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SAGGIO SULL'ORIGINE

DELLE LINGUE

A cura di Paola Bora

197

EINAUDI EDITORE
NUE
NUOVA UNIVERSALE EINAUDI

Ultimi volumi pubblicati

180. Ernst Mach, Conoscenza ed errore. Ab.. 191. Antonio Gramsci, L'Ordine Nuovo.
bozzi per una psicologia della ricerca. 1919-1920. A cura di Valentino Ger­
Introduzione di Aldo Gargani. Tradu� ratana e Antonio A. Santucci.
zione di Sandra Barbera.
192. Charles de Bovelles, Il libro del sapien­
181 . Max Weber, Parlamento e governo nel te. A cura di Eugenio Garin.
nuovo ordinamento della Germania e
193. George Boole, Indagine sulle leggi del
altri scritti politici. A cura di Luigi
pensiero su cui sono fondate le teorie
Marino. Introduzione di Wolfgang J.
matematiche della logica e della pro­
Mommsen. Traduzione di Luigi Marino
babilità. Edizione italiana a cura di Ma­
e Gianstefano Villa.
rio Trinchero.
182. Anandavardhana, Dhvanyiloka. l prin�
194. Carlo Cattaneo, Interdizioni israeliti..
cipi dello dhvani. A cura di Vincenzi­
che. Introduzione e note di Luigi Am­
na Mazzarino.
brosoli. Prefazione di Luciano Cafagna.
183. Blaise Pascal, Le Provinciali. lntrodu­ 195. Jonathan Swift, Scritti satirici e pole­
duzione e traduzione di Giulio Preti. mici. A cura di Herbert Davis.
184. Benjamin Constant, Conquista e usur­
196. Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico­
pazione. Prefazione di Franco Venturi.
philosophicus. Testo originale a fron­
Traduzione di Carlo Dionisotti.
te. Introduzione di Bertrand Russell.
185. Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la A cura di Amedeo G. Conte.
prima deca di Tito Livio. Seguiti dalle 197. Jean-Jacques Rousseau, Saggio sull'o­
«Considerazioni intorno ai Discorsi del rigine delle lingue dove si parla della
Machiavelli )) di Francesco Guicciardi­ melodia e dell'imitazione musicale. A
ni. A cura di Corrado Vivanti. cura di Paola Bora.
186. Karl Marx, Lineamenti fondamentali di
critica dell'economia politica ( « Grun­
drisse » ) . Edizione italiana a cura di
Giorgio Backhaus. Apparato critico, in­
dici dei nomi e delle opere dell'Istituto
Marx-Engels-Lenin. (Due volumi).

187. Agostino, Le Confessioni. A cura di


Carlo Carena.

188. Antonio Gramsci, Il nostro Marx.


1918-1919. A cura di Sergiu Caprie­
glie.

189. Bartolomeo Platina, Il piacere onesto e


la buona salute. A cura di Emilio Fac­
ciali.

190. Marco Aurelio, l ricordi. A cura di Car­


lo Carena.

ISBN 88-06-115265

9
111 11111111111111111111
788806 115265
NUE 197. Jean-Jacques Rousseau, Saggio sull'origine del­
le lingue dove s i parla della m�lodia e dell'i­
mitazione musicale. A cura di Paola Bora.

Fra il I 755 e il I 76 I, Jean-Jacques Rousseau


compose questo breve, intenso scritto, che per
una serie di circostanze fu dato alle stampe sol­
tanto pochi anni dopo la morte del suo autore.
Le domande radicali poste da Rousseau in queste
pagine non cessano di interrogare i filosofi, i lin­
guisti e gli antropologi. Secondo Rousseau, una
lingua sviluppata, cantata e ricca di accenti, di
inflessioni, di ritmo e di suoni, ebbe origine sol­
tanto a un certo stadio della storia delle società
umane. A originaria non fu sufficiente l'ambito
familiare, dove la lingua restava <<domestica»,
naturalisticamente povera di accenti e di senti­
menti. Il linguaggio ha origine nel momento sto­
rico in cui le famiglie cominciano a riunirsi in
gruppi piu ampi. In quello stesso momento viene
interiorizzato come norma il tabu dell'incesto, e
il sistema di relazioni tra le famiglie fa nascere
parole umane. L'epoca delle «origini delle lin­
gue» si apre cosi come rottura storica nello svi­
luppo delle società.
NUE 71. Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale. Con
un saggio introduttivo di Robert Derathé. Tradu�
zione e note di Valentino Gerratana.

«Se ci poniamo dal punto di vista filosofico, il


Contratto sociale appare come legato a una cer­
ta concezione della libertà. Secondo Rousseau,
per un uomo la peggior situazione possibile è
di essere alla discrezione d'un altro. I rapporti
d'autorità fra gli uomini tendono sempre all'ar­
bitrio e alla dominazione. Ora, la legge è la di­
chiarazione della volontà generale. Tutta l'ar­
gomentazione del Contratto sociale tende a
mostrare che il cittadino resta libero se si sot­
tomette alla volontà generale. Questo presup­
pone che la volontà generale sia anche la sua,
come dice l'autore in parecchi passi del suo
trattato. Ora, ciò è possibile solo se il cittadino
fa astrazione dal suo io individuale per inte­
grarsi totalmente nella città. La volontà gene­
rale esiste solo in uno Stato composto di citta­
dini: non esiste nella monarchia, dove ci sono
solo dei sudditi': Da qui la necessità per il le­
gislatore di trasformare l'uomo in cittadino at­
traverso l'educazione pubblica».

Dal saggio introduttivo di Robert Derathé


Nuova Universale Einaudi 197
© 1989 Giulio Einaudi editore s. p. a., Torino

ISBN 88-o6-rr526-x
Jean-Jacques Rousseau

SAGGIO SUL� ORIGINE DELLE LINGUE


Dove si parla della melodia e dell'imitazione musicale

A cura di Paola Bora

Giulio Einaudi editore


INTRODUZIONE

1. Problemi di cronologia intorno a un frammento «fuori


posto».

Nel 1976, commentando l'assenza di una teoria dei quattro


stadi nel Discorso sull'origine dell'ineguaglianza di Rousseau,
Ronald L. Meek poteva scrivere: <<Ma per fortuna (o forse
sfortunatamente, visti i problemi che ha comportato) abbiamo
anche il Saggio sull'origine delle lingue, che fu pubblicato solo
tre anni dopo la morte di Rousseau ma probabilmente com­
pletato, nelle linee essenziali, almeno entro i primi anni '6o, e
che contiene una vera e propria versione della teoria dei quat­
tro stadi [corsivo nostro] » '.
Ancora recentemente, dunque, e a piu di due secoli dalla
pubblicazione postuma dell'Essai sur l'origine des langues où
il est parlé de la mélodie et de l'imitation musicale' il lungo di-

l R. L. MEEK, Il cattivo selvaggio, n Saggiatore, Milano 1981, p. 62.


2 Con questo titolo, attribuitogli da Rousseau, il Saggio fu pubblicato per la prima
volta a Ginevra nd 1781, tre anni dopo la morte dell'autore, in un volume che riuniva
diversi scritti sulla musica dal titolo Traités sur I<J musique. L'opera, il cui manoscritto
è conservato alla Bibliothèque Publique de Neuchiìtd, dono ou PEYROU n. 7835, fu suc­
cessivamente ristampato nelle principali raccolte di scritti di J.·]. Rousseau in lingua
&ancese. La prima- e finora l'unica- edizione critica dell'Essai sur l'origine des I<Jngues
è queUa, eccellente, a cusa di Charles Porset (Nizet, Bordeaux-Paris 1970).
Di prossima pubblicazione è l'edizione critica, a cura di}. Starobinski, nd V volume
deUe CEuvres complètes della Bibliothèque de la Pléiade, destinato a comprendere gli a(.
tri scritti roussoiani sulla musica.
In lingua italiana, dopo una prima traduzione ottocentesca, a cusa di Giovanni La
Ferla, largamente inattendibile, si sono avute, recentemente, diverse opere contenenti
la traduzione integrale del Saggio che segnaliamo in ordine cronologico: Gli Illumini·
sti e I<J musica. Scritti scelti, a cusa di Enrico Fubini, Principato Editore, Milano 1969;
A. VERRI, Origine delle lingue e civiltà in Rousseau, Longo, Ravenna 1970 (ristampa 1972;
seconda edizione 1983); J.· J. ROUSSEAU, Saggio sull'origine delle lingue, a cusa di G. Gen­
tile, Guida, Napoli 1984. Segnaliamo inoltre, Società e linguaggio, a cusa di M. Antomdli,
La Nuova Italia, Firenze 1972, contenente un'ampia scdta antologica dd Saggio.
VIII PAOLA BORA

battito attorno alla datazione del Saggio e alla sua collocazione


sistematica nell'arco della produzione roussoiana, sviluppa­
tosi attraverso quasi un intero secolo ', lungi dall'essere archi­
viato come questione esclusivamente filologica, costituisce in­
vece una sollecitazione attiva per lo studioso, che lo obbliga,
come scriveva Derrida nella Grammatologie, a « prender par­
tito » sulla questione. Ne consegue una situazione particolare
per la quale la storia delle letture del testo viene ad essere par­
te integrante, in qualche modo, della lettura del testo stesso.
L'opera di Jacques Derrida, De la grammatologie, del 1967,
segna una svolta nella vicenda critica dell'Essai: stabilendone
la cronologia fra la stesura del Discorso sull'origine dell'ine­
guaglianza (1753-54) e l'esordio del decennio successivo, con
argomentazione ampia e dettagliata che conquista l'accordo
pressoché generale degli studiosi, Derrida corrobora le sue
conclusioni elaborando il rapporto fra una serie di elementi
concettuali interni al Saggio sull'origine delle lingue e l'insie­
me della produzione roussoiana delle opere maggiori. Da al-

1 Ci limitiamo a segnalare qui le tappe essenziali della discussione, rinviando, per


un resoconto dettagliato a J. DERRIDA, De la grammatologie, Minuit, Paris 191)7, pp. 243·
278, nonché al Remarque di c. PORSET, contenuto nell'edizione critica dell'Essai cit.,
pp. 16-24 e a VERRI, Origine delle lingue cit., pp. 13-23. li dibattito sulla datazione del
saggio fu apetto da A. Espinas, nel 1895, sulla « Revue de l'enseignement supérieui»:
rilevando una contraddizione fra il Discorso sull'origine dell'ineguaglianza e il Saggio,
relativa all'uso di fonti bibliche e di contenuto mitologico nell'opera sul linguaggio,
Espinas concludeva per una posteriorità dell'Essai rispetto al Discorso, basata sulla
presenza delle citazioni di Duclos (Commentaire del '754 alla Grammaire générale et
raisonnée de Port-Royal di A. ARNAULD e c. LANCELOT, cfr. oltre, nota n al capitolo v).
Sempre a partire dal presupposto del «disaccordo» fra l'Essai e le opere maggiori di
Rousseau, G. LANSON (L'unité de la pensée deJean-Jacques Rousseau, in «Annales de la
Société Jean-Jacques Rousseau», VITI, 1912, p. I) contesta la posizione di Espinas, si­
tuando decisamente il Saggio fra le opere giovanili dell'autore, anteriori al 1750. L'ar­
gomentazione di Lanson si appellava piuttosto a questioni teoriche relative all'<<Unità
del pensiero» di Rousseau e il Saggio gli pareva sfuggire alla sistematicità delle opere
successive al 1750. Successivamente P. M. MASSON (Questions de Chronologie rous­
seauiste, in <<Annales de la Société]ean-Jacques Rousseau», IX, 1913, pp. 37-61) cista­
bili il punto di vista filosofico sulla questione, situando la redazione del Saggio fra il
1754 e il 1763, con documentazione ampia e rigorosa, che fini per convincere lo stesso
Lanson. Dal 19131'opinione di Masson è stata fatta propria, con ulteriori e diverse mo­
tivazioni, da numerosi studiosi (fra gli altri: R. DERATHÉ, Le rationalisme de Jean-Jac­
ques Rousseau, Puf, Paris 1948, pp. 17-18 e].-]. Rousseau et la science politique de son
temps, Puf, Paris 1950, p. 146; B. GAGNEBIN e M. RAYMOND nell'edizione delle Confes­
sions, in CEuvres complètes, Bibliothèque de la Pléiade, Gallirnard, Paris 1959-69, vol. l,
p. 560, nota 3).
A favore dell'anteriorità del Saggio rispetto al secondo Discorso, e dunque per una
INTRODUZIONE IX

lora, benché permangano, e numerosi, gli echi della proble­


matica datazione del Saggio, la discussione in merito si è lar­
gamente spostata sulla questione da sempre sottesa al dibat­
tito sulla cronologia: se il Saggio possa essere considerato a
pieno titolo opera della maturità di Rousseau. Vaie a dire se
questo scritto, denso e breve, eterogeneo nella forma rispet­
to agli altri lavori dell'autore, disomogeneo al suo interno
quanto a ripartizione tematica, sotto molti aspetti « scomo­
do >) per ogni tentativo volto a reperire unità e coerenza nel
pensiero rousseauiano, costituisca un testo dotato di interna
coesione e di autonomia concettuale e logica tali da consen­
tire la ricerca di una sua organicità al sistema complessivo
dell'opera di Rousseau. In questa direzione si sono orientati
gli studi, in particolare negli ultimi decenni, percorrendo rni­
nuziosamente la strada del rapporto intrinseco fra il Discorso
sull'origine dell'ineguaglianxa e il Saggio sull'origine delle lin­
gue, questione posta e contemporaneamente lasciata nell'am­
biguità dallo stesso Rousseau, che aveva definito il Saggio come

sua collocazione in una fase non ancora propriamente marura dell'opera di Rousseau,
si sono espressi c. E. VAUGHAN, The politica! writings off.·f. Rousseau, The University
Press, Cambridge 1915 (1!}62), vol. I, p. IO e c. w. HENDEL, fean-Jacques Rousseau mo­
ralist, 2 voli., Oxford University Press, London - New York 1934 (1!}62), vol. I, pp. 66
sgg. Meno legata a problemi di cronologia esterna e centrata piuttosto su questioni
teoriche interne all'opera roussoiana è la discussione fra]. Starobinski eJ. Derrida sullo
statuto concettuale della pietd rispettivamente nel secondo Discorso e nel Saggio (non­
ché nell' Emi/io): si vedano STAROBINSKI, nell'edizione del Discours sur l'origine et !es
fondements de l'inegalité, in CEuvres complètes cit., vol. m. pp. 1330·31 (nota 2 alla
p. 154 del testo) e DERRIDA, De la grammatologie cit., pp. 245-72. Nella nota citata, nel
1964, Starobinski suggeriva l'ipotesi dell'anteriorità del Saggio rispetto al Discorso, sulla
base di brevi accenni alle differenze sostanziali della concezione della pietd nelle due
opere. Nel 1967, Derrida, muovendo dalla critica a questa nota, argomentava la pro­
pria posizione, in accordo con la datazione del Masson. Starobinski è ritornato sulla
questione nella recensione al Porset («Annales de la SociétéJean-Jacques Rousseau»,
XXXVIII, 1969-71, pp. 395-98), correggendo la sua ipotesi in favore della posterità del
Saggio rispetto al Discorso. Da allora è mutata anche la dizione della nota 2 alla p. 154
nel commentario del Discorso nel vol. m delle CEuvres di Rousseau, che, nelle ultime
tirature, reca l'ipotesi definitiva della posterità del Saggio rispetto al Drscorso. In que­
sta discussione, il dibattito sullo statuto concettuale della pietd diviene una sona di ca­
pitolo a pane nella tormentata storia della datazione del Saggio. Ma la questione della
pietii rappresenta un problema autonomo- e &a i p iii complessi- nell'interpretazione
del pensiero di Rousseau. Per le analisi ampie ed impananti, con esiti divergenti e in
qualche misura contrapposte, rinviamo a v. GOLDSCHMIDT, Anthropologie et politique.
Les pn'ncipes du système de Rousseau, Vrin, Paris 1974, pp. 340 sgg. e a M. REALE, Le
ragioni della politica.].-]. Rousseau dal «Discorso sull'ineguaglrimza» al «Contratto»,
Edizioni dell'Ateneo, Roma 1983, pp. 207 sgg.
x PAOLA BORA

un originario frammento del secondo Discorso, successiva­


mente soppresso perché « troppo lungo e fuori posto » '. Se la
stretta parentela fra i due scritti è evidente nell'analogia te­
matica di quel << triplo passaggio (che, in verità, è uno soltanto)
dall'animalità all'umanità, dalla natura alla cultura, e dall'af­
fettività all'intellettualità )) ', nell'affinità della finzione dia­
cronica in cui si dipana idealmente la « storia congetturale >)
delle origini e se il luogo teorico del Discorso in cui doveva in­
serirsi il primitivo frammento del Saggio appare chiaramente
identificabile nella digressione dedicata all'origine delle lin­
gue ', quel giudizio dell'autore che lo definisce « fuori posto >)
nella redazione definitiva del Discorso suggerisce un nucleo
centrale di riflessioni.
Nonostante le analogie tematiche e formali, i due scritti
non sono sovrapponibili né reciprocamente complementari
nella loro interna strutturazione teorica: Michèle Duchet, in
un articolo redatto in collaborazione con Miche! Launay' ha
fatto opportunamente notare come anche le cronologie che
scandiscono le epoche della storia umana siano sfasate e di­
versificate nelle due opere, rispondendo a due dimensioni
della temporalità ugualmente proprie dello sviluppo umano,
ma non identiche nel loro concetto. Ogni lettura in parallelo
del Discorso e del Saggio, che si muova in una logica di linea­
rità e continuità, si inceppa infatti in una serie di nozioni teo­
riche come quella di « premiers temps >), le epoche primitive,

' L'affermazione di Rousseau si trova in un Projet de préface (manoscritti di Neu­


chatd n. 7887, ff. 104-5, pubblicato per la prima volta in A. JANSEN, ].-]. Rousseau als
Musiker, Berlin 1884, pp. 472-73) che l'autore ebbe a redigere attorno al 1763 (secon­
do la datazione di MASSON, Questions de chronologie rousseauiste cit.), quando pensò
di riunire in un volume tre suoi scritti: L'imitation théiitrale, Le Levite d'Ephraim,I' Essai
sur l'origine des langues.
Gli altri scritti di Rousseau che consentono di situare cronologicamente il Saggio,
chiarendo l'attitudine e le incertezze dell'autore sono: una lettera di Rousseau a Males­
herbes del settembre 1761 (con la risposta di Malesherbes); un passo dd libro XI delle
Confessioni (dr. nell'edizione italiana Confessioni, a cura di Roberto Guiducci, Rizzati,
Milano 1978, vol. II, p. 591); una nota del libro IV dell' Emilio (trad. it. in ROUSSEAU,
Opere, a cura di Paolo Rossi, Sansoni, Firenze 1972, p. 599). I testi in questione, ad ecce­
zione dell'ultimo, sono riportati nell'Avertissement di c. PORSET, in Essai cit., pp. 8-12.
' Cfr. c. LÉVI-STRAUSS, Il totemismo oggi, Feltrindli, Milano 1964, p. 142.
6 J.-J. ROUSSEAU, Sull'origine dell'ineguaglianza, a cura di V. Gerratana, Editori
Riuniti, Roma 1968, pp. II4-19.
7 M. DUCHET e M. LAUNAY, Synchronie et diachronie: !'«Essai sur l'origine des lan­
gues» et le second «Discours», in «Revue internationale de Philosophie», 82 (1967),
pp. 421-43·
INTRODUZIONE XI

di « barbarie », di << pietà » che non hanno uno statuto concet­


tuale univoco nei due scritti né tuttavia sono interpretabili
secondo un'indipendenza assoluta, come stratificazioni suc­
cessive di un'ipotizzabile evoluzione teorica, pena l'impossi­
bilità di comprensione del testo stesso. In un successivo lavo­
ro ', Duchet riconduce tale complessità ad una fondamentale
diversità di oggetto dei due saggi in questione: la ricerca delle
origini, comune a entrambi, si svolgerebbe con approccio
teorico differente, diverso andamento, alterità nell'esplicita­
zione del rapporto con le fonti e la tradizione, quella biblica
in particolare'. Rousseau si soffermerebbe nel Saggio sull'og­
getto specifico delle « istituzioni umane » (linguaggio e scrittu­
ra), dopo aver indagato, nel Discorso, sui « fondamenti reali
della società umana » " . A sostegno della sua ipotesi, Duchet
richiama quanto Robert Derathé afferma a proposito del
rapporto fra il secondo Discorso e l'articolo Economia poli­
tica. Derathé sostiene che esse sono « opere diverse quanto al
loro oggetto » ", trattando l'una « lo stato di natura e l'origine
del governo », l'altra « le funzioni del governo ». E tuttavia,
sebbene per la stesura originaria dell'Economie politique si
siano posti problemi di datazione e non poche questioni teo­
riche relative alla sua anteriorità o posteriorità rispetto ai
temi politici sviluppati nel Discorso, sebbene si tratti anche
qui di opere redatte pressoché contemporaneamente e in
qualche modo originantesi, per il contenuto politico, dal
ceppo comune di scritti, materiali e appunti che Rousseau
veniva raccogliendo fin dal 1750 in vista cli quell'opera che
dovevano essere le sue Institutions politiques u, ci sembra che
le analogie con l'Essai e la sua vicenda non possano essere
spinte oltre.
' M. DUCHET, Le origini dell'antropologia, 4 voli., Laterza, Bari 1976, cfr. in par­
ticolare il vol. m, Bu/fon, Voltaire, Rousseau, cap. VII, L'antropologi!J di Rousseau,
pp. 13J ·98.
' Su questo punto specifico, di imponanza centrale per la valutazione dell'Essai,
si vedano anche: H. GRANGE, «L'Essai sur l'oni,ine des langues» dans ses rapports avec
le «Discours sur l'origine de l'inégalité», in «Annales historiques de la Révolution
&ançaise•, luglio-settembre 1967, pp. 291-307; M. LAUNAY, Rousseau écrivain poli­
tique (r7r2I· 762), CEL-ACER, Grenoble 1972.
10 DUCHET, Le origini dell'antropologia cit., p. 141.
11 R. DERATHI\, Introduzione al Discours sur l'économie politique, in ROUSSEAU,
CEuvres complètes cit., vol. m, p. LXXIV.
12 C&. ROUSSEAU, Confessioni cit., vol. II, p. 436.
XII PAOLA BORA

L'articolo Économie politique fu infatti immediatamente e


tempestivamente pubblicato dall'autore nel novembre 1755,
e in quella sede pubblica, non certo indifferente o neutrale,
che era l'Encyclopédie, al suo V volume, contenente anche
l'articolo Droit nature!, dalla penna di Diderot. Se la contem­
poraneità, una certa comunanza di temi possono far pensare
a quest'opera come ad uno sviluppo a latere ·di un nucleo
teorico idealmente presente e solo abbozzato nel Discours,
tuttavia la destinazione particolare, la collaborazione (in que­
gli anni ancora strettissima e feconda) con Diderot, dovette­
ro incidere in modo determinante, sulla delimitazione conte­
stuale dell'oggetto di indagine. Complessivamente dunque,
l'indicazione stimolante di Michèle Duchet, sulla sostanziale
« diversità di oggetto » del Discorso e del Saggio, non sembra
che possa essere seguita fino in fondo e condivisa alla lettera.

2. Il «Discorso sull'origine dell'ineguaglianza» e il «Sag­


gio sull'origine delle lingue»: due diversi punti di osser­
vazione.

Nei due scritti in questione sembra realizzarsi, piuttosto


che una radicale distinzione degli oggetti di indagine, consa­
pevolmente delimitati nelle loro diverse specificità, una diffe­
renziazione del punto di osservazione, entro cui considerare
l'oggetto di ricerca comune: l'evoluzione dell'umanità dallo
stato di natura allo stato civile e, all'interno di questo, la dif­
ferenziazione di forme sociali diverse e di una pluralità suc­
cessiva di modi di sussistenza.
li Discorso osserva « la vita della specie » umana, come da
una grande distanza visiva, con « ragionamenti ipotetici e con­
dizionali, piu adatti a chiarire la natura delle cose che a mo­
strarne l'effettiva origine, e simili a quelli che fanno quotidia­
namente i nostri fisici sulla formazione del mondo », come si
legge nella sua introduzione. La grande distanza visiva del
punto di osservazione, che annulla « l'immenso intervallo >>
tra lo stato di natura e le prime istituzioni umane, le « mi­
gliaia di secoli >> che furono necessarie a sviluppare le facoltà
virtuali dell'uomo, risponde all'intento di Rousseau di man-
INTRODUZIONE XIII

tenersi, nel Discorso, « entro i limiti di una discussione gene­


rale e puramente filosofica [corsivo nostro] » secondo quanto
egli scrive a M.me de Crequi ".
È rispetto a questo progetto che si comprende meglio
quella notazione dell'autore che definisce « hors de piace »,
fuori posto, nel Discorso, il frammento relativo all'origine
delle lingue. Non si tratta di radicale diversità di oggetto,
quanto di un differente punto di osservazione. La distanza
visuale del Discorso lascia impregiudicate le modalità di rea­
lizzazione delle istituzioni umane e sociali, il loro perché, le
considera come avvenimenti, « dandoli per necessari » rispet­
to all'<(uomo in generale>) 14, e non, quali pure dovettero esse­
re, come azioni, atti significanti che mirano ad uno scopo: ciò
che il Discorso lascia impregiudicato è il sistema di comunica­
zione, mentre guarda, fissandola, alla forma esterna della reci­
procità umana. Nel Saggio, al contrario, è il sistema di comu­
nicazione che diviene problema, nel suo stesso principio, tra­
mite l'analisi del linguaggio come prima istituzione umana. n
Saggio sull'origine delle lingue si inserisce cosi nell'« immenso
intervallo che dovette separare il puro stato di natura e il bi­
sogno delle lingue » ". Esso si sviluppa, con uno spostamento
radicale del punto di osservazione, a partire dal superamento
di quel <(circolo delle origini », relativo alla reciproca priorità
fra società e linguaggio, che il Discorso, impostando appena
la polemica con Condillac, non scioglie ". Qui si delinea
l'ambito teorico del Saggio, nella ricerca sul come e sul perché
delle prime istituzioni, intese come manifestazioni di un agire
che è simultaneamente umano e sociale, nell'indagine del
mondo della comunicazione, concepito nei suoi aspetti siste­
matici come mondo specificamente umano, espressione della
perfettibilità e della libertà. n punto di osservazione si pone
qui, in un ideale sdoppiamento, all'interno del sistema di comu­
nicazione, entro il campo stesso dell'indagine. Si scopre cosi,

11 Cfr. Co"espondance générale de]ean·]acques Rousseau, a cura di Th. Dufour, Co­


lin, Paris 1924·34, 20 voli., vol. II, p. 213, cit. da}: Starobinsk.i nella sua Introduction al
Discourr (in CEuvres complètes cit., vol. Ill, p. un).
14 ROUSSEAU, Sull'origine dell'ineguaglianza cit., p. 99·
" Ibid., p. 151.
16 Ibid. p. II4.
'
XIV PAOLA BORA

nel lungo capitolo iniziale, una pluralità di sistemi di segni nel


tempo e negli spazi popolati dall'uomo, e si individua nel se­
gno linguistico, l'espressione di un'istanza comunicativa con­
naturata, con la <� pietà », all'umanità. Lo sguardo dell'autore,
calandosi entro il tempo lunghissimo durante il quale dovet­
tero protrarsi le origini dell'umanità, fa risaltare in primo
piano, dal campo lungo della visuale del Discorso, quel mo­
mento decisivo nella storia della specie, in cui la comunica­
zione diviene esigenza e necessità dell'evoluzione umana in
quanto tale. Simultaneamente esso trova espressione nella
forma inedita e costitutivamente sociale del linguaggio arti­
colato, della parola:<� Non appena un uomo riconobbe un al­
tro uomo come un essere che sente, che pensa e che è simile a
lui, il desiderio o il bisogno di comunicargli i propri senti­
menti e i propri pensieri gliene fece cercare i mezzi » (Saggio,
cap. I, p. 3 [corsivo nostro]) .
L'autoriflessione e il riconoscimento dell'altro, condizioni
e possibilità, ad un tempo, della reciprocità sociale, attualiz­
zano quella latenza naturale implicita nella disposizione fisica
dell'uomo: <� La parola, che è la prima istituzione sociale,
deve la sua forma soltanto a cause naturali » (ibid.).
L'umanità del Saggio è dunque un'umanità autoriflessa e
riconosciutasi come tale in seno alla natura: per questo l'os­
servazione può e deve porsi all'interno dell'oggetto di ricerca.
Qui sta la vera differenza col Discorso: è l'alterità del punto
di osservazione, piu che la specificità dell'oggetto, che rende
« fuori posto » il primitivo frammento sulle lingue nel testo
sull'origine dell'ineguaglianza. Ma, nello stesso tempo, quel­
l'oggetto, l'uomo nel suo divenire umano con la sua peculia­
rità assoluta, richiede una duplicità di osservazione, una ca­
pacità di sdoppiamento indefinito dell'osservatore. E di
questo Rousseau fu teorico consapevole e lucido, al limite
dell'ossessione. Si trova nelle pagine del Saggio la frase famo­
sa: <� Quando si vogliono studiare gli uomini occorre guardare
vicino a sé; ma per studiare l'uomo occorre imparare a spingere
lo sguardo lontano; occorre prima osservare le differenze per
scoprire le proprietà » (Saggio, cap. VIII, p. 51). La percezione
delle differenze nell'identità si origina dalla capacità dell'os­
servatore di situare il luogo dell'osservazione e di sdoppiarsi
INTRODUZIONE xv
nel proprio sguardo. Piu avanti, al cap. XI del Saggio, si legge:
«Per ben valutare le azioni degli uomini, bisogna considerarli
in tutti i loro rapporti ed è ciò che nessuno ci insegna a fare.
Quando ci mettiamo al posto degli altri, ci poniamo sempre
modificati come noi siamo, non come devono esserlo loro, e
quando pensiamo di giudicarli secondo ragione, non facciamo
che comparare i loro pregiudizi ai nostri (p. 77)».
Lo sdoppiamento dell'osservazione è all'origine di ogni at­
tività intellettuale umana, come capacità di distinguere se stes­
so e la propria specie in seno alla natura ", ma costituisce, al
tempo stesso, la fonte essenziale della moralità. Tale è il senso
della polemica sugli spettacoli, nella Lettera a d'Alembert, ri­
presa nel Saggio. Ma il problema è posto già nei suoi tratti es­
senziali nella nota xv del Discorso, a proposito della distin­
zione fra«amor proprio » e«amore di sé»: «... nel vero stato
di natura l'amor proprio non esiste; infatti poiché ogni uomo
in particolare si considera come il solo spettatore che l'osservi. .
.

non è possibile che un sentimento, che trae origine in con­


fronti che egli non è in grado di fare, possa nascere nel suo
animo; . . . In una parola, ogni uomo che vede i suoi simili solo
come vedrebbe animali di un'altra specie, può rubare la preda
al piu debole o cedere la propria al piu forte, considerando
queste rapine solo come /atti naturali... [corsivo nostro] » ••.
La possibilità e la necessità di moltiplicare i luoghi dell'os­
servazione come caratteristiche distintive dell'umanità e com­
pito imprescindibile quando si tratti di«studiare gli uomini »,
percorre tutta l'opera di Rousseau, fino alla pluralità riflessiva
dell'autosservazione nelle Confessioni e nei Dialoghi di Rous­
seaujuge de Jean-Jacques.
Qui, per quel che riguarda il secondo Discorso e il Saggio
sull'origine delle lingue, lo sdoppiamento dell'osservazione
produce l'inversa specularità delle due opere rispetto al loro
oggetto: specularità non complementare né omologabile, as­
solutamente irriducibile a un'osservazione unica. Cosi il
tema del linguaggio, che occupa un'appendice a latere nello
svolgimento diacronico del Discorso, generandovi una circo-

17 Ibtd., pp. IJ4-35·


" Discorso cit., pp. 208-9.
XVI PAOLA BORA

larità cronologica, diviene il campo di indagine del Saggio


sull'origine delle lingue, all'interno del quale la ricerca sulle
forme di socialità umana e sul loro differenziarsi nel tempo
occupa a sua volta la lunga digressione del capitolo IX.
Ma, stabiliti questi elementi in merito al rapporto fra il Dis­
cours e l'Essai, è bene ritornare alle questioni dell'elaborazione
testuale e cronologica del Saggio, prima di discuterne alcuni
problemi teorici essenziali.

3· Dal frammento al testo. Struttura e composizione del


«Saggio sull'origine delle lingue)>.

li Saggio, concepito e distesamente elaborato durante la


redazione testuale del Discours, fu espunto nella stesura defi­
nitiva, successivamente ripreso e compiuto come testo a sé,
compresa la suddivisione redazionale in capitoli, nei primis­
simi anni '6o ". Esattamente nel periodo in cui l'autore, dopo
un lungo silenzio, sulle cui ragioni è possibile avanzare sol­
tanto delle ipotesi, ne accenna esplicitamente in piu luoghi
dei suoi scritti e sempre in connessione a una prospettiva di
pubblicazione, ormai considerata matura, anche se varia­
mente motivata e concepita '". Trascurando in questa sede le
sollecitazioni esterne alla ripresa dello scritto e alla decisione
di pubblicarlo (dalla polemica con Rameau, all'approvazione
di Malesherbes, alle preoccupazioni finanziarie dell'autore),
la situazione del Saggio si precisa dunque come quella di un
originario frammento del Discorso. Frammento tuttavia assai
lungo ed elaborato, che fu sempre qualcosa di assai piu con­
sistente di un abbozzo, la cui prima redazione, quella conte­
stuale al Discorso, copre circa i due terzi del testo definitivo, e
comunque non destinato a rimanere allo stadio di frammento,
come è il caso di altri scritti in margine al secondo Discorso

19 È la tesi autorevole del Masson: «L'Essai a clone été primitivement en 1754, une
longue note du second Discours; en 1761 il est devenu une dissertation indépendante,
augmentée et corrigée pour en faire une reponse à Rameau. Enfin, en 1763, certe dis·
settation, revue une dernière fois, a été divisée en chapitres» (Questions de chronologie
rousseauiste cit.).
20 Si vedano in proposito i passi in cui Rousseau fa riferimento al Saggio, di cui si
dà informazione alla precedente nota 4·
INTRODUZIONE XVII

(ad esempio quello dell'influenza dei climi sulle società") ,


bensi ripreso e definitivamente redatto dall'autore in vista di
una sua pubblicazione.
È indubbio altresi che a questa stesura definitiva l'origina­
rio scritto dovette fornire assai piu che uno spunto o un sem­
plice punto di partenza per una nuova opera consacrata ai
problemi del linguaggio u e costruita in maniera tale da costi­
tuire una << risposta indiretta », ma proprio per questo defini­
tiva e conclusiva, agli attacchi di Rameau ": ne è prova il fatto
che Rousseau verosimilmente non ebbe mai a riscrivere quella
parte del Saggio che datava dal 1754 e che ne occupa i primi
undici capitoli. L'ultimo, il xx, è d'altra parte quello piu con­
sono, per contenuto, andamento stilistico e conclusioni teo­
riche, al contesto originario del Discorso. I capitoli XII-XIX,
dunque, quelli relativi alla musica ed esplicitamente aggiunti
in relazione alla polemica con Rameau, non sembrano da soli
sorreggere la decisione di pubblicazione del testo nel suo
complesso, com'esso ci si presenta dalla prima edizione po­
stuma del r78r, fedele del resto alla redazione definitiva del
manoscritto, operata da Rousseau, intorno al q6r-63. È piu
probabile invece che nel lungo frammento iniziale Rousseau
abbia visto, assai piu che uno spunto d'avvio, un materiale
già elaborato in cui la risposta a Rameau, che nei suoi intenti
doveva vertere proprio su questioni « di fondo », potesse tro­
vare l'ampiezza di respiro e la dimensione teorica appropriata
ad una discussione sui principi e sulla natura fondamentali
della musica. Nella redazione definitiva del Saggio venivano
cosi a fondersi in un complesso sistematico due nuclei di inte­
resse teorico del pensiero di Rousseau che furono costanti in­
discusse in tutto l'arco della sua vita: quello di carattere antro­
pologico e politico e quello schiettamente musicale. Nel fram-

" Cfr. L'influence des climats sur la civilisation, in ROUSSEAU, CEuvres complètes
cit., vol. ill, pp. 519 sgg. (trad. it. in J. -J. ROUSSEAU, Opere, a cura di Paolo Alatri,
Utet, Torino 1970, pp. 683-88).
u Come sostiene invece il PORSET, Avertissement, in Essai cit., p. 13.
" Per la polemica fra Rousseau e Rameau, nonché per il ruolo rivestito rispettiva­
mente dai due autori nel dibattito settecentesco sulla musica si rinvia agli studi di En­
rico Fubini. Si veda in particolare, oltre alla citata antologia Gli Illuministi e la musiCtJ,
il saggio Gli enciclopedisti e la musiCtJ, Einaudi, Torino 1971, il cui cap. m, dedicato a
Rousseau, costituisce uno dei contributi piu chiari e illuminanti per la comprensione dei
capitoli relativi alla musica del Saggio sull'origine delle lingue.
XVIII PAOLA BORA

mento espunto originariamente dal testo del Discorso (la cui


redazione, come ha ben sottolineato M. Launay", fu oggetto
di attenta mediazione teorica da parte dell'autore fra le po­
sizioni piu materialiste dell'area philosophique e la propria
formazione « devota » e intrinsecamente religiosa), la pole­
mica contro l'intellettualismo matematizzante di Rameau
poteva ben inserirsi in un discorso che, contestando la deri­
vazione utilitaristica del linguaggio dai primi « bisogni »
degli uomini, non risparmiava attacchi di portata generale
contro le rigidità razionalistiche e le posizioni materialisti­
che e sensiste. Nei primi anni '6o, a rottura avvenuta con
gli encyclopédistes, l'attenta misura ricercata nel 1754, nella
stesura del Discorso, aveva perduto la sua motivazione pro­
fonda, e la sostanza delle posizioni antisensiste e antimate­
rialiste del Saggio trovava un'eco essenziale nelle opere di
quel periodo, valga per tutte l'esempio dell'Emilio.

4· «La parola distingue l'uomo dagli animali>>. Linguag­


gio, segno, comunicazione.

Nell'abbozzo originario del Saggio viene elaborata una


teoria dell'origine e dello sviluppo del linguaggio come at­
tività specz/icamente umana, della « parola » come tratto di­
stintivo dell'uomo fra gli animali: l'elaborazione, superando
lo schema in qualche modo <� meccanico » " e naturalistico,
in cui veniva dato conto dell'accrescimento delle acquisizioni
linguistiche nel Discorso, viene cosi a riempire di contenuto
quel solco invalicabile che Rousseau, nel Discorso stesso, ave­
va scavato fra l'animale e l'uomo con la teoria della per/ettibi­
lt"tà. L'articolazione significante linguistica diviene espressio­
ne e concreto campo di indagine, ad un tempo, di quella ca­
pacità di perfezionarsi sia nella specie che nell'individuo, che
Rousseau aveva posto come inscindibile dall'altro tratto asso­
lutamente umano, quello della libertà. Ambedue principi sal-

24 Cfr. DUCHET e LAUNAY, Synchronie et diachronie cit., e LAUNAY, Rousseau écri­


vain politique cit., p. 55·
" DUCHET e LAUNAY, Synchronie et diachronie cit., p. 433·
INTRODUZIONE XIX

dati nella capacità, tutta e solo umana, di spezzare la ripeti­


zione dell'identico della natura. Ma se essi, nel Discorso,
sono posti appunto come principi, nella loro sovrana e radi­
cale genericità, non turbata da specificazioni, secondo il pro­
getto di « écarter les faits )>, nel Saggio, è proprio questo livel­
lo assolutamente di principio che viene a determinarsi, assu­
mendo materialità, storia, acquistando le sembianze concrete
di reali produzioni umane, assumendone altresi la mutevo­
lezza, la molteplicità e la determinazione naturale. n compito
diviene allora non tanto quello di indicare linguaggio, scrit­
tura, musica e pittura come specificamente umani, ma inver­
samente e con un rigore assoluto, di individuare che cosa isti­
tuisce la loro specificità umana, quale tratto comune li rende
manifestazioni e immagini, ad un tempo, tracce e segni, della
perfettibilità e libertà dell'uomo. Ciò che li accomuna, in
questo senso, è il loro agire ed essere per « rappresentazioni e
segni )> ", l'esser comunicazione dei <<movimenti che gli og­
getti che ci colpiscono suscitano in noh>, per il veicolo dei se­
gni che li costituiscono. Cosi i capitoli sulla musica si fondono
organicamente al precedente frammento sul linguaggio nel
testo del Saggio: la musica, fra tutte le arti, è quella che « piu
avvicina l'uomo all'altro uomo e ci dà sempre qualche idea
dei nostri simili )>, se « gli uccelli fischiano, l'uomo soltanto
canta e non si possono udire né canto né sinfonia, senza dirsi
all'istante: un altro essere sensibile è qui )> 27 e le prime espres­
sioni del linguaggio furono « figure )) e « metafore )) originate
dalle passioni che l'uomo, ancora solitario, provava all'incon­
tro con un altro uomo '". Cosi, nello svolgimento diacronico,
le origmi della musica, in cui parola e musica erano una cosa
sola, ancora fuse nel canto, si situano idealmente in quell'età
dell'oro descritta al capitolo IX, che vide nascere i primi lega­
mi fra le famiglie, epoca della storia umana in cui « si cantava
invece di parlare )>. Una tale indagine investe nella loro totalità
e connessione i sistemi di segni, in quanto fatti umani e istitu­
zioni sociali ad un tempo; ne situa il tratto umano nella du-

26 ROUSSEAU, Saggio sull'origine delle lingue, cap. xv, p. 90.


27 Ibid., cap. XVI, p. 94·
28 Ibid., cap. m, p. 18.
xx PAOLA BORA

plicità della natura del segno che costituisce la sua valenza


simbolica, rappresentazione e immagine della cosa, e, insie­
me, passione, sentimento e idea. Contemporaneamente ne
isola lucidamente la peculiarità assoluta nel loro esser, per
natura, fatti sociali, che esorbitano la volontà e il fine indivi­
duali (in una maniera che Rousseau esprime nell'universale
matrice inintenzionale delle passioni) . In altri termini, ciò
che determina il segno nella sua natura duplice è la sua « vita
nel quadro della vita sociale » " ; è il suo atto di nascita come
istituzione simultaneamente sociale, ovvero la sua essenza co­
municativa.

5· Alcune fonti del «Saggio»: la tradizione «devota».

Questa considerazione d'insieme dei sistemi di segni assu­


me nella prosa di Rousseau un andamento affannoso e quasi
plastico, in cui l'analisi è spesso sopraffatta dall'ombra della
polemica e dalla fecondità dell'intuizione (come nei felici
passaggi che mostrano riti, feste, costumi quali la cottura dei
cibi, come momenti comunicativi fondanti delle prime forme
di socialità e operatività simultanea di livelli simbolici molte­
plici '"). Nella scrittura si moltiplicano le citazioni delle fonti
e i rimandi testuali, in uno stile antitetico a quello del Discor­
so che, trattando dell'uomo come in un ideale laboratorio,
aveva scartato, insieme con i « fatti », anche le testimonianze
dei libri, tutti << menzogneri » in rapporto alla « natura che
non mente mai » ".
Nel Saggio, a cominciare dal libro di Giobbe, « il piu anti­
co forse di tutti i libri »", le citazioni bibliche si moltiplicano

" Cfr. F. DE SAUSSURE, Corso di linguùtica generale, Laterza, Bari 1970, p. 26. L'a­
nalogia tematica fra alcune intuizioni contenute nel Saggio roussoiano e l'analisi del
Corso di linguùtica generale è oggetto di riflessione nel saggio di J. DERRIDA, Le cercle
linguùtique de Genève, in ID., Marges de la philosophie, Minuit, Paris 1972, pp. 165-84.
] . Starobinsk.i suggerisce per primo l'accostamento Rousseau-Saussure nel saggio del
1966 Rousseau et l'origine des langues, ripubblicato in J. STAROBINSKI, La transparence
et l'obstacle, suivi des Sept essaù sur Rousseau, Gallimard, Paris 1971, pp. 356-80.
lO Si veda, in particolare, il lungo e importante cap. IX, pp. 53-65.
" ROUSSEAU, Sull'origine dell'ineguaglianza cit., p. 99·
" ROUSSEAU, Saggio sull'ortg,n i e delle lingue, cap. IX, p. 56.
INTRODUZIONE XXI

e ancora in quegli anni Rousseau mantiene l'attitudine ad un


raffronto puntuale fra la cronologia della Scrittura e la tradi­
zione moderna dei filosofi. Mediazioni importanti sono le
fonti dell'abbé Pluche, comunemente utilizzato nella mode­
rata laicizzazione della cronologia successiva al Diluvio" e,
esplicitamente ricordato, quel padre Lamy dell'Oratoire, che
il giovane Rousseau aveva considerato come « guida » nei suoi
primi studi filosofici, orientandosi allora le sue preferenze ver­
so quei libri « che mescolano la devozione alla scienza »,..
Dunque, la presenza di una teoria del tempo storico, di­
scussa secondo il canone nel raffronto biblico e della concor­
danza, sia pure tutta <( costruita», con la Scrittura, cosi come
il rilievo, non solo formale, attribuito 11 tutta una tradizione
<(devota » - per usare l'espressione roussoiana - come quella
dell'Oratoire, mal si accordavano non solo con lo stile del Di­
scorso, ma anche con il clima culturale di quegli anni, nel­
l'ambito philosophique, al quale l'autore era allora stretta­
mente legato. Che queste ragioni possano essere fra quelle
che illuminano sul silenzio di Rousseau negli anni successivi
all'elaborazione del frammento sulle lingue e che, viceversa,
possa analogamente spiegarsi il venir meno di tale reticenza
dopo il q6r, a rottura avvenuta con i philosophes, ci sembra
un'ipotesi che può essere avanzata nella considerazione delle
circostanze del testo. Certo è che l'Art de Parler del padre
Lamy, al di là del suo valore in se stessa, riveste un ruolo im­
portante nel Saggio sull'origine delle lingue. Oltre a essere
fonte di numerosi esempi, riportati da Rousseau, e del legame

" N. A. PLUCHE, Histoire du ciel consideré selon /es idées des poetes, des philosophes
et de Moise, La Hague 1740. Esemplare, per il tipo di utilizzazione di Pluche in am­
biente illuministico è l'articolo LANGUE dell'Encyclopédie.
14 Cfr. ROUSSEAU, Confessioni cit., vol. I, p. 251: «Quelli [i libri] che mescolavano
la devozione alla sa·enza mi convenivano piu di ogni altro, e tali erano particolarmente
quelli dell'Oratorio e di Port-Royal. Me ne cadde fra le mani uno di padre Lamy, inti­
tolato: Colloqui sulle scienze; era una specie di introduzione alla conoscenza dei libri
che ne trattano. Lo lessi e lo rilessi cento volte, e nsolsi di farne la mia guida • [corsivo
nostro].
Sul padre Lamy si veda l'estesa monografia di F. GIRBAL, Bernard Lamy, Étude bio­
graphique et bibliographique, Puf, Paris 1964; nonché, per il contenuto linguistico della
sua opera, gli importanti studi di G. RODIS - LEWIS, Un théoricien du langage au xvn•
siècle: B. Lamy, in • Le Français moderne•, 1 (1968) e L'Art de parler ei l'Essai sur l'ort�
gine des langues, in «Revue intemationale de Philosophie•, 4 (1968) (quest'ultimo in
particolare sul rapporto Lamy-Rousseau).
XXII PAOLA BORA

inscindibile fra linguaggio e libertà propria dell'uomo, l'ope­


ra dell'oratoriano convoglia e amplifica nella rousseauiana ri­
cerca delle origini, tutta una tradizione logica e grammaticale,
che Rousseau ben conosceva: quella di Port-Royal ". Con la
Logique di Arnauld e Nicole e con la Grammaire di Arnauld
e Lancelot, nell'edizione del 1754, arricchita del Commentaire
di Duclos, di assoluta centralità in questo scritto rousseauiano,
penetra, nel Saggio, una vera e propria semiologia, di grande
portata teorica e di inesauribile complessità 16• Essa nell'eco­
nomia del testo argina fortemente il peso della tradizione re­
torica del tempo, improntata all'intellettualismo razionalista
di Dumarsais, il << grammarien philosophe » dell'Encyclopé­
die. La ricca teoria del segno e delle figure del discorso di
Port-Royal assume nel Saggio un'importanza almeno pari a
quella della tradizione storica che, con Warburton e Condil­
lac in particolare, ricostruiva ipoteticamente le origini del lin­
guaggio e della scrittura, scandendone le tappe interne secon­
do una linea evolutiva di progresso. Negli scritti di Port-Royal
viene elaborata una teoria del segno come rappresentazione,
e della rappresentazione come segno. Tale equivalenza è il
presupposto della teoria del linguaggio come atto di signifi­
cazione. E tutta la teoria linguistica di Port-Royal si snoda da
una teoria generale del segno, che nell'articolazione del rap­
porto fra segno e idea, segno e cosa, segno e immagine, rico­
pre il discorso scientifico e sull'arte. ((n segno comprende
due idee: l'una della cosa che rappresenta; l'altra della cosa
rappresentata; e la sua natura consiste nell'eccitare la seconda
attraverso la prima))" n segno è dunque inseparabile dal suo
o

funzionamento come segno: movimento metaforico dal rap­


presentante al rappresentato, funzionamento simbolico che
elabora la differenza nell'identità. La teoria semantica del segno

" Cfr. ROUSSEAU, Confessioni cit., vol. I, p. 256: << Cominciavo con qualche libro
di filosofia, come la Logica di Port-Royal, il Saggio di Locke, Malebranche, Leibnitz,
Cartesio, e cosf via,>.
" Sulla Logique di Port-Royal e sulla Grammaire la bibliografia è assai vasta. Si rin­
via in particolare, per la problematica qui accennata, al fondamentale lavoro di L. MA­
RJN, La critique du dùcours. Sur la Logzque de Port-Royal et !es "Pensées » de Pasca!,
Minuit, Paris 1975.
" A. ARNAULD e P. NICOLE, La Logique ou l'Art de Penser, a cura di L. Marin,

Flammarion, Paris 1970, p. Bo.


