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Maurizio Ferraris

Realismo positivo

Bonn, 13 giugno 2013

Pubblichiamo il prologo di “Realismo positivo” di Maurizio Ferraris (Rosenberg & Sellier, dal 29
novembre in libreria). Il volume anticipa per il lettore italiano alcuni temi del monumentale studio
“Emergence, Normativity, and Totality”, a cui Ferraris sta lavorando nel centro di studi avanzati
del Käte Hamburger Kolleg  “Recht als Kultur” (Bonn).

Robusto, indipendente, ostinato, il mondo degli oggetti che ci circondano, ma anche dei soggetti
con cui interagiamo, non si limita a dire di no, a opporre resistenza come per dire “ci sono, sono
qui”. Con lo stesso gesto con cui resiste, ci offre l’accesso alla massima, e unica, positività a nostra
disposizione, allo sfondo tutt’altro che amorfo, ma anzi ricco e strutturato, da cui prendono avvio la
sensazione, l’immaginazione, il pensiero, il ricordo, l’attesa, il timore e la speranza. E soprattutto
dispiega lo spazio della possibilità, d’accordo con il detto di Amleto per cui ci sono più cose fra la
terra e il cielo di quante ne sognino le nostre filosofie. Riflettendo su sei parole, Invito, Resistenza,
Oggetti, Realismi, Finzione e Possibilità, cerco di mettere a fuoco – in modo del tutto preliminare –
i caratteri di questa positività su cui tutti facciamo affidamento, ma su cui non riflettiamo mai, al
punto che si presenta come un autentico rimosso di una filosofia che sembra interessarsi moltissimo
al pensiero ma ben poco al mondo.
Il punto da cui prendo avvio è, in estrema sintesi, un esperimento mentale. Facciamo epoché,
sospendiamo per un momento la rivoluzione copernicana di Kant, per seguire – fin dove è possibile
– l’ipotesi secondo cui la coesistenza e l’interazione di esseri diversi nel mondo dipende anzitutto
dalle proprietà di questi ultimi, e non dagli schemi di un io penso ordinatore che si vedrebbe
caricato di una responsabilità iperbolica. Insomma, se vogliamo fare una rivoluzione copernicana,
facciamola davvero. E invece di mettere l’uomo al centro dell’universo, come ha fatto Kant,
trasformiamolo nello spettatore secondario di un mondo molto più vecchio e molto più grande di
lui. Risvegliarsi dal sonno del trascendentalismo – o almeno turbarlo con un sogno filosofico – non
significa affatto sposare un realismo ingenuo,  che identifica l’esperienza con la realtà, o con un
realismo metafisico, che concepisce la mente come lo specchio della natura. È, al contrario, un
gesto decostruttivo: se la decostruzione è la capacità di mettere in discussione la doxa, il
pregiudizio, la ragion pigra, allora – dopo due secoli buoni dominati dal refrain secondo cui il
linguaggio, la storia, i concetti modellano il mondo – si tratta di fare l’esercizio inverso.
Riconoscendo certo che questa autonomia (e spesso antinomia) del mondo rispetto ai nostri apparati
percettivi si manifesta come una negatività, come una resistenza e un ostacolo. Ma senza
dimenticare che è non meno comune l’esperienza secondo cui il mondo può assecondarci senza che
sia necessario mobilitare onerose risorse concettuali, offrendoci appoggi, appigli, inviti, risorse. E
soprattutto acquistando la consapevolezza che comunque, tanto nell’ostacolarci quanto
nell’assecondarci, il mondo si dà come positività, come ricchezza, come offerta di oggetti che
rivelano una grana ben più fine di quanto non la abbiano i concetti con cui cerchiamo di misurarli.
Con “positività” intendo semplicemente questo: il mondo, notava giustamente Kant, non è pensabile
se non come una idea regolatrice, che contiene la totalità di tutti gli enti, ma non potremo mai avere
una esperienza diretta del mondo, che è un oggetto davvero troppo grande perché ciò sia possibile.
Questo elemento, però, suggerisce una prima positività a cui Kant non sembra aver pensato: la
