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I MODELLI DEL SERVIZIO SOCIALE

Introduzione
Il libro ci illustra uno strumento in grado di riunire e mettere a confronto vari modelli e prospettive teoriche
del servizio sociale. Che cosa sono i modelli teorici? Sono un insieme di conoscenze organizzate fra di loro
che rendono più chiare a un professionista il modo in cui dovrebbero operare sul campo, in base al tipo di
intervento che si ha davanti.
Le teorie vengono mutate dalla psicologia e sociologia, ci aiutano a comprendere il cambiamento dei
comportamenti individuali, organizzativi e sociali, oltre a questo ci aiutano a comprendere anche la natura e
le varie dinamiche dei problemi che si cercano di risolvere.
Quando si parla di servizio sociale bisogna travasare i concetti nella pratica professionale in relazione allo
specifico impianto etico e metodologico. Per questo abbiamo i modelli teorico-operativi, partono da precise
teorie esplicite che sono in grado di orientare la valutazione e gli interventi dell’assistente.

CAP. 1 LE TEORIE NEL SERVIZIO SOCIALE


1.2 Tipi di conoscenza nella pratica professionale
Drury Hudson definisce la conoscenza dell’assistente sociale come il risultato dell’accumulo di informazioni
e concetti teorici e operativi. Si traducono in azioni che derivano da un mix di sapere, saper fare e saper
essere. Il “sapere” come conoscenze teoriche e metodologiche. il “saper fare” è il know-how, la
competenza, un sapere agito. Il “saper essere” sono atteggiamenti che orientano il comportamento del
professionista in uno specifico contesto lavorativo e in relazione con valori e al codice deontologico.
Hudson ci aiuta a distinguere i diversi tipi di conoscenza:
conoscenza personale: agisce all’interno di un ruolo professionale, è un mix di intuizione e
interpretazione soggettiva dei valori culturali e del senso comune del contesto in cui vive.
costituiscono un esempio le regole di buona educazione e di comportamento.
tanto più la conoscenza si basa sul senso comune e sull’intuito, tanto più sarà diversa da quella di
una persona dotata di senno e di esperienza.
conoscenza teorica: lo studio continuo di teorie aiuta a descrivere, comprendere o predire
determinati fenomeni. le teorie sono utili anche all’analisi del funzionamento e delle dinamiche dei
contesti organizzativi all’interno dei quali lavoriamo.
conoscenza empirica: fondamentale per l’evoluzione della teoria e per la verifica degli esiti della
pratica. Possiamo dire che è il risultato di processi di ricerca che si basano da dati sull’attività del
servizio sociale. Necessaria per conoscere la natura e le dinamiche dei problemi e anche per valutare
decisioni e risultati.
conoscenza pratica: attraverso il lavoro si sperimenta la pratica e la capacità dell’assistente sociale
di integrare gli apprendimenti teorici e metodologici e tradurli in una serie di decisioni e azioni.
Applicare le conoscenze in pratica dipende dalla capacità di contestualizzare ciò che conosciamo in
riferimento a casi concreti e consistono nella presa di decisione che consentono l’azione. Si forma
cosi una sorta di saggezza che deriva dall’esperienza.
conoscenza procedurale: la conoscenza procedurale è quella che si apprende nell’organizzazione,
che costruisce le prassi organizzative e di lavoro e ci rende chiaro come muoverci nell’istituzione e
al di fuori.
1.2.1 Logica e intuito
Diversi autori hanno ripreso concetti introdotti da Michael Polanyi utili a comprendere la differenza tra
conoscenza tacita ed esplicita dei professionisti.
Si tratta di 2 modi di conoscere generati da diversi approcci alla conoscenza e all’interpretazione della
realtà:
La conoscenza tacita fa riferimento a una serie di processi a livello intuitivo e implicito.
Noi conosciamo molto di più di quello che possiamo esprimere.
La conoscenza esplicita viene invece attivata su base logica e agisce a livello di consapevolezza.
Sono i teorici dei processi duali (Evans) a spiegarci come nelle nostre valutazioni siano continuamente attivi
due differenti sistemi cognitivi:
Il sistema 1 raccoglie i processi intuitivi e automatici. È in grado di dare risposte veloci e
automatiche, guidate dall’intuizione. Questo non richiede riflessioni. Le operazioni sono più veloci e
intuitive.
Il sistema 2 raccoglie i processi analitici e razionali. È il regno della razionalità logica, che ci
consente di fare analisi a livello cosciente, prima di intervenire. Le operazioni sono quindi più lente,
controllate e dettate da regole.
La distinzione fra i due sistemi non è del tutto netta: infatti troviamo alcuni interventi, che nella fase di
apprendimento e formazione hanno richiesto analisi e concentrazione, e che poi sono stati auto -
mitizzati, migrando dal sistema 2 al 1. Quando si ricorre al sistema 1 può succedere, a volte, che gli
automatismi portino a compiere degli errori di valutazione. Quindi possiamo dire che il sistema 2 implica
processi meditati e quindi minore possibilità di commettere errori. Importante è sempre studiare e
accettare gli errori commessi e mettere a punto scelte che ne tengano conto.
1.3 Teorie formali e teorie informali
Le teorie possono derivare da intuizioni o da osservazioni della realtà. Sibeon distingue tra teorie formali e
informali. Le teorie formali sono insiemi di enunciati scritti, organizzati e discussi in ambito accademico e
professionale. Sono ad esempio le teorie sul cambiamento o la teoria dei sistemi. Le teorie informali sono
insieme di idee più o meno esplicite, influenzate da particolari credenze.
1.3.1 A che cosa servono le teorie
Per gli studenti di servizio sociale l’apprendimento avviene in parte attraverso la pratica. In una prima fase si
osserva un certo numero di colloqui, successivamente si sperimenta con l’aiuto del supervisore.
Successivamente dopo aver appreso i passaggi e le modalità si può iniziare a procedere da soli. Tuttavia
procedere per simulazione porta molti rischi. Nella fase di apprendimento si rischia di convincersi che quella
sia la direzione giusta cosi come succede ai professionisti. Per gli assistenti sociali in formazione, le teorie
formali sono utili nel guidare l’osservazione e ridurre i tempi di apprendimento.
Le teorie esplicite ci aiutano a raggiungere una lettura complessa dei fenomeni, infatti, se ci limitiamo alla
nostra conoscenza personale o a quella dei colleghi, probabilmente procederemo a interpretare le situazioni
escludendo preziose informazioni. L’assenza di un’approfondita conoscenza dei fenomeni rischia di lasciar
operare i nostri valori e la conoscenza personale, senza alcun esercizio critico. Un vantaggio che deriva dalle
teorie esplicite è l’accountability, ovvero la capacità di rendere conto della propria azione. Avere una
consapevolezza dei modelli teorici e metodi utilizzati nel del processo d’aiuto ci aiuterà non solo ad essere
più chiari con noi stessi, ma anche all’esterno e verificabili. Le teorie formali sono fondamentali per
l’esercizio della professione. Una teoria di per sé può essere interessante, ma diventa efficace per l’assistente
sociale solo se è possibile scaturire indicazioni pratiche che possono essere messe in atto sul campo.
Le teorie sono in continuo aggiornamento, è necessario rimanere sempre al corrente sui vari cambiamenti e
metterle in atto negli interventi.
1.3.2 Tipi di teorie utili
Sibeon distingue tre diversi tipi di teorie (formali o informali) utilizzate nel servizio sociale:

le teorie su che cosa è il servizio sociale.


le teorie sul mondo del cliente.
le teorie su come fare in pratica.
Teorie su che cosa è il servizio sociale:
Abbiamo tre teorie:
la “prospettiva della giustizia sociale” che vede il servizio sociale come modo di intervenire sui
meccanismi che generano oppressione, disuguaglianza e svantaggio sociale.
La “prospettiva del problem solving” che focalizza l’intervento sul tentativo di aiutare i clienti a
identificare e risolvere i problemi che derivano dall’interazione con il contesto sociale.
la “prospettiva dell’empawerment” che insiste sulla necessità di lavorare insieme al cliente in modo
tale da rafforzare le competenze e il “potere”, in questo modo si arriva a una consapevolezza delle
proprie risorse e capacità.
Teorie sul mondo del cliente:
teorie implicite informali derivano da determinati spunti culturali o dall’esperienza del
professionista.
teorie formali, invece, vanno oltre il senso comune e sono quelle che ci danno strumenti per
interpretare i comportamenti e le situazioni osservate.
teorie sulla resilienza ci aiutano a non ridurre una persona a giudizi verso il suo passato e a
guardare nella direzione di rinforzare le capacità e lavorare sulle potenzialità della persona.
Fondamentale combinare queste diverse teorie.
Teorie su come fare pratica:
Partono tutte da una prospettiva e da principi generali, fornendo un framework per dare un senso alla pratica.
Alcune, invece, prevedono una descrizione delle azioni da compiere nel processo.
1.4 I modelli teorico-operativi per la pratica del servizio sociale
I modelli teorico-operativi forniscono uno schema di riferimento concettuale che indirizza la conoscenza e
l’interpretazione delle situazioni e orientano l’azione sul campo. Essi possono derivare da processi induttivi
o deduttivi. Nel primo caso il processo parte dal campo: i professionisti, partendo dalla descrizione e
dall’analisi pratica, generano nuove idee sui fenomeni o sugli interventi, che possono testare in pratica e
generalizzare all’interno di nuovi modelli. Nel secondo caso, il processo di costruzione parte dal confronto
con teorie già formulate: alcuni concetti teorici vengono ricavati da teorie generali, confrontati con i principi
e i valori del servizio sociale e utilizzati per uno studio che ne valuta l’applicabilità in pratica.
1.4.1 Come scegliere qual è il modello più adeguato
Si può operare tenendo conto di quattro variabili:
il tipo di problema che si affronta con il cliente
le caratteristiche e lo stile relazionale del cliente
il contesto organizzativo in cui si lavora
la fase dell’intervento in cui ci si trova
CAP 2 IL METODO
Dal Pra Ponticelli descrive il processo d’aiuto come un corpo sistematico di conoscenze teoriche e tecniche.
Possiamo dire che il processo d’aiuto fa dunque riferimento a tre pilastri:

modello teorico-operativo, in grado di mettere le teorie al servizio della pratica, scelto in relazione
alla situazione, agli obiettivi e al contesto organizzativo;
procedimento metodologico, che individua specifici compiti e processi dell’intervento di aiuto e
costruisce lo schema concettuale che guida ogni intervento;
i valori e i principi del servizio sociale contemporaneo, individuati nel codice deontologico.

