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Giovanni Macchia

Il realismo di Hilary Putnam

Il prossimo 2 ottobre 2011, a Stoccolma, verrà ufficialmente consegnato a Hilary Putnam il prestigioso Rolf
Schock Prize in logica e filosofia con la seguente motivazione ufficiale: “For his contribution to the
understanding of semantics for theoretical and ‘natural kind’ terms, and of the implications of this semantics for
philosophy of language, theory of knowledge, philosophy of science and metaphysics”. Questo premio, assegnato
per la prima volta nel 1993 e da allora ogni due anni, si compone anche di altre tre categorie: Matematica, arti
visive e arti musicali. Tutti sono decisi da commissioni appartenenti a tre delle accademie reali svedesi: i premi
appartenenti alle ultime due categorie sono assegnati, rispettivamente, da The Royal Swedish Academy of Arts e da
The Royal Swedish Academy of Music, mentre sia il premio appartenente alla categoria della Matematica che
quello in Logica e Filosofia sono assegnati da The Royal Swedish Academy of Sciences.
Per la sezione di Logica e Filosofia questo premio ha ormai assunto il ruolo di “Premio Nobel della Filosofia” (tra
l’altro l’accademia delle scienze che lo assegna è la stessa dei premi Nobel). Del resto, se si scorre il breve elenco
dei precedenti laureati, personalità di eccezionale levatura, se ne comprende facilmente il motivo. Essi sono:
W.V.O. Quine (nel 1993), M. Dummett (1995), D.S. Scott (1997), J. Rawls (1999), S.A. Kripke (2001), S.
Feferman (2003), J. Hintikka (2005), T. Nagel (2008). Che quest’anno l’Accademia svedese abbia deciso di
consegnarlo a Putnam non stupisce affatto: Putnam è uno dei più famosi e influenti filosofi viventi, uno dei pochi
ad essersi occupato con eccezionale acume pressoché di ogni campo della ricerca filosofica e ad aver dato
contributi fondamentali in molti di essi: Filosofia della scienza, del linguaggio, della Matematica, della mente.
Anche se, talvolta, si sottolineano criticamente i suoi non pochi, e talvolta drastici, cambiamenti di posizione, su
argomenti anche da lui stesso inizialmente proposti, da più parti si riconosce, invece, una significativa continuità
nel suo pensiero e una considerevole unità nelle sue analisi anche quando appartenenti ai campi più disparati, in
fondo riconoscendo che l’incessante evoluzione del proprio pensiero, nella forma anche di continua autocritica, è
l’aspetto fondante di un “fare filosofico” improntato all’onestà intellettuale.
In questo mio scritto1 cercherò di fare una sorta di panoramica, necessariamente contenuta, sui suoi contributi più
importanti. Dopo alcune brevi note biografiche nel par. 1, il resto dell’articolo è suddiviso tematicamente e
dedicato, a partire dal par. 2 e fino al 7, rispettivamente alla Filosofia della scienza, del linguaggio, della mente,
alla Matematica e alla Filosofia della Matematica, alla Filosofia della Meccanica quantistica e, infine, all’Etica e
ad altri aspetti filosofici.
Non ho certo la pretesa di essere esauriente, ma l’auspicio è quello di riuscire a dare almeno un’idea della
straordinaria ricchezza del pensiero di questo grande filosofo che, come ben riassume Ben-Menahem (2005, p. 6),
ha portato alla Filosofia “gli strumenti analitici del logico, l’immaginazione creativa dello scienziato teorico, e le
sensibilità del filosofo morale”.
 
     1. Note biografiche
     2. Filosofia della scienza
     Uno dei temi a cui Putnam ha dedicato particolare attenzione in tutta la sua opera è il realismo, nei confronti
del quale è stato via via sempre più critico, senza mai smettere, comunque, di aderire a una qualche sua forma nel
tempo indebolita.
          2.1 Realismo metafisico
          2.2 Realismo interno
          2.3 Scetticismo e cervelli in una vasca
          2.4 Realismo diretto
     3. Filosofia del linguaggio
     4. Filosofia della mente
     5. Matematica e filosofia della matematica
     6. Filosofia della meccanica quantistica
     7. Etica, Filosofia e Metafilosofia
     8. Bibliografia
 
http://matematica.unibocconi.it/articoli/il-realismo-di-hilary-putnam

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Ringrazio vivamente Mario Alai, Vincenzo Fano e Pierluigi Graziani per aver letto e commentato, e quindi migliorato, questo mio
scritto del cui contenuto sono comunque l’unico responsabile.

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1. Note biografiche

Putnam nasce a Chicago il 31 luglio del 1926. Suo padre, Samuel Putnam, è un noto scrittore e traduttore, politico
attivo (nel partito comunista) e giornalista per il Daily Worker (allora la voce semi-ufficiale dell’American
Communist Party). Riceve, anche per questo impegno politico del padre, un’educazione laica, sebbene la madre,
Riva, sia ebrea. Cresce in un ambiente familiare culturalmente vivissimo e stimolante (famoso è l’aneddoto che lo
vede, a due anni, sulle ginocchia di Pirandello, amico del padre). Trascorre i suoi primi anni in Francia, fin
quando, nel 1934, la famiglia ritorna negli Stati Uniti stabilendosi a Filadelfia dove frequenta la Central High
School e incontra Noam Chomsky. Studia poi Matematica e Filosofia all’Università della Pennsylvania (dove è
membro della Philomathean Society, una delle più vecchie società letterarie universitarie statunitensi) ricevendo,
nel 1948, il BA degree in Matematica e Fisica. In questo periodo, insieme a Chomsky, comincia ad addentrarsi nel
campo emergente dell’analisi linguistica. Frequenta anche Harvard per un anno (1948-49), dove studia con
Willard V.O. Quine, Hao Wang, Clarence Irving Lewis, Morton White. Ottiene poi il PhD in filosofia
all’Università della California (UCLA), a Los Angeles, nel 1951, lavorando con Hans Reichenbach, supervisore
della sua dissertazione sul concetto di probabilità dal titolo: The Meaning of the Concept of Probability in
Application to Finite Sequences.
Inizia la sua carriera accademica insegnando Matematica alla Northwestern University nel 1952-53. Dal 1953 al
’61 è poi all’Università di Princeton (dal 1953 come assistente, dal 1960 come associato di Filosofia). Qui fa la
conoscenza di Rudolph Carnap, oltreché di Albert Einstein e Kurt Gödel, e lavora intensivamente, sotto la guida
di Georg Kreisel, alla Logica matematica. Dal 1961 al ’65 è professore di Filosofia della scienza al MIT
(Massachusetts Institute of Technology), e dal ’65 – anno in cui diviene membro dell’American Academy of Arts
and Sciences – ad Harvard, dove, nel 1976 diviene Walter Beverley Pearson Professor di Matematica moderna e
Logica matematica per i suoi contributi alla filosofia della logica e della matematica. Nel 1995 è nominato Cogan
University Professor di Matematica, sempre ad Harvard, divenendo emerito nel 2000 (data del suo ritiro
dall’insegnamento attivo) presso il Dipartimento di Filosofia.
Politicamente, Putnam è sempre stato molto attivo. Da giovane ha fatto parte dell’organizzazione Students for a
Democratic Society (movimento studentesco della sinistra radicale statunitense degli anni Sessanta), e dal 1968 è
stato membro del Progressive Labour Party (partito comunista fondato nel 1961 da membri del Communist Party
USA). È stato un pacifista, un convinto sostenitore delle cause per i diritti civili, e contestatore dell’intervento
militare americano in Vietnam. I primi anni ad Harvard ha tenuto anche corsi di marxismo. In seguito, a partire
dal 1972, abbandona questo radicalismo politico, disilluso dal comunismo.
È stato eletto presidente della American Philosophical Association nel 1976, dell’Association for Symbolic Logic
nel 1980, e della Philosophy of Science Association. È membro corrispondente della British Academy e membro
della American Academy of Arts and Sciences. Innumerevoli i riconoscimenti internazionali che ha ricevuto per la
sua opera.

http://matematica.unibocconi.it/articoli/1-note-biografiche

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2. Filosofia della scienza

Uno dei temi a cui Putnam ha dedicato particolare attenzione in tutta la sua opera è il realismo, nei confronti del
quale è stato via via sempre più critico, senza mai smettere, comunque, di aderire a una qualche sua forma nel
tempo indebolita.

