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Presentazione - Manifestazioni varie - Relazioni e testimonianze degli intervenuti

CERCHIO FIRENZE 77

Oltre l'illusione
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Dalle apparenze alla Realtà

Oltre l'illusione delle forme, oltre il mondo


delle ombre, ....oltre l'eterno divenire dei
cosmi, sta il Supremo Perché di tutto questo,
sta l'Eterno, l'Infinito, l'Immortale, il
Perfetto, l'Assoluto. Oltre... oltre...
KEMPIS

Tu che possiedi questo libro sappi che puoi possedere molto di più che carta stampata;
Tu che lo leggi, puoi comprendere molto di più di quanto è scritto;
Tu che lo comprendi e lo accetti, possiedi molto di più della conoscenza, perché hai trovato quel
filo di Arianna che conduce fuori dal labirinto dell'apparenza e dell'illusione.
DALI

Prefazione del prof. Giulio Cogni


(Orientalista, Docente Universitario di filosofia e lettere presso università italiane, francesi,
tedesche).
Quando ebbi in mano per la prima volta alcuni ciclostilati che mi erano stati inviati con la precisa
indicazione che si trattava di comunicazioni medianiche, mi accinsi a leggerli con la premessa di
trovarmi di fronte, nella migliore delle ipotesi, a quelle frasi che la quasi totalità della cosiddetta
arte medianica produce. Un'arte che anche quando presenta caratteri enigmatici e iniziatici non ha
grande valore artistico.
Ma fin dalle prime pagine, pur nella necessariamente frastagliata forma dell'esposizione, il valore
filosofico ed anche espositivo dei testi mi apparve indiscutibile.
Entrai così in relazione con il gruppo che si sigla Firenze 77 e di cui fanno parte anche noti
personaggi, presi parte ad alcune riunioni, potei ascoltare nastri registrati e leggere quasi tutta la
loro produzione.

Questo volume raccoglie senza correzioni o varianti una parte di questi messaggi. Il fisico dott.
Alfredo Ferraro, noto studioso di fenomeni parapsicologici, ne ha scritto più volte in riviste varie,
soffermandosi quasi unicamente sulla fenomenologia fisica che, alla luce di controlli fotografici,
sembra risultare abbastanza importante. Tuttavia è il caso di aggiungere che il valore interiore di
queste esperienze si rivela direttamente e soltanto nei testi, ed è di tale livello che da solo è
sufficiente a fissarne l'importanza.

Il caso di Firenze 77 infatti, secondo noi, non è che un esempio di un'alta facoltà creatrice, che si
sviluppa in un'immersione supernormale del medium, attraverso un'obliterazione dell'io,
nell'impersonalità e universalità dell'Essere, che - unicamente per fare un esempio che possa venire
inteso anche da profani - la scienza fisica potrebbe anche chiamare energia, intesa, come nelle
filosofie orientali, nel senso dell'Uno Divino, onnipresente e identico, di cui tutto ciò che
normalmente vediamo è rifrangenza, spettacolo della divina Lila; come del resto accade in ogni
profonda esperienza artistica e del pensiero cosiddetto creatore, e in ogni istante di amore integrale.

Proprio seguendo la filosofia, in sé molto elevata, esposta nelle varie sedute, soprattutto da parte
dell'entità Kempis, non si può non arrivare alla conclusione che il medium, che appare anche alla
vista un temperamento mansueto e armonioso eminentemente portato alla dissoluzione dell'io e alla
dimenticanza di sé nel sonno medianico, diventa in quegli istanti un "genio", nel cui lucido sogno o,
se si vuole, pensiero non certo riflessivamente pensato ma vissuto in senso - per dire con Aurobindo
- supermentale dalla totalità dell'Essere, non esistono più veramente, quali separate entità, né lui né
alcun altro personaggio terrestre o celeste, se non come simboli da cui parla l'Essere stesso
impersonale del mondo.
Le pagine che vengono fuori da queste lezioni pronunciate in fluente esposizione quasi senza
pentimenti né errori, sono spesso molto belle e di una profondità che attende di essere debitamente
apprezzata. Svolgono una visione del mondo che è sostanzialmente quella stessa del pensiero
orientale, giungendo alle conclusioni più alte, quali si trovano nell'Advaita Vedanta, o Vedanta non
duale, di Shankara.
In questo senso è come se un pensatore venisse ogni volta da ambiente indiano o buddista a
svolgere una lezione, senza richiami alla terminologia sanscrita, in linguaggio occidentale e talvolta
cristiano.

Il pensiero delle pagine di questo volume è talvolta profondamente creativo e così che si sarebbe
tentati - se non si conoscesse la situazione - di credere che il medium abbia semplicemente mandato
a memoria pagine di qualche grande maestro. Personalmente, dicono, non si è mai dedicato a studi
filosofici e tanto meno di filosofia orientale. Qualunque ne sia la sorgente, è certo che ci si trova
davanti ad un fenomeno di altissima sapienza, libera da dogmi, condizionamenti, pregiudizi,
limitazioni, generalmente avvertibili in quasi tutte le relazioni di sedute medianiche. Qui parla
realmente un grande Maestro, del tipo di Sri Aurobindo, Ramana Maharshi, Ramakrishna o simili.

Anche gli interlocutori minori, qualunque problema trattino, spesso anche scientifico, dicono cose
interessanti con scorci d'intelligente penetrazione non disgiunta da una chiara consapevolezza,
anche terminologica, dei problemi della scienza, della vita e della società attuale. Ecco alcune frasi
di Claudio e del Fratello Orientale: "Il vero significato dell'insegnamento dei Maestri traspare dalla
constatazione che il senso dell'io, prodotto dalla limitazione, è destinato a cadere per lasciare il
posto a una consapevolezza che non conosce frontiera, in cui non vi è più qui-là, ora-dopo".
Cioè non vi sono più le limitazioni dello spazio e del tempo, verissime quale spettacolo
cinematografico del mondo, ma false se ritenute assolute. Cos anche "essere altruisti non significa
stare dalla parte opposta dell'egoismo, ma superare il senso dell'io": vivere cioè l'impersonale vita
universale ed essere perciò anche tutte le persone e cose.

Questa è la Via a Dio, Impersonale Persona, cioè Essere puro. "Quando vedrai senza occhi e udrai
senza orecchie e più non sarai prigioniero delle creature e dell'illusione, né schiavo del tuo "io",
sarai la bellezza ed il bello, l'ammirazione e l'ammirato, l'amante e l'amato. Tu vivrai, esisterai
realmente". Difficilmente possono leggersi parole più alte.
"... tu sei un frammento della coscienza assoluta...oltre l'illusione sta il tuo vero essere, l'Essere
unico ed assoluto...
Come pianta o come animale, come uomo o come donna, come soldato o come regnante, qui o
altrove, oggi o domani, tu vivi".
Queste parole ricordano una shloka della Bhagavad Gita: "Vede in tutti gli esseri Sé, tutti gli esseri
nel Sé - nello Yoga fatto Uno tutto ovunque uguale scorge". La traduzione è di chi scrive ed è
letteralmente identica all'originale (1).
E Claudio: "...se raggiungete la convinzione che la vostra vita non può né deve essere contenuta dal
senso dell'io, voi raggiungete la vostra liberazione". Oltre ogni dualità.
Il discorso si farebbe lungo: invitiamo a leggere il testo (2).

GIULIO COGNI

(1) Bhagavad Gita, cap. VI - Interpretazione lirica secondo i ritmi originali e Introduzione di Giulio
Cogni - Ceschina, Milano 1973.
(2) Per una più ampia panoramica intorno a questo "caso" vedi il nostro scritto "Un'alta visione del
mondo enunciata per via medianica: Cerchio Firenze 77" apparso sul n. 1-2 de "La Cultura nel
Mondo", Roma 1977, da cui è tratto questo cenno introduttivo (note di G. Cogni).

PARTE PRIMA
CASISTICA DEI FENOMENI
(Presentazione, Manifestazioni varie, Relazioni e testimonianze)

Presentazione

Sono passati molti anni dal giorno in cui la medianità di colui che doveva essere il tramite di queste
comunicazioni si è rivelata: egli non aveva ancora sedici anni e sia lui sia le persone che furono i
primi testimoni dei fenomeni che accadevano, non avevano alcuna dimestichezza con tal genere di
esperienze.
Da allora, con una rapida evoluzione, noi partecipanti - che nulla sapevamo di spiritismo -
conoscemmo per diretta constatazione i vari fenomeni indicati nei manuali come i più rilevanti.
Non possiamo ricordarli tutti se non per specie, tanto numerosi si sono prodotti e continuano a
prodursi: dalle prime levitazioni del tavolo, alle scritture automatiche con l'esatta riproduzione della
grafia dei trapassati comunicanti. Dagli apporti, subito numerosissimi, alla trance profonda con voci
identiche a quelle conosciute in vita; dalla levitazione del medium, alla sua smaterializzazione (una
sola volta, ma tale fu la nostra paura nel constatarlo che ci auguriamo non si ripeta più). Dalle
luminosità fatue e vaporose, ma visibilissime, ai profumi intensi e ricorrenti che si percepiscono
anche al di fuori delle riunioni. Dalle materializzazioni parziali, ai fenomeni di identificazione di
trapassati sconosciuti ai partecipanti.