circostanza per cui, pur superando i nostri schemi concettuali e apparati percettivi, il mondo si dia, è
la prova evidente del fatto che i nostri schemi e concetti non possiedono alcun valore costitutivo
rispetto al mondo, ma, semmai, il loro valore è soltanto conoscitivo. Hanno insomma una portata
epistemologica, non ontologica. Questa è del resto una esperienza molto comune: nasciamo
(“veniamo al mondo”) in un mondo che ci preesiste da tempi immemorabili, e moriamo con la
precisa consapevolezza del fatto che questo mondo è destinato a esistere per moltissimo tempo dopo
di noi.
Qui incontriamo il senso di una seconda positività: che l’essere sia, che ci siano cose nel mondo, è
anzitutto un carattere degli oggetti, e non dei soggetti, come viceversa ha preteso molta filosofia
degli ultimi secoli. Si obietterà – ne discuteremo più avanti – che questa filosofia non ha mai negato
l’esistenza di un mondo “lì fuori”, e spesso è vero. Ha fatto di peggio. Si è immaginata un mondo
senza forma, qualità, proprietà, una pasta malleabile per i soggetti, capaci di dar valore alle forme,
di attribuire significati, di escogitare usi. Ora, se il soggetto (che nei casi migliori è ben consapevole
della propria inettitudine e limitatezza, della propria stupidità o della propria mancanza di
immaginazione, memoria e cultura) è capace di tanto è anzitutto perché le forme, i significati e gli
usi sono in larghissima parte già presenti nel mondo, e aspettano soltanto di venire evocati da un
umano o da un animale.
E questa è la terza positività del reale, quella ad esempio a cui si richiama Putnam quando sostiene
che il significato non è nella testa, ma è nel mondo[1]: l’acqua della Terra Gemella immaginata nel
suo esperimento mentale, con una composizione chimica XYZ, non è acqua, anche se i nativi
credono che lo sia. Con le pagine che seguono vorrei trasferire questa considerazione
dall’epistemologia all’ontologia: visto che le proprietà delle due acque, a prescindere dalla
composizione chimica, sono uguali, allora c’è un senso ancora più forte per cui il significato è nel
mondo. Tanto H2O quanto XYZ invitano a bere, a bagnarsi, suggeriscono una direzione d’uso, sia
per gli umani (che a un certo punto, grazie all’epistemologia, scopriranno che non si tratta dello
stesso liquido) sia per degli esseri non umani che verosimilmente non lo sapranno mai. E questo
non vale solo per esperienze fisiche: il modo in cui il valore o disvalore morale, o la bellezza, si
fanno avanti, è chiaramente qualcosa che viene fuori da noi, che ci sorprende, ci colpisce e vale solo
perché viene dall’esterno, altrimenti non sarebbe che una immaginazione. Ma veniamo alle parole-
chiave.
La prima è invito. Il mondo manifesta una direzione d’uso, un senso di scorrimento, ci chiama, ci dà
delle possibilità e delle positività, ci offre qualcosa che è dato, e non meramente pensato. Dopotutto,
è il rovescio del pragmatismo, che ha avuto il merito di insistere sul fatto che il nostro rapporto con
il mondo non è solo cognitivo, ma comporta una azione, una disponibilità da parte del soggetto, che
non si limita a contemplare, ma sfrutta risorse, cerca soluzioni, trasforma situazioni. Se tuttavia
questa azione è possibile, dipende dal fatto che è anzitutto la realtà a chiamarci: non dimentichiamo
che l’italiano “cosa” deriva dal latino “causa”, e che il greco per “cosa” è “πράγμα”, da cui vengono
“prassi”, “pragmatica”, “pragmatismo”. Banalmente (e non si sopravvaluterà mai la ricchezza e la
profondità di questa banalità), una maniglia invita a essere afferrata, con una proprietà che non è nel
soggetto, ma nell’oggetto. Ed è difficile non riconoscere una faccia in una casa con la porta al
centro e due finestre su quella che (con la stessa inevitabilità con cui si parla di “collo di bottiglia” e
“gamba del tavolo”) si chiama “facciata”. Possiamo non volerlo, possiamo non pensarlo, ma è così,