2.1 Realismo metafisico

Anche se educato nella tradizione del positivismo logico, specialmente da Rudolph Carnap, successivamente
Putnam cadde sotto l’influenza di filosofi del calibro di W.V.O. Quine, Ludwig Wittgenstein, Nelson Goodman,
divenendo poi un severo critico degli elementi di base del positivismo logico, quali il convenzionalismo, la teoria
verificazionista del significato, il riduzionismo, propendendo invece per un approccio realista alle teorie
scientifiche, e sostenendo che non esiste alcun principio di verificabilità, né una fondazione privilegiata (per
esempio, basata sui dati sensoriali) alla nostra conoscenza, nessuna distinzione fatto/valore (ci torneremo
nell’ultimo paragrafo), né che le nostre asserzioni e credenze possano essere valutate vere o false individualmente
(è l’olismo, e non l’atomismo, a essere corretto).
Nei confronti del convenzionalismo, in particolare della concezione di Reichenbach e Grünbaum riguardo alla
transizione dalla Meccanica newtoniana a quella relativistica – secondo la quale il cuore di tale transizione è in
fondo solo una nuova definizione della metrica spaziotemporale, definizione scelta per una questione di
convenienza e non di verità –, Putnam replica (si veda Putnam 1963a e 1975c) che il cambiamento del significato
è solo parte della questione; i concetti teorici, infatti, hanno rilevanza esplicativa, e devono essere ancorati a una
teoria che comunque deve soddisfare certi vincoli, empirici e non. Insomma, si ha molta meno “libertà d’azione”
nella definizione di tali concetti di quella che i convenzionalisti vorrebbero.
Putnam è stato, almeno fino a metà degli anni Settanta, un difensore di una forma di realismo scientifico – che in
seguito lui stesso chiamò, criticandolo, realismo metafisico – dato dalla combinazione di queste tre istanze:
1) “il mondo consiste di una certa totalità fissa di oggetti indipendenti dalla nostra mente”;
2) “esiste esattamente una sola descrizione vera e completa di come è il mondo”;
3) “la verità comporta una relazione di corrispondenza di qualche genere tra le parole, o i segni del pensiero, e le
cose esterne, o insieme di cose” (1981a, p. 57).
In breve, quindi, c’è un mondo unico e ben determinato, che consiste di una totalità di oggetti esistenti
indipendentemente dalla mente e dal linguaggio; in linea di principio c’è una e una sola rappresentazione
completa (presumibilmente un’ideale teoria scientifica) di questo mondo, e quindi in definitiva c’è una sola teoria
“vera” del mondo, trovare la quale è lo scopo dell’indagine scientifica; e infine, in questa teoria, la verità risiede in
una qualche corrispondenza fra le descrizioni della teoria e il mondo, ossia la verità è una nozione non-epistemica
di corrispondenza fra elementi linguistici (come teorie, enunciati) e gli oggetti, gli stati di cose, che esistono nel
mondo. La teoria della verità che ne consegue è quindi “corrispondentistica”: la nostra descrizione del mondo, se
vuol essere vera, deve ricalcare quella configurazione unica del mondo. È questo, complessivamente, un
approccio che Putnam definisce non-epistemico – in quanto, sia, appunto, la nozione di verità, sia quella di
mondo, prescindono dal soggetto conoscente e dalle categorie da lui impiegate –, ed esterno – poiché la realtà non
è considerata dal punto di vista soggettivo umano ma da un punto di vista neutrale, oggettivo, esterno all’uomo,
quale potrebbe essere l’“occhio di Dio”.
Risulta così che le nostre teorie scientifiche meglio sviluppate, e i loro termini teorici (ad esempio, gli elettroni), si
riferiscono a caratteristiche reali del mondo; se così non fosse, infatti, il successo della scienza non sarebbe altro
che una sorta di “miracolo”. E questo lo si può evitare perché il riferimento dei termini teorici delle teorie non
dipende, per il realismo metafisico, dalle teorie nei quali essi compaiono, cosicché la scienza avanza nella sua
conoscenza perché le sue teorie spiegano, via via in modo migliore, le stesse cose del mondo. Ne consegue,
inoltre, che le asserzioni della scienza sono vere o false del tutto indipendentemente dalla mente umana.
Il punto di partenza della difesa del realismo metafisico di Putnam è una difesa del realismo empirico, la tesi cioè
secondo la quale l’esistenza del mondo esterno è sostenuta dall’esperienza in gran parte nello stesso modo in cui
qualsiasi teoria scientifica è sostenuta dai dati osservativi (Putnam 1975d, p. 342). Sono gli innumerevoli
esperimenti di laboratorio, egli sostiene, sono le varie esperienze quotidiane che in qualche modo ci dicono che la
realtà là fuori, indipendentemente da noi, esiste, in tal modo “incaricandosi” di rendere veri o falsi i nostri
enunciati. Quindi, meglio di altri approcci, quali il verificazionismo positivistico, è l’assunzione realistica a
indirizzarci verso la miglior spiegazione del perché la scienza “funziona” (un po’ come i geni e gli atomi
forniscono la miglior spiegazione di certi fenomeni osservabili). Con questo ragionamento, appunto con
un’inferenza alla miglior spiegazione di secondo grado, Putnam presenta il suo credo – in polemica, lo ripetiamo,
con il positivismo logico – che solo un realismo metafisico può evitare al successo della scienza “derive
miracolistiche”.

