Sei sulla pagina 1di 5

Mario Perniola - L’arte espansa

La tesi portata avanti da Perniola riguarda l’allargamento in atto nel mondo dell’arte dei criteri
d’inclusione che definiscono cos’è arte e cosa non lo è.

Il concetto di espansione dell’arte si rifà anche al pensiero poststrutturalista che vede il declino di
un concetto di originalità nel preciso contesto storico del capitalismo avanzato. Da Duchamp
all’arte di appropriazione l’idea di innovazione è sostituita da quella della ripetizione così che la
sociologia dell’arte ha da tempo sfatato il mito dell’essenza dell’arte.

Affiancata alla questione è l’enorme bolla speculativa da parte delle delle istituzioni scoppiata già
con la pop art, in cui la critica d’arte assume una funzione pubblicitaria e tende a mettere l’artista
al pari di un divo dello spettacolo.

Perniola critica la democratizzazione radicale dell’arte e quell’attitudine già descritta da Apollinaire


,nata con il romanticismo di autodesignazione e divinizzazione dello statuto d’artista portata
adesso all’estrema conseguenza.

Tuttavia “l’idea che l’arte possa essere fatta da tutti” aveva allo stesso tempo ben saldo il
principio per cui le operazioni erano artisticamente valide solo se legittimate dai mediatori
istituzionali.

Questa contraddizione, che paradossalmente rappresenta comunque un equilibrio, viene


smantellata principalmente da due eventi: la strategia condotta dalla Saatchy gallery e la Biennale
di Venezia del 2013 curata da Massimiliano Gioni.

La prima, in opposizione della Tate gallery, che puntava ad una crescita del proprio patrimonio
culturale a fini didattici poiché indirizzato a migliorare i livelli culturali della popolazione, basava la
sua logica sul neoliberismo: prendeva il maggior numero di artisti per il maggior numero di fruitori
in un’unica bolla speculativa.

Nel 2006 la Saatchi gallery aveva instituito un open access dove qualunque artista poteva
caricare i suoi contenuti. Questa operazione autodistruttiva venne poi contenuta nel 2012 con una
selezione fatta da un altrettanto importante numero di mediatori scelti, ma questo principio
svalutava sia gli artisti che i curatori arruolati.

Altro importante evento come anticipato in precedenza è la biennale di Gioni intitolata


Biennale di
Gioni
“il palazzo enciclopedico” che ha caratterizzato la svolta “fringe”, ovvero l’accettazione
di pratiche marginali da parte delle istituzioni.

Il progetto di Gioni segue il criterio enciclopedico e integrava numerosi e disparati


oggetti e articoli appartenenti ad ambiti diversi: dall’artigianato ad anonimi, ricami,
ceramiche, calligrafia, abiti, gioielli, ex-voto… ad artisti invece già riconosciuti come
Richard Serra, Walter de Maria, Paul Mccharty, Cindy Sherman e Carl andrè.

Esposto era il libro rosso di Jung, che da psicoanalista diviene artista, così come il
pensatore esoterico Rudolf Steiner di cui vengono mostrati i disegni e il contenuto delle
sue lezioni. Microambienti collaterali al mondo dell’arte come: l’illustrazione, i fumetti, il
bricolage, la folk art, il libro d’artista e i detournement hanno trovato il loro
riconoscimento.

Anche lo stesso principio guida dell’esposizione, il “palazzo enciclopedico” non è il


progetto di qualche architetto-artista legittimato dal mondo dell’arte, ma di un dilettante
Marino Auriti la cui intenzione era quella di poter ospitare tutte le conquiste
dell’umanità. Mai realizzato diviene

improvvisamente l’emblema di una delle esposizioni più prestigiose al mondo.

In sunto secondo Perniola questo evento, radicalizzando l’idea populistica per cui l’arte
può essere fatta da tutti, ha destabilizzato il campo artistico mostrando ulteriormente
che l’opera d’arte non è sufficiente a se stessa.

L’edizione successiva della biennale vede invece un operazione contraria a quella


Biennale
di
attuata da Gioni. Curata da Okwui Enwezor rappresenta un sostanziale episodio di
Enwezor ritorno all’ordine dopo le destabilizzanti esperienze di due anni prima, come una sorta di
necessario ripiegamento sulla difensiva da parte dei sostenitori del mondo dell’arte
ufficiale.

Per Enwezor l’artista sarebbe infatti solo «chi ha compiuto studi regolari nelle scuole,
nelle accademie, nelle universitа, ha ottenuto un riconoscimento mondiale ottenendo
selezioni, premi, borse di studio, onorificenze, incarichi di docenza e curatele, e infine sia riuscito
a collocare le sue opere in prestigiose gallerie e collezioni», possiederebbe cioè un identikit che è
l’esatta antitesi di quella proposta da Il Palazzo Enciclopedico.