Che dire delle premonizioni? Ma sopra ogni cosa, che dire dell'intelligenza e dell'amore che
ispirano le manifestazioni? Ogni fenomeno, infatti, non è fine a se stesso, ma accade perché è
necessario a qualcuno di noi, necessario per il bene spirituale. Questo è l'argomento centrale che
volevamo toccare, perché - se sono convincenti i fenomeni obiettivi e meravigliosi dei quali siamo
continuamente testimoni - ciò che ci colpisce di più è la grandezza dell'opera sapiente che, a poco a
poco, inavvertitamente, ci ha formati nell'intimo.

Non molto sapevamo di religione, nulla di filosofia: ebbene, lentamente ma sicuramente, con una
scuola che tale assolutamente non appare ma che dura da circa trent'anni, conosciamo verità che
forse solo le filosofie più astratte riescono ad accennare. E questa conoscenza non è un insieme di
cognizioni raccolte in tanti anni di comunicazioni, bensì costituisce un quadro generale che illustra
esaurientemente molti dei "perché" che religione, filosofia e scienza lasciano senza risposta. Le
Verità che ci furono rivelate prima di quelle illustrate in questo volume, sono state da noi raccolte in
una precedente pubblicazione; questo libro ha lo scopo di andare oltre, c'insegna a capire quello che
è incomunicabile: la natura di Dio.

Attirando su questo argomento la nostra attenzione e riflessione, stimola l'intuizione rivelandoci la


Verità ed il reale significato di principi, che conosciamo per enunciazione ripetuta, quali "ama il
prossimo tuo come te stesso" che così ci appaiono nella loro trionfante, luminosa logica. Ci insegna
a capire come il divenire del mondo che conosciamo sia un'illusione, rivelandoci perché è così:
concilia il divenire del relativo con l'essere dell'Assoluto. Crediamo possa essere interessante per il
lettore sapere come si svolgono le nostre riunioni, dato che esse hanno un carattere diverso da
quelle comunemente chiamare "sedute spiritiche". Nei primissimi anni le Guide comunicavano
attraverso la scrittura automatica del medium: ognuna aveva una grafia particolare, personale,
mantenutasi la stessa in tutti questi anni. Poi la manifestazione delle Entità è avvenuta ed avviene
per trance ad incorporazione: da quando esistono i magnetofoni le loro conversazioni vengono
incise direttamente, poi trascritte, dattilografate e distribuite ai partecipanti. Anche le loro voci sono
diverse l'una dall'altra, tanto che fin dalla prima parola che udiamo riconosciamo "chi" di loro ci
parla.

Le riunioni avvengono in una casa privata nei dintorni di Firenze: l'ambiente è un comune pranzo-
soggiorno che contiene a malapena le trenta persone che ci è stato consentito di ospitare per ogni
seduta. All'inizio di ogni riunione viene riletta l'ultima lezione che è stata per noi tema di
meditazione nei giorni che separano una seduta dall'altra: ne segue una discussione, uno scambio di
idee. Dai nostri interrogativi, dalle nostre incomprensioni, gli Istruttori disincarnati - che
evidentemente ci ascoltano - traggono elementi e motivi per le precisazioni e l'esposizione dei nuovi
concetti
che seguiranno. Poi il medium si predispone alla trance e successivamente gli Istruttori si
manifestano.
Spesso essi commentano le frasi da noi pronunciate nella prima parte della serata, sempre pronti a
cogliere la domanda giusta, a chiarire l'incertezza, ad approfondire il concetto.
L'argomento centrale di questa raccolta fu presentato oltre vent'anni fa con questa comunicazione
che integralmente trascriviamo dal volume "Dai mondi invisibili".

"L'illusione del movimento di una proiezione cinematografica è data dai susseguirsi dei fotogrammi e
dalla persistenza delle immagini sulla retina dell'occhio; questo v'insegna la vostra scienza. In realtà, la

visione di un film è un lavoro mentale,

perché è un fenomeno che avviene nel veicolo mentale dell'individuo. Se qualcuno vi dicesse che tutto

quanto quello che voi vedete è simile all'illusione accennata, voi prendereste quel qualcuno per pazzo.

Pure considerate: in possesso di una visione relativa, chiusi in una forma densa, voi potreste essere

oggetto di un'illusione simile a quella di cui vi parlavo. In realtà esiste solo L'Eterno Presente e

l'infinita presenza.

Nel piano fisico voi avete cognizione dello spazio perché chiusi in una forma densa, per raggiungerne

un'altra, una delle due deve spostarsi entro l'agente che le separa. Nell'astrale è il desiderio o la

volontà che possono rendervi presenti laddove desiderate o dove volete.

Nel mentale è il pensiero che vi dà l'immediata sensazione di un reale contatto fra voi e l'oggetto del

vostro pensiero.

Nello spirituale, al di fuori di ogni limitazione, si ha coscienza dell'Eterno Presente e dell'infinita

presenza di ognuno e di ogni cosa.


Un oceano si può considerare un insieme di gocce; pure ciascuna goccia esiste solo nell'attimo in cui

viene prelevata dalla massa dell'oceano e, solo allora, si può dire che ne sia vicina o lontana.

Allo stesso modo, se voi risalite alla radice dell'essere vostro, comprendete di essere uno nel Tutto e

che lo spazio è del piano relativo, perché solo lì si ha l'illusione che esso esista.

Come il movimento è una successione di punti, il tempo ne è una di attimi, in ciascuno dei quali vi è una

particolare disposizione degli oggetti dell'universo. La vostra mente, passando da un attimo all'altro,

secondo una successione convenzionale, con il ricordo crea l'illusione del movimento, del cambiamento,

del tempo (Kempis)”.

Ci sono voluti vent'anni perché noi provassimo interesse al concetto allora presentato, ed i nostri
Istruttori, pazientemente, sapientemente, dicendoci prima tante altre verità che non conoscevamo, ci
hanno condotto a scoprire la necessità che ci fosse illustrata quella realtà che rappresenta il
corollario di tutto l'insegnamento.
Quanto è contenuto dalla seconda parte in poi del presente volume, è tratto letteralmente e
direttamente dalle comunicazioni con i nostri Istruttori disincarnati, senza alcuna elaborazione da
parte di coloro che hanno curato la stesura del libro, stampato in edizione privata nel 1973 col titolo
di "Sintesi". Elaborazione che non sarebbe stato possibile effettuare in quanto gli argomenti
esulavano dalla formazione culturale di tutte le persone che, allora, costituivano il cerchio.
Ricordiamo che i nomi delle Entità comunicanti - sulle quali abbiamo dato brevi delucidazioni nel
nostro precedente volume - sono fittizi, né mai ci è stata rivelata l'identità assunta nel loro passaggio
terreno.
Fino a tre anni fa non abbiamo fatto conoscere le nostre esperienze oltre lo stretto ambito di
familiari ed amici che ci seguono da circa trent'anni. Non abbiamo mai costituito un gruppo
organizzato, seguendo in questo le indicazioni dei nostri Maestri:

"... Noi non abbiamo la pretesa di portarvi la Verità; la Verità è una conquista del singolo: nessuno
può comprendere per voi... Chi è giunto alla Verità, contrariamente a quanto si crede, non può
trasfonderla negli altri; può dare solamente delle indicazioni, ma non si debbono confondere le
indicazioni con la Verità, le parole con la comprensione. Così, non organizzatevi per diffondere la
Verità, la Verità è e basta! E non organizzatevi per diffondere le indicazioni, se questo significa
diffondere l'organizzazione. Ogni organizzazione finisce sempre con l'essere più importante delle
idee che professa, così, per non nuocere all'organizzazione, si giunge a rinnegare i principi sui quali
essa si è fondata. L'organizzazione è simile a colui che vuole sfamare gli affamati parlando loro di
cibo. Non cristallizzatevi sulle parole, ma cercate di comprendere. Le parole e le indicazioni per
essere
valide, cioè per essere un valevole intermediario fra l'uomo e la Verità, debbono mutare con i tempi
e con i popoli: non debbono insegnarvi a cercare negli altri ciò che solo in voi stessi potete trovare.
Non debbono parlarvi dell'aldilà senza insegnarvi a comprendere l'aldiquà (Dali)".

Da quando ci è stato permesso di far conoscere anche ad altri ciò che accade nelle nostre riunioni e
di rendere noti alcuni messaggi, abbiamo accolto altre persone nella nostra cerchia, seguendo però,
nell'accettare nuovi partecipanti, alcuni accorgimenti dettati dal buon senso. Cerchiamo cioè di
scegliere, fra le tante richieste di partecipazione, persone che da tempo s'interessano di queste
ricerche e non per semplice curiosità, che non desiderino venire per fare domande personali, e che
siano più interessate agli argomenti trattati ed al contenuto delle comunicazioni, che non
all'eccezionalità dei fenomeni fisici. Così adesso, fra i nuovi partecipanti e fra coloro che sono in
corrispondenza con noi, oltre a molte persone semplici o che non rivestono particolare importanza
nel campo sociale, vi sono anche professionisti affermati, persone di profonda cultura in campo
filosofico, giovani laureati, attori, studenti.