2.2 Il procedimento metodologico


È uno schema concettuale che serve a guidare le azioni dell’assistente sociale.
Si articola in una serie di tappe che sono collegate fra di loro, vengono applicate indipendentemente dal tipo
di organizzazione, cliente e obiettivo.
Si articola nelle seguenti fasi:
2.2.1 accoglienza (engagement)
l’intervento ha inizio con l’invio del servizio, vi possono essere segnalazioni da altre persone o può
avvenire una chiamata direttamente dalla persona interessata. Questa prima fase è fondamentale per
l’avvio del percorso perché si inizia a dare un significato alla situazione. Bisogna possedere una
conoscenza avanzata delle competenze comunicative e relazionali per costruire una relazione
accogliente, l’atteggiamento deve essere empatico e non giudicante.
2.2.2 valutazione (assesment)
È strettamente interconnessa alla fase precedente e la buona riuscita dipende in gran parte dalla
qualità della relazione costruita con la persona coinvolta. L’obiettivo dell’assesment è acquisire
elementi informativi sufficienti a condividere un’interpretazione della situazione di difficoltà al fine
di comprendere in quale direzione può essere promosso e facilitato il cambiamento. In generale si
tratta di comprendere insieme alle persone coinvolte: qual è la percezione che l’utente ha del
problema, quali sono gli altri sistemi coinvolti, quali sono i punti di forza e le risorse già attive o
attivabili, in quali passaggi l’utente deve essere sostenuto dal professionista. Tali informazioni, unite
alla conoscenza che l’assistente sociale ha del servizio in cui lavora e del territorio di riferimento
generano l’attivazione delle fasi successive. Possono essere utilizzati diversi strumenti: griglie di
valutazione dei punti di forza e dei bisogni delle persone coinvolte, strumenti di valutazione del
rischio e della sicurezza, genogrammi ed ecomappe per ricostruire informazioni sulla rete sociale e
familiare della persona. Questa fase dà per scontata una buona conoscenza di quali modelli operativi
sono più adatti in determinate situazioni e della letteratura che supporta la scelta del professionista
nell’ambito di approcci informati delle evidenze.
2.2.3 pianificazione (planning)
Nel lavoro con le persone la fase di pianificazione e la formulazione del progetto è l’esito di
un’interazione tra il professionista e l’utente, dove entrambi mettono in gioco le proprie conoscenze
e competenze, all’interno di un particolare contesto istituzionale che definisce la cornice
organizzativa e il ruolo del servizio. È dunque frutto di una negoziazione continua, in cui si
confrontano diverse aspettative e possibilità.
2.2.4 attuazione (implementing)
in questa fase i clienti intraprendono le azioni concordate. L’attuazione del piano implica interventi
volti a promuovere il cambiamento a livello degli individui, delle relazioni tra essi, dell’ambiente e
dei servizi coinvolti. In questa fase l’azione professionale continua con interventi di monitoraggio
rispetto al raggiungimento degli obiettivi, da un sostegno mirato al riconoscimento dei punti di forza
e delle capacità del cliente e accompagna nella riflessione sulle azioni intraprese, i successi, i
fallimenti e i processi di apprendimento che ne derivano. Oltre al portare a termine le azioni
concordate, l’assistente sociale può utilizzare interventi diretti quali l’erogazione di prestazioni.
2.2.5 conclusione e valutazione degli esiti (termination ed evoluation)
La conclusione dell’intervento può essere programmata e negoziata; determinata dalle condizioni
organizzative stesse; può anche trattarsi di interruzione della relazione con il servizio decisa dal
cliente o dovuta a cause esterne. La valutazione finale è uno scambio relativo ai cambiamenti
raggiunti, ai successi e alle difficoltà del percorso, a ciò che sia il professionista che le persone
coinvolte hanno appreso. È compito dell’assistente sociale essere consapevole dei propri vissuti
rispetto alla chiusura dell’intervento e aiutare l’elaborazione di quelli dell’utente, affinché sia vissuta
come un passaggio verso una fase che si è conquistata.
CAP 3 IL MODELLO CENTRATO SULLA PERSONA (PCM)
3.1 introduzione
Il modello centrato sulla persona si fonda sulle teorie di Rogers, psicologo statunitense. Egli nel 1951
propose un approccio alternativo sia al modello psicanalitico che al comportamentismo: entrambe le
correnti rischiavano di operare una semplificazione sulla natura dell’essere umano, offrendo un modello
di spiegazione che non lasciava spazio alla soggettività degli individui, determinati da forze esterne o
inconsce. In quel periodo anche nelle professioni di aiuto era forte l’influenza del modello biomedico;
l’assistente sociale era quindi considerato il professionista esperto della “diagnosi sociale” e della
definizione del “trattamento”. Rogers, con l’approccio centrato sulla persona, propose un modello non
direttivo, basato su un ascolto profondo e non giudicante dell’altro, abbandonando l’idea di un esperto in
grado di consigliare, giudicare o dirigere chi ha di fronte. Egli prese posizione contro l’utilizzo di
categorie diagnostiche standardizzare, proprie del modello di intervento tradizionale, evidenziandone i
rischi di stigmatizzazione delle persone e spersonalizzazione degli interventi i quali implicavano il
rischio di perdere di vista la persona per concentrarsi sul sintomo, passivizzarla e trascurare la sua
esperienza. L’obiettivo non è risolvere un particolare problema, ma aiutare l’individuo a migliorare le
proprie intrinseche capacità di affrontare situazioni stressanti. Al termine “paziente”, Rogers preferisce
quello di “cliente”, per sottolineare come la persona non sia il destinatario passivo di un trattamento, ma
attiva e responsabile del processo di aiuto.
3.2 i concetti chiave
Il pensiero di Rogers si colloca nel filone umanistico-esistenziale; nella psicologia umanistica la persona
è assunta come una totalità psicofisica, è un tutto, irriducibile alla semplice somma dei suoi elementi
costitutivi, mentre per le teorie esistenzialiste ogni individuo fa esperienza di un mondo proprio fatto di
significati personali e l’attenzione va dunque posta al suo particolare modo di essere-nel-mondo e di
vivere le relazioni con gli altri. È sulla base di questi presupposti che Rogers formula la sua teoria sulla
personalità, intesa come un sistema dinamico e in continua evoluzione. L’uomo è un essere attivo, più
che reattivo, tende alla creatività e all’instabilità, più che alla ricerca di un equilibrio fisso e statico.
Tre sono i concetti chiave della sua teoria:
la tendenza attualizzante afferma che il comportamento è orientato da una naturale
motivazione delle persone a progredire verso una maggiore autonomia e maturità, definita come
tendenza attualizzante. Una persona si comporta così perché il suo organismo tenta di soddisfare
i suoi bisogni fisici e psicologici, in relazione alle percezioni che ha. Quindi non è detto che se
due individui hanno lo stesso stimolo vedano la realtà allo stesso modo.
l’incongruenza secondo Rogers l’incongruenza è una delle variabili più condizionanti per la
crescita personale: l’individuo può trovarsi in uno stato di ansia e vulnerabilità, dovute a un
contesto tra ciò che ritiene di dover essere, in relazione alle richieste del contesto sociale, e quel
che di fatto sono invece le sue tendenze reali e i bisogni più profondi. Il processo che porta
all’incongruenza sorge a partire dall’infanzia, quando il bambino oltre alla percezione di sé
stesso (Sé organismico), integra i valori e i giudizi esterni, che provengono dalle figure più
significative, scoprendo che ciò che egli percepisce come un bene è invece valutato
negativamente dagli altri significativi. I problemi possono sorgere proprio quando il bambino
inizia a includere le valutazioni degli altri, allorché queste sono in contrasto con il suo modo
naturale di valutare; per non essere rifiutato egli rinuncia al suo spontaneo criterio di valutazione
e dunque alla soddisfazione dei suoi bisogni più profondi. Questo è fonte dell’incongruenza, un
divario tra i propri valori autentici e i nuovi valori interni; maggiore è l’incongruenza, maggiore
sarà la difficoltà nel soddisfare i propri bisogni e quindi ad essere pienamente sé stessi.
3.2.3 il funzionamento psicologico e il disadattamento
Il benessere e il funzionamento dell’individuo si realizzano quando l’innata tendenza attualizzante non
incontra ostacoli. I problemi si determinano quando l’esperienza non è coerente con ciò che la persona ritiene
di dover essere, in relazione alle richieste esterne, questa esperienza viene percepita come minaccia
all’immagine di sé e la persona costruisce difese contro di essa. Più queste esperienze vengono vissute come
minacciose più le esperienze reali verranno negate o distorte, l’individuo quindi non sarà congruente e in
contatto con la realtà, generando disadattamento. La soddisfazione dei bisogni può diventare problematica,
per questo l’organismo crea comunque un canale per soddisfarli anche senza giungere a un livello di
consapevolezza.
3.3 la teoria sul processo di cambiamento
Rogers spiega anche le condizioni che rendono possibile il cambiamento. Per facilitare la crescita del cliente
occorre costruire un clima sicuro, in cui la persona possa permettersi di abbassare le difese e così esplorare
anche quei vissuti ed esperienza non simbolizzati, che ha percepito come minacciosi.
Egli considera il processo del cambiamento come un continuum: a un estremo si collocano le persone
condizionate da assunti rigidi, che non permettono di essere consapevoli dei propri vissuti e stati d’animo; al
polo opposto, le persone che di accettano pienamente e sono in grado di vivere le proprie emozioni.
L’autore identifica sette stadi volti al cambiamento:
fase 1= personalità rigida, impedimento di riconoscere i sentimenti, negazione dei problemi e le
relazioni interpersonali profonde sono negate perché pericolose.
fase 2= i sentimenti continuano ad essere espressi come estranei al Sé e i problemi come dati
oggettivi esterni, tuttavia il cliente inizia a considerare alcune emozioni, anche se non come proprie.
fase 3= il modo di vedere il Sé e il mondo rimane rigido, ma inizia a esserne compreso come visione
soggettiva e non più come dato di fatto; il cliente inizia a riconoscere le proprie contraddizioni e a
parlare dei propri sentimenti passati.
fase 4= il cliente abbassa le difese, prende gradualmente consapevolezza dei modi in cui costruisce
la sua identità e quella degli altri e li mette in discussione, è in grado di verbalizzare alcune emozioni
e inizia ad assumersi le responsabilità del suo problema.
fase 5= il cliente è maggiormente in grado di verbalizzare le emozioni, così come emergono nel
presente, oltre che riconoscere sentimenti di vergogna nel parlare di vissuti in precedenza negati. È la
fase in cui si è ristabilito il contatto con il proprio Sé e la persona è in grado di riconoscere i diversi
sentimenti che caratterizzano la sua esperienza, nonostante la paura nei confronti di essi permanga.
Esiste un dialogo sempre più libero con sé stessi e con gli altri.
fase 6= la persona sperimenta vissuti difficili e complessi, senza cercare di negarli, accettando
emozioni diverse anche in contrasto, senza attaccare gli altri e sé stessa. È la fase in cui vengono
abbandonati i rigidi significati che fornivano una chiave di lettura distorta della realtà. Il cliente non
ha più bisogno di pensare ai propri problemi dall’esterno, ma li vive completamente, con
accettazione e consapevolezza, grazie al coraggio e alla fiducia che ha ritrovato nell’essere sé stesso.
fase 7= il cliente può fare a meno del professionista, poiché è in grado di essere la guida di sé stesso;
ha fiducia nel proprio organismo e nel suo funzionamento, non perché lo creda infallibile, ma
perché, essendo completamente aperto alle conseguenze di ogni decisone, può correggere quelle che
si dimostrano inadeguate.

