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ordines moderni per una

euristica degli ordini della


modernità
Sociologia dell'Educazione
Università degli Studi di Salerno
40 pag.

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“Ordines moderni. Per un’euristica degli ordini della modernità”

Prefazione: Ordines è un libro non lineare che nasce con lo scopo di leggere la modernità con una
parabola più ampia rispetto a quanto descritto nei libri di storia. Propone una analisi dei
macroprocessi che hanno portato l'installarsi della società moderna in termini di ordo, attraverso i
momenti chiave in cui si propongono le tendenze fondamentali della modernità,fino a diventare
egemoni, ordines, dapprima in luoghi considerati marginali e poi arrivando al suo centro. Si è
cercato di seguire questi spostamenti a volte anche minimi, che hanno saputo ridisegnare lo
scenario sociale.È un tentativo di lavoro di cogliere i rapporti tra la sfera economica,politica e
religiosa, cercando di capire in che modo sono stati prodotti diverse configurazioni di ordini. Si è
cercato di analizzare gli spazi, intesi come quelli urbani ed in che modo tendano ad un ordine
sociale. Inoltre, si è cercato di analizzare il continuo variare del rapporto tra le dimensioni spaziali
e giuridiche dell'intervento di governo del mutamento sociale proponendo alcuni momenti
cruciali come il terremoto di Lisbona del 1755 e la prima guerra mondiale.
Introduzione:Sembra davvero aver consegnato al mondo una straordinaria profezia, Stanley
Kubrick con il suo “2001, Odissea nello spazio”, in cui sembra annodarsi il passato che si muove in
un universo dove la violenza è onnipresente e il suo infelice e geometrico destino.Destino che ha
portato l'uomo dall'utilizzo di semplici strumenti grezzi ad assumere sempre piu' il controllo del
mondo fino a poi essere dominato dagli stessi strumenti,sempre piu' sofisticati,sempre più fuori
dal controllo. In quella profetica pellicola, sarà un computer intelligentissimo a prendere
definitivamente in mano il controllo del destino dell’uomo che ha sempre meno a che fare con il
peso della fatica di prodursi cibo e guadagnarsi la giornata. Questo si immaginava Kubrick nel 1968
(anno del film e data simbolo del 900) per il 2001; il primo anno successivo ad una fatidica soglia:
il 2000.
Tale soglia sembrava così carica di venature millenaristiche, che avrebbe perfino rischiato di
arrestare le macchine intelligenti al servizio dell’uomo attraverso il temuto millenium bug (rischio
di confusione da parte dei sistemi informatici molto vecchi, fra le due cifre finali dei secoli 1900 e
2000; poiché il computer non avrebbe saputo distinguere le differenze tra i dati attribuiti alle due
epoche. In realtà gli effetti del trapasso del millennio sono stati del tutto nulli). Mentre,
contemporaneamente, si inaugurava il pellegrinaggio dei fedeli per il giubileo della Chiesa cattolica
a Roma. In realtà il 2001 si rivelerà ancora più profetico, in quanto l’11 settembre ci è stato un
traumatico risveglio dal sogno di un mondo finalmente libero: un attacco epocale (torri gemelle)
per opera dei fondamentalisti,che si richiamano ad un mondo che sembrava non dover più essere
preso in considerazione, se non con una brusca inversione dello sguardo verso il passato. Ed ecco
tornare i toni apocalittici, di una rovina incombente di questo mondo estremamente fragile,
insicuro, fondato su un unico dio: il denaro. Un dio, che celebra la sua liturgia, il consumo, ma che
non promette alcuna eterna salvezza, che non conosce trascendenza né radici, che è interessato
solo all’immediato e che non ammette rotonde realtà, ma solo veloci e rettilinee strade sempre
sgombre, percorribili e potenzialmente infinite.Questo tempo sembra ad un bivio: ora consegnato
ad una fosca profezia di un futuro da eterna Odissea in uno spazio infinito; ora consegnato ad un
futuro da eterna Iliade, non però da trionfante guerriero, ma da tremante abitatore della città
assediata. Nel percorso che qui si offre, come ipotesi euristica, si cerca di delineare lo sfondo
generale di quello che si configura come una vera e propria alienazione del mondo. Si è cercato di
ricostruire alcuni dei momenti cruciali della configurazione della gerarchia tra quelli che si
definiscono “ordines” nella modernità; cioè si è passati attraverso il momento storico degli status a
quello in cui hanno assunto un grande peso gli ordines novi, poi divenuti caratteristici della
modernità e perciò definiti ordines moderni. Nel medioevo, gli ordines hanno trovato il primo
momento di pieno riconoscimento: in quanto espliciti vettori di quel predominio dell’economia di
mercato, che troverà sempre più spazio nel contesto sociale, fino ad allora, dominato dalla nobiltà
(cavalleria e clero) portando a compimento la trasformazione della società nei termini di

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“modernità”.La logica di cui si è parlato si riflette fin dall'origine nel concetto stesso di economia di
Agamben. Oikonomia significa “amministrazione della casa”. Nel trattato aristotelico (o pseudo
aristotelico) sull’economia, si legge che la techne oikonomike si distingue dalla politica, come la
casa (oikia) si distingue dalla città (polis). La differenza è ribadita nella Politica, dove il politico e il
re, che appartengono alla sfera della polis, sono qualitativamente contrapposti all’oikonomos e al
despotes, che si riferiscono alla sfera della casa e della famiglia. Anche in Senofonte, l’ergon
dell’economia è la “buona amministrazione della casa”. Tuttavia, non bisogna dimenticare che
l’oikos non è la casa unifamiliare moderna, né semplicemente la famiglia allargata, ma un
organismo complesso, in cui si intrecciano rapporti, che Aristotele distingue in tre gruppi:

 relazioni dispotiche, padrone-schiavi; che includono la direzione di un’azienda agricola di


ampie dimensioni;
 relazioni paterne, genitore-figli;
 relazioni gamiche, marito-moglie.

Ciò che unisce queste relazioni economiche è un paradigma gestionale e non epistemico: si tratta
di una attività, che non è vincolata ad un sistema di norme, né costituisce una scienza, ma implica
decisioni e disposizioni che fanno fronte a problemi ogni volta specifici, che riguardano l’ordine
funzionale (taxis) delle diverse parti dell’oikos.
Di particolare interesse, per la storia semantica del termine oikonomia, è il significato di eccezione,
che esso acquisisce a partire dal sesto/settimo secolo, specialmente nell’ambito del diritto
canonico della Chiesa bizantina. Qui il significato teologico di misteriosa prassi divina, intrapresa
per la salvezza del genere umano, si fonde con i concetti di aequitas ed epieikeia, provenienti dal
diritto romano ed evolve a significare la dispensa dall’applicazione troppo rigida dei canoni.
Congiungendo queste due dimensioni, possiamo parlare pienamente di economia, con il suo luogo
privilegiato che è il mercato, inteso come spazio neutro, in cui non vige la rigidità della norma, ma
il “lasciar fare”, il “lasciar essere”. Avviene così la trasformazione in etica universale di quella di un
ceto particolare, secondo quel processo di ipertrofia valoriale che discende dal successo, in un
luogo specifico della società, di uno stile di vita, che diventa polo di riferimento per gli altri gruppi.
Comincia a complicarsi quella che era la convivenza della pluralità degli ordini, con il
miglioramento delle condizioni di vita dei mercanti, che diventa un potente fattore di attrazione. Si
assiste ad una progressiva alienazione del mondo, nel senso di un processo continuo, che porta
alla riproduzione sempre più estesa di luoghi dove sono sospese le distinzioni. Questo processo va
di pari passo con la nascita dei processi produttivi, che troverà piena realizzazione nella cosiddetta
rivoluzione industriale.
Dal punto di vista giuridico porterà alla creazione di quello spazio neutro e deserto, che risponde al
nome di società e che si presenterà sempre più chiaramente come luogo dell’economico: cioè
spazio puro di governo, in cui sarà sempre più predominante l’atteggiamento pragmatico e dove la
macchina giuridica troverà il laboratorio ideale dove sperimentare i regimi, che diverranno, poi,
quelli democratici (fondati sull’atomismo della volontà e la logica contrattuale).Si è scelto il
terremoto di Lisbona del 1755 come esempio, in quanto sembra il momento in cui davvero il
potere politico- ormai difficilmente distinguibile dall’economico - prova ad essere pienamente
autonomo di fronte alle forze in difficoltà dell’ancien regime (re, Gesuiti, nobiltà) sempre più
svuotate di valore e titoli. Lisbona rappresenta anche il primo esperimento su larga scala, in
Europa, di una ridefinizione ingegneristica degli spazi cittadini: a capo della ricostruzione ci sono,
soprattutto, ingegneri militari, questo fatto sembra quasi sancire l’unione tra i due estremi della
politica e della guerra.La tecnica diventa sovrana, con la consapevolezza che non c’è più da
pensare ad un fine ultimo; la tecnica è l’ideologia del ceto economico, divenuto vettore dominante
della modernità. Le città diventano sempre più gabbie di vetro, cioè trasparenti al governo
(illuminazione, numeri civici, quartieri eccetera). Gli individui si trasformano in unità. Crescono gli
spazi, aumentano i mercati, le città, la popolazione.Finita l’ideologia nazionale, con la fine delle

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guerre mondiali, l’economico si esercita nella guerra fredda (due “nazioni”) e, poi, nella
globalizzazione, dove i limiti (che erano ancora sostanziali nelle ideologie nazionaliste) saltano
definitivamente. La tecnica governa il mondo e ogni aspetto dell’uomo. Le istituzioni espropriano
la socialità diretta e si moltiplicano, impedendo durature solidarietà, che possono radicare forme
identitarie stabili e potenzialmente pericolose.
Capitolo primo. Etologia dello spazioHomo si trova a vivere in un ambiente, spesso, indifferente
se non addirittura ostile. Per adattarsi all’ambiente e riuscire a sopravvivere, Homo deve, in
qualche modo, farsene un’immagine. Homo condivide questa esigenza biologico-esistenziale con
gli altri animali, che si formano anch’essi una qualche immagine del mondo (Welthbild). La
specificità del Welthbilddi Homo consiste nel fatto che questi è in grado di esprimere
linguisticamente la propria immagine del mondo, oggettiva e staccandola dalla propria esperienza
vissuta.Quando giunse il momento della nascita dei mortali, gli dei mescolarono terra e fuoco e ne
fecero il calco. Quindi, ordinarono a Prometeo e a suo fratello Epimeteo di distribuire a ciascun
mortale le facoltà naturali in modo conveniente. Epimeteo distribuiva le facoltà, mentre a
Prometeo spettò di controllare quello che lui aveva fatto: ad alcuni distribuiva forza senza velocità;
a quelli più deboli dava velocità; a quelli che avevano un piccolo corpo, dava ali per fuggire o
sotterranea dimora; alcuni armava, mentre per quelli inermi escogitava un altro mezzo di salvezza.
Faceva in modo che tutto fosse in equilibrio e che una qualche stirpe non dovesse estinguersi. E
così anche agevoli modi per proteggerli dalle intemperie delle stagioni di Zeus: li avvolse di folti
peli
e di dure pelli, che bastavano a difendere dal freddo, ma che proteggono anche dal caldo. Ad
alcuni degli zoccoli, ad altri unghie; ad alcuni procurava erba della terra, ad altri frutti degli alberi,
ad altri ancora radici; ad alcuni dette come cibo la carne degli altri animali, ma a questi concesse
scarsa prolificità, mentre a quelli che ne erano preda abbondante prolificità, in modo che la loro
specie si conservasse. Solo che Epimeteo aveva consumato, senza accorgersene, tutte le facoltà
naturali in favore degli esseri privi di ragione: gli rimaneva ancora di dotare il genere umano e non
sapeva cosa fare. Allora, sopraggiunse Prometeo a controllare la distribuzione: vide che l’uomo era
nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. Quindi, per salvarlo, rubò a Efesto e ad Atena il sapere
tecnico insieme con il fuoco e ne fece dono all’uomo. L’uomo ebbe la scienza della vita, ma non
aveva la scienza politica: essa si trovava presso Zeus.Questo mito sta a significare che l’uomo ha
avuto bisogno di un artificio per adattarsi alla propria condizione naturale: questo artificio è la
politica, habitat artificiale che diventa la seconda, ma più vera, natura dell’uomo. Habitat, che
prevede già la condivisione di uno spazio e il timore e rispetto del diritto. Mantenendo la lettura
Heideggeriana della condizione del Dasein(esistenz,essere nel mondo),possiamo dire che la
condizione fondamentale è l'apertura al mondo e per Husserl questa apertura può essere intesa
come prendersi cura preoccuparsi del mondo verso cui si è aperti. L'attenzione alla vita è il
principio fondamentale che regola la nostra vita cosciente, definisce cio' che per noi è
rilevante,determina la nostra memoria, ci fa vivere il presente o volgere una riflessione verso le
esperienze passate interrogandoci sul loro significato. Completo stato di veglia cioè un pieno stato
di coscienza massima originato da un atteggiamento di piena attenzione alla vita. Solo il sè che
lavora hai il completo interesse per la vita e quindi è in completo stato di veglia, questa attenzione
è diretta esclusivamente a portare a compimento il suo progetto. Importante sottolineare questa
attività dell’attenzione, che permette di comprendere il legame tra le modalità di attenzione e i
diversi livelli di realtà entro cui può muoversi il soggetto, visto che il pensiero darwinista che
infervava l’epoca riduceva solo l’approccio naturalistico alla vita. Il nostro impulso originario è di
affermare, immediatamente, la realtà di tutto ciò che è concepito. Ma vi sono diversi ordini di
realtà, ognuno con il suo specifico modo di esistenza. James li chiama “sotto-universi” e porta
come esempio: il mondo del senso o delle cose fisiche (la realtà per eccellenza); il mondo della
scienza;il mondo delle relazioni ideali; il mondo degli “idoli della tribù”; i vari mondi supernaturali
della mitologia e della religione; i vari mondi dell’opinione individuale; i mondi della pura follia e
della stravaganza. La mente popolare concepisce tutti questi sotto-mondi in modo più o meno

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sconnesso e quando considera uno tra di essi dimentica momentaneamente i suoi rapporti con il
resto. Ogni oggetto che noi pensiamo si riferisce a uno di questi sotto-mondi; ogni oggetto che noi
pensiamo si riferisce ad uno di questi sotto-mondi. Schutz preferisce parlare di province finite di
significato: noi parliamo di province di significato e non di sotto-universi, in quanto è il significato
delle nostre esperienze e non la struttura ontologica degli oggetti a costituire la realtà. Quindi,
chiamiamo un certo insieme delle nostre esperienze una provincia finita di significato. Inoltre,
Schutz ribadisce che c’è una provincia, che assume una rilevanza particolare, fino ad essere
assunta come provincia “ordinaria” della realtà ed è il mondo della vita quotidiana. Importante,
poi, è evidenziare l’attaccamento a questa realtà, per cui non siamo disposti ad abbandonare il
nostro atteggiamento nei suoi confronti, senza prima aver fatto esperienza di uno specifico
trauma, che ci costringe a rompere i confini della “finita” provincia di significato in questione e a
spostare l’accento della realtà su un’altra provincia. Queste esperienze traumatiche capitano
spesso nella vita quotidiana; esse appartengono alla sua realtà. Vi sono tanti generi di esperienze
traumatiche, quante sono le diverse province finite di significato, sulle quali io posso porre
l’accento della realtà; ad esempio: il trauma di addormentarsi, come salto nel mondo dei sogni; la
trasformazione interiore cui siamo sottoposti quando si alza il sipario, come transizione nel mondo
del palcoscenico; il mutamento radicale del nostro atteggiamento se, dinanzi ad un quadro,
facciamo in modo che il nostro campo visivo si limiti a ciò che è dentro la cornice, come passaggio
nel mondo pittorico; il volgersi di un bambino verso il suo giocattolo, come passaggio al mondo del
gioco. Ma anche le esperienze religiose, in tutta la loro varietà, costituiscono esempi di tale
trauma. Questo trauma rappresenta l’irruzione di qualcosa di estraneo nella quotidianità, non è
altro che una modificazione radicale nella tensione della nostra coscienza. Il mondo della vita
quotidiana dovrà indicare il mondo intersoggettivo, che esisteva da molto prima della nostra
nascita, percepito e interpretato dagli Altri, i nostri predecessori, come un mondo organizzato. Ma
esso è dato alla nostra esperienza e alla nostra interpretazione. Ogni interpretazione di tale
mondo è basata su un insieme di previe esperienze di esso, sulle nostre stesse esperienze e su
quelle che abbiamo ereditate dai nostri genitori e insegnanti, le quali nella forma di “conoscenza a
disposizione” funzionano come schema di riferimento. Inoltre, noi dobbiamo dominare e mutare il
mondo della vita quotidiana, al fine di realizzare le méte che perseguiamo, nel suo ambito insieme
con i nostri simili. Lavoriamo e operiamo non solo entro il mondo, ma anche sul mondo. I nostri
movimenti corporei nel mondo modificano i suoi oggetti e i loro reciproci rapporti. D’altro canto
tali oggetti oppongono resistenza ai nostri atti, una resistenza che dobbiamo superare o alla quale
dobbiamo soggiacere. Il mondo, in questo senso, è qualcosa che dobbiamo modificare attraverso
le nostre azioni e che modifica le nostre azioni. Il posto che il mio corpo occupa in un certo
momento entro questo mondo, il mio “Qui” in atto, è il punto di partenza dal quale io considero il
mio rapporto con lo spazio. Il mio “Ora” in atto costituisce l’origine di tutte le prospettive
temporali, da cui organizzo gli eventi del mondo. Questo settore del mondo fatto di oggetti
percepiti e percepibili, di cui io sono al centro, sarà chiamato il mondo alla mia portata attuale, il
quale comprende gli oggetti entro il raggio della mia vista e della sfera del mio udito. Entro questo
campo a mia portata vi è una serie di cose, che posso manipolare. Il problema si complica,
soprattutto in un tempo in cui, attraverso l’uso di missili a lunga gittata, la sfera manipolatoria può
essere estesa al di là della mia portata. L’ampliarsi della sfera manipolatoria costituisce, forse, una
tra le caratteristiche preminenti dell’attuale stato della civiltà occidentale. Tutto questo sistema
chiamato “mondo a mia portata” è sottoposto a mutamenti, che seguono ad ogni mio
mutamento; muovendo il mio corpo io sposto il centro del mio sistema di coordinate.Questo agire
e intervenire sul mondo esterno viene definito, da Schutz, “lavorare”. Il lavorare è costituito
dall’azione nel mondo esterno, basata su un progetto e caratterizzata dall’intenzione di portare a
compimento lo stato di cose progettato attraverso movimenti corporei. Nell’attività di lavorare
viene compreso anche il lavoro di interrelazione con gli altri uomini, che consiste in un agire e
reagire in rapporto alle azioni degli altri. Si inserisce qui il tema della comunicazione, che permette
l’esperienza della simultaneità della realtà, nella relazione sociale. Lui e io, noi, condividiamo,

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mentre dura il processo, un comune vivido presente, il nostro vivido presente. Attraverso la
relazione tra Noi, viviamo nel nostro mutuo vivido presente, diretti verso il pensiero da realizzare
nel processo comunicativo e attraverso di esso. Noi cresciamo insieme. Di qui si arriva alla
costituzione del tempo comune. Questo universo comune, strutturato come realtà quotidiana
rafforza e conforta il senso di stabilità dell’identità del soggetto. Comte osservava che l’equilibrio
mentale deriva, in gran parte, dal fatto che gli oggetti materiali, con i quali siamo in contatto tutti i
giorni, non cambino, o cambino poco, e ci offrano un’immagine di permanenza e di stabilità.Molti
disturbi si accompagnano ad una sorta di rottura tra il nostro pensiero e le cose così ci troviamo
sperduti in un ambiente instabile e straniero.Anche al di fuori degli stati patologici quando qualche
avvenimento ci obbliga a trasferirci in un nuovo ambiente prima di adattarci attraversiamo un
periodo di incertezza. Perché ci si attacca agli oggetti? Il nostro ambiente materiale porta impresso
insieme il nostro marchio e quello degli altri. La cultura e i gusti che si manifestano nella scelta e
nella disposizione, che abbiamo dato alla nostra casa, ai nostri mobili e a tutto il modo in cui sono
arredate le stanze. Si tratta di una esigenza fondamentale di tradurre le informazioni, che derivano
dall’ambiente interno (coscienza) e dall’ambiente esterno (genericamente definito habitat o
heimat), in modo funzionale alle esigenze di sopravvivenza dell’individuo e, contemporaneamente,
del gruppo, considerato nei termini di individualità sociale. La peculiarità propria di homo, è la
coscienza. In questa coscienza aperta fluiscono continuamente informazioni, dati, precetti, che
necessitano di un’accoglienza. Ma questo materiale deve, per poter essere utile, essere
catalogato; ma data la sua eterogeneità ci sarà un continuo processo di riordinamento: i dati volta
per volta non più utili vengono cancellati o messi da parte; altri vengono raggruppati sotto una
stessa intestazione; vengono stabiliti sempre nuovi collegamenti e rapporti causali. Di strategica
importanza è la fluidità dei limiti classificatori: l’approssimazione, l’indeterminatezza, il flou dei
contorni sono la condizione essenziale per permetterci di ricordare, di associare un fatto ad un
altro, di riconoscere una forma anche appena intravista. Il linguaggio infatti come lo stesso
Wittgenstein afferma è una “forma di vita”. Solo grazie al linguaggio noi possiamo creare una
relazione con il modo. I “giuochi linguistici” come li chiamava Sant’Agostino, ci permettono di
dare
un nome alle cose e creare una relazione con esse. Questo meccanismo sottrae gli individui alla
vita impossibile, che conduce uno dei più interessanti personaggi di Borges: Funes, cadendo da
cavallo perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e
nitido e così pure i ricordi più antichi banali. Questi ricordi non erano semplici, ogni immagine
visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche, sonore. La memoria di Funes riproduceva
esattamente la realtà;la sua mente era come una telecamera, che registra ininterrottamente tutto
quello che passa davanti all’obiettivo. Naturalmente, la condanna è al dettaglio perenne e
all’impossibilità di generalizzazioni. La mente umana, invece, procede in maniera più economica:
tende a selezionare le informazioni, a ridurre la complessità del reale attraverso schemi
concettuali e sistemi di codificazione. In tutti questi processi mentali, vitali per la nostra
sopravvivenza, la lingua ha un posto eminente. Gran parte delle informazioni può, infatti, essere
codificata nelle forme che ci offre la lingua. A ciascuna di queste informazioni posso far
corrispondere uno o più segni linguistici; così avrò più facilmente accesso ai miei contenuti e più
facilmente potrò comunicarli ad altri. Mentre l’universo di Funes è chiuso in sé stesso e non ha
possibilità di traduzione e comunicazione autogena. Borges conclude che Funes è condannato solo
ad avere la cronaca del mondo nell'impossibilità di fare storia. Il processo che ci permette di
sfuggire a questa chiusura è la traduzione della realtà in segni attraverso un processo di
smaterializzazione del mondo tradotto in segni,costruendo così un mondo immateriale evitando
così la fatica di portare con sè le cose materiali. Il linguaggio una volta innescato sembra reggersi
su regole autonome e non rispondenti alla società che lo ha prodotto, una macchina trascendete
rispetto al contesto. Ogni volta si cerca di costruire una lingua che sia speculare al linguaggio
perfetto, che parli la realtà stessa, in modo da riuscire a superare le divisioni tra gli individui.
Questa problematica nasce ai tempi degli imperi quando dovevano essere veicolati informazioni,

