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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ENNA “KORE”

Prof. Nicola Malizia


Docente di Criminologia e Sociologia della devianza
GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DEL REATO
I COMPORTAMENTI ILLECITI
CHE COSTITUISCONO REATO
Prima di esaminare i vari singoli reati occorre
necessariamente illustrare, seppur brevemente, gli
elementi costitutivi dei reati, al fine di tratteggiare
i presupposti in ragione dei quali un fatto è
qualificabile come REATO. Non tutti gli illeciti
rilevano sul piano del diritto penale, soltanto
alcuni comportamenti sono infatti penalmente
rilevanti (gli altri, possono essere fonte di
responsabilità di altra natura, per esempio
civile/disciplinare/amministrativa...)
Per il reato è vigente il principio di tassatività: non vi è
reato se non ricorrono nella fattispecie concreta tutti gli
elementi costitutivi del reato stesso individuati dalla
fattispecie astratta.

Gli elementi costitutivi del reato sono:


A) Fatto tipico
B) Antigiuridicità
C) Colpevolezza
• La fattispecie di reato è articolata in due diverse
componenti, anch'esse composite, parimenti
rilevanti:
• oggettiva (l'insieme di tutti gli elementi materiali):
soggetto attivo; soggetto passivo e/o danneggiato dal
reato; oggetto o bene giuridico; oggetto materiale;
condotta; rapporto di causalità materiale; evento.
• soggettiva (l'insieme degli elementi riferiti al nesso
psichico) coscienza e volontà, dolo, colpa.
A) Soggetto attivo.
L’art. 27 della Costituzione sancisce il principio di
personalità della responsabilità penale secondo cui la
natura strettamente personale del reato implica che
nessuno possa essere considerato responsabile per un
fatto compiuto da altre persone.

Da tale principio consegue che tutte le persone fisiche


possono essere considerate soggetti attivi del reato (l’età,
le situazioni di anormalità psico-fisica e le immunità non
escludono la sussistenza del reato ma incidono solo ed
esclusivamente sull’applicabilità o meno della sanzione
penale).
B) Soggetto passivo: E’ la persona fisica o giuridica titolare
del bene leso. Persona offesa.
Il danneggiato può essere anche un soggetto diverso dalla
persona fisica sulla quale ricade l'offesa conseguente al
reato. È il soggetto relativamente al quale il fatto reato,
seppure direttamente verificatosi su di una persona fisica,
produce altresì danno per una ulteriore e/o diversa
persona fisica.

C) Oggetto o bene giuridico.


E’ l’oggetto della tutela della norma in relazione anche
alle scelte operate dal legislatore sulla base dei Principi di:
legalità e riserva di legge; frammentarietà e sussidiarietà
del diritto penale; tassatività della norma. Certezza del
diritto.
• REATI COMMISSIVI ED OMISSIVI
• REATO COMMISSIVO
• A seconda del comportamento del soggetto agente, si possono
distinguere i reati commissivi (quando l’evento si verifica per
un comportamento attivo e volontario del soggetto agente che
provoca una lesione a un bene tutelato giuridicamente)
• Commettere, fare, azione positiva
• REATO OMISSIVO
Reati omissivi
Esempio: Ai sensi di quanto dispone il secondo comma dell’art. 40 c.p.
“non impedire un evento, che si aveva l’obbligo giuridico di impedire,
equivale a cagionarlo” .

Omettere: azione negativa, non fare


• ELEMENTI SOGGETTIVI O PSICOLOGICI
DEL REATO
ELEMENTI DELLA FATTISPECIE SOGGETTIVA:

Coscienza e volontà (42 c.p.) costituiscono il requisito


minimo di attribuibilità psichica del fatto al soggetto.

Ma cosa significano coscienza e volontà?


