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Su “La causazione” di David Lewis

Posted on marzo 26, 2015 by Giangiuseppe Pili | Leave a comment

Abstract

Questo articolo considera la teoria della causazione di David Lewis nella sua formulazione basilare di On
Causation (Lewis (1973)).
Questo articolo ha una valenza puramente introduttiva e non pretende di esaurire un argomento che il lettore è invitato
ad analizzare da solo nei dettagli e scartabellarsi un po’ di letteratura. La posizione di David Lewis è ormai un
caposaldo della teoria della causalità, nelle sue varie formulazioni. Ha avuto un grande impatto sul dibattito e, in
generale, nella filosofia. Basti considerare che anche in epistemologia, un campo notoriamente non impegnato forti
assunzioni metafisiche in senso stretto, analisi con echi lewisiano sono presenti. Per tutte queste ragioni On
Causation fa senza dubbio parte dei classici recenti del pensiero filosofico.
La teoria della causazione di David Lewis (1973) variamente ripresa e revisionata da Lewis stesso, è diventata una
posizione di massimo rilievo nella teoria della causalità.
Lo studio filosofico della causalità è indubbiamente uno dei più antichi (per un articolo si può vedere utilmente La
causalità deduttiva di Spinoza: analisi e storia di un concetto), nella misura in cui già Aristotele si riferiva alla
conoscenza del mondo in termini della conoscenza causale della natura degli eventi (egli distingueva quattro generi di
cause: formale, finale, materiale e efficiente). Ma in realtà almeno già in Platone possiamo trovare le tracce e, come
nota lo stesso Aristotele in Metafisica I,[1] i presocratici hanno indagato la natura nei termini di una nozione di causalità
unilaterale (cioè ognuno di loro rivendicava un’unica causa come spiegazione degli eventi naturali).

In età medioevale la teoria causale di Aristotele e la sua concezione della fisica continuavano a dominare. Fu con la
filosofia moderna che ci fu una svolta nello studio della filosofia della causalità. Hobbes (1641) e Spinoza
(1675) propongono un modello metafisico della causalità che non fa riferimento ad alcuna nozione di finalità, come
previsto nella fisica aristotelica. Mentre Locke (1690) critica l’idea di sostanza, egli riconsidera la nozione di causalità
all’interno di una teoria empirista-associazionista della causalità, che ancora considera la possibilità della mente di
conoscere con certezza la causalità del mondo esterno: nella posizione lockeana della causalità quest’ultima è una
relazione di eventi, le cui idee sono lo specchio. In altre parole, la mente è in grado di riconoscere le cause mediante il
riconoscimento di una particolare associazione di idee.
Una teoria più radicale in questo ultimo versante è quella di David Hume, secondo cui la nozione di causalità non è
altro che una particolare associazione di idee, collezioni di percezioni, tale per cui al comparire di un’idea  i compare
sistematicamente anche l’idea i2, sicché se i2 compare sempre successivamente a ie i e i2 sono di stessa tipologia e
dimensione, allora si può affermare che i e i2sono rispettivamente causa ed effetto l’una dell’altro. Per questa ragione
Hume non ritiene che la nozione di causalità sia più forte di una semplice tipologia di associazione di idee: si potrà dire
che se compare l’idea 1, è ragionevole supporre per l’esperienza accumulata nel passato che allora comparirà l’idea 2,
perché 1 è stata causa di 2 anche nel passato. Hume, quindi, suppone che al comparire di 1segue 2 a condizione che le
leggi che sono valse nel passato valgano anche nel futuro, cosa su cui nessuno potrà mai avere delle forti prove
empiriche (il famoso problema dell’induzione nasce da qua e in logica dell’induzione si parla di “induzioni humeane”,
per esempio in Varzi et. al. (2007)).

Immanuel Kant, che si riferisce a Hume


nei termini di colui che lo svegliò dai sogni dogmatici della metafisica, propone una visione della causalità che è parte
del sistema di ordinamento dei fenomeni da parte del soggetto trascendentale (cioè, un soggetto idealizzato che abbia
un’esperienza empirica se la rappresenta attraverso un sistema di categorie che include anche quella di causalità). In
questo senso Kant non si assume alcun onere metafisico sulla casualità, che anzi rifiuta, e situa la nozione di causalità
all’interno del nostro modo di costruire il fenomeno.

