilibrio, nessuno può migliorare la propria posizione senza peggiorare quella degli altri. La
produzione è efficiente, tanto che non è possibile allocare le risorse tra aziende per migliorare la qualità di
un prodotto, senza che se ne riduca quella di un altro. Anche il consumo è efficiente, cioè i clienti
attribuiscono ai prodotti un prezzo pari al costo marginale sostenuto per produrli. Anche in questo caso
non può essere fatta alcuna riallocazione senza che si danneggi qualcun altro.

Surplus del consumatore: differenza tra quanto il consumatore è disposto a pagare e quanto
effettivamente paga il prodotto. Il surplus totale è l'area ombreggiata sotto la curva di domanda e sopra il
prezzo di equilibrio.
Surplus del produttore: è dato dalla differenza tra il ricavo effettivo e il prezzo minimo sufficiente a
realizzare e vendere il prodotto. Corrisponde all'area sopra la curva di offerta sotto il prezzo di mercato fino
la quantità venduta.
Benessere: è dato dalla somma tra il surplus dei consumatori e quello dei produttori, ed è massimo
nell'equilibrio concorrenziale.

Perdita secca: coso sociale di un mercato che non funziona in modo efficiente (deadweight loss): è dato
dalla somma delle riduzioni del surplus del consumatore e del surplus del produttore, dovute a deviazioni
dall'equilibrio concorrenziale.
Supponendo l'inserimento di un'imposta T, il cliente paqga p e lo stato se ne prende T, e l'impresa riceve p-
T. L'imposta riduce la quantità venduta da Q0 a Q* mentre il prezzo che pagano i consumatori sale a p* e
quello che ricevono le imprese scende a p*-T.
I consumatori subiscono una perdita di surplus pari alle aree A e B, mentre i consumatori una perdita pari a
C e D. Lo Stato riceve un gettito pari ad A e C. Il costo aggiuntivo per la società è pari ai triangoli B e D
(perdita secca). Tale triangolo rappresenta la perdita totale per la società se lo stato fa un buon uso del
gettito. Tale area, comunque, non rappresenta una vera e propria perdita se il gettito viene utilizzato in
maniera corretta da parte dello Stato.

Una restrizione all'entrata può determinare un prezzo superiore rispetto quello concorrenziale di lungo
periodo. In assenza di restrizioni ci sono 150 imprese, il prezzo di equilibrio è p0 e ciascuna impresa
produce al prezzo minimo della propria curva di costo AC*. Se il governo limita il numero di imprese nel
mercato a 100, la curva di offerta si sposta a sinistra rispetto quella originaria. Con tale restrizione
all'entrata il nuovo prezzo è p*. I consumatori pagano quindi un prezzo p* superiore rispetto a qullo
concorrenziale ricevendo soltanto una quantità Q*. L'area DWL è la perdita di benessere. La restrizione
all'entrata comporta sia un prezzo medio più alto che una riduzione dell'output. Se un'impresa si trova fra
le 100 che hanno la possibilità di stare all'interno del mercato, avrà un profitto maggiore rispetto a quando
le imprese sarebbero state 150; se l'entrata è libera, infatti, l'impresa produce al costo medio minimo e i
profitti sono zero.

Se l'entrata e l'uscita sono libere, le imprese avranno convenienza a entrare ogni qualvolta il prezzo supera
il costo medio. I mercati con entrata e uscita libera vengono definiti contendibili.
Barriera all'entrata: qualsiasi fattore che impedisce all'imprenditore di creare istantaneamente un'impresa
sul mercato
Barriera all'entrata di lungo periodo: costo che deve essere sostenuto da una nuova impre3sa e che non
deve essere invece sostenuto da altre imprese operanti nel mercato(brevetto). Tra le cause di barriere si
individuano:
 Vantaggi assoluti di costo(consente alle operanti in un mercato di ottenere profitti senza temere
l'ingresso di potenziali concorrenti
 Economie di scala( chi si trova in quel mercato può già sfruttarle)
 Differenziazione di prodotti(prodotti simili hanno comunque caratteristiche differenti, e i
consumatori non li considerano uguali, come Apple e Samsung)
Barriere all'uscita: è costoso uscire da un settore industriale se esistono costi che non si possono
recuperare.
Cap.4 Monopoli
Nel monopolio il livello di output è impostato in modo da massimizzare i profitti. Poiché la pendenza della
domanda è negativa, maggiore è la quantità venduta e minore sarà il prezzo di vendita. Tale curva di
domanda vincola il monopolista, che può fissare o la quantità, cosicché il prezzo è fissato dal mercato, o il
prezzo, cosicché la quantità è determinata dal mercato, ma non può fissare entrambi.

Se il monopolista abbassa il prezzo a p1, i ricavi possono aumentare o diminuire: otterrà un ricavo sull'unità
venduta in più, dato dall'area B, ma otterrà una perdita data dalla riduzione di prezzo pari all'are A. Se B è
maggiore di A vendere un'unità addizionale farà aumentare i ricavi. Tali ricavi vengono definiti ricavi
marginali, pari a B-A. Poiché la curva di domanda ha sempre pendenza positiva, il monopolista deve
abbassare il prezzo se vuole vendere di più, quindi il ricavo marginale sarà sempre minore del prezzo.
I RM e i RT sono strettamente correlati. Se i primi sono
positivi, i secondi aumentano all'aumentare
dell'output; se i primi sono negativi, i secondi
diminuiscono all'aumentare dell'output. I RT sono
massimizzati quando i RM sono pari a zero. I profitti
vengono massimizzati a una quantità inferiore rispetto
quella che massimizza i ricavi.
Un monopolista massimizza i profitti quando il ricavo
aggiuntivo di un'unità in più è esattamente uguale al
costo di produzione di quell'unità di output.
RM=CM
L'output di monopolio Qm è inferiore rispetto quello
concorrenziale Qc determinato dall'intersezione della
curva di domanda e quella di costo marginale al prezzo
pc. La formula del ricavo marginale può essere scritta:
MR=p(1+1/ε)
dove ε è l'elasticità della domanda. Rm sarà positivo se
la curva di domanda è elastica (ε<-1), negativo se la
curva di domanda è anelastica (-1<ε<0). L'equazione
MR=MC diventa così (p-MC)/p=-(1/ε).
Maggiore è l'elasticità della domanda e più il prezzo di monopolio si avvicina a quello concorrenziale.
Ogni volta che un'impresa può fissare il prezzo di vendita del proprio prodotto a un livello superiore del
costo marginale senza incorrere in perdite, ha potere di monopolio. Se la domanda è anelastica non è
possibile soddisfare la condizione di massimizzazione dei profitti, quindi un monopolista non opererà mai
nella parte anelastica della curva di domanda. I consumatori possono presentare una curva di domanda più
anelastica nel breve che nel lungo periodo. Nel breve periodo è più difficile che i consumatori cambino
prodotto, e a fronte di un aumento del prezzo essi lo cambieranno nel lungo periodo.
Se un monopolista limita l'output e aumenta il prezzo oltre il costo marginale, la società subisce una perdita
secca di benessere. Se i consumatori devono pagare un prezzo di monopolio pm superiore al prezzo
concorrenziale pc perdono una quota di surplus pari alla somma dei profitti di monopolio e alla perdita
secca. Il profitto di monopolio è inferiore alla perdita di surplus del consumatore.
In caso di ricerca di posizioni di rendita delle imprese, il calcolo della perdita secca derivante dal monopolio
deve comprendere anche quella parte di trasferimento sperperato dall'impresa per ottenere il monopolio.
La perdita sarà pari all'area DWL più una parte dei profitti di monopolio

I profitti di monopolio e la perdita


secca variano al variare
dell’elasticità della D.
I π di monopolio e il triangolo della
PS dipendono dalla forma della
curva di D (cioè dalla sua
elasticità).
Analizziamo attraverso il grafico
seguente questa relazione:
- Noi sappiamo che la curva di
domanda lineare ha equazione p =
a – bQ - La curva di D più
sottile è data dai parametri a= 60 e
b=0,5.
- Con costi marginali e medi
costanti MC = AC = 10 monopolista vende Qm = 50 unità a Pm
= 35.
Il π di monopolio è l'area A = 1250 ((50 x 35) – (50 x 10)), mentre la PS = 625
- Per variare l'elasticità della D ruotiamo verso l'alto ora la curva di D intorno al punto in cui la
vecchia curva di domanda interseca la retta MC, ossia a 100 unità.
poiché la curva di D è lineare, lo è anche la curva di MR, che interseca MC a una distanza pari
alla metà di quella in cui la curva di D interseca la stessa retta. Dunque mentre ruotiamo la curva di
D la quantità di equilibrio di monopolio che massimizza i profitti rimane invariata a 50 unità. - Così
facendo la nuova cura di domanda più spessa presenta una minore elasticità. Infatti il monopolio
vende la stessa quantità di prima Qm = 50 unità, ma a un prezzo maggiore Pm = 50 (mentre prima
era Pm = 35), sicché l'elasticità della D diminuisce.
- A seguito di questa rotazione verso l'alto della D, il π di monopolio aumenta ad A + B = 2000
e la PS aumenta a C + D = 1000.
à Più la curva di D diventa anelastica nel punto di equilibrio di monopolio, più gli individui non
sono disposti a rinunciare a questo bene. Il monopolista, rendendosi conto che ne esiste la
possibilità, aumenta il prezzo di equilibrio i profitti di monopolio salgono e contemporaneamente la
PS aumenta.

Inizialmente tutte le imprese nel mercato


concorrenziale hanno un costo marginale costante
rn1 per tutte le imprese, sicché il p di equilibrio p1 è pari
a m1 e la quantità di equilibrio è Q1.
- In questa situazione, un'impresa scopre una nuova
tecnica di produzione che può mantenere
segreta, che le permette di ridurre i costi marginali da
m1 a m0 (costo che le altre imprese non
possono mantenere).
Essa opera a fronte dì una curva di Dr (domanda
residuale) orizzontale al livello p1 (pari a rn1) fino a
Q1 perché molte imprese possono produrre e vendere al prezzo m1.
Oltre Q1 la curva di Dr coincide con quella dell'industria (D), perché al di sotto di p1 nessun'altra
impresa può produrre con profitto.
- Se m0 è vicino a ml, l'impresa può massimizzare i profitti vendendo a un prezzo pari a p1.
- Tuttavia, nel caso in figura, m0 si trova abbastanza sotto rn1, e il prezzo di monopolio che
massimizza i profitti si trova sotto m1 ma sopra m0.
à Poiché la curva di Dr forma un angolo al livello di output Q1, la curva dei MR corrispondente è
discontinua in corrispondenza di tale livello di output. La curva dei ricavi marginali è orizzontale
nel punto in cui la curva di Dr è orizzontale e inclinata verso il basso quando la curva di Dr è
inclinata verso il basso. Per massimizzare i profitti, l'impresa che conosce il processo produttivo
segreto produce Q0 unità di output nel punto in cui la sua curva dei MR = MC e l'impresa fissa il
prezzo a P0 < pl = m1, sicché nessun'altra impresa rimane nel mercato.

Un’impresa può essere un monopolio perché solo lei conosce il modo di produrre un determinato prodotto,
o può produrlo a costo inferiore. Potrebbe anche avere conoscenze particolari sconosciute ad altri
concorrenti, Un’impresa può essere monopolista anche perché lo stato la tutela impedendo l’ingresso di
altre imprese.
Monopolio naturale: in alcuni mercati la soluzione efficiente prevede che sia una sola impresa a produrre
l’intero output. Ci troviamo in una situazione di monopolio naturale, dove i costi totali aumentano se la
produzione è realizzata da due o più imprese. La funzione di costo è subadditiva. Un monopolio naturale
presenta AC decrescenti e CM costanti o decrescenti (es: società di fornitura di gas, telefoniche ecc.). Se la
produzione è caratterizzata da economie di scala su tutta la gamma produttiva, il costo medio diminuisce
all’aumentare3 dell’output ed è più conveniente che sia una sola impresa a realizzare l’output. Ciò accade
anche quando il costo medio diminuisce all’aumentare dell’output.

Il rapporto tra profitti e monopolio.


• Profitti superiori a quelli normali e monopolio sono sempre collegati?
à Può accadere che un’impresa che realizzi profitti superiori a quelli normali non abbia il
monopolio di mercato.
Esempio: La scarsità di una risorsa può portare alla determinazione di p molto elevati e coloro
che la possiedono ne traggono vantaggio.
• Il monopolio consente sempre di ottenere profitti superiori a quelli normali?
à Non è vero che il monopolio consenta sempre di realizzare extra profitti.
- Nel breve periodo può riportare delle perdite proprio come un'impresa
concorrenziale. Un monopolista a fronte di un'improvvisa diminuzione della D può
decidere di continuare a operare anche se ottiene profitti di breve periodo negativi (il p < al
costo medio) se però il p > CVM (costo variabile medio).
- Anche nel lungo periodo (viene valutato in relazione al b.p., ossia del tempo
necessario perché gli impianti e le attrezzature si consumino spingendo alla decisione di
sostituirli) il monopolista può registrare perdite, ma in questo caso l’impresa deciderà di
uscire dal mercato.
• Si dovrebbero consentire fusioni che creano monopoli in industrie che subiscono perdite di breve
periodo?
nelg breve periodo la fusione tra imprese in perdita consente a queste di fissare prezzi
superiori al livello concorrenziale, consentendo così alla nuova impresa di esercitare potere
di mercato e di eliminare le perdite.
Questa fusione però crea una perdita secca per la società. L’esistenza nel b.p. di costi
irrecuperabili che determinano delle perdite non può essere eliminata tramite la fusione.
Poichè quest’ultima non elimina i costi irrecuperabili, è inefficiente consentire alle imprese di
creare un monopolio e lasciar salire il prezzo.
L’impresa dominante circondata da imprese marginali di tipo concorrenziale.
Che cosa accade a un monopolista se altre imprese con costi più elevati entrano nel mercato?
- Definiamo impresa dominante = l’impresa che fissa il prezzo e si trova di fronte ad altre imprese più
piccole che invece sono price taker.
- Definiamo imprese marginali = le imprese più piccole che non fissano il prezzo e detengono
singolarmente una bassa quota di mercato.
- Per analizzare questi tipi di mercati opereremo in questo modo:
1) per prima cosa esaminiamo i fattori che permettono ad un’impresa di diventare dominante
2) Poi analizziamo come l’entrata di altre imprese limiti il potere di mercato dell’impresa dominante 3)
Infine studieremo 2 casi estremi:
a) nel primo l'entrata di altre imprese è impossibile
b) nel secondo l'entrata di imprese marginali concorrenziali si verifica in modo istantaneo. -
Le principali conclusioni di questa indagine sono due:
• l'impresa dominante che massimizza i profitti non ha interesse a fissare un p così basso dà far
uscire dal mercato tutte le imprese marginali concorrenziali,
• la presenza di imprese marginali o la minaccia di altre di entrare mantiene il prezzo
dell'impresa dominante più basso di quello di monopolio.
Perché alcune imprese sono dominanti?
Esistono almeno tre possibili ragioni:
1)Le imprese dominanti possono avete costi inferiori rispetto a quelle marginali. Le
cause di questo possono essere le seguenti:
• un'impresa può essere più efficiente delle altre (per esempio può avere una migliore gestione o una
migliore tecnologia che le consente di produrre a costi inferiori).
• un'impresa presente nell'industria sin dall'inizio può aver accumulato attraverso l'esperienza una serie di
conoscenze che la rendono più efficiente.
• un’impresa presente nell' industria sin dall'inizio ha avuto il tempo necessario per crescere in modo
ottimale (in presenza di costi dì aggiustamento) in modo da beneficiare delle economie di scala (
ripartisce i costi fissi su un numero maggiore di unità di prodotto, può avere costi medi di produzione
inferiori rispetto a quelli di un'impresa entrata di recente;
• lo stato potrebbe favorire l'impresa presente sin dall'inizio.
2) Impresa dominante può avere un prodotto migliore in un mercato in cui ogni impresa
produce articoli differenziati (ad es superiorità può essere dovuta alla reputazione raggiunta
mediante la pubblicità o alla fedeltà dei consumatori determinata dal fatto di essere presente
sul mercato da più tempo).
3) Un gruppo di imprese può agire in modo coordinato così da formare un'impresa
dominante (cartelli).
Esamineremo ora il modello impresa dominante / imprese marginali di tipo concorrenziale in base a due
ipotesi alternative sulla facilità di entrata.
A) Il modello con assenza di entrata di nuove imprese
- Consideriamo un'industria con un'impresa dominante e imprese marginali di tipo concorrenziale in cui
nessun'altra impresa marginale può entrare.
- I 2 risultati chiave che derivano dall'analisi di questo modello sono i seguenti:
(1) è più profittevole essere il gigante di quest'industria piuttosto che una semplice impresa
marginale;
(2) l'esistenza delle imprese marginali limita il potere di mercato dell'impresa dominante, vale a dire,
sarebbe più profittevole essere monopolisti
- Alla base del modello con assenza di entrata vi sono sei ipotesi fondamentali.
1. L'impresa è dominante perché è più efficiente.
2. Tutte le imprese, tranne quella dominante, sono price taker e determinano i loro livelli di output nel
punto in cui MC = p dell'industria.
3. Il numero (n) di imprese marginali è fisso: non si può verificare alcuna nuova entrata.
4. L'impresa dominante conosce la curva di domanda dell'industria D(p). Ciascuna impresa produce un
prodotto omogeneo, perciò in questo mercato c'è un solo prezzo.
5. l’impresa dominante conosce la curva di offerta delle imprese marginali, S(p), ossia, dato il prezzo
l'impresa dominante può prevedere l'output prodotto dall'insieme delle imprese marginali di tipo
concorrenziale.
6. La quantità prodotta da ciascuna impresa marginale è data dall’uguaglianza tra MC e p dell’industria

La Figura 4.6 mostra due grafici:


(a) uno per un'impresa marginale di
tipo concorrenziale rappresentativa
(b) uno per l'impresa dominante,
Il grafico (a) mostra la curva di
domanda di mercato, D(p), e la curva di
offerta di un' impresa marginale
di tipo concorrenziale che quindi non
fissa il prezzo.
La curva di offerta dell'impresa
marginale è la curva dei MC che giace
al di sopra del punto di minimo
della curva di costo medio (p–).
- Pertanto (p–) è il prezzo di chiusura
dell'impresa marginale.
(infatti:
§ Per livelli di prezzo superiori a (p–) à ciascuna impresa marginale realizza profitti positivi
(indicati in figura con π)
§ Al prezzo (p–) à ciascuna impresa marginale ottiene profitti pari a zero
§ Al di sotto di (p–) à ciascuna impresa marginale chiude e quella dominante diventa
monopolista.
- La curva di offerta delle imprese marginali, S(p), = è la somma orizzontale delle curve di offerta delle
singole imprese marginali, vale a dire S(p) = n (p), dove n è il numero delle imprese e è l'output
dell'impresa marginale rappresentativa.
- La curva di Dr dell'impresa dominante è la differenza orizzontale tra la curva di D di mercato e la curva
di offerta delle imprese marginali: (p) = D(p) - S(p)
- Nella Figura 4.6b la curva di D di mercato si trova al di sopra della curva di Dr per livelli di prezzo
superiori a (p p–) e coincide invece con essa per livelli di prezzo inferiori a (p–).
à Ciò equivale a dire che:
§ Se il prezzo superiore a (p–) le imprese marginali soddisfano parte o tutta la domanda di
mercato
§ Se il prezzo è inferiore a (p–) à imprese marginali escono dal mercato e lasciano tutta la D
all'impresa dominante.
- A p* la q fornita dalle imprese marginali è = alla q richiesta dal mercato, sicché l'impresa
dominante non ha Dr.
- L'impresa dominante max π se sceglie un p (o, in modo equivalente, un livello di output) tale
per cui il suo MC = MR.
- La curva di MR dell'impresa dominante è derivata dalla curva di Dr e ha due sezioni
distinte: 1° sezione à le imprese marginali producono livelli di output positivi, la curva di Dr
dell'impresa dominante si trova al di sotto (ed è meno inclinata) della curva di D di mercato.
In questa parte del grafico la curva MRd dell'impresa dominante è meno inclinata della curva dei
MR che si trova in quella parte del grafico in cui la curva di Dr dell'impresa dominante e la curva di
D di mercato coincidono (è meno inclinata perché più la curva di D è elastica e più la curva di MR
si avvicina al prezzo (curva D)).
2° sezione à le imprese marginali non producono output in quanto la D di mercato è completamente
assorbita dalla Dr dell’impresa dominante..
In questa parte del grafico la curva MRd dell'impresa dominante è più inclinata della curva dei MR
che si trova nella sezione 1 (è più inclinata perché più la curva di D è rigida e più la curva di MR si
allontana dal prezzo (curva D)).
- L'impresa dominante si comporta come un monopolista in relazione alla domanda residuale;
fissa il prezzo (o l'output) in modo che il MC =RM. Poiché la curva dei ricavi marginali è
discontinua, possiamo avere due tipi di equilibrio; il verificarsi dell'uno o dell'altro dipende dalla
curva di MCd dell'impresa dominante.
Equilibrio impresa dominante - imprese marginali concorrenziali -
Consideriamo ora due possibili situazioni:
1) L’impresa dominante pratica un prezzo elevato, fa profitti positivi le imprese marginali fanno a loro
volta profitti positivi oppure sono in pareggio

- il primo tipo di equilibrio si verifica se i costi dell'impresa dominante non sono nettamente
inferiori a quelli delle imprese marginali
- l’impresa dominante sceglie di produrre il livello di output Qd (si ottiene dalla intersezione tra
MCd e il primo segmento della curva di MRd al prezzo di p (ottenuto dall'altezza della curva di Dr al
livello di output Qd).
- Qf ( offerta delle imprese marginali) = è dato dalla differenza tra la D DI mercato Q e l’output
dell'impresa dominante Qd, al prezzo p
- I profitti dell’impresa dominante (indicati nella figura 4.6b con ) sono massimizzati ad un
prezzo così elevato (p) che le imprese marginali ottengono profitti positivi, dato che p > (p–) (profitti
imprese marginali indicati nella figura 4.6a con ).
Nota: La presenza di profitti positivi non induce nuove imprese a entrare in quanto in questo mercato, per
ipotesi, non possono entrare nuove imprese.
- Poiché il costo medio dell’impresa dominante (ACd) < ACf costo medio dell’impresa marginale
(infatti nel punto minimo ACd < (p–))
à l'impresa dominante ottiene più profitti per unità venduta e vende un livello maggiore di output
rispetto a una singola impresa marginale, e quindi ricava anche maggiori profitti totali.
perciò l'impresa dominante max π ad un livello di p così elevato da perdere parte della propria quota di
mercato a favore delle imprese marginali.
- Impresa dominante non ha l'incentivo a fissare il p ad un livello così basso da spingere le
imprese marginali a uscire dal mercato, in quanto, così facendo aumenterebbe il numero di unità
vendute, ma realizzerebbe minori profitti.
- In definitiva l’impresa dominante ottiene profitti inferiori a quelli di monopolio à la
presenza di imprese marginali limita il suo potere e avvantaggia i consumatori
2) L’impresa fissa un prezzo basso, le imprese marginali chiudono per evitare di incorrere in perdite e
l'impresa dominante è un monopolista (impresa dominante monopolista)

