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Dolce Stilnovo

La scuola poetica del Dolce Stilnovo, tra il 1280 e il 1300 circa, si afferma soltanto
nell’Ottocento. Essa ha come maggiori esponenti Guido Cavalcanti e Dante, che
hanno come maestro Guido Guinizzelli. Questa si fonda quasi esclusivamente
sull’interpretazione di Dante, sulla sua visione poetica.
È Dante nel sonetto ‘Guido, i’ vorrei’, a suggerire l’esistenza di un gruppo di giovani
poeti e letterati dediti alla stessa ideologia poetica legata al tema dell’amore;
ideologia estremamente raffinata che faceva della cerchia di Dante (i ‘fedeli
dell’Amore’) isolati dal contesto comunale.
È sempre Dante, nel ‘De Vulgari Eloquentia’ a vedere un’ideale continuità tra i poeti
provenzali e i neo-poeti vista la scelta dello stile raffinato; ma soprattutto è sempre
lui a coniare il termine stesso <<dolce stilnovo>>. Nel Purgatorio lui immagina di
incontrare Bonagiunta Orbicciani da Lucca, un poeta della scuola di Guittone
d’Arezzo (scuola da cui Dante prende le distanze). Questo incontro gli offre
l’occasione per precisare le varie differenze che caratterizzano da una parte i siculo-
toscani dai nuovi poeti: i nuovi poeti hanno un nuovo modo di far poesia
contraddistinto dalla fedeltà assoluta al tema dell’amore. L’amore è idealizzato, il
poeta infatti annulla quasi la sua personalità e si spersonalizza per dar ‘voce’ a
un’esperienza totalizzante che trascende la sua volontà e individualità.
I nuovi poeti contemporaneamente si riconoscono nella scelta di uno stile raffinato e
selettivo la cui ‘dolcezza’ si contrappone alle asprezze e oscurità dello stile
guittoniano.
Nella fondazione della nuova poesia Dante si attribuisce un ruolo primario
definendosi come colui che diede inizio alle <<nuove rime>> con la canzone ‘Donne
ch’ avete intelletto d’amore’ fondamentale non solo nel personale itinerario
interiore e poetico rievocato nella Vita Nuova, ma nell’intera tradizione poetica
italiana.
In un altro canto del Purgatorio Dante celebra il bolognese Guido Guinizzelli, la sua
nascita è circa nel 1218, come maestro suo e degli stilnovisti. Della vita di Guinizzelli
si sa poco, un uomo di legge attivo come giudice a Bologna di parte ghibellina fu
esiliato nel 1274 e morì nel 1276. Guittoni e Buonagiunta Orbicciani caposcuola della
poesia siculo-toscana lo vedevano come innovatore anche se lo giudicavano
negativamente. Non si può però dire che il breve canzoniere di Guinizzelli testimoni
una nuova poetica: infatti la sua produzione in lirica appare sì nel complesso aperta
alle diverse suggestioni, ma ancora molto dipendente dai modi siciliani e in genere
cortesi. È dunque un’innovazione moderata ed episodica, per esempio possiamo
ricordare ‘Al cor gentil rempaira sempre Amore’ questa canzone conferisce per la
prima volta una rigorosa impostazione dottrinale all’indagine sulla natura
dell’amore, è tuttavia eccessivo considerarla il ‘manifesto’ del dolce stilnovo.
I principali esponenti degli ‘stilnovisti’ sono Guido Guinizzelli, Dante, Lapo Gianni,
Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia: in passato è prevalsa l’idea della ‘scuola’, ora si
tende invece a sottolineare e valorizzare le diverse singole personalità poetiche dei
poeti stilnovisti.