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ordini in una lingua comprensibile a tutti i sudditi. Seguiamo, in alcuni momenti chiave, la storia
del linguaggio. La creazione avviene per un atto di parola:è solo nominando le cose che via via Dio
crea, Dio conferisce loro uno statuto ontologico. Nel prosieguo della storia della creazione, però,
già incrociamo il problema fondamentale, cioè il fondamento della corrispondenza tra nome e
nominato.Il passo è quello in cui Dio crea gli animali e li conduce davanti ad Adamo, per farli
nominare, per dare loro un nome, che sarebbe stato il loro nome. Ma chi dice che i nomi che
Adamo ha dato agli animali siano giusti? O semplicemente si chiamano come l’animale doveva
chiamarsi. Medesimo problema ha dovuto affrontare la cultura greca,quello della corrispondenza
tra segno e segnato. I greci, nel periodo classico, etichettavano come barbaroi, coloro che
parlavano una lingua diversa dalla loro. In greco un dato suono corrispondeva ad un'idea e quella
idea sicuramente era nella mente dei barbari,ma questo non conosceva il rapporto tra suono ed
idea. I filosofi greci identificavano nella lingua greca la lingua della ragione. Il greco si imporrà
come lingua universale con l’impero di Alessandro Magno, formando la lingua ufficiale
dell’Impero,
che va sotto il nome di Koinè, parlata in tutto il bacino del Mediterraneo. In questa epoca si
affaccia il sogno di una lingua perfetta “comune a tutte le genti”,i cui segni non sono parole ma le
cose stesse. Questa idea darà origine ad una produzione che durerà per tutto il medioevo,bestiari
enciclopedie ecc. Esistono differenti sistemi per farsi un’immagine del mondo e ogni cultura tende
a privilegiarne qualcuno in particolare. Ad esempio, sono interessanti le differenze tra i sistemi
artistici occidentali e quelli tibetani. La tradizione occidentale ha privilegiato il ricorso a segni con
referente concreto e riconoscibile (figure, oggetti); la tradizione tibetana ha dato, invece, molta
importanza a forme geometriche, rapporti di spazi e linee, colori. Essa fa largo uso di elementi
astratti; ciò significa che la forma di elaborazione scelta da queste altre culture non è
immediatamente traducibile nelle forme della lingua. Le arti figurative occidentali sono, invece,
fortemente linguistiche. I vari elementi possono essere messi in corrispondenza con segni della
lingua. Naturalmente, anche al colore e ad altre forme astratte si può dare un nome, ma questo
nominare è meno a portata di mano. La lingua non è che una delle modalità in cui prendono forma
il nostro pensiero e i nostri insiemi di conoscenze; è il sistema a cui più frequentemente si fa
ricorso per modellare un altro sistema o per trasporlo. Infatti, la lingua da di sé un’impressione di
grande regolarità: ritornano gli stessi suoni, le stesse combinazioni e tutti i parlanti condividono,
almeno in parte, le stesse conoscenze. In realtà sono, appunto, i parlanti a creare e a voler
ravvisare regolarità in quello che è un fenomeno intrinsecamente variabile ed eterogeneo. Se poi
la lingua conosce anche la modalità scritta è ancora miglior modello, perché è effettivamente più
regolare. Il modello della lingua scritta si pone come modello principe di codificazione del reale ed
è il modello che è nato proprio in occasione delle prime esigenze amministrative e di catalogazione
della città. Ma nel momento stesso in cui si oggettiva l’immagine del mondo, sorge anche la
domanda sul senso del mondo e sul senso del nostro fugace esistervi. Mediatori nella costruzione
di Weltbild (immagine del mondo) e Weltanschauung (concezione del mondo) sono i concetti, le
sintesi linguistiche, le riduzioni della realtà, i simboli e le cifre linguisticamente condivise, che
richiamano dinanzi a chi li nomina la realtà nominata, l’oggetto. Il termine “simbolo” ha origine
greca e alla lettera significa gettare insieme. Nell’antico uso greco, il sostantivo symbolon indicava
un oggetto, che aveva la funzione di lasciapassare o di attestazione e che costituiva la prova di un
avvenuto accordo. L’uso era di congiungere gli spezzoni di una tavoletta o le parti di un anello
spezzato; di cui un frammento, in possesso di un messaggero o di chi dovesse essere individuato
per un motivo preciso, fungeva da segno di suo riconoscimento per il possessore dell’altro
frammento. In un significato strettamente giuridico, la parola symbolon era stata assunta come
sinonimo di contratto. In tale accezione di elemento di riconoscimento si riscontra nel Simposio di
Platone. In Aristotele, symbolonallude a qualsiasi segno, che supporti e faccia visivo un pensiero,
mediante un oggetto materiale che lo evochi e lo rappresenti. Si noti, infine, che il concetto
generale di symbolonha il suo contrario espresso dal vocabolo diabolon (da qui la nostra parola

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diavolo), che indica divisione, scissione, separazione e dispersione. Il diritto è, per eccellenza, la
sfera delle segnature. Troviamo la forza della forma riflessa nella forma giuridica, con le leggi
scritte sulle tavole ed esposte al pubblico, secondo una tradizione che accomuna la Grecia, Roma e
gli ebrei; con Mosé; così come con la creazione delle carte; con la geometria e l’astronomia di
Euclide, ma anche di Anassimandro, che per primo disegna la carta della terra. Nonché l’altro
grande momento di congiunzione rappresentato dall’opera di Eratostene, che adatta alla carta
geografica i concetti della geometria euclidea, arrivando così alla riduzione alla bidimensionalità
della tridimensionalità della terra. Ordinatore a priori è sicuramente lo spazio, come il tempo.
Pinotti, partendo dal loro ruolo del pittore, afferma che “è stato, spesso, preso a termine di
paragone per rendere intuitivo il fare di Dio e della Natura”. Nel suo operare il pittore imita Dio (o
la Natura) non riproducendo ciò che Dio (o la Natura) hanno già prodotto, ma “facendo come
essi”fanno. Mimesi come mimare, allora, come fare-come. Mimesis, come i termini derivati da
mimose dal verbo mimeishtai, abbracciava una gamma di significati che comprendeva il “prendere
le parti di”, “assumere il ruolo di”, “seguire l’esempio di”, “impersonificare”, in generale “fare
come”. Questa costellazione di significati non va affatto perduta nella lingua platonica, ma viene
messa in ombra dalla dominante accezione di mimesi come riproduzione copiativa di un modello
visibile: il suo contemporaneo e grande avversario Democrito concordava con Platone sul fatto che
mimesi è imitazione della natura, intendendo però un fare come la natura. Fare come la natura
significa procedere secondo il modello della creazione naturale, ampliandola là dove essa ha
trascurato di operare. Lo spostamento operato da Aristotele del concetto di mimesi è cruciale: da
rifare quel che la natura ha già fatto, fare quel che la natura avrebbe potuto fare e non ha fatto. È
questo un principio che vale anche per altri campi oltre che per la pittura; come nel linguaggio,in
cui diamo forma linguistica a una realtà che di per sé non lo è:ciò che ci permette di afferrare la
realtà nella parola è nei concetti che la parola esprime. La rappresentazione spaziale consiste
essenzialmente in un primo coordinamento introdotto tra i dati dell’esperienza sensibile. Per
disporre spazialmente le cose, bisogna poterle situare in modo diverso: mettere le une a destra, le
altre a sinistra, queste in alto, quelle in basso, ecc. ecc., nello stesso modo in cui, per disporre nel
tempo degli stati di coscienza, bisogna poterli localizzare a date determinate. Ciò vuol dire che lo
spazio non potrebbe essere ciò che è se, come il tempo, non fosse diviso e differenziato. Ma
queste divisioni, che gli sono essenziali, da dove provengono? Di per sé lo spazio non ha né destra
né sinistra, né alto né basso, né nord né sud, ecc. tutte queste distinzioni derivano evidentemente
dal fatto che alle regioni sono attribuiti valori affettivi diversi. E siccome tutti gli uomini di una
stessa civiltà si rappresentano lo spazio nello stesso modo, bisogna evidentemente che questi
valori affettivi e le distinzioni che ne derivano siano egualmente comuni a essi; il che implica quasi
necessariamente che esse siano di origine sociale. Quindi, si può dire, che non già lo spazio, ma
bensì l’articolazione e la riunione delle sue parti, che trova il suo punto di partenza nell’anima,
riveste un significato speciale. Sembrerebbe intuitivo che la visione che un gruppo ha dello spazio
debba inscriversi nelle strutture della sua lingua; il riferimento spaziale è così importante (per
quanto esso possa, nella comunicazione, essere integrato dai gesti) che sembra inevitabile debba
essere la lingua stessa a comunicarlo. E’ naturalmente molto difficile che si possano correlare con
sicurezza dei fatti linguistici a un determinato habitat in un rapporto biunivoco. Ma, si possono
riconoscere influssi di determinati ambienti sulla costruzione linguistica del mondo. Dopo aver
esaminato il caso della lingua dei Mòncheni di Trentino, infatti, Cardona afferma: “Troviamo
analoghi riflessi dell’habitat sul modo di orientarsi,in qualunque luogo un gruppo si sia costituito
intorno a un asse geografico e psicologico, proprio perché l’insediamento si è raccolto lungo le rive
di un fiume, o in un paesaggio segnato da particolari caratteristiche naturali”.La nostra esperienza
quotidiana attuale è fatta di un habitat abbastanza uniforme su larghissima scala, di luoghi molto
neutri e che si ritrovano identici in giro per il mondo (globalizzazione/non specificità), con una
lingua sempre più spaesata, sottratta agli influssi del paese di origine.È il prezzo che si paga per
una comunicazione sempre più ampia. “Ci andiamo abituando all’uso di lingue di sempre maggiore
diffusione: di norma si fa riferimento alla lingua nazionale, e poi si imparerà ad usare anche una o

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più lingue di grande diffusione. Ma una lingua di grande diffusione deve necessariamente perdere
tutte quelle caratteristiche, che la legano a situazioni peculiari e che non sarebbero più
comprensibili in un uso più allargato: tra queste i riferimenti a luoghi determinati. A monte-a valle,
è evidente che espressioni del genere cadranno dall’uso più facilmente di altre in favore di
formulazioni più astratte e quindi di uso non limitato”. Il termine globalizzazione comprende due
insiemi di dinamiche:
 Uno riguarda la formazione di istituzioni esplicitamente globali, quali l’Organizzazione
mondiale del commercio (WTO), l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), i mercati
finanziari globali, il nuovo cosmopolitismo, i tribunali internazionali dei crimini di guerra.
Sebbene si attuino parzialmente su scala nazionale, sono in larga misura formazioni globali
nuove.
 Il secondo, comprende processi che fanno parte della globalizzazione. Processi che
avvengono all’interno di territori e domini istituzionali. Per esempio, reti transfrontaliere di
attivisti, espressione della società civile impegnati in specifiche lotte localizzate ispirate a
un programma globale più o meno esplicito (organizzazioni ambientaliste Greenpeace o di
difesa dei diritti umani); particolari aspetti dell’operato di Stati, quali per esempio,
l’attuazione di determinati politiche monetarie e fiscali; l’utilizzo da parte dei tribunali
nazionali di strumenti internazionali - dai diritti umani, ai parametri ambientali
internazionali, alle normative dell’Organizzazione mondiale del commercio. Incluso, inoltre,
le “forme non cosmopolite di globalità”, quali forme di impegno politico pratico imperniate
su questioni e lotte localizzate, ma condivise in altre parti del mondo.
Si impone, allora, il modello più astratto di linguaggio: quello matematico. Il modello euclideo è un
modello puramente ideale, è un “modello” funzionale che è riuscito a imporsi tanto da rendersi
“più reale” della realtà, sancendo la sua supremazia sul mondo, ridotto a superficie, carta, a
mappa. La geografia è la descrizione della Terra. Cosi da secoli si ripete. Ma non è così, perché la
geografia riduce il mondo alla Terra, la Terra alla sua superficie e quest’ultima a una tavola. Questa
definizione fa sì che il mondo venga trasformato in un immagine. Con la modernità, siamo di
fronte al trionfo della trasformazione del mondo in immagine, perché, all’opposto del Medioevo,
non è la carta la copia del mondo, ma il mondo la copia della carta. Ma che significa qui “mondo”?

E che significa “immagine”? Mondo è qui la denominazione dell’ente nella sua totalità. Il termine
non equivale a “cosmo” o a “natura”. Del mondo fa parte anche la storia. Questa denominazione
abbraccia anche il fondamento del mondo. Col termine “immagine” si intende in primo luogo la
riproduzione di qualcosa. Di conseguenza, l’immagine del mondo sarebbe, per così dire, una
pittura dell’ente nel suo insieme. Ma “immagine del mondo” significa il mondo stesso, l’ente nella
sua totalità. “Immagine” non significa qui qualcosa come imitazione, ma ciò che è implicito
nell’espressione: avere un’idea fissa (fissarsi) di qualcosa. Il che significa: la cosa sta così come noi
la vediamo. Avere un’idea (immagine) fissa di qualcosa significa:porre innanzi a sé l’ente stesso,
così come viene a costituirsi per noi e mantenerlo costantemente, così come è stato posto.
Immagine del mondo, significa, quindi, non una raffigurazione del mondo, ma il mondo concepito
come immagine. Ed è proprio il costituirsi del mondo a immagine quello che caratterizza il Mondo
Moderno. Mentre nel Medioevo il mondo era il frutto dell’azione creatrice di Dio, causa prima e
suprema. Il modello euclideo è stato il veicolo fondamentale per la costruzione di quella “seconda
realtà” (realtà virtuale), che si impone sempre di più come l’unica. In effetti, vi è un luogo topico
della finzione e dell’inganno, che mette in scena il dubbio circa il confine tra realtà e finzione,
inganno e verità, ed è il teatro. A teatro, però, l’inganno è dichiarato e lo spettatore si trova in una
condizione in cui osserva le vicende e le intenzioni dei personaggi, compresi gli imbrogli e le
tresche. Il realismo della rappresentazione sta proprio nel presentare tutti e due gli aspetti. In un
modo in cui l’apparenza si è separata dalla realtà, la realtà della finzione si basa sulla trasparenza
dell’inganno. Prima dell’età elisabettiana infatti, il teatro non era un teatro di illusioni, ma ambiva
piuttosto a rappresentazioni che esaltassero la realtà, spesso a scapito del realismo, per cui per

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esempio di cercava di attribuire i ruoli a persone che nella vita facessero lo stesso mestiere ecc.
Dal ‘500 in poi, invece, il termine “perfomance” acquisisce valori contrari e a teatro, l’inganno è
dichiarato e lo spettatore si trova in una condizione in cui osserva non solo le vicende narrate, ma
anche le intenzioni dei personaggi, le tresche e gli imbrogli. Questa tematica viene poi ampliata
anche al romanzo, che inizialmente ha come tema proprio l’impostura, e che si svincola dalla
corrispondenza con il mondo proprio perché aspira a un realismo di altro genere: il romanzo
moderno non pretende affatto di riprodurre dati del mondo, ma vuole piuttosto creare “secondi
mondi”.Molto importante è però il Barocco che si presenta, ancora una volta, come momento di
ricostruzione del “racconto” e Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile organizza la pluralità dei
mondi per la prima volta.In effetti, anche se la geometria euclidea come modello unico e vero
entra in crisi molto tardi, lo fa quando però le risposte sul mondo,non ci vengono date solo dalla
fisica, ma anche da altre discipline.In realtà è a cavallo tra ‘800 e ‘900 che si matura il divorzio tra
fisica e matematica. Siamo di fronte a un ripensamento di quella che può essere definita la
concezione classica del mondo. C’è chi pensa che per ogni trasformazione del mondo corrisponda
una precisa tecnica scientifica, c’è invece chi pensa che tutta la materia è omogenea e pertanto c’è
una relazione tra tutte le particelle del mondo che attraverso rapporti di causa-effetto
determinano cambiamenti; c’ poi la terza specie, quella di coloro che professano la filosofia
sperimentale. Questi sono del parere che le cause di tutte le cose debbano essere derivate da
principi i più semplici possibili e quindi credono solo ai principi che siano stati provati da fenomeni.
Procedono secondo un duplice metodo: l’analitico e il sintetico. Questo è il modo migliore di
filosofare e fu quello che lo stesso Newton adottò e giudicò come il solo degno di essere coltivato
e illustrato. Quindi, diede un chiarissimo esempio di esso, deducendo la spiegazione del sistema
del mondo dalla teoria della gravitazione. Che la forza di gravità appartenesse a tutti i corpi, tutti lo
immaginavano ma fu il primo e il solo che poté dimostrare ciò a partire dai fenomeni. Molto
importante è stata comunque anche la meccanica classica che ha consentito l’unificazione dei
fenomeni apparentemente diversissimi: basterà ricordare che essa implica che il moto dei pianeti
nei cieli è governato dalle stesse identiche leggi che regolano la caduta di un oggetto sulla Terra.
Vale anche la pena di menzionare che mentre in un primo tempo gli scienziati pensavano che i
processi fisici che coinvolgono gli scambi di calore non rientrassero nell’ambito della meccanica,
proprio nel XIX secolo fu possibile mostrare che i processi termici trovano la loro origine nei moti
disordinati dei costituenti della materia. La meccanica grazie alle ricerche di Gibbs, Boltzmann e
Maxwell, vide un grande trionfo perché portò all’unificazione dei fenomeni naturali fornendo una
spiegazione meccanica dei processi termodinamici.I segni geometrici sono stati i segni della
scrittura del mondo sulla carta, fungendo quindi da medium di un oggetto. Questo è il cardine
della modernizzazione, il medium ovvero un filo capace di legare due mondi, quello reale e quello
ricreato. Anche se per Simmel il medium per eccellenza è il denaro perché attraverso esso noi
consideriamo il ns rapporto con il mondo e perché, nella stragrande maggioranza dei casi, è quello
che ci permette di creare relazioni e scambi.Il denaro è anche legato al calcolo e a tutto ciò che di
negativo e di positivo porta con se questo temine. Il denaro induce di per se la necessità di
continue operazioni matematiche nella vita quotidiana. La vita di molti uomini viene riempita da
questa attività e condivisa anche tra vari essere umani, come i commercianti e i clienti ad esempio.
Ma secondo vari filosofi come Goete, Nietzche, credono che: il diritto, l’intellettualità e il denaro
sono caratterizzati dall’indifferenza verso la propria individualità in quanto offuscano,
paradossalmente, quelli che sono i veri valori della vita. Questi tre elementi impongono regole da
seguire, calcoli da fare e pensieri da imporre. Ritornando al linguaggio geometrico, questo apre un
universalizzazione del mondo in quanto la lingua della matematica è più universale del latino,
lingua universale dell’impero che ha posto le basi dell’omogeneità. Tra le lingue che hanno portato
omogeneità al mondo, non bisogna dimenticare la musica, che ha fornito un importante modello
di ordine e armonia e che è vista come una lingua celestiale perché considerata la lingua degli
angeli. La musica, la geometria, l’astrologia e la matematica, secondo Agostino andranno a
costituire il Quadrivium dell’educazione medievale; infatti secondo la definizione di Boezio: “tali

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scienze costituiscono la quadruplice via che conduce alla Saggezza e alla vera filosofia. Il
linguaggio
matematico risulta talvolta come qualcosa che si è sempre conosciuto e a tal proposito si può far
riferimento al dialogo platonico di Menonein cui Socrate fa un esercizio con uno schiavo di
Menone stesso, facendogli ricordare, attraverso l’interrogazione continua, la verità che ha
contemplato in un’altra vita; cioè, secondo Socrate, in lui queste opinioni sono emerse come in un
sogno; e anche se qualcuno glielo chiederà altre volte lui risponderà sempre. Oggi, si va
trasponendo la verità dal piano reale al piano virtuale. Un capovolgimento radicale, compiuto solo
con la modernità, cioè dal momento in cui gli uomini e le cose sono stati ridotti a soggetti astratti.
Soprattutto, caratteristica della modernità sarà la congiunzione del governo con la tecnica, che
permetterà la colonizzazione di ogni spazio materiale e immateriale e la sottomissione di ogni
aspetto del mondo a questa logica; spingendo fino alla definitiva alienazione del mondo e al
definitivo capovolgimento del rapporto tra uomo e natura. L’habitat dell’uomo si è trasformato in
ambiente artificiale, una sorta di acquario, dove può vedere tutto ciò che è fuori (es. acquario-
schermo della TV), ma nello stesso tempo sapendo che è sempre lì, come un soggetto da
esposizione oltre il vetro di qualcun altro. Oggi, il solo modo di vedersi riconosciuti un ruolo nel
contesto sociale è quello di avere una personalità giuridica, che ti consente di chiedere i diritti
riconosciuti ai cittadini di uno Stato. Si assiste sempre più ad un gioco di iscrizione in corpi sociali
omogenei, la cui proliferazione segue, spesso, la logica delle corporazioni medievali e arriva fino
alle corporations e alle multinazionali contemporanee, secondo una logica contrattualistica, che
ammette ai tavoli solo i gruppi più rappresentativi o che hanno maggior peso economico.
Pertanto, i rapporti tra economia e politica risultano capovolti, rendendo centrale l’economia
rispetto agli altri campi sociali.
Capitolo secondo. Guerra al limiteUn concetto che negli ultimi anni sembra essere diventato
sempre più problematico è quello di limite. Il limite viene visto spesso come uno spartiacque del
mondo, così come la grande Guerra che ha generato angoscia e smarrimento e che provoca una
frattura tra passato e futuro. Con la Prima Guerra Mondiale si assiste alla frattura del corso storico.
Infatti, già allo scoppio della guerra, al momento della mobilitazione, il passato prossimo appariva
il più come passato remoto, la distanza psicologica da esso si dilatava improvvisamente. Il mondo
che si era appena lasciato alle spalle era già un mondo sfocato, perduto. L’ingresso nella guerra
era l’inizio di un cammino ignoto, di un futuro dai contorni incerti. Potremmo chiamare tutto
questo, sentimento della modernità. Naturalmente bisogna capire bene questo ingresso nella
modernità visto che già altre date erano state considerate come tali, a partire dalla canonica data
del 1492, anno in cui c’è il viaggio verso le Indie di Cristoforo Colombo, che apre il sipario sul
Nuovo mondo. Molto significative sono state le riflessioni fatte da Paolo Prodi sulla storia
moderna.“Storia moderna” è un’espressione che in Italia abbiamo recepito dall’esterno, ma che
viene usata qui da noi con molta differenza di significato rispetto al mondo anglosassone e a quello
germanico. Oltre Alpe si tende a parlare di età moderna per i secoli, che vanno dalla fine del
Medioevo (fine del 15º secolo) sino al novecento inoltrato. Si usa nei paesi anglosassoni e in
Germania distinguere una prima età moderna (sino alla rivoluzione francese) e una tarda o
seconda modernità, che ha il suo perno nell’Ottocento e si prolunga sino alla prima guerra
mondiale. In Italia il discorso è rimasto più ambiguo, anche perché nei nostri ordinamenti degli
studi è stata introdotta, dopo l’unificazione italiana, una “Storia del Risorgimento” come materia
cuscinetto tra una storia moderna, che è arrivata sino al 1815 e una storia contemporanea, che
solo a fatica entrata nel curriculum degli studi, dopo la seconda guerra mondiale e che,
generalmente, comprende l’era fascista e arriva fino ai nostri tempi.Il 1492 è anche l’anno in cui si
completa la riconquista, compiendosi cioè l’espulsione degli ebrei dalla Spagna e dal Portogallo,
ma anche la definitiva cacciata dei musulmani dall’Europa occidentale. Potrebbe, dunque, essere
considerata questa la data (1492) della nascita dell’Occidente; poiché è a partire da questa data
che l’Occidente comincia a far fruttare la propria superiorità militare ed economica. Se guardiamo,
invece alla storia della filosofia, è con Cartesio che si inaugura la modernità; se, invece, alla storia

