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CAPITOLO IX LA CORTE COSTITUZIONALE

SOMMARIO: Sez. I - I modelli di giustizia costituzionale - 1. La Corte costituzionale


come garante della rigidità della Costituzione - 2. Le origini del controllo di
costituzionalità delle leggi - Sez. Il - La Corte costituzionale italiana - 3. Il modello
italiano di giudizio sulle leggi - 4. Funzioni e composizione della Corte costituzionale
- Sez. III Il giudizio sulle leggi in via incidentale - 5. La nozione di giudice e di
giudizio - 6. La rilevanza della questione - 7. La non manifesta infondatezza e
l'interpretazione conforme a Costituzione - 8. L'ordinanza di rimessione: norma
oggetto, norma parametro e tipologia dei vizi - 9. Cenni al processo costituzionale -
Sez. IV - Le decisioni della Corte nel giudizio in via incidentale - 10. Le decisioni di
inammissibilità - 11. Le decisioni di rigetto - 12. Le decisioni di accoglimento - 13.
Effetti temporali delle decisioni di accoglimento - 14. Ulteriori modelli decisori - Sez.
V - Gli altri giudizi sulle leggi - 15. Il giudizio in via principale - 16. Il controllo degli
Statuti regionali - Sez. VI - Conflitti di attribuzione e ulteriori competenze della Corte
- 17. I conflitti di attribuzione fra poteri dello Stato - 18. I conflitti di attribuzione tra
Stato e Regioni e tra le Regioni - 19. I giudizi sulle accuse nei confronti del
Presidente della Repubblica 20. Il giudizio di ammissibilità del referendum
abrogativo (rinvio) - Sez. VII - La Corte costituzionale e le Corti sovranazionali - 21.
I rapporti con le Corti sovranazionali

Sez. I - I modelli di giustizia costituzionale

1. La Corte costituzionale come garante della rigidità della Costituzione


Una delle principali novità introdotte dalla nostra Costituzione è sicuramente stata
l'istituzione di una autorità, la Corte costituzionale, deputata a garantirne il rispetto.
Si tratta del supremo organo di garanzia della Costituzione, proprio perché à ad essa
demandato il compito di assicurare l'osservanza dei precetti costituzionali da parte di
ogni potere dello Stato.
È proprio la previsione di una Corte costituzionale (con le sue attribuzioni), assieme a
quella di un particolare procedimento di revisione della Costituzione a costituire
fondamentale presidio della rigidità costituzionale e quindi della formale
sovraordinazione della Costituzione e delle leggi costituzionali rispetto alle leggi
ordinarie.
Questo ruolo di garanzia della Corte costituzionale si evince chiaramente già dalla
collocazione della sua disciplina nella rubrica «Garanzie costituzionali» del Titolo VI
della Parte Il della Costituzione.
Tale funzione di garanzia pone la Corte costituzionale al di fuori della tradizionale
tripartizione dei poteri dello Stato, così come si è detto per il Presidente della
Repubblica, anch'esso organo di garanzia costituzionale.
Sotto questo profilo, occorre precisare, però, che esiste una differenza formale e
sostanziale tra Corte costituzionale e Presidente della Repubblica da rintracciarsi sul
piano del metodo applicato dai due organi nell'esercizio delle proprie funzioni: a
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differenza della Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, che è organo


collegiale, svolge questa sua funzione di controllo con criterio e metodo
giurisdizionale. Questo assunto spiega perché è invalso sintetizzare il complesso delle
sue competenze con il sintagma di "giustizia costituzionale".

Le origini del controllo di costituzionalità delle leggi


La rigidità della Costituzione, e quindi l'introduzione di strumenti che consentano
di rimediare alle "ingiustizie" del legislatore, ha origini molto diverse in Europa e
negli Stati Uniti d'America.
Il Primo sistema di giustizia costituzionale si affermò fin dal
Primo Ottocento negli Stati Uniti d'America, con la sentenza Sentenza
Marbury vs Madison Marbury
vs
Madison
ln quell'occasione la Corte Suprema federale ebbe modo di affermare il
Principio di costituzionalità, secondo cui una legge, statale o federale, in
contrasto con la Costituzione, è da considerarsi una "non legge": è da ritenersi
giuridicamente invalida, perché la Costituzione è fonte superiore che prevale su
tutte le altre leggi; con la conseguenza che il giudice sarà tenuto a non farne
applicazione.
Secondo il modello statunitense, il controllo è svolto da tutti i giudici che,
chiamati a risolvere un contenzioso, e qualora si trovino ad applicare una norma
di legge di cui accertino l'incostituzionalità, devono disapplicarla. La
disapplicazione ha, però, effetti limitati al caso concreto, sicché la legge non
viene espunta dall'ordinamento e potrà essere applicata da altri giudici che la
reputino non incostituzionale.
Questo modello viene, quindi, definito diffuso, perché attribuisce a qualunque
giudice e non, invece, a un organo istituito ad hoc - il potere di riscontrare
l'eventuale non conformità della legge alla Costituzione,
Mentre negli Stati Uniti il potere giudiziario assume dunque fin dalla nascita
della Costituzione il compito di tutelare i cittadini dalle "ingiustizie" del
legislatore, in Europa, per tutto l'Ottocento, il potere giudiziario rimane invece
confinato nel ruolo di "esecutore della legge".
I motivi di tale differenza sono da ricercarsi nelle diverse situazioni storiche e
sociali dei due continenti: negli Stati dell'Europa continentale, a lungo, si è
registrata una sostanziale "onnipotenza" del potere legislativo, che in molti casi,
però, si è rivelato un potere arbitrario e iniquo. Per questa ragione, nel
Novecento, in Europa il problema centrale del costituzionalismo moderno è
stata la ricerca di strumenti che consentissero di porre rimedio ad eventuali
"ingiustizie" del legislatore. Si voleva evitare il ripetersi di scelte legislative
palesemente lesive della dignità dell'uomo, come, ad esempio, quelle contenute
nelle leggi razziali.
In Europa, per tutte queste ragioni, la giustizia costituzionale nasce come
modello dalle caratteristiche opposte a quelle statunitensi: esso prevede che il
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sindacato sia compiuto da un organo ad hoc, non appartenente al potere


giudiziario, il quale può accertare la difformità della legge rispetto alla
Costituzione e annullare la legge, dichiarandola incostituzionale, con effetti
erga omnes e solo per il futuro: la legge annullata, in quanto espunta
dall'ordinamento non può più trovare applicazione. Tale modello di giustizia
costituzionale, che viene definito accentrato, conobbe la sua prima applicazione
nella Costituzione austriaca del 1920, sulla scorta delle teorizzazioni del giurista
Hans Kelsen nel suo saggio «La giustizia costituzionale», in cui afferma che
occorre un organo diverso dal Parlamento e indipendente.
Nel tempo si assiste ad un avvicinamento e ad una contaminazione fra i due
modelli, dovuti anche al diverso ruolo del potere giudiziario nell'esperienza
costituzionale delle democrazie europee.

Sez. Il — La Corte costituzionale italiana


3. Il modello italiano di giudizio sulle leggi
In Italia, prima dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, non esisteva un
controllo di costituzionalità delle leggi, in quanto la legge ordinaria era ritenuta
capace di derogare allo Statuto albertino del 1848, che, in ragione di tale
caratteristica, veniva definito una costituzione di tipo "flessibile”.
La formalizzazione della rigidità costituzionale impose all'Assemblea Costituente di
ragionare degli strumenti necessari a garantirla e quindi anche dell'introduzione di un
controllo di costituzionalità delle leggi.
Fra le due forme di controllo, diffuso e accentrato, in Assemblea costituente prevalse
l'opzione per un sindacato di tipo accentrato con l'istituzione di una Corte
costituzionale quale organo ad hoc non facente parte della Magistratura. Decisivo fu
ancora il pregiudizio che aleggiava proprio nei confronti del potere giudiziario al
quale non si volle affidare l'importate ruolo di guardiano della Costituzione rispetto
alle scelte del legislatore.
Questa opzione imponeva di affrontare due ulteriori e decisive questioni: quella della
composizione dell'organo e delle modalità attraverso le quali questo potesse
essere investito della questione di costituzionalità.
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Si esaminarono, pertanto, le differenti forme di accesso alla Corte costituzionale.


Innanzitutto la via incidentale: la questione di legittimità costituzionale sorge nel
corso di un giudizio concreto e la relativa decisione ha effetti ad esso limitati,
potendo eventualmente assumere valenza generale solo su richiesta di alcuni
qualificati soggetti.
Una seconda forma di legittimazione, all'inizio fortemente sostenuta dai Costituenti,
consisteva nell'azione diretta del singolo: un giudizio in via principale e astratto che
vede attribuita al cittadino la legittimazione ad agire nei confronti della legge
incostituzionale entro un termine da definire.
Infine, si immaginava che la Corte costituzionale potesse essere investita della
questione su azione di alcuni soggetti: un certo numero di cittadini, di Consigli
regionali o di enti qualificati, secondo il progetto “Patricolo”.
Optava per un sistema incidentale anche il "progetto Calamandrei"; ma prevedeva un
sistema alquanto macchinoso: si attribuiva alle parti del giudizio, nel quale il giudice
avesse risolto la questione di costituzionalità nel senso della infondatezza, la
legittimazione ad adire la Corte costituzionale, proponendo un appello nei confronti
della decisione del giudice; nel caso di accertamento dell'incostituzionalità, la Corte
avrebbe dovuto trasmettere al Parlamento la decisione, con la possibilità, per
quest'ultimo, di modificare la legge, rendendola conforme a Costituzione, in modo
tale che la legge non presentasse più il vizio.
ln Assemblea costituente, il tema della legittimazione a investire la Corte
costituzionale della questione di legittimità non fu però definito, a causa
dell'opposizione comunista all'idea di riconoscere la legittimazione diretta del singolo
cittadino. I comunisti temevano che un cittadino "qualunque", spinto solamente dai
Propri personali interessi, potesse mettere in discussione un atto del Parlamento,
votato dunque dai rappresentanti del popolo.
Con l'approvazione dell'emendamento proposto dall'on. Arata (seduta serale del 2
dicembre 1947), la soluzione del problema in esame fu così rinviata a un momento
successivo.
La scelta del modello incidentale nella legge Cost. n. 1 del 1948 e dell'accesso
diretto nell'art. 127 Cost: l'art. 137 Cost. prevede che «una legge costituzionale
stabilisce le condizioni, le forme, i termini di proponibilità dei giudizi di legittimità
costituzionale»,
All'art. 137 Cost. è stata data poi attuazione dalla legge costituzionale n. 1 del 1948,
approvata dalla stessa Assemblea Costituente, il cui art. 1 introduce la forma di
accesso incidentale: «La questione di legittimità costituzionale di una legge o di
un atto avente forza di legge della Repubblica, rilevata d'ufficio o sollevata da
una delle parti nel corso di un giudizio e non ritenuta dal giudice
manifestamente infondata, è rimessa alla Corte costituzionale per la sua
decisione».
L'altra modalità di accesso al giudizio di legittimità, in via principale (o diretta), è
invece prevista direttamente dall'art. 127 Cost., ma riguarda il campo più limitato dei
rapporti fra Stato e Regioni.
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Originariamente, il citato art. 127 Cost. si limitava a prevedere il ricorso dello Stato
avverso la delibera di legge regionale in via "preventiva", durante l'iter di
approvazione della legge, mentre era l'art. 2, legge costituzionale n. 1 del 1948 a
riconoscere anche alle Regioni la legittimazione a sollevare una questione di
legittimità costituzionale avente ad oggetto una legge dello Stato o una legge
regionale, ma solo in via successiva, nel termine, rispettivamente, di 30 giorni e 60
giorni dalla pubblicazione dell'atto normativo.
Con la riforma costituzionale del 2001 il giudizio in via principale è stato oggetto di
una importante modifica; l'art. 127 Cost. ora vigente prevede condizioni di parità fra
Stato e Regioni per ciò che concerne l'instaurazione del giudizio: in entrambi i casi
esso è successivo all'entrata in vigore della legge e il relativo ricorso deve essere
presentato entro 60 giorni dalla pubblicazione della legge regionale o statale.
Il sistema italiano di giustizia costituzionale prevede, quindi, che i giudizi
sulle leggi siano instaurabili tanto in via incidentale quanto in via
principale, limitandone l'accesso, però, nel secondo caso. allo Stato e alle
Regioni.
Con riguardo all'accesso in via incidentale, occorre precisare che il
modello italiano di sindacato di costituzionalità è di tipo accentrato
soltanto in apparenza. Vero è che esiste un organo apposito preposto al
controllo di legittimità delle leggi, ma l'iniziativa è diffusa, perché spetta a
qualsiasi giudice la proposizione di questioni di legittimità costituzionale.
Siccome quest'ultima è la condizione necessaria perché la Corte si attivi, la
riserva dell'iniziativa a qualsiasi giudice, comportando il potere di questi di
selezionare le questioni da sottoporre al vaglio della Corte, introduce un
elemento di "diffusione" tale da rendere il sistema italiano un sistema a
sindacato di costituzionalità "misto", e dunque intermedio tra quello
accentrato e quello diffuso.

3) Funzioni e composizione de//a Corte costituzionale


Ai sensi dell'art. 134 Cost., alla Corte spettano diverse attribuzioni.
La prima è costituita dal controllo di costituzionalità delle leggi e
degli atti aventi forza di legge dello Stato e delle Regioni (nonché
delle Province autonome di Trento e Bolzano). Tramite questo
sindacato di costituzionalità, la Corte verifica che le leggi e gli atti
equiparati non siano lesivi di principi e regole costituzionali. Come già
visto, si tratta di un giudizio che può essere attivato in via incidentale o
in via principale.
La seconda funzione è costituita dal giudizio sui conflitti di attribuzione
che possono sorgere fra i poteri dello Stato (cosiddetti conflitti
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interorganici), o fra Stato e Regioni o tra Regioni e Province autonome


(cosiddetti conflitti intersoggettivi), in relazione all'esercizio delle
attribuzioni loro spettanti in base alla Costituzione. La Corte
costituzionale deve in questi casi decidere a quale potere o a quale ente
spetti l'attribuzione contestata.
La terza attribuzione, che la Corte esercita in una composizione
differente, è il giudizio d'accusa nei confronti del Presidente della
Repubblica, attivato in seguito alla messa in stato d'accusa per alto
tradimento o attentato alla Costituzione da parte del Parlamento ln seduta
comune.
Alla Corte spetta, infine, una quarta competenza, non prevista
direttamente nella Costituzione, ma introdotta con la legge cost, n 1 del
1953: il giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo di leggi e
di atti con forza di legge statale.
La funzione di garanzia svolta dalla Corte costituzionale ha indotto i
Costituenti a prevedere una composizione particolare dell'organo, i cui
membri sono infatti scelti nell'ambito di tre diversi poteri dello Stato.
La ratio di questa opzione consiste nel tentativo di tradurre, sul piano della
composizione, le peculiarità delle competenze della Corte; chiamata a
decidere nell'ambito di un processo costituzionale, e, allo stesso tempo, le
caratteristiche di un organo per certi versi "politico", per l'oggetto su cui
verte la giurisdizione della Corte, ovverosia la legge, che è atto politico per
eccellenza.
Inoltre, le regole sulla composizione della Corte e i requisiti richiesti per la
nomina a giudice costituzionale garantiscono, da un lato, la
professionalità e la competenza tecnica del ruolo; dall'altro, mirano a
escludere che i giudici costituzionali siano mera espressione di forze
politiche.
Ai sensi dell'art. 135 Cost., i quindici giudici costituzionali sono per un
terzo nominati dal Presidente della Repubblica, per un terzo eletti dal
Parlamento in seduta comune e per un terzo eletti dalle supreme
magistrature, ordinarie e amministrative.

Le modalità di nomina dei membri della Corte sono stabilite dalla legge
cost. n. 2 del 1967 e dalla legge n. 87 del 1953.
I giudici di nomina parlamentare sono eletti dal Parlamento in seduta
comune, a scrutinio segreto, con la maggioranza dei due terzi dei
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componenti l'Assemblea nei primi tre scrutini e, successivamente, con la


maggioranza dei tre quinti dei componenti l'Assemblea.
I giudici nominati dalle supreme magistrature sono eletti in tre distinti
collegi elettorali, in modo che tre componenti attingano ai magistrati della
Corte di cassazione, un componente ai magistrati del Consiglio di Stato, un
ulteriore componente ai magistrati della Corte dei Conti. L'elezione
avviene a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio tra i candidati,
in numero doppio dei giudici da eleggere, che abbiano riportato il maggior
numero di voti al primo turno.
Infine, i giudici di nomina presidenziale sono scelti dal Presidente della
Repubblica con atto controfirmato dal Presidente del Consiglio dei
ministri.