Infine, John Stuart Mill ha proposto un modello di casualità più articolato, che qui però non consideriamo. Infatti, la
posizione di David Lewis è una particolare versione del modello humeano della casualità.
David Hume propone due definizioni di causalità, ma una non la utilizza nella sua analisi. David Hume sostiene che una
causa a e un effetto b sono tali che se a non si verificasse, allora b non si verificherebbe a sua volta. Se non capitasse
che aallora neppure b si dà il caso che capiti. Questa nozione di causa si riferisce ad un controfattuale, cioè una
proposizione condizionale la cui verità è relativa ad un altro mondo possibile vicino ma non identico al mondo attuale,
in cui non si verifica un certo fatto e le relative conseguente di quel fatto, a differenza che nel mondo attuale.
Riprendiamo un esempio ormai canonico nella letteratura dei controfattuali. Mario ha davanti a sé una bottiglia. Egli
lancia una pietra e la bottiglia si rompe. Se Mario non avesse lanciato la pietra allora la bottiglia non si sarebbe rotta.
Questo è un enunciato controfattuale. Nel nostro mondo la bottiglia si è rotta proprio perché Mario ha lanciato la pietra
(“Mario ha lanciato la pietra” è vera nel nostro mondo, mentre è falsa nel più vicino mondo possibile in cui è vero il
controfattuale il che ha come conseguente “La bottiglia non si rompe”).
La teoria di David Lewis è una teoria controfattuale della casualità. Questa concezione è fondata sull’idea che tra due
eventi, tali per cui uno è l’effetto dell’altro, ci sia una particolare relazione. Se l’evento  a causa e allora esiste una
relazione caratterizzabile tra l’evento a e l’evento e, rispettivamente esprimibili nelle proposizioni A ed E. In questo
senso, prima di tutto, l’analisi di Lewis si focalizza sulla caratterizzazione del linguaggio incluso nella causalità, e solo
successivamente considera gli eventi relati causazionalmente. Su questi temi consiglio il video:
La teoria di Lewis si fonda su un’analisi dei controfattuali, legati alla nozione di causalità, relativa alla teoria dei mondi
possibili. L’idea è che un controfattuale è vero, se è vero nell’insieme di mondi possibili più vicino a quello attuale.
(1) “Se Mario non avesse lanciato la pietra, allora la bottiglia non si sarebbe rotta”
(1) è un enunciato vero i tutti i mondi in cui Mario non ha lanciato la pietra (sotto supposizione che nient’altro al di
fuori di Mario potesse in quel momento e in quella circostanza potuto rompere la pietra, cosa tutt’altro che scontata e
che costituisce uno dei problemi della teoria di Lewis, come si evince in Menzies (2001) e Weatherson (2014)). Il
controfattuale è, invece, falso se nei mondi possibili vicini a quello attuale la bottiglia non si sarebbe rotta oppure se la
bottiglia si sarebbe rotta anche se Mario avesse lanciato la pietra: il controfattuale è falso se è falso il conseguente
mentre è vero il conseguente.
Siccome si tratta di un argomento abbastanza ostico (assai, sappiatelo!), portiamo i seguenti casi:
1 Mondo Attualew1 (1) Mario lancia la pietra La bottiglia si rompe

