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Lezione del 5/05/2021

LEOPARDI – A SE STESSO
Questo brevissimo canto intitolato “A se stesso” fa parte di quel ciclo di Aspasia, ultima esperienza
d’amore. il suo racconto e la sua sublimazione poetica nei canti ancora una volta si chiude con una
sconfitta definitiva.
L’altra grande illusione che nutre l’animo degli uomini, in particolare quello del poeta, cioè quella
dell’amore, vede il suo punto d’arrivo all’interno dei canti in “A se stesso” (una delle poesie più
belle e definitive di Leopardi).
C’eravamo abituati a trovarlo ormai nei GRANDI IDILLI dei canti e quindi nelle canzoni di ampio
respiro, anche strutturalmente e anche nel discorso poetico. Poesia lapidaria brevissima che
sembra proprio tornare alla FORMA DEI PRIMI IDILLI , ed è una poesia in cui abbiamo un altro
corrispettivo fondamentale nella semantica Leopardiana “del deserto che è la vita” che verrà
affermato nell’ultima poesia della Ginestra, quindi poco dopo questo brevissimo canto.
Accanto al deserto della vita c’è l’immagine del fango. Deserto e fango vengono rappresentate
come le immagini più forti che poi verranno riprese molte volte dai poeti del ‘900 che si nutriranno
della poesia leopardiana.
Quindi, caduto l’elemento dell’indefinito, caduta l’illusione della memoria come qualcosa solo di
positivo, cadute via via tutte le illusioni, caduta l’illusione della gloria che pure aveva nutrito le
prime canzoni a partire dall’Italia, ecco che cade l’ultima illusione: quella dell’amore. Ancora una
volta, il pensiero poetico di Leopardi è ricchissimo, abbiamo questa fondamentale dialettica
interna a tutto il pensiero di Leopardi e della sua poesia, tra la necessità e il coraggio di guardare in
faccia il vero, l’arido vero e, insieme la necessità per l’uomo di nutrire delle illusioni, per l’uomo e
per il poeta in particolare. Vi è una dialettica che continua in tutti i canti e in tutte le operette.
Ecco che crolla l’ultima illusione.
Cosa c’è di particolarmente intenso e forte in questa poesia?

È una costruzione perfetta ed è una delle realtà dei canti che è stato analizzato più a fondo proprio
nella sua struttura, in cui il verbo chiave è “perire” → collegato a qualcosa che muore e finisce per
sempre, allo stesso tempo il tema di un riposo, una calma, una serenità che consola questa fine
definitiva dell’ultima illusione. Accanto al verbo centrale “perire” troveremo altri verbi come
“posare” (calmati, riposati) e nella parte finale “t’acqueta” (riposati). Da una parte, la fine delle
illusioni con questo martellamento del verbo “perire” cui si aggiunge, alla fine, “dispera” quindi
sembrava avere una connotazione negativa, perire dell’ultima illusione. Però accanto alla
disperazione, c’è il momento dell’acquetarsi dell’animo.
Altra particolarità chiarissima di questa strutturazione calibratissima di una poesia così breve: è un
dialogo d’anima, quella che nella tradizione poetica in particolare italiana in volgare, sia nella
poesia delle origini sino alla poesia ‘900, si chiama DIALOGO ‘ANIMA→ È IL POETA CHE PARLA CON SE STESSO.
Non parla di anime ma parla dello “stanco mio cor”→ dialogo tra l’IO e la SUA INTERIORITA’ più
profonda. Anche questa forma moderna del dialogo d’anima sarà una delle forme poetiche dei
canti di Leopardi che nutrirà la poesia tra fine ‘800 e inizio ‘900.
Pagina 89 del pdf:

Or poserai per sempre, 1


Stanco mio cor.
Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento. 5
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. 10
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera, 15
E l’infinita vanità del tutto.

Sembra un canto di pura disperazione e ovviamente lo è.