Per quanto riguarda i requisiti di professionalità e competenza tecnica dei


giudici costituzionali, l'art. 135, comma 2, Cost. prescrive che «i giudici
della Corte costituzionale sono scelti tra i magistrati, anche a riposo, delle
giurisdizioni superiori ordinaria e amministrativa, i professori ordinari di
università in materie giuridiche e gli avvocati dopo vent'anni di esercizio».
Al fine di garantire l'indipendenza dei giudici e la stabilità dell'organo
(nella sua composizione e nel suo funzionamento), la Costituzione
stabilisce una durata molto lunga del mandato. La versione originaria
dell'art. 135, comma 3, Cost. prevedeva che l'ufficio di giudice
costituzionale durasse 12 anni. La legge cost. n. 2 del 1967 ha
successivamente ridotto la durata a 9 anni: si tratta, in ogni caso, della
carica di maggior durata fra tutte quelle previste in Costituzione.
Ci sono, però, due correttivi alla stabilità dell'organo che riguardano la sua
composizione: il primo è la gradualità del rinnovo del collegio, dal
momento che non tutti i giudici cessano il mandato contemporaneamente;
il secondo è costituito dal divieto di rielezione, espressamente sancito
dall'art. 135, comma 3, Cost.
La Costituzione prescrive che la Corte costituzionale elegga al proprio
interno un Presidente, il quale resta in carica 3 anni ed è rieleggibile. I
compiti del Presidente della Corte costituzionale riguardano
precipuamente l'organizzazione dei lavori e l'assegnazione delle cause ai
singoli giudici.
Il funzionamento della Corte costituzionale è informato al principio di
collegialità, in base al quale ogni decisione è discussa e adottata dal
plenum, sulla base della relazione effettuata da uno dei giudici. La
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decisione, dopo essere stata redatta da un giudice che in genere è lo stesso


giudice relatore, viene letta e approvata, anche nella motivazione, da tutti i
giudici.
L'ordinamento vigente non prevede alcuna possibilità che i giudici
contrari, anche solo in parte, alla decisione, redigano una motivazione
"dissenziente" o "concorrente". Una forma di "dissenso" da Parte del
relatore può però rilevarsi tutte le volte in cui il giudice relatore decida di
non redigere la sentenza, che verrà dunque scritta da un altro componente
della Corte, Si tratta di casi non frequenti, nei quali emerge che il relatore,
trovatosi in minoranza, non solo non ha condiviso la decisione della
maggioranza del collegio, ma addirittura non si è sentito nelle condizioni
di scriverne la motivazione.
Va poi precisato che nei giudizi di accusa nei confronti del Presidente della
Repubblica, la composizione della Corte costituzionale è integrata con la
presenza di 16 giudici aggregati, i quali, ai sensi dell'art. 135, comma 7,
Cost. sono tratti a sorte «da un elenco di cittadini aventi i requisiti per
l'eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni nove anni
mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici
ordinari».
I giudici costituzionali godono di alcune prerogative a garanzia della loro
indipendenza:
1) l’inamovibilità: non possono essere rimossi né sospesi dal loro ufficio
se non con decisione della stessa Corte, adottata con la maggioranza dei
due terzi dei presenti (art. 7, legge cost. n. 1 del 1953), per sopravvenuta
incapacità fisica o civile o per gravi mancanze nell'esercizio delle loro
funzioni (art. 3, comma 3, legge cost. n. 1 del 1948);
2) l'inviolabilità: finché permangono in carica, godono dell'inviolabilità
personale e domiciliare accordata dall'art. 68, comma 2, Cost. ai membri
delle due Camere (cfr. cap. IV, S 14). La libertà personale e domiciliare
dei giudici costituzionali potrà essere dunque sottoposta a limitazioni
soltanto qualora la Corte costituzionale acconsenta con propria
autorizzazione (art. 3, legge cost. 1 del 1948);
3) l'insindacabilità: non sono sindacabili, né possono essere perseguiti per
le opinioni espresse e i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni (art. 5,
legge cost. n. 1 del 1953);
4) l'attribuzione di una retribuzione mensile, che non può essere
inferiore a quella del più alto magistrato della giurisdizione ordinaria e che
è determinata con legge (art. 6, legge cost. n. 1 del 1953).
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Per quanto riguarda, infine, le garanzie disposte in favore dell'organo,


queste consistono, in primo luogo, nell'autonomia finanziaria,
amministrativa e regolamentare, a cui si affianca, analogamente a quanto
previsto dall'art. 66 Cost., per i due rami del Parlamento, il potere
399 di
verifica dei titoli di ammissione dei propri membri a maggioranza assoluta
(art. 2, legge cost. n. 2 del 1967).

Sez. III — Il giudizio sulle leggi in via incidentale


5. La nozione di giudice e di giudizio
La questione di costituzionalità, per giungere alla Corte deve sorgere nel corso di un
giudizio, quindi in occasione dell'applicazione concreta della legge.
Spetta al giudice del caso concreto attivare il sindacato della Corte costituzionale,
dopo la verifica della sussistenza delle condizioni di proponibilità della questione di
legittimità costituzionale
(rilevanza della questione e non manifesta infondatezza). Per questo il giudice
rimettente è stato metaforicamente definito come il portiere" del giudizio di
costituzionalità.
La disciplina delle modalità di accesso in via incidentale è posta dall'art. I, legge cost. n, I del 1948
e dall'art. 23, legge n. 87 del 1953: ai sensi del cit. art. I, la questione può essere sollevata «nel corso
di un giudizio»; mentre, per il citato art, 23, la questione può essere sollevata «nel corso di un
giudizio dinanzi a un'autorità giurisdizionale».
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Alla luce del dato normativo, dunque, la legittimazione a sollevare la questione spetta
al giudice nel corso di un giudizio.

Le nozioni di giudice e di giudizio sono state interpretate in modo ampio dalla Corte
costituzionale.
Ai fini della titolarità della legittimazione a sollevare una questione di legittimità
costituzionale, per giudice non si intende soltanto l'autorità giurisdizionale
incardinata nell'ordinamento giudiziario (Corte cost., sentt. n. 6 e n. 10 del 1969; n.
274 del 1974), bensì «l'organo chiamato a prendere una decisione in modo terzo e
imparziale, in contraddittorio tra le parti interessate». Mentre per giudizio non si
intende soltanto il processo o più latamente il procedimento giurisdizionale, quali
strumenti di risoluzione di controversie, bensì qualsiasi sede anche non contenziosa
in cui l'organo giudicante prende una decisione facendo obiettiva applicazione di
norme giuridiche (Corte cost„ sentt. n. 12 del 1971; n. 226 del 1976; n. 384 del 1991).
Nella giurisprudenza più risalente, per consentire l'accesso al sindacato del
maggior numero di questioni possibili, la questione è ammissibile quando è sollevata
nell'ambito di un qualsiasi procedimento qualificabile come "giudizio", anche davanti
a organi di per sé non giudiziari (cosiddetto criterio o requisito oggettivo), sia in
presenza di qualsiasi procedimento, anche non giurisdizionale, davanti a un "giudice"
appartenente all'ordinamento giudiziario (cosiddetto criterio o requisito soggettivo,
Corte cost., sent n. 83 del 1966)-
ln questo modo, la Corte ha riconosciuto la legittimazione anche in capo ad organi
come la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (Corte cost.,
sent. n. 12 del 1971), il Consiglio Nazionale Forense (Corte cost., sent. n. 114 del
1970) o la Corte dei Conti in sede di controllo preventivo (Corte cost., sent. n. 226
del 1976 e n, 384 del 1991) e di parificazione del rendiconto (Corte cost., sent. n. 121
del 1996), che, pur svolgendo funzioni non propriamente giurisdizionali o di incerta
natura, sono stati ammessi a sollevare questione di costituzionalità in ragione della
loro posizione qualificata nell'ordinamento o del tipo particolare di procedimento
caratterizzato dall'applicazione obiettiva del diritto: ciò anche nell'intento di
consentire di arrivare in Corte anche a questioni di costituzionalità che potrebbero
viceversa non avere occasione di sorgere nell'ambito dell'attività giurisdizionale in
senso proprio.
ln questa prospettiva, può segnalarsi come non siano mancati casi, seppur non così
frequenti, in cui la stessa Corte costituzionale si è autorimessa questioni di legittimità
costituzionale (da ultimo, cfr. corte cost., sent. n. 225 del 2014).
Dagli anni ’80, per l’aumento pletorico del contenzioso, la Corte ha cominciato però
a richiedere la presenza di entrambi i requisiti di giudice e di giudizio, seppur intesi in
senso ampio, ai fini dell'ammissibilità della questione.
Anche questo orientamento più rigoroso ha però conosciuto delle deroghe. Così, sono
stati ritenuti legittimati a sollevare questione di legittimità costituzionale in via
incidentale gli arbitri rituali, che svolgono la loro attività nel corso di un arbitrato,
regolato dalle norme del codice di procedura civile (Corte cost., sent. n. 376 del
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2001). ln questo caso, la Corte ha ritenuto sufficiente la sussistenza del requisito


oggettivo, ovvero un giudizio svolto nel rispetto della parità delle parti e per
l'applicazione del diritto al caso concreto.
ln modo analogo, con la sentenza n. 213 del 2017, la Corte ha ammesso una questione di
costituzionalità sollevata dalla Commissione giurisdizionale per il personale della Camera dei
deputati, in ragione del fatto che pur non trattandosi di un organo giurisdizionale in senso
soggettivo, si è comunque in presenza di un «organo di autodichia, chiamato a svolgere, in
posizione super partes, funzioni giurisdizionali per la decisione di controversie» (sul tema
dell'autodichia delle Camere, cfr. cap. l, Ss 175-176).
ln generale, si può conclusivamente osservare che la Corte costituzionale, mossa dall'intento di
evitare l'esistenza di "zone franche" dal proprio controllo, ha mantenuto aperta la porta in tutti quei
casi, pur dubbi, nei quali la questione difficilmente sarebbe arrivata per altra via, mentre è stata più
rigorosa tutte le volte nelle quali si intravedevano strade più corrette per sollevarla. Si pensi al
filone che ha ammesso questioni sollevate dal Magistrato di Sorveglianza, pacificamente giudice
che svolge compiti non giurisdizionali, ma amministrativi, e tuttavia unico soggetto chiamato ad
applicare le norme dell'ordinamento penitenziario incidenti direttamente sui diritti fondamentali dei
detenuti.

6. La rilevanza della questione


Ai sensi dell'art. 1 della legge cost. n. 1 del 1948 la questione di legittimità
costituzionale sorge «nel corso un giudizio»; questo aspetto viene meglio specificato
dall'art. 23, comma 2, della legge n. 87 del 1953, secondo il quale il giudice può
sollevare la questione di legittimità costituzionale «qualora il giudizio non possa
essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità
costituzionale».
Il requisito della rilevanza della questione trova dunque espresso fondamento
normativo nella legge ordinaria, sebbene sia comunque implicito nella logica
dell'incidentalità del sindacato di costituzionalità.
La rilevanza può essere definita come il nesso di pregiudizialità di intercorrente tra il
giudizio a quo, ossia il giudizio comune nel quale sorge la questione di legittimità
costituzionale, e il giudizio di costituzionalità: altrimenti detto, il primo non può
essere definito o non può proseguire senza la risoluzione della questione di
costituzionalità (che si pone come "incidente" rispetto al normale corso del
procedimento).
La questione di legittimità può dirsi rilevante quando i dubbi di costituzionalità
investono una norma di legge che il giudice deve applicare per la prosecuzione o
la definizione del giudizio pendente innanzi a sé e quando la decisione della
Corte costituzionale sulla fondatezza o meno dei dubbi influisce sulla decisione
(anche solo in punto di motivazione) del giudice rimettente.
Va detto che nei primi anni del proprio funzionamento, al fine di poter esaminare il
maggior numero di questioni possibili, la Corte costituzionale aveva affermato di
non potere entrare nel «merito de/ giudizio di rilevanza» svolto dal giudice,
escludendone la sindacabilità «quando quel giudizio esista e sia stato congruamente
motivato».
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Il controllo della Corte costituzionale in ordine al requisito della rilevanza si è fatto


più rigoroso alla fine degli anni '80, proprio a causa dell'aumento del contenzioso.
Attualmente, costituisce giurisprudenza pacifica quella che richiede sia la
sussistenza della rilevanza, sia la presenza di una motivazione in punto di
rilevanza. La corte può dichiarare inammissibile la questione, quindi, non
solo perché irrilevante, bensì anche perché il giudice ha omesso di
motivare la rilevanza o non l'ha fatto in modo adeguato.
Inoltre, la questione è inammissibile per irrilevanza anche per difetto di attualità. È
attuale la questione che investa la norma che il giudice deve applicare in quello stadio
del giudizio, in quanto giudice competente per quella fase processuale, Ne deriva che
è all'opposto prematura la questione sollevata da un giudice che non deve applicare
nella sua fase di competenza quella norma, che tutt'al più potrà trovare applicazione
in una fase successiva a opera di un giudice diverso; mentre è tardiva la questione
sollevata dal giudice che abbia già fatto applicazione della norma della cui legittimità
dubita (es., quando il giudice decide, definendo il giudizio, e poi solleva la
questione). ln entrambi i casi, la questione è irrilevante perché la decisione della
Corte costituzionale non sarebbe idonea a produrre alcun effetto utile nel giudizio
principale.
Con riguardo alle norme penali di favore, cioè alle norme che prevedono un
trattamento più favorevole per il reo (per esempio, le cause di giustificazione e
le cause di non punibilità) si è posto il problema della rilevanza: l'annullamento
di norme penali di favore produrrebbe effetti pregiudizievoli per l'imputato,
sicché, se la Corte accogliesse la questione di legittimità, il giudice dovrebbe
comunque fare applicazione della norma illegittima più favorevole al reo, in
forza del principio d'irretroattività delle norme penali in malam partem, ex art.
25 Cost.
Se così fosse, il giudizio della Corte, non influenzando quello principale,
sarebbe inutile.
La Corte costituzionale, superando una giurisprudenza che riteneva
inammissibili tutte le questioni su tali norme (il che creava una zona franca
dal controllo di legittimità costituzionale) ha successivamente riconosciuto
l'ammissibilità di questioni di legittimità su norme penali di favore nella
nota sentenza n. 148 del 1983. La Corte, infatti, ha ritenuto prima di tutto
che l'applicazione della norma illegittima nel giudizio a quo dipende
dall'operatività del principio di irretroattività, che regola la successione
delle leggi penali del tempo, e non dalla riespansione di efficacia della
norma; in secondo luogo, essa ha precisato che non è vero che la decisione della
Corte costituzionale sarebbe priva di effetti nei confronti del giudizio
principale, in quanto inciderebbe sulla motivazione della decisione di
proscioglimento dell'imputato e anche sul dispositivo (dovendo il giudice
13

chiarire in sentenza che l'imputato va esente da responsabilità non in forza della


norma annullata dalla Corte ma del principio ex art. 25 Cost.); infine la Corte ha
spiegato che il modo in cui reagire a una decisione di incostituzionalità dipende comunque dalle valutazioni
del giudice a quo.

