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FISICA 2

INGEGNERIA EEI

©2017 VINCENZO FIORENTINI

@ D I P. F I S I C A , U N I C A G L I A R I

VERSION: 2019/04/17, 11:23:29


Indice

1 Elettrostatica 1

2 Conduzione e circuiti DC 39

3 Magnetismo 63

4 Induzione elettromagnetica 91

5 Oscillazioni e circuiti in corrente alternata 105

6 Equazioni di Maxwell e onde EM 125

7 Ottica 1

8 Bibliografia 3
1. Elettrostatica

Il protagonista centrale dell’elettromagnetismo è la carica elettrica.


La carica elettrica può essere considerata una proprietà della materia
che genera una forza (detta elettrostatica, e indirettamente altre forze
derivate come quella magnetica). Un’altra analoga proprietà dellla
materia è la massa, che genera (o media, come a volte si dice) la
forza di gravità. La massa, ricordiamo, ha sempre segno positivo
e genera su altre masse una forza sempre attrattiva inversamente
proporzionale al quadrato della distanza (r è la distanza tra i centri
di massa delle masse 1 e 2),
m1 m2
Fg = − G = m1 g,
r2
dove G è una costante e la seconda uguaglianza vale nelle vicinanze
di un grande corpo massivo come la Terra; la gravità è l’unica forza
proporzionale alla massa e quindi l’equazione del moto di Newton
diventa
m1 g = m1 a ⇒ a = g,
cioè l’accelerazione, e quindi la dinamica, di un corpo in un campo di
forza gravitazionale non dipende dalla sua massa.
La carica è invece funzionalmente di due tipi: positiva o negativa
(o di tre tipi, se contiamo come indipendente la carica nulla). Dati
questi due tipi di carica, la forza tra due cariche, discussa di seguito,
risulta essere sia attrattiva che repulsiva (o eventualmente nulla).
Come vedremo, cariche dello stesso segno si respingono, cariche di
segno opposto si attraggono.
La carica complessiva di un corpo risulta dalla sovrapposizione
delle cariche dei costituenti elementari: per i nostri scopi, la materia
è costituita da atomi, a loro volta formati da nuclei, carichi positiva-
mente e di dimensioni lineari dell’ordine di 10−14 m, e da elettroni,
particelle a tutti gli effetti puntiformi che però vivono delocalizzati
(per via della loro natura quantistica) su una regione di dimensioni
lineari dell’ordine di alcuni Å (1 Å=10−10 m). Gli elettroni sono i
2

portatori elementari di carica negativa, e hanno una carica pari a –e,


con
e = 1.602 × 10−19 C
l’unità elementare di carica. Con ‘C’ si indica il Coulomb, l’unità di
carica del Sistema Internazionale. I portatori di carica positiva sono
i protoni (p+ ), che hanno carica +e, e sono legati nei nuclei atomici
insieme ai neutroni (n, di carica zero, e che interagiscono con p e altri
n tramite la forza nucleare forte, che è responsabile della stabilità del
nucleo). Dunque un atomo, che di norma è costituito da p+ ed e−
(e n che hanno carica nulla), ha carica pari a un multiplo intero di
e, e più spesso che no pari a zero. Atomi con carica netta non nulla
si dicono ioni; la loro carica è tipicamente al massimo +5 (lo ione
vanadio V4+ ) o –2 (ad esempio lo ione SO4−− ).
Chiaramente, la carica di corpi sia microscopici che macroscopici
costituiti da moltissimi atomi legati insieme è sempre un multiplo
intero di e, e può essere nulla – anzi, lo è quasi sempre. In particolare,
con alta probabilità, la carica complessiva dell’universo è zero. Questo
annullarsi della carica totale nella gran parte delle situazioni pratiche
risulta da una compensazione di miriadi di cariche elementari. Altro
punto da ricordare è che la carica si conserva. Qualunque sistema chiu-
so ha, cioè, carica costante. Inoltre la carica è un invariante relativistico,
cioè non cambia nel passare da un sistema di riferimento a un altro
per trasformazione di coordinate.
L’intensità di legame tra atomi diversi, e quindi la formazione di
molecole e in generale sistemi funzionali importanti per praticamente
tutti i fenomeni chimici e biologici, è determinata dalla forza tra
cariche. A livello microscopico, la dinamica è quella quantistica, ma
rimane il fatto che la scala di energia coinvolta è determinata dalla
forza elettrica.
Riassumendo:
1. La carica è quantizzata: q=ne, con n intero ed e=1.602×10−19 C.
2. La carica è conservata.
3. La carica è un invariante relativistico: non cambia per trasforma-
zioni di coordinate.
4. La carica dei costituenti elementari (ad esempio, n, p+ , e− ) può
essere nulla, positiva o negativa.
5. La carica netta di corpi macroscopici è solitamente vicina a zero; la
carica dell’universo è probabilmente zero.
6. La stabilità degli atomi, e quindi della materia ordinaria, inclusa
quella vivente, è determinata dall’intensità della forza tra cariche
(oltre che dalla meccanica quantistica).

1.1 Forza e campo elettrico

È un fatto empirico che una carica puntiforme q1 (cioè di cui possiamo


trascurare l’estensione e la forma) esercita su una carica puntiforme
q0 a distanza r una forza, detta di Coulomb,
q0 q1
Fc = k C r̂ (1.1)
r2
fisica 2 3

inversamente proporzionale al quadrato della distanza e diretta (per


convenzione) lungo la direzione 1→0 individuata dal versore r̂ (Figura
1.1).
La stessa forza agisce, con direzione opposta, su q1 ad opera di Figura 1.1: Forza di Coulomb.
q0 , come previsto anche dal principio di azione e reazione di Newton.
Queste affermazioni (o loro versioni) sono in sostanza gli assiomi alla
base dell’intera teoria. La costante di proporzionalità, detta costante
elettrostatica o di Coulomb, vale

k C ' 8.99 × 109 Nm2 /C2

nel Sistema Internazionale. Definita così la costante k, la forza è in


N, come deve essere. k C è in relazione con la costante dielettrica del
vuoto ε 0 =8.85×10−12 C2 /m2 N (il perchè del nome diventerà chiaro
nel contesto della capacità elettrica), tramite

1
kC = .
4πε 0

Come prima possiamo scrivere una equazione del moto di Newton,


ma in questo caso, ad esempio per la carica q0 con massa m0 , si ha
q0 q1 q0 q
Fc = k C r̂ = m0 a ⇒ a= k 1 r̂, (1.2)
r2 m0 C r 2

che dipende ora dal rapporto carica/massa.


Per la forza elettrica vale il principio di sovrapposizione, ovvero la
forza totale esercitata da più cariche su una carica data è la somma, o
sovrapposizione lineare, delle singole forze. Data una carica q0 posta
in r0 e altre N cariche q1 , q2 , ... q N in posizioni r1 , r2 ,... r N , la forza su
q0 è

F0 = F10 + F20 + ... + F N0


q q q q q q
= k C 02 1 r̂10 + k C 02 2 r̂20 + ... + k C 02 N r̂ N0
r10 r20 r N0
N
qi
= k C q0 ∑ r̂
2 i0
i =1 ri0
N
qi
= k C q0 ∑ r̂
i =1
|ri − r0 |2 i0
= q0 E ( r0 ) ≡ q0 E ( r ), (1.3)

come rappresentato in Figure 1.2. La distanza ri0 è la distanza euclidea


tra le due particelle 0 e i, cioè
y y
2
ri0 = |ri − r0 |2 = (rix − r0x )2 + (ri − r0 )2 + (riz − r0z )2 , (1.4)

dove i vettori posizione sono definiti, in componenti, come (ad


esempio)
y
r0 = (r0x , r0 , r0z ).
Figura 1.2: Sovrapposizione di forze di
Nell’ultima uguaglianza di Eq.1.3 abbiamo definito il campo elettrico Coulomb.

F (r) F (r)
E(r) = (= lim ) (1.5)
q q →0 q
4

cioè la forza specifica per unità di carica, che ha unità N/C (newto-
n/coulomb). Nella seconda eguaglianza specifichiamo che la cari-
ca di prova deve essere sufficientemente piccola da non alterare la
situazione prodotta dalle cariche generatrici.
Anche se apparentemente marginale, questa riformulazione è si-
gnificativa. Il campo dipende dalla posizione generica (che infatti
Figura 1.3: Dato un punto di applica- abbiamo indicato con r invece che r0 in Eq.1.3) di una carica di prova.
zione, le componenti di un vettore ne
definiscono l’orientazione. La carica 0 qui sopra ha svolto il ruolo di carica di prova, e la sua
posizione specifica è incidentale. In generale, noto il campo elettrico,
che come vedremo può essere ottenuto a partire dalla distribuzione
delle altre cariche (cariche generatrici), si può calcolare la forza agente
su una qualsiasi particella o distribuzione che decidessimo di porre
nella regione dove esiste il campo stesso. In sostanza la forza agente
su una data particella in un dato punto viene sostituita dal campo
elettrico, che viene considerato uno stato dello spazio, e che fornisce
la forza in qualunque punto su qualunque carica vi venga posta. Na-
turalmente il problema di determinare il campo è altrettanto difficile
di quello di determinare la forza.
Il campo elettrico deve il suo nome al fatto di essere un campo
vettoriale. Un campo vettoriale è definito come un vettore associato
ad ogni punto dello spazio. Il campo E è un vettore il cui punto
d’applicazione è identificato con il vettore r che congiunge l’origine
degli assi di riferimento con il punto in questione. Come sappiamo,
un vettore è un oggetto matematico a N componenti in uno spazio
a N dimensioni. Può essere visto come la distanza orientata tra due
punti qualunque (Fig.1.3).
Esistono molti altri tipi di campi. Ai nostri fini, si tratterà sempre,
in pratica, di funzioni scalari o vettoriali della posizione, ovvero ad
ogni punto dello spazio è associato un numero (uno scalare, appunto)
o tre numeri (le componenti di un vettore) come in Figura 1.4. Il punto
nello spazio può essere identificato da tre numeri (le tre coordinate
nello spazio tridimensionale), o anche due o uno, nel caso di spazio
bidimensionale (un piano) o unidimensionale (una linea). Esempi:
la pressione (o la temperature) al suolo rappresentata in una carta
meteorologica è un campo scalare bidimensionale, cioè associa un
numero (la temperatura, o la pressione) a un punto in uno spazio
bidimensionale (il terreno); il vento in una carta meteorologica è
un campo vettoriale bidimensionale, perchè associa un vettore (con
una direzione e un modulo: il vento è aria che si muove con una
certa velocità in una certa direzione) a un punto sul terreno (per
esempio, a Elmas c’è maestrale, 15 nodi; a Palau pure, ma a 30 nodi);
l’altitudine in funzione della posizione in una carta topografica è
un campo scalare bidimensionale, perchè a ogni punto sul piano
associa un numero; la temperatura in una stanza è un campo scalare
Figura 1.4: Campi scalare e vettoriale 2D tridimensionale, perchè dipende da tre coordinate (fa tendenzialmente
e 3D (dall’alto in basso). più caldo vicino ai radiatori e vicino al soffitto); etc.
fisica 2 5

1.2 Linee di campo

Benchè il campo elettrico possa essere rappresentato dalla sua incarna-


zione vettoriale, c’è un altro modo, forse più intuitivo, di visualizzarlo:
le linee di campo. In sostanza, si immagina di disegnare delle linee
che partano dal punto di origine del campo (una carica) e prosegua-
no senza intersecarsi in modo che i vettori del campo siano ad esse
tangenti. (Nel caso del campo magnetico, come vedremo, le liee sono
invece chiuse su se stesse.) Per una carica puntiforme (Figura 1.5)
il campo è radiale (cioè varia solo con la coordinata r, la distanza
dalla carica sorgente) e cala in intensità come 1/r2 . Le linee di campo
costruite come prescritto hanno localmente una densità proporzio-
nale alla intensità del campo; ovvero, il numero di linee di campo
che attraversa una certa superficie specificata, che immaginiamo di
muovere da un punto all’altro, varia proporzionalmente all’intensità:
molte linee, molto campo. Altra cosa da notare è che le linee di campo
elettrico “escono” dalle cariche positive ed “entrano" in quelle negati-
ve. Questo indica, come già sappiamo, che il campo è generato dalle
cariche stesse, e riflette la natura centrale della forza di Coulomb.

1.3 Campo generato da distribuzioni di carica: sovrapposizio-


ne

Il campo elettrico, tra le altre cose, fornisce in ogni punto la forza


che agisce su una carica prescindendo dalla distribuzione che lo ha
generato. Ma per far ciò, il campo va calcolato, appunto, a partire
dalla distribuzione di carica. Per far ciò si usano il principio di
sovrapposizione, discusso in questa Sezione, oppure la legge di Gauss,
Sez.1.10.

1.3.1 Modelli di corpi carichi


Figura 1.5: Vettori e linee di campo.
Otterremo ora il campo generato da una distribuzione di carica che Il numero di linee (indicate dalle in-
tersezioni con linee ortogonali, qui cer-
immaginiamo essere una sovrapposizione di cariche infinitesime dq, chi data la simmetria sferica) comprese
contenute in volumetti infinitesimi dV, ognuna delle quali viene in un dato settore di spazio quantifica
assimilata a una carica puntiforme (la quale genera un campo noto, l’intensità.

da Eq.1.1 e 1.5). L’artificio delle cariche infinitesime serve a esprimere


la sovrapposizione di contributi di campo con i metodi del calcolo
integrale. La carica infinitesima si può esprimere come

dq = ρ dV, (1.6)

dove ρ è una densità di carica (C/m3 ) e dV un differenziale di volume


(m3 ). In due dimensioni
dq = σ dA,

dove σ è una densità areale di carica (C/m2 ) e dA un differenziale di


area (cioè una area infinitesima). In una dimensione,

dq = λ dx,
6

dove λ è una densità lineare di carica. Gli elementi di lunghezza, area


o volume sono espressi in funzione di opportune coordinate. Ad esem-
pio usando coordinate cartesiane o sferiche si ottiene l’espressione
del volume infinitesimo

dV = dx dy dz = r2 sin θ dr dθ dφ,

e questo è tutto quel che ci servirà. Qualunque libro di analisi o


wikipedia possono soccorrervi in caso di necessità.

1.3.2 Campo dal principio di sovrapposizione


In questa visione, il campo dipende dalla densità di carica tramite
la posizione e il valore delle cariche infinitesime che la compongono
(Figura 1.6). Mettendoci per esempio in tre dimensioni, e data l’espres-
sione del campo di una carica puntiforme, una carica infinitesima dq
posta in posizione r0 genera un campo infinitesimo nella posizione r
dato da
dq ρ(r0 )dV 0
dE(r) = k C = k C ,
r’ | r − r 0 |2 | r − r 0 |2
dove dV 0 è un volumetto della coordinata r0 e il denominatore è quello
di Eq.1.4. Il trucco delle cariche infinitesime risulta comodo perchè si
può usare il calcolo integrale per sommare tutti i contributi e ottenere
il campo:
ρ(r0 )dV 0
Z
E(r) = k C . (1.7)
| r − r 0 |2
L’integrale si estende a un volume opportuno, che dovrà essere tale
Figura 1.6: Carica, campo.
da contenere la carica che genera il campo. Come si vede, la posizione
r0 =(x 0 , y0 , z0 ) è quella dell’elemento di carica che genera il campo, e la
posizione r=(x, y, z) è quella in cui si vuole ottenere il campo. Che
l’integrazione in pratica si possa fare in pratica, si intuisce esplicitando
tutto in cordinate cartesiane:
ρ( x 0 , y0 , z0 )
Z Z Z
E( x, y, z) = k C dx 0 dy0 dz0 ,
( x − x 0 )2 + ( y − y 0 )2 + ( z − z 0 )2
che è un integrale triplo in x 0 , etc., e dipende parametricamente da
x, etc., ed è quindi una funzione di (x,y,z)=r. La procedura è ben
definita, anche se l’integrale potrà essere difficile da fare.

1.3.3 Esempio: campo di una sbarretta, sull’asse


Consideriamo (Figura 1.7) una carica distribuita su un segmento
[0,L] dell’asse x con densità di carica λ>0 uniforme e costante. Il
primo punto in cui calcoliamo il campo elettrico è sulla retta stessa,
in posizione a, al di fuori della regione carica. Essendo λ positiva,
il vettore campo sarà orientato via dalla distribuzione di carica, cioè
come +x̂ a destra e − x̂ a sinistra della carica. Per calcolare il suo
modulo, notiamo che il complicato integrale di prima diventa un
semplice integrale unidimensionale, e precisamente
Z L
dx
E( a) = k C λ .
0 ( a − x )2
fisica 2 7

Di nuovo, a non è una variabile di integrazione, ma funziona da


parametro fisso, esattamente come r (cioè x, y, z) in Eq.1.7. Ad a
corrisponde un certo campo, ma spostandoci in un a diverso il campo
in generale cambia. Cercando in rete o sulle tavole, si trova

Z L  L  
dx 1 1 1
E( a) = kC λ = k C λ = k C λ −
0 ( a − x )2 (a − x) 0 ( a − L) a
   
λL 1 1 1 1
= kC − = kC Q − (1.8)
L ( a − L) a L( a − L) La

dim
che è dimensionalmente corretto: E = k C ×(carica/lunghezza2 ). Ab-
dim
biamo indicato con = una uguaglianza dimensionale.
Come si vede, il campo è sempre positivo in modulo per gli a
Figura 1.7: Schema della sbarretta carica
ammissibili, cioè a> L e a<0. Quindi una carica di prova positiva subi- vista da un punto lungo il suo asse.
rebbe una forza repulsiva sia per a> L (verso grandi x positivi), sia per
a<0 (verso grandi x negativi), come ci aspetteremmo avvicinandola a
una carica positiva su una linea.
Se L tende a zero, cioè la sbarretta scompare, il campo in Eq.1.8
si annulla. Se invece facciamo il limite L→0 mantenendo costante la
carica Q=λL abbiamo

Lλ a − a + L
   
1 1 QL
E( a) = kC λ − = kC = kC
( a − L) a L a( a − L) La( a − L)
Q Q
= kC 2 ' kC 2 ,
a − La L→0 a

cioè ritroviamo il campo di una carica puntiforme: in effetti il limite


appena fatto consiste nel comprimere la barretta fino a farla diventare
un punto.

1.3.4 Esempio: campo di una sbarretta, fuori asse

Poniamoci ora a distanza a dalla sbarretta, in un punto P che sceglia-


mo sulla perpendicolare al centro della sbarretta stessa, per sfruttare
la simmetria. (Si veda Fig. 1.8 per la discussione che segue.) Il pro-
blema non è unidimensionale in sè: lo è solo la densità generatrice.
Assumiamo per comodità che la perpendicolare che scegliamo incroci
la sbarretta in x=0, e la sbarretta sia lunga L. La densità di carica è
λ, e l’elementino di sbarretta dx è posto in x e ha carica dq=λ dx. Il
raggio r congiungente il punto P con x forma un angolo θ con l’asse
della sbarretta.
Abbiamo una simmetria “a specchio” attraverso il centro della sbarret-
ta: sommando tutti i contributi da destra e da sinistra la componente Figura 1.8: Campo fuori dall’asse della
del campo elettrico lungo x si annulla. Rimane quindi solo la compo- sbarretta
nente y. Notiamo che nulla cambia ruotando tutto il sistema intorno
all’asse x, cioè si ha simmetria cilindrica intorno all’asse stesso. Il
campo ha quindi solo componente radiale, che dipende solo dalla
distanza a del nostro punto dal centro della sbarretta.

La distanza tra dq e il punto è r= a2 + x2 , e inoltre la componente
y è la proiezione del vettore sull’asse y, quindi va moltiplicata per il
8

seno di θ; il contributo di dq al campo è quindi

λ dx
dE = ŷ k C sin θ
a2 + x 2
trascurando da subito le componenti x che si elidono tutte integrando.
Naturalmente, per la menzionata simmetria cilindrica, ŷ potrebbe
essere qualunque vettore nel piano ortogonale alla (e bisecante la)
sbarretta. Dunque per il modulo del campo abbiamo
Z L/2
dx sin θ
E = kC λ
− L/2 a2 + x 2

e poichè r sin θ=a, e r= a2 + x2 ,
Z L/2 Z L/2
a dx dx
E( a) = k C λ = kC λ a
− L/2 ( a2 + x 2 ) r − L/2 ( a2 + x2 )3/2
che è un integrale definito unidimensionale nella variabile x, e dipen-
dente parametricamente dalla variabile a. Il campo è perciò funzione
della variabile a, cioè la distanza del nostro punto dalla sbarretta.
Integrando,
  L/2
x k λL
E( a) = k C λaŷ 2 2 = √ C ŷ.
a ( a + x2 )1/2 − L/2 a a2 + L2 /4

Nel caso in cui la sbarretta diventi un filo indefinitamente esteso, cioè


L→∞, si ha che
k C λLŷ k C λLŷ
E( a) = p = p
a + a2 L2 /4)
aL ( a/L)2 + 1/4)
k C λŷ 2k C λ
= p ' ŷ (1.9)
a ( a/L) + 1/4) L→∞ a
2

(Questo risultato è rilevante in Sezione 6.7.) Se come prima facciamo


il limite L→0 tenendo Lλ=Q costante, si ha di nuovo che
k C λŷ k C λLŷ
E( a) = p = p
a ( a/L)2 aL ( a/L)2 + 1/4)
+ 1/4)
k Qŷ Q
= √ C ' k C 2 ŷ,
2 2
a a + L /4 L→0 a

cioè, di nuovo, il campo della carica puntiforme.


È probabilmente chiaro a questo punto che la procedura di sovrap-
posizione, benchè in principio ben definita e lineare, diventa rapida-
mente complicata dal lato matematico. Passiamo quindi alla legge
di Gauss, che permette di ottenere il campo molto più facilmente,
almeno in quei casi in cui la simmetria lo permetta.

1.4 Campo generato da distribuzioni di carica: legge di Gauss

Una maniera semplice, dove applicabile, di ottenere il campo è la


cosiddetta legge di Gauss, che è anch’essa equivalente alla legge di
Coulomb. Prima di enunciarla e utilizzarla, possiamo renderla plausi-
Figura 1.9: Campo vettoriale orientato
rispetto all’area. bile con una analogia fluidodinamica: una carica positiva puntiforme
fisica 2 9

è l’analogo di una fontana che emette acqua, la quale fluisce via dalla
fontana sempre più debolmente in funzione della distanza; una carica
negativa è invece uno scarico che riceve il flusso d’acqua. L’intensità
della sorgente (la portata del condotto da cui esce l’acqua) determina
direttamente il flusso di acqua verso l’esterno. Per misurarlo, pos-
siamo prendere un secchio di capienza e area nota, riempirlo, e (ad
esempio, dalla misura del peso dell’acqua) dedurre la portata.
Per essere precisi, se vogliamo misurare in modo completo la
sorgente dobbiamo immaginare un secchio “sferico" che la contenga
tutta; se mettiamo il secchio di traverso, in modo che l’acqua non ci
entri, non misureremo niente; e infine, se mettiamo il nostro secchio
sferico attorno al vuoto invece che attorno alla sorgente, misureremo
zero flusso d’acqua netto.
È plausibile, dunque, che il flusso (Figura 1.9) di un certo vet-
tore (la velocità dell’acqua per la densità, nel nostro esempio) sia
direttamente proporzionale all’intensità della sorgente e che quindi
questa sia in relazione con il flusso. Nel nostro caso elettrostatico, la
sorgente del campo elettrico è la carica, e il flusso del campo è ad
essa proporzionale. Questo in sostanza è il messaggio della legge di
Gauss, che, specifichiamolo, è fisicamente equivalente alla legge di
Coulomb e alla prima equazione di Maxwell discussa oltre.
La legge di Gauss afferma che
Q 1
I Z
E · dA = = dr ρ(r), (1.10)
S ε0 ε0 V

dove gli integrali si intendono calcolati su una superficie chiusa S


e sul volume V in essa contenuto; ρ è la densità di carica che, per
definizione, fornisce Q se integrata sul volume V. Il primo membro è
il cosiddetto flusso del vettore E attraverso la superficie S (Figura 1.10 Figura 1.10: Area orientata; casi di
e 1.11); il secondo membro è la carica contenuta nella superficie (gaus- contributo al flusso.
siana) S. Spieghiamo meglio gli ingredienti di questa espressione. S è
una superficie arbitraria nello spazio (oppure una linea, se lo spazio è
a due dimensioni; oppure un punto, se lo spazio è unidimensionale);
S andrà scelta in modo scaltro basandosi sulla simmetria del proble-
ma, e quindi sarà una sfera, un cilindro, etc. nel caso di simmetria
sferica, cliindrica, etc. Il vettore E=(Ex , Ey , Ez ) ha componenti che
variano, in generale, da punto a punto nello spazio. Infine l’elemento
orientato di area è un vettore dA=dA n̂=dx dy n̂ di modulo uguale
all’area di un elementino di superficie di lati infinitesimi dx e dy e
direzione identificata da un versore n̂=(n x , ny , nz ) che è definito come
ortogonale in ogni dato punto alla superficie S e che punta verso
l’esterno di S. Il prodotto scalare dentro l’integrale è perciò

E · dA = dA n̂ · E = dx dy( Ex n x + Ey ny + Ez nz ).

Questa è una funzione delle coordinate e può essere sommata su tutti


i punti della superficie S. L’integrale è appunto la somma di infiniti
elementini infinitesimi. Se insistessimo sull’uso di elementi finiti di
Figura 1.11: Contributi al flusso totale.
area, avremmo una somma del tipo

∑ E · ∆Ai = QS /ε 0 ,
i
10

dove gli elementi ∆A di area orientata sono definiti come prima, solo
che sono finiti e non infinitesimi.
La cosa chiave da notare è che, come mostrato in Figura, i contri-
buti al flusso dipendono dall’orientazione relativa del campo e della
superficie; se il campo è ortogonale alla superficie e diretto verso
l’esterno, E·n̂ è positivo e quindi il contributo è positivo e massimo;
se invece il campo è diretto verso l’interno, è negativo e massimo;
se E è parallelo alla superficie scelta, cioè ortogonale a n̂, E·n̂=0 e il
contributo è nullo; e così via per tutte le possibilità intermedie. Il
flusso totale è la somma di tutti i contributi.
In realtà non calcoleremo mai veramente l’integrale; sfruttando
la simmetria, ci metteremo invece in condizione di asserire che il
campo elettrico è costante in modulo e ha direzione nota su una
superficie opportuna, e ridurremo l’integrale al solo calcolo dell’area.
Naturalmente questo è possibile solo in casi specifici, ad esempio di
simmetria sferica o cilindrica.

1.4.1 Simmetria sferica: carica puntiforme


Consideriamo una carica puntiforme e scegliamo come superficie S
una sfera di raggio r centrata su di essa. Il sistema è sferico, e per
simmetria (e come sappiamo già) il campo punta radialmente (lungo
il versore r̂) verso l’esterno a partire dal punto dove siede la carica,
e a ogni data distanza dalla carica il suo modulo E è costante. Si ha
allora
I I I I
E · dA = E r̂ · dA = E r̂ · n̂ dA = E dA = 4πr2 E.
S S S S

La seconda eguaglianza usa la definizione di elementino di area orien-


tata; la terza uguaglianza usa il fatto che r̂ e n̂ sono ortogonali in ogni
punto alla superficie della sfera e sono quindi paralleli (l’angolo tra di
essi è zero), e il loro prodotto scalare è r̂·n̂=|r̂||n̂| cos α=1×1×1 =1. La
quarta eguaglianza dice semplicemente che la somma (integrale) di
tutti gli elementini infinitesimi di area della sfera danno l’area della
sfera stessa. Da Eq.1.10,

Q Q
4πr2 E = Q/ε 0 ⇒ E = = kC 2 ,
4πε 0 r2 r

di nuovo il campo della carica puntiforme già visto in precedenza.

1.4.2 Simmetria cilindrica: filo


Consideriamo un filo indefinitamente esteso di densità di carica linea-
re λ. Scegliamo come superficie gaussiana (Figura 1.12) un cilindro
il cui asse coincide con il filo, di altezza ` e raggio r. La simmetria è
cilindrica, perciò il campo è uguale su tutti i punti della superficie
laterale del cilindro, e punta in direzione ortogonale al filo e quindi
Figura 1.12: Filo e superficie gaussiana alla superficie laterale stessa. Le superfici terminali in alto e in basso
relativa.
non contribuiscono alcun flusso, dato che su di esse E è ortogonale
alla normale alla superficie e quindi E · dA=0. Per la legge di Gauss
fisica 2 11

si ha, ricordando che la superficie laterale è Al =2π r `,


I
E · dA = Al E = 2π r ` E = λ`/ε 0 = Q/ε 0 ,
S

e quindi
λ λ
E= = 2k C , (1.11)
2πε 0 r r
lo stesso risultato ottenuto in precedenza, con molto maggiore diffi-
coltà, tramite il principio di sovrapposizione.

1.4.3 Simmetria sferica: sfera uniformemente carica


Consideriamo ora una sfera carica di raggio R, con densità di carica
ρ>0 costante per r ≤ R e nulla per r > R. Scegliamo una superficie
gaussiana sferica di raggio r > R. Come prima, il sistema è sferico e
quindi il campo elettrico è costante ovunque sulla superficie di una
generica sfera concentrica con la sfera carica, e punta verso l’esterno.
Dunque si ha
I I
ε 0 E 4πr2 = ρ dV = ρ dV = ρVR = Q,
Vr VR

dove si è indicato che l’integrale sul volume Vr della sfera gaussiana e


su quello VR della sfera carica coincidono, poichè ρ=0 fuori dal raggio
R. Quindi
Q
E= ,
4πε 0 r2
esattamente come una carica puntiforme. Da come abbiamo fatto il
calcolo, si capisce che ogni sistema sferico ha questa proprietà: il cam-
po all’esterno di una superficie che comprenda tutta la distribuzione
di carica è lo stesso di quello di una carica puntiforme posta al centro
del sistema stesso. In assenza di carica, non c’è campo.
La legge di Gauss ci permette anche di valutare il campo all’interno
della sfera carica. Se scegliamo infatti una sfera di raggio r minore di
R abbiamo Figura 1.13: Campo di una sfera
uniformemente carica.
I
Vr Vr  r 3
ε 0 E 4πr2 = ρ dV = ρVr = (ρVR ) =Q =Q ,
Vr VR VR R

il che mostra la carica che conta è solo quella all’interno della sfera
gaussiana di raggio r, ora interna a quella carica di raggio R. Dunque

Qr
E= ,
4πε 0 R3

che aumenta linearmente dall’origine verso la superficie della sfe-


ra. Esattamente sulla superficie della sfera, i due risultati calcolati
all’esterno e all’interno coincidono.

1.4.4 Simmetria sferica: guscio


Altro esempio sferico è il guscio, da immaginare come consistente
nella sola superficie di una sfera cava e con carica Q sulla superficie
12

stessa. Scegliamo una sfera gaussiana di raggio maggiore di quello


del guscio; con i soliti ragionamenti,

Q
ε 0 E 4πr2 = Q ⇒ E = ,
4πε 0 r2

cioè ritroviamo, come atteso per tutti i sistemi sferici, il campo della
carica puntiforme. Se scegliamo una sfera gaussiana di raggio minore
di quello del guscio, al suo interno non c’è nessuna densità di carica,
quindi
ε 0 E 4πr2 = 0 ⇒ E = 0.
Dunque fuori da un guscio sferico il campo è quello di una carica
puntiforme, e al suo interno il campo è nullo. Quest’ultimo fatto
rimane vero in tutti i casi in cui la carica si localizza alla superficie
di un corpo, il che tipicamente avviene per corpi conduttori, come
discutiamo più oltre; si tratta del fenomeno della gabbia di Faraday.

1.4.5 Simmetria sferica: sfera carica con densità non costante


Consideriamo ora una distribuzione di carica sferica, ma di densità
non omogenea. La legge di Gauss permette di calcolare il campo
come per gli altri casi sferici, ma in questo caso la carica contenuta
nella superficie gaussiana va calcolata esplicitamente. Infatti, la carica
al secondo membro di Eq.1.10 si può riscrivere come la somma (in-
tegrale) di cariche infinitesime espresse come in precedenza (Eq.1.6)
I
QS = ρ dV (1.12)
VS

dove l’integrale è sul volume compreso nella superficie S. La legge di


Gauss si può quindi riscrivere

1
I I
E · dA = ρ dV (1.13)
S ε0 VS

Questo permette di studiare il campo elettrico generato da distribuzio-


ni di carica diverse da cariche puntiformi, anche complicate, purchè
dotate di sufficiente simmetria. La densità che scegliamo è
 r α
ρ ( r ) = ρ (r ) = ρ0 r≤R
R
=0 r > R, (1.14)

dove ρ0 è una costante e α un intero non negativo. Per α=0 ritroveremo


il caso della sfera uniformemente carica. Come indicato, ρ è funzione
della sola distanza r dal centro della sfera, perchè deve essere sferica,
e cioè uguale (per un dato r) in qualunque direzione, e quindi non
può dipendere dagli angoli. Per fare l’integrale al secondo membro
della legge di Gauss, conviene scegliere le coordinate polari sferiche
(r, θ,φ) rappresentate in Fig.1.14. Il differenziale di volume in queste
coordinate risulta esere

dV = r2 dr sin θ dθ dφ,

Figura 1.14: Coordinate polari sferiche.


fisica 2 13

il cubetto svasato in Figura. Esplicitando le dipendenza dalle coordi-


nate, e scegliendo una superficie gaussiana sferica di raggio r g ≥ R si
ha che la carica di questa sfera disomogenea (da cui il pedice d) è
I Z rg Z π Z 2π
Qd = ρ(r) dV = dr r2 ρ(r ) dθ sin θ dφ
V 0 0 0
Z rg Z R  r α Z R
4πρ0
= 4π dr r2 ρ(r ) = 4πρ0 dr r2 = dr r2+α
0 0 R Rα 0

poichè i due integrali sugli angoli valgono 2 e 2π rispettivamente,


come si può verificare facilmente, e ρ dipende solo da r. L’integrale
su r ha limite superiore R dato che la funzione ρ è zero per r > R. È
un semplice integrale di una potenza,
Z R
4πρ0 4πρ0 h 3+α i R 4πρ0
Qd = dr r2+α = r = R 3+ α
Rα 0 (3 + α ) R α 0 (3 + α ) R α
4πR3
= ρ0 .
(3 + α )
Dunque la carica è un po’ minore di quella di una sfera omogenea-
mente carica, come ci si aspetta dal fatto che (r/R)α <1 per r < R. Il
campo si ottiene (indicando ora il raggio della sfera gaussiana con r)
dalla legge di Gauss,

4πR3
4πr2 E = ρ0
ε 0 (3 + α )
e quindi
4πR3 ρ0 Q
E= = k C 2d .
4πε 0 (3 + α)r2 r
Dunque se la sfera gaussiana comprende tutta la sfera carica il campo
è di nuovo quello di una carica puntiforme, pari a quella della sfera
carica e posta al centro della sfera stessa (che si conferma risultato
generale per tutti i sistemi sferici).
Se ora ci poniamo all’interno della sfera carica, cioè scegliamo
r g ≤ R, l’integrale fatto qui sopra diventa
Z rg
4πρ0 4πρ0 h 3+α ir g
Qg = dr r2+α = r
Rα 0 (3 + α ) R α 0

4πρ0 4πR 3  rg  3 + α  r 3+ α


g
= r 3+ α = ρ0 = Qd
(3 + α ) R α g (3 + α ) R R
Figura 1.15: La funzione (x/R)α per
diversi valori di α.
ovvero la carica compresa nella sfera gaussiana è una certa frazione
della carica totale, e ambedue (la carica totale e la frazione) dipendono
da α. Ora perciò il campo elettrico in r=r g , e quindi a un generico r
dentro la sfera carica, è
k k  r 3+ α r  r α
E = C2 Q g = C2 Qd = k C Qd 3
r r R R R
che è uguale al campo interno alla sfera omogenea, ma moltiplicato
per un fattore dipendente da α, cioè dalla forma della densità. Se
scegliamo α=0, otteniamo di nuovo il campo lineare all’interno della
sfera omogenea:
r
E = k C Qd 3 .
R
14

Notiamo che se α=0, la carica Qd è di nuovo ρ0 per il volume della sfe-


ra come detto in precedenza. Se α è molto grande la funzione (r/R)α
è pressochè zero fino vicinissimo a r ∼ R, dove sale velocissimamente
a 1. Ad esempio, posto α=50, a r/R=0.9 si ha (r/R)50 '0.005, ma se
r/R=0.99 si ha (r/R)50 '0.6. Quindi per grande α il nostro sistema
diventa asintoticamente simile a un guscio.

1.4.6 Simmetria cilindrica: piano carico


Studiamo ora il campo elettrico generato da un piano carico con den-
sità di carica areale σ, e indefinitamente esteso: con il che si intende
in pratica che i bordi del piano sono abbastanza lontani dalla regione
di nostro interesse da non influenzare il campo apprezzabilmente. È
chiaro che, per simmetria, in ogni punto di fronte al piano il campo
punta lungo la normale al piano stesso, dato che tutti i contributi nella
direzione trasversa alla normale si cancellano (ovviamente se il piano
fosse limitato questo sarebbe vero solo approssimativamente, e con
non troppo buona approssimazione per piani di piccola dimensione
laterale, o vicino ai bordi stessi).
Assumiamo per il momento che il materiale di cui è fatto il piano
sia isolante. Da Fig.1.16, considerata la simmetria di cui si diceva, si
vede che possiamo applicare la legge di Gauss usando come superficie
gaussiana un cilindro di raggio r con l’asse ortogonale al piano. Il
Figura 1.16: Due viste del cilindro gaus-
siano usato per il cacolo del campo di
flusso del campo avviene solo attraverso le due superfici terminali
un piano carico. del cilindro, che sono cerchi, e la carica è quella compresa nel cilindro
stesso; risulta dunque
I
σ
ε0 E · dA = 2πr2 E = Q = σπr2 ⇒ E= ,
S 2ε 0

cioè che un piano di carica genera dai due lati un campo uniforme e
costante, e sempre uguale anche a grandi distanze (purchè, natural-
mente, dei piani si possano ancora trascurare i bordi). Il campo punta
via dal piano o verso il piano stesso a seconda del segno, positivo o
negativo rispettivamente, della densità di carica areale.
Se consideriamo due piani paralleli con carica uguale e di segno
opposto (Fig.1.17), da quanto appena discusso si vede subito che, tra
Figura 1.17: Campo di una coppia di
i due piani, il campo del piano positivo e quello del piano negativo
piani carichi. sono paralleli alla normale ai piani x̂, e sono inoltre paralleli tra loro,
dato il cambio di segno di quello del piatto negativo. All’esterno della
regione tra i piani, i campi sono invece opposti e si cancellano. Ne
risulta che il campo tra due piani carichi è pari a
σ
E = x̂
ε0

con x̂ il versore che va dal piano positivo al negativo, e all’esterno dei


piani è nullo (avremmo potuto ottenere questo ultimo risultato con
un cilindro gaussiano comprendente tutti e due i piani).
Nel caso di piani paralleli conduttori, il risultato è lo stesso, ma
risulta da una situazione diversa e più sottile. Il campo elettrico all’in-
terno di un conduttore è zero e quindi la carica libera aggiunta a un
fisica 2 15

conduttore deve disporsi sulla superficie (daremo più dettagli nella


Sezione successiva). Il campo elettrico che essa genera all’esterno
è localmente ortogonale alla superficie (se non lo fosse, la circuita-
zione del campo non potrebbe essere zero), quindi in particolare
perpendicolare al piano in esame.
Se una lastra conduttrice viene caricata, ognuna delle sue due
superfici acquisirà la stessa densità di carica σ1 (Figura 1.18) pari a
metà della densità totale σ fornita. I campi dai due lati, uguali ed
opposti, avranno modulo |E|=σ1 /ε 0 . Per una lastra carica di segno
opposto, varrà lo stesso discorso con direzioni dei campi invertite. Se
ora affacciamo le due lastre una contro l’altra, la carica dell’una
attirerà quella opposta dell’altra, e tutta la carica di ambedue le lastre
comparirà sulle loro facce interne. Applicando la legge di Gauss a
una o all’altra delle due superfici che si affacciano sullo spazio interno
alle lastre (essendo il campo nullo all’interno delle lastre), si ottiene Figura 1.18: Campo presso un piano
conduttore.
che in quello spazio
2σ σ
E = x̂ 1 = x̂
ε0 ε0
con x̂ la normale alla superficie che punta dal piano positivo a quello
negativo.

1.4.7 E in due dimensioni ?


È interessante chiedersi come si realizzerebbe la legge di Gauss in
uno spazio 2D. Matematicamente, in D dimensioni il flusso si calcola Figura 1.19: Campo tra due piani
attraverso una superficie di dimensione D–1, cioè per D=2 il flusso conduttori.

è attraverso una linea che contenga (quella che supponiamo per ora
essere) una carica, w. Con gli stessi argomenti di simmetria usati
prima, la legge di Gauss direbbe
I I I I
E · dl = E r̂ · dl = r̂ · n̂ dl = dl = 2πrE,
L L L L

dove è sottinteso che dl=n̂ dl è ortogonale alla linea stessa. La super-


ficie attraverso cui il campo fluisce è ora una linea, e la sua ’area’ è la
lunghezza del cerchio. Ne risulta il campo
w w
2πrE = w/ε 0 ⇒ E = = 2k C ,
2πε 0 r r

un comportamento alquanto diverso che in tre dimensioni. Come


vedremo in Sez.1.8.4, a questo campo corrisponde un potenziale
logaritmico, invece che proporzionale a 1/r come per una carica
puntiforme in 3D. Questo argomento (matematicamente corretto) è
confermato dal calcolo numerico: in Figura 1.20, il potenziale di un
“dipolo" in 2D ottenuto numericamente si confronta molto bene con
un potenziale logaritmico, molto meno (anzi, per niente) con uno 1/r
(il caso del dipolo permette di confrontare i potenziali lontani dal
bordo, dove quello numerico è posto a zero).
Per aumentare la complicazione, c’è un problema di dimensioni
fisiche: vogliamo che F=qE sia una forza in N, e che l’energia poten- Figura 1.20: Vista in sezione 1-D del
ziale sia effettivamente un’energia. Una possibile soluzione è asserire potenziale calcolato integrando numeri-
camente l’equazione di Poisson in 2D,
confrontato con la versione 1/r e quella
logaritmica.
16

che le dimensioni della costante ε 0 sono Nm/C2 invece che Nm2 /C2 ;
ma modificare una costante caratteristica delle unità di misura non
è consigliabile in linea di principio, e inoltre causerebbe problemi
dimensionali in D 6=2. L’altra possibilità, più ragionevole, è asserire
che w non è una carica, ma una densità di carica lineare. In questa
ipotesi, infatti, il campo è proprio quello (Eq.1.11) di un filo di densità
lineare w che attraversi ortogonalmente, à la Flatland, il nostro spazio
2D.

1.5 Legge di Gauss e prima equazione di Maxwell

La legge di Gauss come formulata qui sopra è equivalente alla espres-


sione di Coulomb per l’interazione tra cariche. Questo è un fatto
empirico. I risultati ottenuti con Gauss, peraltro, sono identici a quelli
ottenuti con il principio di sovrapposizione (vedi sopra). Dove è
possibile applicarla, la legge di Gauss è però molto più veloce e facile
da usare.
Un limite pratico della legge di Gauss, Eq. 1.10, è che stiamo
cercando di estrarre E dal suo integrale. Normalmente l’integrazione,
in quanto operazione di media, diminuisce l’informazione sull’inte-
grando. Gauss è perciò utile solo in casi simmetrici, e non in generale.
Esiste un’altra versione (detta differenziale) della stessa legge che
permette di ottenere le componenti di E ovunque date opportune
condizioni al contorno.
Un teorema di calcolo differenziale vettoriale, detto “della diver-
genza”, che enunciamo senza dimostrazione, asserisce che per un
vettore generico u
I I
u · dA = [div u] dV, (1.15)
S VS

cioè il flusso del vettore u attraverso la superficie S (che abbiamo già


incontrato in precedenza) è uguale all’integrale sul volume contenuto
in S di una quantità nota come divergenza. L’espressione “div u” indica
appunto l’azione su u di un operatore, detto divergenza, definito come

∂u x ∂uy ∂uz
+
div u = + . (1.16)
∂x ∂y ∂z
Con ∂ f /∂y etc. abbiamo indicato la derivata parziale rispetto a y di
una funzione di più variabili f (x, y, ...): è la stessa cosa di una derivata
normale rispetto ad y calcolata però tenendo fisse le altre eventuali
variabili. Un operatore, poi, è una “macchina” matematica che prende
una quantità (scalare o vettoriale) e la trasforma in un’altra (scalare o
vettoriale). La divergenza trasforma, come si vede, un vettore in uno
scalare. Ora notiamo che le Eq.1.13 e 1.15 sono identiche ponendo
u=E,
1
I I I I
E · dA = ρ dV ⇐⇒ u · dA = [div u] dV,
S ε0 VS S VS

se vale (cfr. secondo membro della seconda equazione)


ρ
div E = . (1.17)
ε0
fisica 2 17

Esplicitamente, in coordinate cartesiane,

∂Ex ( x, y, z) ∂Ey ( x, y, z) ∂Ez ( x, y, z) ρ( x, y, z)


+ + = .
∂x ∂y ∂z ε0

Siccome ρ è una funzione data, da questa equazione differenziale è


possibile ottenere, sotto opportune condizioni, le componenti di E in
casi anche non simmetrici, eventualmente con soluzione numerica. In
sintesi,
1
I I
ρ
div E = ; E · dA = ρ dV (1.18)
ε0 S ε0 VS

è la prima equazione di Maxwell, appunto la prima di quattro equa-


zioni che descrivono tutti i fenomeni elettromagnetici, in forma diffe-
renziale (Eq.1.17) e integrale (Eq.1.13). Una formulazione equivalente
è quella che conduce all’equazione di Laplace-Poisson, discussa in
Sez.1.8.1, per il potenziale elettrico, che ora introduciamo.

