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La belle époque

Con il termine “Belle Époque” si indica il periodo storico, socio-culturale e artistico europeo che va
dall'ultimo ventennio dell'Ottocento all'inizio della prima guerra mondiale quindi dal 1871 al 1914.

Pur facendo riferimento specifico alla Francia, e in special modo a Parigi, esso vide manifestazioni parallele
con tratti molto simili in contesti europei ed extra europei, come gli Stati Uniti (la cosiddetta Gilded Age) e il
Messico (il "Porfiriato"), mentre in Italia coincise di fatto con l'età umbertina (1878-1900) e l'età giolittiana
(1903-1914).

La Belle Époque si va ad indentificare come un periodo di pace, prosperità e sviluppo. Durante il quale si
venne a creare un’atmosfera di ottimismo a tratti utopico dato dalle continue scoperte ed innovazioni
tecnologiche, in ordine sparso troviamo:

 L’acqua corrente e i servizi igienici vennero istallati nelle case borghesi;


 A Torino e a Milano fu inaugurato il primo impianto di illuminazione elettrica a Torino in piazza Carlo
Felice con 12 lampade ad arco Siemens da 800 candele; nello stesso anno le Ferrovie illuminarono
elettricamente la stazione di Porta Nuova e l'ingegnere torinese Enrico progettò l'illuminazione del
Teatro Regio;
 Le comunicazioni divennero più facili grazie ai telefoni e ai nuovi mezzi di trasporto: metropolitane ed
automobili;
 A questo proposito venne inventato il motore a scoppio che porto all’impiego del petrolio, il quale
sostituì il carbone come principale fonte energetica inoltre le ferrovie nell’Europa continentale
passarono da 225.000 a 340.000 km. Grazie all’impiego dei nuovi motori a turbina e degli scafi metallici
aumentò anche la velocità dei trasporti marittimi;
 Le nuove leghe metalliche, come l’alluminio e l’acciaio, utilizzate fin dalla metà dell’Ottocento, vennero
proficuamente impiegate in vari settori. Ad esempio il Titanic era tenuto assieme da circa tre milioni di
rivetti in ferro battuto, ovvero acciaio a basso contenuto di carbonio;
 Nel campo della chimica e della fisica sperimentale troviamo gli studi sulla radioattività di Marie Curie e
di Ernest Rutherford, i quali permisero sviluppi medici e fisici impensabili;
 Nel campo della fisica teorica, venne enunciata la teoria quantistica di Planck che ipotizzò l’emissione
discontinua dell’energia e ancora Albert Einstein formulò la teoria della relatività, che demoliva la
tradizionale idea newtoniana di uno spazio e un tempo assoluti;
 Analogamente, gli studi di Sigmund Freud sull’inconscio e la messa a punto di un metodo psicoanalitico
capace di sconvolgere le ben poche certezze di allora;
 In campo artistico, troviamo particolarmente i pittori dell’Espressionismo e del Cubismo come Pablo
Picasso. L’artista non era più il portatore di un messaggio comprensibile a tutta l’umanità, ma il
testimone dell’impossibilità di comunicare in modo univoco, era l’interprete di un mondo dominato
dalla disgregazione sociale e in cui si era perso il significato della vita, alla ricerca di un significato che
sfugge alla maggioranza delle persone;

Quando iniziò il nuovo secolo, Parigi volle celebrarlo con un'incredibile mostra: L’Exposition Universelle. La
quale esponeva le maggiori innovazioni tecnologiche implementate nella vita di tutti i giorni: dalle mille
varietà di tè, passando per le scale mobili fino ai tram elettrici.

L'Europa era in pace dalla guerra franco-prussiana. Nessuno pensava più, quindi, che la guerra potesse
devastare ancora il mondo tant’è che si tennero i primi giochi olimpici. Tale clima non impedì alle potenze
occidentali di condurre la propria espansione coloniale. Tale politica, detta imperialismo, prendeva vita
dalla necessità di territori ricchi di materie prime, al fine di creare mercati protetti in cui vendere i prodotti.
Ma, oltre che da motivazioni economiche, la corsa alle colonie era dovuta anche a ragioni politiche, come la
volontà di affermare il prestigio della propria nazione (nazionalismo).
La società europea agli inizi del XX secolo

Lo sviluppo industriale ebbe effetti importanti sulla società europea.