2 Mondo possibilew2 Mario lancia la pietra La bottiglia non si rompe

3 Mondo possibile w3 Mario non lancia la pietra La bottiglia si rompe

4 Mondo possibile w4 Mario non lancia la pietra La bottiglia non si rompe

Il primo caso (w1) è quello del mondo attuale, mentre il caso di w 4 è il controfattuale. Si noti la differenza di 4 rispetto a
1, 2, 3. Rispetto a 1, 4 è il suo ribaltamento. Rispetto a 2, invece, 4 ci dice che se è vera l’asserzione, allora esiste una
relazione tra il lancio della pietra e la rottura della bottiglia e, per converso, tra l’astensione del lancio della pietra e la
rottura della bottiglia. Questa considerazione vale anche rispetto a 3. Si noti che se fosse vero 3 e non 4, il controfattuale
sarebbe falso (perché esso viola la condizione secondo cui il controfattuale è vero se è falso il conseguente ed è vero
l’antecedente allora il controfattuale risulta vero).
David Lewis vuole distinguere la sua teoria da quella regolarista, esprimibile nei termini classici canonici della teoria
humeana della causalità accennata sopra (per una esposizione della teoria di Hume si può vedere Pili (2009)). In
generale l’intuizione circa ogni teoria della causalità è che esista un ordinamento tra gli eventi di un mondo, sia esso il
mondo attuale (magari il nostro) o no, tale che questo ordinamento non sia (a) una successione causale e (b) che
l’ordinamento sia caratterizzato da relazioni tra le entità o eventi che si mantengono. In altre parole, la nozione di
causalità esclude un arbitrario ordinamento degli eventi e delle proposizioni mediante cui questi eventi vengono
espressi: David Lewis considera il problema della causalità in termini di proposizioni controfattuali vere o false.
Su questo punto vale la pena insistere un poco. Quanto fin qui detto sulla teoria di Lewis riguarda l’enunciazione di una
teoria che prende prima di tutto in considerazione la verità di enunciati, i controfattuali, che sembrano mostrare una
certa relazione di ordine tra eventi. Tuttavia, la teoria di Lewis è prima di tutto una teoria della verità delle proposizioni
caratterizzate in modo da manifestare una certa relazione. Ed è la caratterizzazione della relazione tra proposizioni a
fondare la teoria della causazione. Le assunzioni circa gli eventi sono demandate ad un secondo momento nell’analisi,
mentre Lewis prima di tutto analizza le condizioni di verità degli enunciati controfattuali e delle relazioni tra
proposizioni che manifestano certe proprietà che intuitivamente e nel senso comune attribuiremmo alla relazione di
causazione (che non coincide con ogni tipo di relazione causale. Su questo oltre e, comunque, Lewis è esplicito).
La teoria regolarista della causalità definisce una causa come un qualche membro o un insieme minimale di condizioni
attuali che sono congiuntamente sufficienti, date un insieme di leggi, tali per cui si determinano degli effetti (questa
formulazione della teoria regolarista è sostanzialmente ripresa da Lewis (1973)): se C è la proposizione che asserisce
che esiste un evento c, ed E è la proposizione che e esiste, allora c causa e secondo la teoria della regolarità solo se
(1) C e Esono vere e (2) per qualche insieme non vuoto J di regole e qualche insieme F di proposizioni vere di
particolari fatti, J e F congiuntamente implicano che Cimplica E benché F e J non implichinono E, e F non
implica C implica E. In altre parole, la teoria regolarista suppone che un effetto non sia semplicemente determinato
dalla presenza di un evento, ma lo è esclusivamente sulla base della presenza di leggi che sanciscano che in particolari
condizioni (l’insieme di proposizioni F) alla presenza di un evento c, secondo le leggi, si determina anchee. In questo
senso, le leggi non sono di per sé sufficienti a causare qualcosa, se non si presenta anche un certo evento.
Anche nella formulazione di Lewis, le leggi si applicano a proposizioni. Le proposizioni vere rappresentano le
condizioni in cui si trova un certo mondo, sicché, sulla base delle proposizioni vere, applicando le leggi di quel
mondo si ottengono delle proposizioni la cui verità dipende dalle proposizioni vere in quel mondo e dalle leggi valide in
quel mondo. Si suppone che la teoria sia nominata “regolarista” perché stabilisce che la relazione di causa sia vincolata
ad una nozione di regolarità (date le leggi del mondo, a partire da determinate condizioni – certe proposizioni vere – ne
seguono determinate altre condizioni – proposizioni vere in quel mondo).
La teoria di David Lewis, dunque, si fonda su una particolare analisi del linguaggio della causalità, nella misura in cui
egli non si riferisce che a proposizioni che esprimono l’esistenza di eventi tali per cui la relazione tra proposizioni
manifesta una certa relazione tra eventi. E’ per questo che egli parla di condizioni di verità per proposizioni
controfattuali ed è su questa nozione che egli basa la sua teoria.
Un enunciato controfattuale su possibili alternative sulle situazioni attuali è qualcosa di vagamente specificato in cui le
leggi del mondo attuale possono valere ma anche non valere. Le premesse o desiderata teorici da cui parte Lewis
possono essere così riassunti:
1. La sua teoria è impegnata solo sulla definizione della causazione tra eventi, così come questo si presenta alla
luce del senso comune.
2. Essa non si presenta come una analisi di ogni relazione causale, ma solo della nozione di causazione.
3. Lo scopo della teoria è quello di catturare un senso ampio e non discriminatorio del concetto di causazione.
4. Lewis limita la sua analisi ai mondi deterministici, cioè quelli in cui vale il determinismo così come lo
definisce: il determinismo è la condizione tale per cui sussistono delle leggi di natura tali che non si danno due
mondi possibili che sono esattamente simili su qualcosa che differisce successivamente e in cui quelle leggi
non sono mai violate.