1.6 Energia potenziale e potenziale elettrico

Le forze sono tipicamente associate al lavoro che compiono spostando


una massa, dato dal prodotto scalare del vettore forza e del vettore
spostamento. L’azione delle forze può mettere un corpo in condizione
di svolgere a sua volta un lavoro, dotandolo di energia potenziale: ad
esempio, un maglio che viene sollevato ha molta energia potenziale
che è pronto a usare per cadere a deformare una lastra d’acciaio. Le
forze elettriche non fanno eccezione, considerato che i corpi carichi,
microscopici o macroscopici, in natura sono tutti dotati di massa.
È quindi utile, come si capirà meglio in seguito, definire l’energia
potenziale di una carica nel campo di forze di Coulomb di altre
cariche, e il potenziale elettrico associato a un campo elettrico. Come
vedremo la relazione tra energia e potenziale è strettamente analoga
a quella tra forza e campo.
Consideriamo una carica puntiforme Q fissa, e una carica di prova
q0 nel punto iniziale i di una traiettoria di moto a distanza ri . Ci chie-
diamo qual’è l’energia acquistata da q0 se la portiamo, effettuando
un lavoro contro la forza elettrostatica (scegliamo ambedue le cariche
positive per semplicità), al punto finale f a distanza r f . Essendo il
sistema sferico scegliamo una traiettoria lungo un raggio che con-
giunge le cariche. L’energia acquistata dal sistema è il lavoro da noi
effettuato contro la forza elettrica, con il segno cambiato. L’elemento
differenziale di percorso è opposto al versore del raggio proveniente
da Q, che è anche la direzione della forza elettrica: d~`=–r̂ dr.
Z f Z f
∆U = − F · d~` = F · r̂ dr
i i
Z f Z r
f dr
= − Fc · r̂ dr = −k C Qq0
i r2
ri
 r f !
1 1 1
= k C Qq0 = k C Qq0 − . (1.19)
r ri rf ri
18

Ovviamente, questa è una differenza di energia, come dev’essere in


generale. Tuttavia, se supponiamo che ri →∞, cioè assumiamo come
configurazione di riferimento le due cariche a grandissima distanza
mutua e quindi non interagenti, otteniamo una energia potenziale
“assoluta”
Q
U = k C q0 ,
r
dove abbiamo chiamato r il punto di arrivo r f . Notiamo che se le
cariche sono di segno concorde, l’energia aumenta quando esse si
avvicinano; se sono discordi, l’energia scende se si avvicinano, in
accordo con il fatto che la forza elettrica è attrattiva in quel caso.
L’energia che abbiamo calcolato è formalmente un singolo valore
scalare, relativo alla specifica carica q0 e alla specifica posizione r f .
In analogia a quanto fatto per forza e campo elettrici, anche qui
possiamo astrarre dalla carica di prova, e definire il potenziale elettrico

V = U/q0 ,

e immaginando di conoscere o poter calcolare il suo valore in tutti


i punti r dello spazio. In questa visione, V è un campo scalare
generato da Q che fornisce l’energia elettrostatica di una particella di
qualunque carica posta in un punto generico nello spazio, in stretta
analogia con il campo elettrico (vettoriale) che fornisce la forza su ogni
particella di data carica in un dato punto. Si intuisce, e vedremo degli
esempi, che anche qui possiamo usare un principio di sovrapposizione
come nel caso del campo elettrico.
Essendoci una relazione tra forza ed energia, c’è ovviamente anche
una relazione tra campo elettrico e potenziale. Abbiamo visto poco fa
che Z f
U f − Ui = − Fc · dr,
i
quindi, essendo Fc /q0 =E e U/q0 =V, abbiamo anche
Z f
Vf − Vi = − E · dr (1.20)
i
oppure, dimenticando la natura iniziale e finale dei punti i e f ,
Z B
VA − VB = E · dr, (1.21)
A
che è mnemonicamente più comodo (niente segni, niente carica di
prova). Chiaramente, se i punti A e B coincidono, ovvero se il percorso
L su cui si integra è chiuso, si ha
I
E · dr = 0. (1.22)
L
Questo integrale chiuso è detto circuitazione. L’affermazione che la
circuitazione del campo elettrico è nulla costituisce la seconda equa-
zione di Maxwell in forma integrale. L’annullarsi della circuitazione
di un campo indica, come nella meccanica, che il campo è conserva-
tivo. Indica anche che il campo è laminare, ovvero “fluisce”, e non
ha componenti “rotazionali”. Questo asserto può essere formulato in
forma differenziale, analogamente alla prima equazione di Maxwell,
come mostreremo tra poco.
fisica 2 19

1.7 Linee equipotenziali

Come detto nella Sezione precedente, il campo elettrico è conserva-


tivo, cioè l’integrale di percorso del campo elettrico tra due punti
distinti non dipende dal percorso, ma solo dai punti iniziale e finale,
analogamente alla energia potenziale in un campo di forze gravita-
zionale, per esempio. Questa indipendenza dal percorso deriva dal
fatto che i contributi infinitesimi E·dr dipendono dall’orientazione
relativa di E e dello spostamento, e possono essere positivi o negativi
se lo spostamento è concorde o discorde con E, oppure nulli se E e lo Figura 1.21: Linee equipotenziali.
spostamento sono ortogonali (Figura 1.21).
Se ora ci muoviamo lungo una linea tale che tutti i contributini E·dr
sono nulli, l’integrale di percorso e quindi la differenza di potenziale
tra qualunque punto della linea è zero, quindi il potenziale non
cambia: si tratta perciò di una linea equipotenziale; per costruzione il
Figura 1.22: Linee equipotenziali e
campo elettrico è ovunque ortogonale alla linea equipotenziale (o più
campo elettrico di diverse distribuzioni
precisamente, ortogonale al vettore spostamento localmente tangente
la linea equipotenziale). Costruendo queste linee per diversi valori
del potenziale, si può mappare una specie di “paesaggio energetico”
per una carica di prova che vi si trovi (Fig.1.7 e 1.23). A regioni
piatte corrisponde campo elettrico piccolo o nullo, a regioni con forte
variazione corrisponde campo elettrico grande.
Dalla definizione di linea equipotenziale come ortogonale al cam-
po elettrico, si intuisce (pensiamo a un tratto di sentiero alpino che si
snodi orizzontalmente, ortogonale alle pendici della montagna) che il Figura 1.23: Vista 3D del potenziale di
campo deve indicare una direzione di massima pendenza del potenziale. un dipolo elettrico.

Inoltre, essendo il potenziale (o una sua differenza) l’integrale del


campo elettrico, il campo stesso sarà verosimilmente legato a una
derivata del potenziale. Queste due considerazioni si possono forma-
lizzare, e producono una forma utile per ottenere il campo dato il
potenziale.
Supponiamo di avere una differenza di potenziale infinitesima
dV=Vf −Vi tra due punti i e f separati da una distanza ds. Possiamo
Figura 1.24: Schema di variazione del
scrivere questa differenza come uno sviluppo in serie al primo ordine
potenziale.

∂V ∂V ∂V
dV = dx + dy + dz. (1.23)
∂x ∂y ∂z

D’altra parte, dV è pure esprimibile come un contributo infinitesimo


all’integrale di percorso del campo elettrico (Eq.1.21). Siccome il
differenziale di percorso può essere scritto

ds = x̂ dx + ŷ dy + ẑ dz

e, per definizione,
E = x̂Ex + ŷEy + ẑEz ,

l’elementino è

dV = −E · ds = −E · (x̂ dx + ŷ dy + ẑ dz) = − Ex dx − Ey dy − Ez dz.


20

Confrontando con Eq.1.23 abbiamo dunque che

∂V ∂V ∂V
E = −x̂ − ŷ − ẑ
∂x ∂y ∂z
∂ ∂ ∂
= −[x̂ + ŷ + ẑ ] V ≡ −grad V ≡ −∇V (1.24)
∂x ∂y ∂z

dove abbiamo definito l’operatore gradiente. Il campo elettrico è perciò


(meno) il gradiente del potenziale elettrico, cioè indica la direzione
di discesa in massima pendenza locale, così come la forza di gravità
per il potenziale gravitazionale – in effetti, ogni forza per il proprio
potenziale. Questo operatore gradiente si scrive anche come indicato
dall’ultima equaglianza in Eq.1.24 come “nabla vi”. Il nome “nabla”
viene dal greco antico per “arpa” e dalla somiglianza grafica.
L’associazione del gradiente e del potenziale come pendenza locale
di un paesaggio è visualizzata in Figura 1.25 e 1.26 (ricordiamo che i
vettori sono il gradiente, mentre il campo è il gradiente con il segno
Figura 1.25: Gradiente. negativo). In sostanza, a livello visuale, il potenziale generato da una
carica viene visto come una “montagna” da una carica di prova di
segno concorde. Questa carica può essere fatta “salire” a costo di
un lavoro, oppure può “discendere” acquistando energia cinetica; la
forza elettrica sulla carica di prova è repulsiva, e il campo elettrico
indica la direzione di discesa in massima pendenza dalla montagna
di potenziale. Se le cariche sono discordi, invece, la forza sulla carica
Figura 1.26: Gradiente-2.
di prova è attrattiva, e il potenziale è visto come un “imbuto” della
stessa forma della montagna, ma ora rovesciata; il campo elettrico
indica ora la direzione di discesa di massima pendenza dentro il
potenziale attrattivo. (Un po’ come l’Inferno e il Purgatorio danteschi,
topologicamente complementari all’altro.)
Come esempio semplice del calcolo del campo elettrico a par-
tire dal potenziale consideriamo di nuovo la carica puntiforme. Il
potenziale è
Q
V (r ) = k C .
r
Sarebbe molto complicato usare coordinate cartesiane, quindi adot-
tiamo le coordinate sferiche; i versori sono r̂, θ̂, φ̂, e il gradiente
è
∂V ∂V
−E = ∇V = r̂ + [...] θ̂ + [...] φ̂ = r̂.
∂r ∂r
I complicati termini (che abbiamo omesso) contenuti nelle parentesi
sono proporzionali alle derivate rispetto a θ e φ, e quindi sono zero
dato che V dipende solo da r. Facendo la derivata, si ha che

Q
E = kC r̂,
r2
come già sapevamo.
L’unità di misura del potenziale é il Volt (in onore di Alessandro
Volta), ed essendo le dimensioni quelle di [energia]/[carica], 1 V =
1 J/C. Poichè abbiamo visto che le dimensioni fisiche del potenziale
sono anche [campo]×[distanza], possiamo misurare il campo elettrico
in Volt/metro (V/m), che è l’unità più usata in pratica.
fisica 2 21

Supposto dato il potenziale V in ogni punto, Eq.1.24 ci fornisce


direttamente il campo elettrico. Risulta che, analogamente al campo,
il potenziale può essere calcolato a partire dalla densità di carica.
Dunque date le cariche possiamo ottenere il potenziale e da esso il
campo.

1.8 Calcolo del potenziale

Come accennato, si può ottenere il potenziale in varie maniere.

1.8.1 Potenziale dalla carica, caso generale (versione differenziale)


Unendo la prima equazione di Maxwell, Eq.1.18, e la definizione di
campo elettrico, Eq.1.24, si ha

ρ/ε 0 = div E = −div gradV = −∇ · ∇V.

Ricordando la definizione dell’operatore ∇, pure in Eq.1.24, si ha


∂2 ∂2 ∂2
∇ · ∇ ≡ ∇2 = ( + + ),
∂x2 ∂y2 ∂x2
e quindi
∂2 V ∂2 V ∂2 V
2
+ 2 + 2 = −ρ/ε 0 (1.25)
∂x ∂y ∂x
che è l’equazione di Poisson. Una soluzione, che fornisce diretta-
mente il potenziale in ogni punto di un dato dominio, è data in
forma integrale da Eq.1.29, che deriveremo nella Sezione successiva.
L’equazione è comunque risolvibile anche direttamente sotto appro-
priate condizioni al contorno. Come esempio, consideriamo un caso
unidimensionale riscrivendo l’equazione come

−u00 ( x ) = f ( x )

nel dominio x∈(0,1) con f (x)=cos πx e le condizioni al contorno

u(0) = u(1) = 0.

Integrando una volta si ha


Z x Z x  x Figura 1.27: Potenziale e carica del
0 sin πy problema 1D.
u = f (y) dy + c1 = cos πy dy + c1 = − + c1
0 0 π 0
 
1 cos πy 1
= − + + c1 (1.26)
π2 π π
e integrando ancora si ha
Z x  
sin πy cos πx
u= − + c1 dy = + c1 x + c2 . (1.27)
0 π π2
Le due costanti (l’equazione è del secondo ordine) sono determinate
imponendo le condizioni al contorno, e il risultato finale è
cos πx 2x 1
u= + 2 − 2.
π2 π π
Le funzioni f ed u, cioè la densità di carica e il potenziale risultante,
sono in Figura 1.27.
22

1.8.2 Potenziale ed energia dalla carica, caso generale (versione


integrale)
Un altro modo di calcolare il potenziale è usare il principio di sovrap-
posizione in analogia a quanto fatto con il campo elettrico. (Questa è
una versione integrale dell’equazione di Poisson appena vista.) Dato
che la complessità del calcolo è analoga, a volte è conveniente ottenere
il potenziale piuttosto che il campo.
Come fatto per il campo, supponiamo sia data una densità di
carica ρ0 (r0 )=ρ0 (x 0 ,y0 ,z0 ) localizzata in una certa regione di spazio. In un
volumetto infinitesimo in r0 sarà localizzata una carica dq0 =ρ0 (x 0 ,y0 ,z0 )
dx 0 dy0 dz0 , che possiamo considerare puntiforme. Ci poniamo nel
punto r=(x,y,z) e notiamo che, in base a quanto discusso in precedenza
per la carica puntiforme, il potenziale ivi generato da dq0 è

dq0 ρ0 (r0 )dr0


dV ( x, y, z) = kC = k C (1.28)
|r − r0 | |r − r0 |
ρ0 ( x 0 , y0 , z0 ) dx 0 dy0 dz0
= kC
|r − r0 |
ρ ( x 0 , y0 , z0 ) dx 0 dy0 dz0
0
= kC p .
( x − x 0 )2 + ( y − y 0 )2 + ( z − z 0 )2

Integrando ora su tutti gli elementini di carica si ottiene

ρ0 ( x 0 , y0 , z0 )
Z Z Z
V ( x, y, z) = k C dx 0 dy0 dz0 p ,
( x − x 0 )2 + ( y − y 0 )2 + ( z − z 0 )2

o più sinteticamente

ρ0 (r0 )
Z
V (r) = k C dr0 (1.29)
|r − r0 |

che chiaramente è il potenziale nel punto r generato da tutti i contri-


buti provenienti dai punti r0 dove è sita la densità di carica generatrice.
Espressioni analoghe e più semplici possono essere scritte per il caso a
1 o 2 dimensioni. In generale, per quanto ci riguarda, useremo questa
espressione solo occasionalmente, ma concettualmente il suo uso non
è più difficile di quello della espressione per il campo elettrico che
abbiamo visto in precedenza.
L’idea appena sviluppata può essere usata utilmente per ottenere
l’energia elettrostatica di due sistemi di carica descritti da due qual-
siasi densità di carica ρ0 e ρ. L’energia elettrostatica di due cariche
puntiformi è semplicemente il potenziale generato da una delle due
cariche moltiplicato per la seconda carica. Per distribuzioni di carica
generali, possiamo usare l’espressione Eq.1.28 del potenziale generato
in r dalla densità di carica ρ0 (r0 ) posta in r0 , moltiplicarla per la carica
ρ(r) dr presente nel volumetto dr posto in r, e ottenere

dq0 dq ρ0 (r0 )ρ(r) dr0 dr


dU = dq dV = k C 0
= kC .
|r − r | |r − r0 |

Essendo il prodotto di due differenziali di carica, dU è un doppio


differenziale, e l’energia si ottiene con una doppia integrazione, sia
fisica 2 23

su r0 che su r:

ρ0 (r0 )ρ(r)
ZZ Z
U = kC dr0 dr = dr ρ(r) V (r).
|r − r0 |

Questo U è un singolo numero, che quantifica l’energia totale elettro-


statica di interazione delle due cariche, che è peraltro (come mostra
il terzo membro) lo stesso dell’energia della carica di densità ρ nel
potenziale V generato da ρ0 (e viceversa). Questa energia è nota nel
contesto della teoria quantistica molecolare come energia di Hartree.

1.8.3 Potenziale dalla carica: filo carico finito

Come esempio di calcolo del potenziale dalla carica, consideriamo un


filo finito, carico con densità di carica lineare λ che si estende da − L a
L lungo x, e supponiamo che il punto dove calcoliamo il potenziale sia
ortogonale al centro del filo finito, che assumiamo avere coordinata
x=0. Dunque si ha dipendenza solo da y come in precedenza. La
somma dei contributi infinitesimi della carica è come al solito
Z L Z L
dx dx
V = kC λ = kC λ
−L r − L ( x2
+ y2 )1/2
 h i 
= k C λ ln ( x2 + y2 )1/2 + x − ln y |−LL
" p #
L + L2 + y2
= k C λ ln p .
− L + L2 + y2

Lo stesso risultato si può ottenere, come ora mostriamo, a partire dal


campo elettrico.

1.8.4 Potenziale dal campo elettrico: filo carico infinito

Come sappiamo, la differenza di potenziale è legata all’integrale


di percorso del campo elettrico. Nel caso del filo, si ha simmetria
cilindrica, e come noto il campo elettrico punta ortogonalmente al filo.
Usando il campo del filo infinito, si ottiene il potenziale
Z y2 Z y2
dy y2
V1 − V2 = E dy = 2k C λ = 2k C λ ln ( ).
y1 y1 y y1

Se y1 =y2 , la differenza di potenziale è zero. Si nota che andando da


un punto 1 a un punto 2 a maggiore distanza del filo, il potenziale
aumenta. Questo è naturalmente dovuto al fatto che il filo è infinito
e così, quindi, la sua carica. Il calcolo, un po’ più complicato, utiliz-
zando il campo per un filo finito di lunghezza L fornisce lo stesso
risultato ottenuto per sovrapposizione,
" p#
L2 + y2
L+
V (y) = k C λ ln p ,
− L + L2 + y2

che tende logaritmicamente a zero a grande y, come atteso per una


carica finita.
24

1.8.5 Potenziale dal campo elettrico: potenziale di un piano carico


Come riassunto in Fig.1.28, il potenziale tra due piatti piani e paralleli
si ottiene banalmente dall’integrale di percorso del campo. Il campo
è E=x̂σ/ε 0 , costante tra i due piatti, e quindi il potenziale
Z A Z x
Vx − VA = E · dx0 = − E dx 0 = − E( x − A)
x A

scende linearmente dal piatto positivo A verso quello negativo B, e in


particulare il calo di potenziale entro il condensatore è
Z A Z B
VB − VA = E · dx = − E dx = − E( B − A) = − Eh.
B A

All’esterno il campo è nullo, quindi il potenziale è costante. Attraverso


il sistema di piatti, che supponiamo essere a distanza mutua h, la
differenza di potenziale è quindi
σ
δV = − h.
ε0

dal piatto positivo al negativo. Questo risultato ha immediata appli-


cazione, ad esempio, nei capacitori.

1.8.6 Potenziale dal principio di sovrapposizione: dipolo


Altro caso semplice in cui possiamo utilizzare il principio di sovrappo-
sizione per ottenere il potenziale e da esso il campo è quello del dipolo
elettrico. Il dipolo è costituito da una coppia di cariche opposte ma
con lo stesso modulo q, poste a distanza mutua d. La quantità “dipolo
elettrico” di un sistema qualunque è, per estensione, un vettore
Figura 1.28: Campo e potenziale tra una
coppia di piani carichi. p = qd

dove d ha modulo d e punta convenzionalmente dalla carica negativa


a quella positiva.
Il potenziale del dipolo è la somma di quelli delle due cariche co-
stituenti. Supponendo che rp e rn siano le distanze del punto dove cal-
coliamo il potenziale dalle cariche positiva e negativa, rispettivamente,
abbiamo
rn − rp
   
1 1
V (r ) = k C q − = kC q .
rp rn rp rn
Supponiamo ora che r p , rn d, cosicchè definendo una distanza r dal
centro del dipolo al punto di osservazione possiamo approssimare
r p ∼rn ∼r. Chiamiamo poi θ l’angolo tra l’asse del dipolo e la direzione
congiungente il centro del dipolo al punto di osservazione, e contiamo
r da quel punto. Si ha allora

rn − rp ' d cos θ e rp rn ' r2 .

Allora
rn − rp p · r̂
 
d cos θ p cos θ
Figura 1.29: Dipolo in campo elettrico V (r ) = k C q ' kC q = kC = kC 2 ,
rp rn r2 r2 r
fisica 2 25

il che significa che il potenziale cala più velocemente di quello della


carica (fatto generale per i multipoli di carica: più è alto il multipolo
più veloce la decrescita), e inoltre che il potenziale è modulato dall’o-
rientazione del dipolo rispetto al nostro punto di osservazione: se il
dipolo è "di traverso" rispetto alla nostra linea di vista, il potenziale è
zero, mentre se è allineato con essa è massimo.
Il campo elettrico può essere ottenuto da questo potenziale con
un po’ di fatica, e risulta essere

kC
E(r) = [3( p · r ) r − p ] .
r3
Il dipolo elettrico è importante perchè molto più comune del mono-
polo (la carica netta); ad esempio la molecola d’acqua non è carica,
ma è dipolare, e così moltissime altre specie molecolari. Inoltre, il
dipolo interagisce con un campo elettrico (Fig.1.29): il campo “tira” le
due cariche opposte in direzioni opposte e quindi fa ruotare il dipolo.
(Uno sketch di potenziale e campo del dipolo è mostrato in Sezione
1.7.)
La posizione di equilibrio è chiaramente quella parallela al campo.
Se l’angolo tra il campo esterno e il dipolo è θ, il momento torcente è

M = p × E = p E sin θ ẑ.

ll momento torcente (quindi la sorgente di campo elettrico) fa un


lavoro per portare p alla posizione di equilibrio; questo lavoro cam-
biato di segno è l’energia potenziale conferita al dipolo. Inversamente,
e più semplicemente, si può considerare il lavoro fatto idealmente
dal dipolo contro il momento torcente per aumentare l’angolo da
quello di equilibrio a un altro arbitrario, che dà direttamente l’energia
potenziale
Z θ Z θ
U= M dθ 0 = E p sin θ 0 dθ 0 = E p (1 − cos θ ).
0 0

Se θ=0 si ha un minimo, se θ=π si ha un massimo. Il primo caso


corrisponde al dipolo orientato parallelo al campo, e il secondo al
dipolo orientato antiparallelo: in quel caso la carica positiva si affaccia
verso le cariche generatrici positive, il che è chiaramente svantaggio-
so energeticamente. Se scegliamo lo zero dell’energia trascurando
la costante Ep, che non dipende dall’angolo, abbiamo una energia
potenziale
U = − E p cos θ = −p · E.

1.9 Seconda equazione di Maxwell

Come la prima equazione è stata ottenuta dalla legge di Gauss, si può


formulare la seconda equazione di Maxwell in forma differenziale
parallelamente alla legge della circuitazione, grazie a un teorema di
calcolo differenziale vettoriale che dice che il flusso del rotore di un
vettore attraverso una superficie è pari alla circuitazione del vettore
26

stesso su una linea che delimita la superficie. Per il campo elettrico


questo si scrive
I I
rot E · dA = E · dr. (1.30)
S L

Il rotore è un operatore che si applica a un vettore e produce un


altro vettore; il rotore di un campo vettoriale, cioè, è un vettore, e
precisamente

∂Ez ∂Ey ∂Ex ∂Ez ∂Ey ∂Ex


∇ × E = rot E = x̂( − ) + ŷ( − ) + ẑ( − ),
∂y ∂z ∂z ∂x ∂x ∂y

che è una specie di derivata “laterale” o “rotazionale” del vettore


in questione: ognuna delle componenti, ad esempio la x, dipende
dalle derivate delle altre componenti (Ey , Ez ) rispetto a variabili (z, y)
altre dalla x. Nonostante l’aspetto da robot d’acciaio, nei casi che ci
riguardano è molto semplice da usare. Ad esempio i campi mostrati
qui a lato hanno rotore, rispettivamente, nullo e proporzionale a –ẑ.
Eq. 1.30 dice che la circuitazione del vettore è pari al flusso del suo
rotore. Come si vede a occhio, nella Figura in basso il vettore circola
lungo la linea e ha rotore parallelo a −ẑ (obbedendo la regola della
vite di cui si parlerà a proposito del campo magnetico), e quindi con
flusso non-zero attraverso l’area delimitata dalla linea. In quella in
alto, invece, la circolazione del vettore sui diversi settori di linea si
compensa, annullandosi; nel contempo il rotore è nullo e quindi il
suo flusso è pure zero.
Se ora ricordiamo Eq.1.22, che dice che la circuitazione di E si
annulla, allora per Eq.1.30 anche il rotore di E si annulla. Alternativa-
mente possiamo osservare che il campo è il gradiente del potenziale
e che il rotore di qualunque vettore può essere scritto

rot E = ∇ × E.

Allora

rot E = ∇ × E = −∇ × ∇ V = 0

perchè ∇ è un vettore, e il prodotto vettoriale di un vettore per sé


stesso è zero. Detto diversamente, il rotore di un gradiente è sempre
Figura 1.30: Campi senza rotore (alto) e zero. Nel linguaggio della fluidodinamica, un gradiente è sempre
con rotore (basso). laminare e il rotore di un campo laminare è nullo, perchè il campo
laminare fluisce (come in un fiume in pianura) senza “arrotolarsi”
(come avviene invece in regioni turbolente). Otteniamo dunque la
seconda equazione di Maxwell per l’elettrostatica

I
rot E = 0; E · dr = 0 (1.31)
L

Questa versione, va notato, non è quella finale: non si applica infatti


in presenza di campi magnetici variabili nel tempo, a causa di effetti
di induzione elettromagnetica che discuteremo.
fisica 2 27

1.10 Capacità

La definizione di potenziale elettrico conduce naturalmente a quella


di capacità elettrica di un conduttore. La capacità quantifica la carica
immagazzinabile in sistemi di conduttori sottoposti a una differenza
di potenziale il potenziale V. Gli elementi circuitali dotati di capacità
si chiamano condensatori e sono parte essenziale di tutti i circuiti
elettrici. Preliminarmente alla definizione e calcolo della capacità,
discutiamo i materiali conduttori.

1.10.1 Conduttori

Sappiamo intuitivamente che i conduttori sono materiali (tipicamente


metalli) in cui, pur essendo mantenuta la neutralità complessiva, una
parte della carica è sostanzialmente libera di muoversi in risposta
all’azione di un campo elettrico, o, che è lo stesso, attraverso una
differenza di potenziale (da potenziale grande a potenziale piccolo).
I componenti microscopici della carica mobile (di solito, ma non
sempre, elettroni) trasformano la propria energia potenziale in energia
cinetica e prendono a muoversi ad alta velocità. Diciamo in questi
casi che fluisce una corrente (la definiremo meglio poi). Viceversa,
negli isolanti la corrente non fluisce: le cariche sono essenzialmente
legate ai nuclei e ne risulta al più una polarizzazione, ovvero uno
spostamento relativo (piccolo) della carica negativa elettronica rispetto
alla carica positiva nucleare.
In un conduttore, in presenza di un campo elettrico, la carica
libera si muove verso le superfici per schermarlo. Ne risultano cariche
nette non nulle alle superfici. In presenza di una carica positiva entro
un metallo, gli elettroni le si avvicinano per compensarla, lasciando
alla superficie carica positiva nella stessa quantità. In ognuno di Figura 1.31: Induzione di carica in un
conduttore.
questi casi, il campo elettrico all’interno di un conduttore è zero
(alla fine dei transienti necessari all’azione di schermo). Dunque
(lo si può mostrare con la legge di Gauss) all’interno di una cavità
metallica non può essere presente una carica netta. Inoltre, dato che
il campo elettrico deve avere circuitazione nulla, la carica non può
essere nemmeno disomogenea: detto diversamente, anche i multipoli
superiori al monopolo (la carica), cioè il dipolo, il quadrupolo, etc.
vengono schermati dalla carica libera.
Ne segue, tra le altre cose, che un conduttore contenente una carica
di qualunque forma e posizione possiede sulla superficie esterna una
carica la cui distribuzione dipende solo dalla superficie del conduttore, Figura 1.32: Schermo di carica in
un conduttore: il campo nella zona
e in particolare dalla sua curvatura locale. Un conduttore sferico ombreggiata è zero.
con una certa carica in un punto interno qualunque ha la stessa
carica in valore assoluto e segno distribuita con densità costante
sulla sua superficie, e il campo visto all’esterno è quello di una
carica puntiforme, indipendentemente dalla forma e disposizione
della carica all’interno.
È il caso di precisare che in un metallo l’effetto di schermo avviene
su distanze finite, cioè la perturbazione indotta dalla carica (e quindi
28

il capo da essa prodotto) si propaga per una certa distanza dalla


carica stessa. Questo è un effetto trascurabile per i nostri scopi attuali,
ma potenzialmente importante nella descrizione dettagliata di difetti,
superfici, e interfacce tra materiali.

1.10.2 Definizione di capacità


Come appena visto, il campo elettrico all’interno di un conduttore è
nullo e dunque il potenziale è costante. La superficie di un conduttore
è perciò una superficie equipotenziale. Ne segue che la carica aggiunta
a un conduttore deve disporsi alla superficie (in modo eventualmente
dipendente dalla forma). La carica alla superficie è
I
Q= σ dA
S

e dunque il potenziale alla superficie, per definizione, è

σ dA
I
V = kC = costante.
S r

È evidente che, se la carica aumenta, Q→mQ, il potenziale aumenta


dello stesso fattore, V →mV, e il rapporto tra i due non cambia. Questo
rapporto si dice capacità
Q
C= ,
V
e quantifica la carica immagazzinabile dal conduttore sotto il poten-
ziale V; essa non dipende dalla carica ma solo (come vedremo tra
poco) dalla forma del conduttore. L’unità di capacità è il Farad (in
onore di Michael Faraday). Siccome 1 F= 1 Coulomb/Volt, la capacità
di 1 F è gigantesca. Misure tipiche di capacità sono dell’ordine del
nanoFarad (1 nF= 10−9 F).

1.10.3 Capacità di una sfera; “potere delle punte”


Come detto in precedenza, il potenziale sulla superficie di una sfera
di carica Q e raggio R è costante e pari a

Q
V0 = .
4πε 0 R

Dunque, essendo C=Q/V, la sua capacità è

Csfera = 4πε 0 R.

Questo esemplifica una proprietà generale: la capacità ha dimensioni


[ε 0 ]×[lunghezza]. Questo, en passant, permette di attribuire unità più
comode, quelle di F/m, a ε 0 . In linea con quanto detto del Farad come
unità, notiamo che se R=0.1 m, risulta che C=1 pF=10−12 F. Anche
una sfera enorme come la Terra (un decente conduttore, essendo per
gran parte acqua salata, sali idrati, etc.) ha una capacità relativamente
piccola: R=7×106 ci fornisce C=1 mF (10−3 F).
Rimanendo in tema, studiamo il fenomeno noto come “potere delle
punte”, cioè la tendenza di conduttori appuntiti a scaricarsi (o attrarre
fisica 2 29

carica) più facilmente, come ad esempio gli accendini piezoelettrici o


il parafulmine. Mettiamo a contatto due sfere conduttrici S1 e S2 . Il
potenziale delle due è lo stesso,

Q1 Q2
V1 = V2 = = ,
4πε 0 R1 4πε 0 R2
dove Q1 e Q2 sono le rispettive cariche. Dunque

Q2 Q
= 1
R2 R1
cioè, essendo Q=Q1 +Q2 la carica totale,
R2 R R2 R1
Q2 = Q1 = ( Q − Q2 ) 2 → Q2 = Q; Q1 = Q.
R1 R1 R1 + R2 R1 + R2
Questo significa, come era intuitivo, che la carica totale si divide tra
le due sfere, accumulandosi in maggioranza sulla sfera più grande.
Tuttavia la situazione si inverte per la densità di carica: ad esempio,
sulla sfera S2 la densità è
Q2
σ2 =
4πR22

analogamente, σ1 '1/R21 , e quindi la densità è maggiore per la sfera


piccola.
Per una curva generica, la densità areale locale è inversamente
proporzionale al quadrato del raggio di curvatura locale della superficie, cioè
il raggio del cosidetto cerchio osculatore locale. (Per una superficie, si
parlerà di raggio della sfera osculatrice.) Una superficie localmente
molto curva ha raggio di curvatura locale piccolo, e quindi densità
di carica locale grande. Questo indica che oggetti “a punta”, cioè
appunto con curvatura grande (raggio piccolo), hanno una grande
densità di carica locale. Per ottenere il campo elettrico nelle vicinanze
di oggetti a punta, possiamo immaginare di avvicinarci alla superficie
(pur molto curva) tanto da vederla come localmente piatta. In questo
caso, possiamo invocare la relazione E∼σ che vale per un piano
carico: il campo prodotto da una superficie molto curva è quindi
molto grande perchè è molto grande la densità di carica locale, a
parità di carica totale.
Il parafulmine (Figura 1.33) funziona appunto in base a questo
principio; in presenza di forti cariche al suolo che si contrappongono
a quelle nelle nubi, si ha un grande campo elettrico, ma questo
è di solito insufficiente a causare la rottura dielettrica in aria (che
Figura 1.33: Schema del parafulmine.
avviene per ionizzazione delle molecole componenti, prevalentemente
quella di azoto, e quindi richiede alti campi per iniziare); inoltre,
idealizzando il sistema nubi-suolo come due piatti carichi, non c’è
un punto privilegiato in cui la scarica possa avvenire. Una punta,
invece, agisce da “hot spot”, e il campo vicino ad essa può eccedere il
limite di rottura dielettrica dell’aria (circa 3×106 V/m) e far partire
una scarica (il fulmine). Stesso principio per l’accendino elettrico, che
produce una scarica ad arco tra due punte usando una tensione che
sarebbe insufficiente se applicata tra due elettrodi piatti.
30

1.10.4 Condensatori a piatti piani e paralleli


Un condensatore è costituito da due conduttori ugualmente carichi,
ma con carica di segno opposto. Il caso più semplice è quello di
piatti piani e paralleli. Due piatti conduttori di spessore trascurabile
mutuamente affacciati sono assunti essere dotati di carica Q e − Q.
Sappiamo che il campo tra i piatti è costante e pari a σ/ε 0 , e quindi la
caduta di potenziale è
σ σA Q h
∆V = Eh = h= h= .
ε0 ε0 A ε0 A
Per definizione la capacità è dunque
Q ε A ε A
C= =Q 0 = 0 ,
∆V Qh h
che come si vede ha di nuovo le dimensioni corrette e dipende da
parametri di forma dei conduttori coinvolti. La capacità è grande
per piatti molto vicini e di grande area. I capacitori a cilindretto che
si comprano nei negozi sono grandi fogli metallici separati da un
sottile strato di un dielettrico plastico (discuteremo tra poco l’effetto
del materiale sulle proprietà del condensatore).

1.10.5 Condensatore cilindrico


Il condensatore cilindrico ha due poli cilindrici concentrici, uno po-
sitivo e uno negativo, di lunghezza ` e densità lineare di carica λ.
Guardando il sistema lungo l’asse, possiamo usare la legge di Gauss
nella regione tra i due cilindri, e troviamo che
`λ λ
2π ` rE = ⇒ E= r̂
ε0 2πε 0 r
Il potenziale viene dall’integrale di percorso del campo ed è
Figura 1.34: Condensatore cilindrico. Z R2 Z R2
λ dr λ R2
Vi − Ve = E · dr = = ln ,
R1 2πε 0 R1 r 2πε 0 R1
con R2 > R1 i raggi del cilindro esterno e interno rispettivamente.
Dunque la capacità è
Q 2πε 0 2πε 0 `
C= = `λ = ,
∆V R2
λ ln R R2
ln R
1 1

con le solite dimensioni e dipendenza da parametri geometrici. R1


è il raggio esterno del cilindro interno e R2 è il raggio interno del
cilindro esterno, quindi R2 > R1 , e il logaritmo è positivo. Come si
vede la capacità è proporzionale a `, che è di fatto la lunghezza
della sovrapposizione tra il cilindro interno e quello esterno, e quindi
può essere variata sfilando e riinfilando il cilindro interno in quello
esterno.

1.10.6 Condensatore sferico


Il condensatore sferici ha due poli sferici concentrici di carica Q in
modulo; quello interno (che assumiamo essere carico positivamente)

Figura 1.35: Condensatore sferico.


fisica 2 31

è di raggio R1 e quello esterno di raggio R2 > R1 . La differenza di


potenziale (positiva) ottenuta come integrale di cammino del campo
elettrico dlla sfera interna a quella esterna (che si può ottenere dal
teorema di Gauss per la sfera interna) è

Q
ZR2 dr Q 1 1
Vi − Ve = = ( − )
4πε 0 R1 r2 4πε 0 R1 R2
Q R2 − R1 Q
= = ,
4πε 0 R1 R2 C

da cui la capacità
4πε 0 R1 R2
C= ,
R2 − R1
che è positiva e con le solite dimensioni e dipendenza da parametri
geometrici. Nel caso limite in cui le due sfere sono quasi uguali ma
non proprio, cioè R1 ∼ R2 ≡ R e h=R2 –R1 , la capacità è

4πε 0 R1 R2 4πε 0 R2 ε A
C= ' = 0
R2 − R1 h h

che è la stessa del condensatore piano e parallelo. In sostanza, in


questo limite, le due sfere possono essere considerate localmente
piane ai fini della capacità.

1.10.7 Condensatori in serie e in parallelo

I condensatori possono essere collegati ad altri conduttori (cioè, infine,


a un circuito) in serie o in parallelo (Figura 1.36). Nel caso parallelo,
la quantità fissa è il potenziale ai capi del blocco di capacitori. Ogni Figura 1.36: Condensatori in serie e
condensatore del blocco ha carica qi e capacità Ci . La carica totale è parallelo.

Q = q1 + q2 + ... = C1 V + C2 V + ... = Ctot V,

e quindi la capacità totale del blocco di condensatori in parallelo è la


somma delle singole capacità

Ctot = C1 + C2 + ... Figura 1.37: Carica conservata nei


condensatori in serie.
o detto diversamente, le capacità in parallelo si sommano direttamente.
Nel caso in serie, la quantità di riferimento è la carica. Questo si può
vedere “creando” un capacitore all’interno di un altro capacitore come
in Figura 1.37. La differenza di potenziale ai capi di ogni condensatore
è diversa. Specificamente, per esempio per due condensatori,

Q Q Q
V = VC − VA = VC − VB + VB − VA = + =
C1 C2 Ctot

e quindi
1 1 1
= + ,
Ctot C1 C2
ovvero le capacità in serie si sommano inversamente.
32

1.10.8 Energia immagazzinata in un condensatore


Un condensatore è in sostanza un separatore di carica; l’oggetto nel
suo complesso rimane neutro, ma una certa quantità di carica, per
esempio, negativa è stata trasferita da un piatto all’altro attraverso
un conduttore esterno, lasciando il primo carico positivamente. Così
facendo si produce una differenza di potenziale, e dunque l’operazio-
ne richiede un lavoro: per definizione di potenziale, il trasferimento
di una piccola carica dq0 attraverso una differenza di potenziale V 0
corrisponde a un lavoro infinitesimo

q0 0
dW = V 0 dq0 = dq ,
C

dove q0 è la carica sul piatto e V 0 il potenziale in un datomomento del


processo di carica. Quindi l’energia per trasferire una carica totale q è
" #q
Z q 0 2
q 0 q0 q2 CV 2 qV
W= dq = = = = .
0 C 2C 2C 2 2
0

Queste tre espressioni sono equivalenti e intercambiabili. Ne esiste


una quarta che si ottiene usando la formula qui sopra per il caso a
piatti piani e paralleli:

CV 2 ε A
W= = 0 E2 h2 .
2 2h
Poichè Ah è il volume del condensatore, la densità di energia u=W/(Ah)
è
ε 0 E2
u= .
2
Questa è una espressione del tutto generale, come vedremo in seguito,
e applicabile perfino al caso delle onde elettromagnetiche. Per confor-
tarci sul fatto che la formula generale si applichi anche in casi diversi
da quello in cui è stata derivata, possiamo usarla in un caso in cui
il campo non sia costante e mostrare che si riottiene una delle altre
espressioni. Consideriamo un condensatore sferico, dove il campo
non è costante, e dobbiamo integrarlo nel volume. Usiamo coordinate
sferiche, cosicchè la parte angolare fornisce la costante 4π:
Z R2  2
q
Z
ε0 ε0
W = E2 dV = 4π r2 dr =
2 2 R1 4πε 0 r2
Z R2  
q q dr q q 1 1 qV
= = − = , (1.32)
2 4πε 0 R1 r2 2 4πε 0 R1 R2 2

dove l’ultima espressione è una di quelle trovate poco fa.

1.11 Condensatori con dielettrico

Possiamo variare la capacità nei condensatori modificando il mezzo


che li permea. Fin qui abbiamo supposto che i condensatori fossero
vuoti, o pieni d’aria (largamente la stessa cosa). In questo caso, cui
fisica 2 33

associamo il pedice “0”, il campo elettrico e la caduta di potenziale


attraverso il capacitore sono
σ0 q0
E0 = ⇒ V0 = = E0 h.
ε0 C0
Immaginiamo di interporre tra le armature uno strato di metallo
di spessore s, abbastanza spesso da avere un interno e abbastanza
sottile da lasciare delle regioni di vuoto da ambedue i lati. La carica
sulle armature induce carica di segno opposto sulle due superfici del
metallo, al cui interno il campo è zero. La caduta di potenziale entro
il metallo è quindi zero, mentre all’esterno rimane proporzionale al
campo, che è invariato essendo uguali le cariche sulle armature, e allo
spessore della regione di vuoto. Dunque

V = E0 (h − s),

ovvero la caduta di potenziale complessiva è ridotta dalla presenza


del metallo (specificamente, dalla risposta dei suoi elettroni, che si
spostano alle superfici per schermare il campo esterno). Siccome
posizionare il metallo in modo corretto è impossibile, si ricorre a
un mezzo isolante di spessore uguale a quello del condensatore. Ci
attendiamo (e giustificheremo in seguito) che la risposta elettronica di
questo mezzo, seppur minore di quella del metallo, riduca la caduta
di potenziale di un certo fattore
V0
Vκ = .
κ
dove
V0
κ= ≥1
Vd
è detta permeabilità, o costante, dielettrica relativa, e il mezzo è detto
dielettrico.
Useremo il pedice “κ” per distinguere le quantità del condensatore
con dielettrico da quelle del condensatore vuoto. Questo mezzo non
ha carica libera, ma solo carica polarizzabile: la carica elettronica
(negativa) e quella carica nucleare (positiva) rimangono legate, e
possono solo spostarsi leggermente in direzioni opposte in risposta al
campo elettrico.
Ora entro il condensatore, il cui spessore non è cambiato, il campo
è pure ridotto a
Vκ V E σ σ
Eκ = = 0 = 0 = 0 ≡ 0
h κh κ ε0κ ε
dove abbiamo definito implicitamente la costante dielettrica assoluta

ε = ε 0 κ,

che ha le stesse dimensioni di ε 0 . Naturalmente la capacità è au-


mentata, perchè il potenziale Vκ = V0 /κ è minore, ma la carica sulle
armature è sempre la stessa:
q0 q
Cκ = = κ 0 = κC0 ≥ C0 .
Vκ V0
34

Tutte le relazioni viste in precedenza, dunque, valgono ancora sosti-


tuendo la costante dielettrica del mezzo a quella del vuoto.
A proposito dell’energia immagazzinata, ci sono due situazioni
distinte. Se inseriamo il dielettrico in un condensatore carico sconnes-
so da fonti esterne, come abbiamo visto, il potenziale scende di un
fattore κ e la capacità aumenta dello stesso fattore, e quindi

C0 V02 Cκ Vκ2 Cκ V02 C0 V02 W


W0 = ⇒ Wκ = = 2
= = 0,
2 2 2κ 2κ κ
cioè l’energia immagazzinata diminuisce di un fattore κ. Questo
concorda con la conservazione dell’energia in un sistema isolato,
perchè parte dell’energia iniziale viene usata (vedremo tra poco) per
“pagare" la polarizzazione del dielettrico, e ovviamente con il fatto
che la carica totale è fissa e uguale a Q0 =C0 V0 .
Se invece manteniamo con un generatore esterno una tensione
fissa V0 sul condensatore mentre vi infiliamo il dielettrico, l’energia
immagazzinata è

C0 V02 Cκ V02
W= ⇒W= ,
2 2
cioè aumenta di un fattore κ. Infatti, mantenere il potenziale fisso
significa aumentare la carica sui piatti (dove la porta il generatore,
spendendo energia) da Q0 =C0 V0 a Qκ =Cκ V0 .