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dell’arte della letteratura è con il Rinascimento; mentre, per la sociologia, si parla di modernità al
momento della Rivoluzione Politica Francese con la Rivoluzione Industriale. Di fronte a questi
molteplici inizi della modernità, bisogna, quindi, specificare bene il perché della scelta della
Grande Guerra come momento d’ingresso pieno nella modernità. In Italia, si era sedimentata
l’idea di una grande guerra come sforzo doloroso, ma consensuale per uscire dalle minorità post-
risorgimentali e guadagnare, finalmente il suo posto tra le nazioni moderne, come epopea di un
popolo che aveva gloriosamente e generosamente versato il suo sangue per la patria.La Grande
Guerra ebbe una formidabile portata di evento omologante, che fece compiere agli europei
esperienze simili, che a tutti gli inferse ferite morali e materiali simili, che rese più omogenee la
società e le culture anche se così diversi furono i contesti e gli esiti.La Grande Guerra aprì le porte
anche ad un rinnovamento della storiografia dal punto di vista delle fonti; perché, per la prima
volta, furono a disposizione non solo le fonti letterarie “alte”, in quanto vi fu il primo massiccio
ingresso sulla scena della voce di quelli, che potremmo definire soggetti delle “classi subalterne”.
Un’occasione rara di attingere a fonti testimoniali per lo studio non solo dell’esperienza di guerra
in quanto tale, ma più in generale dei fenomeni sociali e di cambiamento culturale dell’epoca. Il
vaglio di questi documenti, provenienti da individui di livello sociale diverso, permette di
comprendere la profondità e pervasività delle trasformazioni attuatesi con la Grande Guerra. Nel
mondo della comunicazione, non si può ad esempio ignorare la forza di penetrazione dei linguaggi
ufficiali, l’appropriazione del cielo, dello spazio aereo, che rende sempre più relativi i grandi
numeri della massificazione e della comunicazione radio; cioè si apre la strada a una ridefinizione
della terra e del globo come metro di riferimento; si ha il ritorno dell’idea di “ordine mondiale” e la
costruzione e divisione del “mondo” in primo, secondo, terzo e così via. Importante è notare un
elemento fondamentale circa la comunicazione: la standardizzazione, altro tratto tipico della
modernità. Si tratta della crescita esponenziale di quel processo, che abbiamo già visto all’opera
con il latino, che vede l’affermarsi su larga scala dell’inglese come lingua principe della tecnica,
proprio al tempo delle guerre mondiali. La guerra generalizzò gli apparati di censure e di controllo
della corrispondenza, ampliandoli e potenziandoli; ma inaugurò, soprattutto, i sistemi capillari di
condizionamento e omologazione della comunicazione attraverso la reiterazione di messaggi
preconfezionati, che transitavano attraverso i manifesti murali, le cartoline illustrate e altri mezzi a
diffusione di massa. Siamo di fronte a quella tendenza della riproducibilità tecnica, volta al
consumo di massa, che vedrà anche la nascita e l’affermarsi delle nuove arti, legate ai nuovi mezzi
tecnici, quali cinema e fotografia, che sono le arti della guerra.In generale, poi, la Grande Guerra
ha portato in primo piano quelli che possiamo considerare i soggetti della modernità, i corpi, la
corporeità. Sono venuti in primo piano i corpi, evocati dallo strazio della carne, dal trionfo della
tecnica distruttiva e ricostruttiva, dalla fame e dall’affollamento dei campi di prigionia, dalle
violenze sessuali nei territori occupati, dagli aborti, dagli infanticidi. I volti maschili fatti a pezzi,
deformati, ricomposti. I corpi femminili violentati e, contemporaneamente, assunti a simbolo di
ricomposizione pietosa, a promessa di una fertilità necessaria e possibile oltre gli orizzonti di
morte. Tra i corpi venuti alla luce non vanno dimenticati quelli dei non combattenti: le popolazioni
soggette a occupazione di eserciti stranieri, i deportati e internati civili, i profughi, le genti di
confine, i prigionieri. Masse di donne e uomini affranti, separati dal proprio ambiente e dal proprio
lavoro, vaganti per il territorio europeo. Siamo di fronte a un momento di ridefinizione degli ordini
temporali sociali e politici. La Grande Guerra diventa un vero e proprio laboratorio per
comprendere l’installarsi della modernità su scala europea, anzi mondiale - visto che proprio allora
viene utilizzato il termine per caratterizzare una guerra per la prima volta - come fenomeno di
massa. La Grande Guerra segna la violenta irruzione del moderno nella realtà della mente degli
uomini, di un moderno e di una modernità dai caratteri ben definiti. Essi sembrano ruotare attorno
al binomio Stato-industria. La guerra esalta il ruolo dello Stato, facendo di esso una presenza
insediata nella vita privata e nell’interiorità di ciascuno, un agente di mobilitazione massiccia di
forze, sentimenti, immagini. Nello stesso tempo, utilizza e potenzia le nuove tecnologie industriali,
estende la sperimentazione di nuove forme di organizzazione del lavoro, di mobilitazione intensiva

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e di movimentazione coatta di grandi masse umane. Nella guerra si affermano, infine, una nuova
radicale espropriazione del tempo della vita e un’inedita combinazione tra principio di efficienza-
razionalità e principio di distruzione-annientamento.
Capitolo Terzo. Luoghi e corpi. Ordines e nuovi spazi Occorre sottolineare che la guerra è sempre
stata importante per il consolidamento del potere.La guerra non è che una parte del lavoro
politico e non è percio' una cosa a sè stante. Nessuno ignora che la guerra deriva dalle relazioni
politiche fra i governi e i popoli; ma si pensa che con essa venga a cessare il lavoro politico, e che
subentri uno stato di cose regolato soltanto da proprie leggi. Invece, la guerra è la continuazione
del lavoro politico, al quale si frammischiano altri mezzi. Si frammischiano altri mezzi per
affermare che il lavoro politico non cessa con la guerra ma continua a svolgersi qualunque sia la
forma dei mezzi di cui si avvale,e che gli avvenimenti bellici non sono che i fili principali della
politica. La guerra e la politica non vanno considerate disgiuntamente, perché sono animate da
una stessa logica, il che fa considerare valida la formula di Clausewitz seppur capovolta,si capisce
che guerra e politica debbano intendersi come un continuum in si declina il potere della società: il
potere è la guerra continuata con altri mezzi. E ciò significa tre cose. In primo luogo, vuol dire che i
rapporti di potere hanno origine in determinati momenti storici. La guerra ha il ruolo di luogo, in
cui si risolvono le pretese di potenza degli individui; essa è il linguaggio delle relazioni di potere. Il
compito del potere politico sembra essere il riscrivere perpetuamente, attraverso una specie di
guerra silenziosa, il rapporto di forze nelle istituzioni, nelle diseguaglianze economiche, nel
linguaggio. Questa logica è sempre stata evidente nei rapporti internazionali ed è emersa con
estrema chiarezza proprio in età moderna, al momento in cui si è imposta la logica dell’equilibrio
delle potenze attraverso la diplomazia. “L’esistenza di un dispositivo militare permanente è un
elemento essenziale di una politica comandata dal calcolo degli equilibri, dal mantenimento della
forza attraverso la guerra, dalla possibilità o dalla minaccia della guerra. La guerra non è un’altra
faccia dell’attività degli uomini, ma comincia ad essere l’attuazione di una serie di mezzi, che la
politica ha definito e di cui il mezzo militare rappresenta una delle dimensioni fondamentali e
costitutive”. Questo è l’aspetto della guerra rivolta verso il fuori, verso l’alterità più radicale
pensata dalla politica, il nemico.Il significato della distinzione di amico e nemico è di indicare
l’estremo grado di intensità di un’unione o di una separazione; essa può sussistere teoricamente
senza che, nello stesso tempo, debbano venire impiegate tutte le altre distinzioni morali,
estetiche, economiche o di altro tipo. Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente
cattivo o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente
economico;egli è semplicemente l’altro, lo straniero. Basta che sia esistenzialmente qualcosa
d’altro e di straniero, in modo che siano possibili con lui i conflitti, che non possono venir decisi né
attraverso un sistema di norme né mediante l’intervento di un terzo “imparziale”.Emerge con
chiarezza l’idea dell’autonomia della sfera politica, come dovrebbe funzionare ancora oggi;
autonomia che aveva trovato una prima “esposizione” in Machiavelli, ritenuto non a caso il
fondatore della scienza politica moderna. “Dovete adunque capire come sono dua generazione di
combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo col secondo
delle bestie, ma, perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto, a
uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo.”Il principe di Machiavelli riceve il
suo principato per eredità, per acquisizione o per conquista; in ogni caso non ne fa parte, ma
mantiene una posizione di esteriorità. Ciò che lo lega al principato è un vincolo di violenza o di
tradizione, oppure è un vincolo sancito dal compromesso dei trattati e dall’accordo con altri
principi. In ogni caso, si tratta di un legame del tutto artificiale: non esiste un’appartenenza
originaria, essenziale, naturale e giuridica tra principe e principato. Ma proprio perché è di
esteriorità, il rapporto resta fragile ed esposto alla minaccia esterna, da parte dei nemici del
principe, che vogliono strappargli o riprendersi il principato; ma è esposto, anche, a minaccia
interna; perché non c’è ragione a priori per la quale i sudditi debbano accettare il dominio del
principe. L’obiettivo dell’esercizio del potere consisterà, per forza, nel mantenere, consolidare e
proteggere il principato.“La Natura (l’arte attraverso cui Dio ha creato e governa il mondo) viene

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imitata dall’arte dell’uomo come in molte altre cose anche in questa: nella capacità di produrre un
animale artificiale. Attraverso l’arte viene creato quell’enorme Leviatano chiamato
Commonwealth o Stato (in latino Civitas), che non è altro che un uomo artificiale dotato di una
statura e di una forza più grandi rispetto a quello naturale. In esso la sovranità è un’anima
artificiale, in quanto fornisce vita e movimento all’intero corpo. I magistrati e gli altri funzionari
sono le articolazioni artificiali. Ricompensa e punizione (con le quali ogni membro spinto ad
adempiere al proprio dovere) sono i nervi. Il benessere e la prosperità di tutti i membri particolari
sono la forza. La saluspopuli (la sicurezza pubblica) è il suo compito. I consiglieri, che
suggeriscono
tutto ciò che è necessario sapere, sono la memoria. L’equità e le leggi sono una ragione e una
volontà artificiali. La concordia è la salute, la sedizione è la malattia e la guerra civile è la morte.
Infine, i patti e gli accordi, tramite cui le parti di questo corpo politico sono state per la prima volta
prodotte, messe insieme ed unite, possono essere paragonati a quelli fiat o sia fatto l’uomo
pronunciato da Dio nella creazione.”C’è qui in essere l’artifici,o che crea la macchina statale
moderna, la macchina che sola permette di mantenere la pace, una pace che è assolutamente
artificiale e che nasce dalla consapevolezza della necessità di unirsi per avere maggiori speranze di
sopravvivere; creare una persona più grande, un macroantropo, che incuta timore negli individui e
dissuada i nemici dall’attacco. Si può avere percezione di quale maniera di vita ci sarebbe se non ci
fosse un potere comune da temere. Da quella guerra, di ogni uomo contro ogni uomo, consegue
che nulla può essere ingiusto. Le nozioni di giusto e sbagliato, giustizia ed ingiustizia qui non hanno
luogo. Dove non c’è potere comune, non c’è legge e dove non c’è legge non c’è ingiustizia. La
forza
e la frode sono le virtù cardinali in guerra. Consegue che non ci sono proprietà, né dominio, né
mio e tuo distinti, ma soltanto che ogni uomo ha quello che può ottenere e per tutto il tempo che
può tenerselo. Hobbes indica quali siano le leggi di natura: “Poiché la condizione umana è una
condizione di guerra di ogni uomo contro tutti gli altri, ognuno è governato dalla propria ragione e
non c’è nulla, che possa utilizzare preservando la sua vita contro i suoi nemici; ne consegue che in
una tale condizione ogni uomo ha diritto ad ogni cosa, perfino al corpo di un altro. Di conseguenza,
è una regola generale della ragione che ogni uomo dovrebbe sforzarsi di cercare la pace nella
misura in cui ha la speranza di ottenerla e quando non può ottenerla, che possa ricevere e
utilizzare tutti gli aiuti e i vantaggi della guerra.”In effetti, la storia dell’accentramento del potere,
in Europa, la si può far risalire molto indietro; tanto che molti storici vedono il primo tentativo di
accentramento nell’epoca carolingia, vista come il primo tentativo di costituzione di una entità
protostatale dopo il crollo dell’impero Romano d’Occidente. Ma come è avvenuta questa prima
sperimentazione protostatale? Va detto che il rapporto tra i Romani e i barbari non va inteso nel
senso di una netta contrapposizione, poiché vi erano state molte occasioni di scambi e influenze.
Naturalmente, restano anche delle differenze forti tra i due sistemi culturali e sociali e, tra queste,
l’attitudine militare dei germani, che si riverserà poi anche nel sistema feudale. La razzia e il
saccheggio vengono ancora considerati fonti di entrate non trascurabili, come ai tempi dei primi
contatti tra romani e barbari: “L’impero offriva molti modi di trarre profitto dal sistema romano:
attraverso scambi pacifici, mediante la carriera militare nell’esercito romano, ma anche attraverso
il saccheggio delle province romane. Il luogo che vide e permise la maggior penetrazione del
mondo barbarico, fino a capovolgere i rapporti di forza tra i due mondi, fu proprio quello
dell’esercito. La paga regolare e le razioni (annona) che i soldati ricevevano, con l’aggiunta di
donazioni di terra ai veterani, rendevano l’esercito attraente per coloro i quali preferivano una vita
da guerriero. L’aristocrazia senatoriale aveva perso il controllo delle forze armate, ampliando così
il fossato che separava l’esercito imbarbarito e le autorità civili. È interessante vedere come la
convivenza-germanica abbia aperto, poi, la strada alla costruzione del sistema feudale occidentale,
un sistema fondato sulla fedeltà personale e sull’ideologia militare. Quella che bisogna superare è
l'idea della radicale altereità e incomunicabilità tra mondo germanico e romano, discendente
proprio dal mantenimento del termine barbari per definire questi popoli al di là dei confini

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dell'impero.L'espressione greca barbaros deriva dall'imitazione del balbettio inarticolato bar,bar, è
il verso che i romani facevano ai popoli che parlavano una lingua straniera.Il termine venne ripreso
dai Romani che lo usarono in senso derivato per delineare l'opposizione tra civiltà e barbarie.
L’espressione “barbaro” identificava non più i popoli con una lingua diversa, ma tutti coloro che
rimanevano esclusi dalla civiltà, cioè i selvaggi. Il criterio etno-linguistico escludeva una volta per
tutte l’insieme degli stranieri; il criterio culturale, invece, ammetteva la possibilità di un
avvicinamento e persino di un’inclusione mediante l’inculturazione. La costruzione dell’alterità in
questi termini, naturalmente, lasciava spazio a possibili strade di “integrazione” e di
“assimilazione”. Il passaggio dei popoli conquistati dalla barbarie alla civiltà si definiva togatio. La
Chiesa del tardo impero adottò questo atteggiamento, ma gli conferì una nuova dimensione. La
missione civilizzatrice prese la forma di una missione di cristianizzazione e venne considerata come
un dovere del clero e dei sovrani cristiani. Questi gruppi, che venivano alla periferia dell’Impero
romano, si caratterizzavano per un atteggiamento fortemente votato alla guerra. “L’ostilità
naturale tra i gruppi etnici non si esauriva nelle razzie. Essa era anche all’origine di trasferimenti di
ricchezza regolari e pacifici. Il tributo annuale non è nulla di più che una raccolta di bottino
regolarizzata e normalizzata, a beneficio di una tribù sufficientemente minacciosa perché i suoi
vicini si sentano interessati a comprare la pace”. Questo sistema di acquisto della pace sarà
proprio la strada, che imporrà quel che diventerà il feudalesimo. Durante l’Alto Medioevo, tra il
quinto e il nono secolo, si insedia un nuovo sistema storico, che combina un tipo di
produazione,un tipo di società e un sistema di valori: il sistema feudale. Sarà un sistema, che avrà
una lunga vita e in cui si distinguono due fasi con il periodo di transizione chiave individuato
attorno all’Anno Mille. Abbiamo così una prima fase feudale, in cui prevale il modello cosiddetto
cortese, cioè della curtis, un modello di proprietà fondiaria ereditato dal sistema delle villae della
tarda antichità. Questo modello dominicale è tutt'insieme un'unità di produzione essenzialmente
rurale, di rapporti sociali tra uomini liberi e schiavi, e di poteri giuridici e politici in forza dei quali
una parte crescente di funzioni pubbliche ed amministrative passa nelle mani dei padroni dei fondi
indominicati o curtes, i quali appartengono sia alla nobilità che alla gerarchia ecclesiastica. Questo
passaggio conoscerà importanti modificazioni che trasformeranno l'aspetto del territorio poichè
sono connessi a questa fase della nascita del potere signorile,la fase dell'incastellamento e la
rinascita delle città. La situazione iniziale è di alta frammentazione delle terre e di una forte
dispersione della popolazione, con difficoltà nei collegamenti per l'abbandono e l'incuria delle
antiche vie romane di comunicazione. Un forte impatto ha sicuramente anche il calo della curva
demografica ritenuta elemento fondamentale di questo scenario. Dispersione territoriale dovuta
all'esigenza di procacciare i diversi beni che venivano prodotti in diverse regioni. Tendenza
crescente fu quella dell'accentramento condivisa sia dal potere ecclesiastico che signorile,poichè la
lontanza richiedeva un investimento rischioso. La tendenza dei monasteri fu quella di concentrare
i loro possedimenti nei pressi del monastero.Per quel che riguarda le proprietà dei signori la
struttura era quella della curtis, il termine villa veniva usato quando si trattava di tenute reali piu'
tardi subentrò il termine curtis e villa passo a significare villaggio o casale. Tipica della curtis era la
divisione in due parti: la riserva dominica, sfruttata dal proprietario o dal suo intendente (villicus,
maior, meijer), e i mansi, affittati ai servi. Nella riserva dominica era compresa la curtis dominica,
cioè la casa padronale con i granai e gli altri fabbricati rurali, il giardino e le terre, costituite da
suoli arativi, estensioni prative e da una vigna detta le clos. Il manso comprendeva una casa con
orto, terreno arativo, prati, a volte una vigna; adesso spettava anche il diritto di usare i boschi. Il
luogo di localizzazione delle curtes è, in genere, lungo le vie commerciali. La curtis rappresentava
per il suo possessore un mezzo atto a procurargli un reddito in una società in cui la circolazione
monetaria era ancora limitata. Per raggiungere tale scopo esistevano due vie:
 La coltivazione della riserva domenica. I servi nutriti con il prodotto dei loro mansi
dovevano accudire alla terra padronale.
 La fornitura di beni in natura da parte dei mansi servili cui si aggiungevano a volte piccoli
pagamenti in denaro .

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Dopo questa fase curtense a seguito della disgregazione del potere imperiale,in parte resuscitato
da Carlo Magno ma disgregatosi con i suoi successori vista la spartizione del suo impero tra i figli,
che in un certo senso sanciva l'impossibilità del mantenimento di un organismo centrale molto
esteso quello che poi diventerà lo stato moderno, assistiamo all’imposizione di un nuovo regime,
quello della signoria, che caratterizza quella che viene chiamata la seconda età feudale. A questo
passaggio storico si lega anche il processo di incastellamento.Nel vuoto di potere causato dalla
crisi della classe dirigente, non si sa in che misura la popolazione sia indotta spontaneamente ad
invocare il patronato del signore proprietario della piu' vicina curtis o a porsi sotto protezione di
una fondazione religiosa. È indubbio invece che i detentori del potere locale subentrarono nei
posti lasciati vacanti dall’autorità centrale, attirati da considerevoli guadagni, che era possibile
ricavare disponendo del potere di fare e amministrare la legge. La nuova autorità si estese su tutta
la comunità, libera o servile, vivente in un dato territorio, e si configurò così come potere
regionale.Si tratta di un passaggio estremamente importante, poiché la creazione di questi nuovi
castra introduce sulla scena centri di riferimento ideologicamente fondamentali; rompendo il
paesaggio disperso della prima età feudale ed innescando il processo di accentramento del potere
e di organizzazione e amministrazione del territorio in maniera razionale, a partire dal centro
riconoscibile, anche simbolicamente, nel castello, luogo del signore. L'incastellamento non è una
semplice risposta per la minaccia saracena ed ungara, ma della fondamentale difesa del
patrimonio accumulato dalle curtes. Non sempre il castrum coincide con la curtes,(in alcuni casi il
castrum è nato all'interno della curtis per difenderla,sopratutto se si trattava di una curtis fiscale)
poichè bisogna pensare ad un piu' complesso sistema castrense (i castra non costituiscono unità
contabilmente omogenee,tali sistemi comportano una gerarchia di castelli appartenenti a tipi
diversi,hanno importartanza l'ampiezza e la struttura di questi)posto a difesa delle zone vhr
cominciano così a prendere una forma organizzata a livello quasi regionale. Quello che va
sottolineato è la funzione del castello come principio di organizzazione e amministrazione del
territorio, vedendo così all'opera quello che diventerà il principio di urbanizzazione tipico della
modernità, in cui si può già vedere all'opera l'endiadi città-stato che si imporra sempre piu' come
vettore caratteristico della modernità.Non a caso proprio l'immagine della città murata costituirà
l'immagine della città e soprattutto del nucleo fondamentale da cui emana il potere
pubbilco.Procediamo per ordine un ruolo fondamentale nel processo di incastellamento lo
svolgono i signori, le famiglie potenti,talora anche nelle vesti di rappresentanti del clero. Mediante
il castello, dunque, un signore offriva protezione alle comunità residenti non solo nel suo
patrimonio fondiario, ma anche in quelli vicini situati nella regione circostante e provvedeva a
difendere la pace interna tutelando i diritti vigenti nel territorio medesimo. La signoria di castello,
allora, altro non era che una forma della signoria territoriale: la signoria territoriale poteva esistere
anche senza una fortificazione, ma là dove era un castello certamente si trovava una signoria
territoriale. Secondo gli storici “statualistici”, i signori titolari di un castello potevano essere solo
duchi, marchesi, conti, coloro cioè, che esercitavano pubblica autorità in nome del re. Tale
interpretazione, però, è stata smentita dalle numerose indagini, che hanno rilevato l’esistenza di
un consistente numero di castelli innalzati da signori privi di intitolatura ufficiale. La signoria
territoriale, dunque, venne assunta in maniera spontanea da signori fondiari della regione in grado
di svolgere le due principali funzioni, quella di difensore delle popolazioni e l’altra di tutore dei
diritti. A questi “incastellati”, colonizzatori locali e pionieri venuti da orizzonti lontani, il signore
offriva un luogo adatto all’edificazione del nuovo villaggio, un’altura ben provvista di fonti perenni.
All’interno di uno spazio chiuso e ben delimitato dal tracciato di una cinta difensiva, ogni
capofamiglia si vedeva concedere, perché vi edificasse, un lotto di terreno a forma di rettangolo
regolare. Vi si aggiungevano le concessioni di un orticello ai piedi della futura cinta muraria, di un
piccolo appezzamento dove piantare una vigna e di un insieme di particelle di arativo. Tutti questi
appezzamenti - la cui superficie era talvolta proporzionale alla consistenza numerica della famiglia
- erano accuratamente distribuiti in numerose località del territorio circostante, che il lavoro
agricolo avrebbe trasformato in altrettante terre caratterizzate da produzioni diversificate.Sembra

