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ETA’ DI AUGUSTO

E’ il periodo successivo alla morte di Cesare nel 44 a.C. e durante questo periodo il
pronipote del dittatore ucciso (Ottaviano) comincia a dominare la scena politica e acquista in
breve tempo un ruolo di primo piano. Con lui si ha l’instaurazione del principato e la
letteratura del tempo è fortemente influenzata dalla forza esercitata dal principe (Ottaviano
Augusto si circonda di scrittori di altissimo livello, come Virgilio e Orazio).

CONFLITTI CIVILI
Dopo la morte di Cesare divampano nuovamente i conflitti civili ma il Senato stesso non
riesce a fronteggiare l’opposizione delle diverse componenti sociali che in passato erano
state tutelate da Cesare. Si propone come successore il luogotenente Marco Antonio che
aveva l’appoggio del popolo e dei veterani. Tuttavia quando venne aperto il testamento di
Cesare l’erede designato era Gaio Ottavio, pronipote di Cesare, e nello stesso testamento
venne adottato come figlio da Cesare e in questo modo fu visto dal popolo come il vero
successore. Ottaviano ottenne ben presto l’appoggio del popolo, del Senato e dei veterani.
Antonio intanto avanzò pretese sul governo delle Gallie e venne dichiarato nemico pubblico
nel 43 a.C. Gli eserciti mossero quindi contro di lui, che riuscì però a scappare nella Gallia
Narbonese e quì unì le proprio forze con Lepido, Dopodichè Ottaviano e Antonio si
riconciliano e i tre danno vita al secondo triumvirato, A differenza del primo non fu un
semplice accordo privato, ma una vera e propria magistratura costituente (andarono ad
eliminare un gran numero di nemici politici e grazie alle confische dei beni riuscirono ad
assicurarsi il denaro necessario per le guerra che mossero contro i cesaricidi, Bruto e
Cassio).

DA FILIPPI AD AZIO
Dopo averli sconfitti si divisero i compiti: ad Antonio andarono le terre di Oriente, ad
Ottaviano andò l’Italia (confisca terre per darle ai veterani). Ha inizio così una guerra civile e
i ribelli furono obbligati alla resa da Ottaviano. I tre si spartiscono quindi gli stati militari: a
Ottaviano va l’occidente, a Lepido va l’Africa (venne poi privato del compito e venne
nominato pontefice massimo), a Antonio va l’Oriente (→inizia una storia d’amore con
Cleopatra e aspira alla creazione di un impero orientale ma tutte le decisioni le prese senza
consultare il Senato). Ottaviano dichiara guerra a Cleopatra e Antonio, data la sua storia
d’amore con lei, viene considerato traditore. nel 31 a.C. viene sconfitto ad Azio e si suicida
con Cleopatra.

PAX AUGUSTA
Nel 29 viene chiuso il tempio di Giano come segno di pace e Augusto si proclama difensore
della libertas e dà inizio ad una sorta di dittatura. Nel 27 a.C. ottiene il titolo di princeps
senatus e nel 23 a.C. ottiene il pieno controllo dello stato, inoltre alla morte di Lepido ottiene
la massima carica religiosa.

I COSTUMI
Augusto emana una serie di disposizioni legislative per il ripristino degli antichi mores
(patriottismo, senso civico e morale), fa delle riforme sul abbigliamento (toga per i maschi e
stola per le donne), restaura templi e rinnova culti antichi.
POLITICA CULTURALE
Promosse la scultura, l’architettura e la creazione di biblioteche.
Durante questo periodo ci fu un declino dei generi teatrali e il genere epico-storico venne
trattato solo da Virgilio. (i vari poeti nelle loro opere trattavano temi propri della propaganda
imperiale).

VIRGILIO
Publio Virgilio Marone nasce nel 70 a.C. vicino a Mantova e, essendo figlio di proprietari
terrieri, ottiene una buona istruzione (a Milano, Roma Napoli→trascorse una vita riservata e
quieta).

BUCOLICHE
prima opera: (42-39 a.C.) “canti di pastori” →dieci carmi (=ecloghe) in esametri composti
si ispira agli idilli pastorali del poeta greco Teocrito (prende ispirazione anche da Catullo).
L’ambiente in cui si svolgono le vicende (Sicilia, Pianura Padana, Grecia) è una campagna
idealizzata descritta come un locus amoenus dove i pastori conducono una vita serena.
Le ecloghe dispari sono in forma mimica (riportano direttamente i dialoghi), quelle pari
hanno forma narrativa.
I→dialogo tra Titiro(può conservare le terre grazie all’intervento di un benefattore) e Melibeo
(deve abbandonare le sue terre). Virgilio si identifica con tutti e due (con titiro esprime
l’ammirazione nei confronti del suo benefattore, ottaviano, con melibeo esprime l’amarezza
per le brutali espropriazioni).
IX →dialogo tra Licida e Meride
II →parla dell’amore, inteso come passione amorosa che travolge l’uomo
X →parla sempre d’amore infelice
III, VII, VIII → parla di una gara poetica tra pastori
V →parla della morte del poeta-pastore Dafni
IV → Virgilio alza il tono parlando di un ritorno all'età dell’oro che coincide con l’imminente
nascita di un puer (potrebbe essere Gesù, figlio atteso da Ottaviano, Ottaviano stesso)
VI → viene esaltata l’importanza e il valore della poesia