1.11.1 Origine di κ: polarizzazione e campo schermato


Chiaramente, la variazione di carica, campo elettrico, e potenziale è
dovuta alla presenza del dielettrico, e dunque a qualche sua proprietà
intrinseca, che abbiamo riassunto nella costante κ. La differenza dei
campi elettrici nei casi con e senza dielettrico è

σ0 σ κ − 1 σ0
δE = E0 − Eκ = − 0 =
ε0 κε 0 κ ε0
e quindi

σ0 κ − 1 σ0 1  χ  σ0 − σp
Eκ = E0 − δE = − = σ0 − σ0 = ,
ε0 κ ε0 ε0 κ ε0
dove abbiamo definito la suscettività dielettrica χ. Dunque il campo
in presenza di dielettrico è generato dalla carica originale σ0 ridotta
Figura 1.38: Polarizzazione indotta. da un’altra carica σp =σ0 (χ/κ) nel dielettrico dalla stessa σ0 . Questa
carica è dovuta alla sola risposta possibile del dielettrico, cioè la
polarizzazione (Figura 1.38). Il campo elettrico applicato al dielettrico
induce un dipolo netto all’interno del materiale; questo è quantificato
dalla polarizzazione
P = ε 0 χ E.
P=|P| è un dipolo per unità di volume, e quindi [carica]/[area], e si
misura in C/m2 . In un pezzo di materiale finito la polarizzazione (più
rigorosamente, la differenza di polarizzazione tra esterno e interno:
ma qui all’esterno c’è il vuoto, che non è polarizzabile) equivale a un
dipolo attraverso il pezzo di materiale stesso, composto dalle cariche
fisica 2 35

di superficie, e che quindi non esisterebbe se non ci fossero le superfici.


La carica areale σp si può quindi identificare con la carica areale del
dipolo creato dalla polarizzazione degli atomi del dielettrico, e quindi
in sostanza
σp = P
(hanno anche le stesse unità). Si istituisce così un collegamento tra la
carica indotta e il meccanismo microscopico della polarizzazione. Ma
chi è il campo che induce P ? Il campo nudo, quello schermato, una
via di mezzo ? Riprendendo le relazioni tra i campi osserviamo che
σ0 − σp P ε χE
E= = E0 − = E0 − 0 = E0 − χ E
ε0 ε0 ε0
e dunque, usando la definizione di χ, si ottiene
E0
E=
κ
e
χ
σp = ε 0 E0 .
κ
Queste relazioni dicono che il campo polarizzante è il campo scher-
mato, e che dunque il campo esterno polarizza (tramite χ) ed è,
al contempo, schermato (tramite κ) dal dielettrico, producendo co-
me risultato finale la carica di polarizzazione σp . I due effetti sono,
comprensibilmente, inscindibili essendo il campo esterno a fornire
l’energia per polarizzare il dielettrico, risultandone quindi ridotto.

1.11.2 Polarizzazione, campo elettrico, e campo di spostamento D


Va notato che il caso che abbiamo discusso è piuttosto particolare, dato
che riguarda la carica di polarizzazione alla superficie del dielettrico
entro il condensatore. In generale, la comparsa della carica è legata
alla variazione spaziale di polarizzazione; nel caso discusso sopra,
essa è P all’interno e zero all’esterno del dielettrico, e la variazione
∆P≡ P è appunto uguale alla densità di carica. In generale, in mezzi
dove la polarizzazione è disomogenea, questo si esprime dicendo che

div P = −ρpol ,

che si riduce al risultato trovato prima nel caso speciale di una


superficie tra dielettrico e vuoto.
Notiamo anche che esiste una formulazione delle equazioni di
Maxwell dell’elettrostatica nella materia, che include la polarizzazio-
ne P della materia stessa in un nuovo campo detto spostamento
dielettrico,
D = ε 0 E + P.
La legge di Gauss in forma di prima equazione di Maxwell è

div D = ρlibera

dove la densità di carica è quella delle sole cariche libere. La densità


totale è ρ=ρlibera +ρpol : l’ultimo termine è la carica associata alla pola-
rizzazione di cui si è discusso in precedenza, che è appunto inclusa
36

nella definizione di D. In particolare si ha, ricordando la relazione tra


P e ρpol qui sopra,

div D = div (ε 0 E + P) = ρlibera = ρ − ρpol = ρ + div P

Combinando il secondo e l’ultimo membro si riottiene


ρ
div E =
ε0
cioè l’equazione di Maxwell-Gauss per il campo E.

1.11.3 Dielettrici e altri animali


Per discutere e classificare i diversi tipi di materiali che possiedono
una polarizzazione, conviene iniziare da una considerazione di sim-
metria. La regola generale è che se il materiale ha simmetria di inversione,
la polarizzazione deve essere zero; se non ce l’ha, la polarizzazione può essere
non-zero, o detto diversamente, la comparsa della polarizzazione è
causata dalla rottura della simmetria di inversione. L’inversione è
l’operazione Ô per cui Ô[x,y,x]=[–x,–y,–z]). Se il sistema è invariante
sotto questa trasformazione, qualunque vettore polare (come P, ma
non solo) deve potersi trasformare nel proprio opposto mantenendosi
invariato, e quindi il solo valore possibile delle sue componenti è
zero.
Il tipo di materiale che abbiamo discusso nella Sezione precedente
si chiama dielettrico e, come detto, è un isolante che viene polarizzato
da un campo elettrico applicato: è appunto il campo elettrico che
rompe la simmetria di inversione. Nel dielettrico, la polarizzazione
è lineare in E, e nulla in assenza di campo, cioè P in funzione di E
si può quindi rappresentare come una retta passante per l’origine,
come in Figura 1.39; la pendenza misura la suscettività dielettrica, che
abbiamo incontrato poco fa.
Benchè la risposta dielettrica a un campo elettrico sia il caso più
comune, la rottura di simmetria di inversione (e quindi la comparsa
di polarizzazione) può avvenire in altre maniere. Il primo esempio è
quello, relativamente comune, dei materiali piezoelettrici, che hanno
simmetria di inversione, ma la perdono quando viene loro applicata
una deformazione meccanica opportuna (o, che è lo stesso in regime
elastico lineare, uno sforzo meccanico). Anche in questo caso, la
polarizzazione è linearmente dipendente dalla deformazione, e si
rappresenta qualitativamente come quella del caso dielettrico.
Sotto deformazione, su superfici opposte del materiale piezoelet-
trico si generano cariche di segno opposto e quindi una differenza
di potenziale (esempio classico, il solito accendigas menzionato in
Figura 1.39: Polarizzazione vs campo o
deformazione in materiali piroelettrici, Sezione 1.10.3, o il pick-up pieoelettrico delle chitarre acustiche, o il
dielettrici e ferroelettrici. microfono piezoelettrico). Il coefficiente di proporzionalità tra pola-
rizzazione, e quindi tensione, generata ai capi del materiale e sforzo
meccanico o deformazione si chiama coefficiente piezoelettrico diretto
(ne esistono quindi due tipi). Esiste poi l’effetto piezoelettrico inverso:
il materiale si deforma se applichiamo una tensione ai suoi capi. In
questo caso il coefficiente si chiama piezoelettrico inverso.
fisica 2 37

Lo sforzo meccanico e le deformazioni non sono scalari, ma tensori;


risulta perciò che i coefficienti piezoelettrici d sono anch’essi tensori.
Precisamente sono di rango tre (cioè matrici a tre indici), perchè
trasformano un tensore di rango 2 (lo sforzo S) in uno di rango 1
(vettore), come nella relazione diretta
←→←→
P= d S ,

oppure come nell’effetto inverso, il vettore campo elettrico nel tensore


e delle deformazioni (rango 2):


→ ←→
e = d E.

Altre due classi di materiali polarizzati sono i piroelettrici e i fer-


roelettrici. Essi, diversamente dai piezo e dielettrici, possiedono (in
ampi intervalli di temperatura o altre condizioni esterne) una polariz-
zazione permanente, e quindi non nulla anche in assenza di campo
o deformazione. La rottura di simmetria di inversione è in questo
caso intrinseca alla struttura microscopica, cioè alla disposizione degli
atomi componenti, adottata dal materiale.
I piroelettrici (che devono il loro nome alla variazione della pola-
rizzazione con la temperatura: πυρoς in greco antico significa fuoco)
hanno una struttura atomica tale che la loro polarizzazione non è
invertibile (switchable), per ragioni geometriche (impossibilità topo-
logica o geometrica) o energetiche (costo energetico troppo alto per
essere osservabile). Nella massima parte dei casi, la polarizzazione
non scompare ad alta temperatura o sotto pressione (nei ferroelettri-
ci invece è invertibile e scompare ad alta temperatura). Una classe
famosa di piroelettrici sono i cosiddetti nitruri III-V, utilizzati preva-
lentemente nella produzione di unità di illuminazione LED (e per
i quali è stato dato il premio Nobel per la fisica 2014), oltre che di
transistor di alta potenza e alta frequenza: questi ultimi sono resi
possibili proprio dalla loro polarizzazione. La loro relazione P vs E
è lineare, ma parte da un valore non nullo di P. I piroelettrici sono
anche piezoelettrici, cioè la polarizzazione cambia se il materiale è
sottoposto a sforzi.
I ferroelettrici sono materiali che hanno una polarizzazione per-
manente invertibile, o in generale riorientabile. La rimozione della
simmetria di inversione è dovuta a una distorsione cooperativa della Figura 1.40: Distorsione atomica che ge-
nera un dipolo in una cella primitiva del
struttura microscopica; semplificando, tutti gli atomi di un dato tipo ferroelettrico BaTiO3 .
nella unità elementare che forma il cristallo del materiale in questione
effettuano cooperativamente e spontaneamente uno spostamento che
genera un dipolo microscopico. Un tipico caso è lo spostamento del
sottoreticolo del Ti nel materiale BaTiO3 , come mostrato in Figura
1.40. L’invertibilità o riorientabilità della polarizzazione è dovuta al
fatto che esistono diverse direzioni possibili in cui gli atomi posso-
no distorcersi (in Figura, le direzioni sono sei, e puntano verso le
facce del cubo); essi ne scelgono a caso una specifica, ma con un
campo elettrico possiamo forzarli a cambiare idea. Contrariamente
ai piroelettrici, questa distorsione che produce la polarizzazione può
38

cambiare qualitativamente (in modulo e direzione), e infine scom-


parire, all’aumentare della temperatura. È interessante notare che
la teoria più semplice della ferroelettricità è strettamente applicabile
anche al ferromagnetismo (Sezione 3.10). Questo viene in parte dal
fatto che in ambedue i casi ad ordinarsi sono dei dipoli (elettrici qui,
magnetici nel magnetismo).
2. Conduzione e circuiti DC

2.1 Moto di carica e conduzione

Finora abbiamo parlato quasi esclusivamente di situazioni statiche.


Tuttavia la presenza di campi elettrici e di differenze di potenziale,
ossia di forze e di dislivelli di energia potenziale, implica che le
cariche verranno messe in moto. Il moto della carica nel tempo è
quantificato dalla corrente, cioè dalla quantità di carica che transita
per un dato punto nello spazio (ad esempio attraverso una superficie)
divisa il tempo in cui lo fa. Un campo elettrico costante produce una
forza costante e quindi una accelerazione costante, e di conseguenza
una velocità che aumenta indefinitamente nel tempo; ci si potrebbe
dunque aspettare un aumento indefinito della corrente, il che non
avviene: al contrario, si stabilisce una corrente stazionaria nel tempo.
Il moto di cariche in un conduttore è infatti ostacolato da diversi
fattori microscopici (in assenza dei quali succederebbero cose alquanto
strane, che invece non si osservano).
La corrente stazionaria tipica dei circuiti elettrici di uso corrente
è appunto uno stato di equilibrio dinamico tra l’azione delle forze
elettriche (o differenze di potenziale) che cercano di tenere in moto i
portatori di carica (di solito, gli elettroni) ed i meccanismi microsco-
pici con cui il materiale si oppone al moto degli elettroni stessi (ad
esempio, vibrazioni dei nuclei attorno alle loro posizioni di equilibrio,
difetti di vario tipo, non-cristallinità, etc.). La corrente è

dq
I= ,
dt
e la sua unità di misura è l’Ampere, 1 A= 1 C/s. Una corrente di 1
A è abbastanza grande ma non inusuale, mentre sappiamo che un C
è una carica enorme; il motivo di questa apparente inconsistenza è
che 1 s è un tempo molto grande sulla scala del moto della carica nei
conduttori. Una corrente di 1 A può essere prodotta infatti anche da
1 nC che transita tra due punti in 1 nsec.
40

Poichè il moto della carica è causato dalla differenza di potenziale


(anche detta tensione) tra due punti nello spazio, è verosimile che la
corrente sia ad essa proporzionale. Le costanti di proporzionalità
sono definite implicitamente dalla relazione nota come legge di Ohm,

V
I= = GV,
R
dove R è nota come resistenza e G come conduttanza. A parità di
tensione V, grande resistenza implica piccola corrente; grande con-
duttanza, grande corrente. Resistenza e conduttanza sono dipendenti
dalla forma del conduttore; è quindi utile conoscere due versioni delle
stesse quantità definite solo in dipendenza dal materiale che compone
il conduttore, e non dalla sua forma e dimensioni: la resistività ρ e la
conduttività σ.
Per stimare queste quantità ci servono alcune definizioni preli-
minari. Assumiamo che, in un campo elettrico costante in modulo
e fisso in direzione e in presenza di meccanismi microscopici che
si oppongono al moto di carica, i portatori positivi avanzino nella
direzione del campo con una certa velocità v+ +
d = vd v̂ detta di drift
(deriva). (Tali portatori possono essere ad esempio ioni nei cosid-
detti conduttori ionici, oppure cosiddette buche o lacune, cioè stati
quantici corrispondenti all’assenza di elettroni e con massa negativa.)
I portatori negativi sono elettroni (il caso più frequente) e avranno
una velocità v− −
d = (–vd ) v̂ opposta alla prima. Moltiplicando le velocità
per le cariche elementari e ed −e rispettivamente, e per la densità di
volume dei portatori di ciascun segno, possiamo costruire la densità
di corrente

− −
j = n+ ev+ +
d − n− evd = e ( n+ vd + n− vd ) v̂

che ha appunto, come si vede, ha le dimensioni di una densità areale


di corrente, ed è la corrente che attraversa una superficie diviso l’area
di quest’ultima. Come si vede, le componenti di j dovute alle cariche
positive e negative hanno la stessa direzione. La corrente è il flusso
Z
I= j · dA
S

della densità di corrente j attraverso una superficie S (ad esempio, la


sezione di un filo conduttore). Per esempio, la velocità di drift nel
rame è vd '10−4 m/s fornisce una corrente di 8 A in un filo di rame
(Cu) di 4 mm2 di sezione (circa 2 mm di diametro).
La velocità di drift vd , pur grande su scala microscopica (circa un
milione di distanze interatomiche cristalline al secondo), è minuscola
rispetto alla velocità media degli elettroni nel metallo vF '1010 vd .
Il punto è che gli elettroni si muovono con velocità simili a vF , ma
casuali in direzione, e che quindi in media si cancellano tutte; solo
l’azione del campo elettrico fornisce loro una (piccola) velocità netta.
Val la pena di notare che se la corrente attraverso un conduttore
è stazionaria, la carica netta entrante o uscente da una certa regione
di conduttore deve essere zero. Se la corrente è stazionaria e il
fisica 2 41

conduttore ha una sezione variabile, si ha


Z Z
jin · dA1 + jout · dA2 = 0
S1 S2

poichè il flusso deve essere lo stesso sia in entrata attraverso A1 che in


uscita attraverso A2 . Sotto le stesse condizioni stazionarie, la corrente
che fluisce attraverso una superficie S è uguale alla carica che esce
dal volume V in essa racchiuso,
dQ
Z Z

I+ = j · dA + ρdV = 0,
dt S ∂t V

con Q la carica contenuta nel volume V. Usando il teorema della


divergenza, si ottiene l’equazione di continuità,
∂ρ
div j = − ,
∂t
valida anche per fluidi incomprimibili e altre situazioni analoghe.

2.1.1 Connessione alle proprietà microscopiche: modello di Drude


Per connettere la velocità di drift a proprietà dello specifico condut-
tore, usiamo il modello di Drude, secondo il quale gli elettroni sono
particelle classiche che urtano contro gli atomi posti sul reticolo cri-
stallino in media ogni τ secondi. τ è detto tempo di vita medio,
intendendosi con questo che è il tempo medio trascorso da un elettro-
ne in un dato stato: ovviamente, l’elettrone non viene annichilato, ma
cambia stato di moto. Dopo aver subito un urto, l’elettrone i-esimo
subisce l’azione del campo, viene accelerato per un tempo τ e la sua
velocità diventa
eEτ
vi ( t ) ⇒ vi ( t + τ ) = vi ( t ) −
m
subito prima del successivo urto. Qui m è la massa dell’elettrone;
ricordiamo che per definizione di campo elettrico, eE è una forza,
quindi eE/m è una accelerazione, ed eEτ/m una velocità. Una media
su un grande numero N di elettroni ci fornisce la velocità media di
drift
∑i vi ( t + τ ) ∑ v (t)
 
1 eEτ eEτ
= i i − N =− ≡ vd ;
N N N m m
infatti all’istante t, subito dopo un urto, le velocità elettroniche sono
orientate casualmente e quindi la loro media è zero. Ora, omettendo i
pedici per semplicità (dato che parliamo comunque di elettroni), la
densità di corrente elettronica è
   2 
− eEτ ne τ
j = −nevd = −ne − = E = σE,
m m
che definisce la conduttività
ne2 τ
σ= , (2.1)
m
che risulta dunque grande per grande densità elettronica e grande
vita media tra urti successivi. (Questo risultato vale anche nel caso
42

di modelli quantistici abbastanza sofisticati.) Dalla conduttività si


ottiene la resistività
1
ρ= ,
σ
per cui possiamo anche scrivere

j = σE E = ρ j.

Per completezza, notiamo che qui sopra conduttività e resistività son


state trattate come scalari (numeri); tuttavia, un vettore può essere
trasformato in un altro vettore anche moltiplicando una matrice per
un vettore, e dunque ρ e σ possono essere oggetti descrivibili da una
matrice, detti tensori. In questo caso, non infrequente nei materiali
reali, esse hanno componenti che descrivono la corrente, per esempio,
in direzione x dovuta ad un campo in direzione y. Per esempio, se il
tensore di conduttività è
 
σxx σxy 0

σ =  σyx σyy 0  ,
 
0 0 σzz

otteniamo
    
jx σxx σxy 0 Ex
 ↔
j =  jy  = σ E =  σyx σyy 0   Ey 
   
jz 0 0 σzz Ez
 
σxx Ex + σxy Ey
=  σyx Ex + σyy Ey , (2.2)
 
σzz Ez

cioè, ad esempio, la corrente lungo x dipende, cioè può essere prodot-


ta, anche dal campo lungo y. Segnalo che il tensore di conduttività
ha elementi fuori diagonale solo in presenza di campo magnetico, a
causa della forza di Lorentz (di cui parleremo tra poco).

2.1.2 Connessione tra resistività e resistenza, e legge di Ohm


Deriviamo ora la resistenza di un conduttore a partire dal model-
lo microscopico, e di seguito la potenza erogata al (e dissipata nel)
conduttore in funzione della resistenza stessa. Consideriamo il con-
duttore come un cilindro omogeneo di sezione A e lunghezza `
connesso a un generatore di tensione (una batteria) che mantiene una
differenza di potenziale fissa ai suoi estremi. Poichè la d.d.p rimane
fissa (non ci importa come) si ha un campo elettrico che spinge la
carica attraverso il tubo stesso, e specificamente, essendo

AE
I = jA = ,
Figura 2.1: Filo conduttore. ρ
il campo è
ρI
E= .
A
Questo potrebbe sembrare in contrasto con il fatto che il campo in
conduttore deve essere nullo in una situazione d’equilibrio statico, ma
fisica 2 43

non lo è: qui l’equilibrio è dinamico, e i portatori sono “fotografati”


proprio nell’atto di spostarsi per schermare la differenza di potenziale;
poichè il potenziale esterno è tenuto costante la loro sisifea azione
di schermo deve continuare permanentemente, mentre il generatore
di tensione rimuove e inietta carica, rispettivamente, dai due lati del
conduttore. La ddp tra gli estremi del conduttore è
Z 2
ρ` I
V1 − V2 = E · ds = E` = ≡ RI
1 A
e quindi
V = IR (legge di Ohm). (2.3)

La resistenza del conduttore è dunque definita come

ρ`
R= , (2.4)
A
e dipende quindi dalla sua forma e dalle sue dimensioni, oltre che
(attraverso ρ) dalle proprietà microscopiche del materiale che lo
compone. Analogamente, la conduttanza è

1 A Aσ
G= = =
R `ρ `

In ambedue i casi l’idea è che un conduttore corto di grande sezione


“conduce di più” la carica in moto o “resiste di meno” al suo passaggio,
e viceversa per un conduttore lungo e stretto. Dalla legge di Ohm,
le dimensioni fisiche della resistenza sono Volt/Ampere e l’unità è
l’ohm,
1 Ω = 1V/1A.

La resistività si misura, date le relazioni viste, in Ω· m e la conduttività


in Siemens=(Ω·m)−1 . I valori di resistività tipici dei materiali per
applicazioni elettriche vanno da 1.7×10−8 Ω·m per il rame (ottimo
conduttore) a 7×1017 Ω·m per il vetro di silice (ottimo isolante). Gli
isolanti come quest’ultimo, in realtà, sostanzialmente non trasportano
nessuna corrente anche sotto grandi differenze di potenziale, a causa
delle loro proprietà elettroniche (discusse sotto).

2.1.3 Potenza ed effetto Joule


Possiamo ora calcolare l’energia per unità di tempo trasferita dalla
forza elettrica al singolo portatore che si muova a velocità pari a quella
di drift, e da questa la potenza istantanea erogata a un conduttore di
resistività ρ e tenuto sotto un campo E. Ricordiamo che P è uguale al
prodotto forza per velocità

P = F · v = eE · vd . (2.5)

Moltiplicando per la densità dei portatori otteniamo una densità


volumica di potenza

p = nP = neE · vd = nevd · E = j · E = σE2 = ρj2 , (2.6)


44

dove i quadrati sono come al solito moduli quadrati di vettori. Quindi,


un semplice modello dinamico microscopico ci fornisce una relazione
tra quantità microscopiche e una espressione dell’energia da fornire
al conduttore per sostenervi un certo stato di conduzione.
La potenza dissipata in una porzione infinitesima di lunghezza
dh di un conduttore di sezione A è
I2
dP = p dV = pA dh = ρj2 A dh = ρ dh,
A
usando la densità volumica di potenza, Eq.2.6, calcolata poco fa
e la definizione di densità di corrente. Integrando sulla lunghezza,
assunto che il materiale sia omogeneo e l’area sezionale A sia costante,
si ha
I2 ` ρ` 2
Z
P=ρ dh = I = RI 2 .
A 0 A
D’altra parte, poichè il lavoro fatto sulla carica infinitesima dq dal
potenziale V attraverso il conduttore è il loro prodotto, abbiamo la
forma più generale

dW
dW = Vdq = V Idt ⇒ P = = V I.
dt
Se vale la legge di Ohm V=RI, questa forma della potenza è equiva-
lente a quella vista sopra:

P = V I = RI 2 .

Dunque, un conduttore dotato di resistenza consumerà l’energia


erogata dal generatore di differenza di potenziale dissipandola in
radiazione visibile o termica. Questo è l’effetto Joule. A seconda
dell’applicazione, potrà essere desiderabile minimizzare la resistenza
e quindi la potenza dissipata e quindi il calore prodotto dalla corrente
(caso tipico: circuiti elettronici nei computer ad alte prestazioni)
oppure massimizzarla (sia pure in modo controllato), come nel caso
delle lampadine a incandescenza o delle stufe elettriche.

2.1.4 Esempi di effetto Joule: lampadine e stufe


Consideriamo ad esempio una lampadina ad incandescenza. Il fila-
mento che si riscalda è rinchiuso in un’ampolla di vetro contenente
gas inerte a bassissima pressione. Questo accorgimento rallenta la
sublimazione del metallo, che dopo un tempo variabile inevitabilmen-
te porta all’assottigliamento e alla rottura del filamento, e previene
altre reazioni chimiche di superficie che possono accelerare la rottura.
Supponiamo che la potenza nominale desiderata sia P=110 W; essen-
do la tensione di rete V=220 V, la corrente è I=0.5 A (da P=V I) e per
la legge di Ohm dev’essere R=440 Ω; questo si realizza scegliendo il
materiale (e quindi la resistività), la lunghezza, lo spessore, il numero
di avvolgimenti, etc. La corrente che transita nel filamento vi rilascia
110 J per secondo. Ricordando la definizione di capacità termica,

∆Q
Cv = ,
∆T
fisica 2 45

e usando la legge di Dulong-Petit (Cv =25 J K−1 mol−1 nei metalli a


temperature alte) la temperatura del filamento aumenterà di
∆Q 110 J
∆T = = (2.7)
Cv 25 J K−1 mol−1 m
dove m è il numero di moli del materiale che viene riscaldato. Se il
filamento è di tungsteno (peso atomico 184) e pesa 1 grammo, dalla
definizione di mole (un peso in grammi pari al peso atomico dell’ele-
mento) otteniamo che il filamento è 1/184 di mole. Si ottiene perciò Figura 2.2: Spettro di emissione del
che la temperatura aumenta di ∆T=810 K ogni secondo. Dunque in corpo nero a diverse temperature.

circa 3 secondi T raggiungerà valori dell’ordine di 2500-3000 K. In


assenza di un meccanismo di dissipazione del calore il filamento si
scioglierebbe (la temperatura di fusione del tungsteno, la più alta in
natura, è 3695 K), ma esso, appunto, dissipa efficacemente l’energia
sotto forma di radiazione elettromagnetica, sia termica (infrarossa)
che visibile. Per un opportuno design del filamento, del bulbo, e
dell’atmosfera interna, la temperatura si equilibra a circa 2500 K;
analizzando lo spettro del corpo nero (Figura 2.2) si vede che la gran
parte della radiazione è infrarossa, cioè calore, e solo qualche percento
è visibile. Questo è uno dei motivi per ricercare fonti di illuminazione
più energeticamente efficienti.
Notiamo che la resistività in un metallo aumenta linearmente con
la temperatura, come si dimostra facilmente con un modello di Drude
modificato, Sez.2.1.6; quindi alla T di esercizio la R è maggiore che a
bassa T. La corrente, quindi, cala a T alte; questo riduce T e quindi di
nuovo riduce R. L’effetto di T su R ha quindi un feedback negativo
che rende non catastrofica la variazione, che va tuttavia tenuta in
conto nella descrizione dell’equilibrio dinamico di potenza fornita
dalla corrente e della potenza dissipata per irraggiamento.
Altro uso dell’effetto Joule è il riscaldamento. Una stufetta for-
nirà 2000 W di potenza, ad esempio, con una corrente I=10 A e
resistenza R=20 Ω. Di nuovo è necessario un sistema di regolazione
della dissipazione dell’energia per contenere l’aumento di T sotto
la temperatura di fusione, e preferibilmente anche a temperature a
cui l’emissione di radiazione sia quasi solo infrarossa (dato che da
una stufetta si vuole calore, e non un fanale in faccia). Tipicamente
questo si ottiene tramite ventilazione, che ha anche il vantaggio di
spostare per convezione l’aria riscaldata dalle immediate vicinanze
dell’elemento riscaldante.

2.1.5 Esempi di effetto Joule: linee ad alta tensione


L’espressione della potenza dissipata chiarisce il motivo per cui le
linee ad alta tensione sono, appunto, ad alta tensione. Le linee
di trasmissione su traliccio o sotterranee sono infatti mantenute a
tensioni molto più elevate di quelle normalmente utilizzate in casa,
fino a 800 kV in certi casi. Il motivo è abbastanza semplice.
Quello che si vuole fare è portare una certa potenza elettrica P a
una certa destinazione. La tensione generata alla centrale viene alzata Figura 2.3: Linee di trasmissione a
tensione variabile (media-alta-media).
tramite trasformatori (di cui si parlerà in seguito) a valori dell’ordine
46

di 400-800 kV; giunta a destinazione, essa viene poi trasformata a una


tensione appropriata nella cabina di destinazione (circa 20 kV); infine
un trasformatore finale nelle case porta la tensione a 220 V. (Notiamo
che la tensione alternata è una scelta naturale in questo contesto
dato che viene facilmente generata e trasformata.) Essendo P=IV,
la corrente è piccola se V è grande, ed è perciò piccola la potenza
persa per effetto Joule nel cavo di trasmissione. La potenza persa per
dissipazione sul cavo di trasporto (di resistenza Rloss ) è appunto

P2
Ploss = IV = I 2 Rloss = R ,
V 2 loss
e dunque, quadraticamente, cala con la tensione e aumenta con la
potenza richiesta. Anche la perdita frazionale

Ploss PRloss
=
P V2
aumenta con la potenza P erogata; in situazioni di alto consumo
istantaneo (ore di punta di uffici, fabbriche, trasporti, etc.) la perdita
è quindi maggiore. In effetti questo è uno dei motivi (molto più
della riduzione dei consumi) per cercare di invogliare gli utenti a
“spalmare” il loro consumo su fasce orarie meno affollate. Come
esempio numerico consideriamo la delivery di P=100 kW a una cabina
locale (circa la potenza di picco di 30 utenze a fornitura normale da
3 kW) su una linea lunga 100 km=105 m con una tensione di 500
kV. Supponiamo che il cavo di trasporto abbia resistività 10−5 Ω m,
raggio 5 cm=0.05 m e quindi area circa 0.01 m2 . Abbiamo quindi

10−5 Ω m 105 m
Rloss = = 100 Ω
0.01 m2
e
Ploss (100 kW)2 1
= 100 Ω = 4%,
P (500 kV)2 100 kW
che è una stima plausibile di una perdita tipica.

2.1.6 Tipi di materiali nel contesto della conduzione


Con buona pace del modello semplificato usato in precedenza, le
proprietà di conduzione dei materiali sono spiegabili solo tramite
la meccanica quantistica. Gli elettroni si propagano sostanzialmente
come onde all’interno di un cristallo, e come spesso accade alle onde
in un mezzo, hanno bande di stop e bande passanti: ovvero, a certe
energie si propagano e ad altre no. Le energie corrispondenti a pro-
pagazione (“permesse”) si dicono “bande” e quelle corrispondendi
a non-propagazione (“proibite”) si dicono “gap”. Per un materia-
le non-magnetico, ogni banda può ospitare un numero massimo di
elettroni che, pur dipendendo dal tipo di atomi del cristallo e dalla
loro disposizione, è sempre pari. Dunque, in assenza di campi per-
turbanti esterni, un materiale con un numero dispari di elettroni per
atomo (o per unità di formula, nel caso di un composto) finirà per
occupare solo parte degli stati di una banda. Parliamo allora di stato
fisica 2 47

metallico, in cui è energeticamente facile promuovere un elettrone da


uno stato all’altro e quindi farlo muovere nel materiale, conducendo
così della corrente. Esempi di materiali di questo tipo sono i metalli
alluminio (Al), rame (Cu), oro (Au) che sono tutti eccellenti condutto-
ri. (Fanno eccezione certe classi di materiali magnetici con proprietà
relativamente esotiche, i cosiddetti isolanti di Mott).
Il comportamento caratteristico della resistività in un metallo è
lineare in temperatura, ρ' T, e si può spiegare con un semplice
argomento alla Drude (Fig.2.4). Il moto di un elettrone tra un urto e il
successivo definisce un volumetto cilindrico V=`S=v τ S che contiene,
per costruzione, un singolo atomo su cui l’elettrone urta. L’area
S è identificata come la sezione d’urto dell’atomo, cioè all’incirca
l’area che esso occupa oscillando. Detta n a =N/V la densità atomica,
essendo qui N=1 e V=v τ S, si ha n a =1/(v τ S), e quindi

1
τ= . (2.8)
vSn a
L’atomo è visto come un oscillatore armonico classico, e quindi ha
energia potenziale proporzionale al quadrato dell’elongazione, e quin-
di a S; per il teorema del viriale l’energia cinetica è uguale a quella
potenziale, e poichè l’energia cinetica, per il teorema di equipartizione Figura 2.4: Modello geometrico per il
classica dell’energia, è tempo di rilassamento.
k T
h Ecin i = B
2
(per un moto unidimensionale; k B è la costante di Boltzmann), si
conclude che S∼T. Poichè v è indipendente dalla temperatura per gli
elettroni (cui, essendo particelle quantistici, non si applica il teorema
di equipartizione), ed ni è costante, si ha τ ∼1/T, e quindi, in accordo
con l’esperimento,
1 1
ρ = ' ' T.
σ τ
Notiamo di passaggio che se usassimo strettamente il modello di Dru-
de come lo avrebbe usato Drude stesso, con la sola meccanica classica,

avremmo che v∼ T dall’equipartizione e preso S=costante (ioni fissi

nello spazio) concluderemmo che ρ∼ T; oppure, ammettendo come
poco fa il moto armonico degli ioni, ρ∼ T 3/2 .
Una stima numerica di τ, e quindi di ρ, si ottiene notando che
per il rame n a =5×1028 /m3 , v=vF =1.5×106 m/s, e S=πu2 =π( f aCu )2 Il
coefficiente f è il fattore di Lindemann, e aCu la distanza interatomica
Figura 2.5: Tempo di rilassamento (uni-
del rame. È noto che f a T diverse segue la relazione
tà: 10−14 s), resistività (unità: 10−8
s Ω·m), e conduttività (unità: 107 S/m)
f ( T1 ) T1 del rame in funzione della temperatura.
= ,
f ( T2 ) T2

e che f '0.057 per il rame alla T di fusione (1356 K); dunque possiamo
dedurre il suo valore a qualunque T. Da questo otteniamo S, quindi
τ sostituendo in Eq. 2.8, e da questo σ e ρ da Eq. 2.1, ricordando
che il numero di elettroni per atomo nel rame è 1 e la massa efficace
è circa pari alla massa di elettrone libero. A T ambiente otteniamo
τ=5.2×10−14 s e una resistività di circa 1.4×10−8 , in buon accordo con
48

l’esperimento (1.7×10−8 ). Da Figura 2.5, si evince che le variazioni


non sono enormi, ma comunque di un fattore circa 1.5-2 sul range di
interesse e quindi vanno tenute in conto.
Passando oltre, notiamo che se un materiale ha invece un nu-
mero pari di elettroni per atomo o per formula, le bande risultano
completamente occupate o completamente vuote. [Fanno eccezione
i metalli divalenti, la cui resistività minima è comunque maggiore
dei metalli tipici (per berillio, un fattore 2 più del rame) e aumenta
Figura 2.6: Conduttività di vari tipi di
materiali in funzione della temperatura. con la massa, fino a 20 volte quella del rame per il bario.] Per far
muovere gli elettroni in questi sistemi, è necessario promuoverli da
una banda all’altra attraverso il un gap che le separa. La larghezza
del gap varia da materiale a materiale, all’incirca da 0.1 eV a 10 eV e
oltre; si parla di isolanti o semiconduttori, convenzionalmente, per
gap sopra o sotto i 2 eV circa (ma non c’è una distinzione netta).
La promozione di un elettrone attraverso questi gap è normal-
mente prodotta termicamente, ed ha una probabilità proporzionale
a exp (− Eg /k B T ), con Eg il gap e k B T l’energia termica. Dunque
la densità ha la stessa dipendenza, e con essa la conduttività, che
dipende direttamente dalla densità. Dunque la conduttività dimi-
nuisce esponenzialmente con 1/T, cioè cala a temperature piccole e
aumenta a temperature grandi. Possiamo fare una stima rozza per
un materiale con gap, relativamente piccolo, di 0.5 eV a temperatura
ambiente (k B T '0.025 eV): la probabilità è 10−9 , e supponendo che
siano disponibili complessivamente 1028 elettroni per m3 nella ban-
da occupata, gli elettroni che finiscono nella banda superiore (dove
potrebbero muoversi liberamente) sono 1019 m−3 , che corrispondono
a una densità di carica dell’ordine di 1 C/m3 ; per una velocità di
drift tipica di 10−5 m/s, la densità di corrente è 10−5 A m−2 , che
per un filo tipico, di sezione 0.5 mm e quindi area 0.78×10−6 m2 ,
corrisponde a una corrente piccolissima, 8 pA.
Un’ultima categoria cui vale la pena di accennare sono i super-
conduttori. Si tratta di metalli perfettamente normali a temperatura
Figura 2.7: Levitazione magnetica di un
superconduttore. ambiente come Al, Nb, Pb, Na, Hg (il primo a essere scoperto nel
1911) che sotto una certa temperatura acquisiscono due importanti
proprietà concomitanti. La prima (effetto Meissner) è che divengono
perfetti diamagneti, e di conseguenza espellono completamente il
campo magnetico eventualmente presente al loro interno, causando
interessanti fenomeni di levitazione magnetica (Figura 2.7). La secon-
da, che ci interessa qui, è che sotto la temperatura critica la resistività
nella fase superconduttrice cade a zero entro l’errore sperimentale (Fi-
gura 2.8); una corrente iniettata in un anello superconduttore rimane,
dopo che la ddp viene rimossa, invariata per sempre – o comunque
finchè si ha la pazienza di stare a guardare.
La prima e meglio compresa classe di superconduttori è nota come
BCS (da J. Bardeen, L. Cooper e R. Schrieffer, che ne hanno formulato
la descrizione, vincendo il Nobel nel 1972; per John Bardeen, fu il
secondo Nobel per la fisica dopo quello per l’invenzione del transistor,
1956). La conduzione perfetta nei BCS è dovuta alla formazione,
Figura 2.8: Resistività di un supercon-
duttore vicino alla transizione. mediata dall’accoppiamento degli elettroni con le vibrazioni reticolari,
fisica 2 49

di stati legati a due elettroni detti coppie di Cooper. Queste sono


bosoni e non sono soggette al principio di Pauli ("una particella in
ogni stato quantico"; contrariamente agli elettroni che, avendo spin
1/2, sono fermioni e obbediscono il principio) e, risulta, possono
muoversi senza urti con sè stessi e con il reticolo. Le temperature
critiche dei BCS sono di solito molto basse (il record attuale è del
composto MgB2 con 39 K) e comunque al di sotto della temperatura
dell’azoto liquido, con le relative difficoltà di utilizzo pratico.
Una recente (2015) eccezione sembra essere il composto H2 S, super-
conduttore a 200 K sotto 1.5 Mbar di pressione. Benchè inutilizzabile
in pratica (dovendo vivere dentro una cella speciale nota come cella a
incudine di diamante) questo composto potrebbe indicare una strada
per ottenere alta temperatura critica nella classe BCS.
Altri superconduttori basati su ossidi magnetici, scoperti a partire
dal 1986, hanno infranto sistematicamente la barriera dell’azoto liqui-
do; il record di temperatura critica a pressione ambiente è 134 K nel
composto HgBa2 Ca2 Cu3 O8 . Il funzionamento di questi materiali è
ancora non ben compreso.

2.2 Forza elettromotrice e generatori di tensione

Abbiamo menzionato varie volte i generatori di tensione. Cerchia-


mo di analizzare le loro proprietà e il loro funzionamento. Dalle
equazioni di Maxwell, in generale, sappiamo che la circuitazione del
campo elettrostatico lungo un conduttore chiuso –ad esempio un filo
contenente una resistenza– è nulla, e quindi tale è la differenza di
potenziale (d.d.p.) tra ogni coppia di punti; in particolare ai capi
della resistenza la ddp è zero e quindi dalla legge di Ohm, non fluisce
nessuna corrente.
La funzione del generatore è appunto produrre una d.d.p. tra
i due punti del circuito tra i quali viene inserito. In presenza del
generatore, compare una ddp ai capi del resistore e quindi fluisce
una corrente. L’integrale di cammino del campo elettrico attraverso il
generatore è non nullo, ed è uguale alla d.d.p., anche nota come forza
elettromotrice
Z +
E= E · ds.

È il generatore di tensione a far sì che E sia non nulla, ed è una
fonte di energia per il circuito, dato che la carica nel conduttore in
contatto con il polo positivo del generatore è ora dotata di energia po-
tenziale maggiore di quella al polo negativo. L’integrale di cammino
complessivo del campo elettrico sul circuito è nullo, Figura 2.9: Forza elettromotrice, cadute
I di potenziale, e circuitazione nulla.
E · ds = 0,

come deve essere per la seconda equazione di Maxwell. Questo


succede perchè si hanno opportune cadute di potenziale (schema in
Figura 2.9) sugli altri elementi nel circuito: con ciò si intende che
il potenziale si riduce passando attraverso l’elemento, e l’energia
50

prodotta dal generatore viene dissipata (resistori), o eventualmente


accumulata (condensatori).

2.2.1 Resistenza interna ed esterna: effetti negativi sulla potenza


erogata, e altri guai
I generatori di tensione sono spesso assunti non avere resistenza in-
terna (generatori ideali), ma hanno in generale una resistenza interna
diversa da zero (generatori reali). La competizione della resistenza
interna e della resistenza del carico esterno (il circuito) ha diverse con-
seguenze. Di norma, si descrive esplicitamente la resistenza interna r
come una resistenza in serie al carico R. I connettori tra resistenze e
generatore sono assunti avere resistenza (o capacità) trascurabile, e
quindi non dissipare (o accumulare) energia.
La forza elettromotrice nominale E di un generatore reale è in
generale diversa dalla ddp V effettivamente fornita all’esterno del
generatore (ad esempio ai capi del carico R). In particolare la fem
cade sia sul carico che sulla resistenza interna, e quindi per la legge
di Ohm
E
E = ( R + r ) I, I =
(R + r)
mentre sul carico esterno
RE
V = RI = < E.
R+r
Ne segue che la potenza totale generata dalla f.e.m. non viene erogata
in toto al carico R; la potenza dissipata totale è
E2
P = E I = I 2 (R + r) =
(r + R )
e quella sul carico è
RE 2
Pcarico = RI 2 = ,
(r + R )2
L’efficienza del generatore è allora
Pcarico R 1
η= = = ,
P R+r 1 + r/R
che tende a 1 per R→∞, limite nel quale, però, la potenza Pcarico tende
comunque a zero.
La potenza sul carico, quella totale, e quella (ottenibile per diffe-
renza) sulla resistenza interna r sono mostrate in Figura 2.10. Come
già accennato, la potenza tende a diventare tutta utile a grande R, ma
tende anche a zero. Il massimo della potenza sul carico si ha per r=R.

Figura 2.10: Potenza totale e sulle


resistenze (di carico e interna) del
fisica 2 51

Infatti il massimo della potenza in funzione del carico si ha per

dP ( R + r ) − 2( R + r ) R (r − R )
= E2 = E2 =0 ⇒ R = r.
dR ( R + r )4 ( R + r )3

In questa condizione la corrente è

E
I=
2r
e la potenza totale è quindi

E2 E2 E2
Ptot,max = (r + R) I 2 ≡ (r + R) = 2r = .
(r + R )2 4r2 2r

La potenza massima su R (che è uguale a r in questo caso) è

E2 E2
PR,max = R 2
= ,
(r + R ) 4r

cioè esattamente metà del totale – e questo nel caso migliore.


