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1-nascita della geografia umana

Possiamo definire la geografia umana come quella parte della scienza geografica che indaga le forme della presenza umana
sulla terra e della conseguente interazione con l’ecosistema terrestre.
La geografia umana considera la terra non in sé, ma se e in quanto rientra nelle strategie e nelle azioni delle comunità umane;
l’uomo costituisce il fulcro dell’attenzione, ma è anche il punto a partire dal quale è considerata la realtà esterna, il mondo
fisico, la natura. La geografia umana differisce da quella fisica perché concentra la sua attenzione sugli aspetti umani, e anche
perché gli elementi naturali vengono presi in considerazione dalla prospettiva dell’uomo. La geografia fisica prende in esame
la natura come una realtà che esiste di per sé e, quando prende la considerazione l’uomo, lo fa elevandolo a semplice fattore
esterno che interagisce con gli elementi naturali. Ciò porta ad una doppia riduzione: nella geografia umana viene ridotto
l’elemento della natura, perché della natura si prende in considerazione solo ciò che interagisce con le condizioni dell’uomo;
mentre nella geografia fisica viene ridotto l’elemento umano, prendendo in considerazioni solo i fattori che interagiscono
materialmente con la natura.
Da questo punto di partenza arriviamo all’800, in cui Humboldt e Ritter diedero le prime impostazioni a questa nuova
disciplina scientifica. Ritter scrisse un’opera di 19 volumi che indusse a ragionare sui modi con cui si manifestano le forme della
presenza e dell’azione umana sul territorio. Humboldt pubblicò i resoconti dei suoi viaggi, nel quale i territori vengono descritti
con grande attenzione alle relazioni con le comunità primitive.

nascita in atmosfere positiviste


Secondo la nostra cultura, che è figlia dell’illuminismo, un qualsiasi sapere può essere considerato “scienza” soltanto quando ha
un proprio statuto epistemologico, cioè una presentazione del sapere che deve:
-identificare l’obbiettivo
-esporre i contenuti tematici
-esporre la base teorica
-esporre la posizione in confronto alle altre scienze
A sua volta si divide in epistemologia interna( a questa scienza) ed esterna(relazione con le altre scienze).

La costruzione dello statuto epistemologico della geografia umana fu compiuto in due tappe.
La prima risale a Kant, che con la sua “geografia fisica” pose le basi della geografia moderna, introducendo il rapporto tra
spazio e tempo, cioè tra storia e geografia, che in seguito sarebbe diventato specifico della geografia umana
Ma la vera e propria sistemazione della materia che condusse alla costruzione di uno stato epistemologico fu quando Ratzel,
con la geografia dell’uomo, introdusse, mettendo ordine, a questa nuova scienza.
La premessa da cui parte Ratzel è che la terra deve essere concepita come un organismo planetario, creato per l’uomo, in cui
tutti gli elementi sono legati tra loro. Questa condizione affianca la biogeografia all’antropogeografia, finalizzata a studiare le
manifestazioni geografiche prodotte dall’uomo. Da ciò emergono i primi tre pilastri dell’epistemologia della geografia umana:
-La terra deve essere vista in termini olistici, cioè come un vero e proprio organismo, al cui vertice è presente l’uomo.
-Questo organismo è costituto da natura e società umana, quindi è una scienza “ponte” tra scienza naturali e scienze sociali
-Nell’investigare come l’uomo interagisca con la natura la geografia umana si occupa delle manifestazione territoriali della
presenza umana sulla terra.
La geografia umana, quindi, colma la lacuna che si era formata in passato, cioè quella dell’assenza di un metodo appropriato di
studio, con la fondazione della geografia umana.
Ratzel riuscì a trasformare quel “guazzabuglio” in un sistema ordinato di conoscenze basate su un metodo razionale,
conformandosi rigorosamente al metodo cartesiano. Ratzel vede il territorio come una realtà materiale costituita da elementi
connessi tra di loro da rapporti causalità, e che, nel loro insieme, formano il territorio.
Il principio di causalità doveva spiegare il rapporto tra comunità umana e superfice terrestre. A questo punto nacque un
dilemma: attribuire alla natura la funzione di causa e al modo di abitare e usare la superfice terrestre la funzione di effetto.
Così facendo, ha adottato il principio del “determinismo ambientale”, concezione secondo la quale l’ambiente governa il
comportamento dell’uomo. Ratzel operò in un quadro storico dominato dal positivismo, una forma di pensiero che presentava
la realtà in termini di rapporto causa-effetto e di attribuire alla natura una forte capacità di influenzare l’uomo e il suo
comportamento. Ratzel contribuì a spiegare i modi con cui le comunità umane si disponessero sul territorio, muovessero e
sfruttassero le risorse naturali.
Ratzel poi immaginò la geografia come una “scienza madre” suddivisa in due rami: fisica e umana.
Quella umana fu impostata come una scienza descrittiva (epistemologia interna: dove? Da dove? Come?)

Possibilismo
All’inizio del 900, dopo che Ratzel ebbe posto le fondamento della geografia umana, Vidal diede un nuovo impulso alla
geografia. Questo nuovo modo di vedere la geografia era in contrasto con le impostazioni di Ratzel.
La geografia di Vidal concepiva il rapporto tra comunità umane e natura come una rete di influenze reciproche, che si
sviluppano nel corso del tempo, tra la cultura, con le sue tecnologie, e le possibilità che offre l’ambiente fisico. Poiché l’uso
delle risorse dipende dalle tecnologie dell’uomo (frutto della cultura), la posizione di Vidal era opposta a quella di Ratzel; Vidal
attribuiva il primato ai fattori umani nella creazione delle forme del territorio e, così facendo, riduceva fortemente
l’importanza di fattori fisici.
-la natura offre un campo di possibilità su come utilizzare il territorio e le risorse
-le comunità umane esercitano una scelta tra le possibilità loro offerte dalla natura
-la scelta è compiuta sulla base della cultura e dalle tecnologie
-la comunità umana si comporta come un fattore geografico, cioè che può influire sull’evoluzione della natura
La scuola francese condusse a due risultati: diffidenza per la ricerca teorica, e un enorme quantità di monografie
Il geografo fisico cercava le leggi e i meccanismi che governano la natura; da qui nacque una profonda divisione: la geografia
fisica diventava sempre più scientifica(braccio forte), mentre la geografia umana veniva percepita sempre meno
scientifica(braccio debole).
Per Vidal la manifestazione geografica più importante era il paesaggio, poiché le forme del territorio costituiscono la
manifestazione dei rapporti tra comunità umana e natura.