è più forte di noi, perché l’iniziativa sta nell’invito che viene dall’oggetto, che non è un supporto
docile e amorfo, ma un luogo in cui si concentrano qualità, quantità, forme, proprietà e – soprattutto
– possibilità.
E con questo veniamo alla seconda parola, resistenza. Le possibilità e positività non dipendono
dalla potenza del soggetto, né meno che mai del pensiero, ma, proprio al contrario, dal fatto che il
mondo è riottoso alla nostra volontà, esercita un attrito. Ma, anche in questo caso, c’è un punto che
non può essere trascurato: la resistenza, che viene soggettivamente percepita come una negatività (il
mondo non corrisponde alle nostre aspettative), è in effetti la massima fonte di positività, ossia ciò
che distingue la realtà dalla immaginazione. La prima manifestazione di esistenza è la resistenza, la
scontrosa incorreggibilità del reale, che si manifesta anzitutto, ma non esclusivamente,
nell’esperienza sensibile. Se le cose stanno in questi termini, il primo principio su cui costruire la
nostra filosofia, così come il nostro rapporto con il mondo, non è “ego cogito, ego sum”, ma “esiste,
dunque resiste”. Perché, dopotutto, anche il cogito manifesta la propria esistenza attraverso una
resistenza: se si può offrire come una certezza di esistenza è proprio perché appare a se stesso come
un dato, come qualcosa che incontriamo nella nostra esperienza psichica e che non possiamo
modificare a piacere.
La terza parola, “oggetto” – anzi, oggetti, visto che la sfera dell’oggettualità è costitutivamente
plurale – richiede qualche riga in più. Affinché la positività si faccia avanti, è necessario che a
rivolgere l’invito sia un oggetto reale. Questo non vale solo per gli oggetti naturali, ma anche per gli
oggetti sociali, per gli oggetti ideali, per gli artefatti, per i sentimenti e per gli eventi. Ovviamente,
quando un fisico indaga le proprietà della materia, sta esaminando appunto la materia, e non la
propria mente, e un matematico alle prese con un teorema non si sta sottoponendo a una seduta di
autocoscienza. Quanto poi alla circostanza per cui gli oggetti sociali, come le leggi o l’economia,
risultino dipendenti dagli uomini, non comporta che siano privi di mistero. Se dalla generica
astrazione “uomo” veniamo alla molteplicità degli uomini e, soprattutto, degli oggetti sociali che
questi ultimi (e oggi una moltitudine di apparati elettronici) producono incessantemente, vediamo
quanto poco sia vero il detto vichiano secondo cui la società è trasparente perché è opera umana. Le
sorprese che ci riservano molti documenti, il potere che esercitano sui soggetti anche al di là delle
intenzioni di questi ultimi, la possibilità – immanente a ogni forma di scrittura – di avviare
automatismi indipendenti dalla volontà di chi li ha generati, sono altrettante testimonianze di quanto
imprevedibili siano gli oggetti, anche quando dipendono dal mondo sociale per la loro genesi (nel
caso degli artefatti) ed esistenza (in quello degli oggetti sociali).
La quarta parola è “realismo”, anzi, anche qui, realismi, al plurale, perché anche le teorie sono
oggetti, dunque non solo ci sono molti realismi (e nuovi realismi), ma ognuno di noi può essere
realista su determinate famiglie di oggetti e antirealista su altre, giacché non sembra una buona
strategia porre favole, leggi e terapie sullo stesso piano. Nella prospettiva che difendo, in
particolare, il realismo nei confronti degli oggetti sociali è più debole rispetto a quello nei confronti
degli oggetti naturali o degli artefatti concreti, giacché riconosce che gli oggetti sociali abbisognano
di soggetti non solo per la genesi ma anche per la persistenza: con la scomparsa dell’umanità le
montagne resterebbero quello che sono, ma scomparirebbero le tasse, le vacanze e gli ambasciatori.