3.4 l’obiettivo della relazione di aiuto


L’obiettivo del professionista è quello di aiutare il cliente a raggiungere un riconoscimento dei propri vissuti,
delle reazioni e anche dei messaggi del suo organismo. La colonna portante nel processo di cambiamento
non è il professionista che indica la giusta direzione, ma la relazione stessa.
Rogers definisce la relazione di aiuto come una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo
di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più
adeguato ed integrato, favorendo una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto ed una
maggiore possibilità di espressione.
L’obiettivo non è dire alla persona ciò che deve fare, ma aiutarla a comprendere la sua situazione e a
individuare le sue capacità e risorse per risolvere il problema, assumendo piena responsabilità delle proprie
scelte. Il focus dell’intervento è sul “qui e ora”; il modello non prevede stadi di intervento strutturati o step
che identificano azioni specifiche, piuttosto sono l’atteggiamento e lo stile relazionale del professionista ad
essere considerati fattori fondamentali dell’intervento.
3.5 gli atteggiamenti del professionista: autenticità, accettazione, empatia
Rogers descrive tre fondamentali qualità del professionista, ovvero gli atteggiamenti necessari per creare un
contesto nel quale il cliente possa affidarsi ed esplorare sé stesso.
L’autenticità o congruenza= chi aiuta deve vivere una situazione di congruenza, essere in contatto
con la propria esperienza organistica e consapevole delle proprie emozioni: solo in questa condizione
sarà in grado di essere profondamente sé stesso e costruire una relazione con l’altro vera e spontanea.

Il professionista mostra il proprio coinvolgimento e mette in gioco sé stesso.