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http://matematica.unibocconi.it/articoli/21-realismo-metafisico

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2.2 Realismo interno

A partire dalla metà degli anni Settanta – in particolare dall’ultima parte di Meaning and the Moral Sciences
(1978), e ancor più da Models and Reality (1977) e Reason, Truth and History (1981) – Putnam gradualmente
abbandona il realismo scientifico (si veda Alai 1989a, cap. I), che, come dicevamo, ora chiama “metafisico”, e
abbraccia una posizione più pragmatica che lui stesso definisce realismo interno (successivamente chiamato anche
realismo pragmatico, o dal volto umano), il quale, in parole povere, ma fra poco lo vedremo meglio, si sostanzia
nella negazione dei tre punti poc’anzi visti fondanti il realismo metafisico.
Il mondo, la sua descrizione, non esiste più indipendentemente dalla mente, ma “esiste” solo attraverso gli
strumenti che usiamo per conoscerlo, quindi il punto di vista non è più “esterno”, ma è “interno” alle nostre teorie.
E, quindi, ogni domanda sul mondo (quale, ad esempio: “Di quali oggetti esso consiste?”), ha senso all’interno e
dal punto di vista di un certo apparato concettuale teorico. L’ontologia, l’insieme degli oggetti che noi
riconosciamo come esistenti, viene ora a essere determinata in base a una teoria che noi assumiamo sulla
costituzione del mondo. L’elettrone non esiste più necessariamente “in sé” ma in quanto è contemplato da una
teoria fisica che ci permette anche solo di parlarne. L’idea di un mondo “in sé” composto da determinati oggetti
viene meno poiché siamo noi uomini a dividerlo in oggetti, relazioni, proprietà, ecc., in base ai nostri scopi e
valori. Il mondo, anche se può essere causalmente indipendente dalla mente umana, non lo è ontologicamente, in
quanto la sua struttura (la sua divisione in generi, individui, categorie) viene a essere funzione degli schemi
concettuali umani. È un po’ l’idea kantiana della dipendenza della conoscenza del mondo dalle nostre categorie
del pensiero.
Laddove, nel realismo metafisico, l’approccio complessivo era non-epistemico, qui è ovviamente epistemico: il
mondo, gli oggetti conosciuti, sono “subordinati” al nostro apparato conoscitivo. Di una medesima stanza, un
fisico e un arredatore daranno descrizioni differenti ma entrambe saranno descrizioni di come essa è realmente. Il
realismo è indebolito, ma un importante elemento di oggettività rimane, ossia dove si postula che le nostre
interpretazioni poggiano su un sostrato di fatti indipendenti: “Noi possiamo e dobbiamo insistere nel dire che ci
sono alcuni fatti, non costituiti da noi, da scoprire” (Putnam 1987, pp. 50-51). Quindi non basta la coerenza
interna alle nostre teorie: esse devono anche “rispondere” all’esperienza. Nel contempo, però, si devono anche
ammettere più descrizioni vere del mondo, nel senso che non solo tali descrizioni sono formulazioni linguistiche
differenti, ma anche nel senso che gli oggetti che esse descrivono sono diversi poiché sono proprio tali
formulazioni a specificare i “fatti” di cui si sta parlando. Insomma, possiamo dire che ci sono fatti da scoprire
“solo dopo aver adottato un modo di parlare, un linguaggio, uno ‘schema concettuale’. Parlare di ‘fatti’ senza aver
specificato in quale linguaggio stiamo parlando è parlare di nulla” (ibid.).
Così il mondo può sì essere correttamente descritto da prospettive differenti dettate da interessi e pratiche
differenti – per esempio, possiamo dire che è costituito da mattoni e cemento, oppure da campi e particelle –, ma
tali descrizioni non sono riducibili l’una all’altra, e nessuna di esse, anche se appartenesse alla teoria scientifica
più avanzata, è la descrizione del mondo, e, però, entrambe le descrizioni parlano delle stesse cose. Da questo
punto di vista, tale realismo è una versione del pluralismo rintracciabile in pragmatisti come Williams James e
John Dewey, e risente anche fortemente – nota Mario Alai (comunicazione personale) – del costruttivismo di
Nelson Goodman (sebbene probabilmente non ne condivida le tesi estreme, come l’esistenza di molto mondi, o
l’inesistenza di una realtà “in sé”). Tale realismo rinuncia a qualsiasi impegno nei confronti di oggetti
indipendenti dalla mente e “relativizza l’ontologia a schemi concettuali”, quindi concetti quali verità, riferimento,
sono interni al quadro teorico (cioè alla “versione” che assumiamo del mondo, come Putnam la chiama in The
Many Faces of Realism) che noi di volta in volta usiamo per servire le nostre finalità contingenti. Non vi è più,
quindi, una verità che, come nel realismo metafisico, è indipendente dalle facoltà conoscitive umane.
Il risvolto fondamentale di tale dottrina, detta relativismo concettuale, è che c’è sì un mondo là fuori (e quindi c’è
compatibilità col realismo), ma tale mondo non è “bell’e pronto”: è invece un mondo dell’uomo, il cui
accostamento al concetto di verità non è appunto più metafisico (non c’è più la ricerca di una “teoria vera”), ma
gnoseologico, senza comunque cadere nell’empirismo. C’è il mondo, ma è solo l’uomo che può rappresentarlo.
Ma anche se nessuna delle nostre descrizioni può essere scientificamente dimostrata come l’unica e vera
descrizione del mondo, questo non fa sfociare in un radicale “relativismo irresponsabile”, in quanto non tutte le
descrizioni sono corrette, e quelle corrette non sono determinate soggettivamente: “Ciò che diciamo del mondo
riflette le nostre scelte concettuali e i nostri interessi, ma la sua verità o falsità non è determinata semplicemente
dalle nostre scelte concettuali e dai nostri interessi” (Putnam 1992, p. 62. Sul realismo interno si veda anche Alai
1989a, capp. II-V; 1990; 1993).

http://matematica.unibocconi.it/articoli/22-realismo-interno

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2.3 Scetticismo e cervelli in una vasca