INTRODUZIONE XXIII

è fondata in Port-Royal su una teologia del corpo divino, su


una teologia del simbolo eucaristico come sacramento. È al­
l'interno di questo originario spazio teologico che il linguag­
gio diviene oggetto, <<in quanto esso definisce l'essere pensante
e ne costituisce contemporaneamente la natura e l'essenza, . . .
il linguaggio inteso come l'emergenza riflessiva delle opera­
zioni essenziali dello spirito » come ha scritto Louis Marin ".
L'emergenza riflessiva ha un ruolo particolare nella trattazione
delle « figure », in cui intervengono immaginazione e passioni
nel funzionamento simbolico del segno come rappresenta­
zione, secondo il noto pensiero di Pascal per cui « quel che è
figurato implica assenza e presenza, piacere e dispiacere »".
Rousseau ne deriva questa concezione fortemente teoretica
del linguaggio come significazione, nella sua massima am­
piezza, che fonda nell'autoriflessione, piu che nella ragione
in sé, il funzionamento simbolico del segno, come elabora­
zione della differenza, dell'assenza della cosa significata, fino
alla possibilità rappresentativa e comunicativa di ciò che non
è visibile: il movimento interno delle facoltà del soggetto che
accompagnano l'atto del concepire e del significare'": « . . . la
principale [parte del linguaggio] consiste nel concepire/orte­
mente le cose e nell'esprimerle in modo da portarne nello
spirito degli uditori un'immagine viva e luminosa, che non
presenti soltanto queste cose tutte nude, ma anche i movi­
menti con i quali vengono concepite [corsivo nostro] »".

6. Visibile e invisibile: bisogni e passioni.

Il linguaggio come significazione è dunque questa attività


tutta e solo umana di coniugare, riconoscendole simultanea­
mente nell'oggetto, proprietà fisiche e proprietà semantiche:
la parola, in questo Saggio rousseauiano, è ciò che trascende la

JS MARIN, La critique du discours, cic. p. 39·


" B. PASCAL, Pensieri, a cura di P. Serini, Mondadori, Milano 1976, n. 673, p. 372.
40 Per un riferimento piu analitico al rapporto &a la conce2ione della metafora in
Rousseau e la teoria figurale di Port-Royal, si vedano, nel presente volume, le note al
cap. m del Saggto sull'origine delle lingue.
41 ARNAULD e NICOLE, UJ Logique cit., p. 339·
XXIV PAOLA BORA

fisicità, il « fuori » dell'oggetto, attraversando « la dura pelle


delle cose » per volgerle in significato, nocciolo vitale e comu­
nicativo. Questa possibilità del linguaggio articolato di sfug­
gire al confine fra « fuori » e << dentro », fra visibile e invisibile,
è intrinseca alla sua capacità di incorporare nell'atto signifi­
cante i movimenti interni al soggetto, alla sua origine nelle
passioni (piuttosto che nei bisogni) . In altri termini, alla sua
essenza profondamente e radicalmente comunicativa. Perciò
il linguaggio è il terreno in cui propriamente oggettivo e sog­
gettivo si incontrano: la lingua in quanto struttura, meccanica
e naturale ad un tempo, interpreta la passione « che cerca di
comunicarsi»", ne trasmette l'impressione, ricreata in meta­
fora, in immagine, all'intelletto e ai sensi. La parola è un pro­
lungamento che rimane, al tempo stesso, esterno e aderente
al soggetto. Grazie a questa caratteristica può essere « osser­
vata » dall'interno e dall'esterno: la lingua appartiene all'os­
servatore, ma è, contemporaneamente, autonoma da esso. Il
linguaggio come attività significante e connotativa, assai piu
che strumento di denominazione o « mezzo » di comunica­
zione, ma, propriamente e in sé, comunicazione, diviene il
centro di una grande idea antiriduzionista, che conferisce
spessore teorico e forza morale alla polemica contro il sensi­
smo e il materialismo, vissuti come espressioni di una fonda­
mentale ragione utilitaria. « L'origine delle lingue non è do­
vuta affatto ai primi bisogni degli uomini; sarebbe assurdo
che dalla causa che li separa derivi il mezzo che li unisce. Da
dove può dunque provenire questa origine? Dai bisogni mo­
rali, dalle passioni. Tutte le passioni awicinano gli uomini,
mentre la necessità di cercare di che vivere li costringe a fug­
girsi » (Saggio, cap. n, p. 16). È quel rifiuto fondamentale di
considerare qualunque elemento esterno come fattore deter­
minante nei processi sociali umani che si rivolge nell'Emilio
contro coloro che volendo fare dei « nostri bisogni fisici i
fondamenti della società umana », « hanno sempre scambiato
gli effetti per le cause »: « bisogna studiare la società attraverso
gli uomini e gli uomini attraverso la società », si legge al IV li­
bro dell'Emilio, nel passo in cui si enuncia l'impossibilità di

42 ROUSSEAU, Saggio sull'origine delle lingue, cap. IV, p. 25.


INTRODUZIONE xxv
scindere politica e morale. Qui, nel Saggio, l'attenzione è
puntata su quello spazio fra l'interiorità dell'uomo e l'esterio­
rità del mondo, uno spazio in cui si situano delle società, delle
civiltà, dei mondi di uomini. Uno spazio di rappresentazioni
simboliche, di immagini, che sono attribuzioni di significato
poiché <<bisogna che gli oggetti parlino per farsi intendere »:
« colui che vuole dunque filosofare sulla forza delle sensazioni,
cominci col separare dalle impressioni puramente sensibili le
impressioni intellettuali e morali che riceviamo attraverso i
sensi, ma di cui questi sono soltanto le cause occasionali: eviti
l'errore di attribuire agli oggetti sensibili un potere che essi
non hanno o che traggono dalle affezioni dell'anima che ci
rappresentano. I colori e i suoni possono molto come rappre­
sentazioni e segni, possono ben poco come puri oggetti dei
sensi [corsivo nostro] » (Saggio, cap. xv, p. 90) .

7· Struttura e storia. Il «Saggio» e «l'idéologie rousseau­


iste ;;.

Questa affermazione si trova nel cuore dei capitoli del Sag­


gio dedicati alla musica e inseriti nel testo come « risposta »
conclusiva alla polemica con Rameau. Vi si trovano gli ele­
menti del raffronto fra musica e pittura, che Rousseau con­
duce in questa parte, e il nucleo profondo del rapporto che
lega il linguaggio alla musica e che richiede strutturalmente
che la ricerca sulle origini proceda, nell'economia del testo,
da/ linguaggio alla musica, e non viceversa.
I capitoli IV-VII, ivi compreso il capitolo v sulla Scrittura,
costituiscono un faticoso dipanarsi di una concezione del lin­
guaggio come suono, della sua natura fondamentalmente ed
essenzialmente fonetica e, contemporaneamente, una ricerca
della specificità linguistica rispetto alla sonorità in generale.
In queste pagine, il linguaggio si pone con grande consape­
volezza come modalità di rappresentazione fonetica: è questo
il punto che maggiormente distanzia Rousseau dal resto della
tradizione settecentesca sulle origini del linguaggio, ivi com­
presi Condillac e Warburton, Smith e Turgot, fino al presi­
dente De Brosses. Per questo, per la natura fonetica del lin-
XXVI PAOLA BORA

guaggio, non è possibile una lettura storica dello sviluppo


linguistico che si avvalga delle tappe evolutive dei sistemi di
scrittura, come è consuetudine teorica del tempo, sulla scia
del vescovo Warburton. La scrittura, in Rousseau, non è una
modalità del linguaggio, come fino ad allora veniva conside­
rata, per il fatto che segna un'alterità rispetto alla natura di
questo in quanto suono. Su questo punto si sviluppa il fram­
mento Pronuncia, riportato nel presente volume. li carattere
fonetico del linguaggio rimanda, ancora una volta, alla sua
essenza comunicativa, piu che denominatrice e classificato­
ria: cosf, allo studio della lingua, sono piu pertinenti il tim­
bro, l'accento, la cadenza, il ritmo, tutto ciò che concerne la
natura, quantità e costituzione dei suoni vocali, piuttosto che
la ricerca sulle radici e sulla derivazione etimologica. Le
espressioni articolate della voce, non la scrittura, sono l'ele­
mento vivo del linguaggio. È stato questo, come è noto, l'e­
lemento teorico che, fra gli altri, ha riproposto il Saggio sull'o­
rigine delle lingue nel dibattito filosofico contemporaneo. Un
dibattito, se non tutto interno allo strutturalismo, certamente
dallo strutturalismo provocato e attraversato. Tuttavia, signifi­
cativamente, un dibattito segnato da una grande domanda sulla
storia. Volendo indicarne arbitrariamente poche essenziali
date, queste potrebbero essere il 1962, anno in cui Lévi-Strauss
pubblica Il Totemismo oggi, riproponendo, accanto al Discorso
sull'origine dell'ineguaglianza, il Saggio sull'origine delle lin­
gue, e in cui pronuncia a Ginevra, per il duecentocinquante­
simo anniversario della nascita di Rousseau, il celebre discorso
Jean-Jacques Rousseau, fondateur des sàences de l'homme "; il
1967, data di edizione del De la grammatologie di Derrida e
il 1984, quando in un recente testo Michèle Duchet ripropone
criticamente i termini della discussione nell'ultimo capitolo,
significativamente intitolato Le rousseauisme de Claude Lévi­
Strauss ou le territoire de l'ethnologue 44• Del 1955 è la prima
edizione in lingua francese di Tristi tropià, che costituisce un
preludio al dibattito citato, contenendo le linee fondamentali

0 Trad. it. in LÉVI·STRAUSS, Razza e storia ed altri saggi di antropologia, a cura di


P. Caruso, Einaudi, Torino 1967, pp. 83-96.
44 M. DUCHET, Le partage des savoirs. Dùcours h.Storique, d.Scours ethnologique, La

découvene, Paris 1984, pp. 192-219.


INTRODUZIONE XXVII

della lettura rousseauiana di Lévi-Strauss (sebbene vi manchi


ancora il riferimento esplicito all'Essaz), nonché la famosa
Leçon d'écriture, nella sezione dedicata ai Nambikwara ".
Qui, come nel Saggio sull'origine delle lingue, la scrittura
riveste un ruolo politico, piuttosto che intellettuale, nella sto­
ria delle società wnane: essa assume la forma di un « abuso »
della lingua parlata ", simbolo della funzione di asservimento
che essa esercita, nell'instaurarsi e nell'estendersi dell'ine­
guaglianza entro le forme sociali. « L'arte di scrivere non è af­
fatto connessa con quella di parlare. Essa è legata a bisogni
di altra natura che nascono prima o poi secondo circostanze
del tutto indipendenti dall'età dei popoli e che potrebbero
non aver mai avuto luogo presso nazioni molto antiche »
(Saggio, cap. v, p. 33).
La scrittura, che consente di tramandare alla storia i secoli
e le civiltà perdute, non inaugura la storia se non come storia
dei « bisogni di altra natura », delle formazioni delle città e de­
gli imperi, come storia dell'integrazione in un sistema politico
di un nwnero considerevole di individui e della loro gerar­
chizzazione in caste e in classi.
Scrive Lévi-Strauss: « Tale è, in ogni caso, l'evoluzione tipi­
ca alla quale si assiste, dall'Egitto fino alla Cina, nel momento
in cui la scrittura fa la sua apparizione: essa sembra favorire lo
sfruttamento degli uomini prima di illuminarli » " << Ma, nel .

mio villaggio nambikwara, le teste dure erano anche le piu


sagge . . . [Esse] capivano confusamente che la scrittura e la
perfidia penetravano fra loro di concerto [corsivo nostro] » 48•
Nel testo di Rousseau, la perfidia della lettera si accompagna
simbolicamente alla violenza delle armi e al dominio del de­
naro: « Le lingue popolari ci son divenute altrettanto inutili
che l'eloquenza. Le società hanno assunto la loro ultima for­
ma; non vi si cambia piu nulla se non con cannoni e scudi, e
poiché non si ha piu nulla da dire al popolo se non « pagate! »,

" c. LÉVI-STRAUSS, Tristi lropià, n Saggiatore, Milano 1960, pp. 279·91. Sulla Leçon
d'écriture si veda DERRIDA, De la grammatologie cit., pp. 149-202 e anche DUCHET, Le
partage des savoirs cit., p. 217.
" Cfr. il frammento Pronunàa riportato in appendice al presente volume, pp. 106-
no.
" LÉVI-STRAUSS, Tristi tropià cit., p. 284.
.. lbid. ' p. 286.
XXVIII PAOLA BORA

lo si dice con i manifesti all'angolo delle strade o con i gen­


darmi alla porta: non c'è bisogno di riunire nessuno per que­
sto, al contrario bisogna mantenere i sudditi dispersi: è la pri­
ma massima della politica moderna » (Saggio, cap. xx, p. 104).
La prevalenza della scrittura << snerva » " la lingua e, alteran­
dola, la impoverisce. Cosi la funzione primaria della comuni­
cazione scritta è quella di favorire l'asservimento: « Ora io
dico che ogni lingua, con la quale non è possibile farsi inten­
dere dal popolo riunito è una lingua servi/e; è impossibile
che un popolo sia libero e parli una lingua simile ».
Cosi si chiude il Saggio sull'origine delle lingue e fin qui è
possibile la lettura parallela del testo di Rousseau e di quello
di Lévi-Strauss. Ma in quest'ultimo la problematicità della
scrittura assume una funzione epistemologica essenziale, che
fonda addirittura l'oggetto della sua indagine: la scrittura,
con un passaggio teorico forte, viene a configurarsi come
vera e propria « metonimia del significante storico » ". Lévi­
Strauss, circoscrivendo il confine dell'etnologo alle società
senza scrittura, contemporaneamente marca il limite fra uno
stato felice delle piccole comunità « a portata di voce » e un
divenire carico di violenze. L'« idéologie rousseauiste » si
compie dunque nel situare la rottura fra « società fredde )) e
« società calde )) non all'interno dello sviluppo storico, ma a
monte di questo: sono le società stesse che, in un momento
decisivo, compiono la scelta fondamentale fra una storia cu­
mulativa, con i suoi effetti degenerativi sul piano sociale, e
uno stato d'equilibrio di tipo non-storico.
L'omologia strutturale fra linguaggio e società, che Lévi­
Strauss legge a buon diritto in questo testo rousseauiano, viene
a giocare dunque, secondo un intento teorico definito, entro
quelle società che « hanno elaborato una saggezza particolare,
che le incita a resistere disperatamente ad ogni modificazione
della loro struttura, che permetterebbe alla storia di fare irru­
zione nel loro seno )) ".
Esclusivamente entro questi gruppi sociali il linguaggio si
configura doppiamente come simbolo dell'essere sociale del-

49 Cfr., in appendice, Pronunaa e Sai!J!,io sull'origine delle lingue, cap. v, p. 35·


" DUCHET, Le partage des savoirs cit., p. 217.
" LÉVI-STRAUSS, Elogio dell'antropologta, in Ra:a.a e storta e altri studi di antropolo­
gia cit., pp. 77-78.
INTRODUZIONE XXIX

l'uomo " e come segno di autenticità, nella preminenza della


voce e della parola <<piena ». È questo il punto in cui la let­
tura del testo di Rousseau assume in Lévi-Strauss la forma
dell'« idéologie rousseauiste », secondo la formula di Michèle
Duchet. La teoria della pietà, come possibilità di identifica­
zione all'altro e agli altri perde quel carattere dinamico, che
in Rousseau la pone come motore e criterio di una moralità
che si attualizza, e diviene filosofia dell'identificazione uni­
versale che riconcilia la filosofia della storia e della società
con una filosofia della natura. La discussione su queste posi­
zioni è stata lunga e difficile, i testi piu sopra indicati ne rap­
presentano soltanto alcune tappe interne: sarebbe impossi­
bile, e anche privo di senso, volerla ripercorrere in questa
sede. Si è trattato di un dibattito che ha coinvolto filosofi e
teorici francesi soprattutto intorno agli anni '6o, pressappoco
nel periodo in cui, qui in Italia, si sviluppava l'interpretazio­
ne del rapporto Rousseau-Marx. Rispetto ai dibattiti teorici
non ha mai senso tentare di ristabilire l'« autenticità » di un
testo, per la ragione essenziale che essi pongono al centro
problemi nuovi, che dalla lettura del testo sono stati stimolati
ed evocati: raramente la risposta si trova soltanto al suo in­
terno.
Nel riproporre una traduzione italiana del Saggio sull'ori­
gine delle lingue, sia consentito soltanto sottolineare due
punti di interesse teorico.
La prima questione riguarda l'esito, in chiave di vera e pro­
pria filosofia della storia, della lettura rousseauiana di Lévi­
Strauss. L'assunto che circoscrive le società fredde, senza
scrittura, fuori dal divenire storico, non costituisce soltanto
un essenziale criterio epistemologico dell'etnologia del no­
stro secolo, bensi assume, nel suo maestro, il carattere di
un'ipotesi forte sulla natura e il senso della storia. « Ponendo
fuori del tempo e dello spazio il modello a cui ci ispiriamo
corriamo certamente il rischio di sottovalutare la realtà del
progresso. La nostra posizione ci dimostra che gli uomini
hanno sempre e dovunque intrapreso lo stesso compito asse­
gnandosi il medesimo oggetto e che, nel corso del loro dive-

" C&. LÉVI-STRAUSS, Tristi lropià cit., p. 378.


xxx PAOLA BORA

nire, solo i mezzi sono diversi » ". Cosi scrive Lévi-Strauss


nella sezione conclusiva di Tristi tropici, in quelle pagine in
cui si dichiara allievo e « fratello » di Rousseau, « al quale
ogni pagina di questo libro potrebbe esser dedicata » ". La ri­
petizione vi appare come la connotazione fondamentale della
storia, nell'identità sostanziale dell'umanità: alla conclusione
del diario di viaggio dell'etnologo questa tesi si impone quasi
come principio e senso del viaggio stesso. <<Anche se gli uo­
mini - continua Lévi-Strauss - non perseguono che un solo
scopo, cioè di produrre una società adatta a viverci, le forze
che hanno animato i nostri lontani antenati sono anche pre­
senti in noi. Nulla è perduto; possiamo riguadagnare tutto ...

Sapendo che dopo millenni l'uomo non è riuscito che a ripe­


tersi, raggiungeremo quella nobiltà di pensiero che consiste,
al di là di tutte le ripetizioni, nel dare come punto di partenza
alle nostre riflessioni la grandezza indefinibile degli inizi
[corsivo nostro] » ".
Qui si biforcano le strade di Jean-Jacques Rousseau e del
suo lettore: se la critica rousseauiana al progresso fu tanto rigo­
rosa, continua e vera, fu tale perché vide lucidamente la per­
dita inesorabile che ogni progresso comporta e occulta. Se
non si dà una linea garantita della storia cumulativa, se il pro­
gresso non è legge del divenire, è altresi vero che ogni ripeti­
zione dell'identico è interdetta nella storia degli uomini, neces­
sariamente e moralmente. Non si dà ciclicità, né ritorno, nella
dimensione roussoiana della storicità: la perfezione relativa
dello stato di natura è tale perché unità indifferenziata di tutti
gli elementi della natura, ivi compreso l'uomo. E che di per­
fezione « relativa », non autosufficiente e compiuta, si tratti,
lo prova il fatto che essa non poté sottrarsi a quello « hazard >>
delle origini che segna l'irruzione del divenire storico. Nelle
pagine del Saggio Rousseau si sofferma a piu riprese su que­
sto punto, soprattutto nel capitolo IX. Vi sottolinea, a propo­
sito della « barbarie >>, quell'elemento della paura, anteriore al
riconoscimento di sé e dell'altro come simile a sé e « altro >>

" Ibid., p. 38r.


" Ibzd., p. 379-
" Ibid., pp. JSI-82.
INTRODUZIONE XXXI

- ad un tempo - e alla pietà, nel senso umano autoriflessivo,


che pervade lo stato indifferenziato di quiete: « Questi tempi
di barbarie erano il secolo d'oro, non perché gli uomini erano
uniti, ma perché erano separati . Gli uomini, se si vuole, si attac­
. .

cavano al momento dell'incontro, ma si incontravano rara­


mente. Dappertutto regnava lo stato di guerra, e tutta la terra
era in pace [corsivo nostro] » (Saggio, cap. IX, p. 54). Nello
stesso luogo Rousseau sottolinea la relatività della famiglia
come prima società naturale: « Avevano l'idea di un padre, di
un figlio, di un fratello, e non quella d'un uomo >> (ibid. ). L'au­
toriflessione, che simultaneamente genera il riconoscimento
dell'altro, la prima legge non scritta, relativa alla proibizione
dell'incesto, supera la forma naturale della famiglia. E il lin­
guaggio " segna la percezione di una differenza, che non può
essere abolita: la differenza fra uomo e natura, fra l'umanità e
le altre specie animali, fra io e « altro ». n linguaggio inaugura
un punto di non ritorno, apre un cammino segnato dalla sepa­
razione, che deve essere percorso. Questo è propriamente il
dominio della storia: cominciata per un caso, possibile come
mille altri, inaugurata da quell' una tantum in cui si è dissolta
la perfezione imperfetta dello stato di natura, essa è abitata
da società di uomini, da civiltà, travolta da catastrofi, segnata
da cadute e perdite, ma senza ritorno, senza possibilità di recu­
pero. n ripresentarsi dell'identico è illusione di quiete, con­
cessa forse, talvolta, allo spazio della coscienza individuale,
ma osteggiata con forza e bandita dal corso proprio della sto­
ria, che dall'io è radicalmente separata.
Non si saprebbe tuttavia ripetere qui l'affermazione cate­
gorica di Michèle Duchet, secondo la quale << la liberté et la
perfectibilité ont été données à l'homme pour qu' au sein
d'un état tout prépare le passage à un autre état, pour que l'his­
toire humaine soit un tissu continu, selon le dessin meme de
Diem> ". Questa connotazione fondativa, in senso forte, del
corso storico non appartiene al pensiero di Rousseau: l'inter­
dizione dell'identico non si pacifica in una concezione conti­
nuista della storia in senso cumulativo. n corso di eventi inau-

" Si veda su questi aspetti il cap. IX del Saggio.


"
DUCHET, Le partage des savotrs cit., pp. 2t6·t7.
XXXII PAOLA BORA

gurato dall'uscita dallo stato di natura non può interrompersi,


è vero: ma ciò non equivale a dire che, nella storia, tutto pre­
pari al passaggio da uno stato all'altro. Quanto al « disegno
stesso di Dio » la questione è ancora piu dubbia: se la com­
ponente religiosa è intrinseca ed essenziale al pensiero teorico
di Rousseau, e si è cercato qui di vederne solo qualche ele­
mento, difficilmente tuttavia la si può curvare in una conce­
zione provvidenzialistica della storia. Studi ormai classici
hanno confermato il grosso debito che la religiosità roussoia­
na deve al pietismo: al pietismo ginevrino di Marie Huber,
oscillante nella conciliazione fra misticismo e razionalismo,
in cui l'accentuato aspetto anticristologico (contro la cristofi­
lia dei Fratelli Moravi di Zinzerdorf) sottolinea il tema della
<dontananza » di Dio dal mondo; alla religiosità pietistica
delle comunità di Vevey e del cantone di Vaud, alle quali era
stata assai vicina Madame de Warens, prima della conversione
al cattolicesimo, mantenendo sempre uno stile religioso di
palese impronta pietistica.
n pietismo fu soprattutto bacino di raccolta e di mediazione
fra correnti e filoni religiosi diversi: nel secolo XVIII vi con­
fluirono, spesso senza escludersi a vicenda, « millenarismo e
valorizzazione della coscienza, consapevolezza dell'imminente
volgere di un'epoca, prescienza e annuncio di una nuova legge
(con implicazioni di antinomismo e addirittura di nihilismo) ,
valorizzazione della " luce interiore " della coscienza, privile­
gio di destini individuali (fino al messianismo) , apologia del
sentimento in termini di passionalità religiosa » ", nella comu­
ne ostilità alle chiese ufficiali e alla rigidità dei dogmi. I tratti
della formazione di Rousseau che rinviano a un'influenza di
determinati filoni confluiti nel pietismo, riguardano essen­
zialmente la contraddittorietà nei rapporti fra umano e divino
che porta a non indagare sulla divinità, e nemmeno sulla sua
esistenza, e il tema della « lontananza da Dio », dell'esilio del­
l'uomo dalla divinità, awenuto al momento stesso della crea­
zione, quando Dio si « ritrasse in esilio )) in se stesso. Bene e
male, dunque, non appartengono né alla creazione, né all'in­
dividuo, ma alla società umana nella sua evoluzione. Alla sto-

" F. JESI, Che cosa ha veramente detto Rousseau, Ubaldini, Roma 1972, pp. 30-3I.
INTRODUZIONE XXXIII

ria dunque, nel suo carattere temporale ed empirico di storia


dell'umanità: questo, segnato dall'esilio di Dio, che «lascia
spazio » alla sua creazione, è l'ambito in cui operano perfetti­
bilità e libertà. È lo spazio della moralità e della virtù. In un
senso, tuttavia, che esclude qualsivoglia attuazione di un«di­
segno >> divino. Tale è il senso della «lontananza da Dio »,
uno dei tratti piu complessi della religiosità rousseauiana e al­
tres! quello, come notava Cassirer, per il quale, nel pensiero
di Rousseau, «Dio è assolto », senza essere ignorato, o negato,
o chiamato in causa. La storia umana, in quanto tale, nella
sua profanità, può giungere ad uno stato di virtu e di non
corruzione, al superamento della disuguaglianza, ma questo
non ha né il carattere della rigenerazione, né quello del ritorno
alle origini (che furono << altro » rispetto al mutamento inaugu­
rato con l'aprirsi del divenire storico) e neppure quello di uno
sviluppo lineare progressivo, sia questo garantito secondo
uno schema laico o dal volere divino. Questo è in Rousseau
lo spazio proprio della politica, non di una filosofia della sto­
ria. Con una riflessione politica si chiude, al capitolo xx, il
Saggio sull'origine delle lingue, e si apre un altro capitolo della
lettura di Rousseau.
Comunque la si voglia considerare, la discussione sul Sag­
gio sull'origine delle lingue, in questi anni, ha posto al centro
- come punto di non ritorno - la contraddizione profonda,
che domina la filosofia contemporanea, fra la relativizzazione
del pensiero e della civiltà occidentale, nell'attenzione ad una
pluralità di culture diverse, ed una concezione forte della
storia, fondata sulla possibilità di comprensione teorica del
suo divenire e dei fattori che ne determinano il mutamento.
PAOLA BORA
Pisa, aprile 1989.
N OTA DEL CURATORE

La traduzione del testo di Rousseau è stata condotta sull'edizione critica


curata da Charles Porset e verificata sul testo del manoscritto conservato a
Neuchatel, di cui esiste ora la copia microfilmata presso la Biblioteca della
Scuola Normale Superiore di Pisa.
Non ho rilievi da segnalare al testo stabilito da Porset: il manoscritto di
Rousseau, di grande chiarezza, si presenta peraltro come una redazione defi­
nitiva, pronta per la stampa, corretta e ricorretta con precisione dall'autore
e curata in ogni sua parte. Eventuali, rare, divergenze dal Porset riguardano
problemi di fonti o di interpretazione e sono indicate di volta in volta nelle
note al testo. Le note di Rousseau al testo sono indicate con esponente alfa­
betico e riportate a piè di pagina; le mie note di commento, indicate con
esponente numerico, sono collocate alla fine di ogni capitolo.
Del Saggio sull'angine delle lingue esistono, a mia conoscenza, quattro
traduzioni integrali in lingua italiana, che hanno evidentemente reso piu
agevole il mio compito: quella di Fubini e quella di Verri in particolare mi
sono state di aiuto. Ogni traduzione è di per sé anche un'interpretazione:
alla responsabilità di questa non mi sottraggo per le pagine che seguono, nel
loro complesso. Su due punti che riguardano la traduzione dei termini ac­
cent e voix, credo tuttavia di dover motivare la mia scelta. Con la parola accent
Rousseau indica sia la variazione di tono della voce nella parola, sia i segni
grafici usati nelle lingue scritte. Mi è sembrato che l'italiano accento, che
pure copre i due ambiti di significato, risultasse un po' arcaico nella prima
accezione, col rischio di attenuare il rilievo attribuito da Rousseau al valore
della variazione dei suoni nella lingua. Ho quindi reso accent prevalente­
mente con tono, quando la parola si riferiva al registro della voce, e con ac­
cento quando indicava il segno grafico, mantenendo cosi nel testo italiano la
separazione &a lingua parlata e lingua scritta, centrali nel Saggio di Rous­
seau. Per quanto riguarda il termine voix (fatte salve le espressioni stereoti­
pate come, ad esempio, la voix de la nature), esso viene usato da Rousseau,
in questo testo, con il significato rigoroso di « suoni elementari prodotti dalla
voce umana ». Con esso si intendono dunque quei suoni, in prevalenza inar­
ticolati e vocalici, che sono elementari nel duplice senso di elementi primi
della lingua e di forme originarie nell'ideale evoluzione del linguaggio umano.
Contemporaneamente la centralità della voix, nella concezione rousseauiana
del linguaggio e del suo rapporto con la musica, sta ad indicare una atten­
zione rigorosa al problema del suono come problema linguistico. Le voix
sono continuamente accostate ai sons e distinte da questi: vale a dire acco­
munate ai suoni sotto l'aspetto fonetico, come fenomeni acustici, ma distinte
XXXVI N OTA DEL CURATORE

da questi come suoni della lingua nel loro aspetto linguistico. Nella materia
fonica della parola umana, il cammino dell'atto fonatorio al suono propria­
mente detto e dal suono al senso è simultaneamente percorso. In considera­
zione di tutto ciò ho deciso di rendere voix al plurale prevalentemente con
suoni vocali anziché ripetere sempre un generico voci, che, se talvolta avrebbe
alleggerito la frase, non sarebbe stato preciso nel senso indicato. Inoltre,
senza voler forzare il testo, mi sembra che forse troppo si è insistito sul pri­
mato della voce come primato della coscienza soggettiva, che non è l'unico
elemento della complessa articolazione che Rousseau istituisce fra segno,
parola e suono.

Nel corso di questo lavoro ho ricevuto da molti consigli e aiuto. Desidero


ringraziare in particolare Nicola Badaloni, Enrico Castelnuovo, Tomaso
Cavallo, Remo Ceserani, Alfonso M. lacono, Grazia Incerti, Manlio lofrida,
Giulio Lepschy, Anne Marie Meyer, Arnaldo Momigliano, Salvatore Settis,
Alfredo Stussi, che hanno letto e discusso, in parte o per intero, il dattilo­
scritto. Di tutti gli errori, sviste e mancanze, resto, ovviamente, la sola re­
sponsabile.
Ricordo con grande affetto Arnaldo Momigliano, la sua amicizia, il suo
insegnamento.

TI frammento di Alcmane (92 dell'Anthologia Lyrzca Graeca, Diehl, Leip­


zig r932) è reso nella traduzione di Salvatore Quasimodo (Lirici greci, Mon­
dadori, Milano r967).
SAGGIO SULL' ORIGINE DELLE LINGUE

Questi versi e la loro cadenza


trovò Alcmane, imitando con parole
quello che aveva inteso
dal canto delle pernici.
ALCMANE
CAPITOLO I

DIFFERENTI MEZZI PER COMUNICARE I NOSTRI PENSIERI

La parola distingue l'uomo dagli animali: il linguaggio di­


stingue le nazioni fra loro; non si sa di dove sia un uomo se non
dopo che ha parlato. L'uso e il bisogno fanno apprendere ad
ognuno la lingua del proprio paese; ma che cosa rende tale lin­
gua propria di quel paese e non di un altro? Per dirlo bisogna
risalire a qualche ragione connessa con il luogo e anteriore agli
stessi costumi: la parola, che è la prima istituzione sociale,
deve la sua forma soltanto a cause naturali.
Non appena un uomo riconobbe un altro uomo come un
essere che sente, che pensa e che è simile a lui, il desiderio o il
bisogno di comunicargli i propri sentimenti e i propri pensieri
gliene fece cercare i mezzi. Questi mezzi non possono trarsi
che dai sensi, i soli strumenti attraverso i quali un uomo possa
agire su un altro. Ecco dunque l'istituzione dei segni sensibili
per esprimere il pensiero. Gli inventori del linguaggio non fe­
cero questo ragionamento, ma l'istinto gliene suggeri il risul­
tato. In generale, i mezzi con i quali possiamo agire sui sensi
altrui si limitano a due soltanto, e cioè il movimento e la voce.
L'azione del movimento è immediata attraverso il tatto o me­
diata attraverso il gesto ': la prima, avendo come termine la
lunghezza del braccio, non può trasmettersi a distanza, ma
l'altra giunge tanto lontano quanto il raggio visivo. Cosi resta­
no solamente la vista e l'udito come organi passivi del linguag­
gio fra gli uomini dispersi.
Sebbene la lingua del gesto e quella della voce siano ugual­
mente naturali, tuttavia la prima è piu facile e dipende meno
dalle convenzioni: la maggior parte degli oggetti infatti colpi­
sce gli occhi piu che le orecchie e le figure hanno piu varietà
dei suoni, esse sono anche piu espressive e dicono di piu in
meno tempo. L'amore, si dice, fu l'inventore del disegno '.
4 CAPITOLO I

Avrebbe potuto inventare anche la parola, ma meno felice­


mente: poco contento d'essa la disdegna, l'amore possiede
modi piu vivi per esprimersi. Quante cose disse al suo aman­
te colei che, presa da desiderio, ne disegnò il profilo ! Quali
suoni avrebbe potuto impiegare per rendere quel tratto di
matita?
I nostri gesti non esprimono nient'altro che la nostra na­
turale inquietudine; non è di questi che voglio parlare. So­
lo gli europei gesticolano quando parlano e si direbbe che
tutta la forza della loro lingua stia nelle braccia; vi aggiun­
gono anche quella dei polmoni e tutto ciò non serve loro
granché. Nel mentre che un francese si agita e si dimena per
dire tante parole, un turco toglie un momento la pipa dalla
bocca, dice due parole a mezza voce, e lo annienta con una
massrma.
Da quando abbiamo imparato a gesticolare, abbiamo di­
menticato l'arte delle pantomime ', per lo stesso motivo per
cui, con tante belle grammatiche, non comprendiamo piu i
simboli degli egiziani '. Ciò che gli antichi dicevano con la
piu gran vivacità, non l'esprimevano a parole, ma a segni;
non lo dicevano, lo mostravano.
Aprite la storia antica, la troverete piena di queste maniere
di argomentare agli occhi, e tali maniere non mancavano di
produrre un effetto piu sicuro di tutti i discorsi che vi si sareb­
bero potuti sostituire: l'oggetto, esibito prima di parlare,
scuote l'immaginazione, eccita la curiosità, tiene lo spirito in
sospeso e in attesa di ciò che si sta per dire. Ho notato che gli
italiani e i provenzali, presso i quali normalmente il gesto
precede il discorso, riescono cosi a farsi ascoltare meglio e
con maggior diletto. Ma il linguaggio piu energico è quello in
cui il segno ha detto tutto prima che si parli. Tarquinio ', Tra­
sibulo tagliando le cime dei papaveri ', Alessandro apponendo
il sigillo sulla bocca del suo favorito ', Diogene passeggiando
davanti a Zenone, non hanno parlato meglio che con le paro­
le? Quale giro di parole avrebbe espresso cosi bene le stesse
idee? Dario impegnato nella Scizia col suo esercito ricevette
da parte del re degli sciti una rana, .un uccello, un topo e cin­
que frecce: l'araldo consegnò il dono in silenzio e se ne andò.
Questa terribile aNinga fu compresa e Dario non ebbe altro
DIFFERENTI MEZZI PER COMUNICARE 5

pensiero che quello di ritornare al suo paese al piu presto •.


Sostituite una lettera a questi segni, piu sarà minacciosa,
meno sarà terribile; non sarà nient'altro che una fanfaronata
di cui Dario avrebbe soltanto potuto ridere.
Quando il levita di Efraim ' volle vendicare la morte di sua
moglie, non scrisse affatto alle tribu di Israele, divise il corpo
in dodici pezzi e glieli mandò. A tale orribile vista, quelli cor­
sero alle armi gridando a una sola voce: « no, mai nulla del
genere capitò fino a oggi in Israele dal giorno che i nostri padri
lasciarono l'Egitto ». E la tribu di Beniamino fu sterminata •.
Ai nostri giorni la questione, volta in arringhe, in discussioni,
magari in farse, si sarebbe trascinata in lungaggini e il piu or­
ribile dei crimini sarebbe rimasto impunito. Analogamente il
re Saul, di ritorno dall'aratura, tagliò a pezzi i buoi del suo
aratro e usò questo segno per far marciare Israele in soccorso
della città di labesh ". I profeti ebrei, i legislatori greci, pre­
sentando spesso al popolo degli oggetti sensibili gli parlavano
meglio per mezzo di questi di quanto non avrebbero fatto con
lunghi discorsi; la maniera in cui, secondo Ateneo ", l'oratore
lperide fece assolvere la cortigiana Frine, senza aggiungere
una sola parola in sua difesa, è ancora un'eloquenza muta il
cui effetto non è raro in tutti i tempi.
Si parla dunque agli occhi assai meglio che alle orecchie:
non vi è nessuno che non awerta la verità del giudizio di
Orazio in proposito ". Si vede anche che i discorsi piu elo­
quenti sono quelli in cui si inserisce il piu gran numero di im­
magini e i suoni posseggono la piu grande efficacia quando
fanno l'effetto dei colori.
Ma allorché si tratta di commuovere il cuore e di accendere
le passioni, è tutt'altra cosa. La sequenza temporale del di­
scorso, ove le voci si susseguono u, suscita ben altra emozione
che non la presenza dell'oggetto stesso colto con un colpo
d'occhio. Supponete una situazione di dolore perfettamente
nota, vedendo la persona afflitta difficilmente sareste com­
mossi fino a piangere; ma !asciategli il tempo di dirvi tutto ciò
che prova e subito vi scioglierete in lacrime. È cosi che le sce-

a Non restarono che seicento uomini senza donne né bambini.


6 CAPITOLO I

ne di tragedia producono il loro effetto b . La sola pantomima,


senza discorsi, vi lascerà quasi tranquilli; il discorso senza ge­
sto vi strapperà le lacrime. Le passioni hanno i loro gesti, ma
hanno anche i loro toni che ci fanno trasalire; questi toni, dei
quali non si può svelare il segreto meccanismo, penetrano at­
traverso questo fino in fondo al cuore, vi portano nostro mal­
grado i movimenti che li suscitano e che ci fanno sentire
quello che ascoltiamo. Concludiamo che i segni visibili ren­
dono piu esatta l'imitazione, ma l'interesse si risveglia meglio
attraverso i suoni.
Questo mi fa pensare che se non avessimo mai avuto nien­
t'altro che bisogni fisici, avremmo ben potuto non parlare mai
e comprenderci perfettamente con la sola lingua del gesto.
Avremmo potuto costituire delle società poco diverse da ciò
ch'esse sono oggi, o che addirittura avrebbero funzionato
meglio per il loro scopo: avremmo potuto istituire leggi, sce­
gliere capi, inventare arti, impiantare il commercio, e fare, in
breve, quasi altrettante cose di quante ne facciamo con l'aiuto
della parola. La lingua epistolare dei Salam c trasmette, senza
paura dei gelosi, i segreti della galanteria orientale attraverso
gli harem meglio custoditi. I muti del Gran Signore " si capi­
scono fra di loro e capiscono tutto ciò che viene loro detto
attraverso segni, altrettanto bene che se comunicassero con il
discorso. Il signor Pereire " e quelli che, come lui, insegnano
ai muti non solo a parlare ma a comprendere ciò che viene
detto sono costretti ad insegnare loro dapprima un'altra lin­
gua, non meno complicata, con l'aiuto della quale possono
far loro intendere la lingua parlata.
Chardin " racconta che nelle Indie i commercianti, pren­
dendosi l'un l'altro la mano e modificando il contatto in una
maniera che nessuno può percepire, trattano cosi ogni loro
affare, davanti a tutti ma in segreto, senza scambiarsi una pa-

b Ho spiegato altrove perché le sofferenze simulate ci colpiscono molto piu di


quelle vere. Cosi singhiozza davanti alla tragedia chi in vita sua non ebbe mai pietà di
nessun disgraziato. L'invenzione del teatro è formidabile per inorgoglire il nostro
amor proprio di tune le virtu che non abbiamo.
c I << Salam�) sono quantità di cose &a le pill comuni, come un'arancia, un nastro,
del carbone, ecc.; il cui invio segue un senso conosciuto da tutti gli amanti nel paese in
cui questa lingua è in uso.
DIFFERENTI MEZZI PER COMUNICARE 7
rola. Immaginate questi commercianti ciechi, sordi e muti:
ciò nonostante si capirebbero fra loro. La qual cosa mostra
che, dei due sensi attraverso i quali noi siamo attivi, uno solo
sarebbe sufficiente per formarci un linguaggio.
Appare ancora dalle stesse osservazioni che l'invenzione
dell'arte di comunicare le nostre idee dipende non tanto da­
gli organi che ci servono a questa comunicazione, quanto da
una facoltà propria dell'uomo, che gli fa impiegare i suoi or­
gani per questo uso, e che, se pure questi gli mancassero, glie­
ne farebbe impiegare altri per lo stesso fine. Attribuite all'uo­
mo un'organizzazione rozza quanto volete: senza dubbio egli
sarà in grado di acquisire un minor numero di idee; ma a
condizione soltanto che vi sia fra lui e i suoi simili qualche
mezzo di comunicazione attraverso il quale l'uno possa agire
e l'altro sentire, essi giungeranno a comunicarsi alla fine tante
idee quante ne posseggono.
Gli animali hanno un'organizzazione piu che sufficiente
per tale comunicazione, e mai nessuno di loro ne ha fatto
questo uso. Questa mi pare una differenza assai caratteristica.
Non metto in dubbio che quelli che lavorano e vivono in co­
mune, come i castori, le formiche, le api, abbiano qualche
lingua naturale per comunicare fta loro. Vi è anche ragione
di credere che la lingua dei castori e quella delle formiche
siano gestuali e parlino solamente agli occhi. Ad ogni modo,
per il fatto stesso che tutti e due questi linguaggi sono natu­
rali, non sono acquisiti; gli animali che li parlano li usano fin
dalla nascita, tutti e ovunque gli stessi: non li mutano affatto,
non fanno in ciò il minimo progresso. La lingua di conven­
zione appartiene soltanto all'uomo. Ecco perché l'uomo fa
dei progressi sia in bene che in male, e perché gli animali non
ne fanno ". Questa sola distinzione sembra portare lontano:
la si può spiegare, si dice, con la differenza degli organi ". Sa­
rei curioso di vedere questa spiegazione.