Se da un lato ritroviamo le tradizionali aristocrazie in posizioni europee di comando con la maggior parte di
ricchezza nelle loro mani, d’altro canto i ceti borghesi stavano acquistando importanza siffattamente da
divenire i protagonisti del secolo e solo le aristocrazie, che seppero aprirsi alle nuove abitudini economiche
borghesi sopravvissero.

La borghesia non era una classe sfaldata come l’aristocrazia, al contrario è possibile distinguerne tre parti:

• la grande borghesia, costituita da imprenditori e uomini d’affari. Essa era chiusa e per niente favorevole
alla dispersione dei propri beni;

• la media borghesia, rappresentata da funzionari pubblici, dirigenti d’azienda, commercianti e


professionisti;

• la piccola borghesia, composta da artigiani e piccoli commercianti;

Per discorrere sul ceto medio e basso è necessario descrivere il fenomeno del taylorismo e la nascita della
società di massa.

Nel 1911 l’ingegnere americano, Frederick Winslow Taylor propose una regolamentazione più efficace dei
ritmi di lavoro al fine di eliminare movimenti e pause inutili. Queste teorie diedero vita alla catena di
montaggio. Tale processo determinò un incremento della produzione ma disumanizzò l’operaio
trasformandolo in un ingranaggio.

Per aumentare le vendite era necessario che masse sempre più estese avessero il denaro sufficiente a
comprare. Gli imprenditori, quindi, man mano che la produzione scendeva, accettarono di concedere
aumenti salariali, facendo salire il reddito pro capite nei paesi sviluppati.

Dopo aver creato nuovi mercati nelle colonie, costringendole ad acquistare dall'Occidente i prodotti
lavorati, i paesi sviluppati misero in moto una crescita esponenziale dei loro mercati interni, ponendo le
basi per una vera e propria società di consumatori. I quali consumavano beni come abiti, calzature, mobili,
utensili domestici, che prima erano prodotti artigianalmente e venduti da piccoli commercianti al dettaglio,
ma ora cominciarono ad essere offerti da una rete commerciale sempre più ampia.

Le trasformazioni sociali in atto nelle città si erano fatte sentire solo parzialmente nelle campagne, e spesso
le condizioni sociali dei ceti agrari erano ancora quelle di metà Ottocento.

L’urbanizzazione e la diversificazione delle opportunità sociali fra città e campagna, ma anche fra Stato e
Stato, crearono un imponente flusso migratorio composto da milioni di uomini e donne, i quali lasciarono le
zone depresse d’Europa per dirigersi soprattutto verso le Americhe.

La popolazione statunitense, fra il 1850 e il 1900, passò da 26 a 82 milioni di abitanti. In America


meridionale l’incremento, pur meno consistente, era comunque significativo (da 38 a 74 milioni più o meno
nello stesso lasso di tempo). L’arrivo degli emigranti fu talmente massiccio che, a inizio Novecento, il
quartiere newyorkese di Little Italy contava circa 500.000 abitanti
Alfabetizzazione e democrazia

Sul sipario della rivoluzione industriale si mosse la rivendicazione democratica che sfociò prima in
un’estensione del diritto al voto ed in seguito nell’emancipazione femminile e quindi nel suffragio
universale.

Tuttavia tale vicenda si limitò ai paesi socialmente avanzati come Gran Bretagna, Stati uniti e/o Francia.

L’avanzamento della democrazia era in gran parte conseguenza della loro progressiva alfabetizzazione e
scolarizzazione. Non è un caso che il suffragio crescesse parallelamente al tasso di alfabetizzazione e che i
Paesi più arretrati, da questo punto di vista, siano stati quelli che estesero il diritto di voto più tardi.