L’accettazione non giudicante= un clima che fa sentire accettazione ed assenza di giudizio facilita
una relazione in cui il cliente può sentirsi al sicuro nel parlare di sé, esplorare anche gli aspetti vissuti
come negativi, facilitando il processo verso l’aumento della congruenza tra il concetto di sé e
l’esperienza. Il professionista accetta ciò che il cliente è e comunica, nella sua unicità, anche quando
non lo approva, in quanto, non è suo compito dare consigli o raccomandazioni, né esprimere il suo
giudizio personale.
Una profonda comprensione empatica= la capacità di vedere il mondo con gli occhi del cliente: lo
sforzo è quello di comprendere il punto di vista dell’altro, la sua esperienza, i suoi vissuti rispetto ad
essa, senza anticipare le proprie interpretazioni. Rogers ritiene che poter comunicare in modo
empatico sia uno dei motori principali del cambiamento
3.6 applicazione degli assunti teorici al servizio sociale
Nell’ambito del servizio sociale la prospettiva che orienta il modello centrato sulla persona è quella
dell’empowerment: il lavoro dell’assistente sociale insieme al cliente mira a rafforzarne le competenze e il
“potere” di scegliere, definire le proprie soluzioni alle difficoltà, realizzando pienamente sé stesso. Sul piano
operativo i principi che guidano il lavoro dell’assistente sociale sono il rispetto, l’accettazione e la
sospensione del giudizio. Non solo il modello è dunque pienamente in linea con i valori e i principi del
servizio sociale, ma individua anche le modalità in cui questi principi si traducono nell’esercizio pratico di
atteggiamenti alla base di una relazione di aiuto. Fondamentale per l’applicazione pratica del modello
diventa la formazione dell’assistente sociale su tre fronti:
la piena consapevolezza di sé, della persona che si è e che si porta nella relazione con l’altro;
le abilità comunicative e relazionali, come strumenti che aiutano lo sviluppo delle disposizioni di
autenticità, empatia e accettazione incondizionata;
la capacità di facilitare e accompagnare attraverso la relazione di aiuto il processo di crescita del
cliente, in direzione della congruenza.

3.6.1 dall’ascolto spontaneo all’ascolto empatico


L’ascolto spontaneo è condizionato dall’istintiva tendenza ad ascoltare per essere in grado di rispondere, più
che per capire ciò che l’altro vuole dirci; esso tende a focalizzarsi più sull’aspetto verbale della
comunicazione, trascurando aspetti non verbali, sia del corpo fisico che dell’esperienza delle emozioni.
Un elemento che crea problemi il fattore time-lag (divario temporale): chi parla, in media, pronuncia 200
parole al minuto, ma un ascoltatore può elaborare l’informazione di circa 300-500 parole al minuto; è facile
quindi utilizzare questo spazio fantasticando, divagando o pensando ai nostri problemi personali.
Il risultato è che la qualità del nostro ascolto può essere molto bassa, questo perché ci si può distrarre
facilmente con il tempo che avanza. Servono motivazione ed energia per usare questa differenza di tempo in
modo produttivo. La capacità di ascoltare richiede formazione per passare da un ascolto spontaneo ad un
ascolto attivo ed infine ad un ascolto empatico; è attraverso questa competenza di base, fondamentale nel
modello centrato sulla persona, che si costruisce una relazione di fiducia e accogliente, in grado di attivare il
processo di autoconsapevolezza.

3.6.2 le abilità comunicative e la tecnica speculare


L’ascolto empatico attraversa alcune fasi. Dopo aver ascoltato silenziosamente si passa a una fase di
rispecchiamento escludendo ogni interpretazione.
La tecnica speculare aiuta a:
riflettere con fedeltà ciò che il cliente sta portando, cosi da avere una prova di un ascolto attento e
interessato
trasmettere al cliente che l’assistente sta comprendendo il suo messaggio
consentire al cliente di concentrarsi sulla sua esperienza e cogliere aspetti mai percepiti prima
Esistono diverse modalità della tecnica speculare.
La riflessione del contenuto: consiste nell’ascoltare e ripetere le parole in modo fedele, trasmette la
sensazione di essere ascoltati e capiti.
La riformulazione del contenuto: prendere i concetti espressi dal cliente e parafrasarli, in modo da
tentare di comunicare che stiamo ascoltando e che stiamo capendo.
La riflessione del sentimento: trasmettere al cliente che siamo interessati non solo ai contenuti, ma
anche ai suoi sentimenti, proponendoli attraverso una verbalizzazione chiara. La riflessione del
sentimento rappresenta una della abilità fondamentali per la costruzione di una relazione empatica,
ma anche la più complessa poiché implica riuscire a percepire profondamente lo schema di
riferimento dell’altro.
La chiarificazione: chiedere chiarimenti al cliente con l’obiettivo di cogliere e far riflettere elementi
non esplicitamente esposti, ma che sono stati comunicati in modo non diretto.

3.6.3 il linguaggio verbale e non verbale nel colloquio non direttivo


Per ascoltare in modo attivo l’assistente sociale utilizza contemporaneamente la comunicazione non verbale,
para verbale e non verbale. La comunicazione non verbale è fondamentale per trasmettere messaggi coerenti
con un atteggiamento empatico e rispettoso. Wickman e Campbell hanno analizzato il modo in cui Rogers ha
fatto uso del linguaggio nella sua pratica professionale, offrendo una serie di informazioni utili a costruire
l’atteggiamento del colloquio centrato sul cliente. Rogers fa inoltre uso del pronome personale “io” che
mette in evidenza il suo stare nella relazione in modo non distaccato. Evita inoltre di dare consigli diretti,
evidenziando invece la capacità della persona di arrivare a formulare la propria valutazione e prendere una
decisione. Il modello del colloquio nel PCM è di tipo non direttivo: lo spazio è lasciato principalmente a ciò
che il cliente vuole esprimere, mente il ruolo dell’assistente sociale è quello di facilitare tale espressione.