- Supponiamo ora che l'impresa dominante abbia costi estremamente bassi rispetto alle
imprese marginali à la sua curva dei MC sia quindi MC*d nella Figura 4.6b.
- L'impresa dominante sceglie di produrre il livello di output Q*d (determinato dall’incontro
tra MC*d ed MR) al prezzo p**.
- Poiché p** si trova al di sotto del punto di chiusura delle imprese marginali (p–)( = costo
medio minimo delle imprese marginali), queste non producono e perciò l'output dell'industria, Q*, è
uguale a quello dell’impresa dominante, Q*d
- In definitiva, l'impresa dominante fissa un prezzo di monopolio e per ipotesi nessuna
impresa marginale entra nel mercato. L'impresa dominante serve tutta la D del mercato, non viene
limitata dalla presenza di imprese marginali, e gode quindi di potere di monopolio.
- In questo modello si mantengono tutte le
ipotesi fatte precedentemente, tranne il fatto
che un
numero illimitato di imprese marginali può
entrare nel mercato (e questo avverrà se si
possono
ottenere profitti positivi).
- In questo modello le imprese marginali non
realizzano profitti nel lungo periodo: esse o
pareggiano o escono dal settore ( infatti se
tutte le imprese marginali sono uguali, il p di
mercato
nel lungo periodo non può salire oltre il loro
costo medio minimo, e pertanto saranno al
massimo in pareggio).
- Poiché l'impresa dominante ha costi inferiori rispetto a quelle marginali, ottiene profitti positivi,
che però sono inferiori a quelli che avrebbe se non si verificasse alcuna entrata
- Ipotizziamo che le curve di costo delle imprese marginali di tipo concorrenziale siano le stesse di
prima. A mano a mano che cresce il numero di imprese nell'industria (n aumenta), la pendenza
della curva di offerta delle imprese marginali diminuisce, cioè la curva di offerta S(p) delle
imprese marginali diventa orizzontale, come indicato nella figura 4.7a (questo perché la pendenza
di S(p) è pari a n volte la pendenza dell'offerta di un'impresa rappresentativa, o curva dei MC).
- La curva di Dr dell’impresa dominante è orizzontale a (pØ), perciò la corrispondente curva di
ricavo marginale e anch'essa piatta (in un mercato concorrenziale un'impresa si trova di fronte a
una curva di D individuale orizzontale e, di conseguenza, a una curva dei MR = alla curva di D).
- Al di sotto di (pØ) la curva di Dr = D di mercato, con pendenza negativa, cosicché la
corrispondente curva dei MR ha anch'essa pendenza negativa.
(Ancora una volta la curva dei MR corrispondente alla curva di Dr ha una discontinuità in corrispondenza
dell'angolo della curva di Dr.
- Esistono anche in questo caso due possibili equilibri:
1) se il MC dell'impresa dominante è relativamente elevato (MCd nella figura 4.7b), il p di equilibrio è
(pØ), e una parte della D di mercato è servita dalle imprese marginali.

- A questo prezzo ogni impresa marginale ottiene profitti uguali a zero
- L’ammontare prodotto dalle imprese marginali dipende dalla struttura dei costi dell'impresa
dominante (cioè doce MCd interseca la curva dei MR), che determina la output dell'impresa
dominante Qd. Allora, nel loro insieme, le imprese marginali producono un livello di output Qf =
(Q - Qd).
- Perciò, se le imprese marginali entrano nel mercato ogni volta che sì possono ottenere profitti
positivi, quella dominante non può far pagare un p > al costo medio minimo di un'impresa
marginale.
L’impresa dominante potrà realizzare profitti positivi (mentre le imprese marginali sono solo in
pareggio).
(Nota: In precedenza abbiamo visto che se l'entrata non è possibile il p dell'impresa dominante è
fissato a un livello superiore a pØ. In questo caso, in cui l'entrata è possibile, il prezzo di equilìbrìo
è (pØ) e i consumatori ottengono il beneficio di un prezzo più basso proprio grazie alla libertà di
entrata.
2) se il MC dell'impresa dominante è inferiore (MC*d nella Figura 4.7b), il p di equilibrio è così basso
che nessuna impresa marginale rimane nell'industria.

Ad un p così basso nessuna impresa marginale rimane nell’industria e l’impresa dominante è
monopolista.
CAPITOLO 5 – I CARTELLI
- In tutti i modelli di oligopolio, le imprese oligopolistiche hanno un incentivo ad accordarsi
(colludere) per ridurre l’output al livello di monopolio e massimizzare i profitti complessivi:
à cooperazione tacita strategia cooperativa in condizioni di gioco ripetuto anche in assenza di
accordi espliciti.
À accordo di cartello impegno formale tra le imprese per <q e >p.
- Un cartello è un'associazione tra imprese che decide esplicitamente di coordinare la
definizione dei prezzi o del livello di produzione. Un cartello che comprende tutte le imprese
appartenenti a un'industria forma un vero e proprio monopolio, e le imprese che ne fanno parte si
dividono i relativi profitti.
- I cartelli riducono il surplus totale ( l'incremento di surplus dei produttori è < della perdita di
surplus per i consumatori): minore efficienza nell'allocazione delle risorse.

Fortunatamente per i consumatori, benché le imprese abbiano un incentivo a coordinare le attività
per limitare l'output e aumentare i prezzi, ogni membro del cartello ha un incentivo a "scartellare",
ossia ogni impresa è tentata a produrre più di quanto stabilito nell'accordo (cartelli tendono a
infrangersi).

In questo caso il cartello può comportarsi come un'impresa dominante che si trova di fronte a un
insieme di imprese marginali di tipo concorrenziale (come abbiamo visto nel Capitolo 4 l'entrata di
nuove imprese marginali di tipo concorrenziale può portare alla distruzione del potere di mercato di
un'impresa dominante o di un cartello). Pertanto è possibile affermare che solo i cartelli stabili e che
operano in industrie in cui l'entrata è difficile possono mantenere il loro potere di mercato per
periodi di tempo tendenzialmente lunghi.
Perché si formano i cartelli?
Perché quando l'impresa entra a far parte di un cartello i suoi profitti dovrebbero salire?
- Nel caso della concorrenza ogni impresa considera il vantaggio che trae da una riduzione del
proprio output, ma non tiene conto degli eventuali guadagni delle altre imprese, che beneficiano
della diminuzione dell'output complessivo dell'industria, dato che una riduzione fa aumentare il
prezzo. - Un cartello invece tiene conto dei benefici per tutti i suoi membri derivanti dalla riduzione
dell'output di ciascuna impresa. Dì conseguenza un'industria concorrenziale (in cui ogni impresa
ignora il beneficio collettivo derivante dalla propria riduzione dell'output) produce più output di un
cartello.
I vantaggi del cartello: dimostrazione grafica.
-Illustriamo la natura di questo vantaggio collettivo del cartello (per tutte le imprese che aderiscono).
-Consideriamo due casi opposti:
1) innanzitutto supponiamo che un'industria sia costituita da molte imprese concorrenziali tutte
uguali, ciascuna delle quali non fissa il prezzo.
2) Poi ipotizziamo invece che tutte le imprese si uniscano per formare un cartello e operino
quindi come un monopolista.
58
-La Figura 5.la mostra la curva di MC di un’impresa tipica. La somma delle curve di costo
marginale delle singole imprese è la curva di offerta dell'industria, rappresentata nella Figura 5.lb (e
denominata MC) insieme alla curva di domanda dell'industria (D).
- L'output concorrenziale, Qc, è determinato dall'intersezione tra la curva di offerta (MC) e la curva
di domanda dell'industria (Figura 5.lb), ciascuna impresa produce qc unità di output (Figura 5.la) e
il prezzo dell'industria è pari a pc.
- Perché conviene al cartello ridurre l'output rispetto al livello concorrenziale?
In corrispondenza dell'output concorrenziale Qc il MC del cartello è maggiore dei ricavi marginali
(Figura 5.1b). àAl cartello conviene perciò ridurre l'output fino a quando i RM = MC, condizione
che garantisce la massimizzazione dei profitti.
Il cartello aumenta i profitti riducendo l'output complessivo a Qm dove MR è uguale a MC ed il
prezzo sale a pm.
- Poiché il cartello è costituito da n imprese tutte uguali, tale soluzione comporta che ciascuna
impresa riduca l'output a qm = Qm/n. In questo esempio le imprese si dividono equamente i profitti
aggiuntivi.
-Ma allora, perché ogni impresa concorrenziale non riduce il proprio output al di sotto del livello
concorrenziale? Perché in condizioni di equilibrio ogni impresa concorrenziale pone i RM = MC e
non ha incentivo ad abbassare ulteriormente l'output (se dovesse ridurre l'output di una unità,
perderebbe profitti perché il ricavo marginale sull'ultima unità prodotta (il prezzo) supererebbe il
costo marginale) perciò ogni impresa concorrenziale massimizza ì profitti al livello di output
concorrenziale,
- Il vantaggio connesso al coordinamento delle attività deriva dalla leggerissima pendenza della
curva di D dell'impresa concorrenziale (benché gli economisti affermino spesso che ogni impresa
concorrenziale agisce come se si trovasse di fronte a una curva di domanda orizzontale, e che
quindi non può aumentare il prezzo, riducendo l'output) à un'impresa concorrenziale che smette
di produrre fa aumentare di un piccolo importo il prezzo dell'industria. Questa leggera pendenza
può essere ignorata quando si parla di una singola impresa, ma non può essere giustamente
ignorata quando sì prendono in considerazione tutte le imprese congiuntamente.

Un'impresa concorrenziale ignora i benefici che essa reca alle altre imprese quando riduce il
proprio output e in questo modo fa salire il prezzo di mercato; essa non attribuisce alcun valore a
questi benefici. Essi sono un'esternalità

Internalizzazione delle esternalità positive in caso di cartello.
Operando in modo coordinato, i membri del cartello traggono vantaggio dalle riduzioni di output di
ciascuna impresa. Quando tutte le imprese appartengono al cartello, tutti i guadagni derivanti dalla
riduzione dell'output e dall'aumento del prezzo vengono attribuiti al cartello, che provvede a
ripartirli fra i membri. In questo caso l'esternalità creata da ciascuna impresa nel ridurre l'output è
stata "internalizzata" dal cartello, al quale conviene quindi ridurre l'output totale sotto il livello
concorrenziale, anche se non conviene a ogni impresa concorrenziale ridurre individualmente
l'output.
59
Ma ad un’impresa concorrenziale conviene oppure no entrare in un cartello?

La risposta non è univoca: il massimo per l’impresa sarebbe lasciare che tutte le altre imprese
dell'industria diano vita al cartello, di cui essa non farebbe parte.
à in questo caso si avrebbe una limitazione dell'output, un aumento del prezzo, e l’impresa
potrebbe scegliere liberamente il livello produttivo che massimizza il profitto. Ma ogni altra
impresa del settore fa esattamente lo stesso ragionamento.
Supponiamo però che le altre imprese dicano all’impresa concorrenziale che, se essa non
parteciperà al cartello, nessun'altra impresa si unirà al cartello e limiterà l'output. In questo caso
all’impresa concorrenziale converrà entrare nel cartello (che permette di fissare un prezzo più alto e
di ridurre la produzione) a patto che la perdita attesa dovuta alla scoperta da parte dello stato è
sufficientemente bassa.
Tuttavia ogni impresa del cartello ha interesse a produrre più output dì quanto previsto dall'accordo di
cartello e se tutte ragionassero in questi termini il cartello si infrangerebbe, dato che il successo di un
cartello si fonda sulla capacità di far rispettare l'accordo.
La Figura 5.1 spiega perché un'impresa ha l'incentivo a scartellare.
Come è stato illustrato in precedenza, i membri del cartello convengono dì limitare l'output a Qrn,
in modo da far salire il prezzo a pm, il prezzo di monopolio. La Figura 5.1a mostra le curve di costo
di una delle n imprese identiche dell'industria (e del cartello).
Il cartello vuole che ogni impresa produca qn= Qm/n di output. Ma al prezzo, pm, l'impresa
concorrenziale può massimizzare i profitti producendo q* unità di output (il punto in cui la sua
curva dei costi marginali è uguale a pm).
Perciò la soluzione ottimale per un impresa del cartello è quella di limitare l'output a q*, fermo
restando che le altre imprese continuino a produrre qm.
I cartelli hanno scarso effetto sui prezzi se i membri non collaborano.
Fattori che influenzano la formazione di cartelli
60
Una volta formato un cartello, il successo dello stesso dipende dalla capacità di far rispettare l'accordo
tra quanti vi partecipano, e dalle difficoltà di ingresso di nuove imprese all'interno dell'industria che
attua i cartelli.
Tre sono i fattori, che determinano la formazione di un cartello:
a)Domanda poco elastica: infatti più anelastica è la curva di domanda (verticale rispetto al p
attuale) cui si trova di fronte un cartello, più elevato è il prezzo che il cartello può fissare
consentendo > Ricavi e > π (riduzione della domanda, in %, è minore rispetto all'aumento del p).
La possibilità di fissare p alti dipende anche da:
à esistenza di sostituti stretti dei beni prodotti dal cartello;
à presenza di barriere all'ingresso di nuove imprese
b) La punizione attesa bassa: l’aspettativa di pagare multe elevate riduce gli incentivi alla
formazione di un cartello.
c) Costi di coordinamento bassi: Il costo di formazione e attuazione di un accordo deve essere
basso rispetto ai guadagni attesi.
Quattro fattori contribuiscono a mantenere basso il costo organizzativo, facilitando la creazione di un
cartello.
1) poche imprese devono essere coinvolte

Organizzare un incontro segreto senza che le autorità governative ne vengano a conoscenza è
relativamente facile quando poche imprese sono coinvolte.
2) l'industria deve essere altamente concentrata

Se alcune grandi imprese effettuano la maggior parte delle vendite in un'industria e se esse
coordinano le loro attività, possono aumentare il prezzo senza dover coinvolgere tutte le altre
imprese (più piccole) del settore.
3) tutte le imprese devono produrre un bene omogeneo

- Le imprese hanno più difficoltà ad accordarsi sui prezzi quando il prodotto di ogni impresa
ha qualità o proprietà diverse, perché, ogni volta che il prezzo viene modificato, devono essere
stabiliti i nuovi prezzi relativi.
- Per un cartello è più facile individuare le deviazioni dall'accordo quando si deve esaminare
solo un prezzo uniforme, mentre è relativamente difficile individuare un taglio segreto dei prezzi
ottenuto mediante un miglioramento della qualità; un'impresa potrebbe infatti migliorare la qualità,
mantenere costante il prezzo, e in questo modo aumentare le vendite senza violare espressamente
l'accordo sui prezzi.
4) deve esistere un'associazione di categoria.

Le associazioni di categoria, abbassando i costi relativi alle riunioni e al coordinamento delle attività
tra l'e imprese, facilitano la creazione e l'attuazione di cartelli.
61
Elementi di individuazione di possibili deviazioni dall’accordo di cartello. Vediamo
i fattori che contribuiscono ad individuare possibili deviazioni.
• Presenza di poche imprese nell'industria;
à un numero relativamente ridotto di imprese consente un maggior controllo sulle quantità
vendute. Le verifiche empiriche hanno smentito in parte questa ipotesi.
• Rendere noti i prezzi di ciascuna impresa a tutti i membri del cartello consente di scoprire più
facilmente possibili deviazioni.
à Specialmente se un' industria presenta frequenti variazioni della domanda, dei costi dei
fattori di produzione o di altro genere e i prezzi del settore subiscono frequenti adeguamenti. In
tal caso le deviazioni rispetto a un accordo di cartello possono essere difficili da individuare,
perché esse non sono facilmente distinguibili da altri fattori (esogeni) che provocano una
fluttuazione dei prezzi;
• Lo stato può aiutare ad identificare le deviazioni
spesso infatti riporta il risultato degli appalti sui contratti pubblici, perciò le deviazioni
possono essere immediatamente individuate
• Se alcune imprese sono integrate verticalmente (la stessa impresa produce i fattoti di
produzione, realizza il prodotto e lo vende al dettaglio) può essere difficile per il cartello
stabilire a quale punto della catena si verifica la deviazione.
Se invece tutte le imprese vendono allo stesso tipo di cliente (per esempio al. dettaglio), il
comportamento sleale è più facile da individuare.
Fattori che assicurano il mantenimento del cartello.
In determinate circostanze un cartello può trovare facile attuazione:
Ø la curva dei MC dei membri del cartello è relativamente anelastica

Se la sua curva dei costi marginali è quasi verticale, l'impresa non ha molto incentivo a deviare
dall'accordo, perché le costa troppo aumentare in modo sostanziale l'output.
È probabile che le curve di costo marginale siano pressoché verticali se le imprese operano a un
livello prossimo alla piena capacità
Ø se CF sono relativamente bassi rispetto ai CT

Se invece un'impresa sostiene CF elevati per costruire uno stabilimento, in cui successivamente la
produzione avviene a un MC costante per qualsiasi livello di output fino al raggiungimento della
piena capacità produttiva degli impianti. Questa impresa ha un'elevata capacità produttiva
inutilizzata quando la domanda diminuisce e ha, quindi, un forte incentivo ad abbassare il prezzo al
di sotto di quello previsto dal cartello per aumentare le vendite.
Ø se i clienti effettuano ordinativi piccoli e frequenti oppure se hanno lo stesso agente di
vendita.

- Se in un'industria ci sono molti clienti che effettuano piccoli acquisti, nessuna impresa ha un
incentivo ad abbassare i prezzi al di sotto del livello fissato dal cartello. Se lo fa senza annunciare la
riduzione, è improbabile che altri clienti apprendano della diminuzione dei prezzi e quindi le
vendite non saliranno di molto.
62
Al contrario, quando pochi clienti fanno ordinativi cospicui e infrequenti, un cartello ha difficoltà a
individuare e impedire le deviazioni dagli accordi.
- I cartelli legali cercano di impedire le deviazioni esigendo che un singolo agente venda
l'output di tutte le imprese.
Metodi per prevenire le deviazioni.
§Decidere su altri fattori oltre il prezzo.
Per impedire le deviazioni, i cartelli devono accordarsi su altri fattori oltre che sul prezzo
di vendita.
§Dividere il mercato.
Alcuni cartelli riescono a impedire le deviazioni assegnando a ciascuna impresa certi
acquirenti o zone geografiche, il che consente la facile individuazione delle deviazioni.
§ Mantenere fisse le quote di mercato
si fa in modo che i membri del cartello siano d'accordo sul mantenere fisse le quote di mercato
(per esempio ai livelli precedenti alla formazione del cartello).
Finché le, quote di mercato sono facilmente osservabili, nessuna impresa è incentivata a ridurre
il prezzo: se lo facesse, la sua quota di mercato aumenterebbe e le altre imprese avvierebbero la
conseguente rappresaglia.
§ Inserire nell’accordo clausole del tipo” garantiamo il prezzo più basso”. Una clausola del tipo “ garantiamo
il prezzo più basso” in un contratto di fornitura lungo
termine oppure in un annuncio pubblicitario garantisce all'acquirente che, se un'altra impresa
offre un prezzo inferiore, il venditore gli venderà il bene allo stesso prezzo oppure lo libererà
dal contratto. Tale clausola rende difficili le deviazioni, perché gli acquirenti hanno l'incentivo
a informare i membri del cartello dell'esistenza di eventuali prezzi inferiori.
§ Stabilire i prezzi d’ intervento (trigger price).
Tutti i membri del cartello potrebbero convenire che se il prezzo di mercato scende oltre un
certo livello (detto prezzo di intervento), ogni impresa espanderà l'output al livello di quello
precedente il cartello, cioè abbandoneranno l'accordo di cartello. In questo caso un'impresa che
riduce il prezzo realizzerebbe un maggior profitto nel brevissimo periodo, ma anche una perdita
complessiva a causa della distruzione del cartello.
Le imprese potrebbero anche convenire di comportarsi in modo concorrenziale solo per un
periodo di tempo prefissato e di tornare poi al comportamento previsto dall'accordo, cosicché
una fluttuazione casuale del prezzo non porterebbe alla distruzione del cartello.
In definitiva nessuna impresa può avere interesse a ridurre i prezzi poiché realizzerebbe solo
maggiori profitti nel breve periodo e nel complesso una perdita da distruzione del cartello.
Deviazioni dal cartello e benessere dei consumatori.
In precedenza abbiamo affermato che le imprese che formano un cartello sono incentivate a deviare
dall'accordo à in questo modo produrrebbero più del livello stabilito questo farebbe abbassare il
prezzo di mercato à ciò aumenterebbe il benessere dei consumatori.
63
Vediamo un esempio con funzioni lineari che ci permette di evidenziare gli effetti del mancato
rispetto delle regole di cartello da parte di alcune imprese.
- In questo esempio l'industria è composta da 50 imprese con funzioni di costo identiche,
supponiamo inoltre che in questo settore non possono entrare altre imprese.
- Delle 50 imprese presenti, j = 20 imprese non seguono l'accordo di riduzione dell'output; esse
producono quanto desiderano e sono price maker.
- Il cartello rappresenta un'impresa dominante che concorre con imprese marginali di tipo
concorrenziale (come è stato presentato nel Capitolo 4)
- La Dr cui si trova dì fronte il cartello si ottiene sottraendo dalla D di mercato la curva di
offerta delle imprese marginali.
à La Figura 5.2b mostra la curva di Dr (linea continua) che si trova sotto la curva di D del mercato
(linea tratteggiata) ai prezzi superiori al livello di chiusura delle imprese concorrenziali (p = 10).
(Nota: poiché le imprese del cartello hanno le stesse funzioni di costo di quelle non appartenenti al
cartello, neppure quest'ultimo può permettersi di produrre al di sotto di p =10, perciò la parte inferiore
della curva di domanda residuale non interessa).
- Il cartello che massimizza i profitti sceglie il proprio output, 240, nel punto in cui RM = MC
come indicato nella Figura 5.2b. à Questo output determina il prezzo delle imprese che appartengono
al cartello, 24, al quale il prodotto delle imprese che non appartengono al cartello è 280, come mostra
la Figura 5.2a.
- La Tabella 5.2 mostra le conseguenze sulle soluzioni di equilibrio di una variazione del
numero di imprese che appartengono al cartello.