➢ L’”infinita vanità del tutto”: è una specie di lapide su qualsiasi possibile illusione che possa
nutrire il cuore degli uomini, in particolare il cuore del poeta. Sembra una specie di
dichiarazione di resa a quello che nei manuali si chiama “pessimismo cosmico di Leopardi”
(parola che non useremo mai).
Invece, all’interno della Bibbia vi è testamento ecclesiaste in cui vi è il famoso “vanitas
vanitatum”, la “vanità delle vanità”, è una voce biblica, non c’è un materialismo
settecentesco dietro questo pensiero così radicale di Leopardi, qualsiasi illusione dell’uomo
è vanità, la vita non è altro che fango e noia. Ed è quindi un pensiero radicalmente (usiamo
questo aggettivo pessimistico che viene dall’origine della nostra civiltà) antichissimo che ha
accompagnato la storia del pensiero occidentale.
➢ Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. → inizia immediatamente questa poesia sul dialogo d’anima. Il poeta che
parla con se stesso, una delle forme più belle della nostra tradizione poetica)
➢ “Perì, l’inganno estremo, ch’eterno io mi credei” → Perire è la parola chiave. È ferito, è
morto anche l’ultimo inganno che io credevo eterno. L’ultima illusione che io credevo
eterna e invece sento ormai che non solo è finita la speranza di poter nutrire questo, come
tutti gli altri sogni, desideri, illusioni, ma, è finito anche lo stesso desiderio di nutrire queste
illusioni. Il punto d’arrivo nel percorso poetico nel senso più ampio e letterario, includendo
le Operette morali, non solo è finito l’illusione di qualsiasi grande sogno è finito lo stesso
mio desiderio di nutrire queste illusioni.
➢ “Posa per sempre” → altra voce biblica e tematica che sembra presa di peso dal discorso
religioso che pur ormai sappiamo (leopardi ha completamente superato)
➢ “Assai Palpitasti”→ hai sofferto anche per questi desideri. “Assai” (abbastanza). È giunto il
momento di finire anche solo di nutrire questi desideri, non esiste nulla per cui valga la
pena soffrire, desiderare e quindi soffrire.
➢ “Non vai cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra” → tutta la vita degli uomini non è degna di questi dolori, di questi moti e di questi
sospiri. Desideri e illusioni sono tutti destinati alla fine per ogni uomo.
➢ “Amaro e noia
La vita, altro mai nulla;” → la vita non è altro che amaro e noia. Noia è il tema chiave e
filosofico di Leopardi, tema che viene chiamato in vari modi da Leopardi. Il tema della noia
diventa poi un tema coniugato in chiave esistenzialistica da tantissima poesia del ‘900 che
ovviamente trova in leopardi una delle sue fonti principali.
➢ “e fango è il mondo”: → tutto è amaro e noia e il mondo non è che fango. Fango e deserto
saranno le voci chiave in questi ultimi canti per indicare la fine anche di questo continuo
oscillare tra attesa di desiderio e frustrazione. Questa frustrazione era stata chiamata NOIA
dallo stesso Leopardi anche nei canti precedenti.
➢ “T’acqueta ormai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato” → riposati ormai, acquetati. Questa è l’ultima volta
che disperi perché a noi uomini il fato (Fato è la parola più usata da Leopardi per indicare
quel qualcosa che è assolutamente precristiano che decide sulla nostra sorte umana. Vede il
fato come unica via d’uscita da questa noia e da questo deserto e non ci ha dato che il
morire). Idea di un riposo associato alla morte, quindi un volto di sollievo che viene
dall’immagine della morte. tutto è disperazione sulla terra, il momento dell’acquietarsi
vigerà soltanto con il morire.
“Ormai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto” → ormai tu disprezza te stesso, la natura, il brutto potere (la
natura crea la natura naturans che porta questo ciclo identico di morte e rinascita) è la
natura questo brutto potere nascosto che impera su tutti gli uomini. E disprezza anche,
insieme a questo, anche l’infinità vanità del tutto. L’uomo ormai è superiore anche a
questo continuo “illuderti e soffrire”, il morire può essere invece un momento di quiete.
Voce bellissima che viene da Petrarca (la voce dell’acquietarsi, una delle voci più poetiche
della lirica italiana).
Acquietarsi: riposare, viene associata a un voto tutt’altro che oscuro che è il volto della
morte.
Finita questa ultima illusione dell’amore arriviamo a quella finta palinodia → la palinodia marchese
di Gino capponi, è come se (dovremmo già ricordarcelo dalla Vita Nova e De Rerum Fragmenta di
Petrarca) ad un certo punto del libro del poeta ci sia un momento in cui inizia una seconda parte
che sembra ritrattare e rivedere tutto quello che è stato detto nella prima parte del libro. è una
struttura che non si inventa Leopardi, è una delle strutture fondamentali della nostra tradizione
poetica.
IL CICLO DI ASPASIA E I CANTI SATIRICI
NELLA SECONDA PARTE DEI CANTI in cui Leopardi finge di ritrattare tutto quello che ha detto finora: “la
vita è deserto e fango, e l’unico momento di riposo è l’acquietarsi nella morte” finge di ritrattarlo
nella palinodia al suo amico marchese Gino Capponi nell’ambiente dell’antologia fiorentina.
Inizia questa poesia fondamentale (la palinodia è una ritrattazione) scrivendo:

“errai, candido Gino”. Gino Capponi è un amico, ma che alla resa dei conti era evidente che
faceva un discorso un po' sul suo, l’idea libera moderata-cattolica era di un progresso della civiltà
occidentale, un progresso della storia in un cammino che sarebbe andato avanti verso il meglio
(illuminato dall’alto).
Leopardi non ci può credere, finge con l’amico Capponi, alla fine si fa convincere da questa visione
della vita e della storia e dice: “ho sbagliato, errai”. Ovviamente lui riusa l’aggettivo
“candido” perché già all’inizio c’è l’idea che questa ingenuità dell’amico Gino non possa essere il
candore di Leopardi. Infatti, la ritrattazione sembra essere il cuore di questa poesia che inizia con:

“Ho sbagliato” immediatamente poi diventerà una riaffermazione ancora più convinta di
quanto lui ha scritto nella parte precedente nei canti, così come nelle Operette morali. Uno dei
protagonisti di questi liberali moderati dell’antologia tra cui Tommaseo dirà: il libro scritto meglio
ma, il più insostenibile nel contenuto troppo radicalmente negativo verso la vita, invece nella
Palinodia Leopardi riaffermerà la sua idea sulla vita e sulla natura crudele e sulla necessità di
guardare in faccia questo VERO (la parola vero ritorna in questa Palinodia).
LA GINESTRA (dal v. 1 al v. 110 non presente in programma)
Qui sull'arida schiena 1
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null'altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi, 5
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de' tuoi steli abbellir l'erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de' mortali un tempo, 10
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante, 15
e d'afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell'impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona; 20
dove s'annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro 25
di muggito d'armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de' potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti suoi l'altero monte 30
dall'ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo 35
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d'esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura 40
all'amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell'uman seme,
cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla 45
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell'umana gente 50
le magnifiche sorti e progressive.

Il componimento finale scritto nella stagione napoletana di Leopardi intitolato “La ginestra”, è un
canto che scrive nella stagione napoletana avendo avanti la realtà che è quella del Vesuvio e del
suo potere plurisecolare, distruggere con la sua forza qualsiasi civiltà del passato e soprattutto
quella civiltà pompeiana e di quelle città ricchissime e importanti della storia romana che vennero
travolte e fatte sparire sotto il manto della lava del Vesuvio per secoli.
Ed ecco quindi che nella prima parte abbiamo al centro lo sterminatore Vesuvio con l’immagine di
questa natura che travolge anche le più grandi civiltà dell’uomo, quindi riafferma l’illusorietà di
una possibile gloria della storia dell’uomo, in un secondo distrugge tutto, eppure difronte a questa
realtà evidente, Leopardi mostra che la natura vince su qualsiasi nostro sogno, nostro grande
ideale. Inoltre, ci sono questi intellettuali (che sono quelli che vinceranno nella storia della
filosofia, della letteratura, del pensiero del nostro ‘800 e del nostro Risorgimento), che credono
ancora nelle “magnifiche sorti progressive” (v. 51 della prima parte della ginestra) dove sta
citando proprio letteralmente un pensiero chiave di questo Ottocento ottimista, in questo caso era
un pensiero espresso da Terenzo Magnani (altra figura di intellettuale dell’800). Citando questo
verso di questo liberalismo ottimista sulle sorti progressive cioè che continua a progredire della
storia dell’uomo, c’è il sorriso ormai della disillusione totale di Leopardi rispetto a questi sogni
nell’uomo.
Inizia la parte in cui martella tutto questo pensiero che è quello che poi vince nel nostro Ottocento
e che lui già aveva chiaramente mostrato come illusorio nella palinodia Gino Capponi. Le
Magnifiche sorti progressive sono una pia illusione, sono una pia un’illusione anche nell’idea che
questo progresso scientifico e tecnico che era sotto gli occhi di tutti anche nell’Ottocento italiano,
potesse essere anche un segno di questo continuo progredire delle sorti dell’uomo.
Leopardi non ci crede. Ed è questo il volto: non crede alla scienza che porta al progresso.

Qui mira e qui ti specchia, 52


secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti 55
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.