Art. 43 c.p. "Il delitto è doloso, o secondo
l'intenzione, quando l'evento dannoso o pericoloso,
che è il risultato dell'azione o dell'omissione e da
cui la legge fa dipendere l'esistenza del delitto, è
dall'agente previsto (rappresentazione) e voluto
(volizione) come conseguenza della propria azione
od omissione".
• Dolo
• Il dolo è la forma più grave .
• Il reato è doloso quando il soggetto agente ha piena
coscienza e volontà delle proprie azioni e delle conseguenze che
ne derivano.
• Elementi del dolo: volontà, intenzionalità, previsione
dell’evento.
• ASPETTO COLPOSO NEL REATO
• il reato "è colposo, o contro l'intenzione, quando
l'evento, anche se preveduto, non è voluto dall'agente e
si verifica a causa di negligenza o imprudenza o
imperizia, ovvero per l'inosservanza di leggi,
regolamenti, ordini o discipline."
• Le cause possono essere di varia natura:
• colpa generica:
• negligenza (omesso compimento di un'azione doverosa),
• imprudenza (inosservanza di un divieto assoluto di agire o
di un divieto di agire secondo determinate modalità),
• imperizia (negligenza o imprudenza in attività che
richiedono l'impiego di particolari abilità o cognizioni).
• colpa specifica:
• inosservanza di:
• leggi (atti del potere legislativo),
• regolamenti (atti del potere esecutivo),
• ordini (atti di altre pubbliche autorità) o
• discipline (atti emanati da privati che esercitano attività
rischiose).
• Da ciò si desume che per l’esistenza della colpa occorre:
• - la mancanza di volontà dell’evento, ossia di quella volontà
richiesta, invece, per il dolo.
• Occorre cioè che il soggetto abbia sì commesso il fatto-reato con
una propria condotta
• volontaria, ma occorre altresì che non abbia voluto minimamente
quell’evento, né direttamente, né indirettamente, cioè che non
abbia nemmeno accettato il rischio del suo verificarsi.
• In conclusione, la colpa, anche se è una forma meno grave di
colpevolezza, è sempre, al pari del dolo, un atteggiamento antidoveroso, e
quindi riprovevole, della volontà. Questo perché il soggetto aveva
comunque il dovere, ed il potere, di comportarsi con cautela ed
attenzione, mentre ha agito con leggerezza, esprimendo in tal modo una
scarsa considerazione degli interessi protetti.

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• LA PRETERINTENZIONE
• Per quanto riguarda il delitto preterintenzionale, ai sensi del II°comma
dell’art. 43 c.p.: “il delitto è preterintenzionale o oltre l’intenzione quando
dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave
di quello voluto dall’agente”.
• Questa forma di colpevolezza, pur essendo prevista come criterio generale di
imputazione, trova applicazione soltanto in due casi:
• - nell’art. 584 c.p., omicidio preterintenzionale, che si ha quando con atti
diretti a percuotere o a produrre una lesione personale, si cagiona la morte
dell’offeso, come conseguenza non voluta;
• - nell’aborto preterintenzionale, introdotto dalla legge n°194/78, che si
configura quando con atti diretti a provocare lesioni ad una donna in stato di
gravidanza, si produce l’aborto.

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• Il delitto preterintenzionale è, poi, caratterizzato:
• - dalla volontà di cagionare l’evento minore, ossia le lesioni o le percosse, per
il quale evento il soggetto risponderà a titolo di dolo;
• - dalla mancanza di volontà di cagionare l’evento più grave, ossia la morte,
per il quale evento il soggetto risponderà in quanto conseguenza della sua
condotta;

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IL DELITTO TENTATO 27
• Il delitto tentato è contemplato dall'art. 56 cp che stabilisce
la punibilità di chi: "compie atti diretti in modo non
equivoco a commettere un delitto...se l'azione non si
compie o l'evento non si verifica".

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• Il colpevole di delitto tentato è punito con la reclusione non
inferiore a dodici anni, se la pena stabilita è l’ergastolo; e, negli
altri casi, con la pena stabilita per il delitto, diminuita da un
terzo a due terzi.
• Sotto il profilo strutturale, il delitto tentato è
ipotizzabile soltanto con riferimento a quei
reati che implichino un processo consumativo
un iter criminis, cioè, caratterizzato, quanto
meno, da:
• una fase ideativa
• una fase esecutiva

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• è, dunque, un fatto di reato diverso, per il quale è prevista una
pena, ai sensi del secondo comma, diminuita rispetto all'omologa
fattispecie delittuosa consumata (per la cornice edittale del delitto
tentato si tolgono 2/3 dal minimo della pena prevista per il delitto
consumato e 1/3 dal massimo).