Una domanda che spesso anche noi ci facciamo è questa: perché proprio a noi questo
insegnamento? A noi che non avevamo particolare attitudine o preparazione su simili profondi
concetti? Che siamo persone molto comuni, che non possediamo nessuna facoltà paranormale
all'infuori di
quelle che possiede il nostro medium, lo stesso e l'unico in tutti questi anni! Possiamo tentare di
rispondere: forse proprio per il fatto che noi non avevamo nessuna idea preconcetta da demolire e
perché - pur essendo nati nella religione cattolica - eravamo aperti a qualunque tipo d'insegnamento
religioso e spirituale; forse perché, anche se ci consideriamo fortunati di poter attingere a questa
inesauribile fonte di conoscenze, siamo anche consci di non aver nessun merito speciale e non ci
sentiamo investiti da celeste missione: forse perché, e questa è la spiegazione più valida, in fondo
siamo stati noi stessi strumenti del manifestarsi di queste comunicazioni che sono avvenute sia per
noi, sia per coloro che le apprendono indirettamente.

Dopo avere pubblicato qualche articolo sulle nostre esperienze abbiamo dovuto dare un nome al
nostro gruppo, tanto per poter catalogare come provenienti dalla stessa fonte i messaggi ed i
fenomeni che illustravamo. La scelta della denominazione "Cerchio Firenze 77" deriva da un serie
di motivi: il numero sette è il numero fondamentale del nostro Cosmo, così ci hanno detto i Maestri
disincarnati, il nome del nostro medium è di sette lettere, così la parola »cerchio «, così la parola
«Firenze»: e tanti avvenimenti per noi importanti, caduti in date col numero sette.
(Imprevedibilmente, il nostro primo libro "Dai mondi invisibili" è uscito nell'anno 1977).

Adesso abbiamo una denominazione, ma continuiamo ad essere un consesso di persone libere da


ogni dogmatismo, senza statuti né regolamenti, n‚, cosa importantissima, quote di partecipazione o
altro genere di contributi. Le spese vengono sostenute da chi può e vuole sostenerle, ognuno lavora
come può per far giungere, a chi le richiede, le parole delle nostre Guide.
Lo stesso nostro medium, non solo non ha mai voluto accettare compensi di sorta, ma è sempre
stato sentitamente contrario a farsi conoscere come il tramite di questi fatti meravigliosi di cui
ognuno vorrebbe essere strumento. Egli ha dedicato la sua giovinezza al compito che il dono della
sua medianità gli indicava, conducendo una vita semplice e riservata, tanto che nel suo ambiente di
lavoro nessuno conosce questa sua peculiarità.
E per questa sua scelta consapevole le nostre parole
non potranno mai esprimere quanto il cuore "ci detta dentro". Come non potremo mai ringraziare
abbastanza i nostri Istruttori disincarnati per l'insegnamento spirituale che ci viene impartito con
tanta pazienza, dedizione ed infinito amore.

Manifestazioni varie
Durante le nostre comunicazioni con gli Istruttori disincarnati avvengono sempre fenomeni fisici di
un certo interesse: alcuni di questi fenomeni sono già stati descritti in una nostra precedente
pubblicazione (vedi "Dai mondi invisibili", Edizioni Mediterranee) e tanto è stato l'interesse che
hanno suscitato, da invitarci a segnalarne altri avvenuti recentemente e a ricordarne alcuni avvenuti
durante i lunghi anni delle nostre esperienze in campo spiritico, sempre con lo stesso eccezionale
medium.
Le comunicazioni avvengono per trance ad incorporazione ed anche le estrinsecazioni di ordine
fisico avvengono mentre il medium è in profonda trance, per cui egli non ha la minima percezione
di quanto accade. Solo una volta l'Entità che sovrintende alla realizzazione dei fenomeni fisici dette
la possibilità al medium di rendersi conto di quanto accadeva durante la sua trance. Pregò due
partecipanti, sedute su di un divano, di lasciare tra loro il posto per una persona e a tutti raccomandò
di stare molto concentrati.

Mentre per bocca dello strumento in trance, seduto in poltrona, parlava L'Entità Dali che era
succeduta alla Guida fisica, le partecipanti che avevano fatto posto sul divano percepirono
chiaramente che "qualcuno" si sedeva tra loro e per tutta la durata della seduta poterono anche
percepire il respiro della misteriosa presenza che rimase fino a quando, terminata la seduta, a poco a
poco si dissolse.

Al suo risveglio il medium ci disse di avere assistito alla riunione! Ecco come ricorda quel
fenomeno che non si è più ripetuto:
"Solitamente non ho alcun ricordo di quanto accade durante la trance né ho idea di quanto tempo
trascorra.
Addirittura qualche volta non mi sono neppure accorto che si è svolta la seduta. Colgo l'occasione
per precisare che al di fuori dei fenomeni che accadono nelle nostre riunioni e dei quali, come ho
detto, non ho alcuna cognizione, la mia vita è normale: non ho particolari sensibilità o intuizioni e,
meno che mai, visioni. Se non fosse per quello che raccontano gli amici e che posso riascoltare dal
registratore, potrei giurare di non essere medium.

Quella sera in cui avvenne il fenomeno accennato mi svegliai, non come le altre volte da un sonno
senza sogni, ma con la sensazione di aver "sognato" di essere stato in mezzo agli amici, seduto sul
divano, ascoltando nell'oscurità quanto le nostre Guide ci dicevano. Si trattava di un ricordo nitido,
ma con tutte le caratteristiche di un sogno".
La spiegazione di questo fenomeno crediamo consista nello sdoppiamento fra il corpo fisico del
medium che in quel momento serviva alla comunicazione fra noi e le entità, ed il suo corpo astrale
materializzato per consentirgli di assistere alla comunicazione medianica stessa: fenomeno che
accade nei casi di bilocazione.

Nel caso invece che segnaleremo adesso è avvenuta un vera e propria smaterializzazione e
rimaterializzazione del corpo fisico del medium.
Di sera, all'inizio di un'estate di molti anni fa, eravamo nella casa di campagna di certi nostri amici,
nei dintorni di Firenze. Eravamo in nove, ed era la prima volta che ci recavamo in quella villa:
nessuno di noi, compreso il medium, era pratico della campagna circostante.
Dopo cena ci sedemmo attorno ad un piccolo tavolo nel giardino. La calma ed il silenzio intorno a
noi erano assoluti, e ad un certo momento il medium disse di essere disposto ad una seduta: ci
concentrammo in silenzio ed egli cadde in trance.

Dopo un breve messaggio di Lilli, l'entità di una piccola amica che si presenta sempre alle nostre
riunioni, si manifestò l'entità del nonno del padrone di casa, parlò con i suoi congiunti ricordando
episodi della loro vita, e la seduta ebbe termine. Il medium si svegliò ed accese una sigaretta; era
seduto su una panchina di legno tra due amici. Una debole luce elettrica, affissa al muro della villa,
rischiarava la zona dove eravamo riuniti; ogni altra parte del giardino era nell'ombra. In lontananza,
in basso, brillavano nitide le luci di Firenze.

Improvvisamente, lo strumento scattò in piedi, gettò la sigaretta e lo vedemmo innalzarsi all'altezza


della spalliera della panchina, con due o tre salti successivi raggiunse la zona d'ombra e scomparve
agli occhi di tutti noi. Mal superando l'effetto della sorpresa e in uno stato d'animo di viva
inquietudine, ci ponemmo alla sua ricerca. Il cancello era ancora chiuso a chiave; all'interno della
recinzione (oltre due metri di altezza) non ci fu possibile trovare lo scomparso. Ci facemmo aprire,
e le nostre ricerche furono estese all'esterno, sulla strada e nella macchia del bosco al di là della
strada. La nostra inquietudine di attimo in attimo aumentava mutandosi in ansia.
A questo punto il bosco sembrò svegliarsi sotto l'effetto di una subitanea folata di vento; le foglie
frusciarono, alcuni uccellini cominciarono a pigolare e la capinera fece sentire il suo canto. Il fatto
singolare, data la calma assoluta della notte, durò forse meno di un minuto, ma contribuì ad
aumentare la nostra paura.

Mezz'ora più tardi - dopo forti e ripetuti richiami - potemmo udire in lontananza la voce del
medium; poi, chiamandosi vicendevolmente, due dei ricercatori e lo strumento s'incontrarono nel
bosco.

Rientrati in casa, con un senso indicibile di sollievo, ma ancora scossi dallo sgomento provato, le
signore fecero osservare che gli abiti e le scarpe del medium erano perfettamente in ordine e senza
traccia di polvere, nonostante il luogo e il percorso fatto quanto meno al ritorno, mentre altrettanto
non si poteva dire per le persone che si erano impegnate nelle ricerche.
Il medium ci narrò di essersi destato in prossimità dell'aia di una casa colonica, di aver visto le luci
di Firenze di essersi orientato con queste finché, da una piccola altura aveva rivisto la villa degli
amici e sentito le voci che lo stavano chiamando.
Egli non ricordava niente di quello che era avvenuto durante questa improvvisa trance, ma in una
susseguente riunione avemmo la spiegazione di quanto era accaduto.
Si era trattato di una trasposizione del corpo del medium, necessario al compimento di una
missione.