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essere di fronte a un piano regolatore, cioè a una pianificazione di abitativi e servizi. Al signore
venivano corrisposti sia un testatico, sia alcuni tributi per matrimonio o decesso.All’autorità
signorile spettavano tutti i diritti di mercato, di caccia, di pesca e di banalitè (diritti curtensi);
inoltre, vi era l’obbligo esteso a tutta la popolazione vivente sotto la giurisdizione del signore di
fare uso a pagamento di svariati servizi da lui istituiti:il grano andava macinato nel mulino del
signore, il pane cotto nel suo forno, l’uva spremuta nel suo torchio, la birra fermentata nelle sue
tasche di fabbricazione. Inoltre, poiché egli era anche giudice del tribunale signorile, gli riusciva fin
troppo facile abusare della propria posizione. Il re era considerato solo il garante
dell’amministrazione della giustizia, quindi, non rivestiva un ruolo di superiorità e anche le cause in
tribunale continuavano essere risolte col confronto tra i due convenuti, essendo la corte solo il
luogo che sanciva la regolarità del procedimento. Il mezzo giudiziario principale era ancora la
prova, ma intesa per lo più nei termini di prova fisica o, comunque, prova-duello, confronto tra
due individui contrapposti, dove era la divinità a decidere, poiché avrebbe permesso il trionfo di
solo colui che era nel giusto. Secondo l’etica aristocratica, poi, chi aveva subito un oltraggio, vale a
dire un atto che aveva leso la sua immagine sociale, non aveva altro mezzo per riscattare l’onore
che mostrare, vendicandosi, di essere più forte dell’offensore. La vendetta, insomma, era un
dovere. Attenuazione della violenza con l'accrescersi della burocrazia e l'accentramento nel
ricorso alla violenza.Infine, non va trascurata la Chiesa e le sue varie presenze sui territori, talvolta,
anche in conflitto tra loro. Un gravame che colpiva tutte le terre coltivate, fin dall’introduzione del
cristianesimo, era la decima, utilizzata in origine per il riscatto dei prigionieri, l’elemosina e il
mantenimento del clero secolare, ossia dei vescovi e dei parroci. Essa consisteva di una decima o
quindicesima parte dei prodotti della terra e del bestiame allevato. Dove resterà radicata la
tradizione resterà radicata nella cavalleria, che continuerà a rivendicare una fondamentale
differenza dal comune cittadino anche libero, rivendicando il diritto di essere giudicata solo da
“pari”; fissandosi in quella che possiamo definire la classe nobile, il cui prototipo è rappresentato
dal signore, che vive delle rendite delle proprie terre e che non ha bisogno di lavorare
direttamente per vivere.È stata una grande rivoluzione quella che, nel corso del X secolo, ha
praticamente eliminato la vecchia distinzione della società cristiana fra liberi e servi, per sostituirla
con quella più pratica di milites e rustici, che implicava l’individuazione di un confine preciso nel
campo delle funzioni sociali e dei generi di vita tra coloro (i pochi) che avevano il privilegio di
portare le armi e di combattere e coloro (la stragrande maggioranza dei laici), dai quali ci si
aspettava un impegno nel mondo della produzione tale da soddisfare le loro stesse esigenze e
quelle dei privilegiati. Lo schema che incontra, oggi presso gli storici, il maggior successo è quello
trifunzionale, in cui George Dumèzil ha individuato una struttura fondamentale della cultura
indoeuropea. Esso riconosce come operanti nello spirito e nelle istituzioni delle società tre funzioni
necessarie al loro buon funzionamento: una prima funzione di sovranità magica e giuridica, una
seconda di forza fisica e una terza di fecondità. Assente dalla Bibbia, questo schema compare
nell’Occidente cristiano nella IX – X secolo con il testo del vescovo Adalberone di Laon. Egli
distingue tre componenti nella società cristiana: oratores, bellatores, laboratores, quelli che
pregano, quelli che combattono, quelli che lavorano. Lo schema corrisponde al paesaggio sociale
all’indomani dell’anno 1000. Ci sono, in primo luogo, i chierici e i monaci la cui funzione è la
preghiera, che li mette in rapporto con il mondo divino e dà loro un eminente potere spirituale
sulla terra; poi i guerrieri e, più in particolare, quel nuovo stato sociale di combattenti a cavallo,
che diventerà una nuova nobiltà, la cavalleria, che protegge con le armi gli altri due ordini; infine,
il
mondo del lavoro rappresentato dai contadini, che danno da vivere col prodotto del loro lavoro
agli altri due ordini. Società in apparenza armonica, dove i lavoratori godono di una promozione,
se non sociale, almeno ideologica. Di fatto, la realtà sociale permette di subordinare il terzo ordine
ai primi due. Lo schema in apparenza eugualitario rafforza l'ineuguaglianza sociale fra i tre
ordini.Per quel che riguarda la cavalleria, possiamo dire che le pressioni furono molte affinché si

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rendesse utile a quelli che diverranno i due poteri fondamentali del tardo Medioevo, monarchia e
clero. In effetti, la costante incertezza della vita rendeva assolutamente fondamentale il ruolo dei
cavalieri, cioè di coloro che con le armi assicuravano il mantenimento del potere, quando non
l’estensione. Il prestigio dei cavalieri si accrebbe notevolmente lungo tutto il Medioevo, venendo
anche celebrato nei grandi cicli cavallereschi, che arrivano anche al rinascimento trovando sigillo
con il don chischiotte.L'accrescimento del prestigio dei cavalieri lo possiamo ravvisare nelle
trasformazioni subite dalla cerimonia che segnava l'accesso al rango.Il rituale implica parecchi
atti,una prova di forza ed una festa al termine.Siamo di fronte ad un vero e proprio rito di
iniziazione che sancisce l'ingresso in quello che diventerà un vero e proprio ordine, riconosciuto da
tutti gli altri corpi sociali. Un’espressione, usata ancor prima del 1100, aiuterà a farne capire la
portata: non si “fa” solamente un cavaliere, lo si “ordina” tale. L’insieme dei cavalieri “armati”
costituiva ormai un “ordine”: ordo. Non pretendevano, almeno da principio, di suggerire
un’assimilazione con gli ordini sacri: nel vocabolario, che gli scrittori cristiani avevano derivato
dall’antichità romana, un ordo era una divisione della società, laica altrettanto che ecclesiastica;
una divisione regolare, nettamente delimitata, conforme al piano divino. In effetti, il
riconoscimento come ordine, in una società come quella medievale, comportava il riconoscimento
di un posizionamento ufficialmente autonomo e il riconoscimento di una funzione essenziale.
Questo riconoscimento aveva, quindi, bisogno di una “consacrazione” e proprio questo aspetto si
rivelò importante per la Chiesa, che in quei secoli andava estendendo il tentativo di monopolizzare
il potere, proprio attraverso il monopolio del sacramento. È importante anche cogliere il legame
santità-cavalleria sotto un altro aspetto, perché è il nodo centrale della costruzione dell’ideologia
crociata. In questo caso, infatti, i cavalieri assumono il ruolo di apostoli di fede, il che ne giustifica
la violenza, legittima contro il nemico della fede; assumendo così l’ambigua figura di Milites
Christi,
cioè membri dell’ordine deputato alla guerra santa, esattamente come avviene nel caso della
codificazione del jihad nel mondo islamico.In effetti, vediamo come il potere ecclesiastico andò a
fondo nel progetto di “cristianizzazione” di questa istituzione, pur apparentemente all’antitesi con
lo spirito cristiano, poiché fondata sulla guerra e sulla vendetta. L’elemento religioso, dopo che
ebbe fatto la sua comparsa, non limitò i suoi effetti a rafforzare, nel mondo cavalleresco, lo spirito
del corpo; ma esercitò, altresì, una potente azione sui suoi ideali morali. Prima che il futuro
cavaliere riprendesse la spada deposta sull’altare per la benedizione, gli era solito chiesto un
giuramento, il quale precisava i suoi obblighi verso la Chiesa. Siamo di fronte a un momento
storico importante, in cui si costruisce l’ideale della guerra giusta, dell’uso legittimo delle armi,
solo se accompagnano e proteggono la fede. Così una discriminazione, di interesse capitale, veniva
introdotta dal vecchio ideale della guerra per la guerra o per il guadagno. Con la sua spada il
cavaliere difenderà la Santa Chiesa specialmente contro i pagani; proteggerà la vedova, l’orfano, il
povero; non darà tregua ai malvagi. In questo contesto nascono le Leghe di pace, un movimento
che aprì la strada a una limitazione della violenza nella società medievale. Nacquero, così, i
movimenti della Pax Dei e della Tregua Dei: si tentò di eliminare le violenze, in un primo tempo,
mettendo sotto una speciale salvaguardia certe persone o certi oggetti (pace di Dio). Poi si vollero
preservare alcuni giorni particolarmente meritevoli, in cui si sospendevano le attività violente
(tregua di Dio). Queste leghe di pace contribuirono, specie in Francia, a porre fine alle guerre
private agendo militarmente in parallelo alle forze ecclesiastiche, le quali scomunicavano coloro
che si ostinavano a condurre tali guerre. Siamo, dunque, dinanzi ad un grande disegno etico-
ideologico: contenere la violenza attraverso la stessa conversione dei violenti a una morale nuova,
basata non solo più sul coraggio e sulla fedeltà ai compagni d’arme, bensì anche sulla difesa della
cristianità, dei deboli, degli inermi. È il programma che traspare dalle chansons de geste, dalle
imprese anche contro i musulmani di Spagna, dalla crociata: portare la guerra fuori dai confini
della respublica christianorum, portarla agli infedeli; combattere nel nome di Cristo. La crociata e,
in genere la guerra cavalleresca, venivano proposte come “antiguerre”, come lotte contro il male e
il peccato. Ci si avviava in tal modo ad assoggettare le armi a progetti egemonici, rivolti verso

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l’esterno della respublica christiana; realizzando così lo slancio che viveva la società europea del
tempo, uno slancio che permetteva un aumento della ricchezza, cui era correlato un processo di
accentramento del potere nelle mani di sempre meno famiglie più potenti, innescando quel
processo che porterà alla nascita degli Stati territoriali e monarchici moderni.Anche la Chiesa
partecipa a questo processo, cercando di appropriarsi della cavalleria, unico corpo armato
medievale, che poteva garantire vittoria in guerra. Un’espressione ulteriore di questa
cristianizzazione della cavalleria è quella degli ordini religiosi armati. Nacquero i cosiddetti ordini
monastico-militari, che rappresentano la totale e integrale conversio di una parte del mondo
cavalleresco europeo alla vocazione ecclesiale. Non più subordinazione, ma identificazione. Il
legame fra le libere e forse spontanee confraternite di “poveri cavalieri” del tempo, delle “leghe di
pace” e della lotta per le investiture e gli ordini religioso-militari è evidente sino dal sodalizio
riunito da Hugues de Payns: egli e i suoi seguaci pare assumessero in origine la denominazione di
pauperesmilitesChristi, votandosi alla difesa del sepolcro e dei pellegrini, ma al concilio di Troyes
del 1128, esso si trasformò da fraternitas in autenticareligio, in Ordine.Poiché nel frattempo
Baldovino II, re di Gerusalemme, aveva concesso a questi cavalieri di alloggiare in alcuni ambienti,
siti nel recinto dello Haramesh-Sharif, presso le due moschee della Cupola della Roccia e di al-Aqsa
(che per i crociati erano il Templum Domini e il Tempio di Salomone)l’Ordine assunse il nome di
“templare”, che avrebbe mantenuto fino al 1312, anno del suo scioglimento per volontà del papa
Clemente V. Quello del Tempio è solo uno dei molti Ordini religioso-militari, fondati nel corso del
XII secolo in Terrasanta e nella penisola iberica, e più tardi anche nel Nord-Est europeo, ma
impiantatisi un po’ in tutta Europa a causa del loro iniziale successo e anche delle molte donazioni
in denaro e in terre delle quali furono fatti segno, nonché delle conversioni di membri
dell’aristocrazia militare che, attratti dalla loro fama di austerità e di ascetico coraggio, accorsero
nelle loro file. Tra questi ordini vanno ricordati quello Ospitaliero(dedicato all’accoglienza e
all’assistenza dei pellegrini) di San Giovanni di Gerusalemme (che a partire dal trecento si sarebbe
detto “di Rodi”, e dal cinquecento invece “di Malta”) e di Santa Maria detto “dei Teutonici”, in
quanto potevano accedervi soltanto cavalieri d’origine tedesca. Entrambi furono fondati in
Terrasanta. In Spagna invece, con lo scopo di ospitare e difendere i pellegrini diretti a Santiago e di
combattere i Mori, sorsero Ordini quali quello di Santiago, di Calatrava, di Alcantara; in Portogallo
quelli di Montesa e di Aviz; nel Nord-Est europeo la militia Christi, detta “dei Porta spada”
dall’emblema adottato. Si assiste, quindi, a una contrapposizione fra le milizie, quella cristiana e
quella secolare; come ci descrive Bernardo di Clairvaux: « La militia saeculi era dedita alle guerre
fratricide tra cristiani e si distingueva anche per il suo “snobbismo”; infatti, i militi erano dediti
all’acconciatura dei capelli e dell’abbigliamento ed usavano coprire la lunga maglia di ferro con
sontuose vesti di seta colorata. Ad essa si contrappone il Templare; egli porta i capelli rasati in
segno di penitenza, si lascia crescere una barba incolta, non porta vesti colorate né armi cesellate.
Egli non caccia se non animali feroci, dal momento che tale esercizio gli è utile per la guerra. E’
temibile al pari di un leone per i nemici (gli infedeli), ma è dolce come un agnello per i cristiani. Il
Templare è un monaco eppure uccide: ciò è triste, ma la soppressione del pagano in armi si rende
necessaria per difendere i cristiani e per impedire l’ingiustizia. Il Templare, piuttosto che
sopprimere il nemico in quanto essere umano, deve sopprimere il male, quindi, si tratta di un
“malicidio”, piuttosto che di un “omicidio”». I secoli XII-XIII, che tradizionalmente indicano
l’acme
dell’età equestre nel nostro Medioevo, segnano senza dubbio una sorta di trionfo della cavalleria.
L’alta aristocrazia e perfino i re tralasciano i loro titoli gloriosi per fregiarsi semplicemente - da
Riccardo Cuor di Leone a San Luigi - del titolo di cavaliere; esso viene intensamente ambìto dai
ceti
ascendenti, dai nuovi ricchi delle società, soprattutto, urbane, dalla “gente nuova”. Ma quello che
si innesca al tempo del grande mutamento economico, dovuto alla ripresa dell’economia e alla
maggiore ricchezza, legata anche allo sviluppo della “gente nuova”, è il tentativo di mantenimento
di un certo distacco, di arrivare a quello che Bourdieu chiama “sviluppo omotetico” del confronto

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tra i gruppi. Un processo di sviluppo omotetico si può osservare tutte le volte che le forze e gli
sforzi dei gruppi in concorrenza tra loro per un tipo particolare di bene o di titolo raro tendono a
controbilanciarsi; cioè tutte le volte che i tentativi dei gruppi più sfavoriti in partenza di
appropriarsi dei beni o dei titoli, fino ad allora detenuti dai gruppi posti immediatamente al di
sopra di loro nella gerarchia sociale, vengono più o meno controbilanciati dagli sforzi compiuti dai
gruppi meglio piazzati per mantenere la rarità e la proprietà dei loro beni e dei loro titoli.Ed è in
effetti quello che accadrà proprio con la cavalleria, che si consoliderà in termini di nobiltà. Senza
dubbio, quando, nel corso del secolo XIII, la nobiltà si fu definitivamente costituita in corpo
ereditario, mirò a riservarsi come un segno d’onore tutte le forme del ricorso alle armi. In tal
modo, la violenza diventò un privilegio di classe: se non altro in via di principio. Uno dei
dispositivi,
che più segnerà la storia europea, sarà anche la prerogativa di sangue, che attraverso la tappa del
concetto di purezza del sangue, comparso nella Spagna quattrocentesca, condurrà alle teorie
razziali, uno dei grandi demoni dell’Europa. In effetti, «l’avventura si viveva anche nel quotidiano,
senza bisogno di guerre o di crociate. Essa era già nella caccia, specie in quella alle grandi e nobili
belve delle foreste europee come il cervo, il cinghiale, l’orso. E, soprattutto, si poteva tradurre in
una caratteristica attività agonistica, funzionale all’addestramento militare, ma soprattutto
significativa al livello della teatralizzazione delle funzioni sociali e dell’auto-rappresentazione delle
aristocrazie: il torneo».Il torneo si era fortemente radicato nelle abitudini della nobiltà, ma era
seguito con passione anche dal popolo. Era il momento in cui i lignaggi si schieravano nei vari
campi. Vi erano troppi interessi coinvolti nel torneo, momento di confronto interno tra i vari
gruppi, momento in cui ci si poteva misurare con gli esponenti dei lignaggi avversi, momento in cui
era anche possibile operare per qualche vendetta. In tutto questo, resta la tendenza del potere
centrale di svuotare di potere effettivo la cavalleria, quando a non renderla comunque asservita,
che alla fine trasformerà radicalmente il ruolo del Cavaliere nella società. Il lungo processo cui qui
si accenna è quello della progressiva militarizzazione della nobiltà cavalleresca e il suo
ingentilimento, la sua “cortesizzazione”. Esempio chiaro è la trasformazione delle armi da torneo,
secondo le ordinanze dei vari principi, interessati a non perdere troppi vassalli, insieme alle dure
condanne che la Chiesa emetteva a riguardo.Si passa da un primo periodo, in cui si sovrapponeva
solidarietà di lignaggio e solidarietà economica a un periodo in cui, invece, si avvia l’erosione dei
legami familiari troppo estesi e comincia a limitarsi l’estensione del lignaggio, per limitare il diritto
di vendetta. Questa trasformazione sociale fu favorita dalla crisi della cavalleria, divenuta sempre
più un ceto impoverito dal diffondersi dell’economia monetaria, anche se siamo di fronte a una
crisi legata anche all’introduzione di nuove armi e al contempo alle nuove tipologie di guerre, che
la rendevano poco efficace e utile. Siamo, infatti, di fronte a una tendenza che vede una crescita di
potere economico del ceto mercantile rispetto a un ceto prigioniero di un’economia, che rincorre il
prestigio di status. Questa situazione innesca una forte trasformazione della cavalleria, che vede
costare sempre di più il mantenimento del proprio status e del proprio prestigio
tradizionale.Durante la guerra franco-fiamminga del 1300-1328, il fiore della cavalleria di Francia
fece amara esperienza di questo mutamento dei tempi.I cavalieri si trovavano dinanzi altri
professionisti: i macellai che erano avvezzi a uccidere e sapevano come squartare; i mastri d’ascia
dalla mano ferma; i corazzai, che a un solo colpo indovinavano il punto debole di qualunque
armatura. Pochi anni più tardi, la cavalleria pesante degli Asburgo avrebbe imparato a conoscere
altri professionisti: i pastori e i montanari svizzeri, maestri nell’arte di tagliare i grandi alberi e del
provocare valanghe per ostruire i sentieri. Rude gente dei pascoli, che lottava per la sua libertà
usando le armi “sleali” dell’imboscata, del colpo di mano, dell’assalto “a tradimento”.Importante,
inoltre, fu l’innovazione delle armi, che diventarono sempre più pericolose per i cavalieri, come
arco e balestra, nonché l’artiglieria. Siamo, comunque, di fronte a una svolta non immediata, ma
che ebbe bisogno per essere pienamente compiuta di tempi lunghi. In Occidente l’arco era a lungo
rimasto un’arma da caccia, e per giunta da caccia “povera”; ed era un’arma di subalterni. Tuttavia
unni, àvari, arabi, ungari erano stati popoli arcieri; e a contrastare con arcieri abilissimi s’erano

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trovati i crociati, fra il 1238 e il 1241.Come si può vedere in una celebre miniatura agli angeli si
attribuiscono armi cavalleresche-lo scudo e la lunga spada cruciforme - mentre ai diavoli si
lasciano archi e frecce. Così come anche alla morte e alla peste personificate, quali “cavalieri
dell’apocalisse”, vengono attribuiti arco e frecce. Nell’addestramento del Cavaliere, il tiro con
l’arco non trovò posto. Tuttavia, tale arma influenzò moltissimo anche il modo di combattere dei
cavalieri, poiché fu proprio a causa di essa che, dall’XI secolo in poi, l’armamento difensivo dovette
progressivamente appesantirsi, in modo da poter resistere alla forza di penetrazione delle frecce.
La cavalleria militare diventerà sempre più una sorta di orpello, riducendosi per lo più a svolgere
un ruolo di corpo da esposizione; anche se l’immagine del cavaliere resterà viva ancora molto a
lungo grazie all’attrazione esercitata da titoli, blasoni, stemmi e linguaggio nobiliare sul ceto
emergente dei mercanti. (Le varie trasformazioni della cavalleria, porteranno alla formazione dei:
corazzieri, dragoni, lancieri e carabinieri. Che ancora oggi, sono dotati di particolare
prestigio).Infine, si era trasformato il modello di combattimento, con quello dell’istrice svizzera,
fondato su di un’etica del controllo di sé: un moderno schieramento di opliti, che assumono un
posto preciso nelle file e lo mantengono ad ogni costo, muovendosi insieme contro il nemico ed
eseguendo ogni manovra come un unico uomo. Questo comportamento si può riassumere con il
termine greco di tàxis (ordinamento, ordine), inteso prima di tutto come attitudine mentale, tanto
che il termine eutaxìa, definirà la disciplina.Fu la classe dei mercanti il nuovo soggetto, che
permise la nascita di una nuova società e che aveva il suo luogo tipico nella città. Città, che da un
lato è collegata al sistema feudale, visto che la gran parte dei suoi approvvigionamenti alimentari e
di materie prime (ferro, cuoio, fibre tessili ecc.) proviene dal mondo rurale; mentre dall’altro
introduce un elemento, che corrode dall’interno il sistema feudale: la libertà. Libertà, che si
estrinseca attraverso i circuiti commerciali attraversati da uomini nuovi (borghesia),
continuamente alla ricerca del profitto. Lo sviluppo della città fu, appunto, legato al suo essere
spazio di mercato, spazio di scambi, spazio dove ha luogo la riattivazione della circolazione
monetaria.Ma il grande sviluppo della città fu reso possibile anche dai profondi cambiamenti in
campo agricolo. In primo luogo, ci fu un miglioramento delle condizioni climatiche, più favorevole
all’agricoltura. In secondo luogo, vi fu un aumento demografico. In terzo luogo, vi fu il mutamento
della condizione giuridica dei contadini e la progressiva abolizione della schiavitù. Quest’ultima, si
verificò quando i padroni permisero ai loro servi di accasarsi su aziende agricole gestite in proprio,
il che comportò il miglioramento delle condizioni di vita con il conseguente miglioramento della
capacità produttiva e riproduttiva. Si ebbe, quindi, una progressiva dissoluzione della grande
proprietà terriera, sostituita da una monetarizzazione di obblighi dovuti al signore e la
liberalizzazione della manodopera.Infine, ci fu l’evoluzione(mulino ad acqua) e il perfezionamento
delle tecniche agrarie, che permisero la messa a coltura di zone nuove. In questo periodo, ci
furono altre importanti innovazioni e invenzioni, che diedero all’Europa una supremazia
tecnologica, che si tradusse in supremazia politica: il telaio verticale,la nave a vela,il
perfezionamento della bussola magnetica,l’adozione della clessidra, per misurare il movimento
della nave,la redazione di carte nautiche,la compilazione di tavole trigonometriche per la
navigazione,l’adozione del timone di poppa sulla linea centrale della nave,l’orologio,la stampa, che
permise la standardizzazione dei testi (es. introduzion dell’ordine alfabetico nelle opere di
consultaz) ; ma, soprattutto, mettendo a disposizione dei lettori un maggior numero di libri,
contribuì alla trasformazione dei sistemi di pensiero.Concludendo, abbiamo una nuova configuraz
sociale, con al centro la città, luogo del potere signorile, che riesce ad installarsi e a mantenersi
grazie alla continua tensione tra i vecchi (nobiltà feudale) e nuovi ceti emergenti (borghesia).
Capitolo quarto. Nuovi corpi e ri-ordinatio dell’Universo Una difficoltà palese nella ricostruzione
storica è data dal fatto che per esprimerci utilizziamo parole del linguaggio corrente che evocano,
ovviamente, immagini del mondo contemporaneo. Se si parla di organizzazione del lavoro,oggi si
pensa ad una miriade di fabbriche,macchine e tecnologie ma il concetto di lavoro della
modernità,si basava sul concetto di botteghe, di mercante il quale non corrisponde al concetto
odierno di mercante,il tipico mercante era un commerciante ma era anche cio' che oggi

