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UN ATTO EVERGETICO

NELLA ROMA TARDO REPUBBLICANA:


IL PROGETTO DI DOTARE L’URBE
DI UNA BIBLIOTECA PUBBLICA

Luca Montecchio

Stato degli studi

Il fenomeno dell’evergetismo risale, è ampiamente noto, dal costume dila-


gante nelle poleis greche dove un cittadino in vista aveva piacere di contribuire
alla vita culturale (in senso lato) della polis.
Anche a Roma tale fenomeno emerse in modo vigoroso ben prima dell’e-
poca imperiale già in periodo repubblicano.
Spettacoli pubblici, lotte gladiatorie et similia potevano senz’altro rientra-
re nel novero di opere evergetiche. Ma tali spettacoli, fatta eccezione per le
opere teatrali messe in scena, i combattimenti gladiatori e altro non possono
venir definiti ‘culturali’ in senso stretto. Se per cultura si intende coltivare il
proprio intelletto per elevarsi spiritualmente non ci si poteva limitare a qual-
sivoglia esibizione, seppur artistica. Ma perché tale elevazione spirituale fosse
permessa anche a Roma si dovette aspettare un dittatore che pure manifestò
un’attenzione straordinaria al sapere. Con il sapere vogliamo intendere la pos-
sibilità di rielaborare concetti importanti e si è più facilitati in questa azione
quando suddetti pensieri possano essere letti su una pagina scritta. Dunque
libri, o per meglio dire, rotoli dove era fissata la sapienza del tempo antico. A
Roma però, almeno sino al periodo cesariano, esistevano biblioteche private
che erano inaccessibili ai più.
Il primo tentativo di creare una biblioteca pubblica si attribuisce a Cesa-
re, il quale aveva incaricato Varrone della gestione del progetto, che non verrà
mai portato a termine a causa dell’assassinio del dittatore nel 44 a. C. e. Un
secondo progetto venne sovvenzionato da Asinio Pollione nel 39 a. C., il quale
fece allestire una biblioteca nell’atrium Libertatis, la storica sede dei Censori e
del loro importante archivio. Seguono nel 28 a. C. e nel 23 a. C. la biblioteca
pubblica del tempio di Apollo Palatino e quella nel Campo Marzio presso il
portico di Ottavia, entrambe realizzate per volere di Augusto.

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Ma qui ci preme spiegare i motivi per cui il dittatore a vita decise di im-
pegnarsi in un’opera così grandiosa. Fu forse spinto da un’esigenza evergetica?
Come è stato sovente ricordato Cesare, dal 49 sino al termine della guerra
civile, era risultato il vincitore incontrastato sui campi di battaglia. Adesso però
avrebbe dovuto affrontare il problema forse più insidioso e cioè organizzare
un apparato di potere tentando di ottenere la collaborazione dei suoi antichi
avversari1.
In modo inevitabile il futuro dittatore si prodigò in numerose opere ever-
getiche al fine di arrivare a limitare il più possibile quelle tensioni sociali che
nascono sempre dopo un conflitto e a maggior ragione emergono dopo una
guerra civile.
Il tema dell’evergetismo è stato nel corso del periodo a cavallo del secolo
XXI sviscerato in convegni, articoli e in monografie che volevano dimostrare
quale fosse la prassi nel mondo antico tra la Grecia e Roma2.

1
  Sul tema si consideri tra gli altri R. Cristofoli - A. Galimberti - F. Rohr Vio, Dalla
repubblica al principato. Politica e Potere in Roma antica, Roma 2014, 89-90.
2
  Appare particolarmente arduo fare una cernita dei prodotti di ricerca su un argomento
invero vasto, nondimeno tento di inserire alcune opere significative sia generali sia particolari
che ritengo avere una certa importanza: M. E. Blake, Roman construction in Italy from Tiberi-
us through the Flavians, New York 1968; M. E. Blake, Roman construction in Italy from Nerva
through the Antonines, Philadelphia 1973; G. Bodei Giglioni, Lavori pubblici ed occupazione
nell’antichità classica, Bologna 1974; H. Jouffroy, La construction publique en Italie et dans l’A-
frique romaine, Strasbourg 1986; M. T. Boatwright, Hadrian and the Italian Cities, in Chiron
19(1989), 235-271; L. Zerbini, Munificenza privata nelle città della Regio X, in Annali dei Mu-
sei Civici di Rovereto 6(1990), 23-61; Id., Testimonianze epigrafiche dell’evergetismo nell’Emilia
romana, in Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi
Serie XI, Vol. XII(1990), 299-310; Id., Testimonianze evergetiche romane nell’Aemilia orientale, in
Annali dei Musei Civici di Rovereto 7(1991), 101-108; Id., Munificentia privata nel Trentino in
età romana, in Annali dei Musei Civici di Rovereto 7(1991), 109-114; Id., Evergetismo privato nel
territorio mantovano, in Annali dei Musei Civici di Rovereto 8(1992), 135-139; Id., Munificenza
privata nelle città della regio VIII orientale, in Annali dell’Università di Ferrara (Nuova Serie),
Sezione VI - Lettere, vol. VI, n. 1, Ferrara 1994; M. Sordi (a cura di), Responsabilità, perdono
e vendetta nel mondo antico, Milano 1998; S. Quilici Gigli, Città e monumenti nell’Italia antica,
Roma 1999; G. Bottazzi, La rete itineraria, in Aemilia. La cultura romana in Emilia Romagna dal III
secolo a.C. all’età costantiniana, a cura di M. Marini Calvani, Venezia 2000, 79-85; L. Quilici, Aemilia,
strade consolari e diramazioni: le fonti, in Aemilia. La cultura romana in Emilia Romagna dal III secolo
a.C. all’età costantiniana, a cura di M. Marini Calvani Venezia 2000, Marsilio, 75-78; S. Panciera,
L’evergetismo civico nelle iscrizioni latine d’età repubblicana in Epigrafi, epigrafia, epigrafisti. Scritti
editi e inediti (1956-2005) con note complementari e indici, I, (Actes du Xᵉ Congrès International
d’Epigraphies Grecque et Latine, Paris 1977), Roma 2006, 66; L. Brecciaroli Taborelli (a
cura di), Forme e tempi dell’urbanizzazione nella Cisalpina (II secolo a.C.-I secolo d.C.), Atti delle Giornate
di Studio, Firenze 2007; E. M. Morales Rodríguez, Propaganda política y espacios públicos de
la Bética, in Bravo - González Salinero, Propaganda y persuasión en el mundo roman (=G.
Bravo - R. González Salinero (editores), Propaganda y persuasión en el mundo romano, Ma-