Il rifiuto del realismo metafisico non è un direzionarsi verso lo scetticismo, anzi: sia il relativismo che lo
scetticismo sono, per Putnam, forme travestite di realismo metafisico allo stesso modo incoerenti.
In fondo, sia il realista metafisico – con il suo desiderio di una teoria onnicomprensiva che includa anche
un’oggettiva, “corretta”, relazione di riferimento – sia lo scettico, che rifiuta quella teoria, fanno lo stesso errore
per Putnam: stanno entrambi assumendo una sorta di punto di vista privilegiato “esterno” ai nostri schemi
descrittivo-concettuali, stanno quindi assumendo l’esistenza di un mondo interamente precostituito e da noi
indipendente, sebbene lo scettico insista sulla sua inconoscibilità, mentre il realista metafisico sulla possibilità di
una teoria corrispondentistica della conoscenza. Ma per Putnam, come dicevamo nel par. 2.2, non ha senso porsi
all’esterno dei nostri schemi concettuali, all’esterno dei nostri linguaggi, e al loro interno problemi sul riferimento,
sull’interpretazione dei termini, non possono sorgere, nel senso che “sedia” si riferisce naturalmente alle sedie
poiché è già insito nel nostro linguaggio quale interpretazione è adottata, e se così non è allora nient’altro può
fissarla (Putnam 1977, p. 24).
La sua più nota critica al realismo metafisico è il famoso esperimento mentale dei cervelli in una vasca, esposto in
Reason, Truth and History (1981a, cap. 1). In esso si immagina un mondo in cui tutti i cervelli, rimossi dai corpi e
posti in una vasca piena di un liquido nutritivo, abbiano le terminazioni nervose e i neuroni collegati a un enorme
sofisticatissimo supercomputer in grado di fornire loro gli stessi impulsi elettrici che normalmente ricevono
quando sono nel corpo di una persona. In altre parole, questo supercomputer simulerebbe la realtà normale,
fornendo ai cervelli l’impressione di vivere esattamente tutte le esperienze della nostra quotidiana coscienza, e
stimolando, quindi, le stesse risposte senza che però vi sia un’effettiva relazione a eventi e oggetti del mondo
concreto.
Dal punto di vista scettico l’argomento semplicemente vuol dimostrare che un cervello in una vasca non è in
grado di stabilire se effettivamente è nella vasca, in quanto tutte le esperienze che ha sono genuine, ossia ciò che
percepisce sono esattamente gli stessi impulsi che riceverebbe se fosse nel corpo umano, e tutte queste sensazioni,
e i pensieri che esse stimolano, sono l’unico modo che ha di interagire con l’“ambiente” che, per questo, dal suo
punto di vista, non risulta affatto ricreato dal supercomputer ma risulta del tutto identico all’ambiente reale
sperimentato da un normale cervello nel cranio di un corpo umano. Conseguentemente, per lo scettico, non si
riesce a stabilire se le nostre credenze corrispondano a verità, cioè se stiamo, per dire, realmente mangiando un
gelato oppure se quel buon e fresco sapore è solo un mero stimolo sensoriale procuratoci dal supercomputer, e
quindi, in ultima istanza, noi non sappiamo se le nostre asserzioni parlano effettivamente di noi e del mondo
esterno.
Ma per Putnam le cose non stanno così e la coerenza dell’intero esperimento è vacillante. Un cervello nato in una
vasca, cioè da sempre in una vasca, non potrebbe propriamente pensare alla, e quindi parlare della, sua
condizione, nel senso che se dicesse “io sono un cervello in una vasca” affermerebbe sempre e necessariamente il
falso. Il caso banale è quello in cui lui di fatto viva nel mondo reale, e che quindi, all’esterno della sua vasca, ci sia
comunque un mondo anche se lui non lo percepisce. In tal caso, la sua affermazione è ovviamente falsa. Nell’altro
caso, quello in cui effettivamente c’è solo lui e la vasca, la sua affermazione non può che significare questo: “Io
sono ciò che i miei stimoli nervosi mi hanno convinto che è un ‘cervello’, e vivo in un’immagine che essi mi
hanno convinto a chiamare ‘vasca’”, ossia “io sono un cervello-immagine in una vasca-immagine”. In altre parole,
un tale cervello, poiché non può riferirsi a ciò a cui noi (che non siamo – auspicabilmente! – cervelli in una vasca)
ci riferiamo, non potrà che non pensare a cervelli reali o a vasche reali, ma solo a loro immagini ricreate nel suo
mondo “virtuale”. Laddove, infatti, noi pensiamo a “cervelli” e “vasche”, ma anche a “tavoli” e “sedie”, abbiamo
dei riferimenti esterni (del mondo) a questi termini grazie alle interazioni causali che intratteniamo appunto con
tali cose. Ma tali riferimenti mondani sono preclusi ai cervelli in una vasca, il cui concetto di realtà, dalla loro
prospettiva, è assai più “ristretto”, in quanto non possono avere pensieri – né di negazione, né di validazione – sul
mondo vero poiché non lo hanno mai sperimentato: al più hanno un “surrogato” di mondo, a cui quegli stessi
termini si riferiscono, composto dalle stimolazioni provenienti dal supercomputer. Quindi, dire “io sono un
cervello in una vasca” equivarrebbe a dire una falsità se quel cervello lo fosse effettivamente, in quanto lui
sarebbe in una vasca reale e non nella vasca in immagine a cui la sua affermazione necessariamente farebbe
riferimento.
Il punto risiede quindi nella teoria causale del riferimento che Putnam adotta (sulla quale torneremo più diffusamente
nel par. 3), la quale “ci vieta di credere al fatto che determinate rappresentazioni mentali si riferiscano in ogni caso a
specifiche cose esterne la cui configurazione è del tutto indipendente dalla nostra mente” (Sacchetto 2002, p. 1304).
Vale a dire, i riferimenti dei termini usati dai cervelli in una vasca sono diversi da quelli dei cervelli normali, cosicché le
espressioni pronunciate dai primi, che esistono in una realtà strutturalmente diversa da quella dei secondi, hanno
significati diversi: dire “sono un cervello in una vasca” ha un significato differente per un cervello in una vasca e un
cervello normale. L’esperimento mentale si auto-confuta ed è quindi inconsistente (si veda Alai 1989b e 1994), e quel
gap, preteso dal realista metafisico e dallo scettico, fra il mondo così com’è e il mondo come visto dall’uomo, non ha
senso, ragion per cui svanisce la fondatezza del porsi, per l’uomo, dal punto di vista dell’“occhio di Dio”. Va da sé che

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non solo il realista metafisico a cui Putnam principalmente mira, ma anche lo scettico ne esce sconfitto. Del resto, l’idea
dell’insussistenza dello scetticismo è sempre stata un tema ricorrente, anche se perseguito con strategie diverse, nella
sua opera.
http://matematica.unibocconi.it/articoli/23-scetticismo-e-cervelli-una-vasca

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2.4 Realismo diretto

A metà degli anni Novanta (si veda Putnam 1995) Putnam comincia a ripensare, e a ridimensionare, anche il suo
realismo interno, rendendosi conto che esso, e l’acclusa teoria epistemica della verità, non è altro che un tentativo
fuorviante di sostituire il quadro inintelligibile del realismo metafisico. Il punto è che le tesi del realismo
metafisico non vanno semplicemente negate, come in fondo faceva il realismo interno, e questo perché la
negazione di asserzioni inintelligibili è a sua volta inintelligibile. Cercare di raggiungere un qualcosa come una
descrizione assoluta di come il mondo è, non è uno scopo chiaro, quindi non è un fallimento la nostra incapacità di
ottenere questa descrizione proprio perché è l’idea stessa di una tale descrizione a non essere comprensibile.
In Sense, Nonsense and the Senses, del 1994, Putnam si sposta dal linguaggio alla percezione allo scopo di
ripensare radicalmente l’idea stessa di percezione. La sua intenzione è di ottenere una maniera ragionevole per
render conto dell’esperienza – e in sostanza rispondere all’antica fondamentale domanda della filosofia della
percezione: in che modo noi percepiamo il mondo? – evitando i trabocchetti della metafisica, e allo scopo di
imboccare una “terza via” tra la “metafisica reazionaria” e il “relativismo irresponsabile”. Del resto, molti dei
problemi filosofici sarebbero causati da un’idea di percezione, affermatasi col pensiero moderno e poi
implicitamente adottata anche dalle emergenti scienze cognitive, “mediata” da un’interfaccia cognitiva (costituita
dai “dati sensoriali”) tra le menti e il mondo, quindi basata sul postulare una qualche entità intermedia. E sia il
realismo metafisico che quello interno hanno questo punto debole, appunto il ritenere che “la percezione comporti
un’interfaccia tra la mente e gli oggetti ‘esterni’ che percepiamo. […] Interfaccia che è supposta consistere di
‘impressioni’ (o ‘sensazioni’ o ‘esperienze’ o ‘dati sensoriali’ o ‘qualia’), e queste concepite come immateriali.
Nelle versioni materialiste l’interfaccia è stata a lungo concepita come consistente di processi del cervello”
(Putnam 1994b, p. 43). E inoltre, questa idea di percezione si basa su due assunzioni altrettanto errate, ossia che
non possiamo raggiungere mai direttamente gli oggetti, e che siamo connessi ad essi solo causalmente e non
cognitivamente.
Al contrario, egli ritiene necessario il ritorno a una percezione diretta, quindi non mediata, che rinunci insomma
all’idea di interfaccia. La nuova forma di realismo che sviluppa è appunto un realismo diretto, o naturale (o
anche, riprendendo James, un realismo ingenuo, ma non tanto ingenuo da credere che le cose in sé, da percepire,
esistano). Tale realismo insiste sull’“idea che le cose ‘esterne’ possono essere esperite (e non soltanto nel senso
circolare di causare ‘esperienze’, intese come modificazioni della nostra soggettività)” (ibid., p. 23). C’è bisogno,
afferma esplicitamente Putnam (riprendendo John Austin), di una “seconda naïveté” (ibid., p. 21), ingenuità che
consentirebbe alla metafisica di avvicinarsi al senso del mondo comune, al modo col quale la gente di fatto lo
sperimenta, abbandonando così l’idea delle rappresentazioni mentali, dei dati dei sensi, e di altri intermediari fra
noi e il mondo.
Anche i concetti di verità, sia del realismo metafisico (la verità intesa come corrispondenza), ma anche del
realismo interno (la verità come qualcosa di interno a un linguaggio), risultano ora, per Putnam, inevitabilmente
oscuri e problematici. La verità non può essere solo qualcosa di interno a un linguaggio, ma “è una relazione
rappresentazionale fra le espressioni del linguaggio degli utenti e una realtà largamente non-linguistica, anche se i
tentativi metafisici di descrivere questa relazione come corrispondenza (o come un qualche surrogato epistemico)
portano a dei problemi” (Pihlström 2005, p. 1974). Come riassume ancora Pihlström, la verità non può essere
definita più esplicitamente di quanto possano esserlo altre nozioni irriducibili, semantiche o epistemiche. È certo
un elemento chiave nel nostro network concettuale, è una nozione che “coinvolge il mondo” (world-involving) –
come lo sono nozioni quali “credenza”, “pensiero” – intrecciata con le nostre abitudini pratiche di azione nel
mondo in cui viviamo (sia quello sociale che quello naturale). Questa concezione della verità è descritta come
pragmatista, ma non nel senso di appartenenza a una “teoria” rivale delle altre (corrispondentiste, epistemiche),
ma nel senso dello spirito pluralistico del pragmatismo: tutte quelle posizioni catturano qualcosa di genuino ma
nessuna coglie l’intima natura della verità.