Temi→ descrizione di una natura limpida, centralità della poesia, infelicità amorosa, amari
riflessi della realtà (sconvolge il mondo calmo)

GEORGICHE→ relativa alla cura dei campi →poema epico-didascalico in quattro libri
seconda opera: (38-30 a.C) →si ispira a Lucrezio (finale libro II), in comune con lui ha lo
scopo etico ed educativo
I→coltivazione dei cereali
II →coltura degli alberi, soprattutto la vite
III → allevamento del bestiame
IV → apicoltura (c’è anche epillio sul mito di Aristeo, Orfeo ed Euridice)
dedicato a Mecenate (entra nel suo circolo dopo la grande diffusione delle bucoliche)
→poteva fornire sostegno alle riforme agricole di Ottaviano ma non rappresenta un manuale
per insegnare ai contadini
nella storia sono presenti molte divagazioni, excursus
finali pari (chiari→idilliaca pace agreste e la resurrezione delle api, solo la fine è luminosa )
VS finali dispari (scuri→guerre civili e trionfo della morte, parla della peste)
nel libro si parla dell’estenuante fatica del contadino
nel II libro→elogia l’italia

ENEIDE
terza opera: (30-19 a.C.) →recita il II, IV, VI libro davanti ad Augusto
→la giudica bisognosa di revisione
E’ un poema epico in 12 libri scritto in esametri con 58 versi incompiuti.
Racconta la storia di Enea-> eroe troiano figlio di Venere e Anchise-> capostipite gens iulia
E’ presente una compresenza di mitologia e storia-> procedimento eziologico(ricerca cause
degli avvenimenti) ed è anche una profezia sul futuro.
LIBRO I= Giunone scatena una tempesta( storia della mela) ed Enea giunge a Cartagine
dove racconta le sue precedenti avventure al banchetto di Didone.
LIBRO II=Enea rievoca la caduta di Troia e la storia del cavallo (lui sarebbe voluto andare
nella Troia in fiamme e sacrificarsi per la sua patria ma vede l’ombra di Ettore che gli dice
che il suo destino è un altro e che gli dei vogliono che lui scappi→nel mentre si perde la
moglie ma lui rimane con figlio e padre)
LIBRO III=Racconta del viaggio verso la Sicilia dove muore il padre Anchise
LIBRO IV=Didone si innamora di Enea e i due vivono il loro amore, che si trasformerà in
odio quando lui la abbandona→lei si uccide trafiggendosi con la spada regalatogli da lui e
poi si lancia sul letto infuocato…prima però lancia maledizione→spiega il motivo delle guerre
puniche (roma vs cartagine) e dice che i cartaginesi non potranno mai essere amici dei
romani
LIBRO V=Enea giunge in Sicilia e organizza dei giochi funebri in onore del padre, morto un
anno prima
LIBRO VI=Giungono a Cuma dove Enea incontra la Sibilla e si compie la catabasi(discesa
negli inferi) dove incontra l’ombra di Didone e quella del padre
LIBRO VII=Giungono nel Lazio dove Giunone scatena l’ira di Turno, re dei Rutuli, che vede
in Enea un avversario per il matrimonio con Lavinia, figlia del re dei Latini
LIBRO VIII=Enea chiede aiuto ad Evandro, re degli Arcadi che manda a combattere suo
figlio Pallante
LIBRO IX= Vicenda di Eurialo e Niso che vengono uccisi durante un’impresa notturna
LIBRO X= Durante il combattimento Turno uccide Pallante
LIBRO XI= Evandro vuole che Enea vendichi il figlio uccidendo Turno
LIBRO XII=Nel duello finale Enea uccide Turno nonostante lui lo implori di risparmiarlo
Il modello principale per Virgilio è Omero, infatti divide l’Eneide in due esadi: la prima ispirata
all’odissea e quindi al tema del viaggio mentre la seconda ispirata all’iliade e quindi al tema
della guerra.
Le principali differenze con Omero sono:
● Usa anche altre fonti e quindi rinnova i materiali poetici
● Nella catabasi Enea visita gli inferi mentre Ulisse rimane sulla soglia

Viene teorizzato il comportamento romano-> è giusto che loro sottomettano i popoli che si
ribellano
Con Omero ha in comune il comportamento di Didone che, come Calipso e Circe, lanciano
una maledizione al protagonista.
Virgilio si dedica molto alla psicologia dei personaggi e si impersona con loro-> abbandono
di Didone Infatti il poeta vede l’amore come una forza in grado di rovinare l’uomo
Enea ha come riferimenti Ulisse e Achille ma rappresenta a pieno la virtù della PIETAS
ovvero il rispetto e la devozione verso dei, famiglia e patria, anche a costo di sacrificare le
sue esigenze personali. Tutto questo perché ogni sofferenza risulta positiva al fine di un
disegno divino.
L’opera ha anche uno scopo celebrativo quando negli inferi Enea vede tutti colori che
faranno la storia di Roma( nonostante siano già nati e molti anche morti)-> profezia post
eventum
Si possono notare anche tratti dell’umanità di Virgilio come tristezza e angoscia verso i
personaggi; infatti entra spesso in empatia con loro dando luogo a una narrazione
SOGGETTIVA: giudica ciò che accade anche interrompendo la narrazione.