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chiameremmo impenditore manifatturiero, anche banchiere.In quanto commerciante, il mercante
si occupava di tessuti, spezie, granaglie o metalli. La sostanziale differenziazione era fra mercanti,
che operavano su scala internazionale e che muovevano notevoli capitali e mercanti locali dai
mezzi più limitati. In molti paesi, tale differenza era rilevante non solo dal punto di vista
economico, ma anche da quello sociale: in Francia, ad esempio, coloro che esercitavano il
commercio al minuto non potevano essere ammessi nei ranghi della nobiltà; mentre gli altri
potevano acquisire titoli nobiliari. Anche il termine operaio è diverso da quello odierno:la figura
del salariato non era infrequente nè in agricoltura nè nel settore manifatturiero. In agricoltura
ritroviamo mezzadri (a colonia parziale)erano numerosi e rappresentavano la maggioranza del
lavoro agricolo. In un certo senso il mezzadro era l'equivalente dell'artigiano nel settore
manifatturiero. Circa quest'ultimo settore i testi storici ripetono che prima della rivoluzione
industriale la figura predominante era quella dell'artigiano. L'unità artigianale non era pero'
stereotipata vi erano quelli che lavoravano con i garzoni, quelli che si univano in società
(corporazioni) ed avevano al proprio servizio garzoni e salariati. Il commercio in base a quanto
descritto incarna sempre di piu' l'immagine della vita urbana, si configura come elemento
caratteristico dello spazio urbano. Il commercio,nella modernità, incarnava l'immagine della vita
urbana come elemento caratteristico dello spazio urbano. I primi mercati, comparirono vicino al
cuore delle città, per poter avere facile accesso alla clientela. Individui esperti, lasciavano le loro
città, i loro paesi d'origine per recarsi, come stranieri, presso altri centri dove era sviluppata
l'attività di commerciante, essendo disposti ad imparare anche nuovi usi e costumi. I mercanti che
avevano creato un insediamento in una città straniera, tendevano ad impiantare una serie di
insediamenti, anche i altre città; il risultato era un intreccio di comunità mercantili che costituivano
una diaspora ossia una sorta di spargimento. Con il periodo di benessere, la crescita della
produzione dei beni agricoli, il miglioramento generale delle condizioni di vita ed economiche, il
ritorno della circolazione monetaria si ebbe un periodo di espansione della rete commerciale a
livello europeo. Le nazioni a cui si legarono gli assi del commercio europeo furono l’Italia e le
Fiandre (Paesi Bassi). Sia l’Italia che i Paesi Bassi trassero vantaggio dalle rispettive posizioni
geografiche: l’Italia come ponte tra l’Europa, il Nord-africa e il vicino Oriente, i Paesi Bassi
meridionali come incrocio di strade e di rotte tra il mare del nord e le coste atlantiche della Francia
e della Spagna. Nei Paesi Bassi si sviluppò una importante attività manifatturiera di pannilana, che
utilizzava la lana del mercato inglese. Nell’Italia settentrionale lo sviluppo si distribuì tra attività
commerciali, manifatturiere e finanziarie. Punte di forza furono, in un primo tempo, le
Repubbliche Marinare di Pisa, Venezia e Genova e alcune città situate su nodi stradali importanti,
quali Asti, Piacenza, Verona e Siena. Nell’Italia Meridionale, città poste lungo le coste, come
Amalfi, Trani e Bari trovarono anch’esse nella piazza del mercato la genesi della propria fortuna.
Mano a mano la rete dei contatti tra l’Italia del nord e le Fiandre si infittì, andando a creare anche
spazi intermedi, luoghi dove potevano ritrovarsi i mercanti: il luogo principale di questi incontri su
lo spazio fieristico. Questi luoghi di interscambio tra realtà assai distanti e differenti sia sul piano
politico-istituzionale, sia economico, che culturale assumono un ruolo fondamentale per
l’omogeneizzazione di varie aree del Continente. Questa miriade di fiere piccole e grandi vanno
collocandosi, quasi sempre, in spazi posti al di fuori delle antiche cinte murarie urbane o in
prossimità di incroci stradali, dove ci sono solo semplici borghi rurali. Gradualmente l’esigenza di
accoglienza dei mercanti, di immagazzinament delle merci, di stallaggio per il bestiame, di luoghi
di
ristoro fa sì che le primitive strutture in legno e tela vengano sostituite da architetture stabili.
Questi spazi vengono lentamente inglobati in nuove cinte murarie e divengono essi stessi nuovo
abitato, il modello resta quello dello spazio urbano, poichè come già visto dove si crea un nodo un
incrocio tra vie commerciali,dove vi è possibilità di incontro e di scambio,li' si struttura lo spazio
urbano, che fa da polo di attrazione per le campagne circostanti e che accentra le direttrici
commerciali. La possibilità di riversare i prodotti lungo queste rotte commerciali innesca una

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urbanizzazione attorno ai centri già urbanizzati, che investono capitali nella creazione di città
nuove. L'elemento da sottolineare è lo schema ideologico che accompagna tutto il periodo di
espansione urbana dell'Europa e che ne segna il distacco dalle altre aree urbanizzate del mondo.
Citta' erano esistite nell'antico egitto, nella Grecia classica, ma anche in Cina come nell'impero
bizantino. Ma erano parte di un tutt'uno abbracciavano il loro mondo circostante,erano organi di
piu' vasti organismi. La popolazione era dedita ai mestieri piu' diversi: artigiani mercanti preti ecc,
ma chi dominava era la classe dei proprietari terrieri con i suoi valori e i suoi ideali. La città
medievale che si affermo' nel XI-XIII secolo in Europa fu qualcosa di totalmente diverso. La città
medievale non è un organo di un organismo più vasto, ma è un organismo a sé stante, autonomo e
in netta opposizione al mondo circostante. Siamo nel cuore del problema del rapporto tra città-
fuori con una forte gerarchia tra spazio interno e spazio esterno alle mura. Talmente potente
questo schema che dove si creano spazi autonomi vengono subito incastrati nel corpo della
società attraverso la forma classica di inquadram spaziale degli uomini e delle attività che è la città.
Il tema va ben oltre l'intreccio dei rapporti economici tra città e campagna, ha valenze politche,
istituzionali sociali importanti. L'attenzione verso il popolamento del contado e la mobilità degli
uomini non poteva che suscitare l'interesse delle autorità cittadine che consideravano tale
territorio come proprio. Sino almeno al primo decennio del XIII sec periodo di forte espansione
sotto tutti i punti di vista,le città di preoccuparono di drenare a loro vantaggio le eccedenze
demografiche, soprattutto delle aree piu' vicine, assecondando i flussi spontanei. Il numero degli
abitanti era considerato fonte di prestigio e di potenza di una città ma anche di un castello per
sottolinearne l'importanza infatti in primo luogo si diceva che era ben popolata. Dunque per molto
tempo non furono posti limiti all'immigrazione in città per qualsiasi ceto. L'obbligo del
neoimmigrato era di acquistare o costruire una casa talvolta in aree precise, rispondeva al
progetto di allargamento dello spazio urbano. Il controllo delle campagne e dei suoi abitanti passò
in molti casi attraverso la fondazione di borghi franchi e terre nuove che miravano a ridurre o
eliminare i poteri signorili tradizionali, pianificare l'assetto del territorio, fronteggiare pericoli
esterni,ma avevano anche obiettivi economici come il controllo delle produzioni locali e talvolta
dei territori limitrofi,approvvigionamento cittadino, controllo della sicurezza del transito delle
merci. A proposito dell'approvvig si preferì creare borghi satellite delle città madre attraverso la
conlonizzazione del contado per evitare sovra-affollamento urbano e garantire gli equilibri sociali,
economici e politici in essere tra le mura cittadine. Si arriva così alla edificazione di queste nuove
città promosse dai re, dai feudatari, dagli ordini religiosi riproducendo l’organizzazione municipale
delle città-Stato, pur restando soggette a un potere esterno, feudale o cittadino, nel campo
politico o giudiziario; garantiscono la libertà personale dei lavoratori, hanno un loro governo eletto
quasi sempre dai cittadini stessi, e sono disegnate secondo gli stessi principi organizzativi e
formali. In molti Comuni le famiglie oligarchiche dettero vita ad opposte alleanze sul modello di
quelle tra i signori fondiari e territoriali. Tali alleanze erano dette “consorterie”, si basavano su
accordi formali tra le famiglie aderenti ed erano dotate di una struttura di governo analoga a
quella del Comune. Si forma così la fitta organizzazione policentrica che caratterizza ancora oggi
l’Europa: i 130000 campanili, che punteggiano il Continente dal Mediterraneo al mare Artico,
spesso vicinissimi, eppure caratterizzati da innumerevoli differenze di lingua, di architetture, di
fantasie. Dando uno sguardo ai modelli urbanistici messi in campo per la costruzione di queste
nuove città si passa da una prima fase in cui ci si adatta alle più svariate esigenze locali,dai gusti del
proprietario terriero agli usi e ai gusti della popolazione locale fino alla conformazione del terreno
e cosi via, a una seconda fase, più matura, in cui è possibile notare il ricorrere di schemi più
ortogonali, più geometrici, legata probabilmente ad un’importante svolta culturale. Insomma le
piccole città fondate ex novo mettono in evidenza le capacità di ideazione e di realizzazione
pianificata di un organismo urbano. La loro forma è inventata al momento della fondazione e
spesso è rimasta invariata nel tempo. Il loro fondatore è anche il proprietario di tutto il terreno,
quindi può tracciare a ragion veduta il disegno della città in ogni particolare : le strade, le piazze, le
fortificazioni ma anche le divisioni dei lotti da assegnare agli abitanti, che fanno riferimento a tipi

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edilizi conosciuti e condivisi. Ciò che influenzerà molto tutta questa trasformazione sarà la peste
nera che costringerà a ridisegnare il territorio europeo e lo spazio urbano. Tra i 1330 e il 1340,
l’Europa deve aver raggiunto almeno 80 milioni di abitanti. Purtroppo, nel 1348, scoppiò una
copiosa pandemia di peste, che in meno di tre anni eliminò circa 25 milioni di persone. Resta il
fatto che questa fase di espansione urbana seppure con il limite del blocco dovuto alla peste e alle
crisi successive che ciclicamente investirono l'Europa, innescò il dibattito sulle trasformazioni
urbane realizzate nella stessa Europa: abbiamo coloro che, come Dante, rimpiangono la città
dentro la cerchia antica e stigmatizzano quella contemporanea e gli altri viaggiatori e cronisti, che
descrivono questa novità con ammirazione e stupore, registrando l’impatto di una realtà
inaspettata e sorprendente. Da questi giudizi contrastanti nasce una presa di possesso un senso di
appartenenza che resterà durevole e fa parte ancora dell'identità europea. Questo dibattito sulla
nuova forma Europea sarà in un certo senso bloccato dalla peste e dal calo demografico che ne
rallenteranno l'imposizione senza riuscire a fermarla. Questa sarà l'eredità piu' forte del modello
urbano medievale, tanto che la città medievale darà alla cultura europea quella che è l'immagine
della città stessa. Si tratta di analizzare il rapporto che si intreccia nel Medioevo tra spazio
simbolico e spazio fisico,da cui si evince che lo schema incarnato dalla città medievale sembra
essere ormai lo schema classico del rapporto simbolico e fisico tra centro, periferia e fuori.
Domouchel ad esempio ricorda che nelle società tradizionali è lo spazio simbolico che tende ad
organizzare quello fisico: uno spazio simbolico che struttura i rapporti di solidarietà e conflitto
dando loro forma di cerchi concentrici disposti attorno all'individuo. Così il primo dei tre cerchi
quello dell'identità dei clan o del lignaggio rappresenta lo spazio di una solidarietà intensa e
gratuita quanto quello dell'inibizione della violenza; il secondo quello dell'avversità è invece il
cerchio dello scambio, ma anche del conflitto sebbene la violenza in cui esso si dispiega sia sempre
controllata e spesso codificata e ritualizzata. Al di fuori invece abbiamo il cerchio delle ostilità,
abitato dallo straniero dal potenziale nemico,in cui la violenza può dispiegarsi potenzialmente
senza regole e limiti . L'organizzazione dello spazio fisico sembra replicare tale schema, anche se in
modo imperfetto: abitazione, villaggio che trova il suo limite fuori nello spazio lontano. Per la
comprensione della differenziazione delle zone pare importante l’etimologia di una delle zone
chiave ancora oggi, la banlieue. La banlieue attuale, assimilata alla periferia, è figlia di una eredità
che si è costituita proprio in questo periodo dei primordi della modernità, come zona filtro tra il
centro della città e la campagna. Essa diviene la terra in cui possono convivere dentro e fuori, essa
si configura come un luogo di transito e di contatto con il radicalmente altro. In Occidente, il
rapporto di complementarità tra spazi urbani e rurali, fa parte delle nostre esperienze quotidiane,
anche perché dai prodotti della campagna dipende sempre la sopravvivenza della città. In realtà
c’è un modello ideale di città, la città greca, incarnata soprattutto da Atene, che ha funzionato a
lungo come modello ideologico che contrapponeva la città, come luogo monumentale e centrale,
alla campagna, anche se la storia di Atene è la storia di una città diversa, essendo proprio un
modello di città che integra città e campagna. La polis greca è, spesso, apparsa come l’esempio
iniziale di quel modello di sviluppo urbano in cui si confondono città e campagna: Atene, con la sua
popolazione rurale, che si riversa sul mercato e sull’agorà ne è l’archetipo. Basta, però, guardare
verso Sparta per ritrovare il suo contraltare: distinzione politica netta tra città e campagna,
assenza quasi totale di monumenti, rifiuto di qualsiasi pratica economica. La città greca così come
è stata pensata e concepita dall'antichità ai giorni nostri è stata soggetta alle vicissitudini della
storia. Polibio e gli storici romani ne hanno trasmesso un 'immagine piu' simile alla città romana:
gremita di cittadini,abbellita da monumenti pubblici,fortificata per mezzo di grandi mura e
separata dalla campagna. Così la città greca ha finito per incarnare un modello architettonico una
città simbolo, contrapposta alle barbarie dei tempi primitivi. In questo senso le mura hanno una
forte componente ideologica e simbolica. Le città quindi non vanno considerate come spazi
completamente chiusi rispetto alla campagna; ci sono ad esempio le porte attraverso le quali
affluiscono i prodotti della campagna ed i cittadini escono per recarsi in campagna, nelle loro
aziende o nelle loro ville. Il luogo del radicalmente altro lo possiamo trovare oltre la campagna: la

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foresta, lo spazio in cui vivono le fiere selvatiche, spazio inospitale. Le città nuove che nascono
nella foresta diventano avamposti del potere che occupa i luoghi in cui non arrivava la retta del
diritto, non conoscevano legge se non quella della sopraffazione,la legge dei lupi. Secondo
Carbonier la paura fissa della società è che i suoi avversari si impadroniscano di questo vuoto,la
notte offre loro una base di partenza così come un rifugio. Il rischio è quello che si formino società
rivali che dal non diritto creino un contro-diritto. Il centro città rappresenta comunque il punto
focale e importante di ogni costruzione, la parte che funge da polo di attrazione positiva di ogni
gruppo, dove vige la luce del potere e anzi quello della luce diventerà proprio un progetto
importante per le città. C'è un immagine di una città, ben chiara: c'è una zona centrale, che è il
fulcro della città carica di valore positivo e man mano che ci si allontana dal centro, si passa a zone
sempre piene di ombra che hanno quasi una funzione negativa. Vengono in aiuto le letture
classiche dell'importanza del centro soprattutto dal punto di vista simbolico. Il modello che forse
rende meglio questa idea è quello della composizione centrica di Arnheim ,si tratta di una
immagine che rende anche la polarizzazione vettoriale del centro.

“Per i nostri scopi un vettore è una forza emessa, come una freccia, da un centro di energia in
una particolare direzione. Quando un sistema è libero di distribuire la sua energia nello spazio,
invia i suoi vettori allo stesso modo in tutte le direzioni che lo circondano, come i raggi che
emanano da una sorgente di luce. Il risultante schema simmetrico a emissione solare è il
prototipo della composizione centrica. In natura la sua più perfetta incarnazione è nella forma
sferica di stelle e pianeti, ma si può anche ritrovare nei fiocchi di neve e nei radiolari
microscopici”. Spesso proprio la città diventa il luogo centrale da cui emana una particolare
energia. Soprattutto le città che hanno un rapporto privilegiato con il sacro. Le città e i luoghi
santi diventano i centri fondamentali intorno ai quali è possibile orientarsi nel mondo e si
cercano nuovi centri intorno a cui fondare città nuove. La strutturazione dello spazio urbano
discende da questa visione di effusione di una energia particolare, che reca in sé l’eredità di un
rapporto con un potere altro, di cui gode questo centro anche simbolico, in cui è possibile
riconoscere la presenza di una forza invisibile ma che struttura il visibile. Si puo' parlare così di
nodi, di annodamento delle varie dimensioni che strutturano il reale in questi luoghi, nodi che
poi possono diventare simboli di centralità di uno spazio più grande, dalla piazza all’interno
della città alla città stessa all’interno della nazione. Possiamo vedere come questa nozione di
centralità abbia giocato anche nello spostamento del luogo topico della cultura cristiana, dal
giardino dell’Eden a Gerusalemme, luogo investito di particolare valore sia dalla precedente
cultura ebraica, dal cui alveo si svilupperà il cristianesimo, sia della successiva cultura islamica
che riproporrà la pratica di appropriazione e ri-semantizzazione della città santa,andando così
a completare il quadro che vede Gerusalemme come ombelico sacro delle tre tradizioni
monoteistiche. C'è chi ha definito la città come energia trasformata in cultura,in questa
prospettiva alcune città possono essere considerate come generatrici di intere civiltà, cioè
sembrano condensare in un solo luogo la cultura ed i valori di una civiltà,al punto che il loro
nome diventa sinonimo di quella cultura. Città del genere sono concrete espressioni di un
certo ordine morale, riproduzione dell'ordine cosmologico in termini di spazialità terrena,
riduzioni di quell'ordine a dimensioni accessibili all'uomo tramite la presa di coscienza umana
della realtà. LA loro caratteristica principale consiste nell'idea cosmo magica e nel simbolismo
che suggeriscono un simbolismo di corrispondenza tra cielo e terra. In quest'ottica la
manifestazione urbanistica si presenta in stretta relazione con l'ordine morale al quale rimanda
quasi anello di congiunzione tra cielo e terra,figura della potenza e dell'ordine divini, canale di
comunicazione tra di quella potenza e di quell'ordine con l'umanità. Qui siamo nel cuore della
problematica dell’ordo, dell’ordine, che determina proprio il posizionamento regolato dal
gruppo di fronte all’occhio del capo, centro e fulcro della società, che chiama o richiama
all’ordine tutti i membri della società. E' fondamentale sottolineare che l'ambito piu'
importante del concetto di ordo con cui i latini traducevano il greo taxis, è quello militare, ma

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ha fatto concorrenza a kosmos quello che diverrà il cosmo in cui è sempre presente l'idea di
ordine contrapposta al caos o al disordine. Possiamo partire dalla definizione di kosmos della

tradizione greca :ORDINE:

-di armi o schieramenti; disposizione ordinata


-di azioni e comportamenti; regola, norma, convenienza, opportunità
nel discorso e nel canto; convenienza, opportunità,
-disposizione ordinata della materia
- allestimento ,ornamento.