http://matematica.unibocconi.it/articoli/24-realismo-diretto

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3. Filosofia del linguaggio

A differenza di quanto visto per il realismo, nell’ambito che ora andiamo ad analizzare il contributo di Putnam
non verrà da lui stesso rivisto, negli anni, così fortemente.
A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, Putnam divenne noto per aver proposto il cosiddetto esternalismo
semantico, più precisamente la teoria causale del riferimento, detta anche nuova teoria del riferimento, o teoria
del riferimento diretto, teoria che oggi è abbracciata da molti filosofi e scienziati. Questa teoria (sviluppata
indipendentemente anche da Saul Kripke) si opponeva alla concezione tradizionale del significato. Secondo
quest’ultima possiamo distinguere fra significato come estensione (o riferimento) – l’estensione di un termine è
l’insieme delle cose di cui quel termine è vero – e significato come intensione, dove l’intensione di un termine è il
concetto a questo associato. Tradizionalmente, essendo i concetti qualcosa di mentale, anche il significato, come
intensione, lo è. Allora, secondo la concezione tradizionale, conoscere il significato, come intensione, di un
termine equivale a trovarsi in un certo stato psicologico (o interiore, o mentale); inoltre, è l’intensione a
determinare l’estensione di un termine, ossia sono gli stati mentali individuali dei parlanti a determinare il
riferimento di un termine. L’idea base di questo approccio è che il significato di termini di generi naturali (come
“limone”, “oro”, “tigre”, ecc.) può essere specificato per mezzo di una congiunzione di proprietà (per il limone, ad
esempio: gusto aspro, colore giallo, una certa dimensione, ecc.), quindi mediante descrizioni. In altre parole,
conoscere il significato di un termine equivale a denotare le proprietà dell’oggetto in questione, e il nome datogli
viene così a “sintetizzare” la “somma” di tali proprietà.
Senza entrare nello specifico delle critiche che Putnam solleva a questa posizione, egli costruisce la sua su un
caposaldo ben diverso: l’estensione dei nostri termini dipende dalla realtà circostante – intesa sia come realtà
naturale che come realtà sociale – e quindi, acquisire un certo termine non necessariamente equivale ad acquisire
(nel proprio stato mentale) una qualche proprietà che ne fissi l’estensione. Il nocciolo dell’approccio di Putnam sta
nella critica che egli porta a una conseguenza della concezione tradizionale del significato, cioè il fatto che se due
termini hanno lo stesso significato, nel senso di intensione, allora hanno necessariamente lo stesso riferimento.
Ebbene, scopo di Putnam è di mostrare proprio una risultanza opposta, ossia che due parlanti con gli stessi stati
psicologico-mentali riguardo all’intensione di un certo termine, possano poi non avere lo stesso riferimento.
A tal fine elabora il famoso esperimento mentale della “Terra gemella” (Putnam 1973b; 1975a). In questo pianeta,
tutto è identico alla Terra (espressioni linguistiche incluse), tranne il fatto che la formula chimica di ciò che è
chiamato “acqua” non è H2O ma XYZ, anche se i due liquidi sono del tutto indistinguibili sia per aspetto che per
qualità. Ora, un moderno astronauta che visitasse quel pianeta si renderebbe conto che l’“acqua” ivi trovata non è
uguale a quella terrestre solo dopo un’analisi chimica, concludendo così che il termine “acqua”, sulla Terra
gemella, ha un significato diverso, cioè si riferisce a (ha come estensione) XYZ. Immaginiamo, invece, un
visitatore terrestre privo di nozioni di chimica: egli non si accorgerebbe che l’“acqua” della Terra gemella è
diversa dall’acqua terrestre, quindi sia lui che gli abitanti della Terra gemella userebbero la stessa parola “acqua”
(avendo anche gli stessi stati mentali, visto che tutto è identico sui due pianeti) ma riferendosi,
inconsapevolmente, a due sostanze diverse. Insomma, entrambi, pur partendo dallo stesso stato psicologico-
cognitivo (stesse credenze sull’“acqua”: liquido inodore, dissetante, incolore, che riempie gli oceani, ecc.)
avrebbero finito in realtà per riferirsi non alla stessa sostanza. La morale è racchiusa nella famosissima frase di
Putnam: “I ‘significati’ semplicemente non sono nella testa!” (1975a, p. 227), ossia non sono le conoscenze dei
parlanti, i loro stati mentali, a determinare le estensioni dei loro termini; in altre parole, i riferimenti non sono
funzione esclusiva degli aspetti cognitivi.
Che cosa è, allora, che determina il riferimento del termine “acqua”, o di termini dello stesso genere?
Inizialmente, sostiene Putnam, a fissare il riferimento di un termine è l’“evento introduttivo”, vale a dire: per una
qualche ragione, una certa sostanza – o meglio: un suo campione paradigmatico – viene chiamata, nel nostro caso,
“acqua”. In pratica c’è un “battesimo iniziale” (è l’idea anche di Kripke) nel quale viene dato un nome a un
oggetto. A partire da quell’evento, quel termine continuerà a riferirsi a ogni sostanza avente la stessa natura
chimica di quel campione paradigmatico (a prescindere dalla effettiva conoscenza dei parlanti di tale
composizione). Grazie poi a quella che Putnam (e anche Kripke) chiama catena causale, tutti gli usi successivi di
quello stesso termine restano “collegati”, ossia continuano a riferirsi alla stessa estensione, quindi la catena
causale è composta dalla successione delle intenzioni dei parlanti di continuare a indicare la stessa estensione dei
loro “progenitori”. Si comprende, ora, perché l’estensione chiamata “acqua” sul pianeta gemello non corrisponde
a quella della Terra: in breve, sui due pianeti il battesimo iniziale ha fissato due estensioni differenti, entrambe
tramandate poi, nel termine “acqua”, dai rispettivi parlanti. È quindi, almeno in parte, la realtà stessa a fissare il
riferimento di termini “naturali” come appunto “acqua”, “gatto”, “oro”, ossia l’estensione è determinata dalla
natura stessi degli “oggetti” a cui quei termini si riferiscono, indipendentemente da ciò che conoscono i parlanti.
Sulla Terra, così, “acqua” si riferirà all’estensione H2O, sulla Terra gemella a XYZ.
Ma approfondiamo meglio la questione prendendo stavolta “oro” come esempio: imparare a usare questo termine
non significa necessariamente acquisire il metodo scientifico per stabilire in ultima analisi se di fatto un oggetto è
oro (e infatti, per stabilirlo, andiamo da un orefice), ma significa acquisire quelle caratteristiche che i membri