In generale, occorre osservare che, anche negli ultimi tempi, il merito della questione ha potuto influenzare
profondamente il modo in cui la Corte sindaca l'esistenza della rilevanza. Un caso recente che ha fatto molto
discutere è stata l'ammissibilità della questione sulla legge elettorale n. 270 del 2005 decisa con la sentenza
n. 1 del 2014 (cfr. cap. IV, S 4-5). La Corte, proprio per evitare che le leggi elettorali sfuggissero al suo
sindacato, ha ritenuto rilevante un'azione di "mero accertamento" sul diritto a votare in modo conforme a
Costituzione, adeguandosi alle valutazioni compiute dal giudice a quo, circostanza che nella più recente
giurisprudenza non capita invero spesso.
Appare opportuno, infine, considerare ciò che accade qualora dopo la rimessione
della questione di legittimità costituzionale sopravvengano fatti o eventi nuovi, che
possano incidere sulla permanenza della rilevanza della questione, ritenuta esistente
all'atto della rimessione della questione stessa alla Corte.
Si distinguono, a questo proposito, due ipotesi diverse a seconda che gli eventi
sopravvenuti interessino il processo a quo oppure il sistema normativo
complessivamente considerato.
Nel primo caso, ossia quando gli eventi nuovi riguardano il pr ocesso a quo (come ad
esempio la sua estinzione), in linea di principio la Corte costituzionale non pronuncia
l'inammissibilità per sopravvenuta irrilevanza, essendo il giudizio in punto di
rilevanza soddisfatto qualora tale requisito sussista al momento della rimessione della
questione di costituzionalità alla Corte (art. 18 delle Norme integrative per i giudizi
davanti alla Corte costituzionale),
Nella seconda ipotesi, invece, di fronte al cosiddetto ius superveniens, la Corte
costituzionale, di regola, rimette con ordinanza gli atti al giudice a quo, affinché
questi proceda a una nuova valutazione in punto di rilevanza della questione di
costituzionalità. Nel corso di tale valutazione, il giudice a quo, tenuto conto delle
modifiche che hanno interessato il quadro normativo, potrà sollevare una seconda
volta la questione, ma solamente qualora la ritenga nuovamente rilevante (oltre che
non manifestamente infondata).
7 La non manifesta infondatezza e l'interpretazione conforme a Costituzione
Secondo l'art. 1, legge cost. n. 1 del 1948 la questione di costituzionalità, per essere
sollevata, deve essere ritenuta dal giudice «non manifestamente infondata»
(analogamente l’art. 23 L. 87/1953).
II requisito della non manifesta infondatezza è un filtro di merito, la cui natura di
condizione di proponibilità della questione di legittimità è giustificata dall'esigenza di
prevenire, quantomeno in astratto, il rischio che l'incidente di costituzionalità venga
utilizzato a meri scopi dilatori dalle parti del giudizio principale, ma anche il rischio
che la Corte si trovi a giudicare un numero copioso di questioni del tutto infondate.
L'espressione utilizzata dal legislatore, che contiene una doppia negazione — «non
manifestamente infondata» - non equivale allora al significato affermativo, cioè di
manifesta fondatezza. La non manifesta infondatezza è il dubbio che la norma da
applicare sia incostituzionale: non è allora necessario che il giudice sia convinto della
14

fondatezza della questione (convinzione da dimostrare tramite la motivazione) e


nemmeno che il giudice sia persuaso del contrario, bensì soltanto che esistano
oggettive ragioni di incertezza della compatibilità costituzionale della norma di legge.
Per questo, non sono ammissibili questioni pretestuose, cioè patentemente infondate,
né questioni interpretative, perché è compito del giudice risolverle.
Nella valutazione sulla non manifesta infondatezza il giudice esplicherà un giudizio
di merito di carattere sommario, limitandosi a rilevare il dubbio con un giudizio
prima facie. Diversamente, invaderebbe la giurisdizione esclusiva della Corte
costituzionale quale unico giudice preposto a dichiarare la fondatezza o meno delle
questioni di costituzionalità.
Si noti, peraltro, come la valutazione sul requisito in esame sia caratterizzata da una
fisiologica discrezionalità del giudice, che può anche risolversi nel precludere
l'accesso alla Corte su questioni fondate. Tuttavia, come contrappeso, vi è sempre la
possibilità per le parti di eccepire, e per il giudice di sollevare anche d'ufficio, la
medesima questione in ogni ulteriore stato e grado del procedimento.
La Corte costituzionale controlla che il giudice abbia valutato il requisito della non
manifesta infondatezza attraverso la motivazione contenuta nell'ordinanza di
rimessione. Inoltre, il giudice deve motivare adeguatamente anche la decisione
opposta, quella con cui respinga l'eccezione di illegittimità costituzionale.
La Corte costituzionale ha individuato un altro requisito per poter sollevare la
questione di costituzionalità.
Si tratta della cosiddetta interpretazione conforme a Costituzione (o interpretazione
adeguatrice), il cui esperimento è richiesto al giudice a quo ai fini dell'ammissibilità
della questione.
Si consideri, però, che in dottrina non è pacifica la natura di questo requisito, se terzo
rispetto la rilevanza e alla non manifesta infondatezza, ovvero se si tratti di un
requisito assorbito nella valutazione sulla non manifesta infondatezza.
Nella giurisprudenza della Corte costituzionale, dunque, è sempre stato affermato il
principio in forza del quale, tra due possibili interpretazioni di una disposizione, una
sola delle quali sia compatibile con la Costituzione, si debba optare per quest'ultima
(es. Corte cost., sent. n. 121 del 1994: «compito dei giudici è proprio quello di
interpretare le norme di cui devono fare applicazione e di fronte a più possibili
interpretazioni di un sistema normativo, essi sono tenuti a scegliere quella che
risulti conforme alla Costituzione»).
Talvolta i giudici tendono infatti a risolvere da soli la questione, accedendo a letture
piuttosto forzate della disposizione, in modo da evitare di sollevare questione di
legittimità.
È bene anche precisare che, nei primi anni di attività della Corte, l'orientamento in
tema era opposto, dal momento che la Corte, in qualità di "custode della
Costituzione", si reputava altresì l'unico "interprete della Costituzione", richiedendo
ai giudici soltanto di valutare la rilevanza e la non manifesta infondatezza della
questione di legittimità.
15

8. L'ordinanza di rimessione: norma oggetto, norma parametro e


tipologia dei vizi
Una volta verificate la rilevanza e la non manifesta infondatezza, e tentata inutilmente
l'interpretazione adeguatrice, il giudice a quo redige un'ordinanza di rimessione degli
atti alla Corte costituzionale, nella quale espone i termini e i motivi della questione,
indica le norme di legge oggetto del dubbio di legittimità e le norme costituzionali
che si assumono violate, motiva sulla rilevanza e la non manifesta infondatezza della
questione e, infine, sospende il giudizio in corso, fino alla decisione della Corte
costituzionale.
L'ordinanza di rimessione è l'atto introduttivo del giudizio di costituzionalità, nel
quale viene definito il cosiddetto thema decidendum su cui la Corte costituzionale è
chiamata a pronunciarsi. Esso deve essere definito e non può limitarsi a una generica
contestazione della legge da parte del giudice a quo.
Questi, inoltre, non può nemmeno sollevare questioni di costituzionalità ponendole in
modo alternativo, cioè ipotizzando diverse interpretazioni della disposizione, che
conducano a diverse questioni, né richiedere al giudice
costituzionale di risolvere un dubbio solo interpretativo.
Può, altresì, accadere che il dubbio di legittimità costituzionale concerna solamente
alcune parti del contenuto normativo e non l'intera disposizione normativa. ln tali
ipotesi, la questione di legittimità costituzionale sarà sollevata dal giudice a quo,
rispetto alla disposizione oggetto della questione di costituzionalità, «nella parte in
cui prevede [... qualcosa» oppure «nella parte in cui non prevede [... qualcosa».
Ne deriva che il modo in cui il giudice imposta la questione è nella maggior parte dei
casi determinante anche ai fini della decisione della Corte costituzionale, che però,
talvolta, opera delle correzioni rispetto all'impostazione del giudice, e in qualche caso
amplia l'oggetto del giudizio, potendo addirittura anch'essa sollevare questioni di
legittimità costituzionale collegate ovvero dichiarare l'illegittimità consequenziale di
altre norme di legge diverse da quella formalmente censurata dal giudice a quo (art.
27, legge n. 87 del 1953).
L'ordinanza di rimessione, in particolare, deve contenere:
a) l'indicazione dell'autorità procedente e del giudizio nell'ambito del quale la
questione di costituzionalità è sollevata;
b) il riferimento alla controversia concreta, nell'ambito della quale sorge la questione
di costituzionalità, attraverso l'indicazione dei fatti di causa;
c) l'indicazione del soggetto che ha prospettato il dubbio di legittimità costituzionale,
al fine di stabilire se la relativa questione sia stata sollevata d'ufficio o su istanza di
parte;
d) la motivazione in punto di rilevanza della questione;
e) la motivazione in punto di non manifesta infondatezza della questione;
f) la motivazione sulla impossibilità di operare una interpretazione conforme a
costituzione;
g) la soluzione chiesta alla Corte costituzionale;
16

h) il dispositivo, che contiene la decisione di rimettere la questione di legittimità


costituzionale dinanzi alla Corte costituzionale; la dichiarazione della sua rilevanza e
non manifesta infondatezza, la dichiarazione di sospensione del giudizio in corso.

La questione di legittimità costituzionale è costituita dalla norma oggetto, cioè dalla


norma di legge (o di atto avente forza di legge) rispetto alla quale si prospetta il
dubbio di conformità alla costituzione e dalla norma parametro, cioè dalla norma
della Costituzione (o della legge costituzionale) che si assume violata.
Vi è, inoltre, la possibilità che nella medesima ordinanza vengano sollevate più
questioni, in ordine alle quali la Corte costituzionale sarà tenuta a pronunciarsi
distintamente, oppure, ancora, che la questione di costituzionalità venga posta con
riferimento a una pluralità di profili, cioè di ragioni che fanno dubitare della
incompatibilità della norma oggetto con quella norma parametro. Inoltre, non è da
escludere che una stessa questione possa avere ad oggetto più norme e che anche i
parametri invocati possano essere molteplici.

Quanto in particolare all'oggetto della questione, l'art. 134 Cost. afferma che la
Corte giudica sulle «leggi e gli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle
Regioni».
Rispetto alla formulazione testuale di tale norma, in queste sede occorre
ricordare come siano censurabili davanti alla Corte costituzionale anche le leggi
costituzionali, con riguardo ai loro limiti specifici di contenuto e di procedimento e
rispetto ai principi supremi della Costituzione (cfr. cap. III, S 3); mentre sono
certamente esclusi dal giudizio sulle leggi gli atti normativi subordinati alla legge
(cfr. cap. III, S 17 ss.), per i quali il controllo di legittimità spetta al giudice comune.
La Corte costituzionale ha, inoltre, escluso la sindacabilità dei regolamenti
parlamentari, adottati da entrambe le Camere ex art. 64 Cost. (cfr. cap. III, S 14).
Sempre con riferimento all'oggetto della questione di legittimità costituzionale,
occorre precisare che esso riguarda le norme che si ricavano dalle disposizioni
attraverso l'interpretazione. Sicché, nell'ordinanza di rimessione il giudice a quo
deve indicare la norma della cui costituzionalità dubita, attraverso l'indica. zione
delta disposizione da cui la desume per via interpretativa. Al riguardo, giova
ricordare il principio enunciato dalla Corte costituzionale nella sent. n. 84 del 1996,
secondo cui essa «giudica su norme, ma si pronuncia su disposizioni»,

Un'applicazione di tale principio ha consentito alla Corte, con la sent, n, 84 del


1996, di superare l'ostacolo che le avrebbe impedito di giudicare i vizi formali del
decreto-legge (cfr cap. III, S 12). Nella sua giurisprudenza precedente, la Corte
aveva sostenuto di non poter sindacare tali zi, perché prima che la Corte venisse
investita della questione il decreto in ragione della sua vigenza precaria di 60
giorni, finiva per essere già decaduto ovvero convertito in legge ovvero, ancora,
reiterato in altro decreto-legge. ln ragione di ciò, la Corte dichiarava
l'inammissibilità per sopravvenuta carenza dell'oggetto.
17

Sancendo, invece, che la Corte giudica su norme e si pronuncia su disposizioni, il


giudice costituzionale ha trovato il modo per sindacare anche le norme dei decreti-
legge che al momento del giudizio di costituzionalità fossero state "trasferite" in un
altro decreto-legge o nella legge di conversione. Con l'effetto del trasferimento, il
giudizio di costituzionalità rimane dunque pendente fintanto che perduri la vigenza
della norma censurata, a prescindere dalla disposizione che la contiene, che potrà
variare nel periodo intercorrente tra la proposizione della questione di legittimità e il
giudizio della Corte.

Ne discende, dunque, che la rimessione della questione di legittimità costituzionale


richiede, in primo luogo, che il giudice a quo interpreti la disposizione al fine di
ricavarne la norma da applicare al caso concreto. Una volta individuata la norma
applicabile, spetterà sempre al giudice rimettente porre la stessa a confronto con la
norma costituzionale che si assume violata.
L'importanza dell'attività interpretativa svolta dal giudice a quo si comprende
in ragione del fatto che una norma può desumersi non solamente da una singola
disposizione, ma anche da una pluralità di disposizioni (cfr. cap. Il, 5 6). Può
altresì accadere che a una singola disposizione possano corrispondere più
significati normativi e che, pertanto, non sussista un rapporto biunivoco tra
disposizione e norma. Inoltre, non tutte le possibili interpretazioni della
disposizione oggetto della questione di costituzionalità determinano l'insorgere
dello stesso dubbio di illegittimità costituzionale. Da ciò si deduce la centralità
dell'attività interpretativa svolta in prima battuta dal giudice a quo nella
proposizione della questione di legittimità costituzionale.
Oltre al canone dell'interpretazione conforme a Costituzione, cui si è già detto, il
giudice a quo deve tener conto dell'eventuale presenza di un'interpretazione
consolidata in termini di "diritto vivente”.
Si tratta di verificare, cioè, se l'interpretazione della disposizione della cui
costituzionalità si dubita è sostenuta dalla giurisprudenza comune prevalente. Il
diritto vivente costituisce, di fatto, un vincolo per l'attività interpretativa esperita dal
giudice a quo, in quanto strumentale all'individuazione della norma oggetto della
questione di costituzionalità. Di fronte al diritto vivente, il giudice a quo non può
quindi svolgere una sua autonoma interpretazione della disposizione oggetto e ha
quindi due alternative: la applica, perché ritiene che quella interpretazione non
comporti dubbi di legittimità costituzionale, oppure, viceversa, solleva il dubbio di
costituzionalità di fronte alla Corte.
sul fronte della norma parametro, va solo precisato che la questione di costituzionalità
può talvolta essere sollevata anche con riferimento indiretto ad una norma
costituzionale. Ci si riferisce ai casi in cui a essere violata sia una norma di rango
sub-costituzionale (una legge) alla quale la Costituzione attribuisce però efficacia
vincolante nei confronti delle altre leggi ordinarie. Si parla, in proposito, di parametro
interposto, cioè di norma la cui violazione si traduce in un'indiretta violazione della
Costituzione.
Esempi di parametri interposti sono: la legge delega rispetto al decreto legislativo (cfr. cap. III, S
11); i principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato nelle materie di potestà legislativa
18

concorrente (cfr. cap. III, S 16); i trattati internazionali ratificati sulla base di una legge (cfr. cap.
III, S 25).