Strutturalismo e teoria sistemica


Una seconda svolta, che condusse a disegnare la geografia umana, ebbe luogo alla fine degli anni 30, quando Hartshorne
pubblicò un saggio su la “natura della geografia”, che ben presto diventò uno dei libri fondamentali per lo sviluppo della
geografia del Novecento. La base filosofica della sua trattazione era lo strutturalismo, una forma di pensiero che avrebbe
influito profondamente sull’intero campo delle scienze sociali. Secondo il pensiero strutturalista ogni tipo di realtà, naturale e
sociale, è costituita da strutture, cioè un complesso insieme di elementi, legati tra loro da relazioni che si evolvono nel corso
del tempo e che, sotto certi aspetti, può essere considerato come uno sviluppo del positivismo.
Il positivismo considera la realtà come una struttura che produce una funzione. È la trasposizione, sul piano filosofico, dei
principi della meccanica razionale.
Il determinismo geografico è un’espressione di questa forma di pensiero: la natura è considerata come la struttura e il
comportamento sul territorio, come gli insediamenti, come la funzione esercitata da questa struttura. La struttura è la causa e
la funzione è l’effetto.
Lo strutturalismo accoglie l’eredità del positivismo e la arricchisce di un elemento evolutivo. La realtà è ancora considerata
come una macchina, in cui strutture si comportano come cause che producono effetti, cioè come una sorta di macchina che
produce funzioni. Ma, in più, interviene la considerazione con cui le singole strutture si comportano nel corso del tempo, un po’
quello che vide Darwin sull’evoluzione della specie. Ci troviamo dunque su un piano di rappresentazione del tutto diverso da
quello in cui si era sviluppata la geografia di Vidal. Quella geografia aveva posto l’accento sulle forme, non a caso, il paesaggio
era l’oggetto prediletto d’indagine, mentre ora lo strutturalismo trascura le forme e si concentra sulle funzioni. Possiamo
dunque dire che il funzionalismo sia l’espressione del pensiero strutturalista in geografia. Cioè la tendenza fondamentale a
indagare e rappresentare le relazioni tra elementi del territorio.

L’idea della struttura e, quindi, della funzione, offriva la possibilità di indagare il territorio in modo concettualmente più
semplice. La rappresentazione del territorio diventava più agevole e, soprattutto, permetteva allo strutturalismo di studiare
con metodi matematici le relazioni tra gli elementi del territorio, dando così alla geografia umana una solida base scientifica.
Individuati gli elementi a cui sono connesse delle funzioni, è infatti possibile costruire modelli matematici che offrono visioni
molto persuasive. Da quel momento il geografo si trovò dunque in condizioni di poter collaborare con il sociologo, l’economista
e l’urbanista.
Non si tratta più di osservare le forme e di spiegarle individualmente (come con il possibilismo e le sue monografie) ma di
trovare, al di sotto della realtà visibile, i principi che valgono per tutti i territori, ad esempio i principi generali in base ai quali
ogni spazio geografico si organizzi al suo interno attraverso dei collegamenti. Queste strutture razionali sono poste al di sotto
delle strutture visibili.

Nel corso degli anni 70 lo strutturalismo andò incontro a uno sviluppo prodotto dall’introduzione dell’idea di “sistema
territoriale” che arricchiva l’idea della struttura; in base alla quale la struttura era posta in relazione con 3 elementi prima poco
considerati: l’ambiente esterno, con il quale la struttura interagisce, l’obiettivo verso il quale la struttura si dirige, e i
cambiamenti cui la struttura va in incontro nel corso della sua evoluzione.

La prospettiva del sistema complesso


Nel corso degli anni 80 la visione generale della realtà in termine di strutture e di sistemi subì il contraccolpo del pensiero della
complessità, un nuovo modo di costruire la conoscenza che differiva dai modelli precedenti perché si poneva il problema del
rapporto tra soggetto e oggetto. Questo fu un problema teorico di grande spessore. Gli indirizzi che si erano sviluppati in
precedenza escludevano il soggetto dalla descrizione geografica, che rappresenta il territorio come una realtà che esiste in sé,
indipendente da soggetto: una città, è sempre una città. Introdurre il soggetto implica che quella realtà, la città es, non sia più
considerata come qualcosa di indipendente dalle condizioni esistenziali, ma invece come qualcosa che assume configurazioni
diverse in rapporto al modo con cui è percepita, soprattutto vissuta, dai suoi abitanti. Procedendo su questa strada si
arriverebbe ad un soggettivismo esasperato, che individua la realtà non più in sé, ma nella percezione e nell’immaginazione del
soggetto, quindi: considerare il soggetto ma garantire, allo stesso tempo, che la rappresentazione della realtà territoriale
abbia un contenuto oggettivo.
Per giungere a questo obiettivo, il processo conoscitivo è stato considerato come il frutto e l’incontro di due elementi: la realtà
e l’immagine della realtà che alberga nella nostra mente e che ci induce a rappresentare la realtà secondo criteri specifici.
Questa immagine è detta “modello generale”.
Un altro connotato del pensiero della complessità consiste nel ritenere che le singole realtà non possano essere ridotte a
relazioni di causa ed effetto, ma debbano essere viste nel loro insieme. Al principio di causalità si sostituisce quello il principio
olistico, in base, la quale la realtà non deve essere scomposta ma piuttosto deve essere vista come una globalità: non ci
dobbiamo preoccupare di spiegare “com’è fatto l’oggetto “ma dobbiamo prendere in considerazione “come si comporta, e
dove ci conduce”.
Applicato alla geografia, il pensiero della complessità conduce ad immaginare il territorio come un insieme di sistemi
“complessi”. Per comprenderli occorre considerare che cosa cambi passando dall’idea di sistema a quella di sistema complesso.
La differenza fondamentale va ricercata soprattutto nel modo di rappresentare la realtà territoriale. La teoria sistematica
disgrega il territorio in singoli elementi da indagare nelle loro relazioni: la realtà territoriale viene ridotta in parti e considerati
individualmente in modo da semplificare l’indagine. La domanda fondamentale è “com’è fatta la realtà territoriale?”, in questo
caso ci preoccupiamo di rappresentare la realtà complicata riducendola in termini semplici. “complicato” infatti rimando
all’idea di qualcosa che possiede molto elementi e numerose relazioni. Ora la domanda fondamentale è “ come si comporta la
realtà territoriale?”, ci preoccupiamo di rappresentare una realtà complessa, cioè una realtà che non può essere disgregata, ma
richiede di essere vista come insieme di elementi, cioè adottare una visione d’insieme.

La prospettiva umanistica
Mentre alcuni ambienti geografici cercavano d superare lo strutturalismo attraverso l’introduzione del sistema territoriale
complesso, ci furono altri protagonisti di una svolta in tutt’altra direzione.
Tra gli anni 70 e 80 è emerso l’indirizzo della geografia umanistica, che ci porta lontano dall’idea del territorio considerato
come un complesso di strutture.
Una prima differenza tra questi due cammini, quello strutturalista e sistemico e quello umanistico, emerge a proposito
dell’atteggiamento nei riguardi della visione del territorio come struttura(strutturalismo) o come un sistema (teoria del
sistema generale). La geografia umanistica nasce in opposizione al programma strutturalista di ridurre il territorio ad una
realtà spiegabile in termini di rapporto causa ed effetto e non considerando il soggetto, cioè l’individuo nelle sue specificità
esistenziali.
L’indirizzo umanistico fa il contrario: pone il soggetto al cento e considera il territorio in rapporto al soggetto. Mentre il
pensiero della complessità aveva cercato di trovare una via di mezzo tra l’oggettivismo e il soggettivismo, l’indirizzo
umanistico non si pone un obiettivo “compromissorio”, ma pone decisamente il soggetto al centro di ogni rappresentazione
del territorio. Ciò ha condotto il geografo ad attribuire crescente importanza agli aspetti culturali del territorio, riavvicinandole
alle impostazioni del possibilismo (che lo strutturalismo aveva rifiutato).
Porre l’uomo al centro della rappresentazione del territorio significa partire dalle condizioni esistenziali dell’individuo, dal suo
modo di percepire il territorio e di attribuirgli valori, cioè dal modo in cui l’individuo proietta sé stesso nello spazio esterno. Il
geografo strutturalista considera il territorio come una mera organizzazione che riflette i meccanismi di funzionamento della
società. Il geografo umanista, al contrario, considera il territorio come uno spazio che si connota per i suoi valori nei riguardi
dell’esistenza delle persone, rappresentandolo in rapporto ai valori in rapporto all’esistenza delle persone, e lo rappresenta ai
livelli di qualità della vita che offre: radici culturali della popolazione, rapporti e relazioni con immigrati e l’incontro tra diverse
culture.
Il geografo strutturalista è incline a cercare i principi generali che governano l’organizzazione del territorio in modo da delineare
i modelli con portata generale.

