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Carla Bagnoli

L'oggettività di fatti e valori. Un ricordo di Hilary Putnam

14 marzo 2016

Della straordinaria attività filosofica di Hilary Putnam non colpisce solo la varietà , ma anche la
grande forza innovativa. Alla metà degli anni novanta ho partecipato a due seminari tenuti da
Putnam a Harvard University: uno riguardava il realismo e l’altro il pensiero ebraico: iniziava
con Maimonide, toccava Wittgenstein, e si concludeva proprio con lui, Putnam. Non si trattava
di lezioni fatte per essere “seguite”; piuttosto, si aveva l’impressione di partecipare a una
conversazione senza tempo. A ripensarci, quelle lezioni mi sembrano motivate da una stessa
preoccupazione, direi di tipo etico.
Secondo Putnam, l’ebraismo ha dato un contribuito fondamentale alla cultura occidentale,
offrendo una prima formulazione del principio di eguaglianza. Attraverso un percorso dai forti
accenti kantiani, Putnam conclude che l’eguaglianza si fonda sulla capacità di pensare
autonomamente a come si debba vivere. L’eguaglianza è un valore fondamentale per Putnam,
fin dagli anni giovanili della militanza politica nella sinistra radicale.
Sensibile ai temi di giustizia sociale, Putnam è sempre stato molto interessato all’etica, che
non considerava una scienza minore, né un ambito speciale in cui si applicano argomenti
elaborati dai filosofi del linguaggio. In etica si avverte più che altrove “il peso soffocante delle
dicotomie”, come quella tra oggettivo e soggettivo. L’intenzione di liberare il pensiero da
queste strettoie, senza per questo rinunciare al rigore dell’argomentazione e al dialogo con la
scienza, è un filo rosso che attraversa tutta la produzione filosofica di Putnam.
Forse, la giusta misura della rilevanza che Putnam riconosceva alle questioni etiche si ricava
dalle sue riflessioni sulla presunta dicotomia fatti/valori. La tesi empirista della separazione
tra questioni di fatto e questioni di valore domina incontrastata fino agli anni Cinquanta,
condizionando pesantemente il dibattito sui criteri di oggettività della seconda metà del
secolo. L’oggettività è generalmente associata alla neutralità rispetto al valore e
all’indipendenza rispetto agli interessi e atteggiamenti del soggetto. Putnam fa sua la
posizione di minoranza di una filosofa pressoché ignorata, Iris Murdoch, ma sulla base di
argomenti ben più solidi. Il realista che propone una realtà neutra e non contaminata dalla
soggettività , è il “perfido seduttore” che conferma le aspettative di un interlocutore ingenuo, il
portavoce del senso comune. Sebbene attraente, il realismo è ingannevole perché si basa su
un falso presupposto, quello della neutralità del ragionamento e del metodo scientifico. Il

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ragionamento, sia pratico che teoretico, è guidato da valori ma è anche orientato
all’oggettività . Il vero motivo per credere che il metodo scientifico non poggi su
presupposizioni etiche è che si suppone che sia un metodo formale. Crollando l’ideale di
neutralità , crolla anche la tesi secondo la quale l’oggettività è garantita dal metodo formale.
Si tratta di considerazioni che hanno avuto un impatto decisivo non solo in etica ma anche
nella filosofia dell’economia, nell’argomentazione giuridica e, in generale, nell’epistemologia e
metodologia delle scienze sociali. Ci costringono a sondare i limiti del ragionamento, a farci
domande nuove sulla sua natura e sulla possibilità di trattare in modo formale i problemi che
sorgono a proposito della decisione razionale. Per fare un esempio, secondo Putnam, la
trasformazione dell’economia classica è una conseguenza diretta del collasso della distinzione
tra fatti e valori.
Sotto questo aspetto, la proposta di Putnam è in sintonia con quelle di altri filosofi di Harvard,
da Nelson Goodman a John Rawls. La convinzione di questi filosofi è che il marchio di garanzia
della conoscenza e dell’oggettività etica consista nella giustificazione razionale. Si tratta di
giustificare sulla base di ragioni condivisibili dagli altri in quanto nostri pari. È la pratica della
giustificazione che ci restituisce una visione oggettiva del mondo, piuttosto che la fiducia in
valori ultimi e assoluti. L’oggettività è dunque il risultato di un processo pubblico e condiviso,
ma che non conduce alla convergenza su una visione morale unitaria e assoluta. Anzi, arriva
sempre il momento in cui si deve dire ‘qui è dove la mia vanga si piega’.

https://www.academia.edu/23492382/Loggettività _di_fatti_e_valori._Un_ricordo_di_Hilary_P
utnam

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