Per quanto attiene alla tipologia dei vizi sindacabili dalla Corte Costituzionale, si
suole distinguere tra vizi formali (o procedurali) e vizi sostanziali (o materiali). Il
vizio formale consiste nel mancato rispetto delle regole che disciplinano il
procedimento di formazione dell'atto normativo. Il vizio sostanziale concerne,
invece, i contenuti della norma oggetto, in quanto in contrasto con i contenuti
sostanziali della norma parametro.
Accanto a questa tradizionale bipartizione, la dottrina ha individuato una terza
tipologia di vizio sindacabile dalla Corte: il vizio di competenza, il quale ricorre
ogni qualvolta l'atto normativo è adottato da un soggetto diverso da quello
costituzionalmente competente. Dubbi in dottrina sorgono sulla sua qualificazione,
poiché per alcuni sarebbe un vizio formale, per altri sarebbe un tertium genus.
19

9. Cenni al processo costituzionale


Una volta redatta l'ordinanza di rimessione e sospeso il giudizio, il giudice
a quo deve provvedere a notificare l'ordinanza stessa alle parti e al
pubblico ministero - se l'intervento del p.m. nel giudizio a quo è
obbligatorio - nonché al Presidente del Consiglio dei ministri (se
impugnata è una legge statale) o al Presidente della Giunta regionale (se
impugnata è una legge regionale). Contestualmente deve provvedersi alla
comunicazione ai Presidenti delle due Camere o al Presidente del
Consiglio regionale interessato.
Il giudice remittente dovrà, a questo punto, trasmettere l'ordinanza alla
Corte con la prova delle avvenute notificazioni.
Il Presidente della Corte provvederà a ordinarne la pubblicazione sulla
Gazzetta Ufficiale (artt. 23 e 25, legge n. 87 del 1953), affinché tutti
20

(cittadini e giudici) abbiano conoscenza che è pendente innanzi al giudice


costituzionale una questione di costituzionalità.
Entro il termine perentorio di 20 giorni dalla pubblicazione le parti del
giudizio a quo possono costituirsi nel giudizio costituzionale per sostenere
le proprie ragioni.
Entro lo stesso termine può intervenire anche il Presidente del Consiglio
dei ministri, tramite l'Avvocatura dello Stato, o il Presidente della Giunta
regionale, se la questione riguarda una legge regionale. ln genere, questi
ultimi interventi assumono carattere oppositivo in quanto contrari
all'accoglimento della questione (si parla di defensores legum).
La costituzione delle parti legittimate nel processo costituzionale
determina l'instaurazione del contraddittorio, che però è del tutto
eventuale, perché il giudizio della Corte ha luogo anche se le parti (o solo
alcune di esse) decidono di non costituirsi. Il giudizio costituzionale si
definisce perciò come un giudizio a parti eventuali o senza parti.
ln via di principio, la Corte costituzionale non ammette l'intervento di
soggetti che non siano parti del giudizio a quo al momento
dell'emanazione dell'ordinanza di rimessione.
L'art. 20 della legge n. 87 del 1953 nulla prevede quanto alla possibilità
che altri soggetti, diversi da quelli costituiti nel giudizio principale, cui
viene notificata l'ordinanza di rimessione, intervengano nel corso del
giudizio, limitandosi a stabilire che «gli organi dello Stato e delle Regioni
hanno diritto di intervenire in giudizio». L'orientamento restrittivo ha
subito però negli anni alcune eccezioni: la Corte ha infatti ampliato il
contraddittorio quando ha ammesso l'intervento di soggetti individuali e
anche di altri portatori di interessi collettivi, sulla base, rispettivamente,
del rapporto tra il soggetto interveniente e l'oggetto del giudizio a quo
(Corte cost., sentt. n. 20 del 1982 e n. 429 del 1991) e del carattere
rappresentativo di interessi collettivi coinvolti nella questione di
costituzionalità (fra le tante, Corte cost., sentt. n. 456 del 1993 e n. 178 del
1996).
Il problema non è stato risolto dalla modifica delle norme integrative del
2008 dove all'art. 4 si prevede che sia la Corte a potere ammettere
eventuali interventi di terzi. Negli anni più recenti, la giurisprudenza si è
mantenuta rigorosa sull'inammissibilità di interventi ad adiuvandum, pur
consentendo di fatto il deposito di documenti da parte di soggetti terzi i
quali possono così riuscire a far sentire comunque le proprie ragioni.
21

Le questioni di costituzionalità sono discusse in udienza pubblica, oppure


in camera di consiglio. La Corte costituzionale decide direttamente in
camera di consiglio quando non ci siano parti costituite , non
considerandosi rilevante a tali fini la costituzione in giudizio del Presidente
del Consiglio dei ministri, oppure quando la questione appaia prima facie
di agevole soluzione nel senso della manifesta inammissibilità o della
manifesta infondatezza.
ln tutte le altre ipotesi, la Corte decide la questione previa discussione in
udienza pubblica, alla quale possono partecipare, tramite avvocati abilitati
al patrocinio presso le giurisdizioni superiori e parti costituite e gli
intervenuti, soggetti che, entro il termine di 20 giorni liberi prima della
data fissata per l'udienza pubblica, possono depositare presso la cancelleria
della Corte le proprie memorie o produrre documenti.
La Corte costituzionale, per l'acquisizione di documenti, di atti, di dati
statistici, tecnici o di altro tipo oppure ancora per l'accertamento di
situazioni di fatto, può ricorrere a poteri istruttori che, però, sono utilizzati
molto di rado.
Infine, per quanto riguarda le decisioni, la Corte costituzionale dovrebbe,
ai sensi dell'art. 18 legge n. 87 del 1953, provvedere con sentenza quando
giudica in via definitiva e con ordinanza in tutti gli altri casi.
In realtà, non sempre la scelta tra ordinanza e sentenza segue questo
criterio. Il giudizio trova la sua conclusione con il deposito della pronuncia
presso la cancelleria della Corte, cui segue la pubblicazione sulla GU.
22

Sez. IV — Le decisioni della Corte nel giudizio in via incidentale


10. Le decisioni di inammissibilità
Il processo costituzionale può chiudersi con decisioni di diverso tipo.
La prima tipologia da analizzare è quella delle decisioni di inammissibilità, adottate
dalla Corte, con ordinanza o con sentenza quando la questione di legittimità
costituzionale non può essere esaminata nel merito per la presenza di vizi processuali,
ovvero perché la questione prospettata richiede alla Corte di assumere una decisione
che esorbiti dalla sua giurisdizione, implicando valutazioni di natura politica o un
sindacato sull'uso del potere discrezionale del legislatore (art. 28, legge n. 87 del
1953).
Tra i motivi di inammissibilità di ordine processuale si annoverano i seguenti casi:
a) carenza di legittimazione del giudice remittente a sollevare questione di
legittimità costituzionale;
b) carenza di rilevanza della questione di legittimità costituzionale;
c) motivazione insufficiente in punto di rilevanza o di non manifesta
infondatezza;
d) omessa interpretazione conforme a Costituzione od omessa motivazione sul
punto;
e) non corretta individuazione o definizione del thema decidendum, per inidoneità
dell'oggetto (per esempio, quando l'oggetto della questione sia costituita da una
disposizione regolamentare, quindi da una fonte di rango sub-legislativo) o inidoneità
del parametro (per esempio, quando si lamenti il contrasto della norma oggetto con
una legge ordinaria o con un atto a essa equiparato);
f) sopravvenuta carenza dell'oggetto (come può accadere, in ipotesi di decadenza,
per decorso del termine o per voto negativo sulla conversione, del decreto-legge
oggetto della questione di costituzionalità);

Il difetto di ammissibilità, che si verifica quando la Corte sia chiamata a decidere la


questione invadendo le scelte politiche del legislatore, può aversi, per esempio:
1) quando la Corte si trovi a sindacare la costituzionalità di una norma penale
(tema da non confondere con le norme penali di favore, di cui si è detto in questo
cap., S 6), il cui annullamento produrrebbe effetti in malam partem e contrasterebbe
dunque con il principio di stretta legalità informante la materia penale (art. 25 Cost.);
2) quando non sia individuabile una unica soluzione costituzionalmente conforme
che consenta alla Corte di intervenire a rime C.d. obbligate. Laddove quindi siano
individuabili una pluralità di soluzioni tutte compatibili con la Costituzione, la Corte
riconosce che simile scelta compete al solo legislatore.

Quanto agli effetti, le decisioni di inammissibilità vincolano soltanto il giudice


rimettente (efficacia inter partes). Quest'ultimo potrà sollevare la medesima
23

questione, cioè negli stessi termini, nell'ambito del medesimo giudizio, soltanto se il
vizio accertato dalla Corte sia sanabile, quindi rimovibile.
Sono vizi sanabili i difetti di motivazione accertati dalla Corte (in questi casi, il giudice potrà
sollevare nuovamente la questione, completando l'Ordinanza in punto di motivazione), mentre non
sono sanabili i vizi sostanziali e, tra quelli processuali, il difetto di rilevanza, la carenza dell'oggetto,
la carenza della legittimazione del giudice a quo.

11. Le decisioni di rigetto


La Corte adotta, con sentenza, una decisione di rigetto quando la questione di
legittimità costituzionale non è fondata. Può, altresì, accadere che la Corte giudichi la
questione come manifestamente infondata, pronunciandosi con ordinanza, quando
l'infondatezza del dubbio proposto si può apprezzare prima facie.
Anche la decisione di rigetto ha efficacia soltanto inter partes. Ciò vuol dire che altri
giudici, anche in un grado diverso del medesimo processo, potranno sollevare la
medesima questione di costituzionalità: l'unico vincolo, infatti, sussiste nei confronti
del giudice a quo, il quale non può riproporre la medesima questione all'interno del
medesimo giudizio. Ciò, d'altra parte, non preclude però a quello stesso giudice di
riproporre una questione diversa (modificando quindi il parametro, o il petitum) sulla
medesima norma.
Occorre precisare che la sentenza di rigetto non fa acquistare alla norma
impugnata un marchio definitivo di conformità a Costituzione. L'infondatezza
riguarda esclusivamente quella determinata questione su cui si è svolto il
giudizio e in quel determinato contesto normativo e momento storico, non
invece, in assoluto, la norma. Non è allora da escludere che la stessa norma,
giudicata dalla Corte in una diversa successiva questione, ovvero in relazione ad un
diverso parametro, possa effettivamente risultare incostituzionale.
Così come è capitato che su una stessa questione dichiarata infondata la Corte, con
l'evolvere del tempo, dei costumi sociali, dell'interpretazione delle disposizioni stesse,
abbia cambiato opinione e si sia dunque pronunciata con una sentenza di
incostituzionalità.
Basti qui ricordare la vicenda del reato di adulterio, che nel testo dell'art. 559 del Codice penale
prevedeva originariamente una punizione nella sola ipotesi in cui l'adulterio fosse stato posto in
essere dalla moglie. Chiamata a pronunciarsi sul punto, la Corte costituzionale dichiarò una prima
volta infondata la questione con la sentenza n. 64 del 1961, ritenendo che la condotta della moglie
avesse una più grave influenza «sulle più delicate strutture e sui più vitali interessi di una famiglia
(...)», come il turbamento psichico che «i/ pensiero della madre fra le braccia di un estraneo
determina nei giovani figli». Qualche anno dopo, con la sentenza n. 126 del 1968, la corte cambierà
fortunatamente parere e dichiarerà fondata la stessa questione. Ciò sulla base della considerazione
che il diverso trattamento sanzionatorio non era più giustificabile «alla stregua dell'attuale realtà
sociale», poiché «la legge, non attribuendo rilevanza all'adulterio del marito e punendo invece
quello della moglie, pone in stato di inferiorità quest'ultima, la quale viene lesa nella sua dignità».
24

12. Le decisioni di accoglimento


La Corte decide con sentenza di accoglimento quando dichiara l'illegittimità
costituzionale della norma oggetto, perché la questione di legittimità costituzionale è
fondata.
Anche il giudice costituzionale, come ogni giudice, è soggetto al principio di
corrispondenza tra chiesto e pronunciato, sicché la Corte può pronunciarsi sulla
legittimità costituzionale delle sole norme oggetto indicate nell'ordinanza di
rimessione. ln particolare, la Corte dichiara, nei limiti dell'impugnazione, quali sono
le disposizioni illegittime (art. 27 legge n. 87 del 1953).
Una deroga a questa regola si ha con l'istituto della illegittimità consequenziale:
sempre l'art. 27 legge n. 87 del 1953 conferisce infatti alla Corte il potere di
dichiarare l'illegittimità costituzionale anche di quelle ulteriori disposizioni legislative
«la cui illegittimità deriva come conseguenza dalla decisione adottata».
In generale, la Corte ha utilizzato questo strumento in modo limitato: sono rari i casi infatti nei quali
il giudice costituzionale se ne è servito per ampliare in modo evidente i confini del proprio giudizio.
Ciò è avvenuto, per esempio, nella nota sent. n. 422 del 1995 sulle C.d. quote, nella quale la Corte
costituzionale ha applicato il principio dell'incostituzionalità in materia elettorale di tutti gli
strumenti antidiscriminatori anche a disposizioni diverse da quelle espressamente impugnate. Più di
recente, la Corte, la sent. n, 52 del 2017, ha dichiarato l'incostituzionalità della legge della Regione
Valle d'Aosta, nella parte in cui prevedeva che si applicassero determinate disposizioni all'incarico
di Comandante regionale dei vigili del fuoco e, in via consequenziale, anche nella parte in cui la
stessa previsione si applicava all'incarico di Vice Comandante regionale dei vigili del fuoco.

13. Effetti temporali delle decisioni di accoglimento


La decisione di accoglimento ha efficacia erga omnes e retroattiva. L'estensione
erga omnes dell'efficacia delle pronunce dichiarative dell'incostituzionalità si pone coerentemente
in linea con il principio della sovraordinazione della Costituzione, che è alla base del sindacato di
costituzionalità delle leggi e della stessa rigidità della Costituzione.
Si è discusso se gli effetti della decisione di accoglimento do vessero essere
retroattivi o valere solo per il futuro, stante la formulazione non troppo chiara dell'art.
136 Cost.: «Quando la corte dichiara l'illegittimità costituzionale di una norma di
legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno
successivo alla pubblicazione della decisione». ln realtà, tale formulazione era stata
pensata soprattutto con riferimento ad un'azione diretta del cittadino nei confronti
della legge, indipendentemente da un giudizio concreto, e quindi "per il futuro".
Il problema è stato risolto dall'art. 30 della legge n. 87 del 1953: «le norme dichiarate
incostituzionali non possono avere applicazione dal giorno successivo alla
pubblicazione della decisione», ammettendosi, così, che la dichiarazione di
incostituzionalità abbia effetto anche nei confronti di tutte le situazioni ancora
giustiziabili, anche se sorte precedentemente alla dichiarazione di incostituzionalità.
D'altra parte, gli effetti retroattivi della dichiarazione di incostituzionalità sono una
conseguenza della natura incidentale del giudizio costituzionale, che fu determinata
dall'art. 1 della legge cost. n. 1 del 1948: sarebbe illogico imporre al giudice che ha
sollevato la questione, evidentemente con riguardo a una res iudicanda anteriore, di
25

applicare una norma dichiarata incostituzionale, poiché ciò determinerebbe il venir


meno dell'interesse concreto a sollevare la questione stessa (così, Corte cost., sentt. n.
127 del 1966 e n• 49 del 1970).

Le decisioni di incostituzionalità si applicano dunque anche ai rapporti sorti prima


della dichiarazione di incostituzionalità, con il solo limite dei rapporti esauriti, cioè
dei rapporti che non sono Più sottoponibili a un giudizio di merito per il sopravvenire
di fatti impeditivi, quali il giudicato, la prescrizione, la decadenza.
Il problema dell'applicazione delle decisioni di incostituzionalità ai rapporti esauriti è,
tuttavia, di competenza dei giudici comuni, nonostante in qualche caso la Corte
costituzionale abbia voluto farsene carico (sentt• 266 e n. 501 del 1988; n. 50 del
1989; n. 1 e n. 124 del 1991, in cui la Corte costituzionale è giunta ad affermare
limitazioni degli effetti retroattività della pronuncia.
In un solo caso, espressamente previsto dall'art. 30 della legge n. 87 del 1953, la
decisione di incostituzionalità travolge anche i rapporti esauriti dal giudicato penale:
«quando in applicazione della norma dichiarata incostituzionale è stata pronunciata
sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano la esecuzione e tutti gli effetti penali.
L'efficacia generale e retroattiva delle decisioni di incostituzionalità ha tuttavia, nel
corso degli anni, creato molti problemi, soprattutto nel caso in cui queste decisioni
comportassero, direttamente o indirettamente, costi per il nostro ordinamento. E tale
effetto ha in molti casi determinato una rinuncia da parte del giudice costituzionale
all'accoglimento di importanti, ma troppo costose, questioni. Si è posto quindi il
problema di adottare strumenti, conosciuti in altri ordinamenti, come quello tedesco,
che consentissero alla Corte di limitare retroattivamente o solo per il futuro l'efficacia
della propria pronuncia.
In assenza di un intervento del legislatore, anche costituzionale, la Corte ha provato
ad adottare pronunce che modulassero gli effetti temporali, sia contenendoli nel
passato (cfr. sent. n. 501 del 1988), o limitandoli al futuro (sent. n. 266 del 1988).
Di recente, a seguito anche della modifica dell'art. 81 Cost., che impone allo Stato
italiano di rispettare l'equilibrio di bilancio (legge cost. n. 1 del 2012; cfr. cap. IV, S
22), la Corte, con la sent. n. 10 del 2015, ha adottato una pronuncia solo "pro futuro",
ritenendo che rientri nei propri poteri anche la determinazione dell'effi cacia
temporale delle proprie pronunce. Questa decisione, perì ha sollevato molti
interrogativi sulla possibilità, in un sistema incidentale, di recidere il nesso di
pregiudizialità fra giudizio a quo giudizio costituzionale, con una pronuncia i cui
effetti non possono riflettersi nel giudizio nel quale ha avuto origine la questione.
II giudice a quo del caso concreto, del resto, non si è sentito vincolato dal dispositivo
della pronuncia e ha risolto il proprio giudizio come se la decisione di
incostituzionalità avesse prodotto effetti retroattivi.
26

14. Ulteriori modelli decisori


La Corte costituzionale ha elaborato ulteriori tecniche decisorie, che oggi possiamo
sistematizzare in due modelli:
1) decisioni interpretative di rigetto e di accoglimento;
2) decisioni manipolative di accoglimento, tra cui possiamo inserire le pronunce
di accoglimento parziale, additive, sostitutive ed infine, le additive di principio.