La prospettiva postmodernista
Nel corso degli anni 80 è emerso un altro indirizzo, che in comune con l’indirizzo umanistico ha una profonda considerazione per
condizioni esistenziali dell’individuo riguardo ai luoghi e spazi.
E’ caratterizzato per una profonda avversione nei riguardi della geografia a sfondo strutturalista; avversione dovuta alla
pretesa di voler trovare le leggi che regolano le manifestazione territoriali dell’agire sociale. La geografia su base
postmodernista è stata chiamata così per via della sua attenzione sulle manifestazioni geografiche della società moderna e sul
modo moderno di rappresentare queste manifestazioni, cioè di come il substrato culturale della società moderna abbia
organizzato il territorio.
Da questo punto di vista il geografo postmodernista considera lo spazio geografico come prodotto sociale. L’indagine geografica
non è più rivolta allo studio degli elementi e delle relazioni tra quest’ultimi, come invece accade nell’impostazione strutturalista,
ma allo studio del senso sociale degli elementi.
Il geografo postmodernista prende in esame il paesaggio urbano, cioè le forme attraverso le quali la città è stata creata e si è
evoluta, e mette le forme in relazione alle pratiche sociali. Individua, per esempio, i segni di emarginazione sociale, analizza i
quartieri poveri; esplora il paesaggio urbano e i suoi segni, come il gruppo di immigrati considerando le varie interazioni
culturali. Il geografo postmodernista non crede che la rappresentazione possa essere oggettiva, e parte dal presupposto che le
singole rappresentazioni rispondano a logiche sociali. Al contrario dello strutturalismo, opera un processo di decostruzione per
mettere in risalto i vari rapporti sociale che stanno nel territorio.

Doppio livello di conoscenza geografica


Dal momento in cui fu delineata da Ratzel come un campo di studio ben strutturato, la geografia umana si è suddivisa in vari
settori; ma è interessante notare come la conoscenza geografica sia stata sempre prodotta operando su due livelli: quello
teorico e quello empirico.
Ratzel è riuscito nell’intento di dare un assetto ordinato alla geografia umana grazie alla sua notevole capacità di sistemazione
dei concetti e delle teorie. Vidal prediligeva la ricerca empirica basata su studi monografici e singoli territori. Con lo
strutturalismo si è tornati ad attribuire importanza alla ricerca teorica, e questo atteggiamento non è venuto meno anche in
altri due indirizzi, quello sistemico della complessità, mentre l’amore per la ricerca empirica è riemersa con l’indirizzo
umanistico.
Quanto più affinati sono i concetti e costruite le teorie, tanto più efficace potrà essere il lavoro sul campo; quanto più la ricerca
empirica sarà ben impostata e accurata, tanto migliore saranno i contributi che si otterranno per l’affinamento teorico.

E’ il momento di fare un sunto sul panorama dell’evoluzione della geografia umana, la quale ha portato a svolte importanti che
hanno permesso di rivalutare il modo di concepire le manifestazioni che, sulla superfice terrestre sono state prodotte
dall’incontro tra le comunità umane e la cultura.
Possiamo identificare 4 tipi di impostazioni: positivista, possibilista e strutturalista e, parallelamente, quello sistematico e della
complessità e, più tardi, l’indirizzo umanistico.
Questa disciplina si muove dal principio del primato dell’uomo, quindi del soggetto, nella creazione della conoscenza
geografica(umana): il soggetto diventa il centro della ricerca.
La geografia umana non guarda quindi alla terra, che è invece l’oggetto della geografia fisica, ma si occupa del mondo nella
misura in cui è stato coinvolto dalla presenza della specie umana.
Ratzel ecumene e anecumene: dove c’è o non c’è l’uomo.

discorso prigione: termine che ha voluto mettere in evidenza il razionalismo, specialmente in ambito strutturalista e sistemico,
cioè indentificare i rapporti di causalità esistenti tra gli elementi che caratterizzano i territorio. Questo tipo di discorso porta a
spiegazione, creazione di modelli e teorie.

Discorso creazione: non si propone di identificare i nessi di causalità che esistono tra gli elementi, ma cerchiamo piuttosto di
cogliere i simboli e i significati che le comunità umane hanno attribuito in passato ai singoli luoghi; ciò ci conduce a
comprendere piuttosto che a spiegare, non approda a teorie, modelli o schemi logici, ma a valori.

Categoria della conoscenza


Due filiere di conoscenza
Nell’affrontare il tema della rappresentazione della superfice terrestre in rapporto all’agire sociale, notiamo che alcuni parlano
di territorio e altri di spazio.
Le opere geografiche di stampo strutturalista e sistemica che trattano della superficie terrestre, usano il termine spazio e
raramente quello di territorio. Questi tendono a considerare la superfice terrestre in modo astratto, con l’intento di costruire
modelli che ne riflettano le caratteristiche generali, i principi fondamentali in moda da poter enunciare dei principi generali.
Al contrario, il termine territorio, rientra nel vocabolario dell’indirizzo del possibilismo e in quello umanistico; facendo prevalere
la tendenza a considerare la superfice terrestre nelle sue caratteristiche specifiche, senza avere l’ambizione di approdare a
principi generali sul modo con cui le comunità umane l’hanno utilizzata.
I geografi strutturalisti pongono l’attenzione su aree estese cercando di cogliere gli aspetti generali della superficie terrestre,
mentre i geografi di stampo umanistico, tendono a porre più attenzioni ai luoghi perché, in essi, si possono identificare le
caratteristiche dei singoli punti della superfice terrestre in rapporto alle condizioni di vita, alla cultura e all’esistenza delle
comunità umane.
Queste considerazioni ci fanno intravedere una divaricazione profonda tra due modi di rappresentare la superfice terrestre da
parte dei geografi. Da una parte c’è la geografia come scienza dello spazio, e la manifestazione più evidente sta nello
strutturalismo; mentre dall’altro lato abbiamo la geografia come scienza dei luoghi. Ciò può essere letto anche come i geografi
“razionalisti” pongano la loro attenzione sull’oggetto ritenendo di poter produrre una conoscenza oggettiva del territorio; al
contrario, la geografia umana pone il soggetto al centro delle loro indagini.
Territorializzazione
Quali rapporti si creano tra la società e il territorio e quali evoluzioni vanno incontro? Le varie tappe attraverso le quali si è
passati dalle civiltà antiche a quelle moderne sono caratterizzate da differenti modi di stanziamento sul territorio da parte delle
comunità umane, così come da differenti modi utilizzare le risorse naturali. Esiste dunque una relazione stretta tra l’agire sociale
e l’agire territoriale.
Il modo con cui la natura è percepita, conosciuta e inclusa nelle pratiche sociali è stato denominato “territorializzazione” per
mettere in evidenza il processo del comportamento umano in rapporto al territorio e alla sua trasformazione.