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Tra i lavori più significativi non si può non citare quelli di Duncan-Jones
e, forse soprattutto, quello di Jacques perché in essi viene preso in esame la
differenza, direi fondamentale, tra una donazione fatta da un privato che non
ha velleità politiche e quelle fatte da un magistrato o da altri personaggi che
occupano posti di primissimo piano nella società romana3.
La parte di popolazione benestante voleva apparire molto attenta alle esi-
genze del popolo il quale avrebbe poi, magari con un voto, dimostrato la pro-
pria gratitudine.
Chi di recente si è interessato della quaestio sono G. Bravo e R. Gonza-
lez Salinero entrambi curatori degli atti di un convegno a Madrid a inizio del
secondo decennio degli anni 20004. In quell’occasione gli studiosi partecipanti
hanno ragionato su quanto propaganda e persuasione potessero, allora come
adesso, facilitare l’ascesa di un personaggio politico. Dunque evergetismo visto
come una sorta di pubblicità in vista di benefici elettorali. E tra i personaggi
presi in esame spicca, naturalmente, Giulio Cesare, su cui hanno indagato No-
villo López e Posados 5. Essi, pur facendo un’analisi inappuntabile delle opere
cesariane e della loro incidenza sulla autocelebrazione del dittatore, tacciono
del tutto sull’idea del dittatore di riunire un numero imprecisato di testi greci
e latini da raccogliere in una biblioteca che Cesare, stando almeno a Svetonio
(come avremo modo di vedere e come facemmo cenno dianzi), intendeva do-
nare al popolo romano.
Le biblioteche dunque. Studio di importanza notevole a proposito delle
biblioteche nell’antichità è quello di Casson che presenta una storia delle bi-
blioteche dall’antichità classica sino al mondo medievale6. Opera importante

drid, 1-2 diciembre 2010, Madrid-Salamanca 2011), 231-242; M. Pastor Muñoz, Propaganda
electoral y ludi romani, in Bravo - González Salinero, Propaganda y persuasión en el mundo
romano, 213-230; recente è poi un simposio tenutosi ad Antalya che ha prodotto non pochi con-
tributi sull’evergetismo nell’antichità nel Mediterraneo orientale, O. Tekin - C.H. Roosvelt
- E. Akyürek (eds.), Philantropy in Anatolia trough the Ages, in First International Suna & İnan
Kiraç Symposium on Mediterranean Civilizations, March 26-29, 2019, Antalya, Istambul 2020.
3
 R. Duncan-Jones, Wealth and munificence in Roman Africa, in Papers of the British School
at Rome 31, London 1963, 159-177; Id., The procurator as a civic Benefactor, in Journal of Roman
studies 64, (1974), 79-85; Id., The Economy of the Roman Empire. Quantitative Studies, Cam-
bridge 1982, 63-237; Id., Struscture and Scale in the Roman Economy, Cambridge 1990, 174-
184; F. Jacques, Volontariat et compétition dans le carrières municipales durant le Haut-Empire,
in Ktema 6(1981), 261-270.
4
  Bravo - González Salinero, Propaganda y persuasión en el mundo romano.
5
  M. Á. Novillo López, Fines e ideales propagandísticos en la obra de Cayo Julio César, in
Bravo - González Salinero, Propaganda y persuasión en el mundo romano, 91-102; J. L. Po-
sados, Cleopatra en Roma: propaganda y libelos en época de Julio César, in Bravo - González
Salinero, Propaganda y persuasión en el mundo romano, 103-117.
6
  Casson, Libraries (=L. Casson, Libraries in the Ancient World, New Aven-London 2001).