nel 19 a.C va in Grecia per avere più fonti ma ritorna subita in Italia. Si ammala e muore a
Brindisi nel 19 a.C. (aveva chiesto a Vario e Tucca di bruciare l’Eneide, ma sotto consiglio di
Augusti viene pubblicata postuma)

PROEMIO (non fa dedica al destinatario)

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab Io canto le armi e l’uomo, il quale per
oris primo dalle coste di Troia
Italiam, fato profugus, Laviniaque venit giunse in Italia, profugo per volere del
litora, multum ille et terris iactatus et alto fato, e alle spiagge
vi superum saevae memorem Iunonis ob di Lavinio, egli che fu tormentato
iram; ampiamente per terra e per mare
multa quoque et bello passus, dum dalla potenza degli dei a causa dell'ira
conderet urbem, memore della crudele Giunone;
inferretque deos Latio, genus unde e sopportò molto anche in guerra, pur di
Latinum, fondare la città,
Albanique patres, atque altae moenia e portare gli dei nel Lazio, da cui la stirpe
Romae. latina,
Musa, mihi causas memora, quo numine e i padri albani, e le mura dell'alta Roma.
laeso, Oh Musa, ricordami le cause, per quale
quidve dolens, regina deum tot volvere volontà divina offesa,
casus o perché addolorata, la regina degli dei
insignem pietate virum, tot adire labores costrinse un eroe
impulerit. Tantaene animis caelestibus illustre per devozione ad affrontare tante
irae? vicende e
a subire tante fatiche. Sono così grandi le
ire nell'animo dei celesti?

fino al VII verso c’è l’argomentatio, poi nell’ 8-9-10-11 c’è invocazione alla musa
-> utilizzo della 1 persona
iactatus-> participio
Arma , cano→sottolinea il fatto che l’eneide riprenda l’iliade
virum // all’odissea
alto -> designa il mare ( alto mare)

atque altae moenia Romae ipallage


saevae memorem Iunonis ob iram; ipallage
casus disgrazie causate dalla dea
Tantaene animis caelestibus irae? virgilio entra in empatia
|_ domanda retorica (-ne)
le parole sottolineate indicano quanto Enea abbia sofferto e abbia dovuto sopportare (a
causa degli dei)
1) i protagonisti sono: Enea e Roma ed emerge, anche se in anonimo, il poeta
2) spazio intermedio racconta gli antefatti della vicenda-> descrivendo il viaggio di Enea
in tappe: Troia,Italia,le coste tirreniche e il Lazio
3) viaggio non casuale ma per volere degli dei e del Fato
4) l’aggettivo “primus” riferito ad Enea, non sta ad indicare letteralmente il primo ma
secondo Virgilio Enea fu il “primo” a trovare quell’approdo fato cioè per destino
5) dai vv8-11: invocazione alla Musa-> apostrofe
6) nel vv11-> c’è una domanda diretta e racchiusa in una frase nominale, esprime il
disagio di fronte agli dei

L’ABBANDONO
Nel libro IV si parla dell’amore tra Didone ed Enea. Lui è obbligato ad andarsene perché gli
dei dicono di farlo ma lei si accorge dei preparativi →TOPOS LETTERARIO della donna
abbandonata, ma in virgilio si trasforma in una tragedia perchè lei si uccide
All’inizio del libro c’è un dialogo tra didone e la sorella anna perchè si accorge di essere
innamorata di enea (rimane sconvolta ammettendolo perchè prova gli stessi sentimenti
provati per Sicheo, marito morto di didone) ma la sorella le consiglia di lasciarsi andare
-> Didone riconosce la crudeltà dell’amato, e si riferisce anche alla madre di Enea, dicendo
che (lui) non poteva essere figlio di Venere-> topos delle Tigri
-> lui durante tutto il discorso è impenetrabile
-> idea del mare: la donna amata viene abbandonata in terra ferma mentre l’uomo si
allontana nel mare , lei spera vendetta, che lui durante il viaggio abbia il mare burrascoso, lo
minaccia dicendogli che lo seguirà dappertutto come uno spettro( allude già al suicidio)
Enea non risponde e se ne va via, Didone si prepara il suo letto di morte , intenta a
suicidarsi: prima incendia il letto, dove è stata con Enea e si trafigge con la spada regalata
da lui
Didone prima di morire fa la predizione che il suo popolo non sarà mai amico con quello di
Enea-> giustificazione delle guerre puniche.
DISCORSO DI DIDONE:
dal vv296-330 canto 4
At regina dolos (quis fallere possit saevit inops animi totamque incensa per
amantem?) urbem
praesensit, motusque excepit prima bacchatur, qualis commotis excita sacris
futuros Thyias, ubi audito stimulant trieterica
omnia tuta timens. Eadem impia Fama Baccho
furenti orgia nocturnusque vocat clamore
detulit armari classem cursumque parari. Cithaeron.
tandem his Aenean compellat vocibus dulce meum, miserere domus labentis et
ultro: istam,
"Dissimulare etiam sperasti, perfide, oro, si quis adhuc precibus locus, exve
tantum mentem.
posse nefas tacitusque mea decedere Te propter Libycae gentes Nomadumque
terra? tyranni
nec te noster amor nec te data dextera odere, infensi Tyrii; te propter eundem
quondam exstinctus pudor et, qua sola sidera
nec moritura tenet crudeli funere Dido? adibam,
quid etiam hiberno moliri sidere classem fama prior. Cui me moribundam deseris
et mediis properas Aquilonibus ire per hospes
altum, (hoc solum nomen quoniam de coniuge
crudelis? Quid, si non arva aliena restat)?
domosque Quid moror? An mea Pygmalion dum
ignotas peteres, et Troia antiqua maneret, moenia frater
Troia per undosum peteretur classibus destruat aut captam ducat Gaetulus
aequor? Iarbas?
Mene fugis? Per ego has lacrimas Saltem si qua mihi de te suscepta fuisset
dextramque tuam te ante fugam suboles, si quis mihi parvulus
(quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa aula
reliqui), luderet Aeneas, qui te tamen ore referret,
per conubia nostra, per inceptos non equidem omnino capta ac deserta
hymenaeos, viderer".
si bene quid de te merui, fuit aut tibi
quicquam