Contro il suffragio universale era proprio la possibilità di influenzare e manipolare le masse soprattutto le
donne, le quali erano figurativamente sotto completa dipendenza dal marito, ipso facto le donne avrebbero
semplicemente replicato il voto del marito. Le organizzazioni femminili, tra le quali la più attiva “Women’s
Social and Politicai Union”, fondata da Emmeline Pankhurst, si ponevano come obiettivo l’istruzione, il
diritto di voto e il riconoscimento della piena uguaglianza giuridica. Le donne impegnate nella lotta per i
propri diritti vennero popolarmente definite “suffragette”, perché la conquista del suffragio universale era
uno degli obiettivi prioritari del movimento.

Progresso economico e associazioni sindacali

Data la più ampia partecipazione alla vita pubblica, le associazioni socialiste si trasformarono in partiti di
massa, che tentavano di migliorare le condizioni lavorative di operai e contadini con la costituzione di un
programma politico ben definito.

A causa della moltitudine di personalità e necessità presenti nel gruppo vennero a figurarsi
progressivamente diverse interpretazioni per la tutela del proletariato.

Troviamo ipso facto:

 Un rafforzamento della prospettiva rivoluzionaria che mirava al rovesciamento del potere borghese,
propria per esempio del marxismo.
 Il fenomeno riformista, secondo cui il raggiungimento del potere proletario e il rovesciamento del
capitalismo avrebbe potuto realizzarsi partecipando alla vita parlamentare e proponendo progressive
riforme sociali.
 Una forma attenuata di riformismo era il revisionismo, teorizzato da Eduard Bernstein, Da come si potrà
intendere dal nome, Bernstein propose una revisione del marxismo mettendo in discussione
l’ineluttabilità del “crollo” del capitalismo prevista da Marx e confidando nella capacità del capitalismo
stesso di superare le proprie crisi, migliorando la vita dei lavoratori. La classe operaia, avrebbe dovuto
tentare di riformare il sistema dall’interno.
 Il sindacalismo rivoluzionario venne a costituirsi sulle teorie di Georges Sorel, il quale esaltava l’azione
di sciopero e di protesta violenta, considerandolo efficacemente corrosivo per il sistema capitalistico.

Parallelamente alla crescita dei partiti socialisti, le associazioni sindacali si riorganizzarono costituendo tutti
i principali Paesi europei dei sindacati unitari, i quali organizzavano tutti i lavoratori di tutti i settori
industriali del Paese.

In seguito alla Rerum novarum, l’enciclica di papa Leone XIII del 1891, anche le associazioni cattoliche
iniziarono a mobilitarsi sul piano sociale. Il successore di Leone XIII, Pio X, si dimostrò molto più prudente di
fronte all’impegno sociale cattolico, arrivando a censurare le espressioni più progressiste del sindacalismo
cattolico e del modernismo.
La nascita dei movimenti nazionalisti

A sindacalismo e democratizzazione troviamo controcorrente il movimento nazionalista. Al fine di


abbattere la massificazione sociale, costoro esaltavano i valori della forza militare e dell’amore per la
propria nazione, considerata superiore alle altre. Così facendo sostenevano una politica estera aggressiva
affidata strettamente nelle mani di uomini superiori degni di nota.

Come qualsiasi altro movimento, i nazionalisti si diffusero principalmente nei vari paesi europei:

 Francia, l’Action française;


 Germania, la Lega pangermanica;
 Italia, il Partito nazionalista italiano;

II nazionalismo italiano era un misto di autoritarismo, antisocialismo, irredentismo antiaustriaco e


aspirazioni imperialistiche. Già nel 1903, attraverso gli scritti di Giovanni Papini ed Enrico Corradini sulle
riviste fiorentine “Il Leonardo” e “Il Regno”, si erano delineati i caratteri del nazionalismo italiano, il quale
era pregno di disprezzo per la democrazia e per le masse proletarie, condanna del suffragio universale,
avversione per ogni conquista sociale, vista come lesiva dell’identità e degli equilibri nazionali, recupero di
una forte identità nazionale attraverso una politica estera e coloniale aggressiva, esaltazione della forza, del
coraggio estremo, dell’identità razziale.