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appartenenti all’estensione del termine “oro” normalmente possiedono (colore giallo, durezza, ecc) e per mezzo
delle quali vengono normalmente identificati dai parlanti. Insomma, significa acquisire lo stereotipo – appunto la
descrizione dell’“oro” nei termini delle sue presunte caratteristiche identificanti – che la nostra comunità
linguistica di appartenenza associa a quel termine, stereotipo che solitamente è meno ricco, preciso ed esaustivo
dell’insieme di conoscenze desumibili scientificamente, e addirittura può essere anche in parte sbagliato (l’oro
chimicamente puro, infatti, è quasi bianco) senza per questo intaccare la comunicazione sociale. L’estensione del
termine “oro”, allora, non è fissata individualmente, cioè dallo stato psicologico dell’individuo che acquisisce quel
termine, ma socialmente, dal corpo linguistico collettivo. Si realizza, in tal modo, quella che Putnam chiama
divisione del lavoro linguistico e che contribuisce alla determinazione del riferimento: all’interno di una comunità
vi sono persone dalle competenze superiori riguardo a un certo campo, risulta così naturale che siano loro a
fissare, nel “battesimo iniziale” a cui prima si accennava, i riferimenti per certi termini (Sacchetto 2002, p. 1303),
riferimenti che verranno poi “passati”, come operazione sociale, a tutti i parlanti nelle forme “più leggere” degli
stereotipi, i quali comunque consentiranno la corretta identificazione dei rispettivi oggetti. Accade, in realtà, che
tale battesimo non è necessariamente fatto da esperti: nel caso dell’oro, per esempio, è stato fatto da gente priva
delle nostre conoscenze chimiche (Mario Alai, comunicazione personale). L’identificazione del riferimento è,
comunque, un’impresa sociale piuttosto che individuale.
Si pensi ancora agli “elettroni”: ben pochi esperti conoscono le loro proprietà fisiche, eppure è un termine usato
anche nel linguaggio ordinario. Il punto è che il significato è comunque indipendente dalle credenze, ossia dagli
stereotipi, e quindi, anche se un giorno scoprissimo che i gatti sono robot telecomandati dai marziani dovremmo,
afferma Putnam, continuare a chiamarli gatti. Ciò che conta è che il riferimento venga mantenuto costante, a
prescindere dalle credenze. È questo il fondamentale concetto dell’identità del riferimento che Putnam sottolinea a
partire dal saggio del 1975 The Meaning of ‘Meaning’, vera pietra miliare del suo lavoro sulla filosofia del
linguaggio: l’identità del riferimento è l’elemento costante del significato, vale a dire tale elemento si mantiene
anche se un termine specifico viene usato in teorie diverse. Questo permette alle parole di conservare in ogni caso
lo stesso significato. Putnam qui usa il concetto di designatore rigido di Saul Kripke, un’espressione, cioè, che
conserva lo stesso riferimento in tutti i mondi possibili (per esempio: il nome proprio “Kripke” lo è, in quanto
indica proprio quell’individuo, mentre l’espressione “l’autore di Naming and Necessity” non lo è). Così il termine
naturale “oro” designa rigidamente un particolare metallo, con una certa struttura molecolare, in tutti i mondi
possibili, anche se poi vari stereotipi possono portare a travisamenti del suo riferimento, o diverse teorie possono
offrirne descrizioni più o meno giuste o sbagliate. Stessa situazione per l’acqua.
Quindi, in questa posizione esternalista sulla semantica a cui Putnam giunge, il mondo esterno gioca un ruolo
cruciale nel fissare i riferimenti delle nostre espressioni linguistiche. In tal modo, Putnam non solo supera quelle
posizioni che cercano di ridurre il significato agli stati mentali o ai processi interiori, ma risponde anche a quella
sfida del relativismo che vede, nell’incommensurabilità di teorie differenti, l’impossibilità di un dialogo inter-
teoretico. Infatti, nella sua teoria causale del riferimento, questo risulta relativamente “insensibile” alle variazioni
teoriche, appunto perché il mondo esterno gli “fa da sponda”, cosicché la continuità e la razionalità della scienza e
della comunicazione sono sorrette.