La condizione (4) impone una restrizione sulla nozione di mondo attuale, visto che esso è assunto deterministico,
secondo le condizioni fornite in (4). Dato il fatto che la nozione di controfattualità si riferisce alla vicinanza o
lontananza dei mondi rispetto a quello attuale, la (4) non è una specifica innocente. Lewis opera questo ordinamento sui
mondi perché necessita di fissare le condizioni di verità per gli enunciati controfattuali. Dato il fatto che la loro verità
dipende dalla loro vicinanza con il mondo attuale, è inevitabile che vadano fornite delle condizioni che descrivano il
mondo attuale. Per questo egli fornisce una definizione deterministica del mondo, almeno rispetto al fatto che le leggi
valide in un mondo, posto il mondo come un insieme di proposizioni (condizioni su cui si applicano le leggi),
determinano le possibili implicazioni tra proposizioni e, quindi, forniscono una immagine degli eventi descritte da
quelle. Le restrizioni sulle relazioni e implicazioni tra proposizioni sono speculari ai vincoli tra eventi. In realtà la teoria
controfattuale potrebbe anche non prevedere un mondo deterministico e lo stesso David Lewis ha formulato una teoria
della causazione in mondi non deterministici (per riferimenti, si veda Menzies (2001)).
Secondo (4), se un mondo è deterministico allora le leggi che valgono al tempo tvalgono anche al tempo t2. Sicché se
due mondi sono simili e deterministici, non possono avere significative differenze rispetto alle leggi: se una legge vale
a t2allora la legge deve vale anche a tn. La teoria di Lewis, dunque, non si presenta come una teoria di ogni genere di
relazione ma solo di quella di causazione, che cerca di catturare la nozione di ʽcausaʼ nel senso comune, nel senso
specifico di una causa senza la quale l’effetto non si darebbe (cioè la causa dominante di una certa eventualità): la
bottiglia si è rotta perché Mario ha lanciato il sasso. In altre parole, quel che si vuole catturare è la causa che
principalmente ha determinato un certo evento, anche se la caratterizzazione di questo “principalmente” va considerata
come non definita.
Non è rilevante a fini teorici della causazione aggiungere ulteriori specifiche (ad esempio, nel caso considerato la
temperatura dell’ambiente, se essa non entra in gioco in modo rilevante nella spiegazione della rottura della bottiglia):
quello che la teoria vuole catturare è la presenza ʽdella causa forteʼ per cui un certo evento è venuto ad essere, in base
alla presenza di un evento che insieme alle leggi del mondo ha determinato un altro evento. Pur non essendo un esperto
di Lewis e di Leibniz, non sembra del tutto peregrino associare l’intuizione a fondamento della nozione di ragione
sufficiente di Leibniz all’idea di Lewis sulla nozione della ʽcausa forteʼ: il lettore non prenda questa considerazione in
modo troppo forte, ma solo come suggestione per indurre una possibile chiave per comprendere le due teorie.
La nozione di mondo vicino a quello attuale suppone una relazione di somiglianza tra mondi. Un mondo vicino a quello
attuale, definito sulla base di leggi valide nel mondo e proposizioni vere in quel mondo, è simile a quello attuale. La
relazione di somiglianza è considerata da Lewis come primitiva, cioè non definibile in termini più elementari. La
relazione di somiglianza è genericamente caratterizzata come una similarità tra mondi possibili.
Sulla base della nozione di vicinanza e della nozione di somiglianza è possibile discriminare i mondi in base ad una
relazione di maggiore o minare vicinanza. Infatti, un mondo possibile che differisse da quello attuale per una sola
proposizione, è molto più vicino a quello attuale rispetto ad uno in cui tutte le leggi del mondo sono diverse. Un
mondo a somiglia al mondo attuale w1 di più che un secondo mondo possibile b, a determinate condizioni. Sicché la
relazione di somiglianza coinvolge tre mondi (quello attuale e i due in relazione di somiglianza) e, dunque, si tratta di