6 4
- L'industria si trova in equilibrio concorrenziale se tutte le 50 imprese operano in modo
indipendente e rifiutano di entrare a far parte del cartello (j = 50).
à Il prezzo di mercato concorrenziale è allora più basso
à il surplus del consumatore e il benessere totale risultano massimizzati
- Invece se tutte le imprese entrano nel cartello (j = 0), il cartello è un monopolio.
àIl p di monopolio è > e la q sarà < e π maggiori di quelli concorrenziali.
àsi avrebbe anche < surplus del consumatore e < benessere sociale (perdita secca)
- In definitiva i consumatori traggono beneficio se le imprese rifiutano di far parte di un cartello. Se
anche una sola impresa rifiuta di far parte del cartello, i consumatori se ne avvantaggiano grazie a <
p.

Cap 6
Definizione di oligopolio
- Con questo termine intendiamo definire quei mercati in cui è presente un numero ridotto di
imprese medio grandi che operano in modo indipendente, essendo però consapevoli l'una
dell'esistenza dell'altra. Ossia le decisioni di una impresa oligopolista influenzano il
comportamento e il risultato delle altre (A differenza del monopolio e della concorrenza).
L'oligopolio quindi differisce dalla concorrenza in quanto un'impresa deve tenere conto del
comportamento dei rivali per stabilire quale sia la strategia ottimale da seguire.
- Ruolo fondamentale dei meccanismi strategici di interazione fra le imprese: la teoria dei giochi.
- I modelli di oligopolio (Cournot, Bertrand e Von Stackelberg) costituiscono “giochi” di
strategie ( scelta di output e p) delle imprese, basati sulle aspettative di comportamento di altre
imprese e finalizzati alla massimizzazione del π (vincita) attraverso l'eguaglianza tra MC e RM
atteso.
Ipotesi di base comuni nei modelli di oligopolio.
1) Il p è un dato per i consumatori.
2) Tutte le imprese producono prodotti omogenei (identici).
3) Barriere all’ingresso nell'industria, permettono che il n. di imprese rimanga costante nel tempo.
4) Le imprese nel loro insieme hanno potere di mercato: possono fissare il p > MC.
5) Ogni impresa stabilisce solo il prezzo o l'output (non la pubblicità o altre variabili).
Elementi di differenziazione nei modelli di oligopolio.
a) Tipologia di azioni svolte dalle imprese (per esempio fissare i prezzi o gli output). - fissare i
p (Bertrand)
- fissare le q ( Cournot e Von stackelberg)
b) per l'ordine con cui tali azioni possono essere svolte.
- contemporaneamente alle altre imprese (Cournot e Bertrand)
- priorità di un’impresa sulle altre (Von Stackelberg)
c) Per la durata del gioco
- Modelli uniperiodali, cioè di un solo periodo (Cournot, Bertrand e Von Stackelberg). Es.
mercato rappresentato da una fiera dei prodotti artigianali, di durata di un solo giorno, in cui
tutte le imprese dì un paese si incontrano soltanto una volta.
- Modelli multiperiodali, cioè di piu’ periodi: es. 2 negozi ubicati vicino che concorrono tra loro
giorno dopo giorno.
A)I modelli di oligopolio uniperiodali (o statici).
Si tratta di modelli adeguati per mercati che durano solo per brevi periodi di tempo.
Tutti i modelli di oligopolio uniperiodali utilizzano il concetto di equilibrio di Nash ( un insieme
di strategie e definito equilibrio di Nash se, mantenendo costanti le strategie di tutte le altre
66
imprese, nessuna impresa può ottenere una vincita (profitto) maggiore variando la propria
strategia. Ne consegue che in un equilibrio di Nash nessuna impresa vuole cambiare strategia.
1)Il modello di Cournot
Cournot (1963) ipotizza che ciascuna impresa agisce in modo indipendente e tenta di massimizzare i
profitti scegliendo il proprio livello di output.
Per ogni livello di output concorrente previsto, ogni impresa fisserà il proprio livello di output ottimale
(funzione di reazione o di risposta ottimale).
L'analisi inizia con il caso del duopolio, e passa poi a considerare cosa accade al crescere del numero
delle imprese.
Un duopolio alla Cournot
Le ipotesi alla base del modello sono:
v Nessuna entrata: solo due imprese sono attive e non è possibile l'entrata di un'altra impresa.
v Omogeneità del prodotto industriale: le imprese producono prodotti identici (omogenei), perciò
Q = q1 + q2
v Un solo periodo: questo mercato e le 2 imprese sono attive per un solo periodo.
v Domanda del mercato è una funzione lineare del prezzo: ed è data da Q=1.000-1.000p (6.1)
v Costi: ogni impresa ha un MC costante e CF = 0 (dunque MC = AC).
v Ogni impresa è in grado di produrre un livello di output sufficiente a servire l'intera domanda
di mercato.
Quale strategia dovrebbe usare l'impresa 1 per scegliere il suo livello di output?
- La risposta dipende da quello che l'impresa 1 ritiene sarà il comportamento dell'impresa 2.

Se l'impresa 1 è convinta che l'impresa 2 venderà q2


meloni, può stabilire la quantità q1 che
massimizza il suo profitto.
à L'impresa 1 può vendere una quantità pari alla D del
mercato, meno q2, in altre parole, essa affronta
una curva di domanda residuale data da: q1=Q(p) -q2
(6.2)
- Come mostra la Figura 6.1, la curva di Dr sì ottiene
spostando verso sinistra di q2 unità la
curva di D del mercato. Quindi la curva di Dr interseca
l'asse orizzontale a 760 (1.000 – 240,
visto che supponiamo che q2 = 240).
- L'impresa 1 ha un monopolio su quei consumatori la cui
domanda non è soddisfatta
dall'impresa 2 e per massimizzare il suo profitto produce il livello q1, che corrisponde al punto in
cui la curva dei RM basata sulla curva di Dr interseca la curva dei MC.
- I livelli di q1 che massimizzano i profitti in corrispondenza delle diverse aspettative in
merito al valore di q2 sono:
-Possiamo riassumere il rapporto tra la quantità che massimizza i profitti dell'impresa 1 e la
quantità dell'impresa 2 con un'equazione: q1 = Rl (q2) (6.3) che viene definita funzione di
risposta ottimale (o funzione di reazione), che mostra la migliore azione da parte di un'impresa
date le sue convinzioni sull'azione dell'impresa rivale.
à Per derivare la funzione di risposta ottimale è necessario esprimere algebricamente il punto in cui
si ha l'intersezione tra la curva dei RM e la curva dei MC.
§ La curva di Dr dell'impresa 1 è lineare, perciò anche la curva dei RM è lineare e ha il
doppio della pendenza della curva di Dr; dunque la curva RM taglia l'asse della quantità
a metà della quantità della curva di Dr (si veda il Capitolo 4).
§ Nella Figura 6.1, dove q2 è uguale a 240, la curva di Dr interseca la curva orizzontale
MC a q1 = 480 ( In generale, la curva di Dr interseca la curva dei MC a 720 - q2 (720
perché la D di mercato interseca MC a q = 720).
§ La curva dei RMi relativi alla curva di DR interseca la curva dei costi marginali a metà di
720 - q2, o nel punto in cui q1 = 2401
quindi la funzione di risposta ottima dell'impresa 1 è: q1= R1 (q2) = 360 – q2/2

1Se l'impresa 2 produce q2 = 240, la curva di Dr della prima impresa è q1 = Q (p) – q2 = (1.000 -
l.000p) - 240 = 760 – 1.000p, oppure p = 0,76 - 0,001q1. Perciò, il ricavo della prima impresa è
R = pq1 = 0,76q1 – 0,001q12, sicché la funzione di ricavo marginale residuate è dR/dq1 = 0,76
0,002q1. Il ricavo marginale residuale è pari al costo marginale dove 0,76 - 0,002q1 = 0,28 à q1
=240.

Come indicato nella Figura 6.2. Se q2 = 0, l'impresa


1 produce q1 = R1 (0) = 360, il livello di
output di monopolio. La curva di Dr di un'impresa
che opera alla Cournot e che non fronteggia
alcuna concorrenza è la curva di D del mercato.
Poiché quest'ultima interseca la curva dei MC a
720
à allora la curva dei ricavi marginali di monopolio
taglia la curva dei costi marginali a metà di
quella quantità, cioè a 360.
Viceversa, l'impresa 1 cessa di produrre se ritiene
che q2 = 720.
- La funzione di risposta ottimale dell'impresa 2 è
derivata in modo analogo. Le imprese sono
identiche (stessi costi, prodotti omogenei), perciò la funzione ottimale dell'impresa 2 è speculare
rispetto a quella dell'impresa 1, ovvero: q2 = R2(ql) = 360 – q1/2 (6,5)
- Come mostra la Figura 6.2, le funzioni di risposta ottimale delle due imprese si incontrano
una sola volta nel punto in cui q1 = q2 = 240

Equilibrio di Cournot.
Il punto di intersezione (di coordinate 240, 240) delle funzioni di risposta ottimale è detto
equilibrio di Cournot. In questo tipo di equilibrio ogni impresa vende la quantità che massimizza i
suoi profitti date le sue aspettative (corrette) sulla scelta dell'output dell'altra impresa, ossia
questa è la risposta ottimale al livello di output dell'altra impresa.
Un'impresa non è disposta a produrre in un punto che non si trovi sulla sua funzione di risposta
ottimale, perché farlo significherebbe ottenere un profitto inferiore. L'unico punto in cui entrambe
le imprese si trovano sulla propria funzione di risposta ottimale è dato dall'intersezione tra le
rispettive funzioni. Un punto in cui non si ha intersezione non può essere un equilibrio.
Nell'equilibrio di Cournot, l'output totale del mercato è 240 + 240 = 480 e il prezzo è 0,52.
In un modello uniperiodale in cui le imprese scelgono solo i livelli di output, qualsiasi livello di output
tale per cui nessuna impresa ha incentivo a cambiare è, per definizione, un equilibrio di Cournot.
70
Nota: Poiché l'equilibrio di Cournot è un caso particolare dell'equilibrio di Nash, in cui le imprese
hanno strategie relative alle quantità, esso viene spesso definito equilibrio di Cournot-Nash o
equilibrio di Nash nelle quantità.

Equilibrio di Bertrand
Per illustrare l'equilibrio di Bertrand facciamo le stesse ipotesi dell'esempio di Cournot:
(nessuna entrata; prodotti omogenei; periodo unico; stessa curva di domanda (che possiamo
riscrivere come p = 1- 0,001 Q); stesso MC costante pari a 0,28).
72
L'unica variazione importante è che le imprese ora fissano i p
invece delle q.
Ogni impresa è disposta a vendere la q richiesta al p che essa ha
fissato.
- Supponiamo che l'impresa 1 pratichi un prezzo p1 > MC (che è
0,28).
à Se l'impresa 1 riesce a vendere a questo p ottiene un π
positivo.
- Poiché entrambe le imprese producono prodotti identici
avremo che:
Ø Se p2 < p1 à tutti i consumatori acquistano dall'impresa 2 e
dunque la curva di Dr (la linea
più spessa) dell'impresa 2 è 0 quando p2 > pl
Ø Se p2 > p1 à nessuno acquista dall'impresa 2 e dunque la Dr dell’impresa 2 è uguale a
D del mercato
Ø Se p2 = p1à I consumatori sono indifferenti tra le due imprese e dunque Dr dell’impresa 2
è orizzontale
- Se entrambe le imprese praticano lo stesso p, supponiamo che si spartiscano l'intera D del
mercato in parti uguali. Nella Figura 6.4 dove la domanda dell'impresa 1 è orizzontale (con p2
= p1), metà linea orizzontale è tratteggiata per indicare che l'impresa 1 vende solo meta, della
quantità totale richiesta.
- Quando entrambe le imprese fissano un p pari al MC di 0,28, nessuna delle due ottiene un
incremento nei profitti modificando il p. (Se un'impresa abbassa il prezzo ottiene una perdita
(perché il prezzo è inferiore al costo marginale e medio); se una delle due imprese aumenta il
prezzo, non vende nulla).

L'unico possibile equilibrio di Bertrand o equilibrio di Nash nei prezzi è p = MC = 0,28. -
Questo risultato è illustrato nella Figura 6.5, utilizzando le funzioni di risposta ottimale nello
spazio dei prezzi (sugli assi abbiamo i p delle imprese).

Aspetti critici del modello (generati dalle ipotesi di


base scarsamente presenti nella realtà).
a) Omogeneità del prodotto se le imprese
differenziano i loro prodotti, il p di equilibrio del
modello di Bertrand > del MC.
b) Mercato dura un solo periodo se i mercati durano
per più periodi, il p di equilibrio si
avvicinerà probabilmente al prezzo di monopolio (anche se le imprese fissano i prezzi invece
delle quantità).
Da ciò: convenienza per i giocatori ad assumere un atteggiamento cooperativo,
diversamente da quanto sostenuto da Bertrand, in relazione al quale il p di vendita
comune si manterrà > MC ( in caso di non cooperazione, battaglia di p e π = 0).
c) Capacità produttiva illimitata p pari al costo marginale non è più un equilibrio di
Bertrand se le imprese hanno capacità produttiva limitata.

I vincoli di capacità nel modello di Bertrand: il modello di Edgeworth.


74
- Nel 1897 Francis Edgeworth mostrò che, se le imprese hanno capacità produttiva limitata,
non esiste equilibrio statico di Bertrand con un p unico e le imprese con p bassi non riescono a
soddisfare l’intera D di mercato.
-Illustriamo graficamente un esempio del modello di Edgeworth
- supponiamo che il precedente esempio di Bertrand sia modificato in modo che la capacità
produttiva massima di ciascuna impresa sia 360, pari alla metà della quantità richiesta dal
mercato a un p uguale al MC.
à Ciò significa che:
§al p di 0,28, le curve di AC e MC di ogni impresa sono orizzontali fino a 360 unità e poi
diventano verticali (perché il costo dì produzione dell'unità successiva di output è
infinito).
- Con capacità limitate, anche se la D di mercato (720) viene soddisfatta (360 per ogni impresa),
l'equilibrio originale di Bertrand (pl = p2 = 0,28, Q = 720) non è più un equilibrio.
perché vi sia un equilibrio nessuna delle due imprese dovrebbe avere un incentivo a modificare il
proprio p.
Invece all'equilibrio proposto ogni impresa vuole aumentare il p.
↓ vediamo un esempio
Supponiamo che l'impresa 1 ritenga che l'impresa 2 fisserà un prezzo p2 = MC = 0,28.
Quale prezzo dovrebbe fissare l'impresa 1 per max il π?
ü l'impresa 1 non vuole abbassare il p sotto MC perché subirebbe una perdita.
ü Se l'impresa 1 aumenta il p, tutti i consumatori vogliono acquistare dalla impresa 2. Ma
l’impresa 2 ha capacità produttiva limitata e può soddisfare solo metà mercato.
l’impresa 1 affronta una Dr positiva data da tutti quei consumatori che non possono
acquistare dall'impresa 2, come indicato nella Figura 6.6.
La Dr che affronta l'impresa 1 è la D di mercato meno le 360 unità vendute dall'impresa 2
(in cui solo la porzione che si trova sopra i MC interessa l'impresa 1).
75
L'impresa 1 può max i π agendo come un monopolista in relazione alla propria domanda
residuale. Dunque il suo RM = MC quando il p = 0,46, un livello in cui l'impresa ottiene
profitti positivi (mentre l'impresa 2 ha π = 0).
à Dunque questa scelta migliora il profitto dell’impresa 1 e pertanto l'equilibrio originario di
Bertrand non è un equilibrio quando le imprese hanno capacità limitata. - Ma allora esiste un
altro prezzo di equilibrio?
No non esiste. Se anche l’impresa 1 fissa p = 0,46 o <0,46, le azioni di risposta dell’impresa 2
porteranno alla conclusione che non esiste una condizione di equilibrio stabile, con un solo
prezzo, quando la capacità produttiva è limitata.
3)Il modello di Von Stackelberg.
- Nel modello dì von Stackelberg, le imprese fissano l'output e una di esse agisce prima delle
altre.
- L'impresa leader (per esempio, l'impresa che scopre e sviluppa un nuovo prodotto possiede il
vantaggio della prima mossa) sceglie il proprio livello di output e poi le altre (imprese follower)
sono libere di fissare le quantità ottimali dato l'output del leader (che loro conoscono).

Un esempio
- Supponiamo che l'impresa 2 sia l’impresa follower e
che l'impresa 1 sia quella leader.
- l’impresa leader sa che, una volta fissato il proprio
output, q1, l'impresa follower userà la sua
funzione di risposta ottimale alla Cournot per scegliere
l'output che massimizza i suoi profitti,
ossia q2 = R2 (q1).
- Il leader sceglie quindi q1 in modo da max i suoi
profitti soggetto al vincolo che l'impresa
follower sceglierà di produrre un livello di output
collocato sulla sua funzione di risposta
ottimale alla Cournot.
- Nell'equilibrio di von Stackelberg il leader ottiene un π maggiore e il follower uno minore
rispetto all'equilibrio di Cournot. In sintesi, sapere in anticipo come si comporterà il proprio
rivale consente al leader di avvantaggiarsi a spese del follower. -Vediamolo graficamente:
76
- Poiché le imprese hanno costi identici, l'impresa 1 conosce la funzione di risposta ottimale alla
Cournot dell'impresa 2, R2 (q1), illustrata nella Figura 6.7b.
à Ciò significa che il leader sa quanto produrrà il follower, perciò può calcolare la combinazione q1
q2 che le consente di max i π, data Q = q1 + q2 la produzione totale.
- Sottraendo l'output del follower dalla D di mercato, il leader calcola la sua curva di Dr (Figura
6.7a) à Il leader sceglie l'output, q1, dove il suo RM (basato sulla sua curva di Dr) è uguale al
MC. L'impresa 1 massimizza i π producendo 360 unità (Figura 6.7a).
L'impresa 2 produce solo 180 unità, un livello di output determinato sostituendo il valore di 360
nella sua funzione di risposta ottimale (Figura 6.7b).
- In definitiva facciamo un confronto tra l'equilibrio
di von Stackelberg e gli altri equilibri:
§ L'output totale del modello di von Stackelberg
(540 unità) è > di quello nel modello di
Cournot (480), ma inferiore a quello dell'ottimo
sociale (equilibrio concorrenziale, pari a
720)
§ Il prezzo nel modello di von Stackelberg, 0,46, è
superiore a quello concorrenziale, 0,28, ma
inferiore a quello di Cournot, 0,52
§ Il surplus del consumatore è quindi più elevato
nel duopolio di von Stackelberg, rispetto a
quello che si determina nel modello di Cournot, ma
è inferiore a quello corrispondente
all'ottimo sociale.
§ I π aggregati sono = 0 nella situazione di ottimo
sociale, maggiori nel duopolio di von
Stackelberg ed ancora piu’ alti nel duopolio di
Cournot.
§ L’output complessivo in Cournot è suddiviso tra le 2 imprese in parti uguali, mentre in von
stackelberg le quote sono differenti (2/3 e 1/3)
77
§ Rispetto al modello di cournot, l’impresa 1 realizza π maggiori rispetto all’impresa 2 à
asimmetria informativa, a vantaggio dell'impresa leader che, prevedendo la funzione di
reazione del follone alla sua prima mossa, è in grado di effettuare la scelta più conveniente
per lui e meno vantaggiosa per il follower.

Cap 7

A)Il modello del consumatore rappresentativo


- Il primo modello di concorrenza monopolistica fu elaborato da Chamberlin (1933) ed è un modello
del consumatore rappresentativo in cui il consumatore tipico considera tutti prodotti venduti sul
mercato ugualmente sostituiti, e pertanto simmetrici.
- Questo modello può essere utilizzato per esaminare industrie con prodotti differenziati o
indifferenziati.
- l’analisi mostra che, indipendentemente dal fatto che i prodotti siano differenziati o meno, i p di
equilibrio e il numero di prodotti (cioè le varietà) nell'equilibrio di concorrenza monopolistica non
coincidono con l'ottimo sociale.
Il modello del consumatore rappresentativo con prodotti indifferenziati.
- In questa versione del modello del consumatore rappresentativo i beni sono omogenei (hanno tutti le
stesse caratteristiche)
- Analogamente ai modelli di oligopolioàil comportamento delle imprese e volto alla max del π
attraverso l’eguaglianza RMr = MC
- A differenza dei modelli di oligopolio à qui le imprese entrano liberamente nell'industria fino a
quando l'entrata risulta essere profittevole (determinazione endogena del numero delle imprese).
Nell’oligopolio il numero di imprese viene determinato arbitrariamente al di fuori del modello
perché le imprese esistenti, lo Stato o qualche altra variabile impediscono l'entrata
(determinazione esogena del numero delle imprese).
Un esempio con il modello di Cournot.
Per illustrare come il modello di concorrenza
con beni omogenei differisca da quello di
oligopolio viene modificato il modello di
Cournot-Nash dell'oligopolio non cooperativo
per
consentire l’entrata; per il resto le ipotesi
sono quelli già viste:
84
v Equilibrio di Cournot: in condizioni di
equilibrio nessuna impresa vuole variare il
proprio
livello di output e ognuna si attende che i
rivali producano al loro attuale livello.
v Omogeneità: l’ output è omogeneo.
v Domanda: la domanda del mercato, Q, e in
funzione del prezzo di mercato, p:Q = 1000 –
1000p
v Costi: ogni impresa ha una funzione di costo pari a: C 8q) = 0,28q + F
Con q = output dell’impresa e F = il costo fisso; il MC è costante e pari a = 0,28.
- L’ipotesi di un numero fisso di imprese viene sostituita dalla condizione di entrata: le imprese
entrano nel mercato quando i profitti sono positivi ed escono quando sono negativi.
- Il MC è una retta orizzontale al livello di 0,28, mentre AC (costo medio) si può calcolare così:
AC = = 0,28 +
All’aumento dell’output i F vengono ripartiti tra un numero sempre maggiore di unità, quindi i
costi medi fissi scendono, e il costo medio consiste principalmente nei costi medi variabili. Di
conseguenza, a livelli di output più bassi, AC si trova bene sopra MC mentre si avvicina a MC
(che coincide con i costi medi variabili) al crescere di q, come mostra l figura 7.1.
- La condizione di entrata vuole che le imprese entrano nell'industria finché i profitti sono positivi: π
= pq – C (q) = 0
- Perciò, in equilibrio il costo medio dì ciascuna impresa è uguale al prezzo: AC = p (nel nostro caso a
p = 0,36).
- Qual è il numero di imprese in equilibrio?
Per stabilire il numero di imprese analizziamo il grafico.
- La figura 7.1 mostra la curva di domanda residuale Dr (8), i ciascuna delle otto imprese, e la
corrispondente curva dei RMr (8).
85
L’impresa max i π producendo q = 80 unità di output in modo tale che RM = MC e così vende il
proprio output al p = 0,36.
La curva AC dell’impresa è tangente alla curva di D ( p = 0,36 = AC), perciò l’impresa ha profitti nulli.
- Se ci sono solo sette imprese nell'industria, a un'impresa conviene entrare ; la curva di D di una delle
sette imprese alla Cournot, Dr (7) interseca AC, per cui si ha una regione ombreggiata in cui i costi
medi sono inferiori al p indicato sulla curva di Dr. Un’impresa che opera in un punto all'interno di
questa regione ricava un profitto positivo perché il p > AC

Costi fissi inferiori


- Come varia questo equilibrio di concorrenza monopolistica se ogni impresa incorre in CF inferiori?
- Con costi fissi <, il numero di imprese in equilibrio in concorrenza monopolistica cresce. Il numero
cresce perché crescono i π, visto che una riduzione del costo fisso dell'impresa non influisce sui
ricavi totali, ma riduce effettivamente i costi totali.
La riduzione dei CF non influenza il livello di output in quanto ogni impresa fissa il proprio
output a un livello in cui RMr = MC, e né MRr né MC sono influenzati da una variazione del CF.
- Graficamente, con costi fissi inferiori la curva AC si trova direttamente al di sotto di quella
indicata nella figura 7.1. Affinché la curva AC sia tangente alla curva di Dr anche quest'ultima
deve essere più bassa.
à L'unico modo per ottenere una curva di Dr più bassa deriva dall'avere più imprese nell'industria.
- Per quanto detto risulta che, se i CF = 0, il numero di imprese diventa illimitato e quest'industria
in concorrenza monopolistica in cui viene applicato il modello di Cournot diventa perfettamente
concorrenziale. - In sintesi:
§ un aumento nei costi fissi à fa salire il p di equilibrio > MC e q dell’industria <
§ costi fissi = 0 à nell'industria entra un numero di imprese sufficiente a spingere il p = MC, che
rappresenta la soluzione concorrenziale.