Come significato originale di ordo, gli etimologi hanno indicato la serie dei fili dell’ordito sul telaio
(trama e ordito), analogo al verbo ordiri. Fin dai passi più antichi ordo significa una fila diritta e
regolare, una serie di cose o di persone che stanno l’una accanto all’altra: di olivi nell’oliveto, di viti
in una vigna, di tegole sul tetto;oppure di soldati disposti per la battaglia - questo uso di ordo è
attestato fin da Plauto ed è analogo al greco tàxis; si dice ordines instruere, o ordines turbare,
solvere, o ordine egredi, o, per contro, ordines servare, conservare le linee assegnare, etc. Ma fin
da Lucrezio ordo è usato anche per le strutture o disposizioni, per esempio, la disposizione delle
particelle elementari di una materia, oppure le parti del corpo umano, oppure delle costellazioni.
In oltre, ordo indica una regolare successione temporale (di avvenimenti o di cariche ricoperte); o
ancora la retta successione delle singole parti di un discorso, delle parole nella proposizione e delle
proposizioni del periodo, ma anche della consequenzialità logica. Da Cicerone verrà utilizzato tale
termine anche per tradurre il termine platonico di tàxis, giungendo così a riproporre la
contrapposizione ordine/caos nei termini di ordine/disordine.Fin da Cicerone l'uso di ordo come
una concezione generale di uno stato ordinato delle cose che si oppone al disordine ed alla
confusione. Questo vale soprattutto per l'ordine divino nella natura e nel cosmo: Platone usava la
parola Taxis ,Cicerone traducendo il timeo platonico: Dio ha ricondotto l'ordine in cio' che era
disordinato.Cicerone ha coniato la parola inordinatum. Questa concezione astratta di ordo si trova,
dopo Cicerone, non solamente nel campo della natura e del cosmo, ma anche nell’organizzazione
e disciplina militare, nelle scienze, o nell’istituzione ed amministrazione di una fattoria. In
particolari contesti, al significato più generale di ordo si aggiungono sfumature semantiche, che ne
ampliano il concetto: l’aspetto del giusto, dell’equo, del dovuto o legale; soprattutto nell’ambito
religioso, tanto pagàno quanto, più tardi, cristiano; dove con ordo si indica il processo ritualmente
corretto di un’azione sacra; oppure nel linguaggio giuridico, dove la formula recte atque ordine o
ex ordine significa la legittimità di un’azione e la formula extra ordinem, l’illegalità. Accanto a
questi significati se ne viene a sviluppare un altro, che è quello fondamentale ai fini del nostro
discorso, quello di ordo come metodo, come principio, che prescrive o genera una struttura
ordinata. Questa accezione, anche essa già presente in Cicerone si trova, soprattutto, nel
linguaggio giuridico (ordo come prescrizione della legge o come volontà testamentaria) e nella
letteratura cristiana, in cui si sviluppano da una parte il significato “comando” (ordo Dei), dall’altra
parte il significato “regola” o “programma”, spesso nelle rubriche delle regole liturgiche o
monastiche (ordo monasterii). Di fronte a questo gruppo semantico, un gruppo di passi, dall’epoca
arcaica fino alla tarda latinità, dei quali troviamo un uso di ordo senz’altro conosciuto, per esempio
ordo senatorius, ordo equester, o semplicemente ordines, le classi (sociali o politiche) dello stato
romano. Qui ordo significa, non solo gli appartenenti ad una classe, ma anche, in senso astratto, la
posizione, il rango occupato da una persona nella scala sociale o anche nella gerarchia militare. I
cristiani adottano questo uso in riguardo alla loro società; gli ordines ecclesiastici sono cinque:
episcopi,presbyteri, diaconi, fideles, cathecumeni. Come spiegare questo uso? Non esiste una
risposta chiara, ma proviamo a fare un’ipotesi: il significato di gruppo, classe, collegio sembra
risalire più o meno alla distribuzione e collocazione sul campo Marzio del popolo romano nei giorni

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del census in epoca arcaica; la gente era distribuita secondo la propria condizione economica in
gruppi militari (e quindi sociali). Per esempio, quelli che potevano personalmente provvedersi di
un cavallo con armamento formavano l’ordine equestre. Nei primi testi a noi tramandati sinonimo
frequente di ordo è non solo gradus, ma anche locus. Cioè ordo è visto non solamente come
gruppo, come comunità di persone uguali, ma come posizione anteriore o posteriore in una fila,
oppure come rango superiore o inferiore agli altri nella scala sociale. Perciò ci sembra che
significati così diversi di “disposizione” e “posizione” siano forse soltanto due punti di vista della
medesima cosa: di una fila, vista una volta come serie di cose o di uomini, l’altra volta guardata
persona per persona in ordine (l’una dopo l’altra, al primo posto, al secondo, al terzo eccetera). La
definizione di Agostino la migliore che possiamo trovare fino al 600 d.c., contiene tutti e due i
punti di vista, ordine dice Agostino è la: “disposizione di cose uguali e disuguali, che a ciascuna
cosa attribuisce il proprio posto”. La disposizione non è data una volta per tutte e anche le file della
società sono molte e la scala sociale si è arricchita di tanti ruoli nuovi, a partire dalla ripresa
economica dopo il Mille. Questo mutato diagramma sociale ci può aiutare a comprendere l'utilità
del termine disaffiliazione in luogo di esclusione nei rapporti sociali, che in una società che inizia a
presentare alti gradi di differenziazione, rende meglio la complessità e la fluidità delle affiliazioni
sociali degli individui, che non sono altro che i processi di aggancio al cuore della società, al
gruppo. Le file non sono sempre uguali e non si parla di esclusione ma di disaffiliazione e che si
adatta a ciò che Durkheim definisce società complesse, mentre il termine esclusione è appropriato
per ciò Durkheim definisce società semplici. È il centro il punto di rottura che rende disomogeneo
lo spazio infinito e indefinito. Per l’uomo religioso lo spazio non è omogeneo; presenta delle
spaccature e fratture vi sono settori dello spazio qualitativamente differenti tra loro. Vi è dunque
uno spazio sacro,quindi con una sua forza,un suo preciso significato, e vi sono spazi non consacrati
quindi privi di una struttura o di una consistenza in una parola amorfi. Per l’uomo religioso questa
non-omogeneità dello spazio si identifica in una contrapposizione tra lo spazio sacro, l’unica cosa
reale ed esistente e poi tutta la restante informe distesa che lo circonda. Questa esperienza di non
omogeneità è un'esperienza primordiale paragonabile ad una fondazione del mondo,non si tratta
di speculazione teorica ma di una esperienza religiosa primordiale, anteriore a qualsiasi riflessione
sul mondo. La costituzione del mondo nasce dalla spaccatura effettuata nello spazio, attraverso la
quale si scopre il punto fisso l'asse centrale di ogni ordinamento del futuro. Nel momento in cui il
sacro si manifesta in una qualsiasi ierofania (Miracolosa presenza o rivelazione di un elemento
sacro o divino), non solo viene interrotta l’omogeneità dello spazio, ma avviene la rivelazione di
una realtà assoluta in contrapposizione alla non-realtà che lo circonda.La manifestazione del sacro
fonda ontologicamente il mondo. Nella distesa omogenea ed indefinita, senza punti di riferimento
né orientamento, la ierofania rivela un “punto fisso” ed un “centro”. Secondo Eliade nella sua
opera Il sacro e il profano il centro è prima di tutto l’origine, il punto di partenza di tutte le cose; è
il punto principale e dunque la sola immagine che si possa avere dell’Unità primordiale. Da esso
sono prodotte tutte le cose, come l’Unità produce tutti i numeri. Vediamo qui un parallelismo fra
due modi di espressione: il simbolismo geometrico e il simbolismo numerico. Si può passare
dall’uno all’altro tranquillamente giacchè hanno in comune il fatto di utilizzare entrambi un
simbolismo. Il centro rappresenta quindi il Principio, l’Essere puro rappresenta quindi il Mondo. Si
è parlato di asse perché bisogna pensare a una immagine della città che intreccia la dimensione
orizzontale e quella verticale, cioè punto in cui si annodano e si scaturiscono i vettori che si
diffondono a partire dal centro sia orizzontalmente che verticalmente. Il luogo sacro ovvero il
punto centrale, in cui si annodano queste dimensioni è il luogo della ierofania e del fondamento. Il
simbolismo del “Centro del Mondo” dimostra pure l’importanza del simbolismo celeste: la
comunicazione con il Cielo avviene in un “Centro” e ciò costituisce l’immagine esemplare della
trascendenza. Come se gli dèi avessero creato il Mondo in modo da non farsi dimenticare. Visto
che nessun mondo è concepibile senza la verticalità è proprio questa che evoca la trascendenza.
Ma la dimensione verticale è centrale anche nell’esperienza cristiana, infatti Agostino indica con
molta chiarezza un’esperienza religiosa dello spazio, dove la verticalità rappresenta una scala di

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valori, qui alto e basso costituiscono dei punti assoluti ed è lungo questa verticalità che prende vita
la ierofania che costituisce il centro della storia: l’incarnazione del Verbo e che rappresenta e
sostituisce il famoso bivio greco ovvero la strada positiva o negativa da intraprendere nella
tradizione cristiana è rappresentata dall’alto che rappresenta il paradiso e quindi la via giusta e dal
basso che rappresenta gli inferi e quindi la via sbagliata. Si è preso l’esempio dello spazio religioso
perché è quello dove emerge più chiaramente questo dispositivo del centro, contrapponendo due
mondi quello sacro e quello profano, che sono poi in realtà anche le categorie che utilizza
Durkheim per dividere lo spazio, considerando questa dicotomia fondamentale per le forme della
vita sociale. Il luogo del rituale collettivo,del totem, è questo il centro anche per Durkheim, centro
attorno al quale avviene la fondamentale partizione della dicotomia sacro/profano. Non si tratta
solo di un affare religioso, ma ogni fondazione è basata su alcuni principi metafisici nel cui ambito
generale rientra anche la religione.,poichè è un sistema basato su principi non dimostrabili
empiricamente e fisicamente. Modello assiomatico per eccellenza è anche la geometria euclidea,
in cui si parla della forma circolare come forma perfetta e armoniosa,insieme di punti equidistanti
dal centro, ma in cui i principi fondamentali vengono dati per dimostrati cioè non sono passibili di
dimostrazioni. Sono principi assiomatici che permettono la fondazione della geometria, cioè
principi esterni al sistema che consento la costruzione del sistema stesso.La struttura portante è
invisibile ma struttura il visibile,che viene resa visibile proprio da questa sua struttura. La posizione
di un asse fondamentale innesca una proiezione che dà luogo ad una immagine piramidale,
gerarchica ed questa l'immagine simbolica fondamentale. Vediamo due schemi che possono
essere letti come un ' unica figura.Il potere si concentra al centro e man mano che si allontana da
esso si fa sempre piu' debole ed è piu' semplice sfuggire al suo sguardo. L’occhio dal quale il
potere guarda il mondo è rappresentato dal palazzo, che è una caratteristica della città fin dal suo
sorgere. Negli spazi urbani si succedono i palazzi sul grande modello imperiale e papale. Il
Palatium era il colle di Roma sul quale i Cesari edificavano le loro case. In seguito il termine passa
ad indicare i palazzi imperiali posti sul Palatino. Dalla fine del III secolo d. C., il termine indicò
qualsiasi residenza imperiale, anche fuori Roma nella quale il sovrano esercita la sua autorità.
Come ‘palazzi’ si designano pertanto solo gli edifici destinati a funzioni pubbliche e, come tali, ad
essi viene associato l’attributo sacrum, poiché residenze di monarchi divini. Quindi ancora una
volta un centro sacro che strumento lo spazio circostante, il centro in cui risiede il potere
considerato centrale per la società. Il periodo cruciale per il delinearsi della struttura e della
simbologia palatina è comunque quello compreso tra l’Editto di Milano e la caduto dell’impero
occidentale: infatti in questo periodo si afferma un nuovo concetto di sovranità. Da un lato sorge
uno stereotipo palatino in cui canoni estetici entrano a far parte dei canoni sacri, dall’altro si
delinea la forma urbis della capitale cristiana, con la giustapposizione tra palazzo e cattedrale e
una continuità anche tra Medioevo e modernità. Sono Roma e Costantinopoli le due capitali che
fungono da ponte tra l’Antichità e il Medioevo, proponendo un modello che vedeva nel sovrano
una sacralità: rex sacerrdos l’imperatore bizantino e potifex rex il vescovo romano. Anche il
sovrano cristiano, come quello dell’antichità, è scelto ed ispirato dalla divinià, e ciò fa si che, da
Costantino in poi, si assorbano i luoghi topici della sovranità pagana: l basilica/cappella, il
Mausoleo ma ciò che è più importante è che Costantino renderà Costantinopoli una città sacra
proprio sul modello di Roma e dalla consecratio di Costantinopoli ha inizio una nuova era politica,
religiosa ed architettonica. Il ruolo degli edifici religiosi è più importante di quanto si possa pensare
perché nel periodo storico di crisi del potere imperiale in Occidente, il riferimento, il centro
attorno a cui si organizza il territorio e la popolazione è la chiesa cattedrale, una piccola
Gerusalemme celeste in terra. Le cattedrali rappresentano l’apice del potere dei vescovi. Resta
comunque che la cattedrale tende ad essere di grande taglia, soprattutto perché oltre a spazio
sacro, funge da vera e propria piazza coperta, luogo di riunione spesso non solo per la città in cui si
trova,ma per la regione di riferimento.E così, troviamo un’Europa costellata di città sante
(santificate dalla presenza di reliquie), che venivano utilizzate anche per fini laici. La Cattedrale si
specifica come:nodo cruciale nel complesso sistema delle strade del pellegrinaggio;vera e propria

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piazza coperta e luogo di riunione per la città e la sua regione. Infatti, grazie alle loro dimensioni,
esse permettevano una forte densità per metro quadrato, per cui vi avevano regolarmente luogo:
sfilate, ricevimenti, cavalcate, processioni, giudizi, rappresentazioni teatrali, riunioni politiche,
manifestazioni religiose, esposizione di reliquie ecc.,punto di riferimento nei periodi di crisi.
Insomma la cattedrale fu di frequente utilizzata per fini anche laici. Si discuteva di affari
profani,commerciali,familiari.Sono stati scoperti documenti ecclesiastici che vietavano l'uso della
cattedrale per niunioni del comune,cio' attesta che questo uso era entrato nell'abitudine. Le
cattedrali rappresentano davvero un simbolo dello spirito medievale, nel quale si congiungono la
filosofia scolastica e l’architettura gotica. Ma furono anche importanti per le ricadute che ebbero
sulla diffusione della matematica e della geometria, personificando l’dea di figura di ordine
cosmico in terra,rappresentando Dio come un architetto.In effetti, per comprendere quest’idea
bisogna partire dal concetto di ordine, legato all’idea di armonia e proporzione. Una delle
esperienze salienti del secolo XII è il progressivo affermarsi di un’idea di natura come complesso
ordinato di fenomeni, fuori quindi dai riferimenti simbolici che avevano caratterizzato la
contemplazione della natura dell’ Alto medioevo. Accanto alla classica visione della creazione del
mondo, ovvero della creazione di Dio, si viene affiancando una lettura che persegue ragioni e
cause fisiche. Si avverte l’insufficienza di una diretta riduzione dei fenomeni a segni e simboli
infatti alle nature, proprio perché create da Dio, deve essere riconosciuta una consistenza
ontologica in modo da rendere possibile la divisione tra opus creatoriis e opus naturae:
quest’ultimo diviene l’oggetti proprio della filosofia naturale, costruita dalla ratio di cui l’uomo è
dotato. Questo è l’elemento fondamentale della teologia naturale di Chartres non a caso una delle
prime scuole a poter mettere a frutto il ritorno del corpus filosofico e scientifico antico, nonché
l’apporto delle scienze arabe in Europa. Contribuisce in maniera determinante alla delineazione di
una nuova idea di natura la scoperta della filosofia e della scienza greca e araba attraverso le
traduzioni che, dopo i primi testi salernitani del XI secolo, affluiscono numerose in Europa. Con
molta chiarezza la cultura europea del XII secolo avvertì la radicale novità costituita dalle
traduzioni di testi filosofici e scientifici dall’arabo al greco, che facevano conoscere all’Occidente
latino un sistema del mondo prima ignoto, un’idea di natura e di uomo senza riferimenti simbolici
ma fondata su precisi procedimenti razionali. La cultura medievale, fin qui orientata a una visione
del mondo fisico come “il libro scritto da Dio”, scopre una natura, che può divenire oggetto di una
conoscenza razionale capace di fissare leggi e cause dell’accadere. A una natura, tutta
direttamente risolta nella volontà di Dio, si sostituisce una natura come ordo, nexus e
seriescausarum. Abelardo di Bath, uno dei pionieri della nuova scienza, traduttore degli Elementi di
Euclide e di opere matematiche arabe, indica con precisione i nuovi compiti della ragione. A chi
proponeva un’interpretazione radicalmente teologica dei fenomeni fisici, trovando nella
spiegazione dell’insondabile volontà di Dio la causa diretta di ogni accadere, Abelardo risponde: “si
deve seguire la scienza umana per quanto è possibile, là dove viene meno si deve far ricorso a Dio.
[…] Studia attentamente, osserva le circostanze e non ti meraviglierai degli effetti”. L’immagine
che viene fuori da Dio dalle metafore utilizzate dalla scuola di Chartres è una immagine di un Dio
che viene paragonato ad un architetto, che utilizza e ordina il materiale che lui stesso ha creato.
Egli crea il cosmo come suo palazzo reale, componendo e armonizzando la varietà delle cose
create per mezzo delle “sottili catene” della consonanza musicale. Siamo così di fronte a una
metafisica, che permea le scelte architettoniche, una ricerca di equilibrio e armonia, come quello
presente nel cosmo creato da Dio, che è possibile costruire perché il tempio umano del tempo, la
cattedrale, rispettava le proporzioni del Tempio di Gerusalemme costruito da Salomone,
considerato rispettoso delle divine proporzioni geometriche, che sono anche quelle musicali, che a
sua volta rispecchia la Gerusalemme celeste.Una sorta di gerarchia secondo un modello, che
possiamo vedere all’opera stupendamente anche in Dante con giochi di analogie e simmetrie. Un
altro elemento importante, da cui traspare l’instaurarsi di questo ordine more geometrico, più che
simbolico,è il piano delle cattedrali e le linee di composizione. Come detto in precedenza, in
questo periodo vennero osservate molto le cattedrali anche se i costruttori gotici hanno taciuto sul

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significato simbolico dei loro progetti, mentre sono stati unanimi nel riconoscere alla geometria la
funzione di fondamento della loro arte. Partendo da un’unica dimensione di base, l’architetto
gotico sviluppava tutte le altre grandezze della pianta e dell’alzato con mezzi strettamente
geometrici, adottando come moduli determinati poligoni regolari, di preferenza il quadrato. L’altro
elemento fondamentale della costruzione delle cattedrali è l’elemento metafisico che va ad
integrare e a coniugarsi con la pietra, la luce. Quello della luminosità è una caratteristica ricercata
nella nuova architettura, come tratto fondamentale dell’armonia che partecipa dell’essenza divina
che è luce.Secondo la metafisica la dignità ontologica della gerarchia degli esseri. La fonte di
questa letteratura della luce e fonte anche della costruzione gerarchica degli esseri trasmessa per
tutto il medioevo è Dionigi, il cosiddetto Areopagita,il cui pensiero viene ad incrociare l'eredità
agostiniana su questo tema. Queste idee furono accettate dal Cristianesimo. S. Agostino sviluppò
la nozione che la percezione intellettiva risulta da un atto di illuminazione, in cui l’intelletto divino
illumina la mente umana. Questo filosofo mescola il pensiero neoplatonico con la splendida
teologia della luce del Vangelo di S. Giovanni dove il Logos divino è concepito come la vera luce
che splende nell’oscurità, da cui sono state create tutte le cose e che illumina ogni uomo che viene
al mondo. La creazione per lui è un atto di illuminazione, ma anche l’universo creato non potrebbe
esistere senza luce. Se la luce cessasse di brillare tutto ciò che esiste svanirebbe nel nulla. Tutte le
creature sono “luci” che con la loro esistenza testimoniano la luce divina e in tal modo mettono in
grado l’intelletto umano di percepirla.. Il Logos divino è concepito come la vera luce, che splende
nell’oscurità, da cui sono create tutte le cose e che illumina ogni uomo, che viene al mondo.
Queste idee confluiscono, quindi, nella nuova estetica medievale, che pone appunto al centro il
tema della luce, connettendolo al tema dell’armonia del mondo. Da qui il collegamento tra
l’estetica della luce e la metafisica della luce del medioevo. L’Aeropagita nella solenne frase
d'esordio del suo trattato sulla Gerarchia celeste dichiara che lo splendore divino, nelle sue
emanazioni, rimane sempre indiviso ed anzi unisce quelle, tra le sue creature, che lo accolgono.
Nell’estetica dei secoli dodicesimo e tredicesimo questo pensiero ha trovato una sua collocazione:
la luce è concepita come la forma che hanno in comune tutte le cose, il semplice che conferisce
unità al tutto. Come valore estetico la luce non diversamente dall'unisono della musica,soddisfa
l'anelito ad una armonia definitiva, alla riconciliazione del molteplice nell'unità,che è l'essenza
dell'esperienza medievale della bellezza così come è l'essenza della sua fede. Questa prospettiva
metafisica e teologica che la luce e la luminosità dischiudono all'uomo del medioevo resta a noi
preclusa. La luce del sole che filtra attraverso le vetrate di una cattedrale gotica è per noi un
fenomeno fisico da spiegare in termini fisici,oppure un fenomeno estetico, che non puo' risvegliare
in noi riflessioni religiose. Per gli uomini del medioevo valeva esattamente l'opposto,la teologia
cristiana è centrata sul mistero dell'incarnazione che nel vangelo di S.Giovanni è percepito come
luce che illumina il mondo.Le cattedrali si offrono come centri da ogni punto di vista.Esse
rappresentano il momento piu' alto del potere ecclesiastico e nell'intera ridefinizione dello spazio
risulta cruciale il ruolo della religione,con i santuari, i monasteri che diventano veri nodi e snodi
fondamentali lungo i tragitti e le strade che attraversano gli uomini periodicamente. Ma accanto a
questi spazi con la fine delle invasioni cominciano ad affermarsene altri. Lo spazio liscio e vuoto
dei
mercati, le strade urbane, gli spazi aperti, che fanno fortuna lungo le grandi vie commerciali,
restaurate dopo l'anno Mille e seppure in coincidenza ad un momento critico come quello della
peste, divengono direttrici importanti del nuovo potere che è quello dell'economia e dei mercati.
Esemplare è la trasformazione delle città che si ristrutturano per integrare il nuovo ceto
mercantile, che assunto un peso tale da poter definirlo centrale. Ancora una volta c'è un ridisegno
spaziale che riflette una ridefinizione anche giuridica dei rapporti di forza, come se il peso
economico e il prestigio sociale, che fanno di un gruppo un elemento legittimo di una piu' ampia
famiglia sociale, non potesse non avere pari riconoscimento nello spazio sociale. Il caso dove
emerge con più chiarezza questa evoluzione legata all’emergere di questo nuovo ceto è il nord
Italia dove molto importante sarà il ruolo dei ceti di giuristi e degli altri tecnici di governo, che