Aspetti comuni:
 Vocazione all’esercizio poetico, non più passatempo raffinato, ma
esperienza centrale di vita, fulcro della quale è l’amore.
 Il tema amoroso occupa un posto di assoluta centralità: sebbene tutti i poeti
avessero un interesse politico in poesia trattano esclusivamente d’amore. La
concezione d’amore non è più solamente galateo cortese o codice feudale,
per diventare esperienza assoluta, in alcuni casi (Dante) proiettato verso
una dimensione religiosa, ma comunque esperienza sempre totalizzante
tale da isolare il soggetto dalla realtà comune. Per gli stilnovisiti l’amore ha
sempre un valore conoscitivo, è uno strumento privilegiato per interpretare
sé stessi e gli effetti d’amore sono esplorati e descritti con immenso sforzo
analitico.
 La figura femminile è presentata non con particolari realistici ma come
luminosa, una sconvolgente apparizione: il suo manifestarsi agli occhi del
poeta e il suo saluto acquistano quasi il valore di una rivelazione. La donna
rimane lontana e irraggiungibile ma se nella lirica provenzale la distanza
aveva motivazioni sociali ora diventa una lontananza metafisica, una
distanza che niente e nessuno potrà mai colmare. Guinizzelli e Dante
attribuiscono virtù sal0vifiche alla donna che viene considerata sede di ogni
valore spirituale e morale e la concepiscono come un tramite per l’assoluto.
Invece Cavalcanti rappresenta l’amore come esperienze angosciosa e
distruttiva: anziché suscitare esperienze morali positive la presenza della
donna provoca in lui una devastante scissione della personalità.
 Nelle liriche degli stilnovisti viene esaltato il valore della ‘gentilezza’ che
accomuna il poeta che ama la donna amata e il pubblico ideale al quale la
poesia si rivolge. La gentilezza si lega alle qualità interiori come precisa
Guinizzelli nella celebre canzone ‘Al cor gentil’.
 I nuovi poeti si caratterizzano per una nuova raffinata selezione lessicale e
per l’uso ricorrente della terminologia filosofica fondata su artifici retorici.

L’esperienza dei nuovi poeti toscani culmina nella produzione lirica di Dante.

Guido Cavalcanti (1259-1300) appartenente ad una ricca famiglia ritratto come


uomo dotato di grande ingegno dal carattere sdegnoso e aristocratico, dedito alla
poesia ma al contempo ottimo ragionatore e buon filosofo. Per molti anni fu amico
di Dante, accumunato a lui dall’altezza di ingegno e che nella ‘Vita Nuova’ Dante
definisce primo dei suoi amici. Cavalcanti fu vicino alle tesi dell’aristotelismo radicale
e l’avveroismo.
Schierato dai guelfi di parte bianca, nel 1284 Cavalcanti fece parte del Consiglio
generale del comune di Firenze. Partecipò in prima persona alle lotte tra guelfi
bianchi e neri. Il 24 giugno del 1300 fu esiliato insieme agli altri capi delle due
fazioni. A Sarzana contrasse la malaria. Rientrato a Firenze morì lo stesso anno.
Cavalcanti ha lasciato un canzoniere di circa 50 testi. Nella sua attività poetica
prende spunto dalla lezione di Guinizzeli: la poesia di Cavalcanti si mostra omogenea
nei modi e nei temi, molto personale nelle immagini scelte e innovativa. È dunque
più giusto considerare Cavalcanti il vero maestro della nuova poesia.
Cavalcanti concepisce l’amore come una passione irrazionale e incontrollabile.
L’amore per Cavalcanti è ‘malattia’: di conseguenza la donna nelle sue poesie non ha
ruolo di mediatrice verso il bene e Dio; l’apparizione della donna provoca nel poeta
un paralizzante smarrimento: la sua bellezza non può essere interpretata con la
ragione né essere pienamente rappresentata con le parole. Questa impotenza
origina l’angoscia dominante nei testi cavalcantiani.
Al poeta interessa esplorare in modo lucido e distaccato la passione amorosa e gli
effetti psicologici e fisiologici che produce su di lui. 0Protagonista nella poesia di
Cavalcanti è dunque l’interiorità del poeta esplorata attraverso autoanalisi che ha
effetti destabilizzanti. Cavalcanti crea un’atmosfera visionaria da incubo: nella sua
poesia domina un clima drammatico, reso stilisticamente da personificazioni,
interrogazioni, apostrofi, esclamazioni. Inoltre nelle sue poesie ci sono ‘scene’
(teatralizzazione) che descrivono la vittoria della distruttiva passione amorosa su un
io debole; nel tessuto linguistico ricorrono espressione che alludono a paure, dolore,
distruzione, morte: il critico Calenda ha definito lo stile e i temi di Cavalcanti come
<<monomaniacale>>.
Il dramma presentato nei versi di Cavalcanti corrisponde alla constatazione della
irriducibile scissione tra razionalità e sensibilità, tipico della sua poesia è il contrasto
tra entità psichiche personalizzate (spiritelli), contrasto in cui viene ‘sceneggiata’ la
condizione di una frantumazione dell’io in seguito alla vittoria delle pulsioni
irrazionali e sensuali sulla ragione. La poesia di Cavalcanti presenta elementi di
suggestione anche per noi moderni: l’amore cavalcantiano rappresenta infatti il
manifestarsi dei fantasmi interiori di ognuno di noi finalmente liberati, l’emergere di
forze oscure e irrazionali che provengono dagli abissi dell’io, che Freud chiamerà
‘inconscio’.

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