4- La pressione umana
Un problema cruciale
Inizialmente l’argomento era affrontato esponendo soprattutto come la popolazione mondiale fosse cresciuta e come si fosse
andata distribuendo sulla superfice terrestre.
Mentre oggi questo fenomeno viene visto in rapporto tra l’aumento della popolazione e il carattere limitato delle risorse
naturali. In precedenza, i geografi non avvertivano la necessità di farne un fulcro centrale del loro modo di trattare il tema della
popolazione. Oggigiorno l’aumento della popolazione ha fatto della sicurezza alimentare uno dei problemi fondamentali del
mondo in via di sviluppo, le migrazioni hanno raggiunto dimensioni così vaste da sollevare problemi di compatibilità tra gruppi
immigrati e le comunità di inserimento, la popolazione continua a concentrarsi sui contesti urbani creano problemi ambientali e
sociali in vaste aree del mondo. Sollevando tutti quegli aspetti geografici connaturai ai problemi derivanti dalla crescita
demografica.
La prima volta che la popolazione mondiale è stata considerata nel suo insieme è stato durante la rivoluzione industriale.
Per assistere al primo accenno di aumento demografico si dovette attendere il 1700, quando le grandi epidemie ebbero termine
e le economie europee andarono incontro a miglioramenti provocati dallo sfruttamento delle risorse grazie alle nuove
innovazioni tecnologiche.
Considerando la distribuzione degli abitanti sulla superfice terrestre la popolazione si evolve in conseguenza di due movimenti:
quello naturale e quello migratorio.

5-Urbanizzazione
Dalla prospettiva geografica umana è importante soprattutto chiederci come avvenne il passaggio dal villaggio alla città. Nello
spazio di 6-7 millenni quell’impulso a passare dall’organizzazione semplice, propria del villaggio, all’organizzazione articolata,
propria delle città, ha proposto organismi urbani estesi e complicati.
Ecco, dunque, che l’espansione urbana e l’occupazione di porzioni sempre più vaste della superfice terrestre si propongono
come il tema primario della geografia urbana.
Questa tendenza all’urbanizzazione sta andando incontro a forti accelerazioni: negli ambienti urbani vivono una popolazione di
5 miliardi di abitanti.
L’espansione del tessuto urbano mostra un doppio volto: quello delle città del mondo ricco e quello delle città del mondo
povero. Il caso di Durban, la metropoli del Sud africa, dove metà della popolazione è affetto da HIV; nettamente separata da
questa si profila una fascia di quartieri ben ordinati, palazzi moderni, strade affollate di veicoli, una città opulenta. Questo è un
caso particolare in cui risulta evidente il paesaggio urbano su cui è impresso un doppio volto: quello dei ceti ricchi e quello dei
ceti poveri, cultura esterna, altra.
Se new York è il simbolo della crescita delle coperture urbane nel mondo ricco, Durban è quello delle città del mondo povero.

6- Risorse e sviluppo
Abbiamo precedentemente analizzato il concetto di territorializzazione come strumento attraverso il quale è possibile indagare
le manifestazioni geografiche della presenza umana sulla superfice terrestre e delle sue interazioni con la natura. La
territorializzazione è costituita da processi che, ispirati dalla cultura delle comunità umane e sostenuti dalle tecnologie di
intervento sull’ambiente, trasformano la natura in un prodotto sociale. La crescita della popolazione mondiale ha, ovviamente,
accelerato la diffusione dei fenomeni di territorializzazione fino al punto da coinvolgere ogni superfice della terra; tutto questo
in un’ottica in cui la natura è stata distrutta o piegata a disegni che considerano la superfice terrestre come un mero spazio di
sfruttamento. Da un lato abbiamo avuto la sottrazione di superfici alle attività agricole, dall’altro l’espansione industriale ha
portato ad una progressiva intensificazione degli impatti ambientali.
Il tutto può essere suddiviso in due tappe: la prima, quella pertinente alle forme territoriali dell’uso di risorse, fa parte della
geografia economica, un ramo della geografia umana; la seconda tappa riguarda le implicazioni sociali, le quali rientrano nella
geografia sociale, altro ramo in espansione della geografia umana.
Fino agli anni 70, il geografo si è concentrato su 4 questioni:
-i fattori che hanno indotto un certo tipo di economia a insediarsi in un determinato sito? (localizzazione)
-i fattori della distribuzione geografica(distribuzione)
-la propagazione del territorio relativa alla forma d’uso delle risorse (diffusione)
-i movimenti associati all’uso di una risorsa(circolazione)

inizialmente ci si è approcciati a questi elementi attraverso un’indagine di stampo strutturalista ma, più tardi, negli anni 80, si
sono profilati più interessi. Il primo riguarda la condizione costituita dall’ambiente naturale, attraverso cui fare un’indagine in
relazione alle manifestazioni territoriali dell’economia con l’impatto che esse producono sull’ambiente naturale in termini di
inquinamento. La seconda condizione riguarda la qualità della vita, in rapporto al quale il geografo deve mettere in relazioni le
comunità umane in termini di ricchezza individuale, rischi per la salute e l’impatto sul patrimonio culturale.
Queste evoluzioni sono avvenute in parallelo con i cambiamenti intervenuti nelle impostazioni politiche delle nazioni unite.
Muovendo dalle conclusioni della conferenza sull’ambiente umano (1972); da qui si è sviluppato un dibattito che portato
all’introduzione del concetto di “sviluppo sostenibile”, il rapporto al quale il fatto economico è posto in relazione con le
condizioni ecologiche e con l’impatto sociale. Contemporaneamente si è fatta strada la propensione a riconsiderare il
sottosviluppo non più come una mera assenza di ricchezza, ma tenendo conto della qualità della vita e del rispetto della
persona. Queste riflessioni hanno condotto a proporre il concetto di sviluppo umano che è correlato a quello di sviluppo
sostenibile.