3.6.4 sostenere la persona verso la congruenza


Durante il percorso di cambiamento l’assistente sociale accompagnerà il cliente, lavorando su diversi aspetti:
riconoscere i sentimenti del passato e del presente e riuscire a parlarne in modo congruente;
riconoscere ed esprimere le emozioni del presente;
riconoscere e vivere l’esperienza nel presente e accettarla, imparando a coglierne la complessità;
affrontare gradualmente anche le esperienze che spaventano;
riconoscere i propri costrutti relativi al sé e agli altri, i modi in cui possono creare sofferenza, la
possibilità di cambiarli;
sviluppare la percezione congrua dei problemi e delle responsabilità superando la convinzione che
la fonte dei problemi sia sempre esterna.
Il professionista dovrà mantenere un atteggiamento non direttivo, ma dovrà comunque riconoscere in
quali aree si sta sviluppando il cambiamento e accompagnare il cliente verso una consapevolezza e
accettazione di sé e delle relazioni con gli altri.
3.7
Nel pcm si possono distinguere delle fasi di sviluppo del processo verso il cambiamento.
3.7.1 fase iniziale
Nel primo contatto è fondamentale un buon uso della comunicazione verbale e non verbale, inoltre è
utile trasmettere al cliente il metodo di lavoro comunicando lo stile, le tempistiche e la tipologia di
intervento. Importante chiarire che esclusivamente un processo di ascolto e accompagnamento.

3.7.2 fase intermedia


Successivamente si instaura un rapporto di fiducia necessario per mettere a proprio agio il cliente e
lasciare che si esprima nel modo più sincero e libero possibile. Utile per un maggior focus sul processo
di aiuto.
3.7.3 fase finale
La conclusione avviene quando il cliente liberamene sceglie di porre fine al processo di aiuto, questo
perché vede il problema risolto oppure dispone di nuove strategie per affrontarlo da solo. L’assistente
sociale aiuta a fare una sintesi di tutto il percorso fatto ed evidenzia i traguardi raggiunti.

CAP 4 IL MODELLO CENTRATO SUL COMPITO (TCM)


4.1 introduzione
Il modello centrato sul compito venne elaborato negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta, con
l’obiettivo di costruire un modello a partire dalle tecniche proprie del lavoro psicosociale individuale a
breve termine. Gli autori introdussero l’idea di un metodo basato sul coinvolgimento attivo dei clienti
dando loro degli obiettivi e compiti all’interno di una cornice temporale stabilita. Il primo a parlare di ciò
fu Reid. I risultati dello studio furono completati in lavori di ricerca dallo stesso Reid e Shyne e dopo
ancora Reid e Epstein, che giunsero alla formulazione del TCM. Questo modello è uno dei pochi
sviluppati in relazione ai risultati della pratica e testati in quest’ultima. Successivamente non diventa solo
un lavoro individuale, ma viene adattato anche a famiglie e gruppi.
4.2 i concetti chiave
l TCM è un modello formulato a partire dalla sistematizzazione dei risultati della pratica, anziché in
relazione a teorie formulate in altre discipline. Sono comunque esplicitati una serie di concetti che hanno
come riferimento correnti di pensiero cognitivo-comportamentali che si oppongono al determinismo e
richiamano il concetto di autodeterminazione del cliente.
4.2.1 i concetti di bisogno e problema
Il modello afferma che i problemi sono il prodotto stesso dell’esperienza umana, non una patologia delle
persone. I problemi sono considerati come naturali e inevitabili durante il corso della vita.
Secondo il TCM le difficoltà sono il riflesso di fallimenti temporanei. Il modello considera i problemi
non come aspetti isolati, ma come una parte integrante delle relazioni e dei valori inseriti nella società.
4.2.2 le persone come problem solvers attivi
Quando l’individuo ha la percezione di bisogni non soddisfatti, la situazione di disagio che ne emerge è
la fonte di motivazione al cambiamento; egli metterà in atto un piano che prevede come risolvere
specifici bisogni e di conseguenza la situazione di frustrazione e di stress. Questo processo fa parte della
vita di tutti i giorni. Nel modello centrato sul compito, le persone sono considerate come problem solvers
attivi, esperti nell’individuare qual è la situazione che genera per loro disagio e dotati di risorse per
mettere in atto il cambiamento a cui aspirano.
4.2.3 l’intervento di aiuto
Può capitare che il processo di problem solving delle persone non è efficace ed è a questo punto che
cercano aiuto; il ruolo dell’assistente sociale nel TCM è quello di sostenere la persona nella
comprensione del problema all’interno del contesto ambientale in cui è emerso, al fine di individuare
obiettivi e compiti su cui lavorare per ridurre lo stress legato alla situazione di difficoltà. Si va alla
ricerca dei fattori che stanno attualmente causando il problema, quindi non si va alla ricerca delle origini.
La priorità viene assegnata agli aspetti su cui il cliente e l’assistente sociale possono agire per
modificarli. Il successo nel portare a termine questi compiti conduce non solo alla soluzione del
problema, ma anche al ripristino delle capacità di problem solving dell’individuo e del sistema; il cliente
partecipa in modo attivo alla pianificazione dei compiti e alla loro realizzazione, avendo modo di
sperimentare e apprendere una strategia che diventa parte del suo modo di affrontare la situazione e che
avrà probabilità di essere utilizzata nuovamente. In assenza di collaborazione e del coinvolgimento attivo
della persona, questo tipo di modello non è applicabile. Nella costruzione dell’intervento è altrettanto
fondamentale la definizione di precisi limiti temporali in relazione a determinati obiettivi per non correre
il rischio che il cliente riduca la fiducia che ha nelle proprie capacità.
4.3 le fasi del processo di aiuto
Il TCM prevede una serie d’incontri, strutturati in base ai contenuti e tempistiche.
Abbiamo tre fasi ognuna per precisi obiettivi.
4.3.1
1. fase iniziale: ha l’obiettivo di porre basi del processo. Vi è una breve discussione per riflettere sul
problema e dare le informazioni necessarie a porre il metodo di lavoro.
Il lavoro si concentra su cinque aspetti:
1. l’engagement, la costruzione delle basi per una relazione di fiducia e collaborazione;
2. l’esplorazione del problema è finalizzata a cogliere la complessità della situazione, evitando di
scegliere focus che potrebbero rivelarsi non corretti o non desiderati dal cliente. Focalizzare troppo
presto su un’area specifica potrebbe trascurare difficoltà e circostanze che i clienti sentono come più
urgenti.
3. l’identificazione del problema target dove l’obiettivo è identificare e focalizzarsi
sull’approfondimento del problema considerato più significativo o urgente (problema target), quello
su cui si sceglie di lavorare per iniziare a risolvere la situazione di difficoltà. Individuare un numero
limitato di problemi su cui concentrarsi, al massimo due o tre, evitando di investire motivazioni ed
energie su uno spettro troppo ampio e difficile da monitorare.