Il benessere con prodotti indifferenziati.


- Quali differenze emergono tra questo equilibrio e quello dell'ottimo sociale in cui viene
massimizzato il benessere?
- Con questo equilibrio di concorrenza monopolistica sorgono due problemi in termini di
benessere:
ü si giunge ad un p > MC e dunque l'industria produce troppo poco output totale
ü numero di imprese in equilibrio è troppo elevato à quando i MC non aumentano il numero di
imprese di equilibrio è troppo elevato rispetto a quello ottimo.
Ogni impresa aggiuntiva deve infatti pagare un costo fisso, F, e perciò i CF sostenuti
globalmente dalle imprese sono eccessivi dal punto di vista del benessere collettivo. - In questo
caso la soluzione di first-best (è la migliore soluzione possibile per la società) consiste nel
sovvenzionare un'impresa perché produca tutto l'output ed esigere che il p sia fissato a un livello
pari al MC.
86
- La Figura 7.2 illustra la soluzione di first-
best e le curve di MC e AC di una singola
impresa con,
per es., costi fissi pari a 6,40.
- Nell'equilibrio di first-best l'impresa viene
regolata in modo da fissare il p = MC =
0,28, e i
consumatori acquistano q* = 720 unità di
output (L'output socialmente ottimo
supera di 80 unità
quello della concorrenza monopolistica di
640).
- A p = 0,28 l'impresa è in perdita perché il
p < AC (p = 0,28 < MC + F/ q* = 0,28 + 6,40/720 =
0,2889), perciò lo Stato deve sovvenzionare l'impresa se vuole che rimanga in attività.
- La zona ombreggiata nella Figura 7.2 rappresenta la perdita sovvenzionata = F = 6,40 = 0,0089 x
720.
- Con un numero elevato di imprese, ciascuna di esse produce una quota di output < di quella che
rende minimi i AC, e quindi si ha un numero troppo elevato dì piccole imprese rispetto a quello
che coincide con l'ottimo sociale (lo stesso livello di output potrebbe essere realizzato in modo
più economico con un numero inferiore dì imprese).
- Di solito lo stato non è in grado di regolare un'industria in modo da raggiungere la soluzione di
first-best e massimizzare in questo modo il benessere della società.
Per esempio:
ü può essere politicamente impraticabile sovvenzionare un monopolio quale quello
dell'azienda locale per l'energia elettrica.
ü lo stato può riuscire a controllare il numero di imprese, ma, può non essere in grado di
costringerle a produrre più della quantità che massimizza i loro profitti, se non è disposto
a sovvenzionarle.
- Scegliendo il numero ottimale di imprese lo stato può raggiungere la soluzione di second-best,
ossia il miglior risultato possibile, soggetto a un vincolo che viola una delle condizioni necessarie
per ottenere il risultato di first-best.
Ad es. lo stato porrà dei vincoli all’ingresso à si avrà un < numero di imprese à< spese per i
CF (per la società) à> benessere possibile, senza sovvenzioni statali benché il benessere non
sia elevato quanto nel caso dell'equilibrio di first-best, è più elevato di quello che si determina
nell'equilibrio di concorrenza monopolistica privo di limitazioni.

Il modello del consumatore rappresentativo con prodotti differenziati.

- Nel caso di imprese che producono prodotti differenziati (eterogenei), gli aspetti essenziali del
modello di concorrenza monopolistica rimangono invariati:
87
§ La max dei profitti è ancora determinata dalla regola RMr = MC
§ l'entrata si verifica solo fino al punto in cui i profitti sono positivi.
- L'unica modifica al modello, dovuta alla differenziazione dei prodotti, sta nel fatto che la curva di
D dell'impresa (e quindi la sua curva MRr) dipende dalle singole q prodotte da ciascuna delle
concorrenti anziché unicamente dalla q totale.
- Per semplicità, per quanto i prodotti sono differenziati, si ipotizza che la forma generale delle
curve di D di ciascuna impresa sia identica.
- L'effetto principale della differenziazione sta nel fatto che ogni impresa ha una curva di D con
pendenza negativa più rigida che in condizioni di omogeneità, perché gli altri prodotti sono
sostituti meno stretti à Questa maggiore pendenza dà all'impresa più potere di mercato ( capacità
di fissare p > MC).
Il benessere con prodotti differenziati.
- L'equilibrio di concorrenza monopolistica con prodotti differenziati presenta due problemi:
• il prezzo non è ottimale à p > MC
• la varietà (cioè il numero di prodotti disponibili per i consumatori) non è ottimale à nel
caso di prodotti differenziati ci può essere troppo poca (perché non tutti i prodotti
possono essere realizzabili (anche se il prezzo è superiore ai costi variabili delle
imprese) se i costi fissi sono tanto elevati da generare delle perdite) o troppa varietà.
- Va poi detto che, nel caso di prodotti differenziati, poiché la varietà è desiderata, è improbabile
che risulti ottimale regolare i mercati in modo che vi sia una sola impresa che faccia pagare un p
= MC.
I costi fissi determinano una varietà troppo bassa di prodotti.
- Quando un’impresa presenta un MC che non aumenta rapidamente e ha CF elevati, opera nella parte
con pendenza negativa della propria curva di AC.
88
- La Figura 7.3 mostra
perché solo alcuni beni
sono prodotti quando
la curva dei AC è
strettamente
decrescente.
- La figura 7.3a mostra
un prodotto con costi
maggiori; la figura 7.3b
mostra un prodotto con
costi
minori.
- In entrambi i grafici
della Figura 7.3 la
collettività ottiene un
maggiore benessere se
entrambi i
prodotti vengono
realizzati: il beneficio
sociale > costi sociali.
§ Nella Figura 7.3a il costo medio (AC) interseca la curva di D, perciò produrre è proficuo. Il
profitto dell'impresa, π è > 0 alla quantità q* perché AC < p*.
La somma del surplus, del consumatore (CS) e dei ricavi (π + C) meno i costi sociali (C) è
uguale al benessere (CS + π), che è positivo.
§ Nella Figura 7.3b la curva AC si trova in ogni suo punto sopra quella di D, perciò i costi totali
superano i ricavi totali a tutti i livelli di output.
à Pertanto il prodotto non viene realizzato.
Tuttavia sarebbe socialmente auspicabile produrre il prodotto à il benessere sociale
(surplus del consumatore, E + B, più ricavi R) meno i costi (R + B + D) è uguale a (ED),
ed è positivo, dato che l'area E è maggiore dell'area D.
Il motivo per cui il prodotto non viene realizzato, anche se è socialmente desiderabile, sta
nel fatto che l'impresa se producesse, subirebbe solo delle perdite (profitti negativi, B +
D).
- Se non ci fossero costi fissi e i costi marginali fossero costanti, allora, il AC = MC ed un bene la cui
produzione fosse socialmente ottimale, garantirebbe alle imprese anche un profitto.
Determinazione del numero ottimale di prodotti (equilibrio tra varietà di prodotti e q di ogni
prodotto).
89
- L'equilibrio ottimale richiede che sussista un compromesso tra:
• il numero dì prodotti realizzati
• e la q di ogni bene prodotto, che è determinata dal prezzo.
- Per semplicità supponiamo che il numero di prodotti, n, rispecchi pienamente il valore della varietà:
cioè che più imprese o prodotti sono presenti, maggiore è il benessere dei consumatori, a parità di
altre condizioni.
- Se tutti i beni vengono prodotti con la stessa funzione di costo e hanno la medesima curva di D, in
condizioni di equilibro il livello q di output è lo stesso per ciascun prodotto.
- I dati essenziali relativi all'equilibrio possono essere riassunti dal numero di prodotti, n, e dall'output
per marca, q.
- Per illustrare il compromesso tra varietà e quantità, supponiamo che l'economia presenti 100 unità di
output e che ognuna di queste possa essere prodotta con un MC = 1 e CF = 5.
- La frontiera delle possibilità di produzione (PPF) rappresenta le possibili combinazioni del numero di
prodotti e quantità per prodotto che si possono realizzare con gli input totali a disposizione della
società.

- Le preferenze della società tra quantità e varietà sono riassunte dalle curve di indifferenza indicate
nella Figura 7.4.
Il punto O = (q*, n*), punto di tangenza tra la curva PPF e la curva di indifferenza (la curva di
indifferenza in microeconomia è l'insieme di x e y che garantiscono al consumatore lo stesso
livello di utilità), rappresenta la scelta ottimale della società.
- In qualsiasi punto su qualsiasi curva di indifferenza che si trova sotto la curva di indifferenza passante
per il punto 0 la società vede ridotto il proprio benessere.
- I punti sulle curve di indifferenza poste al di sopra di quella che passa per il punto D sono al di fuori
della PPF e quindi non possono essere prodotti.
- Il punto B sulla PPF rappresenta un possibile equilibrio di concorrenza monopolistica. In quel punto
l'industria produce troppo pochi prodotti, ma più output per prodotto rispetto al livello ottimale.
- Nel punto A sulla PPP l'industria produce più prodotti rispetto al livello ottimale, ma meno, output per
prodotto.
- La scelta della combinazione ottimale tra varietà e quantità dipende: §dalle preferenze dell'economia
§ e dalle funzioni di produzione dei beni.
90

B)Modelli di localizzazione (o spaziali)


- I modelli di localizzazione (o spaziali) sono modelli di concorrenza monopolistica in cui i
consumatori ritengono che il prodotto di ciascuna impresa abbia una particolare collocazione nello
spazio geografico (o caratteristico). Più vicini sono due prodotti nello spazio geografico o
caratteristico, più sono sostituibili.
In questi modelli i consumatori sono a loro volta, collocati nello spazio geografico perché risulta
loro costoso fare acquisti in negozi più lontani da casa o, alternativamente, perché traggono meno
piacere da prodotti le cui caratteristiche si discostano dal loro ideale.
- Esiste un’analogia tra le scelte dell’impresa di localizzazione nello:
a) Spazio delle caratteristiche:
imprese differenti perché offrono beni con caratteristiche diverse;
la distanza è data dal grado di differenziazione dei beni
b) Spazio fisico:
imprese differenti perché posizionate in punti diversi (rispetto al consumatore)
la distanza tra di loro e una distanza fisica
- Analogamente per i consumatori:
a) Spazio delle caratteristiche (perdita di utilità quando ci allontaniamo dal bene desiderato):
la collocazione esprime il grado di preferenza per una certa caratteristica;
la scelta ricadrà sull'impresa che a parità di prezzo è più vicina con il suo prodotto, alle sue
preferenze;
b)Spazio fisico:
la loro localizzazione avverrà in punti diversi di uno spazio
la scelta ricadrà sull'impresa che, a parità di prezzo, è localizzata più vicino
(minimizzazione dei costi di trasporto)
1)Il modello di localizzazione di Hotelling
- Hotteling sviluppò un modello per spiegare la localizzazione e il comportamento delle imprese nella
determinazione dei prezzi.
- In questo modello i prodotti differiscono per la localizzazione dei negozi di vendita e il p praticato.
- I dati:

91
§ Supponiamo che vi sia una città tutta estesa in lunghezza, con una sola strada, di lunghezza
prefissata.
§ I consumatori sono distribuiti uniformemente lungo questa strada. A parte la localizzazione,
tutti i consumatori sono identici e ognuno di essi acquista un cono di gelato in ogni periodo di
tempo.
§ 2 negozi vendono coni gelato identici: il negozio 1 è situato ad a chilometri di distanza da
un'estremità della città (l'estremità sinistra nella Figura 7.5) e il negozio 2 a b chilometri di
distanza dall'altra estremità (destra) della città.
§ ogni consumatore acquista dal negozio meno caro tenendo conto dei costi di trasporto
(c).
§ il consumatore i vive a x chilometri di distanza dal negozio 1 e a y chilometri dì distanza dal
negozio 2.
- Scelta del consumatore:
§ se p1 + C(x) < p2 + C(y) à scelto il 1° negozio
§ se p1 + C(x) > p2 + C(y) à scelto il 2° negozio
§ se p1 + C(x) = p2 + C(y) à scelta indifferente per i
- Se i p praticati dai due negozi sono diversi, i consumatori più vicini al 1° negozio sceglieranno il 2°
negozio quando il > costo di trasporto è più che compensato dal < prezzo di vendita praticato.
Dunque, in hotteling, un'impresa può fissare un p > rispetto a quello del concorrente senza uscire dal
mercato se la localizzazione (costi di trasporto differenti) rendono il prodotto diverso sebbene
omogeneo.
- Rendita di posizione per l'impresa più vicina ai consumatori, che consente margini di manovra sul p
e una quota della D complessiva, anche con p > di quelli delle imprese concorrenti.
- In questa situazione le scelte delle imprese potranno riguardare:
a) la scelta del prezzo. Fissata la localizzazione dei due negozi e lasciando le imprese libere di
variare i prezzi, maggiore è il divario tra p1 e p2, tanto minore sarà la quota della domanda
complessiva assorbita dall'impresa che fissa il p più alto. Tale quota tenderà a 0 solo se il divario
tra i prezzi e >= del costo di trasporto.
In questa situazione si può stabilire un equilibrio di Nash.
b)la scelta della localizzazione. Fissato il prezzo del bene (per es. viene fissato dallo Stato) e
tenuto conto che i consumatori sceglieranno le imprese collocate più vicine, l'impresa che entra
(es. il 1° negozio) si posizionerà appena a sinistra del 2° negozio (per avvicinarsi al maggior
numero di clienti). Se le imprese possono modificare la loro localizzazione ciascuna di esse si
sposterà fino a soddisfare il 50% della domanda totale (equilibrio di Nash) collocandosi vicino al
centro dello spazio.
- Il modello di Hotelling illustra un punto importante: le proprietà dell'equilibrio di Bertrand
discusse nel capitolo precedente solo valide solo quando due imprese vendono prodotti
perfettamente omogenei.
Supponiamo però che i due negozi siano localizzati in a e b, come indicato nella Figura 7.5. Se il
negozio 1 fa pagare meno del negozio 2, quest'ultimo ha comunque un certo numero di clienti
perché per parecchi di questi è molto più vicino del negozio 1 e alcuni di loro sono disposti a
pagare di più per la comodità della vicinanza.
92
Perciò Hotelling sottolinea che il prezzo di equilibrio di Bertrand é uguale al costo marginale
solo se i prodotti sono omogenei (situati nello stesso luogo nello spazio del prodotto o
geografico). In un modello più generale di prodotti differenziati, imprese con aspettative di
Bertrand possono far pagare prezzi diversi, tutti superiori al costo marginale. In sintesi, la
differenziazione dà alle imprese potere di mercato.
Purtroppo è possibile dimostrare che quando le imprese possono cambiare i prezzi e la loro
localizzazione senza incorrere in costi, l'equilibrio non esiste.

B)il margine pezzo-costo o Indice di Lerner del potere di mercato.



- Per evitare i problemi connessi al calcolo dei tassi di rendimento, molti economisti utilizzano una
misura diversa della performance, l'indice di Lerner o margine prezzo-costo (p - MC)/p che
rappresenta il potere di mercato di un’impresa.
100
L’indice di Lerner misura infatti il rapporto tra il margine di π unitario (p – MC) e il prezzo p. - Il
margine prezzo-costo per un'impresa che massimizza i profitti è uguale al reciproco con segno
negativo dell'elasticità della domanda al prezzo, ε, dell'impresa (come abbiamo visto nel Capitolo 4):
L = (p-MC)/p=-(1/e)
Il valore di L è tanto più elevato quanto maggiore è la differenza tra p e MC (potere di mercato). p--
MC I
p e (8.2)
- Nota: Purtroppo, poiché la misura dei MC è raramente disponibile, molti ricercatori utilizzano il
margine prezzo-costo medio variabile invece dell'apposito margine prezzo-costo marginale. - Il
calcolo dell’indice di Lerner presenta qualche difficoltà se dalla singola impresa si passa ad un
intero settore industriale ( con più imprese, con funzioni di costo differenti e valori di MC e di
indice di Lerner).

Allora l’indice medio del settore sarà:

ossia:
Media ponderata degli indici delle singole imprese, utilizzando come pesi le rispettive quote di
mercato.
L = (0,35 * 0,5) + (0,25*0,4) + (0,22 * 0,3) + (0,18 * 0,25) = 0,386
2) Misurazione della struttura del mercato
- Per esaminare in che modo varino i risultati economici al variare della struttura del mercato,
utilizziamo di seguito degli indicatori che esprimono il grado di concorrenzialità di un’industria.
A)Concentrazione industriale
- Nella maggior parte degli studi SCR la variabile strutturale che si mette in rilievo è la
concentrazione industriale.
Quest'ultima si misura di solito in funzione delle quote di mercato di alcune o di tutte le imprese del
settore.
- La variabile più comunemente usata per misurare la struttura del mercato di un'industria è il
rapporto di concentrazione delle prime quattro imprese (C4), che rappresenta la quota delle vendite
realizzata dalle quattro imprese principali dell'industria.
Cm
- Punto debole:
§ Arbitrarietà della scelta del numero di imprese
101
§ Possibilità di ottenere risultati opposti per 2 diversi valori di m in 2 diversi settori industriali.

Se sommassimo la QM delle prime 4 imprese il settore B sarebbe più concentrato (QM A = 82 e


QM B = 88); mentre se sommassimo le QM delle prime 5 imprese, il settore A sarebbe più
concentrato ( QM A = 95 e QM B = 92)
- In alternativa, per misurare la concentrazione, sarebbe possibile utilizzare l'indice di
Herfindahl-Hirschman (HHI), che è uguale alla somma del quadrato delle quote di mercato di
ciascuna impresa dell'industria.

Il valore di H è compreso tra 0 < H < 1. 0 se c’è concentrazione minima e 1 se c’è concentrazione
massima.
L’indice di H è in relazione con l’indice di Lerner. Ossia il potere di mercato e dunque L è tanto
maggiore quando: à quanto maggiore è H
àquanto minore è l’elasticità della domanda rispetto al prezzo
Problemi comuni alle misure della concentrazione.
- Purtroppo le misure della concentrazione presentano due gravi problemi.
1) Innanzitutto, molti fattori influiscono sulle misure della concentrazione dei venditori. Per
esempio, la profittabilità può influire sul grado di concentrazione di un'industria dato che incentiva
l'entrata. Una delle questioni fondamentali citate nell'introduzione di questo capitolo riguarda la
possibilità che una struttura di mercato meno concorrenziale "determini" profitti più alti. La verifica
dì questa ipotesi è significativa solo se la struttura influenza i profitti, ma non viceversa. In altre
parole, questa teoria dovrebbe essere verificata utilizzando misure esogene della struttura, dove per
esogeno si intende che la struttura viene stabilita prima della profittabilità e che quest'ultima non
influisce su di essa.
2) Il secondo problema è che molte misure dì concentrazione sono distorte a causa dì
definizioni improprie dl mercato.
Il mercato rilevante per un prodotto include tutti i prodotti che influenzano in modo significativo il
prezzo di quel prodotto.
Perché la concentrazione industriale sia un indicatore significativo della performance, l'industria su
cui viene misurata deve riferirsi al mercato rilevante. In caso contrario, la concentrazione di
un'industria non ha implicazioni ai fini della fissazione del prezzo.
B)Barriere all'entrata
- Il fattore strutturale probabilmente più importante nel determinare la performance industriale è la
capacità delle imprese dì entrare nell'industria.
102
- Nei settori con barriere all'entrata sostanziali di lungo periodo, i p si mantengono più elevati
rispetto a quelli concorrenziali.
- Le variabili comunemente usate per approssimare le barriere all'entrata comprendono:
• la dimensione efficiente minima dell'impresa
• l'intensità di pubblicità;
• l'intensità dì capitale,
• e le stime soggettive della difficoltà di entrata in industrie specifiche
- Secondo studi empirici, in assenza di barriere all'entrata o all'uscita di lungo periodo, i tassi di
rendimento nelle industrie dovrebbero essere convergenti.
C)La sindacalizzazione
- sindacati forti possono portare a π < perché crescono i w (salari) e i p proprio a seguito della
crescita dei w.
- Rendendo costosa l’espansione della forza lavoro, i sindacati possono impedire che la
concorrenza all’interno dell’industria faccia aumentare l’output e la diminuzione dei π.