Ci sono stati altri casi in cui il corpo fisico del medium è stato adoperato in un raggio più ampio
della stanza in cui si svolgeva la seduta. Una sera - terminata la comunicazione di una delle nostre
Guide e in una pausa di silenzio - lo strumento si alzò dalla poltrona, attraversò la stanza, aprì la
porta che dava nel corridoio, e, avvicinatosi al telefono sollevò il microfono e compose un numero.
Alla persona che rispose alla chiamata si rivolse con voce femminile dolcissima, dicendo: "Sono
Paola, sto bene, non soffrire.
Non è stata colpa tua! Pensami con affetto ma con serenità!".
Nell'assoluto silenzio e nelle pause era possibile percepire, se non proprio le parole, il tono quanto
meno drammatico con cui la persona chiamata reagiva.

Questa deve avere dichiarato che se si trattava di uno scherzo, era di pessimo gusto. Al che l'entità
comunicante, per dare prova all'ignoto interlocutore che non scherzava, descrisse minutamente dove
egli era e che cosa stava facendo in quel momento: "Sei nel tuo studio, seduto alla scrivania e stai
cercando di rispondere ad una lettera di Enrico di Milano.
Davanti alla mia fotografia ci sono delle violette. Credimi, sono Paola! Non avere rimorsi. Non è
stata colpa tua. Ti sono vicina. Pensami serenamente".
I giornali dell'epoca, esaminati dai partecipanti dopo il fenomeno, avevano riportato la cronaca di
una disgrazia automobilistica che aveva causato la morte di una signorina, Paola x, che viaggiava
insieme al fidanzato. L'uomo era alla guida.

Nella nostra cerchia di amici vi è un gruppo di persone di Brescia che hanno sempre seguito le
nostre esperienze, anche se solo saltuariamente sono potuti venire a Firenze ad assistere ai nostri
colloqui con i Maestri disincarnati.
Nel corso di un incontro a Firenze, durante una seduta, uno di questi amici, di professione orafo,
mostrò alla piccola Lilli un anello che egli desiderava lasciare in dono. L'entità rispose che non
poteva prenderlo, almeno per il momento, poiché non sapeva se ne era autorizzata: infatti, il nostro
medium - per un suo principio - desidera che dalle proprie prestazioni non gli derivi alcun utile né
economico, né di altro genere.
L'amico di Brescia lasciò Firenze riportandosi via l'anello, un poco spiacente che il dono non fosse
stato accettato. Nella riunione successiva egli non era presente, ma Lilli si manifestò dicendo che
era stata autorizzata a ricevere il regalo e che avvertissimo l'amico di Brescia di non cercarlo,
poiché ella stessa era andata a prendere l'anello. "Ecco - aggiunse - lo lascio qui allo strumento".

Quando la luce fu accesa, a fine seduta, potemmo constatare che proprio quell'anello era stato
apportato fra noi, naturalmente asportandolo dalla casa del nostro amico di Brescia; si tratta di un
oggetto d'oro con un lapislazzulo incastonato (foto n. 1).
Informammo subito il nostro amico ed egli ci disse di essersi accorto della scomparsa, dichiarandosi
inoltre ben lieto che Lilli avesse esaudito il suo desiderio, dando inoltre luogo a una manifestazione
di così alto interesse.
La comunicazione di questa entità - un inglese che si è fatto chiamare Alan - è particolarmente
interessante perché cerca di ridimensionare l'importanza dei fenomeni fisici in confronto al
contenuto dei messaggi, che costituiscono il vero scopo delle comunicazioni medianiche.

"La mia ultima incarnazione fu nel secolo scorso, quando l'India era una colonia dell'Impero
Britannico: allora ebbi modo di osservare molti guru, molti istruttori, maestri indiani. Erano molto
più diffusi di quanto non lo siano oggi: c'era un'altra atmosfera nell'India del secolo scorso, e da ciò
che potei vedere laggiù cominciai ad acquistare interesse per l'insegnamento occulto.
La prima impressione - e credo sia un'impressione comune a tutti gli uomini - è che quando si vede
un fenomeno strano si crede che la persona in grado di produrre quel fenomeno sia in possesso della
conoscenza, della Verità. Osservando, per esempio, un fachiro che riesce a far crescere e sviluppare
celermente una pianta, si pensa che sicuramente debba conoscere la Verità.
Ma non è così. Quelli sono fenomeni inconsueti (naturalmente parlo di fenomeni veri, non di
giuochi di prestigio) ma molto spesso chi li produce non sa come essi avvengano. Sono, per
esempio, retaggio di altre incarnazioni nelle quali quella entità ha eseguito certe pratiche, certi
esercizi che sviluppano questi poteri occulti: poi, nell'incarnazione successiva, per qualche ragione
karmica - certamente non per caso - riaffiorano. Ed ecco che la nuova personalità si trova con questi
poteri e automaticamente li adopera, produce fenomeni strani, inconsueti ed anche belli, senza
sapere come e perché.

Vorrei portarvi un esempio: nel caso di un bravissimo atleta che sapesse sollevare un grave peso che
gli altri uomini non riescono a sollevare, non pensereste certo che quell'atleta conosce la Verità, non
è vero? Lo stesso vale per certi fenomeni, questi poteri che certi viventi hanno. E le Entità stesse
che li possiedono, non sempre li producono perché sono a conoscenza delle Verità più nascoste.
Dicendo questo noi siamo al di fuori di ogni sospetto, poiché nelle nostre riunioni questi fenomeni
fisici avvengono e non potremmo essere accusati di deprezzare i fenomeni fisici solo perché noi non
li sappiamo provocare. Se vi diciamo questo è per spiegarvi come stanno le cose, ripetendo quello
che sempre vi hanno detto i nostri maestri: e cioè di vagliare attentamente ciò che viene detto, e
valutarlo. Il resto sono cose meravigliose, interessanti, non v'è dubbio, ma non possono essere
paragonate all'insegnamento che vi viene dato".

Anche l'entità che presiede alla manifestazione dei fenomeni fisici che accadono durante le nostre
riunioni ci ha dato alcune spiegazioni su come si possono produrre alcuni fenomeni e sul fatto che
non tutte le entità sono in grado di produrli, pur manifestandosi attraverso lo stesso medium che in
altre occasioni ha avuto estrinsecazione di fenomeni importanti. La nostra Guida fisica spiega:
"Occorre che l'entità che sovrintende ai fenomeni fisici abbia la capacità di espletarli e abbia avuto
modo di esercitarsi. Vi sono delle entità che possono tornare indietro nel tempo e captare il pensiero
di un vivente o di un trapassato: io ho anche la possibilità di porre in contatto l'automatismo che
sovrintende alla parola del medium, con questi pensieri del passato, come farò tra poco. Allora voi
udrete parlare, ma vi sarà una differenza dalle normali altre manifestazioni di disincarnati: il
medium parlerà con la sua voce, il suo frasario. Cioè tradurrà quei pensieri con i quali è stato messo
in contatto nel suo modo consueto di esprimersi. Direte voi: allora può uno spirito, un'entità, usando
lo stesso metodo, farsi passare per un altro? Certo che può, ma si tratta di rientrare in un codice
etico: sarebbe assurdo che noi venissimo da voi a parlare di onestà, di rettitudine, di moralità e poi
ci facessimo passare per altri. Ne convenite? Ma vi sono anche delle entità che non conoscono
questo codice etico e se riescono a mettersi in contatto col passato, attingono notizie di un dato
personaggio e si presentano fornendo elementi precisi, spacciandosi per questo; però sempre entità
sono.
Ecco allora spiegata la funzione dello Spirito Guida: non permettere la manifestazione di entità
menzognere.
Teoricamente anche un vivente che abbia la possibilità di muoversi autonomamente nel piano
astrale può mettersi in contatto con situazioni del passato e del futuro. Ma non crediate che tutti
coloro che riescono a sdoppiarsi, o tutti i trapassati, possano avere questa autonomia. Il piano astrale
è un labirinto: la sua essenza, che continuamente si plasma sotto l'azione del desiderio e del
pensiero, costruendo delle forme che sembrano
reali, può trarre in inganno ed è facilissimo credere di essersi posti in contatto con il passato, con il
futuro, o con un dato essere e porsi invece in contatto con la propria immaginazione.
Da dove trarre allora la prova che quello che noi enunciamo è attendibile! Lo ripetiamo ancora una
volta: giudicando chi siamo. Analizzare, chiedete, vagliate, soppesate il discorso complesso che vi
facciamo: e questo non può essere fatto in una sola seduta, in una sola riunione ma, come voi state
facendo, in anni e anni di studio e di osservazione.
Adesso metterò in contatto l'automatismo che guida la parola del medium con il pensiero di un
essere che appartiene al passato, da non confondere però con un guscio astrale, vi prego.
E' un viaggio nel tempo; vedrò di porvi in contatto con pensieri che possono fornire elementi precisi
per una verifica da parte vostra. State silenziosi e non fate domande, perché non è un dialogo: voi
state ascoltando un monologo".
A questo punto la Guida fisica si è taciuta: sono seguiti attimi di attesa in perfetto silenzio: poi il
medium, sempre in profonda trance, ha iniziato a parlare con il suo normale tono di voce e con il
suo accento toscano.