Nel 1909 apparve il primo manifesto futurista, affine alle idee nazionaliste, esaltando la guerra e la violenza

Nel 1910, precisamente il 3 dicembre 1910 venne fondata l’Associazione nazionalistica italiana

Giovanni Giolitti

A seguito del regicidio di Umberto I per mano di Gaetano Bresci, il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III
affidò il governo a Giuseppe Zanardelli, esponente della sinistra accompagnato da Giovanni Giolitti come
ministro degli interni.

Secondo quest’ultimo il governo doveva svolgere una sorta di arbitrato nelle lotte sindacali, in modo da
garantire pacificamente il confronto sociale. In linea di principio, l’atteggiamento coattivo del governo
collimava al distinguere proteste guidate dalle associazioni sindacali e gli scioperi non estemporanei,
sradicando queste ultime.

A questo proposito vennero consentiti gli scioperi apparentemente al fine di migliorare la produzione e
consequenzialmente il mercato. Fu così che i lavoratori in sciopero passarono dai 43.000 del 1900 ai
420.000 del 1901.

Nel 1903 Giolitti divenne capo del governo, mantenne tale carica per più di Dieci anni giostrandosi
astutamente sia nella ricerca di maggioranze parlamentari a suo favore, sia di interlocutori tra socialisti,
nazionalisti e cattolici.

Fra questi egli tentò persino di avvicinare il Partito socialista, proponendo a Filippo Turati, leader dei
riformisti, di entrare nel governo. Turati non poté accettare, poiché il suo ingresso non sarebbe stato
compreso dalla classe operaia, la quale identificava il governo come detentore degli interessi
imprenditoriali. I dissidi e l’incomprensione che ne sarebbe scaturita avrebbe rafforzato l’ala massimalista.
Tuttavia Giolitti mantenne il dialogo aperto con Turati, avvicinando socialisti e liberali
contemporaneamente isolando i massimalisti. Quantunque questi ultimi riconquistarono la guida del
Partito socialista, posero termine a ogni dialogo con il governo e appoggiarono uno sciopero indetto dai
sindacalisti rivoluzionari. Il responso giolittiano fu, in un primo momento, lasciare che la protesta si
esaurisse da sé, ma in un secondo momento chiese al re di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni,
quali si conclusero con una solida maggioranza alle forze del governo. I riformisti, per regolamentare gli
scioperi, fondarono nel 1906 la Confederazione generale del lavoro (in acronimo: CGL).

Posteriormente ad una breve pausa dal governo, Giolitti ritornò a capo del governo per emanare,
accompagnato da Turati, una serie di provvedimenti a tutela dei lavoratori, ad esempio:

 Orari regolamentati;
 Salute tutelata per i lavoratori a rischio;
 Delineazione del contratto lavorativo;

Inoltre a ciò intersecò una profilassi generalizzata al fine di migliorare la produzione industriale e la vita dei
lavoratori come la nazionalizzazione delle ferrovie e dei telefoni, pertanto a servizi più efficienti e funzionari
fece capo un incremento della spesa pubblica, ad esempio la spesa per l’istruzione pubblica aumentò da 49
a 85 milioni di lire.

I risultati furono lapalissiani: la produzione italiana crebbe sensibilmente soprattutto nei settori siderurgici,
elettronici e meccanici con la nascita nel 1899 della Fiat a cui si aggiunse nel 1908 l’Olivetti e ancora nel
1872 la Pirelli.

Il fenomeno migratorio e la "questione meridionale"

Nel corso dell’età giolittiana, il fenomeno migratorio crebbe notevolmente. Ad emigrare erano
principalmente i meridionali seguiti dai contadini del Nord-Est , gran parte di costoro si dirigevano verso i
paesi europei industrializzati(Francia, Svizzera, Austria e Germania), verso l’Australia e verso il continente
americano (Argentina, Brasile e Stati Uniti in particolare).