Il modello di Sutton esamina le implicazioni della dimensione del mercato sulla concorrenza (cioè
una variazione del numero delle imprese porta a > o < concentrazione?).
- La nostra trattazione della teoria di Sutton considererà due casi distinti:
§ Ipotesi A à il costo di entrata di un'impresa rappresenta un costo esogeno non recuperabile.
In questo caso, ciascuna impresa deve spendere un ammontare fisso F per entrare nel settore
industriale.
§ Ipotesi B à il costo di entrata di un'impresa rappresenta un costo endogeno non
recuperabile. In questo caso, invece, l'ammontare che un'impresa deve spendere per entrare
nel settore è variabile e deciso dall'impresa nel tentativo di cambiare il livello gradimento del
suo prodotto alterandone alcune caratteristiche.
Ipotesi A.
- Cominciamo dall'analisi di un mercato in cui le imprese producono un prodotto omogeneo (ossia
uno in cui l'unica variabile su cui le imprese possono concorrere è il p e non la qualità). - Costi di
entrata fissi esogeni, non recuperabili; costo marginale, m, costante.
- L’equilibrio finale e le possibili variazioni generate
dall’incremento del numero di imprese
(dimensione del mercato) dipendono dal tipo di
concorrenza che si assume (dunque in questo
modello è fondamentale il comportamento
concorrenziale)
- Per chiarire questo concetto, Sutton considerò tre tipi di
concorrenza:
§ Il cartello à presenta il livello di concorrenza più basso
poiché tutte le imprese colludono in
modo esplicito per stabilire un prezzo di monopolio pm.
Il profitto totale del cartello, o profitto di monopolio,
viene diviso fra un numero n di
imprese.
Indipendentemente dal numero di imprese n, il prezzo
rimane fisso a pm.
Le imprese producono la quantità q di monopolio.
Il profitto di ciascuna impresa diminuisce all'aumentare di n, perché il profitto totale di
monopolio deve essere diviso per un numero sempre maggiore di imprese.
Nel punto di equilibrio n, il profitto totale del cartello tende ad annullarsi.
105
§ Oligopolio alla Cournot à Un tipo di mercato maggiormente concorrenziale è quello
rappresentato da un oligopolio alla Cournot.
Il prezzo di Cournot p scende a all'aumentare del numero di imprese fino ad eguagliare il m
(costo marginale).
Ciascuna impresa sceglie la quota q che max i π e dunque le imprese non colludono:
π = (p – m) – F.
Quindi in condizioni di libera entrata si raggiungerà un equilibrio (dato dalla contemporanea
presenza di un certo numero n di imprese) in cui il profitto di ciascuna impresa è pari a zero.
§ Oligopolio alla Bertrand à è la forma che presenta la maggiore concorrenza.
Solo alcune imprese partecipano al cartello (ipotesi intermedia di collusione parziale) e si
accordano per produrre una q di output > della q di monopolio.
Il p = m per n >1.
In tal caso, l'unico equilibrio con entrata libera si verifica in presenza di un'impresa con
profitti positivi.
Nel caso in cui subentri una seconda impresa, il prezzo si avvicina al costo marginale, percui
il profitto diventa negativo (a causa dei costi fissi) con il conseguente fallimento
dell'impresa.
- Per ciascun modello di concorrenza, la Figura 8.1 mostra le modalità secondo le quali il prezzo
varia all'aumentare di n.
Come illustra la figura, con n <1 il prezzo si abbassa man mano che la concorrenza diventa più
"spietata", laddove la concorrenza alla Bertrand è quella più spietata mentre quella di cartello la più
debole.
-Dunque il potere di mercato (p) delle imprese non dipende soltanto dal grado di concentrazione del
settore e dalla ε della domanda, ma anche dal grado di collusione fra le imprese stesse.
- concentrazione ed elasticità (fattori strutturali) e capacità di colludere (fattore di comportamento)
influenzano il potere di mercato (p)

Ad una elevata concentrazione può dunque accompagnarsi un basso livello di potere di mercato:
esempio, i duopolisti alla Bertrand non colludono e si comportano come fossero in concorrenza
perfetta.

Ipotesi A con beni eterogenei.


- Il caso dei costi fissi esogeni con prodotti eterogenei ha risultati molto meno chiari rispetto al caso
dei costi fissi esogeni con un prodotto omogeneo.
- In un modello con prodotti eterogenei, la concentrazione del mercato dipende da quanti prodotti
diversi un'impresa è in grado di produrre.
Il risultato principale cui è giunto Sutton per i prodotti eterogenei è che la concorrenza, in genere,
diminuisce (minore dimensione del mercato) muovendosi da un prodotto omogeneo a uno
eterogeneo e così la concentrazione tende a diminuire.
Un confronto tra dimensioni del mercato e
concentrazione in equilibrio
- La Figura 8.2 riporta una misura della
concentrazione del settore industriale in
equilibrio, 1/n,
rispetto alla, dimensione s del mercato per
ciascun modello di concorrenza, là dove per
concentrazione di mercato in equilibrio
intendiamo che n è tale che il profitto totale è
pari a zero.
- La Figura 8.2 riporta due risultati interessanti:
1) La concentrazione diminuisce all'aumentare
delle dimensioni del mercato per tutti i tipi di
mercato per quello maggiormente concorrenziale (Bertrand).
L'intuizione che sta alla base di questo risultato è che i mercati più grandi possono accogliere un
maggior numero di imprese.
2) Per ciascuna data dimensione del mercato, la concentrazione, in equilibrio, è tanto maggiore
quanto maggiore è la concorrenza.
La concentrazione è meno elevata nel cartello, nonostante quest'ultimo presenti il p più elevato.
Il motivo è che una concorrenza spietata implica un prezzo poco elevato, il che scoraggia l'entrata.
Questo risultato illustra che il puntare unicamente sulla concentrazione per fare delle asserzioni sul
prezzo e sulla concorrenza può portare a conclusioni erronee.

b) Stima del markup con l'utilizzo di un modello relativo a un'industria.


- In mancanza di dati sui costi, il markup prezzo-costo può essere calcolato attraverso un modello di
comportamento di un’industria, ossia osservando le variazioni del p e delle q nel tempo, date certe
assunzioni sulle curve di D e sui MC.
- Per la maggior parte delle industrie disponiamo di informazioni sufficienti per stimare la curva di
D.
- Supponiamo che in un'industria particolare la curva sia come la D1 nella Figura 8.3.
- Supponiamo, inoltre, che il MC dell'industria sia costante, anche se non ne sappiamo il livello. -
Attualmente l'equilibrio dell'industria, il punto E* nella Figura 8.3, si trova al prezzo p* e alla
quantità Q*.
- Tale equilibrio potrebbe:
à essere realizzato da un'industria concorrenziale con un MC relativamente elevato (MCc) à o da
un monopolista con un MC relativamente basso (MCm), che interseca la curva dei ricavi marginali
del monopolista, MR1, in Q*.
- Sulla base soltanto di queste informazioni
non possiamo individuare (determinare) il
costo
marginale e il markup prezzo-costo.
- Se nel periodo successivo (t+1) la nuova curva
di domanda, D, si trova a destra di Dl ed è
D2, possiamo stabilire se l'industria è
concorrenziale o monopolistica.
àSe l'industria è concorrenziale il nuovo
equilibrio si trova nel punto Ec, perciò il prezzo
rimane
costante, pc = p*, e l'output aumenta
notevolmente fino a Qc
109
( In altre parole, osservando che lo spostamento della D non fa variare il p sappiamo che il MC
dell'industria è MCe e che il margine prezzo-costo di Lerner, (p - MC)/p, è uguale a 0).
à Se invece lo spostamento della domanda porta a un nuovo equilibrio nel punto Em, il p aumenta
da p* a pm, e la quantità aumenta solo fino a Qm.
Questo aumento del p è coerente con un comportamento monopolistico e quindi c’è potere di
mercato

Cap 9

Tipologie di discriminazione del prezzo.


- Esistono vari metodi per far pagare prezzi non uniformi.
- Il criterio di discriminazione del monopolista dipende dal tipo di informazioni di cui esso dispone
circa la disponibilità a pagare dei vari consumatori.
- Tutti i metodi di discriminazione del prezzo vengono adottati per estrarre il surplus del
consumatore.
1)La Discriminazione di 1° grado (o discriminazione perfetta del prezzo).
- La discriminazione perfetta del prezzo si verifica quando un monopolista conosce esattamente la
disponibilità a pagare di ogni singolo consumatore e riesce a far pagare a ciascuno un p uguale al
livello massimo che egli è disposto a corrispondere per ogni unità di prodotto.

Ogni consumatore acquista una sola unità.


- Supponiamo che ogni consumatore
domandi solo un'unità di prodotto, e che
abbia una
disponibilità a pagare diversa dagli altri.
- Pertanto, la curva di D ha pendenza negativa
(come indicato nella Figura 9.1.)
- Supponiamo inoltre che l'impresa conosca la
disponibilità a pagare di ciascun
consumatore.
- Se può impedire la rivendita, l'impresa fa pagare a ciascun consumatore un p tale che: P = alla
disponibilità a pagare massima per quel consumatore à il cliente rimane senza surplus.
113
- L'impresa continua a vendere fino a quando il p = MC di produzione (assunti per semplicità come
costanti à MC = m).
- Il monopolista perfettamente discriminante:
à vende Q* unità
à mentre il consumatore marginale paga p* (come indicato nella Figura 9.1.) - Un'industria
concorrenziale:
à vende Q* unità,
à ma farebbe pagare a tutti un unico prezzo, p* = MC.
- La differenza sta nel fatto che:
§ il monopolista perfettamente discriminante à fa pagare a tutti i consumatori tranne quello
marginale più di p*, perciò non esiste surplus del consumatore.
§ Un’industria concorrenziale à il surplus del consumatore (l'area sotto la curva di domanda e
sopra p* nella Figura 9.1) viene invece massimizzato in condizioni di concorrenza. - Un
monopolista non discriminante:
à fa pagare un prezzo unitario, pm, e produce Qm ( nel punto in cui i suoi RM = MC)
à i consumatori ottengono una piccola parte del surplus del consumatore (l'area sotto la curva di
domanda e sopra pm), che è inferiore a quello che essi ottengono in condizioni di concorrenza.
- In definitiva:
In un monopolio con discriminazione dei prezzi, come avviene in un settore perfettamente
concorrenziale, si produce una quantità di output tale da max il surplus totale e realizzare la piena
efficienza allocativa delle risorse.
Ciò che cambia è la distribuzione del surplus tra consumatori e produttori, assorbito totalmente da
quest’ultimi (discriminazione perfetta per il monopolista).

Ogni consumatore acquista più di una unità.


- Come opera la discriminazione perfetta del prezzo quando i consumatori sono identici, ma
richiedono più unità a mano a mano che il prezzo scende?
- Supponiamo che ogni consumatore sia identico a tutti gli altri e abbia una curva di domanda con
pendenza negativa e che la curva di domanda nella Figura 9.1 rifletta quella di ciascun
consumatore invece di rappresentare quella aggregata del mercato.
- Ipotizziamo ancora che i costi marginali siano costanti e pari a m.
- Un monopolista perfettamente discriminante fa pagare un prezzo diverso per ciascuna unità del
prodotto venduta e quindi, praticando prezzi diversi a seconda delle quantità acquistate, ottiene
tutto il surplus del consumatore da ciascun cliente.
à Il monopolista fa pagare un p elevato per la prima unità consumata, un p più basso per l'unità
successiva e così via fino a quando fa pagare m, il costo marginale, per l'ultima unità.
In altre parole, il monopolista fissa i p che decide di far pagare in modo che essi coincidano con la
curva di domanda di ogni cliente.
- Nota: dato che la discriminazione perfetta del prezzo richiede conoscenze dettagliate sui singoli
acquirenti, è più probabile che si verifichi quando si realizzano singoli accordi.
Per esempio, un venditore di automobili può chiedere ai potenziali acquirenti notizie sul loro
lavoro, su dove abitano e su dove svolgono abitualmente il loro shopping nel tentativo di stimare
quale sia la cifra massima che essi sono disposti a pagare.
2)Discriminazione di 3° grado (prezzi diversi per gruppi diversi).
- Un'impresa che non ha informazioni sufficienti per individuare ogni cliente e stabilire quanto sia
disposto a pagare, non è in grado di praticare la discriminazione del prezzo di 1° grado e quindi
estrarre tutto il surplus del consumatore.
114
- L'impresa può avere però informazioni sufficienti per effettuare una discriminazione imperfetta
del prezzo.
- Se un'impresa può stabilire se un particolare cliente appartiene a un gruppo anziché a un altro, con
la condizione che le elasticità della domanda aggregata dei due gruppi siano diverse.
Se è possibile impedire (o limitare) la rivendita tra i due gruppi.
Se l'impresa conosce la curva di domanda aggregata di ciascun gruppo.

Risulta remunerativo fissare prezzi diversi per i due gruppi (discriminazione di 3° grado).
Il monopolista fa pagare ai consumatori dei gruppi diversi differenti prezzi unitari (in relazione alla
elasticità della D).
- Se il monopolista ha costì marginali e medi costanti e pari a m, i suoi profitti sono:
π = [p1 (Q1) – m]Q1 + [p2 (Q2) - m)Q2 (9.1)
in cui:
p1(Q1) è il p che il monopolista fa pagare al gruppo 1 se vuole vendere Q1 unità
p2 (Q2) à è il p che il monopolista fa pagare al gruppo 2 se vuole vendere Q2 unità.
- I profitti totali sono pari a π = π1 + π2 con π1 = [(p1-m)Q1] e π2 = [(p2 - m)Q2].
- Il monopolista max i π totali (Equazione 9.1) massimizzando i profitti derivanti dalle vendite
separate a ciascuno dei gruppi.
il monopolista fa pagare un prezzo unitario a ogni membro di un dato gruppo. In
altre parole, il monopolista max i π quando:
MR1 = m poiché MR1 = p1 (1 + (1/ε1)) à MR1 = p1 (1 + (1/ε1)) = m (9.2a)
MR2 = m poiché MR2 = p2 (1 + (1/ε2)) à MR2 = p2 (1 + (1/ε2)) = m (9.2b)
- Dato che i costi marginali, m, sono gli stessi sia nell'Equazione 9.2a sia nella 9.2b, ne consegue
che il monopolista che max i profitti ottiene gli stessi MR nei due mercati: MR1 = MR2.
- La decisione di p del monopolista discriminante è illustrata nella Figura 9.2, che mostra la D dei
due gruppi di consumatori.
(Nota: La curva dì domanda per il gruppo 2 sul lato sinistro del grafico è stata spostata verso sinistra
di 180 gradi in modo che si possa leggere in direzione opposta rispetto a quella del gruppo 1 sul lato
destro.
- Porre i RM = MC per ciascuna curva di D assicura la decisione di prezzo e output ottimale (pl,
Q1) e (p2, Q2).
115
- Possiamo riscrivere le Equazioni 9.2a e 9.2b come segue:

(9.3a)

(9.3b)
In altre parole, il markup percentuale del prezzo di ciascun gruppo è inversamente proporzionale
all'elasticità della domanda.
Più elevata è l'elasticità della domanda del gruppo, minore è il prezzo che gli viene praticato.
Meno elevata è l’elasticità della domanda del gruppo, maggiore è il prezzo che gli viene praticato.
- Le equazioni 9,3a e 9.3b possono essere combinate per mostrare che il rapporto di prezzo per i
due gruppi dipende dalle rispettive elasticità:
Per esempio, se il gruppo 1 ha una domanda quasi perfettamente elastica (ε1 = - ∞) e il gruppo 2 ha
ε2 = - 2, allora pl/p2 = l/2 àcioè al gruppo 2, quello con la domanda relativamente anelastica,
viene fatto pagare il doppio rispetto al gruppo 1.

Altri metodi di discriminazione del prezzo di terzo grado.


- Le imprese possono praticare la discriminazione del prezzo di 3° grado in altri modi più
sofisticati. - Per esempio, in molti mercati alcuni consumatori sono meglio informati di altri sui
prezzi. Un modo che le imprese hanno per poter praticare prezzi diversi ai consumatori consiste
nel fissare un prezzo di listino elevato. L'impresa fa pagare il prezzo di listino a meno che un
cliente non reclami perché il prezzo del prodotto è superiore a quello di, altri negozi. In caso di
reclamo il negozio pratica il prezzo più basso. Questo metodo di fissazione del prezzo porta i
consumatori disinformati a pagare prezzi più elevati rispetto a quelli informati.
- Un altro esempio di discriminazione del prezzo di terzo grado prevede che si sfrutti il diverso
valore attribuito dai clienti al tempo.
Chi ha stipendi elevati e alto reddito dà maggior valore al tempo di chi ha stipendi bassi e reddito
basso. Un modo astuto per discriminare il prezzo tra questi due gruppi consiste nel fare un'offerta
speciale che esiga che i consumatori, per usufruirne, debbano impiegare del tempo.
- Sfruttare la diversa propensione dei consumatori ad attendere per consumare un nuovo
prodotto.
Per esempio, alcuni insistono nel voler essere fra i primi a vedere un nuovo film o a entrare in
possesso di un dispositivo elettronico di ultima generazione. Tali acquirenti pagano un prezzo
maggiore rispetto agli altri nel caso in cui i prezzi scendano nel corso del tempo. Non tutte le
imprese con potere di mercato possono tuttavia effettuare con profitto delle discriminazioni di
prezzo nel corso del tempo.

Cap 10

Prezzi non lineari.


- Si ha un prezzo non lineare quando la spesa totale di un consumatore per un prodotto non
aumenta in modo lineare (ossia proporzionalmente) con la quantità acquistata.
Infatti il p unitario varia al variare del numero di unità acquistate dal cliente.
- Analizzeremo in questo capitolo dei metodi più complessi di discriminazione del prezzo
come: - Tariffa in due parti un'impresa fa pagare a un consumatore una quota fissa (la prima
parte della tariffa) per il solo diritto ad acquistare un numero illimitato di unità, pagando poi queste
unità a un prezzo prestabilito (la seconda parte della tariffa).
Per esempio, un circolo sportivo può far pagare ai soci una quota annuale di iscrizione e quote
aggiuntive per l'uso di particolari strutture.
- Sconti sulla quantità il prezzo varia con il numero di unità del bene acquistate dal cliente.
- Vendite abbinate di due (o più) beni con questo metodo un cliente può acquistare un prodotto
solo se ne acquista anche un altro.
Esempio: le macchine fotografiche potrebbero essere vendute a condizione che gli acquirenti
acquistino le pellicole dal venditore.
- Discriminazione della qualità viene offerto un prodotto di alta qualità a un prezzo
elevato ai consumatori che attribuiscono un valore elevato al bene, e un prodotto di bassa qualità a
un prezzo ridotto agli altri consumatori.
In questo modo l’impresa fa pagare prezzi più elevati a coloro che sono disposti a farlo.
- Inoltre illustreremo come questi metodi di fissazione del prezzo consentano alle imprese dì
aumentare i propri profitti, a condizione che esse abbiano potere di mercato e possano controllare o
impedire la rivendita.
3)Discriminazione di 2° grado.
- I p non lineari vengono utilizzati per attuare una discriminazione del prezzo di secondo
grado, mediante la quale un'impresa, in grado di impedire o quanto meno controllare la rivendita tra
i singoli consumatori, fa pagare a clienti diversi prezzi diversi, pur non conoscendo la D dei singoli.
à Difficoltà nella scelta del p da applicare.
- Proposta di una pluralità di offerte (p) che rende esplicita la disponibilità a pagare del
consumatore.
- In sintesi: a differenza dei 2 casi precedenti, con la discriminazione di 2° grado il p non varia in
funzione dl consumatore, ma della quantità che acquista.
Nota: Differenze tra discriminazioni di prezzo.
1° Grado) Perfetta conoscenza del p massimo che può pagare ogni consumatore.
3° Grado) Perfetta conoscenza dei gruppi e di quanto sono disposti a pagare.
2° Grado) Mancata conoscenza della disponibilità a pagare di ogni consumatore o gruppo di
consumatori.
A)Tariffa unica in 2 parti (club, telefonini, ecc)
- Un'impresa che utilizza una tariffa in due parti fa pagare ai consumatori una somma fissa per avere
il diritto ad acquistare i prodotti e un prezzo unitario per l'uso dei prodotti à P = F (quota fissa) +
pQ (quantità utilizzata dal cliente).
118
- Per esempio: I club di tennis, fanno pagare un canone fisso di abbonamento mensile e un prezzo
per l'uso che dipende dal numero di ore in cui il socio gioca a tennis. Distinguiamo 2 casi:
1)Curva di D unica per tutti i consumatori ( che sono tutti uguali).
- Nel caso di curva di D unica a MC costanti l’imprenditore potrebbe:
SCELTA A: fissare un p unico
Qm Qc
- Il monopolista fissa Pm dato dall’uguaglianza MC = MR - I profitti sono dati dall’area A.
- Il surplus del consumatore è l’area B.
- Perdita netta di surplus è data dall’area C.
- B + C à perdita di surplus per il monopolista rispetto ad una situazione di concorrenza perfetta.
SCELTA B: fissare una tariffa in 2 parti.
-In sostanza il monopolista fa pagare una tariffa in 2 parti in cui ogni cliente paga una quota fissa per
il solo diritto ad acquistare il bene più un prezzo unitario per ogni unità consumata. à In questo
modo si può estrarre tutto il surplus del consumatore.
- Se il prezzo = Pm allora la quota fissa F = B e i π = A+B (viene assorbito il surplus B)
- La Q ottimale è la quantità di output che massimizza il surplus totale ( A+B+C)
à ed è la quantità Qc dove p = MC e la quota fissa F = A+B+C e π = A+B+C -
Dunque con un p< il monopolista bende una quota > e stabilisce F >.
- In definitiva: la tariffa in due parti accresce il π, assorbendo tutto il surplus del consumatore (B) e
azzerando la perdita di surplus (C) generata dalla condizione di monopolio.
2)Curva di D differente per 2 tipologie di consumatori.
Si ha un prezzo non lineare quando la spesa totale di un consumatore per un prodotto non aumenta in
modo lineare con la quantità acquistata. Il prezzo unitario varia al variare del numero di unità acquistate dal
cliente. Tali prezzi vengono utilizzati per attuare una discriminazione del prezzo di secondo grado, mediante
la quale l’impresa fa pagare ai consumatori prezzi diversi pur non conoscendo la loro domanda.
- Di solito, però, esiste più di un tipo dì consumatore e l'impresa non è in grado di distinguere i vari
tipi.
- Supponiamo che esistano soltanto consumatori di due tipi e che le relative curve di D siano quelle
presentate nella Figura 10.1.