"... Che freddo! O Dio che freddo, mamma mia! Tutta quell'acqua... Che confusione! Cerchiamo di
riordinare le idee.
Prima di tutto chi sei, come ti chiami? Ti chiami Teresia Antonio, classe... o Dio, non me ne ricordo
più. Sono nato... Ho fatto vent'anni l'altro mese. Ah sì, Teresia Antonio, nato il 22 gennaio 1897.
Ma cos'è successo? Ho fatto il compleanno l'altro mese! Quant'è? Un mese no, perché oggi è il 15
febbraio 1917.
O che esplosione! Giuseppe, Giuseppe, mi senti? Giuseppe Pruniti, sono io, sono Antonio.
Guglielmo, Guglielmo Sparàno, rispondimi. Sparàno, quello di Napoli. Dio che spavento! Il
piroscafo affondato, un'esplosione credo. Eravamo nell'Adriatico, piroscafo Minas. Sissignore... Io
sono il soldato Teresia Antonio, non capisco più nulla. E' affondato il piroscafo, Signore. Quanta
acqua, freddo... Sono della Sicilia, ma eravamo tre amici insieme.
Dove sono gli altri due? Non li vedo. Uno si chiamava Giuseppe e l'altro Guglielmo... Che
confusione. Che confusione...".

La voce, dai toni sempre più drammatici, a questo punto tacque. Purtroppo non siamo ancora
riusciti ad appurare se i dati rivelati da questa comunicazione corrispondano da un fatto reale. Un
nostro amico ha interessato alla ricerca una persona del Ministero della Marina. Gli elementi sono
abbastanza precisi: piroscafo Minas, affondato nell'Adriatico il 15 febbraio 1917. A bordo
dovevano esserci soldati con questi nomi: Giuseppe Pruniti, Guglielmo Sparàno, Antonio Teresia:
quest'ultimo nato in Sicilia (o proveniente dalla Sicilia) il 22 gennaio 1897 (1).

(1) Mentre il presente volume era in corso di stampa, abbiamo ricevuto una lettera dall'Ufficio
Storico del Ministero della Marina, in cui si conferma che "il piroscafo "MINAS" partì da Napoli il
13 febbraio 1917 diretto a Salonicco con 58 persone d'equipaggio e con un carico di truppe e
materiali di guerra.
Alle ore 12,30 del 15 febbraio, il piroscafo, stante in latitudine 36ø 25' N e longitudine 18ø 24' E, fu
silurato da un sommergibile nemico.
Il siluro colpì l'unità al centro e precisamente nel locale caldaie e la fece sbandare leggermente; un
secondo siluro colpì il "MINAS" che affondò in pochi secondi. Dall'elenco del personale
scomparso, in seguito all'affondamento del predetto piroscafo, si rilevano i sottonotati nominativi:
- soldato TERESIA Antonio, cl. 1897, appartenente alla 5' Compagnia automobilisti,
- caporal maggiore SPARANO Guglielmo, cl.1880, del 63ø fanteria,
- soldato PRUNETTI LOTTI Giuseppe (non Pruniti Giuseppe) cl. 1889, del 63ø Reggimento
Fanteria, 35a Divisione".

Molti altri casi d'identificazione si sono risolti in maniera positiva ed abbiamo potuto verificare che
i dati forniti dai trapassati, sconosciuti a tutti i presenti, corrispondevano in pieno alla realtà dei
fatti.
Non possiamo negare che a volte per noi è stato piuttosto imbarazzante comunicare alle famiglie i
messaggi che avevamo ricevuto: abbiamo sempre cercato di farlo con molta cautela e riservatezza.
D'altra parte, come già abbiamo spiegato, nelle nostre riunioni noi non evochiamo mai nessuna
entità in particolare, ma restiamo in silenzio e in concentrazione ad attendere i nostri Istruttori: così
quando, piuttosto raramente, accade che ci sia un'interferenza di entità affettive o di entità
sconosciute che lasciano dei messaggi, ci sentiamo in dovere di aderire alle loro
richieste.

Fino dai primi tempi delle nostre riunioni spiritiche si è presentata un'entità che, per il fatto di averci
parlato una prima volta della massoneria, era stata da noi chiamata "Fratello Massone". Egli parla
con una strana voce gutturale, con difficoltà di pronuncia e un tono molto basso: spesso sintetizza
con poche frasi il tema che si è sviluppato durante la conversazione con i nostri Istruttori
disincarnati, ma con termini così efficaci da rendere senz'altro più assimilabili i concetti a volte
rimasti un po' difficili.
Recentemente si è manifestato in una serata in cui erano presenti molte persone, fra cui due nuovi
osservatori; non credo però che fra noi ci fossero appartenenti alla Massoneria. Ci ha rivolto un
accorato messaggio, sempre con la sua pronuncia imperfetta, la sua voce un po' afona; nel corso
della comunicazione ci ha svelato il martirio che aveva subito ed abbiamo così capito quanto questo
aveva inciso nella sua psiche, sì da limitarne ancora la dizione nel momento in cui riassume una
dimensione umana per comunicare con noi attraverso il medium.
Facciamo notare a coloro che spiegano i fenomeni spiritici con l'intervento del subconscio o
dell'inconscio del medium o dei presenti, che appare molto improbabile la tesi di un sub-cosciente
che architetta un così personale modo di parlare per poi rivelare, a distanza di decine di anni, la
ragione di questa imperfezione e tutto ciò con lo scopo di spacciarsi per un defunto!

Ecco il testo del messaggio del massone:


Voi mi conoscete come Fratello Massone. Nel linguaggio comune un nome serve a designare
qualcuno o qualcosa; non ha quel significato occulto che gli sogliono attribuire i cabalisti.
L'appellativo con cui voi mi conoscete non è né un nome né sostanzia quello che io fui. Allorché
professai le Verità alle quali ero stato iniziato, la Massoneria non era ancora nata ufficialmente; era
un'associazione libera e segreta nel vero senso. Ogni Fratello lavorava alla costruzione del Tempio,
tutto dando senza nulla ricevere. O meglio, ricevendo offese, dileggio, persecuzione e non di rado la
morte. Questo fu il mio destino: ricevetti in gola una buona dose di piombo fuso per avere
professato delle idee che, allora, erano considerate delle eresie.

Poco dopo il 1700 la Massoneria nacque ufficialmente e seguì la sorte di tutte le organizzazioni;
lentamente, nel tempo, si spense il primitivo ardore.
I "distinguo" divennero fazioni e poi riti diversi. La lotta fra le Logge ripete la degradazione dei
Padri Kados. L'ammissione al comando e al potere avvelena ogni istituzione ed ogni
organizzazione, come i vostri occhi fin troppo possono vedere. Che cosa accadrebbe di un corpo se
tutte le sue membra lottassero fra se stesse? Il caos, la morte, cioè l'abbandono dello spirito. Oh!
Fratelli Massoni, che cosa è oggi la Massoneria? Un'associazione che non trae più la sua forza dalle
sole idee che professa, ma la trae dalla disponibilità e dalla potenza dei suoi membri, molti dei quali
sono Massoni solo quando si tratta di ricevere e non lo sono più quando si tratta di dare e di fare.

Oh! Fratelli Massoni, voi giuraste di mantenere dei segreti che non sono più tali. Gelosamente
custodite le Verità che vi rivelarono i Maestri come in un archivio in cui più nulla possa essere
collocato, e dimenticate che la conoscenza del vero non può avere fine. In fatto di dottrina voi
confrontate e misurate i nuovi messaggi con il metro di ciò che sapete, e li accettate solo se
corrispondono a ciò che conoscete. Così rifiutate le nuove Verità e determinate la cristallizzazione
della dottrina. La raffigurazione della Realtà che avete è ancora quella adatta ad altri tempi e ad
altre menti. Che cosa sapete di più del Grande Architetto di quello che vi dissero i Maestri? Che
cosa conoscete della Realtà che sta al di là dell'apparenza? Oh! Fratelli Massoni, non fate della
Massoneria un corpo senza spirito, ma fate che sia il corpo e lo spirito di Hiran veramente risorto.
Pace a voi".

Alla fine della manifestazione il nostro spirito Guida, Dali, si è rivolto a noi con questi termini:
"Voi avete compreso che questo messaggio non è diretto particolarmente a voi, è vero? Ci siamo
serviti di un tramite per far giungere a chi di dovere il messaggio del fratello che avete ascoltato".
Anche la manifestazione che segue è avvenuta recentemente: il tono della voce dell'entità che si
presentava rivelava una così intensa sofferenza che pure in noi presenti ha procurato emozione assai
viva.
" "... della cui identità io, notaio, sono certo". Quante volte, quante volte ho sottoscritto questa
dichiarazione! "... e della cui identità io, notaio, sono certo", ed ero certo anche quella volta.
Era venuta da me, si era presentata come... come "lei"!... io non avevo motivo di dubitare. Fece
alcuni passaggi di proprietà e ne fece altri, fece degli acquisti. Era "lei", produceva dei documenti la
prima volta, poi non aveva più bisogno di farsi identificare, ormai la conoscevo. Sapevo chi era
quella signora, era una nobildonna; che motivo avevo di dubitare? "... della cui identità io, notaio,
sono certo". Poi un giorno disse: "Io voglio vendere il mio patrimonio". Ed io mi adoperai per
farglielo vendere. Che motivo avevo di dubitare? Aveva fatto altri acquisti, altre vendite, piccole
cose, ma chi poteva dubitare che non era "lei", che mi aveva dato un'identità falsa? Ho venduto tutto
il patrimonio di un'altra, ho venduto tutto il patrimonio di un'altra! Come potevo rimediare? Mi ha
distrutto! Mi ha distrutto fisicamente, moralmente, professionalmente! Mi ha distrutto
completamente! Che soluzione avevo se non quella di uccidermi? Oh! E credevo di por fine alle
mie sofferenze e no, invece, no! Continuo a soffrire, continuo a pensare... La mia sofferenza
continua... Mi sono ucciso ma non ho ucciso il mio dolore... "della cui identità io, notaio, sono
certo"! Mi ha distrutto, mi ha distrutto!".