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sul tema è quella curata da Cavallo7. In essa vi è una prima parte invero consi-
stente dedicata alle biblioteche nell’antichità e, pertanto, anche a quelle colle-
zioni pubbliche che sono poi ciò che ci interessa. Ripercorrendo con la storia
delle biblioteche la storia dell’educazione nell’antichità non possiamo esimerci
dal citare Marrou con la sua fondamentale opera. Nello specifico però vanno
considerati i lavori di Salles sulla lettura nel mondo antico, della Andrisano che
analizzerà le varie biblioteche che vennero fondate nell’antichità sino ad arriva-
re a Blanck8. Significativo però è anche il contributo di Schiesaro che parlerà
soprattutto dei testi che avrebbe voluto far raccogliere il dittatore dopo il 489.
Per quanto concerne, infine, l’importanza dell’immagine pubblica vista da
Giulio Cesare si consideri uno studio di Yavetz. Mentre quanto alla preserva-
zione di uno spirito critico seppur in una realtà assai complicata quale fu quel-
la nel secolo cesariano si faccia riferimento innanzi tutto a Moatti ma anche
all’opera del Carcopino.10 Crediamo sia molto importante, infine, il lavoro di
Canfora sul ‘dittatore democratico’11. Lo studioso fa emergere ancora una volta
la grandezza dell’intellettuale oltre che del grande generale.

Prodromi

L’incendio della biblioteca di Alessandria del secolo I a.C. è un fatto di cui


non si hanno prove certe. Si può affermare che ci sia stato un violento divampare
di fiamme in quella città e sicuramente il fuoco avrà minacciato e fors’anche di-
strutto alcuni magazzini contenenti tra l’altro preziosi rotoli conservati là.
Improbabile poi che il futuro dittatore volesse trafugare i testi colà custo-
diti pare, come più volte ricordato da Canfora, una sorta di fantasticheria non
suffragata da fonte alcuna12.

7
 G. Cavallo (a cura di), Le biblioteche nel mondo antico e medievale, Bari-Roma 1988.
8
  H. I. Marrou, Storia dell’educazione nell’antichità, Roma 1984; C. Salles, La lettura nel-
la Roma antica, Milano 2004; A. M. Andrisano, Biblioteche del mondo antico: dalla tradizione
orale alla cultura dell’impero, Roma 2007; H. Blanck, Il libro nel mondo antico, Bari 2008.
9
 A. Schiesaro, Cesare, la cultura di un dittatore, in G. Urso (a cura di), Cesare precursore
o visionario?, in Atti del convegno internazionale, Cividale del Friuli, 17-19 settembre 2009, Pisa
2010, 241-247.
10
 Z. Yavetz, Caesar and His Public Image, London 1983 (ed. orig. Düsseldorf 1979); C.
Moatti, La raison de Rome: naissance de l’esprit critique à la fin de la République (IIᵉ-Iᵉ siècle
avant Jésus-Christ), Paris 1997; J. Carcopino, Giulio Cesare, Milano 2001.
11
 L. Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Bari-Roma 2006.
12
  Ricorda lo stesso Canfora come l’idea di un Cesare che volesse trafugare i testi di Ales-
sandria è moderna. In proposito quindi si consideri G. Parthey, Das alexandrinische Museum,
Berlin 1838, 32; K. Dziatzko, voce Bibliotheken, in Realencyclopädie, III 1, Stuttgart 1897, col.
415, 1-5; L. Canfora, Le biblioteche ellenistiche, in G. Cavallo, Le biblioteche nel mondo antico

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Fu plausibilmente Cesare, per difendere sé stesso e le sue truppe contro
quelle di Achillas, l’uccisore di Pompeo, ad appiccare quelle fiamme che provo-
carono la ‘distruzione’ della biblioteca di Alessandria?
Secondo Cassio Dione, nel corso di alcuni combattimenti che videro
scontrarsi le truppe romane con l’assassino del triumviro, divampò un incendio
che incenerì il Museo alessandrino.

«Ci furono molti combattimenti e di giorno e di notte, e fu appiccicato l’in-


cendio in parecchi luoghi, così che furono bruciati, tra gli altri edifici, l’arsena-
le, il granaio e la biblioteca piena, come si dice, di moltissimi libri»13.

Cesare, invece, così narra quegli avvenimenti che portarono all’incendio


fatale; egli però tace sulla distrazione della biblioteca e anche sulla devastazio-
ne portata a molti rotoli là serbati.

«Ma la spuntò Cesare, che incendiò tutte quelle navi e le altre che stavano
negli arsenali, non potendo, con le poche truppe che aveva, difendere un così
grande spazio; in fretta, poi, fece sbarcare i soldati a Faro»14.

Anche Aulo Gellio non si esime nel dare la sua interpretazione a quei fatti.

«Ma tutti [quei volumi] finirono incendiati durante la prima guerra di Ales-
sandria, nel saccheggio della città: non volontariamente né a bella posta ma per
un fatto accidentale, a opera delle milizie ausiliarie»15.