una relazione a tre posti.
Lewis riconosce che la sua relazione di somiglianza è sostanzialmente vaga perché è vaga la stessa nozione di
somiglianza. Non si può fornire una caratterizzazione esaustiva della somiglianza, pena l’escludere molto di quanto
vorremmo farci rientrare. Inoltre, dato il fatto che un mondo è simile ad un altro in base alle leggi e alle proposizioni, ci
sono due ordini di somiglianza che vanno considerati: la somiglianza delle leggi e la somiglianza delle proposizioni. In
questo senso, Lewis stima più importante la somiglianza delle leggi piuttosto che quella delle proposizioni. Inoltre, il
peso della somiglianza tra mondi è in funzione dell’estensione delle differenze.
La relazione di somiglianza comparativa (comparative similitarity) deve rispettare due vincoli formali:
1. Deve essere un ordinamento debole tra due mondi, cioè un ordinamento in cui i collegamenti sono permessi e
qualsiasi mondo è comparabile con un secondo,
2. Il nostro mondo attuale deve essere vicino a quello attuale e la somiglianza del mondo attuale rispetto a se
stesso è la maggiore di ogni altra rispetto ad un altro mondo possibile per quanto vicino.
La (1) ci dice che l’ordinamento tra due mondi possibili include sempre la relazione di somiglianza e per questo è
richiesta che sia debole, perché non si dia il caso di una nozione rigida di somiglianza (e quindi precisa, non vaga. E ciò
sarebbe in contrasto con l’assunzione che la nozione di somiglianza è intrinsecamente vaga, dato che lo è la nozione
generale di somiglianza). La (2) impone che la massima somiglianza di un mondo è quella che esso ha con se stesso
(evidentemente): la (2) impone un limite inferiore rispetto alla nozione di somiglianza, mentre la (1) impone un limite
superiore (in cui di fatto non c’è un vero e proprio limite, si può supporre che esista sempre un mondo possibile più
simile a quello attuale rispetto ad un altro).
Poste due proposizioni A e C, A implica controfattualmente C solo se se A fosse vera allora sarebbe vera C. Questo si
esprime, in genere, così:
A □→ C
Dove “□→” è il simbolo convenzionalmente utilizzato per indicare il controfattuale. Forniamo adesso una definizione
verocondizionale per “□→”:
Operatore □→
A □→ C è vera rispetto a un mondo w solo se
1. Non c’è alcun mondo A-mondo (in cui A □→ C è vacua),
2. esiste qualche A-mondo in cui C mantiene la sua vicinanza al mondo w ed esiste qualche A-mondo in cui C non
mantiene la sua somiglianza.[2]
“In other words a counterfactual is nonvacuosly true iff it takes less of a departure from actuality to make the
consequent true along with the antecedent than it does to make the antecedent true without the consequent” (Lewis
(1973), p. 560). Va da sé che questo trattamento dell’operatore □→ ricorda molto la semplice implicazione materiale
classica in cui l’implicazione è vera se l’antecedente è falso o se il conseguente è vero, solamente qui si considera una
semantica su mondi possibili. Quindi, in questi termini, il controfattuale è vero a condizione che sia falso l’antecedente
e non si dia il caso che l’antecedente sia vero senza che lo sia anche e il conseguente.
La dipendenza controfattuale è definita da alcune condizioni:
2. A1, A2… è una famiglia di possibili proposizioni,
3. C1, C2… è una famiglia di possibili proposizioni,
III. Se tutti i controfattuali S A1□→C1, A2□→C2 tra le proposizioni corrispondenti delle due famiglie di possibili
proposizioni sono veri,
__
IV C è dipendente controfattualmente da A.
La definizione di dipendenza controfattuale, definita dalle condizioni (I-IV) ci dice che due una famiglia di
controfattuali dipende da un’altra se ciascuna proposizione della famiglia è controfattualmente dipendente dalla
proposizione corrispondente dell’altra. In questo senso, la strategia di Lewis è quella di sovradeterminare la causazione
a partire da una generalizzazione: poste due famiglie di proposizioni, se tutti i controfattuali formulati sulla base delle