La base ideologica dello sviluppo sostenibile fu adottata da tutti i paesi alla conclusione della conferenza delle nazioni unite su
un ambiente (conferenza di Rio 1992); in questa circostanza lo sviluppo sostenibile fu inteso come il contestuale perseguimento
di tre obiettivi:
-integrità dell’ecosistema
-efficienza economica
-equità sociale(compreso il rispetto per le generazioni future)

Si può considerare il significato che la nozione di sviluppo sostenibile riveste per la geografia umana se si tiene prese che la sua
base ideologica va ricercata nell’idea generale di progresso, quale si delineò nel 700 fino a diventare un caposaldo della
modernità. Nei termini in cui fu concepito dall’illuminismo, il progresso consiste in uno sviluppo lineare di eventi, in rapporto al
quale ogni evento dà luogo ad un miglioramento all’evento precedente. La storia umana può essere quindi rappresentata come
un cammino verso il progresso. L’ideologia basata sulla fede nella ragione come unico strumento per costruire il cammino
dell’umanità. Applicata al contesto sociale, dall’idea di progresso è emersa quella di sviluppo economico, secondo la quale la
società umana, se adotta politiche razionali può aumentare il proprio benessere.
Il risultato sarebbe il prodotto dell’azione congiunta di tre fattori: avanzamento scientifico, innovazione tecnologica e la
creazione di modelli politici adeguati.
Secondo il pensiero dell’economia classica(Adam Smith), la politica per avanzare nello sviluppo, quindi un progresso della
società, deve essere quella della libera iniziativa. Al contrario, per Marx, lo sviluppo si può conseguire conferendo allo stato la
direzione dell’organizzazione economica.

Le politiche adottate fino agli anni 70 si sono poste due obiettivi: accrescere il reddito e assicurare la piena occupazione; quindi,
sul piano territoriale ciò si è trasformato in una forte industrializzazione, espansione urbana e sviluppo dei trasporti. In
sostanza, la maggior parte delle trasformazioni del territorio, fino agli anni 70’, sono state giustificate da un teoria che
indentificava lo sviluppo economico con la crescita.
All’inizio degli anni 70, questa base ideologica subì un nuovo scossone.
Sul piano geografico ci si rese conto che le risorse naturali non erano un bene illimitato e, quindi, si avanzo la tesi secondo la
quale ci si doveva porre il problema della scelta tra le risorse naturali da utilizzare, quindi si iniziò a valutare l’impiego di energia
solare rispetto a quella dei combustibili fossili.
Ciò permise di delineare le prime politiche di stampo ambientale. La conseguenza più importante fu che l’ambiente venne
internalizzato alla politica. Per la prima volta, alla produzione di ricchezza e alla piena occupazione si affiancava un altro
elemento, quello della salvaguardia ambientale.

Vent’anni dopo, a Rio, la rotta intrapresa negli anni 70 subì una forte correzione. L’introduzione si sviluppo sostenibile, ciò
provocò una drastica svolta ideologica, che portava ad una nuova concezione.
L’ideologia dello sviluppo sostenibile – inteso come perseguimento di integrità ecologica ed equità sociale- rovesciò alcuni
pilastri portanti del pensiero delle politiche tradizionali.

La considerazione dell’integrità ecologica implicava che la natura fosse un complesso mosaico di ecosistemi esposta alla
preoccupante pressione umana. La visione della natura, quindi, venne sostituita da una visione organicistica, in cui la vita è stata
posta al centro dell’attenzione. Salvaguardare l’integrità dell’ecosistema implica che si abbia una conoscenza appropriata del
modo con cui l’uso delle risorse può avvenire senza produrre collassi nelle forme di vita. Il problema cruciale diventa quindi la
pressione umana sull’ecosistema.
Secondo l’ideologia dello sviluppo sostenibile, per far sì che la pressione umana non produca collassi ecologici bisogna
perseguire: efficienza economica. In questo modo si sostituisce la crescita economica con la sua efficienza.
Il fulcro del geografo non consiste più nel modo con cui la popolazione si dispone sul territorio, ma nella rappresentazione delle
manifestazioni geografiche della pressione umana sull’ecosistema.

la terza componente dello sviluppo sostenibile, è quella dell’equità sociale, che costituisce l’obiettivo ultimo delle politiche. Le
nazioni unite partono dal presupposto che il rispetto della persona umana non debba consistere soltanto nella produzione dei
diritti inalienabili, ma anche dalla piena possibilità di sviluppare le proprie doti individuali, ciò implica libertà di accesso ai
patrimoni ecologici e culturali e la creazione di condizioni di equità nella vita sociale; a ciò si aggiunge anche la salvaguardia per
le generazioni future. Il principio dello sviluppo sostenibile non è in contrasto con l’ideale del progresso; piuttosto costituisce
una fase matura dell’ideologia dello sviluppo.
Lo sviluppo diventa sostenibile quando nella sua realizzazione c’è un equilibrio tra consumo e risorse. La politica è concepita
come assunzione di responsabilità nei riguardi della natura e della persona umana.

Risorsa
La risorsa consiste in un bene, utile al raggiungimento di un certo fine: è un’idea riferita concettualmente agli obiettivi
dell’azione umana. Applicando questa idea generale al tema della territorializzazione la risorsa vene considerato in rapporto
all’organizzazione del territorio, sia a quello attuale che a quello attraverso le politiche e le azioni.

Stock: quantità di materiali utili che esistono sulla terra


Riserva: risorse utilizzabili in un determinato momento storico

7- società e territorio
Per raggiungere una visione più ampia della territorializzazione dobbiamo includere la dimensione sociale dell’abitare e
sfruttare la superfice terrestre nelle rappresentazioni prodotte dalla geografia umana. È il momento di compiere un passo in
avanti spostandoci dalla componente economica della territorializzazione alla componente sociale.
Entriamo quindi nella dimensione della geografia sociale, un ramo della geografia umana che si occupa delle manifestazioni
geografiche connesse ai modi in cui la società è organizzata e alle condizioni di vita delle comunità umane. Dobbiamo ricordare
che questa tematica negli anni 80 ha attraversato una svolta nel campo di studi, ci fu un momento in cui le nazioni unite
introdussero una specifica richiesta.
Prima che le nazioni unite intervenissero, la geografia umana considerava la dimensione sociale della territorializzazione in due
modi. IL primo consisteva nello studio delle istituzioni sociali, come le strutture professionali delle popolazioni, e di alcuni
aspetti delle condizioni di vita o la distribuzione delle malattie; questo tipo di indagine geografica era “ideologicamente
neutrale”. Il secondo modo di indagine, invece, era caratterizzato esplicitamente su base marxista, e cioè che tutte le
manifestazioni territoriali di qualunque genere erano considerate il prodotto di una lotta di classe, un conflitto tra una classe
oppressa(proletariato) e una dominante(borghesia).
Questa nuova fase, avviata dalle nazioni unite, possiede due connotazioni. In primo luogo, oltrepassa quell’ideologia neutrale,
concentrandosi sui problemi in termini pragmatici e in funzione di una propria ideologia(esplicita?), che è quello dello sviluppo
sostenibile inerente allo sviluppo umano.
L’obiettivo fondamentale di questa prospettiva consiste nel delineare modelli di collaborazione internazionale per ridurre
povertà e divari nelle condizioni di vita. In sostanza, le nazioni unite propongono un disegno ideologico condivisibile in ogni
contesto culturale in modo solidale. In secondo luogo, l’impostazione delle nazioni unite è caratterizzata da un insieme di
problemi sui cui concentrare le indagini e in rapporto ai quale costruire modelli di azione politica.