L’autore delle Noctes Atticae, con le sue parole sembra quasi voler giustifi-
care le terribili conseguenze del dittatore romano.
Plutarco è altra fonte che narra della distruzione del faro di erudizione e
sapienza che era la biblioteca di Alessandria, anche lui inserendo l’incendio di
cui narra il medesimo dittatore - anche se egli sorvola sulla distruzione della
biblioteca – nel contesto di un incendio che Cesare fu costretto ad appiccare
per evitare di venire travolto dal nemico.

e medievale, 3-28, in particolare 20; N. Tlili, Les bibliothèques en Afrique romaine, in Dialogues
d’histoire ancienne 26, 1, Besançon 2000, 151-174.
13
  Dio Cass., XLII, 38, 2: “κἀκ τούτου πολλαὶ μὲν μάχαι καὶ μεθ᾽ ἡμέραν καὶ νύκτωρ αὐτοῖς
ἐγίγνοντο, πολλὰ δὲ καὶ κατεπίμπρατο, ὥστε ἄλλα τε καὶ τὸ νεώριον τάς τε ἀποθήκας καὶ τοῦ σίτου καὶ
τῶν βίβλων, πλείστων δὴ καὶ ἀρίστων, ὥς φασι, γενομένων, καυθῆναι”. Trad. it. G. Norcio.
14
 Caes. Bell. Civ., III, 111: “Sed rem obtinuit Caesar omnesque eas naves et reliquas, quae
erant in navalibus, incendit, quod tam late tueri parva manu non poterat, confestimque ad Pharum
navibus milites euit”.
15
  Aul. Gell., VII, 17, 3: “sed ea omnia bello priore Alexandrino, dum diripitur ea civitas, non
sponte neque opera consulta sed a militibus forte auxiliaris incensa sunt”. Trad. it. G. Bernardi-Perini.

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«Il primo pericolo lo corse perché rimase senz’acqua, in quanto le condutture
erano state interrotte dai nemici; il secondo quando venne a rischio di perdere
la flotta e fu costretto ad appiccare quell’incendio che, diffondendosi dall’arse-
nale alla grande biblioteca, la distrusse»16.

Dunque Cesare, trovandosi in una situazione invero infelice, seppur as-


sediato, trovò uomini disposti a combattere quasi fossero assedianti e ciò gli
permise di resistere. Però egli fece appiccare il fuoco alle sessanta navi tolemai-
che ancorate al porto di Alessandria per indurre gli assedianti a correre verso
l’incendio e a trascurare gli assediati17.
Canfora però afferma, basandosi su un frammento di Livio tramandatoci
grazie a Seneca come non potesse trattarsi della Biblioteca intera distrutta da
quell’incendio bensì soltanto di un deposito ove vi erano anche libri, oltre alle
riserve di grano succitato da Cassio Dione18.

«Bruciarono 40000 libri siti in Alessandria»19.

Comunque si trattava di un numero considerevoli di testi ma effettiva-


mente non certo una intera biblioteca che, all’epoca, avrebbe conservato circa
cinquecentomila volumi.
In effetti Orosio (che tra gli altri ha come fonte lo stesso Cesare) scriverà:

«Nel corso del combattimento la flotta regia, che per caso era stata tirata in
secco, fu fatta incendiare. Le fiamme raggiunsero anche una parte della città
bruciando quattrocentomila libri custoditi in un edificio vicino, monumento
veramente insigne dello zelo e interesse degli antenati, che avevano raccolto
tante e così grandi opere di ingegni illustri»20.

Dunque Orosio di fatto focalizza l’attenzione proprio sulla biblioteca e


non su qualche libro bensì su tutti i libri custoditi colà.

16
 Plut., Iul., 49, 6: “ἐν ᾧ πρῶτον μὲν ἐκινδύνευσεν ὕδατος ἀποκλεισθείς: αἱ γὰρ διώρυχες
ἀπῳκοδομήθησαν ὑπὸ τῶν πολεμίων δεύτερον δὲ περικοπτόμενος τὸν στόλον ἠναγκάσθη διὰ πυρὸς
ἀπώσασθαι τὸν κίνδυνον, ὃ καὶ τὴν μεγάλην βιβλιοθήκην ἐκ τῶν νεωρίων ἐπινεμόμενον διέφθειρε”.
Trad. it. D. Magnino.
17
 L. Canfora, La biblioteca scomparsa, Palermo 2017, 76.
18
  Canfora, Giulio Cesare, 225-226.
19
 Sen., De tranquillitate animi, 9, 5: “Quadraginta milia librorum Alexandriae arserunt”.
20
  Oros., Historiarum contra paganos, VI, 15, 31: “in ipso proelio regia classis forte subducta
iubetur incendi. ea flamma cum partem quoque urbis inuasisset, quadringenta milia librorum proxi-
mis forte aedibus condita exussit, singulare profecto monumentum studii curaeque maiorum, qui tot
tantaque inlustrium ingeniorum opera congesserant”. Trad. it. A. Lippold.

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Per Canfora, però, si deve senz’altro escludere che il futuro dittatore voles-
se danneggiare né, tanto meno, distruggere quel luogo di cultura per il mondo
antico.
Posto che sia inimmaginabile pensare che Cesare potesse distruggere di
proposito quel gioiello, nondimeno siamo propensi a credere come non sia im-
possibile che egli, trovandosi in una situazione quasi disperata, per tentare di
sopravvivere, oltre ad incendiare le navi degli assedianti abbia anche distrutto,
senza la minima intenzionalità, la biblioteca. In fondo difficile credere che, af-
fermando tutte le fonti un qualcosa, sia avvenuto tutt’altro. È pertanto vero-
simile che Cesare costretto dagli eventi, per salvare sé stesso e le sue truppe,
abbia originato un incendio che distrusse almeno parte della biblioteca ales-
sandrina.
Dunque pensiamo si possa far fede alle parole di Aulo Gellio cioè che il
grande condottiero lungi dal volere la distruzione di un centro di cultura rico-
nosciuto come uno dei più importanti dell’epoca, potrebbe de facto, e per una
situazione indipendente dalla sua volontà, aver provocato quel ‘dramma cultu-
rale’. Certamente quella distruzione dovrà essere penetrata nell’animo dell’uo-
mo di lettere che, qualora avesse avuto l’occasione, avrebbe senz’altro tentato di
porre un qualche rimedio.