Da questa breve discussione, si intuisce che un caso –diciamo così–
interessante è quello in cui il generatore è cortocircuitato, ovvero se il
polo positivo e quello negativo sono connessi con un conduttore di
resistenza trascurabile, ponendo così di fatto R=0. In questo caso la
corrente è massima,
Imax = E /r,

e fluisce sull’unico carico disponibile, cioè quello interno al generatore.


È massima anche la potenza,

Pmax = E 2 /r,

che si dissipa sul generatore stesso. Per una batteria da 9 V, che


ha resistenza interna relativamente alta (diciamo r=2 Ω), in corto
circuito la corrente che circola all’interno della batteria è 4.5 A e la
potenza risulta 40 W, non elevatissima, ma sufficiente a scaldare e
probabilmente a rovinare la batteria stessa.
Caso molto più serio quello del corto circuito di una batteria da
autotrazione, che ha E =12 o 24 V, ma una resistenza interna molto
minore al fine di potere erogare una corrente grande per avviare
motori etc. Prendiamo r=0.05 Ω, nel qual caso la corrente massima è

24
Imax = A = 480 A (!) V
0.05
che è grande, e corrisponde a una potenza dissipata P=E Imax =11
kW. Ad ogni secondo perciò vengono forniti 11 kJ al liquido interno
della batteria, e questo causa un aumento di temperatura (vedi p.es. Figura 2.11: Occhio alle batterie grosse !
Eq.2.7). Supponendo che ci sia 1 kg di liquido con capacità termica
di 1 kJ/(K kg), la variazione di temperatura è circa 11 K/s. Se siamo
a temperatura ambiente (293 K=20 C), per portare l’acido alla sua
temperatura di ebollizione (65 C circa) basteranno pochi secondi:

65 − 20 K
t= ' 4 s.
11 K/s
52

L’acido vaporizzato andrà poi rapidamente in pressione (a seconda


della chiusura della batteria) causando la rottura o l’esplosione del
contenitore.
Data la grande corrente di corto circuito, un filo sottile che con-
netta gli elettrodi si fonderebbe pressochè all’istante; un pezzo di
conduttore massivo come una chiave inglese, invece, resisterebbe. Di
più, non è inverosimile che succeda che la temperatura degli elettrodi
raggiunga il punto di fusione del metallo (tipicamente, piombo, che
fonde a 300 C, quindi dopo una trentina di secondi), con il risultato
che la chiave può saldarsi agli elettrodi. Morale: evitiamo di ravanare
intorno a batterie da camion con chiavi inglesi senza stare molto
attenti.

2.2.2 Funzionamento di una semplice batteria

Chiaramente, un generatore deve funzionare da “pompa elettrica” che


porta carica (per esempio) positiva da potenziale basso a potenziale
alto. Analizziamo come funziona una batteria zinco-rame (Zn-Cu), ri-
ferendoci alla Figura 2.12. Le due vasche contengono rispettivamente
solfato di zinco (ZnSO4 ) e di rame (CuSO4 ) in soluzione, cioè in un
opportuno solvente nuotano ioni Zn++ e SO4− − in una vasca e Cu++
e SO4− − nell’altra (chiamiamole “vasca Zn” e “vasca Cu”). Nelle
soluzioni sono immersi degli elettrodi di Zn e Cu rispettivamente,
connessi tra loro tramite un carico.
Per ragioni di energetica atomica, la ionizzazione dello Zn da
neutro a doppio positivo è meno costosa di quella del Cu, specifica-
mente 2630 kJ/mol vs 2703 kJ/mol; cioè, se trasferisco due elettroni
dallo Zn al Cu guadagno 73 J/mol. Questo trasferimento avviene
Figura 2.12: Pila rame-zinco (di Daniell). attraverso il collegamento elettrico esterno tra i due elettrodi: uno Zn
dell’elettrodo perde i suoi elettroni e si stacca dall’elettrodo entrando
nella soluzione, e all’elettrodo opposto il Cu ionizzato della soluzione
si attacca all’elettrodo acquistando i due elettroni. Quindi nella vasca
Cu, la concentrazione di Cu ionizzato cala, e aumenta quella di Zn
ionizzato nella vasca Zn. Per chiudere il circuito, mantenendo la
neutralità delle due vasche, gli ioni SO4− − si spostano dalla soluzione
contenente Cu a quella contenente Zn attraverso un cosiddetto ponte
elettrolitico. Durante il funzionamento della batteria, perciò, la con-
centrazione di sale soluto nella vasca di Zn aumenta, e diminuisce
in quella di Cu. Il Cu si appiccica all’elettrodo di Cu, e l’elettrodo di
Zn perde atomi verso la soluzione, cioè si corrode. Nel frattempo, gli
elettroni fluiscono da Zn a Cu, e quindi la corrente fluisce da Cu a
Zn: il polo positivo della batteria è perciò quello Cu.
Quando tutto il Cu+ + presente in soluzione si è appiccicato al-
l’elettrodo, e tutto il corrispondente SO4− − è passato nella vasca Zn
attraverso il ponte, la vasca Cu contiene solo il solvente, e il processo
Figura 2.13: Pila ’patata’.
si ferma. Notiamo che anche l’elettrodo di Zn si è consumato ed è au-
mentata la concentrazione della soluzione di ZnSO4 . A seconda delle
caratteristiche costruttive della batteria, il processo limitante potrebbe
essere uno qualunque dei tre: potrebbe finire prima il Cu in soluzione,
fisica 2 53

oppure potrebbe finire l’elettrodo di Zn, oppure (meno probabile)


la soluzione di ZnSO4 potrebbe diventare satura e precipitare sale
nella vasca Zn e sull’elettrodo. Naturalmente, le vasche potrebbero
essere rimpiazzate da due regioni di un oggetto contenente acqua e
sali come una patata.
In linea di principio, la nostra batteria si potrebbe ricaricare appli-
cando una tensione inversa, che porti elettroni in senso inverso da Cu
a Zn: lo Zn in soluzione riacquista gli elettroni, si riattacca all’elettro-
do Zn; il Cu si stacca dall’elettrodo Cu entrando nella soluzione dove,
nel contempo, gli SO4− − si ritrasferiscono dalla vasca Zn a quella Cu.
Notiamo infine che scegliendo un diverso sale potremmo coin-
volgere la singola ionizzazione, p.es. Cu→Cu+ invece della doppia
ionizzazione; in questo caso il meccanismo non funzionerebbe come
spiegato, perchè la prima ionizzazione del Cu è minore di quella
dello Zn. Si potrebbe però immaginare un meccanismo inverso in
cui l’elettrodo di Cu si corrode e quello di Zn si accresce, e il polo
positivo sarebbe quello di Zn.)

2.3 Circuiti in corrente continua

Abbiamo discusso la resistenza dal punto di vista microscopico, e


dedotto il fatto che a) la tensione diminuisce attraverso capi di un ele-
mento dotato di resistenza (resistore o resistenza) proporzionalmente
a corrente e resistenza (legge di Ohm), e che b) il flusso di corrente
produce l’effetto Joule (notiamo che l’individuare il resistore come
portatore di resistenza non esclude che i condensatori o altri elementi
che discuteremo, gli induttori, abbiano anche una resistenza). Ora
possiamo iniziare a discutere i circuiti. L’idea generale è che data la
configurazione di resistori e generatori di tensione (ed eventualmente
capacitori) possiamo calcolare in funzione della configurazione stessa,
e di conseguenza modificare, le correnti che fluiscono nelle diverse
parti del circuito stesso.

2.3.1 Resistori in serie e parallelo


I resistori possono essere collegati a un circuito in serie o in parallelo
(Figura). Nel caso in serie l’elemento comune è la corrente, che è
la stessa nei vari elementi in serie. Se consideriamo n resistori in
serie, sul primo ci sarà una caduta di potenziale IR1 , sul secondo una
Figura 2.14: Resistori in serie e parallelo.
caduta IR2 , e così via fino all’n-esimo. La somma delle n cadute è la
forza elettromotrice del generatore e quindi

E = V1 + V2 + ...Vn = I ( R1 + R2 + ...Rn ) = IRser


tot

e quindi le resistenze in serie si sommano direttamente:

Rser
tot = R1 + R2 + ... + Rn .

La potenza dissipata (per due resistori per semplicità) è

(V1 + V2 )2 V2
P = R1 I 2 + R2 I 2 = ( R1 + R2 ) I 2 = Rser 2
tot I = = tot .
R1 + R2 Rtot
54

Nel caso in parallelo, la quantità fissa è invece la differenza di po-


tenziale V ai capi del blocco di resistori, mentre la corrente totale I
si dividerà in correnti parziali I1 , I2 , etc. nei vari rami paralleli di
resistenza R1 , R2 , etc. a seconda dei valori delle resistenze. Si ha in
altre parole che

V = R1 I1 = R2 I2 = R3 I3 = ....

e
I = I1 + I2 + ...In ,

e quindi
 
V V V 1 1 1 V
I= + + + ... = V + + + ... = par .
R1 R2 R3 R1 R2 R3 Rtot

Si ottiene perciò che

1 1 1 1
par = + + + ...,
Rtot R1 R2 R3

ovvero che le resistenze in parallelo si sommano inversamente. La


potenza totale (per esempio, per un sistema a due rami paralleli) è

V2 V2 V2
P = R1 I12 + R2 I22 = + = par ,
R1 R2 Rtot

che conferma il risultato appena ottenuto e indica che la potenza


dissipata si partiziona sulle diverse resistenze a seconda della corrente
che effettivamente vi fluisce.

2.3.2 Pile in serie e parallelo


Può essere utile soffermarsi sul comportamento di più generatori reali
in serie e in parallelo. La serie di n pile di fem V e resistenza interna
r genera nel circuito con carico esterno R una corrente

nV V
i= = , serie
R + nr R/n + r
ovvero la tensione di n generatori sul carico originale, oppure la
tensione di uno solo su in carico 1/n quello reale. Il parallelo ha la
fem totale di ognuno degli alimentatori; la resistenza equivalente alle
n resistenze interne in parallelo è semplicemente r/n, e la corrente è
ora
V nV
i= = . parallelo
R + r/n nR + r
Consideriamo ora un banco misto di m file uguali di alimentatori,
ognuna con n alimentatori collegati in serie, e collegate in parallelo.
La fem di una fila è nV e la resistenza è nr; essendo in parallelo, le m
file produrranno anche loro una fem nV; ma la resistenza globale ora
è nr/m. La resistenza totale è quindi R+nr/m e la corrente è

nV mnV
i= = .
R + nr
m mR + nr
fisica 2 55

2.3.3 Blocchi di serie/parallelo


da completare – È abbastanza facile, se a volte tedioso, ottenere la
resistenza equivalente a un qualunque blocco combinato di resistori
in serie o parallelo, come ad esempio schematizzato in Figura ??.
Occasionalmente va fatta attenzione a quali terminali di un gruppo
di resistori vengono connessi, perchè la scelta influenza la resistenza
equivalente, come ad esempio nel caso in Figura ??. Esempi semplici
di serie e parallelo sono il galvanometro usato come voltmetro e come
amperometro con shunt, e il ponte di Weathstone.

2.4 Kirchhoff

La decomposizione in sezioni in serie e parallelo è spesso sufficien- maglia


te a risolvere problemi circuitali semplici (per risolvere intendiamo
ottenere la corrente e la potenza dissipata nei vari elementi, date le
forze elettromotrici dei generatori e le resistenze). In generale però è
necessario ricorrere a relazioni più generali dette regole di Kirchhoff.
Queste relazioni derivano in sostanza dalla conservazione della
carica e dall’annullarsi della circuitazione del campo elettrico. Preli-
minarmente osserviamo che è necessario usarle in quei circuiti in cui
si presentino più conduttori con resistenze e forze elettromotrici e non Figura 2.15: Definizioni.

riconducibili a blocchi serie e parallelo. In Figura 2.15 è rappresentata


un simile circuito. Le sezioni chiuse come quella sulla destra si chia-
mano maglie. I tratti di conduttore contenenti resistenze, f.e.m., o altri
elementi si chiamano rami. I punti di incontro dei rami si chiamano
nodi. La relazione tra il numero di nodi N, il numero di rami R e il
numero di maglie M è

M = R − N + 1.

In ogni maglia circolerà una corrente, in generale diversa da tutte


altre. In figura, si nota che R=6, N=4, e quindi M=3, come in effetti
è chiaramente il caso. Usando le regole di Kirchhoff, otterremo M
equazioni in M incognite che determineranno appunto le M correnti
nelle M maglie. Figura 2.16: Irrilevanza delle maglie
senza elementi.
Notiamo di passaggio che solo i tratti con elementi circuitali vanno
contati come rami; i tratti senza elementi, che sappiamo essere assunti
essere perfetti conduttori, possono essere rimossi (come schematizzato
in Figura 2.16) e la relazione tra M, N, e R resta valida.

2.4.1 K-1
La prima regola “conta” tutte le forze elettromotrici e le cadute di po-
tenziale attraverso gli elementi circuitali in base alla legge di Ohm. In Figura 2.17: Origine della convenzio-
ne sul segno delle fem nelle regole di
questo modo si stabiliscono –come prima, ma per casi più complessi– Kirchhoff.
delle relazioni tra correnti, potenziali, e resistenze delle diverse ma-
glie. Naturalmente è importante prima di tutto contare le tensioni
consistentemente e con i segni giusti.
Consideriamo un circuito aperto come in Figura 2.17. Assumiamo
che la corrente I fluisca da sinistra a destra (da A verso B). Vogliamo
56

ottenere la caduta di potenziale tra gli estremi A e B. Tra A e C il


potenziale scende, e per la legge di Ohm

VA − VC = IR1 .

Similmente tra D ed E si ha

VD − VE = IR2 .

Le due f.e.m. andranno, chiaramente, contate con segno mutuamente


opposto. Il generatore 2 è disposto in modo tale da ridurre il poten-
ziale transitando da E a B, cioè è concorde ai segni delle cadute di
potenziale tra A e C, e tra D ed E. Dunque

VE − VB = E2 .

Il generatore 1 fa invece aumentare il potenziale tra C e D (cioè, in


direzione della corrente); il suo segno deve essere negativo, dato che
abbiamo preso tutte le riduzioni di potenziale negli altri tratti come
positive:
VC − VD = −E1 .
Sommando le quattro equazioni otteniamo

VA − VB = E2 − E1 + I ( R1 + R2 ),

cioè, portando tutti i potenziali al primo membro e i carichi al secondo,

VA − VB − E2 + E1 = I ( R1 + R2 ) = IR T ,

con RT la resistenza totale equivalente del tratto di circuito. Come


si vede ogni f.e.m. viene sommata convenzionalmente con il segno
positivo se la corrente entra dal polo negativo ed esce dal positivo, e
viceversa con segno negativo se la corrente entra dal polo positivo.
Questo è in accordo con il fatto che sotto l’azione del generatore la
corrente deve “uscire” dal polo positivo. Se abbiamo molte f.e.m. sarà

VA − VB + ∑k Ek = IR T . (2.9)

con la convenzione appena menzionata sui segni. Questa equazione


è spesso utile per dedurre il potenziale tra due punti specifici, ad
esempio in circuiti con condensatori, o per determinare la tensione
equivalente di cui al teorema di Thevenin (Sez.2.4.4). Se i punti A e
B coincidono, cioè il tratto di circuito in questione è chiuso –come la
generica maglia di un circuito complesso– abbiamo

∑k Ek = IRT . (2.10)

Nel caso di una singola maglia chiusa, questa equazione è equivalente


alla legge di Ohm ed è banale. Se abbiamo più maglie con rami
comuni, avremo una equazione per ogni singola maglia, e siccome
alcuni rami sono condivisi tra maglie, in essi circoleranno le correnti
di ambedue le maglie (una loro combinazione). Dunque le equazioni
in questione saranno accoppiate, nel senso che la corrente di una data
fisica 2 57

maglia figurerà anche nelle equazioni per altre maglie. Per questo
è essenziale scegliere il verso di circolazione di tutte le correnti e
mantenerlo in modo consistente. Se alla fine si ottenessero correnti
negative, significherebbe semplicemente che il verso di circolazione
è opposto a quello assunto inizialmente. Questo approccio è anche
noto come metodo delle correnti di maglia.

2.4.2 K-2
La seconda regola dice molto semplicemente che le correnti che
entrano ed escono da un nodo devono sommare a zero. Questa è una Figura 2.18: Seconda regola di Kirchhoff
per dedurre correnti non-indipendenti.
conseguenza della conservazione della carica (tanta carica entra, tanta
ne deve uscire). Dunque

∑k Ik = 0, ∀ nodo, (2.11)

dove le correnti sono sommate con segno positivo se entrano nel nodo
o con segno negativo se ne escono. Spesso non è necessario usare
esplicitamente questa regola per trovare le correnti indipendenti, dato
che dalla prima regola si ottiene già un sistema lineare risolvibile.
Tuttavia, essa può semplificare i calcoli eliminando una corrente a
favore delle altre; ad esempio se I1 +I2 –I3 =0 in un certo nodo (come
in Figura 2.18), si può sostituire I1 =–I2 +I3 nel sistema determinato
dalla prima regola. Altra applicazione è alla corrente su un ramo
comune a due maglie, che può essere ottenuta come la differenza delle
due correnti nelle maglie prese con il segno dato dalla circolazione,
oppure equivalentemente dalla seconda regola applicata a un nodo
di quel ramo.

2.4.3 Esempio
Come esempio, consideriamo due maglie X e Y come in Figura 2.19.
Scriviamo la prima regola per le due maglie. Assumiamo che le
correnti IX e IY circolino in senso orario in ambedue le maglie. Le due Figura 2.19: Circuito a due maglie non
riconducibile a serie-parallelo, e quindi
f.e.m. vanno allora contate positive nelle due equazioni. Le cadute di
da risolvere con Kirchhoff.
potenziale sui carichi dovute a IX sono IX R A e IX R B ; ma in R B circola
anche la corrente IY in verso contrario a IX e quindi va aggiunta la
caduta –IY R B . Allo stesso modo si procede per la maglia Y. Possiamo
scrivere Eq.2.15 per le due maglie come

( R A + R B ) IX − R B IY = E1 maglia X
( RC + R B ) IY − R B IX = E2 maglia Y

ottenendo un sistema lineare in due incognite IX e IY , le cui equazioni


sono, come si vede, accoppiate (le incognite compaiono in tutte e
due le equazioni). Risolvendo il sistema, si ottengono le due correnti
e si può ad esempio ottenere la potenza dissipata su dati elementi.
La soluzione dei sistemi può essere complicata, anche se risulta
semplificata se si specificano i valori di resistenze e f.e.m. Rimane
però tediosa e costosa per circuiti a molte maglie, che implicano
58

sistemi lineari grandi. Notiamo infatti che risolvere il sistema è


equivalente a risolvere il problema matriciale

ÃI = E,

con à la matrice dei coefficienti che moltiplicano le correnti, I il


vettore (incognito) delle correnti ed E quello noto delle f.e.m.; i me-
todi tipici (sostituzione, eliminazione di Gauss, regola di Cramer,
decomposizione LU) hanno tutti un costo dell’ordine di N 3 per N
equazioni.
Per l’esempio qui sopra (supposto R B =5 Ω, R A =15 Ω, RC =25 Ω,
E1 =10 V, e E2 =30 V), risolviamo per sostituzione, ottenendo IX =0.28 A
ed IY =0.88 A (senso orario di circolazione, ricordiamo). Se volessimo
Figura 2.20: Seconda regola per ottenere
sapere le potenze su RC o R A , ad esempio, questo è tutto quel che
la corrente IB .
serve. Per ottenere invece la potenza su R B (e in generale sui rami
condivisi), possiamo usare la seconda regola per ottenere la corrente
sul ramo di interesse; al nodo superiore, IX +IY +IB =0.28–0.88+IB =0
(perchè IY esce dal nodo) e quindi IB =0.6 A, ovvero entrante nel nodo
dal ramo di R B ; la potenza dissipata su R B è perciò R B IB2 =1.8 W
(peraltro, la potenza non dipenderebbe dal segno di IB ). La stessa
cosa poteva ottenersi allo stesso modo considerando direttamente i
versi di circolazione e i valori. Ricordiamo comunque che correnti
ottenute come IB non sono correnti indipendenti, ma derivate.

2.4.4 Teorema di Thevenin


Un altro approccio abbastanza abbordabile in pratica si basa sul
cosiddetto teorema di Thevenin. Si è visto che blocchi di resistori
in combinazioni di serie o parallelo possono essere rimpiazzati (nel
circuito o nel suo modello) da una opportuna resistenza equivalente.
Questo concetto si estendere a una qualunque rete di resistori e f.e.m.,
che può essere rimpiazzata da una singola f.e.m. in serie a una singola
resistenza, in base al teorema di Thevenin, che afferma che
Una rete complessa di f.e.m. e resistenze equivale a un singolo generatore di
f.e.m., uguale alla ddp tra i due punti A e B dove la rete si collega all’esterno,
in serie a una singola resistenza, pari a quella che si misurerebbe tra A e B se i
generatori fossero rimpiazzati dalle proprie resistenze interne (eventualmente
nulle).
Operativamente, ai punti A e B la fem può essere misurata con un
voltmetro, e la resistenza si deduce da una misura di corrente "di
corto circuito", cioè usando un amperometro tra A e B. Il calcolo della
resistenza equivalente si riconduce a una combinazione di blocchi
serie-parallelo; la f.e.m. deve essere valutata, in generale, tramite
Kirchhoff.

2.5 Circuito RC

La presenza di condensatori, oltre che di resistori, in un circuito altera


la situazione drasticamente. In particolare, si osservano fenomeni
transienti di carica e scarica quando il circuito è posto sotto tensione
fisica 2 59

esterna: il condensatore si carica progressivamente tramite la corrente


che fluisce anche attraverso i resistori, dando luogo così a transienti
(che cessano a tempi sufficientemente lunghi) di tensione e corrente.
Una volta completati processo di carica, il condensatore non può
più ricevere carica, e quindi la corrente si arresta: il condensatore,
quindi, agisce come un tratto di circuito aperto, così come all’inizio
Figura 2.21: Circuito RC.
della carica si comportava come un tratto di conduttore perfetto (in
quanto privo, per costruzione, di restistenza). Quando viene rimossa
la tensione esterna, il condensatore carico può agire da generatore
di tensione sul resto del circuito. Man mano che il condensatore si
scarica, la tensione diminuisce fino a sparire, e quindi anche in fase
di scarica ci sono fenomeni transienti.

2.5.1 Carica
Consideriamo il circuito in Figura 2.21, inzialmente aperto. Chiu-
dendo l’interruttore, la corrente fluisce attraverso i due elementi e
in particolare inizia a caricare (con carica uguale e opposta in ogni
istante) i piatti del condensatore. La carica sul capacitore passa nel
tempo dal valore iniziale q(0)=0 a quello finale q0 =C E , il massimo
valore possibile dettato dalla capacità. A questo punto il condensatore
non riceve più carica, e quindi la corrente nel circuito si ferma.
In un momento generico tra l’inizio e la fine della carica, la f.e.m.
è uguale alle cadute di potenziale sui due carichi:

q0
E = VR + VC = RI +
C
dove la carica q0 sta cambiando nel tempo (scriviamo carica e tempo
con un apice perchè serviranno da variabili mute nell’integrazione).
Per la definizione di corrente come derivata temporale della carica,
possiamo riscrivere
dq0 q0
R 0 =E−
dt C
ovvero
dt0 dq0
RC dq0 = (E C − q0 ) dt0 ⇒ = .
RC E C − q0
Integrando fino a un tempo generico e alla corrispondente carica,

dt0 dq0
Z t Z q
=
0 RC 0 E C − q0

si ha
t q q − EC
− = log (q0 − E C )|0 = log
RC −E C
e quindi esponenziando i due membri e riarrangiando

q − E C = −E C exp (−t/RC )

e quindi

q = E C (1 − exp (−t/RC ))
= q0 (1 − exp (−t/RC )) = q0 (1 − exp(−t/τRC )).
60

Dunque la carica sul condensatore aumenta esponenzialmente da


zero al suo valore massimo (Figura 2.22). Il tempo caratteristico su
cui questo avviene è
τRC = RC,
Figura 2.22: C
il che è sensato perchè se R è grande l’energia dissipata su di essa è
maggiore, e quindi il resistore compete maggiormente con la carica del
condensatore, e viceversa se C è grande il tempo necessario alla carica
deve aumentare a parità di E e di proprietà dei conduttori nel circuito.
dim dim
Chiaramente τRC =RC = (V/I)×(q/V) = q/I ha le dimensioni di un
tempo.
Come la carica, anche la corrente, la tensione e le quantità collegate
variano nel tempo. La corrente (Figura 2.23) è
Figura 2.23: Corrente nel circuito RC. dq E
I= = exp (−t/RC ),
dt R
che cala a zero esponenzialmente man mano che il capacitore si carica.
La tensione sul capacitore, per definizione, è

VC = E − VR = E (1 − exp (−t/RC )),

e quindi tutta la f.e.m. cade sul condensatore a tempi lunghi; quella


sul resistore, infatti, è

VR = E exp (−t/RC ).

Per parametri plausibili del circuito, il tempo di decadimento è di


norma piccolo. Per R=100 Ω, anche una capacità cospicua di C=1
µF dà τRC =0.1 ms. Occorre appena specificare che τRC è il tempo in
cui la corrente e la tensione calano di un fattore e−1 ∼0.3; per ridurle
a qualche percento, serve un tempo dell’ordine 4τRC , per il quale il
fattore esponenziale è appunto e−4 =1/e4 =0.018. La potenza totale
E2
PT = E I = exp (−t/RC )
R
cala a zero con la corrente alla fine del processo di carica. La confron-
Figura 2.24: Potenza e sue componenti tiamo in Figura 2.24 con le sue due componenti, sulla resistenza e
durante la carica del circuito RC.
sulla capacità: la potenza dissipata sulla resistenza è
E2
PR = RI 2 = VR I = exp (−2t/RC )
R
e quella sulla capacità è
E
PC = VC I = E (1 − exp (−t/RC )) × exp (−t/RC )
R
E2
= [exp (−t/RC ) − exp (−2t/RC )] = PT − PR ,
R
non sorprendentemente data la conservazione dell’energia. Dalla po-
tenza possiamo calcolare l’energia totale accumulata nel condensatore
e quella dissipata nel resistore. Integrando la potenza totale si ha
Z ∞ Z ∞
E2 t
W = dt PT = dt e− RC
0 R 0
E2 − t ∞
= − RC e RC |0 = E 2 C. (2.12)
R
fisica 2 61

L’energia dissipata nel resistore


Z ∞
E2 ∞ E 2C
Z
2t
WR = dt PR = dt e− RC = , (2.13)
0 R 0 2
è uguale a quella accumulata con il processo di carica nel condensato-
re,
Z ∞ Z ∞
E 2C E 2C
WC = dt PC = dt PT − PR = E 2 C −
= .
0 0 2 2
In sostanza, metà dell’energia fornita al circuito per caricare il capa-
citore viene inevitabilmente dissipata. (Notiamo di passaggio che
l’espressione dell’energia del condensatore è la stessa che avevamo
derivato discutendo la capacità.)

2.5.2 Scarica
Il processo di scarica del condensatore in assenza di tensione esterna
è alimentato dall’energia ivi accumulata. La tensione ai capi del
condensatore, che inizialmente è V0 =q0 /C, alimenta la corrente nel
resistore. Come prima, tranne che la f.e.m. è ora zero,
q0
E = 0 = VR + VC = RI + ,
C
Quindi
dq0 q0
R 0
=− ,
dt C
ovvero
dt0 dq0
=− 0 ,
RC q
e integrando
dt0 dq0
Z t Z q
=−
0 RC 0 q0
si ha
q = q0 exp (−t/RC ).
La tensione
q q
VC = = 0 exp (−t/RC ),
C C
e la corrente
q0
I= exp (−t/RC )
RC
calano ambedue esponenzialmente con lo stesso tempo caratteristico
del processo di carica. La potenza dissipata nella resistenza è
V02
P = RI 2 = exp (−2t/RC )
R
e l’energia dissipata (gli integrali sono gli stessi di prima) risulta
V02 RC CV02
WR = = ,
R 2 2
cioè, appunto, l’energia immagazzinata nel condensatore tramite il
processo di carica.

2.5.3 Esempi
Qui qualche esempio di circuiti, usando K, Th, s-p, e situazioni di
regime o carica RC.
3. Magnetismo

È un fatto empirico che due fili percorsi da corrente esercitano una


forza mutua (anche se si interpone tra di essi un conduttore non-
magnetico), e che, analogamente, due particelle in moto con diverse
velocità esercitano mutuamente una forza. L’origine di queste forze, e
del campo magnetico che definiamo per calcolarle, è riassunta nella
frase di A. Einstein “Le forze magnetiche sono in ultima analisi forze
elettriche tra cariche in moto”. Due oggetti neutri in cui siano in
moto delle cariche (come ad esempio due fili conduttori) esercitano
mutuamente una forza che è essenzialmente la forza elettrica tra le
particelle in moto nei due rispettivi sistemi di riferimento inerziali,
una volta che si tenga conto della trasformazione di coordinate tra
i due sistemi in moto. In questo senso, il magnetismo è un effetto
elettrico relativistico, cioè legato alla descrizione dei sistemi in moto
relativo fornita dalla teoria della relatività speciale di Einstein (il cui
lavoro originale si intitola infatti “Sull’elettrodinamica dei corpi in
movimento”). Una spiegazione esauriente, seppure molto impegna-
tiva, è fornita nel volume 2, capitolo 5, della “Fisica di Berkeley”; in
Sezione 6.7 ne vedremo una semplificata.
Risulta inoltre che pressochè tutte le proprietà magnetiche dei
materiali sono effetti quantistici, dato che in fisica classica la magne-
tizzazione deve essere per forza nulla (teorema di Bohr-van Leuween).
Esempi sono l’esistenza di momenti magnetici microscopici (la ma-
gnetizzazione permanente delle calamite, ad esempio), e la proprietà
principe del campo magnetico, cioè quella di non avere sorgenti
monopolari, cioè “cariche magnetiche".
Sorprendentemente, il campo magnetico, che viene “inventato" per
descrivere l’interazione tra cariche in moto, risulta avere, nel contesto
delle equazioni di Maxwell, una propria esistenza a pari dignità con il
campo elettrico: esempio principe, le onde elettromagnetiche (Sez.6.3),
che consistono essenzialmente di campi oscillanti che si rigenerano
mutuamente nel tempo. Anche l’interazione di momenti magnetici
64

con il campo magnetico prescinde completamente dalla sorgente che


generato gli uni e l’altro. Quindi è forse più corretto ammettere che il
campo magnetico è almeno tanto importante e fondamentale quanto
quello elettrico; è però vero che gli effetti dinamici magnetici sono
molto più deboli di quelli elettrici.

3.1 Campo magnetico

Calcolare le forze tra cariche in moto in maniera diretta è estremamen-


te macchinoso e scomodo; è possibile invece farlo in modo conciso
e completo introducendo un nuovo campo, detto campo magnetico
B, che è generato da cariche in moto e che agisce solo su cariche in
moto, e che in sostanza mima l’azione mutua “elettrica+relativistica”
(oltre che, ove rilevante, “quantistica") delle cariche in moto.
Il campo magnetico può essere generato da una corrente, ma
anche da un magnete permanente. Analizzando il secondo caso in
dettaglio con la teoria quantistica, si scopre che anche il campo di un
magnete deriva dal moto di cariche, e che l’interazione apparente tra
i poli di due magneti è di fatto il risultato l’interazione tra cariche
microscopiche in moto dentro di essi. Questa forza a volte viene
espressa come
F ∼ M1 M2 /r2 ,

a suggerire, come nel caso elettrostatico, l’esistenza di “cariche” M


Figura 3.1: Decostruzione di una corrispondenti ai poli (convenzionalmente "Nord" e "Sud") di una
calamita.
calamita. Ora empiricamente sappiamo che un magnete ha un polo
N e uno S coesistenti, e ha tutto l’aspetto di un dipolo. Se cerchiamo
di dividere questo dipolo (Figura 3.1) in ipotetiche cariche N e S
tagliando a metà la calamita, otteniamo ancora un dipolo. Questo
rimane vero fino al livello microscopico: spezzettando la calamita
negli atomi costituenti osserviamo che gli atomi stessi sono la sede del
dipolo magnetico elementare del magnete, e non si osservano cariche
magnetiche separabili. Il dipolo è infatti generato dal momento
angolare degli elettroni in orbita intorno al nucleo, quindi in ultima
analisi dal moto di cariche. Se anche eliminiamo questa circolazione
degli elettroni (ad esempio, separandoli dall’atomo stesso), sopravvive
ancora un dipolo magnetico: quello intrinseco di spin dell’elettrone
stesso, che è un puro momento angolare quantistico senza analogo
classico, e certamente non divisibile in ipotetiche singole cariche
magnetiche. In sostanza, i monopoli (cariche) magnetici non esistono.
Non esistendo cariche magnetiche, nessuna superficie comunque
scelta può contenerne alcuna. Applicando una legge del tipo di quella
di Gauss al campo magnetico otteniamo perciò
Figura 3.2: Le linee di campo magnetico I
sono continue, e il loro flusso netto è B · dA = 0,
nullo attraverso qualunque superficie. S

cioè non c’è flusso netto di campo attraverso una superficie chiusa:
le linee di campo sono continue (Figura 3.2). Quelle del campo
elettrico, per esempio, non lo sono, dato che “originano” dalle, o
terminano nelle cariche elettriche. Tramite il teorema della divergenza
fisica 2 65

già usato nel contesto della legge di Gauss per il campo elettrico si
ottiene banalmente la versione differenziale, e quindi infine la terza
equazione di Maxwell:
I
div B = 0; B · dA = 0. (3.1)
S

Una conseguenza è che il flusso attraverso una superficie aperta


S A limitata da una linea C è indipendente da S A , dato che possiamo
costruire una superficie chiusa SC (attraverso cui il flusso è zero)
combinando S A con qualunque superficie aperta S0A . Dunque il flusso
attraverso una data linea C potrà essere calcolato scegliendo la più
comoda delle superfici possibili che si appoggino su C. Un campo che
soddisfi questa equazione (sempre valida in ambito elettromagnetico)
è detto solenoidale. In sostanza è un campo che, al contrario del
campo elettrostatico (che è irrotazionale e laminare, come detto in Figura 3.3: Campo solenoidale puro,
senza divergenza. Un campo magnetico
precedenza), non fluisce ma “ruota” solamente (essenzialmente, deve è di questo tipo.
avvitarsi su se stesso perchè le linee di campo siano chiuse). In Figura
3.3, è appunto mostrato un campo con solo rotore (circuitazione
lungo la linea, e quindi flusso attraverso l’area delimitata dalla linea)
e non divergenza (cioè flusso attraverso la linea). Di questo campo, si
intuisce a vista, sarà verosimilmente non nulla la circuitazione
I
B · ds 6= 0
L

e il suo valore sarà legato alla sorgente del campo stesso (che vedre-
mo essere la corrente e che in questa Figura sarebbe nell’origine).
In Figura 3.4, invece, è mostrato un campo che ha sia rotore (cir-
cuitazione lungo la linea) che divergenza (flusso attraverso la linea).
Notiamo infine che un campo vettoriale generico può essere sempre
espresso come somma di una componente solenoidale e una laminare,
sotto ragionevoli condizioni (più un termine armonico: teorema di
Helmholtz, vedi Figura 3.5).

3.2 Forza di Lorentz

L’azione principe del campo magnetico è determinare la forza di


Lorentz. Una particella di massa m e carica q in moto con velocità v
in un campo magnetico risulta soggetta a una forza, detta di appunto
di Lorentz,
F = qv × B (3.2)

Ci occuperemo in seguito di come il campo possa essere generato. Figura 3.4: Campo con rotore e diver-
Dal modulo F=qvB, possiamo dedurre le unità del campo magnetico genza ambedue non nulli. Un campo
nel S.I.: magnetico non si comporta così.

m dim dim N Nm J Js Vs
C B = N ⇒ B = = 2
= 2
= 2
= .
s Am Am Am Cm m2

Dunque 1 T = 1 V s/m2 . I campi magnetici tipici sulla terra sono pic-


coli; il campo terrestre è pari a 1 Gauss = 10−4 T. I campi massimi che
si ottengono in laboratorio in modo non distruttivo sono dell’ordine
Figura 3.5: Teorema di Helmholtz.
66

delle decine di Tesla al più. Per confronto, in oggetti astronomici tipo


pulsar o stelle di neutroni, i campi posso essere anche 108 T.
Essendo un prodotto vettoriale di v e B, la forza è ortogonale ad
ambedue, il che definisce la sua direzione. Il verso è determinato dalla
regola della vite (Figura 3.6) : è il verso di avanzamento di una vite
normale che giri in modo da portare v su B attraverso l’angolo minimo
tra essi compreso. Altra regola analoga è quella della mano destra:
se v punta parallela alle dita eccettuato il pollice e si piegano le dita
stesse in direzione di B, la F punta lungo il pollice. Ovviamente se q
cambia segno la forza si inverte. La forza ovviamente è proporzionale
a sin θ, l’angolo compreso tra v e B, e quindi massima se i due
sono ortogonali e zero se sono paralleli. Inoltre, la forza è sempre
diretta trasversalmente alla velocità della particella. Questo ha una
importante conseguenza, e cioè che la forza non fa nessun lavoro utile
nella direzione del moto,
Z B
W= F · ds = 0
A

essendo ds parallelo a v. (Ricordiamo che nel caso di forze elettriche


questo succede solo su linee equipotenziali.) Una differenza impor-
tante tra campo magnetico e campo elettrico è dunque che le linee di
forza e di campo coincidono geometricamente per il campo elettrico,
mentre linee di forza e di campo sono ortogonali nel caso magnetico.
Altra annotazione utile è che la forza in campo elettrico e magnetico
in generale è

F = q (E + v × B) .
Chiaramente la relazione tra le dimensioni fisiche del campo magne-
dim
tico ed elettrico nel nostro sistema di unità è del tipo E = vB. In
particolare risulta che E=cB, con c la velocità della luce (lo dimostre-
remo esplicitamente nel caso delle onde elettromagnetiche). Dunque
Figura 3.6: Regola della vite e regola la componente elettrica della forza è molto maggiore di quella ma-
della mano destra. gnetica per velocità normali, cioè non prossime a quella della luce: il
rapporto tra forza elettrica e magnetica è dell’ordine
Fe qE qcB c
= = = ,
Fm qvB qvB v

cioè tipicamente molto grande: nel rame, c/vdrift '1013 , c/vFermi '200.
Due altre quantità molto importanti sono il flusso e il momento.
Il flusso ha la solita definizione
Z
ΦB = B · dA = BA
R

dove R è una superficie aperta, e la seconda uguaglianza vale per


Figura 3.7: Spira e momento magnetico. campo costante ortogonale all’area in ogni punto; il flusso si misura
in Weber: 1 Wb =1 T m2 = 1 V s. Il momento magnetico è legato alla
circolazione locale di una carica, e una sua definizione fenomenologica
considera una spira (filo circolare, Figura) di area A percorsa da
corrente I:
m = I A n̂,
fisica 2 67

con n̂ un versore normale alla spira. Il verso di circolazione della


corrente è in relazione con n̂ tramite la regola della vite. Le unità di
momento magnetico sono A m2 = J/T. Risulta naturale definire una
energia potenziale (appunto in J) di un momento magnetico in un
campo magnetico come

U p = −m · B,

di cui si discute ulteriormente qui sotto. I momenti magnetici micro-


scopici associati alla circolazione degli elettroni attorno agli atomi
sono piccoli, dell’ordine di 10−24 A m2 o J/T, quindi si può stimare
che la forza su un cubetto di 1023 atomi o circa 0.01 m di lato in un
campo di 1 T è circa 10−2 N. More about that later.

3.2.1 Moto circolare in B


Essendo la forza magnetica (e quindi l’accelerazione, ovvero la va-
riazione della velocità) trasversale alla velocità in ogni punto della
traiettoria, l’effetto del campo magnetico è di curvare trasversalmente
la traiettoria istantanea precisamente come una forza centripeta (Fi-
gura 3.8). Supponendo per semplicità che v⊥B e che il campo sia
uniforme, è evidente che si realizza un moto circolare uniforme, per
cui
mv2
F = qvB = ma =
r
e quindi
mv p
r= = ,
qB qB
cioè il raggio è tanto minore quanto maggiore il campo. Inoltre la
frequenza angolare del moto, detta di ciclotrone, è

v qB
ω = 2π f = =
r m
e aumenta con il campo. In forma vettoriale,
q
~ =−
ω B
m
e quindi
v×B = ω
~ × v = −v × ω
~.
Il periodo del moto è
2π 2πm
T= = .
ω qB
Da queste espressioni è chiaro che si può usare il campo magnetico
per selezionare, a seconda dei casi, le particelle per velocità o per
massa o per carica.
Se l’angolo velocità-campo non è π/2, come supposto sopra, si
ottiene una traiettoria elicoidale (Figura 3.9), dato che solo la compo-
nente ortogonale a B fornisce una forza di Lorentz. Supponiamo che
B=Bŷ, e che (θ è contato dall’asse x) Figura 3.8: Forza magnetica e moto
circolare.

v = v⊥ x̂ + vk ŷ = v(x̂ cos θ + ŷ sin θ ).


68

La forza è

F = qv × B = q(v⊥ x̂ + vk ŷ) × Bŷ = qBv⊥ x̂ × ŷ = qBv⊥ ẑ = ẑqBv cos θ

e ne risulta un moto circolare nel piano xz (perpendicolare a B) con

mv⊥ mv cos θ
r= = ,
qB qB

mentre la particella avanza con velocità v sin θ lungo y. Il moto


complessivamente è quindi una spirale orientata lungo y.
Se ne può calcolare il passo, che è la distanza percorsa della
particella nella direzione di avanzamento in un periodo di rotazione.
Ricordiamo che la frequenza di rotazione è legata alla componente
della velocità normale al campo: ωr=v⊥ , e quindi T=2πr/v⊥ ; dunque

P = Tvk = 2πrvk /v⊥ = 2πr tan θ.


Figura 3.9: Geometria schematica per
la traiettoria elicoidale di una particella
Nel caso limite θ=0, si ha tan θ=0 e quindi P=0, cioè ricadiamo nel
carica in campo magnetico.
caso già discusso, con sola rotazione e nessun avanzamento, nel
qual caso il raggio dell’orbita è massimo. Nell’altro caso limite in
cui θ →π/2, si ha tan θ →∞, cioè P→∞ e r →0: la spirale si allunga
all’infinito, stringendosi fino ad avere raggio zero. Detto diversamente,
la particella con velocità parallela al campo non viene deviata.

3.2.2 Forza magnetica su una corrente


Partendo dalla forza di Lorentz possiamo costruire l’espressione per
la forza esercitata da una corrente su una carica in moto, e quindi tra
correnti. In un filo di sezione A percorso da una corrente stazionaria
portata da elettroni, con densità n (numero/volume), carica –e, massa
m, e velocità di drift vd , la densità di corrente è

j = −nevd .

Sia inoltre ds lo spostamento infinitesimo nella direzione della cor-


rente. Se il filo è immerso in un campo magnetico, ogni elettrone è
soggetto alla forza di Lorentz

F = −evd × B.

Usiamo il solito trucco della sovrapposizione di contributi infinitesimi.


L’elementino ds di lunghezza contiene n A ds elettroni ed è quindi
soggetto alla forza elementare

Figura 3.10: Forza su un filo. dF = nA(ds)F = −( A ds) nevd × B = ( A ds) j × B = Ids × B

(legge elementare di Laplace). Una corrente in un tratto infinitesimo


di filo è difficile da immaginare, ma è utile per ottenere la forza su un
tratto finito PQ di filo:
Z Q
F=I ds × B (3.3)
P
fisica 2 69

Se il campo è uniforme, cioè uguale ovunque,


Z Q 
F=I ds × B. (3.4)
P

L’integrale è semplicemente la somma dei vettorini infinitesimi ds,


cioè il vettore ~` congiungente P e Q (cioè la distanza diretta PQ, non
la lunghezza del filo in extenso: comprensibilmente, se il filo si arrotola
su sè stesso le componenti della forza si cancellano tutte). Dunque
F = I~` × B. (3.5)
Ne segue che, in un campo uniforme, a) la forza sul filo non dipende
dalla sua forma o estensione totale, ma solo dalla distanza tra gli
estremi; b) la forza su un filo chiuso è nulla.

3.2.3 Momenti torcenti su correnti


In un campo uniforme la forza su un filo percorso da corrente è nulla.
Tuttavia un filo percorso da corrente posto in un campo magnetico
può subire momenti torcenti ("coppie"). Vedremo in seguito che, per
converso, applicando un momento torcente a una spira, cioè facendola
ruotare dentro un campo magnetico, si può generare una corrente.