1 L'identificazione del << linguaggio d'azione >> come forma originaria della
comunicazione umana, in cui convergono successivamente il gesto, la
rappresentazione mimica, la danza, è comune oggetto di indagine nel
Settecento. Ne discutono significativamente William Warburton (x698-
I779), vescovo di Gloucester, e Condillac, che al primo piu volte si rife.
8 CAPITOLO I

risce. L'opera di Warburton, fondamentale nel secolo XVIII per il dibat­


tito sull'origine delle lingue e sulle scritture prealfabetiche, The Divine
Legation o/ Moses demonstrated, on the Principles o/ a Religious Deist fu
pubblicata a Londra in due volumi negli anni 1737-41. Léonard de Mal­
peines ne trasse un adattamento per il pubblico francese, traducendone
le parti relative ai geroglifici in un primo volwne. n secondo volume della
versione francese aggiungeva delle parti nuove all'opera di Warburton.
Redatto da Malpeines, raccoglieva discussioni e documentazione sulla
scrittura cinese (con scritti di Fréret, Fourmont e dei missionari), in par­
ticolare vi si riasswnevano le piti importanti memorie di N. Fréret, con
grande rilievo quella sulla lingua cinese, ampiamente riportata testual­
mente (dr. oltre, nota I al cap. v). L'opera completa apparve a Parigi nel
1744, col titolo integrale di Essai sur les hiéròglyphes des Égyptiens, où
l'on voit l'Origine et le Progrès du Langage et de l'Écriture, l'Antiquité
des Sciences en Égypte, et l'Origine du culte des Animaux, avec des Obser­
vations sur l'Antiquité des Hiéroglypbes Scientifiques, et des Remarques
sur la Chronologie et sur la première Ecriture des Chinois ed ebbe un ruolo
di primo piano nel dibattito francese.
Condillac discute il tema del linguaggio d'azione nella seconda parte, dedi­
cata al linguaggio, del suo Essai sur l'origine des connaissances humaines,
Paris 1746 (trad. it. in E. B. DE CONDILLAC, Opere, a cura di C. A. Viano,
Utet, Torino 1976, Saggio sull'origine delle conoscenze umane, pp. 207-15).
' La leggenda dell'amore di una fanciulla all'origine dell'arte del disegno,
alla quale accenna qui Rousseau, si trova in PLINIO, Storia naturale,
XXXV, 43, 12. Tale testo è ripreso e commentato da ATENAGORA, Libel­
lus pro christianis, 17.
' Dell'arte delle pantomime come autentico linguaggio gestuale dei popoli
antichi, in particolare dei greci e dei romani, discute a lungo Condillac
(Saggio sull'origine delle conoscenze umane cit., pp. 230-36) accostando
le pantomime all'uso del canto nella recitazione e vedendo in essi il ritorno
inconsapevole, con una maggior ricchezza espressiva e comunicativa, al
linguaggio d'azione che era stato quello originario dell'wnanità. Fonte
autorevole di Condillac è l'abate JEAN-BAPTISTE ou BOS (1670-1742), au­
tore delle Réflexions critiques sur la poésie et sur la peinture, del 1719, piti
volte riedito e tradotto, in cui riporta le fonti antiche sull'arte del gesto
presso i romani. È in Du Bos che si trova anche la distinzione fra popoli
settentrionali e popoli meridionali rispetto al linguaggio: questi ultimi,
naturalmente piu dotati di sensibilità e immaginazione, svilupparono un
linguaggio ricco di immagini, di espressività, capace di commuovere. La
distinzione acquista in Rousseau un'importanza fondamentale per tutta
la concezione del linguaggio (cfr. capp. VIII, IX, x, XI del presente Saggio
sull'origine delle lingue).
' n pessimismo di Rousseau sulla possibilità di una comprensione dei gero­
glifici degli antichi egiziani e il loro accostamento all'arte della panto­
mima, a modi codificati di espressione gestuale dei popoli antichi, ormai
perdute, corrisponde a una duplice attitudine diffusa nel secolo XVIII.
Per tutto il secolo precedente la possibilità di una interpretazione dei gero­
glifici egiziani era apparsa legata, per la loro natura simbolica, all'eserci-
DIFFERENTI MEZZI PER COMUNICARE 9
zio dell'intuizione del senso della figura, non assimilabile alla ricerca di
valori di convenzione corrispondenti nella scrittura a parole o suoni lin­
guistici. Taie interpretazione intuitiva, basata sul caratterefigurativo della
scrittura egiziana, fu al centro dell'opera di ATANASIUS KIRCHER che nel
suo CEedipus aegyptiacus (Roma 1652-54, 4 voli.) fornisce una spiegazione
simbolica, simbolico-religiosa e allegorica dei segni degli egiziani. Fonti
antiche di tale ermeneutica erano gli Hyeroglyphica di ORA POLLO e soprat­
tutto gli Stromata di CLEMENTE ALESSANDRINO, testi diffusi per tutto )'U­
manesimo e il Rinascimento, tradotti nel XVII secolo e nei quali, partico­
larmente negli Stromata, si trovava una tipologia del simbolismo egiziano:
per imitazione, tropico, allegorico ed enigmatico. La reazione del secolo
XVIII a tale ermeneutica esoterica fu radicale. Contro la facilità simbolista
Nicolas Fréret (r688-r749) affermava, in una memoria del 1746, che la
scrittura degli egi2iani, collegata all'antico sapere religioso, è assoluta­
mente incomprensibile e destinata a rimanere tale ( Observations générales
sur l'origine et sur l'andenne histoire des premiers habitants de la Grèce: si
tratta, come la memoria del qr8, piu avanti citata, di una dissertazione al­
l' Académie des Inscriptions et Belles Lettres, successivamente varie volte
ripubblicata, oltre che nei Mémoires de l'Académies des Insm"ptions et Bel­
/es Lettres, t. 47, p. I, nelle edizioni delle opere di Fréret, cfr. N. FRÉRET,
CEuvres complètes, Paris 1796, voll. IO in 20 tomi, al t. r, pp. 267-95). Un
parere analogo aveva espresso in uno scritto del I7I8 Ré/lexions sur !es
prina"pes généraux de l'art d'écrire, et en particulier sur !es fondements de
l'écriture chinoise (CEuvres complètes cit., t. 6, pp. 228-3I2) che liquidava
il pregiudizio simbolista neoplatonico inserendo i geroglifici egiziani in
un quadro comparativo dei sistemi di scrittura in cui questi corrisponde­
vano alla scrittura rappresentativa o reale degli oggetti stessi e dei loro rap­
porti. Il carattere figurativo dei geroglifici diveniva modalità interna del
rapporto oggetto-segno entro una vera e propria scrittura riconosciuta
come tale e comparabile alle altre, se pure non decifrabile proprio per il
suo essere segno di cosa, non notazione fonetica. Con William Warbur­
ton, nella Divine Legation (d'ora in avanti il riferimento è all'edizione
francese del 1744 Essai sur !es hiéroglyphes, ma le citazioni rinviano alla re­
cente edizione critica: w. WARBURTON, Essai sur !es hiéroglyphes des Égip­
tiens, a cura di Patrick Tort, Flammarion, Paris 1977), la comparazione
delle scritture è organizzata in un sistema che dà conto dello sviluppo sto­
rico nelle modificazioni del segno grafico in rapporto ai bisogni e alla na­
tura delle società. Le scritture compongono un sistema connesso e diverso:
per una semplice graduazione la storia generale della scrittura procede
dalla rappresentazione pitturale degli oggetti fino all'imposizione della
lettera, con l'avvento della foneti2zazione della scrittura alfabetica. Gli
egiziani vi occupano un gradino immediatamente successivo a quello delle
pitture dei messicani, come già in Fréret: i loro geroglifici, piu che semplici
pitture delle cose, usando tutte le potenzialità evocative delle figure sono
una << scrittura di idee», uno stadio mimetico, ancora all'infanzia dell'u­
manità, lontano da quell'agilità d'uso e attenzione alla « cosa significata »
piuttosto che all'immagine che denota il progresso della scrittura alfabe­
tica. Espressività, immagine, prossimità alle origini connotano i gerogli­
fici degli egiziani come le pantomime degli antichi greci e romani. Cfr. su
IO CAPITOLO I

questi temi il cap. v, Sulla scrittura del presente Saggio. Per il dibattito
sulle scritture antiche nei secoli XVII e xvm, c&. M. v. DAVID, Le débat sur
/es écritures et l'hiéroglyphe au XVII' et XVIII ' siècle et l'application de la no·
tion de déchi/frement aux écritures mortes, S.E.V.P.E.N., Paris 1965.
' LIVIO, I, 54 Secondo Livio, Tarquinio il Superbo, decapitando le cime
·
dei papaveri, indicava al messaggero inviatogli da suo figlio Sesto la sorte
da riservare ai notabili dei Gabi. È uno di quei segni emblematici del lin­
guaggio muto ricorrente &a gli autori del secolo xvm. Lo cita ad esempio
MONTESQUIEU nella lettera CXXVIII delle sue Lettres Persanes (1721)
( trad. it. Lettere Persiane, a cura di ]. Starobinski, Rizzoli, Milano 1984,
p. 234). Si ritrovano questo esempio e i seguenti, in termini analoghi, al
quatto libro dell'Emilto, nel contesto di un'esaltazione dell'eloquenza an­
tica per la misura e l'essenzialità delle parole. Cfr. J.- J. ROUSSEAU, Émile,
Flammarion, Paris 1966, p. 422.
6 ERODOTO, I, 92.

7 PLUTARCO, Vite parallele, Vita di Alessandro Magno, 39 ·


8 ERODOTO, IV, 131-35. Questo racconto contenuto in Erodoto è un topos
di tutte le opere dedicate alla storia della scrittura, come esempio di effi­
cacia del segno non letterale. Lo tramanda Clemente Alessandrino, da
Ferecide Sirio, nel V libro degli Stromata, lo riprende commentandolo a
lungo Warburton nella Divine Legation cit., p. 87, come un esempio di
messaggio composto di << azione» e << simbolo>>, in luogo di discorso e
scrittura. Voltaire cita questo stesso esempio come una forma materiale
di << espressione geroglifica >> dovuta ad una permanenza dell'attitudine,
superata ma ancora recente negli uomini di quell'epoca, a scrivere per
geroglifici piuttosto che con caratteri fonetici (c&. F. M. A. VOLTAIRE,
Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni e sui principalifatti della storia
da Carlo Magno sino a Luigi XIII, trad. di M. Minerbi, Edizioni per il
Club del libro, Milano-Novara 1966-67, vol. I, p. 165): << ll racconto può
non essere vero, ma offre pur sempre una testimonianza sui simboli ado­
perati in quei tempi remoti >>. L'espressione emblematica e simbolica,
ben !ungi dal significare come in Rousseau un arricchimento e una mag­
giore impressione rispetto al discorso, rappresenta per Voltaire e War­
burton uno stadio arretrato nello sviluppo della civiltà.
9 Libro dei Giudici, Appendice II, XIX sgg.
10
Libro di Samuele, I, II.
11 ATENEO, grammatico greco di Naucrati, in Egitto, vissuto fra la fine del
II e il principio del m secolo. Scrisse i Deipnoso/isti (Banchetto dei dottt)
in quindici libri, in cui immagina di riferire a Timocrate le convers22ioni
fra ventuno illustri commensali. L'importanza dell'opera è dovuta al fatto
che essa riporta numerosi frammenti di opere greche perdute. Vi si trova
anche il racconto della difesa della cortigiana Frine da parte di Iperide,
ove Ateneo attribuisce all'oratore l'astuzia di esibire la bellezza di Frine
davanti ai giudici per ottenere la clemenza. Diversamente riferisce il fatto
QUINTILIANO, Istitutio oratoriae, II, 15, ove è Frine stessa che, ignorando
il suo awocato, si salva la vita in extremis aprendosi la tunica davanti ai
giurati. In questa versione l'aneddoto è riportato da MONTAJGNE, Essais,
libro III, cap. XII, De la Phisionomie.
DIFFERENTI MEZZI PER COMUNICARE II
12
ORAZIO , Ars poetica, 180-82.
u Come fa notare ]. Starobinski, Rousseau « riconosce perfettamente la
differenza specifica, di ordine temporale, che caratterizza la parola. Nel­
la qual cosa egli anticipa le note di Ferdinand de Saussure: « Che gli ele­
menti che formano una parola si susseguono, è una verità che sarebbe
meglio non considerare, in linguistica, come una cosa priva di interesse
in quanto evidente, ma che costituisce al contrario il principio centrale
di ogni riflessione utile sulle parole >>: J. STAROBINSKI, Rousseau et l'origi­
ne des langues, in ].-]. Rousseau. La tranrparence et l'obstacle, suivi de
sept essais sur Rousseau, Gallimard, Paris 1971, p. 372 (trad. it. nostra: il
saggio in questione come gli altri pubblicati in appendice nel volume
francese non sono riportati nella traduzione italiana, La trasparenza e l'o­
stacolo. Saggio su ].-]. Rousseau, n Mulino, Bologna 1982). Cfr. anche
ID., Les anagrammes de Ferdinand de Saussure, in « Mercure de France »,
febbraio 1964, p. 254·
" B. LAMY, La Réthoriqueou l'art deparler, où l'on a ajouté ses nouvelles réf/e­
xions sur l'art poetique, Genève 1725, p. 3 (prima edizione, Paris r687).
" JACOB-RODRIGUE PEREIRA, detto PEREIRE (1715·80), fu il primo riabiJita­
tore dei sordomuti. Buffon, La Condamine, d'Aiembert, Diderot erano
abituali frequentatori delle sue lezioni. Rousseau lo cita, all'articolo Chant
del Dictionnaire de musique, come l'unico del suo tempo che facesse
parlare i muti. n metodo complesso di Pereire, al quale allude qui Rous­
seau, è conosciuto come dattilologia. Buffon traccia un importante Éloge
de Pereire al t. I della sua Histoire Nature/le.
16 JEAN CHARDIN (r643-I713), viaggiatore francese, autore del notevole
Voyage du chevalier Chardin en Perse, et d'autres lieux de l'Orient. Nouvelle
édition augmentée, in 4 tomi, Amsterdam 1735 (la prima edizione completa,
in 3 tomi, è del I7II). Una prima parte del libro era stata pubblicata a
Londra nel r686 riscuotendo il giudizio favorevole di BAYLE nelle << Nou­
velles de la République cles Lettres », settembre-ottobre r686. L'opera,
ricca di informazioni, sottolinea con insistenza l'influenza del clima sulla
condizione umana: fu un testo di grande celebrità, molto letto nel secolo
XVIII. Montesquieu ne trae gli elementi essenziali della sua documenta­
zione per le Lettres Persanes. Chardin, della cui relazione Rousseau aveva
compilato degli estratti per Mme Dupin, costituisce la principale fonte
per la Persia e le Indie Orientali del Saggio sull'origine delle lingue. A lui,
oltre che al padre DU TERTRE, Histoire générale des iles de St. Christophe,
de la Guadaloupe, de la Martinique et autres dans l'Amérique, où l'on ve"a
l'établissement des colonies françaises, Paris r654, in diversa maniera
Rousseau deve molti elementi delle sue suggestive descrizioni delle soàetà
a climi caldi (cfr. soprattutto il cap. IX del presente Saggio) , per quel che
concerne il carattere delle lingue di quei popoli (Chardin), il rapporto che
l'uomo vi ha con la dimensione temporale, l'alternarsi di lavoro e di ozio,
l'assenza di previdenza in economia, la natura irruente e mutevole delle
passioni (Du Tertre e Chardin). Piu in generale per quel che riguarda la
letteratura di viaggi dei secoli xvn-xvrn, la conoscenza di Rousseau è ac­
curata ed estesa. Vale anche per il Saggio sull'origine delle lingue quanto
Starobinski afferma a proposito del Discorso sull'origine dell'ineguaglianza
12 CAPITOLO I

(nota 2 alla p. 141 in ROUSSEAU, IEuvres complètes cit. sopra, alla nota 3
dell'Introduzione, vol. m, p. 1315, alla quale rinviamo). Il Saggio è per­
corso da frequentissime notazioni di carattere etnologico e sociologico,
delle quali è possibile rilevare la fonte nelle numerose relazioni di viaggi
del periodo, senza che sia tuttavia necessario e opportuno un rinvio lineare
caso per caso. Ci limiteremo pertanto al rimando testuale solo nel caso di
una citazione diretta di Rousseau o laddove la fonte appaia di un'impor­
tanza generale, connotata di uno specifico significato per il contesto o per
il pensiero di Rousseau. Egli stesso si preoccupa d'altronde che i rilievi an­
tropologici abbiano un'evidenza impersonale, piu generale della narra­
zione del singolo viaggiatore, acquisendo cosi uno statuto propriamente
teorico. Tale operazione risultava del resto pienamente comprensibile e
consona al contesto culturale del secolo XVIII: l'Histoire générale der voya­
ges, ou nouvelle collection de toutes /es relations de voyages (Didot, Paris
1746-89, 20 voll.), dell'abate PREVOST era assai diffusa, cosi come il costu­
me letterario di intessere la trama del testo con aneddoti e informazioni
tratte dai racconti di viaggi.
17 Un rinvio esplicito al testo del secondo Discorso (c&. nota 13 dell'Intro­
duzione) si rende qui necessario, sia per precisare il senso del passo che
precede, dando un « nome» a questa « facoltà propria dell'uomo », sia
per penetrare meglio il complesso rapporto che lega il secondo Discorso
e il Saggio sull'origine delle lingue, individuando la tematica generale in
cui il Saggio si incunea, puntuali2zandola e arricchendone le determina­
zioni. Scrive Rousseau nel Discorso sull'origine dell'ineguaglianza (1755)
(pp. 109-10 della trad. it. a cura di V. Gerratana, citata sopra, alla nota 6
dell'Introduzione) : « Ogni animale ha delle idee, dato che ha dei sensi,
e fino a un certo punto coordina anche le sue idee, da questo punto di
vista l'uomo differisce dalla bestia solo quantitativamente. . . Non è per­
ciò tanto l'intelletto che distingue in modo specifico l'uomo tra gli ani­
mali, quanto la sua qualità di agente libero. La natura comanda a tutti gli
animali, e la bestia obbedisce. L'uomo prova lo stesso impulso, ma si sente
libero di aderire o di resistere; ed è soprattutto nella consapevolezza di
questa libertà che si manifesta la spiritualità della sua anima: poiché la fi.
sica può spiegare in qualche modo il meccanismo dei sensi e la formazione
delle idee, ma nella capacità di volere, o meglio di scegliere, e nella co­
scienza di questa capacità, si trova solo un'attività spirituale, di cui niente
è spiegabile con le leggi della meccanica. Ma qualora le difficoltà che in­
sidiano tali problemi lasciassero ancora in discussione qualche aspetto di
questa differenza tra l'uomo e l'animale, esiste un'altra qualità molto spe­
cifica che li distingue, e sulla quale non ci possono essere contestazioni,
ed è la facoltà di perfezionam:· essa, con l'aiuto delle circostanze, sviluppa
succersivamente tutte le altre facoltà, ed è insita in noi sia nella specie, sia
nell'individuo, mentre l'animale, passato qualche mese, è quale sarà tutta
la vita, e la sua specie, dopo mille anni, è ciò che era il primo di questi
mille anni [corsivo nostro] ».
L'uomo dunque vuole, sceglie ed ha coscienza di questa sua capacità: in
questo sta la lzbertà che lo distingue dagli animali sottoposti alla necessità
dei comandi della natura. Taie naturale, essenziale libertà e la facoltà di
DIFFERENTI MEZZI PER COMUNICARE 13

pedezionarsi si innestano l'una sull'altra e reciprocamente si definiscono:


l'uomo fa dei progressi oltre la durata individuale grazie a questa capacità
di scegliere, evadendo i limiti della necessità naturale. Come libertà e
perfettibilità (secondo Discorro, citato sopra, alla nota 13 dell'Introdu­
zione, p. no) si identifichino sarà chiarito da Rousseau con la tematizza·
zione della facoltà dell'immaginazione, a proposito della pietà (cfr. Sag­
gio, cap. rx).
TI Saggio specifica questa differenza radicale posta nel Discorso attraverso
la determinazione dell'opposizione linguaggio naturale · lingua di con·
venzione. Solo quest'ultima è propria esclusivamente dell'uomo. Nel Di·
scorro, nella parte relativa all'origine del linguaggio (ed. cit., pp. 114-19),
il passaggio dal linguaggio naturale al linguaggio di convenzione segue lo
schema evolutivo dei progressi della socialità, secondo un rapporto di
analogia esterna, non segnato da interne rotture. TI Saggio, individuando
nel linguaggio un oggetto specifico, marca questa rottura. La parola, at­
to linguistico di convenzione per eccellenza, in quanto attribuzione se·
gnica tramite l'articolazione della voce, distingue l'uomo dagli animali,
come scrive Rousseau, in apertura del Saggio. Essa, per le stesse caratteri·
stiche, costituisce << la prima istituzione sociale »: tramite la parola l'uomo
nasce come essere sociale, non secondo uno sviluppo necessario della
« socialità >> naturale, ma in quanto capace di « inventare » liberamente
forme di comunicazione con i suoi simili e di impiegare i propri organi a
questo scopo. La connotazione della parola come prima istituzione sociale
scioglie il circolo, in cui si era inceppato il Discorro (ed. cit., p. 114), insito
nella domanda se fosse la costituzione della società prioritariamente neces­
saria all'istituzione del linguaggio o viceversa. La parola, ad un tempo
inventata, convenuta e istituita, pone in atto la socialità e la lingua, in un
gesto di assoluta libertà. Alle ragioni della necessità, ai bisogni fisici sa­
rebbe ben stato sufficiente il linguaggio naturale del gesto. La lingua di
convenzione, espressione della libertà, è dunque conseguenza della per­
fettibilità, questa « facoltà propria dell'uomo », « che sviluppa successiva­
mente tutte le altre facoltà >>: non nasce dal bisogno fisico, né dalla pura
attività razionale, poiché l'intelletto opera, come si afferma nel Discorro,
anche nel mondo animale, sia pure in diversa misura. La perfettibilità si
definisce specificamente nel Saggio, attraverso le determinazioni della
coscienza e dell'autoriflessione, nel riconoscimento dell'altro : è nell'atto
di riconoscere un altro essere come << essere che sente, che pensa e che è
simile a sé» che la coscienza si radicalizza, autoriflettendosi, e si distin­
gue dalla ragione; è in questo riconoscimento che la lingua di convenzione
si fonda come assolutamente umana.
18
Questa affermazione di Rousseau ci sembra rinviare, piu che a un testo
preciso, a tutta una linea di interpretazione teorica fortemente presente
nel secolo xvm. La dtfferenza degli organi, di cui si parla qui, rimanda
alla teoria dei diversi livelli di complessità nell'organizzazione degli esseri
viventi che esclude, in quanto tale, l'idea di una facoltà distintiva che se­
pari caratteristicamente l'uomo da tutti gli altri esseri. Va sottolineato
che, descrivendo nel Discorro l'animale come una « macchina complessa »
(ed. cit., p. 109), Rousseau, a differenza di Descartes (cfr. la parte V del
CAPITOLO I

Discorso sul metodo) non gli nega né l'intelletto, né la capacità di pro­


durre idee e di coordinarle, spingendosi in qualche modo piu avanti di
Buffon che, nel Discours sur la nature des animaux, I753 (Histoire natu­
relle, vol. VII) non amm ette pensiero e riflessione nell'animale, mancando
in esso la facoltà di comparare le sensazioni, cioè la capacità stessa di pro­
durre idee. In Buffon, come in Rousseau comWlque, la facoltà di perfezio­
narsi nell'individuo e nella specie scava Wl solco irriducibile &a l'uomo e
l'animale (c&. anche G.-L. L. DE BUFFON, Histoire naturelle de l'homme,
r749) . Per La Mettrie, al contrario, « dagli animali all'uomo la transizione
non è violenta» (J.-0. DE LA METTRIE, L'homme-machine, r748, trad. it.
L'uomo-macchina, in Opere filosofiche, a cura di Sergio Moravia, Laterza,
Bari r978, p. r9r). « Tutto dipende completamente dalla diversità del­
l'organismo >> (ibid., p. 234), dalla diversità di organi2zazione dei livelli
della materia, « egli [l'uomo] sta alla scimmia e agli animali piu intelli­
genti come il pendolo planetario di Huygens sta ad un orologio diJulien
Leroy. Se sono stati necessari piu strumenti, piu ruote, piu molle per se­
gnare i movimenti dei pianeti che per segnare le ore o per ripeterle; se
Vaucanson ha avuto bisogno di un'arte maggiore per costruire il suo
flautista che il suo canarino, ne avrebbe dovuta impiegare ancora di piu
per fare Wl parlante, macchina che non può piu essere considerata impos­
sibile soprattutto &a le mani di un nuovo PrometeO >> (ibid., p. 227). Si
tratta di Wla teoria gradualista del vivente che ha una risonanza piu ampia
del materialismo meccanicista di La Mettrie. Da un altro punto di vista,
Diderot suggeriva, nell'lnterprétation de la nature (1753), una « storia
della vita >> ispirata ad un principio analogo: « il filosofo, abbandonandosi
alle sue congetture, non potrebbe forse sospettare che l'animalità abbia
avuto fin dall'eternità i propri elementi particolari sparsi e confusi nella
massa della materia; che a questi elementi sia accaduto di riWlirsi, perché
era possibile che ciò awenisse; che l'embrione formato da questi ele­
menti, sia passato attraverso Wl'infinità di organizzazioni e di sviluppi;
che abbia avuto successivamente movimento, sensazione, idee, pensiero,
riflessione, coscienza, sentimenti, passioni, segni, gesti, suoni articolati,
una lingua, delle leggi, delle scienze e delle arti, che &a ciascuno di questi
sviluppi, siano trascorsi milioni di anni... >> (trad. it. D. DIDEROT, Inter­
pretazione della natura, in Opere filosofiche, a cura di Paolo Rossi, Feltri­
nelli, Milano 1963, p. 166). Lo stesso Voltaire, notoriamente lontano da
queste pur diverse forme di materialismo, e dall'idea di un gradualismo
continuo nella scala del vivente, era incline a vedere dagli animali all'uo­
mo una differenza nel grado di complessità dell'organizzazione, ai cui
interni livelli la legge naturale fissa i limiti di ciascuna specie. Essi non
hanno altra ragione che la conformazione degli organi che definisce l'i­
stinto proprio a ciascun livello. « Non possiede ogni animale un istinto
irresistibile, cui è costretto ad ubbidire? Che cos'è questo istinto? La di­
sposizione degli organi, di cui, col tempo, si sviluppano le attitudini; e
l'istinto non può svilupparsi fin dall'inizio, perché gli organi non sono
ancora completamente maturi >> (VOLTAIRE, Saggio sui costumi cit., vol. I,
p. 43). Cosi scrive Voltaire nella Philosophie de l'histoire, aggiunta come
Introduzione all'Essai sur !es ma?urs (ed. del 1765), quando era già con­
sumata la polemica con Rousseau. È utile notare che è proprio la nozione
DIFFERENTI MEZZI PER COMUNICARE

di instinct, in tal modo intesa, che Voltaire oppone sistematicamente a


quei passi del Discorso in cui Rousseau differenzia l'uomo da tutti gli altri
esseri, come risulta dalle note marginali apposte da Voltaire all 'esemplare
del Discorso conservato fra le sue carte a Leningrado (cfr. GEORGE R. HA­
VENS, Voltaire's marginalia on the pages of Rousseau, in « Ohio State
University Studies �>, 6, 1933). Su queste posizioni in generale cfr. A. LO­
VEJOY, La Grande Catena dell'Essere, Feltrinelli, Milano 1966, capp. VI,
VII, VIli.
La posizione di Rousseau, già marcata nel Discorso, non lascia adito a
dubbi nel Saggio sull'origine delle lingue. Nonostante ogni prossimità
biologica fra uomo e animali, ogni possibile ipotesi continuista sul piano
organico, il linguaggio non è un prodotto dell'« organismo�>, ma un'in­
venzione, legata alla differenza qualitativa della libertà-perfettibilità (cfr.
oltre, in particolare il cap. xv sulle << impressioni morali �>).
CAPITOLO Il

LA PRIMA INVENZIONE DELLA PAROLA


NON DERIVA DAI BISOGNI MA DALLE PASSIONI

Si deve dunque ritenere che i bisogni dettarono i primi gesti


e che le passioni strapparono le prime voci. Seguendo la trac­
cia dei fatti alla luce di questa distinzione, forse bisognerebbe
ragionare sull'origine delle lingue in maniera del tutto diversa
da come si è fatto sinora. n genio delle lingue orientali, le piu
antiche a noi note, smentisce completamente l'itinerario didat­
tico che si immagina a proposito della loro formazione. Queste
lingue non hanno nulla di metodico e di ragionato; esse sono
vive e figurate. Si crede che i linguaggi dei primi uomini siano
state lingue di geometri ', e vediamo che furono lingue di poeti.
Cosf dovette essere. Non si cominciò col ragionare, ma col
sentire. Si pretende che gli uomini abbiano inventato la parola
per esprimere i loro bisogni '; questa opinione mi sembra inso­
stenibile. L'effetto naturale dei primi bisogni fu di separare gli
uomini, non di awicinarli. Era necessario che cosf fosse, affin­
ché la specie si estendesse e la terra si popolasse rapidamente,
altrimenti il genere umano si sarebbe accumulato in un angolo
del mondo, e tutto il resto sarebbe rimasto deserto.
Da questo solo argomento segue evidentemente che l'ori­
gine delle lingue non è dovuta affatto ai primi bisogni degli
uomini; sarebbe assurdo che dalla causa che li separa derivi il
mezzo che li unisce. Da dove può dunque provenire questa
origine? Dai bisogni morali, dalle passioni. Tutte le passioni
avvicinano gli uomini, mentre la necessità di cercare di che
vivere li costringe a fuggirsi. Non furono né la fame né la
sete, bensf l'amore, l'odio, la pietà, la collera a strappare le
prime voci. I frutti non si sottraggono alle nostre mani, pos­
siamo nutrircene senza parlare, si insegue in silenzio la preda
di cui ci si vuole cibare; ma per commuovere un giovane cuore,
LA PRIMA INVENZIONE DELLA PAROLA

per respingere un aggressore ingiusto, la natura detta accenti,


grida e gemiti: ecco le piu antiche parole inventate, ed ecco
perché le prime lingue furono canti e voci appassionate prima
d'essere discorsi semplici e metodici. Tutto ciò non è vero
senza distinzione, ma ci ritornerò qui di seguito.

1 Probabile allusione a PIERRE·LOUIS DE MAUPERTUIS (r698·I759), Ré·


/lexions sur l'origine des langues, et la signi/ication des mots, parr. VII·XIII,
in cui la prima formazione delle lingue viene considerata in rapporto alla
funzione conoscitiva del linguaggio, alla struttura profonda e generale
della relazione &a segni e percezioni, utilizzando, come strumenti di ana·
lisi, denotazioni, sostituzioni e trasformazioni algebriche (trad. it. in MAU·
PERTUIS, TURGOT, MAINE DE BIRAN, Origine e funzione de/ linguaggio, a
cura di Lia Formigari, Laterza, Bari I97I, pp. 7I·93. in particolare c&.
pp. 75"78).
' ll riferimento diretto è a CONDILLAC, Saggio sull'origine delle conoscenze
umane cit., parte Il, p. 270: « I bisogni fornirono agli uomini le prime
occasioni di osservare ciò che avveniva in se stessi e di esprimerlo con
azioni, poi con nomi. Queste osservazioni ebbero dunque luogo solo in
relazione a questi bisogni, e si distinsero parecchie cose solo in quanto i
bisogni spingevano a farlo. Ora i bisogni si riferivano unicamente al corpo.
I primi nomi che si diedero a ciò che siamo capaci di provare, indicarono
soltanto azioni sensibili».
Prima di Condillac, la teoria dei bisogni come fonte originaria del lin­
guaggio è discussa da WARBURTON (Essai sur !es hiéroglyphes cit., ed. del
I977, pp. n8·I9l. attraverso il richiamo alle fonti antiche della Biblioteca
storica di DIODORO SICULO (I, 8, I·IO) e del De Architectura di VITRUVIO
(Il, I, I-2).
CAPITOLO III

IL PRIMO LINGUAGGIO DOVETTE ESSERE FIGURATO

Poiché i primi motivi che fecero parlare l'uomo furono


passioni, le sue prime espressioni furono tropi 1• n linguaggio
figurato fu il primo a nascere, il senso proprio fu trovato per ul­
timo '. Non si chiamarono le cose col loro vero nome se non
quando le si videro nella loro vera forma. Da principio non si
parlò che in poesia; si cominciò a ragionare solo molto tem­
po dopo.
Ora mi rendo conto che qui il lettore mi ferma e mi do­
manda come un'espressione potesse essere figurata prima di
avere un senso proprio, poiché la figura non è altro che tra­
slazione di senso. Ne convengo; ma per intendermi bisogna
sostituire l'idea che la passione ci suggerisce alla parola che
trasponiamo, dal momento che si traspongono le parole per
il solo fatto che si traspongono anche le idee, altrimenti il lin­
guaggio figurato non avrebbe alcun senso '. Rispondo dun­
que con un esempio.
Un uomo selvaggio, incontrandone altri, ne sarà dapprima
spaventato. La sua paura gli farà vedere questi uomini piu
grandi e piu forti di lui; ed egli darà loro perciò il nome di gi­
gantz' ' . Dopo molte esperienze si accorgerà che questi pretesi
« giganti » non sono né pili grandi né piu forti di lui e che
dunque la loro statura non è affatto consona all'idea che egli
aveva inizialmente collegato alla parola gigante. Inventerà al­
lora un altro nome che sia comunemente conveniente tanto a
quelli quanto a se stesso, come, per esempio, il nome di
uomo e lascerà quello di gigante per designare l'oggetto falso

che lo aveva colpito nella sua illusione '. Ecco in che modo il
termine figurato nasce prima di quello proprio, quando la
passione ci abbaglia e la prima idea che ci presenta non corri­
sponde a verità. Ciò che ho detto delle parole e dei nomi vale
IL PRIMO LINGUAGGIO DOVETTE ESSERE FIGURATO 19
senza difficoltà per le espressioni sintattiche. Poiché l'imma­
gine illusoria suggerita dalla passione si manifestò per prima,
il linguaggio corrispondente fu anch'esso il primo a nascere;
solo in seguito divenne metaforico, quando lo spirito illumi­
nato, riconoscendo l'errore originario, ne impiegò le espres­
sioni soltanto per le stesse passioni che l'avevano suscitato •.

1 Su questo punto, come su tutta l'argomentazione di questo capitolo, è


notevole la vicinanza della problematica di Rousseau a quella di Gio­
vambattista Vico (cfr. in particolare G. VICO, Prindpj di Sàenza Nuova,
3 tomi, a cura di F. Nicolini, Einaudi, Torino 1976, t. II, pp. 152·58).
E. CASSIRER, nella Fz1osofia delle/orme simboliche (4 voli., La Nuova Italia,
Firenze 1961, vol. l, p. 108), aveva rilevato il rapporto fra le teorie di Vico
e quelle di Rousseau, facendo di quest'ultimo il primo erede del filosofo
napoletano. Piu recentemente il rapporto teorico fra i due filosofi e le loro
differenti prospettive sono stati problematizzati e discussi con punti di vi·
sta e conclusioni diversi, da DERRIDA, De la grammatologie citato sopra,
alla nota 3 dell'Introduzione, pp. 384-85 e da N. BADALONI, Introduzione
a Vico, Laterza, Bari 1984 (1988), pp. 90·95· Sull'importanza dei tropi una
fonte essenziale di Rousseau è senza dubbio CÉSAR CHESNEAU ou MARSAIS
(1676-1756), autore dell'importante Traité des tropes (in CEuvres, 7 voli.,
Paris 1797, vol. ill) e &a i primi collaboratori alla Encyclopédie, per le
voci di grammatica e di retorica. In Du Marsais si trova anche una teoria
dell'origine passionale del linguaggio (cfr. Fragment sur !es causes de la
parole, in CEuvres cit, vol. ill, pp. 377·404, in particolare pp. 384-85, ove
viene delineato il sorgere della parola, come arricchimento e analisi, dai
<< segni delle passioni >>) a proposito della quale e della connessione rous·
seauiana &a passioni e bisogni morali, Badaloni sottolinea la differenza
da Vico, in cui il linguaggio primitivo << mantiene una rispondenza a uti·
lità e necessità che non sono solo di natura morale>> (Introduzione a Vico
cit., p. 92).
' È da notare che affermando la posteriorità del senso proprio delle parole
alla loro accezione figurata, Rousseau si colloca qui in posizione auto­
noma dalla tradizione retorica e filosofica del suo tempo relativa a questi
temi. n suo punto di vista, ipotizzando un'origine differenziata e non
contestuale dell'espressione figurata in rapporto al senso proprio sottrae
il problema al campo della retorica e lo inserisce in un discorso metalin·
guistico, come confermano le argomentazioni conclusive di questo m ca­
pitolo sul concetto di metafora (cfr. oltre nota 6). Fino all'epoca in cui
Rousseau elabora il Saggio sull'origine delle lingue, prima Du Marsais, e
ancora negli anni seguenti Nicolas Beauzée (1717·89, porta a termine la
parte grammaticale e retorica della Encyclopédie fino al suo compimento
nel 1772 e rivede altresf &a il 1782 e il 1786 i tre volumi dell'Encyclopédie
méthodique su grammatica e letteratura), nelle ricerche sui fondamenti
20 CAPITOLO III

dei tropi identificano il senso proprio con il senso primitivo e originario


di una parola e, conseguentemente, il tropo con il senso derivato e, in
questo senso che implica una diacronia, traslato (cfr. DU MARSAIS, Des
Tropes, in CEuvres cit., vol. m, pp. 26-28 e 32-34. A p. 32 si legge: << Il senso
proprio di un termine è il primo significato del termine stesso. Un termi­
ne è preso nel suo senso proprio, quando significa ciò per cui è stato ori­
ginariamente fissato [corsivo nostro]) >>.
La coppia primitivo-proprio si oppone alla coppia derivato-traslato.
Rousseau, estrapolando il problema dal contesto linguistico-grammatica­
le e riportandolo ai temi di Port-Royal relativi alla formazione stessa dei
segni significanti, distingue nella modalità denominatrice una capacità
di invenzione figurale autonoma, derivante dall'associazione peculiare di
gruppi di idee e percezioni. Ne consegue che volendo situare il rapporto
tropi-senso proprio in uno schema diacronico, questo risulta rovesciato
rispetto a quello indicato da Du Marsais e da Beauzée. E d'altra parte,
poiché il senso proprio non coincide necessariamente con quello primi­
tivo, il rapporto proprio-figurato ha un senso solo nella sincronia del
contesto di una lingua sistematicamente elaborata, non in un discorso
sulle origini. È interessante notare la formulazione che del problema dà
F. A. Wolf, che lunghe pagine dedica al Saggio sull'origine delle lingue di
ROUSSEAU: « Ma propria e prima non sono la stessa cosa. Il senso primo
è quello che è stato tale dai primi inizi del linguaggio, o che comunque si
può ammettere come tale. Propria si rapporta al linguaggio già formato e
identifica il significato che, nella lingua formata, si oppone al significato
figurato. Propria si oppone a figurata, e prima a derivata >> (F. A. WOLF,
Vorlesungen iiber die Altertumswissenschaft, Leipzig 1831).
' La teoria, esposta qui da Rousseau, dell'origine del linguaggio figurato
nella connotazione affettiva delle idee ha il suo antecedente nella teoria
delle idee accessorie contenuta nella Logique ou l'Art de penser di AR·
NAULD e NICOLE (1662). Secondo questa teoria l'atto di significazione di
un suono scritto o parlato consiste nel suscitare una idea legata a questo
suono nello spirito, attraverso l'impressione sensoriale. « Accade spesso
che una parola, oltre l'idea principale considerata come significato proprio
di questa parola, susciti diverse altre idee che possiamo chiamare accesso­
rie [corsivo nostro] >> (ARNAULD e NICOLE, La Logique cit. sopra, alla nota
37 dell'Introduzione, cap. XIV, p. 130).
Le idee accessorie hanno una motivazione fortemente emotiva e conno­
tano le caratteristiche affettive del soggetto parlante. Al loro interno si
iscrive il linguaggio figurato: « Da ciò deriva che le espressioni figurate
significano, oltre la cosa principale il movimento e la passione di colui
che parla, ed imprimono cosi l'una e l'altra idea nello spirito, mentre l'e­
spressione semplice non denota altro che la nuda verità>> (ibid. , p. 131).
Bernard Lamy sviluppa tale teoria figurale di Port-Royal nel secondo li­
bro della Réthorique, interamente dedicato ai tropi e alle figure, ove la
ricchezza del linguaggio umano viene esplicitamente riportata all'infinità
di sfumature affettive che esso esprime, al di là della funzione denomina­
trice: secondo Lamy è grazie alla prerogativa, di cui son dotate le passioni,
di « dipingersi da sole negli occhi e nelle parole>>, grazie a questa imme­
diata facoltà di produzione figurale, di origine emotiva, che gli uomini
IL PRIMO LINGUAGGIO DOVETTE ESSERE FIGURATO 21

sono spontaneamente portati a comllllicare fra loro e ad estendere tali


strumenti comunicativi (cfr. LAMY, La Réthorique cit., pp. 136 sgg.). Du
Marsais, il cui nome è il punto di riferimento essenziale per le questioni
di retorica nella prima metà del Settecento, non è estraneo alla linea in­
terpretativa di Port·Royal, ma ne dà una curvatura fortemente intellet­
tualistica: le idee accessorie sono fondamento delle figure, ma la nozione
di idea accessoria si allarga a ricoprire qualunque idea associata ad un'al­
tra, generandosi tali associazioni dai naturali rapporti fra gli oggetti sen­
sibili e dalla razionale capacità umana di rilevare e collegare le relazioni
oggettuali (cfr. DU MARSAIS, Logique, in CEuvres cit., vol. V, pp. 303·84,
in particolare l'articolo VI, pp. 319 sgg. e Traité des Tropes in ibid., vol. III,
pp. 35 sgg.) . La creatività figurale del linguaggio umano è ricondotta ai
moduli operativi della attività razionale e conoscitiva. Rousseau si disco·
sta qui dall'intellettualismo di Du Marsais riportando in primo piano,
nella formazione delle figure, la funzione attiva e dinamica delle passio­
ni, i primi motivi che fecero parlare gli uomini. La sua posizione, non
priva di punti di contatto con quella successivamente elaborata da Con­
dillac nella Grammaire e nella Langue des calculs, si configura piuttosto
come una ripresa originale di quegli autori, da Port·Royal al padre
Lamy, a partire dai quali, come racconta nelle Confessioni, aveva comin­
ciato lo studio della filosofia, considerandoli sempre come guide fonda­
mentali (cfr. ROUSSEAU, Confessioni cit. sopra, alla nota 4 dell'Introdu­
zione, libro I, pp. 256-57). Sul problema della tradizione retorica del se­
colo XVIII, una buona informazione si trova in T. TODOROV, Teorie del
simbolo, Garzanti, Milano 1984, in particolare nel cap. 111, Fine della reto­
rica, le cui conclusioni teoriche appaiono tuttavia troppo ideologizzanti.
' Cfr. LAMY, La Réthorique cit., p. 137' << [Le passioni] ingrandiscono l'og­
getto, vi fanno aderire lo spirito; il che implica che questo ne sia preso
interamente, e che questi oggetti delle passioni producano in esso un'im·
pressione non distinta da quella delle cose stesse>>.
' La ripetizione delle esperienze e la conseguente percezione dei rapporti
comporta l'emergere, nel tempo, di una capacità logica di comparazione
che, attraverso opposizioni, giunge a stabilire identità e differenze. È in
questo passaggio che si situa la possibilità del nome comune, come risul­
tato analitico e generalizzante insieme che si articola dal livello sintetico
(nominativo, indicativo e affettivo insieme) e totalizzante della metafora
originaria. Questo punto del Saggio sull'origine delle lingue corrisponde
al passo del secondo Discorso in cui Rousseau descrive l'emergenza nello
stato di natura di un'attività di riflessione che opera per mezzo di opposi·
zioni binarie: « Questa reiterata applicazione di enti diversi da se stesso, e
gli lllli dagli altri, dovette naturalmente generare nello spirito dell'uomo la
percezione di certi rapporti. Queste relazioni che noi esprimiamo con i
termini di grande, piccolo, forte, debole, veloce, lento, pauroso, coraggio­
so, e altre idee simili, confrontate tra loro quando occorreva, e quasi senza
pensarci, produssero alla fine in lui qualche riflessione, o piuttosto una
automatica prudenza, che gli insegnava le precauzioni piu necessarie alla
sua sicurezza » (ROUSSEAu, Sull'origine dell'ineguagliam:a cit., pp. 134-35).
Nell'emergenza di questa attività logica si opera la fuoriuscita dallo stato
22 CAPITOLO III

di natura e il passaggio dal linguaggio metaforico a quello propriamente


concettuale. In questo senso è possibile accostare questo capitolo del
Saggio al brano del Discorso che designa nei « nomi propri » i primi nomi
inventati, in un rapporto di reciproca integrazione e non secondo uno
schema di subordinazione teorica di un testo all'altro (c&. ad esempio
PAUL DE MAN, Allegories o/ reading, Yaie University Press, New Haven ­
London r979, p. I53 che considera l'Essai come chiave di lettura priori­
taria del Discorso), benché gli strumenti metalinguistici evocati nelle due
spiegazioni siano differenti: relativi alla retorica nel Saggio, alla gramma­
tica nel Discorso. Scrive Rousseau nel Discorso: << Bisogna pensare che le
prime parole che gli uomini usarono ebbero nel loro spirito un significato
assai piu vasto di quanto lo abbiano quelle che si usano nelle lingue già
formate e che, ignorando la divisione del discorso nelle sue patti costitu­
tive, essi all 'inizio dettero a ogni parola il senso di un'intera proposizione.
Quando cominciarono a distinguere il soggetto dall'attributo e il verbo
dal nome, ... i sostantivi non furono al principio che nomi propri... Ogni
oggetto ebbe all'inizio un nome particolare, senza considerazione di ge­
neri e specie che questi primi inventori non avevano la possibilità di distin­
guere; e tutti gli individui si presentarono al loro spirito isolatamente,
come sono nel quadro della natura: se una quercia si chiamava A, un'altra
quercia si chiamava B: in modo che, piu le conoscenze erano limitate, piu
il vocabolario risultava vasto [corsivo nostro] » (ed. cit., p. rq).
Tanto il livello linguistico dei nomi propri, quanto quello della metafora
originaria si situano ad uno stadio dello sviluppo del pensiero che è prece­
dente a quello della percezione dei rapporti, delle somiglianze e delle dif­
ferenze e al sorgere dell'attività riflessiva che da questi trae origine. Ciò
che caratterizza questa fase del pensiero primitivo è l'ampiezza inusitata
delle finalità che esso si attribuisce nell'atto di denominazione, preten­
dendo di essere simultaneamente sintetico e analitico: le prime parole
esprimevano intere proposizioni, estendendo la significazione, in modo
totalizzante, oltre il limite della designazione oggettuale; i primi nomi in­
ventati furono nomi propri in cui la medesima attitudine del pensiero si
esprimeva secondo la modalità della particolarizzazione, spingendo l'atti­
vità denominatrice fino all'individuazione assoluta. Il carattere eccezio­
nale di questa modalità originaria del pensiero sta nella sua tendenza a
percorrere dall'uno all'altro questi due poli, della sintesi totale e dell'ana­
lisi particolarizzante, esercitando &a essi una mediazione che si esprime
nell'attività significante linguistica. Corrispettivamente, da un altro punto
di vista, la metafora originaria si crea dalla medesima attitudine: come nei
nomi propri si avvertono indistintamente la tendenza ad una significazione
universalizzante e l'individuazione spinta al limite estremo, cosi nella
metafora si confondono le caratteristiche obiettive dell'ente designato e
le << passioni», l'attitudine soggettiva che « teme», ma al tempo stesso
nomina e vuol significare l'altro. Vi si confondono, ma sono entrambi
ugualmente presenti nell'atto linguistico, come, secondo Port-Royal,
nella figura retorica si trasmettono tanto l'idea principale, quella << veri­
tiera », quanto l'idea accessoria, quella legata << ai movimenti, alle passioni,
ai giudizi di colui che parla>>. Come scrive Lévi-Strauss: « Il pensiero sel­
vaggio non distingue il momento dell'osservazione da quello dell'inter-
IL PRIMO LINGUAGGIO DOVETTE ESSERE FIGURATO 23

pretazione, cosi come non si registrano prima, osservandoli, i segni emessi


da un interlocutore, per cercare di comprenderli dopo: l'emissione sensi­
bile produce immediatamente il suo significato >> (c. LÉVI -STRAUSS, Ilpen­
siero selvaggio, n Saggiatore, Milano 1964, pp. 243-44). Osservazione e in­
terpretazione operano dunque indistintamente, ma operano entrambe,
tanto nell'atto di denominazione del nome proprio, quanto in quello figu­
rale della metafora. Non ci sembra perciò di poter condividere l'interpre­
tazione di PAUL DE MAN (Allegories ofreading cit., pp. 135-59) che indivi­
dua una sostanziale cecità della metafora, dal momento che l'espressione
<< gigante>> non esprimerebbe nient'altro che un puro sentimento interiore,
l'« io ho paura >> sotto la maschera della designazione oggettuale dell'altro.
La metafora non è piu cieca, se lo è, di quanto lo sia il nome proprio: en­
trambi nominano, individualizzano, senza l'individuazione dell'identità e
della differenza, perché la precedono e non ne dipendono. n fatto che
muti il contesto di riferimento dei due atti verbali (oggetti familiari nel
caso dei nomi propri, altri esseri umani - l'altro - nel caso della metafora)
pone certo un problema teorico, ma non muta radicalmente l'analogia
profonda &a due operazioni che precedono entrambe la percezione dei
rapporti, delle somiglianze, delle differenze, delle opposizioni. n senso
della metafora « gigante>> non è, come afferma Paul De Man, nella sostitu­
zione della proposizione « Egli è un gigante» a quella propria « Io ho pau­
ra >>, poiché esso è le due cose insieme: i due livelli della percezione obiet­
tiva e della interpretazione soggettiva sono entrambi presenti, confusi ma
comunicanti. Non si tratta di un puro nominarsi attraverso la nominazione
metaforica dell'altro: la forma primitiva del linguaggio è originariamente
totalizzante ma non in modo narcisistico. Si tratta di un nominare l'altro,
ancora indistinto e non identificato, in rapporto al sé non ancora concepito
come tale. L'atto di nominare il gigante esprime la paura, che porta gli uo­
mini a fuggirsi, ma è anche, in se stesso, come atto linguistico significante,
ciò che rompe l'isolamento in un approccio all'umanità dell'altro, confu­
samente avvertita se non riconosciuta. In maniera analoga Rousseau spie­
gherà, nel cap. IX, l'infrangersi delle barriere domestiche delle prime fa­
miglie isolate verso l'istituzione delle tribu e dei clan e di forme sempre
piu ampie di socialità umana che interrompono la dispersione primitiva.
La metafora non è dunque pura forma espressiva dell'io, ma atto signifi­
cante che, denominando l'altro essere umano, lo include nel proprio uni­
verso concettuale. Le nozioni di io e di altro, in quanto tali, seguiranno
questo atto originario con l'avvento della riflessione e la percezione dell'i­
dentità e della differenza, e si esprimeranno nei nomi comuni (la nozione
di uomo), come scelte operate dalla ragione su un fondamento culturale
precedente e dato.
• È lo « spirito illuminato >>, la ragione che ordinando e stabilendo i rapporti
e le differenze, usandoli come codici nella costituzione della lingua nel
suo insieme permette di riconoscere come meta/orica, cioè traslazione di
significato, l'originaria espressione figurata. n senso proprio dei termini
è riconoscibile entro le norme e le consuetudini di uso di un sistema for­
mato della lingua. È rispetto a questo insieme di norme e di usi che la
metafora diviene tale, cioè senso trasposto: la sua definizione non obbe­
disce dunque a regole puramente linguistiche come nella definizione dei
CAPITOLO III

tropi da parte della retorica e della grammatica generale e ragionata del


secolo XVIII, essa è possibile solo entro un discorso metalinguistico che
percepisca e consideri il linguaggio oel suo insieme e nella sua funzione.
Un enunciato diviene metaforico dal momento in cui Io percepiamo in
se stesso e nella sua forma come tale e in quanto tale Io usiamo nel di­
scorso. TI suo fondamento dunque non è linguistico ma culturale, come
culturale è il fondamento del senso proprio, frutto di un'attività razionale
che ordina e confronta le differenze percettive, appropriandosi delle
loro immediate valenze simboliche per organizzarle in un sistema lingui­
stico dotato di potere classificatorio sugli oggetti del mondo sensibile.
CAPITOLO IV