l’ideologia della sostenibilità


Il principio dello sviluppo sostenibile è indubbiamente il fulcro dell’ideologia attraverso la quale si cerca di affrontare i problemi
intrinsechi alla società moderna, soprattutto il divario tra i paesi più sviluppati, tra ricchi e poveri. Lo sviluppo sostenibile è
perseguimento di integrità ecologica, efficienza economica ed equità sociale, quest’ultima è la più importante perché è il fine
ultimo dell’azione politica delle nazioni unite. Il principio dello sviluppo sostenibile è traducibile nel seguente modo: le
politiche devono essere indirizzate al miglioramento delle qualità della vita e al superamento della povertà attraverso misure
compatibili con la salvaguardia dell’ambiente attraverso un uso efficiente delle risorse.
-ogni essere umano ha il diritto d vivere in un ambiente adatto alla sua salute e benessere
-gli stati devono tutelare le risorse naturali, per il presente e per le generazioni future
-componente sociale come fine ultimo dello sviluppo sostenibile
-tutela e valorizzazione della donna
-diritti comunità indigene
Sono obiettivi molti importanti perché, su scala mondiale, le disparità nelle condizioni di vita tra paesi sviluppati e in via di
sviluppo sono cresciuto in modo esponenziale.
Concetto di povertà
La povertà non è agevole da definire perché può essere considerata in varie prospettive:
-sociale(condizioni di vita inferiori)
-economico(poche risorse)
-etico( condizioni in cui non è possibile esprimere la propria personalità)
La povertà, se la consideriamo da una prospettiva sociale, è essenzialmente la privazione di risorse, le quali limitano l’accesso
alla fruizione del patrimonio ecologico e culturale.
Nelle società in via di sviluppo, a determinare le condizioni di povertà concorrono tre elementi:
-speranza di vita
-fruizione della cultura
-capacità di accesso

Geografia della salute


Esiste una forte relazione tra produzione agricole, alimentazione e salute: più le condizioni dell’alimentazione sono avanzate più
si vive a lungo e aumenta la speranza di vita; altri fattori importanti sono: condizioni igieniche, assistenza sanitaria e
alimentazione.
Oltre a ciò, lo stato di salute dipende anche dalle condizioni dell’ambiente e dalla disponibilità di acqua di buona qualità.
La geografia medica si relaziona anche alla diffusione delle malattie, che vengono studiate in connessione con l’ambiente in cui
sorgono. Muovendo da questo concetto lo studio della geografia medica si è sviluppato a lungo un itinerario che procede
dall’indagine sulle condizioni dell’ambiente fisico e sociali e sulla propagazione delle strutture sanitarie.

-8 Cultura e territorio
Una duplice prospettiva
Dal punto di vista della territorializzazione umana, possiamo assumere due prospettive: teorica ed empirica.
A livello teorico costruiamo teorie; mentre a livello empirico possiamo distinguere spazi e luoghi.
La ricerca empirica consiste nella descrizione e nella rappresentazione di un tipo di elemento territoriale su un determinato
spazio. Se, per esempio, decidiamo di indagare il paesaggio di una certa città, fornendo una visione di una prospettiva culturale,
con lo scopo di mettere in evidenza i valori presenti nei luoghi urbani, allora stiamo facendo un tipo di indagine che prende il
nome di monografia, uno studio specifico su un argomento ben determinato.

Questi due livelli interagiscono sempre: teorico ed empirico. Sul livello teorico si producono strumenti concettuali e
metodologici, che la ricerca empirica utilizza per studiare singoli territori; dall’altra parte, la ricerca empirica, fornisce un
importante contributo per procedere sul livello teorico.

Soffermiamoci sul livello teorico, e la sua posizione nel modo di considerare il territorio. Nel 700 ha debuttato un’idea
geografica di regione, nel 800 è stato introdotto il concetto di paesaggio, all’inizio del 900 si è teorizzato il genere di vita; nella
seconda parte del 900 hanno debuttato le idee di struttura e di sistema territoriale. Ogni sistema territoriale mentre in rapporto
la cultura e la natura), e di rappresentare le manifestazioni territoriali (territorializzazione).
Ora poniamo l’attenzione sull’elemento della cultura; la quale riveste molta importanza per due circostanze. La prima perché è
il motore prima che sta alla base della territorializzazione, la fisionomia dei paesaggi e del territorio (prodotti culturali). La
seconda è che la cultura sta assumendo una forte rilevanza da un punto di vista politico, proprio perché, dagli anni 70 in poi, e
diventa un’importantissima risorsa per lo sviluppo, sia umano che culturale.
Il primo a parlare in chiave sociale della cultura è stato Taylor che con il suo “culture primitive” propose di considerare la cultura
come un insieme complesso di valori e credenza, di leggi, costumi e morale, in questo modo il concetto di cultura ottenne una
dimensione prettamente di stampo sociale.
Oltre a ciò diede uno slancio culturale in un’ottica evoluzionista: da culture più semplici, a culture più complesse. (storicismo).
In questo modo la cultura iniziò ad essere indagata come una realtà materiale, spiegabile in termini di causa-effetto.
In seguito, grazie a Benedict, l’antropologia culturale approdò ad una nuova visione: quella strutturalista, in grado di darle un
ordine, la possibilità di costrizione di schemi generali, modelli, teorie ecc.

La geografia culturale
I geografi tedeschi hanno introdotto questo termine fin dalla metà del 800. Lo stesso Humboldt aveva inserito descrizioni delle
culture delle comunità umane in cui si era imbattuto. Anche Ratzel aveva compiuto studi sulle culture indigene in Nord America.
Ma soltanto a metà degli anni 20, la geografia culturale è stata concepita chiaramente come ramo della geografia umana,
facendone un campo di studi ben delineato: “la scuola di Barkley”
Impostazione strutturalista
La concezione strutturalista dava modo di considerare la cultura come una realtà costituita da elementi connessi tra di loro, e
rendeva possibile l’uso di procedimenti analitici, in base ai quali tra gli elementi erano ipotizzabili dei rapporti causali. La
geografia culturale ha contribuito a far comprendere come si evolvessero le culture dei singoli territori. Campi di studio come:
-distribuzione geografica e la diffusione sul territorio di elementi culturali
-manifestazioni geografiche dell’ecologia culturale e i modi con cui l’ambiente e lo sfruttamento delle risorse naturali siano
percepiti dalle culture
-Identificazioni delle regioni culturali (distribuzione del paesaggio)

Itinerario non strutturalista


La cultura è stata considerata come un patrimonio intellettuale e spirituale, quindi come una realtà che mal si presta ad essere
ridotta ad una struttura; ma, piuttosto, va compresa nel suo insieme, nei suoi atteggiamenti che possiamo definire “ semiotici” e
“spirituali”.
L’atteggiamento semiotico tende a considerare la cultura come una creazione di simboli e significati; le manifestazioni
geografiche della cultura sono identificabili nella presenza di simboli, luoghi e spazi.
Rispetto allo strutturalismo, l’atteggiamento semiotico tende a considerare la cultura, non come un oggetto
esterno(strutturalismo) ,a come una proiezione del soggetto nella realtà esterna. La rappresentazione parla di una realtà
soggettiva.

Itinerario spiritualista
Un cambio di rotta ancora più radicale è quello spiritualista, il quale pone il soggetto al fulcro della rappresentazione culturale,
per la realtà non è più considerata nella sua oggettività, ma solo in quanto assorbita nella sfera spirituale del soggetto.
La ricerca del potenziale espressivo è ricercata molto nelle testimonianze poetiche, letterarie e figurative. La partecipazione
spiritualista nel imprimere un senso astratto ai luoghi e dona, all’indirizzo spiritualista, un duplice interesse: geografico e
filosofico (geo filosofia).
Questa visione non strutturalista sta producendo interessanti considerazioni nello studio del paesaggio, inteso, non come una
fisionomia naturale del territorio, ma come uno spazio in cui la cultura si è prodotta dall’interazione tra le comunità umane e la
natura, rendendo la cultura una realtà fisica.