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poteva intervenire nella vita cittadina liberamente. Nelle terre dell’impero Federico II volle dar vita
ad una funzionale amministrazione delle terre e dei diritti demaniali vantati dall’imperatore e per
questo istituì tra il 1239 e il 1240 dei distretti affidati a vicari. L’ordinamento svevo incontrò non
poche difficoltà di funzionamento e non sopravvisse alla morte di Federico II. Nelle terre Ecclesiae
l'autorità pontificia si acconento' di un riconoscimento formale da parte della città e signori e ben
poco interferì nello sviluppo spontaneo della vita associata e del diritto dei territori.Questa relativa
debolezza che rende l' autorità dell'impero ed ecclesiastica incapace di incidere
effettivamente,lascia terreno fertile per la sperimentazione di un percorso di autoregolazione da
parte dei ceti, tra i quali emergono con maggior forza quelli mercantili o della nobiltà che aveva
fatto fortuna nei commerci inteso nel senso medievale del termine. Seguiamo le vicende a grandi
linee. Tra la fine del 12° e metà 14° secolo, i comuni d'Italia, vissero la fase più vivace del loro
sviluppo economico; tale crescita accompagnò anche lo sviluppo della società urbana, infatti
nacquero i comuni che costituivano la forma unitaria di più ordinamenti costituiti sia
dall'organizzazione di uomini liberi sia dalle strutture privilegiate delle famiglie signorili. Il primo
regime comunale era la sintesi dei sistemi istituzionali di famiglie signorili ciascuna delle quali da
sola non sarebbe stata in grado di difendere in modo adeguato le proprie libertà ed i propri diritti
e pertanto era portata ad allearsi con le altre in un ordinamento unitario. La magistratura
consolare e i consigli cittadini, costituiscono la forma di governo che esprime armonia all'interno
dell' oligarchia delle grandi famiglie o meglio degli ordinamenti aristocratici che formavano il
Comune. Tale armonia derivava da diversi fattori ma la situazione di equilibrio comincia a
modificarsi grazie al mutato clima economico e al riversarsi in città delle famiglie di contadini che
erano attratti dalle maggiori libertà e anche una maggiore indipendenza delle città dal potere
imperiale. Si incrina l'equilibrio raggiunto e mantenuto alla base del Comune e inizia a manifestarsi
l'intraprendenza delle famiglie che erano appena entrate in città e manifestavano volontà di
affermazione grazie anche al potere e alla ricchezza derivate dai traffici commerciali in cui erano
inserite. A cavallo tra 12 e 13 secolo,si assiste nelle principali città del centro-settr italiano ad una
significativa trasformazione della società: si spezzò l'unità interna all'antica aristocrazia
municipale,mentre la composizione delle comunità si allargò a nuovi gruppi di famiglie. Sul piano
istituzionale produsse nuove forme organizzative.In molti comuni le famiglie oligarchiche, diedero
vita a delle alleanze,le une opposte alle altre, dette consorterie, che si basavano su accordi formali
tra famiglie aderenti e regolate da norme interne che formavano gli statuti,dotate di una struttura
di governo analoga a quella dei comuni, dato che al pari di questo si proponevano di proteggere e
tutelare gli ordinamenti particolari che vi avevano aderito. La nascita di queste, aggravava le
fratture interne ai comuni e per salvare l'unità municipale, il governo venne affidato ad un
magistrato, il podestà, il cui compito era far garantire il rispetto delle leggi e mediare i conflitti
interni. Per rendere più efficace l'azione si affermò il principio secondo il quale il podestà doveva
provenire da una città diversa da quella che operava. A cavallo della metà del 13° secolo, un dato
appare costante la trasformazione delle elites economiche: famiglie di origine popolare o di piu'
recente inurbamento, riuscirono ad affermarsi nelle attività produttive che il mercato cittadino
sviluppava, mentre famiglie oligarchiche, vivevano un declino a causa di motivi politici ma anche
economici. La conseguenza fu l'avvio di una frattura all'interno del popolo tra famiglie o mestieri
piu' abbienti e tra gli altri che riuscivano a trarre minori vantaggi dall'espansione
economica.Analoga frattura comincio' ad aprirsi anche all'interno delle famiglie della antica
oligarchia. Si inizio' a formare un nuovo ceto di famiglie potenti, All'interno del quale non si teneva
conto dell'origine del nucleo famialiare. Il nuovo ceto mantenne in vita le istituzioni comunali
introdotte dal popolo emano' provvedimenti contro le famiglie dell'aristocrazia escluse dalla nuova
elitè, e al contempo assorbì molte abitudini dell'antica oligarchia: in primo luogo la divisione in
consorterie ciascuna delle quali pretendeva di assumere il monopolio del governo cittadino per
appropriarsi dei benefici offerti dal mercato in constante ascesa.Tutte queste trasformazioni
hanno impatto sulla città, la sua forma e la sua immagine.Si trasforma in una società organizzata in

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maniera signorile.I Tempi e i modi del passaggio dalla forma comunale a quella signorile variarono
da città a città, così come furono differenti da luogo a luogo i fattori che terminarono tale
trasformazione.Diversa fu anche la durata del governo signorile in base alla sua capacità di
conservare gli equilibri interni per i quali era sorta..Questa forma di differenzia dal sistema
municipale. Il sistema comunale si basava sulla tutela garantita dai magistrati del diritto vigente in
città, nel sistema signorile,invece il signore aveva l'autorità di governare ed adottare
provvedimenti in ordine alla difesa militare anche aldilà del diritto vigente dato che era chiamato
ad interpretare liberamente le decisioni opportune per la migliore difesa degli interessi della
comunità, della giustizia della protezione del territorio e elle persone. Al riguardo appare
interessante la delibera con cui l'assemblea cittadina veronese conferi' il governo ad ALberto della
Scala: essa gli assegnò il potere di reggere la città a propria discrezione, disporre liberamente dei
beni del comune, di amministrazione della giustizia anche in contrasto con le norme statutarie,di
modificare gli statuti. L’acquisizione del potere signorile avveniva a volte in seguito ad un atto
formale, a volte semplicemente di fatto. Queste trasformazioni trovano rispondenza anche nella
trasformazione del tessuto urbano, con la creazione dei palazzi principeschi con funzione politica.
A partire dal XV sec gli urbanisti scrivono per il principe e ne sono coadiutori nella riqualificazione
dei tessuti urbani medievali. Con Leon battista Alberti si spezza il filo di continuità che aveva
legato
il medioevo all'antichità e ciò per affermare la superiorità dei moderni rispetto al medioevo
proprio per il loro far rivivere l'autenticità dei classici. E' questo il motore dell'attività
architettonica tra il XV al XVII e del processo attraverso il quale si enunciano i canoni formali e si
gettano le basi ideologiche per la politicizzazione dell'architettura classica in direzione imperiale
attuata da Carlo V. Alla meta' del XII manca una descrizione della città compiutamente
sviluppata,manca la coscienza diffusa, una cultura urbana capace di descrivere i caratteri dello
spazio urbano,ì. La descrizione è condotta in forma coincisa nei modi e negli schemi della forma
giuridica. Lo spazio urbano descritto dalle norme presenta un primo elemento caratterizzante: il
suo essere circoscritto da un limite, anche quando il limite non esiste ancora materialmente.
L’importanza politica del confine è testimoniata non solo dal fatto che la rubrica della costruzione
o del completamento delle mura figura spesso tra gli obblighi degli ufficiali pubblici, ma
soprattutto perché espressioni come “fino alle mura” o “ dentro le mura” ricorrono come
discriminante di molte tipologie di interventi, prima fra tutte quelle relative alla viabilità.Ma
questa sembra guidata da un' idea precisa,quella dell'imposizione della linea retta, della
rettificazione dello spazio, con un progetto di “ortogonalizzazione” della città che deve incarnare
l'ideale di giustizia e di rettitudine incarnato dal nuovo centro del potere,il principe. La
formulazione delle norme relative alla costruzione fisica della città è guidata da tutti gli aspetti del
vivere urbano: economia, igiene, commercio, salute, religione e accoglienza. In questo progetto
convergono le intenzioni degli architetti e degli artisti più in generale, da una parte, dei mercanti
dall’altra e del principe dall’altra ancora, innescando così quella ricostruzione dello spazio pubblico,
che diventa proprietà del sovrano, che sarà alla base dell’affermazione del potere che si
incarnerà nel monarca moderno, e che vedrà l’affermarsi dello Stato monarchico moderno.
Questo processo di ridefinizione dello spazio è reso possibile solo dall’affermazione di un potere
capace di ridisegnare la città, che può cioè imporre la propria immagine della città agli altri
componenti della stessa. Le norme contengono riferimenti sull'ampliare ma anche sul demolire.La
città nuova avanza divorando quella vecchia. Questa diffusione della linea retta corrisponde alla
nuova visione geometrica dello spazio, che si afferma con la geometrizzazione dello stesso e con
l'affermazione della prospettiva lineare, che non è altro che la spia dell'affermazione sempre piu'
chiara della priorità della mappa rispetto alla realtà. Il ritorno di cui abbiamo parlato di Vitruvio e il
prestigio di cui inizia a godere la figura dell’architetti, figura che riesce ad affermarsi più a livello
teorico che pratico, fa si che il loro occhio sia distaccato e neutrale rispetto alla realtà che lo
circonda e rispondere alla misura equa e retta. Ma naturalmente l’occhio da cui parte la visione è
sia quello dell’architetto che quello del principe.Il centro dello stato è ovunque si trovi il sovrano,

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cio' porta implicazioni simboliche inerenti alle città principesche con una planimetria convergente
verso il centro,sono da intendere come l'imposizione alla città di un ordine conforme al potere che
su di essa viene esercitato:il centro coincide con il principe stesso. Il centro delle città veniva
identificato con il palazzo del principe ma a volte il signore si trova altresì a dover imprimere il suo
regno su città che hanno già una fisionomia definita, spesso socialmente e politicamente antitetica
e quella del suo regime. Il dominus eredita un impianto urbano e degli edifici su cui egli deve agire
per plasmare una città a sua immagine e, soprattutto, per conferire una valenza nuova ad un
centro che è spesso già occupato. Nel periodo compreso fra metà Quattrocento e fine nel centro
(sede della corte) mira cioè a conferire dignità ai principi che le reggono tramite i codici della
resuscitata tradizione degli antichi.Per il principe era fondamentale conoscere l’architettura.
Disegnare la città costituisce di per sé un atto di maestosità, poiché equivale a dare ordine alla
società che in essa è insediata e legittimità al potere che su di essa si esercita.Lo scopo è imporre il
proprio sguardo e la propria idea, sfruttando lo spazi; infatti il palazzo del principe è l'emblema
dell'autorità. La costruzione di un palazzo e di una città diventa perciò un obbligo ineludibile del
principe che si trova a dover sostanziare e sanzionare la propria potestà. Il sovrano diventa quindi
un nuovo soggetto politico, il quale disegna la città e la rende conforme al proprio progetto
politico. Così si afferma la centralità dell’occhio che guarda, ma deve essere un occhio, come detto
in precedenza, assolutamente neutrale.La città ideale del rinascimento ed utopia.Il limite ultimo
del disegno urbano da parte del potere, la circonferenza ultima, non a caso in greco è periferia,
cioè la linea condotta intorno al centro, con uno strumento che è lo strumento delle fondazioni
urbane, lo gnomone, fondazioni urbane che mimano ogni volta la cosmo genesi, in cui, non a caso,
a partire dal Rinascimento, si impone la figura del dio-demiurgo che attraverso il compasso
disegna i limiti del mondo, il cerchio che è il simbolo della perfezione. Proiezione del cerchio è
naturalmente quello che realmente è lo spazio ideale della rappresentazione tradizionale
dell’universo chiuso, lo spazio sferico, perché da questo centro devono essere poi equidistanti tutti
i punti, almeno nella rappresentazione ideale.E non a caso le cupole rappresentano la volta
celeste, che copre lo spazio centrale che ha il suo vertice nella perpendicolare al centro dell’altare.
Importante il richiamo all’ altare, perché per lungo tempo sarà proprio l’alta a costituire il centro
per la costruzione dello spazio religioso, sacro, che costituirà a sua volta il fulcro intorno a cui si
distende l’universo. L’altare sarà anche il pilastro materiale di collegamento con il principio
trascendente che fonda il senso dello spazio umano. Lega i regni superiori a quelli inferiori, è
anche lo spazio del sacrificio, dove si puo' avere contatto con il sacro, ricevere l'investitura.Attorno
all'altare si è anche strutturato storicamente lo spazio di rifugio sottratto al dirtitto umano.Ma allo
stesso tempo rappresenta comunque una gerarchia da rispettare, scandisce il tempo
presentandosi come fulcro attorno al quale ruota l'intera vita dell'individuo, del gruppo e della
società. Resterà il fulcro della società fino al medioevo, fino a quando al centro non sarà posto il
principe, attorno a cui si concentra il potere incarnato nel palazzo.L’accentramento politico
trasforma numerose città europee in capitali di stati territoriali, dove coesistono le funzioni
politiche e amministrative delle antiche municipalità con quelle di una capitale e, non raramente,
con quelle connesse all’insediamento di una corte. L’autorità politica assume tendenzialmente
l’aspetto dell’assolutismo centralizzato e organizza uno stato le cui basi sono sostanzialmente
militari e fiscali: esercito e burocrazia diventano i principali strumento di dominio, al servizio del
mercantilismo.Al potere centrale spetta anche l’onere di garantire la sicurezza, se non la pace,
delle città e delle regioni. Strade, porti, ponti, canali, acquedotti, fogne e, naturalmente, cinte
murarie, fortezze, chiese ecc .Naturalmente il controllo dello spazio urbano passa attraverso un
lunga lotta tra questo e quello tradizionale della chiesa, che continua a fornire il modello principale
a ogni governo che aspiri a costituirsi come governo giusto,nonchè universale.Accanto allo spazio
religioso e approfittando della maggiore ricchezza disponibile, cominciano ad emergere quelle che
diverranno le strutture statali, alla cui guida si pongono le famiglie più ricche e nobili. Comincia
così quell’ascesa della borghesia, che trova il suo momento chiave nel diffondersi del modello
industriale di produzione, che cambia ancora una volta il volto della città.L'ascesa della borghesia

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va di pari passo con l'accentramento della ricchezza ed il monopolio della violenza,tutti elementi
che permettono la nascita o meglio il definitivo affermarsi dello stato ora moderno.Lo Stato
moderno, costruitosi come persona fictas ganciata dalla Chiesa si installa nella società attraverso
propri moduli, seppur ispirati ai secolari meccanismi di gestione secolari dispiegati dalla
chiesa.Diventa importante il ruolo della capitale, la città che funge da centro di orientamento
fondamentale del potere, è la capitale il luogo in cui ha sede il palazzo del sovrano.Non è più
immaginabile uno Stato senza capitale o una capitale mobile. Lì è il cuore dello Stato o comunque
l’organo ritenuto più importante per il corpo.L’affermazione della modernità passa anche
attraverso l’appropriazione simbolica della metafora della fonte principale di luce, come emerge
nel percorso storico che va dalla riforma gregoriana a Luigi XIV. D’altronde il sole era la divinità
più
importante dell’oriente antico. E ancora metafora legata alla luce sarà quella dell’Illuminismo,
dove viene ribadita la centralità della Ragione.La metafora del sole ribadisce la verticalità del
potere e della sua fonte, ma con la rivoluzione copernicana rende più scoperta anche
l’appropriazione del centro dell’universo. Riguardo invece la dimensione orizzontale, importante
sottolineare ancora una volta la vettorialità, perché tale può essere considerata la direttrice dello
sguardo sovrano prima del dio poi del vicario in terra, nella cui figura si alternano il pontefice e
l’imperatore, come veri e propri nodi delle due direttrici, quella verticale che lega il punto terrestre
lungo l’ axis mundial cielo, da dove origina il potere, e quella orizzontale, che emanando dal centro
tende idealmente all’infinito.In questo schema orizzontale e verticale dove l’uomo deve
comunque restare dentro il suo spazio, fatto di regole e rigidità, un posto privilegiato occupano le
banlieue cioè il fuori addomesticato, dove il diritto, anzi il potere, può esercitare assolutamente se
stesso. Capitolo quinto. Ordem e progresso. Il “Mondo nuovo” esordisce a Lisbona L’elemento
portante della modernità è la diffusione delle technai e della tecnica, tramutate in ideologia
complessiva con il nome di tecnologia. Essa, presentata come ricaduta della ricerca scientifica,
diventa, poi sempre più fondamento epistemologico della nuova visione del mondo. La tecnica
non consiste solo produzione di oggetti, ma anche destrezza,abilità e in alcuni casi astuzia.La
tecnica dunque è anche inganno, non riguarda solo la produzione ma anche l'azione.E' importante
sottolineare che l'uomo è un animale artificiale perchè questo suppone la trasformabilità del
mondo.Naturalmente il rapporto tra uomo e tecnica è un tema delicato, che è stato al centro di un
lungo dibattito intellettuale a partire dalla fine del XIX sec, sia in ambito filosofico che sociologico.
Come afferma Natoli, la tecnica-trasformazione, che è un dato dell’esperienza storica, è un tratto
costante dello sviluppo delle civiltà umane e quindi presuppone la trasformabilità del mondo.Dal
coltello all'informatica attraverso la tecnica l'uomo ha definito i modi e le forme della sua
sopravvivenza. La tecnica è un modo di stare al mondo contraddistinto non tanto dall’adattamento
di sé all’ambiente ma un adattamento dell'ambiente a sé. Non si vuol dire che l'animale non
modifichi il suo ambiente in funzione della sua sopravvivenza fisica, ma che l'uomo è debole e la
dimensione fondamentale è che nell’uomo la tecnica si lega moltissimo all’anticipazione della
propria condizione.E' sempre in atto un processo piu' ampio rispetto alla sua sopravvivenza. Insito
in tale progetto di autoaffermazione della modernità è la volontà di creare un futuro
prevedibile,regolabile e anticipabile. All’ambito tecnico appartiene invece tutto ciò che
conosciamo sotto il nome di intelaiature, pistoni, che sono parti costitutive di ciò che si chiama
montaggio. La tecnica è vista quindi come qualcosa di concreto, materiale e tangibile. Questo
percorso si incrocia anche con il discorso della scienza moderna, attraverso l’utilizzo della stessa
logica di autoaffermazione della tecnica moderna, che compie sempre più l’alienazione del
mondo, trovando il suo pieno compimento nel progetto dell’industrializzazione, in cui l’uomo
diventa sempre più l’appendice della macchina e non più la macchina al servizio dell’uomo,
esprimendo così la definitiva affermazione dell’altro grande discorso della modernità, quello
economico, anch’esso nutrito di categorie teologiche come si può vedere ad esempio la rottura tra
la proprietà della cosa (fictio realissima) di cui si può usufruire e il possesso della cosa stessa nella
sua materialità. La tecnica o meglio la tecnologia diventa l'episteme di questo nuovo

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mondo.L'uomo nell'età della tecnica usa la natura come principale dispositivo di riserve di
energia ,cerca di afferare la natura come un insieme organizzato di forze calcolabili.Il passaggio
cruciale sembra essere stato la trasformazione della natura, il suo svuotamento di significato e la
sua correlativa trasformazione in sfondo dell’azione dell’uomo. Si deve fare riferimento al
cambiamento di significato del creato e alla riduzione del creato in bene e risorsa disponibile,
come dice anche Heidegger. La modularità e la riproducibilità divengono parole chiave, con le
quali vengono riscritti il mondo e il cosmo. D’altronde, la stessa etimologia di moderno rimanda al
modus e alla modularità. Anche la riproducibilità diventa una categoria fondamentale, resa
possibile d’altronde dalla trasformazione dei mezzi di produzione. Tutto questo ha prodotto una
sempre costante modulazione del mondo, attraverso la tecnica e un adattamento al mondo a sé
fino alla grande civiltà occidentale.La tecnica si è sempre dimostrata strumento utile alla
manipolazione del mondo, ai fini del suo utilizzo efficace da parte dell’uomo. Originariamente, la
techne ha un campo semantico molto ampio: mezzo, strumento utile ai fini del raggiungimento di
uno scopo; diventa, poi, metodo, strada per eccellenza per arrivare a realizzare qualcosa. Vi è,
però, via via un mutamento importante, che incide profondamente nel campo sociale. La tecnica
comincia a produrre il mondo, un mondo sempre più artificiale, che diventa l’habitat proprio
dell’uomo, incidendo profondamente sulle sue capacità cognitive e trasformando radicalmente
l’uomo stesso in un individuo artificiale. Tale processo avviene con l’allontanamento dalla natura e
possiamo vederlo sdoppiarsi in due momenti fondamentali:la produzione del soggetto
astratto,tendenzialmente universale, che è quello proprio del diritto come lo conosciamo, cioè il
soggetto delle dichiarazioni universali, dei codici, dei contratti oltre che della filosofia moderna;la
creazione dello spazio proprio dell’uomo e della sua libertà, svincolata dal condizionamento della
città, spazio “puro” sottratto a qualsiasi possibile pericolo, incarnazione materiale dell’ordine.
Questo habitat diventa il luogo terreno della salus,nel doppio significato di salute e
salvezza,soprattutto quando diventa il luogo che incarna l’utopico paradiso perduto sulla terra; nel
quale realizzare la propria felicità, luogo in cui si cerca di realizzare la pace perpetua con
un'accelerazione dei fini che erode sempre di piu' lo spazio del futuro. D'altra parte l'ottimismo
grazie alle nuove capacità umane porta alla svalutazione progressiva della stessa apocalissi o
svuotamento, ma sembra piu' idoneo parlare di mondializzazione apocalittica o di neutralizzazione
dell’apocalittica.Forse proprio a Lisbona, dove nel 1755, sembrano realizzarsi i segni che
annunciano l’apocalisse con il terremoto, il maremoto e gli incendi, che seguirono. Questo sarà il
luogo dove, per la prima volta, viene realizzato il proposito di costruire, secondo un modello
perfettamente razionale ed estetico, il luogo per l’umanità del futuro, pienamente moderna.
Simboli ulteriori di questa modernizzazione possono essere considerati la cacciata dei gesuiti, la
riforma dell’istruzione, l’abolizione della schiavitù, etc. Diamo uno sguardo a quello che potremmo
vedere oggi a Lisbona secondo la descrizione della principale piazza di Lisbona, fatta da Pessoa:
“La Praça do Comèrcio (o Terreiro do Paço o Piazza del Cavallo Nero) di Lisbona è una delle più
grandi piazze del mondo. È uno spazio perfettamente quadrato, chiuso su tre lati da edifici di
disegno simile. Ospita tutti gli uffici pubblici centrali; il quarto lato della piazza è chiuso dal Tago,
sempre brulicante di imbarcazioni; tra cui i battelli, che attraversano il fiume. Accade, spesso, che i
turisti arrivino qui come fanno gli equipaggi delle navi.Inoltre, nella piazza c’è una stazione di
vetture pubbliche e automobili. Al centro della Praça do Comèrciovi è la bronzea statua equestre
del re JosèI. Il basamento è adornato con scene della ricostruzione di Lisbona seguita al terremoto
del 1755. Una delle figure guida un cavallo che calpesta i suoi nemici,un'altra impugna la palama
della vittoria, un altro gruppo rappresenta la fama.Un'alta grata sorretta da colonne protegge il
monumento circondato da gradini di marmo.Dal lato nord della piazza, di fronte al fiume, partono
tre strade parallele; quella centrale (Rua Augusta) è arricchita da un grande arco trionfale, uno dei
più imponenti in Europa. Il gruppo allegorico che corona l'arco personifica la Gloria, che incorona il
Genio e il Valore.Anche in questa piazza sono presenti una stazione di vetture pubbliche e di
automobili.L'aspetto generale della piazza dona una gradevolissima impressione anche ai turisti
piu' esigenti. Dalla Praça do Comèrcio possiamo arrivare al centro della città percorrendo una