Abbiamo fatto alcune indagini ed è risultato che in una città della Toscana un notaio si era suicidato
anni addietro: chi ci fornì l'informazione non ci rivelò però la ragione del suicidio o probabilmente
non ne era a conoscenza.

Questa manifestazione ci portò a discutere sul suicidio ed a ricordare ciò che i nostri Istruttori
disincarnati ci avevano detto su tale argomento.
Conoscendo l'esistenza dei vari corpi dell'individuo (fisico, astrale, mentale, akasico) sappiamo che
il corpo astrale è quel veicolo che rivela all'individuo tutte le sensazioni ed emozioni, perciò quando
il corpo fisico viene abbandonato, l'individuo vive nel piano astrale e percepisce quelle sensazioni
necessarie alla sua purificazione, al risveglio della sua coscienza, fino a che pure il corpo astrale
viene abbandonato, disintegrato.
Così coloro che si suicidano per sfuggire alle sofferenze fisiche o morali non raggiungono lo scopo,
in quanto che il corpo astrale riflette le stesse pene fino a che non è esaurito il karma doloroso.
Solo nei casi di puro slancio altruistico il suicidio non è una viltà: nelle guerre, ad esempio, vi sono
state creature che si sono uccise perché, catturate, temevano di rivelare sotto tortura fatti, nomi e
notizie che avrebbero danneggiate altre creature.
Oppure vi sono casi di malati che si suicidano per non essere più di peso ad altre creature, sapendo
che la malattia che li mina è inguaribile. Comunque, noi non possiamo disporre di elementi bastanti
per giudicare le azioni dei nostri simili: oltre il principio, va sempre considerato il caso particolare.

Il fatto che narreremo adesso, oltre che valore notevole quale estrinsecazione di fenomeno fisico, ha
soprattutto un profondo significato spirituale come - del resto - ogni comunicazione della quale
siamo stati testimoni.
Di questa manifestazione vogliamo dare due testimonianze: l'una, obiettiva descrizione di ciò che è
avvenuto (volutamente mantenuta fredda esposizione dei fatti per chi pensa che l'entusiasmo possa
falsare l'osservazione degli avvenimenti); l'altra, riportata da una lettera scritta da una partecipante
ad amici lontani (in cui la descrizione è colorita dalla passionalità che inevitabilmente suscitano
simili miracoli).

"La sera del 3 maggio 1972 eravamo ventisette persone riunite in casa del Signor G.C., disposte in
cerchio nel soggiorno; chi scrive occupava il posto all'immediata destra del medium.
Spente le luci, abbiamo fatto catena prendendoci per le mani l'un l'altro; con la mia mano sinistra
toccavo la destra dello strumento o - più precisamente - la sua mano destra teneva, tra i polpastrelli
ed il palmo, il palmo della mia mano sinistra.
Prima che si presentasse Dali non ho avuto modo di riscontrare alcunché di anomalo: durante la
presenza di questa Guida le dita dello strumento erano invece molto calde (la sensazione era ed è
chiara nel ricordo); dopo l'intervento di Dali, allorché è giunta L'Entità Kempis, la corrispondente
temperatura si è abbassata in modo molto rapido e bene avvertibile, fino a dare vera e propria
sensazione di freddo.

Successivamente, dopo Lilli, si è presentata un'Entità non identificabile, la quale ha pronunciato due
brevi frasi che potrebbero essere tratte da uno dei Vangeli ed il cui testo che più si avvicina, pur se
non identico, è quello che si legge in Luca, capo 22, versetto 19 e 20. Terminata la comunicazione
ed accesa la luce, è stato visto sul tappeto, davanti allo strumento, un tovagliolo e sopra di esso una
focaccia grande come il palmo della mano: accanto alla focaccia un bicchiere con più di due dita di
vino rosso, piuttosto scuro.
Superato lo stupore e l'emozione, i padroni di casa hanno riconosciuto come propri sia il tovagliolo,
sia il bicchiere, mentre sono risultati non noti il pane e il vino, e ciò sia come tipo che come sapore.

Ed ecco la lettera della nostra amica.


"Miei carissimi,
questa volta sarete in tre a ricevere copia di quanto sto per scrivervi. Ho il tempo contato, ma
desidero comunicarvi al più presto quanto di eccezionale e profondamente significativo è avvenuto
alla riunione del 3, a C.
La raccomandazione iniziale di Dali di stare concentrati più che a tutte le altre riunioni e la
spiegazione che Loro desideravano ringraziarci per la collaborazione al lavoro del libro, e che la
riunione di quella sera doveva segnare una "tappa" nella serie di tutte le altre riunioni, mi aveva
fatto pensare a comunicazioni eccezionali, ma nessuno poteva certo immaginare di che cosa si
sarebbe trattato.

Durante la comunicazione di Lilli, per prima cosa essa distribuì ai partecipanti - eravamo circa
venticinque - gli ovetti che io avevo portati come simbolo affettuoso della Pasqua. Nello stesso
tempo una manciata di bottoni volò verso di noi. Dopo qualche scherzo, ma molto moderato anche
come tono di voce, L'Entità ci lasciò, raccomandandoci di stare concentrati.
Poco dopo una voce assolutamente nuova, per noi, profonda, dolce ed accorata insieme, pronunciò
le parole della Cena, quelle con le quali il Cristo istituì L'Eucarestia.

"...prese il pane e lo spezzò, lo diede ai Suoi discepoli e disse: "Prendete, mangiatene tutti". E dopo
la Cena prese il calice del vino e disse: "Bevetene tutti, fate questo in memoria di me. Così questa
Comunione vi unisca nel trionfo del vero, del giusto, dell'amore, dell'esistenza". E dopo una pausa:
"Pace, Pace a voi"".

Per il tono, la vibrazione musicale, la tristezza di quella voce e le pause tra frase e frase che davano
il senso di un attimo infinito, mi parve di "sentire" un'altissima presenza.
Subito dopo, Dali disse le parole che leggerete nella lezione che vi unisco, ed anche la Sua voce
era... come posso dire?... velata:

"Ciò che dovrete fare lo capirete. Chi vorrà farlo, s'intende.


La pace sia con voi".

Riaccesa una debole luce, davanti alla poltrona occupata dal medium, a terra, distinguemmo a
fatica, non credendo ai nostri occhi, una tovaglietta rettangolare con due degli angoli opposti
rimboccati in sotto così da farla diventare esagonale - forse un simbolo - e posati su di essa un pane
di forma ovoidale ed un calice trasparente che conteneva due dita di vino del colore del porto.
Vicino al lembo rimboccato della tovaglietta, un tovagliolino triangolare.
Tovaglietta, tovagliolino e bicchiere appartenevano ai padroni di casa, ma il pane ed il vino
costituivano i più eccezionali apporti che si potessero immaginare.
Riuscite ad intuire che cosa abbiamo provato?
Un forte profumo orientale si era diffuso nell'ambiente durante la presenza dell'Entità sconosciuta
comunicante.
Che cosa ne dite? Non ci sono parole, è vero? Non c'è che stare in ginocchio, con l'anima colma di
gratitudine fino... alle lacrime.
Vostra N. ".

Se pensiamo che tanti uomini percorrono migliaia di miglia, incontrano centinaia di persone,
spendono tutta la loro vita alla ricerca di ciò che noi abbiamo trovato nella nostra stessa casa; se
pensiamo a quelli che non hanno visto a centesima parte di ciò che noi abbiamo osservato, che non
hanno udito la millesima parte di ciò che noi abbiamo conosciuto, veramente il cadere in ginocchio
e sentirsi indegni di tutto ciò viene spontaneo. Come viene spontaneo chiederci: "Perché noi?". Ma
le nostre Guide ci rispondono ed assicurano che chiunque cerchi con semplicità ed innocenza la
Verità non per accrescere se stesso, ma perché convinto che quello è ciò che ciascuno deve fare, la
troverà.
In una forma o nell'altra troverà ciò che lo renderà intimamente adulto. Rinnoviamo l'augurio che
questo accada presto per i nostri lettori.