due famiglie (con tutti gli antecedenti in una famiglia e tutti i conseguenti nell’altra famiglia senza darsi il caso di
controfattuali ottenuti con sole proposizioni di una sola famiglia) sono veri, allora la seconda famiglia dipende
controfattualmente dalla prima.
A questo punto possiamo considerare la dipendenza tra eventi. Innanzi tutto, questa dipendenza può essere
semplicemente analizzata nei termini di una dipendenza controfattuale. L’argomento di Lewis è il seguente:
Argomento della dipendenza (AOD)
I. Per qualsiasi possibile evento e corrisponde una proposizione O(e) e O(e) vale in tutti e soli quei mondi
dove e occorre.
II. O(e) è la proposizione secondo cui e occorre,
III. La corrispondenza di eventi alle proposizioni è una a una,
__
IV. La dipendenza controfattuale tra eventi è semplicemente una dipendenza controfattuale tra proposizioni
corrispondenti.
L’argomento, ripreso da Lewis (1973), mostra in modo compiuto quanto si diceva prima. L’analisi fondamentale della
teoria della causazione di Lewis è una teoria che si interroga circa le condizioni di verità dei controfattuali in quei casi
in cui la controfattualità riguarda la relazione di causazione. Infatti, Lewis riconosce che non ogni relazione causale è
una relazione di causazione e che la relazione che egli intende investigare è quella che può esprimersi mediante l’analisi
dei controfattuali in questo senso.
Per (AOD) due famiglie di eventi A e B sono controfattualmente dipendenti solo se c’è una dipendenza controfattuale
tra le famiglie di proposizioni corrispondenti: se O(A) □→ O(B) è vero, allora per ogni a in A e b in B si dà il caso
che a □→ b sia vero e non si dà il caso che per un x in A e un y in B x □→ y sia falso.
Veniamo, a questo punto, al termine dell’analisi e di questo articolo. La nozione di causazione vera e propria è definita
come una dipendenza tra eventi:
(CE) Se c e e sono due eventi attuali, ed e non occorrerebbe senza c, allora c è causa di e.
La causazione è una relazione transitiva di eventi. Questo motiva il fatto che la relazione di causazione può essere
pensata come ad una sezione di una più lunga catena causale, nella misura in cui si considera causa di  c l’evento a, a
condizione che non si dia il caso che b senza a e c senza b, quindi c senza a. Dato il fatto che la relazione di causa non è
necessariamente transitiva (si badi bene: considerando che esista sempre una causa forte…), allora non ogni relazione di
causa è una causazione (il battito di farfalla fantomatico a Pechino che determinerebbe a New York la pioggia anziché il
sole non andrebbe considerato come una ʽcausa forteʼ ed è discutibile considerarla come tale anche qualora
effettivamente assolva un ruolo nello scatenarsi della pioggia a New York). Per tanto, secondo Lewis, un evento è causa
di un altro solo se c’è una catena causale che conduce dal primo al secondo. La causazione, invece, è un sottoinsieme
della relazione causale ed è esclusivamente definita dalla condizione (CE).
Prima di concludere questo saggio introduttivo alla teoria della causazione secondo controfattuali di Lewis, sia detto che
la relazione di causazione prevede un’asimmetria temporale. Secondo Lewis è intuitivo ritenere che nel mondo attuale
la causa preceda l’effetto e non si dia il caso che l’effetto venga prima della causa. Ricordando le considerazioni circa le
nozioni di somiglianza e vicinanza tra mondi, dato il fatto che l’asimmetria temporale è una caratteristica della
causazione nel nostro mondo, rispetto a quanto sembra emergere a livello intuitivo nel senso comune, bisogna assumere
che anche ogni mondo possibile vicino al nostro mantenga tale caratteristica. Lewis considera il problema in un suo
articolo successivo, qui ci basti considerare quanto detto da Peter Menzies (2001):
What constitutes the direction of the causal relation? Why is this direction typically aligned with the temporal direction
from past to future? In answer to these questions, Lewis (1979) argues that the direction of causation is the direction of