(quis fallere possit amantem?) virgilio entra in empatia con didone


omnia tuta timens allitterazione,enjambement
Fama la personifica (la notizia,...)
FAMA FURENTI= allitterazione
incensa metafora per indicare il fuoco ardente
qualis commotis excita sacris
Thyias, ubi audito stimulant trieterica Baccho
orgia nocturnusque vocat clamore Cithaeron similitudine complessa e ipallage
perfide la partenza di enea viene vista come una mancanza di rispetto
hiberno sidere metonimia
inceptos hymenaeos, metonimia
ego te iperbato .
moritura-> idea della morte
te propter-> anafora
motus,foturus-> iperbato
audito baccho-> iperbato ed enjambement

RISPOSTA DI ENEA
pag 101 canto 4 vv331-361
Enea cercherà di smentire l’accusa di star organizzando una fuga furtiva, la confutazione si
baserà sull’inesistenza tra lui e Didone di vincoli coniugali, egli cerca anche di far capire a
Didone che non è per sua personale scelta ma è per volere del Fato.

Dixerat. ille Iovis monitis immota tenebat hic amor, haec patria est. si te Karthaginis
lumina et obnixus arces

curam sub corde premebat. Phoenissam Libycaeque aspectus detinet


tandem pauca refert: ‘ego te, quae plurima urbis,
fando quae tandem Ausonia Teucros considere
enumerare vales, numquam, regina, terra
negabo invidia est? et nos fas

promeritam, nec me meminisse pigebit extera quaerere regna.


Elissae me patris Anchisae, quotiens umentibus
dum memor ipse mei, dum spiritus hos umbris
regit artus. nox operit terras, quotiens astra ignea
pro re pauca loquar.
surgunt,
neque ego hanc abscondere furto admonet in somnis et turbida terret imago;
speravi ne finge fugam, nec coniugis me puer Ascanius capitisque iniuria cari,
umquam quem regno Hesperiae
praetendi taedas aut haec in foedera veni.
fraudo et fatalibus arvis.
me si fata meis paterentur ducere vitam nunc etiam interpres divum Iove missus
auspiciis et sponte mea componere curas, ab ipso
urbem Troianam primum dulcisque testor utrumque caput celeris mandata per

meorum auras
reliquias colerem, Priami tecta alta detulit: ipse deum manifesto in lumine vidi
manerent, intrantem muros vocemque his auribus
et recidiva manu posuissem Pergama hausi.
victis. desine meque tuis
sed nunc Italiam
incendere teque querelis;
magnam Gryneus Apollo, Italiam non sponte sequor.’
Italiam Lyciae iussere capessere sortes;

ego-> ripetizioni, per enfatizzare la “sua” azione (non è egoista)


1) nella prima parte Enea riconosce il valore di Didone
2) lei nel suo discorso l’ha chiamato in diversi modi, mentre lui la chiama con l’epiteto
politico: regina-> vocativo
Elissae-> altro nome di Didone
regno Hesperie-> epiteto per indicare l’Italia
turbida terret-> allitterazione
premebat,obnixus-> sottolinea dolore che enea tiene dentro di sè
iovis monitis-> ablativo di causa, si riferisce ai comandi di Giove recati a Enea da Mercurio
lumina-> metonimia
iovis monitis e tenebat…premebat-> omoteleuti
dum-> anafora
memor…mei-> allitterazione
spiritus…artus-> omeoteleuto
Taedas coniugis-> “le fiaccole dello Sposo” perifrasi per designare il matrimonio
haec in-> anastrofe
dulcisque meorum -> enjambement
italiam magnam-> anafora
Gryneus-> aggettivo esortativo, epiteto di Apollo, allude al bosco Grineo
Amor-> è legato a Italiam e Patriam
invidia est-> enjambement
detulit-> enjambement
fas ->consentito dagli dei
pauca ->lui a differenza di Didone ha poche cose da dire
colerem ->”abitare” la città di Troia
->”venerare” le reliquie del padre
Pergama ->metonimia che indica Troia (questi sono versi intensi dove l’autore esprime la
mancanza della patria ma il suo desiderio è quello di fare ciò che vogliono gli dei, fa sentire
quindi lei colpevole perchè lo ostacola)
desine meque tuis

incendere teque querelis;