I CARATTERI DISTINTIVI DELLA LINGUA ORIGINARIA


E I CAMBIAMENTI CH 'ESSA DOVETTE SUBIRE

I semplici suoni escono naturalmente dalla gola, la bocca è


naturalmente piu o meno aperta; ma le modificazioni della lin­
gua e del palato, che determinano le articolazioni, richiedono
attenzione ed esercizio, non si producono da sole, senza inten­
zione; tutti i bambini infatti hanno bisogno di apprenderle e
molti ci riescono con difficoltà. In tutte le lingue le esclama­
zioni piu vive sono inarticolate; le grida, i gemiti sono semplici
suoni vocali; i sordomuti non emettono che suoni inarticolati:
il padre Lamy ' ritiene addirittura che gli uomini non avreb­
bero mai potuto inventare altri suoni, se Dio non avesse espres­
samente insegnato loro a parlare. Le articolazioni sono in nu­
mero limitato, i suoni sono infiniti, i toni che li denotano
possono anch'essi moltiplicarsi; tutte le note musicali sono
altrettanti toni; ed è vero che noi ne abbiamo solo tre o quat­
tro nella parola, ma i cinesi ne hanno molti di piu; in com­
penso hanno meno consonanti '. A questa fonte di combina­
zioni aggiungete quella dei tempi o della quantità e avrete
non solo parole, ma anche sillabe diversificate in numero su­
periore alle necessità della lingua piu ricca.
lo non dubito affatto che la lingua originaria, se ancora esi­
stesse, conserverebbe, indipendentemente dal vocabolario e
dalla sintassi, dei caratteri originali tali da distinguerla da tutte
le altre ' Non solo tutte le espressioni di questa lingua dovreb­
bero essere in immagini, in sentimenti, in figure; ma, nella
sua parte meccanica •, essa dovrebbe corrispondere al suo
primo oggetto, ed esibire ai sensi cosi come all'intelletto le
impressioni quasi inevitabili della passione che cerca di comu­
nicarsi. Poiché i suoni vocali naturali sono inarticolati, le pa­
role avrebbero poche articolazioni; qualche consonante inter-
CAPITOLO IV

posta a cancellare lo iato delle vocali sarebbe sufficiente a


renderle scorrevoli e facili da pronunciare. In compenso i
suoni sarebbero assai variati, e la diversità dei toni arricchi­
rebbe le stesse voci; la quantità, il ritmo sarebbero nuove
fonti di combinazioni. Cosi dal momento che le voci, i suoni,
il tono, il numero, tutti fatti di natura, lascerebbero poco
spazio alle articolazioni che son frutto di convenzioni ', si
canterebbe invece di parlare: la maggior parte delle radici
delle parole sarebbero dei suoni imitativi, sia del tono delle
passioni •, che dell'effetto degli oggetti sensibili: l'onomato­
pea vi si farebbe sentire continuamente '.
Questa lingua avrebbe molti sinonimi per esprimere lo
stesso ente nei suoi differenti rapporti '; avrebbe però pochi
avverbi e poche parole astratte per esprimere questi stessi rap­
porti. Avrebbe molti accrescitivi, diminutivi e parole compo­
ste, molte particelle pleonastiche per dare cadenza ai periodi
e rotondità alla frase; avrebbe molte irregolarità e anomalie,
trascurerebbe l'analogia grammaticale per dare spazio all'eu­
fonia, al ritmo, all'armonia e alla bellezza dei suoni; alle argo­
mentazioni preferirebbe gli aforismi, persuaderebbe invece
di convincere e rappresenterebbe senza ragionare; assomiglie­
rebbe alla lingua cinese per certi aspetti, per altri alla greca,
per altri ancora all'araba. Sviluppate adeguatamente queste
idee e vi accorgerete che il Crati/o di Platone non è cosi ridi­
colo come sembra essere •.

' Si dice che l'arabo ha piu di mille parole differenti per dire cammello, piu di
cento per dire spada, ecc. '·

' Cfr. B. LAMY, La Réthorique ou L'Art de Parler, nuova edizione rivista e


accresciuta, Paris 1741, prefazione, p. XVI: « Sono d'accordo con quello
che ha recentemente sostenuto un autore competente e cioè che gli uo·
mini non avrebbero mai potuto formare parole distinte se Dio in origine
non avesse insegnato loro ad articolare i suoni della voce>>. Lamy si rife­
risce qui ad Amman, medico svizzero fra i primi a praticare l'insegna·
mento di un linguaggio ai muti, in Olanda nella seconda metà del Sei·
cento. Questa frase del padre Lamy riportata dal Porset non compare
nelle .precedenti edizioni della Réthorique, ove tuttavia si afferma a piu
riprese che Dio donò il linguaggio ad Adamo, avendolo creato perfetto e
CARATTERI E CAMBIAMENTI DELLA LINGUA ORIGINARIA 27

che dalla lingua di Adamo dovettero formarsi in seguito tutte le altre (La
Réthorique cit. (1725), pp. 77 e 8o). Piu avanti Lamy ripete che «è dalla
prima lingua che Dio stesso formò, che son venute tutte le altre» nel
contesto del cap. XVI del libro l, L'Usage est le maitre des langues. Elles
s'apprennent par l'Usage, che appare di particolare importanza per tutto
il complesso della concezione rousseauiana del linguaggio. Lamy vi discu·
te la tesi di Diodoro Siculo sull'origine naturale del linguaggio: « È certo
che esistono delle voci naturali, e che nelle passioni l'aria esce dai pol­
moni in una maniera particolare, formando sospiri ed esclamazioni mol­
teplici, che sono in verità delle voci naturali. Ma vi è una grande diffe­
renza fra questo linguaggio che non è libero e quello di cui noi ci serviamo
per esprimere le nostre idee. Vi sono molte prove per dimostrare che le
parole non sono affatto naturali. lnnanzitutto esse non sono identiche in
tutte le lingue, come dovrebbe invece essere se fosse stata la natura stessa
a trovare le parole di cui noi ci serviamo. Infatti i turchi che non parlano
francese, non sospirano in maniera diversa dai francesi. Tutti gli animali
di una stessa specie fanno lo stesso grido, e abitualmente vediamo che
un uomo non fa cose diverse da quelle che tutti facciamo se non in ciò
che dipende dalla sua libertà. La natura si comporta allo stesso modo in
tutti gli uomini; il fatto che i popoli parlino lingue diverse è dunque una
prova sicura che il linguaggio non è affatto opera della loro natura, bens[
della loro libertà. Tutte le epoche hanno creato nuove parole; se ne deri­
vano alcune dalle altre lingue, ma se ne inventano altre mai esistite prima>>
(ibid. , pp. 88-89 [corsivo nostro]). Complessivamente, nell'opera del pa­
dre Lamy, l'origine divina del linguaggio umano contro l'ipotesi naturali­
stica, di marca epicureo-lucreziana, appare tesa a connotare lo sviluppo
come espressione della libertà dell'uomo, quel « di piii » rispetto alla ne­
cessità naturale che lo distingue dagli altri esseri viventi. Si tratta di una
indicazione teorica feconda di sviluppi nel pensiero di Rousseau, analoga­
mente all'affermazione con cui si chiude il capitolo in questione: « La pa­
rola è l'appannaggio dell'uomo » (ibid. , p. 93).
' Cfr. LAMY, La Réthorique cit., p. 25: « ... a meno che essi [gli uomini pri­
mitivi ipotizzati da Lamyl non sapessero differenziare ciascuno di que­
sti suoni [le ventiquattro lettere dell'alfabeto] tramite toni differenti,
mediante l'elevazione o la posizione della voce, come nel canto si pro­
nuncia in maniera diversa la stessa vocale a seconda di come è contrasse­
gnata, il che non è né impossibile né incredibile; infatti vedremo che vi
sono stati dei popoli, e i cinesi lo fanno ancora oggi che, in un certo senso,
cantavano parlando ». E piii avanti, cap. x, p. 49, riferendosi all'informa­
zione di F. ALVAREZ SEMMEDO (Imperio de la China, Madrid 1642, trad. in­
glese del 1655) riportata nei Biblia polyglotta (London 1657) di Brian Wal­
ton: «I cinesi non hanno che 326 parole, tutte costituite da una sola silla­
ba. Essi hanno tuttavia cinque diversi toni, secondo i quali una stessa pa­
rola significa cinque cose differenti; cosi la diversità dei cinque toni fa s[
che i 326 monosillabi della lingua cinese funzionino come 326 parole
moltiplicate per cinque, cioè come 1630 termini diversi >>. Analoga consi­
derazione sulla lingua cinese si trova in VICO, Principj di Scienxa Nuova
cit., t. Il, p. 189: << i chinesi, che non hanno piu che trecento voci arti­
•••

colate, che, variamente modificando, e nel suono e nel tempo, corrispon-


28 CAPITOLO IV

dono con la lingua volgare, à loro centoventimila geroglifici, parlan essi


cantando>>. C&. anche DU MARSAIS, articolo Accent dell'Encyclopédie.
Questa caratteristica del cinese, di essere una << lingua a tono», ove cioè
l'elevazione e il grado di variazione dell'altezza della voce costituisce un
tratto pertinente, rappresenta l'elemento fondamentale della lingua ci­
nese nel contesto della comparazione rousseauiana delle lingue: il cinese
vi appare come la lingua che maggiormente incorpora il canto alla parola
e l'elemento propriamente fonico del linguaggio vi si presenta nella sua
maggiore evidenza ed essenzialità (c&. anche il cap. v, La scrittura).
' La questione delle caratteristiche della lingua primeva, e della sua persi­
stenza congetturale, posta qui da Rousseau, mantiene un rapporto pura­
mente evocativo con tutto il dibattito sulla lingua-madre che aveva occu­
pato gli eruditi e i filosofi del secolo precedente (S. Bochart, ]. Wilkins e
] . Ledere fra gli altri) e i cui echi non cessavano di farsi sentire anche nel
secolo XVIII attraverso Lamy, Leibniz, fino allo scetticismo ironico del­
l'articolo ABC del Dizionario Filosofico di Voltaire. n dibattito secente­
sco, a partire dal presupposto teorico di derivazione biblica della mano­
genesi delle lingue, si muoveva su un terreno di ricerca erudita intorno
all'identità della lingua primeva e alla possibilità della sua identificazione
con una delle lingue storiche, generalmente l'ebraico. Paradigmatica ri­
spetto ai connotati della discussione è la Geographia Sacra di Samuel Bo­
chart del r646, piu volte riedita e ampiamente diffusa: vi si afferma l'unità
originaria delle lingue e il carattere duplicemente divino dell'origine del
linguaggio e della differenziazione linguistica con la torre di Babele, la
quale non avrebbe tuttavia impedito la sopravvivenza della lingua pri­
meva da identificarsi con l'ebraico originario. Lamy utilizza il monogeni­
smo di Bochart, anche se delimita l'universalità dell'ebraico all'epoca
precedente il diluvio, togliendo a quest'ultimo il carattere necessitante
rispetto alla diversificazione linguistica, spiegata con criteri naturalistici.
Questa serie di problemi, ancora vivi nel Settecento (basti pensare al
Traité de la /onnation mécanique des langues et des principes physiques de
/'étymologie, Paris 1765, di CHARLES DE BROSSES), non appaiono pertinen­
ti al contesto rousseauiano. Come fa notare Starobinski (in ROUSSEAU,
CEuvres complètes cit., vol. m, nota 3· p. I345l. per Rousseau l'isolamento
di determinati gruppi umani e le convenzioni locali fanno nascere quasi
contemporaneamente lingue particolari. n dato originario della disper­
sione degli uomini elude il monogenismo e rende superfluo l'evento bi­
blico della torre di Babele (cfr. cap. IX del Saggio, pp. 56-57). Ciò che ap­
pare completamente mutato è il quadro di riferimento concettuale: la
questione della lingua primeva non rientra qui in un modello capace di
spiegare la differenziazione a partire da un'unità originaria data secondo
il metodo dell'interpretazione biblica, ma diventa un elemento della
stessa ricostruzione congetturale delle origini, momento di una ricerca
della genesi che si costruisce per ipotesi differenziali. Un punto impor­
tante in questa svolta è segnato da Du Bos che delimita rigorosamente il
mutamento concettuale della lingua-madre da lingua originaria data a
lingua delle origini, connotando le origini come l'età delle capanne: « Le
lingue che sono chiamate lingue madri, per il fatto di non essere derivate
da nessun'altra lingua, ma di essersi formate dal gergo di alcuni uomini
CARATTERI E CAMBIAMENTI DELLA LINGUA ORIGINARIA 29

le cui capanne si trovavano vicine, dovevano contenere una quantità di


parole imitative maggiore delle lingue derivate >> (J .-B. DU BOS, Ré/lexions
critiques sur la poesie et sur la peinture, parte prima, cap. xxxv , De la Mé­
canique de la Poesie qui ne regarde les inots que comme des simples sons.
Avantages des Poetes qui ont composé en Latin sur ceux qui composent en
Français, quarta edizione rivista, Paris 1746). Il problema si sposta dall'i­
dentità della lingua primeva a quello delle sue modalità espressive indi­
viduate secondo criteri differenziali rispetto al sistema delle lingue già
formate. Essa sarà perciò piii vocalica che consonantica, piii cantata che
parlata, piii naturale e imitativa che convenzionale e arbitraria, esprimerà
passione piuttosto che conoscenza.
4 Nel testo: << dans sa partie mécanique>>. Scrive Du Bos: << La meccanica
della poesia consiste nella scelta e nell'arrangiamento delle parole, consi­
derate come semplici suoni, a prescindere da qualunque connessione di
significato >> (ibid. , p. 291). Analogamente la << meccanica>> di una lingua
considera quest'ultima unicamente come sistema di suoni, indipendente­
mente da ogni valore semantico.
' « Gli uomini si fanno capire l'un l'altro mediante suoni artificiali e suoni
naturali. I suoni artificiali sono le parole articolate, delle quali gli uomini
che parlano una stessa lingua hanno convenuto di servirsi per esprimere
determinate cose >> (ibid,, p. 298).
' « Si sarà cominciato ad usare i suoni imitativi quando sarà stato necessario
dare nomi ai sospiri, al riso, ai gemiti e a tutte le altre espressioni inartico­
late dei nostri sentimenti e delle nostre passioni >> (zbid., pp. 299-300).
7 Queste caratteristiche fonetiche e morfologiche della lingua originaria
corrispondono esattamente alla descrizione che dà Vico della graduale
formazione delle prime lingue articolate, dapprima con l'emissione di
vocali cantate e poi di consonanti articolate sempre cantate (VICO, Prin­
cipi di Scienza Nuova cit., t. I, p. 9 e t. II, p. 188). Analogo è il discorso di
Vico sulla preminenza delle vocali e delle voci monosillabiche, originate
piii facilmente da « passioni violentissime >> e sulla generalità dell'onoma­
topea nelle parole radicali (ibid., t. II, p. 182).
8 L'allusione si riferisce probabilmente ancora una volta a Lamy che, nella
Réthorique, prende in esame la tesi sostenuta nd Crati/o secondo cui i
suoni che compongono i nomi devono imitare la natura delle cose desi­
gnate esprimendo un rapporto di somiglianze con esse (PLATONE, Crati/o,
431-34). Afferma in proposito il padre Lamy: « La pena che si prende
Platone per chiarire questa questione è dunque inutile. Le etimologie o
origini veritiere che egli pretende di dare a proposito di diversi nomi
greci, sono false. Gli sarebbe stato piii facile derivarle dalla lingua santa,
se l'avesse conosciuta>> (LAMY, La Réthorique cit., p. r6).
È interessante notare che Vico (PrincipjdiScienza Nuova cit., t. II, p. 153),
a proposito della logica poetica, esprime sul Crati/o di Platone, un giudi­
zio analogo nel contenuto e nel tono: « E pur " mithos" ci giunse diffin ita
" vera narratio ", o sia " parlar vero ", che fu il " parlar naturale" che Pla­
tone prima e dappoi Giamblico dissero essersi parlato una volta nel
mondo; i quali. . . perché 'l dissero indovinando, avvenne che Platone e
CAPITOLO IV

spese vana fatiga d'andarlo truovando nel Crati/o, e ne fu attaccato da


Aristotile e Galeno: perché cotal primo parlare, che fu de' poeti teologi,
non fu un parlare secondo la natura di esse cose (quale dovett'esser la
lingua santa ritruovata da Adamo, a cui Iddio concedette la divina ono­
mathesia, ovvero imposizione de' nomi alle cose secondo la natura di
ciascheduna), ma fu un parlare fantastico per sostanze animate, la mag­
gior parte immaginate divine>>.
• La ricchezza dei sinonimi è dato generalmente attribuito alla lingua araba.
Cfr. CHARDIN, Voyage en Perse cit., vol. m. pp. 143 sgg. Lamy riporta gli
stessi esempi, citando il Glossaire del padre Thomassin (La Réthorique
cit., pp. 50-51).
CAPITOLO V

LA SCRITTURA

Chiunque studierà la storia e il progresso delle lingue vedrà


che piu i suoni vocali diventano monotoni piu le consonanti
si moltiplicano e che, ai toni che si cancellano, alle cadenze
che si uniformano, si supplisce con combinazioni grammati­
cali e nuove articolazioni: ma è solo con l'andar del tempo
che si producono questi cambiamenti. A misura che i bisogni
crescono, che gli affari si moltiplicano, che i lumi si estendono,
il linguaggio muta carattere; diviene piu preciso e meno appas­
sionato, sostituisce ai sentimenti le idee, non parla piu al cuore
ma alla ragione. Perciò stesso il tono si estingue, l'articolazione
si estende, la lingua diviene piu esatta e piu chiara, ma piu mo­
notona, piu sorda e piu fredda. Questo progresso mi pare del
tutto naturale.
Un altro modo di comparare le lingue e giudicare della
loro antichità si trae dalla scrittura, e ciò in ragione inversa
alla perfezione di questa arte. Piu la scrittura è rozza piu la
lingua è antica. La prima maniera di scrivere non è di rappre­
sentare i. suoni ma gli oggetti stessi, sia direttamente, come
facevano i messicani, sia con figure allegoriche, come facevano
gli egiziani. Questo stato corrisponde a lingue appassionate e
suppone già una qualche società e dei bisogni sorti dalle
passioni '.
La seconda maniera è di rappresentare le parole e le pro­
posizioni con caratteri convenzionali, e ciò si può fare soltanto
quando la lingua è completamente formata e un popolo intero
è unito.da leggi comuni; poiché vi è già qui una doppia con­
venzione. Tale è la scrittura dei cinesi, che pare davvero rap­
presentare i suoni e parlare agli occhi '.
La terza è di scomporre la voce che parla in un certo nu­
mero di parti elementari sia vocali che articolate, con le quali
CAPITOLO V

si possano formare tutte le parole e tutte le sillabe immagina­


bili. Questa maniera di scrivere, che è la nostra, ha dovuto
essere immaginata da popoli commercianti che, viaggiando
in numerosi paesi e dovendo parlare svariate lingue, furono
costretti ad inventare dei caratteri che potessero essere co­
muni a tutte. Non è precisamente rappresentare la parola, è
ànalizzarla '.
Queste tre maniere di scrivere rispondono abbastanza
esattamente ai tre diversi stadi nei quali si possono conside­
rare gli uomini riuniti in nazioni. La rappresentazione degli
oggetti si confà ai popoli selvaggi; i segni delle parole e delle
proposizioni ai popoli barbari, e l'alfabeto ai popoli civili • .
Non bisogna dunque pensare che quest'ultima invenzione
sia una prova dell'alta antichità del popolo inventore. Al con­
trario è probabile che il popolo che l'ha trovata mirasse ad
una comunicazione piu facile con altri popoli che parlavano
altre lingue, i quali erano non di meno suoi contemporanei e
potevano essere piu antichi di lui. Non si può dire la stessa
cosa degli altri due metodi. Confesso, tuttavia, che se ci si at­
tiene alla storia e ai fatti noti, la scrittura per alfabeto sem­
brerebbe risalire indietro nel tempo come ogni altra. Ma non
è sorprendente che manchiamo di monumenti dei tempi in
. . .
cm non s1 scnveva.
È poco verosimile che i primi che pensarono di risolvere
la parola in segni elementari abbiano fatto sin dall'inizio del­
le divisioni ben esatte. Quando essi si accorsero in seguito
dell'insufficienza delle loro analisi, alcuni, come i greci, mol­
tiplicarono i caratteri del loro alfabeto, altri si accontentarono
di variarne il senso o il suono con delle posizioni o combina­
zioni differenti. Cosi sembrerebbero scritte le iscrizioni delle
rovine di Tchelminar ', di cui Chardin ci ha tracciato gli ectipi.
Non vi si distinguono che due figure o caratteri ·, ma di di­
verse grandezze e messi in differenti sensi. Questa lingua sco­
nosciuta e d'una antichità quasi spaventevole doveva tuttavia

• << La gente si stupisce - dice Chatdin - che due figure possano formare tante let­

tere: ma, quanto a me, non vedo di che s tu pirsi cosi tanto, poiché le lettere del nostro
alfabeto che sono in nwnero di ventitre, ciononostante sono composte soltanto di due
linee, la retta e la circolare, cioè con un C e un I si formano tutte le lettere che com­
pongono le nostre parole » .
LA SCRITTURA 33

essere allora ben formata, a giudicare dalla perfezione delle


arti di cui sono indici la bellezza dei caratteri h e i meravigliosi
monumenti, ave si trovano queste iscrizioni. Non so perché
si parla cosi poco di queste stupefacenti rovine: quando io ne
leggo la descrizione in Chardin mi sembra di essere traspor­
tato in un altro mondo. Mi sembra che tutto ciò dia dawero
molto da pensare.
L'arte di scrivere non è affatto connessa con quella di par­
lare. Essa è legata a bisogni di altra natura che nascono prima
o poi secondo circostanze del tutto indipendenti dall'età dei
popoli e che potrebbero non aver mai avuto luogo presso na­
zioni molto antiche. Si ignora per quanti secoli l'arte dei gero­
glifici fu forse l'unica scrittura degli egiziani, ed è provato
che una tale scrittura può essere sufficiente ad un popolo ci­
vile grazie all'esempio dei messicani • che ne avevano una an­
cora meno pratica.
Comparando l'alfabeto copto con l'alfabeto siriaco o feni­
cio si conclude agevolmente che l'uno deriva dall'altro, e non
sarebbe stupefacente che quest'ultimo fosse l'originale né
che il popolo piu moderno avesse istruito il piu antico a
questo riguardo. È chiaro anche che l'alfabeto greco viene
dall'alfabeto fenicio '; si vede anche ch'esso deve derivarne.
Che Cadmo ' o qualcun altro l'abbia portato dalla Fenicia,
sembra comunque certo che i greci non andarono a cercar­
selo e che furono i fenici a portarlo: fra i popoli dell'Asia e
dell'Africa, questi furono infatti i primi e pressoché i soli a c

b « Questo carattere sembrerebbe molto bello e non ha nulla di confuso né di bar­


baro... Si direbbe che le lettere dovevano essere dorate: poiché ve ne sono molte, e so·
prattuno le maiuscole, ove appare ancora dell'oro, ed è sicuramente qualcosa di mira­
bile ed inconcepibile che l'aria non abbia corroso questa doratura durante tanti secoli...
Del resto non fa meraviglia che nessuno al mondo non abbia mai compreso nulla di
questa scrittura, poiché essa non si avvicina ad alcuna scrittura che sia venuta a nostra
conoscenza; mentre tutte le.scritture fino ad oggi conosciute, eccetto il cinese, hanno
molta affinità fra loro, e sembrerebbero venire dalla stessa fonte. Ma la cosa piu strana
è che i ghebri, che sono i discendenti degli antichi persiani e che ne conservano e ne
perpetuano la religione, non solo non conoscono meglio di noi questi caratteri, ma i
loro caratteri non vi rassomigliano piu dei nostri . . . Si può quindi dedurre, o che si trana
di un carattere di cabala, il che non è verosimile, poiché questo carattere è quello co­
mune e naturale dell'edificio in tutti i suoi punti, e non ve ne è un altro dello stesso ce­
sello; o ch'esso è di una tale antichità che non oseremmo quasi dirlo ». In effetti Char­
din farebbe presumere, sulla base di questo passo, che, al tempo di Ciro e dei Magi,
questo carattere sarebbe già dimenticato, e cosi poco conosciuto che oggi.
c Considero i cartaginesi come fenici, poiché essi erano una colonia di Tiro.
34 CAPITOLO V

commerciare in Europa e vennero dai greci molto prima di


quando i greci andarono da loro: il che non prova in alcun
modo che il popolo greco sia altrettanto antico che il popolo
della Fenicia.
All'inizio i greci non adottarono solamente i caratteri dei
fenici, ma anche la direzione delle loro righe da destra a sini­
stra. In seguito essi pensarono di scrivere per « solchi », vale a
dire, ritornando dalla sinistra alla destra, poi dalla destra alla
sinistra alternativamente d. Infine scrissero come facciamo
noi oggi ricominciando ogni riga da sinistra a destra '. Questo
progresso non ha nulla di naturale: la scrittura per <� solchi » è
incontestabilmente la piu comoda da leggere. Sono anche stu­
pito che essa non si sia consolidata con la stampa, ma, essendo
difficile da scrivere a mano, dovette essere abolita quando i
manoscritti si moltiplicarono.
Ma sebbene l'alfabeto greco derivi dall'alfabeto fenicio, ciò
non vuol dire che la lingua greca derivi dalla fenicia. La prima
di queste proposizioni non ha nulla a che vedere con la se­
conda e sembra che la lingua greca fosse già molto antica
quando l'arte di scrivere era recente ed ancora imperfetta
presso i greci. Fino all'assedio di Troia essi non ebbero che
sedici lettere, se pure le ebbero. Si dice che Palamede ne ag­
giunse quattro e Simonide le altre quattro ••. Tutto ciò è preso
un po' da lontano. Al contrario il latino, lingua piu moderna,

ebbe, quasi dalla nascita, un alfabeto completo, di cui tuttavia


i primi romani quasi non si servirono, poiché cominciarono
molto tardi a scrivere la loro storia e i lustri erano scanditi per
mezzo di chiodi.
Del resto non esiste una quantità di lettere o elementi della
parola assolutamente determinata; alcuni ne hanno di piu, al­
tri di meno, secondo le lingue e secondo le diverse modifica­
zioni che subiscono i suoni vocali e le consonanti. Coloro che
contano soltanto cinque vocali si sbagliano di grosso: i greci
ne scrivevano sette, i primi romani sei i signori di Port-Royal
•,

ne contano dieci, Duclos diciassette ", e non dubito che se ne

d PAUSANIA, Arcadia. I latini agli inizi scrissero nella stessa maniera e di là, secon·
do Mario Vittorino è venuta la parola « versus >> [lt versus: solco, verso, N. d. T. ] .
e (( Vocales quas Graece septem, Romulus sex, usus posterior quinque commemo­

rat y velut Graeca rejecta >> : MARTIANUS CAPELLA, I, III.


LA SCRITTURA 35

potrebbero trovare ancora molte se l'abitudine avesse reso


l'orecchio piu sensibile e la bocca piu esercitata alle diverse
modificazioni di cui essi sono suscettibili. In proporzione alla
delicatezza dell'organo si troveranno piu o meno di queste
modificazioni, fra l'a acuto e l'o grave, fra la i e la e aperta,
ecc. Cosa che ognuno può provare passando da una vocale
all'altra con una voce continua e sfumata; si può infatti fissare
un numero maggiore o minore di queste sfuniature e rilevarle
con dei caratteri particolari, secondo che, con l'abitudine, ci si
sia resi piu o meno sensibili, e tale abitudine dipende dalla
varietà di suoni vocali in uso nel linguaggio, secondo i quali
l'organo si forma insensibilmente. La stessa cosa si può dire
pressappoco delle lettere articolate o consonanti. Ma la mag­
gior parte delle nazioni non ha fatto cosi. Esse hanno preso
l'alfabeto le une dalle altre e hanno rappresentato con gli stessi
caratteri suoni vocali e articolazioni assai differenti. La qual
cosa fa si che, per quanto esatta sia l'ortografia, si legge sem­
pre in maniera ridicola una lingua diversa dalla propria, a
meno che uno non vi sia estremamente allenato.
La scrittura, che sembra dover fissare la lingua, è giustap­
punto ciò che la altera "; essa non ne muta le parole, bensi il
genio; sostituisce l'esattezza all'espressione. Si esprimono i
propri sentimenti quando si parla e le proprie idee quando si
scrive. Scrivendo si è costretti a prendere tutte le parole nella
loro accezione corrente; ma chi parla varia le accezioni con i
toni, le determina come gli piace; meno preoccupato di essere
chiaro, concede di piu alla forza espressiva. E non è possibile
che una lingua che si scrive conservi a lungo la vivacità di
quella che è soltanto parlata. �i trascrivono i suoni vocali, ma
non la loro sonorità, ora, in una lingua modulata, è la sonorità,
sono i toni, le inflessioni di ogni specie che costituiscono la
piu grande energia del linguaggio; e rendono una frase, per
altri versi comune, propria solamente al luogo in cui è in uso.
I mezzi che vengono adottati per supplire a ciò diluiscono, al­
lungano la lingua scritta, e, passando dai libri al discorso par­
lato, snervano la parola stessa r. Dicendo tutto come se si scri­
vesse, non facciamo altro che leggere parlando.

r ll migliore di questi mezzi e quello che non avrebbe questo difetto, sarebbe la
punteggiatura, se la si fosse lasciata in uno stato meno imperfetto. Perché, per esem·
pio, non abbiamo il punto vocativo?
CAPITOLO V

Il punto interrogativo che invece abbiamo sarebbe molto meno necessario; poi­
ché, attraverso la sola costruzione, si vede se uno interroga o non interroga, almeno
nella nostra lingua. Venez-vous e vous venez non sono la stessa cosa. Ma come distin­
guere per iscritto un uomo che nominiamo da un uomo che chiamiamo? Ecco almeno
un equivoco che il punto vocativo avrebbe levato. Lo stesso equivoco si trova nell'iro·
nia quando il tono non la fa sentire.

' Rousseau riprende nella prima parte di questo capitolo una /ripartizione
della storia generale dei sistemi di scrittura molto comune al suo tempo.
Già nel 1718 Fréret, affrontando nella memoria già citata (cfr. sopra,
nota 4 del cap. I) il tema della scrittura cinese in rapporto alla storia del­
l'antica Cina, aveva posto il problema dello studio comparato dei sistemi
di scrittura, offrendo un quadro delle modalità dell'arte della scrittura
metodicamente classificate. In quello scritto, largamente diffuso in se­
guito, nel secondo volume dell'Essai sur !es hiéroglyphes edito da Mal­
peines nel 1744, Fréret poneva, per la prima volta in maniera rigorosa, il
problema della notazionefonetica come grande discriminante strutturale,
prima che storica, fra i sistemi di scrittura. Egli divideva quindi radical­
mente le scritture non fonetiche << peinture des pensées>>, << rappresenta­
tive di idee, senza alcun rapporto con le parole della lingua>> (FRÉRET,
Ré/lexions sur !es principes généraux de l'art d'écrire, in CEuvres cit., t. 6,
p. 285), dalle scritture fonetiche << peintures des paroles >> o << écriture ver­
bale>>, offrendo cosi il retroterra sistematico alla accezione del termine al­
fabeto nel secolo XVIII, come pura notazione fonetica: verrà classificata
come alfabetica e detta letterale ogni scrittura avente come fine quello di
notare i suoni di una lingua, i cui caratteri sono « segni della parola >> par­
lata in quanto << segni dei suoni proferiti per comunicare agli altri uomini
le nostre idee e i nostri sentimenti >> (tbid. ) . All'interno di questa generale
distinzione puramente strutturale, non inserita in una concezione evolutiva
di progresso, Fréret suddivideva il primo gruppo secondo tre criteri di
rappresentazione degli oggetti designati dagli elementi di scrittura, cia­
scuno storicamente documentato. n primo criterio è quello della notazione
figurativa secondo un rapporto naturale e diretto con gli oggetti stessi alla
maniera dei selvaggi del Canada e dei messicani, portati questi ultimi con
grande rilievo all'attenzione degli studiosi, sulla base della documentazione
fornita da M. THÉVENOT, Relation des divers voyages curieux, Paris 1663,
5 voll., e da G. F. GEMELLI CARERI, Giro de/ mundo, Napoli 1699-1700
(FRÉRET, Réflexions sur !es principes généraux de l'art d'écrire cit., pp. 229-
231). n secondo criterio raffigura gli oggetti secondo un << rapporto imma­
ginato con le qualità, i sentimenti e le passioni degli esseri viventi >> dando
luogo ad una maniera di rappresentazione << simbolica>> (ibid. , p. 232) sto­
ricamente osservabile nei geroglifici egiziani, prevalentemente nel loro
carattere religioso o sacro. n terzo criterio sostituisce al rapporto imma­
ginativo, un << rapporto d'istituzione >> (ibid.) puramente arbitrario, desi­
gnando gli oggetti con semplici << trani >> e caratteri tanto stilizzati da
mantenere con le cose una mera relazione convenzionale. Tale è, secondo
LA SCRITTURA 37

Fréret, la scrittura cinese, per eccellenza rappresentativa di idee, essendo


in essa dimenticato ogni rapporto naturale con l'oggetto, e perciò prossi­
ma alla notazione matematica in cifre. Soltanto all'interno del primo
gruppo, delle scritture non fonetiche, le modalità rappresentative dei due
ultimi criteri rinviano ad una idea di progresso storico rispetto alla raffi­
gurazione naturalistica delle pitture messicane, rilevabile nella maggior
ricchezza e funzionalità delle scritture egiziana e cinese. Assai piu marcata
e determinante è nell'opera di Warburton la tendenza ad inserire le forme
di scrittura in un quadro generale che dia conto del loro rapporto evolu­
tivo, secondo una visione totale del divenire della scrittura, congetturale
e filosofica ad un tempo, destinata a permeare di sé tutta la successiva ri­
flessione sull'argomento, non escluse queste pagine rousseauiane. Ogni
residuo carattere sacro o esoterico è negato ai geroglifici egiziani, riportati
alle necessità pratiche della vita degli uomini e all'uso popolare (WARBUR­
TON, Essai sur les hiéroglyphes cit., ed. del 1977, pp. 104-9), e situati ad un
livello superiore alla scrittura in pittura dei messicani legata ad una fonda­
mentale rozzezza di concezione. Rispetto a questa il geroglifico egiziano
era insieme « pittura >> e « carattere>>, che designava l'oggetto secondo un
rapporto metaforico con esso (ibid., p. 105). Cosi comincia la '' storia ge­
nerale della scrittura, con un graduale e facile cammino dalla pittura alla
lettera>> (ibid., p. 114): al geroglifico seguirono i caratteri cinesi, il cui gra­
dino immediatamente successivo è dato dalle lettere alfabetiche. La scrit­
tura cinese, afferma Warburton, superando tutti i problemi e le discussioni
filosofiche che attorno ad essa si erano sviluppate, partecipa della natura
delle due scritture ad essa inversamente prossime, quella geroglifica e
quella alfabetica. D'altra parte l'alfabeto non è che una semplificazione e
abbreviazione sistematica di tanta confusa molteplicità: il suo carattere di
convenzionalità si situa in Warburton non tanto in un rapporto radical­
mente nuovo con gli elementi della lingua parlata, ma come risultato sto­
rico in vista di una piena funzionalità alla chiarezza e alla praticità della
scrittura. Lo sviluppo evolutivo non segue dunque la linea della fonetizza­
zione della scrittura, il cui essenziale nodo teorico appare in Warburton
del tutto marginalizzato. L'accostamento comparativo delle forme di
scrittura è interno ad un progetto volto a porre il figurativo come origina­
rio e nello stesso tempo a rilevare le tendenze alla modificazione del segno
grafico in rapporto ai bisogni e alla storia delle società. L'attenzione alla
forma dei segni e alla funzione dei sistemi grafici appare inseparabile da
un nodo di fattori storici. Questo apporto di Warburton sarà la base di
tutta la discussione del secolo: oltre all'articolo Scriture dell' Encyclopédie
(vol. V, 1755), steso da Jacourt, che riassume sostanzialmente l'Essai,
Condillac nel 1746 aveva redatto il capitolo Sulla scrittura del Saggio sull'o­
rigine delle conoscenze umane, citando a piene mani l'opera di Warburton
e ancora tre anni piu tardi, nel Traité des systèmes (Paris 1749, cap. XVII)
la menzionava a sostegno dell'opportunità di una visione « philosophi­
que >> e sistematica dell'arte della scrittura. Duclos, nel 1754, nel suo Com­
mentaire alla Grammaire générale et raisonné de Port-Royal, ne riprendeva
le linee essenziali, con un'attenzione del rutto nuova, tuttavia, al rapporto
scrittura-lingua parlata e una sensibilità ai problemi della fonetizzazione
che Io riavvicinava a Fréret. Duclos non mancava inoltre di far rilevare il
CAPITOLO V

carattere di « conjecture philosophique » che egli attribuiva al quadro


riassuntivo dell'evoluzione della scrittura che aveva appena tracciato (cfr.
DUCLOS, Commentaire cit. oltre, alla nota II di questo capitolo, pp. 421-
424). Il complesso dei temi posti da Duclos rappresenta una importante
mediazione di tutto il dibattito per Rousseau, al quale del resto Duclos
fornisce piii di un motivo ispiratore per il Saggio sull'origine delle lingue
(cfr. la conclusione dell'ultimo capitolo)_ Rousseau, in queste pagine, ri­
prende fortemente il tema di una storia congetturale in cui inserisce com­
parativamente le forme di scrittura, e centrale è altresi l'ispirazione di
Warburton di concepire in modo storico e sistematico ad un tempo la
relazione fra sistemi grafici e fattori sociali. Ma la tendenza interna della
storia congetturale porta qui in primo piano la questione della fonetizza­
zione. In primo luogo con il rapporto costante che si enuclea fra scrittura
e linguaggio: benché, presi come sistemi, essi abbiano un'esistenza e uno
sviluppo indipendenti, tuttavia è possibile isolarne sincronicamente delle
analogie strutturali. Secondariamente l'evoluzione mostra un progressivo
affermarsi della centralità dell'elemento fonico della lingua nel muta­
mento delle forme di scrittura, benché la fonetizzazione alfabetica non sia
vista come il fine assoluto di tutto il processo, né rivesta un carattere di ne­
cessità storica. In terzo luogo, sono le strutture stesse della lingua, prese
nelle loro differenze, che si rapportano, indicandone le possibilità e i limiti,
alle forme sociali sincroniche ad ogni determinato sistema di scrittura:
cosi, questa << prima maniera di scrivere>>, per pitture di oggetti e figure
allegoriche, corrisponde alla metaforicità della lingua appassionata, che
presuppone in quanto tale una qualche società e dei bisogni originati
dalle passioni. L'elemento fondamentale di questo stadio, la preminenza
delle passioni, si mostra con evidenza assoluta nel tratto pertinente della
lingua: la metafora originata dalla passione.
2 Si tratta di una metafora molto comune a quel tempo, che si ispira alla
citazione di un passo della Pharsalia di Lucano nella celebre traduzione di
Brébeuf (1654), ove si legge, a proposito dell'origine fenicia dell'alfabeto:
« C'est de là que nous vient cet art ingénieux l De peindre la P.arole et de
parler aux yeux, l Et par des traits divers de figures tracées, l Donner de
la couleur et du corps aux pensées >>. Il passo si ritrova integralmente ripor­
tato in LAMY, La Réthorique cit., p. 103, come esempio di eleganza e ric­
chezza del discorso. Fréret utilizza la metafora, in consonanza col suo signi­
ficato originario, per designare la specificità delle scritture alfabetiche e
marcare cosi la grande scansione fra scritture non fonetiche e scritture
fonetiche. È dunque curioso che essa venga utilizzata da Rousseau ri­
spetto alla scrittura cinese, ampiamente riconosciuta al suo tempo, sulla
base della rigorosa indagine di Fréret, come essenzialmente e struttural­
mente ideogrammatica, estranea al principio della notazione fonetica.
Fréret afferma che i cinesi « non conoscono in alcun modo la scrittura
verbale, i cui caratteri sono segni della parola >> Réflexions sur !es princi­
pes généraux de l'art d'écrire cit., pp. 250-51) e che la loro scrittura costi­
tuisce << una lingua a parte, ... che parla soltanto agliocchi, che non dipende
né dall'organo della voce, né dal senso dell'udito e che degli uomini muti
e sordi dalla nascita avrebbero potuto impiegare per conversare fra loro
[corsivo nostro] >> (ibid. , pp. 252-53). Anche Leibniz nei Nouveaux essais
LA SCRITTURA 39

sur l'entendement humain affermava che la scrittura cinese, « si direbbe


inventata da un sordo».
Rousseau dà, in questo quadro sinottico delle forme di scrittura, una
collocazione del tutto particolare e una connotazione complessa della
scrittura cinese, che non tiene conto delle acquisizioni in materia del suo
tempo, peraltro assai note e condivise. La caratterizzazione che Rous­
seau attribuisce qui alla scrittura dei cinesi sembra piuttosto essere stata
ispirata da un'ormai datata descrizione del padre Lamy (La Réthorique
cit., pp. 49-50) che, partendo dalla pertinenza del tono musicale nella
lingua cinese, fa risalire la molteplicità dei caratteri della scrittura cinese
alla necessità di esprimere i differenti toni annessi ai singoli termini mono­
sillabici come parte integrante del loro valore semantico. La scrittura ci­
nese sarebbe dunque sintetica, ogni carattere esprimendo un'intera pa­
rola, e /onogrammatica, dovendo rappresentare anche il tono con cui
viene pronunciata la parola per esprimerne il significato definito. Lamy
sottolinea inoltre la pregnanza fonica del cinese, esprimentesi a livello
grafico nell'estrema ricchezza di caratteri, mostrando in che modo i Ge­
suiti stabilitisi in Cina riuscirono a semplificarne la scrittura, servendosi di
notazioni fonetiche corrispondenti ai cinque toni della lingua e dimi­
nuendo cosi considerevolmente il numero dei caratteri necessari. (Riferi­
mento probabile all'Histoire de l'expédition chrétienne au royaume de la
Chine entreprise par les P.P. de la Compagnie de Jésus, di NICOLAS TRI­
GAULT, Lyon 1616).
Ma se nel padre Lamy, Rousseau poteva trovare una considerazione della
scrittura cinese lontana da ogni simpatia per la « scrittura universale>>
(come Wilkins e Leibniz avevano visto il sistema grafico cinese, prossimo
perciò alla lingua filosofica per eccellenza) e aperta piuttosto alla ricerca
di un rapporto col parlato, la collocazione strutturale della scrittura ci­
nese nello schema tripartito di Rousseau rimanda piu significativamente
al quadro delle evoluzioni del segno grafico proposto da Warburton nel
suo disegno di << histoire générale de l' écriture >> . Nei due autori, infatti, la
scrittura cinese occupa una posizione strategica simmetrica in rapporto
alle altre forme grafiche: costituisce - con un diverso valore - un livello
intermedio &a due estretni (la scrittura pittografica e quella fonetica) del­
le cui differenti nature, in virtu della sua posizione, ugualmente partecipa.
In Warburton essa risulta cosi di una complessione imperfetta di elementi
figurativi e di astratta convenzionalità, nel Saggio di Rousseau, sottopo­
nendosi alla problematica del nodo parola-scrittura che attraversa il capi­
tolo, la scrittura cineseviene a svolgere una funzione di comunicazione &a
la prima e la terza forma, &a la pittura metaforica dell'oggetto e il puro se­
gno della convenzionalità assoluta della lettera, costituendosi nel con­
tempo come pittura del suono significante e discorso che si svolge davanti
agli occhi. Poiché essa è già scrittura verbale, se non alfabetica, rappresen­
tando sinteticamente la parola nella sua unità semantica, essa indica uno
stadio sociale in cui la convenzione è subentrata al puro evento della pas­
sione: convenzione che lega la lingua in sistema e il popolo in società, isti­
tuendo una legalità del discorso e del vivere comune. La scrittura, in
quanto tale, implica un doppio registro di convenzione: quello che motiva
la semanticità univoca del suono e quello che dà luogo alla pittura grafica
CAPITOLO V

di suono verbale e significato, nella loro unità non ancora analizzata.


