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3/3/2018 La Miseria dell’ateismo contemporaneo

La Miseria dell’ateismo contemporaneo

di GIUSEPPE ROTONDO

La morte di Dio come metafora della fine del comunitarismo

La riflessione filosofica può spesso essere utilizzata come decifratore critico del senso comune. Tal volta i dibattiti, le
contraddizioni, le battaglie ideologiche che caratterizzano l’opinione pubblica e le discussioni convenzionali delle elitès
colte, sono l’espressione criptata di fatti sociali di portata non indifferente. Assumono tuttalpiù le sembianze di un velo di
maya, che finemente maschera contraddizioni sociali e verità filosofiche che ne sono alla base, presentandosi sotto la
forma di argute e sofisticate argomentazioni. La fallacia di tali argomentazioni viene smascherata, in stile
schopenhaueriano, da una più lucida eziologia filosofica, che ne rivela la falsità e l’inadeguatezza a comprendere in
profondità il mondo in cui viviamo. E’ il caso della secolare disputa sull’esistenza o meno di Dio, che da sempre ha
animato feroci scontri di idee, producendo focolai sociali e mietendo vittime di grande importanza storica. Oggi il dibattito
attorno all’esistenza di Dio si è reso più edificante e ha preso la forma di un immaginaria contrapposizione tra una cultura
popolare ancorata all’oscurantismo religioso e al creazionismo monoteista ed una cultura intellettuale che armeggia lo
spauracchio ateistico per mostrare la stupidità e l’inferiorità di coloro che in un’epoca dominata dal disincanto del mondo e
dalle tre i figlie della globalizzazione(informatica,inglese,impresa) credono ancora nell’esistenza di un uomo barbuto,
signore del cielo e della terra, creatore del mondo e giudice post mortem. E’ in fondo evidente e dimostrabile che con
Darwin, il naturalismo abbia avuto la meglio sul creazionismo e che le ipotesi e le certezze vagliate dalla scienza siano
teoricamente più fondate di quelle di stampo teologico. Che la storia la fanno gli uomini e non una provvidenza divina e
che l’immortalità dell’anima è infondata perché non dimostrabile da una tac. Tutte stolide banalità che rendono il dibattito
sull’esistenza di Dio del tutto irrilevante sul piano teorico filosofico e lo relegano piuttosto ad un ambito individuale-
esistenzialistico relativo più al sentimento che alla ragione. Se dunque l’ateismo e la sua disputa contro Dio e la religione
sono un fatto in sé filosoficamente irrilevante, la loro persistenza e soprattutto il loro successo devono avere delle ragioni
socio-politiche evidenti. Già il filosofo del martello Friedrich Nietzsche aveva preconizzato la “morte di Dio”. Ed il suo
profetismo era tutt’altro che banale. Proprio nell’interpretazione del termine Dio vi è la principale posta in gioco della
questione. Baruch Spinoza definiva Dio in conformità alla natura e lo sganciava così da qualsiasi concezione
antropomorfica ed idolatrica alla sua epoca comunque dominante, sia nella versione cattolica che protestante. Se
Spinoza impostava correttamente la questione metafisica relativa a Dio, respingendone la natura antropomorfica ed
identificandolo con l’essere, allora la morte di Dio in Nietzsche ha a che fare con un Dio che si sostanzia nel mondo e che
non è al di sopra di esso:“In realtà la teoria nicciana della morte di Dio non si sogna neppure di dire che Dio non esiste,
cosa già talmente nota da essere ormai ridotta ad una banalità umanistico-positivistica, ma sostiene invece che ormai la
società non ha più bisogno di una legittimazione religiosa, e per questo Dio è morto.”[1] Il trionfo odierno dell’ateismo ed il
suo drastico odio nei confronti della religiosità non ha dunque una matrice teorica, ossia la pretesa scientista di una
ricerca scientifica autonoma da Dio, ma una ragione ad un tempo ontologica e sociale. Risiede nella rinuncia all’idea di
una comunità umana e soprattutto nel rifiuto della normatività propria della religione, che tramite l’idea di universalità di
Dio, presuppone pur sempre una unità ontologica di conoscenza materiale e di valutazione morale del mondo. Dio è
infatti hegelianamente la verità nella forma della rappresentazione, perché è al tempo stesso rappresentazione della
realtà espressiva e giudizio qualitativo di quest’ultima. La ragione di ciò è dimostrata dalla permanenza odierna di una
comunità mondiale di fedeli, che non sono affatto interessate alle dispute teoriche sull’immortalaità dell’anima o sul
creazionismo e che piuttosto ricercano una verità morale complessiva che sia in grado di guidarli nell’esistenza concreta.

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3/3/2018 La Miseria dell’ateismo contemporaneo

Che Dio esista o meno è dunque una mera questione individuale. Che invece la religione sia una forma di valutazione
morale del mondo è un fatto. Ed è anche un fatto che la religione fornisca una visione del mondo comunitaria non in
consonanza con l’odierno individualismo capitalistico. La spaccatura tra una comunità di persone comuni che crede in Dio
come espressione di una moralità e di un’etica complessiva ed una cerchia di intellettuali atei fautori di un sofisticato
ateismo, è dunque sinonimo della crescente spaccatura della comunità umana e non certo di una diatriba puramente
teorica. E d’altra parte la crisi stessa della religiosità è dovuta al diffondersi dell’etica individualistica improntata
sull’esaltazione del guadagno e della realizzazione individuale come cardini della società odierna. In questo fenomeno di
sdivinizzazione del mondo la religione non tramonta, ma perde il suo valore comunitario, rimanendo un puro sentimento
individuale del tutto sganciato da qualsiasi idea di normatività:”I fedeli, già minoritari, si disperdono e si frammentano,
dividendosi fra laici senzadio di tipo relativistico e nichilistico classico ed invasati settari che ballano e gridano che Cristo è
il loro signore, mentre lo supplicano di farli diventare ricchi e famosi come i calciatori e le attrici di Hollywood.”[2]

[1]Costanzo Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia, Petite plaisance

[2]Costanzo Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia, Petite plaisance

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