Italiam non sponte sequor.’ ->lui segue l’italia non per sua scelta (sia il padre sia mercurio gli
hanno detto qual è il suo destino)

ORFEO ED EURIDICE
pag139-143 vv453-477
Nell’ultimo libro delle georgiche Aristeo si rivolge agli Dei per scoprire il motivo della
pestilenza delle sue api. Gli viene rivelato che il motivo è che lui ha causato la morte di
Euridice, moglie di Orfeo. Infatti lei è stata morsa da un serpente mentre cercava di
scappare da Aristeo. L’epillio è inserito tramite la tecnica del racconto nel racconto.
I temi principali del racconto sono due: il potere del canto poetico e l’amore inteso come
forza distruttiva: il fallimento di Orfeo è proprio causato dal predominio di questo FUROR.
Dopo la perdita di Euridice Orfeo si dedica al canto, ma come forma di lamento e sofferenza.
Orfeo è un re guerriero della prima generazione di eroi, che si pensava fossero mandati tra
l’età del bronzo e quella del ferro

Non te nullius exercent numinis irae; immanem ante pedes hydrum moritura
magna luis commissa: tibi has miserabilis puella
Orpheus servantem ripas alta non vidit in herba.
haudquaquam ob meritum poenas, ni fata At chorus aequalis Dryadum clamore
resistant, supremos
suscitat et rapta graviter pro coniuge implevit montis; flerunt Rhodopeiae arces
saevit. altaque Pangaea et Rhesi mavortia tellus
Illa quidem, dum te fugeret per flumina atque Getae atque Hebrus et Actias
praeceps, Orithyia.
Ipse cava solans aegrum testudine umbrae ibant tenues simulacraque luce
amorem carentum,
te, dulcis coniunx, te solo in litore secum, quam multa in foliis avium se milia
te veniente die, te decedente canebat. condunt
Taenarias etiam fauces, alta ostia Ditis, vesper ubi aut hibernus agit de montibus
et caligantem nigra formidine lucum imber,
ingressus manesque adiit regemque matres atque viri defunctaque corpora vita
tremendum magnanimum heroum, pueri innuptaeque
nesciaque humanis precibus puellae,
mansuescere corda. impositique rogis iuvenes ante ora
At cantu commotae Erebi de sedibus imis parentum,

has poenas: iperbato, retorica di posizione


orpheus suscitat…saevit-> iperbato
chorus aequalis Dryadum-> ipallage
te,te->anafora
testudine: guscio da cui si ricava la cetra
Pangaea et Rhesi mavortia tellus
atque Getae atque Hebrus et Actias Orithyia perifrasi usata per indicare i vari luoghi
caligantem nigra formidine sinestesia= campi sensoriali diversi
manesque adiit regemque tremendum
nesciaque humanis precibus mansuescere corda compassione verso Orfeo, nescia corda->
forte iperbato
hiberus imber iperbato
vesper ubi aut hibernus agit de montibus imber,
matres atque viri defunctaque corpora vita
magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae immagine ripresa da Dante delle persone
che si accalcano per ascoltarlo

La tragica fine del cantore: pag 143-145 vv 485-506


iamque pedem referens casus euaserat omnis,
redditaque Eurydice superas ueniebat ad auras
pone sequens (namque hanc dederat Proserpina legem),
cum subita incautum dementia cepit amantem,
ignoscenda quidem, scirent si ignoscere manes:
restitit, Eurydicenque suam iam luce sub ipsa
immemor heu! uictusque animi respexit. ibi omnis
effusus labor atque immitis rupta tyranni
foedera, terque fragor stagnist auditus Auerni.
illa "quis et me" inquit "miseram et te perdidit, Orpheu,
quis tantus furor? en iterum crudelia retro
fata uocant, conditque natantia lumina somnus.
iamque uale: feror ingenti circumdata nocte
inualidasque tibi tendens, heu non tua, palmas."
dixit et ex oculis subito, ceu fumus in auras
commixtus tenuis, fugit diuersa, neque illum
prensantem nequiquam umbras et multa uolentem
dicere praeterea uidit; nec portitor Orci
amplius obiectam passus transire paludem.
quid faceret? quo se rapta bis coniuge ferret?
quo fletu manis, quae numina uoce moueret?
illa quidem Stygia nabat iam frigida cumba.

quis quis furor anafora


palmas metonimia che indica le mani
restitit….respexit-> enjambement
luce sub ipsa-> anastrofe
LA CATABASI
Fine della prima esade dove Enea arriva a Cuma dove c’è la sacerdotessa che lo
accompagna negli inferi
Dopo essersi procurato un ramo d'oro per Proserpina e delle focacce per Cerbero, Enea si
prepara alla sua catabasi. →chiese il permesso di raccontare ciò che ha visto perchè ha
paura di peccare di tracotanza
Infine, dopo aver percorso tutto il Tartaro Enea arriva ai Campi Elisi dove finalmente incontra
il padre Anchise:
Escono dalla porta di avorio