Il paesaggio, manifestazione culturale primaria


Il paesaggio ha sviluppato un grande numero di teorie. Tutti i dibattiti hanno a che fare con il modo in cui il paesaggio è
considerato in rapporto all’intervento sul territorio(territorializzazione)

Il debutto del paesaggio: doppio dualismo


Il debutto con il paesaggio in geografia risale a Humboldt il quale, traendo l’espressione dal linguaggio comune, ne fece un
oggetto di studio geografico, conferendogli un contenuto scientifico.
Già in quel momento si poterono avvertire due modi di intendere e rappresentare il paesaggio.
Questi due modi furono esemplificati, uno da Humboldt, e l’altro da Ritter.
Humboldt era persuaso che il paesaggio consistesse nelle forme che il territorio assume in conseguenza dei nessi di causalità
presenti tra condizioni fisiche e il modo di abitare il territorio e di sfruttare le risorse. Descrivere il paesaggio si traduceva nel
mettere in risalto le condizioni essenziali e l’ordine attraverso l’investigazione.
Ritter, invece, era sensibile al romanticismo (non al positivismo di Humboldt); per lui il paesaggio era un teatro dove si
celebrava “il dramma della storia e del destino”. Vi cercava i segni di un un’qualcosa che sta “oltre”, un retroscena non visibile.
La sua rappresentazione tendeva ad individuare ciò che è evidente di per sé, che non ha bisogno di essere spiegato perché già
compreso dall’intelletto e dalla sensibilità umana.

L’impostazione di Humboldt è stata la base per considerare la base del paesaggio come una realtà esterna al soggetto, una
realtà che si può indagare e rappresentare attraverso l’uso della logica analitica. (principi cartesiani); da ciò ne deriva una
conoscenza della natura oggettiva.(determinismo)
Ritter, invece, considera il paesaggio come una realtà soggettiva, che nasceva all’interno del soggetto in virtù delle sue capacità
di vedere nel paesaggio quello che non era materialmente manifesto, considerandola una realtà ricca di contenuto spirituale.

Durante il 900, quindi, si sono tenuti distinti due concetti, quello di paesaggio naturale e quello di paesaggio
geografico(antropogeografico); per paesaggio geografico si intende ogni aspetto naturale e ogni aspetto derivante dalla
presenza umana.
Questa impostazione conduce a ritenere che i due termini si riferiscano a due tappe del modo di conoscere il paesaggio: nella
prima tappa si produce una conoscenza circoscritta agli elementi fisici, la base sulla quale è intervenuta la territorializzazione,
mentre nella seconda la conoscenza viene estesa agli elementi umani, per approdare ad una visione complessiva.

Il paesaggio come forma di interazione uomo-natura


Il primo passo nel rappresentare il paesaggio come espressione geografica dell’interazione tra la cultura e natura fu grazie a
Vidal. Egli era persuaso che la natura avesse una funzione fondamentale nel produrre il paesaggio e che il geografo dovesse
porre molta attenzione nel rappresentare le caratteristiche geomorfologiche e le strutture geologiche. Era anche convinto che il
paesaggio fosse una realtà esterna al soggetto e che la sua rappresentazione, compiuta in modo analitico, avrebbe condotto
ad una conoscenza oggettiva. Contemporaneamente, però, egli attribuisca una rilevanza cruciale alle azioni delle comunità
umane e riteneva che la cultura fosse il fattore decisivo per determinare le forme del territorio e che, il compito del geografo
consiste nello spiegare queste interazioni.

La natura non è considerata in sé, ma in rapporto alle influenze che esercita sulle comunità umane. Ciò porta a due influenze:
positive perché offrono opportunità alle comunità umane, negativo quando, invece, pongono dei vincoli.

Le comunità umane costituiscono il secondo elemento del modello discorsivo di Vidal; vengono considerate per le loro capacità
di intervenire sul territorio sfruttandone le opportunità. Ciò è dovuto da un fattore culturale (conoscenze scientifiche), e da un
fattore tecnologico (strumenti di intervento sul territorio).
Ci troviamo dunque di fronte a quattro elementi, due naturali (opportunità è condizionamento) e due sociali (cultura e
tecnologia). Dallo sviluppo di questi elementi deriva la territorializzazione, cioè la riduzione della natura a territorio a spazio
organizzato. Le forme tangibili di questo processo costituiscono il paesaggio. In quest’ottica il paesaggio non è una realtà statica,
ma una realtà in cui va tenuto conto la sua evoluzione storica; ciò chiama in causa una doppia storia: naturale e sociale.

Il paesaggio in chiave di sistema naturale


La concezione di Vidal fu il prodotto e lo sforzo per considerare il paesaggio esterno al soggetto e, nello stesso tempo, come il
rapporto tra elemento sociale e natura.
Nel corso degli anni 70 emersero impostazioni incentrate sulla natura. La più importante tra queste è quella del paesaggio
inteso come manifestazione di un geosistema. Sviluppata in Francia e in Russia, questo ragionamento ha 3 tappe:
1- il territorio si organizza in geosistemi. Il geosistema è un sistema naturale, composto da strutture geologiche, forme del
terreno, suoli, clima ecc.; è un insieme di elementi fisici legati tra di loro in modo da formare un tutto che si evolve nel corso del
tempo
2-il paesaggio è la manifestazione visibile dei geosistemi. Le forme espresse dall’interazione tra gli elementi fisici che
compongono un sistema danno vita al paesaggio
3-esaminando il paesaggio si giunge al geosistema. Lo studio del paesaggio è funzionale a comprendere le strutture e i
meccanismi da cui deriva la dinamica del territorio, ciò sta alla base per una conoscenza scientifica del territorio.

Questa impostazione consiste nell’aver un nesso stretto tra geosistema e paesaggio.


Però questa impostazione considera il paesaggio solo in termini di aspetti fisici. Invece, tra gli anni 70 e 80 hanno cominciato a
considerare anche gli aspetti umani; limitandosi, però, soltanto agli aspetti socio-economici, cioè spiegabili in termini causali
nella relazione con gli elementi fisici del territorio, evitando di prendere in considerazione gli aspetti culturali.

Soggetto e oggetto nel paesaggio


Mentre si tentava di fare del paesaggio un tema di geografia fisica ci si rese conto che la rappresentazione del paesaggio
manifestava due punti deboli:
-riduzione dell’aspetto umano(aspetti culturali)
-lasciare estraneo il soggetto
Inserire il soggetto nel discorso geografico avrebbe portato ad un problema filosofico di grande portata: se considerare la realtà
in senso oggettivo, oppure in senso soggettivo, cioè una proiezione del soggetto.