- Un cliente del tipo 2 è disposto a comprare di più al livello di prezzo p rispetto a un cliente del tipo
1 e beneficia di un maggior surplus (T2> T1) di un cliente del tipo 1.
- La soluzione ottimale per un’impresa che pratica un prezzo unitario p sarebbe quella di:
• far pagare a un cliente del tipo 1 à una quota fissa pari a T1.
• far pagare a un cliente del tipo 2 à una quota fissa pari a T2.
-Ma l’impresa non è in grado di distinguere tra un tipo di cliente e l'altro e fa pagare una tariffa in
due parti unica che consiste di un prezzo unitario pari a p e di una somma fissa T, la quale però non
può superare T1 se vuole che i clienti del tipo 1 comprino il prodotto.
- In molti casi l'impresa può ottenere profitti più elevati concentrandosi sui clienti del tipo 2,
lasciando che quelli del tipo 1 decidano di non acquistare il prodotto.
- Meno simili sono i consumatori del tipo 1 a quelli del tipo 2, più è difficile per l'impresa ottenere il
surplus del consumatore dai clienti del tipo 2 con una tariffa unica in due parti

La tariffa in due parti doppie.


- Identificare il meccanismo di fissazione di un p non lineare che porti un'impresa a max i profitti di
monopolio è un'operazione complessa.
- Illustriamo un esempio per mostrare i
concetti fondamentali.
120
- Supponiamo che un'impresa conosca le curve
di D di due tipi di consumatori (del tipo 1 e del
tipo
2) e la prevalenza dei due tipi di consumatori nella popolazione, ma non conosca a quale tipo
appartenga ogni singolo consumatore.
- L'impresa può offrire ai consumatori la possibilità di scegliere tra due listini diversi di tariffe in
due parti.
Ogni consumatore sceglie o auto seleziona il listino che corrisponde al livello più elevato di
utilità.
- I due listini sono presentati nella Figura 10.2 sotto forma di linee rette tratteggiate.
Le intercette sull'asse delle ordinate corrispondono alla quota fissa F prevista dalla tariffa in due
parti e la pendenza delle curve rappresenta i costi marginali costanti (che crescono di più per il
listino 1).
à il listino 1 viene scelto da chi vuole acquistare poche unità del bene.
à il listino 2 viene scelto da chi vuole acquistare maggiori unità del bene.
- Seguendo questo ragionamento i consumatori scelgono sempre 1' "inviluppo" inferiore delle due
curve che è rappresentato da una linea ad angolo.
- L'impresa sceglie la tariffa in due parti doppia (i due listini) in modo tale da massimizzare i
profitti.
- L'incapacità dell'impresa dì individuare la disponibilità a pagare dei singoli clienti pone dei vincoli
alla politica di fissazione del prezzo.
Se l'impresa sapesse quali consumatori appartengono a ciascun gruppo (e potesse impedire la
rivendita), potrebbe elaborare una tariffa in due parti per ogni gruppo.
- Noi sappiamo che la politica ottimale, quando l'impresa è in possesso delle informazioni
necessarie, consiste nel praticare a ciascun consumatore un p = MC = m e assicurarsi il surplus di
ogni consumatore facendo pagare una quota fissa pari al surplus.
- Ritornando alla figura 10.1 se l’impresa fissasse due tariffe in due parti:
una pari a (T1, m) e l'altra pari a (T2, m), e se i due tipi di consumatori presentano curve di D come
indicato nella Figura 10.1, nessuno di loro sceglierebbe mai la seconda tariffa in due parti perché
T2> T1.
- Dunque visto che i consumatori scelgono sempre (e in questo modo si auto selezionano) la
struttura di prezzo che è migliore per loro à la capacità dell'impresa di discriminare il prezzo è
vincolata.

L'impresa allora elabora la propria struttura dei prezzi in modo da max i π, ma condizionata al
vincolo di autoselezione, ossia a una restrizione della struttura dei prezzi dell'impresa tale per cui i
consumatori dì qualsiasi gruppo non devono preferire la tariffa in due parti di un altro gruppo.
121
- Analizziamo ora la soluzione ottimale in cui il monopolista serve entrambi i tipi di consumatori.
- Supponiamo, per esempio, che a ogni dato prezzo i consumatori del tipo 2 domandino un maggior
numero di unita dei consumatori del tipo 1, come indicato nella Figura 10.1.
- La politica ottimale dell'impresa consiste nel fare in modo che:
I clienti del tipo 2 paghino una quota fissa T2>T1 e che il prezzo marginale dei consumatori del
tipo 2, p2, sia p2<p1.
I clienti del tipo 1 à paghino una quota fissa T1<T2 e che il prezzo marginale dei consumatori del tipo 1, p1,
sia p1>p2.

Offrendo un prezzo basso a chi ha una D elevata, i clienti ottengono un grande surplus dei
consumatore, che l'impresa si assicura mediante T2.
Questo T'2 elevato scoraggia gli acquirenti di piccole quantità (del tipo 1), che preferiscono pagare
un prezzo marginale più alto per le quantità più piccole che comprano.
- I ristoranti rappresentano un ottimo esempio di uso delle tariffe in due parti per dividere i
consumatori in gruppi.
- La Figura 10.3 distingue tra clienti del
tipo 1 e del tipo 2.
- Il consumatore del tipo 2 preferisce la
tariffa (T2, p2) a quella (T1, p1) perché,
anche se la quota
fissa pari a T2 >T1, il p è inferiore (p2
<p1) e quindi il surplus del consumatore
rimanente è più
alto con la tariffa 2.
- Analogamente, i consumatori del tipo 1
preferiscono (T1, p1) a (T2, p2); il loro
surplus del
consumatore rimanente è più elevato
con la tariffa (T1, p1) perché possono sfruttare la quota fissa
bassa.
- In definitiva: l’utilizzo di tariffe in 2 parti genera π, per il monopolista, più elevati di quelli ottenuti
fissando il p unico di monopolio Pm, anche se registra un costo (< surplus).
B) Sconti sulla quantità (3x2)
- Anche in questo caso il p è non lineare (si riduce se q>).
- Presenza di segmenti di mercato differenti (diversa ε).
- Difficoltà di definire, per il monopolista, l'appartenenza dei consumatori ai diversi gruppi.
- Mancanza di dati discriminanti oggettivi.
- Scelta e autoselezione per i consumatori che manifestano l'appartenenza al gruppo o segmento di
mercato.

Massimizzazione dei profitti con D correlate.


- Supponiamo che un'impresa detenga il monopolio di due prodotti, A e B.
- Essendo le D correlate, la D di A dipende sia da Pa sia da Pb.
Analogamente, la D di B dipende da Pa e da Pb.
- I costi MC di produzione dei prodotti A e B sono mA e mB; i prezzi corrispondenti sono Pa e Pb, e
le curve di D corrispondenti sono DA(Pa, Pb) e DB (Pa, Pb).
- Il profitto derivante dalla vendita di A è: πA(Pa, Pb) = (Pa - ma) DA(Pa, Pb).
- Analogamente, il profitto derivante dalla vendita di B é: πB(Pa, Pb) = (Pb - mb) DB(Pa, Pb).
- Il problema del monopolista è quello di max i profitti derivanti dalle vendite dei due prodotti, π,
che dipendono dai due prezzi:
π (Pa, Pb) = πA(Pa, Pb) + πB(Pa, Pb) = (Pa - ma) DA(Pa, Pb) + (Pb - mb) DB(Pa, Pb) (10.1)
- Nella scelta dei p ottimali da praticare il monopolista deve tener conto che esiste questa
correlazione tra i beni (cioè analizzare come influisce il prezzo di A sui profitti generati da B e
viceversa).
- Il problema del monopolista è
illustrato nella Figura 10.6.
- La curva di D di A si sposta verso
l'esterno a mano a mano che il prezzo
di B scende da 5 a 4.
Modificando il prezzo PB, il monopolista può riuscire a spostare verso l'esterno la curva di DA in
modo da ottenere un π sufficientemente grande dalle ulteriori vendite di A più che compensato da
qualsiasi riduzione dei profitti derivanti dai prezzi minori per il bene B (Se Pa varia, anche DB si
sposta).
- In definitiva: un monopolista di due prodotti correlati tra di loro può discriminare i p fissando
almeno un p > a quello che fisserebbero due monopolisti distinti per un bene, e un p< per l’altro
bene.
Ad esempio i Pb ad un p<MC per vendere il bene A ad un p>.
Abbinamenti "a pacchetto" con D correlate.
- Se le D sono correlate, gli abbinamenti "a pacchetto" sono un metodo che il monopolista può
utilizzare per evitare il comportamento inefficiente da parte dei consumatori e quindi aumentare i
suoi π.
Per esempio, le automobili sono fatte di alluminio e acciaio.
124
La disponibilità dei produttori di automobili a pagare per l'alluminio dipende dal prezzo
dell'acciaio. Quindi, se è possibile realizzare l'output utilizzando proporzioni variabili dei due fattori
produttivi, le domande di questi ultimi sono correlate.
Supponiamo che l'industria automobilistica e quella dell'acciaio siano di tipo concorrenziale, e che
l'alluminio sia invece fornito da un monopolista.
I produttori di automobili scelgono una combinazione di alluminio e acciaio basata sul rapporto tra il
prezzo di monopolio dell'alluminio e il prezzo concorrenziale dell'acciaio.
Dato che il prezzo dell'alluminio è relativamente alto (più alto di quello concorrenziale) essi
utilizzano una quantità relativamente troppo elevata di acciaio e troppo bassa di alluminio, quindi la
produzione automobilistica è inefficiente.
Inoltre, e questo è il problema del monopolista dell'alluminio, viene acquistato un quantitativo
relativamente basso di tale materiale.
Il monopolista dell'alluminio potrebbe costringere i produttori di automobili a stipulare contratti che
li vincolano a utilizzare una quantità relativamente maggiore di alluminio. Per esempio, potrebbe
costringerli a usare la proporzione efficiente tra alluminio e acciaio (il rapporto che si sceglierebbe
se tutte le industrie fossero concorrenziali). Il monopolista potrebbe imporre questa restrizione
imponendo ai produttori di automobili di acquistare la quantità efficiente di acciaio presso la sua
impresa, che si approvvigiona invece sul mercato concorrenziale dell'acciaio.
Abbinamenti vincolati con D correlate.
- Nell’abbinamento vincolato i consumatori acquistano un prodotto e viene poi richiesto loro di
effettuare tutti i loro acquisti di qualche altro prodotto connesso dallo stesso produttore.
- In un abbinamento vincolato tipico, l'impresa fissa un p per il prodotto primario e ne fa pagare uno
elevato (superiore a quello concorrenziale) per il prodotto connesso.
- Pertanto, un elemento decisivo per max i profitti in caso di abbinamento vincolato è che i
consumatori abbiano D con volumi diversi.
- Analizzeremo ora i motivi per cui gli abbinamenti vincolati possono essere remunerativi.
125
- Supponiamo che un'impresa sviluppi un nuovo macchinario che cuce automaticamente i bottoni
sulle camicie.
- Prima dell'invenzione. di questo macchinario, i bottoni erano cuciti a mano e il costo del lavoro era
pari a 0,01 per bottone.
- Supponiamo inoltre che un produttore di dimensioni elevate faccia applicare 10.000 bottoni
all'anno à Egli è disposto a pagare la somma di 100 l'anno per il macchinario perché gli fa
risparmiare 100 costo del lavoro.
- Un altro produttore che usa solo 1.000 bottoni sarebbe invece disposto a pagare al massimo 10
all'anno per il macchinario.
- Per semplicità, supponiamo che il macchinario duri solo un anno e che il numero totale di bottoni
che ciascun produttore fa applicare alle camicie nello stesso periodo rimanga invariato a seguito di
questa invenzione.
- La curva di D del macchinario, DM(pM,pB), dipende dal prezzo della macchina, pM, e dal prezzo
dei bottoni, pB. Quest'ultimo è pari a 0,05 (Figura 10.7a).
- Supponiamo che il monopolista che produce il macchinario decida di consentire alle imprese di
usare gratuitamente questo nuovo processo a condizione che acquistino tutti i bottoni da lui per un
prezzo pari a pB = 0,06, che è superiore di 0,01 al prezzo concorrenziale.
à In altre parole, il monopolista abbina la vendita dei bottoni a quella del macchinario e fa pagare
un sovrapprezzo pari, a 0,01 per ciascun bottone. Qualsiasi impresa cui serva la macchina accetta
queste condizioni perché la macchina le fa risparmiare una somma pari a 0,01 per bottone.
- In seguito a questo abbinamento i maggiori consumatori di bottoni pagano un prezzo reale più alto.
Per esempio, l'impresa che domanda 10.000 bottoni paga in realtà un prezzo di 100 per il
macchinario; l'impresa che domanda solo. 1.000 bottoni, invece, paga solo 10.
- In altre parole, un abbinamento tra bottoni e macchine consente al monopolista di far pagare
p diversi per il macchinario, praticando un prezzo maggiore a coloro che attribuiscono un
valore elevato al macchinario.
126
- E’ possibile mettere in relazione questo esempio di abbinamento tra macchinario e bottoni con
l'analisi effettuata in precedenza delle curve di D correlate.
- Se il monopolista fa pagare 0,06 per bottone e estrae tutto il surplus del consumatore, i clienti non
sono disposti a pagare per il macchinario (la curva di D è la retta tratteggiata che giace sopra l'asse
delle ascisse nella Figura 10.7a).
- L'impiego del macchinario fa spostare
verso l'esterno la curva di domanda di
bottoni.
Se il macchinario viene concesso
gratuitamente, la curva della D di bottoni si
sposta verso l'alto di
0,01 in più rispetto a dove si trovava prima
dell'invenzione del macchinario (nella
Figura 10.7b la
linea tratteggiata può essere intesa come
la domanda di bottoni quando il prezzo dei
macchinari è
talmente elevato che nessuno ne acquista uno, mentre la linea spessa può essere intesa come la
domanda di bottoni quando il prezzo dei macchinari è pari zero).
Analogamente, a mano a mano che il p del macchinario aumenta, la curva di domanda di bottoni
scende al suo livello iniziale.
- Pertanto l'abbinamento, in base al quale si pongono pM = 0 e pB = 0,06, fa spostare la curva di
domanda del macchinario verso il basso e quella dei bottoni verso l'alto rispetto alle posizioni in
cui si troverebbero se pM> 0 e pB = 0,05.
- L'abbinamento consente dunque all'impresa di discriminare perfettamente il prezzo, perciò è più
remunerativo che fissare qualsiasi prezzo uniforme positivo per il macchinario e non vendere
bottoni (o venderli al prezzo concorrenziale).

127
CAPITOLO 11 – COMPORTAMENTO STRATEGICO
Definizione di comportamento strategico.
- Il comportamento strategico è un insieme di azioni che un'impresa intraprende per influenzare
la situazione di mercato in modo tale da aumentare i propri profitti.

La situazione di mercato consiste di tutti i fattori che influiscono sull'esito di mercato (prezzi,
quantità, profitti, benessere), comprese le aspettative dei clienti e dei rivali, il numero dì
concorrenti effettivi e potenziali, la tecnologia di produzione di ciascuna impresa e i costi o la
velocità con la quale un concorrente può entrare nell'industria.
- Esamineremo due tipi di comportamento strategico:
v Non Cooperativo à Il comportamento strategico non cooperativo consiste nelle azioni
svolte da una singola impresa per max i π migliorando la sua posizione rispetto a quella
dei rivali.
Questo tipo di comportamento in genere fa aumentare i profitti di un'impresa e
diminuisce quelli delle imprese concorrenti.
v e cooperativo à Il comportamento strategico cooperativo consiste in azioni che rendono
più facile alle imprese di un'industria coordinare le proprie iniziative e limitare il
dinamismo competitivo.
Questo tipo di comportamento incrementa i profitti di tutte le imprese di un mercato
riducendo la concorrenza.
A) Il comportamento strategico non cooperativo.
- Affinché la strategia non cooperativa abbia successo devono essere soddisfatte 2 condizioni:
1) Vantaggio della prima mossa (asimmetria tra le imprese)
à l’impresa deve di solito avere un vantaggio sui propri rivali. Per esempio deve essere in grado
di agire prima dei concorrenti.
2) Impegno vincolante.
L’impresa deve perseguire una minaccia credibile agli occhi della concorrente, attuando una
strategia che sia razionale.
Vincolandosi a svolgere l'azione minacciata, in modo tale da non poter cambiare comportamento
anche se effettivamente lo si vorrebbe modificare, un'impresa può rendere credibile la propria
minaccia.
- Analizziamo adesso 4 strategia molto comuni:
1) La politica predatoria dei prezzi
2) La fissazione di un prezzo-limite
3) gli investimenti effettuati per abbassare i propri costi
4) i comportamenti adottati per aumentare i costi dei concorrenti
- Queste strategie risultano essere efficaci quando la presenza di barriere a una rapida entrata e
uscita impediscono a un'altra impresa identica di utilizzare la stessa strategia.
128
senza queste barriere non può esserci asimmetria tra le imprese e questi comportamenti
strategici non sono efficaci.
1)Le politiche predatorie dei prezzi.
Definizione. Un’impresa adotta una politica predatoria dei prezzi quando, in una prima fase,
riduce il proprio p a un livello molto basso per spingere i concorrenti a uscire dal mercato e per
scoraggiare l'entrata da parte di potenziali imprese; in una seconda fase, quando i rivali sono
usciti dal mercato, aumenta il p.
Dunque l'impresa incorre in perdite di breve periodo per ottenere profitti di lungo periodo.
Questa strategia può avere successo solo se l'impresa, durante il periodo è in cui tiene un prezzo
basso, riesce a mantenerlo più a lungo dei concorrenti.
Qualora l'impresa riesca eliminare i concorrenti attuali e poi aumenti il p, si crea un incentivo
perché nuove imprese entrino nell'industria. Dunque, l'impresa esistente dovrà abbassare
nuovamente il p per costringere queste nuove impresa uscire dal mercato e dovrà attuare una
strategia credibile.
- Di seguito esaminiamo 2 casi distinti:
Ø Modello con imprese tutte uguali in cui è poco probabile che la politica predatoria dei
prezzi abbia successo;
Ø Modello in cui un'impresa gode di un vantaggio della prima mossa sui rivali perciò la
politica predatoria dei prezzi può essere conveniente.
Le politiche predatorie dei prezzi con imprese tutte uguali.
- Analizziamo se il comportamento predatorio ha senso se le imprese sono identiche.
- Nel periodo in cui l'impresa esistente pratica prezzi predatori incorre in perdite > di quelle di un
rivale egualmente efficiente.
- Illustriamo graficamente questo risultato:
129
- Supponiamo che vi siano solo due imprese, una già presente e un'altra entrata di recente, con
funzioni di costo identiche, come
indicato nella Figura 11.1.
- L'impresa esistente abbassa il prezzo
di mercato fino a p* per infliggere
delle perdite al rivale e
spingerlo a uscire dal mercato. Perché
il prezzo di mercato rimanga al livello
p*, devono essere
vendute q* unità di output, come
mostra la curva di domanda della
Figura 11.1.
- Se il concorrente non esce
dall'industria e produce qe unità, per
le quali p* = MC, subisce una
perdita pari all'area A della figura.
- Per mantenere il prezzo al livello p*, l'incumbent deve produrre qi = q* - qe unità in modo che
l'output totale dell'industria sia q*.
- In questo modo l'impresa esistente produce a un MC più elevato di quello del suo concorrente e
subisce perdite totali pari all'area A più l'area B.
Di conseguenza, la perdita dell'impresa già presente è maggiore di quella del concorrente, di
un importo pari all'area B.
- I consumatori traggono un beneficio durante il periodo in cui si hanno politiche predatorie dei
prezzi perché riescono ad acquistare il prodotto al prezzo p'* che è < al p di duopolio.
- In definitiva, perché le politiche predatorie dei prezzi abbiano successo occorre che l'impresa
sia convinta che il rivale che sta attuando la politica predatoria manterrà il prezzo basso per
tutto il tempo necessario a spingerla fuori dal mercato. Ma poiché l'azione che l'incumbent si
propone di effettuare abbassando il prezzo a p* non viene considerata razionale, non risulta
essere credibile.
-Analizziamo quali sono le strategie utilizzate dall’impresa entrate in un mercato contro le
politiche predatorie dei prezzi:
• Cercare di convincere l'incumbent a fondersi con essa
à in modo da poter praticare da subito un p elevato ed evitare il costoso periodo di
politiche predatorie dei prezzi.
• Stipulare contratti con gli acquirenti prima dell'entrata.
cioè si determina prima dell’entrata un p < del p praticato dall’incumbent. In questo
modo, una diminuzione del p da parte dell'impresa esistente non sarebbe dannosa, perché
le vendite verrebbero effettuate al prezzo prestabilito.
• Diminuire l'output nei periodi in cui vengono attuate politiche predatorie dei prezzi. à in
modo tale da ridurre le perdite.
• Uscita dal settore, se ciò si può fare senza incorrere in costi (mercati contendibili) e
reimpiegare il proprio capitale in un altro settore industriale. Quando poi l'impresa già
presente aumenta il p, il rivale entra di nuovo nell'industria.

2)Strategie di prezzo limite.