Vi era una profonda grotta, immane di vasta apertura,


rocciosa, difesa da un nero lago e dalle tenebre dei boschi,
sulla quale nessun volatile poteva impunemente dirigere
il corso con l'ali; tali esalazioni si levavano
effondendosi dalle oscure fauci alla volta del cielo.
Da ciò i Greci chiamarono il luogo con il nome d'Aorno.
Disse, ed entrò furente nell'antro aperto;
egli con impavidi passi s'affianca alla guida che avanza.
Dei, che governate le anime, Ombre silenti,
e Caos e Flegetonte, luoghi muti nella vasta notte,
concedetemi di dire quello che udii, e per vostra volontà
rivelare le cose sepolte nella profonda terra e nelle tenebre.
Andavano oscuri nell'ombra della notte solitaria
e per le vuote case di Dite e i vani regni:
quale il cammino nelle selve per l'incerta luna,
sotto un'avara luce, se Giove nasconde il cielo,
e la nera notte toglie il colore alle cose.
Proprio davanti al vestibolo, sull'orlo delle fauci dell'Orco,
il Pianto e gli Affanni vendicatori posero il loro covile;
vi abitano i pallidi Morbi e la triste Vecchiaia,
la Paura, e la Fame, cattiva consigliera, e la turpe Miseria,
terribili forme a vedersi, e la Morte, e il Dolore;
poi il Sonno, consanguineo della Morte, e i malvagi Piaceri
dell'animo, e sull'opposta soglia la Guerra apportatrice di lutto,
e i ferrei talami delle Eumenidi, e la folle Discordia,
intrecciata la chioma viperea di bende cruente.
Allora Enea, tremante d'improvviso terrore,
afferra la spada, e ne oppone la punta ai venienti,
e se l'esperta compagna non lo ammonisse che si tratta di vite
che volteggiano tenui, incorporee, fantasmi in cavo sembiante,
irromperebbe, e invano col ferro squarcerebbe le ombre.
Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte.
Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine
ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia.
Orrendo nocchiero, custodisce queste acque e il fiume
Caronte, di squallore terribile, a cui una larga canizie
incolta invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma,
sordido pende dagli omeri annodato il mantello.
Egli spinge la barca con una pertica e governa le vele,
e trasporta i corpi sullo scafo di colore ferrigno,
vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiezza.
Qui tutta una folla dispersa si precipitava alle rive,
donne e uomini, i corpi privati della vita
di magnanimi eroi, fanciulli e intatte fanciulle,
e giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei padri:
quante nelle selve al primo freddo d'autunno
cadono scosse le foglie, o quanti dall'alto mare
uccelli s'addensano in terra, se la fredda stagione
li mette in fuga oltremare e li spinge nelle regioni assolate.
Sulla riva dell'Acheronte sono costrette ad errare per lungo tempo le anime di
coloro che giacciono insepolti, mentre coloro che hanno ricevuto degna sepoltura
possono oltrepassare il fiume. Caronte ferma Enea perché riconosce che si tratta
di una persona viva, ma interviene la Sibilla che placa la sua ira.
Quando il barcaiolo dall'onda stigia li scorse avviarsi
di lì per il bosco silente e rivolgere il passo alla riva,
per primo li apostrofa così, e li rampogna:
Chiunque tu sia che ti dirigi armato al nostro fiume,
dici perché vieni, di lì, e ferma lasso.
Questo è il luogo delle Ombre, del Sonno e della soporifera Notte;
il battello stigio non può trasportare viventi,
(...)
Rispose in breve l'anfrisia veggente:
qui non vi sono tali insidie; cessa di adirarti;
le armi non portano violenza; l'immane portinaio nell'antro
atterrisca latrando in eterno le ombre esangui,
serbi Proserpina, casta, la soglia dello zio.
Il troiano Enea, insigne di pietà e d'armi,
discende al padre, tra le profonde ombre dell'Erebo.
Se non ti muove l'immagine di tanta pietà, almeno
riconosci il ramo e mostra il ramo che celava nel mantello.
Allora si placa il cuore gonfio d'ira.
Non fu detto nulla di più. Quegli, ammirando il venerabile dono
del fatale virgulto, veduto dopo lungo tempo,
volge la livida poppa, e accosta alla riva.

Dopodiché si incontrano le figure di Cerbero e di Minosse.