causal dependence; and it is typically true that events causally depend on earlier events but not on later events. He
emphasises the contingency of the latter fact because he regards backwards or time-reversed causation as a conceptual
possibility that cannot be ruled out a priori. Accordingly, he dismisses any analysis of counterfactuals that would
deliver the temporal asymmetry by conceptual fiat.
Lewis’s explanation of the temporal asymmetry of counterfactual dependence is based on a de facto asymmetry about
the actual world. He defines a determinant for an event as any set of conditions jointly sufficient, given the laws of
nature, for the event’s occurrence. (Determinants of an event may be causes or traces of the event.) He claims it is
contingently true that events typically have very few earlier determinants but very many later determinants. As an
illustration, he cites Popper’s (1956) example of a spherical wavefront expanding outwards from a point source. This is
a process where each sample of the wave postdetermines what happens at the point at which the wave is emitted. He
says the reverse process in which a spherical wave contracts inward with each sample of wave predetermining what
happens at the point the wave is absorbed would obey the laws of nature but seldom happens in actual fact.
La teoria di David Lewis è una teoria di una particolare relazione tra proposizioni, che considera anche la relazione tra
eventi, ma solo successivamente alla caratterizzazione generale del linguaggio che esprime gli eventi. La semantica di
riferimento è quella dei mondi possibili, a cui Lewis stesso ha dedicato celebri lavori. In On Causation secondo
caratterizzazione della nozione di causazione emerge che Lewis considera la causazione come una relazione tra
proposizioni tale che sia espressa mediante un controfattuale, dalla forma generale X □→ Y, dove X e Y stanno per
proposizioni o famiglie di proposizioni, e il cui valore di verità è considerato rispetto ai mondi possibili più vicini al
nostro (valutati in funzione della somiglianza). In questo senso, la causazione di Lewis è una relazione a due posti,
valutata in funzione del mondo attuale e dei mondi possibili vicini, è una relazione transitiva e asimmetrica dal punto di
vista temporale. Si faccia caso che secondo la teoria regolarista (antelitteram) di David Hume consideri proprio
l’asimmetria temporale come una delle discriminanti distintive della causa dall’effetto.
La teoria di David Lewis è tutt’ora considerata una delle teorie principali della causalità, e ha avuto un grande impatto
nel mondo filosofico anche rispetto al trattamento delle proposizioni controfattuali, che hanno avuto uno studio
approfondito a seguito della spinta di Lewis. In fine, i problemi della teoria di Lewis sono diversi e non li
considereremo qui. Essi si fondano sia sul problema di come considerare i casi di cause forti che cambiano in base a
come noi consideriamo il caso specifico (in un caso la temperatura dell’aria può davvero rompere la bottiglia più che il
lancio della pietra e forse la fantomatica famigerata farfalla potrebbe considerarsi a seconda delle circostanze la causa
del nubifragio newyorkese), sia sul problema del trattamento dei casi di epifenomenia e prelazione.
Ad ogni modo, valga questo articolo come un primo approccio per tutti coloro che sono totalmente avulsi dalla
conoscenza della letteratura principale, che invitiamo ad approfondire individualmente, l’unico modo in filosofia per
pervenire ad un’idea chiara e distinta. Il lettore può leggere utilmente la bibliografia ragionata per ulteriore materiale e
costruirsi così un suo percorso. Per i più curiosi sia detto che la teoria dei controfattuali è entrata anche nella letteratura
epistemologica grazie alla teoria della track-theory di Robert Nozick, dimostrando come la strategia dei controfattuali
sia in sé assai feconda. Si faccia caso alle diverse somiglianze che emergono dai due trattamenti.