- Un'impresa attua una strategia di prezzo limite se fissa il p e l'output in modo che non rimanga
domanda sufficiente a un'altra impresa per entrare con profitto nel mercato. - Nei modelli del
prezzo limite (Bain, Modegliani, Sylos-Labini) - Le condizioni di questi modelli sono:
v In un settore opera un’impresa e un potenziale entrante.
v Entrambi sostengono gli stessi costi 8stessa tecnologia)
v il potenziale entrante ritiene che l’impresa esistente non cambierà il suo livello di output
dopo la sua entrata
- Pertanto, un'impresa che contempli l'opportunità di entrare ritiene che l'output totale
dell'industria sarà pari al proprio più quello attuale dell'impresa già presente.
à L'output aggiuntivo, però, farà scendere il p.
- In questo modello l'impresa esistente, date le aspettative del potenziale entrante e avendo
il vantaggio della prima mossa, sceglie il livello di output (e quindi il p connesso) in modo da
eliminare l'incentivo del rivale a entrare (ogni output in più farà abbassare il p sotto AC). la
strategia allora consiste nel porsi “al limite” nella combinazione prezzo-quantità in modo da non
lasciare domanda sufficiente per realizzare π al potenziale entrante. - Vediamo graficamente:
132
- Abbiamo detto che l'impresa già presente e la potenziale entrante hanno la stessa curva dei
costi medi, AC (Figura 11.2).
- Se D è la domanda complessiva di
mercato e l'incumbent produce qi
unità (e continuerà a
farlo in caso di entrata di un'altra
impresa), la curva di D che affronta
l'impresa entrante sarà
uguale alla curva di D del mercato
meno qi.
- Se l'impresa potenziale entrante
sceglie di non entrare, l'impresa già
presente vende le
proprie unità qi al prezzo p*, come
indica la Figura .11.2.
- Se invece la nuova impresa entra
nell'industria e produce qe unità di prodotto, l'output
totale dell'industria è pari a qe + qi e il prezzo di mercato è p-.
- A causa della scelta di produrre qi da parte dell'impresa già presente, p- è appena uguale
ai costi medi per la produzione di qe unità dell'impresa potenziale entrante e per quest'ultima è
indifferente entrare o non entrare (pertanto, presumibilmente non entra).
- Se la quantità qi viene scelta in modo che la curva di Dr che fronteggia l'impresa
potenziale entrante si trovi appena sotto (o sia uguale) alla curva dei costi medi, l'impresa
entrante non è in grado di produrre una quantità tale da ottenere un profitto positivo
nell'industria.
- Come indicato nella Figura 11.2, l'impresa esistente può vendere qi a p*, che è superiore
al costo medio di produzione, eppure non indurre l'entrata di un'altra impresa. In altre parole, il
potenziale prezzo limite p- impedisce l’entrata.
- In effetti, l'impresa già presente non devo produrre qi per impedire l'entrata, deve solo
convincere la potenziale entrante che produrrà qi se si verifica l'entrata.

§ Aumentare i salari o i prezzi di altri input.


à Un'impresa esistente che utilizza una diversa tecnologia di produzione rispetto a quella
dei suoi concorrenti può riuscire a far aumentare sproporzionatamente i costi di questi ultimi
facendo salire il costo di un particolare input per tutte le imprese dell'industria.
Se, per esempio, un'impresa concorrente utilizza più lavoro per prodotto unitario di quanto faccia
l'impresa già presente, i costi di questa salgono meno di quelli dell'impresa entrante in seguito a
un aumento dei salari.
Questo comportamento strategico sfrutta la naturale asimmetria della produzione e presuppone
che l'impresa esistente possa influenzare i salari (es. forte sostegno a favore dell’attività dei
sindacati).
Vediamo un esempio grafico di come l'aumento dei costi di un concorrente possa accrescere i
profitti di un'impresa già presente anche se i suoi costi aumentano.
- Prendiamo il caso di
un'impresa esistente che
utilizza meno lavoro per unità
di prodotto di un
concorrente.
- Supponiamo che l'impresa già
presente abbia costi marginali
(e medi) costanti pari a rn fino
al
raggiungimento della piena
capacità, data dal livello di output qi ( A quel punto ì costi
marginali diventano infinitamente grandi, come indicato nella Figura 11.5).
- Inoltre nel mercato esistono molti concorrenti, le imprese marginali di tipo concorrenziale,
tutte con gli stessi costi marginali costanti, mi, come mostra la figura.
- In assenza di comportamento strategico (o costo strategico) il p di equilibrio dell'industria è ml
e per l'impresa già presente risulta ottimale produrre alla capacità qi, alla quale ricava profitti
pari a (m1-m)qi.
- Supponiamo ora che l'impresa esistente possa far salire il tasso salariale dell'industria.
à l'aumento dei salari avrà un effetto diverso sui costi marginali delle imprese.
- Es. nel caso estremo in cui i costi marginali dell'impresa esistente non variano e quelli dei
concorrenti salgono da m1 a rn2.
136
Il prezzo di equilibrio passa da m1 a m2, il livello ottimale di produzione dell'impresa già
presente rimane invariato a qi e i suoi profitti salgono a (m2 - m)qi.
- Dunque comportandosi in modo strategico e aumentando i costi delle imprese marginali
di tipo concorrenziale da m1 a m2, l'impresa esistente riesce a aumentare i propri profitti.
E questo vale anche se l’aumento dei salari le fa salire i costi, a patto che l’incremento dei costi
< al profitto aggiuntivo indicato nella Figura 11.5.

Far aumentare i costi di tutte le imprese.


- L'impresa esistente può trovare conveniente far aumentare i costi di tutte le imprese, compresi i
suoi.
- Spesso esiste una naturale asimmetria tra un'impresa già presente e le potenziali entranti in
quanto la prima ha già sostenuto quelle spese (cioè i costi irrecuperabili) che rendono
improbabile la sua uscita dall'industria. à Questo vantaggio strategico crea all'impresa già
esistente degli incentivi a effettuare delle spese per tenere le imprese entranti fuori
dall'industria. - Vediamo il
seguente esempio,
illustrato nella Figura 11.6.
- Prima dell'entrata
l'impresa ottiene profitti di
monopolio, πm =100.
- Con l'entrata l'impresa già
presente e quella entrante
insieme ottengono
complessivamente un
profitto di duopolio, πd =
80, inferiore a πm, perché
le imprese non possono colludere perfettamente.
- Se l'impresa già presente e quella entrante si dividono equamente i profitti di duopolio, la
seconda sarebbe disposta a spendere πd /2 = 40 per entrare nell'industria, mentre la prima
pagherebbe πm - πd /2 = 60 per tenere fuori l'impresa entrante (Questa asimmetria è naturale,
poiché è sempre più vantaggioso per il monopolista tenere fuori l'impresa entrante di quanto lo
sia per quest'ultima entrare).
- Se l'impresa già presente può far salire di 50 i costi dell'impresa entrante nonché i suoi (es.
attraverso una regolamentazione governativa che fa salire di 50 sia i suoi ché i costi del
concorrente; oppure, potrebbe spendere 50 in pubblicità), i profitti della prima sono pari a 50 se
137
l'entrata non si verifica e le perdite sono pari a 10 se questa si verifica. Con questi maggiori
costi il concorrente perde 10 se entra, e perciò non lo fa.

Cap 12. Integrazione verticale

A)Integrazione verticale per monopolizzare un'altra industria.


- Quando conviene integrarsi a valle
per accrescere il potere di monopolio?
La risposta dipende dal processo
produttivo, come indica il modello
seguente.
- Nell'industria illustrata nella Figura
12.1 i consumatori acquistano al prezzo
p, Q unità di un bene
prodotto in modo concorrenziale.
- L'industria concorrenziale produce
quel bene utilizzando una funzione di
produzione, f, che
142
dipende dai fattori di produzione: energia, E, e lavoro, L: Q = f(E, L) (12.1) -
Questi input sono venduti alle imprese concorrenziali rispettivamente:
• E viene venduta al prezzo e
• L viene venduto al prezzo w.
- Le imprese che forniscono input vengono definite imprese a monte; mentre le imprese che
producono il bene sono dette imprese a valle.
- Facciamo 5 ipotesi sull’industria in figura 12.1:
§ Rendimenti di scala costanti
la funzione di produzione, f(E, L), mostra rendimenti di scala costanti ( se entrambi i fattori di
produzione vengono raddoppiati, raddoppia anche l'output).
§ Gli input vengono prodotti a un costo marginale costante.
à le imprese produttrici possono acquistare quanto lavoro, L, vogliono a un salario pari a w.
L'energia, E, viene prodotta a un costo marginale costante pari a m.
§ Monopolio a monte.
à esiste un'unica impresa a monte che fornisce energia e non e possibile l'entrata di altre
imprese.
§ Concorrenza a valle.
à L'industria a valle è concorrenziale.
§Costi dell'integrazione verticale.
à All'integrazione verticale sono
connessi dei costi (come quelli di
negoziazione e le parcelle degli
avvocati). Pertanto, a meno che si
ricavino benefici dall'integrazione
verticale, l'impresa non la effettua.
- In quali altre condizioni conviene al fornitore monopolistico di E integrarsi a valle e subentrare
nella produzione?
La risposta dipende dal fatto che l'industria abbia una funzione di produzione con proporzioni
fisse (o a coefficienti fissi) o una funzione di produzione con proporzioni variabili (o a coefficienti
variabili).
- In una funzione di produzione con proporzioni fisse gli input sono sempre usati nelle stesse
proporzioni, che sono quindi indipendenti dai prezzi relativi dei fattori.
- In una funzione di produzione con proporzioni variabili un fattore può essere sostituito con
un altro, pertanto il rapporto tra i fattori utilizzati è sensibile ai prezzi relativi dei fattori.
- Date le ipotesi fatte, si hanno due risultati fondamentali:
1. Se nel processo produttivo a valle si utilizzano proporzioni fisse à il monopolista a
monte non ha incentivo a integrarsi verticalmente. Ottiene infatti gli stessi profitti
indipendentemente dall'integrazione.
2. Se invece nel processo produttivo a valle si usano proporzioni variabili à il
monopolista ha incentivo a integrarsi verticalmente. Attua l'integrazione se l'aumento dei
profitti supera i costi di integrazione.
- Esamineremo in sequenza il caso con funzione di produzione con proporzioni fisse e variabili.
A.1.) Funzione di produzione con proporzioni fisse.
- In un processo produttivo con proporzioni fisse dei fattori è impossibile sostituire un fattore con
un altro (le industrie produttrici acquistano i dolci da un mercato di input e le scatole di cartone per
contenerli da un altro: esse acquistano un dolce e una scatola per produrre un dolce confezionato
143
in scatola. Anche se il costo del dolce raddoppia mentre quello delle scatole rimane invariato,
l'impresa produttrice continua a utilizzare nelle stesse proporzioni dolci e scatole (una scatola per
ogni dolce) in quanto non può sostituire i dolci con le scatole).
- Graficamente, questo processo produttivo ha un isoquanto (una curva che mostra le varie
combinazioni dei fattori produttivi che determinano un dato livello di output) a forma di L, come
indicato nella Figura 12.2. (Se l'impresa ha due scatole e un dolce o una scatola e due dolci, può
realizzare sempre solo un dolce in scatola).
- Nella figura è indicata anche una retta di isocosto
(che mostra le varie combinazioni dei fattori
produttivi che comportano lo stesso livello di
spesa), dove i prezzi dei dolci e delle scatole sono
uguali (1 a 1) un'altra retta di isocosto in cui i dolci
costano tre volte le scatole (3 a 1).
indipendentemente dal p relativo dei due fattori, la
combinazione che minimizza i costi consiste
nell'uso di un dolce e una scatola per realizzare un
dolce in scatola: in quel punto entrambe le
curve di isocosto sono tangenti alla curva di
isoquanto.
- Confrontiamo dunque i profitti che il monopolista dell'energia realizza se si integra verticalmente
e se non si integra.
- Per semplicità supponiamo che siano necessarie 1 unità di E e 1 unità di L per produrre 1 unità di
Q.
- Il costo che il monopolista integrato deve sostenere per produrre un'unità di Q è m + w (m = costo
per produrre 1 unità E ed w = costo per affittare 1 unità di L).
Questo costo per unità o costo marginale, MCQ = m + w è prodotto nel grafico, parte a.
- Nella figura è rappresentata la curva di D inversa del prodotto finito, p(Q) e la curva
corrispondente dei ricavi marginali MRQ.
- Il monopolista integrato max i π producendo Q* unita di output in modo che: MCQ = m + w =
MRQ.
- Il monopolista fa pagare un prezzo p* e ottiene π pari a: π*= [p* - (m+w)]Q* (12.2).
- Possiamo confrontare il caso di un'industria integrata verticalmente e quello in cui il monopolista
dell'energia vende a un'industria concorrenziale.
144

- Il MCE per la produzione di E del monopolista dell'energia non integrato è m (Figura 12.3b).
- Il monopolista affronta una funzione di domanda inversa, e(E), del suo prodotto da parte
dell'industria concorrenziale;
- La curva corrispondente dei ricavi marginali è MRE.
- Le curve relative al mercato dell'output riportate nella Figura 12.3a sono indicate anche nella
Figura 12.3b come linee tratteggiate ai fini del confronto.
- La curva di D del monopolista a monte può essere derivata da quella dell' industria concorrenziale
a valle.
Il monopolista considera la curva di D come il prezzo più alto, e, che può far pagare alle imprese a
valle per una data quantità di E.
Il prezzo che un'impresa concorrenziale a valle ottiene per una unità di output è p.
Per produrre quell'unità di output, deve spendere w per un'unità di lavoro. Pertanto, il massimo che
pagherà per un 1 unità di E è e = p - w.
Di conseguenza, la curva di D del monopolista dei fattori produttivi è uguale alla curva di D
dell'industria concorrenziale (p (Q)) meno w.
(Come indica la figura, e(E) (la curva di D del monopolista) è semplicemente p(Q) - w (cioè la
curva di D dell’industria, spostata verso sinistra di un segmento pari a w).
- Il monopolista dell'energia fissa il proprio output al livello E* in modo tale che MRE = MCE ( =
m).
- il monopolista dell'energia max i π, con:
(e(E) - m)E = ((p(E) - w) – m)E, che sono identici a ciò che massimizza il monopolista integrato
verticalmente, ossia l'Equazione 12.2, perché E* = Q*.
In altre parole, l'output dell'industria e la quantità di energia utilizzata sono le stesse
indipendentemente dal fatto che l'industria sia integrata verticalmente o non lo sia.
- I profitti del monopolista dell'energia (riquadro in Figura 12.3b), rimangono invariati e sono:
π* = (e*- m)E* = ((p* - w) – m)E*
à Il monopolista ora ottiene e (che è pari a p* - w), invece di p* per unità venduta, ma i suoi
costi sono pari solo a m anziché a m + w per unità prodotta.
145
In definitiva: visto che l'impresa a monte ottiene gli stessi profitti indipendentemente
dall'integrazione, se quest'ultima comporta il sostenimento di un costo, l'impresa decide dì non
integrarsi.
à da questo ne scaturisce che quando il monopolista non integrato aumenta il prezzo di
un'unità di E di un importo pari a 1, i costi marginali dell'impresa a valle (m + w) aumentano di 1,
pertanto anche il prezzo praticato ai consumatori sale di l.
In altre parole, il monopolista dell'energia può controllare perfettamente il prezzo finale che i
consumatori pagano ( e lo controlla perché le imprese a valle non possono sostituire con un altro
fattore l’input fornito dal monopolista) senza bisogno di integrarsi verticalmente.
A.2) Funzione di produzione con proporzioni variabili.
- I risultati sono diversi se l'industria concorrenziale a valle affronta una funzione di produzione con
proporzioni variabili. à l'industria a valle, se il p del fattore fornito dal monopolista aumenta, può
sostituirlo con un altro fattore produttivo.
- La Figura 12.4 mostra l'isoquanto di una
funzione di produzione con proporzioni
variabili.
- Man mano che i costi relativi dei fattori
produttivi cambiano, come indicato da una
variazione
della pendenza della curva di isocosto, le
imprese di quell' industria sostituiscono il
fattore più
costoso con una quantità maggiore dei
fattore meno caro in quel momento.
- Con una funzione di produzione con
proporzioni variabili, se il monopolista
dell'energia aumenta
il prezzo per l'industria concorrenziale a valle, le imprese dì quell'industria sostituiscono l'energia
con una maggiore quantità di lavoro.
Se il monopolista aumenta il prezzo di un importo pari a 1, il prezzo del prodotto finito non aumenta
necessariamente di una somma pari a 1 e la quantità di E utilizzata diminuisce più di quanto accada
a Q.
- In sintesi, se le imprese a valle hanno la capacità di sostituire gli input (con un processo produttivo
con proporzioni variabili), il monopolista non ha il completo controllo dell'industria a valle: ogni
volta che aumenta il prezzo, l'industria a valle sostituisce il suo fattore con un altro input e questa
sostituzione riduce i π del monopolista.
- Se l'impresa a monte si integra verticalmente in modo da monopolizzare l'industria a valle, ha un
controllo completo e pertanto i suoi π aumentano. Se questi salgono più del costo dell'integrazione
verticale, l'impresa deciderà di integrarsi.

1)Il doppio markup di monopolio (detto anche doppia marginalizzazione).


- Il doppio markup di monopolio è originato dalla presenza di monopolisti in successione
nella produzione e nella distribuzione.
- Se il produttore e il distributore sono entrambi monopolisti, ciascuno dì essi impone un markup di
monopolio (la differenza tra il prezzo e i costi marginali è positiva), pertanto i consumatori
fronteggiano due markup anziché uno.
- Questo doppio markup fornisce un incentivo alle imprese a integrarsi verticalmente o utilizzare le
restrizioni verticali per promuovere l'efficienza.
Un esempio numerico di perdita di benessere dovuta al doppio markup di monopolio.
- Per illustrare l'effetto dell'esistenza di un doppio markup di monopolio, mettiamo a confronto un
mercato in cui un produttore è integrato verticalmente nella distribuzione con un mercato in cui
operano due monopoli in successione.
- Sia i consumatori che le imprese subiranno delle perdite di benessere a causa del doppio markup.
Figura 12.5: Monopolio sia nella distribuzione che nella produzione
- Supponiamo che il produttore-distributore monopolistico integrato verticalmente affronti una
curva di domanda D1, come mostra la figura 12.5a.
148
- L'impresa produce Q* unità in modo da porre i (costi marginali) m = MR1. - Per semplicità
grafica supponiamo che i costi di distribuzione siano nulli.
- I π* = (p* - m)Q*.
- Supponiamo ora che il produttore monopolistico a monte utilizzi un'impresa monopolistica a valle
per distribuire il suo prodotto.
- Dato che ogni impresa aggiunge un markup di monopolio ai propri costi unitari, si determina un
doppio markup di monopolio.
il produttore fa pagare al distributore il prezzo all’ingrosso, p2 (dato dalla somma m + markup),
per unità venduta.
il distributore, che fronteggia D1, applica anch’egli un markup al suo MC (che sarebbe p2) e
vende al prezzo p1 una quantità Q1 (dove MC (che è p2) = MR1).
- Dato che si ipotizza che i costi di distribuzione siano pari a 0 e le domande siano lineari, p2 = p*. -
Il numero di unità di prodotto domandate dal distributore è dato dall’intersezione tra la curva di
domanda D2 e il prezzo p2 (prezzo all’ingrosso).
- La curva di D del produttore, D2 è uguale alla curva MR1 (ricavi marginali del produttore). - Il
produttore max i suoi π scegliendo il livello di output, Q2, in modo che MC (che è m) = MR2 (i
suoi ricavi marginali). I π del produttore sono dati dall’area π2.
- I π del distributore sono dati dall’area π1.
- La Figura 12.5b mostra il determinarsi del doppio markup.
-In assenza di integrazione il π complessivo delle 2 imprese è inferiore (12<16), così come il
benessere dei consumatori (acquistano Q2 che è < Q* unità ad un prezzo maggiore (infatti p1 >
p*).
Restrizioni verticali per ridurre il doppio markup.
- Queste perdite di benessere forniscono un grande incentivo all'integrazione.
- Non sempre, però, l'integrazione è attuabile (per esempio, se il produttore è giapponese e il
distributore è italiano, può essere troppo costoso per l'impmmresa giapponese integrarsi verticalmente
nella distribuzione).
- Un'alternativa è usare le restrizioni verticali, visto che potrebbero risolvere il problema insito nei
monopoli in successione secondo cui il distributore ha un incentivo a limitare l'output e in questo
modo aumentare il prezzo. Il produttore non vuole che il suo distributore riduca ulteriormente
l'output o che aumenti il prezzo, pl, oltre il prezzo all'ingrosso, p2, perché i profitti derivanti dal
markup del distributore vanno a quest'ultimo e non al produttore.
Il produttore desidera che il sistema di distribuzione sia il più efficiente possibile (in altre parole, un
sistema con il minimo markup del distributore).
- Esaminiamo 3 tipi di restrizioni verticali che i produttori possono utilizzare per indurre un
distributore monopolistico a comportarsi in modo più concorrenziale.
a) Fissazione, da parte del produttore, di un p massimo al dettaglio che è (= p^) che dovrà
applicare il distributore.

Così facendo, il produttore impedisce al distributore di far salire il suo prezzo molto al di sopra di
quello all'ingrosso, p2.
Di conseguenza, il distributore vende un numero maggiore di unità rispetto a quelle in cui lui
massimizzerebbe i profitti.
b) Imposizione al distributore di una quota minima di vendite (incentivo a > output e < p).
149
c) Far pagare al distributore una tariffa a 2 stadi: un p per il prodotto (il p all’ingrosso) e
una somma per il diritto di venderlo (tassa di concessione o franchising).
2)Free-riding tra i distributori.
- In un tipico accordo di distribuzione numerose imprese indipendenti distribuiscono il prodotto di
un'impresa produttrice.
- Il free-riding si ha quando i benefici da attività promozionali eseguite da alcuni distributori
avvantaggiano altri distributori a un costo pari a zero.
- Esempio: Supponiamo che un distributore pubblicizzi molto il bene di un produttore, bene che
però è venduto anche da un altro distributore. Il primo distributore crea la domanda del bene, che
va a beneficio di entrambi i distributori, mentre il secondo distributore non sostiene alcun costo.
In questa situazione, il primo distributore è scarsamente incentivato a investire in pubblicità,
perché non gode di tutti i benefici derivanti da questa attività.
- Esempio: La vendita di molti beni durevoli (per esempio automobili) richiede un grande salone per
esporre i prodotti, in modo che i consumatori possano scegliere il modello che soddisfa meglio le
loro particolari esigenze. Ovviamente, questi saloni hanno un costo, come anche il campionario in
esposizione. Se solo un distributore ha una bella sala di esposizione, con tutta la gamma dei
prodotti, i clienti si recheranno là per decidere quale prodotto acquistare, ma possono poi decidere
di acquistare da altri distributori con sale di esposizione meno belle e scorte più ridotte. Questi
distributori possono far pagare un prezzo più basso del primo distributore perché i loro costi sono
inferiori. Pertanto, nessun rivenditore ha un incentivo a tenere una sala d'esposizione con tutta la
gamma dei prodotti.
- Esempio: Se un distributore ha un personale di vendita altamente qualificato, i clienti che vanno da
quel distributore apprendono molto sulle caratteristiche del prodotto. Alcuni di loro in seguito
possono acquistare a un prezzo inferiore da un distributore (spesso una società di vendita per
corrispondenza o un’impresa via internet).

CAP 13

Il modello “turisti e gente del posto”.