http://matematica.unibocconi.it/articoli/3-filosofia-del-linguaggio

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5. Matematica e filosofia della matematica
Come altri studiosi, per esempio Kripke, Putnam arrivò alla Filosofia dalla Matematica, alla quale diede, nei tardi anni
Cinquanta, un contributo importante con una dimostrazione, elaborata assieme a Martin Davis e a Julia Robinson,
dell’insolubilità del decimo problema di Hilbert, che fu poi completata nel 1970 da Yuri Matiyasevich. Tale
problema consisteva nel chiedersi se fosse possibile trovare un algoritmo generale in grado di stabilire se un’equazione
diofantea (cioè un’equazione polinomiale, in una o più incognite e con coefficienti interi) ha soluzioni intere. Il risultato
finale di Matiyasevich, confluito nell’omonimo teorema, implica che il decimo problema è irrisolvibile, ossia che
l’algoritmo non termina mai, e che le soluzioni delle equazioni diofantee possono crescere esponenzialmente. Questo è
sufficiente, secondo il lavoro di Robinson, Davis e Putnam sugli insiemi ricorsivamente enumerabili (chiamato,
includendo il teorema di Matiyasevich, teorema MRDP), a mostrare che ci sono equazioni diofantee che non possono
essere risolte da alcun algoritmo.
Negli anni Sessanta Putnam contribuì sia alla teoria della computabilità – investigando, in particolare, la struttura
della gerarchia analitica ramificata, e le sue connessioni con la gerarchia costruibile – sia all’informatica, in particolare
sviluppando, nel 1960, sempre con Martin Davis, il cosiddetto algoritmo di Davis-Putnam allo scopo di verificare la
soddisfacibilità booleana di formule di logica proposizionale. Tale algoritmo fu più tardi, nel 1962, perfezionato con
altri collaboratori, confluendo nell’algoritmo DPLL (Davis-Putnam-Logemann-Loveland), ancora oggi alla base delle
soluzioni del problema della soddisfacibilità.
Anche la Filosofia della Matematica ha visto l’attento interesse di Putnam, in particolare, nei primi anni delle sue
ricerche, riguardo alla natura delle verità matematiche e logiche. Anche in questo campo il suo è un approccio realista,
che comunque rifiuta il realismo platonico, che egli trova obsoleto (la Fisica del ventesimo secolo l’ha reso tale) e
inaccettabile, in quanto portatore di quel tipo di conoscenza a priori che egli respinge. Putnam rifiuta anche il
convenzionalismo, considerato, nella logica, vuoto, nel senso che le convenzioni non possono fondare la Logica poiché
la Logica stessa è necessaria per la loro applicazione.
Secondo il realismo di Putnam in Matematica ha senso parlare di verità e falsità, e gli enunciati possono essere veri o
falsi a prescindere dalle nostre capacità cognitive perché c’è un “qualcosa” “dietro” ai termini che essa usa che appunto
rende i suoi enunciati veri o falsi. Ciò non comporta, però, che ci sia una realtà matematica oltre a quella materiale (si
veda Putnam 1975e). Per esempio: un insieme non esiste per suo conto, ma la sua esistenza è funzione dell’esistenza
degli elementi che contiene, i soli a esistere effettivamente, quindi l’esistenza degli oggetti della Matematica pura –
quali insiemi, funzioni, ecc. – in un certo senso dipende dall’esistenza degli oggetti materiali. Il punto è che per Putnam
le asserzioni della Matematica sono modali, cioè parlano di possibilità e di impossibilità di certi oggetti, non tanto del
loro comportamento in quanto oggetti esistenti: “La Matematica è essenzialmente modale piuttosto che esistenziale”
(Putnam 1975e, p. 70). Così la posizione realista di Putnam non coincide con quella realista “tradizionale”, che guarda
alla Matematica come allo studio di oggetti “speciali”, piuttosto essa è lo studio di “possibilità astratte”, lo studio cioè di
quali strutture sono, o non sono, astrattamente possibili.
È importante sottolineare, però, che per Putnam la conoscenza fornita dalla Matematica non è una conoscenza a priori,
né l’oggettività della Matematica risiede nel credere negli oggetti matematici come realtà incondizionate e non fisiche.
Al contrario, egli crede che la conoscenza matematica non sia assoluta e incorreggibile, ma che somigli a quella
empirica: la Matematica, come la Fisica e le altre scienze empiriche, usa sia strette dimostrazioni logiche ma anche
metodi “quasi empirici”, quindi il criterio di verità della Matematica e il concetto di necessità Logica non sono
interamente immuni da revisioni empiriche, come per esempio avrebbe dimostrato la meccanica quantistica spingendo a
un rifiuto della Logica classica, ma dipendono dal successo delle nostre idee nella pratica. Comunque, come afferma
Putnam, “la cosa importante è che il matematico stia studiando qualcosa di oggettivo, anche se non sta studiando una
‘realtà’ incondizionata di cose non-materiali, e che il fisico che enuncia una legge di natura con l’aiuto delle formule
matematiche stia astraendo una caratteristica reale di un mondo materiale reale, anche se egli deve parlare di numeri,
vettori, tensori, funzioni di stato, o di qualsiasi altra cosa necessaria alla realizzazione dell’astrazione” (Putnam 1975e,
p. 60).
Un importante argomento elaborato da Putnam, insieme a Quine, a favore del realismo in filosofia della matematica è la
cosiddetta tesi dell’indispensabilità di Quine-Putnam, un argomento a sostegno della realtà delle entità matematiche
ottenuto come conclusione metafisica ricavabile da un fatto non certo controverso: l’applicabilità, di innegabile
successo, della Matematica alle scienze empiriche. Due sono le premesse: (a) le entità matematiche sono indispensabili
alle nostre migliori teorie scientifiche; (b) si deve credere alla realtà di tutte le entità, e solo di quelle, indispensabili alle
nostre migliori teorie scientifiche (se vogliamo credere alla realtà dei fenomeni descritti dalle scienze). E la conclusione
per l’appunto è: si deve credere alla realtà delle entità matematiche.
Ovviamente è la premessa (b) a dare più grattacapi nella giustificazione di quel “tutte” e del “solo”. Riguardo a quest’ultimo, Quine e
Putnam giustificano l’esclusione di quelle entità non-scientifiche sulle basi del naturalismo, la posizione, cioè, che guarda al metodo
scientifico come al metodo migliore per giudicare le verità delle nostre conoscenze, senza difendere una “filosofia prima”, e senza
nemmeno intendere, però, che la scienza sia sempre nel giusto, considerandola anzi criticabile dall’impresa filosofica che in tal modo
diviene “continua” con quella scientifica. Riguardo al “tutte”, Putnam e Quine adottano una posizione detta olismo della conferma. In
breve, essa sostiene che le teorie scientifiche possono essere confermate, o disconfermate, soltanto come un tutto, non pezzo per
pezzo, ne consegue che se una teoria è confermata da risultati empirici, allora l’intera teoria lo è, inclusa la matematica che essa usa,
e quindi non c’è alcuna giustificazione per escludere alcune entità della teoria. In altre parole, poiché le teorie scientifiche, in primis
la Fisica, impiegano gli oggetti e i concetti della matematica pura, allora la miglior evidenza per l’esistenza di tali oggetti risiede
nelle conferme che tali teorie, l’intera rete delle loro credenze, ricevono olisticamente dalle evidenze empiriche.

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6. Filosofia della meccanica quantistica