L’imperturbabilità del dramma migratorio ripropose la sempre sfruttata e mai risolta “questione
meridionale”. Giolitti, su questo versante, venne accusato di mostrare un doppio volto:

1. Progressista nei confronti dei socialisti e attento allo sviluppo produttivo del Nord;
2. Conservatore verso il problema agrario del Sud;

Marginalmente propose degli sgravi fiscali ma non intaccò il nodo della riforma agraria per via della
consequenziale perdita dei privilegi latifondisti.

In seguito a questi atteggiamenti Giolitti venne accusato di mostrare un doppio volto: progressista nei
confronti dei socialisti e attento allo sviluppo produttivo del Nord, ma conservatore verso il problema
agrario del Sud.

A seguito di una congiuntura economica mondiale negativa, il governo emanò una serie di provvedimenti
visti al sostegno delle industrie automobilistiche, siderurgiche e tessili, le più minacciate dalla recessione. Lo
sconvolgimento economico passò poi sotto forma dell’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. In
questa atmosfera il governo venne attaccato dai socialisti, dai gruppi industriali e dai nazionalisti. Le lezioni
del 1909 misero in minoranza alla Camera alcune iniziative di legge e Giolitti presentò le dimissioni. Ma nel
1911 lo statista tornò nuovamente alla guida dell’Italia con due progetti diretti a due schieramenti diversi:

• la ripresa dell’iniziativa coloniale con l’occupazione della Libia;

• l’introduzione del suffragio universale maschile.

In questo modo Giolitti tentava di ottenere l’appoggio sia dei socialisti moderati, dei nazionalisti, gli
industriali e finanzieri.
L'Italia nel teatro internazionale

Sin dai primi anni del suo governo, la politica estera giolittiana si era sviluppata secondo tre linee generali:

 la riconferma della Triplice Alleanza;


 l’avvicinamento alla Francia, in previsione di un’espansione nel Mediterraneo;
 l’attenzione alla situazione balcanica, in vista di una possibile espansione nell’area.

Von Billow, un cancelliere tedesco, definì la diplomazia italiana dei “giri di valzer” poiché il rapporto austro-
tedesco era molto precario non solo a causa delle relazioni diplomatiche con Francia ed Inghilterra, che la
videro come un supporto pacificatore nel corso della prima guerra marocchina, ma anche per via
dell’entusiasmo manifestato nella vicenda espansionistica nei Balcani.

Nel 1902 l’Italia si impegno a non interferire in eventuali azioni francesi in Marocco in cambio di una
reciprocità francese nell’intervento italiano in Libia. Nel 1908 le relazioni fra Austria ed Italia vennero a
deteriorarsi rapidamente a causa dell’espansionismo austriaco nei Balcani.

Nel 1911 l’occasione per invadere la Libia fu offerta dal conflitto che opponeva l’ormai debole Impero
ottomano alle neonate nazioni balcaniche. L’Italia inviò un ultimatum alla Turchia, con la richiesta di
acconsentire alla penetrazione italiana in Cirenaica e Tripolitania. L’ultimatum venne respinto, e il 29
settembre dello stesso anno l’Italia dichiarò guerra alla Turchia.

La conclusione dell'età giolittiana

Le tensioni belliche libiche indebolirono la posizione dei riformisti nel Partito socialista siffattamente al
congresso di Reggio Emilia del 1912 vinse l’ala massimalista, rappresentata da Costantino Lazzari e Giacinto
Menotti Serrati. Fu così che Benito mussolini, alquanto vicino all’anarco-sindacalismo ottenne la direzione
del quotidiano del partito socialista: L’avanti! Dal partito vennero espulsi moderati come Bonomi, Podrecca,
Bissolati e Cabrini, i qual diedero cita al Partito socialista riformista italiano (Psri). Tuttavia Turati si oppose
alla scissione mantenendo gerenza della minoranza riformista all’interno del partito. Nello stesso anno
Giolitti concesse il suffragio maschile e l’anno successivo firmando il “patto Gentiloni”, fece tornare i
cattolici ai propri impegni politici, in cambio di leggi favorevoli alla Chiesa nel campo dell’istruzione e della
famiglia, esimendoli dal Non expedit di Pio IV. Il 26 ottobre del 1913 si svolsero le prime elezioni a suffragio
universale maschile. Votarono oltre 5 milioni di italiani.