Le decisioni interpretative di rigetto si fondano sulla possibilità che una


disposizione di legge consenta più di un'interpretazione (cfr. cap. Il, S 6).
La Corte costituzionale, infatti, può rifiutare l'interpretazione prospettata dal giudice a
quo ed elaborarne come ogni giudice — una propria. Sicché, la questione è dichiarata
infondata perché basata su una diversa interpretazione della norma oggetto.
Le decisioni interpretative adottate dalla Corte non vincolano i giudici diversi dal
giudice rimettente, i quali sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Cost.). Se la
giurisprudenza comune non si adegua all'interpretazione suggerita dalla Corte
costituzionale, essa sarà indotta, nelle successive occasioni, a rivedere la propria
decisione, pervenendo, se del caso, a una pronuncia di accoglimento.
Nei primi anni della propria attività, le pronunce interpretative di rigetto sono state
il principale strumento con cui la Corte costituzionale ha adeguato le leggi anteriori
alla Costituzione ai principi costituzionali. Accadeva tuttavia che i giudici,
soprattutto la Corte di cassazione, non si conformassero a tali interpretazioni. In
alcuni casi, dunque, le questioni sono ritornate davanti al giudice costituzionale, il
quale ha dovuto pronunciarsi per l'incostituzionalità dell'interpretazione dei giudici
comuni.
In simili ipotesi si è avuto un passaggio da una decisione interpretativa di rigetto a
una interpretativa di accoglimento.

Cosi è avvenuto con le decisioni n. 11 e 52 del 1965, in tema di istruzione sommaria


del processo penale, Nella prima decisione, la Corte costituzionale ha dichiarato non
fondata la questione di legittimità costituzionale «nei sensi di cui in motivazione»,
cosi adottando, in difformità rispetto all'interpretazione della giurisprudenza di
legittimità, un’interpretazione larga e costituzionalmente conforme di un articolo del
codice di procedura penale. Successivamente, con la sentenza n. 52 del 1965, la
Corte costituzionale ha accolto la questione dichiarando incostituzionale
l'interpretazione che negava le garanzie di difesa dell'imputato consentite
nell'istruzione formale, di fatto obbligando i giudici ad applicare la norma in modo
conforme a Costituzione.
Negli anni più recenti, invece, se la questione è sollevata sulla base di
un'interpretazione consolidata nella giurisprudenza — è il diritto vivente, di cui si è
già detto (cfr., in questo cap., S 8) —, la Corte costituzionale, di regola, vi si attiene,
anche se ciò comporta la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma di
legge.
Negli anni '60 del secolo scorso, a causa dell'inerzia e delle lentezze del legislatore,
alla Corte fu chiesto di adeguare l'ordinamento ai nuovi principi costituzionali. Il
giudice costituzionale dovette allora congegnare strumenti ulteriori rispetto alle
27

decisioni interpretative, non potendo permettersi di creare vuoti nell'ordinamento, in


assenza di un intervento legislativo. Vengono così alla luce decisioni con le quali la
Corte non dichiara la semplice incostituzio nalità della norma, ma con ritagli o
aggiunte, ne modifica il significato, adeguandolo ai principi costituzionali.
Si tratta delle decisioni manipolative, grazie alle quali la Corte dichiara
l'incostituzionalità di una disposizione di legge non nella sua integrale portata
normativa, ma solo nella parte in cui prevede qualcosa (sentenze di accoglimento
parziale o riduttive) o nella parte in cui non prevede qualcosa (sentenze additive) o
nella parte in cui prevede qualcosa anziché qualcos'altro (sentenze sostitutive).
Con le sentenze di accoglimento parziale (o riduttive), la Corte costituzionale
dichiara l'illegittimità costituzionale della disposizione legislativa non nella sua
integrità, ma «nella parte in cui prevede che...», individuando cosi direttamente la
parte della norma sulla quale la declaratoria d'incostituzionalità produrrà i propri
effetti.
Un esempio può ritrovarsi nella sent, n. 151 del 2009, con la quale la Corte
costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità dell'art, 14, comma 2, della legge n. 40
del 2004 il quale prevedeva originariamente che «Le tecniche di produzione degli
embrioni non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente
necessario ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre»
limitatamente alle parole «ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non
superiore a tre». La norma che risulta oggi da tale ritaglio è dunque la seguente: «Le
tecniche di produzione degli embrioni non devono creare un numero di embrioni
superiore a quello strettamente necessario».
Come è possibile notare, con un semplice ritaglio di una frase, la Corte riesce a
cambiare totalmente il significato della norma: prima si trattava di una normativa che
limitava l'impiego di embrioni, per questo lesiva della salute della donna, che era
costretta a sottoporsi a molteplici interventi ormonali; in seguito alla pronuncia, la
Corte costituzionale demanda al medico il compito di determinare, caso per caso, il
numero di embrioni necessari in relazione agli specifici problemi della singola
coppia, e non in via generale. Questo intervento della Corte costituzionale ha
consentito a una disciplina che aveva di fatto quasi annullato la possibilità di avere
figli in Italia per le coppie con problemi di sterilità di essere applicata in modo serio,
ma con possibilità di successo, il tutto coerentemente con i principi costituzionali.
Le sentenze additive sono invece impiegate dalla Corte costituzionale per colmare
una lacuna costituzionalmente rilevante: la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale
della disposizione impugnata «nella parte in cui essa non prevede che...» (tra le tante,
cfr. Corte cost., sentt. n. 190 del 1970 e n. 183 del 1988), ossia quando la
disposizione manchi di un contenuto normativo costituzionalmente necessario.
Due esempi consentono di cogliere il ruolo fondamentale che queste decisioni
rivestono nel consentire alla Corte costituzionale, al posto del legislatore, di
introdurre norme rispettose dei principi costituzionali.
Nella sent. n. 404 del 1988, la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sull'art.
6, comma 1, della legge 392 del 1978, il quale prevedeva che «in caso di morte del
28

conduttore gli succedono nel contratto il coniuge, gli eredi ed i parenti ed affini con
lui abitualmente conviventi», ne dichiara l'incostituzionalità «nella parte in cui non
prevede tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione, in caso di morte
del conduttore, il convivente more uxorio».
La Corte dunque amplia, con una propria decisione, la categoria delle persone che
possono succedere nel contratto di locazione, alla luce della primarietà del bene
abitazione, da ricomprendersi nell'art. 2 Cost., e riconoscendo per la prima volta la
necessità che lo Stato tuteli le formazioni sociali diverse dalla famiglia tradizionale,
quella fondata sul matrimonio ai sensi dell'art. 29 Cost.
Nella sent. n. 190 del 1970, la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla
legittimità della previsione, nel processo penale, della presenza del solo pubblico
ministero e non anche del difensore all'interrogatorio dell'imputato, alla luce dell'art.
24 Cost. che garantisce l'inviolabilità del diritto di difesa, modifica la richiesta del
giudice a quo di pronunciarsi sull'incostituzionalità dell'art. 303 del c.p.p., il quale
garantiva solo al pubblico ministero e non al difensore la presenza all'interrogatorio,
sollevando di fronte a se stessa, e accogliendo, la questione sull'art. 304-bis, comma
1, c.p.p., nella parte in cui «esclude il diritto del difensore dell'imputato di assistere
all'interrogatorio».
Nella decisione, quindi, è il giudice costituzionale a introdurre un'importante misura
di garanzia del principio di parità di armi nel processo penale, prima di un intervento
legislativo che avverrà molti anni dopo con la riforma del codice di procedura penale
del 1988.
Con la sentenza sostitutiva, infine, la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale della
disposizione legislativa «nella parte in cui prevede 'a' anziché 'b'».
Nella sent. n. 149 del 1995, la Corte si è occupata della formula del giuramento del
testimone nel codice di procedura civile e della sua compatibilità con il principio di
laicità dello Stato, che impone equidistanza rispetto alla religione e tutela il credente
come il non credente.
L'originaria formulazione conteneva infatti un esplicito riferimento a Dio, sia pure
con la precisazione «se credente». La Corte, quindi, dichiara illegittima la
disposizione nella parte in cui prevede la formula «Consapevole della responsabilità
che con il giuramento assumete davanti a Dio, se credente, e agli uomini, giurate di
dire la verità, null'altro che la verità», anziché la formula «Consapevole della
responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a
dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza».
Le decisioni manipolative, dunque, non investono la disposizione denunciata nella
sua globalità, ma solo una parte del suo contenuto normativo, lasciando sopravvivere
le rimanenti (Corte cost., sentt. n. 26 del 1961 e n. 219 del 1995). Esse, in quanto
pronunce di accoglimento, producono effetti retroattivi ed erga omnes, con riguardo
però alla sola parte di norma colpita dalla declaratoria d'incostituzionalità.
Questa tecnica decisoria ha suscitato critiche in dottrina, perché ri tenuta lesiva dello
spazio riservato alla discrezionalità del legislatore Radicale era soprattutto la
posizione di quanti sostenevano che se la norma è presente nel sistema, spetterebbe
29

soltanto ai giudici ricavarla e, dunque, la Corte costituzionale violerebbe la sfera di


competenza dei giudici stessi; qualora invece la norma non fosse presente
nell'ordinamento soltanto il legislatore potrebbe introdurla.
A tale obiezione si è però risposto che la manipolazione della Corte avviene in realtà
"a rime obbligate": la Corte, in altre parole, non crea nuove norme, ma si limita a
ricavarle dal sistema costituzionale. Di fatto, questa tecnica decisoria è stata
necessaria non solo in un preciso momento storico, ma in tutta la storia repubblicana
e la Corte ha fatto largo uso di decisioni di questo tipo, soprattutto per evitare di
creare vuoti legislativi attraverso semplici pronunce di accoglimento (cosiddetto
horror vacui).
La tecnica delle decisioni manipolative ha consentito alla Corte costituzionale, fra
l'altro, di intervenire senza creare vuoti in numerosi settori dell'ordinamento (per
esempio, il codice penale o il codice di procedura penale) retti da discipline in gran
parte anteriori alla Costituzione e non modificate dal legislatore in conformità ad
essa.
Oggi la Corte costituzionale utilizza questo strumento in modo ordinario, essendo
spesso anche direttamente investita di "questioni manipolative" (: con il ricorso a tali
pronunce la Corte riesce a ricondurre a legittimità discipline incostituzionali e
irragionevoli (basti pensare alla vicenda sulla procreazione medicalmente assistita,
con le numerose pronunce che hanno di fatto riscritto la legge n. 40 del 2004), ma
anche, di fatto, a supplire le carenze della politica nella promozione di diritti
fondamentali, laddove questa sia assente o comunque non riesca a intervenire in
modo tempestivo (si pensi alle recenti vicende sulle leggi elettorali: sentt. nn. 1 del
2014 e 35 del 2017; al contributo essenziale offerto dalla Corte in relazione alle
unioni fra persone dello stesso sesso: sentt. nn. 138 del 2010 e 170 del 2014; o,
ancora, alla questione del cognome materno: sent. n. 286 del 2016).
Le sentenze additive di principio si differenziano, rispetto alle sentenze additive
classiche, per l'assenza di un intervento della Corte costituzionale volto a stabilire il
contenuto normativo regolatorio da aggiungere alla disposizione impugnata,
limitandosi semmai a individuare i principi che devono ispirare il successivo
intervento regolatorio del legislatore,
Nella pronuncia, dunque, la Corte costituzionale dichiara l'incostituzionalità di
una norma nella parte in cui non rispetta un principio costituzionale. La Corte non
aggiunge alla disposizione una norma direttamente applicabile, ma si limita a fissare
un principio
generale che dovrà essere attuato soltanto mediante un intervento successivo del
legislatore. Questa pronuncia si basa sul modello delle decisioni di incompatibilità
senza dichiarazione di nullità adottate dal Tribunale costituzionale tedesco, nate per
consentire al giudice costituzionale di intervenire in una materia senza però invadere
lo spazio della discrezionalità legislativa.
Ciò pone però alcune questioni problematiche per ciò che riguarda il periodo nel
quale una volta resa la dichiarazione di incostituzionalità il legislatore debba ancora
intervenire: cosa dovranno fare i giudici, a partire dal giudice a quo? Dovranno
30

sospendere il processo in attesa dell'intervento del legislatore? Dovranno negare il


diritto dal momento che il legislatore non è ancora intervenuto? potranno invece
applicare direttamente il principio affermato dalla Corte pur in assenza di una regola
precisa? A differenza di quello tedesco, il legislatore italiano, purtroppo, spesso non è
intervenuto tempestivamente, dando luogo ai quesiti indicati.
Un esempio di decisione additiva di principio è costituita dalla sent. n. 170 del 2014,
nella quale la Corte costituzionale ha dovuto affrontare il problema del «divorzio
imposto» dalla legge n. 164 del 1982, a seguito del cambiamento del sesso di uno dei
coniugi in una coppia sposata. Non essendo nel momento della dichiarazione di
incostituzionalità ancora stata approvata una regolamentazione generale sulle unioni
fra le persone dello stesso sesso, la Corte ha dichiarato, in caso di cambiamento del
sesso di uno dei due coniugi, l'illegittimità del C.d. "divorzio imposto", rinviando al
legislatore il compito di approntare un'adeguata disciplina. La decisione quindi
sancisce «l'illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 4 della legge 14 aprile 1982, n.
164, con riferimento all'art. 2 Cost., nella parte in cui non prevedono che la sentenza
di rettificazione dell'attribuzione di sesso di uno dei due coniugi, che comporta lo
scioglimento del matrimonio, consenta, comunque, ove entrambi lo richiedano, di
mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di
convivenza registrata, che tuteli adeguatamente i diritti ed obblighi della coppia
medesima, la cui disciplina viene demandata alla discrezionalità del legislatore».
Nelle more dell'approvazione della legge sulle unioni civili, il giudice a quo (che in
quel caso era la Corte di cassazione), ha applicato il principio contenuto nella
sentenza, rigettando la richiesta di scioglimento del matrimonio. ln particolare, la
Corte di cassazione ha ritenuto che la sent. n. 170 del 2014 della Corte costituzionale
non potesse che comportare la rimozione degli effetti della caducazione automatica
del vincolo matrimoniale, con relativo riconoscimento temporaneo per la coppia dei
diritti e dei doveri di cui al vincolo legittimamente contratto, fino all'intervento del
legislatore (Cass. Civ., sent. n. 8097 del 2015).
31