Nella seconda stanza dirà Leopardi:

“qui mira e qui ti specchia” (cioè davanti a questo paesaggio del Vesuvio che ha distrutto
qualsiasi civiltà anche altissima nella sua totale indifferenza, dice: specchiati in questo paesaggio)
“secol superbo e sciocco” (altro che ironia nelle magnifiche sorti progressive citata ironicamente
da Leopardi nei versi precedenti, qui esplicitamente il suo ‘800 che crede nelle magnifiche sorti
progressive, viene bollato come superbo e sciocco).
Questi versi sono interessanti nel nostro percorso: sul rapporto scienza-filosofia dell’800 e
letteratura perché riafferma che quelle illusioni del progresso Ottocentesco erano delle illusioni
per Leopardi.
Ricordiamo che: questo rapporto tra l’illusione del progresso che era di questi liberali moderati
con cui poi Leopardi chiude i rapporti intellettuali, quindi sia i liberali moderati dell’Antologia di
Firenze che quelli dei circoli Liberali di Napoli (a Napoli ci sono i Borboni che stanno lì durante l’800
a reprimere tutti i moti risorgimentali. Erano un fronte di apertura culturale anche a Napoli, però
non è il fronte culturale e filosofico di Leopardi→ si era distaccato dal liberalismo fiorentino
dell’Antologia e si distacca dai liberali dei circoli anche più illuminati di Napoli.
Quindi, non crede nelle magnifiche sorti progressive e chiama il suo secolo: “superbo e
sciocco”→ anche quello che di meglio poteva proporre il suo Ottocento, per esempio sul fronte
dei liberali che quanto di più illuminato ci potesse essere, per Leopardi è un fronte basato su delle
illusioni e speranze consolatorie in cui non crede.

Nella Ginestra dirà alla fine: “Credere in queste consolazioni non è degno di un
animo umano”.
Qui sta dicendo: Voi liberali credete in questo progresso della storia, quindi in
generale anche della scienza. Io penso che questo sia un segno di stupidità, “Sciocco e
superbia” → superbia intellettuale, l’idea che la storia dell’uomo vada sempre verso il meglio.
v. 52:
“Qui mira e qui ti specchia”: specchiati nella realtà che hai davanti. Vesuvio che distrugge tutto
indifferente ai suoi sogni di gloria.
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami”: cos’è questa strada che è stata abbandonata dai liberali e dal secolo
superbo e sciocco? Era quella della luce della realtà e dell’intelletto che si era rilluminata dopo lo
scuro medioevo con il ‘500 (in cui l’uomo è il centro della conoscenza e del mondo) e questa fede
nella razionalità dell’uomo era stata portata avanti fino all’Illuminismo (altro secolo fondamentale
per Leopardi). “Invece tu, secolo superbo e sciocco” hai voltato la schiena a questo nuovo
cammino segnata dalla ricerca del vero→ che ha segnato il meglio della cultura tra rinascimento e
illuminismo e hai voluto tornare a quelle fedi (cristiana e spiritualista) che, invece, questo periodo
di indagine sul vero tra 500 e 700 aveva superato.
Capiamo come siamo ancora una volta orgogliosamente contro il fronte liberale e romantico
(Manzoni ha recuperato fortemente l’importanza nella storia d’Italia e non solo del Medioevo,
della funzione della religione e della chiesa). Leopardi coraggiosamente (prende una posizione
eretica) dice: questo è stato un voltare le spalle a quel cammino di coraggiosa conoscenza del vero
che era iniziato dal ‘500.
Quindi, fortemente e radicalmente anche antiromantico.
➢ Qualche verso più avanti:

Libertà vai sognando, e servo a un tempo


vuoi di nuovo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo 75
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.

➢ “Liberà vai sognando”: richiama ovviamente quella ricerca della libertà che tutti i liberali
del primo ‘800 cercavano contro il clima e anche il potere politico riportato dalla
Restaurazione ma questa libertà la cercata dando le spalle alla luce del VERO. Luce del vero
che è stata invece indagata coraggiosamente nei secoli che avete voluto mettere da parte
voi Romantici, voi Liberali (Umanesimo-Rinascimento-Illuminismo).
Così ti spiacque il vero
dell'aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè. Per questo il tergo 80
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che se schernendo o gli altri, astuto o folle, 85
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

➢ “Per questo il tergo (le spalle) vigliaccamente rivolgesti al lume” : fece chiara che l’idea di
queste sorti progressive erano una via illusione che l’uomo non doveva mai stancarsi: di
cercare il vero. Un vero che fa cadere ogni illusione.
Questo è il fondo di tutto il percorso dei canti e in particolare della Ginestra.