Putnam ha dedicato notevoli sforzi all’interpretazione della Meccanica quantistica e delle sue peculiarità, in
particolare per superare l’interpretazione di Copenaghen che, come noto, pone non poche difficoltà al realismo. Si
pensi alla complementarietà, che implica che non ha senso assegnare simultaneamente valori determinati a coppie
di parametri fisici, vale a dire che non c’è alcuna descrizione che possa essere usata per illustrare simultaneamente
tutte le proprietà di un sistema quantistico. Solo quando una grandezza è misurata separatamente dalle altre, allora
si ottiene un preciso valore, in tal modo lasciando adito alla supposizione che non abbia senso parlare di uno stato
oggettivamente posseduto dal sistema prima della misurazione, il tutto con un certo scorno appunto dei realisti sia
riguardo all’accettazione dell’impossibilità della misura che dell’indefinibilità dello stato quantistico.
Nel lungo articolo del 1965 dove analizza le varie interpretazioni di tale teoria, esponendone i vari problemi (per
esempio, quello della sovrapposizione degli stati e quello dell’interferenza), Putnam giunge a questa conclusione:
“Nessuna interpretazione soddisfacente della meccanica quantistica esiste oggi” (1965, p. 157). Per ovviare a
questa carenza, in Is Logic Empirical?, del 1968, egli propone di adottare una logica non distributiva, ritenendo
che le anomalie associate alle misure quantistiche derivino dalle anomalie della logica classica usata
“erroneamente” anche nel mondo microscopico. Già nel 1936 Garrett Birkhoff e John von Neumann avevano
proposto una sorta di analogia tra alcuni aspetti del processo di misura in ambito quantistico e una Logica
proposizionale non-classica. Negli anni Sessanta David Finkelstein e appunto Putnam andarono oltre quella
analogia. L’idea di partenza di Putnam si sostanziava in un parallelo fra le leggi della Logica e quelle della
Geometria: come la Geometria euclidea, un tempo considerata essere la Geometria dello spazio fisico, era stata
“falsificata” – o meglio: resa un caso limite – dalla Relatività Generale, così la Logica classica, che non riesce più
a tener conto dei fenomeni quantistici se non generando paradossi, poteva essere rivista e resa anch’essa un caso
limite di una nuova Logica grazie alla Meccanica quantistica. Insomma, le proprietà algebriche della Logica
dovrebbero essere determinate empiricamente. E un approccio realista, per Putnam, vincola a ritenere che le
proprietà degli oggetti fisici esistano contemporaneamente anche prima della misura.
È la Logica quantistica, così, a risultare, su basi empiriche, la logica “corretta” che riesce a dar conto della misura
di variabili complementari (non è questa la sede per indagare i problemi che tale logica solleva, in primis il fatto
che essa, per salvare il realismo, scalza proprio quella Logica classica ritenuta da sempre costitutiva del realismo
stesso).
Successivamente Putnam, “alleggerendo” – come visto sopra, al § 2 – la sua impronta realista, modifica anche la
sua interpretazione della Meccanica quantistica. In Quantum Mechanics and the Observer, del 1981, infatti, adotta
un’altra interpretazione (attribuita a von Neumann), il prospettivismo, il cui scopo principale è di “salvare” il
realismo interno evitando il realismo metafisico. Il punto centrale è quello di evitare il collasso della funziona
d’onda all’atto della misura. Secondo tale posizione – come riassume Ben-Menahem (1998) – esistono in
Meccanica quantistica molte prospettive differenti ma empiricamente equivalenti e congruenti con le predizioni
della teoria, e quindi ugualmente legittime. Il collasso della funzione d’onda, allora, diventa un epifenomeno e non
più un processo fisico, epifenomeno appunto creato dal passaggio da una prospettiva all’altra. Però tali prospettive
si escludono vicendevolmente, nel senso che asserzioni fatte in ognuna di esse non possono venire combinate a
formare uno stato quantistico. Il realismo “sopravvivrebbe” all’interno di una certa prospettiva, dove si avrebbe
appunto un atteggiamento realista nei confronti delle osservabili corrispondenti a quella prospettiva (mentre si
avrebbe un anti-realismo per le osservabili corrispondenti alle altre prospettive), ma non “attraverso” le varie
prospettive realiste ma incompatibili.

http://matematica.unibocconi.it/articoli/6-filosofia-della-meccanica-quantistica

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7. Etica, Filosofia e Metafilosofia

Se, fino agli anni Ottanta, i lavori di Putnam si sono maggiormente concentrati prima sulla Matematica, poi sulla
Filosofia della scienza e della mente, a partire dagli anni Novanta la sua ricerca s’indirizza in particolare verso le
scienze umane, verso la nostra “immagine morale del mondo”, verso l’etica, il pragmatismo, la filosofia ebraica,
verso questioni religiose (i credi e i loro linguaggi), verso tematiche filosofiche e sociali, dell’economia, della
politica, verso l’estetica, verso la metafilosofia, chiedendosi, fra le altre cose, come la filosofia possa rendere
migliore il mondo e gli esseri umani, e sottolineando anche che lo stato dell’odierna filosofia necessita un
rinnovamento che la rivitalizzi scremandola da preoccupazioni anguste ed esagerate. Per Putnam, sviluppare delle
“immagini morali del mondo” significa far confluire in un profondo intreccio elementi metafisici ed etica, del
resto “la metafisica senza etica è cieca” (Putnam 1978, p. 92). D’altronde, come voleva Kant, tutti i problemi
filosofici in qualche modo contengono una radice etica o valoriale. La scienza stessa, in quanto prassi umana, è
coinvolta e influenzata dai valori.
Un tema che in questo periodo riprende con più pienezza – tema comunque ricorrente nella sua opera a partire dal
1978 (si veda Putnam 1978) – è quello della dicotomia fatto/valore (si veda Putnam 1981a, cap. 6 e 9; 1990, parte
II; 2002), che egli critica, contrariamente alle posizioni ortodosse della filosofia analitica. Sotto l’influenza di
Charles S. Peirce e William James, e del pragmatismo in generale, Putnam sostiene che questa è una dicotomia
fuorviante, intrattabile, in quanto fatti e valori sono inestricabilmente intrecciati: “Valutazione e descrizione sono
intrecciate e interdipendenti” (Putnam 2002, p. 7). Non ha perciò senso cercare di dividere il mondo in una parte
che rappresenta il nostro contributo e in una che è indipendente da noi, e farlo significherebbe cadere in quella che
Putnam chiama “fallacia della divisione”.
Putnam non nega, però, che la distinzione fra fatti e valori in molti contesti possa essere utile, ma nega una
distinzione di principio, essenziale, poiché tutte le descrizioni dei fatti riguardanti il mondo possiedono elementi
etici, e “tutte le nostre nozioni sono in definitiva cariche di valore (value-laden)” (Putnam 1994a, p. 272), così
come, di converso, i nostri giudizi di valore (etici ed estetici) – valori che sono onnipresenti e si estendono gli uni
negli altri e dovunque nella nostra esperienza e nei nostri pensieri – contengono elementi fattuali e quindi sono
dipendenti dai fatti. Egli inoltre crede, contrariamente ai sostenitori della suddetta dicotomia, che, da una parte,
alcuni giudizi di valore possano essere tanto oggettivi quanto lo sono i giudizi umani, e dall’altra, che, persino
nella scienza, lo stabilire i fatti è un’operazione dipendente da valori, negoziabili ma presenti, quali eleganza e
semplicità. Il rifiuto della dicotomia fatto/valore ammonta, per Putnam, all’accettazione della tesi, molto forte e
controversa, che non ci sia una differenza metodologica fra scienza ed etica.
Le linee guida dell’approccio putnamiano sono l’anti-scientismo e il pluralismo. La scienza, egli crede, non
costituisce una prospettiva privilegiata per la descrizione del mondo, e non è in grado di ridurre i valori, o la
normatività in generale, a qualcosa di puramente fattuale (si veda, ad esempio, la critica che egli solleva, in
Renewing Philosophy (1992, cap. 5), a Bernard Williams e alla sua idea dell’esistenza di una concezione assoluta
del mondo conoscibile attraverso la scienza). Anche la pretesa scientista di svalutare il senso comune si dimostra
fallimentare. Al centro c’è sempre l’uomo – “la questione filosofica ultima […] è la posizione dell’uomo nel
mondo” (Putnam 1994a, p. 522) –, e la stessa filosofia è un progetto profondamente umano che investe tutte le
nostre attività, non solo quelle conoscitive, o quelle astratte, ma anche quelle pratiche, quelle delle nostre
sensibilità. Ma la filosofia non ci condurrà mai a risposte conclusive (Putnam è convinto, con Wittgenstein, che i
problemi filosofici sono in un certo senso irrisolvibili) ma solo a “direzioni di risposta”, poiché sono i nostri stessi
interrogativi a non aver mai fine, del resto la filosofia è un progetto dedito alla ricerca di un punto di vista
inevitabilmente umano sul mondo: “Al suo meglio, la riflessione filosofica può offrirci uno sguardo
inaspettatamente chiaro e onesto sulla nostra situazione, non uno ‘sguardo da nessun luogo’, ma uno sguardo
attraverso gli occhi di questo o quell’essere umano saggio, pieno di difetti, profondamente individuale” (Putnam
1992, p. 178).

http://matematica.unibocconi.it/articoli/7-etica-filosofia-e-metafilosofia

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8. Bibliografia

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