Perché donare a Roma una biblioteca?

Plutarco fa intuire che il dittatore avesse molti progetti grandiosi.

«Molti, come è naturale, venivano a lui per congratularsi e accompagnarlo, e


Cicerone disse: “Affrettiamoci, prima che ci esca di carica”.
Poiché i molti successi conseguiti non accontentavano la sua innata ambizione
e la brama di grandi imprese, ma come un incitamento e uno sprone per il
futuro gli suggerivano di aspirare con maggiori imprese a nuova gloria, quasi
che si fosse ormai stancato di quella acquisita, viveva una condizione interiore
di invidia di se stesso come se fosse un altro, e di tensione verso ciò che doveva
fare per superare ciò che aveva già fatto»21.

21
 Plut., Iul., 58, 3-5: “πρὸς ὅν, ὡς ἔοικε, πολλῶν δεξιώσασθαι καὶ προπέμψαι βαδιζόντων ὁ
Κικέρων, ‘σπεύδωμεν,’ ἔφη, ‘πρὶν φθάσῃ τῆς ὑπατείας ἐξελθὼν ὁ ἄνθρωπος.’
ἐπεὶ δὲ τὸ φύσει μεγαλουργὸν αὑτοῦ καὶ φιλότιμον αἱ πολλαὶ κατορθώσεις οὐ πρὸς ἀπόλαυσιν
ἔτρεπον τῶν πεπονημένων, ἀλλ᾽ ὑπέκκαυμα καὶ θάρσος οὖσαι πρὸς τὰ μέλλοντα μειζόνων ἐνέτικτον
ἐπινοίας πραγμάτων καὶ καινῆς ἔρωτα δόξης ὡς ἀποκεχρημένῳ τῇ παρούσῃ, τὸ μὲν πάθος οὐδὲν ἦν
ἕτερον ἢ ζῆλος αὑτοῦ καθάπερ ἄλλου καὶ φιλονεικία τις ὑπὲρ τῶν μελλόντων πρὸς τὰ πεπραγμένα”.
Trad. it. D. Magnino.

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E cosa mai avrebbe potuto fare rispetto a ciò che aveva appena concluso?
Intanto una campagna militare contro quei Parti che pochi anni prima, come
è largamente noto, avevano sconfitto l’altro triumviro, Crasso, poi, almeno a
detta di Svetonio, la costruzione, anche qui tra mille progetti, di una biblio-
teca pubblica. Quello che sarebbe stato il primo deposito di rotoli, aperto alla
cittadinanza, costruito a Roma.

«Inoltre, per ciò che concerne l’abbellimento e l’arricchimento dell’Urbe, la


protezione e l’ingrandimento dell’Impero, faceva ogni giorno i più numerosi
e vasti progetti. Si ripromise, innanzi tutto, di costruire un tempio di Marte,
il più grande del mondo, dopo aver riempito e spianato il bacino in cui era
stata data la battaglia navale, e di realizzare un immenso teatro, a ridosso della
rupe Tarpeia; di condensare il diritto civile e di scegliere nell’enorme congerie
di leggi sparse ciò che vi era di migliore e di indispensabile per raggrupparlo in
un piccolo numero di libri; di mettere a disposizione del pubblico biblioteche
greche e latine, le più ricche possibili: aveva affidato a M. Varrone l’incarico di
procurare e catalogare i libri»22.

Tale progetto sarebbe stato inserito in una apposita legge del 45 a.C., la
de ornanda instruendaque Urbe, che mirava ad adeguare la città più importante
del Mediterraneo agli standard culturali delle più importanti capitali dell’O-
riente ellenistico, tra cui la stessa Alessadnria, la cui biblioteca, come vedem-
mo, forse era bruciata proprio a causa dello stesso Cesare.
Il dittatore, sempre stando a Svetonio, avrebbe scelto M. Terenzio Varrone
il quale, seppur anticamente avesse appoggiato Pompeo, era comunque stimato
da Cesare come intellettuale e quindi, a suo dire, adatto dapprima a ricerca-
re, poi a riunire, catalogare tutto lo scibile greco e latino dell’epoca23. Di quel