Ora, questa non sarebbe certo la prospettiva di un “realista speculativo” come Graham Harman, e
nemmeno di un “realista trascendentale” come Markus Gabriel, sui quali tornerò nel corso del libro,
per i quali tutto – dagli oggetti fisici agli oggetti sociali – esiste allo stesso titolo. Segno evidente dal
fatto che il realismo è un campo aperto, una sfera di positività, cioè appunto tutto il contrario di un
pensiero unico.
La quinta parola è finzione: l’invito del reale è tale da innervare di sé anche la finzione. Questo, a
mio avviso, è l’aspetto cruciale nei rapporti tra finzione e realtà, molto più di quanto non lo sia il
punto su cui sempre si insiste, e cioè che la realtà è intrisa di finzione, o addirittura che  – o
dall’origine del mondo oppure solo nella nostra epoca – le due nozioni risultino indistinguibili.
Anche qui, sospendiamo almeno per un po’ i discorsi sull’estetizzazione del mondo e sulla fiction
che si impadronisce della realtà, e poniamoci un semplice interrogativo: quale romanziere avrebbe
potuto prevedere la guerra dei trent’anni, la carriera politica di Talleyrand, la strategia di Kutuzov o
l’invenzione del Web? Anche in questo caso, i significati vengono dal mondo, e non dai soggetti. È
certo ovvio che in questo affiorare dei significati abbiamo a che fare anche con i soggetti implicati
negli eventi storici, ma il modo in cui Kutuzov ha gestito la sua strategia era il risultato di una
miriade di circostanze, proprietà, oggetti e soggetti presenti nel mondo, e che mai la testa di Tolstoj
sarebbe stata in grado di immaginare. Del resto, anche gli studi sulle psicosi dimostrano come le
ideazioni deliranti siano, a dire degli stessi malati, costituite semplicemente da una ricomposizione
di tasselli di realtà, proprio del senso di cose viste vissute percepite, ridotte a frammenti e poi
ristrutturate. Dopotutto, è proprio quello che sosteneva Lacan[2] affermando che le allucinazioni
sono il reale puro, non compromesso con il simbolico: quanto dire, il reale con la sua autonomia e la
sua struttura, molto prima che faccia ingresso il soggetto.
Non dovrà sorprendere, allora, che l’ultima parola sia possibilità. Da che cosa deriva l’apertura al
possibile se non dal contatto con il reale? Lo aveva visto bene Kant: ci si chiede se il possibile sia
più ampio del reale, e si risponde che sì, deve esserlo, perché il reale chiede una determinazione in
più del possibile, l’esistenza. Così ragionano i leibniziani, ma hanno torto, perché, osserva Kant,
esiste soltanto il reale. Sembra poco, sembra ovvio, in realtà è moltissimo. Proprio perché esiste
soltanto il reale, ogni momento della nostra vita è attraversato dalla possibilità, e
dall’immaginazione che ce la rappresenta. Questa risorsa sembra accompagnarci per tutta la vita, e
non ci abbandona neanche alla fine. Chi ha assistito al trapasso di molte persone assicura che  nelle
agonie, se il morente parla, si riferisce sempre a cose reali, a oggetti e ad azioni: a lavatrici da fare, a
fiori da innaffiare, a pneumatici da cambiare. O a galli da restituire, come nel caso di Socrate, le cui
ultime parole, che Nietzsche considera “ridicole e terribili” e interpreta rocambolescamente come
“O Critone, la vita è una malattia!” sono “Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio, dateglielo, non
ve ne dimenticate”[3].

NOTE

[1] Cfr. Hilary Putnam, “The meaning of ‘meaning’”, in Id., Mind, Language and


Reality.  Philosophical Papers, vol. 2., Cambridge, Mass.,  Cambridge University Press 1975, pp.
215-271; il riferimento al significato nel mondo è a p. 227.
[2]
 J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi (1955-1956), trad. it. Torino, Einaudi 1985.
[3] Fedone, 118 a.

http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/12/02/prologo-a-realismo-
positivo/

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