Relazioni e testimonianze degli intervenuti

Riportiamo adesso le descrizioni di alcuni fenomeni fisici fatte direttamente da alcuni partecipanti o
da persone intervenute come osservatori: in genere, questi ultimi vengono fatti sedere accanto al
medium, proprio perché possano seguire bene tutte le fasi dei vari fenomeni. Anche se le
estrinsecazioni fisiche non sono lo scopo principale delle comunicazioni medianiche, pure esse
hanno un effetto molto suggestivo su coloro che intervengono per le prime volte e che non hanno
ancora un particolare interesse per le comunicazioni intellettive.

Relazione dell'ing. Silvio Viezzoli con conferma del dott. Gastone De Boni

"Anche questa sera siamo convenuti numerosi in casa dei coniugi C. Per molti di noi si tratta di un
incontro particolare: si compiono 30 anni dalla prima manifestazione di medianità da parte
dell'amico R. Due nostri amici hanno ricordato l'evento con parole adatte e non scevre da emozione.
Dopo la lettura di alcuni passi dei precedenti messaggi,
non è seguita la consueta discussione ed il medium si è predisposto per la trance.
Le comunicazioni vengono iniziate da Dali, a lui seguono Lilli ed altre entità, tra queste la Guida
fisica dello strumento che, rivolgendosi alla persona alla mia sinistra (il dott. Gastone De Boni), lo
prega di dargli le mani e quindi chiede concentrazione da parte di tutti. Poco dopo, scorgo una
piccola luminescenza che ritengo localizzata sulle mani dello strumento; in breve detta
luminescenza aumenta di dimensioni fino a coprire, in modo evidente, buona parte del palmo delle
mani del medium, e aumenta anche d'intensità, tanto che posso intravedere alcuni tratti del volto del
mio vicino, chino sopra le mani dello strumento.
La luminescenza, di colore bianco azzurrino, sembra rivestire il solo lato interno delle mani dello
strumento; all'esame visivo, appare come una materia fluido-densa che viene manipolata con
lentezza mentre alcune larghe falde di vapore si disperdono nell'aria. Come altre volte, ho osservato
questi vapori: sembrano formarsi a capriccio e a circa quaranta centimetri dalla loro sorgente
luminosa si disperdono o non sono più osservabili.
Il mio vicino mi sussurra che la Guida fisica gli pone nelle sue mani un oggetto: forse un
cucchiaino, con un estremo concavo e l'altro che finisce nel nulla. Io mi faccio più da presso e
contro un fondo scuro contornato da qualche barbaglio di luminescenza, scorgo un'esile barretta
incandescente, della lunghezza di circa cinque centimetri, con uno degli estremi allargato in una
piccola forma ovale. Ritengo che l'oggetto si trovi nel cavo delle mani di Gastone De Boni a loro
volta tenute in quelle del medium; la forma dell'oggetto non mi sembra ben definita.

Si verificano momenti di palese affaticamento da parte dell'entità (o del medium?) e


contestualmente una diminuzione della luminosità delle mani. La Guida fisica domanda un
bicchiere d'acqua, e, mentre il padrone di casa si accinge a porgerlo, chiede che quest'acqua venga
bevuta da lui stesso, lentamente; quindi tutti i presenti sono invitati alla massima concentrazione.
Poco dopo la luminescenza torna ad essere bene appariscente; successivamente, nel cavo delle mani
del dott. De Boni posso osservare che l'oggetto ha assunto chiaramente la forma di un cucchiaino da
sale e brilla come se fosse incandescente. Mentre il dott. De Boni mi sussurra le proprie
impressioni, la Guida fisica si raccomanda che egli tenga l'oggetto ben serrato nella mano, fino al
termine della riunione.
Alla Guida fisica seguono altre entità; più tardi, a più riprese, il mio vicino mi mostra il cucchiaino
che conserva la propria luminosità a lungo, fino a quando avremo il risveglio dello strumento.
Il tempo occorso per la materializzazione dell'apporto, misurato sul tempo della registrazione della
seduta, è stato di circa otto minuti, la luminescenza dell'oggetto apportato si è protratta per altri
quarantacinque minuti ed è scomparsa alle 23 e 20 minuti quando, terminate le comunicazioni, è
stata riaccesa la lampada centrale.
Osservato alla luce, l'apporto misura circa cinque centimetri, la parte concava è di un centimetro e
mezzo, il manico è costituito da una barretta che, con un certo garbo, assume la forma, in rilievo, di
un gruppo di tre o quattro rose disposte ad arte" (foto n. 2).

Questa relazione dell'ing. S. Viezzoli fu trasmessa a cura del dott. A. Ferraro, che non era stato
presente alla manifestazione, al dott. G. De Boni per una conferma dei fatti esposti. Il dott. De Boni
così rispose:

"Caro Ferraro,
come da sua richiesta le confermo che nel corso della seduta del 29 maggio 1976, tenutasi al
Cerchio Firenze 77, un cucchiaino d'argento si è materializzato fra le mani del medium e le mie.
Pertanto, avendo percepita la formazione lenta dell'oggetto (che poi mi è rimasto in dono) posso
garantire nel modo più oggettivo la realtà del fenomeno e l'assenza di ogni trucco.

firmato: Gastone De Boni ".

Relazione del dott. Christian Paciscopi

"Il giorno 20 novembre 1976, alle ore 22 circa, seduto alla sinistra del medium ho potuto osservare
a poche decine di centimetri da dove il fenomeno si produceva, la materializzazione lenta di una
spilla in metallo con superficie madreperlacea e maschera sovrapposta al centro.
Il medium aveva le braccia protese in avanti e le mani unite rivolte in alto. Queste plasmavano fra le
dita una massa ectoplasmatica luminescente, della grandezza di un batuffolo di cotone (due, tre
centimetri per lato), lo manipolavano come materiale plastico (pongo) particolarmente con i pollici,
gli indici e i medi, trattenendo con le altre la sostanza nel palmo delle mani.
La punta delle dita e un terzo di queste apparivano con un alone luminescente che ne evidenziava
perfettamente la forma e rendeva visibile anche le mani fino ai polsi.
Il movimento delle dita era abbastanza veloce, continuo e morbido, fluente, se così si può definire.
Dopo un minuto o due prendeva corpo una piccola massa rotondeggiante più scura al centro e
luminescente all'intorno, massa sempre plastica che s'ingrandiva lentamente, fino a raggiungere la
dimensione dell'oggetto apportato.
Nel frattempo, il dott. Alfredo Ferraro scattava delle foto con pellicola ultrasensibile senza lampo.
La Guida fisica lo invitava ad usare la massima apertura dell'obiettivo.
Dietro nuova richiesta di fotografare con lampo, la Guida invitava a fare presto perché non poteva
prolungare oltre l'esperimento e infatti subito dopo il lampo (durante il quale ho potuto intravedere
l'oggetto materializzato fra le dita aperte del medium, con una superficie particolarmente brillante,
superficie di madreperla che evidentemente aveva riflesso il lampo) la Guida ha pronunciato alcune
parole:
"Basta, basta, l'oggetto si smaterializza, concentratevi" (foto n. 3). Il medium era proteso in avanti e
piegato verso la sua destra, notevolmente in tensione; la muscolatura del braccio sinistro, che io
toccavo, contratta; sembrava molto affaticato e impegnato in uno sforzo di notevole intensità.
Le sue mani continuavano a plasmare l'oggetto, non più visibile perché completamente racchiuso
fra le dita come a proteggerlo; la luminosità di queste si accentuava, l'ectoplasma fuorusciva dai
bordi delle dita e dal contorno delle mani illuminandole completamente, vapori sottili si dipanavano
da queste verso l'alto e si avvertiva odore di ozono. Dopo uno o due minuti, il medium si alzava in
piedi e donava l'oggetto ad un partecipante, la dottoressa Serenella Rossignoli, indi ritornava al suo
posto, mentre persistevano punti luminosi sulle mani, sulla camicia all'altezza del petto e punti
vaganti. Punti luminosi continuarono a persistere per tutta la seduta. Fra l'altro, vennero trasmessi
anche alle mani di un altro partecipante, per contatto delle mani del medium; alcuni punti erano
ancora persistenti al termine e dopo il risveglio del medium in numero di quattro o cinque,
distribuiti uno sulla guancia sinistra a mo' di neo, due sul collo al centro a destra e a sinistra del
"pomo di Adamo", alcuni sul petto.
Ho toccate ripetutamente queste "particelle" lucenti, senza modificarne né la luminosità - piuttosto
netta e intensa - né la dimensione. Dopo alcuni minuti sono scomparse del tutto come una luce che
si spengesse".