22
 Suet., Iul., 44: “Nam de ornanda instruendaque urbe, item de tuendo ampliandoque im-
perio plura ac maiora in dies destinabat: in primis Martis templum, quantum nusquam esset, exs-
truere repleto et conplanato lacu, in quo naumachiae spectaculum ediderat, theatrumque summae
magnitudinis Tarpeio monti accubans;  2  ius civile ad certum modum redigere atque ex immensa
diffusaque legum copia optima quaeque et necessaria in paucissimos conferre libros; bibliothecas
Graecas Latinasque quas maximas posset publicare data Marco Varroni cura comparandarum ac
digerendarum”. Trad. it. E. Noseda.
23
  Su M. Terenzio Varrone si considerino almeno B. Riposati, M. Terenti Varronis De vita
populi Romani. Fonti, esegesi, edizione critica dei frammenti, Milano 1939; F. Della Corte, Var-
rone, il terzo gran lume romano, Genova 1954 (rist. Firenze 1970); A. Cenderelli, Varroniana.
Istituti e terminologia giuridica nelle opere di M. Terenzio Varrone, Milano 1973; A. Traglia, In-
troduzione a: M.T. Varrone, Opere, Torino 1974, 9-47; B. Riposati, M. Terenzio Varrone. L’uomo
e lo scrittore, Roma 1975; B. Zucchelli, Varro logistoricus. Studio letterario e prosopografico, Par-
ma 1981; H. Dahlmann, Varrone e la teoria ellenistica della lingua, Napoli 1997; B. Cardauns,
Marcus Terentius Varro. Einführung in sein Werk, Heidelberg 2001; G. A. Nelsestuen, Varro

106
progetto grandioso, considerato che sarebbe stato «in tutto e per tutto degno
di chi aspirava a emulare la magnificenza dei maggiori sovrani ellenistici»24,
scriverà Varrone nel suo De bibliothecis, opera perduta in tre libri. In essa vi era
anche uno studio propedeutico alla realizzazione dell’idea cesariana. L’autore
del De bibliothecis aveva in mente un modus operandi per la raccolta e la con-
seguente catalogazione o comunque dei criteri da seguire per la catalogazione
stessa dei testi cioè dei rotoli.
A metà del secolo I esistevano in Roma non poche biblioteche private
tra cui quella di Lucullo, di cui parla Plutarco, che seppur in piccolo venne
concepita come quella del Museo di Alessandria25. Esisteva altresì l’usanza, al-
meno dal secolo precedente, di portare libri dal mondo greco a quello romano.
Secondo Isidoro di Siviglia il primo romano a fare ciò fu il vincitore di Pidna,
Emilio Paolo26. Poi, è noto, vennero Silla e Lucano, ambedue amanti delle buo-
ne letture27.
È probabile che dopo quella che sarà stata almeno la parziale perdita di
un numero cospicuo di rotoli bruciati ad Alessandria, Cesare volesse portare a
Roma l’ideale alessandrino e là riproporlo.
Perché Cesare concepì un simile progetto? A che pro? Cesare ormai era
l’uomo più ricco del mondo romano ma un dittatore perché avrebbe dovuto
incoraggiare la fondazione di una biblioteca pubblica, perché avrebbe dovuto
pensare alla crescita culturale e dunque spirituale del popolo? D’altronde può
il dono di una biblioteca al popolo romano considerarsi una sorta di propa-
ganda?
Come si è più volte detto Cesare dal 46 era dittatore, l’anno dopo fu rei
publicae constituendae e nel 44 divenne perpetuus, il che, sommato ai poteri
tribunizi, ai consolati, avendo inoltre egli potere di guerra e di pace, di designa-
re magistrati e governatori, non più soggetto a veti, avrebbe potuto significare
un disinteressamento per quel popolo che pure aveva contribuito a che venisse
innalzato a quell’autorità28. Ma per arrivare a detenere quel potere il dittatore

the agronomist. Political philosophy, satire and agriculture in the late Republic, Columbus 2015; A.
Pittà, M. Terenzio Varrone. De vita populi Romani. Introduzione e commento, Pisa 2015.
24
 P. Fedeli, Biblioteche private e pubbliche a Roma e nel mondo romano, in Cavallo, Le
biblioteche nel mondo antico e medievale, 29-64, in particolare si considerino 48-49.
25
 Plut., Vita di Lucullo, 41-42.
26
 Isid., Orig., 6, 5, 1.
27
 Isid., Orig., 6, 5, 1. Tra l’altro la ‘razzia’ di Lucullo e Pontica praeda di cui parla Isidoro,
come sottolinea anche il Canfora, mette in risalto l’abbondanza di testi di valore di un regno
periferico come quello del Ponto. Canfora, Le biblioteche ellenistiche, 20.
28
 Sul tema si consideri dapprima C. Nicolet, Il mestiere di cittadino nell’antica Roma,
Roma 2019, passim; poi M. Pani - E. Todisco, Società e istituzioni di Roma antica, Roma 2018,