Bibliografia ragionata

Aristotele, Il libro primo della metafisica, A cura di Enrico Berti, Laterza, Bari-Roma.
[Testo fondamentale in cui Aristotele enuncia la sua teoria quadripartita della causalità, secondo la canonica distinzione
tra causa formale, efficiente, materiale e finale degli eventi].
Hobbes T., (1641), Leviatano, Laterza, Roma-Bari.
[Testo classico in cui si enuncia la prima teoria empirista della causalità della modernità. Si tratta di un testo poco citato
rispetto alla letteratura sulla causalità ma ciò nondimeno costituisce il punto di partenza per le riflessioni di John Locke
e David Hume]
Hume D., (1745), Trattato sulla natura umana, Bompiani, Milano.
[Testo fondamentale della storia della filosofia in cui David Hume critica ogni concezione sostanzialista della causalità
e fonda le basi per la teoria regolarista e per la teoria controfattuale di David Lewis]
Kant I., (1787), Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari.
[Classico della tradizione che considera la nozione di causalità nei termini di una delle categorie del soggetto
trascendentale. Kant riprende e rielabora la critica di Hume alla nozione di causa]
Lewis D., (1973), “On Causation”, Journal of Philosophy, Voll. 70.
[Il testo fondamentale di David Lewis sulla teoria controfattuale della causazione]
Locke J., (1690) Saggio sull’intelletto umano, Laterza, Roma-Bari.
[Classico del pensiero filosofico moderno si considera la relazione causale come una associazione di idee che rispecchia
la relazione che intercorre tra eventi. L’idea fondamentale è che la mente sia lo specchio della realtà, che riesce a
ricostruire mediante una particolare relazione tra idee. E’ il testo che si considera fondamentale per la successiva analisi
humeana della causalità]
Nozick R., (1981), Philosophical Explanations, Cambridge (MA), Belknap press.
[Si tratta del lavoro da cui abbiamo tratto questo articolo, cioè la ricostruzione della posizione di Robert Nozick in
epistemologia e del suo contributo in termini concettuali. Invitiamo i lettori a leggere questo lavoro perché si tratta di un
importante contributo alla disciplina i cui spunti teorici sono e rimangono fecondi, sia in termini propriamente tecnici
(come si vede anche da Alvin Goldman e Ernest Sosa) che di idee. Soprattutto dà un’idea dei pregi (precisione, rigore,
analisi concettuale, importanza dei controesempi…) e difetti (grande astrattezza concettuale, difficoltà a trovare
riscontri nel senso comune…) della disciplina di per sé tecnica ma assolutamente importante]
Menzies P., (2001), “Counterfactual Theories of Causation”, Stanford Encyclopedia of Philosophy,
http://plato.stanford.edu/entries/causation-counterfactual/#Lew197CouAna
[Testo specifico di analisi delle teorie dei controfattuali nella causazione di Lewis. In questo articolato e accurato
articolo si prendono in considerazioni i punti salienti della teoria di Lewis, le varie caratteristiche, i problemi,
controesempi e raffinamenti. Assolutamente consigliato a chiunque voglia farsi un’idea del dibattito sui temi e problemi
della teoria di Lewis]
Pili G., (2011), “La causalità deduttiva di Spinoza. Analisi e storia di un concetto”, www.scuolafilofica.com,
http://www.scuolafilosofica.com/488/la-causalita-deduttiva-di-spinoza-analisi-e-storia-di-un-concetto
Pili G., (2009), “Modelli dell’individuo liberale”, Università Degli Studi di Siena, Tesi di triennale.
[Tesi di laurea in cui vengono considerati i tre cardini del pensiero empirista nelle sue varie declinazioni (teoria della
conoscenza, teoria morale, teoria politica). Gli autori considerati sono i principali della tradizione empirista: Thomas
Hobbes, John Locke e David Hume. Alcuni accenni anche a Berkeley sono stati considerati necessari. In questo lavoro
vengono costruiti i modelli in base agli assunti di fondo dei tre filosofi empiristi. In fine si considera una disamina
critica e comparativa]
Spinoza B., (1675), Etica Dimostrata con metodo geometrico, Editori Riuniti, Roma.
[Uno dei lavori più importanti e rigorosi dell’intera storia della filosofia. In questo libro Spinoza considera una
particolare forma della causalità, quella che in Pili (2009) viene nominata “causalità deduttiva”, che ha indubbiamente
una qualche affinità con alcune intuizioni della teoria dei controfattuali, per quanto Spinoza non consideri l’esistenza di
più mondi possibili ma solo di uno. Per quanto non considerato nella sua piena portata, il lavoro di Spinoza costituisce
un modello non canonico alla teoria della causalità]
Varzi, Nolt, Dennis, (2007), Logica, McGraw-Hill.
[Testo introduttivo di logica formale in cui compare una analisi della logica della causalità e i tipi di argomenti che si
considerano al suo interno. Consigliato come lettura introduttiva, ma molto chiara e rigorosa]
Weatherson B., (2014), “David Lewis”, Stanford Encyclopedia of Philosophy, http://plato.stanford.edu/entries/david-
lewis/
[La figura di David Lewis ricostruita in un eccellente lavoro della Stanford Encyclopedia of Philosophy. Si consiglia la
parte relativa alla teoria dei controfattuali].
[1] Uno dei testi migliori della nostra tradizione.
[2] Traduzione mia da Lewis (1973), p. 560.

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