Figura 3.11: Spira in campo magnetico


uniforme.

Riferendoci alla spira rettangolare di lati corti 1 e 2 di lunghezza


a e lati lunghi 3 e 4 di lunghezza b e con asse attraverso i lati 3 e 4
in Fig.3.11 (centro), notiamo dapprima che sul lato 4 e sul lato 3 si
esercitano forze uguali e opposte, che si cancellano poichè assumiamo
che la spira sia indeformabile. In ogni caso, il centro di massa della
spira resta fermo. Le forze sul lato 1 e sul lato 2 (Fig.3.11, destra)
assunta la circolazione antioraria di I sono pari in modulo a IaB e
puntano verso l’esterno della spira ortogonalmente al campo. Esse
sono uguali e opposte, ma applicate su assi diversi (Fig.3.11, sinistra),
e quindi non si cancellano (tranne che nel caso in cui la normale alla
spira sia parallela al campo magnetico). Di nuovo non c’è forza netta,
ma il momento delle due forze è non nullo:
π
M = Fb cos ( − θ ) = IabB sin θ.
2
Se ricordiamo ora la definizione di momento magnetico
m = I An̂,
70

vediamo che il momento torcente è

M = m × B = I An̂ × B,

e punta lungo l’asse di rotazione della spira, analogamente a qualun-


que caso di moto rotatorio. Il momento è nullo se mkB, cioè se θ=0
oppure π; nel primo caso, si ha equilibrio stabile, nel secondo caso si
ha equilibrio instabile (basta che θ si scosti leggermente da π per far
partire la rotazione della spira).
Quando la normale, oscillando, attraversa la direzione del campo,
Figura 3.12: Momento torcente di
una spira in campo magnetico (vista M cambia segno (Figura 3.12), cioè la spira viene nuovamente attratta
dall’alto). verso l’equilibrio; ne deriva una oscillazione che è, per piccoli θ
intorno alla posizione d’equilibrio, armonica. Possiamo infatti definire
una energia potenziale

U p = −m · B = −|m| B cos θ = − I AB cos θ

che è minima a θ=0 (stabile) e massima a θ=π (instabile), e con cui


riotteniamo
dU p
M=− = −|m| B sin θ ' −|m| Bθ

l’ultima eguaglianza essendo valida nel limite di piccoli angoli. Per
la definizione di momento torcente nella dinamica dei corpi rigidi (L
è il momento angolare, I il momento di inerzia, e ω=θ̇ la velocità di
rotazione), questo fornisce
dL
M≡ ≡ I ω̇ = −|m| Bθ
dt
ovvero
|m| B
θ̈ + θ=0
I
che è l’equazione di un oscillatore armonico con costante di forza di
richiamo proporzionale al momento magnetico e al campo, e "massa"
data dal momento d’inerzia della spira, la cui pulsazione e frequenza
di oscillazione sono
r
|m| B ω
ω= , f = .
I 2π
La spira quindi è meccanicamente equivalente (trascurando attriti,
aria etc.) a un momento magnetico. Meccanismo simile è quello
dell’ago di una bussola immerso nel campo terrestre.

3.2.4 Generalizzazione a campi non uniformi


Esaminiamo ora una semplice ed elegante generalizzazione che per-
mette di calcolare le forze (a corrente costante) su fili o spire deforma-
bili o in campi non uniformi. Riconsideriamo l’energia potenziale

U p = −m · B.

e ricordiamo l’espressione del momento magnetico. Se la spira si


deforma in campo uniforme, abbiamo

dU p = −dm · B = − IB · dA = − IdΦ,
fisica 2 71

o se la spira è rigida ed è il campo a cambiare

dU p = −m · dB = − IdB · A = − IdΦ.

In entrambe i casi la variazione di energia è associata alla variazione


di flusso del campo attraverso una superficie appoggiata sul circuito C
(la spira). Dato che il flusso del campo magnetico dipende solo da C,
non è importante quale sia la superficie specifica, e quindi integrando
si ha Z
Up = − I dΦ = − IΦ B .
A
Se ora muoviamo la spira mantenendo I costante, il flusso varia e di
conseguenza varia l’energia potenziale. Il lavoro infinitesimo fatto per
muovere la spira è l’opposto della variazione dU p ,

dW = −dU p = IdΦ

Per esempio per una traslazione lungo x, il lavoro è

dW = Fx dx
Figura 3.13: Una spira in campo non-
ma è anche, al primo ordine, uniforme si muove in modo da raggiun-
gere la situazione di massimo flusso (‘E’
∂Φ
dW = I dx; sta per ‘equilibrio’).
∂x
dunque
∂Φ
Fx = I
∂x
o in forma vettoriale (ricordando il campo elettrico vs potenziale)

F = I ∇Φ = −∇U p

cioè il gradiente del flusso. Se il campo è uniforme, la variazione di


flusso è sempre nulla, e quindi la forza è nulla. Supponendo che la
spira sia rigida, in un campo non uniforme agirà su di essa una forza
proporzionalmente maggiore laddove il campo varia rapidamente
nello spazio, e la forza si annullerà in una situazione di variazione di
flusso nulla. La spira si muoverà verso regioni dove il flusso aumenta,
e il massimo flusso corrisponderà alla minima energia potenziale (la
spira in posizione A o in posizione B in Figura 3.13 si muoverà come
indicato finendo in equilibrio in E). Una spira non rigida, invece, si
deformerà finchè possibile (e poi si muoverà) per aumentare il flusso
concatenato. In questo quadro generale rientra anche, in particolare,
la spira chiusa in campo uniforme discussa sopra. Infatti
∂Φ
dW = −dU p = I dθ = Mθ dθ
∂θ
e quindi, essendo
Φ = AB cos θ,
il momento meccanico è
∂Φ
Mθ = I = − I AB sin θ
∂θ
come trovato in precedenza. Ovviamente l’espressione in funzione
del flusso semplifica notevolmente i calcoli in campo non uniforme.
72

3.2.5 Esempio: filo in equilibrio in campo magnetico e gravitazionale


Data una terna cartesiana destrorsa cioè tale che

x̂ × ŷ = ẑ,

consideriamo un filo rettilineo di lunghezza orientata L=L x̂ e densità


di massa λ=m/L=46 g/m percorso da una corrente I=28 A in un
campo uniforme B=Bŷ. Assumiamo che sia presente la forza di
gravità Fg =−mgẑ. Quanto deve valere B perchè il filo rimanga sospeso
nel campo gravitazionale ? Preliminarmente notiamo che la forza
punta in direzione opposta alla gravità, dato che

Fm = IL × B = ILBx̂ × ŷ = ILBẑ.

Per la terna sinistrorsa (come in Fig.3.16, ovvero se B fosse opposto in


verso) la forza sarebbe concorde con la gravità. Ciò definito, dobbiamo
eguagliare i moduli delle forze magnetica e gravitazionale Fm =ILB e
Fg =mg; quindi

ILB = λLg ⇒ B = λ g/I = 0.046 · 9.8/28 = 1.6 × 10−2 T,

circa 160 volte il campo terrestre; questo concorda con l’osservazione


che i fili percorsi da corrente non sono perturbati apprezzabilmente
dal campo terrestre, e rimangono appesi come catenarie nel campo
gravitazionale.

3.2.6 Esempio: momento di un pacchetto di spire


Consideriamo un pacchetto di N=250 spire di area 2.5×10−4 m2 e
percorse da I=100 µA, in equilibrio stabile in un campo B=0.85 T
diretto lungo l’asse delle spire. Qual’è il verso della corrente ? Qual’è
il lavoro necessario a ruotare il pacchetto di π/2 ? Per la prima
domanda, si nota che il campo e il momento magnetico delle spire
devono essere concordi; per la regola della vite, la corrente deve
perciò circolare in senso orario guardando nella direzione del campo
(se circolasse al contrario, il momento magnetico sarebbe opposto
al campo e l’equilibrio sarebbe instabile). Per la seconda domanda,
notiamo che il lavoro è pari alla differenza di energia potenziale tra
stato finale e stato iniziale

W = U p (π/2) − U p (0) = −mB cos π/2 + mB cos 0 = mB.

Il momento è

m = N I A = 250 · 2.5 × 10−4 × 100 × 10−6 = (2.5)2 × 10−6 ,

quindi
W = mB = (2.5)2 × 10−6 · 0.85 = 5.4 µJ.

3.2.7 Esempio: "motore" magnetico


Consideriamo (Figura) un conduttore quadrato di lato b con tre lati
fissi e il quarto mobile lungo l’asse x (sia x la coordinata del quarto
fisica 2 73

lato). Se ipotizziamo che la corrente circoli in senso orario e il campo


B entri nel piano del conduttore, si vede che la forza è diretta lungo x̂:

F = IBbx̂.

Alternativamente notiamo che il flusso del campo

Φ = B · A = (n̂ · B̂) BA = bxB

è positivo e aumenta con x; il verso di circolazione della corrente im-


plica infatti una normale n̂kB, per cui n̂·B̂=1 (se la corrente circolasse
in senso opposto, o il campo fosse uscente avremmo n̂·B̂=−1 e la
forza cambierebbe segno). Dunque l’espressione della forza è
dΦ d(bx ) dx
F = I ∇Φ = I x̂ = IB x̂ = IBb x̂ = IBbx̂ (3.6)
dx dx dx
come trovato sopra. La corrente quindi subisce una forza magneti-
ca che accelera il settore mobile del circuito (una specie di motore
magnetico).

3.2.8 Esempio: bilancia magnetica Figura 3.14: Schema di "motore


magnetico"
Consideriamo un circuito planare quadrato di lato b appeso a un
braccio di una bilancia e con un lato immerso in un campo magnetico
uscente dal piano, e con corrente circolante in senso antiorario. Sia I=1
A, b=5 cm=0.05 m e la massa del contrappeso sia m=0.5 g=5×10−4 kg.
Quanto deve valere il campo B perchè il sistema sia in equilibrio ?
(O, detto diversamente, dedurre il campo "pesando" il circuito im-
merso nel campo.) Per definizione, la forza punta verso il basso in Figura 3.15: Schema di "bilancia
magnetica"
Figura e ha modulo F=IBb; la forza di gravità sul contrappeso agisce
sul circuito, tramite le tensioni nei bracci (assunti indeformabili), in
direzione opposta ad F. La condizione di equilibrio è

Ftot = mg − IbB = 0

e quindi
mg 5 × 10−4 · 9.8
B= = ' 0.1 T.
Ib 1 · 5 × 10−4

3.2.9 Esempio: forza nulla su un loop chiuso


Consideriamo un conduttore semicircolare nel piano zx, di raggio R Figura 3.16: Loop chiuso e forza nulla.
e chiuso da un settore coincidente con un diametro. Sia il circuito nel
piano zx e sia percorso da corrente in senso antiorario. Sia inoltre
B=Bŷ. Notiamo che la terna scelta qui è sinistrorsa, cioè

x̂ × ŷ = −ẑ.

La forza sul diametro orientato (nel verso della corrente) PQx̂, è

Fdown = 2R IB x̂ × ŷ = −2R IB ẑ.

Sul settore semicircolare possiamo usare uno spostamento

ds = −dx x̂ + dz ẑ.
74

La forza elementare è

dF = Ids × B = IB dx (−x̂ × ŷ) + IB dz (ẑ × ŷ) = IB dx ẑ + IB dz x̂.

Integrando in x il primo termine fornisce


Z R
Fup = IB ẑ dx = 2R IB ẑ,
−R

(abbiamo già tenuto in conto il segno negativo nel differenziale!)


mentre il secondo si annulla, dato che la coordinata z è uguale nei
punti di partenza e arrivo:
Z 0
dz = 0.
0

Dunque, come atteso,

F = Fup + Fdown = 0.

Alternativamente avremmo potuto notare che la corrente circola in


senso opposto nei due tratti di filo, le cui lunghezze sono le stesse;
quindi la forza su ognuno dei due è la stessa.
Infine l’espressione della forza come gradiente del flusso fornisce
lo stesso risultato senza nessun calcolo. Infatti il campo e l’area del
circuito restano entrambi costanti e quindi il flusso è costante, cioè ha
gradiente nullo.

3.2.10 Esempio: traiettoria elicoidale in campo magnetico


Consideriamo un elettrone con energia cinetica 22 eV che entra in
un campo magnetico uniforme di 4.5×10−4 T in modo tale che la
sua velocità formi un angolo θ=65◦ con il campo (schematicamente
come in Figura 3.9). Non essendo la velocità ortogonale o parallela
al campo, la traiettoria sarà elicoidale. Il passo dell’elica percorsa
dall’elettrone è la lunghezza percorsa nella direzione parallela al
campo in un periodo di rotazione di ciclotrone T=2πm/qB, ovvero

p = vk T.

Ci serve quindi la velocità proiettata sulla direzione del campo. Essen-


do l’energia cinetica K=mv2 /2= 22 eV=22×1.6×10−19 J, considerata
la massa dell’elettrone m=9×10−31 kg, si ottiene |v|=2.8×106 m/s, e
quindi vk =|v| cos θ=1.2×106 . Dunque si ha che

m 9 × 10−31
p = 2vk π = 2 · 1.2 × 106 · 3.141592 ·
qB 1.6 × 10−19 · 4.5 × 10−4
= 9.4 × 10−2 m = 9.4 cm.

L’elica è disposta, per costruzione, lungo la direzione del campo.

3.3 Sorgenti del campo magnetico

Come si è ormai capito, le sorgenti di campo magnetico sono le


correnti. La legge di Biot-Savart fornisce il campo magnetico generato
fisica 2 75

da una porzione di filo percorso da corrente (la si può derivare,


Sez.3.11, dalle equazioni di Maxwell). L’espressione è complessa e
difficile da usare in generale. Come al solito, l’idea è usare il principio
di sovrapposizione di contributi infinitesimi, che in questo caso sono
del tipo
µ0 I µ0 I
dB(r) = ds × ŵ = ds `ˆ × ŵ,
4π w2 4π w2
dove `ˆ è il versore dello spostamento dentro il filo, ŵ il versore con-
giungente l’elementino infinitesimo di lunghezza ds con il punto r, w
la distanza di r dall’elementino, e µ0 =4π ×10−7 T m/A è la cosiddetta
permeabilità magnetica del vuoto, analoga alla costante dielettrica e0
nel contesto elettrostatico. La costante µ0 , detta permeabilità magne-
tica del vuoto, ha le dimensioni di una densità lineare di induttanza
(vedere Sezione 4.3). Per un circuito chiuso finito, il campo generato è

`ˆ × ŵ
I
µ0
B(r) = I ds , (3.7)
4π w2
o più in generale
j × ŵ
I
µ0
B(r) = dV ,
4π w2 Figura 3.17: Legge di Biot-Savart: campo
magnetico generato da correnti.
dove si è usato il fatto che

Ids = j dA ds = j dV.

3.4 Campo di una carica in moto

Una singola carica in moto corrisponde a una corrente, e perciò


genera essa stessa un campo magnetico. La densità di corrente per N
particelle di carica q nel volume V è

j = nqv

e quindi il campo generato da N particelle è

µ0 q v × ŵ
dBN = n dV.
4π w2
Poichè solo n dipende dal volume, e integrata sul volume dà il numero
di particelle N, si ha che il campo generato da una singola carica in
moto è
1 µ0 q
Z
B= dBN = v × ŵ.
N 4πw2
Se ricordiamo che il campo elettrico di una carica singola è
q
E= ŵ
4πε 0 w2
(qui w è la distanza dalla carica e quindi fa la funzione di r nella
formulazione dell’elettrostatica) si vede che
µ0 q v×E
B= 2
v × ŵ = (µ0 ε 0 ) v × E = ,
4πw c2
dove c, come vedremo più avanti (Sezione 6.4), è la velocità della luce.
Questa espressione vale nel limite non-relativistico (v/c piccolo).
76

3.5 Campo generato da un filo indefinito

Consideriamo (Figura 3.18) un filo di lunghezza indefinita e percorso


da una corrente I. Sia ŝ la direzione della corrente, e R̂ una generica
direzione ortogonale al filo (tutte queste direzioni sono equivalenti,
essendo il sistema a simmetria cilindrica). Come ora mostriamo, il
campo magnetico generato dalla corrente è

µ0 I
B= ŝ × R̂, (3.8)
2πR
ovvero la direzione del campo giace nel piano ortogonale al filo, e il
suo verso è determinato da quello della corrente tramite la regola della
vite. Per quanto riguarda il modulo, notiamo che ogni elementino ds
contribuisce un campo infinitesimo

µ0 sin θ ds
dB = I
4π r2
dove θ è l’angolo tra la direzione della corrente e la congiungente
l’elementino con il punto dove calcoliamo il campo, e r la distanza tra
Figura 3.18: Geometria per il campo del
filo indefinito. i due. Il campo sarebbe dunque
Z ∞
µ0 sin θ ds
B= I .
4π −∞ r2
Notiamo che, detta R la distanza radiale dal filo, si ha
R
r2 = s2 + R2 , R = r sin (π − θ ) = r sin θ ⇒ sin θ = √
s2 + R2
Inoltre, essendo il filo indefinitamente lungo, c’è simmetria speculare
rispetto al piano che abbiamo scelto, e possiamo integrare sul semiasse
reale moltiplicando per 2. Dunque sostituendo si ha, come anticipato,
Z ∞  ∞
µ0 R ds µ0 Rs µ
B= I = I √ = 0 I.
2π 0 (s2 + R2 )3/2 2π 2 2
R s +R 0 2 2πR

3.6 Interazioni tra correnti

Grazie al risultato appena ottenuto, possiamo studiare l’interazione


tra correnti mediata dal campo magnetico.
Infatti, una corrente genera un campo, ed è al tempo stesso sog-
getta alle forze magnetiche generate da altre correnti. Consideriamo
(Figura 3.19) due fili paralleli percorsi da correnti I1 e I2 , la cui minima
distanza sia d, e di lunghezza L; alla lunghezza attribuiremo carattere
vettoriale tramite un vettore L concorde con il verso della corrente.
Come dimostrato poco fa, il campo generato dal filo 1 è a simmetria
Figura 3.19: Interazione attrattiva (repul-
siva) tra correnti concordi (discordi).
cilindrica intorno al filo stesso e vale
µ0 I1
B1 =
2π d
nella posizione del filo 2. Il filo 2 è quindi soggetto ad una forza

µ0 I1 I2 L
F2 = I2 L × B = I2 L B d̂ = d̂ 21
2π d
fisica 2 77

per la solita regola della vite; d̂ 21 è il versore corrispondente alla


distanza d che punta dal filo 2 al filo 1. Si vede dunque che la forza
è attrattiva se I1 e I2 hanno lo stesso segno, repulsiva altrimenti.
Perciò, correnti concordi si attraggono, correnti discordi si respingono
(mnemonicamente, il contrario delle cariche). Partendo dall’azione
del filo 2 sul filo 1, si ottiene F1 =–F2 , come peraltro richiesto dal
principio di azione e reazione.

3.7 Esempio: filo annulare

Determiniamo ora il campo generato da un filo annulare, cioè una


spira. Ci limitiamo per ora al centro del filo. Consideriamo un settore
circolare (Figura 3.20); R è il raggio del cerchio, r̂ il versore radiale
dal filo al centro del cerchio, θ l’angolo sotteso dal settore. Se la
corrente I circola in senso antiorario, per la regola della vite il campo
al centro del filo dovrebbe puntare lungo z (fuori dal piano). Questo
sarà sicuramente il caso per un filo chiuso. Consideriamo perciò la
sola componente z.
Dalla legge di Biot-Savart

µ0 sin (π/2) ds µ ds µ dθ
dBz = I = 0I 2 = 0I
4π R2 4π R 4π R
Figura 3.20: Geometria per calcolare il
dato che l’angolo tra il vettore spostamento tangente al filo e il versore campo al centro della spira.
del raggio è sempre π/2, e ds=R dθ per piccoli angoli. Dunque, se il
settore sottende un angolo θ0 ,

µ0 I µ0 I
Z θ0
Bz = dθ = θ0 .
4π R 0 4π R
Se il filo è un cerchio intero e chiuso, θ0 =2π. Inoltre qualsiasi compo-
nente nel piano si compensa nel caso del filo chiuso, quindi il campo
al centro ha la sola componente z, e il modulo di B al centro della
spira circolare è
µ0 I
B= . (3.9)
2R
Come per il filo, il campo decresce inversamente con la distanza (in
questo caso, il raggio della spira).

3.8 Solenoide

Il campo della spira circolare ci permette di calcolare (con difficoltà) il


campo all’interno di un solenoide, cioè una serie di N spire percorse
in serie da una corrente I, connesse e strettamente impacchettate
lungo una certa direzione (Figure 3.21,3.22,3.23). Mostreremo che
all’interno del solenoide, nel limite di L R, con L la lunghezza e R il
raggio, il campo magnetico è Figura 3.21: Geometria per il campo
lungo l’asse della spira.
B = µ0 I n ẑ (3.10)

con ẑ l’asse del solenoide e n=N/L la densità lineare di spire (il


numero di spire per unità di lunghezza impacchettate lungo l’asse
78

del solenoide), e con I che circola in modo consistente con la regola


della vite (in senso orario guardando l’asse del solenoide verso ẑ).
All’esterno del solenoide il campo ha una componente nulla lungo la
direzione dell’asse del solenoide, e una non nulla trasversale all’asse
(discussa in Sez.3.9.2).
Figura 3.22: Schema del campo di una Iniziamo con il campo generato da una singola spira in un punto
spira e di spire sovrapposte (solenoide).
lungo l’asse della spira stessa (Figura 3.21). Il punto è posto ad
Il campo all’esterno tende ad annullar-
si (i contributi dei due lati opposti si altezza d sopra il piano della spira. Di nuovo, il campo sull’asse ha
cancellano) tanto più quanto R è piccolo. sola componente z. Come al solito dalla legge di Biot-Savart, con `ˆ
e r̂ i versori lungo la spira e sulla congiungente la spira e il punto
sull’asse, il contributo infinitesimo da una porzione ds della spira è

µ0 I ds ˆ
dB = ` × r̂.
4π r2
Questo elementino di campo punta in una direzione che fa un angolo
α con l’asse della spira; per via del prodotto vettoriale nell’ultima
equazione, α è anche l’angolo che r̂ fa con il piano. La componente z
è
µ0 ds µ0 ds R µ R
dBz = I cos α = I = 0 I ds 2 ,
4π r2 4π r2 r 4π ( R + d2 )3/2
poichè r cos α=R e R2 +d2 =r2 . Integrando in ds lungo la spira, si
ottiene
µ0 I R µ0 I R
Z
B = Bz = ds = 2πR
4π ( R2 + d2 )3/2 4π ( R2 + d2 )3/2
µ0 I R2
= (3.11)
2( R2 + d2 )3/2

per il campo sull’asse di una singola spira. Per d→0, si riottiene il


risultato per il centro della spira. Come prima, la spira è circolare e
le componenti in piano si cancellano, e il campo coincide con la sua
componente z.
Per ottenere il modulo del campo del solenoide (la sua direzione
coincide con ẑ), dobbiamo sommare i contributi di tutte le spire
(qualitativamente come in Figura 3.22 e più in dettaglio in Figura
3.23). Definendo una densità lineare di spire n m−1 , ci sono n dz spire
nell’intervallino di lunghezza dz lungo l’asse ẑ del solenoide. Esse
generano un contributo al campo

µ0 I R2
Figura 3.23: Geometria per il calcolo del dB = n dz.
2( R2 + (z − d)2 )3/2
campo nel solenoide.
Questa è la stessa espressione appena vista, salvo l’altezza che figura
al denominatore. Questa si ottiene ragionando così. Il solenoide
si estende da − L/2 a L/2; la posizione z delle spire che stiamo
considerando varia nello stesso range; d è l’altezza del punto in cui
calcoliamo il campo rispetto al piano z=0; quindi l’altezza del punto
stesso è z–d dal piano della spira, che sta appunto ad altezza z. Il
segno è irrilevante, dato che compare al quadrato, a causa della
simmetria speculare. La variabile di integrazione è z, poichè stiamo
sovrapponendo l’effetto di tutte le spire. Integrando dunque in z sulla
fisica 2 79

lunghezza L del solenoide, cioè da –L/2 a L/2, si ottiene il campo


nella posizione d lungo l’asse del solenoide:
!
µ0 I n L/2 + d L/2 − d
B(d) = p +p .
2 R2 + ( L/2 + d)2 R2 + ( L/2 − d)2

Se, come spesso è il caso, il solenoide è molto più lungo che largo,
cioè L R, possiamo fare il limite R→0; in questo limite la parentesi
è uguale a 2 e quindi
B = µ0 I n,
che naturalmente non dipende da L, R, o d.
Quanto al campo all’esterno del solenoide, la situazione è meno
intuitiva. La componente trasversa al solenoide è essenzialmente il
campo prodotto da una corrente I che scorra lungo ẑ, come discusso
in Sez.3.9.2. Per la componente parallela al solenoide, possiamo
notare che i campi generati da ogni coppia di porzioni infinitesime di
spira diametralmente opposte (e percorse quindi da correnti opposte)
si compongono all’interno e si cancellano all’esterno del solenoide
(Figura 3.24). Questa cancellazione è esatta per un solenoide ideale;
ma se L/R è finito, il campo all’esterno non è esattamente nullo.
Come modello in approssimazione zero, possiamo porci a distanza
r1 da una spira del solenoide (in un piano che la contenga) e quindi
a r1 +R dall’altro lato della stessa spira: il campo parallelo all’asse Figura 3.24: Campo longitudinale nel
generato in r1 dai due settori di filo dai due lati della spira è (Figura solenoide in funzione dell’aspect ratio.
3.25)
1 1 R 1
B∼ − = 2 = (3.12)
r1 r1 + R r1 + r1 R r1 (1 + r1 /R)
che va a zero linearmente se R→0 (il solenoide diventa sempre più
stretto), e come 1/r12 se r1 →∞ (ci allontaniamo dal solenoide), quindi
più rapidamente del campo ortogonale al solenoide. Non c’è dipen-
denza da L perchè questo argomento ipersemplificato non considera
i contributi di altre spire e le loro relative direzioni.

Figura 3.25: Modello (Eq.3.12) di campo


3.9 Legge di Ampere esterno al solenoide vs distanza per vari
raggi del solenoide.
Come si è visto, in linea di principio il campo magnetico generato
da una corrente può essere calcolato dalla legge di Biot-Savart, ma
in pratica il calcolo è perlopiù molto difficile o impossibile. Una
strada alternativa è la legge di Ampere. Come abbiamo visto, B è
un campo solenoidale che circola intorno a una linea “sorgente", e
la sua circuitazione è attesa essere non nulla. Dalla nostra analisi di
Biot-Savart, ci aspettiamo che la sorgente sia legata a, o semplicemente
sia, la corrente. La legge di Ampere formalizza questa intuizione:
I
B · ds = µ0 I,
C

dove I è la corrente netta concatenata dalla linea C. L’integrale di


percorso (la circuitazione) del campo è fatto su C, che è detta linea
amperiana, per analogia con la superficie gaussiana della legge di
Gauss dell’elettrostatica. Questa equazione è analoga a quella della
80

circuitazione del campo elettrico (seconda equazione di Maxwell), ed


è una formulazione (incompleta) della quarta equazione di Maxwell.
Per corrente netta si intende la somma delle correnti che entrano ed
escono dal circuito (Figura 3.26); correnti che entrano e poi ri-escono
da C danno contributo nullo.
Poichè la corrente è il flusso della densità di corrente,
Z
Figura 3.26: Correnti concatenate per la I= j · dA,
legge di Ampere. S

possiamo utilizzare il teorema di Stokes discusso a proposito di


Eq.1.31, e formulare una versione differenziale di questa relazione.
Ne risulta la quarta equazione di Maxwell
I
rot B = µ0 j; B · ds = µ0 I (3.13)
C

Questa equazione, come anche quella per la circuitazione del campo


elettrico, è incompleta, e non si applica se si hanno campi elettrici
variabili nel tempo, a causa di effetti di induzione elettromagnetica
che discuteremo.

3.9.1 Esempi: filo, filo spesso, solenoide, toroide


Analogamente alla legge di Gauss, la legge di Ampere permette di
ottenere il campo generato da correnti in modo semplice, se la sim-
metria è sufficientemente favorevole. Per il filo rettilineo, scegliamo
una linea amperiana circolare C di raggio R il cui centro coincida
con il filo; per simmetria, il campo avrà lo stesso valore e la stessa
orientazione in ogni punto della linea, e quindi la stessa proiezione
sul vettore spostamento lungo il cerchio; inoltre da Biot-Savart ricor-
diamo che vettori spostamento, corrente e campo sono mutuamente
ortogonali. Quindi

µ0 I
I I
B · ds = B ds = 2πR B = µ0 I ⇒ B =
C C 2πR
Figura 3.27: Campo magnetico dentro e come visto in precedenza. È possibile ottenere (Figura 3.27) il campo
fuori da un filo di raggio R e con densità
di corrente costante. all’interno del filo, se la corrente è omogenea (j uguale ovunque)
al suo interno, scegliendo una linea amperiana interna di raggio r
e valutando la corrente che effettivamente fluisce al suo interno (la
densità di corrente è fissa, e quindi se l’area cambia, cambia pure la
corrente). Ne risulta che

πr2
I
B · ds = 2πr B = µ0 IC = µ0 I
C πR2
e quindi
µ0 I
B=
r
2πR2
che è lineare in r, similmente al campo elettrico dentro una sfera
carica.
Altro caso facile è il solenoide (Figura 3.28), usando una linea ampe-
Figura 3.28: Linea amperiana per il riana quadrata di lato h. Il lato esterno non contribuisce dato che (nel
calcolo del campo nel solenoide.
fisica 2 81

caso ideale) B=0 fuori dal solenoide; i lati perpendicolari all’asse non
contribuiscono, dato che B=0 nella porzione esterna e B ⊥ ds nella
porzione interna. Nel lato tutto interno al solenoide, il contributo alla
circuitazione è semplicemente Bh, e B è costante essendo il solenoide
indefinitamente lungo. La corrente netta concatenata con la linea è il
numero di spire concatenate N=nh moltiplicato la corrente I. Dunque

Bh = µ0 N I = µ0 nhI ⇒ B = µ0 nI
Un caso molto difficile per Biot-Savart che si risolve facilmente
con la legge di Ampere è quello del campo del toroide, il quale è Figura 3.29: Linea amperiana e campo
in un toroide.
in sostanza un solenoide ripiegato a ciambella. Scegliamo una linea
amperiana circolare di raggio r all’interno del toro. Di nuovo, per
simmetria il campo sarà ortogonale al raggio locale e uguale ovunque
sulla linea. La circuitazione di B è 2πrB e la corrente totale è N I, con
N il numero (finito) di spire del toroide. Dunque
µ0 I N
B= ,
2πr
che non è costante all’interno del toroide ma diminuisce allontanan-
dosi dal centro. All’esterno il campo è nullo dato che qualunque
linea amperiana comprende una corrente netta nulla. Infine, notiamo
che definendo una densità lineare n=N/2πr, si riottiene B = µ0 In.
Questo conferma l’identificazione approssimata del toroide con un
solenoide acciambellato: approssimata perchè la densità, e quindi il
campo, sono costanti ad r fisso, ma cambiano con r.

3.9.2 Campo esterno al solenoide: componente trasversa


Altra cosa interessante facilmente ottenibile dalla legge di Ampere
è il confronto tra campo interno ed esterno al solenoide. Come si è
visto, il campo interno al solenoide è uniforme e parallelo all’asse.
All’esterno, il campo parallelo all’asse è nullo, ma esiste un campo
non nullo trasverso, cioè ortogonale all’asse. Che debba essere così
è ovvio se ci allontaniamo idealmente dal solenoide e osserviamo
che da grande distanza esso è indistinguibile da un filo percorso da
corrente (Figura 3.30).
Per simmetria cilindrica, il campo trasverso è uguale ovunque su
una linea amperiana circolare di raggio r e ortogonale all’asse del
Figura 3.30: Solenoide: campo esterno e
solenoide, ed è ad essa tangente. Per simmetria cilindrica e per la interno.
legge di Ampere, dato che la linea contiene tutto il solenoide,
µ0 I
I
Bt · ds = 2πr Bt = µ0 I ⇒ Bt = ,
C 2πr
come atteso. Ora è possibile confrontare il campo esterno e quello
interno. A parte l’avere direzioni ortogonali, il primo risulta tipica-
mente più debole, di diversi ordini di grandezza. Definiamo una
lunghezza D tale da contenere una singola spira del solenoide, cioè
D=1/n. Allora
Bt µ I 1 1 D
= 0 = = .
Bi 2πr µ0 In 2πrn 2πr
82

Se n=5000 m−1 (ossia 5 spire per millimetro) e quindi D=2×10−4 m,


e se ci poniamo in r=2 cm=0.02 m, si ha

Bt D
= = 1.6 × 10−3 .
Bi 2πr

3.10 Magnetismo nella materia e il campo H

Abbiamo analizzato fin qui alcuni effetti magnetici nel vuoto, ad


esempio interazioni tra correnti poste nel vuoto o tra singoli momen-
ti magnetici o tra correnti e campi magnetici. All’interno di mezzi
contenenti un grande numero di momenti magnetici, le cose possono
cambiare significativamente. Abbiamo visto che un momento magne-
tico in presenza di campo magnetico tende ad allinearsi con la sua
direzione. Il momento, abbiamo visto, è assimilabile a una corrente
circolante attorno a una certa area – ad esempio, la corrente in una
spira. Questo concetto continua largamente a valere in ambito atomi-
co, e quindi nei materiali; in molte specie atomiche (quelle con shell
di valenza non completamente riempita) si ha un momento angolare
(orbitale e di spin) non nullo, cioè si ha l’equivalente di una corrente
circolante non nulla attorno a un dato asse, e quindi un momento
magnetico. Abbiamo visto in precedenza che l’energia di un dipolo
in un campo magnetico è

U p = −m · B,

che implica che i momenti (ove esistano) tendono ad allinearsi con


un campo esterno; un sistema del genere si chiama paramagnete. In
certi casi i momenti possono interagire tra loro, producendo colletti-
vamente un campo efficace che li fa allineare tutti spontaneamente
in una specifica direzione (ferromagneti), o in maniera ordinata ma
con direzioni alternate (antiferromagneti), eccetera. Atomi privi di
momento magnetico (shell elettroniche chiuse) possono comunque
svilupparne uno in presenza di campo magnetico, e si può mostrare
che tale momento si oppone al campo (i cosiddetti diamagneti).
Per capire l’origine microscopica del magnetismo può essere utile
un esempio esplicito. Consideriamo un atomo di idrogeno, descritto
come un protone fermo nell’origine ed un elettrone (carica −e, massa
me ) che gli orbita attorno a distanza r con una velocità tangenziale
v. La corrente circolante è la carica dell’elettrone diviso il periodo di
rotazione T=2πr/v
e ev
I=− =− .
T 2πr
Il momento, pari ad area per corrente, è
 ev  evr
m = AI = πr2 − =− .
2πr 2
La velocità si ottiene notando (vedi sotto per ulteriore discussione)
che il momento angolare è quantizzato:


L = me vr = h̄ ⇒ v = .
me r
fisica 2 83

con h=6.63×10−34 J·s e h̄=h/2π la costante di Planck e la sua versione


ridotta. Dunque, sostituendo, si ha che

evr er h̄ eh̄
m=− =− =− ≡ −µ B
2 2 me r 2me

che definisce il magnetone di Bohr µ B =9.274×10−24 A m2 , usato


come unità di momento magnetico nel contesto atomico, molecolare,
e dei materiali. Come si vede, data la carica negativa, il momento
magnetico è antiparallelo al momento angolare.
La quantizzazione del momento angolare è, come si intuisce, un
concetto di meccanica quantistica. Il problema dell’elettrodinamica di
particelle cariche orbitanti, ben noto già nel XIX secolo, è che un og-
getto orbitante è soggetto in ogni istante all’accelerazione centripeta,
e si può mostrare (lo faremo in forma semplificata nel seguito) che
una carica accelerata emette radiazione elettromagnetica, perdendo
energia: l’elettrone in moto classico attorno al protone descrive perciò
una traiettoria a spirale e cade, in brevissimo tempo, sul protone stes-
so. Gli atomi non possono dunque essere stabili in meccanica classica.
La prima (imperfetta, ma sufficiente nel nostro caso) soluzione fu
di Niels Bohr, che postulò delle orbite classiche sulle quali, però, il
momento angolare sia quantizzato, cioè possa avere solo valori interi
in unità della costante di Planck (e quindi il momento magnetico sia
un numero intero di magnetoni, data la quantizzazione della carica,
cioè la costanza di −e). L’assunzione di Bohr deriva dall’idea di de
Broglie che su scala microscopica la particella sia in realtà un’onda la
cui lunghezza d’onda è legata al suo momento cinematico p=me v:

h
p= .
λ
Perchè l’orbita possa ospitare esattamente un numero intero n (nel
nostro caso n=1) di lunghezze d’onda, deve valere

λ = 2πr ⇒ 2πrme v = h ⇒ me vr = h̄,

che è appunto la condizione di quantizzazione che abbiamo usato in


precedenza.
***
Oltre a interagire e potersi allineare spontaneamente, i momenti
magnetici in campo magnetico sono soggetti a precessione. Questo
fenomeno è alla base, ad esempio, della tomografia a risonanza ma-
gnetica. Il momento magnetico atomico è legato al momento angolare
netto totale degli elettroni dentro l’atomo (che è in sostanza lo stesso
di una corrente circolante):

m = γL,

con γ il rapporto giromagnetico. Abbiamo visto in precedenza che il


momento torcente sul momento è
dL
M = m×B ≡ ,
dt
84

e quindi
dm
= γm × B.
dt
Questo dice che la variazione di m è ortogonale sia a m che a B e
quindi m non varia in modulo, ma ruota, cioè precede, intorno a
B, analogamente a una trottola o a un giroscopio posto in campo
gravitazionale.

Al di là della descrizione microscopica, il magnetismo "collettivo"


nella materia può essere descritto in termini di campi, in analogia
all’ultima parte della Sez.1.11.1 per il caso elettrico. La comparsa
(indotta dal campo o spontanea) di momenti magnetici può esse-
re descritta tramite il campo di magnetizzazione, ciòe il momento
magnetico totale per unità di volume

M = Ω −1 ∑ m i ,
i

dove la somma corre su tutti i momenti. Per sistemi macroscopici e


ragionevolmente omogenei, questo campo vettoriale può considerato
continuo e analitico (quasi) ovunque come il campo elettrico o quello
magnetico B. In presenza di magnetizzazione, è necessario introdurre
un nuovo campo H, legato al campo B da

B = µ0 ( H + M ).

Confrontando con Sez.1.11.1, B è a rigore l’analogo di D. Nello spazio


vuoto, dove M=0, i due campi sono mutuamente proporzionali:

B = µ0 H,

come peraltro gli analoghi campi elettrici. Nella maggior parte dei
materiali (quelli cosiddetti lineari), la magnetizzazione è lineare nel
campo:
M = χm H,

dove χm è la suscettività magnetica. A questa va sommata l’eventuale


magnetizzazione spontanea (ad esempio, in sistemi ordinati ferroma-
gnetici), che però qui supponiamo essere nulla. La relazione B–H è
quindi pure lineare,

B = µ0 (1 + χm )H = µ0 µr H = µH

dove abbiamo introdotto la permeabilità magnetica relativa µr =(1+χm )


e quella assoluta µ.
Nella gran parte dei casi che ci riguardano, e in generale quando
la suscettività è abbastanza piccola, è corretto (e più comodo) usare B.
Tuttavia questo non si applica se la magnetizzazione o la suscettività
sono grandi. A questo proposito ci sono due punti importanti. Il
primo è che, come detto, i campi esterni (diciamo Ba e Ha ) sono uguali
nel vuoto, ma il campo risultante all’interno di un corpo magnetizzato
o magnetizzabile può essere molto diverso, e in particolare dipende
fisica 2 85

dalla forma dell’oggetto. Nel caso semplice di un corpo ellissoidale


posto in un campo Ha , risulta che il campo all’interno dell’oggetto è

Hi = H a − NM

e quindi
Bi = µ0 (Hi + M) = B a + µ0 (1 − N )M.
Per una sfera N=1/3. Questo è dovuto al fatto che M è anch’essa
un campo solenoidale (linee chiuse) e quindi influenza il campo sia
all’interno (come appena detto) che, significativamente, all’esterno
dell’oggetto.
Il secondo punto interessante riguarda la misura della suscettività.
Vorremmo misurare la risposta della magnetizzazione all’interno del
materiale,
χm = M/Hi ,
ma in realtà misuriamo la risposta al campo applicato,

χmis = M/H a ,

con le adulterazioni conseguenti. Le due suscettività non sono infatti


uguali, ma sono legate da
M M/Hi χm
χmis = = = .
Hi + NM 1 + NM/Hi 1 + Nχm
Se χm 1, le due sono pressochè uguali, ma altrimenti possono essere
molto diverse. En passant, nel sistema CGS la magnetizzazione ha
le dimensioni di emu/cm3 (electromagnetic mass units), che si con-
vertono però facilmente in numero di magnetoni per unità di volume
(1 emu/cm3 =1.0783×1020 µ B /cm3 ). Questi hanno il pregio di essere
in relazione intuitiva con la densità di di atomi con dato momento
magnetico.

Vogliamo ora esaminare il comportamento della suscettività in


funzione della temperatura in materiali con diversi tipi di risposta o
ordine magnetico. Risulta che tale comportamento è una firma del
tipo di ordine e di risposta magnetica. Calcoliamo esplicitamente
quella di un semplice modello di paramagnete, cioè un sistema di mo-
menti magnetici non interagenti, e mostriamo che il suo andamento è
inversamente proporzionale alla temperatura,
1
χ' ,
T
come risultato della competizione di energia magnetica e termica, cioè
dell’allineamento dei momenti al campo magnetico con l’agitazione
termica. Consideriamo un gas di N atomi di idrogeno non interagenti
(ragionevole per un gas diluito). Il momento angolare di ogni atomo
è allora il solo momento angolare intrinseco elettronico, lo spin, che
ha due valori s=±h̄/2. Il momento magnetico per atomo ha perciò
due possibili valori,

m± = ±γe µ B /2 = ±µ B
86

dove abbiamo considerato che il fattore giromagnetico γe è pari a


2 per effetti relativistici previsti dalla teoria dell’elettrone di Dirac.
Notiamo che il momento magnetico del nucleo, cioè del protone, è
650 volte minore di quello elettronico, e può perciò essere trascurato.
In presenza di un campo magnetico le due possibili energie di ognuno
degli elettroni sono
E± = ±µ B B.
La magnetizzazione media per atomo è il valore medio del momento
magnetico elettronico in contatto con un bagno termico di temperatura
T; la calcoliamo tramite la media termica, cioè la somma normaliz-
zata dei momenti moltiplicati per il fattore statistico di Boltzmann
(esponenziale del rapporto energia/temperatura):

∑i mi exp (−mi B/kT )


M= ,
∑i exp (−mi B/kT )
dove la somma è su tutti gli stati permessi. Siccome i momenti
hanno solo due valori possibili mi =±µ B , l’espressione si semplifica
drasticamente:
−µ B B exp (µ B B/kT ) + µ B exp (−µ B B/kT )
 
µB B
M= = µ B tanh .
exp (µ B B/kT ) + exp (−µ B B/kT ) kT
Posto per comodità y=µ B B/kT e la magnetizzazione di saturazione
(quella massima) Ms =µ B , si ha
M M
lim = 0 e lim = 1,
y →0 Ms y → ∞ Ms
come mostrato in Figura 3.31.
Nel limite di piccolo campo (cioè y→0), possiamo approssimare il
campo H con il campo B, e usare lo sviluppo in serie delle tangente
Figura 3.31: Comportamento del mo-
mento magnetico in funzione del rap- iperbolica
porto energia magnetica / energia tanh (y) ' y + o (y3 ),
termica.
ottenendo l’approssimazione

M ' Ms y = Ms µ B B/kT.