107
aveva sempre rispettato il popolo così come i suoi soldati e non già disprez-
zato. Perciò sia dal popolo, sia dai soldati venne sempre ricambiato. L’afflato
cesariano doveva essere sincero come le nostre fonti confermano. Nondimeno
proprio quella vertiginosa corsa che aveva portato l’antico triumviro a tenere
nelle sue mani una inusitata autorità che mai nessuno aveva detenuto a Roma
potrebbe aver suggerito al conquistatore delle Gallie una qualche prudenza,
per evitare di sentirsi additato come un sovrano. Inoltre Cesare era appartenu-
to alla fazione democratica e aveva sempre cercato il modo di condividere con
i suoi soldati o con il medesimo popolo romano, oltre alle difficoltà anche gli
aspetti ludici della vita.
Ad Alessandria il Museo era invece per gli intellettuali, gli scienziati, non
certo per il popolo. A Roma da ancora troppo poco tempo, lo dicemmo dianzi,
erano nate ricche raccolte private di testi e certamente, stando alle fonti, nessu-
no aveva ancora anche solo pensato di rendere fruibile la cultura a quel popolo
che pure aveva una enorme importanza nell’Urbe. Di qui, a nostro giudizio,
il ragionamento fatto dal dittatore. In fondo egli, che forse si sentiva altresì
in difetto per aver provocato quell’incendio scoppiato nella capitale egizia che
tanto aveva danneggiato la celebre biblioteca, giudicò possibile la creazione di
un luogo in grado di accogliere il sapere greco e latino dell’epoca. Ma si sarebbe
dovuto trattare di un luogo aperto, almeno nominalmente, a tutti, non solo ad
una sparuta parte di studiosi. Qui sta il genio cesariano.
Si consideri altresì, come osserva Nicolet, che «la città romana nell’ultimo
secolo della repubblica conosceva un livello di alfabetizzazione relativamente
assai elevato». Ecco perché la cosiddetta propaganda letteraria poteva raggiun-
gere «un pubblico abbastanza vasto e contribuire a formare, a un livello supe-
riore, l’opinione pubblica»29.
Accanto a questo, ma le cose non andavano necessariamente in paralle-
lo, estrema attenzione veniva data dalle folle alle attrazioni municipali quali
rappresentazioni teatrali di tragedie o commedie, o di mimi, combattimenti
gladiatori30.
Poiché Cesare e la sua politica avevano un che di fortemente inclusivo,
come sottolinea Schiesaro, ecco come il compito di costituire quella che oggi
si chiamerebbe una biblioteca nazionale verrà affidato, come detto, ad un suo
oppositore31. In buona sostanza la cultura non può venire considerata di una
parte ma di un popolo tutto. Di qui la volontà di edificare, organizzare, una

35 e sgg.; G. Poma, Le istituzioni politiche del mondo romano, Bologna 2015, 143-145.
29
  Nicolet, Il mestiere di cittadino, 529.
30
  Ivi, 530.
31
  Schiesaro, Cesare, la cultura di un dittatore, 242.

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biblioteca e un museo, che aveva senz’altro come modello quello di Alessandria
in modo da dotare anche l’Urbe, che ormai domina il Mediterraneo da Nord
a Sud e da Ovest ad Est, di un punto di riferimento sì per gli intellettuali ma
finalmente aperto a tutti. Era un qualcosa che mancava ma un qualcosa di cui
erano dotati i regni ellenistici che pure Roma aveva conquistato.
Il dittatore poi, come sottolinea Carcopino, era sempre più tutore del po-
polo tanto da assicurare la pubblicazione quotidiana degli Acta populi. In tal
modo egli avrebbe avuto, proprio nella pubblicazione degli Acta populi, una
sorta di suo ‘portavoce ufficiale’ che non avrebbe temuto censura alcuna32. Ce-
sare, come è noto, era anche presidente permanente del Senato. Ecco dunque
come se, per riportare le parole del grande storico francese succitato, l’ex pro-
console delle Gallie avesse creato la stampa per monopolizzarla solo per inte-
resse personale33.
Ma il fine ultimo di Cesare era quello di fare di Roma un faro di cultura.
Egli cioè sembrava convinto come il primato politico dell’Urbe dovesse andare
di pari passo a quello intellettuale34. Di qui, pertanto, la concessione della cit-
tadinanza romana ai medici, ai retori, ai grammatici, ai matematici e ai filosofi
che avevano posto la loro residenza in Roma. Lo stesso trattamento lo avrebbe-
ro ricevuto coloro che avessero accettato di spostarsi in quella città35.
Di qui l’affermazione di Casson sul fatto che quel dittatore avesse stabilito
con quel progetto come «the beginning of a new age in the history of Roman
libraries»36.
Dunque non si trattava di un’idea rivoluzionaria in toto perché si parlava
comunque di riprendere un qualcosa di preesistente ma il genio cesariano sta
nell’adattare e riproporre proprio in un momento difficilissimo per il popolo
romano una concezione straniera37. Nondimeno anche se caduto sotto i colpi
dei congiurati sopravvisse la lungimiranza cesariana. La cosa che più premeva il
fu triumviro era educare il popolo, ma una vera educazione passa attraverso la

 Suet., Caes., 20: “Instituit ut tam senatus quam populi diurna acta confierent et publicaren-
32

tur”.
  Carcopino, Giulio Cesare, 545.
33

  Ivi, 575.
34

35
 Suet., Caes., 42: “omnisque medicinam Romae professos et liberalium artium doctores, quo
libentius et ipsi Urbem incolerent et ceteri adepterent, civitate donavit”.
36
  Casson, Libraries, 80.
37
  Ricordo che le prime biblioteche pubbliche del mondo antico sono quelle sorte a partire
dal secolo III a.C., ad Alessandria, Pergamo. Nei cosiddetti regni ellenistici. Ma a Roma non era
ancora arrivata una simile tradizione. Però in quelle biblioteche andavano gli studiosi, esse quindi
erano aperte ma limitate agli studiosi. Cavallo, Le biblioteche nel mondo antico e medievale, X
e XI.