- L'analisi del modello "trappola per turisti" solleva una questione sui mercati in cui i consumatori
hanno informazioni limitate sul prezzo.
Se non esiste equilibrio con p unico, esiste un modello in cui è possibile un equilibrio con prezzi
multipli (cioè le imprese fanno pagare p diversi per lo stesso prodotto (detta dispersione dei
prezzi))?
- L'analisi mostrerà che nel caso in cui alcuni consumatori hanno informazioni complete e altri
limitate si verifica un equilibrio con prezzi multipli o un equilibrio con prezzo unico al livello
del costo marginale.
- Consideriamo un mercato in cui:
v tutte le imprese hanno costi identici
v ci sono due tipi di consumatori con costi di ricerca diversi.
La gente del posto rappresenta i consumatori informati con costi di ricerca = 0 (c=0).
I turisti sono i consumatori disinformati con costi di ricerca = c.
- Salop e Stiglitz dimostrano che con molti consumatori informati e molti disinformati può
esistere un equilibrio con prezzi concorrenziali, ma è possibile anche un equilibrio con prezzo
unico livello più alto, oppure un equilibrio con prezzi multipli. - Consideriamo tutte le ipotesi
del modello:
§ degli L consumatori del mercato, αL (la gente del posto) è informata e (1- α)L (ovvero i
turisti) sono disinformati.
§ pu à p massimo a cui i consumatori sono disposti a pagare.
§ ci sono n imprese.
§ pc à prezzo applicato da tutte le imprese
§ qc à quota di consumatori uguale per ogni impressa (qc = L/n).
158
a)Molti consumatori informati.
- Se ci sono molti consumatori informati,
a un'impresa non conviene aumentare il
prezzo a un
livello superiore a pc (cioè NON
CONVIENE DEVIARE)
- Come indicato nella Figura 13.1, la
curva di D dell'impresa che devia è
formata da quattro parti.
- Se p >pu D=0 e dunque vendite nulle.
- Se pc< p <pu vende qu = (1 - α)qc unità,
perché perde tutti i suoi clienti informati.
- Se p = pc le vendite sono pari a qc
- Se p <pc le vendite sono pari a (clienti
informati) αL + (1 – α)qc(clienti
disinformati); quindi
si vende sia ai consumatori informati che
a quelli disinformati.
- L'impresa deviante non ha interesse a
far pagare meno di pc, perché quel prezzo è inferiore al
suo costo medio, quindi ottiene profitti negativi.
- L'equilibrio a pc non può essere violato, in quanto l’impresa applicando pu anche se guadagna
di più per ogni vendita, realizza un numero così scarso di vendite che i suoi costi superano le
entrate (in qu AC > pu ).
- Pertanto, se c'è un numero sufficiente di clienti informati, a tutti i consumatori viene fatto
pagare il prezzo di equilibrio
concorrenziale con informazione
completa.

b)Pochi consumatori informati.


159
- Se c'è un numero relativamente
ridotto di consumatori informati, ad
un'impresa CONVIENE
DEVIARE dal prezzo concorrenziale senza perdere molti consumatori.
- Supponiamo che qa sia la quantità tale per cui AC = pu
- A un’impresa conviene deviare se qu>qa, ovvero (1 - α) qc>qa
- l'impresa deviante in qu ha un AC <pu, e dunque se fa pagare pu realizza un profitto.
- Al livello pc l'impresa otterrebbe profitti nulli, e dunque ha un incentivo ad aumentare il p. – In
definitiva, se ci sono relativamente pochi consumatori informati, e l'equilibrio con prezzo
concorrenziale e informazione completa viene violato.
Equilibrio con 2 prezzi, ma non con più prezzi (sempre nel caso di pochi consumatori
informati).
160
- Date le ipotesi di partenza, è possibile un equilibrio con
due prezzi, ma non ci può essere un
equilibrio con più di due prezzi.
- Supponiamo che ci sia un equilibrio con tre prezzi:
ü con alcuni negozianti che fanno pagare p1 = pu;
ü altri fanno pagare p2, con pc< p2 <pu
ü il resto fa pagare p3 = pc
- I negozianti che fanno pagare p2 non realizzano vendite
ai clienti informati ed in media hanno
lo stesso numero di consumatori disinformati dei
negozianti che fanno pagare pc, ma
guadagnano meno.
à Pertanto per un negoziante non ha senso far pagare
meno di pu e più di pc.
- Pertanto, l'unico equilibrio possibile con prezzi multipli è un equilibrio con due prezzi. -
Se c'è un equilibrio con due prezzi, le imprese con prezzo basso fanno pagare pc e quelle con
prezzo alto pu .
- Tutti i clienti informati fanno acquisti nei negozi con prezzo basso, mentre quelli
disinformati acquistano a caso.
à Di conseguenza, la quota di mercato dei negozianti con p basso è maggiore della quota di
consumatori informati.
- Tutte le imprese devono realizzare gli stessi profitti, altrimenti un'impresa avrebbe l'incentivo a
cambiare la propria politica di fissazione del prezzo.
161
à I negozi con prezzo basso ottengono profitti nulli perché pc = AC(qc), come indicato
nella Figura 13.3.
à I negozi con prezzo alto, in condizioni di equilibrio, devono anche realizzare profitti nulli.
Se ottenessero, invece, profitti positivi. In questo caso nuove imprese entrano nel mercato come
negozianti con prezzo alto. A mano a mano che i negozianti con prezzo alto aumentano, ognuno
di essi vende meno (i consumatori disinformati si ripartiscono tra più negozi). Il numero di
negozianti con prezzo alto aumenta fino a quando anche per loro i profitti sono ridotti a zero,
(anche se ogni impresa pratica il prezzo che max i profitti, come indicato nella Figura 13.3.).

Brevetti, diritti d’autore e marchi di fabbrica.


- Brevetti, diritti d'autore e marchi di fabbrica rappresentano tre importanti tipi di protezione della
proprietà intellettuale e si differenziano in base all'oggetto per il quale forniscono protezione e
alla loro durata.
- Un quarto tipo di diritto sulla proprietà intellettuale è il segreto industriale o di fabbricazione,
come la formula della Coca-Cola, in cui l'invenzione viene protetta semplicemente tenendola
segreta.
Brevetti.
- I brevetti forniscono all'inventore diritti esclusivi su un prodotto, processo, sostanza o design
nuovo e utile (Brevetti proteggono know how).
- I nuovi prodotti includono i macchinari e i prodotti industriali.
- I nuovi metodi e processi di produzione comprendono i processi chimici per il trattamento dei
metalli o la produzione di farmaci e i processi meccanici ed elettrici per la realizzazione di
prodotti.
- I nuovi design comprendono le forme dei prodotti nel caso in cui queste svolgano una funzione
particolare.
- Inoltre, possono essere brevettate anche le migliorie ai prodotti, ai processi e ai materiali.
I diritti d’autore.
- I diritti d'autore conferiscono al creatore/ideatore diritti esclusivi di produzione, pubblicazione o
vendita di opere artistiche, drammatiche, letterarie o musicali ( i diritti d’autore proteggono
l’espressione artistica).
I marchi di fabbrica.
- I marchi di fabbrica sono costituiti da parole, simboli o altri segni utilizzati per distinguere
un bene o un servizio fornito da un'impresa da quelli forniti da altre imprese.
La necessità di incentivi alle innovazioni.
- Molti ritengono che senza brevetti o altri incentivi dello stato ci sarebbe troppo poca
ricerca. à Il principale motivo è che le invenzioni costituiscono fondamentalmente nuove
informazioni e le informazioni sono un bene pubblico (pertanto, anche se un individuo ha delle
informazioni, questo non impedisce ad altri individui il loro utilizzo). Se alcuni consumatori
possono ottenere delle informazioni senza incorrere in costi chi produce le informazioni ha meno
incentivo a farlo di quanto ne avrebbe se tutti dovessero pagare per averle.
- Molti inventori e imprese attualmente intraprendono la ricerca per i vantaggi pecuniari
che ne derivano. Pertanto, se non potessero beneficiare di tali vantaggi essi non si
impegnerebbero nella ricerca Se questo tipo di ricerca fosse eliminata ne deriverebbe un danno
alla collettività perché essa ha un valore sociale.
163
Imitazione scoraggia la ricerca.
- Senza un brevetto chiunque potrebbe usare le nuove informazioni e le imitazioni delle
nuove invenzioni potrebbero essere vendute legalmente.
Esempio: Supponiamo di scoprire una cura per L'AIDS. Se il brevetto ci desse il diritto di
esclusiva potremmo vendere il nuovo farmaco a un prezzo molto elevato.
Senza brevetto le altre società potrebbero copiare il farmaco e la concorrenza farebbe scendere il
prezzo al livello concorrenziale. In quest'ultimo caso avremmo sostenuto tutti i costi di ricerca,
ma non potremmo ottenere in esclusiva i benefici connessi all'invenzione. Pertanto, senza brevetti
i consumatori potrebbero acquistare nuove invenzioni a prezzi concorrenziali, ma sarebbero
prodotte ben poche invenzioni.
- Anche nel caso in cui i brevetti siano concessi, il profitto che l'inventore può ricavare da
una nuova invenzione può essere inferiore al suo valore per la collettività.
à In molti casi, dunque, i concorrenti possono realizzare invenzioni traendo spunto da un
brevetto altrui, riducendone quindi il valore per l'inventore originario.
I brevetti incoraggiano la ricerca.
- Un inventore razionale si impegna in una ricerca costosa fino al punto in cui il rendimento
marginale atteso dall'ulteriore attività di ricerca è uguale al suo costo marginale.
- Se il suo rendimento privato è inferiore a quello della collettività, l'inventore tende a
Sotto investire nella ricerca.
- I brevetti possono consentire agli inventori di assicurarsi una grande quota dei benefici
(internalizzare l'esternalità) connessi alla produzione di conoscenze isolandoli dalla concorrenza.
Concedendo questi diritti esclusivi, la collettività favorisce la realizzazione di un maggior
numero di invenzioni.
I brevetti incoraggiano la divulgazione.
- Brevetti e incentivi stimolano la ricerca e accelerano processi innovativi mediante la
diffusione di innovazioni.
- I brevetti forniscono due pregevoli risultati: maggiori incentivi per l'ulteriore ricerca e
sviluppo e accelerazione dell'innovazione mediante la divulgazione delle invenzioni.
- Alcune imprese non brevettano le scoperte, quindi i concorrenti non vengono a
conoscenza del loro contenuto. Queste imprese proteggono le innovazioni mediante il segreto
industriale; ma una divulgazione di queste informazioni può avvenire, pei esempio, quando i
dipendenti accettano di lavorare per un concorrente, nonostante sia illegale che essi rivelino ì
segreti industriali delle imprese per cui lavoravano in precedenza.
Brevetti, premi, contratti di ricerca e joint venture.
Esistono alternative ai brevetti?
Premi: lo Stato potrebbe offrire un premio a chi effettua una scoperta.
Contratti di ricerca sovvenzionati dallo Stato: lo stato potrebbe concedere contratti di ricerca a
imprese o singoli ricercatori per stimolarli nella ricerca.
164
Joint venture: lo Stato potrebbe agevolare la costituzione di joint venture tra imprese al fine di
migliorare il coordinamento delle attività di ricerca.
Numero ottimale di imprese in gara per nuove scoperte e beneficio sociale netto atteso. - Il
seguente esempio illustra come brevetti, premi, k di ricerca e joint venture possano influire
sull’attività di ricerca.
I dati del modello:
• n = num di progetti intrapresi dalle n imprese del settore (ognuna può intraprendere 1 progetto).
• m = MC e AC pagato da ogni impresa per la ricerca.
• C(n) = nm = costo totale per la ricerca.
• r(n) = è la probabilità di successo che almeno una impresa produca una invenzione. Pertanto
r(n) è una funzione crescente del numero di imprese, n.
• l'attività di ricerca ha luogo nel periodo t = 0. Se la
scoperta viene, fatta in t = 0, la collettività
ne beneficia nei periodi successivi (t = 1,2,...).
• Beneficio sociale atteso, Br(n), cresce al crescere delle
imprese impegnate nella ricerca.
Tuttavia il Br(n) dopo un certo numero di imprese si
stabilizza.
- La società è interessata a scegliere un numero di
imprese tale da massimizzare il beneficio
sociale netto atteso (Br(n) – C(n)) à nel nostro esempio il
beneficio sociale netto viene max
con 8 imprese come mostrato in figura (parte a).
- La linea tratteggiata rappresenta il beneficio sociale
netto atteso, Br(n) - C(n).
- Per descrivere in un altro modo questo risultato sì può
osservare che i MC sociali = ai benefici
marginali sociali quando 8 imprese sono in gara (si veda
Figura parte b).
- L’ingresso di una impresa in più farebbe diminuire i
benefici netti.

Numero di imprese disposte a gareggiare per nuove scoperte e sistema di incentivi statali.
166
- Analizziamo l’ipotesi che lo Stato abbia lo stesso numero di informazioni delle imprese
relativamente a tutti i possibili progetti di ricerca e ci chiederemo quante imprese sarebbero
disposte a gareggiare sulla base di diversi programmi alternativi di incentivi.
a) Lo Stato non interviene.
- In assenza di brevetti e altri incentivi gli inventori non hanno convenienza ad innovare perché
non ottengono benefici economici.
b) Lo Stato finanzia la ricerca.
- Lo stato può incoraggiare la ricerca attraverso sovvenzioni alle imprese, assicurando così il
numero ottimale di progetti (imprese): es. crediti di imposta per spese in ReS; sovvenzionare le
imprese per svolgere particolari programmi di ricerca.
c) Lo stato può offrire premi.
- Lo Stato può indurre le imprese a impegnarsi nella ricerca offrendo dei premi a quelle imprese
che per prime scopriranno un nuovo prodotto.
- Se lo stato stabilisce il premio in modo adeguato, per vincerlo entrerà in lizza il numero ottimale
di imprese; fissare un premio più alto potrebbe invece stimolare un numero troppo elevato di
imprese a entrare in gara.
d) Joint venture.
- In assenza di qualsiasi tipo di incentivo, l'attività di ricerca è limitata e l'inventore non riesce a
godere dei benefici di una nuova scoperta, si trova di fronte a un'esternalità.
- Il problema dell’esternalità si risolve se tutte le imprese di un'industria decidono di dividere tra
loro i costi di sviluppo, formando in questo modo una joint venture per la ricerca.
e) I brevetti
- I brevetti, concedendo diritti esclusivi a coloro che riescono a realizzare un'invenzione,
favoriscono la ricerca.
- I brevetti, a differenza dei premi o dei k di ricerca statali, però, creano distorsioni dovute alla
determinazione di prezzi di monopolio.
- Brevetti sono meno efficienti dei premi o dei contratti di ricerca ma sono molto utilizzati
quando lo Stato gode di informazioni limitate.
- Distinguiamo tra:
1) Brevetto di durata infinita à il detentore ottiene profitti di monopolio illimitati e un forte
incentivo all’innovazione. Questi grandi profitti potenziali possono indurre molte imprese a
gareggiare per ottenere il brevetto.
2) Brevetto di durata limitata à vi è minore incentivo alla ricerca, ma vi sono anche minori
costi dovuti a troppi progetti di ricerca.
167
L'incertezza dello Stato.
- Se lo Stato ha tante informazioni à brevetti e joint venture meno desiderabili dei premi e dei
contratti di ricerca perché creano distorsioni nei prezzi. Con i premi o i sussidi per la ricerca, il
nuovo prodotto viene venduto a prezzi concorrenziali e il surplus del consumatore viene
massimizzato, mentre per la durata del brevetto il nuovo prodotto viene venduto a un prezzo dì
monopolio, che determina vendite. troppo basse.
- Se lo Stato ha poche informazioni à i brevetti e le joint venture possono risultare più efficienti
degli altri incentivi.
La concessione di licenze.
- Chi detiene un brevetto (inventore) realizza maggiori π di monopolio se utilizza il nuovo
processo produttivo o se lo concede in licenza in cambio di un compenso (royalty)?
- Ora dimostreremo che, se il mercato prima dell'innovazione è concorrenziale, per un inventore
che max i π è indifferente essere l'unico venditore del prodotto oppure concederlo ad altri in
licenza.
Un modello della concessione di licenze.
- Supponiamo che un mercato sia
originariamente concorrenziale e
che tutte le imprese
producano a costi costanti (pari a
m).
- Il prezzo concorrenziale del bene
è uguale a m ( p = m) e si vendono
Q unità di prodotto. -
Supponiamo ora che qualcuno
sviluppi un nuovo processo che
consenta allo stesso bene di
essere prodotto a un costo
inferiore, m^, come indicato nella
Figura 14.3a.
- Se l'impresa che possiede il nuovo
brevetto (impresa dominante)
decide di vendere il prodotto,
i π derivanti dall'invenzione sono
dati dalla differenza tra il vecchio e
il nuovo costo (m – m^)
moltiplicati per il numero di unità di prodotto vendute. Nella Figura 14.3a questo importo viene
definito Royalty.
- Supponiamo ora che l'impresa conceda in licenza ad altre imprese l'uso della nuova tecnologia.
Quale royalty unitaria massimizza i profitti dell'impresa?
La Figura 14.3a mostra un esempio di invenzione marginale che riduce solo leggermente il costo
di produzione.
La royalty massima che un'impresa concorrenziale pagherà per una licenza è la differenza tra il
prezzo concorrenziale e il nuovo costo di produzione (m - m^) .
169
La royalty che max i profitti viene determinata dall'intersezione della curva dei RM di una licenza
con l'asse delle quantità. Nel caso illustrato in figura, ciò si verifica alla quantità Q e a una royalty
pari a r = m – m^ = p – m^.
- Nella Figura 14.3b si analizza il caso di un nuovo processo che determina però una rilevante
diminuzione dei costi.
In questa circostanza, i RM relativi alla domanda derivata di licenze sono uguali a zero al livello
Q^.
Il prezzo che max i π, p, si trova tra m e m^ à di conseguenza, la royalty percentuale (r = p –
m^) è < alla riduzione dei costi (m –m^) ma vengono vendute Q^ > Q licenze.
- In definitiva:
• se l'inventore riesce a produrre in modo efficiente quanto le altre imprese, è indifferente
tra vendere il prodotto o concederlo in licenza, dato che le imprese marginali limitano il
suo potere monopolio in entrambi i casi.
• Se l’invenzione è marginale: viene venduta stessa Q agli stessi p e i vantaggi della
scoperta vanno tutti agli inventori.
• Se l’invenzione è rilevante: < p e > Q. Il surplus per il consumatore sale e il beneficio
dell’inventore è < a quello sociale totale).
La struttura del mercato e incentivo all’innovazione.
- Schumpeter ha dato avvio alla moderna ricerca sul rapporto tra la struttura del mercato e
l'innovazione.
Secondo l'opinione di Schumpeter, esiste un rapporto positivo tra innovazione e potere di
mercato e le grandi imprese sono più innovative di quelle di piccola dimensione.
Esistono due nessi tra la struttura del mercato e l'innovazione.
Ø i brevetti consentono di ottenere potere di mercato mediante l'innovazione (ex-post
market power).
Ø i profitti di monopolio consentono nuovi finanziamenti per la ricerca (ex-ante market
power).
Quale sistema industriale (monopolio o concorrenza) ha maggiore incentivo a inventare?
La struttura del mercato senza gara per ottenere il brevetto (cioè l’innovatore non è
impegnato in una gara per ottenere il brevetto). - Modello di Arrow (1962)
§ Vi è solo un’impresa innovatrice.
§ Assenza di concorrenza nelle attività di ReS.
§ L’innovazione è protetta da brevetti
- In presenza di queste condizioni, analizziamo due strutture del mercato alternative.
In una struttura del mercato l'impresa che effettua l'invenzione fa parte di un'industria
concorrenziale; nell'altra ad effettuare l’innovazione è un’impresa monopolista.

1) Impresa concorrenziale.
- m e m^ à costi rispettivamente prima e
dopo l’innovazione
- m è il p prima dell’innovazione; m = m^ +
r (r = royalty unitaria) è il p dopo
l’innovazione
(dunque p rimane invariato). Anche la Q
venduta rimane invariata.
- π = (A + D + F + G) < beneficio sociale
complessivo (A + D + F + G + H).
2) Impresa monopolista
- Un monopolista invece pone i ricavi
marginali uguali ai costi marginali.
- Esso vende Qm al prezzo Pm à prima dell’innovazione.
Esso vende ^Qm al prezzo ^Pm à dopo l’innovazione.
- In seguito all'innovazione il monopolista ottiene profitti maggiori. Calcoliamoli.
- I suoi costi originari erano pari a (m * Qm) = A + B.
Dopo la scoperta i suoi costi sono pari a (m^ * ^Qm) = B + E.
Pertanto, la variazione dei costi è (A + B) - (B + E) = A - E.
- I suoi ricavi aumentano dell'area che si trova sotto la curva dei ricavi marginali tra Qm e ^Qm,
ossia le aree D + E.
à Pertanto, i suoi π aumentano di un importo pari a (D + E) + (A - E) = D +A.
- Confrontando i profitti nelle due diverse situazioni settoriali:
i π dell’inventore concorrenziale sono maggiori per un importo pari a F + G.
- In definitiva: in condizioni di monopolio, il π generato dall’innovazione è minore ( e
dunque minore è l’incentivo e le risorse impiegate in R e S) di quello ottenuto da un’impresa
concorrenziale.
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- Dunque la conclusione è che se le imprese non devono preoccuparsi che altri inventino il
prodotto prima di loro, un’impresa concorrenziale ha un maggiore incentivo a inventare rispetto a
un monopolio.
Il monopolista coinvolto in una gara per ottenere il brevetto.
- Un monopolista con potenziali rivali innovatori dovrà impedire che altri entrano in gara
per ottenere il brevetto innovando per primi.
à in caso contrario, il monopolista rischierebbe di subire delle perdite superiori a quelle del
rivale. Quest'ultimo infatti perde soltanto le spese in R&S mentre, il monopolista, oltre alle spese
in R&S, perde anche parte dei profitti di monopolio.
- Come può il monopolista conservare il proprio potere di monopolio?
Indagini hanno mostrato che:
nel caso di un nuovo processo produttivo, la segretezza, il tempo, il rapido spostamento lungo
la curva di apprendimento e gli sforzi promozionali o per fornire un servizio ai clienti sono
considerati più importanti dei brevetti.
nel caso di nuovi prodotti, i brevetti hanno un‘importanza maggiore della segretezza, ma
minore rispetto agli altri metodi.
Quale tipo di impresa innova più velocemente?
- Le imprese concorrenziali innovano più rapidamente di quella monopolista.
à perché dato le royalties vanno a chi innova per primo e il monopolista non ha concorrenza,
ma potrà decidere di innovare al ritmo che considera ottimale.
- Precisamente il monopolista realizza l’innovazione in un tempo che ritiene ottimale, ossia
quando il valore attuale dei risparmi generati dall’innovazione = al valore attuale dei π derivanti
da un investimento alternativo.

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