Sez. V — Gli altri giudizi sulle leggi


15. Il giudizio in via principale
L'altra via che consente alla Corte di effettuare il controllo di costituzionalità sulle
leggi è il cosiddetto giudizio in via principale (detto anche giudizio in via
d'azione). Quando la Corte si pronuncia su un ricorso introdotto in via principale,
contrariamente a quanto avviene nel giudizio incidentale, essa decide della questione
astratta, senza cioè che il problema di legittimità costituizionale si sia posto in sede di
concreta applicazione della legge impugnata,
La legittimazione (legitimatio ad causam) a impugnare la legge con ricorso in via
principale è riservata allo Stato e alle Regioni (e alle due Province autonome di
Trento e Bolzano), nei confronti delle leggi adottate dall'altro ente, rappresentati nel
processo, rispettivamente, dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Presidente
della Giunta regionale (o provinciale).
Secondo il disegno originario della Costituzione, il giudizio sulle leggi regionali era
profondamento diverso rispetto a quello relativo alle leggi statali. Le prime potevano
essere infatti impugnate dal Governo già prima della loro entrata in vigore (e, in
teoria, anche per vizi di merito, davanti alle Camere), mentre le leggi statali potevano
essere oggetto di impugnazione da parte delle Regioni solo dopo la loro entrata in
vigore. Questa circostanza denotava un evidente regime di favore per le leggi statali.
A seguito della riforma costituzionale del 2001, e ai sensi del vigente art. 127 Cost.,
la situazione, da questo punto di vista, è oggi parificata: sia le leggi statali che quelle
regionali possono essere impugnate solo successivamente alla loro entrata in vigore,
entro 60 giorni dalla loro pubblicazione.
Oltre alla legittimazione all'impugnazione, ai fini dell'ammissibilità della stessa, deve
essere soddisfatta la condizione processuale dell'interesse al ricorso. Questa
32

condizione consiste nell'utilità — quantomeno giuridica — della pronuncia della


Corte costituzionale nei confronti della situazione giuridica fatta valere dal ricorrente.
La sussistenza dell'interesse al ricorso, che assume connotazioni parzialmente diverse
a seconda che sia promosso dallo Stato o da una Regione, può essere apprezzata alla
luce della stessa tipologia di vizi che possono essere denunciati nei rispettivi ricorsi.
Con riguardo ai vizi denunciabili, infatti, la Corte costituzionale, a dispetto di alcuni
orientamenti apparsi in dottrina, è costante nel distinguere la posizione dello Stato da
quella della Regione, anche successivamente alla riforma costituzionale del 2001:
mentre lo Stato può denunciare la violazione di qualsiasi norma costituzionale da
parte della legge regionale (in questo caso sussistendo l'interesse a ricorrere in quello
obiettivo alla legittimità costituzionale delle leggi regionali), la Regione può
denunciare la sola lesione delle Proprie competenze legislative cosi come fissate in
Costituzione (in tale caso, l'interesse regionale al ricorso deve essere concreto e at
tuale, non potendosi lamentare una violazione solo eventuale delle attribuzioni
costituzionali).
Le ragioni della diversità di trattamento tra i due enti troverebbero il loro fondamento
nella diversa posizione che Stato e Regioni Occupano nell'ordinamento giuridico. La
Corte costituzionale ha infatti affermato che anche «nel nuovo assetto costituzionale
scaturito dalla riforma, allo Stato [è] pur sempre riservata, nell'ordinamento generale
della Repubblica, una posizione peculiare desumibile non solo dalla proclamazione di
principio di cui all'art. 5 della Costituzione, ma anche dalla ripetuta evocazione di
un'istanza unitaria, manifestata da/ richiamo a/ rispetto della Costituzione, nonché dei
vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obb/ighi internazionali, come
limiti di tutte le potestà legislative (art. 117, comma 1) e da/ riconoscimento
dell'esigenza di tutelare l'unità giuridica ed economica dell'ordinamento stesso (art.
120, comma 2). Tale istanza postula necessariamente che ne/ sistema esista un
soggetto lo Stato, appunto — avente i/ compito di assicurarne il pieno
soddisfacimento» (sent. n. 274 del 2003).
Un ampliamento dei vizi deducibili da parte della Regione si riscontra, semmai, nell'orientamento
della Corte che ammette, sia pur nell'ambito di una giurisprudenza non sempre lineare, il ricorso
regionale per invasione indiretta delle proprie competenze: la Regione può infatti ricorrere
denunciando la violazione di parametri anche diversi da quelli che disegnano le competenze
legislative (come per esempio, gli artt. 76 e 77 Cost.) purché tale violazione indirettamente ridondi
in una lesione delle proprie competenze legislative.
A questo riguardo, in particolare, è necessario che la Regione motivi specificamente sulla c.d.
ridondanza della violazione denunciata sulle proprie attribuzioni. Le Regioni, in particolare,
possono evocare parametri estranei al Titolo V della Costituzione, laddove le violazioni siano
potenzialmente idonee a riverberarsi sulle proprie attribuzioni costituzionali, indicandole e
motivando in ordine alle ragioni della lesione (cfr., ad esempio, la sent. n. 8 del 2015).
I contenuti del ricorso, con specifico riguardo alle disposizioni censurate e ai
parametri costituzionali, devono corrispondere a quanto rilevato nella delibera del
Consiglio dei ministri o della Giunta regionale che decide l'impugnazione, a pena di
inammissibilità (cfr. art. 34 della legge n. 87 del 1953, che rinvia espressamente
all'art. 23 della stessa legge). Al contrario, le motivazioni che sostengono il ricorso
possono mancare o essere indicate in modo sintetico nella delibera collegiale, essendo
33

compito dell’Avvocatura precisarne i profili nell’atto introduttivo del giudizio davanti


alla Corte.
Con riguardo ai profili processuali, il giudizio in via principale — a differenza di
quello in via incidentale — è un processo di parti: è promosso su impulso di parte
e, a differenza di quello incidentale, si può estinguere in seguito a rinuncia del
ricorrente, accettata dall'altra parte (art. 23 delle Norme integrative).
La Corte costituzionale può, inoltre, dichiarare la cessazione della materia del
contendere laddove verifichi la sussistenza di circostanze che incidono
sull'esistenza o efficacia dell'atto impugnato (si pensi, per esempio, a interventi
modificativi o abrogativi). ln questi casi, la Corte deve accertare sia il carattere
satisfattivo della modifica legislativa intervenuta, sia la mancata applicazione della
disposizione censurata.
È costante, nella giurisprudenza costituzionale, l'affermazione secondo cui «nei
giudizi promossi in via principale nei confronti di leggi regionali o statali non
possono intervenire soggetti diversi da quelli titolari delle attribuzioni legislative
in contestazione» (fra le tante, sent. n. 51 del 2006).
L'art. 35 della legge n. 87 del 1953, come modificato dalla legge n. 131 del 2003,
ha esteso al giudizio in via principale la possibilità, prima riconosciuta solo
nell'ambito dei conflitti costituzionali (art. 40, legge n. 87 del 1953), in pendenza del
giudizio, della sospensione dell'atto impugnato, anche d'ufficio, con ordinanza
motivata, quando «l'esecuzione dell'atto impugnato o di parti di esso possa
comportare il rischio di un irreparabile pregiudizio all'interesse pubblico o
all'ordinamento giuridico della Repubblica, ovvero il rischio di un pregiudizio
grave ed irreparabile per i diritti dei cittadini» (art. 35, legge n. 87 del 1953). Si
tratta, però, di un potere fino a qui scarsamente utilizzato dalla Corte costituzionale.
Quanto alle decisioni, non ci sono particolari differenze rispetto a quanto si è
visto per il giudizio in via incidentale: la Corte può Pronunciare decisioni di
inammissibilità, se nei ricorsi dello Stato o delle Regioni vi sono vizi legati al
mancato rispetto dei requisiti processuali. Quando entra nel merito, la Corte può
dichiarare l'infondatezza della questione, lasciando sopravvivere la norma oggetto
del ricorso oppure può accogliere la questione, dichiarando incostituzionale la legge
impugnata. Non mancano, tra le sentenze di accoglimento, anche decisioni
manipolative, seppure in numeri percentuali minori rispetto a quanto succede nel
giudizio in via incidentale.
34

16. Il controllo degli Statuti regionali


A seguito della modifica apportata dalla legge cost. n. 1 della 1999 all'art. 123 Cost.
la Corte costituzionale è titolare della competenza relativa al controllo sugli Statuti e
sulle leggi statutarie delle Regioni ordinarie (cfr. cap. III, S 15).
Il procedimento di approvazione degli Statuti delineato dall'art 123, comma 2, Cost.
prevede che, dopo la doppia approvazione da parte del Consiglio regionale, il
Governo possa promuovere questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte
entro 30 giorni dalla pubblicazione.
L'unico soggetto legittimato a ricorrere contro le delibere statutarie è il Governo:
nessun potere hanno, in proposito, i consiglieri regionali che pure abbiano votato
contro l'approvazione dello Sta tuto (Corte cost., sent. n. 378 del 2004).
Il compito affidato alla Corte non è dissimile, nonostante le peculiarità del caso, dal
controllo sulle leggi effettuato in via principale. Infatti, l'art. 19 delle Norme
integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale prevede espressamente che a
tale tipo di giudizio si applichino le previsioni valide per il giudizio in via principale:
35

il ricorso deve così contenere l'indicazione delle norme costituzionali asseritamente


violate e la motivazione intorno alle relative ragioni'

Per quanto concerne il termine entro cui il Governo può promuovere il ricorso, la
Corte ha precisato — in mancanza di una chiara previsione normativa — che la
pubblicazione cui fa riferimento l'art. 123 Cost. è quella utile a far decorrere il
termine per l'eventuale svolgimento del referendum popolare e non la pubblicazione
che, al termine del procedimento, porta alla entrata in vigore la legge statutaria: siamo
infatti in presenza di un controllo che si svolge in via preventiva, prima cioè
dell'entrata in vigore degli Statuti (Corte cost., sent. n. 304 del 2002 e n. 469 del
2005).
La Corte ha precisato che qualora il vizio di illegittimità dello Statuto sopraggiunga e si consolidi
soltanto dopo la scadenza dei termini previsti dall'art. 123 Cost. (ad esempio perché il vizio della
legge statutaria deriva esclusivamente dall'atto di promulgazione), il Governo può utilmente
ricorrere al conflitto di attribuzioni tra Stato e Regioni (cfr. Corte cost., sent. n. 149 del 2009).
In relazione alla formulazione del ricorso e alla prospettazione del thema decidendum, sono
inammissibili le censure riguardanti le norme programmatiche contenute negli Statuti: esse sono
infatti ritenute dalla Corte proposizioni di natura esclusivamente culturale o politica, ma non
normativa (in tale senso, sentt. nn. 372, 378 e 379 del 2004, e, ancora, n. 365 del 2007).
ln
particolare, la Corte ha affermato che «tali proclamazioni di obietti vi e di impegni non possono
certo essere assimilate alle C.d. norme programmatiche della Costituzione, alle quali, per il loro
valore di principio, sono stati generalmente riconosciuti non solo un valore programmatico nei
confronti della futura disciplina legislativa, ma soprattutto una funzione di integrazione e di
interpretazione delle norme vigenti. Qui però non siamo in presenza di Carte costituzionali, ma solo
di fonti regionali 'a competenza riservata e specializzata', cioè di statuti di autonomia, i quali, anche
se costituzionalmente garantiti, debbono comunque 'essere in armonia con i precetti ed i principi
tutti ricavabili dalla Costituzione' (sentenza n. 196 del 2003). Se dunque si accolgono le premesse
già formulate sul carattere non prescrittivo e non vincolante delle enunciazioni statutarie di questo
tipo, ne deriva che esse esplicano una funzione, per così dire' di natura culturale o anche politica,
ma certo non normativa» (sent. n. 372 del 2004).

Deve poi ricordarsi che il Governo può dedurre qualsiasi vizio di illegittimità
costituzionale, anche se particolare rilievo assume l'armonia con la Costituzione, di
cui parla il comma 1 dell'art. 123 Cost.: la Corte ha precisato che tale locuzione
comporta, da parte degli Statuti, il puntuale rispetto di ogni disposizione della
Costituzione.
Nessuna particolarità di rilievo si rileva invece per quanto attiene alle decisioni in
questo specifico giudizio: è sufficiente dunque richiamare quanto detto a tal proposito
sia nella parte dedicata al giudizio in via incidentale che in quella dedicata al giudizio
in via principale.

Sez. VI — Conflitti di attribuzione e ulteriori competenze della Corte


17. I conflitti di attribuzione fra poteri dello Stato
I giudizi sui conflitti di attribuzione fra i poteri dello Stato (o giudizi per conflitto
interorganico) sono demandati alla cognizione della Corte costituzionale dall'art. 134
36

Cost. Le principali fonti di disciplina della materia, seppur lacunose, sono gli artt. 37
e 38 della legge n. 87 del 1953, e l'art. 24 delle Norme integrative per i giudizi
davanti alla Corte costituzionale.
Scopo di questi giudizi è garantire che venga rispettato il quadro delle competenze
che la Costituzione attribuisce ai diversi poteri che compongono lo Stato. Proprio per
questo si parla anche di conflitti di natura costituzionale e si evoca la necessità che il
conflitta abbia un "tono costituzionale". ln altre parole, può dirsi che la risoluzione di
tali giudizi ha come fine principale quello di mantenere l'equilibrato disegno
realizzato dal Costituente in ordine alla separazione dei poteri dello Stato. La Corte,
infatti, risolve questi tipi di giudizi affermando a quale potere spetta la competenza o
la prerogativa che si assume sia stata lesa.
Per comprendere meglio cosa siano i conflitti di attribuzione, necessario esaminare
innanzitutto quali sono i soggetti legittimati ad essere parte del conflitto.
L'art. 134 Cost. parla genericamente di «poteri dello Stato» za precisare altro;
soccorre però l'art. 37, comma 1, della legge n• 87 del 1953, che mette in evidenza
come tale conflitto sia risolto dalla Corte «se insorge tra organi competenti a
dichiarare definitivamente la volontà dei poteri cui appartengono e per la
delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri norme
costituzionali».
Rientrano ovviamente nel concetto di "potere dello Stato" il legislativo, l'esecutivo e
il giudiziario, che incarnano i tre poteri classici. Sono considerati tali però anche tutti
quei poteri cui la Costituzione attribuisce una o più specifiche competenze: possono
dunque essere parti di un conflitto interorganico il Presidente della Repubblica, il
Ministro della giustizia, la Corte dei conti, il Consiglio Superiore della Magistratura,
la Corte costituzionale, ecc.
Tali poteri possono anche essere estranei allo Stato-apparato (tale è ad esempio, il
caso dei promotori del referendum abrogativo o dei presentatori di iniziative di leggi
popolari), a patto che esercitino poteri che rientrano nello svolgimento di più ampie
funzioni, i cui atti finali siano imputati allo Stato-autorità.
In virtù di questo principio, non sono invece ritenuti poteri dello Stato i partiti politici
(Corte cost., ord. n. 79 del 2006 e 120 del 2009), né è potere dello Stato il singolo cittadino
(ord. n. 121 del 2011 e, da ultimo, sent. n. 277 del 2017) o il singolo parlamentare (sent. n. 277 del
2017 e ord. n. 149 del 2016) , gli enti locali (ord. n. 84 del 2009 e ord. n. 264 del 2010), o le
associazioni dei consumatori (ord. n. 256 del 2016 e, ancora, sent. n. 277 del 2017).
La Corte ha dichiarato l'inammissibilità dei conflitti sollevati in mancanza di una
chiara e univoca indicazione dei poteri ricorrenti, delle competenze costituzionali
menomate e dell'oggetto della pretesa (cfr. ord. n. 280 del 2017, in cui la Corte
sottolinea come non fosse chiaro in quale veste si presentassero i ricorrenti: in qualità
di singoli parlamentari o come rappresentanti del gruppo parlamentare di
appartenenza, come cittadini elettori o come soggetti politici).
La legge n. 87 del 1953 introduce, accanto al concetto di potere, anche quello di
organo. Si tratta di una differenziazione importante, volta a distinguere i cosiddetti
"poteri-organo", che sono quei poteri che si esauriscono in un solo organo (ad
37

esempio, il Presidente della Repubblica) dai cosiddetti "organi-potere", che sono