Artisticità, La svolta Fringe non riguarda legittimare qualcosa che già in principio ha una
artificazione potenzialità estetica o artistica (come il caso di van Gogh riconosciuto solo dopo la sua
, morte, lì si parla di artisticità), si tratta di trasformare generalmente in seducente
artistizzazio qualcosa che da sola non riesce a manifestarsi come tale e che appartiene a sfere e
ne. discipline collaterali e marginali.

Questa trasformazione è stata chiamata da due sociologhe dell’arte come


“artificazione” in cui le condizioni di successo sono l’autorappresentazione del proprio
lavoro e i feedback che riceve. lA differenza tra legittimazione e artificazione è che la
prima è l’attribuzione di un valore e la seconda una vera e propria costruzione concreta.
Uno dei grossi limiti dell’artificazione è che essa resta ancorata ad un modello dell’arte
euro-americo centrico e allo stretto tempo pretende d’introdurre pratiche come l’hip hop
appartenenti alle altre culture finendo per banalizzarle.

All’artificazione bisogna aggiungere il concetto di artistizzazione: ovvero nulla è di sé


per stesso arte ma lo è in seguito a diversi fattori, dall’autorappresentazione, alle
mediazioni massmediali, alla recensione del pubblico e dei critici.

Art Brut Il principio di allargamento delle categorie e della svolta Fringe viene individuato nell’art
brut e nell’interesse per le immagini prodotte dai bambini e dagli psicopatici. Se alcune
immagini di artisti assomigliano a quelle di psicopatici per una pulsione espressiva, non
bisogna farci ingannare, poiché i primi per quanto possano provare un vero
spaesamento sono comunque in collegamento con la realtà cosa non certa per gli
psicopatici e i schizofrenici che malgrado doti artistiche non sono nella posizione di
teorizzare il loro lavoro e il contesto in cui si colloca.

Contro la comunicazione

Perniola critica in modo profondo e irremovibile il fenomeno della comunicazione massmediatica


che nel suo rivolgersi direttamente al pubblico saltando tutte le mediazioni, si maschera di un
progressismo democratico ma sfocia inevitabilmente in uno stagnante populismo.

L’inconcludenza, la ritrattazione, la confusione e l’incoerenza rappresentano i suoi punti di forza


che contribuiscono a creare effetti deleterei in ogni ambito.

L’economista Pitoussi definisce la comunicazione come l’opposto dell’informazione e la considera


come il mezzo privilegiato delle ideologie. Tuttavia essa banalizza e appiattisce ogni ideologia e il
suo stesso carattere non è ideologico poiché rinuncia ad ogni determinazione, aspirando a tutto
contemporaneamente. Così che il suo effetto di omologazione e appiattimento disinnesca ogni
valore in campo, ma non opponendosi a questi ultimi, al contrario appropriandosene di tutti.

Nella sua tesi Perniola si avvale dei più disparati contributi di semiotici, filosofi e psicoanalisti
(Eco, Derrida e Lacan…), ci mostra le origini della comunicazione, i suoi dispositivi, la sua
dinamica e le sue deformazioni. L’autore svela la sua natura e come i suoi esiti siano diversi se
non opposti alle sue pretese.

Associare l’effimero alla comunicazione non è sbagliato tuttavia bisogna ricordare che essa ha la
pretesa di essere durevole ed è proprio questa ad essere più deleteria.

Mossa da un vitalismo che ignora la sfera logica in favore dei sentimenti e della creazione, finisce
per incarnare un vitalismo diverso da quello della contestazione che negli anni settanta
rappresentava una vera e propria risorsa. Più retrogrado e reazionario del movimento
rivoluzionario, invece di svelare una coscienza smaschera una falsa coscienza.

L’estetica rappresenta per Perniola la più forte alternativa alla comunicazione massmediale, in
grado di salvificare la società occidentale che va verso l’autodistruzione.

Nata nel 700 come disciplina autonoma e disinteressata proprio per queste caratteristiche si
opponeva all’utilitarismo borghese e al profitto capitalista. Perniola da un accezione positiva al
disinteresse definendolo un “disinteresse interessato”, visto come la base di un economia di beni
simbolici. Più che una disciplina l’autore precisa che per estetica intende un certo sentimento
estetico che può guidare ogni sfera vitale e in cui nozioni come disinteresse, discrezione e
moderazione prendono corpo in una veste nuova con un’inaspettata efficacia sulla realtà.

Accanto ad un idea del bello come armonia troviamo un’idea come esperienza degli
opposti(eraclito) acutezza (Gracian) e sfida. La sfida e la lotta anche qui non vengono visti come
strumenti per avvilire e sopprimere l’avversario ma quanto diritto al rispetto e alla considerazione.

Ed è anche sulla base di questi elementi che siamo portati a credere possibile un’altra
globalizzazione, basata su un rapporto di reciproca comprensione e convergenza tra l’Occidente
e le culture extraeuropee.

Vedi Pierre Klossowki Moneta vivente (1970)

Appunti vari:

L’autore indaga i percorsi della sociologia dell’arte, cui va il merito di aver messo in luce i
meccanismi che rendono possibile l’arte, ma che conserva anche un limite nella sua incapacitа di
emanciparsi dalla propria metodologia disciplinare, ed il rapporto tra arte e psicopatologia. E
distingue i processi di inclusione in artisticità, artificazione e artistizzazione.