Questa idea della luce che bisogna saper guardare e aver il coraggio di guardare, Leopardi e i
cattolici moderati che sono di estrazione cattolica (pensiamo a Manzoni) viene ribadito in questa
poesia sempre con un riferimento Biblico fondamentale. Leopardi è anche un grande biblista, lui
conosce il greco e l’ebraico, quindi può leggere la tradizione biblica. In queste affermazioni così
scandalose sia nell’800 ma anche oggi, cita la Bibbia. Ricordiamo in: “A se stesso” cita l’ecclesiaste
dice: tutta la nostra vita è vanità. Cita la bibbia. Quindi ai cristiani che gli rinfacciano
questo suo materialismo e ateismo, lui dice: ora vi cito la Bibbia. Lo fa in “A se stesso” e lo fa
nell’epigrafe che viene posta all’inizio della Ginestra, che vieta a Giovanni.

Ed è quella epigrafe che dice: gli uomini preferivano le tenebre alla luce, preferivano
non vedere (nel buio) alla luce della verità scandalosa (diceva Giovanni) che è quella dei vangeli.
Utilizza questa parola di Giovanni, siamo nel Nuovo testamento (ancora più scandaloso utilizzarlo
per far cadere qualsiasi ottimismo dei cattolici moderati) usa le parole di Giovanni per dire: “voi
vigliaccamente” (usare un avverbio così pesante in una poesia) dice: vi cito Giovanni, vi cito il
vostro testo fondamentale. Già lui aveva detto: gli Uomini hanno preferito le tenebre alla luce
Leopardi lo cita per dire: la verità per me è quella che è scandalosa che ha girato le spalle al
Medioevo e che dall’Umanesimo in poi ha detto: Uomo fidati dei sensi e della tua
ragione per indagare il VERO.
La cosa scandalosa di Leopardi: lui è ACRISTIANO NON ANTICRISTIANO. Cioè non può credere in
nessuna fede spirituale. Per lui la luce è questa: Il vero è questo→ INDAGARE, AVENDO IL
CORAGGIO DI VEDERE IN FACCIA L’ARIDO VERO.
Leopardi rispetta Manzoni e anche il pensiero di questi liberali cattolici però, è sul fronte opposto.
Dice: no, per me questo è non voler guardare in faccia l’arido vero. Non sta noi decidere tra
l’interpretazione di Giovanni ortodossa e l’interpretazione scandalosa che ci da Leopardi. Però,
Leopardi parla soprattutto a questi intellettuali che fondano tutto il loro discorso cristiano.
Ovviamente Leopardi sta dicendo il contrario di quello che normalmente i cattolici moderati
dell’800 (napoletani o fiorentina) intendevano quando si rifacevano alla Bibbia.
Teniamo presente che: L’illuminismo aveva cominciato a interrogare sé stesso e a mettere in crisi
sé stesso, tra cui Voltaire che diceva: Ma siamo sicuri che il lume della ragione porterà alla felicità
e alla liberazione dall’uomo dalle catene dell’ignoranza? Già l’illuminismo non è quella cosa
facilmente etichettabile in un’unica scatoletta.
Nel cuore dell’Illuminismo, a partire da Voltaire, è evidente che basta per Leopardi un’eruzione del
Vesuvio per spazzare via qualsiasi idea di progresso e di scienza, così come Voltaire dirà: basta
quel terremoto terribile che ci fu a metà ‘700 a Lisbona che fece terra bruciata in una delle capitali
più importanti dell’Europa. Iniziavano a interrogarsi gli stessi illuministi e a dire: ma forse tutto
questo ottimismo sul lume della ragione che porta alla liberazione all’uomo non è perfettamente
centrato.
Leopardi si riallaccia a questo illuminismo che già si interrogava sui suoi presupposti. L’illuminismo
più scomodo che ci sia. Quindi, questa stessa immagine della lava che travolge tutto sulle falde del
Vesuvio, si richiama ancora una volta a questo Settecento cui rimane legato a Leopardi.
Già quel volto “pessimista” dell’Illuminismo, tra cui Voltaire ma poi per altre ragioni ben diverse si
arriverà a Rousseau, si erano interrogati su questa FEDE nel lume della ragione.

Leopardi interroga tutti. Per Leopardi il coraggio VERO è quello di chi non smette MAI DI
INTERROGARE. Quindi, di interrogare la fede ma anche di interrogare chi non ha avuto altri
presupposti (ad esempio quella fede cristiana). Non smette mai di interrogare sé stesso. È un
pensiero poetico nel senso più ampio, anche nelle Operette Morali, che non ha paura e non
smette mai di interrogare sé stesso.