Questo secondo stadio, colmato dal riferimento alla scrittura cinese, se­
gna l'emergenza del suono parlato come origine e fondamento ineludi­
bile, anche se occultato, di ogni scrittura; evoca, nel contempo, la possibi­
lità di una scrittura verbale che non dissolva l'unità semantica della parola,
in cui il carattere sia pittura e non mera notazione segnica.
' Rousseau corregge qui il senso della metafora usata da Fréret (c&. la nota
precedente) per connotare le scritture alfabetiche come peintures des pa­
ro/es. La modalità di scrittura inaugurata dall'alfabeto non è la « pittura »
della parola, ma la sua analisi, la sua scomposizione in elementi semplici
universalmente fungibili. La lettera, cioè, è estranea ad ogni valore simbo­
lico, quale si ritrova sia nella pittura di oggetti del primo modello che nella
pittura di suoni del secondo, implicando un'associazione determinata fra
un segno grafico ed un preciso contenuto semantico totalmente assunto:
la lettera è puro segno che non evoca un significante, bensi, variamente
combinata, può indicarli tutti. Di qui l'analogia strutturale &a sistema
alfabetico e sistema del commercio. TI termine medio non menzionato e
necessario per cogliere la solidarietà &a i due sistemi è « il momento mo­
netario della razionalità economica >> (DERRIDA, De la grammatologie cit.,
p. 424). Nell'Emilio Rousseau delinea una teoria della moneta e della sua
funzione che presenta forti analogie strutturali con l'invenzione dell'alfa­
beto, come viene qui delineata: << Nessuna società può esistere senza
scambio, nessuno scambio senza misura comune, e nessuna misura co­
mune senza eguaglianza. In questa maniera, ogni società ha per prima
legge qualche eguaglianza convenzionale, sia negli uomini che nelle
cose... L'eguaglianza convenzionale &a le cose ha fatto inventare la mo­
neta poiché la moneta non è che un termine di paragone per il valore
delle cose di diversa specie; e in tal senso la moneta è il vero vincolo della
società: ma tutto può essere moneta... >> (Emilio cit. sopra, alla nota 4 del­
l'Introduzione, p. 476).
' Sulla teoria dei diversi stadi in cui si può considerare scandita la storia
delle società umane Rousseau ritornerà a lungo nel capitolo IX di questo
Saggio. (Sulla presenza della « teoria dei quattro stadi>> nel Saggio sull'ori­
gine delle lingue e sui rapporti con teorie analoghe nel Settecento dr.
MEEK, Il cattivo selvaggio cit. sopra, alla nota r dell'Introduzione; su Rous­
seau in particolare c&. le pp. 62-67).
L'accenno in questo capitolo e a questo punto sottolinea la solidarietà
strutturale e profonda &a sistemi grafici, linguistici e sociali, ma ne marca
anche l'indipendenza relativa: non vi si indica infatti alcun rapporto cau­
sale &a una data società o una data lingua e un determinato sistema di
scrittura, ma si segnala un'analogia formale fra sistemi distinti salvo, forse,
per il terzo momento, quello dell'alfabeto, ove si aggiunge una sfumatura
di necessità storica: <d popoli commercianti ... furono costretti ad inven­
tare caratteri... comuni [corsivo nostro] >>. Ma si tratta comunque, pur vo­
lendo forzare questo elemento, di una necessità che resta interna al terzo
momento e non trapassa al senso complessivo dello schema. L'assimila­
zione dei sistemi grafici negli stadi sociali selvaggio, barbaro e civile non
induce a considerare la scrittura in una sequenza evolutiva necessaria,
LA SCRITTURA

semmai ne segna il legame complesso con elementi della storia umana


che irrompono in essa secondo discontinuità, con il carattere dell'emer­
genza storica. Duclos, nel Commentaire ( cit. oltre, alla nota n di questo
capitolo), aveva espresso con profondità l'apparente contingenza assoluta
e i processi inconsci che presiedono alla lingua e segnano i mutamenti delle
forme di scrittura: « È il corpo sociale di un popolo che fa una lingua, attra­
verso il concorso di una infinità di bisogni, di idee, e di cause fisiche e mo­
rali, variate e combinate durante una successione di secoli, senza che sia
possibile riconoscere l'epoca dei cambiamenti, delle alterazioni o dei pro­
gressi. Spesso decide il capriccio; talvolta è la metafisica piu sottile, che
sfugge alla rillessione e alle conoscenze di coloro stessi che ne sono gli au­
tori. Un popolo è dunque il padrone assoluto della lingua parlata, ed è un
dominio eh' esso esercita senza esserne consapevole. La scrittura (parlo di
quella dei suoni) non è nata, come il linguaggio, per un lento e insensibile
progresso: essa ha atteso secoli prima di nascere; ma è nata d'un colpo,
come la luce [corsivo nostro] ».
Una discontinuità strutturale divide fra loro i sistemi di cui parla Rous­
seau: non vi sono scorciatoie semplificatrici fra l'uno e l'altro, continuità
ipotizzabili in nome di una funzionalità che si dispiega. La stessa fonetiz­
zazione si dà secondo due diverse modalità morfologiche. Essa si afferma,
ma con il carattere dell'emergenza storica, << d'un sol colpo, come la luce »,
secondo la metafora di Duclos. Tale è il senso del prosieguo di tutto il ca­
pitolo che divaga, oscillando sulla cronologia nel rapporto scritto-parlato
nell'antichità (fino al successivo capitolo su Omero), che conclude su
un'ipotesi di avvento dall'esterno dell'alfabeto in Grecia, ad uno stadio
già avanzato della lingua parlata, a dimostrare che quanto è avvenuto po­
teva avere uno svolgimento tutto diverso o anche non essere mai accaduto.
' CHARDIN, Voyage en Perse cit., vol. III, pp. 59-60.
' La scrittura dei messicani è esempio classico della notazione figurativa nel
dibattito settecentesco sulle scritture antiche, sulla base della documenta­
zione contenuta nelle relazioni di viaggi del Thévenot e di Gemelli Ca­
reri (cfr. nota r in questo capitolo). Cfr. FRÉRET, Réf/exions sur !es princi­
pes généraux de l'art d'écrire cit., pp. 229-3r; WARBURTON, EHai sur /es
hiéroglyphes cit., pp. 98-ro4; CONDILLAC, Saggio sull'origine delle cono­
scenze umane cit., pp. 289 e 29r).
7 Opinione di tradizione antica, sostenuta da Erodoto, era stata avvalorata
dai principali studiosi del secolo xv n, fra i quali Bochart e Walton. Dub­
bioso sulla validità di tale tradizione è il Fréret, che, nella citata memoria
sulle scritture, propende per una diffusione dell'alfabeto in Grecia, pree­
sistente alla penetrazione di quello fenicio (FRÉRET, CEuvres complètes
cit., t. 6, pp. 242-44).
' Cfr. ERODOTO, V, 58.
' Cfr. LAMY, La Réthorique cit., p. m.
10 Cfr. PLINIO, Storia naturale, VII, 56, r92; ISIDORO DI SIVIGLIA, Etymolo­
giarum rive Originum libri XX, l, 3, 5·
11
c. P. DUCLOS, Commentaire, in Grammaire générale et raisonnée de Port­
Royal par Arnauld et Lancelot, Paris r754; le nostre citazioni si riferiscono
CAPITOLO V

sempre all'edizione del 1803, curata dal Petitot: Grammaire générale et


raisonnée de Port-Royal, par Arnauld et Lancelot; Précédée d'un Essai sur
l'origine et le progrès de la Langue /rançoise, par M. Petitot, Et suivie du
Commentaire de M. Duclos, auquel on a ajouté des Notes, Paris, An XI-
1803. Per la discussione sulle vocali, cfr. ibid. , pp. 393-98.
12
Cfr. ibid. , p. 423. Cfr. su questo punto il frammento Pronuncia, pubbli­
cato nel presente volume in appendice al testo del Saggio.
CAPITOLO VI

SE È PROBABILE CHE OMERO ABBIA SAPUTO SCRIVERE

Qualunque cosa si dica dell'invenzione dell'alfabeto greco,


io la credo molto piu moderna di quanto non venga reputata
e fondo questa opinione principalmente sul carattere della lin­
gua. Mi è spesso venuto in mente di dubitare non solo che
Omero abbia saputo scrivere, ma anche proprio del fatto che
si scrivesse al tempo suo. Ho un gran rammarico che questo
dubbio sia cosi formalmente smentito dalla storia di Bellero­
fonte ' nell'iliade, come ho la disgrazia, al pari di padre Har­
douin ' d'essere un po' ostinato nei miei paradossi; se fossi
meno ignorante sarei proprio tentato di redigere i miei dubbi
su questa storia e di accusarla di essere stata interpolata, senza
gran riflessione, dai compilatori di Omero. Non solo nel resto
dell'iliade si vedono poche tracce di questa arte, ma io azzardo
l'ipotesi che tutta l'Odissea non è che un tessuto di ingenuità
e assurdità tali che una o due lettere scritte l'avrebbero man­
dato in fumo, laddove questo poema diviene ragionevole e an­
che assai ben costruito se si pensa che i suoi eroi ignorassero
la scrittura. Se l'iliade fosse stata scritta, sarebbe stata molto
meno cantata, i rapsodi sarebbero stati meno ricercati e si sa­
rebbero moltiplicati di meno. Nessun poeta è stato cantato
tanto quanto il Tasso a Venezia, se non altro dai gondolieri,
che non sono grandi lettori. La diversità dei dialetti impiegata
da Omero costituisce una prova molto forte. I dialetti, che si
distinguono nella parola parlata, si uniformano e si confon­
dono nella scrittura, tutto si rapporta insensibilmente ad un
modello comune. Piu una nazione legge e si istruisce, piu i
suoi dialetti si sfumano e alla fine essi continuano a sussistere
soltanto in forma di gergo presso il popolo, che legge poco e
non scrive affatto.
Ora, poiché questi due poemi sono posteriori all'assedio di
44 CAPITOLO VI

Troia, non è molto verosimile che i greci, che fecero quest'as­


sedio, conoscessero la scrittura e che il poeta che lo cantò
non la conoscesse. Questi poemi restarono a lungo scritti sol­
tanto nella memorià degli uomini; furono raccolti per iscritto
molto tardi e con gran difficoltà. Fu quando la Grecia co­
minciò ad abbondare di libri e di poesia scritta che tutto il fa­
scino di quella di Omero si fece sentire per comparazione.
Gli altri poeti scrivevano, Omero solo aveva cantato, e questi
canti divini hanno cessato di essere ascoltati con rapimento
soltanto quando l'Europa si è coperta di barbari che si son
messi a giudicare ciò che non potevano intendere.

1 OMERO, Iliade, VI, 167 sgg.


2 Jean Hardouin, gesuita francese (r646-t729). Sostenne con molta dottrina
opinioni bizzarre: ad esempio, che tutte le opere classiche sono falsifica­
zioni medievali, con l'eccezione delle opere di Omero, di Erodoto, di
Cicerone, di Plinio, delle Bucoliche di Virgilio e delle Epistole di Orazio.
Affermò inoltre che tutti i concili precedenti quello di Trento erano fittizi
e che l'originale dei Vangeli era in latino. È comunemente citato, nel Set­
tecento, per i suoi paradossi (fra gli altri, da Montesquieu e Voltaire).
CAPITOLO VII

LA PROSODIA MODERNA

Noi non abbiamo alcuna idea di una lingua sonora e armo­


niosa che parli tanto per suoni che per voci. Se si crede di po­
ter supplire al tono con gli accenti si sbaglia: si inventarono gli
accenti solo quando il tono si era già perduto ' '. Vi è di piu, noi
crediamo di avere degli accenti nella nostra lingua, e non ne
abbiamo affatto: i nostri pretesi accenti non sono che vocali
o segni di quantità; essi non indicano alcuna varietà di suono.

' Alcuni doni pretendono, contro l'opinione comune e contro la prova trana da
tutti gli antichi manoscritti, che i greci abbiano conosciuto e praticato nella scrittura i
segni chiamati accenti, e fondano questa opinione su due passi che intendo trascrivere
entrambi, affinché il lenore possa giudicare del loro vero senso.
Ecco il primo trano da Cicerone nel suo De oratore, L, ill, n. 44: « Hanc diligentiam
subsequitur modus etiam et forma verborum, quod iam vereor ne huic Catulo videatur
esse puerile. Versus enim veteres illi in hac soluta oratione propemodurn, hoc est nurne­
ros quosdam nobis esse adhibendos putaverunt; interspirationis enirn, non defatigatio­
nis nostrae neque librariorum notis, sed verborum et sententiarum modo interpunctas
clausulas in orationibus essevoluerunt; idque princeps lsocrates instituisse.fertur, ut in­
conditam antiquorum dicendi consuetudinem delectationis atque auriurn causa, quem
ad modurn scribit discipulus eius Naucrates, nurneris adstringeret. Namque haec duo
musici, qui erant quondam idem poetae, machinati ad voluptatem sunt, versurn atque
cantum, ut et verborum numero et vocum modo delectatione vinceret aurium satieta­
tem. Haec igitur duo, vocis dico moderationem et verborum conclusionem, quoad ora­
tionis severitas pati posset, a poetica ad eloquentiam traducenda duxerunt �> .
Ecco il secondo trano da Isidoro nelle sue Ortgines, libro I, cap. xx: « Praetera quae­
dam sententiarum notae apud celeberrirnos auctores fuerunt, quasque antiqui ad di­
stinctionem scripturarurn carminibus et historiis apposuerunt. Nota est figura propria
in litterae modum posita ad demonstrandurn unamquamque verbis sententiarumque ac
versuum rationem. Notae autem versibus apponuntur numero XXVI quae sunt nomi­
nibus in&a scriptis, etc. )),
Quanto a me, in questi passi leggo che fin dal tempo di Cicerone i buoni copisti pra­
ticavano la separazione delle parole e ceni segni equivalenti alla nostra punteggiatura.
Vi leggo anche l'invenzione della metrica e la declamazione della prosa attribuita a Iso­
crate. Ma non leggo assolutamente nulla di segni scritti, di accenti e, quand'anche ne
leggessi, non se ne potrebbe concludere che una sola cosa, che non contesto e che rien­
tra completamente nei miei principi, e cioè che quando i romani cominciarono a studiare
il greco, i copisti, per indicargliene la pronuncia, inventarono i segni degli accenti, degli
spiriti e della prosodia; ma non se ne deduce affatto che questi segni fossero in uso fra
i greci che non ne avevano alcun bisogno.
CAPITOLO VII

La prova è che questi accenti sono resi tutti o con tempi ine­
guali, o con modificazioni delle labbra, della lingua o del palato
che producono la diversità delle voci, nessuno con modifica­
zioni della glottide che producono la diversità dei suoni. Cosi
se il nostro circonflesso non è un semplice suono vocale, è una
lunga o non è niente. Vediamo ora che cos'era presso i greci.
« Dionigi di Alicarnasso dice che l'elevazione del tono nel­
l'accento acuto e l'abbassamento nel grave erano di una
quinta; per questo l'accento prosodico era tanto musicale,
soprattutto il circonflesso, nel quale la voce, dopo essersi ele­
vata di una quinta, discendeva di un'altra quinta sulla stessa
sillaba » b ' . Si vede abbastanza chiaramente da questo passo e
da ciò che vi si riferisce che Duclos non individua affatto un
accento musicale nella nostra lingua, ma soltanto l'accento
prosodico e l'accento vocale; vi aggiunge un accento ortogra­
fico che non cambia niente alla voce, né al suono, né alla
quantità, ma che talvolta indica una lettera soppressa come il
circonflesso e talvolta fissa il senso equivoco di un monosil­
labo, come l'accento preteso grave che distingue où awerbio
di luogo da ou particella disgiuntiva, e à considerato come
articolo, dallo stesso a considerato come verbo: tale accento
distingue soltanto davanti all'occhio questi monosillabi, nul­
la li distingue nella pronuncia '. Cosi la definizione dell'ac­
cento che i francesi hanno generalmente adottato non si confà
a nessuno degli accenti della loro lingua '.
Mi aspetto senz'altro che molti dei loro grammatici, p re­
giudizialmente convinti che gli accenti indichino elevazione o
abbassamento di voce, protestino ancora una volta qui contro
il paradosso e, invece di porre adeguata attenzione all'espe­
rienza, ritengano di produrre con le modificazioni della glot­
tide • questi stessi accenti, che producono unicamente variando
le aperture della bocca o le posizioni della lingua. Ma ecco ciò
che ho da dire loro constatando l'esperienza e rendendo irre­
futabile la mia prova.

b DUCLOS, Rem. sur la Grammaire générale et raisonnée, p. 30.


c Si potrebbe credere che non è co n questo s tesso accento ch e gli italiani distinguo­
no, per esempio, è verbo da e co ngiunzione: ma il p rimo si distingue all'orecchio per un
suono forte e piu calcato, il ch e rende vocale l'accento di cui è marcato; osservazione che
il Buonmattei [grammatico italiano, t58r-r647, N. d. T.] ha avuto il torto di non fare.
LA PROSODIA MODERNA 47

Prendete esattamente con la voce l'unisono di qualche stru­


mento di musica e su questo unisono pronunciate di seguito
tutte le parole francesi piu diversamente accentate che potrete
raccogliere; poiché non si tratta qui dell'accento oratorio, ma
solamente dell'accento grammaticale ', non è neppure neces­
sario che queste diverse parole abbiano un senso conseguente.
Osservate se, cosi parlando, non marcate su uno stesso suono
tutti gli accenti altrettanto sensibilmente, altrettanto netta­
mente che se pronunciaste senza preoccupazione variando la
vostra intonazione di voce. Ora, supposto questo fatto, ed
esso è incontestabile, io dico che, poiché tutti i vostri accenti
si esprimono sullo stesso tono, essi non scandiscono pertanto
dei suoni differenti. Non immagino che cosa si possa rispon­
dere a ciò.
Ogni lingua in cui si possano mettere piu arie di musica
sulle stesse parole non ha affatto un accento musicale ' deter­
minato. Se l'accento fosse determinato, anche l'aria lo sarebbe.
Da quando il canto è arbitrario, l'accento non è tenuto in nes­
suna considerazione.
Le lingue moderne dell'Europa sono tutte piu o meno della
stessa categoria: non fa eccezione nemmeno l'italiano. La lin­
gua italiana, come la francese, non è affatto, per se stessa, una
lingua musicale. La differenza è solo che l'una si presta alla
musica mentre l'altra non vi si presta '.
Tutto ciò porta alla conferma di questo principio: che, per
un progresso naturale, tutte le lingue letterarie dovettero cam­
biare carattere e perdere in forza, guadagnando in chiarezza;
che piu ci si applica nel perfezionare la grammatica e la logica,
piu si accelera questo progresso e che per rendere subito una
lingua fredda e monotona, non bisogna far altro che istituire
delle accademie presso il popolo che la parla •.
Si conoscono le lingue derivate dalla differenza fra l'orto­
grafia e la pronuncia. Piu le lingue sono antiche e originali,
meno vi è di arbitrario nella maniera di pronunciarle, di con­
seguenza minor complicazione di caratteri per determinare
questa pronuncia. « Tutti i segni prosodici degli antichi, di­
ce Duclos, supposto che l'impiego ne fosse ben fissato, non
corrisponderebbero ancora all'uso » '. Dirò di piu, essi furo­
no sostituiti. Gli antichi ebrei non avevano né punti, né ac-
CAPITOLO VII

centi, non avevano nemmeno delle vocali ". Quando le altre


nazioni hanno voluto mettersi a parlare ebraico e gli ebrei
hanno parlato altre lingue, la loro ha perduto l'accento che
le era proprio; ci sono voluti dei punti, dei segni per fissarlo
e questo ha ristabilito piuttosto il senso delle parole ma non
la pronuncia della lingua. Gli ebrei dei nostri giorni che par­
lano ebraico, non sarebbero compresi meglio dei loro ante­
nati.
Per sapere l'inglese bisogna impararlo due volte, una per
leggerlo e l'altra per parlarlo. Se un inglese legge ad alta vç>ce
e uno straniero getta gli occhi sul libro, lo straniero non per­
cepisce alcun rapporto fra ciò che vede e ciò che sente. Per­
ché questo? Perché, essendo stata l'Inghilterra successiva­
mente conquistata da diversi popoli, le parole sono sempre
state scritte allo stesso modo, mentre la maniera di pronun­
ciarle è spesso cambiata. C'è una bella differenza fra i segni
che determinano il senso della scrittura e quelli che regolano
la pronuncia. Sarebbe facile fare con le sole consonanti una
lingua molto chiara per iscritto, ma che non si potrebbe par­
lare. L'algebra ha qualcosa di questa lingua ". Quando una
lingua è piu chiara per la sua ortografia che non per la sua
pronuncia, è un segno che essa è piu scritta che parlata; tale
poteva essere la lingua colta degli egiziani; tali sono per noi le
lingue morte. In quelle che sono cariche di consonanti inutili,
la scrittura sembra addirittura aver preceduto la parola, e chi
non collocherebbe la lingua polacca in questa categoria? Se
cosi fosse, il polacco dovrebbe essere la piu fredda di tutte le
lingue.

1 Cfr. LAMY, La Réthorique cit., p. 2 1 : « Nelle lingue che hanno dei toni dif.
ferenti, che hanno degli accenti, come la lingua greca, si è cominciato a
marcare questi toni, questi accenti, queste aspirazioni soltanto dopo che
la lingua ha cominciato a corrompersi, dopo che la pronuncia si è alterata
e si son cercati di conseguenza i mezzi per conservare l'antica pronuncia >>.
L'affermazione di Rousseau è in polemica con l'opinione sostenuta da Du
Marsais, nell'articolo Accent dell'Encyclopédie, secondo cui l'uso di con·
notare con segni particolari nella scrittura le modificazioni della voce nel­
la lingua parlata era stato adottato e diffuso fin dall'antichità. Du Marsais
riporta a sostegno della sua tesi i due passi di Cicerone e di Isidoro da Si-
LA PROSODIA MODERNA 49
viglia, che Rousseau trascrive nella nota aggiunta al testo, fornendo di essi
una lettura favorevole alla propria interpretazione.
2 Passo letteralmente ripreso da DUCLOS, Commentaire cit., pp. 412-13.
' Cfr. ibid. : << È sorprendente che trattando degli accenti, non si parli altro
che di quelli dei greci, dei latini e degli ebrei, senza dire nulla dell'uso
ch'essi hanno o possono avere in francese. Mi sembra inoltre che non si
possa ben definire l'accento in generale come un'eleva1.ione della voce su
una delle sillabe della parola. Questo si può dire soltanto dell'acuto, dal
momento che il grave è un abbassamento. D'altronde, a scanso di equi­
voci, preferirei dire del tono piuttosto che della voce... ma se noi abbiamo,
come gli antichi, la prosodia nella lingua parlata, non facciamo assoluta­
mente il loro stesso uso degli accenti nella scrittura. L'acuto serve unica­
mente a denotare la é chiusa, bonté; il grave denota la è aperta, succès ...
Cosi, né l'acuto né il grave svolgono propriamente la funzione di accen­
ti, e non designano che la natura delle e: il circonflesso neppure la svol­
ge, e non è altro che un segno di quantità; mentre presso i greci era un
doppio accento, che elevava e successivamente abbassava il tono su una
stessa vocale ... >>
' Rousseau descrive generalmente (cfr. capp. IV e xn) la fonazione attra­
verso dei movimenti di apertura e di chiusura della glottide secondo la
teoria di D. DODARD (Mémoire sur /es causes de la voix de l'homme et des
di/férens tons, 1703). Rousseau conosce la teoria di Dodard dall'articolo
Voice del dizionario di CHAMBERS (Cyclopedia or Universal Dictionary by
Ephrai'm Chambers, prima edizione, London 1728), e dall'articolo Décla­
mation des Anciens di Dudos, pubblicato nel vol. IV (1754) dell'Enryclo­
pédie. Egli sembra tuttavia ignorare la funzione delle corde vocali illu­
strata da A. FERREIN (De la /ormation de la voix de l'homme, 1741), alla
quale, peraltro, Dudos fa riferimento.
' L'accento grammaticale corrisponde all'accento prosodico, mentre accento
oratorio è sinonimo di accento patetico (cfr. ou MARSAIS, Accent, in Enry­
clopédie, vol. I (1751) e DUCLOS, Commentaire cit., pp. 412-16). Si vedano
anche le definizioni dello stesso Rousseau alla voce Accent del Diction­
naire de musique: « l'accento grammaticale. . . comprende la regola degli
accenti propriamente detti, per i quali il suono delle sillabe può essere
grave o acuto, per i quali ogni sillaba può essere breve o lunga. . . l'accento
patetico o oratorio ... attraverso diverse inflessioni della voce, attraverso
un tono piu o meno elevato, attraverso un eloquio piu vivace o piu lento,
esprime i sentimenti da cui è mosso colui che parla e li comunica a coloro
che ascoltano [corsivo nostro] ».
' L'accento musicale non è definibile in maniera univoca e consona alla tra­
dizione come accade per gli accenti della lingua parlata. La ragione di tale
difficoltà risiede nel fatto che « Non vi è musica prima del linguaggio »,
come sottolinea J. DERRIDA (De la grammatologie cit., p. 280). L'imba­
razzo di Rousseau nella definizione dell'accento musicale è di origine ana­
loga a quella che egli stesso confessa nel definire il canto all'articolo Chant
del Dictionnaire de musique: la necessità, di natura teorica e sistematica,
di marcare la differenza fra il sistema degli intervalli e dei toni vocali e
quello degli intervalli e dei toni musicali, mantenendo tuttavia nell'origi-
CAPITOLO VII

narietà della voce il principio e la possibilità stessa della musica (cfr. il


cap. XII del presente Saggio). Relativamente all'accento musicale rinviamo
in generale agli articoli Accent e Chant del Dictionnaire de musique, ove
l'accento musicale viene trattato come )'« accento in generale>> nel quale
è riconosciuto << il germe di ogni musica >>, secondo l'espressione conte­
nuta in MARZIANO CAPELLA (De Nuptiis Mercurii et Philologiae, III, 268,
15) e frequentemente ripresa nei secoli XVII e XVIII: cfr., fra gli altri, Vos·
sius, Mersenne, Kircher, Doni, ecc. (nell'art. Accent erroneamente Rous·
seau attribuisce l'espressione a Dionigi di Alicarnasso). Come nel caso del
canto, la generalità dell'accento musicale nel suo rapporto con la voce
viene risolta col ricorso alla nozione di imitazione (cfr. capp. XIII e XIV) :
l'accento, fonte della m usica << non è che l'imitazione dell'accento patetico
o oratorio che i sentimenti conferiscono alla voce >>. Di particolare impor­
tanza per il chiarimento di questi temi e in generale per il rapporto fra la
musica ed il linguaggio come sua fonte, è il frammento su I'Ongine de la
mélodie (contenuto come digressione nel manoscritto n. 7877 c, Biblio·
thèque de la Ville de Neuchatel, cat. Th. Dufour, intitolato da Rousseau:
Du Principe de la Mélodie ou Réponse aux erreurs sur la musique) pubbli­
cato daM.-E. Duchez e databile al 1755. li testo de I'Origine de la mélodie,
messo a punto e corredato da un ottimo commento da Duchez, costitui­
sce una prima elaborazione dei capp. Xlii e XIV del Saggio sull'origine delle
lingue. Da questo testo (contenuto in M.-E. DUCHEZ, <<Principe de la Mélo­
die » et << Orzgine des langues ». Un brouillon inédit de ]ean-]acques Rous­
seau sur l'origine de la mélodie, in << Revue de Musicologie>>, LX (1974),
n. 1-2, p. 63) traduciamo il brano seguente relativo al ruolo degli accenti
nella lingua primitiva, in cui parola e musica erano ancora fuse nel canto:
<< ... il gusto dell'onomatopea e dell'imitazione, unito alla forza ineguale
che le vocali piu o meno sorde e le differenti articolazioni conferivano ai
suoni delle parole, adattarono a regole costanti l'accento grammaticale;
l'accento patetico animò tutto, per il fatto che, non dicendosi altro che
cose importanti e necessarie, tutto veniva detto con interesse e calore ed
infine, dallo sforzo di trattenere con i versi il tono con cui queste cose
venivano pronunciate nacque allora il primo germe della vera musica,
che non è tanto l'accento semplice della parola, quanto questo stesso ac­
cento imitato [corsivo nostro] >>.
7 Cfr. ].· J. ROUSSEAU, Lettre sur la musique /rançaise, 1752 (recentemente
ristampato in un'edizione di Écrits sur la Musique par ].-]. Rousseau, pre­
fazione di Catherine Kintzler, Stock-Musique, Paris 1979, pp. 251-323.
Sulla lingua italiana e la musica si vedano in particolare le pp. 270·93).
8 Cfr. il frammento Pronuncia, in appendicè a questo volume.
• DUCLOS, Commentaire cit., pp. 415-16.
10 LAMY, La Réthorique cit., p. 20.
11 Cfr. Pronuncia, ove la velata polemica sottesa dall'accenno all'algebra si
dirige apertamente verso il progetto leibniziano di una lingua universale.
CAPITOLO VIII

DIFFERENZA GENERALE E LOCALE


NELL'ORIGINE DELLE LINGUE

Tutto ciò che ho detto fin qui si adatta alle lingue primi­
tive in generale e ai loro progressi nel tempo, ma non spiega
né la loro origine, né le loro differenze. La principale causa
che le distingue è connessa al luogo: deriva dai climi ove esse
nascono e dalla maniera in cui si formano, è a questa causa
che occorre risalire per concepire la differenza generale e ca­
ratteristica che si rileva fra le lingue del meridione e quelle
del nord '. Il grande difetto degli europei è di filosofare sem­
pre sulle origini delle cose a partire da ciò che succede intor­
no a loro: essi non mancano di mostrarci i primi uomini abi­
tanti di una terra ingrata e rude, morenti di freddo e di fame,
occupati a farsi un riparo e degli abiti; ovunque essi vedono
la neve e i ghiacci dell'Europa: senza pensare che la specie
umana, cosi come tutte le altre, ha avuto origine nei paesi
caldi e che sui due terzi del globo, l'inverno è a malapena
noto. Quando si vogliono studiare gli uomini occorre guar­
dare vicino a sé, ma per studiare l'uomo occorre imparare a
spingere lo sguardo lontano; occorre prima osservare le dif­
ferenze per scoprire le proprietà.
n genere umano, nato nei paesi caldi, si diffonde da li nei
paesi freddi; in questi ultimi si moltiplica per rifluire in se­
guito nei paesi caldi. Da questa azione e reazione provengono
le rivoluzioni della terra e l'agitazione continua dei suoi abi­
tanti. Tentiamo di seguire nelle nostre ricerche l'ordine stesso
della natura. Mi addentro in una lunga digressione su un argo­
mento cosi dibattuto da essere banale, ma al quale bisogna
sempre tornare, sebbene con reticenza, per trovare l'origine
delle istituzioni umane.
52 CAPITOLO VIII

1 Queste pagine, con i seguenti capitoli IX e x del Saggio, rappresentano


nell'opera di Rousseau il luogo in cui viene piu estesamente sviluppata la
teoria relativa al ruolo dei climi nello sviluppo delle forme sociali ed in
particolare nella formazione delle lingue. In stretto rapporto con questi
capitoli del Saggio è il frammento - del 1754 - sull'ln/luem:a dei climi sulla
àviltà (cit. sopra, alla nota 21 dell'Introduzione) per il quale Derathé ha
richiamato, a buon diritto, il debito dell'autore ai libri XIV-XVIII del­
l'Esprit des Lois: Rousseau citerà esplicitamente Montesquieu al cap. VIII,
libro ill , del Contratto soàale, in cui affronta nuovamente l'influenza del
clima sulla natura dei governi. In questo luogo si trova pure il riferimento
al Voyage en Perse di Chardin, al cui rapporto con l'opera di Montesquieu
quanto con quella di Rousseau si è precedentemente accennato (cfr. so­
pra, nota 16 del cap. 1). Nell'ambito generale dell'influenza del clima sulle
forme sociali e sulle istituzioni politiche, un rilievo tutto particolare
spetta, negli scritti roussoiani, alla questione del rapporto fra condizioni
fisiche e climatiche e formazione caratteristica delle lingue. Si tratta anche
in questo senso piu circoscritto del precedente, ma, come sottolinea Lu­
cien Febvre, « in pari tempo, smisuratamente piu complesso e sottile>>
(La terra e l'evoluzione umana, Einaudi, Torino 1980, p. 5), di un proble­
ma assai dibattuto nel Settecento: dopo l'abate DU BOS , a cui si è fatto rife­
rimento (Réflexions critiques cit. sopra, nota 3 del cap. I, vol. Il, sez. XV)
e CONDILLAC, che ne accenna, con riferimento a Du Bos, nel Saggio sul­
l'origine delle conoscenze umane del 1746 (ed. it. cit.- sopra, alla nota 2
dell'Introduzione, pp. 237-46; cfr., inoltre, il cap. xv, intitolato Il genio
delle lingue, ibid., pp. 293-306), P. ESTÈVE, che Rousseau ben conosceva
anche per i suoi scritti di argomento musicale, attribuisce al clima le dif­
ferenze fra le lingue del nord e quelle del sud (L'Esprit des Beaux-Arts,
1753, capp. I e m). Negli scritti di Rousseau la questione viene ripresa
nel frammento Origine de la mélodie cit., p. 61, e all'articolo Opéra del
Dictionnaire de musique.
CAPITOLO IX

FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI

Nei tempi primitivi • gli uomini, sparsi sulla faccia della


terra, non avevano altra società che quella della famiglia, altre
leggi che quelle della natura, altra lingua che il gesto e qualche
suono inarticolato b. Non erano legati da alcuna idea reciproca
di fraternità, e non avendo altro arbitro che la forza, si crede­
vano nemici gli uni degli altri. La debolezza e l'ignoranza da­
vano loro questa opinione. Non conoscendo niente, temevano
tutto e si attaccavano per difendersi. Un uomo abbandonato
solo sulla faccia della terra in balia del genere umano doveva
essere un animale feroce. Egli era pronto a fare agli altri tutto
il male che temeva da loro. La paura e la debolezza sono le
fonti della crudeltà.
Le affezioni sociali si sviluppano in noi solo attraverso i
lumi. La pietà, benché naturale al cuore dell'uomo, resterebbe
eternamente inattiva senza l'immaginazione che la mette in
gioco '. Come ci lasciamo muovere alla pietà? Trasportandoci
fuori di noi, identificandoci con l'essere che soffre. Noi sof­
friamo soltanto perché vediamo che l'altro soffre, non è in noi,
è in lui che soffriamo '. Si pensi a quante conoscenze acquisite
suppone questo trasporto! Come potrei immaginare dei mali
di cui non ho nessuna idea? Come potrei soffrire vedendo sof­
frire un altro se non so nemmeno che soffre, se ignoro ciò che
vi è di comune fra lui e me? Colui che non ha mai riflettuto,

• Chiamo tempi primitivi quelli della dispersione degli uomini, a qualunque età del

genere umano se ne voglia fissare l'epoca '·


b Le vere lingue non hanno affatto un'origine domestica: soltanto una convenzione
piu generale e durevole può stabilirle. I selvaggi d'America non parlano quasi mai fuori
delle loro abitazioni; ognuno mantiene il silenzio nella sua capanna, parla per segni alla
sua famiglia; e questi segni sono poco frequenti, perché un selvaggio è meno inquieto,
meno impaziente di un europeo, perché non ha tanti bisogni ed ha cura di provvedervi
da solo.
54 CAPITOLO IX

non può essere né clemente, né giusto, né pietoso: non può


essere neppure cattivo e vendicativo. Colui che non immagina
niente non sente che se stesso; egli è solo in mezzo al genere
umano.
La riflessione nasce dalla comparazione delle idee, ed è la
pluralità di idee che porta a compararle. Colui che vede un
solo oggetto non ha alcuna comparazione da fare. Neppure
chi vede soltanto un piccolo numero di oggetti, sempre i mede­
simi sin dall'infanzia, riesce ancora a compararli, perché l'abi­
tudine di vederli gli impedisce l'attenzione necessaria ad os­
servarli: ma, nella misura in cui un oggetto nuovo ci colpisce,
vogliamo conoscerlo, cerchiamo dei rapporti con esso fra gli
oggetti che ci sono noti: è cosf che impariamo a esaminare ciò
che si trova sotto i nostri occhi, ed è cosf che proprio ciò che
ci è piu e�traneo ci induce ad osservare quanto ci circonda '.
Applicate queste idee ai primi uomini e capirete la ragione
della loro barbarie. Avendo visto solo ed esclusivamente quel
che stava loro attorno, non conoscevano neppure questo; essi
non conoscevano se stessi. Avevano l'idea di un padre, di un
figlio, di un fratello e non quella d'un uomo. La loro capanna
conteneva tutti i loro simili; un estraneo, una bestia, un mo­
stro erano per loro la stessa cosa: fuori di sé e della propria fa­
miglia, l'universo non era nulla per loro '.
Di qui le contraddizioni apparenti che si vedono fra i padri
delle nazioni: tanta spontaneità e tanta inumanità, costumi
cosf feroci e cuori cosf teneri, tanto amore per la loro famiglia
e tanta avversione per la loro specie. I sentimenti, tutti con­
centrati sulla cerchia familiare, erano perciò piu intensi. Tutto
ciò che conoscevano gli era caro. Nemici del resto del mondo
che non vedevano affatto ed ignoravano, essi non odiavano se
non ciò che non potevano conoscere.
Questi tempi di barbarie erano il secolo d'oro '; non per­
ché gli uomini erano uniti, ma perché erano separati. Ciascu­
no - si dice - si considerava il padrone di tutto; ciò è possibile;
ma ognuno conosceva e desiderava solo ciò che aveva a por­
tata di mano: i suoi bisogni, lungi dall'avvicinarlo ai suoi simi­
li, lo allontanavano. Gli uomini, se si vuole, si attaccavano al
momento dell'incontro, ma si incontravano raramente. Dap­
pertutto regnava lo stato di guerra e tutta la terra era in pace.
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI 55