Dalla definizione, la suscettività è

M µ M µ0 µ2B
χ= ' 0 ' .
H B kT
Questa è un caso particolare della legge fenomenologica di Curie-
Weiss
1
χ∝
T−θ
dove θ è una temperatura caratteristica del tipo di ordine. Come si è
Figura 3.32: Suscettività di paramagnete,
appena visto, θ=0 per il paramagnete, e si può mostrare che θ >0 per
ferromagnete e antiferromagnete vs. T.
un ferromagnete e θ <0 per un antiferromagnete. La suscettività ha
perciò l’andamento mostrato in Figura 3.32. Per i due stati ordinati
ferromagnetico (antiferromagnetico), θ coincide con la (con l’opposto
della) temperatura critica di transizione tra stato ordinato e disordi-
nato. Le temperature critiche si chiamano, rispettivamente, di Curie e
di Néel.
fisica 2 87

Va anche menzionato che esiste un tipo di paramagnetismo detto


di Pauli, proprio dei buoni metalli, la cui suscettività è positiva e non
dipende da T; questo è essenzialmente il caso di un gas quantistico di
elettroni che obbediscono alla statistica di Fermi; i momenti magne-
tici discussi in precedenza, che sono localizzati spazialmente, sono
descrivibili come il limite non degenere del gas di elettroni.
Il fatto che la suscettività sia maggiore di quella del vuoto è alla
base di diverse applicazioni, ad esempio a dispositivi elettromeccanici
e a trasformatori. In aggiunta ai paramagneti e ai ferro- e antiferro-
magneti, esistono molti materiali diamagnetici, la cui suscettività è
negativa, piccola, e indipendente dalla temperatura. In questi sistemi,
le specie atomiche non hanno momento magnetico, e quindi la rispo-
sta paramagnetica è nulla: il diamagnetismo, dovuto ad un effetto
quantistico che dipende quadraticamente dal campo magnetico, è
molto più debole.
La teoria delle transizioni di fase tra stati ordinati e disordinati
è piuttosto complessa e non la tratteremo. Ci basti ricordare che ci
sono essenzialmente due tipi generali di ordine, quello ferromagne-
tico e quello antiferromagnetico. Nel primo caso, i momenti sono
tutti allineati e la magnetizzazione è non nulla, mentre nel secondo i
momenti sono ordinati in sottogruppi di momenti opposti, e la ma-
gnetizzazione è nulla come risultato della somma di magnetizazioni
non nulle opposte. (Esistono anche cosiddetti ferrimagneti, che sono
antiferromagneti dove le magnetizzazioni non sono perfettamente
compensate.)
Le strutture magnetiche in queste fasi ordinate sono in generale
molto varie e complicate. A titolo di esempio, in Figura 3.33, vediamo
la densità elettronica di maggioranza (spin positivo) e minoranza
(spin negativo) nel monossido di rame (CuO). Le nuvole elettroniche
coincidono in sostanza con gli atomi di Cu. La struttura è un antifer-
Figura 3.33: Densità di spin nell’ os-
romagnete di tipo A, cioè è formata da piani ferromagnetici, impilati sido di rame antiferromagnetico (fase
a coppie con segno alternato, così da compensarsi producendo una tenorite).

magnetizzazione complessivamente nulla.

3.11 Potenziali per il magnetismo ? Il potenziale vettore

Anche se la simmetria dell’elettromagnetismo rispetto ai campi elet-


trico e magnetico è solo parziale, è legittimo chiedersi se sia possibile,
e utile, definire un qualche tipo di potenziale da cui derivare il campo
magnetico. Questo potenziale deve, come prima cosa, garantire la
validità della terza equazione di Maxwell, ovvero la solenoidalità di
B. Ricordando la definizione degli operatori divergenza e rotore, è
facile dimostrare che, per qualunque vettore u,

div (rot u) = ∇ · (∇ × u) = 0.

Questo è evidente dato che, ad esempio, la componente x del rotore


non dipende da x, o detto diversamente il prodotto vettoriale in pa-
rentesi è ortogonale all’operatore vettoriale ∇ e quindi il suo prodotto
scalare con ∇ è nullo. Se quindi definiamo un potenziale vettore A tale
88

che
B = rot A = ∇ × A,
si ha ∇ · B = 0 come richiesto. Dimensionalmente, [B]=[L− 1][A], ovve-
ro le dimensioni di A sono Tesla·m, o Wb/m (il Wb, o Weber, è l’unità
di flusso magnetico). Inserendo la definizione appena formulata nella
legge di Ampere
rot B = µJ
si ottiene
∇ × (∇ × A) = rot rot A = µJ.
Usiamo ora, senza dimostrarla, l’identità vettoriale

rot rot A = grad div A − div grad A = grad div A − ∇2 A.

Abbiamo dunque

grad div A − ∇2 A = µ J. (3.14)

Ora notiamo che esiste un certo grado di indeterminazione nella defi-


nizione di A: è la cosidetta libertà di gauge (o di scala). Specificamente,
vogliamo che il campo B resti invariato (ad esempio, potremmo som-
mare ad A una funzione che abbia rotore nullo, come un gradiente di
uno scalare). La più semplice scelta di gauge è quella di Coulomb,
espressa da
div A = 0.
In questo caso, la legge di Ampere per A, Eq.3.14, diventa

∇2 A = −µJ, (3.15)

che è direttamente analoga, per una sorgente data dalla densità di


corrente J, all’equazione di Poisson, Eq.1.25, per il potenziale elettro-
statico con sorgente data dalla carica. Ogni componente di A può
essere ottenuta come il potenziale dall’equazione di Poisson discussa
in precedenza (Eq.1.29), e risulta ad esempio
Jx
Z
µ
A x (r) = dr0 .
4π |r − r0 |
e quindi
J
Z
µ
A(r) = dr0 .
4π |r − r0 |
Dato A, si ottiene facilmente B; questa strada è analoga alla legge di
Biot-Savart; che si può peraltro derivare formalmente da A calcolando
B=∇×A: usando infatti la relazione
J(r0 ) J(r0 ) × (r − r0 )
∇× = ,
|r − r0 | | r − r 0 |3
otteniamo
J(r0 ) × (r − r0 ) 0
Z
µ0
B(r) = dr ,
4π | r − r 0 |3
o per un filo molto sottile

µ0 I
Z ˆ r0 ) × (r − r0 )
d`(
B(r) = ,
4π | r − r 0 |3
fisica 2 89

che sono (pur con notazione diversa) le Eq.3.7 e 3.3.


Ci sono molte altre applicazioni e motivi di interesse del poten-
ziale vettore. Sul piano concettuale, il potenziale vettore è l’elemento
essenziale di un fenomeno quantistico noto come effetto Aharonov-
Bohm, che suggerisce che i potenziali, e non i campi, siano le quantità
fondamentali dell’elettromagnetismo. Detto diversamente, la formu-
lazione della meccanica basata sull’energia, detta lagrangiana, è più
fondamentale di quella newtoniana basata sulle forze; dalla mecca-
nica lagrangiana deriva la formulazione path-integral di Feynman, e
tutte le teorie moderne della fisica microscopica a molti corpi.
4. Induzione elettromagnetica

La domanda che viene da farsi osservando che le correnti generano


campo magnetico è se un campo possa generare correnti o, ciò che
è in sostanza lo stesso, forze elettromotrici. L’esperimento con cui
Faraday cercò di rispondere è schematizzato in Figura 4.1: un circuito
non alimentato viene messo in un campo magnetico, e uno strumento
(che oggi chiameremmo un amperometro) misura l’eventuale corrente
generata. Questo campo può essere quello di una calamita o quello
generato da una corrente in un circuito adiacente in cui circola una
corrente stazionaria. Il risultato è negativo: un campo non genera nes-
suna corrente. Ma l’esperimento, in pratica, richiede necessariamente
l’accensione e spegnimento di un circuito, o l’avvicinare la calamita
al circuito. È proprio in questi transienti che Faraday osserva un
segnale nell’amperometro: nasce una nuova era, quella dell’induzione
elettromagnetica.

4.1 Legge di Faraday-Lenz


Figura 4.1: Schema degli esperimenti di
Faraday osserva che la corrente transiente è maggiore se la calamita si Faraday.
avvicina velocemente, e che se il circuito passivo ha più spire uguali, la
corrente è proporzionalmente maggiore. L’intuizione, corretta, è che
la forza elettromotrice che produce la corrente sia proporzionale alla
variazione temporale del campo magnetico e all’area (N spire hanno N
volte l’area di una spira), quindi alla variazione temporale del flusso.
La legge di Faraday-Lenz formalizza questa intuizione:

dΦ B d
I I
Eindotta = E · ds = − =− B · dA, (4.1)
C dt dt S

dove S è una superficie appoggiata sulla linea C (la spira), e natural-


mente Φ B è il flusso del campo magnetico. L’equazione qui sopra
implica che 1 T m2 /s=1 Wb/s=1 V, il che è chiaramente vero se ri-
cordiamo che 1 T=1 V m2 s. Il nome di Lenz si riferisce al segno
negativo in Eq.4.1. Che questo sia il segno corretto è evidente da con-
92

siderazioni energetiche. Con il segno positivo, infatti, si avrebbe un


meccanismo di feedback positivo che porterebbe l’energia a diventare
infinita, in contrasto con il principio di conservazione dell’energia: B
aumenta e induce una variazione di forza elettromotrice che genera
una variazione di corrente che genera una ulteriore variazione di
campo concorde con quella iniziale, e così via.
In sostanza, quindi, il campo magnetico indotto (dalla corrente
prodotta dalla forza elettromotrice indotta) è opposto alla variazione
di campo che l’ha generato. Un altro modo di esprimere la stessa
cosa è dire che il momento magnetico indotto si oppone al momento
magnetico inducente. (Si veda Figura 4.2.) Questo deriva dal fatto
che il momento magnetico, come sappiamo, è legato alla corrente che
circola nella spira (o simile). Mnemonicamente è conveniente usare
la regola della vite normale e poi invertire il segno. L’effetto appena
discusso compare se il campo varia nel tempo, o il circuito si muove,
o si riorienta, all’interno di un campo magnetico (fanno eccezione,
ovviamente, le semplici traslazioni di spire in campo uniforme, che
non causano nessuna variazione di flusso).
Chiaramente, per definizione di forza elettromotrice, la circuita-
zione del campo elettrico ora non è più nulla come nell’elettrostatica
(Eq.1.31); dato che non sono presenti generatori di tensione, il cam-
po elettrico non può essere conservativo. La seconda equazione di
Maxwell assume così la sua forma finale

dΦ B
I
∂B
rot E = − ; E · ds = − , (4.2)
∂t L dt
Figura 4.2: Casi vari della legge di Lenz dove abbiamo usato la derivata parziale perchè B può dipendere da
(occhio ai segni e alle orientazioni).
altre variabili.

4.2 Applicazioni

4.2.1 Generatore azionato da lavoro meccanico


Consideriamo un sistema in campo magnetico uniforme B=B ẑ (l’asse
z esce dalla pagina) come in Figura 4.3, in cui la sbarretta mobile, la
cui posizione è x, si muove con velocità v=v x̂. Il moto della sbarretta
aumenta l’area attraverso cui fluisce B, e quindi il flusso; la forza
elettromotrice risultante è
dΦ B dx
E =− = − Bb = − Bbv,
dt dt
e produce una corrente

E |vBb|
Figura 4.3: Generatore azionato da moto I= =
r+R r+R
lineare.
che, per la regola della vite inversa, fluisce in senso orario guardando
nella direzione –z (dall’esterno del foglio). Il campo magnetico esercita
una forza su questa corrente, data dalla solita formula

B2 b2
F = I ~` × B = − v,
r+R
fisica 2 93

dove ~` è la lunghezza del tratto mobile orientata nel verso della corren-
te. La forza quindi si oppone al moto della sbarretta, analogamente
a una forza di tipo viscoso newtoniano (lineare in v) che ostacola il
moto di un oggetto in un fluido. La potenza che la forza esterna che
muove la barretta deve fornire è

B2 b2 2
P = Fext · v = v = (r + R) I 2 = E · I.
r+R

Le ultime due uguaglianze si ottengono confrontanto con le espressio-


ni per E ed I qui sopra, e ci rassicurano sulla consistenza del nostro
argomento con i risultati noti per i circuiti. In sostanza, questo è il
principio di un generatore di tensione a induzione elettromagneti-
ca, azionato da lavoro meccanico (tensione continua, se la velocità è
costante). Ne esiste uno molto più furbo, che discuteremo tra poco.

4.2.2 Motore a induzione (o "cannone magnetico")


Consideriamo ora lo stesso schema di circuito della Sezione preceden-
te, ma con una corrente circolante in senso antiorario (Figura 4.4), e in
aggiunta una forza esterna F0 =–F0 x̂. Vedremo che la forza magnetica
contrasta quella esterna e il sistema arriva a un equilibrio dinamico a
velocità costante. La forza magnetica è

F1 = IBbx̂. Figura 4.4: Schema del "cannone


magnetico".
La corrente, e quindi la forza magnetica, include il termine indotto da
Faraday-Lenz. La f.e.m. totale è E = E0 + Eind = RI, con E0 la f.e.m.
a sbarretta ferma, e quindi, ricordando la f.e.m. indotta che abbiamo
ottenuto nell’esempio precedente, la corrente è

E0 − bBv
I= .
R
La corrente è soggetta a una forza totale in direzione x

dv
F = F1 − F0 = IbB − F0 ≡ ma = m
dt
dove abbiamo usato l’equazione di Newton. Quindi

E0 − vBb Bb F0
 
dv
= −
dt R m m
B2 b2 E0 Bb F0
 
= v+ −
Rm mR m

Questa equazione differenziale lineare del primo ordine ha soluzione

E0
 
RF
v= − 2 02 [1 − exp (− B2 b2 t/mR)],
Bb B b

che è un esponenziale a saturazione con costante di tempo

mR
τ= ,
B2 b2
94

ovvero la velocità satura a un valore finale tanto più velocemente


quanto più grande è il campo e piccola la massa. La velocità di
saturazione è
E0 RF
v∞ = − 2 02
Bb B b
e in corrispondenza a questa la corrente è
F0
I∞ = ,
Bb
e la potenza coinvolta è
2
P∞ = E0 I∞ = RI∞ + F0 · v∞ .

Chiaramente questo sistema è una specie di motore azionato dalla


corrente tramite accoppiamento con il campo. Va notato che per
avere una velocità positiva (cioè affinchè la forza generata dal circuito
ecceda la forza esterna) la forza elettromotrice deve soddisfare
F0 R
E> .
bB
Se la forza esterna fosse dovuta a, o includesse, l’attrito radente, ad
esempio quello lineare in v, l’equazione si complicherebbe, ma la
saturazione non cambierebbe qualitativamente.

4.2.3 Pick-up
I pick-up magnetici per chitarra (o altri strumenti a corda) sono costi-
tuiti da uno o più magneti permanenti posti in vicinanza delle corde
dello strumento (che devono essere magnetiche – almeno para, ma
preferibilmente ferro) e avvolti da bobine di filo conduttore collegato
a un circuito passivo. I magneti producono un campo magnetico
permanente il cui flusso attraversa le corde a riposo; quando le corde
oscillano, il campo è perturbato e quindi il flusso attraverso le bobine
cambia nel tempo, tracciando le frequenze di oscillazione delle corde.
Questo produce una tensione di Faraday-Lenz variabile nel tempo con
frequenza pari a quella della corda che oscilla (o a un soprapposizione
di frequenze).
Le due principali categorie di pick-up magnetici sono single-coil
e humbucker. Il primo ha una bobina unica attorno a un singolo
Figura 4.5: Tipi di pick-up. magnete (modello detto ’Charlie Christian’, dal pioniere della chitarra
elettrica solista e strumentista di Benny Goodman) o a più magneti
per le singole corde (il modello di solito associato con il marchio
Fender, specialmente il modello Telecaster), e può avere anche bobine
individuali sui singoli magneti, sia in serie che in parallelo (Figure 4.5).
L’humbucker (’domatore di ronzio’, di solito associato con il suono
Gibson, sia nei modelli jazz box tipo L-5 che solid-body tipo Les Paul)
ha due bobine avvolte in senso mutuamente contrario, il che tende
a ridurre le interferenze elettromagnetiche da altra strumentazione
o simili. Lo humbucker può essere modificato on the fly tramite la
tecnica dello splitting (una delle bobine è messa a massa in toto da
ambo i lati) o del tapping (una bobina è parzialmente esclusa, cosa
che si applica anche ai single-coil.
fisica 2 95

Un ulteriore fenomeno fisico che influenza il suono prodotto dai


diversi pick-up ha a che fare con la forma delle onde che si creano sulle
corde (Figura 4.6). Pizzicando una data corda si crea una oscillazione a
più componenti, la fondamentale e le armoniche superiori. Il massimo
delle ampiezze è posizionato in luoghi diversi lungo la corda, cosicchè
pick-up posti in posizioni diverse riveleranno diversamente le varie
componenti. Questo contribuisce al fatto che il pick-up “al ponte” o
a“al manico” abbiano suoni diversi, a maggior ragione perchè sono
spesso di tipi diversi.
La tensione oscillante prodotta per induzione nel pick-up alimenta
un circuito che, regolato da potenziometri, porta il segnale all’esterno Figura 4.6: Differenti armoniche in
relazione alle posizioni dei pick-up.
dello strumento. Il circuito di regolazione del tono e del volume è
simile a quello in Figura. Il potenziometro P1 e il condensatore C
servono per la regolazione del tono, ovvero dei suoni alti. Infatti il
condensatore si comporta come circuito aperto alle basse frequenze e
come conduttore ideale alle alte frequenze (come si capirà in seguito
parlando di correnti alternate). Se il potenziometro P1 è in posizione
1, la resistenza selezionata è nulla e tutti i suoni alti saranno corto-
circuitati verso terra, e il suono avrà una prevalenza di bassi. Per
contro, in posizione 2, la resistenza selezionata è massima e solo pochi
alti saranno cortocircuitati verso terra, quindi il suono che avrà una
prevalenza di alti. Il potenziometro P2 serve per la regolazione del
volume, che è massimo in posizione 1 e minimo (zero) in posizione 2.

Figura 4.7: Circuito passivo di regolazio-


4.2.4 Generatore a spira rotante ne tono e volume.

Questo è in assoluto l’esempio più importante. Una spira non soggetta


a potenziale o corrente è tenuta meccanicamente in rotazione entro un
campo magnetico uniforme. Il flusso di campo magnetico concatenato
dalla spira oscilla nel tempo, e ne risulta per la legge di Faraday-Lenz
una forza elettromotrice oscillante, detta alternata.
Consideriamo (Figura 4.8) una spira che ruota con velocità angola-
re ω intorno ad un asse verticale. L’angolo di rotazione è perciò θ=ωt.
Il flusso del campo attraverso la spira è
Z
Φ= B · dA = BA cos θ = BA cos ωt.

La forza elettromotrice indotta è perciò Figura 4.8: Schema di generatore di


tensione alternata a spira rotante.

Eind = − = ωBA sin ωt = Em sin ωt
dt
e ha quindi massimo valore proporzionale alla frequenza di rotazione,
al campo e all’area. La corrente che circola sul carico esterno R è

ωBA
I= sin ωt,
R
da cui la potenza istantanea (positiva) è

(ωBA)2 E2
P = EI = sin2 ωt = m sin2 ωt.
R R
96

La potenza media su un periodo di rotazione è

Em2 1 Z T 
E2 E2
Prms = sin ωt = m = rms ,
2
R T 0 2R R

dove abbiamo definito la f.e.m. “root mean squared"

Em
Erms = √ .
2
Ad esempio, la tensione alternata nelle nostre prese si ottiene con
un avvolgimento di N=20 spire di raggio r=20 cm=0.2 m tenuto in
rotazione a f =50 Hz=50 s−1 in un campo uniforme B=0.39 T, tutti
numeri plausibili. Infatti

Em = ωBA = 2π f BNπr2 ' 311 V ⇒ Erms = 220 V.

Notiamo in chiusura che lo stesso risultato si può ottenere conside-


rando il moto, entro il campo magnetico, delle cariche negative che
sono libere di muoversi entro la spira conduttrice (contrariamente a
quelle positive degli ioni, che possono essere assunte fisse). Questo si
vede facilmente per una spira quadrata di lato a (riferendosi ancora a
Figura 4.8). Sul lato parallelo all’asse di rotazione, la velocità dovuta
alla rotazione è ortogonale al piano della spira, e ha modulo v=ωa/2.
Vettorialmente, v=ω ~ ×~a/2, dove a è orientato dal centro al lato. La
forza di Lorentz sui portatori di carica punta perciò lungo la spira, e
così fa il campo elettrico:

F
Ei = = v×B
−e
da cui, sostituendo v,
I I
Eind = Ei · ds = (v × B) · ds = 2avB sin θ = ABω sin ωt. (4.3)

come trovato in precedenza.

4.2.5 Campo variabile


Banalmente, se la spira è ferma, ma il campo, e quindi il suo flusso,
varia nel tempo, la corrente nella spira sarà

E − Eind E − dΦ/dt 1 dB
I= = = (E − A )
R R R dt
dove l’ultima uguaglianza vale per campo uniforme.

4.2.6 Freni elettromagnetici: il disco di Rowland


Abbiamo studiato schematicamente un generatore azionato da lavoro
meccanico e un motore a induzione. Ora consideriamo il sistema
complementare: il freno elettromagnetico. Il disco di Rowland ne
dimostra il principio, ancorchè in modo operativamente poco pratico.
Inoltre, esso esemplifica empiricamente la legge di Biot-Savart in un
contesto diverso dai fili percorsi da correnti.
fisica 2 97

Come schematizzato in Figura 4.9 il disco, conduttore e di raggio a,


è mantenuto in rotazione con velocità angolare ω~ ed ha due contatti, al
centro e su un bordo, con un circuito con carico. Il campo magnetico
esce dalla Figura, cioè è concorde con ω~ . Il campo elettrico indotto,
come menzionato sopra, è in questo caso

Eind = v × B = ω
~ × r × B = ω rB r̂,

come dallo schema in Figura. La f.e.m. indotta è

ωa2 B
I Z a Z a
E= Eind · ds = ωB r r̂ · dr = r dr = .
0 0 2
La forza elementare sul tratto dr del disco (sempre orientato dal centro Figura 4.9: Disco di Rowland

verso l’esterno), e il suo momento, sono

dF = I dr × B; dM = r × dF = I r × dr × B

Quindi la forza è tangenziale al disco e si oppone alla rotazione. Sosti-


tuendo la corrente I=E /R e facendo i prodotti vettoriali, il momento
è
a2 B2 r
dM = −~ ω dr,
2R
quindi antiparallelo alla velocità angolare. Integrando in r, il momento
totale è
a2 B2 a a4 B2
Z
M = −~ ω r dr = −~ ω ,
2R 0 4R
che si oppone alla rotazione. Per mantenere il disco in rotazione va
quindi applicato un momento torcente M0 = –M. La potenza necessaria
per far ciò è

a4 B2 a4 B2 ω 2 E2
P = M0 · ω
~ = −(− ~)·ω
ω ~ = = .
4R 4R R
(Questa espressione della potenza, che viene dalla dinamica rotazio-
nale dei corpi rigidi, è analoga a quella più familiare della meccanica
del punto, P=F·v.)
Questo disco percorso da corrente in campo magnetico è un pro-
totipo di freno elettromagnetico, ma non è molto pratico, ad esempio
perchè al centro e al bordo del disco servirebbero, rispettivamente,
un contatto rotante e uno a strisciamento. Nella prossima Sezione,
discuteremo il fenomeno delle correnti parassite, che sostanzialmen-
te fanno le veci della corrente indotta dal campo senza bisogno di
contatti, e sulle quali si basano i freni elettromagnetici pratici (per
esempio quelli ferroviari).

4.2.7 Freni elettromagnetici: eddy currents


Ora consideriamo una versione ‘naturale’ di freno elettromagnetico,
in due versioni (dimostrativa e semi-realistica). Consideriamo (Figura
4.10) una spira rettangolare, senza nessuna alimentazione esterna, che Figura 4.10: Principio del freno
si muove dall’interno all’esterno di una regione dove è presente un elettromagnetico.

campo magnetico. Detto D il lato della spira ed x la porzione del lato


98

ancora presente entro la regione del campo, l’area della spira è A=Dx,
il flusso è Φ=BDx e quindi, poichè x varia nel tempo il modulo della
f.e.m. è
dΦ dx
|E | = = BD = |vBD |

dt dt
e la corrente è
BDv
I= .
R
Nel disegno, stiamo guardando la terna cartesiana dalle z negative
verso l’alto. La spira viene tirata verso l’esterno della regione del
campo (lungo x̂) e il campo è entrante, B=Bẑ. La diminuzione di
flusso dovuta alla uscita della spira dal campo causa una f.e.m. che
vuole aumentare il campo, e quindi la corrente circola in senso orario.
Il tratto di spira verticale nel disegno è soggetto ad una forza netta
perchè il suo opposto è fuori dalla regione di campo; gli altri due lati
sono soggetti a forze che si compensano. Attribuiamo, al solito, al
lato della spira il carattere vettoriale proprio della corrente: D=Dŷ.
La forza è

Fm = ID × B = IDB (ŷ × ẑ) = − IDBx̂ = − Fext

dove l’ultima è la forza esterna che tira la spira. La potenza è

( BDv)2 E2
P = Fext · v = −Fm · v = IDBv · x̂ = IDBv = = = RI 2 .
R R
In ambedue i casi la forza magnetica è azionata dal moto della spira
e si oppone al moto stesso.
Una corrente simile a quella generata dal campo nella spira in mo-
to si realizza a livello microscopico nei metalli non magnetici in moto
in campo magnetico. Come discusso in precedenza, la carica elettro-
nica nei metalli è altamente mobile nei metalli, e risponde in modo
(per i nostri scopi) istantaneo alle forze prodotte dai campi elettroma-
gnetici. Dove il metallo esce dal campo magnetico, la diminuzione di
flusso induce una certa corrente circolante nel piano; dove il metallo
sta entrando nel campo, l’aumento di flusso induce una corrente di
circolazione opposta. In base allo stesso ragionamento appena fatto,
queste correnti sono soggette a forze dello stesso segno, ambedue
opposte al moto. Sono dette eddy currents, cioè correnti a vortice (o
parassite), e interagiscono con il campo magnetico esattamente come
la corrente nel loop appena discusso (Figura 4.11).
Possiamo adattare l’espressione per la forza sulla spira al caso di
una geometria a disco (Figura 4.12). Supponiamo di avere n magneti
a sezione quadrata di lato D posti a distanza r dal centro di un
Figura 4.11: Eddy currents come
principio del freno elettromagnetico disco metallico di spessore d mantenuto in rotazione. (Notiamo che
concettualmente non è cambiato nulla: D era prima la dimensione
della spira, e ora è la dimensione lineare della regione di campo dove
c’è una circolazione di corrente.) La resistenza è R=ρD/dD=1/(σd),
con σ la conduttività: infatti D è la lunghezza della regione su cui
fluisce la corrente, e l’area sezionale della stessa regione è lo spessore
per la lunghezza nel piano. La velocità tangenziale in corrispondenza
fisica 2 99

al raggio r dove sono posizionati i magneti è v=ωr, con ω la velocità


angolare. Dunque

vB2 D2
F= = ωrσdB2 D2 , P = ω 2 r2 σdB2 D2 .
R
Per n magneti posti alla stessa distanza r dal centro, il momento
torcente che si oppone alla rotazione del disco è

M = nFr = nωr2 σdB2 D2 .

(È interessante la discussione e costruzione di un freno fatta da lau-


reandi americani: http://bit.ly/2goZ46d). Il freno elettroma-
gnetico basato sulle correnti a vortice non richiede contatti elettrici o
flussi espliciti di corrente ed è di relativamente semplice costruzione
e progetto; per il no-free-lunch theorem, ha comunque un problema
potenzialmente significativo, il riscaldamento Joule causato dalle cor-
renti, che è il processo che dissipa l’energia sottratta alla rotazione. È
chiaramente una benedizione dal lato tecnologico, ed è ampiamente
usato in campi molto diversi, dai freni ferroviari ai discensori per
alpinismo o parchi-avventura etc. (http://bit.ly/2furf4W).

4.3 Induttanza e autoinduttanza

Si è detto che un campo magnetico variabile prodotto da un certo


circuito può generare una f.e.m. in un altro circuito tramite il suo
flusso variabile. Il flusso nel circuito 2 del campo B1 generato dal
circuito 1 dipende in modo complicato dalla corrente in 1, poichè
usando il campo dalla legge Biot-Savart, si ha
I 
µ0 I1
Z Z
Φ12 = B1 · dA = ds × r · dA
S2 S2 4πr2
Z I  
µ0
= I1 ds × r · dA ≡ M12 I1 , (4.4)
S2 4πr2

dove abbiamo spazzato tutte le complicazioni sotto il tappeto di un


nuovo coefficiente M12 . Lo stesso ragionamento fatto per l’azione
della corrente 1 su 2 vale anche per la corrente 2 che agisce su 1, e in
quel caso possiamo scrivere

Φ21 ≡ M21 I2 .

Risulta che
M12 = M21 ≡ M,
Figura 4.13: Mutua induttanza tra
cosa molto difficile da mostrare in generale, ma che dimostreremo solenoidi.
tra poco per un caso particolare. Il coefficiente M è detto coefficiente
di mutua induzione o anche induttanza mutua, dato che i due circui-
ti causano mutuamente flusso magnetico l’uno nell’altro in modo
simmetrico. Mostriamo (Figura 4.13) che il coefficiente M è lo stesso
per un caso semplice, un solenoide di area A1 e con densità di spire
n1 contenuto in un altro solenoide di area A2 e densità n2 . I due
100

solenoidi si sovrappongono per una lunghezza `. Il flusso indotto


dentro 2 da 1 è

Φ12 = n2 A1 B1 ` = n2 A1 (µ0 n1 I1 )` = M12 I1 ⇒ M12 = µ0 n1 n2 A1 `.

Il flusso indotto in 1 da 2 dà invece

Φ21 = n1 A1 B2 ` = n1 A1 (µ0 n2 I2 )` = M21 I2 ⇒ M21 = µ0 n1 n2 A1 `

e quindi M12 =M21 . I coefficienti M hanno dimensione di induttanza,


la cui unità si chiama Henry: 1 H=1 T m2 /A, o anche µ0 ×lunghezza.

4.3.1 Autoinduttanza
Una spira percorsa da una corrente I genera un campo, e quindi
flusso, anche dentro sè stessa: è quel che si dice un autoflusso. Si
definisce induttanza di un avvolgimento di N spire la quantità

Φ
L=N ,
I
il che dice che il flusso per spira è proporzionale alla corrente, con
il coefficiente di proporzionalità pari all’induttanza. Le unità di L
sono T m2 /A che come anticipato prendono il nome di Henry. Per
un tratto di solenoide lungo `, ad esempio,

NΦ = (n`)( BA) = n`(nµ0 I ) A = n2 `µ0 I A = LI

e quindi l’induttanza è
L = n2 `µ0 A,

e per unità di lunghezza

L
= µ0 n2 A. (4.5)
`
Si vede perciò che l’induttanza dipende dalla geometria, ma è sempre
della forma µ0 × lunghezza, analogamente alla capacità, che è sempre
ε 0 × lunghezza.
Infine, veniamo al punto importante. La variazione dell’autoflusso
nel tempo induce una f.e.m nella spira stessa. Data la relazione tra
autoflusso e corrente nella spira

NΦ = LI,

la f.e.m. indotta, che è la derivata temporale del flusso, è

dI
EL = −L .
dt
Notiamo che, come prevedibile essendo basata sulla legge di Faraday-
Lenz, la f.e.m. si oppone alla variazione di corrente che la genera.
Come il condensatore o capacitore è caratterizzato dalla sua sola
capacità, e il resistore dalla sua resistenza, la induttanza definisce
un ulteriore elemento ideale, l’induttore. In un certo senso, come
vedremo, la capacità e l’induttanza sono il reciproco l’una dell’altra.
fisica 2 101

4.3.2 Induttori in serie e in parallelo


Le induttanze di N induttori in serie si sommano:

Lserie = L1 + L2 + . . . + L N .

Il motivo è che la corrente è la stessa in tutta la serie, e la tensione


totale è la somme di termini del tipo Li R dI/dt,
dI dI dI dI
V = Lserie = = LN + LN + . . . + LN .
dt dt dt dt
Per il parallelo le induttanze si sommano inversamente come le
resistenze:
1 1 1 1
= + +...+ .
Lpar L1 L2 LN
Infatti, essendo il potenziale lo stesso ai capi di tutti gli induttori, la
corrente totale in entrata o uscita dal parallelo è per definizione,
 
1 1 1 1 1 1 1
Ipar = X+ X+... X= + +...+ X= X,
L1 L2 LN L1 L2 LN Lpar
(a parte i valori delle correnti al tempo zero che sono costanti), dove
abbiamo definito Z t1
X= Vdt.
t0

4.4 Circuito RL

Come prima applicazione del principio di induzione, studiamo un


preliminare ai circuiti a corrente alternata, ovvero il comportamento
temporale del circuito RL, con sola resistenza e induttanza, eviden-
ziando alcune analogie –e molte differenze– con il circuito RC. Il
transiente di corrente (ad esempio, l’aumento alla chiusura del cir-
cuito) nell’induttore produce una f.e.m. che si oppone al transiente
stesso, e la corrente ne risulta ridotta. Quando la corrente raggiunge
lo stato stazionario la f.e.m. indotta va a zero e l’induttore diventa
inattivo.
Come la quantità guida nell’RC era la carica, qui è invece la
corrente. Dato il circuito in Figura 4.14, la caduta di potenziale sul
capacitore è IR, e quella sull’induttore è L dI/dt; la loro somma è
Figura 4.14: Circuito RL.
pari alla f.e.m. alimentante, cui ambedue si oppongono, cioè
dI
E = IR + L .
dt
Dunque l’equazione di evoluzione è
dI R E
=− I+ , (4.6)
dt L L
analoga a quella del circuito RC. La soluzione infatti è
E E
I= [1 − exp (−tR/L)] = [1 − exp (−t/τLR )].
R R
A t=0 la corrente è nulla, cioè l’induttore si comporta come un tratto
di circuito aperto; a t→∞ la corrente tende al valore massimo pura-
mente resistivo E /R, cioè l’induttore si comporta come un tratto di
102

conduttore perfetto. Questo in realtà avviene già su tempi dell’ordine


di τLR =L/R, un tempo caratteristico analogo a quello del circuito RC.
(Ricordiamo che 1 H/1 Ω=1 V s/A · 1 A/V= 1 s.)
Il comportamento in spegnimento, cioè quando viene rimossa la
f.e.m., è dato dall’Eq.4.6 senza il secondo termine al secondo membro,
dI R
= − I,
dt L
cosicchè la corrente decade esponenzialmente con tempo di caduta
τLR :
E
I = exp (−t/τLR ).
R
Anche qui il transiente è dovuto al fatto che la corrente diminuisce
non avendo più f.e.m. esterna, e questa diminuzione genera una f.e.m.
indotta nell’induttore, che sostiene la corrente per un certo tempo
caratteristico. Se si trattasse di una pura resistenza (che è ovviamente
una idealizzazione), la corrente andrebbe a zero istantaneamente.

4.4.1 Energia nel circuito RL


Riprendiamo l’espressione del bilancio delle f.e.m.,
dI
E = IR + L ;
dt
moltiplicando per la corrente otteniamo una equazione per la potenza
(dato che P=E I):
dI
E I = I 2 R + LI .
dt
Il primo membro è il lavoro E dq fatto da E sulla carica dq nel tempo
dt; il primo termine al secondo membro è la potenza dissipata per
effetto Joule sul resistore; il secondo termine al secondo membro, per
la conservazione dell’energia dev’essere il tasso dUB /dt a cui viene
immagazzinata nell’induttore, e specificamente nel campo magnetico
che la f.e.m. indotta genera dentro l’induttore per autoinduzione.
Quindi da
Z UB Z I
dUB dI
= LI ⇒ dUB = LI dI ⇒ dUB0 = LI 0 dI 0
dt dt 0 0

si ottiene che l’energia immagazzinata nell’induttore è


LI 2
UB = . (4.7)
2
Confrontandola con quella immagazzinata nel capacitore, ad esempio
nella forma UC =q2 /(2C), si intravede una analogia tra I e q, e tra L e
1/C, che approfondiremo tra poco.

4.4.2 Energy density


La densità di energia è meritevole di uno sguardo perchè risulta
essere equivalente a quella del capacitore. In un solenoide di area A
e lunghezza `
UB LI 2 µ n2 AI 2 µ
uB = = = 0 = 0 n2 I 2
V 2A` 2A 2
fisica 2 103

dove abbiamo usato la densità di induttanza Eq.4.5. Dato che il campo


del solenoide è B=µ0 nI, abbiamo infine

B2
uB = , (4.8)
2µ0

analoga alla densità di energia del condensatore

e0 E 2
uE = , (4.9)
2
Sia Eq.4.8 che Eq.4.9 sono valide in qualunque geometria. Nei casi in
cui u E =u B , si ha che

B2 e E2 E2
= 0 ⇒ B 2 = e0 µ 0 E 2 ≡ ,
2µ0 2 c2

dove c=1/ e0 µ0 risulta essere la velocità della luce. Casi importan-
ti in cui questo avviene sono, come vedremo tra poco, il circuito
oscillante LC (dove l’uguaglianza è sempre vera in media, oltre che
istantaneamente due volte per ciclo) e le onde elettromagnetiche (dove
è sempre vera).

4.4.3 Applicazione: serratura elettromagnetica


Un elettromagnete è una sorgente di campo magnetico che attrae a
sè (o allontana da sè) un materiale magnetico che assorba (o espella)
flusso di campo magnetico più di quanto farebbe lo stesso volume di
vuoto. Consideriamo un cilindro di ferro (materiale ferromagnetico,
che può avere permittività µr ∼1000) di area sezionale A che venga
inserito in un solenoide della stessa area interna, con densità di spire
n, e percorso da una corrente I. L’unica coordinata necessaria, x, è
definita in Figura 4.15. Supponiamo di essere in condizioni lineari,
ovvero che valga la relazione

B = µ0 µr H.

Per valutare correttamente la forza sul cilindro, consideriamo il caso


analogo del sollevamento di un corpo massivo da altezza zero a
altezza h>0 contro la forza gravitazionale: al corpo viene fornita una
certa energia potenziale applicando una forza uguale e opposta a
quella che agirà sul corpo portato in h se verrà lasciato cadere. La
forza Fe che applichiamo per immagazzinare energia potenziale è
quindi
∂U
Fe = − F = + .
∂x
Nel nostro caso, il lavoro viene svolto dal generatore, che fornisce la
<
corrente costante nel solenoide e immagazzina con ciò energia nel
sistema, e così applica una forza al cilindro magnetico. L’analogo
Figura 4.15: Semplice elettromagnete.
dell’energia potenziale gravitazionale è l’energia magnetica imma-
gazzinata nell’induttore, e dovuta all’interazione corrente-induttanza,
cioè
LI 2
UM = ,
2
104

e la forza sul cilindro (assunto che il suo asse coincida con quello del
solenoide e con l’asse x) è, come discusso, il gradiente dell’energia
potenziale con il segno positivo,

∂U M
Fe = Fe,x x̂ = + x̂,
∂x
Il solenoide e il cilindro magnetico sono due induttori in serie, di
induttanza totale L = Ls + Lc . Se il cilindro è inserito nel solenoide, e
quindi sovrapposto alla corrente, per un tratto di lunghezza x, la sua
induttanza è
Lc = µ0 µr n2 Ax
mentre quella del solenoide è relativa alla porzione non occupata dal
cilindro, cioè
Ls = µ0 n2 A(` − x ).
Dunque,
µ0 n2 A 2
UM = I [` + (µr − 1) x ),
2
e dunque la forza

∂U M µ n2 A 2
Fx = = 0 I ( µr − 1)
∂x 2
attrae il cilindro dentro il solenoide se µr >1, e lo respinge verso
l’esterno se µr <1. Il primo caso è quello del cilindro ferromagnetico
(che ’mangia’ le linee di campo), il secondo quello diamagnetico (che
espelle le linee di campo).
5. Oscillazioni e circuiti in corrente alternata

Abbiamo studiato circuiti RC e RL in corrente continua, circuiti che


hanno comportamento dinamico simile rispettivamente in fase di
carica e scarica (accumulo e svuotamento di carica), o avvio e spegni-
mento della corrente. Le altre tre combinazioni che ora studieremo
sono il circuito LC, che risulta essere un oscillatore, il circuito RLC che
è un oscillatore smorzato, e il circuito RLC con una f.e.m E alternata
che è un oscillatore smorzato e forzato.

5.1 Circuito LC: oscillazioni

Il circuito LC consiste di un condensatore di capacità C e un indut-


tore di induttanza L. In ogni istante l’energia totale è la somma
delle energie immagazzinate, rispettivamente, nel condensatore e
nell’induttore:

q2 LI 2
Utot = UE + UB , UE = , UL = .
2C 2
Non essendoci resistenze, non c’è dissipazione e l’energia totale si
conserva. Come schematizzato nelle Figura 5.1, il circuito che par-
te con il condensatore carico (ad esempio) oscilla tra stati di carica
del condensatore con polarità opposta, passando per lo stato scarico.
All’inizio (pannello 1) il condensatore è carico con data polarità e l’e-
nergia è tutta elettrica. Durante la scarica del condensatore (pannello
2), la corrente aumenta nell’induttore, generando campo magnetico
per induzione; corrispondentemente l’energia si converte da elettrica
(nel condensatore) a magnetica (nell’induttore). Quando la corrente
raggiunge il massimo, il campo nell’induttore è massimo e l’energia è
tutta magnetica (pannello 3). Successivamente la corrente comincia a
calare, il campo magnetico nell’induttore quindi cala, e nel contempo
Figura 5.1: Oscillazioni nel circuito LC.
il condensatore si ricarica (pannello 4); l’energia si converte, inver-
samente a prima, da magnetica ad elettrica. Alla fine la situazione
(pannello 5) ridiventa identica energeticamente al pannello 1, con il
106

condensatore carico e l’energia tutta elettrica; a differenza del pannel-


lo 1, però, nel 5 il condensatore è carico con polarità opposta. Da qui
parte un nuovo ciclo (pannelli 6, 7, e 8), in cui la corrente fluisce al
contrario. Il comportamento energetico è comunque lo stesso.
Questo trasferimento interno di energia e quello che avviene nell’o-
scillatore meccanico tra energia potenziale e cinetica sembrano molto
simili: istituiamo perciò, in Tabella 5.1, una analogia tra oscillatore
meccanico e circuito LC. Per l’oscillatore armonico, l’energia totale

mv2 kx2
U= +
2 2
è conservata (non varia nel tempo) e quindi si ottiene
Oscillatore LC
dU dv dx d2 x d2 x k
x q
= mv + kx = mv 2 + vkx = 0 ⇒ + x=0
dt dt dt dt dt2 m
v =dx/dt I=dq/dt l’equazione dell’oscillatore armonico. La (una, almeno) soluzione è
1
k
r
C k
x = x0 cos (ωt + φ), ω =
m L m
con φ una fase che dipende dalle condizioni iniziali. Per il circuito
q q
ω= mk ω= 1
LC
LC possiamo facilmente replicare questa discussione; l’energia
2 q2
Epot = kx2 Epot = 2C
LI 2 q2
Ecin = mv2
2
Ecin = LI2
2
U = U B + UE = +
2 2C
Tabella 5.1: Relazione tra le quantità è anche qui conservata. Dunque
coinvolte nell’oscillatore meccanico e nel
circuito LC.
dU dI q dq d2 q Iq d2 q 1
= LI + = LI 2 + =0 ⇒ + q=0
dt dt C dt dt C dt2 LC

che è di nuovo l’equazione di un oscillatore armonico. La soluzione è


r
1
q(t) = Q cos (ω LC t + φ), ω LC =
LC
e quindi la corrente è
dq
= −ω LC Q sin (ω LC t + φ) = − I0 sin (ω LC t + φ) ⇐ I0 = ω LC Q.
dt
La fase φ è, anche qui, in relazione con la condizione iniziale in cui
è preparato il circuito. Fase nulla corrisponde a condensatore carico;
infatti se φ=0, a t=0 il coseno è pari a 1, e

q(0) = Q, I (0) = 0.

Sostituendo la soluzione per q nell’equazione differenziale si verifica


che la frequenza deve avere il valore indicato sopra, che è la frequenza
propria di oscillazione del circuito LC,

1
ω LC = √ . (5.1)
LC

Ovviamente il periodo di oscillazione è


2π √
T= = 2π LC.
ω LC
fisica 2 107

L’energia totale è conservata, ma le due componenti oscillano, proprio


come nell’oscillatore meccanico. La parte elettrica e quella magnetica
dell’energia oscillano entrambe con la stessa frequenza, e sono esat-
tamente in controfase, dato che una è legata alla carica e l’altra alla
corrente. La componente elettrica è

q2 Q2
UE = = cos2 (ωt + φ)
2C 2C
e quella magnetica

LI 2 Lω 2 Q2 Q2
UB = = sin2 (ωt + φ) = sin2 (ωt + φ),
2 2 2C
dove abbiamo sostituito ω da Eq.5.1. Come si vede, le due compo-
nenti hanno lo stesso valore massimo. Essendo in controfase, una
componente è nulla quando l’altra è massima. L’energia totale è

Q2 Q2 LI 2
U = U B + UE = [sin2 (ωt + φ) + cos2 (ωt + φ)] = = 0,
2C 2C 2
cioè il valore massimo di ognuna delle due componenti. Chiaramente,
è la stessa energia che si trasferisce avanti e indietro tra condensatore
e induttore. Infine, dato che il valore medio delle parti oscillanti è lo
stesso,
1 T 1 T 1
Z Z
sin2 ωt = cos2 ωt = ,
T 0 T 0 2
i valori medi delle due componenti sono uguali:

hU B i = hUE i ;

Questo risultato, ben noto per l’oscillatore armonico, è un caso par-


ticolare del teorema del viriale, che asserisce che per una energia
potenziale del tipo
Epot ( x ) ∼ x n

e una energia cinetica quadratica vale

2h Ecin i = nh Epot i.