L'enorme Cerbero col latrato di tre fauci rintrona
i regni infernali, giacendo immane di fronte in un antro.
La profetessa, vedendo i colli arruffarsi di serpi,
gli getta un'offa soporosa di miele e di farina affatturata.
Quello con fame rabbiosa spalancando le tre gole
la afferra a volo, e rilassa le immani terga
sdraiam al suolo, ed enorme si estende per l'antro.
Enea varca l'entrata, sepolto il guardiano nel sonno,
e lascia rapido la riva dell'onda da cui non si torna.
Queste dimore non sono assegnate senza sorteggio
e senza giudice. Minosse, inquisitore, scuote l'urna;
convoca il concilio dei morti silenziosi e apprende le vite e le
colpe. Poi occupano mesti i luoghi vicini gli innocenti
che si diedero la morte di propria mano, e in odio
alla luce gettarono la vita. Quanto vorrebbero ora
sopportare sopra, nel cielo, la povertà e i duri affanni!
Qui Enea incontra Didone.
Tra di esse, fresca della ferita, la fenicia Didone
errava nella vasta selva; appena l'eroe
troiano le ristette vicino e la riconobbe tra le ombre,
indistinta, quale si vede sorgere la luna
al principio del mese, o si crede di averla veduta tra le nubi,
gli sgorgarono lagrime, e parlò con dolce amore:
«Infelice Didone, vera notizia mi giunse,
che avevi cessato di vivere e cercato la fine col ferro?
Ahimè, ho provocato la tua morte? Giuro per le stelle
ed i celesti, e per la fede se ve n'è nel profondo della terra
a malincuore, o regina, partii dal tuo lido.
Ma il volere degli dei, che ora mi costringe ad andare tra le
ombre. Per luoghi squallidi di desolazione e per la notte profonda,
mi spinse con i suoi comandi; non potevo credere
di darti con la mia partenza un dolore così grande.
Ferma il passo, non sottrarti al mio sguardo. Chi fuggi?
Questa è l'ultima volta che il destino mi concede di parlarti.
Con tali parole Enea cercava di lenire
quell'anima ardente, dal tono sguardo, e piangeva.
Ella, rivolta altrove, teneva gli occhi fissi
al suolo, e il volto immobile all'intrapreso discorso,
più che se fosse dura selce o roccia marpesia.
Infine si strappò di lì, e fuggì ostile
nel bosco pieno d'ombra, dove l'antico sposo
Sicheo le corrisponde l'affanno e ne uguaglia l'amore.
Il padre Anchise nel cuore d'una verde vallata
esaminava considerando con attenzione le anime rinchiuse
e pronte ad uscire alla luce superna, e passava appunto
in rassegna l'intero numero dei suoi, e i diletti nipoti,
e i fati e le fortune degli uomini e i costumi e le imprese.
Egli, quando vide Enea che gli veniva incontro
sul prato, protese commosso entrambe le mani,
e lagrime scorsero dalle palpebre, e la voce eruppe dalle labbra:
Venisti infine, e la tua pietà, desiderata dal padre,
vinse il duro cammino? Posso, o figlio, guardarti
in volto, e ascoltare la nota voce e risponderti?
Così certamente immaginavo e credevo che sarebbe avvenuto,
contando i giorni, e l'ansia non mi trasse in inganno.
Portato per quali terre ed ampie distese del mare
ti accolgo! travagliato, o figlio, da quali gravi pericoli!
Quanto temetti che ti nuocesse il regno di Libia!.
Ed egli: La tua mesta immagine, o padre, comparendomi
così di frequente, mi spinse a dirigermi a queste soglie;
le navi sostano nel mare Tirreno. Concedi
di stringerti la destra, concedi, e non sottrarti all'abbraccio!.
Così discorrendo, rigava il viso di largo pianto.
Tre volte cercò di circondargli il collo con le braccia.
più volte invano, afferrata l'immagine, sfuggì dalle mani;
pari ai lievi venti, simile ad alato sogno.
Frattanto Enea vede in seno a una valle
un bosco appartato e virgulti fruscianti della selva,
e il fiume Lete che scorre davanti alle placide sedi.
Anchise spiega al figlio la teoria della metempsicosi e lo accompagna a vedere le
anime pronte a risalire verso la luce e la vita.
Tutte queste, girata la ruota per mille anni
il dio le chiama in folla al fiume leteo,
sicuramente immemori, perché ritornino a vedere la volta con i corpi.
Anchise aveva parlato e condusse il figlio e insieme
la Sibilla in mezzo all'affollata turba risonante,
e salì su un'altura di dove potesse distinguere tutti in lungo
ordine, di fronte, e riconoscere il volto delle anime che passavano.
Ora ti svelerò con parole quale gloria si riserbi
alla prole dardania, quali discendenti dall'italica
gente siano sul punto di sorgere, anime illustri
e che formeranno la nostra gloria, e ti ammaestrerò sul tuo
fato. Quel giovane, vedi, che si appoggia alla pura asta,
ha in sorte i luoghi prossimi alla luce, per primo
sorgerà agli aliti eterei; commisto di sangue italico,
Silvio, nome albano, tua postuma prole
che tardi a te carico d'anni la sposa Lavinia
alleverà nelle selve, re e padre di re
da cui la nostra stirpe dominerà su Alba la Lunga.
Inizia qui la parte più encomiastica in cui Enea vede anche l'anima del futuro
imperatore Augusto.
Ora volgi qui gli occhi, esamina questa gente
dei tuoi Romani. Qui è Cesare e tutta la progenie
di Iulo che verrà sotto l'ampia volta del cielo.
Questo è l'uomo che spesso ti senti promettere,
L'Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonderà
di nuovo il secolo d'oro nel Lazio per i campi
regnati un tempo da Saturno; estenderà l'impero
sui Garamanti e sugli Indi, sulla terra che giace oltre le
stelle, oltre le vie dell'anno e del sole, dove Atlante, portatore del
cielo, volge sull'omero la volta trapunta di stelle lucenti.
Alla fine di un lungo elenco, in cui Anchise indica a Enea i più grandi uomini
romani, condottieri e conquistatori, Anchise termina il suo discorso con una
famosa frase che preannuncia e giustifica l'imperialismo romano.
Foggeranno altri con maggiore eleganza spirante bronzo,
credo di certo, e trarranno dal marmo vivi volti,
patrocineranno meglio le cause, e seguiranno con il compasso
i percorsi del cielo e prediranno il corso degli astri:
tu ricorda, o romano, di dominare le genti;
queste saranno le tue arti, stabilire norme alla pace,
risparmiare i sottomessi e debellare i superbi.
(parcere subiectis et debellare superbos)
Al termine della lunga esposizione, Anchise li accompagna all'uscita dagli Inferi.
Dopo che Anchise condusse il figlio nei singoli luoghi,
e gli accese l'animo con l'amore della futura gloria,
gli enumera poi le guerre che avrebbe dovuto combattere,
e lo istruisce sui popoli laurenti e sulla città di Latino,
e sul modo di evitare o sopportare tutti i travagli.
Sono due le porte del Sonno, delle quali l'una
si dice di corno, di dove le vere ombre
possono uscire agevolmente; splendente l'altra e di candido
avorio, ma i Mani ne esprimono al cielo ingannevoli sogni.
Ivi Anchise, parlando, accompagna il figlio
e insieme la Sibilla, e li fa uscire dalla porta eburnea:
quello s'affretta alle navi e torna a vedere i compagni;
poi raggiunge il porto di Gaeta costeggiando diritto.
L'ancora cala da prua; ristanno a riva le poppe.