4. la definizione degli obiettivi. È compito del professionista sostenere il cliente nell’identificazione


di cosa vuole raggiungere, esplicitando obiettivi specifici, che rendono più facile osservare i
progressi o, talvolta, le difficoltà nel raggiungerli. È spesso utile costruire checklist o grafici che
rendono visibili e valutabili i progressi o gli ostacoli al raggiungimento dell’obiettivo. È altrettanto
importante evitare di negoziare compiti non raggiungibili che incidono negativamente sulla
percezione di autoefficacia; in alcuni caso l’obiettivo può limitarsi ad una riduzione del problema.
5. l’accordo sulle tempistiche.

2. fase intermedia: È la fase dell’intervento in cui il cliente pianifica e realizza le attività di problem
solving che servono al raggiungimento dell’obiettivo. I compiti sono una sequenza pianificata di
passi che porta dal problema al raggiungimento dell’obiettivo; in tali attività sono coinvolti il cliente
e il professionista che insieme misurano l’efficacia delle azioni implementate e valutano i risultati
raggiunti. Il processo di pianificazione e implementazione si articola in quattro momenti:
1. lo sviluppo di una strategia generale;
2. la selezione di compiti operativi e un accordo sui compiti che saranno implementati tra una
sessione e quella successiva. Se richiesto, il professionista può introdurre suggerimenti su attività
possibili, non come compiti assegnati, ma come ulteriori possibilità tra cui scegliere; al termine
dell’esplorazione delle possibili alternative è importante che il cliente e l’assistente sociale
definiscano un accordo esplicito su quali azioni si decide di portare avanti.
3. il TCM individua il modello di implementazione dei compiti efficace strumento per
sintetizzare i compiti e le azioni necessarie alla loro implementazione, includendoli in modo
chiaro all’interno di una strategia più generale; in questa fase è essenziale la considerazione dei
potenziali benefici legati al conseguimento del compito e l’identificazione di potenziali ostacoli
che il cliente potrà incontrare, di quelli che ha già incontrato e la discussione su come potrebbe
superarli.
4. la valutazione in itinere si realizza a ogni incontro successivo, facendo il punto sul piano
implementato e le eventuali difficoltà. Se il compito non è stato portato a termine, oltre
all’analisi delle difficoltà, può essere necessario elaborare un piano differente per eseguirlo o
individuare attività alternative.

fase finale: gli incontri sono dedicati nella discussione insieme al cliente di alcuni fattori.
1. Lo stato del problema
2. Le strategie che hanno avuto successo nel risolvere il problema
3. Le modalità per mantenere i risultati
4. Ciò che si può fare per quanto riguarda i problemi non risolti
Nella fase d’intervento possono comunque emergere vissuti negativi e positivi, è importante
accettarli entrambi come normali, ma non bisogna utilizzarli per prolungare il processo d’aiuto, in
quanto finito.
CAP 5 L’APPROCCIO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE (CBT)
5.1 Introduzione
L’approccio cognitivo-comportamentale deriva dall’integrazione di assunti teorici e metodi del
comportamentismo e del cognitivismo. Negli anni Cinquanta del secolo scorso i comportamentisti
offrirono un modello alternativo di psicanalisi, focalizzato non più sui processi inconsci, ma sulle
manifestazioni esterne del comportamento. Negli anni Sessanta le teorie cognitiviste spostarono il focus
sulle esperienze interne alla persona, come i pensieri e i sentimenti, mettendo in evidenza come schemi
disfunzionali di interpretazione della realtà potessero essere fonte di situazioni di disagio e difficoltà.
Si è realizzata l’integrazione tra i due paradigmi, che ha generato una teoria per la pratica in continua
evoluzione, sufficientemente strutturata da consentire una valutazione della sua applicazione sul campo.

5.2.1 il comportamentismo

Il comportamentismo è il contrapposto della psicanalisi. Per i comportamentisti la mente è come una “scatola
nera” il cui funzionamento non è conoscibile: il focus sta nei comportamenti appresi e osservabili.
A Pavlov è attribuita la scoperta del comportamentismo classico, concetto essenziale del
comportamentismo; egli studiando il fenomeno della secrezione psichica dei cani, notò che la salivazione
degli animali aumentava non appena lui entrava nella stanza, poiché associavano la sua presenza al cibo.
Questo tipo di apprendimento avviene in modo automatico anche nel quotidiano degli esseri umani, e in
genere non a livello conscio.
Watson conduce la validazione empirica del concetto di condizionamento classico sugli esseri umani.
Un bambino fu indotto ad associare stimoli neutri, come la vista di un topolino, a un forte rumore atto ad
indurre spavento, apprendendo così ad associare sensazioni negative alla vista dell’animale.
Skinner, invece, ci da il concetto di condizionamento operante, invertendo quello classico: la probabilità di
frequenza di un comportamento aumenta a seguito di uno stimolo-rinforzo gratificante.
Questi concetti vennero declinai in tecniche terapeutiche e di aiuto, come nel servizio sociale dove vi sono
stati introdotti strumenti utili ad affrontare momenti in cui c’è bisogno di consolidazione, estinzione o
modifica di alcuni comportamenti.
Thomas porta l’esempio dell’utilizzo di ricompense nella definizione di un progetto a sostegno di un
adolescente, al fine di stimolare comportamenti positivi. L’estinzione consiste invece nell’omissione di
rinforzi che precedentemente sostenevano un comportamento. Il professionista può aiutare ad identificare ed
eliminare tali rinforzi.
5.2.2 la teoria dell’apprendimento sociale