I primi uomini furono cacciatori o pastori, non agricoltori;


i primi beni furono greggi e non campi. Prima che la proprietà
della terra fosse divisa, nessuno pensò a coltivarla. L'agricol­
tura è un'arte che richiede strumenti; seminare per raccogliere
è una precauzione che richiede previdenza. L'uomo in società
cerca di espandersi, l'uomo isolato si rinchiude: al di fuori dei
limiti entro cui il suo occhio può vedere e il suo braccio può
arrivare non vi sono per lui né diritto né proprietà. Quando il
Ciclope aveva fatto rotolare la pietra all'entrata della sua ca­
verna, era al sicuro con il suo gregge. Ma chi custodisce le
messi di colui per il quale non vegliano le leggi?
Mi si dirà che Caino fu contadino e che Noè piantò la vigna.
Perché no? Essi erano soli, che cosa avevano da temere? D'al­
tronde ciò non mi contraddice; ho detto sopra che cosa inten­
devo come tempi primitivi '. Caino, fuggendo, fu costretto ad
abbandonare l'agricoltura; cosi pure la vita errante dei discen­
denti di Noè fece si ch'essi la dimenticassero; fu necessario
popolare la terra prima di coltivarla: queste due cose non si
producono nello stesso tempo. Durante la prima dispersione
del genere umano, fino a che la famiglia non fu stabilita e
l'uomo non ebbe una dimora fissa, non vi fu nemmeno agri­
coltura '. I popoli che non si fissano in alcun luogo non possono
coltivare la terra; tali furono in altri tempi i nomadi, tali furono
gli arabi che vivevano sotto le tende, gli sciti nei loro carri, tali
sono ancor oggi i tartari erranti e i selvaggi d'America '.
Generalmente presso tutti i popoli la cui origine ci è nota,
si trova che i primi barbari sono voraci e carnivori piuttosto
che agricoltori e granivori. I greci ricordano il primo che inse­
gnò loro a coltivare la terra e sembra che essi conobbero que­
st'arte solo molto tardi: ma quando aggiungono che prima di
Trittolemo •• non vivevano che di ghiande dicono una cosa
priva di verosimiglianza, smentita dalla loro stessa storia. In­
fatti essi mangiavano carne prima di Trittolemo, dal momen­
to che questi proibi loro di mangiarne. Non sembra, del resto,
che essi abbiano tenuto gran conto di questa proibizione.
Nei conviti di Omero si uccide un bue per offrire un ban­
chetto agli ospiti, come si ucciderebbe ai giorni nostri un por­
cellino da latte. Leggendo che Abramo servi un vitello a tre
persone ", che Eumeo fece arrostire due capretti per il pranzo
CAPITOLO IX

di Ulisse " e che altrettanto fece Rebecca per quello di suo


marito ", si può giudicare quali terribili divoratori di carne
fossero gli uomini di quei tempi. Per poter immaginare i pasti
degli antichi basta vedere ancora oggi quelli dei selvaggi; stavo
quasi per dire quelli degli inglesi.
La prima torta che fu mangiata rappresentò la comunione
del genere umano. Quando gli uomini cominciarono a fissare
la loro dimora, dissodarono un po' di terra attorno alla loro
capanna: era un giardino piuttosto che un campo. Quel po' di
grano che si raccoglieva veniva triturato fra due pietre, se ne
faceva qualche torta che veniva cotta sotto la cenere, o sulla
brace, o su una pietra ardente e di cui ci si cibava durante i
conviti. Questa antica usanza, che fu consacrata presso gli
ebrei per la Pasqua, si conserva ancora oggi nella Persia e nelle
Indie. Vi si mangiano dei pani senza lievito, e questi pani, in
sfoglie sottili, si cuociono e si consumano ad ogni pasto ". Si è
pensato a far lievitare il pane solo quando se ne è consumato
in maggior misura, dato che la lievitazione riesce male in una
piccola quantità.
So che si trova già l'agricoltura in grande fin dai tempi dei
patriarchi. La vicinanza dell'Egitto dovette averla portata di
buon'ora in Palestina: il libro di Giobbe, il piu antico forse
di tutti i libri che esistono, parla della coltura dei campi, esso
conta cinquecento paia di buoi fra le ricchezze di Giobbe;
questa parola « paia » indica i buoi accoppiati per il lavoro; e
si afferma che questi buoi stavano arando quando i sabei li
portarono via "; si può giudicare quale estensione di terreno
dovevano coltivare cinquecento paia di buoi.
Tutto ciò è vero; ma non confondiamo i tempi. L'età patriar­
cale che noi conosciamo è ben lontana dall'età primitiva ". La
scrittura, in questi secoli in cui gli uomini vivevano a lungo ",
conta dieci generazioni dall'una all'altra. Che cosa hanno fatto
durante queste dieci generazioni? Non ne sappiamo niente. Vi­
vendo sparsi e praticamente senza società, a malapena parla­
vano, come avrebbero potuto scrivere? E, nell'uniformità della
loro vita isolata, quali awenimenti ci avrebbero trasmesso?
Adamo parlava, Noè parlava, e sia. Adamo era stato istruito
da Dio stesso. Dividendosi, i figli di Noè abbandonarono l'a­
gricoltura, e la lingua comune peri con la prima società. Ciò
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI 57

sarebbe accaduto anche quando non ci fosse mai stata nessuna


torre di Babele ". Si sono visti, in alcune isole deserte, dei soli­
tari dimenticare la propria lingua: raramente, dopo parecchie
generazioni, uomini fuori del proprio paese conservano la lin­
gua d'origine, pur avendo lavori comuni e vivendo fra loro in
società.
Dispersi in questo vasto deserto del mondo, gli uomini ri­
caddero nella stupida barbarie in cui si sarebbero trovati se
fossero nati dalla terra ". Seguendo queste idee cosi naturali,
è facile conciliare l'autorità della Scrittura con le testimo­
nianze antiche, e non ci si riduce a trattare come miti delle tra­
dizioni tanto antiche quanto i popoli che ce le hanno tra­
smesse "'.
In questo stato di abbrutimento bisognava sopravvivere.
I piu attivi, i piu robusti, quelli che andavano sempre avanti,
potevano vivere soltanto di frutti e di caccia; essi divennero
dunque cacciatori, violenti, sanguinari; poi, col tempo, guer­
rieri, conquistatori, usurpatori. La storia ha macchiato le sue
imprese dei crimini di questi primi re; la guerra e le conqui­
ste non sono altro che cacce di uomini. Dopo averli conqui­
stati, non mancava loro che di divorarli. È ciò che i loro suc­
cessori hanno imparato a fare.
La maggior parte, meno attiva e piu placida, si fermò il
prima possibile, mise insieme del bestiame, lo addomesticò, lo
rese docile alla voce dell'uomo, per nutrirsene imparò a custo­
dirlo e a farlo riprodurre; e cosi cominciò la vita pastorale ".
L'industriosità umana si accresce con i bisogni che la fanno
nascere. Delle tre maniere di vivere possibili all'uomo, vale a
dire la caccia, l'allevamento delle greggi e l'agricoltura, la
prima esercita il corpo alla forza, alla destrezza, alla corsa, l'a­
nima al coraggio, all'astuzia, indurisce l'uomo e lo rende fe­
roce. Il paese dei cacciatori non resta a lungo lo stesso a causa
della caccia <, bisogna inseguire lontano la selvaggina, da ciò

c D mestiere di cacciatore non è affatto favorevole alla popolazione. Questa osserva­


zione, che è stata fatta quando le isole di Santo Domingo e della Tortuga erano abitate
da bucanieri, è confermata dallo stato dell'America settentrionale. Non è affatto evi­
dente che i padri di qualche nazione numerosa siano stati come condizione dei caccia­
tori; essi sono stati tutti agricoltori o pastori. La caccia deve dunque essere considerata
in questo caso piuttosto come accessorio dello stato pastorale che non come vera e pro­
pria risorsa di sussistenza.
CAPITOLO IX

l'equitazione. Bisogna colpire la selvaggina che fugge, da ciò


le armi leggere, la fionda, la freccia, il giavellotto. L'arte pa­
storale, madre del riposo e delle passioni oziose, è quella piu
sufficiente a se stessa ". Essa procura all'uomo, quasi senza
fatica, la vita e il vestiario: gli fornisce anche la dimora; le
tende dei primi pastori erano fatte di pelli di animali: il tetto
dell'arca e del tabernacolo di Mosè erano fatti della stessa
stoffa ". Per quanto riguarda l'agricoltura, piu lenta a nasce­
re, essa comporta tutte le arti; determina la proprietà, il go­
verno, le leggi e, a poco a poco, la miseria, i crimini, insepa­
rabili per la nostra specie dalla scienza del bene e del male.
Cosf i greci consideravano Trittolemo non soltanto come
l'inventore di un'arte utile, ma anche come un legislatore e
un saggio dal quale avevano ereditato la prima disciplina e le
prime leggi ". Al contrario, Mosè sembra dare un giudizio di
riprovazione sull'agricoltura, attribuendole per inventore un
malvagio e facendo rifiutare da Dio le sue offerte ": si direb­
be che il primo agricoltore annunciasse nel suo carattere gli
effetti funesti della sua arte. L'autore del Genesi avrebbe vi­
sto piu lontano di Erodoto ".
Alla divisione precedente sono da collegare i tre stadi del­
l'uomo considerati in rapporto alla società. n selvaggio è cac­
ciatore, il barbaro è pastore, l'uomo civile è agricoltore ".
Sia dunque che si ricerchi l'origine delle arti, sia che si os­
servino i primi costumi, si vede che tutto si collega in linea di
principio ai modi di provvedere alla sussistenza; fra questi,
quelli che riuniscono gli uomini, sono determinati dal clima e
dalla natura del suolo. È dunque con le stesse cause che biso­
gna spiegare la diversità delle lingue e le loro caratteristiche
contrastanti.
I climi dolci, i paesi pingui e fertili sono stati i primi ad es­
sere popolati e gli ultimi in cui si sono formate le nazioni, per­
ché lf gli uomini potevano piu facilmente fare a meno gli uni
degli altri e i bisogni che fanno nascere la società si son fatti
sentire piu tardi.
Immaginate una primavera perpetua sulla terra; immagina­
te ownque acqua, bestiame, pascoli: immaginate gli uomini,
uscenti dalle mani della natura, dispersi in un mondo come
questo: non vedo come essi avrebbero mai rinunciato alla loro
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI 59

libertà primitiva e abbandonato la vita isolata e pastorale cosi


conveniente alla loro indolenza naturale d , per imporsi, senza
necessità, la schiavitu, i lavori, le miserie inseparabili dallo
stato sociale.
Colui che volle che l'uomo fosse socievole, toccò col dito
l'asse del globo e l'inclinò sull'asse dell'universo ". A questo
leggero movimento vedo cambiare la faccia della terra e deci­
dersi la vocazione del genere umano: odo di lontano le grida
di gioia di una moltitudine insensata; vedo edificare i palazzi
e le città; vedo nascere le arti, le leggi, il commercio; vedo i
popoli formarsi, svilupparsi, espandersi, dissolversi, succe­
dersi come i flutti del mare: vedo gli uomini riuniti in qual­
che punto della loro dimora, per divorarsi li reciprocamente
e fare del resto del mondo un terribile deserto, degno monu­
mento dell'unione sociale e dell'utilità delle arti.
La terra nutre gli uomini, ma quando i primi bisogni li han­
no dispersi, altri bisogni li riuniscono, ed è allora soltanto
ch'essi parlano e fanno parlare di sé. Per non trovarmi in con­
traddizione con me stesso occorre }asciarmi il tempo di spie­
garmi.
Se cercate in quali luoghi sono nati i padri del genere uma­
no, donde provennero le prime colonie, da dove giunsero le
prime emigrazioni, non nominerete i felici climi dell'Asia mi­
nore, né della Sicilia, né dell'Africa, nemmeno dell'Egitto; no­
minerete le sabbie della Caldea, le rocce della Fenicia. Trove­
rete la stessa cosa in tutti i tempi. La Cina ha un bel popolarsi
di cinesi, ma si popola anche di tartari; gli sciti hanno invaso
l'Europa e l'Asia; le montagne della Svizzera versano attual­
mente nelle nostre regioni fertili una colonia perpetua che
promette di non esaurirsi.
È naturale, si dice, che gli abitanti di un paese ingrato lo la­
scino per occuparne uno migliore. Benissimo; ma perché
questo paese migliore, invece di formicolare di abitanti suoi

d È inconcepibile a qual punto l'uomo sia naturalmente pigro. Si direbbe che non
viva che per dormire, vegetare, restare immobile; a malapena riesce a decidere di fare i
movimenti necessari per impedirsi di morire di fame. Null'altro che questa deliziosa
indolenza mantiene tanto a lungo i selvaggi nell'amore della loro condizione. Le pas·
sioni che rendono l'uomo inquieto, previdente, attivo, nascono soltanto in società.
Non fare nulla è la prima e la piu forte passione dell'uomo dopo quella di conservarsi.
A ben vedere, anche &a noi ognuno lavora per arrivare al riposo: è ancora la pigrizia
che ci rende laboriosi 29.
6o CAPITOLO IX

propri, fa posto ad altri? Per potersene andare da un paese in­


grato occorre esserci. Perché allora vi nascono tanti uomini?
Si potrebbe pensare che i paesi ingrati dovrebbero popolarsi
soltanto dell'eccedenza dei paesi fertili, vediamo invece che
accade il contrario. La maggior parte dei popoli latini si dice­
vano aborigeni mentre la grande Grecia, molto piu fertile,
•,

non era popolata che da stranieri. Tutti i popoli greci confes­


savano di trarre la loro origine da diverse colonie, eccetto
quello che abitava il suolo peggiore, vale a dire il popolo attico,
che si diceva autoctono o nato da sé medesimo. Infine, senza
varcare la notte dei tempi, i secoli moderni offrono un'osser­
vazione decisiva: infatti, quale clima al mondo è piu triste di
quello che fu chiamato la fabbrica del genere umano '"?
Le associazioni di uomini sono in gran parte opera degli ac­
cidenti della natura, i diluvi particolari, le inondazioni dei
mari, le eruzioni dei vulcani, i grandi terremoti, gli incendi
scatenati dal fulmine che distrussero le foreste, tutto ciò che
dovette terrorizzare e disperdere i selvaggi abitanti di un paese
dovette in seguito riunirli affinché riparassero in comune alle
perdite comuni. Le tradizioni delle calamità terrestri, cosi fre­
quenti nei tempi antichi, mostrano di quali strumenti si è ser­
vita la provvidenza per spingere gli esseri umani a riavvicinarsi.
Da quando le società sono istituite, questi grandi accidenti
sono cessati e sono divenuti piu rari: sembra che cosi debba
ancor essere; le stesse calamità che riunirono gli uomini di­
spersi disperderebbero quelli che sono riuniti.
Le rivoluzioni delle stagioni sono un'altra causa piu gene­
rale e permanente che dovette produrre lo stesso effetto nei
climi esposti a tali mutamenti. Gli uomini, forzati ad approv­
vigionarsi per l'inverno, furono costretti ad aiutarsi l'un l'altro
e a stabilire fra loro qualche sorta di convenzione. Quando i
tragitti divennero impossibili e il rigore del freddo li arrestò,
la noia li legò tanto quanto il bisogno. I lapponi, sepolti nei
loro ghiacci, gli esquimesi, il piu selvaggio di tutti i popoli, si
radunano l'inverno nelle loro caverne e l'estate non si cono­
scono piu. Aumentate di un grado il loro sviluppo e i loro lumi
ed eccoli riuniti per sempre.

e Questi nomi di autoctoni e aborigeni significano soltanto che i primi abitanti del

paese erano dei selvaggi senza società, senza leggi, senza tradizioni, e che si moltiplica·
rono prima di parlare.
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI 6I
Né lo stomaco né l'intestino dell'uomo sono fatti per dige­
rire la carne cruda, in generale il suo palato non la sopporta ".
Ad eccezione forse degli esquimesi, di cui ho appena parlato,
gli stessi selvaggi arrostiscono le carni. All'uso del fuoco, ne­
cessario per cuocerla, si aggiunge il piacere che questo dà alla
vista e il suo calore gradevole al corpo. La vista della fiamma
che fa fuggire gli animali, attira l'uomo r. Ci si raduna attorno
a un focolare comune, vi si fanno dei banchetti, vi si danza; i
dolci legami dell'abitudine avvicinano insensibilmente l'uomo
ai suoi simili, e su questo rustico focolare brucia il fuoco sacro
che porta in fondo ai cuori il primo sentimento di umanità ".
Nei paesi caldi, le sorgenti e i ruscelli inegualmente distri­
buiti sono altri punti di riunione, tanto piu necessari in quanto
gli uomini possono fare a meno dell'acqua piu difficilmente
che del fuoco. I barbari soprattutto, che vivono dei loro ar­
menti, hanno bisogno di abbeveratoi comuni, e la storia dei
tempi piu antichi, ci insegna che, in effetti, è li che comincia­
rono sia le trattative che le dispute 8• La disponibilità delle ac­
que può ritardare la società degli abitanti nei luoghi ben irri­
gati. Al contrario, nei luoghi aridi fu necessario collaborare
per scavare pozzi, per tracciare canali al fine di abbeverare il
bestiame. Vi si vedono gli uomini associati da tempo quasi im­
memorabile, era inevitabile infatti che il paese restasse deserto
o che il lavoro umano lo rendesse abitabile. Ma la tendenza,
che noi abbiamo, di riferire tutto ai nostri usi rende necessarie
su questo alcune riflessioni.
Lo stato primordiale della terra era molto differente da
quello in cui la vediamo oggi adornata o sfigurata dalla mano
dell'uomo. n caos, che i poeti hanno immaginato negli ele-

f li fuoco fa gran piacere agli animali cosi come all'uomo, quando essi si sono abi­
tuati alla sua vista ed hanno sentito il suo dolce calore.
Spesso addirittura sarebbe loro utile come a noi, almeno per riscaldare i loro piccoli.
Ciononostante non si è mai sentito dire che qualche bestia né selvaggia né domestica ab­
bia acquisito sufficiente abilità per fare del fuoco, neanche dietro il nostro esempio.
Ecco dunque questi esseri ragionatori che formano, si dice, una società in fuga davanti
all'uomo, la cui intelligenza tuttavia non ha saputo elevarsi sino a trarre da un sasso delle
scintille e a raccoglierle o a conservare almeno qualche fuoco abbandonato! In fede mia
i filosofi " si fanno beffe di noi in modo plateale. Si vede bene dai loro scritti cbe in ef­
fetti ci prendono per bestie.
8 Vedete l'esempio delle une e delle altre &a Abramo e Abimelek al capitolo XXI del
Genesi, a proposito del pozzo del gregge "'·

4
CAPITOLO IX

menti, regnava nelle sue produzioni. In questi tempi remoti,


in cui le rivoluzioni erano frequenti, in cui mille accidenti
cambiavano la natura del suolo e l'aspetto del terreno, tutto
cresceva confusamente, alberi, legumi, arbusti, erbaggi; nes­
suna specie aveva il tempo di accaparrarsi il terreno che piu
gli conveniva e di soffocarvi le altre; esse si separavano lenta­
mente, a poco a poco, e poi sopraggiungeva uno sconvolgi­
mento che confondeva tutto.
Vi è un tal rapporto fra i bisogni dell'uomo e le produzioni
della terra che è sufficiente ch'essa sia popolata perché tutto
si conservi; ma prima che gli uomini riuniti mettessero un
equilibrio fra le sue produzioni con il lavoro comune, era ne­
cessario, perché queste si conservassero, che la natura si fa­
cesse carico da sola dell'equilibrio mantenuto oggi dalla mano
dell'uomo; questa conservava o ristabiliva tale equilibrio con
delle rivoluzioni, come gli uomini lo conservano o lo ristabili­
scono con la loro incostanza. La guerra che non regnava an­
cora fra loro sembrava regnare fra gli elementi; gli uomini non
bruciavano città, non scavavano miniere, non abbattevano al­
beri; ma la natura accendeva i vulcani, eccitava i terremoti, il
fuoco del cielo consumava le foreste. Un colpo di fulmine, un
diluvio, un'esalazione facevano allora in poche ore ciò che
centomila braccia d'uomini fanno oggi in un secolo. Senza di
ciò non vedo come avrebbe potuto conservarsi il sistema e
mantenersi l'equilibrio. Nei due regni organici le grandi spe­
cie avrebbero alla lunga assorbito le piccole h. Tutta la terra
ben presto si sarebbe coperta di alberi e bestie feroci e alla fine
tutto sarebbe morto.
Le acque avrebbero interrotto a poco a poco la circolazione
che vivifica la terra. Le montagne degradano e si abbassano, i
fiumi travolgono, il mare si riempie e si allarga, tutto tende

h Si vuoi far credere che, per una sorta di azione e reazione naturale, le diverse spe·
cie del regno animale si manterrebbero da sole in una sorta di oscillazione perpetua che
realizzerebbe per loro l'equilibrio. Quando la specie divorante si sarà, si dice, troppo
moltiplicata a spese della specie divorata, allora, non trovando piii sussistenza, biso­
gnerà che la prima diminuisca e lasci alla seconda il tempo di ripopolarsi; fino a che, for­
mando di nuovo una sussistenza abbondante per l'altra, questa diminuisce ancora men­
tre la specie divorante si ripopola di nuovo. Ma una tale oscillazione non mi sembra af­
fatto verosimile: in questo sistema infatti è necessario che vi sia un tempo in cui la specie
che serve da preda aumenti e quella che se ne nutre diminuisca, il che mi sembra contra­
rio ad ogni ragionamento "-
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI

irresistibilmente a livellarsi; la mano dell'uomo arresta questa


china e ritarda questo progresso; senza di lui sarebbe piu ra­
pido e la terra sarebbe forse già sotto le acque. Prima del la­
voro umano, le sorgenti mal distribuite si spargevano in modo
piu ineguale, fertilizzavano meno la terra, piu difficilmente ne
dissetavano gli abitanti. I corsi d'acqua erano spesso inaccessi­
bili, le loro rive scoscese o paludose: l'arte umana non li tratte­
neva nel loro letto, essi ne uscivano di frequente, straripavano
a destra e a sinistra, mutavano direzione e corso, si dividevano
in diversi rami; ora li si trovava a secco; ora le sabbie mobili ne
impedivano l'accesso; era come se non esistessero, e si moriva
di sete in mezzo alle acque.
Quanti paesi aridi non sono abitabili se non per i canali e i
condotti che gli uomini hanno deviato dai fiumi! Quasi l'in­
tera Persia si mantiene per questo artificio; la Cina formicola
di gente solo grazie ai suoi numerosi canali; senza canali i Paesi
Bassi sarebbero inondati dai fiumi, come lo sarebbero dal
mare senza le loro dighe; l'Egitto, il paese piu fertile della terra,
è abitabile grazie soltanto al lavoro umano. Nelle grandi pia­
nure sprovviste di corsi d'acqua, dove il suolo non ha suffi­
ciente pendenza, l'unica risorsa sono i pozzi. Se dunque i primi
popoli di cui viene fatta menzione nella storia non abitarono
in paesi fecondi o su facili lidi, non è perché questi climi felici
fossero deserti, bensi perché i loro numerosi abitanti, potendo
fare a meno gli uni degli altri, vissero piu a lungo isolati nelle
loro famiglie e senza comunicazione. Ma nei luoghi aridi, ove
si poteva avere l'acqua soltanto dai pozzi, fu necessario riunirsi
per scavarli, o almeno accordarsi per il loro uso. Tale dovette
essere l'origine delle società e delle lingue nei paesi caldi.
Là si formarono i primi legami fra le famiglie, là avvennero
i primi appuntamenti fra i due sessi. Le fanciulle venivano a
cercare l'acqua per la casa, i giovani venivano ad abbeverare le
mandrie. Là gli occhi, abituati dall'infanzia agli stessi oggetti,
cominciarono a vederne di piu dolci. ll cuore si commosse a
questi nuovi oggetti, un'attrazione sconosciuta lo rese meno
selvaggio, senti il piacere di non essere solo. L'acqua divenne,
inavvertitamente, piu necessaria, il bestiame ebbe sete piu
spesso; si arrivava in fretta e si ripartiva a malincuore. In que­
sta età felice, ove nulla scandiva le ore, nulla obbligava a con-
CAPITOLO IX

tarle; il tempo non aveva altra misura che il divertimento e la


noia. All'ombra di vecchie querce, trionfanti degli anni, un'ar­
dente giovinezza dimenticò gradualmente la propria ferocia,
ci si familiarizzò a poco a poco gli uni con gli altri; sforzandosi
di farsi capire, si imparò a spiegarsi. Qui si fecero le prime fe­
ste; i piedi saltellavano di gioia, il gesto sollecito non bastava
piu, la voce l'accompagnava con toni appassionati, il piacere
e il desiderio, confusi insieme, si facevano sentire a loro volta.
Qui fu insomma la vera culla dei popoli e dal puro cristallo
delle fontane scaturirono i primi fuochi dell'amore.
Ma allora! prima di quest'epoca gli uomini nascevano dalla
terra? Le generazioni si succedevano senza che i due sessi si
unissero e senza che nessuno s'intendesse? No, c'erano fami­
glie, ma non c'erano nazioni; c'erano lingue domestiche, ma
non c'erano lingue popolari, c'erano matrimoni, ma non c'era
amore. Ogni famiglia bastava a se stessa e si perpetuava col
suo solo sangue. I figli nati dagli stessi genitori crescevano in­
sieme e trovavano a poco a poco delle maniere di spiegarsi fra
loro; i sessi si distinguevano con l'età, l'inclinazione naturale
bastava ad unirli, l'istinto teneva il posto della passione, !' abi­
tudine teneva il posto della preferenza, si diveniva marito e
moglie senza aver cessato di essere fratello e sorella i. Non vi
era qui nulla di tanto animato da sciogliere la lingua, nulla che
potesse strappare cosi frequentemente i toni delle passioni ar­
denti da volgerli in istituzioni, e si può dire altrettanto dei bi­
sogni rari e poco urgenti che potevano portare qualche uomo
a partecipare a lavori comuni: uno dava inizio al bacino di una
fontana e un altro in seguito lo portava a termine, spesso senza
aver avuto bisogno del minimo accordo e qualche volta senza
essersi visti. In una parola, nei climi miti, nei terreni fertili, fu
necessaria tutta la vivacità delle passioni gradevoli per comin-

i Fu inevitabile che i primi uomini sposassero le loro sorelle. Nella semplicità dei co­
stumi originari questo uso si perpetuò senza inconvenienti fintanto che le famiglie resta­
rono isolate e anche dopo la riunione dei popoli piu antichi; ma la legge che l' aboli non
è meno sacra per il fatto d'essere d'istituzione umana '6. Quelli che la considerano sol­
tanto sotto l'aspetto della relazione ch'essa istitui fra le famiglie non ne vedono il lato
piu importante. Nella familiarità che il commercio domestico stabilisce necessaria­
mente fra i due sessi, nel momento in cui una legge cosi sacra cessasse di parlare al cuore
e di imporsi ai sensi, non vi sarebbe piu rettitudine fra gli uomini e i pili orribili costumi
causerebbero ben presto la distruzione del genere umano.
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI

ciare a far parlare gli abitanti. Le ptime lingue, figlie del desi­
derio e non del bisogno, portarono a lungo l'insegna del loro
padre; il loro accento seduttore non si cancellò, se non con i
sentimenti che l'avevano fatto nascere, allorché nuovi biso­
gni introdotti fra gli uomini spinsero ciascuno a non pensare
che a se stesso e a rinchiudere il proprio cuore dentro di sé.

1 Su questo passo relativo alla « pietà » e sul rapporto con la diversa conce­
zione della « pietà>>, sviluppata nel Discorso, cfr. sopra, nota 3 dell'Intro­
duzione.
' C&. Emilio, libro IV, in cui si trova una teoria della « pietà » analoga a
quella presentata nel Saggio: << Infatti, come ci lasciamo muovere a pietà,
se non col trasportarci fuori di noi e con l'identificarci con l'animale sof- .
ferente, lasciando, per cosi dire, il nostro essere per prendere il suo? Noi
non soffriamo se non in tanto in quanto giudichiamo ch'egli soffre; non
è in noi, ma in lui che noi soffriamo. In tal modo nessuno diviene sensibile
se non quando la sua immaginazione si anima, e comincia a trasportarlo
fuori di lui» (in ROUSSEAU, Opere cit. sopra, alla nota 4 dell'Introduzione,
p. )02).
1 Come dimostra con conclusiva chiarezza DUCHET (c&. Le origini dell'an­
tropologia cit., vol. m. p. 166). i (( tempi primitivi » di cui si parla in questo
cap. IX del Saggio, « quelli della dispersione degli uomini, quale che sia
l'età del genere umano in cui si voglia fissarne l'epoca », secondo quanto
Rousseau precisa immediatamente in nota, non ci riconducono alle « ori­
gini » tratteggiate nel Discorso sull'angine dell'ineguaglianza. Questa
« dispersione» non è infatti quella dell'« uomo selvaggio, disperso tra gli
animali» (Discorso cit., p. 104), bensi quella, descritta piu avanti, degli uo­
mini « isolati nelle loro famiglie e senza comunicazione ». L'età delle ca­
panne, i « tempi primitivi » in cui si situa l'invenzionedel linguaggio, si arti­
cola nei suoi due tempi successivi, dalla dispersione delle famiglie alla for­
mazione dei « primi legami &a le famiglie ». Cosi, « nell'Essai la preistoria
del linguaggio è inclusa interamente &a le due " rivoluzioni " di cui parla
il DiscourS >> (DUCHET: Le origini dell'antropologia cit., vol. m. p. 166),
cioè &a « l'istituzione e la distinzione &a le famiglie» e la seconda rivolu­
zione, caratteri2zata dall'invenzione della metallurgia e dell'agricoltura
(c&. Discorso cit., pp. 136-41) . Esattamente questo periodo viene definito
nel Discorso «il migliore per l'uomo ... la vera giovinezza del mondo »
(ibid. , p. 140) e in questo capitolo del Saggio si legge: « Questi tempi di
barbarie erano il secolo d'oro, non perché gli uomini erano uniti, ma per­
ché erano separati [corsivo nostro] » (p. 54). La nozione di barbarie svolge
in questo contesto una funzione straordinariamente complessa: da un lato,
infatti, essa connota in maniera generale lo stato degli uomini nell'età delle
capanne, « i tempi primitivi », nell'accezione sopra precisata, compren­
dente la dispersione delle prime famiglie e la fase immediatamente succes-
66 CAPITOLO IX

siva dei primi clan, della riunione dei gruppi familiari. Dall'altro lato, col
termine barbaro Rousseau denota specificamente uno stadio preciso in­
terno ai << tempi » in questione, ma, almeno in prima istanza, non com­
pletamente omologabile e sovrapponibile ad essi: lo stadio della pastori­
zia, distinto da quello della caccia e da quello dell'agricoltura, quest'ul­
timo comunque successivo all'intervento della seconda rivoluzione (cfr.
p. 58). Non si tratta di stabilire se lo stadio della caccia possa essere in­
cluso nel rousseauiano « secolo d'oro >> o se viceversa questo coincida tout­
court con la società pastorale: tale problema, per essere risolto, richiede
infatti l'intervento di un livello descrittivo accanto al discorso puramente
cronologico. I passi in cui Rousseau denota descrittivamente le caratteri­
stiche di questo « felice>> stadio intermedio motivano sufficientemente ad
escludere una preminenza della caccia quale modo fondamentale di sussi­
stenza compatibile con le connotazioni dell'« età dell'oro >>, che presen­
tano invece una sostanziale identità con gli elementi tipici di una società
pastorale, primo fra tutti, una periodica stanzialità. Rimane il fatto che,
sul piano puramente cronologico, la questione non è decidibile, non rin­
via cioè ad una netta scansione interna, in quanto la nozione di « barba­
rie>> accomuna, nella fase dei « primi tempi >>, popoli cacciatori e popoli
pastori. E, d'altra parte, l'incastro rigoroso della cronologia del Saggio ri­
spetto alla cronologia delineata nel Discorso, non autorizza ad un'inter­
pretazione semplificante che faccia prevalere la linea storico-evolutiva
della successione stadiale sulle difficoltà relative al valore non univoco di
concetti quali (( dispersione>>, (( tempi primitivi >> e (( barbarie >>. n livello
storico congetturale, se non rinvia mai in Rousseau ad uno sviluppo lineare,
appare sempre costruito, tuttavia, su relazioni concettuali estremamente
rigorose: di qui la necessità di avvalorare la polarità di significato sottesa
all'uso contestualmente difforme delle nozioni di barbarie e di barbaro. In
questo capitolo del Saggio, la nozione di barbarie è sempre correlativa ad
uno stato di << dispersione>>, piu precisamente essa descrive una serie di
modalità di organizzazione primitiva comprese tra un livello minimo, pu­
ramente domestico e naturale, che vede già tuttavia il gruppo familiare
istituito e differenziato, ed un livello massimo di aggregazione sociale, co­
stituito dai primi legami fra le famiglie e contraddistinto dalla norma cul­
turale fondamentale della proibizione dell'incesto (c&. p. 64): tutte sono
forme relative di aggregazione sociale, disseminate in un'epoca ed in uno
stato generale di dispersione che permane tale. Non vi è nulla in questa
fase che stabilisca il progressivo consolidamento ed estendersi dei legami
sociali: le forme di reciprocità si definiscono e si differenziano come pro­
priamente umane, ma senza che nulla intervenga a rendere necessario ed
irreversibile il loro stabilizzarsi o evolversi in piu solidi vincoli. La barbarie
caratterizza dunque la possibilità inaugurata del legame sociale in uno
stato permanente di dispersione: è il luogo della contraddizione, pace e
guerra, amore e paura, tenerezza e ferocia contraddistinguono il << secolo
d'oro >> della barbarie. Una tale connessione della nozione di barbarie con
la possibilità di allargamento dei legami sociali, senza che tale possibilità
sia fondata su alcuna norma interna di stabilizzazione dei nuovi gruppi
piu ampi, si ritrova in MONTESQUIEU (Lo spirito delle leggi, a cura di
S. Cotta, Utet, Torino 19652, vol. I, libro XVTII, p. 465): « Tra i popoli sei-
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI

vaggi e quelli barbari c'è questa differenza: che i primi sono piccole na­
zioni disperse che, per qualche ragione particolare, non possono n·unirsi,
mentre i barbari sono generalmente piccole nazioni che possono riunirsi.
I primi sono in genere popoli cacciatori, i secondi pastori ... I tartari pos­
sono vivere riuniti per qualche tempo, perché le loro mandrie possono es­
ser riunite per qualche tempo. Tutte le orde possono quindi riunirsi, e ciò
avviene quando un capo ne ha sottomesse parecchie; dopo di che devono
scegliere una di queste vie: o separarsi, o spingersi a fare qualche grande
conquista in uno degli imperi del sud [corsivo nostro] >>. In Montesquieu
si trova anche la connotazione dei barbari come popoli generalmente pa­
stori. La possibilità di riunirsi appare come peculiarità importante ed es­
senziale dei popoli barbari secondo una modalità tuttavia che lascia impre­
giudicato l'esito verso una nuova dispersione o verso la guerra d'invasione.
La nozione fondamentale di barbarie resta collegata ad uno stato di disper­
sione delle piccole nazioni, all'interno del quale l'aggregazione assume il
carattere ancora contingente dell'emergenza fattuale ed in cui la connota­
zione dei barbari come prevalentemente pastori mantiene lo statuto di
una significativa differenza storica, piuttosto che di una vera e propria
teorizzazione della preminenza del modo di produzione pastorale nello
sviluppo di piu ampi e duraturi legami sociali. Rousseau mutua da Montes­
quieu la duplice connotazione contestuale dei selvaggi-cacciatori e dei
barbari-pastori, inserendola in un quadro storico congetturale in cui la ri­
levanza teorica dei tempi della « dispersione >> è assai piu marcata che non
in Montesquieu. Cosi come lo stato selvaggio non si esaurisce in quello
della caccia, la barbarie non si descrive semplicemente come pastorizia.
La barbarie avvolge tutta quella fase in cui i legami sociali, le forme di reci­
procità hanno il carattere di altrettanti modi di vita particolari, non tra­
smettibili, afferrabili sotto forma di fatti concreti, di particolarità: non
sono attitudini generali, universali, trasmettibili. La prima istituzione so­
ciale che si pone, all'interno della società patriarcale, come norma univer­
sale, generale, trasmettibile, in grado di perpetuare ed estendere il legame
sociale, è la norma sociale della proibizione dell'incesto. Soltanto in quel
momento, situato nella fase matura delle riunioni delle famiglie, al cul­
mine della società pastorale, si spezza la contingenza dei legami di tipo na­
turale e la barbarie, epoca della contraddizione, dell'uguaglianza nella
equipossibilità degli opposti, giunge al suo vertice di « felicità», punto­
limite con lo stato civile. A questo punto la scelta fra il tentativo di auto­
conservazione di questa <<vera giovinezza del mondo », che « solo qualche
caso funesto » (Discorso cit., p. I40) poté sventare e la via della civilisation,
secondo la tensione della perfettibilità. La barbarie connota lo stato pre­
cedente a questa svolta, all'istituzione della proibizione dell'incesto e la
non univocità dei concetti di barbarie e di barbaro, per cui quest'ultimo
non denota con precisione sul piano della cronologia nessuna palese scan­
sione interna, segnala un'impossibilità ad interpretare secondo linee di
evoluzione storica la lunga fase della dispersione, in quanto ogni avveni­
mento o realizzazione vi conserva il carattere della casualità e dell'assoluta
contingenza. La legge che proibisce l'incesto, contestuale al sorgere delle
prime lingue veramente umane, cantanti e appassionate, costituisce la li­
nea di scansione piu netta rispetto alle linee di successione stadiale: situan-
68 CAPITOLO IX

dosi al massimo sviluppo delle società pastorali, conclude i primi due sta­
di. Nuovi bisogni, provocati dagli uomini stessi apriranno la strada alla
seconda gtande rivoluzione del Discorso: la metallurgia e l'agricoltura e,
con essa, la divisione della proprietà della terra. L'agricoltura, piu lenta a
nascere, è connessa a tutte le arti; essa « determina la proprietà, il gover­
no, le leggi e, a poco a poco la miseria e i crimini, inseparabili per la no­
stra specie dalla scienza del bene e del male >> (cfr. p. 58). Neli' arco di
tempo imprecisato che si snoda dal momento simbolico che istituisce il
tabu dell'incesto alla stabilizzazione dell'agricoltura come modo di sussi­
stenza dominante e sistematico, ha propriamente inizio la civilisation,
come movimento interno dello stato civile, che ha il carattere evolutivo
del movimento storico. È in questa fase che le realizzazioni e le istituzioni
umane perdono la caratteristica di contingenza e particolarità della bar­
barie e, divenendo trasmettibili, si generalizzano ed assumono simulta·
neamente consistenza e legalità storica. La storia comincia ·dunque
quando gli uomini <<parlano e/anno parlare disé [corsivo nostro] >> (p. 59):
a questo punto tuttavia Rousseau lascia paradossalmente sullo sfondo la
tripartizione stadiale e le grandi scansioni cronologiche della storia con­
getturale e il discorso storico parla il linguaggio parziale della politica e
della critica (si vedano in particolare oltre, i capp. XIX e xx). La barbarie
designa coerentemente un'epoca senza storia, poiché le realizzazioni
umane vi hanno il carattere dell'emergenza particolare e della non trasmet­
tibilità, ma, da che gli uomini << parlano e fanno parlare di sé>>, lo stesso di­
scorso storico diviene parte interna del movimento della civilisation: criti­
carne il senso dello sviluppo implica nell'opera di Rousseau, il rifiuto della
logica continuista e della periodizzazione universalizzante, centrate sulla
civilisation, che egli riconosce nel discorso storico del suo tempo.
' Cfr. Discorso cit., pp. 134-35: << Questa reiterata applicazione di enti di­
versi da se stesso, e gli uni dagli altri, dovette naturalmente generare nello
spirito dell'uomo la percezione di certi rapporti. Queste relazioni che noi
esprimiamo con i termini di grande, piccolo, forte, debole, veloce, lento,
pauroso, coraggioso, e altre idee simili, confrontate tra loro quando occor­
reva, e quasi senza pensarci, produssero alla fine in lui una qualche rifles­
sione, o piuttosto una automatica prudenza, che gli insegnava le precau­
zioni piu necessarie alla sua sicurezza >>.
' A proposito dell'originario raggruppamento per ' famiglie' e del carat­
tere esclusivamente << naturale >> di questa prima forma di socialità, rin­
viamo a J. STAROBINSKI, in CF.uvres complètes cit., vol. III, nota 7 alla p. 167
del Discours, pp. 1342-43. Starobinski, dopo aver ricordato la descrizione
delle famiglie originarie contenuta nel libro III delle Leggi di Platone,
nonché nel Genesi, rinvia a BUFFON (Histoire naturelle, vol. VI: Histoire
naturelle de l'homme, Paris 1752, pp. 272-73, in particolare dr. Variétés
dans l'espèce humaine) che attribuisce un'organizzazione sociale analoga
alle popolazioni autoctone dell'America del Nord. << Questo stadio- com­
menta Starobinski - corrisponde abbastanza bene al paleolitico dei nostri
preistorici ».
• Cfr. sopra nota r.
7 Cfr. sopra nota r.
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI

8 Cfr. sopra nota r.


• Cfr. MONTESQUIEU, Lo spirito delle leggi cit., pane III, libro XVIII ,
pp. 457 sgg.
10 Trittolemo è personaggio mitologico greco del ciclo di Eleusi, ottenne la
benevolenza di Demetra che gli insegnò l'atte di coltivare cereali e lo
mandò per il mondo ad insegnare l'agricoltura (dr. Inno omerico a De­
metra, 23I-74; APOLLODORO, Biblioteca, l, 5, 2; Frammento or/t'co 70;
IGINO, Fabula, I46; OVIDIO, Metamorfosi, V, 450-563 e Fasti, IV, 6I4;
PAUSANIA, I, I4, 2 e 37, 2); Porset rinvia alla versione del mito contenuta
in F. FÉNÉLON, Les aventures de Télémaque, prima edizione completa,
Paris I7I7, 2 voll. , libro XIV .
11 Genesi, I8, 7-8.
12 OMERO, Odissea, libro XIV, 72-80. Eumeo, fedele porcaro di Ulisse fa
arrostire due porchetti (e non due capretti) per il pasto del padrone.
" Genesi, 24, 9-I4.
" Sulla Pasqua e il rito degli azzimi cfr. Esodo, I2, I5-2o e I6, 6-8; Levitico,
23, 6; Deuteronomio, I6, 3-4; Giosuè, 5, I2.
" Giobbe, I, I-I5.

16 Cfr. sopra, nota r .


11 Genesi, IO, I-32.
18 L'argomentazione che coniuga l'ipotesi dell'origine divina del linguag­
gio di Adamo insieme con una teoria 'profana' della molteplicità delle
lingue, che elude la tradizione sacra della torre di Babele, è ripresa quasi
letteralmente da LAMY, La Réthorique cit., pp. 80-82, ove si delinea an­
che una interpretazione delle diversità delle lingue in rapporto al clima,
con particolare attenzione alla discriminante nord-sud.
Sulla lingua di Adamo, dr. CONDILLAC, Saggio sull'origine delle cono­
scenze umane cit., p. 207: << Adamo ed Eva non dovettero all'esperienza
l'esercizio delle operazioni dell'anima e, uscendo dalle mani di Dio, fu­
rono grazie ad un aiuto straordinario, in condizione di riflettere e di co­
municarsi i propri pensieri». Sul tema dell'origine divina del linguaggio
in Lamy e Rousseau cfr. anche sopra la nota I al cap. IV. Sulla moltepli­
cità delle lingue, CONDILLAC (ibid. , pp. 207-8) riferisce la posizione di
Warbutton, a sua volta ispirata alle teorie di Diodoro Siculo e di Vitru­
vio (dr. sopra, nota 2 al cap. n): << Se si deve giudicare soltanto dalla na­
tura delle cose (dice il signor Warbutton, p. n8, Essai sur !es hiérogly­
phes) e indipendentemente dalla rivelazione che è la guida piu sicura, si
potrebbe essere portati ad ammettere l'opinione di Diodoro di Sicilia e
di Vitruvio, secondo la quale, i primi uomini avrebbero vissuto, un tempo,
nelle caverne e nelle foreste, articolando solo suoni confusi e indeter­
minati, finché, essendosi associati per aiutarsi reciprocamente, sarebbero
arrivati, gradatamente, a formulare suoni distinti, per mezzo di segni o
di atteggiamenti arbitrari convenuti fra loro, affinché, chi parlava, potesse
esprimere le idee che aveva bisogno di comunicare agli altri. Ecco ciò che
ha dato luogo alle differenti lingue; infatti tutti sono d'accordo nell'affer­
mare che il linguaggio non è innato [corsivo nostro] ». Proseguendo nella
70 CAPITOLO IX

citazione da Warburton, Condillac si dichiara d'accordo con l'intero ragio­


namento e col metodo di accostare alla « sicura via>> della rivelazione l'a­
nalisi basata sulla sola « natura delle cose>>: « non ho creduto- scrive Con­
dillac - che bastasse per un filosofo dire che una cosa è stata fatta in modi
straordinari; al contrario, egli deve spiegare come questa cosa avrebbe
potuto esser fatta con mezzi naturali>> (ibid., p. 208). Questo sviluppo di
temi epicurei (già presenti in LUCREZIO, De rerum natura, libro V, 1028-
1090) in un contesto teorico come quello di Warburton e Condillac, volto
a togliere ogni carattere 'miracoloso ', legato alla torre di Babele, alla di­
versificazione delle lingue e, di fatto, all'origine stessa del linguaggio umano
si lega, esplicitamente nel testo di Warburton, ad un'ampia tradizione di
dibattito secentesca. Tale discussione, che si era avvalsa dell'edizione del­
l'opera omnia di GREGORIO DI NISSA, padre della Chiesa del Iv secolo
d. C. (S.P.N. Gregorii episcopi Nysseni opera quae reperiri potuerunt om­
nia, Ed. Morell., I638), autore del Contra Eumonium, in cui si sostiene
che il mutamento degli idiomi avvenne spontaneamente in seguito alla
naturale dispersione degli uomini, aveva visto schierati sul &onte della
spiegazione « naturale >> e antimiracolistica RICHARD SIMON (Histoire cri­
tique du vieux testament, par le R. P. Richard Simon, pretre de la Congréga­
tion de l'Oratoire, Paris r68o) e, sia pur in polemica con Simon, JEAN LE­
CLERC (Sentiments de quelques théologiens de Hollande sur l'histoire criti­
que du Vieux Testament composée par le P. Richard Simon de l'Oratoire,
Amsterdam r685), nelle cui opere la tradizione epicurea dell'origine natu­
rale delle differenze linguistiche assume un'importanza centrale.
Su questi problemi in generale cfr. P. ROSSI, I segni del tempo. Storia della
terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, Feltrinelli, Milano 1979, in par­
ticolare cap. m, pp. 226-308. Sul tema delle origini del linguaggio nell'epi­
cureismo si veda inoltre c. w. CHILTON, The Epicurean Theory ofthe Ori­
gin o/Language, in « American Journal of Philology», LXXXlll (r962).
•• Gli << uomini nati dalla terra>> rinviano alla teoria della fermentazione
della terra, provocata dal calore del sole, che diede origine, attraverso em­
brioni, ad ogni forma di vita animale. Taie teoria costituisce in DIODORO
SICULO, Biblioteca storica, I, 7, r-7, la spiegazione dell'origine della vita,
dopo la formazione dell'universo nei suoi elementi costitutivi. La teoria si
trova lungamente riportata in LAMY, La Réthorique cit., pp. 75-76 e passim,
ave essa viene considerata una << fable >>, un racconto mitologico e fantastico
in cui << tutto è falso >> (ibid. , p. 76) Rousseau colloca la condizione di feri­
nità, attribuita da Diodoro (l, 8, r) agli uomini cosi generati dalla terra, nella
fase di dispersione seguita al Diluvio, con la divisione dei figli di Noè.
20 Collocando i tempi della dispersione dopo il Diluvio, Rousseau opera un
accordo &a la Storia Sacra e la tradizione dei filosofi antichi, recuperando
pienamente il valore di quest'ultima. La polemica immediata appare ri­
volta qui ai passi del padre Lamy (cfr. nota precedente) , in cui le tradi­
zioni antiche riferite da Diodoro vengono appunto definite come << fa­
bles >> in rapporto al racconto della Storia Sacra.
21 Rousseau, nella descrizione degli stadi della società umana, associa stabil­
mente l'indole mite e pacifica e la pastorizia. Conquista ed usurpazione
appaiono come tendenze che contraddistinguono lo stadio della caccia e,
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI

in seguito, quello dell'agricoltura, in quanto conseguenze, in quest'ultimo


caso, della proprietà privata della terra. Non cosi netta è la distinzione in
MONTESQUIEU (Lo spirito delle leggi cit., vol. l, libro XVIII , p. 427) ove i
tartari pastori vengono definiti « conquistatori crudelissimi>>. ADAM
SMITH radicalizza le posi2ioni di Montesquieu nell'Indagine sulla natura
e le cause della ricchezza delle nazioni (lsedi, Milano 1973, pp. 685-86), in
cui popoli cacciatori e popoli pastori vengono assimilati nell'attitudine
alla guerra, in quanto, in entrambi gli stadi, ogni uomo è anche un guer­
riero: << Tra i popoli di pastori, una fase piu avanzata della società, quale
si trova tra i tartari e gli arabi, ogni uomo è allo stesso modo un guer­
riero ... Che esso marci come un esercito o che si muova come un insieme
di pastori, il modo di vita è quasi lo stesso, sebbene lo scopo sia molto
diverso. Perciò, essi vanno alla guerra tutti insieme e ciascuno fa il me­
glio che può. Tra i tartari, anche le donne si sono viste spesso impiegate
nella battaglia >>.
22 Cfr. nota precedente.
" Esodo, 26, 14·
24 SENOFONTE, Elleniche, 6, 3-6.
" Genesi, 4, 2-5.
26 ll riferimento esatto non è a Erodoto, che non menziona Trittolemo, ma
a Senofonte, Elleniche, 6, 3-6.
27 Sulla teoria stadiale della società, presente in queste pagine di Rousseau,
che costituiscono l'unico punto della sua opera in cui essa viene esplici­
tamente teorizzata e per un raffronto puntuale con le epoche della storia
umana scandite nel Discorso, cfr. MEEK, Il cattivo selvaggio cit., pp. 57-
67. Meek mette in panicolare rilievo lo spazio e l'importanza teorica asse­
gnati da Rousseau nel Saggio allo stadio della pastori2ia, completamente
assente in quanto tale nel Discorso.
28 Come Porset riferisce nell'edi2ione critica dell'Essai (ed. cit., p. 108),
GRANGE («L'Essai sur l'origine des langues » cit. sopra, nota 9 dell'Intro­
dU2ione, p. 307) fornisce la fonte di questo passo nel testo dell'abate
N. A. PLUCHE, Le spectacle de la nature. Entrétiens sur !es particularités
de l'histoire nature/le, Paris 1732-50, 9 voli., in particolare vol. m, 1735,
pp. 521 sgg.
29 Questa concezione di una naturale pigrizia rinvia alle descrizioni dei sel­
vaggi contenute nei racconti di viaggi dell'epoca, in particolare alla descri­
zione dei popoli dei Caraibi contenuta nell'opera del padre ou TERTRE,
ben nota a Rousseau e di importanza centrale anche per il secondo Discorso
(cfr. il commentario di Starobinski all'edizione de! Dùcours cit. sopra, alla
nota 3 del cap. 1).
,. Nel testo: « celui qu'on nomma la fabrique du genre humain>>. Porset (in
Essai cit., p. 112, nota 29) interpreta la metafora come riferimento alla re­
gione degli antichi sciti, a nord del Mar Nero, fra il Don e il Volga, che
Erodoto descrive come caratteri2zata da un inverno gelido di otto mesi e
da un clima generalmente freddo (ERODOTO, IV, 28). L'interpretazione di
Porset, benché plausibile da un punto di vista descrittivo, poggia su un
fragile riferimento ad un passo di MORELLY, Code de la Nature, ou le véri-
CAPITOLO IX

table esprit de ses loix, Par-Tout, Chez le Vray Sage, I755. parte II, p. 72,
ove, menzionando gli sciti, Morelly aggiunge: « qui ont été comme la pépi­
nière des autres Nations >> (frase resa dal traduttore italiano come << gli an­
tichi sciti, i quali sono stati quasi il vivaio degli altri popoli>>, MORELLY,
Codice della Natura, a cura di Enzo Piscitelli, Einaudi, Torino I975, p. 82).
Si noti tuttavia che Rousseau inserisce la metafora in un contesto che ri­
guarda i << secoli moderni », dopo la breve digressione sui popoli latini ed
i greci antichi; inoltre la dizione << fabrique du genre humain », solo vaga­
mente prossima al testo del Morelly del r755, costituisce una citazione let­
terale dall'Esprit des lois, parte III, libro XVII, cap. v, in cui Montesquieu
cita lo storico goto Jornandes attribuendogli la locuzione << humani gene­
ris officina » a proposito del Nord Europa (in effetti JORNANDES, nel De
rebus Geticis, 4, scrive: << Ex hac igitur Scanzia insula quasi officina gen­
tium ... Gothi... memorantur egressi »). L'allusione di Rousseau si riferisce
dunque, nei « tempi moderni », non alla pur ingrata terra degli sciti, di
memoria erodotea, bensi, sull'orma di Montesquieu, al Nord dell'Eu­
ropa, in particolare alla penisola Scanzia diJornandes, la Scandia di Tolo­
meo, vale a dire alla Scandinavia, che Montesquieu ricorda nel passo cui
si è fatto riferimento. (Per la traduzione italiana del francese << fabrique »,
ci atteniamo alla versione « fabbrica » resa dal Cotta nella traduzione del
passo citato di Montesquieu, Lo spirito delle leggi cit., p. 456).
" Con questa affermazione, che prelude al successivo passo sull'utilizza­
zione del fuoco per la cottura dei cibi, Rousseau si allinea alla tesi svilup­
pata da Tarin, nell'articolo Carnacier deii'Encyclopédie, secondo la quale
<< se mangiamo carni, le mangiamo solo dopo averle preparate mediante la
cottura, le mangiamo sia bollite che arrostite». Per Tarin, dunque, come
per Rousseau, l'uomo non è naturalmente carnivoro: si veda anche, su
questo punto la nota v al Discorso cit., p. r74 e, per le polemiche che essa
suscitò, in particolare con Buffon, c&. le relative note di Starobinski, nel­
l'edizione del Discours cit. sopra, alla nota 3 dell'Introduzione, pp. IJ62-
rJ6J). Si noti tuttavia che, sempre nel Discorso, a proposito della scoperta
del fuoco, Rousseau afferma: << impararono a conservare questo elemento,
poi a riprodurlo, infine a preparare con esso le carni che prima divoravano
crude [corsivo nostro] » (ibid., p. I34). Secondo un ragionamento ipote­
tico congetturale, dunque, in cui l'utilizzazione del fuoco è successiva al­
l'invenzione di archi e frecce per la caccia (ibid. ), l'uomo selvaggio, non
ancora riconosciutosi come uomo e confuso ancora con gli animali (cfr. nel
Discorso cit., i passi immediatamente successivi a quello citato, pp. I34-
IJ5) può aver utilizzato direttamente carne cruda per la sua sopravvivenza.
" Dopo aver sottolineato la differenza dell'uomo dagli altri animali, attra­
verso il nesso specifico fra l'utilizzazione del fuoco e la cottura dei cibi,
Rousseau istituisce un legame deciso fra la cottura e le prime riunioni de­
gli uomini, nel corso delle quali nasce << il primo sentimento di umanità ».
La tappa dell'utilizzazione del fuoco segna pienamente e sistematica­
mente il passaggio dal << crudo al cotto », come differenziazione dell'u­
manità entro la natura e nascita della socialità come istanza comunicativa.
" Polemica con HELVETIUS che nel De l'Esprit, aveva affermato: << Gli ani­
mali costituiscono una società sempre in fuga dinanzi all'uomo . . . » (HEL-
FORMAZIONE DELLE LINGUE MERIDIONALI 73

