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LE RIFORME DÌ SERVIO TULLIO La tradizione attribuisce a Servio Tullio, un’intensa attività di riforme in
vari campi, anche se molti dubbi gravano sulla storicità di alcune di esse, poiché potrebbero essere in
realtà, a lui posteriori. Egli innanzitutto allargò il nucleo di quanti partecipavano alla gestione del potere,
premiando i ceti emergenti. Così il senato costituito da 100 membri, accrebbe fino a 300, con l’immissione
dei clan di recente accessione. In questo modo egli voleva rendere + omogenea la collettività romana,
sostituendo al principio gentilizio quello timocratico, basato cioè sulla ricchezza e sui requisiti patrimoniali.
Egli procedette poi a una nuova definizione amministrativa, le 3 tribù gentilizie vennero sostituite da 4 tribù
territoriali: Suburana, Esquilina, Collina e Palatina. I cittadini vennero, dunque, iscritti in una tribù o in
un’altra a seconda del loro luogo di residenza e non + in base alla tribù di appartenenza del padre. La
riforma dell’esercito, rappresento però forse la + incisiva novità. Fino al VI sec, infatti, in tutta l’Italia
centrale le azioni militari, non seguivano una strategia, ma scaturivano dall’improvvisazione. Con Servio
Tullio invece nacque una fanteria oplitica, cioè una formazione di linea, armata pesantemente, che
combatteva a ranghi serrati. Ogni soldato difendeva così il proprio vicino. Nel nuovo esercito ogni cittadino
definiva il suo impegno bellico sulla base del suo patrimonio. Il soldato-cittadino doveva infatti, provvedere
lui stesso all’equipaggiamento. Dunque, quanto + era ricco, + contribuiva all’esercito, e maggiore era la
possibilità per lui di avere un + rilevante peso politico e un accrescimento del prestigio personale. La guerra
costituiva quindi, uno strumento di arricchimento, e a tal fine il sovrano provvide a dividere la popolazione
maschile in: -soggetti non arruolabili, detti proletari, perché privi di risorse economichE

-soggetti arruolabili, detti Classis, perché dotati di patrimonio. Questi andavano a costituire la legione, cioè
l’esercito. Sulla base della loro capacità patrimoniale vennero divisi in unità chiamate centurie, queste a
loro volta erano divise in 5 classi, dove vi erano, gli juniores, cioè i combattenti dai 17 ai 46 anni di età, e i
seniores, cioè soggetti fra i 46 e i 60 anni che rimanevano di presidio e riserva in città. La 1a classe
disponeva dell’armamento oplitico completo, la 2a e la 3a disponevano dello scudo ma non di corazza,
quelli di 3a non avevano neanche l’elmo, mentre quelli di 4a e 5a combattevano a distanza con giavellotto e
lance, fionde e pietre. Gli storici hanno però dubitato della paternità serviana dell’esercito oplitico, per il
mancato ritrovamento di panoplie, cioè di set completi di armamento di fanteria, riferibili a un’epoca tanto
arcaica. Inoltre la descrizione di una battaglia combattuta contro gli abitanti di Veio, nel 477, sembra
connotare lo scontro come sostenuto esclusivamente a cavallo. Tale combattimento smentirebbe così
l’esistenza di un esercito di fanteria cittadina. Inoltre, secondo la tradizione, Servio Tullio, per quantificare la
capacità patrimoniale di ogni cittadino-soldato, egli adottò il censimento sulla base del quale registrare il
patrimonio di ognuno. si dice che egli introdusse così, un pane di bronzo sul quale era impresso un segno
che ne garantiva il peso. Ma in realtà tale riforma censitaria sembrava ascrivibile a epoca successiva poiché
solo al V sec. risalgono gli esemplari di lingotti di bronzo in funzione pre-monetale. Per garantire poi una
corrispondenza tra l’impegno dato da ciascuno nell’esercizio delle armi e il peso politico esercitato dal
singolo, Servio Tullio, provvide all’istituzione di una nuova assemblea. Essa prese il nome di comizi
centuriati, poiché vi si partecipava divisi proprio come nell’esercito. Questa non era un’assemblea
democratica, infatti, il voto di coloro che appartenevano alle prime classi e dunque di coloro che erano +
ricchi, pesava di più, rispetto al voto di coloro che appartenevano alle ultime classi, i quali ben presto
furono relegati a un ruolo simbolico e marginale. La critica moderna discute della storicità di questa
riforma, da alcuni ritenuta una retrodatazione. Servio Tullio, operò poi anche con incisività nel contesto
della politica estera, introdusse, infatti, sul colle Aventino, al di fuori della cinta urbana, il culto della dea
Diana. Lo scopo era quello di tradurre in ambito religioso l’egemonia sulle città che orbitavano nella sfera
d’influenza romana, convincendole a stabilire nel tempio della dea, il loro santuario comunitario.

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