Aorno: Lago d'Averno, vicino a Pozzuoli, che gli Antichi


identificavano come la porta per gli Inferi
Si evidenzia il timore di Dante di peccare di
tracotanza
Gli Inferi presentano la personificazione delle paure e dei mali
dell'uomo
parla di fiumi e personaggi ripresi poi da Dante( Caronte e i nomi dei fiumi)
le anime si raccolgono (similitudine degli uccelli che arrivano tutti insieme e sim. delle foglie
che cadono in autunno→riprese poi da altri autori)
Caronte permette il passaggio solo di chi è stato sepolto (dante li vede come peccatori)
Inizialmente Enea è accolto dai morti prima del tempo( bambini o chi si suicida)-> li incontra
Didone e lui piange
cadono scosse le foglie, o quanti dall'alto mare
uccelli s'addensano in terra, similitudine
Il padre Anchise nel cuore d'una verde vallata
esaminava considerando con attenzione le anime rinchiuse
e pronte ad uscire alla luce superna, e passava appunto
in rassegna l'intero numero dei suoi, e i diletti nipoti,
e i fati e le fortune degli uomini e i costumi e le imprese.
Enea incontra il padre nei Campi elisi( locus amoenus) e tenta di abbracciarlo 3 volte-> non
riesce perchè è un’ombra (topos ripreso poi da dante)
Quel giovane, vedi, che si appoggia alla pura asta profezia post eventum per celebrare i
personaggi di Roma →le anime vengono rappresentate nel loro momento di massimo
splendore vs da dante che li raffigura simili alla realtà
→virgilio non vede nella nascita di roma (impero buono e legittima le guerre per conquistare
giustizia “parcere subiectis, debellare superbos”) un disegno divino ma una missione di pace
da portare a termine
dice che ci sono altri imperi (forse i greci) nati per l’arte ecc. → i romani molto affascinati da
loro e prendono ispirazione

LA MORTE DI TURNO
canto 12 vv 887-952
Dal libro 7 vi è la narrazione delle guerre combattute da Enea contro le popolazioni del
Lazio, protette da Giunone. A capo della resistenza antitroiana c’è Turno, re dei Rutuli, il
quale non sopporta l’idea che Lavinia venga data in sposa a Enea. In queste contese
intervengono anche gli dei, in particolare: Giunone->Turno,Venere -> Enea
(Bisogna dire che Enea fu accolto dai latini benevolmente, prima che la popolazione romana
diventò una popolazione guerriera, il termine OSTIS-> significava ospite, straniero)
La storia che si intreccia è anche quella di Pallante ( padre Evandro-> re degli Arcadi)
Pallante è un ragazzo giovane, e va a combattere al posto del padre, si scontra con Turno->
Pallante chiede pietà ma non gli viene concessa
Turno dopo varie sconfitte decide per il bene del suo popolo di sfidare a duello Enea
In questo duello intervengono le due dee, ma dato il destino scritto di Enea gli sforzi di
Giunone e turno sono inutili, infatti Giove decide di fermare gli interventi, Giunone
acconsente ad una condizione: che il suo popolo mantenga il nome, la lingua e il modo di
vivere.
Ora il duello può concludersi e Giove manda sulla Terra due Furie , esecutrici dei decreti di
morte. Una di esse, sotto forma di civetta svolazza intorno a Turno, che al momento, dopo
l’abbandono della Dea si sente solo, e capisce che ormai la sua sconfitta è vicina.
Proprio prima di terminare questo duello e quindi di mettere fine alla vita di Turno, egli
chiede ad Enea pietà, lui essendo un nobile di cuore per un momento ci pensa, poi però
vede lo scudo di Pallade, e si ricrede.-> questo richiamo di pietà è simile a quello di Ettore
quando chiede pietà per il suo corpo.
->I due ultimi versi indicano la morte di Turno

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