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• Analizzando l'elemento oggettivo del delitto
tentato, l'art. 56 cp prevede due requisiti che
devono connotare la condotta e, cioè,
• 1) l'univocità degli atti
• 2) idoneità a realizzare il delitto.

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• Con riferimento a tale requisito, il punctum dolens è quello di
stabilire la soglia oltre la quale gli atti prodromici risultino
inequivocabilmene diretti alla commissione del delitto.

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• Secondo una parte della dottrina, la verifica atterrebbe al
profilo psicologico dell'autore ed all'intenzione criminale quale
emergente dalla condotta delittuosa.

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IL TRIBUNALE DI
SORVEGLIANZA
Compiti, funzioni, prospettive e ruoli delle figure giudiziarie
Di cosa ci
occuperemo
Le funzioni ed i compiti del Tribunale e del Magistrato di Sorveglianza. Le misure alternative alla
detenzione (anche in casi particolari): l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione
domiciliare, la liberazione anticipata e gli altri istituti applicabili ai detenuti. La figura degli “
ESPERTI”.
IL TRIBUNALE ED IL
MAGISTRATO DI
SORVEGLIANZA
Il Tribunale ed il Magistrato di Sorveglianza si occupano dell’iter
giudiziario connesso all’esecuzione delle pene inflItte con Sentenze
divenute esecutive (la denominazione ricorda l’attività di colui che
“sorveglia” l’esecuzione delle pene).
Sono Organi che, in sostanza, decidono sulle richieste avanzate da
coloro che sono oggetto di una pena comminata nella fase di
merito del procedimento e che provvedono in merito alle
eventuali decisioni connesse allo svolgimento della pena (i
soggetti coinvolti nei predetti provvedimenti possono essere sia
ristretti che liberi).
Quali categoriE di
Magistrati ne fanno parte…
Il Magistrato e’ un giudice di primo grado o secondo grado.
LA COMPETENZA
TERRITORIALE
Tribunale e Magistrato competenti saranno solitamente quelli dell’ ubicazione (o
residenza se libero) del condannato.
COMPETENZA DEL
MAGISTRATO DI
SORVEGLIANZA
Il Magistrato di Sorveglianza è competente (nella fase dell’esecuzione
della pena) per:
• I ricoveri dei condannati in ospedali psichiatrici giudiziari;
• Le misure di sicurezza;
• Le pene detentive sostitutive (semidetenzione e libertà controllata);
• Il differimento e la sospensione (ma solo provvisoriamente prima che
intervenga il Tribunale di Sorveglianza) dell’esecuzione di pene detentive
anche se sostitutive.
IL TRIBUNALE DI
SORVEGLIANZA
Il Tribunale di Sorveglianza (composto di due giudici e due esperti è invece
competente per:
• La concessione e la revoca della liberazione condizionale;
• La riabilitazione;
• L’applicazione delle misure alternative ;
• Il rinvio obbligatorio o facoltativo dell’esecuzione della pena detentiva o
delle sanzioni sostitutive;
• Il parere sulle domande di grazia.
MISURE ALTERNATIVE
ALLA DETENZIONE
Particolare importanza rivestono le decisioni del Tribunale di sorveglianza in
merito alle misure alternative alla detenzione che possono definirsi
un’applicazione concreta della concezione della pena quale processo
teso alla rieducazione del reo.
LE MISURE ALTERNATIVE
In linea approssimativamente valida per l’intera categoria delle misure
alternative, si può affermare che le stesse partecipano della medesima
natura della pena detentiva poiché, pur non essendo mai totalmente
privative della libertà personale, implicano comunque un imprescindibile
coefficiente di afflittività per chi le subisce;
LE MISURE ALTERNATIVE
Allo stesso tempo, concedono al soggetto la possibilità di scontare la
pena (tutta o una parte di essa), godendo di un margine di libertà ed
autodeterminazione non previsti nella detenzione.
Lo scopo
Su di un piano generale, le misure alternative, in
quanto sanzioni, si prestano ad assolvere finalità di
prevenzione generale e di dissuasione mentre, in
quanto benefici accompagnati da forme di assistenza
tese a ripristinare o, almeno, a non peggiorare le
condizioni del reinserimento sociale del condannato,
svolgono, in linea teorica e di principio, una funzione
di prevenzione speciale (ovvero uno stimolo a che il
soggetto che le subisce non violi più la legge).
Le misure alternative alla detenzione sono:
1. Affidamento in prova al servizio sociale (anche nella
sua forma c.d. “speciale”);
2. La detenzione domiciliare (anche nella fattispecie
prevista per le madri con prole);
3. Semilibertà;
4. La liberazione anticipata.
1) L’affidamento in prova al servizio sociale.
Consiste nell’espiazione della pena in
stato di libertà con affidamento del
condannato all’assistenza ed al
controllo del servizio sociale (oggi
U.E.P.E. ovvero Ufficio Esecuzione
pene Esterne) per un periodo uguale a
quello della pena da scontare.
UFFICIO DI ESECUZIONE PENALE ESTERNA