La sua risposta ultima nei canti è questa: Il lume della ragione per me sta nel guardare in
faccia questo→ che qualsiasi nostra illusione di libertà anche illuministica (risposta
anche alla scienza) degli uomini è illusoria.
GINESTRA (dal v. 111-135/ 289-317 presente in programma)
Nobil natura è quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo, 115
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire
fraterne, ancor più gravi 120
d'ogni altro danno accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa 125
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l'umana compagnia
tutti fra se confederati estima 130
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.

In questa parte Leopardi dice:


➢ Qual è per me una natura umana nobile? Qual è l’uomo grande?
Nobil natura è quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo, 115
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale: cos’è per me il vero coraggio? Qual è la vera luce per me,
Leopardi? Per me la natura nobile è quella che ha il coraggio di sollevare il proprio sguardo
al fato comune. Fato: parola precristiana. Qual è questo destino comune di tutti gli
uomini? Il nostro destino è stato un destino di dolore e di uno stato fragile e basso.
“Basso stato e frale”: questo è il nostro vero destino. Per me è nobile l’uomo che ha il
coraggio di vedere in faccia questa realtà senza togliere NULLA al VERO. → “nulla al ver
detraendo”.
VERO: parola martellante nella seconda parte dei canti. Quindi, per me è coraggioso quello
che guarda in faccia il destino fragile e basso che c’è stato dato dal FATO. Lo dice e lo
afferma senza voler nulla nascondere di questa verità.
➢ quella che grande e forte (sempre la natura nobile è la lingua franca)
mostra se nel soffrir,(anche avendo il coraggio di mostrare la propria sofferenza e la propria
fragilità umana) nè gli odii e l'ire
fraterne, ancor più gravi
d'ogni altro danno (L’ire e fraterne: sono il danno più grave che gli uomini fanno a se
stessi, cioè continuare a combattere tra di loro) accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre è di parto e di voler matrigna. (qual è l’animo nobile per me?) → quello che vede il
destino fragile di sofferenza (che è quello che il fato ci ha dato) e lo dice senza addolcire
questa nuda arida verità. Se c’è una unica vera colpevole questa è la natura indifferente
alla sorte degli uomini.
➢ Costei chiama inimica; (La matrigna diventa “costei chiama inimica”→ l’animo nobile che
sa guardare in faccia la verità, chiama solo la natura matrigna)
inimica e incontro a questa 125
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l'umana compagnia
tutti fra se confederati estima 130
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.; (questo fa l’animo veramente nobile: può chiamare “nemico” NON il
proprio fratello con cui condivide la sua sorte ma, SOLO quella natura matrigna perché gli
uomini sono congiunti da questo destino basso e fragile. Quindi, l’animo nobile deve
stimare gli uomini come una confederazione. È un messaggio di amore verso gli uomini
quello di Leopardi, questo è il punto fondamentale. Leopardi, chiuso nel suo rancore e
nella sua esperienza autobiografica, butta fuori questo famoso “pessimismo cosmico” su
tutta la realtà antiumana. Non è vero, il destino degli uomini è uguale fra tutti. Quindi,
invece, sarebbe molto più nobile che tutti quanti fossimo confederati perché tali siamo.
“Si nasce piangendo, si passa per una serie di disillusioni tutta la vita e tutti finiamo in
quel nulla eterno che ci aspetta” (diceva nel canto Notturno).
L’animo nobile è quello che vede questo, vede l’umanità congiunta (parola chiave in questo
destino) e quindi gli uomini confederati difronte a una natura.
È una guerra comune, proprio volutamente viene richiamato anche un immaginario di
guerra. Prima ha detto esplicitamente v. 120 (nè gli odii e l'ire fraterne) → le guerre fra
gli uomini sono la colpa più grande. Invece, l’unica vera giusta guerra comune è quella di
tutti gli uomini confederati contro il duro destino che aspetta ogni singolo uomo.
PS: la professoressa invita a leggere tutta la Ginestra.
v. 145
Così fatti pensieri 145
quando fien, (quando ci saranno questi pensieri) come fur, palesi al volgo, (quando diventeranno
palesi a tutti quanti)
e quell'orror che primo
contro l'empia natura (quando a tutti gli uomini sarà chiara questo pensiero: abbiamo un destino mortale
comune e allora uniamoci tra noi (confederiamoci) invece di fare guerra
strinse i mortali in social catena, (solo allora con questa social catena arriveremo alla fede di tutti)
fia ricondotto in parte
150
da verace saper, l'onesto e il retto
conversar cittadino, (come diremmo noi oggi: come un pensiero condiviso si avrà quello della natura
matrigna e di una umanità confederata e fraterna fra gli uomini. Questo è il messaggio dei versi).
e giustizia e pietade, altra radice
avranno (allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo

Nei versi centrali: Leopardi richiama lo sguardo volto al paesaggio circostante (nella prima parte
Leopardi vede il Vesuvio e riflette) ora risposta il suo sguardo sul paesaggio costante (un paesaggio
Notturno illuminato dalle stelle). È una natura che ha un volto bellissimo( qua il rapporto con la
scienza moderna) dice Leopardi
al v. 173:
ma questo
globo ove l'uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senza alcun fin remoti (Questo cielo stellato meraviglioso che però in realtà ci
mostra anche come l’uomo non sia il centro dei disegni del cosmo ma, è il nulla rispetto alla
potenza della natura. Ribadisce anche questa riflessione: quella della scienza moderna che (diceva
già il prof. Guaragnella) da Giordano Bruno, già anche da prima di Galileo Galilei aveva intuito
l’infinità dei mondi. Qui, invece, Leopardi lo ribadisce: quando io guardo il paesaggio meraviglioso
e non guardo più il Vesuvio sterminatore, vedo tutte queste stelle e tutti questi mondi infiniti, ha il
coraggio di vedere di fronte a questa bellezza che l’uomo e la terra sono NULLA (parola chiave).

➢ Leopardi dice: “Globo ove l’uomo è nulla”: NULLA è la parola finale.


➢ “Sconosciuto è del tutto”: NULLA e TUTTO si richiamano. La terra e l’uomo sono una
nullità rispetto all’infinità dei cieli, dei mondi e delle stelle. Questa infinità è sconosciuta
ancora agli uomini→ “sconosciuto è del tutto”.

Vediamo come questo pensiero moderno e scientifico, Leopardi prende una parte “infinità dei
mondi”, “la terra non è il centro dell’universo, quindi l’uomo non è il centro dell’universo,
quindi l’uomo deve continuare a indagare senza paura la luce (la luce per Leopardi e per la
scienza moderna è continuare a guardare i cieli e a capire come funzionano) ricordandosi
che però questo porta a un’infinita ricerca. Queste verità scientifiche sono ancora in parte
sconosciute agli uomini e soprattutto tirando le somme di queste scoperte, infatti, ricordiamo
“Maledetto sia Copernico”→ il fatto di aver scoperto tramite la scienza moderna che: l’uomo e la
terra sono questa piccolissima cosa rispetto all’infinità dei mondi. Quindi “accolgo la scienza
moderna”, ma deve cogliere anche quello che la scienza moderna ha portato. Pirandello a inizio
‘900 continuerà a usare la famosa maledizione contro Copernico che ha fatto scoprire all’uomo la
nullità.
Proprio nel v 173:
Vi è la riaffermazione di questi principi ormai incontrovertibili (anche se alcuni continuavano a
negarli) della scienza moderna. C’è proprio questa apertura cosmica (elemento importante della
Ginestra che nutrirà tanta poesia di fine ‘800, quella poesia che si nutre della scienza positivistica
del secondo ‘800)
v. 174
e quando miro
quegli ancor più senza alcun fin remoti 175
nodi quasi di stelle, (quelle infinite costellazioni)
ch'a noi paion qual nebbia, (la famosa Via Lattea) a cui non l'uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
180
o sono ignote, (ancora non le conosciamo tutte le costellazioni)
o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; (un punto di luce nebulosa. Quando vedo tutto ciò (questo la scienza moderna ce
l’ha già mostrato) al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell'uomo? (se io penso a questa infinità dei mondi e delle stelle che o non siamo capaci di vedere
del tutto o comunque in parte ignoriamo, io che cosa penso dell’uomo?)
E rimembrando 185
il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
il suol ch'io premo; (la mia condizione di uomo sulla terra davanti al Vesuvio)
e poi dall'altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto, e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, (immagine che avrà una fortuna immensa già nella poesia del secondo ‘900)
il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell'universe cose
scender gli autori, (immagino scendere gli autori che tu chiami “divinità”)
e conversar sovente
co' tuoi piacevolmente, e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
195
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora, (quando io penso a questo che la scienza ci ha mostrato e
invece a questa “speranza” di un volere divino)
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m'assale?
(quando io penso alla scienza io ho già mostrato questa cosa. Penso alla nostra risposta ma in
realtà NOI abbiamo una risposta che ci viene dalle nostre divinità. Io mi chiedo: allora qual è la
risposta che devo dare alla “prole infelice degli uomini”? lui dice:
200
Non so se il riso o la pietà prevale. (Davanti alle risposte consolatorie per Leopardi, io non so se
sorridere (messaggio chiave delle Operette morali) o semplicemente avere pietà di questi uomini
fragili che cercano ostinatamente una consolazione alla loro infinita piccolezza. Questo è un
messaggio delle operette morali: Il riso da una parte rispetto alle illusioni che ancora l’uomo coltiva
(prima fra tutte l’antropocentrismo: l’uomo al centro dell’universo) e accanto al riso la pietà verso
questa condizione pesante→ per molti uomini insostenibile. Accanto al riso c’è anche il
sentimento della pietà umana verso la fragilità dei propri fratelli. RISO E PIETA’ sono il centro
di tutto il racconto delle Operette Morali.