Il neologismo “artication” è stato introdotto da Nathalie Heinich e Robert Shapiro e consiste nella
trasformazione di una pratica quotidiana modesta in un’attività istituzionale riconoscibile come
arte. Per la buona riuscita di questa trasformazione fattore importante è la consapevolezza e
l’immagine che offre di sé l’autore di questa pratica. Step successivo è ovviamente come questa
immagine viene recepita ed accettata, ovvero il feedback. L’artificazione non è soltanto la
“legittimazione” ma lo studio dei passaggi e delle zone di contaminazione fra l’artigianato, la vita
quotidiana, l’industria, il delitto, lo sport.. e l’arte.

Secondo Perniola la teoria della artificazione presuppone dei limiti. Uno di questi è che essa si
basi su un mondo dell’arte euro-americocentrico, ma allo stesso vuole trattare anche espressione
della diaspora africana precludendosi la possibilità di capire davvero il significato delle arti
africana.

Viene introdotto un’altro processo, ovvero quello dell’artistizzazione che non consiste nell
riconoscimento di un valore artistico precedentecome l’”artisticità”, nemmeno una politica di
promozione di pratiche marginali come l’artificazione.

Giustamente si individua nell’Art Brut l’esempio principe di allargamento delle categorie.

Critica l’innovatività della Biennale di Gioni e altrettanto pretestuosamente si sottovaluta la


Biennale di Enwezor, tacciandola di essere votata al mantenimento del sistema.

La società contemporanea della comunicazione massmediale si lega ad un postmodernismo che


ha perso il suo ordine simbolico, è proprio dalla psicosi che ne deriva che la comunicazione si
alimenta.

Il filosofo Jacques Derrida, a cui fa appiglio sia Perniola nella sua tesi che Hal Foster nel ritorno
del reale, evidenza questa rottura dell’ordine simbolico affermando l’assenza di un significato
centrale e trascendentale, esteso in un infinito campo di significazioni e quindi in favore si
prolificità testuale inesauribile.

E a questa testualità, sostenuta da semiotici e filosofi poststrutturalisti negli anni 70, che si lega
un nuovo concetto dell’arte basato proprio su una multimedialità dei significanti in favore di una
demistificazione della specificità e dell’originalità.

Spesso associata al contesto storico del capitalismo avanzato e del neoliberismo si percepisce
una distruzione del referente e una infinita legge di equivalenze e di scambio che per Boudrillard si
sintetizza in un mondo mediale composto da immagini- segni simulacrali e per Jameson una
testualità formata da significanti schizofrenici.

Gli artisti spinsero l’arbitrarietà del segno al punto di dissoluzione in cui i significanti diventarono
letterali, cioè liberati dai loro significati. questa situazione si traduce in una libertà nella
costruzione di segni più consapevole che non bada più ad un progresso o un’originalità del
segno.

La condizione postmediale di cui parla Rosalind Krauss viene inaugurata dalla tendenza
minimalista che rappresenta sia l’apice che il declino del modernismo e che viene celebrata e
rivendicata da Hal Foster.

Il minimalismo riprende la purezza linguistica di Greenberg superandola attraverso la creazione di


oggetti specifici che aboliscono le categorie tradizionali dell’arte. Il concetto di espressività e di
autorialità dell’arte viene meno definendo quella che Barthes definisce “la morte dell’autore” a
favore della “nascita dello spettatore”. Questa consapevolezza dello spettatore si costruisce su un
nuovo interesse nell’esperienza percettiva e fenomenologica tra oggetto spettatore e contesto
spaziale.

Se l’arte, come aveva già previsto Benjamin negli anni 30, perde la sua aura, con la svolta testuale
tende quasi a rinunciare alla sua autonomia e a disperdersi nelle forme proprie della cultura di
massa. Il campo della pratica estetica si allarga e intere categorie storiche vengono ridotte a segni
statici e considerate, come afferma Bourriaud “un magazzino di readymade” di cui appropriarsi.

L’appropriazione diventa quindi inevitabile, ma riconosciamo negli anni 80 diverse tendenze e


modi d’agire che la utilizzano in modo differente.

Nel ritorno del reale Foster individua una strategia cinica che accumuna alcune pratiche di
appropriazione, come il simulazionismo e la Commodity Sculpture. Il senso è che essendo
complici di una dispersione dell’arte in forme della cultura di massa gli artisti assumono un
temperamento cinico che è sia costruttivo che decostruttivo, ovvero sia critico riguardo a questo
fenomeno e sia complice. Foster, che spesso si avvale di meccanismi psicoanalitici, vede questo
atteggiamento come un atteggiamento che nel suo disfattismo e consenso suicida cerca di
proteggersi.

Senza entrare nella complessità del suo pensi

1Proiettare un concetto postrutturalista del segno

Potrebbero piacerti anche