A metà degli anni 70 se ne rese conto Brunet, il quale propose una sorta di compromesso, all’interno del quale cercava di
superare le visioni restrittive del paesaggio collegato al geosistema attraverso una considerazione più profonda degli aspetti
umani, ma al contempo cercava un modo per attribuire attenzione al soggetto senza farne il centro della rappresentazione del
paesaggio, in modo da non cadere nel soggettivismo.
Introduce quindi la percezione nella rappresentazione del paesaggio facendone il fulcro della sua indagine.
Essa produce due aspetti, da un lato produce la conoscenza della struttura del territorio, composta da elementi naturali e
umani. In questo modo ci conduce all’interno dei “sistemi” nei quali il territorio si articola e si evolve. Questo tipo di indagine si
fonda sull’identificazione di relazioni causali tra gli elementi di natura oggettiva.
Ne segue che, pur partendo da un fatto soggettivo (la percezione), si arriva ad una rappresentazione oggettiva del paesaggio.
Centralità del soggetto
Per ampia parte del 900 il paesaggio è stato considerato come una realtà in senso oggettivistico, e soltanto nel corso degli anni
70 è emerso il problema del soggetto.
Parte della geografia ha adottato una posizione più radicale e ha posto il soggetto al centro della rappresentazione del
paesaggio. Così facendo, il paesaggio è diventato una realtà soggettiva: cioè la proiezione del soggetto sul territorio.

Per capire ciò, Turri è ricorso all’immagine del teatro. Ponendo il soggetto al centro della rappresentazione, il paesaggio è stato
assimilato a una sorta di palcoscenico nel quale il soggetto proietta la propria visione del mondo, i suoi valori e i prodotti della
sua immaginazione, intellettuale e spirituale. Ciò ci conduce a ritenere che ogni persona, con il suo universo di sentimenti,
percezioni e immaginazione dia luogo a una propria rappresentazione della realtà esterna; la realtà diventa una proiezione del
soggetto su una quinta esterna.
Da questa impostazione si sviluppano due itinerari:

-semiotico: considera il paesaggio come un insieme di luoghi ognuno dei quali costituisce un segno, un simbolo, che gli è
attribuito dalle comunità umane. Su questa base, il paesaggio è assunto come un tappeto di simboli che rimandano a significati,
questi ultimi suscettibile di cambiare insieme al corso dell’evoluzione culturale della società in cui è immerso il soggetto.
-spiritualista: esalta ancora di più la soggettività della rappresentazione del paesaggio; di fronte al paesaggio, il soggetto riceve
un impulso emotivo e crea una propria percezione del paesaggio. Quanto più elevata è la sensibilità emotiva, tanto più alta sarà
il valore del paesaggio. Non valgono, quindi, le facoltà razionali, ma quelle spirituali.

La cultura è stata inclusa dalla geografia soltanto in due contesti, quello Vidaliano, semiotico e spiritualista. Nella concezione
vidaliana la cultura è riferita alla storia ed è stata intesa come l’accumulazione di conoscenze e forme di intervento sul territorio.
Nelle concezioni contemporanee (semiotico e spiritualista) la cultura è stata considerata in senso molto esteso, come valori
riferiti alle forme del territorio.

10- la civiltà
E’ utile tenere conto che l’idea di civiltà ha seguito un percorso parallelo a quello di cultura.
Etimologicamente “civiltà” rimanda all’idea dello stare in città, di vivere ben inserito in contesto ambito sociale, seguendo
buone regole di comportamento; la civiltà, quindi, è un fenomeno prettamente sociale.
Il problema nasce dal modo con cui, concettualmente, definire il legame tra cultura e civiltà.
Possiamo considerare la civiltà come l’espressione più alta della cultura, oppure come una forma superiore di organizzazione
sociale.

E’ ragionevole pensare che il potenziale di espansione geografica di una civiltà sia correlato con il potenziale di creazione di
cultura tangibile, che si manifesta attraverso la territorializzazione, e di cultura intangibile.
La società moderna è stata protagonista di un processo di espansione geografica senza precedenti; in questo processo possiamo
identificare tre stadi: europeizzazione, occidentalizzazione e globalizzazione.

Primo stadio: europeizzazione. La rivoluzione industriale fu esportata nel moto attraverso una politica di colonizzazione che
differiva dalle conquiste precedenti perché si proponeva di occupare vasti territori, sfruttandone le risorse naturali e creare
nuovi mercati. Era una vera e propria territorializzazione, in cui le tecnologie dei paesi dominanti erano esportate negli spazi
assoggettati per trarne materie prime da trasformare nelle industrie della madre patria. (protagonista l’Inghilterra)

Secondo stadio: occidentalizzazione. Tra la fine dell’800 e l’avvio del 900, il mondo fu coinvolto da una forte ondata di
innovazioni tecnologiche: petrolio, elettricità, telegrafo e telefono posero le basi per creare le moderne reti urbane di
comunicazioni.
Questo cambiamento condusse gli stati uniti a diventare il fulcro della modernità e a sostituirsi alla gran Bretagna nell’esercitare
una funzione trainante nella modernizzazione. Da quel momento, dall’europeizzazione si passò all’occidentalizzazione del
mondo. A metà del 900 la configurazione geografica del mondo era orientata su due fulcri: stati uniti e gran Bretagna; il resto
del mondo era diviso in area trainata e area trainante: paesi che avevano adottato gli elementi dell’organizzazione economica e
tecnologica dell’area trainante, e paesi profondamenti sottosviluppati, che non erano in condizione di adottare organizzazione
moderne.

La globalizzazione costituisce il terzo stadio, dopo l’europeizzazione e l’occidentalizzazione, attraverso il quale si è evoluta la
società moderna. L’europeizzazione ha coinvolto vasti parti del mondo. L’occidentalizzazione ha esteso le parti coinvolte
attraverso schemi di coordinamento su scala globale. La globalizzazione ha completato il cammino attraverso la creazione di
reti strategiche che avvolgono l’interno ecumene.
Globalizzazione: la globalizzazione è comunemente intesa come l’ideazione di beni standard realizzi in reti mondiali di strutture
produttive, diffuse attraverso reti globali di trasporto e imposti mediante politiche di mercato su scala globale. Alla dimensione
economica si aggiunge quella sociale: si diffondono modelli di comportamento sociale basati sulla condivisione di visioni
uniforme del mondo e dell’esistenza individuale nell’ambito della società. Le reti di trasposto e di comunicazione costituiscono il
supporto per attivare strategie. Nel loro complesso , le due dimensioni danno luogo a forme di territorializzazione del tutto
nuove su vari profili: si restringono le aree di vegetazione, si preferiscono colture estensive, e si riducono le specie coltivate,
dando origine ad una riduzione della diversità biologica; si diffondono sistemi standard di produzione conducendo al declino
sistemi “indigeni” e si esaltano i prodotti importati a discapito delle economie di sussistenza.
Questi processi hanno indotto impatti intesi e di vasta portata. Sempre più comunità accolgono nuovi beni e servizi
abbandonando quelli tradizionali. Gli impatti più significativi, quindi, sono quelli sulla dimensione culturale delle comunità. La
domanda che si è posto Braudel è “l’espansione di questa civiltà condurrà all’estinzione delle altre civiltà?”

La cultura è costituita dalla capacità di rispondere alle sfide di varia natura cui la singola comunità umana si trova di fronte,
mentre la civiltà è costituita dagli strumenti attraverso i quali può avvenire la risposta.

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