Il comportamentismo venne approfondito da dalla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura. Egli


considerava le relazioni sociali e le influenze ambientali come primarie. Conia il concetto di modelling
(modellamento), dove il comportamento deriva dall’osservazione delle azioni di persone che vengono
ritenute come un modello. I modelli dove più apprendiamo comportamenti considerati appropriati sono:
l’istituzione, la famiglia, il lavoro e l’ambiente.
Una condizione essenziale per l’acquisizione del comportamento, anche di quello aggressivo, è la
valutazione dei suoi esiti in termini di conseguenze positive e negative. Po' essere effettuata in modo diretto
o anche tramite osservazione. La self-efficacy (autoefficacia) corrisponde a quanto una persona a crede di
riuscire a risolvere con successo alcuni problemi. Convincersi che si è efficaci influenzerà la capacità di
trarre vantaggio dalle potenzialità individuali e di dalle opportunità ambientali.
5.2.3 il cognitivismo

Il contesto in cui nacque il cognitivismo era caratterizzato dalla dominanza della psicanalisi e del
comportamentismo, entrambi scarsamente interessati alla dimensione conscia e consapevole dell’attività
mentale. Negli anni Sessanta, teorici e professionisti del cognitivismo iniziarono a focalizzare l’attenzione
sui processi cognitivi, sul modo in cui consapevolmente gli individui pensano a sé stessi e sé stessi in
relazione con gli altri, anche in termini di autovalutazione di efficacia. Un tipo di intervento orientato dal
cognitivismo è attribuito ad Ellis, il cui lavoro parte dalla base di situazioni di disagio o disturbo psicologico,
dove vi sono credenze disfunzionali, che implicano sul funzionamento quotidiano. Egli ritiene che alcuni tipi
di credenze portano a generare emozioni e comportamenti positivi, ovvero funzionali agli obiettivi
dell’individuo, altri invece producono emozioni e comportamenti negativi, peggiorando la qualità di vita
della persona. Gli individui possono ad esempio sviluppare idee disfunzionali che riguardando sé stessi, il
mondo esterno o eventi futuri. Secondo Ellis è possibile identificare e modificare questi pensieri, aiutando la
persona ad essere meno vulnerabile proponendo un modello interpretativo, l’ABC Model, secondo cui la
persona di fronte a una determinata situazione o “Evento Attivante” (A), attiva determinate “Credenze” (o
beliefes-B), cioè pensieri o interpretazioni che riguardano l’evento, che hanno “Conseguenze” (C) di natura
emotiva o comportamentale. Non c’è dunque un evento attivante e una sua conseguenza diretta, come
sostiene il comportamentismo classico. Ellis propone un modello per l’intervento di aiuto che consiste nel
mettere in discussione queste credenze, attraverso argomentazioni logiche con cui il soggetto è sollecitato a
cogliere l’aspetto disfunzionale delle conseguenze del suo pensiero e dunque accompagnato verso il
cambiamento di ciò che produce sofferenza. Beck è considerato uno dei pionieri della terapia cognitiva, in
particolare applicata alla depressione; egli utilizza il termine “schema cognitivo” per riferirsi a strutture
mentali attivate dall’interazione con gli eventi, che portano alla costruzione di contenuti mentali, ovvero
credenze su noi stessi, gli altri e il mondo esterno. L’attivazione di questi schemi può dare luogo a pensieri
consapevoli, oppure automatici: emergono in modo non consapevole, senza alcun tipo di controllo
metacognitivo. Individua tra i pensieri automatici quelli negativi, spesso collegati ad assunti più profondi che
la persona ha su sé stessa e sugli altri. Questo tipo di pensieri può attivarsi in situazioni avverse o di forte
stress e se la loro attivazione è ripetuta frequentemente, può portare a situazioni in cui la persona è
demotivata e in uno stato di rassegnazione, fino a casi in cui piò sviluppare forme di depressione.
La chiave della comprensione del disagio si colloca entro il campo della coscienza: il focus dell’intervento
diventa l’indagine su cosa il cliente pensa nel momento in cui vive un’esperienza emotiva negativa,
incoraggiandolo a riflettere e prendere consapevolezza dei propri pensieri. Nel cognitivismo classico, restain
secondo piano sia la reciproca influenza di strutture cognitive, emozioni e comportamenti, sia la motivazione
che guida i comportamenti, nonché le ipotesi sullo sviluppo delle credenze disfunzionali.
Bowlby consentì di dare alcune risposte a queste situazioni non risolte nel modello tradizionale.
L’attaccamento è quel comportamento che motiva il bambino a cercare vicinanza fisica nel caregiver quando
vive emozioni di paura, sofferenze fisica, dolore emotivo; quando siamo adulti va a modulare le modalità
con cui gestiamo le emozioni e le sofferenze. Queste teorie sono state integrate negli studi cognitivisti,
mostrando come certi schemi possono essersi costruiti nel corso dell’infanzia, rimanere latenti e influenzare
il comportamento in età adulta, oppure riemergere in determinate situazioni stressanti, che mettono alla
prova le capacità dell’individuo. Altri studi concentrati sul ruolo degli stili educativi hanno raggiunto
conclusioni rilevanti. Uno stile educativo iperansioso può generare nel bambino visioni catastrofiche del
mondo; uno stile ipercritico può portare all’autosvalutazione; uno stile incoerente può generare confusione
nel bambino, conducendo a ideazioni che favoriscono l’inerzia. Negli approcci contemporanei entra in crisi
l’idea di una logica razionale a cui aderire e della mente come ricettore passivo di informazioni. Nel servizio
sociale i modelli contemporanei, cercano di integrare diversi aspetti, restituendo importanza all’influenza di
fattori sociali nel processo di costruzione dei significati che attribuiamo al mondo esterno e che con esso
interagiscono.

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