VETIUS, Dello spirito, a cura di A. Postigliola, Editori Riuniti, Roma 1976,


p. 17). Cfr. PORSET, Essai cit., nota 35, p. n6.
" Genesi, 21, 22-34.
" Non è stato possibile identificare la fonte di questa << teoria » riportata da
Rousseau.
" Sul ruolo della proibi2ione dell'incesto nel Saggio, rispetto ai tempi della
storia scanditi dalle « rivoluzioni >> del Discorso, c&. nota r al cap. IX. Su
questo punto specifico, PORSET (in Essai cit., nota 45, pp. 124-26) ha vo­
luto rintracciare una conferma dell'ipotesi dell'influenza reciproca di
Rousseau e Morelly, rinvenendo nella Basiliade un passo relativo all'ince­
sto che avrebbe potuto influenzare Rousseau (cfr. MORELLY, Naufrage des
Isles Flottantes ou Basiliade du célèbre Pilpai>>, Poème heroique, traduit
de l'Indien par Mr. M******, à Messine, par une Société de Libraires,
1753, canto I, pp. 32-33). E tuttavia, nel passo menzionato, il riferimento
di Morelly all'incesto avviene su un piano generico che non si distacca
dalla letteratura tradi2ionale del tempo e dei secoli immediatamente pre­
cedenti, che annoveravano l'incesto &a i crimini piu infami e disumani,
non di rado piu numerosi e frequenti nei periodi di decadenza e di dege­
nerazione di una civiltà (c&. per esempio, &a gli altri, u. GROZIO, De iure
belli et pacis, II, 2, 13, 5, che include l'incesto nella corruzione dell'ultima
fase dell'impero persiano). Cosi, nella terra felice delineata nei primi tre
canti della Basiliade, gli abitanti non vi conoscono né incesto, né adulte­
rio, né prostituzione: se l'amore &a fratello e sorella vi ha luogo talvolta,
ciò avviene senza l'orrore che accompagna la consapevolezza, mentre la
natura stessa e il suo spontaneo istinto impediscono le piu ripugnanti
unioni &a padre e figlia e &a madre e figlio. Ben diverso è l'accento di que­
sta pagina rousseauiana, in cui la proibi2ione dell'incesto non si configura
come esito della bontà naturale o come positivo istinto della natura: essa
è una legge, forse la prima legge, di istituzione umana non perciò meno
sacra, aggiunge Rousseau, bensi percorsa dallo stesso « fuoco sacro, che
porta in fondo ai cuori il primo sentimento dell'umanità>> (c&. sopra,
p. 6r). Sul piano teorico, può essere interessante il confronto col rilievo
attribuito alla proibi2ione dell'incesto nei Principj di Scienxa Nuova di
VICO (ed. cit., t. I, p. n8), in quella sezione De' prindpi, in cui si afferma
che « in tal densa notte di tenebre ond'è coverta la prima da noi lontanis­
sima antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa
verità, la quale non si può a patto alcuno chiamare in dubbio: che questo
mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne pos­
sono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modi/icaxioni
della nostra medesima mente umana » (ibid., p. II5) e tali principi, come
viene precisato al paragrafo seguente, avranno il carattere di <<prindpi
universali ed eterni [corsivi nostri] » (ibid. , p. n6). In questo quadro siste­
matico, volto a reperire gli universali fra quelle << idee uniformi, nate tra
popoli sconosciuti &a loro >> Vico inserisce la proibi2ione dell'incesto
unita al matrimonio, accanto agli altri tratti universali della condi2ione
umana che sono la religione e la sepoltura dei morti (ibid. , p. n6). È ap­
punto in ragione di tale organicità e sistematicità di concezione, che supera
la pur profonda intuizione rousseauiana, che Lévi-Strauss, il quale ha visto
74 CAPITOLO IX

in Rousseau il << padre dell'etnologia>> (c&. Introduzione a questo volume,


p. XXVI, n. 43), ha potuto recentemente individuare in Vico un « precur­
sore del pensiero etnologico » (c. LÉVI-STRAUSS, Le regard éloigné, Plon,
Paris 1983, p. 50; trad. it. Uno sguardo da lontano, Einaudi, Torino 1984,
p. 33). affermando che egli si pone per primo il problema degli universali
della cultura (ibid. , p. 6o). In Rousseau, la proibizione dell'incesto, legge
di istituzione umana, si accompagna alle prime istituzioni umane, segna il
passaggio dalle lingue domestiche al linguaggio umano, dalla casualità
naturale alla stabilizzazione dei legami sociali, dalla dispersione alle
prime forme di reciprocità riconosciute come tali. In Vico, analogamente,
la proibizione dell'incesto non promana spontaneamente dalla natura, ma
è già, in se stessa natura umana, differenziata dalla ferinità primitiva:
<< Onde, quanto è per essi, di questo mondo di nazioni, di tante belle arti
dell'umanità arricchito e adorno, vanno a fare la grande antichissima selva
per entro a cui divagavano con nefario ferino errore le brutte fiere d'Or­
feo, delle qual'i figlioli con le madri, i padri con le figliuole usavano la ve­
nere bestiale. Ch'è l'infame nefas del mondo eslege, che Socrate con ra­
gioni fisiche poco propie voleva pruovare esser vietato dalla natura, es­
sendo egli vietato dalla natura umana, perché tali concubiti appo tutte le
nazioni sono naturalmente aborriti... » L'universalità del tabu dell'incesto
è sostenuta, nel Settecento, dal padre gesuita }.-F. Lafitau, all'interno di
una generale argomentazione - di tono completamente diverso da quella
rousseauiana - volta a stabilire « che il matrimonio è sempre stato conside­
rato come cosa sacra e solenne da tutti i popoli e che anche il pili barbaro
&a questi ne ha rispettato le leggi». Cfr. J.- F. LAFITAU, Ma!urs des sauvages
américains comparées aux ma!urs despremiers temps, Paris 1724 (due edi­
zioni immediatamente successive rispettivamente in 2 e 4 tomi; si cita qui
dall'edizione in 2 tomi), in particolare, t. l, cap. v, pp. 331-32 e cap. VI. Sul
tema cfr. P. BORA, Il popolo licio nel 'Ma!urs des sauvages américains ' di
f.-F. Lafitau. Proposte di lettura per un rapporto fra f. f. Bachofen e la cul­
tura settecentesca, in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», 2
(r988). Sul tema dell'incesto &a Sei e Settecento, e sulla posizione di La­
fitau, si veda ampiamente s. LANDUCCI, I filosofi e i selvaggi. IJ8o-q8o,
Laterza, Roma-Bari 1972, pp. 407 sgg.
CAPITOLO X

FORMAZIONE DELLE LINGUE DEL NORD

Alla lunga tutti gli uomini diventano simili, ma l'ordine dei


loro progressi è differente. Nei climi meridionali, dove la na­
tura è generosa, i bisogni nascono dalle passioni; nei paesi
freddi, ove essa è avara, le passioni nascono dai bisogni, e le
lingue, figlie della necessità, risentono della loro dura origine.
Per quanto l'uomo si abitui alle intemperie dell'aria, al fred­
do, al disagio, anche alla fame, vi è tuttavia un punto in cui la
natura soccombe. In balia di queste prove crudeli, tutto ciò
che è debole perisce, tutto il resto si rinforza, e non c'è via di
mezzo fra il vigore e la morte. Ecco perché i popoli settentrio­
nali sono cosi robusti, non è il clima che originariamente li ha
resi tali: al contrario, esso ha risparmiato soltanto quelli che
già lo erano, e non c'è da stupirsi che i figli mantengano la
buona costituzione dei padri.
Si nota per prima cosa che gli uomini piu robusti devono
avere organi meno delicati, le loro voci devono essere piu
aspre e piu forti. Del resto, quale differenza separa le infles­
sioni commoventi che provengono dai movimenti dell'anima
e le grida strappate dai bisogni fisici? In questi tremendi climi,
ove tutto è morto per nove mesi all'anno, ove il sole riscalda
l'aria qualche settimana solo per mostrare agli abitanti di quali
beni sono privati e prolungare cosi la loro miseria, in questi
luoghi in cui la terra non offre niente se non a forza di lavoro
e in cui la sorgente della vita sembra essere piu nelle braccia
che nel cuore, gli uomini, occupati senza posa a provvedere
alla loro sussistenza, a malapena pensavano a legami piu dolci;
tutto si limitava all'impulso fisico, l'occasione creava la scelta,
la facilità creava le preferenze. L'ozio che nutre le passioni
fece posto al lavoro che le reprime. Prima di pensare a vivere
felici, bisognava pensare a vivere. Se il bisogno reciproco uni
CAPITOLO X

gli uomini assai meglio di quanto non avrebbe fatto il senti­


mento, la società si formò solo grazie all'industriosità; il con­
tinuo pericolo di morire non permetteva di limitarsi alla lin­
gua del gesto, e la prima parola fra di loro non fu amatemi,
ma aiutatemi.
Questi due termini, sebbene assai simili, si pronunciano
con tono ben differente. Non c'era nulla da far sentire, tutto
da far capire, non si trattava dunque di energia, ma di chia­
rezza. All'accento che il cuore non suscitava, si sostituirono
delle articolazioni forti e sensibili, e se si ebbe nella forma del
linguaggio qualche intonazione naturale, anche questa into­
nazione contribui alla sua durezza.
In effetti, gli uomini settentrionali non sono senza passioni,
ma ne hanno d'un'altra specie. Quelle dei paesi caldi sono del­
le passioni voluttuose che portano all'amore e alla mol­
lezza. La natura fa cosi tanto per gli abitanti, che essi non han­
no quasi nulla da fare. Basta che un asiatico abbia donne e ri­
poso ed è contento. Ma nel Nord, dove gli abitanti si logorano
su un suolo ingrato, gli uomini, soggetti a tanti bisogni, sono
facili ad irritarsi, tutto ciò che avviene attorno a loro li inquie­
ta: poiché riescono a vivere solo con fatica, piu sono poveri,
piu tengono a quel poco che hanno; avvicinarli è attentare alla
loro vita. Di qui viene loro quel temperamento irascibile, cosi
pronto a volgersi in furore contro tutto ciò che li ferisce. Cosi
le loro voci piu naturali sono quelle della collera e delle minac­
ce, e queste voci si accompagnano sempre ad articolazioni for- -
ti che le rendono dure e fragorose.
CAPITOLO XI

RIFLESSIONI S U QUESTE DIFFERENZE

Ecco, a mio parere, le cause fisiche piu generali della diffe­


renza caratteristica fra le lingue primitive. Quelle del meri­
dione dovettero essere vive, sonore, modulate, eloquenti e
spesso oscure per troppa energia: quelle del Nord dovettero
essere sorde, rozze, articolate, stridule, monotone, chiare per
il gran numero di parole piuttosto che per una buona costru­
zione. Le lingue moderne, cento volte mescolate e rifuse, con­
servano ancora qualcosa di queste differenze. n francese, l'in­
glese, il tedesco costituiscono il linguaggio privato di uomini
che si aiutano l'un l'altro, che ragionano fra loro a sangue
freddo, o di gente in collera che litiga; ma i ministri di Dio che
annunciano i sacri misteri, i saggi che dànno le leggi ai popoli,
i capi che trascinano la moltitudine devono parlare arabo o
•.
persiano Le nostre lingue sono meglio scritte che parlate, e
si leggono con piu piacere di quanto non siano ascoltate. Al
contrario le lingue orientali scritte perdono la loro vita e il loro
calore. n senso non è che per metà nelle parole, tutta la loro
forza è nei toni. Giudicare il genio degli orientali dai loro libri,
è come voler ritrarre un uomo dal suo cadavere.
Per ben valutare le azioni degli uomini, bisogna conside­
rarli in tutti i loro rapporti ed è ciò che nessuno ci insegna a
fare. Quando ci mettiamo al posto degli altri, ci poniamo sem­
pre modificati come noi siamo, non come devono esserlo loro,
e quando pensiamo di giudicarli secondo ragione, non fac­
ciamo che comparare i loro pregiudizi ai nostri. Qualcuno,
per il fatto di saper leggere un po' d'arabo, sorride sfogliando
il Corano: quello stesso, se avesse udito Maometto in persona
annunciarlo, in quella lingua eloquente e cadenzata, con quella

a n turco è una lingua settentrionale.


CAPITOLO XI

voce sonora e persuasiva che seduceva l'orecchio prima del


cuore, e che senza posa animava le sue massime col tono del­
l'entusiasmo, si sarebbe prosternato a terra gridando: « gran­
de profeta inviato da Dio, conduceteci alla gloria, al martirio;
noi vogliamo vincere o morire per voi ». Il fanatismo ci pare
sempre risibile, perché esso fra di noi non ha voce per farsi in­
tendere. I nostri stessi fanatici non sono veri fanatici, ma sol­
tanto dei furbi o dei pazzi. Le nostre lingue, invece che infles­
sioni per ispirati hanno urla per gente posseduta dal diavolo.
CAPITOLO XII

ORIGINE DELLA MUSICA

Con le prime voci si formarono le prime articolazioni o i


primi suoni, secondo il genere di passione che dettava le une
o gli altri. La collera strappa grida minacciose che la lingua e
il palato articolano; ma la voce della tenerezza è piu dolce, è
la glottide che la modula, e questa voce diviene un suono 1 • So­
lamente che i mutamenti di toni vi sono piu frequenti o piu
rari, le inflessioni piu o meno acute secondo il sentimento che
vi si unisce. Cosi la cadenza e i suoni nascono con le sillabe, la
passione fa parlare tutti gli organi, e arricchisce la voce di tutta
la sua intensità: cosi i versi, i canti, la parola hanno un'origine
comune '. Attorno alle fontane di cui ho parlato, i primi di­
scorsi furono le prime canzoni: le reiterazioni periodiche e
misurate dal ritmo, le inflessioni melodiose dei toni fecero
nascere la poesia e la musica con la lingua, o meglio, tutto ciò
non era che la lingua stessa per questi climi felici e questi felici
tempi, in cui i soli bisogni urgenti, che richiedevano la parteci­
pazione altrui, erano quelli che il cuore faceva nascere.
Le prime storie, le prime arringhe, le prime leggi, furono in
versi; la poesia fu inventata prima della prosa; cosi dovette es­
sere, poiché le passioni parlarono prima della ragione '. Lo
stesso fu per la musica; non vi fu in origine altra musica che la
melodia, né altra melodia che il suono variato della parola; i
toni formavano il canto, le quantità formavano il metro, e si
parlava tanto attraverso i suoni e il ritmo quanto attraverso
le articolazioni e le voci. Dire e cantare erano in altri tempi la
stessa cosa, dice Strabone; il che mostra, egli aggiunge, che la
poesia è la fonte dell'eloquenza ·. Bisognerebbe dire che l'una
e l'altra ebbero la stessa fonte e non furono in origine che una

• Geografia, libro I.
8o CAPITOLO XII

cosa sola '. Quanto al modo in cui si formarono le prime so­


cietà, può forse stupire se si mettevano in versi le prime sto­
rie e si cantavano le prime leggi '? Stupisce il fatto che i primi
grammatici sottomettevano la loro arte alla musica ed erano,
al contempo, professori dell'una e dell'altra b ?
Una lingua che ha solo articolazioni e voci possiede dun­
que solo la metà della sua ricchezza; essa rende le idee, è
vero, ma per rendere i sentimenti e le immagini, le occorrono
ancora un ritmo e dei suoni, vale a dire una melodia: ecco ciò
che aveva la lingua greca e ciò che manca alla nostra •.
Noi ci stupiamo ancora per gli effetti prodigiosi dell'elo­
quenza, della poesia e della musica fra i greci ', che non com­
prendiamo perché non ne proviamo piu di simili; e il massimo
che possiamo fare, dal momento che ci sono stati testimoniati,
è fingere di crederli, per compiacenza con i nostri dotti Bu­ c.

rette ' il quale, per quel che poté tradusse in note della nostra
musica certi frammenti di musica greca, ebbe l'ingenuità di far
eseguire questi frammenti all'Accademia di Belle Lettere, e gli
accademici ebbero la pazienza di ascoltarli. Mi meraviglia
questo esperimento in un paese la cui musica è indecifrabile
per ogni altra nazione. Date da eseguire un monologo di opera
francese ad un qualunque musicista straniero: vi sfido a rico­
noscervi qualcosa. E tuttavia sono questi stessi francesi che
pretendono di giudicare la melodia di un'ode di Pindaro mes­
sa in musica duemila anni fa!
Ho letto che una volta, in America, gli indiani, vedendo
l'effetto formidabile delle armi da fuoco, raccolsero da terra

b « Architas atque Aristoxenes etiam subjectam grammaticem musicae putaverunt,


et eosdem utriusque rei praeceptores fuisse. . . Tum Eupolis, apud quem Prodamus et
musicem et lineras docet. Et Maricas, qui est Hyperbolus, nihil se ex musicis scire nisi
litteras confitetur». Quintiliano, libro I, capitolo 10 9.
c Senza dubbio in ogni cosa bisogna fare astrazione dall'esagerazione greca, ma
d'altra parte sarebbe concedere troppo al pregiudizio moderno lo spingere queste astra·
zioni fino a far svanire tutte le differenze. « Quando la musica dei greci - dice l'abate
Terrasson - al tempo di Arnfione o di Orfeo, si trovava al punto in cui è oggi nelle città
piii lontane dalla capitale, sospendeva il corso dei fiumi, attirava gli alberi, faceva muo·
vere le rocce. Oggi ch'essa è giunta a un altissimo grado di perfezione, piace moltissimo,
se ne afferrano pure le bellezze, e tuttavia lascia tutto al suo posto. Lo stesso è stato per
i versi di Omero, poeta nato nei tempi in cui si risentiva ancora dell'infanzia dello spirito
umano, in comparazione a quelli che seguirono. Ci si è estasiati sui suoi versi, ci si accon­
tenta oggi di godere ed apprezzare quelli dei buoni poeti •• "- Non si può negare che l'a·
bate Terrasson abbia avuto talvolta il dono della filosofia, ma non è ceno in questo
passo che ne fa mostra.
ORIGINE DELLA MUSICA 81
delle palle di fucile; poi gettandole con la mano e facendo un
gran rumore con la bocca, rimasero tutti stupiti di non aver
ucciso nessuno. I nostri oratori, i nostri musicisti, i nostri
dotti assomigliano a questi indiani. n prodigio non è nel fatto
che con la nostra musica noi non facciamo piu ciò che face­
vano i greci con la loro; al contrario, sarebbe un prodigio
che, con strumenti cosi diversi, producessimo gli stessi effetti.

1 C&. sopra, nota 4 al cap. VII.

' L'origine comune di canto e parola è tema assai diffuso nell'epoca. La


fonte antica comunemente citata è l'opera di STRADONE, riedita ad Am­
sterdam nel 1707, a cura di I. Casaubon, con i contributi, fra gli altri, di s.
BOCHART e di r. vossrus, Strabonis rerum geographicarum libri XVII. C&.
inoltre r. vossrus, De Poematum cantu et viribus rythmi, Oxford 1673 (di
centrale imponanza per questo testo di Rousseau, nonché per i temi del
ritmo e delle pantomime) ; LAMY, La Réthorique cit., pp. 108-9; DU BOS,
Réflexions critiques cit.; CONDILLAC, Saggio sull'origine delle conoscenze
umane cit., pp. 237-58. L'unione originaria di canto e parola costituisce un
momento centrale nella teoria rousseauiana del linguaggio e della musica.
Rousseau la riprende nel Dictionnaire de musique, alle voci Chant e Musi­
que ed essa si trova già argomentata nel frammento Origine de la mélodie
cit.: « È completamente inutile, d'altra pane, ricorrere a cause esterne
negli effetti che si possono dedurre dalla natura stessa delle cose e tale è
questa modificazione della voce che si chiama canto, modificazione che
dovette naturalmente nascere e formarsi con la lingua: è infatti chiaris­
simo che ogni lingua alla nascita dovette supplire alle anicolazioni meno
numerose con dei suoni piii variati, dovette mettere in origine le infles­
sioni e i toni al posto delle parole e delle sillabe e cantare tanto piii in
quanto parlava meno »: ibid., p. 6r (f. 8r. ) . D'ora in avanti il frammento
Origine de la mélodie verrà indicato O.M. e le pagine saranno riferite al
citato anicolo della Duchez e, fra parentesi, alla numerazione del mano­
scritto ivi riponata).
' O. M., p. 63 (f. 9r. ) : << . . . e poiché la difficoltà di farsi comprendere permet­
teva di dire soltanto delle cose interessanti, le si diceva in maniera focosa
per il fatto stesso che le si diceva con pena; il calore, il tono, il gesto, tutto
animava quei discorsi che bisognava far sentire piuttosto che capire. È
cosi che l'eloquenza precedette il ragionamento e che gli uomini furono
oratori e poeti molto tempo prima d'esser filosofi».
' Cfr. sopra, nota 2 di questo capitolo.
' n motivo della recitazione delle leggi nell'antichità è ricorrente; cfr., fra
gli altri, B. FONTENELLE, Histoire des Oracles, 1687, seconda dissena­
zione, cap. v; DU BOS, Réflexions critiques cit., vol. III, sez. N; all'ar­
ticolo Musique del Dictionnaire, Rousseau, riprendendo l'articolo Voice,
CAPITOLO XII

del dizionario di Chambers, scrive che « tutte le leggi divine e umane


erano in versi e cantate pubblicamente>>. Tra le fonti classiche segna­
liamo ARlSTOTELE, Problemata, XIX, 28 e MARZIANO CAPELLA, De Nup­
tiis Mercurii et Philologiae, IX, 926, 9-ro.
6 La perfezione melodica della lingua greca è un tema dominante nella filo­
sofia di Rousseau; cfr. la Lettre à Burney e Fragments d'observations sur
l'A/ceste italien de M. le Cbevalier Gluck, in ROUSSEAU, Écrits sur la musi­
que cit., p. 392; Dictionnaire de musique, articoliAccent, Mesure, Réàtatt/.
Rytbme.
7 O.M. , p. 64 (f. rrr).
• PIERRE-JEAN BURETTE, autore di numerosi Mémoires de l'Académie Royale
des Inscriptions et Belles-Lettres, dal 1716 al 1741, in cui trascrisse brani di
musica greca.
' QUINTILIANO, Istitutio pratoriae, I, XI.
10 Il
passo dell'abate Terrasson citato da Rousseau è tratto dallo scritto po­
stumo La Philosophie applicable à tous /es objets, pubblicato nel 1754, con
una prefazione di D'Alembert.
CAPITOLO XIII

LA MELODIA

L'uomo è modificato dai sensi, nessuno ne dubita; ma per


non distinguere le modificazioni, noi confondiamo le cause;
attribuiamo troppa e troppo poca influenza alle sensazioni;
non vediamo che spesso esse non ci colpiscono soltanto come
pure sensazioni, ma come segni o immagini, e che i loro effetti
morali hanno anch'essi delle cause morali. Come i sentimenti
che suscita in noi la pittura non provengono affatto dai colori,
l'ascendente che la musica ha sulle nostre anime non è affatto
opera dei suoni. Dei bei colori, ben sfumati, piacciono alla vi­
sta, ma questo piacere è puramente di sensazione. È il dise­
gno, è l'imitazione che conferisce vita e anima a questi colori,
sono le passioni che essi esprimono che riescono a muovere le
nostre, sono gli oggetti che rappresentano che riescono a col­
pirci. L'interesse e il sentimento non derivano dai colori in s é;
i tratti di un quadro che ci commuove, ci commuovono ancora
in una stampa; togliete questi tratti nel quadro, i colori non
avranno piu alcuna efficacia.
La melodia fa nella musica precisamente ciò che fa il dise­
gno nella pittura; è essa che marca i tratti e le figure di cui gli
accordi e i suoni non sono che i colori; ma, si dirà, la melodia
non è che una successione di suoni; senza dubbio; ma anche
il disegno non è altro che una composizione di colori '. Un ora­
tore si serve dell'inchiostro per stendere i suoi scritti: sarebbe
a dire che l'inchiostro è un liquido molto eloquente?
Immaginate un paese ove non si avesse alcuna idea del dise­
gno, ma nel quale molta gente, passando la vita a combinare,
mescolare, sfumare dei colori, credesse di eccellere in pittura;
questa gente ragionerebbe sulla nostra musica precisamente
nello stesso modo in cui noi ragioniamo su quella dei greci. Se
si parlasse loro dell'emozione che ci dànno i bei quadri e della
CAPITOLO XIII

dolcezza di commuoversi davanti a un soggetto patetico, i


loro dotti approfondirebbero subito la materia, comparereb­
bero i loro colori ai nostri, esaminerebbero se il nostro verde
è piu tenue o il nostro rosso piu intenso; cercherebbero quali
accordi di colori possono far piangere, quali altri possono far
andare in collera. I Burette di questi paesi raccoglierebbero
su qualche cencio alcuni lembi sfigurati dei nostri quadri;
poi si domanderebbero sorpresi che cosa c'è di tanto meravi­
glioso in questo insieme di colori.
Se in una nazione vicina si cominciasse a formare qualche
tratto, un qualche abbozzo di disegno, una qualche figura
ancora imperfetta, tutto ciò passerebbe per scarabocchio,
per pittura capricciosa e barocca, e ci si atterrebbe, per pre­
servare il gusto, a questa semplice bellezza, che in verità non
esprime niente, ma che fa risplendere belle sfumature, grandi
chiazze ben colorate, larghi sprazzi di tinte degradanti senza
alcun tratto.
Infine, forse, col progresso, si giungerebbe all'esperienza
del prisma. Subito qualche artista celebre vi costruirebbe so­
pra un bel sistema. Signori, direbbe loro, per ben filosofare
bisogna risalire alle cause fisiche. Ecco la scomposizione
della luce, ecco tutti i colori primitivi, ecco i loro rapporti, le
loro proporzioni, ecco i veri principi del piacere che vi dà la
pittura. Tutte queste parole misteriose di disegno, di rappre­
sentazione, di figura sono pure ciarlatanerie dei pittori fran­
cesi, che, con le loro imitazioni, pensano di suscitare non so
quali movimenti nell'anima, mentre si sa che esistono sol­
tanto le sensazioni. Vi raccontano meraviglie dei loro quadri,
ma guardate piuttosto le mie tinte.
I pittori francesi, continuerebbe quello, hanno forse osser­
vato l'arcobaleno; possono aver ricevuto dalla natura un
qualche gusto della sfumatura e un qualche istinto del colore.
Quanto a me, vi ho mostrato i grandi, i veri principi dell'arte.
Ma che dico, dell'arte? Di tutte le arti, Signori, di tutte le
scienze! L'analisi dei colori, il calcolo delle rifrazioni del pri­
sma vi dànno i soli rapporti esatti che si trovino in natura, la
regola di tutti i rapporti. Ora tutto nell'universo non è che rap­
porto. Si sa dunque tutto, quando si sa dipingere, si sa tutto
quando si sanno assortire i colori.
LA MELODIA

Che diremmo del pittore a tal punto sprovvisto di senti­


mento e di gusto da ragionare in modo simile e limitare stupi­
damente al lato fisico della sua arte il piacere che ci dà la pittu­
ra? Che diremmo del musicista che, pieno di pregiudizi simili,
credesse di vedere nella sola armonia la fonte dei grandi effetti
della musica? Manderemmo il primo a colorare le decorazioni
e condanneremmo l'altro a fare delle opere francesi.
Come dunque la pittura non è l'arte di combinare i colori
in una maniera gradevole alla vista, cosi la musica non è l'arte
di combinare i suoni in una maniera gradevole all'orecchio '.
Se fossero soltanto questo, sia l'una che l'altra apparterreb­
bero alle scienze naturali e non alle belle arti. È solo l'imita­
zione che le eleva a questo rango. Ora che cos'è che fa della
pittura un'arte di imitazione? È il disegno. Che cos'è che ren­
de tale la musica? È la melodia.

1 Come sottolinea M.-E. Duchez, il principio della melodia « è l'imitazione


dell'accento, "primo germe della vera musica " ; esso deriva dal linguaggio­
canto primitivo di espressione immediata, fatto di elevazioni e di abbassa­
menti, di accelerazioni e di rallentamenti del suono suscitato dalle pas­
sioni; esso indica una struttura morale della melodia, legata alla natura li­
bera dell'uomo; l'inflessione dell'accento, è opposta ad una struttura ma­
teriale " puramente fisica", l'intervallo misurato, che corrisponde ai cal­
coli e alle armoniche dei suoni; esso permette di distinguere ciò che fonda
(la melodia) da ciò che è fondato (l'armonia) » (Principe de la mélodie cit.,
p. 53) . La comparazione musica-pittura, con l'analogia disegno-melodia
e colore-armonia, legati alla teoria dell'imitazione, sono accennati da
Rousseau nel frammento O.M., p. 76 (f. 16r), nell'articolo Airdel Diction­
naire, nella Lettre à Burney cit., p. 400 e ripresi piu ampiamente nell'Exa­
men de deux principes avancés par M. Rameau, dans sa brochure intitulée
« E"eurs sur la musique >>, del 1755 (in ROUSSEAU, Écrits sur la musique cit.,
pp. 355-56). Sullo stesso problema, assai dibattuto nel secolo XVIII, cfr. DU
BOS, Ré/lexions critiques cit., vol. I, sez. XLIX, c. BATTEUX, Les beaux-arts
réduits à un meme principe, 1746, vol. III, p. 28o; D. DIDEROT, Lettre sur
les sourds et les muets, 1751 (trad. it. La lettera sui sordomuti, a cura di Elio
Franzini, Guanda, Milano 1984, pp. 25 sgg. e 57 sgg.) ; Principes généraux
d'acoustique, in Mémoires sur di/férents sujets de mathématiques, 1748; Es­
saisur la peinture, 1765, cap. n; J.-B. SERRE, Essai sur les principes de l'bar­
manie, 1753; ].-F. RAMEAU, Erreurs sur la musique dans l'Encyclopédie,
1755- La comparazione musica-pittura e l'analogia suoni-colori sono alla
base dell'esperienza del clavicembalo oculare del padre Castel, che Rous­
seau critica oltre, nel cap. XVI (cfr. nota 1 al cap. XVI).
2 Cfr. Lettre à Burney cit., p. 400.
CAPITOLO XIV

L'ARMONIA

La bellezza dei suoni è un fatto di natura; il loro effetto è


puramente fisico, risulta dalle vibrazioni simultanee di diverse
particelle d'aria, messe in movimento dal corpo sonoro e da
tutti i suoi toni parziali, fino all'infinito; l'insieme, nel suo
complesso, dà una sensazione gradevole: tutti gli uomini del­
l'universo provano piacere nell'ascoltare dei bei suoni; ma se
questo piacere non è animato da inflessioni melodiose che
siano loro familiari, non sarà affatto fonte di delizia, non si
muterà certo in godimento. I canti piu belli secondo il nostro
gusto toccheranno sempre poco un orecchio che non vi sia
affatto abituato; la musica è una lingua di cui bisogna posse­
dere il dizionario.
L'armonia propriamente detta è in una situazione ancor
meno favorevole. Avendo solo bellezze di convenzione ', non
procura alcun piacere alle orecchie che non vi sono esercitate,
bisogna aver con essa una lunga consuetudine per sentirla e
per goderla. Le orecchie rozze awertono soltanto rumore nel­
le nostre consonanze. Quando le proporzioni naturali sono al­
terate, non c'è da stupirsi se svanisce anche il piacere naturale.
Ogni suono porta con sé tutti i suoni armonici simultanei,
in rapporti di intensità e di intervallo tali da realizzare la piu
perfetta armonia. Se si aggiunge la terza o la quinta o qualsiasi
altra consonanza, non si aggiunge nulla in realtà, ma si rad­
doppiano i suoni, rispettando il rapporto di intervallo si altera
quello di intensità; rinforzando una consonanza e non le altre,
si rompe la proporzione. E volendo fare meglio della natura,
si fa peggio. Le vostre orecchie e il vostro gusto sono viziati da
un'arte malintesa. In natura non vi è nessun'altra armonia che
l'unisono '.
Il signor Rameau pretende che i registri piu alti di una certa
L'ARMONIA

semplicità suggeriscano naturalmente i loro bassi e che un


uomo, dotato di buon orecchio anche se non esercitato, possa
intonare naturalmente questi bassi. È questo un pregiudizio
da musicista, smentito da ogni esperienza. Non solo colui che
non ha mai sentito né bassi né armonia, non li troverà da solo,
ma addirittura non gli piaceranno se qualcuno glieli farà sen­
tire e preferirà di gran lunga il semplice unisono.
Quand'anche si calcolassero per mille anni i rapporti fra i
suoni e le leggi dell'armonia, come si farà mai di quest'arte
un'arte di imitazione? Dov'è il principio di questa pretesa imi­
tazione? Di che cos'è segno l'armonia? E che cosa c'è di co­
mune fra qualche accordo e le nostre passioni?
Si ponga la stessa domanda sulla melodia e la risposta viene
da sola, già presente nella mente dei lettori. La melodia, imi­
tando le inflessioni della voce, esprime i pianti, le grida di do­
lore o di gioia, le minacce, i gemiti; tutti i segni vocali delle
passioni sono di suo dominio. Essa imita i toni delle lingue e
le espressioni legate in ciascun idioma a certi movimenti del­
l' anima; essa non imita soltanto, parla, e il suo linguaggio inar­
ticolato, ma vivo, ardente, appassionato ha cento volte piu
energia della parola stessa. Ecco da dove nasce la forza delle
imitazioni musicali; ecco da dove nasce l'ascendente del canto
sui cuori sensibili. L'armonia vi può contribuire in taluni si­
stemi, legando la successione dei suoni secondo qualche legge
di modulazione e rendendo esatte le intonazioni, recando al­
l'orecchio la prova sicura di tale esattezza, ravvicinando e fis­
sando, ad intervalli consonanti e legati, talune inflessioni altri­
menti impercettibili. Ma ponendo cosi degli ostacoli alla me­
lodia, l'armonia le toglie l'energia e l'espressione, cancella il
tono appassionato per sostituirvi l'intervallo armonico, assog­
getta a due soli modi i canti che dovrebbero averne tanti quan­
ti sono i toni oratori, cancella e distrugge un'infinità di suoni
o di intervalli che non rientrano nel suo sistema. In breve, l' ar­
monia separa talmente il canto dalla parola che questi due lin­
guaggi si awersano, si contrastano, si tolgono reciprocamente
ogni carattere di verità e non possono riunirsi senza assurdità
in un soggetto patetico. Per questo il popolo trova sempre ridi­
colo il fatto che si esprimano col canto le passioni forti e gravi,
perché sa che, nelle nostre lingue, queste passioni non hanno
88 CAPITOLO XIV

affatto inflessioni musicali e che gli uomini del nord, al pari


dei cigni, non muoiono cantando.
La sola armonia è insufficiente anche per le espressioni
che pure sembrano dipenderne esclusivamente. n tuono, il
mormorio delle acque, i venti, le tempeste si rendono male
con dei semplici accordi. Comunque sia, il puro e semplice
rumore non dice nulla allo spirito; bisogna che gli oggetti
parlino per farsi intendere; è sempre necessario in ogni imi­
tazione che una specie di discorso supplisca alla voce della
natura. n musicista che vuoi rendere un rumore con del ru­
more, si sbaglia; egli non conosce né la debolezza né la forza
della sua arte; la giudica senza gusto, senza lumi; insegnategli
che deve rendere il rumore col canto; che, per far gracidare
le rane, deve farle cantare; non basta infatti che egli imiti,
·
deve toccare l'animo e piacere, senza di che la sua uggiosa
imitazione non è nulla, non suscita l'interesse di nessuno,
non fa alcuna impressione.

1 C&. Examen de deux principes avancés par M. Rameau cit., pp. 346 sgg.:
l'intera opera, esplicitamente critica verso le teorie di Rameau e concepita
come risposta agli Erreurs sur la musique dans l'Encyclopédie, sviluppa gli
argomenti che sono oggetto di questo capitolo del Saggio, da un punto di
vista piu tecnico che non di principio. Per la figura di Rameau, per il suo
ruolo nella concezione della musica nel secolo XVIII, nonché per il senso
della aspra polemica con Rousseau, cfr. FUBINI, Gli enciclopedisti e la mu­
sica cit. sopra, alla nota 23 dell'Introduzione, in particolare capp. II e III,
pp. 57-132-
2 Cfr. Examen cit., p. 350. Si tratta dell'obiezione di fondo alla teoria del
corpo vibrante di Rameau, in base alla quale l'armonia rappresenta il fon­
damento della musica e la melodia una derivazione. C&. FUBINI, Gli enci­
clopedisti e la musica cit., p. 74: << Il fondamento di tutta la teoria di Rameau
è l'osservazione del fenomeno fisico degli armonici. Un corpo vibrante ol­
tre al suono fondamentale produce, com'è noto, una serie infinita di suoni
d'intensità decrescente e di numero di vibrazioni proporzionalmente piu
alto. Il fondamentale con il terzo e il quinto degli armonici formano l'ac­
cordo perfetto maggiore. Secondo Rameau tutti gli accordi in definitiva si
possono ricondurre a questo accordo contenuto nei primi armonici di
qualsiasi corpo vibrante; quest'ultimo costituisce il « centro armonico » a
cui tutti i suoni devono essere riferiti e rappresenta la fonte unitaria di
essi ». C&. anche pp. 36-38. Sul principio dell'armonia si vedano diJ.-P. RA­
MEAU: Génération Harmonique (1737), Demonstration du Principe de l'Har­
monie (1750), Observations sur notre instinct pour la musique (1754).
CAPITOLO XV

LE NOSTRE SENSAZIONI PIU VIVE AGISCONO


PER LO PIU ATTRAVERSO IMPRESSIONI MORALI

Fintanto che si vorranno considerare i suoni soltanto per le


vibrazioni che producono nei nostri nervi, non si avranno certo
i veri principi della musica e del suo potere sui cuori. I suoni
della melodia non agiscono su di noi soltanto come suoni, ma
come segni delle nostre affezioni, dei nostri sentimenti; è cosi
ch'essi eccitano in noi i movimenti che esprimono e di cui rico­
nosciamo l'immagine. Si percepisce qualche cosa di questo ef­
fetto morale perfino negli animali. L'abbaiare di un cane ne
attira un altro. Se il mio gatto mi sente imitare un miagolio, su­
bito lo vedo attento, inquieto, agitato. Ma se si accorge che
sono io che rifaccio il verso di un suo simile, si calma e sta
buono. Perché questa differenza di impressione, dal momento
che non ve ne è affatto nella vibrazione delle fibre, tanto che
lui stesso si era dapprima ingannato?
Se la piu grande influenza che hanno su di noi le nostre sen­
sazioni non è dovuta a cause morali, perché dunque siamo
cosi sensibili a certe impressioni che non contano nulla per i
barbari? Perché le nostre musiche piu commoventi non sono
altro che vano rumore alle orecchie di un abitante dei Caraibi?
I suoi nervi son forse di un'altra natura che i nostri? Non vi­
brano allo stesso modo? O forse le stesse vibrazioni colpi­
scono molto gli uni e poco gli altri?
Si cita, a riprova del potere fisico dei suoni, la guarigione
dai morsi della tarantola. Ma questo esempio prova tutto il
contrario. Non bastano né i suoni in assoluto, né le medesime
arie per guarire tutti coloro che sono punti da questo insetto;
sono necessarie per ognuno le arie di una melodia che gli sia
nota e frasi che possa comprendere. Per l'italiano ci vogliono
arie italiane, mentre per il turco ci vorrebbero arie turche.
CAPITOLO XV

Ognuno è colpito solo dai toni che gli sono familiari; i suoi
nervi vi si prestano solo in quantq lo spirito ve li dispone: bi­
sogna ch'egli capisca la lingua che gli si parla perché ciò che
gli vien detto possa metterlo in movimento. Le cantate di
Bernier, si dice, hanno guarito dalla febbre un musicista fran­
cese, ma l'avrebbero fatta venire a un musicista di diversa na­
Zione.
Negli altri sensi e perfino nel piu rozzo si possono osserva­
re le stesse differenze. Quale mutamento è intervenuto nella
percezione di un uomo, che con la mano posata e l'occhio
fisso sul medesimo oggetto, lo crede prima animato e poi ina­
nimato, sebbene i sensi ne siano stati colpiti sempre all'iden­
tico modo? La rotondità, la bianchezza, il turgore, il dolce
calore, la resistenza elastica e il successivo dilatarsi non gli
dànno niente piu che una sensazione gradevole ma insignifi­
cante, se non immagina di sentire un cuore pieno di vita pal­
pitare sotto tutto ciò.
Conosco solo un senso alle cui percezioni non si unisce
nulla di morale. È il gusto. La golosità infatti è il vizio domi­
nante soltanto in chi è completamente insensibile.
Colui che vuole dunque filosofare sulla forza delle sensa­
zioni, cominci col separare dalle impressioni puramente sen­
sibili le impressioni intellettuali e morali che riceviamo attra­
verso i sensi, ma di cui questi sono soltanto le cause occasio­
nali: eviti l'errore di attribuire agli oggetti sensibili un potere
che essi non hanno o che traggono dalle affezioni dell'anima
che ci rappresentano. I colori e i suoni possono molto come
rappresentazioni e segni, possono ben poco come puri og­
getti dei sensi. Le composizioni di suoni o di accordi mi diver­
tiranno forse per un attimo; ma, per coinvolgermi e traspor­
tarmi, bisogna che queste composizioni mi offrano qualcosa
che non sia né suono, né accordo e che riesca a ispirarmi mio
malgrado. Perfino i canti, quando sono soltanto gradevoli,
senza però dire nulla, stancano; infatti non è tanto l'orecchio
che arreca piacere al cuore quanto il cuore che l'arreca all'o­
recchio. Credo che, sviluppando meglio queste idee, ci si sa­
rebbe risparmiati tanti stupidi ragionamenti sulla musica an­
tica. Ma in questo secolo in cui ci si sforza di materializzare
LE NOSTRE SENSAZIONI PIÙ VIVE 91
tutte le operazioni dell'anima e di togliere ogni carattere di
moralità ai sentimenti umani, ch'io sia smentito se la nuova
filosofia non diventerà altrettanto funesta per il buon gusto
che per la virtu.
CAPITOLO XVI