- Legge 354/75 (art.72)


- Legge 154/2005 (art.3, modifica il nome in UEPE)
L’UEPE è,

§ un ufficio periferico del Ministero della Giustizia;


§ inserito nella struttura del Dipartimento Amm.ne
Penitenziaria fino a giugno 2015
La mission

§ Aiutare e controllare le persone condannate, in esecuzione della pena


dentro o fuori dal carcere;
§ Favorire il reinserimento, costruendo e realizzando assieme alla persona
un progetto individualizzato;
§ Promuovere la sicurezza della collettività, anche attraverso la prevenzione
della recidiva e la promozione di azioni di educazione alla legalità;
§ Promuovere l’inclusione sociale, attraverso la costruzione di reti sociali
significative con enti, istituzioni e volontariato;
Gli interventi del servizio sociale nell’UEPE

§ Sono rivolti alle persone maggiorenni condannate in via


definitiva, o indagate o imputate (con la L.67/2014, messa
alla prova), che si trovano in stato di detenzione o in
libertà.
Gli interventi rivolti ai soggetti ristretti negli II.PP

§ La consulenza per l’attività di osservazione e trattamento in


collaborazione con gli operatori degli II.PP;
§ La partecipazione alla gestione di benefici premiali ed attività
trattamentali;
§ La consulenza a favore dei detenuti con condanne non definitive,
in particolari situazioni di disagio socio-familiare;
§ L’orientamento e sostegno ai detenuti in uscita dal carcere in
collaborazione ai servizi territoriali
Gli interventi rivolti ai soggetti in esecuzione esterna

§ Sostegno e controllo al fine di favorire percorsi di reinserimento sociale,


attraverso la costruzione, con la persona, di un progetto
individualizzato;
§ Sostegno alle famiglie delle persone che eseguono le pene alternative;
§ Collaborazione con i servizi territoriali per
l’individuazione/implementazione delle risorse a beneficio delle
persone
Gli interventi si esplicano,

§ Nella dimensione individuale;


§ Nella dimensione di gruppo;
§ Nella dimensione di comunità.
La dimensione individuale

§ La relazione di aiuto si sviluppa in un contesto prescrittivo/di


controllo e, nella fase di decisione dell’autorità giudiziaria, si
sviluppa il contesto valutativo;
§ La presa in carico avviene su richiesta degli altri UEPE nel
territorio nazionale, degli II.PP., del Tribunale di
Sorveglianza o Ordinario;
§ La condizione di detenzione rappresenta una variabile influente nella
relazione d’aiuto;
§ L’a.s. deve poter costruire assieme alla persona una relazione d’aiuto
collaborativa a partire dal contesto di controllo, perché possa svilupparsi
l’attivazione della persona;
I TEMPI E GLI INTERVENTI NELLA DIMENSIONE INDIVIDUALE