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possibilità di essere sazi fisicamente per poi poter ambire di elevarsi spiritual-
mente. Proprio i libri conservati nella sua biblioteca avrebbero permesso ai Ro-
mani di venire educati innanzi tutto anche dalla sola possibilità di contemplare
la bellezza della sapienza, quindi dalla sostanza delle opere colà conservate.
A proposito della forma dei libri è noto come sia stato fu proprio Cesa-
re a cambiarne la forma. Egli, infatti, prese l’abitudine di scrivere, lo riporta
Svetonio, anche semplici lettere da presentare in Senato su papiri, suddivisi in
pagine come le pergamene dei documenti di archivio38. In tal modo il dittatore
divulgò l’uso del codex che finalmente venne adottato dalla chiesa cristiana per
riportarvi le Sacre scritture. In buona sostanza Cesare inventò il libro moder-
no39.
Le idi di marzo frustrarono il tentativo cesariano ma Varrone riuscì co-
munque a entrare nella storia romana quale uomo di cultura finissimo al punto
che, come ricorda Plinio Seniore, ebbe, da vivo, un ritratto nella prima biblio-
teca pubblica romana costruita, poco dopo il progetto cesariano, da Asinio
Pollione40.
Dicevamo che la realizzazione del progetto cesariano venne ripreso, non
molti anni dopo, da C. Asinio Pollione il quale, in occasione del suo trionfo
sui Partini del 39 a.C., promosse il restauro dell’atrium Libertatis, la storica
sede dei Censori e del loro importante archivio, con la costituzione di un com-
plesso monumentale (che forse era comprensivo anche di una basilica) conte-
nente una cospicua collezione di opere d’arte e di una biblioteca greca e latina
destinata, per la prima volta, alla pubblica fruizione. L’edificio, localizzato sulla
pendice del Campidoglio alle spalle del Foro Giulio parrebbe ereditare (forse
anche topograficamente) il progetto di Cesare e, forse, il piano bibliografico
già concepito per il dittatore da Varrone al quale, solo tra i viventi, fu accor-
dato l’onore di essere effigiato nelle imagines clipeatae che, forse per la prima
volta, nella nuova biblioteca identificavano la posizione delle opere dei singoli
autori.
Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae riporterà la notizia.

38
 Suet., Caes., 56: “Epistulae quoque eius ad senatum extant, quas primum videtur ad pagi-
nas et formam memorialis libelli convertisse, cum antea consules et duces non nisi transversa charta
scriptas mitterent”.
39
  Carcopino, Giulio Cesare, 576.
40
  Plin. Sen., VII, 115: “M. Varronis in bibliotheca, quae prima in orbe ab Asinio Pollione ex
manubiis publicata Romae est, unius viventis posita imago est, haut minore, ut equidem reor, gloria,
principe oratore et cive ex illa ingeniorum quae tunc fuit multitudine uni hanc coronam dante quam
cum eidem Magnus Pompeius piratico ex bello navalem dedit”.

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«Dopo costoro [Emilio Paolo e Lucullo], Cesare affidò a Marco Varrone la
costruzione di una biblioteca che doveva essere la più grande possibile. Il primo
ad aprire a Roma una biblioteca pubblica fu Pollione: la dotò di libri tanto
greci quanto latini, ponendo immagini dei vari autori nel grandioso atrio che
aveva edificato con il denaro ricavato dalla vendita dei propri bottini»41.

Insomma tutto avvenne dopo l’idea originaria del fu dittatore.

Conclusioni

Dunque Cesare, dimostrando ancora una volta un afflato particolare verso


il popolo romano (medesimo afflato aveva già dimostrato durante la campagna
militare nelle Gallie), progettò la costruzione di una prima biblioteca pubbli-
ca che conservasse sia testi greci, sia testi latini. Non crediamo sia stato solo
l’incendio di parte della biblioteca di Alessandria (o come sottolinea Canfora
solo di alcuni magazzini) ad indurre il dittatore a pensare un qualcosa di così
innovativo nell’ambito romano. Piuttosto siamo convinti che egli comunque
avrebbe desiderato che Roma diventasse un centro culturale di avanguardia
come, prima di lei, erano stati ed erano ancora tra le altre città Alessandria,
appunto, e Pergamo.
Donare una biblioteca alla città di Roma sarebbe stato un’opera evergetica
grandiosa e avrebbe anche colmato una lacuna se si considera come ormai il
centro fondante della repubblica romana, nel secolo I a.C., fosse abitato da una
popolazione più avvezza a letture rispetto anche solo al secolo precedente. Ma
noi andiamo oltre. Cesare avrebbe comunque concepito l’idea di costruire una
biblioteca pubblica nell’Urbe perché egli, da politico avveduto, aveva sempre in
mente non solo i bisogni materiali del popolo ma anche quelli spirituali.
Una volta rafforzato il proprio potere (o almeno questo lui credeva di aver
fatto sino a quel momento) ecco che, nell’ambito di numerosi lavori per il mi-
glioramento della città, avanzò e lavorò anche a quello.
Purtroppo non poté vedere portata a termine tale ambiziosissima opera e
forse i tempi ancora non erano pienamente maturi. Pochi anni dopo, invece,
con l’ascesa di Ottaviano, Asinio Pollione poté dedicarsi alla realizzazione di
quella biblioteca.

41
 Isid., Etymologiae, VI, 5: “Post hos Caesar dedit Marco Varroni negotium quam maximae
bibliothecae construendae. Primum autem Romae bibliothecas publicavit Pollio, Graecas simul atque
Latinas, additis auctorum imaginibus in atrio, quod de manubiis magnificentissimum instruxerat”.
Trad. it. A. Valastro Canale.

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