Nel caso dei nostri oscillatori, vale appunto n=2, e le componenti (am-
bedue quadratiche) potenziale e cinetica dell’oscillatore si identificano
nel circuito LC con l’energia elettrica e magnetica, rispettivamente.
Questo implica anche che, come anticipato, la relazione tra B ed E
di cui si è parlato nella Sezione precedente (cB=E) è verificata dalle
medie temporali dei campi.

5.2 Circuito RLC in serie. Oscillazioni smorzate

Un circuito LC è un oscillatore che conserva l’energia. La presenza


di una resistenza causa dissipazione di energia elettrica in calore
tramite l’effetto Joule. Ne risulta che il circuito RLC è l’analogo di un
oscillatore smorzato.
108

Poichè la resistenza non immagazzina energia, ma la dissipa sol-


tanto, l’energia totale corrispondente ai valori istantanei di carica e
corrente,
LI 2 q2
U= + ,
2 2C
non si conserva. Notiamo che non c’è nessuna alimentazione: il
transiente, come nella scarica dei circuiti RC e RL, è alimentato dal
condensatore o dall’induttore. La variazione temporale dell’energia è
pari alla potenza dissipata in R,

dU dI q dq
= − RI 2 = LI + ,
dt dt C dt
e quindi
dI q
− IR = L + ,
dt C
o ancora
d2 q R dq 1
2
+ + q = 0.
dt L dt LC
Anche qui l’interpretazione fisica è quella di un oscillatore, con le
analogie date in Tabella I, con in più una forza dissipativa viscosa
di tipo newtoniano, cioè lineare nella derivata prima (la "velocità");
prima di discutere i vari regimi possibili, nella Sottosezione successiva
studiamo la soluzione di questa equazione per l’oscillatore.

5.2.1 Come risolvere l’equazione dell’oscillatore smorzato


L’equazione di Newton per l’oscillatore armonico contiene due forze,
quella elastica e quella d’attrito, ed è

dx d2 x
F = Felast + Fattrito = −kx − b = m 2 = ma. k, b > 0. (5.2)
dt dt

Naturalmente la differenza chiave con l’oscillarore è la presenza


della forza di tipo viscoso proporzionale alla velocità. Risolviamo
con il metodo dell’equazione caratteristica. Facciamo un’ipotesi di
soluzione: h i
y = ert ẏ = rert , ÿ = r2 ert .

Sostituendo, si ha

mr2 ert + brert + kert = 0 ⇒ mr2 + br + k = 0.

Il parametro r è perciò la soluzione di una equazione di secondo


grado, √
−b ± b2 − 4km
r= . (5.3)
2m
Si identificano dunque tre distinti regimi, a seconda che il discrimi-
nante sia positivo, nullo, o negativo, e quindi le soluzioni siano reali
e distinte, reali coincidenti, o complesse coniugate (Figura 5.2):
1. b2 <4mk ⇒ soluzioni complesse, oscillazione smorzata
2. b2 >4mk ⇒ soluzioni reali, smorzamento esponenziale
3. b2 =4mk: ⇒ soluzione reale singola, oscillazione critica.
fisica 2 109

Caso 1) : abbiamo
p
b |b2 − 4km|
r1,2 =− ± iωd , ωd = , (5.4)
2m 2m
e le soluzioni sono del tipo
bt bt bt
e− 2m e±iωd t = e− 2m cos (ωd t) ± sin (ωs t) = e− 2m cos (ωd t + φ),

cioè oscillanti nel tempo, ma con un inviluppo decrescente esponen-


zialmente nel tempo.
Caso 2): le soluzioni sono

b b2 − 4km
r1,2 = − ± , (5.5)
2m 2m
che sono entrambe negative perchè la radice è minore di b. Dunque
Figura 5.2: Soluzioni osc smorzato
abbiamo due soluzioni esponenzialmente decrescenti senza oscillazio-
ni, con due cadute distinte; una loro combinazione lineare è ancora
soluzione (l’equazione è lineare):

c 1 e −r1 t + c 2 e −r2 t ,

dove la soluzione contenente r1 (corrispondente al segno + con un


esponente meno negativo e quindi discesa più lenta) decide il com-
portamento a tempi grandi.
Caso 3): c’è una sola soluzione
b
r1,2 = − (5.6)
2m
dell’equazione caratteristica. Per ottenere una soluzione dell’equazio-
ne differenziale devo combinare due soluzioni linearmente indipen-
denti, e la più semplice combinazione è
bt
e− 2m (c1 + c2 r ).

Questa è la situazione di confine tra una oscillazione smorzata ed


una sovrasmorzata, che può essere vista come la situazione in cui
lo zero della funzione oscillante va all’infinito. Notiamo che, un po’
controintuitivamente, la caduta esponenziale è più rapida in questo
caso che in quello sovrasmorzato, anzi è la più rapida possibile.

5.2.2 Discussione dei diversi regimi dinamici del circuito RLC


Armati dei risultati della sezione precedente, possiamo analizzare i
tre casi distinti di comportamento del circuito RLC non alimentato.
Riprendiamo le Eq.5.3-5.6, ponendo m=L, b=R, e k=1/C. Il primo
regime è quello di oscillazioni smorzate. La soluzione è quindi

q = Qe− Rt/2L cos (ωd t + φ)

dove la frequenza si ottiene notando che in questo caso, il discrimi-


nante è negativo (e quindi il suo modulo è lui stesso cambiato di
segno). Riarrangiando,
 2
1 2 4L 1 2 4L R 1
|R − | = 2 (− R + )=− +
4L2 C 4L C 2L LC
110

e infine
 2
R
ω 2LC − ≡ ωd2 (5.7)
2L

cioè ωd (reale) è la frequenza dell’oscillatore LC modificata dalla pre-


senza di R. Nel caso 2), il determinante è positivo; quindi l’oscilazione
exp iωd t diventa un esponenziale reale, e la soluzione è

q = Qe− Rt/2L e−|ωd |t .

Questo succede se
 2  2
R 1 R
− >0 ⇒ > ω 2LC
2L LC 2L

e quindi, ricordando la definizione dei tempi caratteristici τRC e τLC


di decadimento dei transienti del circuito RC e di quello LC,

4L CR2 R τRC
R2 > ⇒ > 1 ⇒ RC > 4 ⇒ > 4.
C 4L L τRL

o anche r
4L
2 L
R > ⇒ R>2
C C

Infine il caso 3) è quello in cui R = 2 L/C e abbiamo un singolo
esponenziale
q = Q e− Rt/2L .

Notiamo che il decadimento è più veloce nel caso a due esponenziali


che in quello del singolo esponenziale. Abbiamo trovato perciò che la
specifica scelta di resistenza, capacità, e induttanza possono pilotare
il circuito RLC in uno specifico regime. Questo resta vero anche in
presenza di alimentazione.
Naturalmente è particolarmente interessante il caso, che ora ana-
lizziamo, in cui la tensione di alimentazione è variabile nel tempo e si
accoppia alla oscillazione o decadimento proprî del circuito.

5.3 Circuito RLC in serie alimentato: oscillazioni forzate e


risonanza.

Il circuito RLC è alimentato, in moltissime applicazioni, da una f.e.m.


oscillante (detta alternata: è quella delle nostre prese di casa). La
produzione di tale f.e.m. è un argomento a parte, ma il principio del
generatore, dettagli costruttivi a parte, è esattamente quello discusso
in Sez.4.2.4. Assumiamo quindi una f.e.m. alternata

E = Em sin ωe t,

dove ωe è in sostanza la frequenza di rotazione della spira nel gene-


ratore di Sez.4.2.4, ed è quindi determinata dall’esterno. La corrente
nel circuito, essendo guidata dalla f.e.m., sarà anch’essa oscillante con
una legge
I = I0 sin (ωe t − φ),
fisica 2 111

dove φ è una fase determinata dall’azione dei diversi elementi cir-


cuitali. Il segno negativo di φ è convenzionale, ma comunemente
usato.
Come si è ormai capito dagli esempi precedenti (RC, LC, RLC,
etc.), la corrente nei resistori segue (a tutti gli effetti pratici) istanta-
neamente la f.e.m. ed è quindi in fase con essa, mentre la presenza
di elementi induttivi e capacitivi potrà produrre una fase non nulla
della corrente rispetto alla f.e.m., e quindi un ritardo o un anticipo,
dovuti in sostanza al tempo finito che serve a riempire o svuotare i
capacitori o ad accendere o spegnere i campi magnetici negli indut-
tori. Detto diversamente, il comportamento della corrente rispetto
alla f.e.m. dipenderà dalla frequenza ωe in relazione alla frequenza
propria ω LC del circuito oscillante, come modificata dalla presenza
della resistenza (ωd in Eq.5.7).
Si configura perciò il caso di un oscillatore armonico smorzato
e forzato, un sistema estremamente complesso e affascinante, che
esibisce, ad esempio, regimi di comportamento dinamico caotico
e intermittente. Le oscillazioni, a causa della frequenza forzante,
tendono ad avvenire con frequenza ωe , ma il comportamento proprio
del circuito, descritto sinteticamente dalle frequenze ω LC e ωd , è
importante perchè, ad esempio, la potenza erogata dal generatore
può essere deviata in parte o in toto sugli elementi L e C invece che
sul carico resistivo, dato che come abbiamo visto i tre tipi di elementi
competono per il possesso o la dissipazione dell’energia in gioco.
In questa Sezione consideriamo il caso in serie, in cui la corrente è
la stessa in tutti gli elementi in serie; useremo solo superficialmente
il formalismo dei fasori, che discuteremo invece in connessione con
il caso in parallelo in Sezione 5.5. Trattiamo in sequenza i casi dei
carichi puri di tipo resistivo, induttivo e capacitivo, cioè i circuiti in
Figura 5.3.

Figura 5.3: Circuiti puri R, L, C in


5.3.1 Carico resistivo puro tensione alternata.
Nel caso resistivo (Figura 5.3, a sinistra) tutta le f.e.m. cade sul
resistore,
E = v R = Em sin ωe t = VR sin ωe t.
La corrente è
vR V
IR = = R sin ωe t;
R R
confrontando con l’espressione generica

I = I0 sin (ωe t − φ)

si ha I0 ≡ IR0 =VR /R, e risulta che φ=0, cioè che su un elemento resistivo
lo sfasamento fem-corrente è nullo. Detto diversamente, la corrente segue
istantaneamente la f.e.m. (trascuriamo qui e altrove tutti gli effetti
relativistici).
La corrente e la f.e.m. sono in fase in questo caso (Figura 5.4, Figura 5.4: Corrente in fase con la ten-
sione in funzione del tempo (sopra) e
in alto), e possono essere rappresentate geometricamente usando i
nel formalismo dei fasori (sotto).
cosiddetti fasori. Per gli scopi di questa Sezione, i fasori sono vettori
112

in un piano, il cui angolo rispetto all’asse x è ωe t o ωe t–φ, il cui


modulo è il valore massimo della quantità alternata che vogliamo
rappresentare, e la cui proiezione sull’asse y è il valore istantaneo
della data quantità. Ad esempio in Fig.5.4 in basso, i due vettori
rappresentativi sono paralleli (in fase), i rispettivi moduli sono VR ed
IR0 =VR /R, e la loro proiezione sull’asse y fornisce il valore v R ed IR in
un certo istante t. Questo risulterà utile tra poco in presenza di L e C.

5.3.2 Carico capacitivo


Per un carico puramente capacitivo (Fig.5.3, a destra), la f.e.m. cade
tutta sul capacitore, e si ha per costruzione

vc = VC sin ωe t

e
qC = Cvc = CVC sin ωe t.
La corrente è

dqC π
IC = = ωe CVC cos ωe t = ωe CVC sin (ωe t + ),
dt 2
e quindi (ricordiamo la convenzione sul segno della fase)
π
φ=− , caso capacitivo
Figura 5.5: Corrente in anticipo di fase 2
sulla tensione alternata (nel tempo, so-
pra, e in forma di fasori, sotto) per un cioè (Fig.5.5) la corrente è in anticipo di 90◦ sulla tensione, e così pure
carico capacitivo puro. i fasori delle due quantità. Definiamo ora la reattanza capacitiva
1
XC ≡
ωe C
che ha le dimensioni di una resistenza, e riscriviamo la corrente come
VC π
IC = sin (ωe t + ) ⇒ vc = XC IC .
XC 2
Si ha quindi una legge generalizzata di Ohm per il carico capacitivo.
Riassumendo, un carico capacitivo causa un anticipo della corrente
rispetto alla f.e.m. In sostanza, la corrente carica da subito il capacitore
(non c’è resistenza) e la tensione sale in ritardo rispetto ad essa.

5.3.3 Carico induttivo


Per un carico puramente induttivo (Figura 5.3, al centro), la f.e.m.
cade tutta sull’induttore, e si ha per costruzione

v L = VL sin ωe t.

Figura 5.6: Corrente in ritardo di fase


Per ottenere la corrente notiamo che, per la legge di Faraday-Lenz,
sulla tensione alternata (nel tempo, so-
dIL dIL V
pra, e in forma di fasori, sotto) per un vL = L ⇒ = L sin ωe t,
carico induttivo puro. dt dt L
da cui integrando
VL VL V
Z
π
IL = dt sin ωe t = − cos ωe t = L sin (ωe t − )
L ωe L ωe L 2
fisica 2 113

Dunque φ=π/2, cioè la corrente è in ritardo di fase rispetto alla f.e.m.


(Figura 5.6). Definendo la reattanza induttiva

X L ≡ ωe L,

che ha di nuovo le dimensioni di una resistenza, riotteniamo una


legge di Ohm generalizzata, questa volta per il carico induttivo:
VL π
IL = sin (ωe t − ) ⇒ v L = X L IL .
XL 2
Riassumendo, un carico induttivo causa un ritardo della corrente
rispetto alla f.e.m. Diversamente dal caso capacitivo, la corrente sale in
ritardo perchè è occupata a generare campo magnetico nell’induttore Tabella 5.2: Sommario delle reattanze e
e quindi sale in ritardo rispetto alla fem. Tabella 5.2 è riassunta la fasi per carichi puri.
Carico reattanza fase (π/2)
discussione fino a questo punto. R R 0 (in fase)
Una mnemonica anglofona per ricordare i segni e ritardi è ELI [is] C XC =1/ωe C –1 (anticipo)
positively the ICE man (letteralmente, Elia è sicuramente il venditore di L X L =ωe L 1 (ritardo)

ghiaccio): ELI sarebbe E (la f.e.m.) prima di I (la corrente) nel caso L
(induttivo) con fase φ>0 (“positively"), e ICE sarebbe corrente I prima
di f.e.m E nel caso C (capacitivo).

5.4 RLC in serie con E (t)

Veniamo al caso generale di un circuito con R, L, e C in serie e


f.e.m. alternata di frequenza ωe . La nostra discussione vale nel
regime stazionario, cioè trascurando processi transienti che possono
presentarsi durante l’accensione o lo spegnimento della f.e.m. esterna.
Come nelle discussioni precedenti, vale

E = Em sin ωe t = v L + v R + vC , I = I 0 sin (ωe t − φ).

Essendo il circuito in serie, tutti gli elementi vedono la stessa corrente.


Vogliamo determinare il valore di I 0 e φ. Dunque vorremmo determi-
nare le posizioni relative dei fasori della f.e.m. e della corrente. La
f.e.m. ha componenti diverse sui diversi elementi. Il vettore della
f.e.m. ha modulo Em e fase φ=0 per costruzione. Dalla discussione del
carico resistivo, ricordiamo che la corrente è in fase con la componente
v R della f.e.m. sulla resistenza (Figura 5.7). Rispetto a v R , la compo-
nente v L è in ritardo (90◦ in senso antiorario) e la componente vC è
in anticipo (90◦ in senso orario). Sommiamo i fasori v L , vC , e v R per
ottenere il fasore della f.e.m. E . Come si vede in Figura 5.7 in basso, i
moduli delle diverse tensioni soddisfano la relazione seguente:

Em2 = VR2 + (VL − VC )2 = ( I 0 R)2 + ( I 0 X L − I 0 XC )2 .


Dunque la massima corrente è
Em Em Em
I0 = p = p ≡
R 2 + ( X L − XC )2 R2 + (ωe L − 1/ωe C )2 Z

dove abbiamo definito implicitamente l’impedenza Figura 5.7: Fasori per il circuito RLC in
q serie.
Z = R 2 + ( X L − XC )2 .
114

che ha le dimensioni di una resistenza. Veniamo ora alla fase relativa


di E e I. La prima maniera di ottenerla (forse non la più comoda
da usare in pratica: è preferibile Eq.5.8 discussa più oltre) è notare
che, come si vede da Figura 5.7, la fase che ci interessa è l’angolo tra
il fasore della f.e.m. e quello della componente v R . In particolare i
valori massimi sono legati da

Em cos φ = VR , Em sin φ = VL − VC

da cui, dividendo la seconda equazione per la prima,


VL − VC X − XC X L − XC
tan φ = = L ⇒ φ = arctan
VR R R
Per le proprietà della tangente trigonometrica, abbiamo tre casi. Il
primo è X L > XC ; in questo caso φ>0 e I ritarda su E , come atteso
per un circuito “un po’ più induttivo che capacitivo". Il secondo è
X L < XC , che implica φ<0 e I in anticipo su E , come atteso per un
circuito “un po’ più capacitivo che induttivo". Il terzo caso è X L = XC :
la fase è nulla, corrente e f.e.m. sono in fase, e si dice che siamo in
risonanza.

5.4.1 Risonanza
Nel terzo caso menzionato, φ=0, ed E è in fase con I. La corrente ha
il massimo valore possibile, dato che
Em Em Em
I0 = = p = .
Z 2
R + ( X L − XC ) 2 R

La condizione di uguaglianza delle reattanze mostra che la frequenza


di risonanza è giusto la frequenza propria del circuito LC con le
specifiche L e C del circuito RLC in esame:
1 1
X L = XC ⇒ ω e L = ⇒ ωe = √ .
ωe C LC
In corrispondenza alla risonanza, se R→0 la corrente I →∞. In condi-
Figura 5.8: Corrente nel circuito RLC zioni reali R è sempre finita; ma a R piccola corrisponderà corrente
in funzione della frequenza esterna. La grande (e viceversa). La corrente ha un massimo (tanto più pronuncia-
risonanza si manifesta come aumento
della corrente alla frequenza del circui-
to quanto più la resistenza è piccola) in corrispondenza alla frequenza
to LC. Il valore di I è tanto maggiore risonante, come mostra Figura 5.8. A destra (a frequenze maggiori)
quanto minore è la resistenza. della risonanza,
1
ωe2 > , φ > 0, lato induttivo, “ELI00
LC
mentre a sinistra (a frequenze minori)
1
ωe2 < , φ < 0, lato capacitivo, “ICE00 .
LC

5.4.2 Potenza nel circuito RLC. Il ‘cosfi’ (cos φ).


Avendo la corrente I, la potenza è presto calcolata:

P = I 2 R = R( I 0 )2 sin2 (ωe t − φ).


fisica 2 115

Ricordiamo anche che


Em Z
Em cos φ = VR , = ,
VR R

e perciò
R
cos φ = ≤ 1, (5.8)
Z
dove l’ultima eguaglianza si ha solo in risonanza. Il termine oscillante
della potenza ha media 1/2 sul periodo e quindi la potenza media,
come in casi precedenti, è
 0 2
R 0 2 I 0
Pave =(I ) = R √ ≡ R( Irms )2 .
2 2

Definendo anche una Erms =Em / 2, si ha

0 Erms
Irms = .
Z
Dunque
0 Erms 0 R
Pave = R( Irms )2 = R I 0
= Erms Irms
Z rms Z
e infine
0
Pave = Erms Irms cos φ, (5.9)

che quantifica la potenza media erogata al carico come il prodotto di


tensione e corrente massime (in versione rms) pesato da un fattore di
fase. La dipendenza dalla fase, come anticipato, è una dipendenza
indiretta da capacità, induttanza, e frequenza applicata; questo per-
mette di variare la porzione di potenza erogata variando gli elementi
circuitali. Si parla di potenza attiva (la componente proporzionale a
cos φ), che è massima in risonanza, dove Z=R e cos φ=1, e di potenza
reattiva (di fatto non trasmessa al carico, e proporzionale a sin φ).
Esiste perfino uno strumento, il cosfimetro, che misura appunto cos φ
e quindi la porzione di potenza attiva.

5.5 RLC in parallelo: fasori complessi

Come nei circuiti DC, anche nei circuiti AC in serie la corrente è la


stessa in tutti gli elementi. Nel caso parallelo, invece, è la tensione ad
essere la stessa ai capi dei diversi elementi o loro gruppi, e l’analisi di
questo caso (pur in modo più complicato) potrebbe seguire lo schema
della Sezione precedente. È naturalmente ancora più complicato
descrivere un generico circuito RLC composto da serie e paralleli.
Invece di replicare l’analisi semplificata già fatta nelle Sezioni
precedenti , usiamo questa occasione per introdurre il formalismo
complesso dei fasori, definendo a fianco di reattanze e impedenze le
loro rispettive inverse: le suscettanze B e ammettenze Y, analoghe in
sostanza della conduttanza nei circuiti DC. (Collettivamente, queste
quantità vengono genericamente dette immittenze.) Questo ci permet-
terà, con alcune semplici regole, di dedurre l’impedenza, e dunque la
corrente in funzione della tensione per un qualunque circuito.
116

Fin qui abbiamo discusso le quantità variabili (f.e.m, corrente)


come funzioni reali oscillanti del tempo, con una fase relativa che
descrive il ritardo o anticipo dovuto agli elementi circuitali reattivi.
Possiamo però anche trattare le funzioni trigonometriche nel campo
complesso (nel seguito menzioneremo i risultati di aritmetica e analisi
complesse man mano che risulteranno necessari). L’idea è maneggiare
la tensione, la corrente, l’impedenza, etc., e le loro combinazioni, sotto
forma di numeri complessi, stipulando che le effettive quantità nel
circuito siano le loro parti reali o i loro moduli.
I numeri complessi (Figura 5.9) sono coppie di numeri reali
combinati nella forma
Figura 5.9: Rappresentazioni di un
numero complesso p
c = a + jb = |c| exp ( jα) ≡ a2 + b2 [cos α + j sin α]

dove a=Re[c] è la parte reale, e b=Im[c] quella immaginaria, |c| il mo-


dulo, α la fase, e abbiamo usato per l’unità immaginaria la notazione

j= −1, come normalmente si fa in elettrotecnica (in altri campi la
notazione è i). Teniamo a mente per il seguito che, dalla geometria
in Figura, il modulo del numero complesso (la lunghezza del vettore,
dal teorema di Pitagora) è
p q
|c| = a2 + b2 = (Re[c])2 + (Im[c])2 (5.10)

e la fase è    
Im[c] b
α = arctan = arctan . (5.11)
Re[c] a
Questo permette di passare facilmente dall’espressione in componenti
a quella modulo-fase, ed è molto comodo, dato che l’espressione in
componenti è utile nelle somme,

c + w = ( a + jb) + ( p + jr ) = ( a + p) + j(b + r )

e quella polare nelle divisioni e moltiplicazioni:

c |c|
c ∗ d = |c||d| exp [i (φc + φd )] ; = exp [i (φc − φd )].
d |d|
Qui sopra, abbiamo anche usato la relazione di de Moivre

exp jα = cos α + j sin α.

Importanti casi particolari di questa relazione sono

exp (0) = 1

come nel caso normale, e


π
exp (± j ) = ± j,
2
che mostrano che moltiplicare una quantità complessa per ± j equivale
a fornire una fase di ±π/2. Questo tornerà utile nella discussione
delle reattanze. Un’altra, molto elegante, di queste relazioni è

eiπ + 1 = 0
fisica 2 117

che riunisce cinque tra i numeri più importanti di tutta la matematica.

Veniamo ora a descrivere e usare la rappresentazione complessa.


Una tensione variabile è esprimibile come

v(t) = V exp jωt,

dove
V = VR + jVI = |V | exp jφV ,

è il cosiddetto fasore, cioè un vettore, di lunghezza |V | e angolo φV ri-


spetto a un asse di riferimento, che ruota nel piano complesso intorno
al suo punto iniziale con pulsazione ω. Per la nostra convenzione ini-
ziale (le quantità fisiche sono le parti reali delle funzioni complesse),
la tensione nel circuito sarebbe

v(t) = Re[v(t)] = Re[|V | exp j(ωt + φV )]

ovvero
v(t) = A cos (ωt + φV ). (5.12)

Possiamo liberamente scegliere l’asse di riferimento e quindi la fase; se


volessimo far contatto con la trattazione precedente del caso in serie,
sceglieremmo φV =π/2, e identificheremmo v≡E , A≡Em , ottenendo

E (t) = Em sin ωt

come in precedenza. Più semplicemente, scegliamo φV =0, dato che


le fasi relative di tensione e corrente non dipendono dalla fase di
riferimento. (In effetti, usare funzioni sinusoidali o cosinusoidali è
equivalente, purchè le si usi in modo consistente.)
In questo formalismo, i casi puri (sola R, C, o L) in serie sono
facilmente descrivibili. Definiamo la corrente e la tensione come

i = Re[ I exp ( jωt)]; v = Re[V exp ( jωt)],

specificando che V=|V | e I = | I | exp (− jφ), cioè attribuendo lo sfasa-


mento alla corrente, con il segno negativo come da convenzione usata
nella discussione della Sezione precedente. Per il capacitore

dq dv d
i= = C Re = C Re[ V exp ( jωt)] = Re[ jωCV exp ( jωt)]
dt dt dt
e quindi
I
I = jωCV, V= .
jωC
La cancellazione del fattore oscillante con frequenza ω riflette fisica-
mente la frequenza fissa del potenziale esterno. Per l’induttore

di d
v=L = L Re[ I exp ( jωt)] = Re[ jωLI exp ( jωt)],
dt dt
cioè
V V
I= = −j , V = jωLI
jωL ωL
118

Per la pura resistenza si ha semplicemente

V = RI.

Queste equazioni ci danno automaticamente le relazioni di fase nei


tre casi: la corrente è in fase con la tensione nel resistore, e anticipa
(ritarda) di π/2 nel capacitore (induttore), perchè come menzionato la
moltiplicazione per 1, j, e − j corrisponde ad acquisire rispettivamente
una fase nulla, oppure positiva e, rispettivamente, negativa e pari a
π/2. Qui la convenzione implicita sul segno della fase è opposta a
quella che abbiamo usato in precedenza, ma tra poco ci riallineeremo
con la convenzione originale.
Per proseguire, e riottenere i risultati della Sezione precedente,
usiamo una forma generalizzata della legge di Ohm,
I
V = IZ = ,
Y
definendo l’impedenza complezza Z e l’ammettenza complessa Y :
V I 1
Z= = R + jX, Y= = G + iB = ,
I V Z
con R, X, G e B la resistenza, reattanza, conduttanza, e suscettanza.
Naturalmente R, X e Z hanno le dimensioni di una resistenza, e G, B
e Y di una conduttanza. Le impedenze dei singoli elementi sono
1 −j
ZR = R ; ZC = = = − jXC ; Z L = jωL = jX L .
jωC ωC
Per il caso di tre elementi in serie, l’impedenza complessa è
V ∑ V 1
Z= = i i = ZC + Z L + Z R = R + j(ωL − ) ≡ |Z | exp [iα],
I I ωC
cioè, le impedenze in serie, come le resistenze, si sommano. Dall’alge-
bra dei numeri complessi il modulo è
r
1 2
Z = |Z | = R2 + (ωL − ) ,
ωC
cioè l’impedenza definita in precedenza per il caso RLC in serie. Il
modulo della corrente è quindi

|V | |V |
|I| = = p
Z R + ( X L − XC )2
2

come ottenuto in precedenza. La fase dell’impedenza è


X L − XC
α = arctan ,
R
non casualmente uguale alla fase ottenuta in precedenza per la
corrente. Infatti, dalla legge di Ohm generalizzata,

V |V |
I= ⇒ | I | exp (−iφ) = ⇒ φ = α,
Z |Z | exp (iα)
cioè la fase della corrente è uguale a quella dell’impedenza; usando
il segno negativo per φ, ci siamo riallineati alla convenzione di fase
fisica 2 119

usata nella Sezione precedente. I risultati ottenuti in precedenza


restano dunque validi.
Nel caso in parallelo, in cui la tensione è la stessa per tutti i rami
paralleli, conviene usare l’ammettenza, ottenendo
I ∑ I 1
Y= = i i = YC + Y L + Y R = G + j(ωC − ) = |Y | exp (iβ).
V V ωL
Il modulo è
q q
Y = |Y | = G2 + (ωC − 1/ωL)2 = G2 + ( BC − BL )2

e la fase
BC − BL
β = arctan .
G
Dalla legge di Ohm generalizzata, la corrente è
q
| I | = |V |Y = |V | G2 + ( BC − BL )2 ,

che, esattamente al contrario che per la serie, è minima in risonanza


(quando le suscettanze si cancellano). Per la fase,

I = V Y = | I | exp (−iφ) = |V ||Y | exp (iβ) ⇒ φ = − β,

ovvero la fase della corrente è l’opposto di quella dell’ammettenza:


BC − BL B − BC
φ = − arctan = arctan L ,
G G
dove la seconda uguaglianza viene dal fatto che l’arcotangente è
funzione dispari. Mnemonicamente, questa è come la fase della
serie, sostituendo alle reattanze le suscettanze, e alla resistenza la
conduttanza. Notiamo che gli elementi in parallelo hanno l’effetto
contrario a quelli in serie: ad esempio la corrente nel capacitore è
IC = jωCV e quindi in ritardo di fase sulla tensione, e viceversa per
l’induttanza. Di nuovo, i singoli termini complessi (sia di induttanza
che ammettenza) danno direttamente una visione delle fasi relative.
A questo punto, un circuito composto di settori in serie e in
parallelo può essere decomposto come un circuito DC usando, rispet-
tivamente, impedenze e ammettenze. Il circuito in Figura 5.10, ad
esempio, ha impedenza

Z1 = R1 + jωL1

nel ramo 1 e
1
Z2 = R2 +
jωC2
nel ramo 2. Il parallelo nel suo complesso ha ammettenza

1 1
Y p = Y1 + Y2 = + .
Z1 Z2
Figura 5.10: RLC parallelo
La corrente si calcola direttamente in forma complessa, tipo

I = VYp

per quella totale e


V
I1 = = V Y1
Z1
120

o simili per quelle parziali. Un grosso vantaggio di questo approccio


è che nelle operazioni di somma di numeri complessi si può usare la
forma in componenti, ad esempio

Y p = Y1 + Y2 = G1 + jB1 + G2 + jB2 = ( G1 + G2 ) + j( B1 + B2 )

e per l’inversione si può usare la forma polare:

1 1
Z = |Z | exp (iα) ⇒ Y = = exp (−iα).
Z |Z |
Il passaggio dall’una all’altra rappresentazione si fa con le formule
Eq.5.10 e 5.11. Più in generale, nel caso di più blocchi paralleli in serie
l’aritmetica complessa fornisce

I = V ∑ Yi = V ∑ Gi + j( Bi,C − Bi,L )
i i

e quindi alla fine una corrente massima


r
| I | = |V | (∑ Gi )2 + (∑[ Bi,C − Bi,L ])2
i i

e una fase
∑i ( Bi,L − Bi,C )
φ = arctan .
∑i Gi

La potenza attiva può essere espressa come al solito a partire


da v e i prendendo la parte reale della corrente e tensione in forma
complessa

P a = vi = Re[V exp ( jωt)] ∗ Re[ I exp ( jωt)] = |V || I | cos φ cos2 (ωt),

ricordando che I ha la fase −φ nell’esponenziale complesso, e che il


coseno è pari, cioè cos (φ)=cos (−φ). La sua media temporale fa

a |V || I | 0
Pave = cos φ ≡ Erms Irms cos φ
2
dove abbiamo adottato i nomi dei valori massimi root-mean-squared
di tensione e corrente usati nella Sezione precedente. Si vede che
l’espressione è identica a Eq.5.9. Come già discusso precedentemente
e indicato con l’apice a, questa potenza attiva è il prodotto vi delle
parti reali di v e i. La potenza reattiva, che non è utilizzata dal
carico e alimenta la circolazione di corrente nelle reattanze, è invece il
prodotto delle parti immaginarie, pari a

Pr = Im[V exp ( jωt)] ∗ Im[ I exp ( jωt)] = |V || I | sin φ sin2 (ωt)

da cui
r 0
Pave = Erms Irms sin φ.
Notiamo che queste espressioni non dipendono, come è giusto, dallo
zero della fase (ovvero non è necessario specificare la fase complessiva
φV di cui ad Eq.5.12: questo corrisponde al fatto che ruotare tutto
il sistema di assi non cambia le fasi relative). Tutta la discussione
fisica 2 121

resta invariata se al posto dell’impedenza si usa l’ammettenza. In


particolare, nel caso di un puro parallelo, si può procedere fino a
trovare l’ammettenza totale e usare l’inverso delle sue parti reali e
immaginarie nelle formula appena viste per fase, moduli, e potenza.
A proposito della risonanza, è interessante notare che è possibile
definire un fattore di qualità Q della risonanza. In sostanza, esso dà
una misura della diminuzione (brusca) della impedenza in corrispon-
denza alla risonanza. È definito come il rapporto della reattanza alla
frequenza di risonanza ωr (indifferentemente capacitiva o induttiva,
essendo le due uguali) con la resistenza,

X L ( ωr )
Q= .
R
Come si vede in Figura 5.11, per il circuito RLC in serie l’impedenza
diminuisce quando la frequenza è sotto la risonanza, e risale dopo Figura 5.11: Impedenza e fattore Q di
una serie RLC
averla oltrepassata. Questo è dovuto al fatto che l’impedenza è domi-
nata a frequenze piccole dalla capacità, poichè XC ∼1/ω (che compare
come una retta log XC =–log ω nel grafico log-log), e a frequenze gran-
di dall’induttanza, essendo X L ∼ω (quindi log X L = log ω). Alla
risonanza, però, l’impedenza ha un calo repentino (che corrisponde
al drastico aumento della corrente), che è tanto maggiore quanto è
piccola R, ed è appunto quantificato da Q.
Un parallelo di tre elementi RLC invece ha ammettenza Y=G+jB, e
q
Y = G2 + ( BC − BL )2 .

Quindi l’andamento è analogo a quello dell’impedenza. L’impedenza Figura 5.12: Impedenza e fattore Q di un
corrispondente, ricordando che |(z−1 )|=1/|z|, è parallelo RLC in serie ad una resistenza

1 1
Z= p = p .
G2 + ( BC − BL )2 G2 + (ωC − 1/ωL)2
All’opposto del caso in serie, nel limite ω →0 domina il termine indut-
tivo e Z ∼ω, e nel limite ω →∞ domina il termine capacitivo e Z ∼1/ω.
Quindi in scala log-log l’impedenza del parallelo sale linearmente fino
alla risonanza e poi cala linearmente. Alla risonanza, l’impedenza
è massima (con un brusco aumento analogo alla diminuzione del
caso della serie) e uguale alla sola resistenza. Questo andamento è
mostrato in Figura 5.12. In questa Figura, il parallelo è in serie a una
resistenza; oltre al comportamento menzionato, sia a grandi che a
piccole che a grandi frequenze l’impedenza (che altrimenti tenderebbe
a zero) satura al valore della resistenza in serie.

5.5.1 Applicazioni: il trasformatore


Ci sono molte applicazioni importanti dei circuiti AC; tra le principali
ci sono il trasformatore e il trasmettitore/ricevitore di onde (elettro-
magnetiche) radio. Ora discutiamo il primo, e ci occuperemo del
secondo nella Sezione 6.6.2. La motivazione per il trasformatore viene
dalla necessità, discussa in Sezione 2.1.5, di trasmettere la potenza
elettrica dalle centrali di generazione alle utenza attraverso linee te-
nute ad alta tensione, ma utilizzare la potenza stessa a tensioni più
122

basse e maneggevoli. Il trasformatore ha appunto il ruolo di innalzare


o abbassare la tensione.
Il dispositivo, schematizzato in Figura 5.13, consiste in due circuiti,
primario e secondario, accoppiati da una barra (o nucleo) di materiale
ferromagnetico (Sezione 3.10). La f.e.m. alternata

Figura 5.13: Trasformatore E = Em sin ωe t


alimenta il circuito di sinistra. La resistenza nel circuito primario
è piccola e la trascuriamo (le perdite tipiche sono dovute a effetto
Joule nei conduttori, oltre che alle correnti di vortice e all’isteresi
del ferromagnete sotto campo variabile, e sono di qualche percento).
Dunque il circuito primario è descrivibile come un induttore puro,
e la corrente è in ritardo di π/2 sulla f.e.m., per cui il cos φ è zero e
non c’è potenza trasmessa.
Tuttavia la corrente nel primario produce un campo magnetico, e
quindi una variazione di flusso magnetico. Questo campo induce nel
nucleo ferromagnetico, la cui suscettività magnetica χ è molto grande,
un grande campo totale

H ' µ0 ( B + M ) = µ0 (1 + χ) B  B,

(abbiamo trascurato il termine costante dovuto alla eventuale ma-


gnetizzazione netta del ferromagnete). Poichè il core ferromagnetico
include sia il primario sia il secondario, anche in quest’ultimo compa-
re un grande campo variabile con frequenza ωe , che causa una grande
variazione alternata di flusso, e quindi una f.e.m.
dΦ H
Eind =
dt
per spira. Dato che i due circuiti hanno diverso numero di spire,
risulta che le tensioni indotte sono
dΦ H
VS = NS Eind = NS
dt
nel secondario e
dΦ H
VP = NP Eind = NP
dt
nel primario. Dunque il rapporto delle tensioni è lo stesso del
rapporto tra i numeri di spire, anche noto come turn ratio:

VS N
= S. (5.13)
VP NP

Quindi se NS > NP , la tensione nel secondario è maggiore che nel


primario, e si parla di step-up trasformer, perchè la tensione viene
aumentata. Se NS < NP , la tensione nel secondario è minore che nel
primario, e si parla di step-down trasformer, perchè la tensione viene
ridotta. Il primo tipo è usato per alzare la tensione, ad esempio, dal
valore di generazione alla centrale al valore di trasmissione sulla linea;
il secondo viene usato per abbassarla dal valore di linea a quello della
rete di distribuzione, oppure per portare la tensione 220 V di rete, ad
esempio, a 12 V.

Figura 5.14: Diagramma a fasori del


trasformatore.
fisica 2 123

Fino a questo punto della discussione, nel primario circola una


corrente I0 =I M +Iloss ∼ I M , la somma della corrente I M che produce la
magnetizzazione e di quella che alimenta le perdite Joule o magne-
tiche. Nel secondario c’è solo una f.e.m., ma non essendoci carico
non circola corrente e non viene trasmessa potenza. Se chiudiamo il
secondario su un carico Z, compare una corrente alternata IS con una
potenza associata ZIS2 . Questa corrente IS genera una f.e.m. che per
Faraday-Lenz si oppone a quella che la genera (o detto diversamente,
crea un campo magnetico che riduce quello indotto da VP ). Tuttavia,
VP non può cambiare, essendo guidata da E . Per mantenere VP , il
generatore deve generare una corrente I1 (Figura 5.14) con una fase
e ampiezza che sono esattamente quelle che servono a cancellare la
f.e.m. indotta nel secondario dalla corrente IS . La corrente totale
IP =I0 +I1 non ha più una fase π/2, e si può avere trasmissione di
potenza.
Poichè la potenza nel primario e secondario deve essere la stessa
(perdite a parte), ricordando la relazione tra le tensioni e il numero di
avvolgimenti, si ha per le correnti

NS IS N
IP VP = IS VS = IS VP → = P (5.14)
NP IP NS

cioè il rapporto inverso rispetto alle tensioni, e dunque tensioni au-


mentate corrispondono a correnti ridotte e viceversa. Invertendo
questa relazione, e sostituendo la relazione Eq.5.13 tra tensioni e
numero di spire si ha che
 2
VS NS V NS
IP = = P ,
R NP R NP
cioè l’impedenza equivalente su cui opera la tensione del primario è
 2
( P) NP
Zeff = Z .
NS
Questo risultato è alla base dell’uso del trasformatore come “impedan-
ce matching”: in sostanza possiamo far sì, scegliendo opportunamente
il turn ratio, che il primario veda il secondario come un carico di
impedenza uguale alla sua. In questo caso, la potenza trasferita è
massima, come abbiamo mostrato per il caso DC in Sezione 2.2.1
(anche se, inevitabilmente, con efficienza solo del 50%).
La capacità del trasformatore di trasmettere potenza tramite un
Figura 5.15: Un caso di polarità del
accoppiamento magnetico, senza contatti elettrici, suggerisce applica- trasformatore
zioni come come la trasmissione di potenza acustica con isolamento e
l’aggiustamento di impedenza, come tra un amplificatore e un alto-
parlante, oppure l’inductive charging, usato negli spazzolini da denti
elettrici. La base e lo spazzolino sono rispettivamente il primario e
il secondario di un trasformatore: infilando lo spazzolino sul perno
della base (il ferromagnete) si stabilisce l’accoppiamento, e la base
fornisce energia alla batteria nello spazzolino.
Altro aspetto interessante del trasformatore è la polarità della
Figura 5.16: I “dots” dei trasformatori e
tensione del secondario rispetto a quella del primario. In sostanza, la fase relativa delle correnti.
124

a seconda del verso di avvolgimento del secondario relativamente


al primario, la corrente in uscita avrà un dato verso oppure il suo
opposto. Questo è dovuto al fatto che il campo magnetico prodotto
dal secondario deve opporsi a quello indotto dal primario (esempio in
Figura 5.15). Nei trasformatori è solitamente indicata la relazione tra
i segni della corrente (in entrata o in uscita, e ovviamente in undato
momento del ciclo della oscillazione) da un dato terminale, come in
Figura 5.16.
6. Equazioni di Maxwell e onde EM

6.1 Corrente di spostamento e legge di Ampere-Maxwell

La legge di Ampere, cioè la relazione tra correnti concatenate da una


certa linea C e la circuitazione del campo su di essa,
I
B · ds = µ0 I,
C

è incompleta. Fu lo stesso Maxwell a capire che fenomeni coinvolgenti


campi elettrici variabili generano campi magnetici, analogamente alla
comparsa di campi elettrici (f.e.m.) per induzione tramite la legge di
Faraday-Lenz. Ne risulta la legge di Ampere-Maxwell, che completa
il quartetto delle equazioni di Maxwell (le rielencheremo tra poco).
Consideriamo un condensatore a piatti piani di area A a distanza
h inizialmente scarico, e procediamo a caricarlo. Ovviamente per
passare da zero al valore massimo Q, la carica deve variare e quindi
deve fluire una corrente nel circuito. La carica nel condensatore in un
generico momento t è

A
q(t) = CV (t) = ε 0 E(t)h = ε 0 AE(t)
h
con E(t) il campo elettrico nel condensatore al tempo t. Essendo l’area
costante, la variazione temporale della carica dentro il condensatore,
che è ovviamente una corrente, è

dq dE dΦ
= ε0 A = ε 0 E ≡ Id
dt dt dt

dove Φ E è il flusso del campo elettrico attraverso il condensatore, e


abbiamo definito la corrente di spostamento Id . La corrente di sposta-
mento è zero fuori dal condensatore, dove invece si ha corrente di
conduzione I. Le due correnti sono uguali in modulo, solo che una
vive dentro e l’altra fuori dal condensatore; possiamo dire che sono
una diversa realizzazione della stessa cosa.
126

Se ora consideriamo (Figura 6.1) una linea amperiana che circonda


uno dei fili che connettono il condensatore al generatore di tensione,
la corrente che fluisce nel filo genera un campo magnetico per la
legge di Ampere. Ma se facciamo scorrere la linea amperiana lungo il
circuito, Maxwell ragiona giustamente, e la portiamo a circondare la
zona centrale del condensatore, la legge di Ampere deve continuare a
valere. Maxwell riscrive dunque la legge di Ampere come

dΦ E
I
B · ds = µ0 ( I + Id ) = µ0 I + µ0 ε 0 ;
C dt
Figura 6.1: Linee amperiane nella discus-
sione della corrente di spostamento. poichè Id è nulla fuori dal condensatore e I è nulla dentro il con-
densatore, la corrente totale è ovunque la stessa. Questa legge di
Ampere-Maxwell si usa esattamente allo stesso modo di quella di
Ampere; ad esempio, se prendiamo una linea amperiana intorno al
filo o intorno a condensatore otteniamo esattamente lo stesso campo,
generato nel primo caso dalla corrente di conduzione e nel secon-
do da quella di spostamento. Tra i piatti del condensatore non c’è
corrente di conduzione (cioè effettiva carica in moto), ma deve fluire
un qualche omologo di una corrente che mantenga la continuità del
flusso — se non altro perchè, se immaginiamo di allontanarci dal
circuito tanto da non distinguere più il capacitore, tutto quello che
vediamo è una corrente che fluisce.
Notiamo anche che quando il condensatore è carico la corrente
si ferma e il campo da essa generato scompare. Ad esempio, in
un circuito RC in fase di carica il campo magnetico prodotto dalla
corrente di spostamento è dovuto alla variazione del campo elettrico
nel condensatore, e quindi, applicando l’ultima equazione, è dato da

dE Vµ ε d Vµ ε
2πrB = Aµ0 ε 0 = A 0 0 0 (1 − e−t/RC ) = A 0 0 0 e−t/RC
dt h dt hRC
e quindi
µ0 ε 0 V0 r12 −t/RC
B= e
2hRCr2
dove il raggio del condensatore (assunto circolare) è r1 e quello dove
si calcola il campo magnetico è r2 , V0 ed R sono potenziale massimo
e resistenza, e h e A la distanza tra i piatti e la loro area.
Anche qui, possiamo utilizzare il teorema di Stokes discusso a pro-
posito di Eq.1.31, e formulare la versione differenziale dell’equazione,
ottenendo così la quarta equazione di Maxwell in forma completa

dΦ E
I
∂E
rot B = µ0 j + µ0 ε 0 ; B · ds = µ0 I + µ0 ε 0 (6.1)
∂t C dt

Risulta (in particolare in questa forma) che questa equazione vale in


generale e per geometrie arbitrarie; in particolare, vale in assenza di
correnti di conduzione e in presenza, invece, di solo campo elettrico
variabile. Così, una variazione di campo elettrico produce un campo
magnetico e in modo quasi simmetrico una variazione di campo
magnetico produce un campo elettrico per la legge di Faraday-Lenz:
questa è la base dell’esistenza delle onde elettromagnetiche.
fisica 2 127

6.2 Equazioni di Maxwell

Possiamo a questo punto riassumere le quattro equazioni di Maxwell


in forma finale, sia differenziale che integrale.