§ Il primo contatto e l’esplicitazione del contesto valutativo;


§ L’esplicitazione degli obiettivi conoscitivi, dei tempi, degli
strumenti;
§ La valutazione condivisa;
§ La proposte progettuali, della persona, dell’a.s.;
La dimensione di gruppo

Il gruppo degli operatori:


§ - l’équipe di osservazione e
trattamento;
negli II. PP. ;
§ - Il GOT negli II.PP;
§ - l’équipe negli UEPE;
Il lavoro di gruppo

§ Il lavoro di gruppo con soggetti in esecuzione penale esterna


(affidati in prova al servizio sociale);
§ Il lavoro di gruppo con le famiglie, “Progetto Famiglia”
La dimensione di comunità

Un nuovo orientamento per l’esecuzione delle pene:


- I lavori di pubblica utilità;
- La messa alla prova;
Prospettive d’intervento

Il servizio sociale di comunità:


. leggere la comunità (conoscenza delle risorse/criticità,
fenomeni di devianza..);
. definire i bisogni di una comunità;
. Interpretare i fenomeni devianti;
. Ipotizzare interventi di comunità;
I presupposti della misura “
Affidamento al servizio sociale” sono
che la pena inflitta o la parte residuale
della stessa non superi i tre anni ed il
condannato sulla base
dell’osservazione della sua personalità
ne sia ritenuto meritevole.
L’affidamento può essere, quindi, richiesto sia dal detenuto
che sia ristretto e che debba scontare meno di tre anni (e la
sua personalità sarà stata “osservata” durante la
carcerazione) sia dal condannato libero al quale sia stato
notificato l’ordine di esecuzione per la carcerazione e
contestuale sospensione dello stesso poiché avente ad
oggetto una pena inferiore ai tre anni.
In particolare, in questo secondo caso,
quando la pena diverrà esecutiva, al
condannato verrà, come detto, notificato
l’ordine di esecuzione per la carcerazione
con contestuale decreto di sospensione del
medesimo con l’avviso che avrà un termine
di trenta giorni dalla notifica per
presentare all’apposito ufficio esecuzioni
della Procura la richiesta di concessione
di una misura alternativa (prima fra tutte
l’affidamento in prova ma anche la
detenzione domiciliare).
Quindi, in caso di condanne definitive uguali o
inferiori ai tre anni, al condannato giunge sì l’ordine
di carcerazione; ma nel medesimo provvedimento vi
è anche la sospensione dell’ordine di cui sopra con
la possibilità di richiedere la misura alternativa.
ENTRO 30 GIORNI

Dunque, le pene detentive a meno o a


tre anni di reclusione (salvo rare
eccezioni previste dalla legge) non
sono immediatamente eseguite ed il
soggetto entro trenta giorni può
rivolgersi al Tribunale di Sorveglianza
per la concessione di una misura
alternativa alla detenzione.
Nessuna istanza presentata

Allo scadere di tale termine, qualora


nessuna istanza venga presentata o la
stessa sia dichiarata inammissibile
(poiché magari, nel caso
dell’affidamento, non è stato indicato
un domicilio preciso ove il
richiedente/condannato intende
risiedere durante l’espiazione
dell’affidamento), il condannato
sconterà la pena in prigione.
In caso di richiesta ammissibile della
misura, l’istanza verrà trasmessa al
Tribunale di Sorveglianza competente
(ovvero, per il condannato libero,
quello competente per la residenza)
che avvierà una istruttoria che
prevede il contatto ed un incontro
preliminare degli assistenti
dell’U.E.P.E con chi ha chiesto la
misura e l’intervento della Polizia che
verificherà l’idoneità del domicilio ove
abita il condannato.
Sia l’U.E.P.E. che la P.S. inoltreranno
una relazione al Tribunale di
Sorveglianza avanti al quale si terrà
un’udienza in camera di Consiglio
(ovvero senza pubblico e con
possibilità di presentare
documentazione fino a cinque giorni
prima) ove parteciperà la difesa del
richiedente (ed il richiedente
medesimo ma la sua presenza non è
obbligatoria) ed il Procuratore
Generale.
IL FUNZIONAMENTO DELL’UDIENZA
TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA

Dopo una relazione del Giudice


relatore del Tribunale, le parti (prima il
Procuratore poi la difesa) esporranno
le loro argomentazioni.
Necessarie
indicazioni E’ opportuno, all’atto del deposito della
richiesta, documentare la solidità
economica ed abitativa del richiedente
libero nonché, prima dell’udienza
ovvero quando viene notificata la data
di celebrazione, consultare il fascicolo
con le relazioni preliminari degli
assistenti e della Polizia al fine di meglio
argomentare eventuali pareri non del
tutto positivi di tali organi.
La misura dell’affidamento..concessa
Se al condannato (libero o meno) viene
applicata la misura dell’affidamento in
prova, sarà seguito dall’U.E.P.E. (che
relazionerà periodicamente al Magistrato)
con dei colloqui regolari e dovrà rispettare
delle prescrizioni indicate dal Tribunale di
Sorveglianza (prima fra tutte quella di non
allontanarsi da casa nelle ore notturne o di
non allontanarsi dalla provincia di residenza
e/o di non frequentare certi luoghi etc.) ma,
in sostanza, potrà condurre una vita priva di
particolari restrizioni (o, comunque, con
limitazioni enormemente inferiori a quelle
proprie della carcerazione e potrà svolgere
un’attività lavorativa).
l’esito dell’affidamento
• L’esito positivo dell’affidamento determina l’estinzione della pena e
di ogni effetto penale.
• La violazione delle prescrizioni o la mancata collaborazione con
l’U.E.P.E., determina la revoca della misura (che può essere
sospesa dal Magistrato di Sorveglianza in via cautelare ed in tempi
brevi nell’attesa dell’udienza e della decisione del Tribunale di
Sorveglianza) ed il condannato verrà ristretto in carcere ove la pena
ancora da scontare decorrerà – non già dalla revoca – ma dalla
concessione della misura alternativa.
La detenzione domiciliare.
Consiste nell’espiazione della pena
all’interno della propria abitazione.
I suoi presupposti sono che si tratti di
reclusione non superiore a quattro anni e si
tratti di:
-Donna incinta o madre di bimbi di età
inferiore ad anni dieci con lei convivente;
-Padre con prole di uguale età quando la
madre è impossibilitata ad accudirla;
-Persona in condizioni di salute
particolarmente gravi che richiedono
contatti con presidi sanitari;
-Persona di età superiore ai sessanta anni
che sia inabile anche parzialmente
- Persona di età minore ad anni ventuno per
comprovate esigenze di studio, salute,
lavoro e famiglia;
Il limite di pena

§ Il limite di pena scende a tre anni quando si tratta di


condannato recidivo.
§ Il limite scende ulteriormente a due anni quando si tratta
di condannato per il quali non vi siano i presupposti per
l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare che
permetta di scongiurare il compimento di altri reati (sono
esclusi coloro che hanno commesso alcuni reati
particolarmente gravi).
reati sessuali

Il limite di quattro anni non sussiste e la


pena potrà essere scontata tutta in
regime di detenzione domiciliare nel
caso di soggetti oltre i settanta anni
che non si siano macchiati di
determinati reati (in particolare reati
sessuali).
Sospensione della misura

Se il soggetto si allontana dalla propria abitazione (anche in


maniera trascurabile, ad esempio soffermandosi sulle scale) è
denunciato per il reato di evasione e ciò comporta la
sospensione della misura (e l’entrata in carcere) la condanna
per il reato comporta la revoca della detenzione domiciliare.
MOTIVI DI LAVORO

Eventualmente il condannato in regime di detenzione domiciliare potrà


ottenere che gli sia concesso di allontanarsi da casa per andare a lavorare in
un posto da lui indicato (la documentazione della solidità e regolarità
dell’attività lavorativa deve essere particolarmente scrupolosa).
DETENZIONE DOMICILIARE PER LE
MADRI