invece poteri che si estrinsecano in più organi (ad esempio, il potere giudiziario è
composto da tutti gli organi che esercitano la funzione giudiziaria). Dunque, l'art. 37
della legge n. 87 del 1953 chiarisce che tutti gli organi abilitati a dichiarare in via
definitiva la volontà del singolo potere cui appartengono possono sollevare un
conflitto di attribuzione.
Così il Presidente della Repubblica (e, come quest'ultimo, tutti i poteri che si risolvono in un solo
organo) può tutelare le proprie competenze tramite la persona che ricopre pro tempore la carica (da
ultimo, Corte cost., ord. n. 225 del 2017).
La magistratura e tutti gli altri poteri costituiti da più organi possono invece tutelare le proprie
competenze tramite i diversi organi che lo compongono, che sono abilitati a dichiararne
definitivamente la volontà. Il potere giudiziario, inoltre, presenta la particolarità di essere un "potere
diffuso" fra una pluralità di organi giudiziari: i magistrati, infatti, si distinguono tra loro solo per le
diverse funzioni esercitate (art. 107, comma 3, Cost.) e non esiste tra di essi gerarchia (cfr. cap. VII,
SS 6, 7). Inoltre, la decisione di qualunque organo giudiziario, anche di primo grado, è idonea a
diventare definitiva, acquisendo la forza di cosa giudicata. Per la Corte, quindi, tutti gli organi
giudiziari — sia giudicanti (cfr., ex multis, Corte cost., sent. n. 304 del 2007 e ord. n. 155 del 2017)
che requirenti, questi ultimi per difendere le funzioni loro riservate dagli artt. 109 e 112 Cost. (cfr.
Corte cost., sent. n. 345 del 2001; ord. n. 337 del 2007 e, da ultimo, ord. n. 273 del 2017) — hanno
facoltà di sollevare conflitto, in considerazione della posizione di indipendenza, costituzionalmente
garantita, di cui godono. ln quest'ultimo caso, in realtà, ad essere certamente legittimati sono i
procuratori capo, e non tutti i sostituti procuratori.
Questo ragionamento non vale però per il potere esecutivo che pure (cfr. cap. V, S 4) è composto da
più organi: il Consiglio dei ministri, il Presidente del Consiglio, i ministri. Si pone dunque il
problema di chi possa dichiarare definitivamente la volontà di tale potere: a differenza di quanto
visto per la magistratura, in questo caso è solo un organo, il Consiglio dei ministri, ad avere questa
caratteristica, e a poter dunque sollevare il conflitto per il Governo.
Nella giurisprudenza costituzionale si riscontrano anche casi in cui ad essere legittimati sono anche
organi che compongono il Governo, come il Presidente del Consiglio, e il Ministro della Giustizia:
in queste circostanze, però, essi non rappresentano il potere esecutivo in quanto tale, bensì
difendono in giudizio le loro specifiche attribuzioni costituzionalmente garantite. Ad esempio, tali sono
l'apposizione del segreto di Stato per il Presidente del Consiglio (Corte cost., ord. n. 376 del 2010, rispetto
alla legittimazione a resistere al conflitto, e ord. n. 217 del 2016, quanto alla legittimazione a promuovere il
conflitto) e l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia per il Ministro della
Giustizia (Corte cost., sent. n. 200 del 2006 e ord. n. 46 del 2012, rispetto alla sua legittimazione passiva
Quanto all'oggetto del conflitto su cui la Corte costituzionale è chiamata a
svolgere il suo giudizio, l'art. 37 della legge n. 87 del 1953 parla di «delimitazione
della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali»,
mentre l'art. 38 della medesima legge dispone che la Corte risolve il conflitto
«dichiarando il potere al quale spettano le attribuzioni in contestazione e, ove sia
stato emanato un atto viziato da incompetenza, lo annulla».
Dal combinato di queste due norme si deducono quindi i C.d. "profili oggettivi" del
conflitto: un potere dello Stato può sollevare conflitto di attribuzione qualora ritenga
che un altro potere abbia emanato un atto o abbia tenuto un comportamento (ad es.,
l'omissione di un atto dovuto) lesivo delle competenze ad esso attribuite dalla
Costituzione. La Corte sarà dunque chiamata a verificare se quel determinato atto, o
quel determinato comportamento, abbia effettivamente leso le competenze che la
Costituzione attribuisce al potere ricorrente.
38

ln definitiva, può essere oggetto del conflitto qualunque atto o comportamento


imputabile a un potere dello Stato. Sul punto va segnalato che la Corte ritiene
possibile sollevare conflitto in relazione ad un atto legislativo soltanto in via del tutto
eccezionale, vale a dire nei soli casi in cui non esista un giudizio nel quale la legge,
dalla quale deriva la pretesa lesione delle competenze, possa trovare applicazione ed
essere impugnata in via incidentale (Corte cost., sent. n. 284 del 2005 e ordd. nn. 16 e
17 del 2013).
Il parametro del conflitto è la norma costituzionale attributiva della specifica
competenza. ln considerazione del fatto che, sotto il profilo oggettivo, è richiesta la
lesione della sfera di attribuzioni assegnate dalla Costituzione, si parla, a questo
proposito, come già accennato, del "tono costituzionale" del conflitto.
I conflitti di attribuzione si distinguono in due diverse tipologie. Nei conflitti da
usurpazione (C.d. vindicatio potestatis) il potere ricorrente ritiene che un altro potere
abbia esercitato una competenza a sé esclusivamente riservata. Invece, nei conflitti da
interferenza (o da menomazione), il ricorrente non rivendica la titolarità di
un'attribuzione, ma censura le modalità con cui la competenza spettante ad altro
potere è stata esercitata, poiché tali modalità sarebbero lesive delle proprie
competenze.
In altre parole, nel primo caso il conflitto riguarda proprio la spettanza
dell'attribuzione; nel secondo caso, invece, il modo con cui un diverso potere ha
esercitato le proprie competenze.
Per quanto concerne gli aspetti processuali, il giudizio per conflitto di attribuzioni
presenta alcune particolarità rispetto agli altri giudizi di competenza della Corte
costituzionale.
ln primo luogo, va segnalata l'assenza di termini di decadenza per instaurare il
ricorso: la Corte ritiene infatti sufficiente che permanga l'interesse a ricorrere da parte
del ricorrente. li giudizio si svolge in due fasi autonome.
La prima fase è detta di "delibazione dell'ammissibilità" e si svolge in assenza di
contraddittorio e in camera di consiglio. ln questa sede, la Corte effettua un primo
sommario controllo sull'ammissibilità del conflitto stesso, verificando la sussistenza
dei profili soggettivi (se il ricorrente e il soggetto da cui promana l'atto contestato
sono effettivamente poteri dello Stato) e dei profili oggettivi (se il conflitto riguarda
attribuzioni costituzionali di poteri dello Stato). ln caso negativo, la pronuncia di
inammissibilità pone termine al giudizio.
ln caso positivo, invece, si apre la seconda fase: la Corte dispone l'ammissibilità del
conflitto e invita il ricorrente a notificare il ricorso al resistente nel termine perentorio
che la stessa Corte indica nella decisione di ammissibilità.
Ciò non preclude però che - a seguito del contraddittorio — la Corte possa comunque
dichiarare il conflitto inammissibile. Notificato il ricorso, questo va depositato in
cancelleria a cura del ricorrente entro 30 giorni dall'ultima notificazione. Il mancato
rispetto di questi termini comporta l'improcedibilità del conflitto. E, a sua volta,
l'improcedibilità comporta l'impossibilità di riproporre il m edesimo conflitto: secondo
39

la Corte, infatti, il giudizio, una volta instaurato, deve essere concluso in termini certi
e non rimessi alla disponibilità delle parti,
Entro i successivi 20 giorni dal termine per il deposito, le parti possono costituirsi in
giudizio, A questo punto verrà fissata l'udienza pubblica, alla quale possono
partecipare, in linea di principio, soltanto gli organi dei poteri in conflitto: unica
importante eccezione è costituita dai casi in cui l'esito del giudizio sul conflitto possa
definitivamente pregiudicare le posizioni di un soggetto privato ad esso estraneo, che
vedrebbe in concreto irrimediabilmente compromessa la sua posizione.
Si pensi ai conflitti di attribuzione sollevati dagli organi giurisdizionali nei confronti
delle delibere di insindacabilità delle opinioni espresse dai membri del Parlamento.
Accade spesso che all'origine di tali conflitti vi siano processi che vedono parte in
causa persone che si ritengono offese dalle dichiarazioni dei parlamentari, sulle quali
le Camere hanno deliberato l'insindacabilità. ln questi casi, stante l'effetto inibitorio
sulla prosecuzione del processo comune proprio della delibera parlamentare di
insindacabilità, una pronuncia costituzionale che accerti la legittimità della delibera
può mettere fine al processo, con la preclusione, per il privato, di continuare nel
giudizio. ln ragione di ciò, la Corte ritiene ammissibile l'intervento di quei soggetti
terzi che, diversamente, sarebbero incisi dall'esito del giudizio relativo al conflitto nei
loro diritti, e non potrebbero quindi far più valere le loro ragioni (ad es., Corte cost.
sent. n. 305 del 2007 e n. 221 del 2014).
La decisione viene presa in camera di consiglio e successivamente pubblicata sulla
Gazzetta Ufficiale.
La tipologia di decisioni è sensibilmente ridotta rispetto ai giudizi sulle leggi: oltre ai
provvedimenti di inammissibilità e improcedibilità — cui devono aggiungersi le
decisioni con cui si estingue il processo a causa della rinuncia al ricorso accettata dal
resistente — la Corte deve adottare sentenze con cui, risolvendo il conflitto, «dichiara
il potere al quale spettano le attribuzioni in contestazione» (art. 38, legge n. 87 del
1953). Ovviamente, soltanto nel caso in cui la decisione accolga il ricorso, l'atto
impugnato sarà annullato.

18. I conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni e tra le Regioni


I conflitti di attribuzione demandati al giudizio della Corte costituzionale possono
sorgere anche tra lo Stato e le Regioni e tra le Regioni (cfr. art. 134 Cost.): si parla in
questo caso di conflitti tra enti, o conflitti intersoggettivi.
L'art. 39, comma 1, della legge n. 87 del 1953 dispone che «Se la Regione invade con
un suo atto la sfera di competenza assegnata dalla Costituzione allo Stato ovvero ad
altra Regione, lo Stato o la Regione rispettivamente interessata possono proporre
ricorso alla Corte costituzionale per il regolamento di competenza. Del pari può
produrre ricorso la Regione la cui sfera di competenza costituzionale sia invasa da un
atto dello Stato».
I soggetti legittimati a ricorrere sono dunque lo Stato, le Regioni e le due Province
autonome di Trento e Bolzano. Analogamente a quanto si è visto per il giudizio in via
principale, il ricorso deve essere preceduto da una delibera dell'organo politico
40

(Consiglio dei ministri; Giunta regionale o Giunta provinciale). Anche in questo caso,
il contenuto del ricorso dovrà necessariamente coincidere con quello della delibera.
L'organo legittimato a proporre il ricorso e rappresentare in giudizio lo Stato è il
Presidente del Consiglio dei ministri (rappresentato e difeso dall'Avvocatura dello
Stato). L'organo che invece rappresenta in giudizio le Regioni è il Presidente della
Giunta regionale (il Presidente della Giunta provinciale per le due Province
autonome).
Ciò determinava un particolare problema quando le Regioni impugnavano un atto
giurisdizionale. Era infatti solo il Presidente del Consiglio a difendere nel giudizio
davanti alla Corte le attribuzioni e le competenze degli organi giurisdizionali, il che
poteva risultare paradossale, stante la posizione di indipendenza e autonomia
riconosciuta agli organi giudiziari. Allo scopo di evitare tali situazioni, la Corte
costituzionale nel 2004 ha modificato l'art. 25, comma 2, delle Norme integrative: in
virtù di tale modifica, si è stabilito che quando l'atto che si ritiene lesivo delle
attribuzioni regionali o provinciali è emanato da autorità diverse dal Governo, il
ricorso predisposto dalle Regioni deve essere notificato non solo al Presidente del
Consiglio, ma anche all'organo che ha emanato l'atto.
Dunque, tramite il conflitto tra enti è possibile risolvere le controversie relative alla
competenza a svolgere determinate funzioni, ad eccezione di quelle legislative, per le
quali opera — come si è già visto — il giudizio in via principale.
Pertanto, ad eccezione delle leggi e degli atti aventi forza di legge, qualsiasi atto
statale o regionale — può essere oggetto di conflitto intersoggettivo: si pensi ai
provvedimenti amministrativi, ai regolamenti, agli atti di controllo e a quelli di
nomina, ai decreti e alle circolari ministeriali, alle decisioni giurisdizionali.
Tali atti sono però sindacabili solo in quanto ledano effettivamente la competenza
dell'ente ricorrente: come costantemente afferma la Corte deve trattarsi di un atto
dotato di efficacia e rilevanza esterna, e deve «esprimere in modo chiaro ed
inequivoco la pretesa di esercitare una data competenza, il cui svolgimento determini
una invasione nella altrui sfera di attribuzioni o, comunque, una menomazione
altrettanto attuale delle possibilità di esercizio della medesima» (cfr. ad esempio le
sentenze n. 122 del 2013,
n. 332 del 2011 e n. 382 del 2006).
Anche per i conflitti intersoggettivi sussiste la stessa distinzione rilevata per i conflitti
interorganici: vi sono dunque conflitti da usurpazione, nei quali si controverte sulla
spettanza della competenza, e conflitti da menomazione, in cui controverse sono le
modalità d'esercizio delle competenze attribuite.
La Corte costituzionale, con orientamento consolidato, esclude l'ammissibilità di
ricorsi per conflitto di attribuzione proposti contro atti meramente consequenziali,
ossia confermativi, riproduttivi, esplicativi o esecutivi, di altri atti anteriori non
impugnati (su tale profilo si vedano da ultimo sentt. n. 10 del 2017; n. 260 e n. 104
del 2016).
Il parametro, nel conflitto fra enti, non si rinviene solo nelle norme costituzionali
attributive di competenze, ma anche in quelle norme di legge ordinaria che integrano
41

le norme costituzionali, come i decreti di attuazione degli statuti speciali o i decreti


delegati di trasferimento delle funzioni dallo Stato alle Regioni. Dopo la riforma del
Titolo V dellaIl parte della Costituzione, non è infrequente l'evocazione, quale
parametro, del principio di leale collaborazione.
Quello di "leale collaborazione" è un principio di rango costituzionale ricavato dalla giurisprudenza
costituzionale. Esso deve presiedere a tutti i rapporti che intercorrono tra Stato e Regioni e si
sostanzia nella necessità di dare luogo a un reciproco coinvolgimento istituzionale tra Stato e
Regioni e di coordinare i livelli di governo statale e regionale. Si tratta di un principio assai elastico
ed adattabile alle diverse situazioni di possibile conflitto: ciò se comporta la necessità di continue
precisazioni e concretizzazioni da parte della stessa Corte lo rende particolarmente idoneo a
regolare in modo dinamico i rapporti in questione, attenuando i dualismi ed evitando eccessivi
irrigidimenti (cfr. cap. VIII, S 6).
Deve poi sussistere un interesse attuale e concreto al conflitto: la Corte deve dunque
essere adita con l'obiettivo di far venire meno la violazione delle competenze dell'ente
ricorrente.
È ricorrente, nella giurisprudenza costituzionale, l'affermazione secondo cui anche i
conflitti di attribuzione tra enti devono presen-
tare un "tono costituzionale". Ciò significa che non sono amrnissibili conflitti in cui il
ricorrente lamenti che l'atto impugnato sia solo il frutto di un'erronea applicazione
della legge: è infatti sempre necessario evocare una violazione delle competenze
attribuite dalla Costituzione.
La Corte, a questo riguardo, ha precisato che non può trovare ingresso nel giudizio per conflitto di
attribuzione fra enti un sindacato sul rispetto della fonte primaria da parte di atti amministrativi, che
risulta quindi privo di tono costituzionale (sent. n. 87 del 2015). ln particolare, laddove venga
dedotto «un vizio degli atti amministrativi impugnati» esso «può essere fatto valere dagli interessati
nelle appropriate sedi giurisdizionali, ma non dalla Regione in sede di conflitto di attribuzioni
davanti a questa Corte» (sent. n. 52 del 2013).
Rispetto al necessario tono costituzionale del conflitto, la Corte da ultimo ha ribadito che «basta la
prospettazione dell'esercizio di un potere radicalmente diverso da quello attribuito dalla legge, così
integrando un'ipotesi di lamentata carenza di potere in concreto incidente sulle prerogative
costituzionali della ricorrente» (sent. n. 10 del 2017, che richiama, tra le altre, le sentenze n. 260 e
n. 104 del 2()16).
ln particolare, secondo la Corte, il tono costituzionale sussiste quando le Regioni non lamentino una
lesione qualsiasi, ma una lesione delle proprie attribuzioni costituzionali. «Vanno dunque distinti i
casi in cui la lesione derivi da un atto meramente illegittimo (la tutela da/ quale è apprestata dalla
giurisdizione amministrativa), da quelli in cui l'atto è viziato per contrasto con le norme attributive
di competenza costituzionale (mentre non rileva che l'atto possa essere anche oggetto di
impugnazione in sede giurisdizionale)» (sent. n. 10 del 2017).
Quanto agli aspetti processuali, il giudizio va promosso con un ricorso da notificare
alla controparte entro il termine perentorio di 60 giorni dalla notificazione o dalla
pubblicazione o dall'avvenuta conoscenza dell'atto da impugnare. Entro 20 giorni
dall'ultima notificazione, il ricorso deve essere depositato presso la cancelleria della
Corte ed entro lo stesso termine la parte resistente può costituirsi in giudizio. Secondo
l'art. 39, comma 4, della legge n. 87 del 1953, il ricorso deve indicare oggetto e
parametro, ossia «l'atto dal quale sarebbe invasa la sfera di competenza, nonché le
disposizioni della Costituzione e delle leggi costituzionali che si ritengono violate».
42