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qualunque delle tre strade. Quella a sinistra (Rua do Ouro) è la via principale della città, grazie alla
sua importanza commerciale. Ci sono, infatti, molte banche, ristoranti e negozi di ogni genere”.In
questa descrizione Pessoa fa emergere quelli che sono gli elementi importanti che hanno reso
Lisbona un luogo simbolo della modernità. In realtà si può dire che il terremoto di Lisbona, così
come sarà per Auschwitz che per certi versi segna l’altro punto estremo della parabola della
modernità, costituirà l’occasione per una radicale interrogazione sul male nel mondo e sulla
presenza di Dio.Questo capovolgimento lo si può cogliere già dal termine “catastrofe”, utilizzato
per descrivere quanto avvenuto nel 1755. Fino a quest’epoca il termine catastrofe veniva ancora
usato, prevalentemente, nell’ambito della drammaturgia per indicare il brusco scioglimento
dell’intreccio teatrale, la fine della narrazione. Ora viene trasferito definitivamente sul piano
scientifico e politico, per significare una trasformazione brusca e improvvisa, il passaggio da uno
stato all'altro diventa irreversibile.Già l'etimologia della parola catastrofe ne permetteva la lettura
in questi termini: dal greco strepho che ha tra i suoi significati quello di girare, nel senso di girare la
barra del timone, mutando rotta; oppure di volgere lo sguardo,ruotare le pupille cambiando
panorama.In questo senso la catastrofe non è solo simbolo di distruzione ma anche della
trasformazione. Ma quel che occorre chiarire è perché si è scelto proprio il terremoto di Lisbona
come momento in cui inizia la modernità. In realtà Lisbona è importante sia per l’evento
terremoto in sé ma anche per le risposte che verranno date a questo evento e per la ricostruzione
della città, che sarà fatta secondo i canoni che saranno poi quelli della città moderna,in realtà della
società pienamente moderna, affiancata da quella che si era trasformata in ingombrante presenza
cioè dal pensiero e dalla presenza religiosa nella vita quotidiana, e permetterà il pieno
dispiegamento di un progetto autonomo di società mirata al benessere dei cittadini.Cominciamo
dal terremoto.Naturalmente, prima e dopo il 1755, ci sono stati, in Europa, altri terremoti e
catastrofi, ma dire che Lisbona era distrutta , per quell’epoca,era un po’ come dire oggi Chicago o
Londra distrutte; in quanto essa si trovava nel cuore dell’Europa, ed era la città della nascita del
mercato e della grande espansione verso il Nuovo Mondo. Questo terremoto ebbe un’eco quasi
mondiale, grazie alla diffusione dei mezzi di comunicazione (stampa): venivano stampate gazzette
e periodici, ricchi di documentazioni visive. Inoltre, a causa della potenza della sua portata, venne
avvertito in tutta Europa e persino in Africa. Le scosse più violente si propagarono attraverso il
mare dalle coste del Portogallo alle foci dell’Elba, dalla Finlandia all’Indonesia. Vediamo le
vicende
del 1755 a Lisbona e perchè è stata definita la città dell'illuminismo.In effetti fino all'intervento
post-terremoto,Lisbona aveva avuto una storia urbanistica molto travagliata. La forma urbis
fortemente medievale fece sì che lo sviluppo urbano di Lisbona non seguisse uno schema
razionalistico o geometrico. Il primo mutamento importante è avvenuto al momento dell’impresa
coloniale, quando il re sposta la sua residenza più vicino al mare e si fa costruire un palazzo nuovo.
La svolta avvenne con la creazione dell’Impero, tanto che tutta l’economia portoghese si reggerà
sulle ricchezze brasiliane (miniere di oro, argento e diamanti) o comunque delle colonie sparse nel
mondo. La posizione geografica e il fatto di essere stati fra i primi a spostare il proprio asse fuori
dal Mediterraneo, avvantaggiò il Portogallo nella corsa coloniale. In effetti, dal punto di vista
urbanistico, l’unico piano conosciuto prima del terremoto del 1775 è quello del 1650 a firma di
Tinoco che per la prima volta introduce una struttura a pianta ortogonale, una rete di strade che si
incrociano ad angolo retto e che rappresenta il primo elemento di una città che inizia a
trasformarsi in città moderna. Si tratta del Barrio Alto, il quartiere alto. La situazione interna resta
fragile poiché l’economia resta in mano agli inglesi, ma la città continua a crescere essendo il porto
delle immense ricchezze del Brasile, soprattutto con le sue miniere di oro, di diamanti ecc. Il re
inizia a manifestare i suoi progetti di ristrutturazione del paese secondo il modello della corte
francese.Inizia lo sfoggio delle ricchezze nelle ambasciate che vengono inviate in giro per
l'Europa.Ma il sogno si ferma li'.Alla morte di Giovanni sale al trono Giuseppe I molto diverso dal
suo predecessore.La città su cui si abbatte il terremoto è una città dalla pianta irregolare, che

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cresce per il porto ed il commercio, ma quando abbatte delle case per allargare le strade,
insufficienti per i volumi dei traffici, nelle ricostruzioni non adotta nessun piano razionale procede
cioè in maniera disordinata. Interessante seguire la gestione del post-terremoto venne affidata al
marchese Pombal, il quale emanò proclami per assumere il controllo della situazione e preparare il
terreno alla riedificazione della città. La prima esigenza era quella di scongiurare il panico. Una
fonte importante per capire come si è tentato di mantenere la calma è la rivista Gazeta de
Lisboasu cui si susseguono sì le notizie della catastrofe,ma ogni volta si aggiungono notizie in
qualche modo positive, rassicuranti, come quelle circa il tesoro reale, in parte salvato, o il
salvataggio dell’archivio nazionale, nonostante la rovina della sede. Soprattutto si sottolinea la
costante presenza della Corte reale nonché la celerità delle misure prese in risposta al
disastro.L'artefice di queste ed altre misure è Pombal che emana celermente proclami per
assumere il controllo della situazione e preparare il terreno per la riedificazione della città.
Intervengono in aiuto anche altre potenze europee nonchè il brasile. La cosa più importante da
sottolineare è che accanto a questi provvedimenti fin da subito emerge la lucida volontà di
pianificare la nuova città e di preparare il terreno a questa ricostruzione, cercando in ogni modo di
limitare risposte disorganiche. Intanto tutta questa frenetica attività doveva, però, fare i conti con
la classica lettura delle catastrofi proposta dagli ambienti religiosi,che la inseriscono nel quadro
generale della storia del mondo in termini di punizione divina, segno di un allontanamento dalla
religione da parte del popolo e dei regnanti, come una collera divina o l’Apocalisse.In particolare i
Gesuiti contrastarono l’ascesa di Pombal e i suoi tentativi di “modernizzazione”. In questa lotta che
vedrà alla fine soccombere Pombal, dopo la morte del re che lo proteggeva e la conseguente salita
al trono di Maria I e il marito Pedro III, a lui ostili, nonostante l’espulsione dei gesuiti, la riforma
dell’educazione e altre iniziative che sembrano percorrere i tempi anche rispetto alla patria
dell’Illuminismo, non ci furono esclusione di colpi. In seguito poi Pombal si fece aiutare da Manuel
de Maia. Intanto Pombal prosegue la pianificazione della nuova Lisbona, grazie ai piani preparati
da Manuel de Maia. Questi propose 4 soluzioni possibili per ricostruire la città: il primo,risposta
classica alla catastrofe, prevedeva la ricostruzione sullo stesso luogo e nelle stesse forme degli
abitati. Ma questa ipotesi venne scartata perché si notò che proprio nella modalità abitativa
verticale risiedeva una delle cause del disastro e della sua gravità, in termini di perdita di vite
umane. Il secondo progetto prevedeva di mantenere la costruzione verticale, recuperando le
precedenti altezze degli abitati, ma allargando le strade. Un’ ultima soluzione possibile prevedeva
di ricostruire la città altrove. Infine, Maia si rimise alla volontà del sovrano ed il primo passo per la
ricostruzione della città fu la scelta del sito del nuovo palazzo reale, ponendolo al centro della
città, secondo quell'ottica tipica dell'ancien regime, di quella tradizione che pone al centro il
sovrano. La zona bassa, quella con la Piazza del Commercio, divenne il cuore della nuova
Lisbona.È
importante anche sottolineare la centralità del ruolo del commercio. Pombal agevolò in ogni modo
i commercianti, in quanto motori dell’economia portoghese. Essi, infatti, contribuirono alla
costruzione della borsa.Per la messa in pratica del piano vennero scelti come collaboratori ritenuti
adatti e vengono scelti tra persone che hanno confidenza o appertengono al mondo militare. La
zona bassa quella con la piazza del commercio diventa il cuore della nuova Lisbona. Ma
estremamente importante l'essenza di questa coniazione del concetto di urbanizzazione che ben
evidenzia Cavalletti. L'invenzione terminologica deve rispondere a ragioni filologiche e filosofiche
perché deve far fronte ad una città che non è contenibile dentro i propri confini ma si muove verso
l’esterno. Difatti ciò che distingue il termine urbanizzazione da città è proprio la mobilità verso
l’esterno. Non è in causa l' apertura della città verso le zone periferiche, né la relazione di queste
con quella; ma un movimento, l’urbanizzazione, in cui tanto l’urbe quanto i suburbi sono messi in
gioco. Dove si può vedere all’opera pienamente questo modello modulare è proprio a Lisbona, che
doveva far fronte alla esigenza di ricostruire la città in tempi rapidi, visto che la popolazione,
seguendo l’esempio della famiglia reale e della nobiltà, ripara in baracche di legno, in gran parte
inviate via mare dall’Olanda, che in alcuni casi sappiamo essere alte due piani e a volte addirittura

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lussuose, e dall’altra si doveva fronteggiare il problema della scarsità della manodopera
qualificata.La soluzione messa in atto è l’applicazione di un metodo di produzione standardizzato:
alle dimensioni costanti delle case, dei muri e delle finestre, corrispondono le dimensioni costanti
di tutti gli elementi che li compongono (travi, chiodi, parti in legno, cornici, scale), che possono,
quindi, essere prodotti in serie e montati man mano che si procede nella costruzione di nuovi
isolati. La stessa regola vale per gli elementi di decorazione. È possibile che alla radice di questo
sistema ci fosse il modello olandese delle baracche in legno (inviate come dimore temporanee),
che potevano essere assemblate in sole 24 ore. Inoltre, vennero innalzati i muri laterali delle case
oltre il livello dei tetti, in modo da limitare la propagazione delle fiamme in caso di incendio. Ciò
che caratterizza a livello architettonico la nascente età dei lumi è la regolarità dei tracciati urbani
abbinata alla serialità dei procedimenti costruttivi. Quindi, siamo di fronte alla prima
sperimentazione di una costruzione modulare di una grande città, per la quale si utilizza un
metodo, che possiamo ben definire industriale, basato sulla serialità e sulla standardizzazione. C’è
un altro punti importante da sottolineare, però, ed è il ruolo delle discipline ausiliarie del governo,
che cominciano ad assolvere un ruolo importante nella definizione degli spazi per la popolazione.
Difatti ben presto per la ricostruzione di un sito si incontreranno varie discipline dalla medicina,
alla statistica, all’economia politica ecc. Ed è importante sottolineare l’importanza delle indagini
svolte a Lisbona prima della ricostruzione, delle costanti preoccupazioni anche igieniche,
economiche, insomma davvero il primo grande dispiegamento di una città disciplinata. Nella
ricostruzione di Lisbona, per la prima volta si considera non solo lo spazio prettamente
architettonico ma anche quelle che sarebbero state le esigenze dei cittadini. In generale, qui trova
la piena realizzazione quella nuova mentalità che considera pienamente acquisito il diritto di
incidere sulla natura con un piano razionale e, sgombrando le rovine, comincia a pianificare spazi e
uomini in un’ottica di un governo tecnico della popolazione. Quindi per la prima volta, l’uomo
adatta il mondo ai propri bisogni. Ma a Lisbona, si riflette anche lo spirito della società disciplinare:
lo spirito militare. Infatti, molti degli esponenti della ricostruzione erano persone che venivano
dall’ambito militare. Si può, affermare che il momento, in cui avviene il capovolgimento del
rapporto uomo natura, è il terremoto di Lisbona. Qui trova la piena realizzazione la mentalità, che
considera pienamente acquisito il diritto di incidere sulla natura con un piano razionale. Si realizza,
quindi, la piena alienazione del mondo, cioè si espropria il mondo del proprio essere e lo si
trasforma in spazio disponibile al progetto urbano. Siamo in piena età dei Lumi e anche questo,
paradossalmente, incide molto su quello che è stata la risposta al terremoto di Lisbona. In anni in
cui la ragione comincia ad essere padrona e comincia quindi a far pensare e ragionare gli uomini in
maniera diversa, per la prima volta proprio la ragione corre in soccorso di questi ultimi che non
vedono più la catastrofe come una collera divina ma per quella che è realmente, solo una
ribellione della natura. L’altro elemento di delegittimazione dell’apocalittica è rappresentato dalla
responsabilizzazione dell’uomo circa il male del mondo e la estromissione di Dio dalla storia.
Questa tendenza riguarderà la distruzione di esseri umani in maniera pianificata, avvenuta nella
Prima guerra mondiale; momento in cui, per la prima volta, la tecnica si capovolge in terribile arma
“inumana”, di fronte alla quale il singolo individuo rimane impotente. Si manifesta, cioè, il lato
oscuro dei progressi, che avevano illuminato la bella époque. La modernità di questa guerra
consiste nel suo essere tecnologica e industriale, la prima guerra industriale del secolo.La guerra si
imponeva come fredda affermazione della potenza industriale. LA guerra non puo' essere intesa in
termini tradizionali, la mitragliatrice da sola è sufficiente a renderla così unica. Si giunge a
consapevolezza quindi della forza distruttiva della tecnologia, di questo nuovo potere installatosi
nella società che aveva per sempre sradicato l’uomo dal mondo ,portando all'apice la sensazione
di definitiva cacciata dal paradiso terrestre,poichè quella che viene cancellata dall'orizzonte di vita
dell'uomo è proprio la terra,trasformatasi definitivamente in sfondo,sepolta dalla coltre di terreno
artificiale che è l'asfalto.Si potrebbe dire che in quel trionfo di tecnologia e in quell'abisso di morte
che fu la Grande guerra,l'Europa ed il mondo persero per sempre l'innocenza sotto una smisurato
potenza produttiva che poteva convertirsi in potenza distruttiva.La dimensione della distruzione

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creativa è stata indicata come l'essenza stessa del moderno,tra infinite promesse di crescita e
terribili minacce di annientamento,raggiunse un'evidenza tanto agli occhi degli intellettuali tanto
della gente comune. In quell’occasione si assiste al capovolgimento nel rapporto tecnica-natura e
passa proprio sulla pelle dell’uomo questo capovolgimento. Nell’esperienza della trincea e, più in
generale, nell’ambientazione della guerra, si palesano:il trionfo dell’elemento artificiale su quello
naturale (l’elettricità trasforma le notti in giorni;la chimica degli esplosivi polverizza le montagne,
modificando il paesaggio); l’intercambiabilità tra biologia e tecnologia (protesi, che sostituiscono
gli arti distrutti);l ’irrompere delle morti di massa, come prodotto di organizzazione industriale e
come perdita di confine tra umano e disumano.La guerra fu la sperimentazione di uno spazio altro,
in cui far giocare pedine anonime, una scacchiera su cui gli individui (i soldati) si riducono a pezzi
di
scacchi, che altri (gli Stati) giocano. La Grande Guerra è stata una guerra “di posizione”. Per più di
quattro anni, una fascia territoriale di larghezza variabile tra pochi metri e qualche chilometro, ha
spezzato in due il continente Europeo. È la “terra di nessuno”: quella che si estende tra le punte
avanzate dei due schieramenti. Nella percezione dei milioni di soldati al fronte, si tratta di un
territorio all’interno del quale, non solo sono sospesi i diritti elementari dell’individuo, ma in cui la
natura è stata costretta dall’uomo - dalla violenza delle sue macchine - a sospendere le proprie
leggi universali. Nello scenario descritto, dominato dalla disumanità della guerra, è naturale che i
combattenti sperimentino una trasmutazione, il superamento di un confine oltre il quale l’uomo si
confonde con la bestia e la vita con la morte. Sulla contaminazione vita-morte, vale in particolare il
caso limite del seppellimento dei vivi, testimoniato da alcune fonti. In questo caso possiamo
vedere la no man’s land come uno spazio in cui si sperimentano appieno il potere sovrano, il
luogo in cui avviene lo scontro tra poteri sovrani, uno spazio che può essere vissuto solo da “no
men”cioè da uomini che hanno perso ogni umanità e valore. Piu' che un luogo la terra di nessuno è
un non-luogo in cui tutto può accadere e tutto appare estraneo,ostile all'umanità.che abbraccia
l'universo orrendo dei due sistemi di trincee contrapposti e le retrovie con il loro carico di angoscia
e sofferenza quanto viene definito Zona di guerra, è una mutilazione non rimarginabile, una zona
morta. Si può pensare a queste zone come a spazi altri, in cui è possibile sperimentare ancora la
“libertà”. Qui, a causa della mancanza di ogni limitazione giuridica, vale solo il diritto del più forte.
L’unico principio su cui i partner di tale relazione sono praticamente d’accordo è quello della
libertà dei nuovi spazi: libertà, in questo caso, vuol dire che la linea definisce un campo, in cui si
afferma il libero e spietato uso della violenza. Qui, preme evidenziare il legame con lo stato di
guerra della definizione inglese dello stato di eccezione:il Marthial Law del diritto inglese rimase
un ambito, temporale e spaziale, di sospensione di ogni diritto. Esso era delimitato rispetto al
normale ordinamento giuridico: nel tempo, dall’inizio della proclamazione del diritto di guerra fino
alla fine, con un atto di corresponsione di indennità;nello spazio, con l’esatta indicazione del suo
ambito di validità. All’interno di questa sfera spazio-temporale poteva accadere tutto ciò che fosse
stato ritenuto necessario. Questo spazio è stato frequentemente definito come campo ed è
caratterizzato da due aspetti:la modernità e il carattere industriale (industria dell’assassinio di
massa). Gli spazi “liberi” potevano apparire come ambiti in cui misurare le forze agonali in gioco,
ma potevano anche divenire un luogo di caos desolato e di reciproco annientamento. Il processo
(decritto da Schmitt), attraverso cui va in rovina l’intero sistema delle limitazioni reciproche e delle
regole, ha il suo fondamento nascosto nell’eccezione sovrana. Lo stato di eccezione è una figura
topologica complessa, in cui l’eccezione e la regola, lo stato di natura e il diritto, il fuori e il dentro,
transitano l’uno nell’altro. Quello che è avvenuto e che sta ancora avvenendo sotto i nostri occhi è
che lo “spazio giuridicamente vuoto” dello stato di eccezione (in cui la legge vige nella figura della
sua dissoluzione, cioè nella finzione) ha infranto i suoi confini spazio-temporali e tende, ormai, a
coincidere con l’ordinamento normale, nel quale tutto diventa nuovamente possibile. Ad un
ordinamento senza localizzazione (lo stato di eccezione, in cui la legge è sospesa) corrisponde ora
una localizzazione senza ordinamento (il campo), come spazio permanente di eccezione. Il luogo
dove si sperimenta per la prima volta il paradigma del campo è la Grande Guerra.La Zona di

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Guerra è, infatti, il primo spazio di violenza della modernità. Il campo di battaglia tecnologico
prevede una violenza legittimata, non più come eccezione, ma precisamente come norma. La Zona
di Guerra, inoltre, è il regno della distanza: per la prima volta, la tecnologia bellica impone una
condotta dei combattimenti a distanza, senza che l’avversario sia visibile (il fucile è mortale fino a
2000 metri, mentre l’artiglieria spara a una distanza di 5 chilometri. I comandanti dirigono le
operazioni in quartier generali distanti dal fronte, collegati telefonicamente alle prime linee). Con
la Grande Guerra inizia quel processo di smaterializzazione dell’avversario, “di sottrazione del
corpo”, che culminerà nel conflitto seguente, con l’uso del radar e prosegue, ancora oggi, con la
“guerra intelligente”, condotta all’infrarosso, via telecamere mobili e armi telecomandat. C’è la
sottrazione allo sguardo, non c’è più il “tradizionale confronto”, l’uno di fronte all’altro; domina
l’invisibilità. Ma è proprio questa invisibilità della violenza il presupposto della sospensione della
morale e, quindi, della legittimazione della violenza stessa. Per indicare questa situazione vi era un
simbolo evidente e antico al quale fa riferimento anche Montesquie: la Statua della Libertà o
quella della Giustizia veniva velata per un determinato periodo di tempo. Hannah Arendt ha
osservato che nei campi emerge in piena luce il principio, che regge il dominio totalitario e che il
senso comune si rifiuta di ammettere e, cioè, il principio secondo cui “tutto è possibile”; solo
perché i campi costituiscono uno spazio di eccezione, in cui la legge è integralmente sospesa. La
prima guerra mondiale può essere considerata il luogo in cui è avvenuta l’iscrizione nella
modernità e nei suoi canoni delle masse europee. È nel corso della Grande Guerra che gli uomini
sperimentano per la prima volta la presenza diretto dello Stato come potenza estranea e insieme
vicina, l’estensione del suo potere, la sua rilevanza nella vita privata. Da allora più che mai per le
classi subalterne, specialmente per i contadini, esperienza della guerra ed esperienza dello Stato si
identificano, fanno una cosa sola. Stato e guerra appaiono come sinonimi e come metafore l’uno
dell’altra: come manifestazione di un potere pervasivo che disarticola e ricompone legami familiari
e sociali, dispone della vita e della morte in maniera insindacabile, scandisce i passaggi
dell’esistenza privata. L’esperienza della guerra che trascina via da sé stessi è l’esperienza
moderna dello Stato. Ecco un altro aspetto della modernità connesso alla Grande Guerra: d’ora
innanzi lo Stato non abbandonerà più la gente comune, diverrà una presenza ineliminabile, interna
alla vita di ciascuno.Un altro aspetto del Campo che vale come tragica sineddoche della modernità
è il suo carattere industriale. L’industria dell’assassinio di massa, in serie, ha infatti caratteristiche
perturbantemente simili ad altri tipi di industria. Nella macellazione industriale, per esempio,
l’industrializzazione inizia negli anni Sessanta dell’Ottocento. La guerra rappresenta una
straordinaria forma di diffusione del modello industriale. Il culmine della modernità come discorso
ultimo è sicuramente la figura del soldato infatti, nella seconda metà del secolo XVIII il soldato è
divenuto qualcosa che si fabbrica, qualcosa che si adatta e si deve adattare all’ambiente che lo
circonda. Il soldato non è più visto come uomo in sé e quindi capace di sentimenti e turbamenti
ma solo come una macchina da guerra. Secondo Weber la guerra, in quanto realizzazione della
minaccia di violenza, crea, proprio nelle moderne comunità politiche, un pathose un sentimento
comunitario, e suscita in tal modo una devozione e un’incondizionata disposizione al sacrificio fra i
combattenti. La guerra, inoltre,muove alla pietà e ad un amore per i bisognosi che, come
fenomeno di massa eguagliato a livello religioso solo dalle comunità eroiche dell’etica della
fratellanza, infrange tutte le barriere dei gruppi naturali.Il campo diventa il luogo della
realizzazione della bella morte che abbia dignità perché compiuta per un fine alto. L’uomo muore
per rappresentare il suo paese ed è per questo che diventa sempre più forte il rapporto tra guerra
e politica. Si vengono sempre più delineando quindi quelli che sono i poteri dello Stato che
promuovendo la guerra danno, di conseguenza, una legittimità alla violenza. Concludendo, colui
che ha descritto perfettamente il passaggio alla modernità è Gibelli il quale afferma che partiti dal
paragone con le catastrofi naturali, si approda al tema del cataclisma tecnologico e con ciò si coglie
un percorso centrale della coscienza moderna: l’esperienza della morte di massa come prodotto di
organizzazione industriale. Lo spazio artificiale è quello che si istituisce definitivamente con la
metropoli contemporanea,dove ogni volta puo' capovolgersi la differenza tra dentro e fuori.Città e

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diritto hanno visto consumato il ruolo che era stato dato loro nella modernità e sono entrambi in
crisi proprio per questa egemonia del sistema economico e si cercano soluzioni che non possono
che essere pensate congiuntamente.

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