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11/30/2018 Il punto zero della filosofia

Il punto zero della filosofia

di GIUSEPPE ROTONDO

Storia e genesi sociale della verità

“Si può dire dunque che la filosofia sia la ricerca, con mezzi razionali, di un significato globale dell’esistenza umana, da
cui derivi, per l’uomo, un orientamento rispetto agli altri uomini, alla natura e a se stesso, e un valore assegnato alla sua
vita, nonostante la prospettiva della morte.”[1]

A differenza di altre discipline la filosofia è l’unica scienza che presenta soglie di reversibilità. E’ cioè un sapere in cui non
vi è necessariamente uno sviluppo progressivo, tale per cui il vecchio venga superato dal nuovo, prendendone
definitivamente il posto. In filosofia può accadere che a distanza di secoli, Platone abbia ancora ragione e che così
prevalga rispetto ai suoi successori. La storia non è dunque solo una branca qualunque della filosofia, un teatro di vecchi
protagonisti, finiti ormai a distanza di anni nell’oblio. Proprio perché il passato può sempre essere vero, la storia del
pensiero filosofico ha una importanza decisiva per il suo statuto. Ed anzi in modo più radicale, potremmo affermare
hegelianamente che la storia della filosofia coincida con la filosofia stessa, perché la verità si dà e si dispiega unicamente
nella storia. E se è corretto affermare che la verità è “il proprio tempo appreso in pensieri” è anche vero che essa
rappresenta “ciò che è ed è eternamente.”Per Hegel infatti solo nell’incrocio e nella sintesi di queste due dimensioni
temporali, presente ed eternità, si poteva pervenire alla verità. Ma tornando al punto di partenza, perché è fondamentale
chiedersi quando, dove e perché nasce la filosofia? Potremmo rispondere che l’individuazione dell’origine del pensiero
coincide con la definizione della filosofia stessa. In altri termini lo statuto e lo scopo della filosofia vengono chiariti non
appena si chiarisce il punto zero del filosofare: “Se la filosofia è quella domanda di senso rivolta con i mezzi di una ricerca
razionale all’interezza dell’esistenza umana, allora essa non può che sorgere che da un dubbio che investe, i significati di
vita precedentemente stabiliti, e non può che sorgere, inoltre, che nei luoghi dove, e tra coloro per i quali, si manifesta
questa minaccia di insensatezza”.[2] Solo nel momento in cui un certo orizzonte di senso e di significati vengono a
mancare allora diviene necessario instaurare una riflessione tesa a risanare tale mancanza. Ne scaturisce il carattere
eminentemente sociale della filosofia. Per Marx la struttura sociale dei modi di produzione e dei rapporti di forza
determinavano la sovrastruttura delle ideazioni spirituali, culturali, religiose e filosofiche. Prestando fede al materialismo
marxiano possiamo asserire che solo quando nella struttura sociale ed economica si manifestano una crisi ed una
modificazione significative si ha un ripensamento sovrastrutturale della totalità espressiva: “Il luogo di origine della
filosofia, pertanto, deve essere identificato nell’acropoli, e i primi filosofi sono quei sapienti che appartengono alla sua
aristocrazia e che cercano di riaffermarne i tradizionali valori mediante una riflessione nuova sul significato della realtà
umana.”[3] Cerchiamo di chiarire meglio questo passaggio fondamentale: le società primitive erano caratterizzate da una
modesta divisione sociale del lavoro e soprattutto da una certa staticità socio-economica determinata dalla pressoché
assenza di commerci e di rapporti economici con l’esterno. Si trattava di società tendenzialmente chiuse, dove i fini
individuali coincidevano strettamente con quelli collettivi. Il lavoro non era finalizzato al guadagno individuale ma al
benessere collettivo della comunità di appartenenza. In un tale contesto la verità corrispondeva semplicemente alla
riproduzione corretta della comunità tribale e vi era dunque una totale unità tra macrocosmo naturale e microcosmo
sociale:”...Per i nostri antichi e lontani progenitori detti spesso impropriamente “primitivi” la verità coincideva interamente
con la sopravvivenza del gruppo e con l’insieme di comportamenti individuali e collettivi che assicuravano e garantivano
questa sopravvivenza...”[4] Questa unità originaria di pensiero ed essere si rompe in Grecia quando il mondo dell’agorà
comincia a prevalere su quello dell’acropoli. L’agorà rappresentava la piazza principale della polis, sede del libero
mercato e degli scambi tra i cittadini liberi e contrapposta agli interessi dell’acropoli, simbolo del potere dei vecchi ceti
aristocratici. L’introduzione della moneta coniata e lo scatenarsi dei commerci fecero ascendere la classe mercantile a
discapito di quella aristocratica, modificando così i rapporti sociali di forza. Tale modificazione condusse i rappresentanti

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11/30/2018 Il punto zero della filosofia

dell’aristocrazia a ripensare il contesto socio-culturale esistente, tentando di riassestare i vecchi equilibri politici ed i
vecchi valori etico-culturali, messi sotto scacco dalla prevalenza dell’agorà.

La filosofia nasce proprio in tale contesto di ristabilimento dei vecchi valori aristocratici. Essa si sviluppa come
preservazione dell’essere sociale preesistente, consolidandone i caratteri di stabilità e permanenza nel tempo. La filosofia
di Parmenide rappresenta proprio questo tentativo di restaurare il vecchio ordine di valori, antecedente all’ascesa dei ceti
mercantili-borghesi. L’essere parmenideo non è un essere astratto e piovuto casualmente dal cielo come la narrazione
manualistica sostiene:

“E’ plausibile sostenere che tale essere, proprio in forza della sua indeterminatezza e della sua non-corrispondenza ad
alcunché di definito, sia in realtà anche la metafora della permanenza di norme e costumi sociali comunitari, dei quali
l’Eleate paventa la dissoluzione e che intende salvaguardare tramite una loro metamorfosi in una realtà ontologicamente
immutabile.”[5]

Da ciò è possibile concludere che l’avvento della filosofia greca non fu un evento extra-storico e a-temporale ma una
reazione teorica tesa a ristabilire i valori comunitari della misura e della stabilità contro l’incedere della dissoluzione
provocata dallo scatenamento delle forze economiche e commerciali nell’ambito della polis. Non una filosofia astratta ed
inestricabile, ma una ontologia dell’essere sociale, nella quale la verità fa tutt’uno con la giustizia sociale. Questo è
quanto possiamo per ultimo trarre da una attenta deduzione sociale delle categorie filosofiche, interpretando criticamente
l’avvio del pensiero filosofico, nonché la sua lunga e secolare prosecuzione.

[1]Il senso dell’essere nelle culture occidentali, Trevisani editore, Massimo Bontempelli e Fabio Bentivoglio

[2]Il senso dell’essere nelle culture occidentali, Trevisani editore, Massimo Bontempelli e Fabio Bentivoglio

[3]Il senso dell’essere nelle culture occidentali, Trevisani editore, Massimo Bontempelli e Fabio Bentivoglio

[4]Una nuova storia alternativa della filosofia, Petite plaisance, Costanzo Preve.

[5]Minima Mercatalia, Bompiani, Diego Fusaro

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