1
I I
ρ
div E = E · dA = ρ dV
ε0 S ε0 VS
I
div B = 0 B · dA = 0.
S
dΦ B
I
∂B
rot E = − E · ds = −
∂t C dt
dΦ E
I
∂E
rot B = µ0 j + µ0 ε 0 ; B · ds = µ0 I + µ0 ε 0 .
∂t C dt

La forma che ci interesserà da qui in poi è quella, molto più semplice,


detta senza sorgenti, cioè in cui correnti di conduzione e cariche sono
assenti:
I
div E = 0 E · dA = 0
IS
div B = 0 B · dA = 0.
S
dΦ B
I
∂B
rot E = − E · ds = − (6.2)
∂t C dt
dΦ E
I
∂E
rot B = µ0 ε 0 ; B · ds = µ0 ε 0 .
∂t C dt

In questo caso è abbastanza evidente un certo grado di simmetria


tra i due termini di induzione, e se ne deduce che la comparsa
(quindi, esistenza e variazione nel tempo) di un campo in un dato
momento implica necessariamente la comparsa dell’altro, e che i due
continuano a generarsi mutuamente. Risulta, come discutiamo nel
resto di questo Capitolo, che i campi soluzione di queste equazioni
sono soluzioni dell’equazione d’onda, cioè sono quantità oscillanti
mutuamente accoppiate.

6.3 Onde, alcune proprietà generali

Le onde sono oscillazioni temporali o spaziali (o ambedue) di quantità


varie, ad esempio il livello dell’acqua attorno al livello medio del mare
in presenza di onde in acqua profonda, o la posizione di una corda di Figura 6.2: Tensioni su un tratto di corda
chitarra pizzicata, o la densità dell’aria fatta vibrare dalle corde vocali oscillante.
o da un pistone. Menzioneremo tra poco alcune delle loro proprietà
principali, ma prima vogliamo derivare l’equazione che ne governa
il moto in generale. Consideriamo una porzione di corda spostata
meccanicamente dall’equilibrio. La posizione lungo la corda è x, e lo
spostamento laterale della corda dalla sua posizione di equilibrio è y,
che è funzione di x e del tempo t. Ai capi di un suo tratto generico
infinitesimo dx, la corda è soggetta (Figura 6.2) a tensioni, cioè forze
di richiamo, che non si cancellano in generale (lo fanno se il tratto di
corda è localmente e momentaneamente diritto). La forza netta è

Fnet = T (sin θ1 − sin θ2 ).


128

Sviluppando in serie per piccolo angolo, sin θ ∼θ. Ma poichè anche


la tangente ha lo stesso sviluppo al primo ordine, sin θ ∼tan θ. Dalla
geometria elementare, sappiamo che tan θ è la pendenza locale di y(x)
rispetto all’asse x, cioè la sua derivata; quindi

∂2 y
 
∂y ∂y
Fnet ' T (tan θ1 − tan θ2 ) = T | − |x 'T dx,
∂x x+dx ∂x ∂x2

dove all’ultima equaglianza abbiamo linearizzato, o se si preferisce


applicato la definizione di derivata a ∂y/∂x. Definiamo una densità
lineare di massa µ in modo tale da esprimere la massa del tratto di cor-
da dx come m=µ dx; l’equazione di Newton F=ma ci dà direttamente
l’equazione delle onde:

∂2 y ∂2 y ∂2 y µ ∂2 y
F=T 2
dx = ma = µ dx 2 ⇒ 2 =
∂x ∂t ∂x T ∂t2
che riscriviamo come

∂2 y 1 ∂2 y
2
= 2 2 . (6.3)
∂x v ∂t

Chiaramente la costante s
T
v=
µ
ha le dimensioni di una velocità, e risulta essere effettivamente la
velocità con cui la perturbazione si propaga sulla corda. Per vederlo,
notiamo che la soluzione dell’equazione d’onda Eq.6.3 deve soddisfare
una sola proprietà, e precisamente deve dipendere da x e t come

def
y( x, t) = y( x − vt).

Per verificarlo, definiamo y=G e z=x–vt, e notiamo che

∂y ∂G ∂z ∂G ∂2 y ∂2 G
= = ⇒ 2
= 2
∂x ∂z ∂x ∂z ∂x ∂z
e d’altra parte

∂y ∂G ∂z ∂G ∂2 y ∂2 G 2 1 ∂2 y ∂2 G
= = (−v) ⇒ = (− v ) ⇒ = ,
∂t ∂z ∂t ∂z ∂t2 ∂z2 v2 ∂t2 ∂z2
ovvero, una funzione generica di x e t del tipo y(x–vt) soddisfa l’equazione
d’onda. Quindi ad esempio

( x − vt)2
y = exp [− ] (6.4)
Figura 6.3: Soluzione Eq.6.4 di Eq.6.3. x02
è una possibile soluzione, ma

? x2 − (vt)2
y = exp [− ]
x02

non lo è. Dato che solo v2 compare nell’equazione, ambedue i segni di


v, cioè i due versi di moto, sono validi. Scegliendo +v la forma d’onda
si muoverà verso destra, e viceversa per –v (Figura 6.4). Una soluzione
fisica 2 129

generale sarà una combinazione lineare (l’equazione, ricordiamo, è


lineare) del tipo Ay( x − vt)+By( x + vt).
Prima di proseguire, altre considerazioni di base sulle proprietà
delle onde. Generalmente, esistono onde trasversali o longitudinali,
nelle quali cioè l’oscillazione avviene ortogonalmente o parallela-
mente alla direzione di propagazione dell’onda. Ad esempio, come
vedremo, le onde EM sono trasversali; le onde sonore in un gas (l’a-
ria, per esempio) sono longitudinali, consistendo di compressioni e
rarefazioni alternate del gas che viene compresso da una pressione
oscillante, prodotta ad esempio dalle vibrazioni della membrana di
un altoparlante o delle corde vocali. Consideriamo per semplicità
un’onda di tipo sinusoidale che soddisfa la forma generale vista
sopra:
y = ym cos (kx − ωt).

Questa oscillazione si muove nel tempo lungo una certa direzione. Se


ci poniamo in una certa posizione (x=0 per semplicità) e osserviamo
il valore di y, notiamo che esso si ripete quando cos (ω (t + T )) =
cos (ωt + 2π ), cioè con periodo temporale


ωT = 2π ⇒ T = .
ω
Fissando viceversa t=0 e variando x, vediamo che y si ripete uguale a
sè stessa per tutti i valori di x separati da una traslazione λ tale che
cos (k ( x + λ)) = cos (kx + 2π ), cioè


kλ = 2π ⇒ k = ;
λ
λ è la lunghezza d’onda e k il vettore d’onda (che ha, come discutere-
mo, un carattere vettoriale associato alla direzione del moto).
Vediamo poi che la velocità dell’onda è legata alla frequenza e
al vettore d’onda. Quando il massimo di un’onda si sposta in x,
l’argomento del coseno non cambia da un punto all’altro, cioè si ha
kx – ωt = costante. Derivando rispetto a t si ha perciò

dx dx ω 2π λ
k −ω = 0 ⇒ = v= = = λf. (6.5)
dt dt k T 2π

Una fase del coseno con +ω invece di −ω fornirebbe alla fine la


velocità dell’onda −v. La relazione qui sopra ci servirà tra poco.

6.4 Onde come soluzione delle equazioni di Maxwell

Vogliamo dimostrare l’esistenza di soluzioni simultanee delle equazio-


ni di Maxwell e dell’equazione d’onda. Dimostriamo prima che una
soluzione della equazione d’onda verifica le equazioni di Maxwell;
poi, all’inverso, mostreremo che una soluzione delle equazioni di
Maxwell soddisfa l’equazione d’onda. Otterremo due condizioni che
determinano a) la velocità dell’onda, che risulta essere c, la velocità
della luce, e b) la relazione tra i valori massimi dei campi, che risulta
essere E0 =cB0 .
130

x
6.4.1 Un’onda opportuna soddisfa le prime due equazioni
z || k
y Benchè ci siano moltissimi possibili tipi di soluzione dell’equazio-
ne d’onda, per semplicità consideriamo delle semplici onde piane
cosinusoidali
Figura 6.4: Onda elettromagnetica E = x̂E0 cos (kz − ωt) = x̂Ex ; B = ŷB0 cos (kz − ωt) = ŷBy . (6.6)
piana.
E e B sono dunque ortogonali e oscillano nel tempo e nello spazio
lungo l’asse x e y rispettivamente. In ogni piano individuato da un
dato valore di z (supponiamo t fisso, cioè guardiamo una immagine
statica dell’onda come in Figura 6.4), questi vettori oscillanti sono
uguali per ogni valore di x e y, dovunque ci spostiamo in quel piano.
L’onda si propaga lungo l’asse z, quindi in direzione ortogonale a
entrambe i campi; questa direzione è normalmente associata al vettore
d’onda

k= ẑ.
λ
Le onde di Eq. 6.6 sono onde trasversali, dato che i campi che le
costituiscono oscillano in direzione ortogonale a quella di propaga-
zione; vedremo tra poco che questa proprietà, che abbiamo ipotizzato
definendo i campi oscillanti, è necessaria perchè le onde risolvano le
equazioni di Maxwell.
La dipendenza spaziale dei campi, cioè il fatto che i campi dipen-
dano solo dalla coordinata z lungo la direzione di propagazione, è
essenziale affinchè le prime due relazioni di Eq.6.2, le equazioni per
la divergenza, risultino verificate. L’operatore divergenza ha come
componenti le derivate ∂Ex /∂x e analoghe: le sole due componenti
della soluzione in Eq.6.6 coinvolte sono Ex e By , che dipendono solo
da z; le derivate ∂Ex /∂x e ∂By /∂y che figurano nelle due divergenze
di E e B sono perciò zero, le due divergenze sono nulle, e quindi le
prime due equazioni sono verificate. D’altro canto, i campi oscillano
anche nel tempo, e in Figura 6.5 è mostrato l’andamento temporale
delle ampiezze dei campi su un ciclo dell’onda, osservate in un dato
punto nello spazio. Come accennato, queste onde sono soluzioni delle
equazioni di Maxwell se

1
E0 = cB0 c= √ = 2.998 × 108 m/s (6.7)
ε 0 µ0
come mostreremo tra poco.

6.4.2 Un’onda opportuna soddisfa le seconde due equazioni


Per affrontare le equazioni “del rotore” o “dell’induzione”, ci sono
Figura 6.5: Andamento tempora-
due strade: la forma differenziale e quella integrale. Superato lo
le dei campi in un ciclo dell’onda spavento per l’espressione del rotore, la prima risulta più diretta e
elettromagnetica. meno complicata. Consideriamo l’equazione per il rotore di E, la
terza in Eq.6.2,
∂B
rot E = − .
∂t
Per il primo membro, ricordiamo che il rotore ha la forma seguente:
∂Ez ∂Ey ∂Ex ∂Ez ∂Ey ∂Ex
∇ × E = rot E = x̂( − ) + ŷ( − ) + ẑ( − ).
∂y ∂z ∂z ∂x ∂x ∂y
fisica 2 131

Notiamo subito che qui abbiamo solo la componente Ex e che la sua


unica dipendenza dalle coordinate è quella da z. Dunque tutte le
derivate sono zero eccetto ∂Ex /∂z. Si ha perciò

∂Ex
rot E = ŷ = −ŷkE0 sin (kz − ωt).
∂z
Al secondo membro abbiamo semplicemente

∂B ∂
− = −ŷB0 cos (kz − ωt) = −ŷωB0 sin (kz − ωt)
∂t ∂t
da cui
ω
ŷkE0 sin (kz − ωt) = ŷωB0 sin (kz − ωt) ⇒ E0 = B0
k
e quindi
E0 = cB0
dove c=ω/k è la velocità dell’onda. Veniamo infine all’ultima equa-
zione,
∂E
rot B = µ0 ε 0 .
∂t
Usando l’espressione del rotore vista poco fa, e notando che B ha solo
componente y, dipendente solo da z, otteniamo

∂By
rot B = x̂ = −x̂kB0 sin (kz − ωt)
∂z
Al secondo membro risulta
∂E ∂
µ0 ε 0 = µ0 ε 0 x̂E0 cos (kz − ωt) = −x̂µ0 ε 0 ωE0 sin (kz − ωt)
∂t ∂t
e quindi

µ0 ε 0 ωE0 x̂ sin (kz − ωt) = kB0 x̂ sin (kz − ωt) ⇒ µ0 ε 0 ωE0 = kB0

Poichè abbiamo trovato poco fa che E0 =cB0 e siccome ω/k=c,

ω 1 1
µ0 ε 0 cB0 = B0 ⇒ c2 = ⇒ c= √
k µ0 ε 0 µ0 ε 0

che è la seconda condizione che avevamo anticipato. Dunque le


soluzioni cosinusoidali dell’equazione d’onda sono soluzioni anche
delle equazioni di Maxwell, con le condizioni

1
E0 = cB0 , c= √
µ0 ε 0

Questa che abbiamo appena discusso è una onda elettromagnetica


(EM). Avremmo potuto ottenere la stessa conclusione, in modo più
macchinoso, usando la formulazione integrale.
Che le onde abbiano la forma appena vista od una differente
dipende dalle condizioni al contorno, o, che è lo stesso, dalla sorgente
che genera l’onda originale. L’onda appena discussa è una onda piana,
cioè la quantità oscillante (il campo, in questo caso) ha lo stesso valore
ovunque su un dato piano. Tra gli altri tipi di onda, menzioniamo
132

quelle cilindriche e sferiche (dove valori uguali si hanno invece sulla


superficie di una sfera o di un cilindro). Onde cilindriche possono
essere generate da una sorgente filiforme, oppure passando una onda
piana attraverso una fenditura (Figura 6.6, in alto); analogamente onde
sferiche possono originare da una sorgente puntiforme, ad esempio
un foro su cui sia inviata una onda piana (Figura 6.6, in basso, vista
in sezione).
Benchè sia verosimilmente già chiaro, notiamo esplicitamente
che i vettori campo di Eq.6.6 non sarebbero una soluzione valida
se a) non fossero trasversi alla direzione (unica) di propagazione,
e quindi non giacessero nello stesso piano, perch è in quel caso
avrebbero dipendenza anche da x o y e non sarebbero verificate le
equazioni per la divergenza; e b) non fossero mutuamente ortogonali,
perchè non varrebbero più le eguaglianze delle rispettive componenti
nelle equazioni per il rotore. Dunque questi campi oscillanti devono
necessariamente essere ortogonali tra loro e trasversi alla direzione
di propagazione (come quelli che abbiamo studiato) se vogliamo che
soddisfino le equazioni di Maxwell.

6.5 I campi elettromagnetici sono soluzioni della equazione


d’onda

Ora, all’inverso di prima, mostriamo che campi maxwelliani, cioè


soluzioni delle equazioni di Maxwell, soddisfano l’equazione d’onda.
La derivazione è per il campo elettrico, ma quella per il campo
magnetico è analoga. Usiamo inizialmente le equazioni con sorgenti.
Figura 6.6: Generazione di un onda ci- Prendiamo l’equazione per il rotore di E e applichiamo l’operatore
lindrica (alto) e di una sferica (basso) rotore:
.
∂B ∂ ∂ ∂E
rot (rot E) = −rot = − rot B = − (µ0 j + µ0 ε 0 )
∂t ∂t ∂t ∂t
dove abbiamo sostituito l’equazione per il rotore di B. Al primo
membro, usiamo senza dimostrazione il risultato di analisi vettoriale

rot (rot E) = grad div E − div grad E.

L’equazione è allora

∂ ∂E ∂j ∂2 E
grad div E − div grad E = − ( µ0 j + µ0 ε 0 ) = − µ0 − µ0 ε 0 2 .
∂t ∂t ∂t ∂t
Ora assumiamo che correnti e cariche siano assenti: scompaiono
il termine in j e il primo termine al primo membro (dalla prima
equazione di Maxwell, div E=ρ/ε 0 =0). Dunque

∂2 E
div grad E = µ0 ε 0 .
∂t2
Per un vettore generico A risulta che

∂2 A x ∂2 A y ∂2 A z
div grad A = ∇ · ∇ A = + + ≡ ∇2 A,
∂x2 ∂y2 ∂z2
fisica 2 133

che è il cosiddetto operatore laplaciano, l’equivalente tridimensionale


della derivata seconda spaziale nell’equazione d’onda unidimensiona-
le vista all’inizio della Sezione; questo si può vedere anche ricordando
che l’applicazione dell’operatore divergenza può essere espressa come
il prodotto scalare dell’operatore gradiente per l’operando, e notando
che quest’ultimo è di nuovo l’operatore gradiente, quindi

∂ ∂ ∂2 ∂2 ∂2
∇ · ∇ = (x̂ + . . .) · (x̂ + . . .) = 2 + 2 + 2 .
∂x ∂x ∂x ∂y ∂z
L’equazione diventa perciò
1 ∂2 E
∇2 E = ,
c2 ∂t2
che è appunto una equazione d’onda in 3 dimensioni spaziali, e
che descrive una quantità (vettoriale) oscillante che si propaga con

velocità c=1/ µ0 ε 0 . Dunque un campo E che soddisfa le equazioni
di Maxwell obbedisce l’equazione d’onda, ed è perciò un’onda con
velocità c. Questo conclude la nostra dimostrazione che esistono
campi maxwelliani che sono soluzione dell’equazione d’onda.

6.6 Energia trasportata e intensità delle onde EM

Per valutare l’energia trasportata da un’onda EM partiamo dalla solita


densità di energia associata al campo elettrico; usando le relazioni tra
E e B e l’espressione di c appena trovate, abbiamo
ε 0 E2 E2 B2
uE = = 2
= = uB
2 2µ0 c 2µ0
Come per il circuito LC, la densità di energia è la somma delle densità
di energia associate al campo magnetico e al campo elettrico,

utot = u E + u B = ε 0 E2 = ε 0 EBc.

È utile definire una energia per unità di area e di tempo, cioè una
densità areale di potenza, che permette poi di calcolare l’energia
assorbita da un oggetto di una certa area in un certo intervallo di
tempo. Consideriamo allo scopo un parallelepipedo di area sezionale
A e il cui terzo lato sia la distanza `=c δt percorsa dall’onda EM in δt.
Il volume di questo parallelepipedo è quindi V=A δt c m3 . Il volume
V contiene perciò una energia (in J)

U = utot V = utot A c δt = ε 0 EB c2 A δt

Perciò
U EB W
S= = ,
A δt µ 0 m2
è la densità areale di potenza trasportata dall’onda elettromagnetica
attraverso A. In effetti, EB/µ0 ha dimensioni VT/(mµ0 ) = VTA/(Tm2 )
= VC/(m2 s) = J/(m2 s) = potenza/area. Poichè l’onda si propaga nello
spazio in direzione ortogonale ai due campi, è comodo definire il
vettore di Poynting
E×B
S= ,
µ0
134

il cui modulo è uguale a S e la cui direzione è quella di propagazione


(parallela a k). Poichè i campi oscillano nel tempo, anche S oscilla
tra 0 e EB/µ0 . Mediando sul periodo il termine oscillante si ottiene
come al solito un fattore 1/2. Giungiamo a definire così l’intensità
dell’onda

S E B E2 ε E2 cB2
I≡ = 0 0 = 0 = 0 c= 0 (6.8)
2 2µ0 2µ0 c 2 2µ0

che, ricordiamo, è una densità areale di potenza, e che moltiplicata


per il tempo di esposizione e la superficie esposta fornisce l’energia
rilasciata dalla radiazione (e, per l’ultima eguaglianza, può anche
essere vista come una densità di energia che si propaga con velocità c).
Tra le ovvie applicazioni, possiamo calcolare l’energia rilasciata in un
oggetto assorbente da onde EM di dato campo elettrico o magnetico.
Se E0 =100 V/m, ad esempio, da Eq.6.8 si ha

1002 W
S= = 13 ,
2µ0 c m2
che è una potenza relativamente bassa, dato che il corpo umano ir-
radia circa 100 W nell’infrarosso in condizioni normali. Se il campo
fosse 10 volte più grande, la densità di potenza diventerebbe 100 volte
maggiore, circa 1.3 kW/m2 , che comincia ad essere piuttosto signifi-
cativa. In effetti, questa è circa la densità di potenza della radiazione
solare sulla terra. Infatti, il Sole irradia in modo pressochè isotropo
circa PS =3×1026 W. A distanze dal Sole molto maggiori del suo raggio
RS =7×108 m quali il raggio medio rT =1.5 × 1011 m dell’orbita terre-
stre, possiamo assimilare il Sole a una sorgente puntiforme. Siccome
l’emissione è isotropa, cioè la stessa in tutte le direzioni, la potenza PS
è distribuita uniformemente sull’area di una sfera di raggio rT , cioè la
densità areale di potenza a distanza r T dalla sorgente è

PS 0.08 · 3 × 1026 W kW
S= 2
' ∼1 .
4πrT (1.5 × 1011 m)2 m2

Un calcolo simile è applicabile a qualunque sorgente approssimativa-


mente puntiforme (una lampadina, per esempio, o un’antenna cellula-
re, casi in cui incidentalmente le energie in gioco sono enormemente
minori di quelle menzionate).
Ovviamente l’intensità non è l’unica caratteristica della radiazione
EM; dall’espressione di Eq.6.6 le altre proprietà caratterizzanti, oltre
alle ampiezze E0 e B0 , sono la lunghezza d’onda λ=2π/k e la fre-
quenza ω, che sono legate dalla relazione di dispersione ω=ck=2πc/λ.
La frequenza (o, che è in sostanza lo stesso, la lunghezza d’onda)
delle onde EM ne determina il tipo di interazioni con la materia. La
spiegazione di dettaglio richiede la meccanica quantistica, ma in linea
di massima possiamo dire che diversi atomi o molecole interagiscono
selettivamente solo con certe frequenze e in modi specifici. Ad esem-
pio, una molecola può assorbire radiazione a una certa frequenza e
riemetterla a una o più diverse; i metalli assorbono ed riemettono a
diverse frequenze, e le frequenze riemesse determinano il loro colore
fisica 2 135

(ad esempio, il rossiccio del rame, il giallo dell’oro, l’argenteo di


argento e alluminio); certi composti isolanti emettono luce visibile
di specifica frequenza e sono utilizzabili come sorgenti luminose di
colore; l’assorbimento di un certo tipo di radiazione può cambiare la
conformazione geometrica e quindi la funzionalità di una molecola;
ancora, la nostra percezione del colore è legata all’assorbimento selet-
tivo di radiazione EM visibile di diverse frequenze da parte di distinti
sensori organici presenti nel nostro occhio.

λ f E Tabella 6.1: Frequenze, lunghezze


d’onda, e nome di diverse bande di
Radio 0.3-300 km 1 MHz - 1 kHz 4 µeV - 4 peV radiazione EM.
radar, MW 0.3 mm-0.3 m 1 THz - 1 GHz 4 meV - 4 µeV
IR, vis, UV 0.3 µm 1000 THz 4 eV
X 0.3 nm-3 Å 106 THz 4 keV

I diversi tipi di onde EM sono categorizzabili come in Tabella 6.1. È


evidente già dalla nomenclatura che le onde EM sono forse il singolo
caso più importante di scoperta e comprensione di un fenomeno fisico.
Il calore (infrarosso) e la luce (visibile) sono di ovvia importanza,
ma anche altre bande di frequenza come quella radio e microonde
hanno enorme importanza nelle comunicazioni (radio, cellulari, wi-fi,
GPS), nella diagnostica medica (X, risonanza magnetica, ultrasuoni a
generazione EM per ecografia), e in altre applicazioni industriali.

Figura 6.7: Densità di potenza spettrale


della radiazione solare.

Tornando all’esempio del Sole, la potenza totale ha in effetti una


distribuzione spettrale, cioè è suddivisa in modo non uniforme tra
diverse regioni di lunghezza d’onda. Figura 6.7 riporta (in funzione
delle lunghezza d’onda in nanometri) l’intensità di Eq.6.8 per unità
di lunghezza d’onda, anche nota come irradianza. L’intensità totale è
l’integrale di questa funzione sulla lunghezza d’onda. La funzione ha
circa un valore medio di 0.5 su un range di 2000 nm, quindi l’integrale
è circa 1 kW/m2 , come abbiamo stimato poco fa. Si nota che la
irradianza dipende fortemente dalla lunghezza d’onda (e quindi dalla
frequenza, da Eq.6.5), è maggiore a basse lunghezze d’onda, cioè nel
visibile e ultravioletto vicino, e mostra alcune bande di stop dovute ad
assorbimenti dell’atmosfera terrestre. (Una molto importante è quella
136

dell’ozono (O3 ) nell’UV sotto i 300 nm di lunghezza d’onda, che ci


evita un bombardamento di radiazione dannosa ai nostri tessuti.)
Notiamo che le energie di questi assorbimenti corrispondono a ben
definite proprietà (transizioni interne elettroniche, vibrazionali, e
rotazionali) di specifiche molecole, con netta prevalenza dell’acqua.
Questa è infatti una molecola dipolare, e può quindi interagire con il
campo elettrico della radiazione e assorbirne l’energia convertendola
in propria energia interna, e cambiando stato. Può poi ritornare allo
stato originale riemettendo la stessa radiazione (o quasi).

6.6.1 Pressione di radiazione


La trasmissione di energia dell’onda EM a un oggetto produce una
pressione sull’oggetto stesso. Con un semplice ragionamento dimen-
sionale, indicando con S il modulo del vettore di Poynting mediato e
con p la pressione, otteniamo

P Fv
S= = = pv.
A A
Essendo la velocità pari a c, p è proporzionale a S/c:

S
p=a .
Figura 6.8: Tempesta solare vicino a Mer- c
curio (alto); “onda di prua” del campo
magnetico di Mercurio nel vento solare Il fattore a è pari a 1 se la radiazione viene assorbita, o a 2 se vie-
(basso). ne riflessa: questo per la conservazione cinematica del momento.
Dunque

S 2S
prad = (assorbimento), (riflessione).
c c
La pressione di radiazione è rilevante prevalentemente in ambito
astrofisico e astronautico. A distanza 1 AU dal Sole (sulla Terra, cioè)
la potenza per unità di area è 1 kW/m2 . La pressione risultante è
piccola,

2S 1 kW s J N
p= =2 = 0.6 × 10−5 3 = 6 × 10−6 2 .
c 3 × 108 m2 m m m
Tuttavia la potenza assorbita o riflessa varia con la distanza dal Sole,
e così fa, dunque, la pressione

2S 2PS
p= = .
c 4πr2 c
Vicino a Mercurio, p è quasi 7 volte quella vicino alla Terra, e su
Giove circa 20 volte minore. L’effetto della pressione di radiazione è
importante su particelle leggere emesse dal Sole o presenti nelle sue
vicinanze, che finiscono col produrre il cosiddetto vento solare. La
pressione di radiazione vicino al Sole gioca un ruolo importante nelle
tempeste solari sui pianeti interni, quali Mercurio (Figura 6.8, in alto),
che si difendono a stento (come la Terra, d’altronde) grazie al proprio
campo magnetico (Figura 6.8, in basso). L’effetto è significativo per
le sonde e le navicelle spaziali; è stato calcolato che le sonde Viking
avrebbero mancato il loro bersaglio (Marte) di oltre 15000 km se si
fisica 2 137

fosse trascurata la pressione di radiazione (un po’ come una barca a


vela che ignorasse completamente lo scarroccio causato dal vento e
dalle onde non raggiungerebbe la sua destinazione). Esistono inoltre
ricerche volte a costruire delle “vele spaziali” riflettenti che sfruttino
questa pressione.

6.6.2 Generazione e rilevazione delle onde EM

Le onde elettromagnetiche sono prodotte da molti fenomeni diversi.


Analizzeremo quelli per noi rilevanti, quali le oscillazioni dei circuiti
AC. In linea di massima, questi processi originano dal moto accelerato
Figura 6.9: Principio della generazione
di cariche, per esempio, le oscillazioni di un dipolo o di una carica. In di un onda EM per moto oscillante di
Figura 6.9, è schematizzato il processo per il campo elettrico -restando carica.
sottointeso che il campo magnetico è pure presente, per le equazioni
dell’induzione.
Una carica, che si trova inizialmente nel centro del cerchio a
sinistra (per cui il suo campo elettrico radiale e isotropo è dato dalle
frecce nere) si muove e raggiunge il centro del cerchio di destra dopo
un tempo t. Il campo elettrico è ora radiale a partire dal nuovo
centro. Questa modifica al campo può propagarsi propagarsi al
più con velocità c. Entro il cerchio di raggio ct il campo è dunque
quello nuovo, ma al di fuori dello stesso cerchio è ancora quello
vecchio: c’è una perturbazione nel campo che si propaga con velocità
c allontanandosi dalla sorgente (la carica in moto).
Dallo schema di Figura 6.9 si vede che l’effetto è massimo in Figura 6.10: Ampiezza delle onde EM
irradiate da una carica oscillante lun-
direzione trasversale al moto della carica, e nullo in direzione del
go l’asse orizzontale. Vedere https:
moto della carica stessa. Quando la carica inverte il suo moto la //goo.gl/iYbl7T e https://goo.
perturbazione si annulla e poi cambia segno. Ne risulta che l’ampiezza gl/82D46u .

del campo, e quindi l’intensità, ha una forma a lobo circa come in


Figura 6.10. Un generatore (che può funzionare anche da ricevitore)
di onde EM basato su questa idea è per esempio il circuito in Figura
6.11: si tratta di due circuiti accoppiati come in un trasformatore. Il
secondario, invece del carico resistivo ha una porzione di conduttore
disposto in linea.

Figura 6.11: Generatore/ricevitore di


onde EM basato su circuiti oscillanti
RLC.

Benchè sia formalmente un circuito aperto, il secondario risulta


tuttavia avere una impedenza (detta impedenza di antenna), perchè
l’energia ad esso trasmessa viene emessa sotto forma di onde EM.
Il primario alimenta il secondario a una data frequenza, e nel tratto
lineare (“di antenna") del secondario la carica oscilla avanti e indietro
138

nella porzione terminale, generando onde EM di quella stessa fre-


quenza (notiamo che la carica si muove nella stessa direzione nel polo
superiore e in quello inferiore dell’antenna).
Reciprocamente, un’onda EM può mettere in oscillazione le cariche
nell’antenna, e tramite l’accoppiamento, al circuito primario. In quel
caso, al generatore verrà sostituito un rivelatore o un carico. In
Figura 6.12 si vede uno snapshot di una animazione del fenomeno di
ricezione, che chiaramente è anche rappresentativo qualitativamente
della emissione, salvo la fase relativa delle oscillazioni.
Verrà rivelato un segnale nel circuito primario solo se esso è in
risonanza con la radiazione, cioè se la frequenza della radiazione
Figura 6.12: Onda EM che induce una
oscillazione di carica in una antenna li- e quella propria del circuito sono uguali; trascurando le resistenza,
( p) √
neare. Vedere il gif animato su http: dev’essere quindi ωrad =ωris =1/ LC. Dunque le caratteristiche del
//bit.ly/2h1YUow .
circuito primario determinano la sua capacità di emettere o ricevere
onde EM di data frequenza. Questa è eventualmente aggiustabile
modificando per esempio la capacità; se siamo sintonizzati sulla fre-

quenza ω=1/ LC e vogliamo risintonizzarci su una nuova frequenza
ω 0 , dovremo cambiare la capacità da C a

ω2
C0 = C ,
ω 02
processo noto come modulazione di frequenza (vedere https://
goo.gl/p0KAsy, https://goo.gl/MHf1hE). Il segnale ricevuto
trasporta della potenza, che può essere amplificata acusticamente
– cioè usata per alimentare le oscillazioni della membrana di un
altoparlante. La stessa potenza può essere sufficiente a caricare –
il cosidetto radio charging– piccole batterie in piccoli dispositivi
(apparecchi acustici, certi orologi, ...). Molto più comune l’inductive
charging di cui si è detto in connessione al trasformatore.

6.7 Forza magnetica : forza elettrica + relatività

6.7.1 Trasformazioni di Lorentz


Abbiamo accennato che le forze magnetiche sono in realtà forze elet-
triche tra cariche in moto: per capire il fenomeno, serve familiarizzarsi
un po’ con la relatività ristretta. La teoria della relatività studia quel
che succede trasformando la descrizione di un fenomeno da un siste-
ma di coordinate ad un altro in moto relativo uniforme con velocità
u rispetto al primo. Questi sistemi si chiamano inerziali. In generale,
le leggi della fisica non dovrebbero cambiare, e quindi una specifica
equazione che descriva certi fenomeni deve rimanere invariata pas-
sando da un sistema di riferimento inerziale ad un altro. Il primo
postulato della relatività è infatti

le leggi fisiche sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziali.

Le trasformazioni di coordinate possono essere di diverso tipo. Le più


semplici e usate (correttamente, in molti casi) sono quelle galileiane.
Ad esempio, le trasformazioni galileiane da un sistema inerziale F a
fisica 2 139

un altro F 0 in moto rispetto a F con velocità u nella direzione x sono

F ⇒ F0 : x 0 = x − ut, t0 = t (6.9)

e ovviamente y=y0 , z=z0 . Queste trasformazioni lasciano invariate le


leggi di Newton e quindi tutti i fenomeni meccanici. L’equazione
delle onde (che abbiamo visto essere una implicazione delle equazioni
di Maxwell, ma che si presenta anche in altri in contesti) non è così
gentile. Lo spostamento dall’equilibrio di una corda percorsa da
un’onda obbedirà l’equazione d’onda

∂2 y 1 ∂2 y
= ,
∂x2 v2 ∂t2
con v la velocità dell’onda nel sistema di riferimento della corda a
riposo. L’equazione nel sistema di riferimento in moto (unidimensio-
nale con velocità costante u), però, non è del tipo appena visto, ma
risulta essere

u2 ∂2 y 1 ∂2 y 2u ∂2 y
(1 − ) − + .
v2 ∂2 x 0 v2 ∂t02 v2 ∂t0 ∂x 0
D’altra parte, le proprietà delle onde elettromagnetiche non mostrano
nessuna dipendenza dalla velocità relativa dei sistemi di riferimento,
e in particolare la loro velocità è sempre costante. Ne segue che per le
onde EM le trasformazioni galileiane non possono essere strettamente
corrette.
Risulta che l’equazione d’onda per i campi elettromagnetici, così
come le equazioni di Maxwell e da esse tutta la teoria dell’elettroma-
gnetismo, è invariante rispetto alle trasformazioni di Lorentz

x − ut t − ux/c2
F ⇒ F0 : x0 = p ≡ γ( x − ut), t0 = p ,
1 − (u/c)2 1 − (u/c)2

scritte qui per un moto a velocità u lungo la direzione x. Queste


trasformazioni erano note prima di Einstein, che però introdusse un
altro postulato:

la velocità della luce è finita.

La prima, e forse la principale, delle conseguenze è che la velocità


dell’onda nel sistema trasformato è
v−u
w= ,
1 − uv/c2

e dunque se v=c, anche w=c, da cui segue che

la luce è un’onda che viaggia a velocità c in qualunque sistema inerziale.

Notiamo che se c→∞, cioè se la luce non avesse velocità finita, si


ritroverebbero le trasformazioni galileiane; dunque, queste ultime
valgono approssimativamente nel limite di velocità relativa u piccola
rispetto a c. Tra le conseguenze più note delle trasformazioni di
Lorentz da un sistema F=(x,t) a uno F 0 =(x 0 ,t0 ) ci sono
140

• la dilatazione dei tempi: se un orologio a riposo e uno in moto


misurano nello stesso punto (δx=0) un intervallo di tempo, si ha
δt0 =γδt, cioè l’intervallo è più lungo nel sistema in moto, essendo
γ>1;
• la relatività degli eventi simultanei: se due eventi avvengono allo
stesso tempo (δt=0) in punti x diversi (a distanza δx) nel sistema a
riposo F, nel sistema in moto F 0 si ha δt0 =–γ v δx/c2 , cioè gli eventi
non sono simultanei per l’osservatore in F 0 ;
• la contrazione delle lunghezze: una sbarra di lunghezza δx a riposo
in F risulta muoversi con velocità −v in F 0 . Poichè la sua lunghezza
deve essere misurata in F 0 con misure simultanee (δt0 =0) della
posizione delle due estremità, dalle relazioni di Lorentz risulta che
che δx 0 =δx/γ, cioè la lunghezza della sbarra è minore in F 0 .
La contrazione delle lunghezze è rilevante proprio nel caso del ma-
gnetismo. Ultimo elemento essenziale è che
la carica elettrica è un invariante relativistico,
cioè non varia per trasformazioni tra sistemi inerziali. Anche questo
è un elemento importante nel seguito.

6.7.2 Deduzione della forza magnetica da elettrostatica e relatività


Vogliamo mostrare che, assunta la validità delle trasformazioni di
Lorentz tra sistemi inerziali e la costanza della velocità della luce
(cioè la relatività ristretta), l’esistenza dell’interazione di Coulomb
implica necessariamente l’esistenza di forze magnetiche. Notiamo
preliminarmente tre cose:
1. in un filo metallico di sezione A dove i portatori di carica hanno
densità numerica di volume n, velocità v, e carica e, la corrente,
come si è visto in precedenza, è I = envA;
2. siccome il moto avviene lungo l’asse della sbarra per ipotesi, gli
effetti relativistici riguardano solo le lunghezze in quella direzione;
l’area sezionale A è quindi invariante e la densità lineare di carica
lungo la sbarra è λ = enA;
3. una sbarra di lunghezza L0 , carica con una certa densità di carica
(a riposo) n0 , in moto con velocità v, si accorcerà come previsto
dalla relatività,
L0
L0 = ;
γ
per la conservazione e invarianza relativistica della carica, un osser-
vatore a riposo vedrà sulla sbarra in moto una densità aumentata:

n0 L0
Q = n0 L0 = nL0 = costante ⇒ n = = γn0 .
L0

Ciò posto, consideriamo una linea di carica positiva e una linea di


carica negativa sovrapposte (un modello di un filo metallico che
contiene ioni positivi ed elettroni negativi). Le densità positiva e
negativa nel sistema F a riposo siano n0+ e n0− . Supponiamo che la
linea positiva scorra a velocità v rispetto alla negativa, che è invece a
fisica 2 141

riposo (anche se, di solito, sono gli elettroni ad essere mobili, questa
scelta semplifica la trattazione). C’è una corrente dovuta al moto di
carica positiva verso destra pari a

I = n+ vAe.

Siccome il filo è neutro, le densità positiva e negativa a riposo non


possono essere uguali. Se lo fossero, la contrazione relativistica della
lunghezza dovuta al moto produrrebbe un eccesso di densità di carica
positiva (punto 2 qui sopra, e γ>1). Per conservare la neutralità, le
densità devono essere legate da

n0− = γn0+ , neutralità (6.10)

che controbilancia l’effetto della contrazione. (Parliamo di densità e


non di cariche: la carica è un invariante relativistico e non cambia
con il moto inerziale). Se ora poniamo una carica positiva a riposo
vicino al filo, non osserviamo nessun effetto, dato che le densità si
compensano per costruzione. Cosa succede invece se la particella
si muove con velocità v ? (Scegliamo v uguale a quella della sbarra
per semplicità, ma il risultato rimane vero in generale.) Dato che le
leggi della fisica devono restare le stesse in ogni sistema inerziale,
posso scegliere di mettermi nel sistema di riferimento in moto con
la particella. In questo sistema di riferimento, la densità positiva è a
riposo ed è quindi uguale a n0+ , ma la densità negativa è aumentata,

n− = γn0− = γ2 n0+ ;

la seconda eguaglianza viene da Eq.(6.10) ed è dovuta alla neutralità.


Perciò il filo appare ora avere una densità netta negativa

nnetta = −n− + n0+ = −n0+ (γ2 − 1).

Espandendo γ2 in potenze di v/c, si ha

n0+ v2
γ2 n0+ = p ' n0+ (1 + + . . . ).
1 − (v/c)2 c2

Dunque
v2 n0+ v2
nnetta = −n0+ (1 + + · · · − 1 ) = − ,
c2 c2
il che significa che, nel sistema di riferimento della particella, il filo
è carico negativamente per effetto relativistico (ovvero, la densità
sarebbe zero se c fosse infinita). La particella è quindi attratta verso il
filo, in direzione trasversale alla sua velocità. Quanto vale la forza di
attrazione ? Il campo elettrico di un filo carico è, contando la distanza
r a partire dal filo,
λ
E= .
2πε 0 r
La densità di carica è

n0+ v2
λ = ennetta A = −eA
c2
0

quindi la forza, attrattiva verso il filo, è

n0+ v2 1 ev µ I
F = eE = −e2 A 2
= −eAn0+ v 2
= −ev 0 = −evB,
c 2πε 0 r 2πc ε 0 r 2πr

dove abbiamo riconosciuto il modulo del campo magnetico del filo


indefinito. Questa chiaramente è la forza magnetica di Lorentz che
abbiamo incontrato in precedenza; essa dev’essere la stessa in tutti i
sistemi di riferimento inerziali, e in particolare nel sistema del labora-
torio dove la particella ha velocità v. Notiamo anche che se la velocità
non fosse parallela ma ortogonale al filo non si osserverebbe forza
netta: questo rende qualitativamente conto del carattere direzionale
(laterale) della forza di Lorentz.
Notiamo che a rigore nell’ultima equazione avremmo dovuto
usare n+ invece di n0+ . Questo non è grave, dato che

v2
n+ = γn0+ ∼ n0+
c2

e quindi il primo termine trascurato è dell’ordine (v/c)4 .


7. Ottica

7.1 Onde e fronti d’onda

7.2 Onde stazionarie. Cavità e guide d’onda

7.3 Riflessione, rifrazione, dispersione: binocoli, tramonti, ar-


cobaleni

Velocità della luce nella materia.


Riflessione e rifrazione.
Dispersione cromatica.
Riflessione totale, angolo limite e applicazioni.

7.4 Polarizzazione

Polarizzazione lineare e legge di Malus.


Polarizzazione per riflessione e legge di Brewster.

7.5 Interferenza: qui sì, qui no

7.6 Diffrazione

Aperture e telescopi
Raggi X: MQ
8. Bibliografia

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