Alla Camera dei Deputati vennero eletti 304 liberali, 52 socialisti, 13 del Psri, 17 repubblicani, 73 radicali, 8
socialisti indipendenti, 20 cattolici conservatori e 6 nazionalisti. Nonostante l’appoggio di 304 deputati,
Giolitti si rese conto che non era facile ottenere la maggioranza a causa della presunta eterogeneità di
quest’ultima. Allo scopo di rinsaldare la maggioranza Giolitti si dimise non accorgendosi che i tempi erano
radicalmente mutati, difatti poche settimane dopo l’insediamento del governo Salandra scoppiò la prima
guerra mondiale.
La società italiana d'inizio secolo

L’Italia d’inizio secolo si presentava precipuamente legata al settore agricolo ed ogni tentativo di sovvertirla
allo sviluppo moderno trovava qualsivoglia opposizione di natura materiale, sociale ed indubbiamente
culturale. Ciononostante si realizzò, e solo in parte, una difficile e problematica modernizzazione.

Un esempio lapalissiano dell’inoppugnabile immobilismo sociale è l’analisi degli studenti di Gaetano


Salvemini, nella quale si va ad evidenziare il ritratto di una scuola rigidamente differenziata per
compartimenti stagni, su basi classiste, escluso il ceto contadino quasi completamente al di fuori del
processo di scolarizzazione. Nella quale i livelli superiori dell’istruzione sono appannaggio esclusivo dei ceti
più ricchi e dove non si intravede nessuna possibilità di mutamento. Pertanto il 38% degli italiani era ancora
analfabeta, tale percentuale, da come si potrà pleonasticamente intuire, aumentava sensibilmente nel Sud.

Inoltre, percorrendo l’Italia dal sud al nord, la famiglia si andava evolvendo:

Al sud troviamo la tradizionale famiglia contadina, estesa e patriarcale, ove i componenti integravano il
lavoro degli avi, in particolare le donne venivano completamente assoggettate non solo dalla vita domestica
bensì anche dal lavoro agricolo.

Difformemente al Nord è presente una disgregazione del nucleo familiare poiché non era più necessario
concentrare gli sforzi all’interno della famiglia, pertanto andavo formandosi realtà sostitutive a quella
familiare, ad esempio le associazioni sindacali. E anche quando tale disgregazione non avveniva, si compiva
una diversificazione data da nuove ragioni. Per introdurre un giudizio complessivo, i vari membri della
famiglia concorrevano, come accade oggi, a formare il reddito della famiglia, ma ognuno, a differenza del
passato, poteva intraprendere mestieri diversi.

L’Italia giolittiana era dunque in bilico fra trasformazione e tradizione. Da un lato, nel primo decennio del
secolo gli italiani avevano mediamente migliorato il loro tenore di vita; la borghesia imprenditoriale aveva
approfittato della congiuntura internazionale favorevole per incrementare i propri proventi; il ceto medio
impiegatizio e gli operai specializzati avevano visto aumentare i loro stipendi e salari; i braccianti delle aree
agricole del Nord più progredito (Val Padana) si erano organizzati in cooperative che si inserivano nei cicli di
produzione in modo dinamico. Dall’altro, come emergeva dai dati del censimento del 1911, risultava
comunque chiaro il carattere ancora tradizionale di quest’Italia: il 34% dei lavoratori era ancora occupato
nell’agricoltura, contro il quasi 17% dei lavoratori impiegati nel settore industriale.

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