FALSA ANALOGIA FRA I COLORI E I SUONI

Le osservazioni della fisica hanno dato luogo ad ogni sorta


di assurdità nella considerazione delle belle arti. Si sono riscon­
trati nell'analisi del suono gli stessi rapporti che in quella della
luce. Ci si è subito aggrappati a questa analogia senza preoc­
cuparsi dell'esperienza e della ragione. Lo spirito di sistema
ha confuso tutto e, non potendo dipingere alle orecchie, si è
pensato di cantare agli occhi. Ho visto quel famoso clavicem­
balo ', sul quale si pretendeva di fare musica con i colori; biso­
gnava proprio ignorare le operazioni della natura per non ve­
dere che l'effetto dei colori è nella loro permanenza e quello
dei suoni nella loro successione.
Le ricchezze della gamma dei colori si mostrano tutte allo
stesso tempo sulla faccia della terra. Al primo colpo d'occhio
tutto è già visto; ma piu si guarda e piu si è incantati. Non resta
che ammirare e contemplare senza posa.
Non avviene lo stesso col suono: la natura non lo analizza
e non ne suddivide le armoniche; essa le cela, al contrario,
sotto l'apparenza dell'unisono; o se talvolta le separa nel canto
modulato dell'uomo e nel cinguettio di qualche uccello, lo fa
in successione, l'una dopo l'altra; la natura ispira canti e non
accordi, detta melodia e non armonia. I colori sono l'orna­
mento degli esseri inanimati, tutta la materia è colorata; ma i
suoni annunciano il movimento, la voce annuncia un essere
sensibile; soltanto i viventi cantano. Non è il flautista automa­
tico che suona il flauto, bensi il meccanico che ha misurato il
fiato e ne ha fatto muovere le dita.
Cosi ogni senso ha il dominio che gli è proprio. li dominio
della musica è il tempo, quello della pittura lo spazio. Rendere
una pluralità di suoni in modo da farli udire simultaneamente
o sviluppare i colori l'uno dopo l'altro è mutarne l'essenza: è
FALSA ANALOGIA FRA I COLORI E I SUONI 93
mettere l'occhio al posto dell'orecchio e l'orecchio al posto
dell'occhio.
Ma, direte, come ogni colore è determinato dall'angolo di
rifrazione del raggio che lo individua, allo stesso modo ogni
suono è determinato dal numero di vibrazioni del corpo so­
noro in un tempo dato. Ora, poiché i rapporti di questi an­
goli e di questi numeri sono gli stessi, l'analogia è evidente.
Sia pure, ma questa è un'analogia di ragione, non di sensa­
zione e non è di ciò che si tratta qui. Per prima cosa l'angolo
di rifrazione è sensibile e misurabile, mentre non lo è il nu­
mero delle vibrazioni. I corpi sonori sottoposti all'azione del­
l'aria cambiano continuamente di dimensione e di suono. I co­
lori sono persistenti, i suoni svaniscono, e non si ha mai la
certezza che quelli che rinascono siano gli stessi che si sono
spenti. Inoltre ogni colore è assoluto, indipendente, mentre
ogni suono è sempre relativo e si distingue solo per compara­
zione. Un suono non ha di per se stesso alcun carattere asso­
luto che lo faccia riconoscere; esso è grave o acuto, forte o
soave in rapporto a un altro; in se stesso non è niente di tutto
ciò. Neppure nel sistema armonico un suono qualunque non
è nulla per sua natura: non è né tonico né dominante, né ar­
monico né fondamentale; infatti tutte queste proprietà sono
rapporti e, dato che l'intero sistema può variare dal grave al­
l'acuto, ogni suono muta ordine e posizione nel sistema, se­
condo il grado di quest'ultimo. Le proprietà dei colori invece
non si riducono affatto a rapporti. n giallo è giallo indipen­
dentemente dal rosso e dal blu, ovunque esso è sensibile e ri­
conoscibile, e appena sarà determinato l'angolo di rifrazione
che lo produce, si potrà esser certi di avere lo stesso giallo in
ogni momento.
I colori non sono nei corpi colorati, ma nella luce: per vede­
re un oggetto bisogna che sia illuminato. I suoni hanno an­
ch'essi bisogno di un mezzo di trasmissione e, perché vi siano
suoni, occorre che un corpo sonoro sia messo in condizione di
vibrare. È un altro vantaggio in favore della vista: la perpetua
emanazione degli astri è infatti lo strumento naturale che agi­
sce su di essa, mentre la natura, da sola, genera pochi suoni e,
a meno che non si ammetta l'armonia delle sfere celesti, ci vo­
gliono degli esseri viventi per produrla.
94 CAPITOLO XVI

Si vede da ciò che la pittura è pili prossima alla natura e che


la musica è legata piuttosto all'arte umana. Si capisce anche
che l'una suscita piu interesse dell'altra proprio perché avvi­
cina maggiormente l'uomo all'uomo e ci offre sempre qualche
idea dei nostri simili. La pittura è spesso morta e inanimata;
essa può trasportarvi in fondo a un deserto, ma, appena dei se­
gni vocali giungono al vostro orecchio, vi annunciano sempre
un essere simile a voi; essi sono, per cosi dire gli organi dell'a­
nima e se anche vi rappresentano la solitudine, vi dicono che
in essa non siete soli. Gli uccelli fischiano, l'uomo soltanto
canta e non si possono sentire né canto né sinfonia senza dirsi
all'istante: un altro essere sensibile è qui.
È uno dei grandi vantaggi del musicista poter descrivere le
cose che non si possono udire, mentre è impossibile al pittore
rappresentare quelle che non si possono vedere, e il pili gran
prodigio di un'arte, che opera sempre tramite il movimento, è
di poter rendere finanche l'immagine della quiete. n sonno, la
calma della notte, la solitudine e perfino il silenzio entrano
nelle composizioni della musica. Si sa che il rumore può pro­
durre l'effetto del silenzio e il silenzio l'effetto del rumore,
come quando ci si addormenta ad una lettura uniforme e mo­
notona e ci si sveglia appena quella cessa. Ma la musica agisce
su di noi piu intimamente, risvegliando attraverso un senso
delle affezioni simili a quelle che si possono risvegliare con un
altro e, poiché il rapporto non può essere sensibile se l'impres­
sione non è forte, la pittura, priva di questa forza, non può
rendere alla musica le imitazioni che questa trae da essa. Se an­
che tutta la natura fosse addormentata, colui che la contempla
non dorme, e l'arte del musicista consiste nel sostituire all'im­
magine insensibile dell'oggetto quella dei movimenti che la
sua presenza suscita nel cuore di chi contempla. Non solo egli
agiterà il mare, accenderà le fiamme di un incendio, farà scor­
rere i ruscelli, cadere la pioggia e gonfiare i torrenti; ma descri­
verà l'orrore di un terribile deserto, oscurerà le mura di una
prigione sotterranea, calmerà la tempesta, renderà l'aria tran­
quilla e serena e diffonderà dall'orchestra una freschezza nuo­
va sulle radure ombrose. Non rappresenterà direttamente que­
ste cose, ma susciterà nell'anima gli stessi sentimenti che si pro­
vano vedendole.
FALSA ANALOGIA FRA I COLORI E I SUONI 95

1 Si tratta del « clavecin oculaite >> costruito dal padre Castel, sulla base del
parallelismo fra il fenomeno degli armonici ed il fenomeno della scompo­
sizione del raggio di luce nei colori fondamentali attraverso il prisma. Si
veda la voce Clavecin oculaire dell'Encyclopédie, redatta da Diderot, che
fu amico del padre Castel, spesso menzionato nei suoi scritti (cfr. nota 1
al cap. xm). Anche VOLTAIRE lo menziona al cap. XXII degli Éléments de
la philosophie de Newton. (Si fa riferitnento all'edizione definitiva del
1756, approntata da Voltaire per la nuova edizione delle CEuvres a cura del
libraio ginevrino Cramer. La pritna edizione degli Éléments era apparsa
nel I7J8, senza il visto dell'autore, su iniziativa dell'olandese Ledet).
CAPITOLO XVII

ERRORE DEI MUSICISTI NOCIVO ALLA LORO ARTE

Vedete come tutto ci riporta contmuamente agli effetti


morali di cui ho parlato, e vedete al tres! quanto i musicisti,
che non considerano la potenza dei suoni se non per l'a­
zione dell'aria e la vibrazione delle fibre, siano lontani dal
conoscere in che cosa risiede la forza di questa arte. Piu essi
la collegano a impressioni puramente fisiche, piu l'allonta­
nano dalla sua origine e le tolgono anche la sua primitiva
energia. Abbandonando l'accento orale e attenendosi alle
sole istituzioni armoniche, la musica diviene piu tonante al­
l'orecchio e meno soave al cuore. Essa ha ormai cessato di
parlare, presto non canterà piu e allora, con tutti i suoi ac­
cordi e tutta la sua armonia, non avrà piu alcun effetto su di
nol.
CAPITOLO XVIII

IL SISTEMA M USICALE DEI GRECI


NON HA ALCUN RAPPORTO COL NOSTRO

Come sono awenuti questi cambiamenti? Per un muta­


mento naturale del carattere delle lingue. Si sa che la nostra
armonia è un'invenzione gotica. Quelli che hanno la pretesa
di ritrovare il sistema dei greci nel nostro, si prendono gioco
di noi. Il sistema dei greci non aveva assolutamente nulla di
armonico nel senso che diamo oggi alla parola se non quanto
gli era necessario per fissare l'accordo degli strumenti su
consonanze perfette. Tutti i popoli che hanno strumenti a
corda sono obbligati ad accordarli secondo consonanze, ma
quelli che non ne hanno producono nel canto certe inflessio­
ni che noi chiamiamo false, perché non rientrano nel nostro
sistema e non possiamo scriverle nella nostra notazione. È
ciò che si è osservato a proposito dei canti dei selvaggi d'A­
merica; ed è ciò che si sarebbe dovuto osservare anche a pro­
posito dei diversi intervalli della musica dei greci, se si fosse
studiata questa musica con minor prevenzione.
I greci dividevano il loro diagramma in tetracordi ', come
noi dividiamo la nostra scala in ottave, e le stesse divisioni si
ripetevano esattamente nel loro sistema ad ogni tetracordo,
come nel nostro si ripetono ad ogni ottava: analogia che non
si sarebbe potuta conservare nell'unità del modo armonico e
che nemmeno si sarebbe potuta immaginare. Ma, poiché quan­
do si parla si passa per intervalli minori rispetto a quando si
canta, fu natu�ale che i greci considerassero la ripetizione dei
tetracordi nella loro melodia orale come noi consideriamo la
ripetizione delle ottave nella nostra melodia armonica.
Se i greci ' hanno riconosciuto come consonanze quelle che
noi chiamiamo consonanze perfette, perché hanno escluso al­
lora le terze e le seste? La ragione è che non conoscendo l'in-
CAPITOLO XVIII

tervallo di tono minore, o quanto meno essendo questo esclu­


so dalla pratica, e dato che le consonanze non erano tempe­
rate, nel loro sistema tutte le terze maggiori eccedevano di un
comma e le terze minori erano diminuite di altrettanto; di
conseguenza le seste maggiori e minori risultavano recipro­
camente alterate allo stesso modo. È facile immaginare quali
nozioni di armonia si possano avere e quali modi armonici si
possano stabilire escludendo le terze e le seste dal numero
delle consonanze! Se le stesse consonanze ammesse nel loro
sistema fossero state loro rivelate da una reale capacità di ap­
prezzare l'armonia, le avrebbero almeno sottintese nel sotto­
fondo del canto e la consonanza sottaciuta dello sviluppo
fondamentale avrebbe dato il nome allo sviluppo diatonico
da esso suggerito. Per cui, lungi dall'aver meno consonanze
di noi, ne avrebbero avute in numero maggiore: ad esempio
con la consonanza del basso do-sol avrebbero chiamato con­
sonanza anche l'intervallo di due gradi do-re.
Ma, si dirà, perché uno sviluppo diatonico? Per un istinto
che, in una lingua modulata e cantante, ci porta a scegliere le
inflessioni piu comode: infatti, fra le modificazioni troppo
forti che bisogna imporre alla glottide per intonare continua­
mente gli ampi intervalli delle consonanze, e la difficoltà di
regolare l'intonazione nei rapporti complessi degli intervalli
minimi, l'organo prese una via di mezzo e cadde naturalmen­
te su intervalli piu piccoli delle consonanze e piu semplici del
comma; il che non impedi che anche gli intervalli minori tro­
vassero impiego nei generi piu patetici.

1 Dal nome dello strumento in quattro corde che, con i ponticelli, veniva­
no divise in una certa proporzione o accordo.
2 Da questo punto fino alla fine del capitolo XVIII, il testo corrisponde
quasi integralmente a O.M., pp. 65-66 (ff. nr e 12r).
CAPITOLO XIX

COME LA MUSICA È DEGENERATA

Man mano che la lingua si perfezionava, la melodia, impo­


nendosi nuove regole, perdette insensibilmente l'antica ener­
gia, e il calcolo degli intervalli si sostitui alla delicatezza delle
inflessioni: è cosi, per esempio, che la pratica del genere enar­
monico ' si estinse a poco a poco. Quando i teatri ebbero as­
sunto una forma regolare, vi si cantò soltanto secondo i modi
prescritti, e via via che si moltiplicavano le regole dell'imita­
zione, la lingua imitativa s'indeboliva '.
Lo studio della filosofia e il progresso del ragionamento,
che avevano perfezionato la grammatica, tolsero alla lingua
quel tono vivo e appassionato che l'aveva resa in origine cosi
simile al canto. Dai tempi di Melanippide e Filossene, i sinfo­
nisti, che in origine erano al servizio dei poeti ed eseguiva­
no soltanto alle loro dipendenze, e per cosi dire, su loro indi­
cazioni, divennero indipendenti. È di questa licenza che si la­
menta tanto amaramente la Musica in una commedia di Fere­
crate di cui Plutarco ci ha tramandato un passo '. La melodia,
cominciò a non essere piu cosi aderente al discorso, assunse a
poco a poco un'esistenza autonoma, e la musica divenne piu
indipendente dalle parole. Allora, insensibilmente, cessarono
anche quei prodigi che essa aveva prodotto quando rappre­
sentava il tono e l'armonia della poesia ed esercitava sulle
passioni quel potere che la parola in seguito esercitò solo sulla
ragione. Da quando la Grecia si riempi di sofisti e di filosofi,
scomparvero i poeti e i musicisti celebri. Coltivando l'arte di
convincere, si perse quella di commuovere. Perfino Platone,
geloso di Omero e di Euripide, denigrò l'uno e non seppe imi­
tare l'altro '.
Ben presto la servitu aggiunse la sua influenza a quella del­
la filosofia. La Grecia in catene perdette quel fuoco che ri-
100 CAPITOLO XIX

scalda gli animi liberi e non trovò piu, per elogiare i suoi ti­
ranni, quel tono con cui aveva cantato i suoi eroi. L'ibrido
dei romani indeboli ancora quel che di armonia e di tono re­
stava al linguaggio. La lingua latina, piu sorda e meno musi­
cale, fece torto alla musica adottandola. Il canto, esercitato
nella capitale, alterò a poco a poco quello delle province; i
teatri di Roma danneggiarono quelli di Atene; quando Nero­
ne consegui dei premi, la Grecia aveva cessato di meritarne e
la stessa melodia, contesa fra due lingue, non si confece piu
né all'una né all'altra.
Infine arrivò la catastrofe che distrusse i progressi dello spi­
rito umano senza annullare i vizi che ne erano il prodotto:
l'Europa, invasa dai barbari e asservita da gente ignorante,
perdette contemporaneamente le scienze e le arti, e lo stru­
mento universale delle une e delle altre, vale a dire la lingua ar­
moniosa perfezionata '. Questi uomini rudi, che il Nord aveva
generato, abituarono insensibilmente tutte le orecchie alla
rozzezza dei loro organi; la loro voce dura e priva di tono era
fragorosa senza essere sonora. L'imperatore Giuliano parago­
nava il modo di parlare dei galli al gracchiare dei ranocchi '.
Tutte le articolazioni erano tanto aspre, quanto le voci erano
nasali e sorde; essi non potevano esprimere il canto se non con
una sorta di boato, che consisteva nel rinforzare il suono delle
vocali per coprire l'abbondanza e la durezza delle consonanti.
Questo canto tonante, unito alla scarsa flessibilità degli or­
gani, costrinse i nuovi venuti e i popoli sottomessi che li imita­
rono a esprimere con lentezza tutti i suoni per farsi capire.
L'articolazione faticosa e i suoni rafforzati contribuirono in
ugual misura a sottrarre alla melodia ogni senso della misura
e del ritmo; dal momento che la cosa piu difficile da pronun­
ciare era sempre il passaggio da un suono all'altro, l'unica pos­
sibilità era soffermarsi su ogni suono il piu a lungo possibile,
gonfiarlo, farlo tuonare piu che si poteva. Il canto divenne ben
presto una composizione noiosa e lenta di suoni monotoni e
urlati, senza dolcezza, senza misura e senza grazia; e se anche
i dotti dicevano che si dovevano osservare le lunghe e le brevi
del canto latino , è tuttavia sicuro che si cantarono i versi come
fossero prosa, e che non vi fu piu questione né di piede, né di
ritmo, né di alcuna specie di canto modulato.
COME LA MUSICA È DEGENERATA IOI

n canto, cosi spogliato di ogni melodia e ridotto unicamen­


te all'intensità e alla durata dei suoni, dovette suggerire infine
i mezzi per renderlo ancora piu sonoro con l'ausilio delle con­
sonanze. Piu voci, strascicando all 'unisono, senza pause, suo­
ni di una durata illimitata, trovarono per caso degli accordi
che rafforzando il frastuono lo fece sembrar loro gradevole; e
cosi cominciò la pratica del discanto e del contrappunto.
Non so per quanti secoli i musicisti si occuparono di va­
ne questioni riguardanti l'effetto conosciuto di un principio
ignorato. n lettore piu instancabile non sopporterebbe inJean
de Muris ' lo sproloquio di otto o dieci enormi capitoli per sa­
pere se, nell'intervallo di un'ottava divisa in due consonanze,
è la quinta o la quarta che deve stare al basso; e quattrocento
anni dopo si trovano ancora in Bontempi ' enumerazioni non
meno noiose di tutti i bassi su cui deve essere posta la sesta in­
vece della quinta. Pertanto l'armonia prese insensibilmente la
strada che le indicò l'analisi, fino a che, infine, l'invenzione del
modo minore e delle dissonanze non vi ebbe introdotto l'arbi­
trarietà di cui è piena e che solo la nostra prevenzione ci impe­
disce di percepire ·.
Una volta che la melodia fu dimenticata e che l'attenzione
del musicista si diresse interamente verso l'armonia, tutto si
volse a poco a poco verso questo nuovo oggetto; i generi, i
modi, la gamma, tutto ricevette un nuovo aspetto; furono le
successioni armoniche a regolare il modulo delle partiture.

• Riconducendo tutta l'armonia al principio molto semplice della risonanza delle

corde in tutte le loro aliquote, Rameau fonda il modo minore e la dissonanza sulla sua
presunta esperienza che una corda sonora in movimento faccia vibrare altre corde piu
lunghe alla dodicesima e alla diciassettesima maggiore grave. Le corde, secondo lui, vi­
brano in tutta la loro lunghezza, ma non risuonano. Ecco, mi sembra, una singolarità
della fisica: è come se si dicesse che il sole splende e che non si vede niente. Queste corde
piu lunghe, poiché non rendono che il suono della piu acuta, in quanto si dividono, vi­
brano, risuonano al suo unisono, confondono il loro suono col suo e sembra che non ne
rendano nessuno. L'errore è di aver creduto di vederle vibrare in tutta la loro lunghezza
e di aver osservato male i nodi. Due corde sonore, che formino qualche intervallo armo­
nico, possono far sentire il loro suono fondamentale al grave, anche senza una terza cor­
da: è l'esperienza nota e provata di Tattini; ma una corda sola non ha altro suono fonda­
mentale che il suo, essa non fa risuonare né vibrare le sue multiple, ma soltanto il suo
unisono e le sue aliquote. Dal momento che il suono non ha altra causa che le vibrazioni
del corpo sonoro e che, dove la causa agisce liberamente segue sempre l'effetto, separa­
re le vibrazioni dalla risonanza equivale a dire un'assurdità '·
102 CAPITOLO XIX

Avendo questo modulo usurpato il nome di melodia, non si


possono misconoscere in effetti in questa nuova melodia i
·atti di quella madre e, divenuto cosi, per gradi, il nostro si­
stema puramente armonico, non sorprende affatto che il tono
orale ne abbia sofferto e che la musica abbia perduto per noi
quasi tutta la sua energia.
Ecco come il canto divenne gradualmente un'arte intera­
mente separata dalla parola da cui trae la sua origine, come le
armoniche dei suoni fecero dimenticare le inflessioni della
voce e come, infine, limitata all'effetto puramente fisico della
simultaneità di vibrazioni la musica si trova privata degli ef­
••,

fetti morali che aveva prodotto quando era stata, doppia­


mente, la voce della natura.

1 Caratterizzato da intervalli acustici minori di un semitono.


2 Tutto il primo capoverso corrisponde a O.M. , p. 69 (f. 13r).
' PLUTARCO, De Musica, 24 sgg. in Mora/t'a.
4 Cfr. PLATONE, La repubblica, X, 599, C·e. Si veda DIOGENE LAERZIO,
Vite deifilosofi, a cura di M. Gigante, Laterza, Bari 1983, vol. I, Vita di
Platone, libro III, pp. 102·3.
' Cfr. CONDILLAC, Saggio sull'origine delle conoscenze umane cit., p. 245.
' Cfr. VOLTAIRE, Dizionario filosofico, articolo Lingua.
7 Come nota DUCHEZ (Principe de la mélodie cit., p. 84), Rousseau si riferi­
sce allo Speculum Musicae scritto da Jacques de Liége nel secolo XIV e at­
tribuito aJohannes de Muris. Si tratta di una « summa » della teoria musi­
cale medievale in sette libri, di cui i primi sei commentano, alla luce della
scolastica aristotelica, il De Institutione musica, libri cinque, di Severino
Boezio, mentre il settimo tratta del discanto e della musica misurata, op­
ponendo all'Ars Nova, l'Ars Antiqua del secolo precedente. È appunto
questo settimo libro che Rousseau ha letto nel manoscritto Bibliothèque
Nationale, Ms Latin n. 7207, e da cui ha tratto, per il Dictionnaire, nella
lunga citazione dell'articolo Discant, le definizioni relative al valore delle
note, alla misura e alla polifonia.
8 GIOVANNI ANDREA BONTEMPI (il SUO vero cognome era ANGELINI), musi­
cista e teorico perugino del secolo XVII. Scrisse alcuni trattati di composi­
zione molto apprezzati nel suo tempo, fra cui l'Historia musica nella quale
si ha piena cognizione della teoria e pratica antica nella misura armonica
(1665 ?), fonte di base di Rousseau per gli articoli dell' Encyclopédie e del
Dictionnaire (cfr. Confessioni cit., vol. I, p. 265).
9 Rousseau riassume in questa lunga nota la conclusione della seconda
parte dell'Examen des deux principes avancés par M. Rameau ci t., pp. 366-68
COME LA MUSICA È DEGENERATA 103
in cui critica il fondamento del modo minore sulla risonanza del corpo
vibrante e la relativa esperienza enunciate da RAMEAU nella Génération
Harmonique, cap. XII e nella Démonstration du prindpe de l'harmonie (in
J.-P. RAMEAU, MusÙ.JUe raisonnée, Editions Stock, Paris 1980, pp. 57-rrr,
in particolare si vedano le pp. 68-76 e 88 sgg.). Nell'Examen non viene
citata l'esperienza di G. TARTINI, musicista padovano dell'epoca, autore
di un Trattato di Musica secondo la vera sdenza dell'armonia, Padova
1754. che Rousseau utilizza nel Dictionnaire per criticare il sistema di ar­
monia di Rameau.
1° Cfr. Examen des deux prindpes avancés par M. Rameau cit., p. 356.
CAPITOLO XX

RAPPORTI FRA LE LINGUE E I GOVERNI

Questi progressi non sono né fortuiti né arbitrari, dipen­


dono dalle vicissitudini delle cose. Le lingue si formano natu­
ralmente sui bisogni degli uomini; esse mutano e si alterano
secondo i cambiamenti di questi stessi bisogni. Nei tempi anti­
chi, durante i quali la persuasione sostituiva la forza pubblica,
l'eloquenza era necessaria. A che cosa servirebbe oggi che la
forza pubblica supplisca alla persuasione? Non si ha bisogno
né d'arte né di figure retoriche per dire « quello è il mio pia­
cere ». Quali discorsi restano dunque da fare al popolo riunito?
Dei sermoni. E che importa a coloro che li fanno di persuadere
il popolo, dal momento che non è il popolo che fa le nomine
per i benefici? Le lingue popolari ci son divenute altrettanto
inutili che l'eloquenza. Le società hanno assunto la loro ultima
forma; non vi si cambia piu nulla se non con cannoni e scudi,
e poiché non si ha piu nulla da dire al popolo se non « paga­
te! », lo si dice con i manifesti all'angolo delle strade o con i
gendarmi alla porta: non c'è bisogno di riunire nessuno per
questo, al contrario bisogna mantenere i sudditi dispersi: è la
prima massima della politica moderna.
Vi sono delle lingue favorevoli alla libertà: sono le lingue
sonore, prosodiche, armoniose, il cui discorso si distingue
d'assai lontano. Le nostre son fatte per le chiacchiere dei di­
vani. I nostri predicatori si tormentano, si riducono in un ba­
gno di sudore nelle chiese, senza che si sappia nulla di ciò
che hanno detto. Dopo essersi sfiniti a gridare per un'ora,
scendono dal pulpito mezzi morti. Sicuramente non valeva la
pena di prendersi tanta fatica.
Presso gli antichi ci si faceva ascoltare facilmente sulla pub­
blica piazza; vi si parlava un giorno intero senza il minimo di­
sagio. I generali arringavano le loro truppe: venivano ascol-
RAPPORTI FRA LE LINGUE E I GOVERNI 105

tati e non si stremavano affatto. Gli storici moderni che hanno


voluto mettere delle arringhe nelle loro storie si sono fatti in­
gannare. Si immagini un uomo che arringa in francese il po­
polo di Parigi nella piazza Vendome. Gridi pure a pieni pol­
moni: si sentirà che grida ma non si distinguerà una parola.
Erodoto leggeva la sua storia ai popoli della Grecia riuniti al­
l'aperto e tutto echeggiava di applausi. Oggi l'accademico
che legge una memoria in un giorno di assemblea pubblica a
malapena viene udito in fondo alla sala. Se i ciarlatani delle
piazze sono meno numerosi in Francia che in Italia, non è
perché in Francia siano meno ascoltati, ma soltanto perché
non li si comprende altrettanto bene. D'Alembert ritiene che
si potrebbe pronunciare il recitativo francese all'italiana; biso­
gnerebbe in questo caso recitarlo all'orecchio, altrimenti non
si sentirebbe nulla '. Ora io dico che ogni lingua, con la quale
non è possibile farsi intendere dal popolo riunito, è una lin­
gua servile; è impossibile che un popolo sia libero e parli una
lingua simile.
Terminerò queste riflessioni superficiali, ma che possono
farne nascere di piu profonde, con il brano che me le ha ispi­
rate.
<( Sarebbe argomento di un esame filosofico, osservare nei
fatti e mostrare con esempi quanto il carattere, i costumi e gli
interessi di un popolo influiscono sulla sua lingua )) ·.

• Rémarques sur la Grammaire générale et raisonnée di DUCLOS, p. II 2.

1 J.-B. D'ALEMBERT, De la ltberté de la Musique (176o), Paris 1762, capp.


XVIJI-XIX.
2 DUCLOS, Commentaire cit., pp. 397-98.
PRONUNCIA

(In CEuvres complètes de Jean-]acques Rousseau, vol. II a cura di C. Gu­


yot, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Paris 1961, pp. 1248-52) .

Come ci si possa far intendere distintamente, alzando al mi­


nimo la voce e facendo il minor numero possibile di infles­
sioni. Ora vi sono, per farsi intendere distintamente in questa
maniera, soltanto la prosodia e l'accento, in grado di supplire
all'intensità della voce e alla varietà delle inflessioni.
Cosi colui che si farà intendere piu distintamente e piu da
lontano con lo stesso suono e lo stesso tono di voce, senza in­
flessione e senza declamazione, sarà irrefutabilmente colui
che pronuncia meglio.
La lingua francese risente delle inclinazioni di coloro che la
parlano, tutto è moda e maniera finanche nella pronuncia.
Donne-me le.
Accento. Errore nella sua definizione.
È vero che il suono vocale è differente, ma il tono è assolu­
tamente lo stesso.
Ho visto dei giovani alla moda che non fanno piu altro che
borbottare invece di parlare; essi pensano forse che l'atten­
zione che si deve porre ad ascoltarli li dispensi da ogni cura di
farsi intendere.

degoutant e dégoutant. Aneddoto del signor di Crebillon.

Parole di cui ho visto cambiare la pronuncia:


Charolois Charolès
Secrer Segrer
persecuter perzecuter
registre regitre
Cervus Servus
Les hommes le shommes.
PRONUNCIA 107

Vizio di pronuncia nell'organo, o nell'accento o nell'abitudine.


Parlare con l'erre moscia ecc.

L'analisi del pensiero si fa con la parola, e l'analisi della parola


con la scrittura; la parola rappresenta il pensiero attraverso se­
gni convenzionali e la scrittura rappresenta nello stesso modo
la parola; cosi l'arte di scrivere non è che una rappresenta­
zione mediata del pensiero, almeno rispetto alle lingue vocali,
le sole che siano in uso fra noi.

Non è alquanto ridicolo che si sia costretti a dire a un uomo:


Scrivetemi ciò che dite, affinché possa capirlo »?
<<

Dubito che lo stesso equivoco si trovasse originariamente


nella pronuncia latina. Infatti, poiché la lingua latina era, so­
prattutto ai suoi inizi, piu parlata che scritta, non era natu­
rale che si lasciassero nel discorso degli equivoci che veni­
vano tolti soltanto dall'ortografia.
Le lingue sono fatte per essere parlate, la scrittura non
serve che di supplemento alla parola; se vi sono delle lingue,
che sono soltanto scritte e che non si possono parlare, pro­
prie solamente alle scienze, esse non sono di alcun uso nella
vita civile. Tale è l'algebra, tale dovrebbe essere stata senza
dubbio la lingua universale che cercava Leibniz. Essa sareb­
be stata probabilmente piu comoda per un metafisica che
per un artigiano. Il piu ampio uso di una lingua essendo dun­
que nella parola, la preoccupazione piu grande dei gramma­
tici dovrebbe essere di determinarne bene le modificazioni,
ma al contrario essi si occupano quasi esclusivamente della
scrittura. Piu l'arte di scrivere si perfeziona, piu quella di
parlare viene trascurata. Si discute continuamente sull'orto­
grafia e a malapena si hanno delle regole sulla pronuncia.
Questo fa si che la lingua, perfezionandosi nei libri, si alteri
nel discorso. Essa è piu chiara quando la si scrive, piu sorda
quando la si parla; la sintassi si affina e l'armonia si perde; la
lingua francese diviene di giorno in giorno piu filosofica e
meno eloquente, presto non sarà piu buona che per esser
letta e tutto il suo valore sarà nelle biblioteche.
108 PRONUNCIA

La ragione di questo vizio è, come ho detto altrove, nella


forma che hanno assunto i governi e che fa si che nessuno ab­
bia piu niente da dire al popolo, se non quelle cose del mondo
che meno lo toccano e che egli meno si preoccupa di sapere.
Dei sermoni, dei discorsi accademici. Quando non ha udito
�mila d! tutto ciò, il popolo non ha perduto granché e spesso
l'oratore vi ha guadagnato molto. Da molto tempo non si parla
piu al pubblico se non attraverso i libri e se ancora gli si dice
a viva voce qualcosa che susciti il suo interesse, ciò avviene a
teatro. Anche i commedianti, non osando alterare l'uso eredi­
tato nella pronuncia sono costretti a cantare per farsi sentire,
sebbene siano in un luogo chiuso. Se qualche uomo in piazza
assumesse realmente, magari nell'occasione piu importante, il
tono che assume un attore a teatro, invece di essere efficace,
farebbe ridere. È un tono di convenzione, che è ammesso sol­
tanto sui palchi.
I libri scritti bene vanno dappertutto. Nelle province, nei
villaggi, all'estero. Non esiste luogo tanto remoto, ove non si
possano studiare le regole della lingua nelle opere che ne trat­
tano e vedere l'applicazione di queste regole negli scritti dei
buoni autori. Non avviene lo stesso con le regole della pro­
nuncia. Non sono i libri che le portano, sono gli uomini. Ora
la gente che parla bene non è comune in nessun paese del
mondo e quella che pronuncia bene lo è ancor meno. È sor­
prendente quanto la prosodia e l'accento si perdano e si snatu­
rino man mano che ci si allontana dalla capitale. Non avendo
alcun modello sicuro per regolare la voce, i toni, gli accenti,
ognuno si affida esclusivamente all'imitazione del parlare
(dell'accento) corrotto della propria provincia. n tale che ar­
riva a Parigi, pur sapendo perfettamente la propria lingua, è
appena in grado di farsi capire parlando e fa ridere non ap­
pena apre bocca. Inoltre la regola dell'uso non avendo nella
pronuncia la stessa diffusione che nella grammatica, diviene
arbitraria; ognuno prende per buono il suo particolare e, con­
vinto che il proprio accento sia il solo naturale, taccia a tal
punto di affettazione ogni accento che se ne allontana, che al­
lora parlare bene diviene addirittura un vizio. È cosi che ogni
provincia e ogni cantone, prendendo una pronuncia partico­
lare, parlando fanno della lingua comune scritta un linguaggio
PRONUNCIA

proprio, cosicché, dal modo di parlare, si prenderebbero il


francese guascone e il francese piccardo per due lingue parti­
colari che lungi dall'intendersi reciprocamente sono com­
prese a stento da coloro che parlano il vero francese.
È singolare che, nella misura in cui le lettere vengono col­
tivate, le arti si moltiplicano, i legami della società in generale
si rinserrano, la lingua si perfeziona tanto per la scrittura e
cosi poco per la parola. Perché gli uomini, nell'avvicinarsi,
non si preoccupano di pronunciare bene, perché si curano
cosi poco dell'arte di parlare a distanza e dell'arte di parlare
a viva voce? È che il discorso pronunciato si perde in mezzo
a tanti parlatori e la celebrità si acquista meglio attraverso i
libri.
Se vi fosse una relazione meno necessaria fra la lingua
scritta e la lingua parlata, esse si allontanerebbero insensibil­
mente e si separerebbero talmente l'una dall'altra, da for­
mare alla fine due lingue diverse, come è successo al latino e
all'italiano. Se infatti la pronuncia cambiasse sempre e l'orto­
grafia restasse la stessa, si scriverebbe in una maniera e si
parlerebbe in un'altra, fino a che, alla fine, si avrebbero due
idiomi invece che uno. Ciò che impedisce che succeda nor­
malmente cosi è il fatto che le alterazioni della parola si tra­
smettono alla fine alla scrittura. Poiché vi è piu gente che
scrive come parla di quanti non scrivano secondo le regole, i
cambiamenti, intervenuti nella maniera di pronunciare e an­
che nelle locuzioni verbali, sono adottati nella scrittura dalla
maggior parte degli uomini e, assumendo cosi, a poco a
poco, l'autorità dell'uso, fanno sparire alla fine ciò che li ha
preceduti. Ecco come una lingua cambia gradualmente di
spirito e di carattere, e non è sorprendente che questi cam­
biamenti siano piu rapidi e piu sensibili che in ogni altra
nella lingua francese, visto che la sua pronuncia, meno fissa,
meno soggetta a regole, si altera piu facilmente. n fatto che,
da un centinaio d'anni, questa alterazione appaia meno sen­
sibile, non dipende solamente dai libri eccellenti del secolo
di Luigi XIV, che sono divenuti in certo senso classici nel no­
stro, ma anche dai cambiamenti che sono intervenuti nel go­
verno, per i quali Parigi ha oggi un ascendente piu marcato
su tutte le Province e impone loro, per cosi dire, altrettanto
IlO PRONUNCIA

prontamente la legge del linguaggio e quella del principe e,


mantenendole tutte piu dipendenti dal proprio uso, impedi­
sce loro di comunicarsi i loro usi in maniera sufficiente a pre­
valere nella totalità.

I francesi che parlano latino non son capiti quasi da nessun al­
tro popolo.

La scrittura non è che la rappresentazione della parola. È biz­


zarro che si presti piu attenzione a determinare l'immagine
che l'oggetto.

In certi casi bisogna seguire l'ordine retrogrado e la pronuncia


che dovrebbe sempre regolare l'ortografia è spesso ridotta a
consultarla.

Per i grammatici l'arte della parola non è praticamente che


l'arte della scrittura e ciò si vede ancora dall'uso che essi
fanno degli accenti grafici, dei quali parecchi operano qual­
che distinzione o eliminano qualche equivoco all'occhio, ma
non all'orecchio.
Indice
Introduzione di Paola Bora
p. VII I. Problemi di cronologia intorno a un frammento « fuori posto »
XII 2. n Discorso sull'origine dell'ineguaglianza e il Saggio sull'origine
delle lingue: due diversi punti di osservazione
XVI 3· Dal frammento al testo. Struttura e composizione del Saggio
sull'origine delle lingue
XVIII 4. « La parola distingue l'uomo dagli animali ». Linguaggio, se·
gno, comunicazione
xx 5. Alcune fonti de! Saggio: la tradizione « devota>>
XXIII 6. Visibile e invisibile: bisogni e passioni
xxv 7. Struttura e storia: il Saggio e l'<< idéologie rousseauiste >>

xxxv Nota delcuratore

Saggio sull'origine delle lingue

3 I. Differenti mezzi per comunicare i nostri pen-


sieri
16 Il. La prima invenzione della parola non deriva dai
bisogni ma dalle passioni
18 III. Il primo linguaggio dovette essere figurato
25 IV. I caratteri distintivi della lingua originaria e i
cambiamenti ch'essa dovette subire
31 v. La scrittura
43 VI. Se è probabile che Omero abbia saputo scrivere
45 VII. La prosodia moderna
114 INDICE

p. 51 VIII. Differenza generale e locale nell'origine delle


lingue
53 IX. Formazione delle lingue meridionali
75 x. Formazione delle lingue del Nord
77 XI. Riflessioni su queste differenze
79 XII. Origine della musica
83 XIII. La melodia
86 XIV. L'armonia
89 xv. Le nostre sensazioni piu vive agiscono per lo
piu attraverso impressioni morali
92 XVI. Falsa analogia fra i colori e i suoni
96 XVII. Errore dei musicisti nocivo alla loro arte
97 XVIII. Il sistema musicale dei greci non ha alcun rap-
porto col nostro
99 XIX. Come la musica è degenerata
104 xx. Rapporti fra le lingue e i governi
106 Pronuncia
Stampato per conto della Casa editrice Einaudi
presso la Nuova 0/lito, Mappano (Torino)

Ristampa Anno

89 90 9 1 92 93 94 95
Nuova I5I R. SERRA, Esame di coscienza di un
letterato e altri scritti. A cura di Ma­
Universale
rio Isnenghi.
Einaudi I 52 Illibro di Marco Polo detto Milione.
Ultimi volumi pubblicati Nella versione trecentesca dell' <<Ot­
timo>>. A cura di Daniele Ponchiro­
li. Introduzione di Sergio Solmi.
153 MARCEL PROUST, Contro Sainte­
Beuve. Traduzione di Paolo Serini
e Mariolina Bertini dall'edizione
critica a cura di Pierre Clarac. Sag­
gio introduttivo di Francesco Or­
I43 ANTONIO LABRIOLA, Scritti filosofici lando.
e politici. A cura di Franco Sbarbe­ I 54 JOHN MAYNARD KEYNES, Politici ed
ri. (Due volumi). economisti. Traduzione di Bruno
I 44 LEV TROCK!J, Letteratura e rivoluzio­ Maffi. Introduzione di Roy Jen­
ne. Seguito da altri scritti letterari, kins.
dagli atti della riunione sulla politi­ I 55 LUIGI EINAUDI,La terra e l'imposta.
ca dd Partito comunista russo nella Nota introduttiva di Ruggiero Ro­
letteratura, 9 maggio I924, e dal mano.
testo della risoluzione del Comitato
156 PAOLO SARPI, [storia del Concilio
Centrale dd Pcr(b) sulla politica nel Tridentino. Seguita dalla << Vita del
campo letterario, I0 luglio I925. padre Paolo>> di Fulgenzio Mican­
Introduzione e traduzione di Vitto­ zio. A cura di Corrado Vivanti.
rio Strada. (Due volumi).
I 45 Il libro dei vagabondi. Lo « Specu­ I 57 GIAN PIETRO LUCINI, Revolverate e
lum cerretanorum » di Teseo Pini, Nuove revolverate. A cura di Edoar­
«<l vagabondo» di Raffaele Friano­ do Sanguineti.
ro e altri testi di « furfanteria >>. A
r 58 ALAIN, Cento e un ragionamenti. A
cura di Piero Camporesi. cura di Sergio Solmi.
I 46 JOHAN HUIZINGA, Homo ludens.
I 59 GIOVANNI Vll.LANI, Cronica. Con le
Traduzione di Corinna von Schen­ continuazioni di Matteo e Filippo.
del. Saggio introduttivo di Umber­ Scelta, introduzione e note di Gio­
to Eco. vanni Aquilecchia.
I47 GUIDO GOZZANO, Poesie. «La via del I6o KARL MARX, Il capitale. Critica del­
rifugio», «I colloqui», «Le farfalle» l'economia politica. Introduzione di
e le «Poesie sparse». Revisione te­ Maurice Dobb.
stuale e commento di Edoardo Libro primo: Il processo di produzio­
Sanguineti. ne del capitale e Appendici. Tradu­
I 48 JOHANN ] . WINCKELMANN, Il bello zione di Delio Cantimori, Emma
nell'arte. Scritti sull'arte antica. A Cantimori Mezzomonti, Bruno
cura di Federico Pfister. Introdu­ Maffi e Giorgio Backhaus. (Due
zione di David Irwin. volumi).
I49 BENVENUTO CELLINI,La vita. A cura Libro secondo: Il processo di circola­
di Guido Davico Bonino. zione del capitale. Traduzione di
150 M . K. GANDHI, Teoria e pratica della
Raniero Panzieri.
non-violenza. A cura e con un sag­ Libro terzo: Il processo complessivo
gio introduttivo di Giuliano Ponta­ della produzione capitalistica. Tra­
ra. Traduzione di Fabrizio Grillen­ duzione di Maria Luisa Boggeri.
zoni e Silvia Calamandrei. (Due volumi).
I6I FRIEDRlCH NIETZSCHE, La gaia scien­ I7 4 FRlEDRlCH NIETZSCHE, Considera­
za. Versione di Ferruccio Masini. A zioni inattuali. Versione di Sossio
cura di Gianni Vattimo. Giametta e Mazzino Montinari.
I6z THEODOR w. ADORNO, Minima Mo­ Con un saggio di Giuliano Baioni.
ralia. Introduzione di Leonardo 175 WALTER BENJAMIN, Angelus Novus.
Ceppa. Traduzione di Renato Sol­ Saggi e frammenti. Traduzione e in­
mi. troduzione di Renato Solmi.
I63 MAO ZEDONG, Rivoluzione e costru­ q6 }EAN DE LA BRUYÈRE, I caratteri. In­
zione. Scritti e discorsi I949-I957· A troduzione di Gian Carlo Roscioni.
cura di Maria Arena Regis e Filip­ Traduzione e note di Eva Timbaldi
po Coccia. Abruzzese.
I 64 ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del car­ I 77 ANTONIO GRAMSCI, La Città futura.
cere. Edizione critica dell'Istituto I9IJ-I9I7. A cura di Sergio Ca­
Gramsci. A cura di Valentino Ger­ prioglio.
ratana. q8 JOSEPH ADDISON, Lo spettatore. A
Volume primo: Quaderni I-5· cura di Mario Praz.
Volume secondo: Quaderni 6-II . I 79 ALEKSANDR PUSKIN, Poemi e liriche.
Volume terzo: Quaderni r2-29. Versioni, introduzione e note di
Volume quarto: Apparato critico. Tommaso Landolfi.
I65 ABELARDO ED ELOISA, Lettere. A cu­ I So ERNST MACH, Conoscenza ed errore.
ra di Nada Cappelletti Truci. In­ Abbozzi per una psicologia della ri­
troduzione di Cesare Vasoli. cerca. Introduzione di Aldo Garga­
I 66 OTTO BAUER, Tra due guerre mondia­ ni. Traduzione di Sandro Barbera.
li? La crisi dell'economia mondiale, I8I MAX WEBER, Parlamento e governo
della democrazia e del socialismo. nel nuovo ordinamento della Germa­
Introduzione di Enzo Collotti. nia e altri scritti politici. A cura di
Traduzione di Giuseppina Panzieri Luigi Marino. Introduzione di
Saija. Wolfgang J. Mommsen. Traduzio­
I67 NICCOL Ò MACfllAVELll, Teatro. An­ ne di Luigi Marino e Gianstefano
dria, Mandragola, Clizia. A cura di Villa.
Guido Davico Bonino. I82 ANANDAVARDHANA, Dhvanyiiloka. I

I68 CARLO ROSSELLI,Socialismo liberale. principi dello dhvani. A cura di Vin­


A cura di John Rosselli. Introdu­ cenzina Mazzarino.
zione di Norberto Bobbio. I83 BLAISE PASCAL, Le Provinciali. In­
I69 GIOVANNI BOCCACCIO, Decameron. troduzione e traduzione di Giulio
A cura di Vittore Branca. Preti.
qo MONTESQUJEU, Considerazioni sulle I84 BENJAMIN CONSTANT, Conquista e

cause della grandezza dei Romani e usurpazione. Prefazione di Franco


della loro decadenza. A cura di Mas­ Venturi. Traduzione di Carlo Dio­
simo Mori. nisotti.
I7 I ANTONIO GRAMSCI, Cronache torinesi. I85 NICCOLÒ MACfllAVELLI, Discorsi so­
I9IJ-I9I7· A cura di Sergio Caprio­ pra la prima deca di Tito Livio. Se­
glio. guiti dalle « Considerazioni intorno
I 72 ERASMO DA ROTTERDAM, Adagia. ai Discorsi del Machiavelli » di
Sei saggi politici in forma di proverbi. Francesco Guicciardini. A cura di
A cura di Silvana Seidel Menchi. Corrado Vivanti.
I 73 ROBERT MUSn., Diari. I899-I94I. A I86 KARL MARX, Lineamenti fondamen­
cura di Adoli Frisé. Introduzione e tali di critica dell'economia politica.
traduzione di Enrico De Angelis. («Grundrisse»). Edizione italiana a
(Due volumi). cura di Giorgio Backhaus. Appara-
to critico, indici dei nomi e delle
opere dell'Istituto Marx-Engels­
Lenin. (Due volumi).
I87 AGOSTINO, Le Confessioni. A cura di
Carlo Carena.
I88 ANTONIO GRAMSCI, Il nostro Ma"'.
rgr8-rgrg. A cura di Sergio Ca­
prioglio.
I89 BARTOLOMEO PLATINA, Jl piacere
onesto e la buona salute. A cura di
Emilio Facciali.
I90 MARCO AURELIO, I ricordi. Tradu­
zione di Francesco Cazzamini­
Mussi. A cura di Carlo Carena.
I9I ANTONIO GRAMSCI, L 'Ordine Nuo­
vo. rgrg-rg2o. A cura di Valentino
Gerratana e Antonio A. Santucci.
I92 CHARLES DE BOVELLES, Il libro del
sapiente. A cura di Eugenio Garin.
I9J GEORGE BOOLE, Indagine sulle leggi
del pensiero su cui sono fondate le
teorie matematiche della logica e del­
la probabilità. Edizione italiana a
cura di Mario Trinchero.
I94 CARLO CATTANEO, Interdizioni israe­
litiche. Introduzione e note di Luigi
Ambrosoli. Prefazione di Luciano
Cafagna.
I 95 JONATI!AN SWIFI", Scritti satirici e po­
lemici. A cura di Herbert Davis.
I 96 LUDWIG WITTGENSTEIN, Tractatus
logico-philosophicus. Edizione ita­
liana con testo tedesco a fronte a
cura di Amedeo G. Conte.
I97 JEAN-JACQUES ROUSSEAU, Saggio sul­
l'origine delle lingue dove si parla
della melodia e dell'imita�ione musi­
cale. A cura di Paola Bora.

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