Anche nei conflitti di attribuzione fra enti, come per i giudizi sulle leggi in via
principale, può essere chiesta la sospensione, qualora il ricorrente ritenga sussistenti il
periculum in mora e il fumus boni iuris (che l'art. 40 della legge. n. 87 del 1953
definisce «gravi ragioni»).
Per quanto riguarda la partecipazione al giudizio di soggetti terzi, la Corte fa
applicazione dello stesso principio di cui si avvale nel conflitto tra poteri dello Stato:
non possono intervenire soggetti diversi da quelli legittimati a promuovere il conflitto
o a resistervi, salvo che gli atti impugnati siano oggetto di un giudizio comune in cui
l'interventore sia parte e la pronuncia della Corte sia suscettibile di condizionare
direttamente la posizione dell'interventore stesso (ad es. cfr. Corte cost., sent. n. 86
del 2006 e sent. n. 230 del 2017). ln altre parole, possono intervenire soggetti terzi
solo nei casi in cui «l'oggetto del conflitto sia tale da coinvolgere, in modo immediato
e diretto, situazioni soggettive di terzi il cui pregiudizio o la cui salvaguardia
dipendono imprescindibilmente dall'esito del conflitto». Diversamente, tali soggetti
sarebbero incisi nelle loro situazioni giuridiche, senza possibilità di far valere le loro
ragioni, dall'esito del giudizio relativo al conflitto.
Nel caso oggetto della sent. n. 230 del 2017, la Corte ha riconosciuto l'ammissibilità dell'intervento
della società che era parte del giudizio amministrativo avente a oggetto il provvedimento di
autorizzazione del Ministero dello sviluppo economico alla costruzione del gasdotto TAP. Il ricorso
della Regione, infatti, mirava «in definitiva a incidere su tale provvedimento», rendendo l'esito del
giudizio costituzionale «suscettibile di ripercuotersi sulla posizione giuridica soggettiva della
società, la quale si fonda proprio su quel provvedimento, in base all'assetto giuridico da quest'ultimo
determinato e rimasto inalterato a seguito della definizione del giudizio amministrativo di cui la
società stessa è stata parte».
Analogie con i conflitti interorganici si riscontrano anche per la definizione del
giudizio: essa infatti può avvenire con una decisione di inammissibilità, con una
dichiarazione di cessazione della materia del contendere, o con una sentenza che
dichiari a quale ente spettano le competenze contestate, e che eventualmente annulli
l'atto viziato per incompetenza.
43

19. I giudizi sulle accuse nei confronti de/ Presidente della Repubblica
Come si è già accennato (cfr. cap. VI, S 12), la Corte costituzionale è titolare di una
giurisdizione penale del tutto particolare (si parla, in proposito, di "giustizia
politica"). Essa è infatti competente a giudicare dei reati di alto tradimento e attentato
alla Costituzione commessi dal Presidente della Repubblica nell'esercizio delle sue
funzioni, successivamente alla messa in stato d'accusa da parte del Parlamento in
seduta comune, a maggioranza assoluta (art. 90 Cost.).
La Corte costituzionale decide in questo caso in una composizione integrata da 16
membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l'eleggibilità a
senatore; essi godono dello stesso status dei giudici "togati".
Con legge cost. 16 gennaio 1989, n. 1, è stata, invece, sottratta alla Corte
costituzionale - e devoluta ai giudici ordinari, sia pure con particolarità procedurali
(cfL cap. V, 5 10) la competenza, originariamente prevista dagli artt. 96 e 134 Cost.,
a giudicare dei reati ministeriali (competenza, nel cui esercizio, come si è detto, la
Corte, nel 1979, pronunciò la sua unica sentenza nel caso Lockheed).
Il procedimento è disciplinato dalla legge cost. n. 1 del 1953 e dalla legge n, 20 del
1962: rinviando a quanto detto sopra sia in re-
lazione ai reati presidenziali, sia in relazione al ruolo del Parlamento (cfr. cap. VI, S
12), qui va segnalato che quando il Parlamento delibera la messa in stato d'accusa,
elegge, anche tra i suoi componenti, uno o più Commissari per sostenere l'accusa
davanti alla Corte con le funzioni di pubblico ministero.
Quando sia deliberata la messa in stato di accusa, nell'attesa del giudizio, la Corte
costituzionale può disporre con ordinanza la sospensione dalla carica del Presidente
della Repubblica.
Il processo innanzi alla Corte si svolge secondo le norme del codice di procedura
penale vigente, in quanto applicabili.
44

La Corte, quando pronuncia sentenza di condanna, determina altresì — con ampia e


problematica discrezionalità le sanzioni penali nei limiti del massimo di pena previsto
dalle leggi vigenti al momento del fatto, nonché le sanzioni costituzionali,
amministrative e civili adeguate al fatto.
La sentenza pronunciata dalla Corte è definitiva, non essendo ammessi mezzi di
impugnazione. Tuttavia, la sentenza di condanna può essere sottoposta a revisione, su
istanza del Comitato bicamerale, se, dopo la condanna, sopravvengono o si scoprono
nuovi fatti o nuovi elementi di prova, i quali, soli o uniti a quelli già esaminati nel
procedimento, rendono evidente che il fatto non sussiste ovvero che il condannato
non lo ha commesso.

20
. Il giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo
(rinvio)
Al
le competenze dettate dall'art. 134 Cost., l'art. 2, legge cost. n. 1 del 1953 ha
aggiunto quella di giudicare se le richieste di referendum abrogativo siano
ammissibili ai sensi dell'art. 75, comma 2, Cost. (su tutti gli aspetti processuali e
sostanziali, cfr. cap. III, S 13).
ln questa sede possiamo soltanto osservare che questa competenza ulteriore, definita
da Crisafulli "un dono avvelenato", a causa anche della copiosa giurisprudenza
costituzionale che ha sviluppato diversi criteri per verificare l'ammissibilità e alla
luce della quale molti referendum sono stati bloccati, ha trascinato in varie Occasioni
la Corte costituzionale nelle dinamiche "politiche" che
Poco si adattano al suo ruolo di "garante"

Sez. VII — La Corte costituzionale e le Corti sovranazionali


21. I rapporti con le Corti sovranazionali
La marcata dimensione internazionalista del nostro ordinamento giuridico dispiega
effetti non soltanto sui rapporti tra le fonti del diritto — nazionale e del diritto
dell'Unione Europea ovvero anche nazionale e del diritto internazionale,
consuetudinario e pattizio ma anche sul ruolo che la Corte costituzionale è chiamata
a svolgere, dovendosi rapportare tanto con la Corte di Giustizia dell'Unione Europea
quanto con la Corte europea dei diritti dell'uomo.
Il primato del diritto dell'Unione Europea su quello interno, così come riconosciuto
dalla giurisprudenza della Corte costituzionale a partire dalla già analizzata sentenza
n. 170 del 1984 (cfr. cap. III, SS 26-28), ha sottratto al giudice costituzionale,
demandandolo al giudice comune, il compito di accertare e di risolvere gli eventuali
contrasti tra il diritto nazionale e il diritto dell'Unione europea. Quando, infatti, il
45

giudice comune ravvisi un contrasto tra una norma di diritto interno e una norma del
diritto dell'Unione Europea direttamente applicabile o dotata di effetti diretti, sarà lo
stesso giudice a provvedere direttamente alla risoluzione del conflitto tramite la
disapplicazione della norma nazionale, residuando piuttosto la competenza della
Corte costituzionale nella sola ipotesi in cui il contrasto interessi una norma del
diritto dell'Unione Europea priva di questi effetti diretti. ln questi casi, infatti, il
giudice comune dovrà attivare il giudizio di costituzionalità in via incidentale.
La Corte costituzionale ha competenza anche quando sia investita di una questione
di legittimità costituzionale in via principale. ln tale ipotesi, sarà la Corte
costituzionale a giudicare della compatibilità tra la legge nazionale, statale o
regionale, e le norme del diritto dell'Unione Europea, eventualmente accedendo
all'istituto de l C.d. rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia, che consiste nel porre
all'organo europeo il dubbio relativo alla corretta interpretazione o validità di una
fonte del diritto dell'Unione Europea,
Rari sono stati i casi in cui il giudice costituzionale ha fatto ricorso all'istituto del
rinvio pregiudiziale. Accanto ai primi rinvii ne l giudizio in via principale (Corte
cost„ sentt. n, 102 del 2008 e n. 103 del 2008), nell'ambito del giudizio in via
incidentale si è dovuto attendere sino al 2013. Con l'ordinanza n. 207 del 2013, per
prima volta, la Corte costituzionale ha riconosciuto la propria legittimazione ad
adire la Corte di Giustizia dell'Unione Europea per tramite dell'istituto del rinvio
pregiudiziale.
Più di recente, con ordinanza n. 24 del 2017, la Corte costituzionale ha
investito, ancora una volta nel corso di un giudizio di legittimità costituzionale in via
incidentale, la Corte di Giustizia di tre quesiti nell'ambito della vicenda nota come
"caso Taricco" (cfr. cap. III, S 28). Due di questi quesiti erano relativi alla
interpretazione di alcune previsioni di una norma del Trattato sul Funzionamento
dell'Unione Europea (art. 235 TFUE) e uno all'interpretazione da attribuire ad una
sentenza della stessa Corte di Giustizia (Corte di giustizia 8 settembre 2015 in causa
C-105/14, Taricco e, dopo la pronuncia della Corte di Giustizia, cfr. sent. Corte cost.
n. 115 del 2018).
Al di là dell'intricata fattispecie concreta che fa da sfondo al "caso Taricco",
ciò che merita qui sottolineare è, da un lato, il serrato dialogo e confronto/scontro che
si è instaurato tra le due Corti su uno dei principi fondanti il nostro ordinamento
costituzionale, ossia sul principio di legalità in materia penale che la nostra
Costituzione tutela all'art. 25, comma 2, Cost. (cfr. cap. VII, S 14); dall'altro, il ruoIO
dei cosiddetti "controlimiti", la loro applicabilità nei rapporti tra il diritto interno e il
diritto dell'Unione Europea, e l'individuazione del soggetto istituzionale deputato a
disporne l'attivazione.
Accanto ai rapporti tra la Corte costituzionale e la Corte di Giustizia dell'Unione
Europea --- che si muovono ormai nel solco della giurisprudenza costituzionale con
cui, sin dagli anni '80 del secolo scorso il nostro giudice costituzionale ha
definitivamente abbandonato l'approccio dualista e sposato invece l'impostazione
monista della Corte di Giustizia importanza sempre più grande ha via via assunto la
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giurisprudenza costituzionale che si è sviluppata in relazione ai rapporti tra la Corte


costituzionale e la Corte europea dei diritti dell'uomo,
La natura del rapporto tra le fonti interne e quelle internazionali ha trovato
chiarimento nelle cosiddette "sentenze gemelle" della Corte costituzionale (cfr. sent.
n. 348 e n. 349 del 2007, su cui si veda cap. III, S 25). ln quell'occasione, la Corte
costituzionale aveva stabilito che spetta al giudice comune, di fronte ad un possibile
contrasto tra una norma nazionale e una norma della CEDU, l'esperimento di un
primo tentativo di interpretazione adeguatrice,

convenzionalmente conforme. Soltanto in caso di esito negativo di siffatto tentativo


ermeneutico, il giudice comune sarà tenuto a rimettere la questione di legittimità
costituzionale della norma nazionale alla Corte costituzionale lamentando il mancato
rispetto dell'art. 117, comma 1, Cost.
Nelle sentenze C.d. "gemelle", quindi, la Corte costituzionale ha escluso che il
giudice comune possa disapplicare la norma nazionale contrastante con quella
convenzionale, e ha mantenuto un controllo accentrato sulla conformità del diritto
interno al sistema della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
La giurisprudenza costituzionale successiva ha mantenuto salda la regola del divieto
di disapplicazione e, quindi, di controllo diffuso della convenzionalità del diritto
interno da parte del giudice comune, accentuando contestualmente le esigenze di
assicurare un elevato livello di protezione dei diritti fondamentali dei singoli. Così,
nella decisione n. 317 del 2009, la Corte, ad esempio, ha chiarito che «i/ confronto tra
tutela convenzionale e tutela costituzionale dei diritti fondamentali deve essere
effettuato mirando alla masSima espansione delle garanzie, anche attraverso lo
sviluppo delle potenzialità insite nelle norme costituzionali che hanno ad oggetto i
medesimi diritti».
L'attenzione alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, "fatta
entrare" per il tramite dell'art. 117, comma 1, Cost., da parte del giudice
costituzionale non si è però sempre dimostrata all'altezza delle sue dichiarazioni di
principio. ln questo senso, militano i casi in cui la nostra Corte ha preferito dichiarare
assorbito il parametro dell'art. 117, comma 1, Cost., negando così ingresso alla
giurisprudenza della Corte europa (cfr., ad esempio Corte cost., sent. n. 164 del 2014;
Corte cost., sent. n. 96 del 2015 in materia di procreazione medicalmente assistita)
oppure, ancora, ha ritenuto di non dare seguito alle sentenze di condanna che
giungevano da Strasburgo (cfr., ad esempio, Corte cost., sent. n. 279 del 2013 in tema
di sovraffollamento carcerario seguita alla sentenza sul caso Torreggiani e altri c.
Italia).
La giurisprudenza costituzionale in materia di rapporti con la Corte europea dei diritti
dell'uomo ha poi avuto modo di precisare ulteriormente, arricchendoli, i confini tra le
due Corti in occasione della sentenza n, 49 del 2015. ln questa circostanza. il giudice
costituzionale si è soffermato in modo particolare sul tema degli effetti
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delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo e sul ruol< che spetta al
giudice comune, stabilendo, in una prospettiva volte a rendere meno rilevante le
decisioni della Corte EDU, che sui giudici comuni grava l'obbligo di dare esecuzione
alla giurisprudenza della Corte europea, soltanto quando questa risulti una
giurisprudenza "consolidata" oppure espressa in una C.d. "sentenza-pilota" volta ad
affrontare problematiche strutturali di un ordinamento.
La ricostruzione dell'obbligo gravante in capo al giudice comune tratteggiato dalla
sentenza n. 49 del 2015 è stato al centro di vivaci critiche in seno alla stessa Corte
europea dei diritti dell'uomo. ln particolare, ciò è avvenuto in occasione della
pronuncia resa sul caso Parri//o c. /ta/ia (46470/11 del 27 agosto 2015), in cui la
Corte europea doveva decidere un caso relativo alla ricerca sperimentale sugli
embrioni umani. La sentenza finale venne allora accompagnata da un'opinione
concorrente in cui ben 5 giudici della Grande Camera criticarono la sentenza n. 49 del
2015: si osservò, in particolare, come con questa pronuncia la Corte costituzionale
avesse di fatto resa incerta l'applicazione del diritto convenzionale poiché il giudice
comune, in difetto di una giurisprudenza consolidata ovvero di una pronuncia che
assuma le forme della sentenza pilota, non soggiacerebbe ad alcun obbligo di
interpretazione convenzionalmente conforme né di rimessione della questione di
costituzionalità alla Corte costituzionale.
Questa ricostruzione dei rapporti tra le due Corti non è sinora stata smentita dalla
giurisprudenza costituzionale successiva. Si tratterà allora di verificare quale
posizione assumeranno i giudici comuni, da un lato, quando saranno chiamati a
rilevare un denunciato contrasto tra una norma interna e uno o più principi della
COnvenzione europea dei diritti dell'uomo, e la Corte costituzionale' dall'altro, di
fronte a future questioni di legittimità costituzionale che investano l'art, 117, comma
1, Cost.
Va infine ricordato che resta aperto il tema delle modalità entro cui dare esecuzione
effettiva alle sentenze di condanna della Corte eUropea; tema su cui la Corte
costituzionale è intervenuta nel 2011 in materia penale, acconsentendo che
l'esecuzione di una sentenza di condanna possa passare attraverso l'istituto della
riapertura del Processo interno (cfr. Corte cost., sent. n. 113 del 2011), mentre lo ha
escluso in campo amministrativo e civile (cfr. Corte cost., sent. n. 123 del 2017 e ord.
n. 19 del 2018).

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