➢ Infatti, ancora una volta, usa immagini che vengono dalla natura nella parte successiva. (cioè
la famosa immagine del popolo di formiche che viene distrutto con grande facilità dagli
uomini). Le formiche vedono gli uomini come delle divinità capaci di distruggere tutto.
L’immagine delle formiche è un’immagine che resterà anche nella poesia di fine ‘800 che
sono le basi della scienza, dei progressi, del positivismo continuerà a dire in versi questa
verità Leopardiana (ricordiamo Pascoli, “il Ciocco” di Pascoli non lo capiamo per niente se
non abbiamo presente la Ginestra di Leopardi).
v. 269-317
Torna al celeste raggio
dopo l'antica obblivion l'estinta 270
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietà rende all'aperto;
e dal deserto foro
diritto infra le file 275
dei mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell'orror della secreta notte 280
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per voti palagi atra s'aggiri, 285
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l'ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno 290
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede: 295
e l'uom d'eternità s'arroga il vanto.

Torna a guardare il Vesuvio e la estinta Pompei (Vesuvio che aveva fatto terra bruciata> uno dei
simboli della grandezza della storia degli uomini). Ancora una volta dice alla fine di questa
lunghissima stanza: davanti a questa grandissima realtà, il Vesuvio che ha distrutto e coperto per
sempre la stessa città di Pompei, gli uomini preferiscono non guardare in faccia la realtà.

➢ E dice alla fine: “e l’uom d’eternità s’arroga il vanto”: nonostante dopo quello che io
dico, l’infinità dei mondi, delle stelle, il nostro ragionare come le formiche distrutte dagli
uomini così come le divinità, nonostante la Pompei che è rimasta sommersa per secoli e
secoli, davanti a queste prove→ l’uomo, nonostante ciò, si prende il vanto d’eternità,
crede di poter essere eterno.

E tu, lenta ginestra, (ha iniziato con l’immagine del Vesuvio che ha distrutto tutto, ha ricordato
l’immagine dei monti e delle costellazioni infinite, ha richiamato le immagini delle formiche
sterminate in un secondo da queste divinità che per loro sono gli uomini, davanti a tutto questo:
gli uomini continuano a dire “ma noi siamo immortali) “lenta ginestra” pronta a flettersi
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni, (che adorni questa campagna resa spoglia dal Vesuvio)
anche tu presto alla crudel possanza 300
soccomberai del sotterraneo foco, (anche tu Ginestra prima o poi verrai travolta dalla lava del
Vesuvio)
che ritornando al loco
già noto, stenderà l'avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente (parola chiave: tu Ginestra, sarai prima o poi travolta dal tuo
destino e non cercherai di opporti stupidamente alla potenza assoluta della natura, non sarai
orgogliosamente superba e pronta a sfiorare la natura). 305
il tuo capo innocente: (notiamo le rime: vuole sottolineare le parole chiave. RENITENTE E
INNOCENTE)
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; (ma neanche ti pieghi supplicando per paura davanti all’oppressore che per te
è il Vesuvio (quindi la natura)
ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle, (e neanche sfidando con superbia le stelle) 310
nè sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti; (non sfidando il destino che ti è stato dato non per scelta ma
per fortuna)
ma più saggia, (la Ginestra è più saggia degli uomini)
ma tanto
meno (tanto meno folle rispetto all’uomo) inferma dell'uom,
quanto le frali 315
tue stirpi (la tua stirpe di fiorellino dominato dal Vesuvio )
non credesti
o dal fato o da te fatte immortali. (non ha mai pensato che il destino di tutta la natura possa
essere reso immortale (al di là della tua fragilità) grazie alla scienza e all’orgoglio del raziocinio
(richiamo all’illuminismo ottimista o al fato, quella che è la religione che predica la tua
immortalità).

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