La detenzione domiciliare speciale prevede


che le madri di prole di età inferiore a dieci
anni possono scontare la pena in regime di
detenzione domiciliare dopo aver scontato
un terzo della pena in carcere oppure, in
caso di ergastolo, almeno 15 anni.
§ L’allontanamento controllato dalla madre
In caso di concessione la madre ristretta
potrà allontanarsi da casa per alcune ore
stabilite dal Tribunale per provvedere alle
esigenze dei figli.
Ugualmente l’istituto può essere concesso al
padre se la madre è deceduta o
impossibilitata e non vi sia la possibilità di
affidare ad altri la prole.
LA SEMILIBERTA’
§ Consiste nella permanenza del
condannato fuori dal carcere nelle
ore diurne per dedicarsi ad attività
di lavoro, di istruzione o
comunque utili al reinserimento
sociale ( E’ revocabile per cattiva
condotta del condannato).
§ La pena irrogata non deve essere
superiore a sei mesi (qualora il
soggetto non sia affidato al
servizio sociale).
La concessione della
semilibertà ed i casi
§ Se si tratta di un soggetto detenuto, la richiesta può essere avanzata
da coloro che hanno scontato almeno metà della pena ovvero due
terzi qualora si tratti di rei di alcuni gravi reati.
§ Il condannato all’ergastolo può chiedere l’ammissione alla semilibertà
dopo aver scontato almeno venti anni.
§ Come tutte le misure non viene concessa automaticamente ma solo
se il detenuto ha dato prova di aver compiuto dei progressi nel corso
del trattamento e vi sono le condizioni per un graduale reinserimento
nella società.
LA LIBERAZIONE ANTICIPATA
E’ sicuramente la più particolare
tra le misure alternative alla
detenzione e quella di maggiore
applicazione e, probabilmente,
quella che nell’immediato ha i
maggiori effetti risocializzanti.
Consiste nella detrazione di
quarantacinque giorni per ogni singolo
semestre di pena scontata a favore del
condannato a pena detentiva che
abbia fornito prova di partecipazione
all’opera di rieducazione (cosicché 6
mesi di pena scontata equivarranno a
circa 7 mesi e 15 giorni di detrazione
sulla pena finale).
Lo scopo dell’istituto è quello di
incentivare i detenuti ad utilizzare le
possibilità di trattamento offerte negli
istituti, sia quella di rendere meno difficile
la gestione delle carceri attraverso la
concreta ravvicinata prospettiva di un
premio al detenuto in cambio del rispetto
delle norme interne, infine, quella di
ridurre la popolazione carceraria attraverso
sistematiche e consistenti riduzioni di pena
(i giorni scontati, infatti, vengono
conteggiati per il raggiungimento dei limiti
di pena per la concessione delle altre
misure alternative).
Come detto, l’unico requisito è la collaborazione nell’opera di
rieducazione e non opera alcun altro limite (può essere
chiesta da ogni detenuto ed affidato al servizio sociale e
soggetto in detenzione domiciliare qualsiasi sia il reato
commesso) e viene valutata la capacità/volontà del detenuto
di avvalersi delle possibilità trattamentali offerte dal carcere
(laboratori, lavoro all’interno del penitenziario, corsi etc.) e la
sua capacità di mantenere rapporti proficui e corretti con i
compagni, le guardie, la famiglia e gli operatori (educatori e
psicologi ad esempio) in forze presso la struttura
penitenziaria.
LA RICHIESTA

La richiesta deve essere presentata (sia direttamente dal


detenuto o dal difensore) al Magistrato di Sorveglianza
competente che deciderà senza fissare alcuna udienza
(ovvero de plano) sulla base delle informazioni trasmesse dal
carcere o dagli assistenti sociali per i soggetti liberi.
GLI ESPERTI DEL TRIBUNALE DI
SORVEGLIANZA
Docenti di Criminologia e criminalistica,
psicologi clinici e criminologici, assistenti
sociali, altre figure.

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