Relazione del dott. Alfredo Ferraro

"Alla seduta del 17 dicembre 1977, mia moglie e io abbiamo portato a Firenze un'amica di Genova;
la professoressa Nuccia Ghezzi. L'esperienza acquisita nel corso di qualche anno e l'inatteso invito
dovuto all'imprevista assenza di un'altra persona del Cerchio, ci avevano fatto ritenere che l'ospite
sarebbe stata la destinataria del metodico apporto, che ha luogo durante ogni riunione. Ne ero tanto
sicuro, per cui dissi all'amica: "Vedrai, Nuccia, che l'apporto di questa sera sarà per te"; la risposta
fu: "Magari! se così fosse gradirei che questo avesse un significato per mia figlia Orietta".
Le modalità di estrinsecazione del fenomeno furono quelle cui siamo ormai abituati. Comunque, mi
fu possibile avere nuova conferma del formarsi graduale dell'oggetto apportato, completatosi a poco
a poco, partendo da un lato, verso quello opposto. Anzi, quella volta mi resi conto che
materializzazione ebbe termine nelle mani della destinataria, alla quale venne consegnata,
caratterizzata ancora da una notevole luminescenza.
Si trattava di un ex-voto d'argento bulinato, di quelli che - almeno un tempo - venivano offerti a
Santa Lucia, a seguito di guarigioni da malattie riguardanti la vista. In sostanza, una maschera
costituita dalla parte del volto comprendente gli occhi, contornata da fregi. Ricordando il desiderio
dell'amica, le chiedemmo se questo era stato esaudito, ma essa ci rispose di non ravvisare nel dono
alcun nesso con attività o con fatti riguardanti la figliola (foto n. 4).
Ritornata a Genova, la professoressa Ghezzi mostrò a questa l'apporto, chiedendole se le ricordasse
qualcosa. La giovane rimase particolarmente colpita. Poco tempo prima, nel corso di una funzione
religiosa, il sacerdote aveva informato che una donna povera rischiava di perdere la vista, non
potendo essere sottoposta a un'indispensabile operazione, per mancanza di mezzi finanziari. Ai
fedeli venne chiesta un'offerta.

La particolare sensibilità di Orietta l'indusse a vuotare la borsetta di quanto aveva: non molto,
tuttavia un'offerta non trascurabile, se la si pensa diretta a una sconosciuta e più con le peculiarità
dell'elemosina che non dell'elargizione.
Ovviamente non è possibile ravvisare un sicuro legame fra il simbolo dell'apporto e l'accaduto,
tuttavia un nesso in probabilistico penso non possa non essere ravvisato. Sebbene fuori argomento,
ricordo come, nella stessa seduta, si sia manifestata l'entità di un defunto che formi le sue
generalità, la data della morte, elencò i familiari, dei quali diede l'indirizzo milanese. Io
personalmente visitai quella famiglia, dove tutto mi venne confermato e, soprattutto, ricordo
l'emozione della vedova la quale - probabilmente dotata di facoltà paranormali - dichiarò che da
anni attendeva il messaggio. Anzi, sicura di sentirsi la presenza del marito d'attorno, affermò
d'averlo invocato verso la metà di dicembre, pregandolo di darle in qualche modo conferma della
sua vicinanza. La comunicazione fu ricevuta a Firenze il 17 dello stesso mese e non posso certo
negare che la mia tendenza positivistica non abbia impedito l'insorgere in me di un certo
turbamento. Soprattutto per il carattere implorante del messaggio, che rispondeva perfettamente alla
preghiera della moglie. Nei parenti ho ravvisato persone normali ed equilibrate che, fra l'altro,
avrebbero poi riconosciuto nella voce registrata dello strumento incorporante, il parlare affaticato
del congiunto, negli ultimi giorni di vita".
Relazione della signora Nuccia Ghezzi

"La mia disposizione d'animo era strana, quella sera del 17 dicembre 1977. Per una circostanza
fortuita mi trovavo a far parte del Cerchio Firenze 77. Da anni l'amico Alfredo Ferraro me ne aveva
parlato, e anche se la fiducia reciproca mi aveva sempre impedito di porre in dubbio le sue parole
circa i fenomeni che si producevano attraverso il medium, la mia attesa era grande. Non si trattava
di semplice curiosità: anni di ricerca nel campo del paranormale hanno approfondito la mia fede ed
il desiderio di conoscenza tende soprattutto a rendere più salda questa fede.
Non avevo mai assistito a sedute con effetti fisici, ma sentivo che se un apporto ci fosse stato,
quello doveva essere mio.
L'entità che si presenta come una scherzosa bambina di nome Lilli, mi aveva accarezzato il volto
ripetendomi con la sua vocetta un po' petulante: "Le senti le mie manine, le senti?" Io le avevo
effettivamente sentite e - cosa strana a ripensarci - mi era sembrato del tutto naturale il toccarle.
L'avevo mentalmente chiamata dicendole: "Lilli sta vicina a Orietta" (mia figlia) e immediatamente
mi ero di nuovo sentite le manine sul viso che mi accarezzavano dicendomi: "Sì, sì, sì...".
Era arrivata poi la Guida fisica e le mani del sensitivo si erano illuminate di uno strano bagliore
intermittente che permetteva di distinguerle nitidamente, nel buio, in tutti i loro movimenti.
Queste mani che si muovevano nell'aria come per plasmare il vuoto, si dirigevano verso le mie che
già in precedenza tenevo giunte e dischiuse. Sapevo che avrei ricevuto qualche cosa. La voce nel
buio mi disse: "Prendi, chiudi bene strette le tue mani e non aver paura".
Un qualche cosa di freddo, di sottile e di molto allungato, si trovava ora fra le mie palme: le avevo
strette con forza e quel qualche cosa crepitava, si riscaldava e mi faceva l'impressione che si
accorciasse.

Quanti pensieri si agitassero in quel momento nella mia mente, non saprei dire; ricordo che il cuore
mi batteva all'impazzata ed avevo una sola preoccupazione: stringere forte le mani perché sentivo
che l'oggetto stava finendo di formarsi in esse.
Altre voci, altre entità vennero successivamente. Non riuscivo più a seguire le parole. Solo la voce
di Teresa ed il suo profumo mi scossero un poco.
Improvvisamente mi venne il desiderio di schiudere le mani e di guardare nel buio fra le palme:
l'intento era tutto una luce, un vero splendore. Richiusi in fretta, conscia che qualche cosa si stava
completando. Aspettai un poco, poi guardai di nuovo; lo splendore era sempre intensissimo.
Alla fine della seduta, molte persone mi attorniarono per vedere ciò che era arrivato.
L'oggetto che tenevo fra le mani conservava ancora due punti luminosi ma di una luminosità
intermittente, come se palpitassero di vita propria. Mi sembrò, all'inizio, una maschera d'argento
cesellata, in cui sbalzati si vedevano distintamente due occhi. Non capivo che cosa potesse essere,
né il suo significato. Mi dissero che doveva trattarsi di una comune forma di ex-voto, probabilmente
dell'800, dedicato alla Santa della vista, S. Lucia. Di questa Santa avevo un nostalgico ricordo: nella
regione in cui sono nata, noi bambini attendevamo i doni più che a Natale, il 3 dicembre, la notte di
S. Lucia. Al mattino, trovavamo i regali in fondo al lettino, e questa Santa mi era stata, allora,
particolarmente cara; successivamente, l'età adulta ed il cambiamento di regione, me l'avevano fatta
dimenticare completamente.
Sforzandomi, in seguito, di dare un significato all'apporto ricevuto, oltre a quello trascendente di
"luce", "seconda vista", incitamento ad aprire gli occhi su di una realtà non contingente, sguardo su
di me e sul mio cammino terreno, mi venne fatto di pensare ad un episodio raccontatomi da mia
figlia alla quale sono profondamente legata e per la quale avrei ben voluto fosse l'apporto.
Trovandosi in chiesa, una domenica, e avendo ascoltato la richiesta del sacerdote di un'offerta per
una donna poverissima che stava perdendo la vista, d'impulso Orietta aveva vuotato il borsellino di
tutto il danaro che conteneva.
Il ringraziamento per questo suo atto, era forse arrivato sino a me dagli spazi siderali come
misterioso segno di un'intelligenza a cui nulla sfugge? Può darsi... e mi è dolce il crederlo".

Relazione della signora Zoe Alacevich

Zoe Alacevich (studiosa nota ai cultori ed appassionati di parapsicologia, che ha sperimentato


moltissimi medium e che da anni fa parte del nostro gruppo) così descrive una materializzazione
parziale a cui ha assistito: "Durante una seduta, un po' lontana dal medium, si formò una specie di
groviglio luminoso in continuo movimento che ogni tanto prendeva forma di palla (al buio è molto
difficile calcolare la distanza precisa di qualcosa di luminescente). Per un attimo si abbozzò una
mano maschile, che poi cambiò molte volte forma e finì col formare definitivamente- per un tempo
abbastanza prolungato - una mano tozza, ma perfettamente formata (le mani dello strumento sono
invece allungate e sottili).
Le persone che vedevano il fenomeno ben illuminato dallo stesso ectoplasma, poterono distinguere
chiaramente e nettamente, il palmo con le più piccole linee e rughe, mentre quelle sedute dietro la
mano materializzata - ad angolo, ma anch'esse molto vicine - ne videro la sagoma in "silhouette"
scura, contornata dall'alone di ectoplasma.
La mano completamente materializzata, prima di dirigersi verso il medium seduto nella sua poltrona
in profonda trance, diede vari colpetti amichevoli sulla testa di una signora che dichiarò poi di
essersi un poco spaventata all'inatteso contatto".
Sempre della signora Zoe Alacevich riportiamo ora una nota.
"Leggo ora un articolo con questo titolo sulla notissima rivista americana New Realities (ex
Psychic) e mi vengono in mente le levitazioni del nostro medium del Cerchio 77 di Firenze.
Confronto il vario modo in cui tale fenomeno avviene e il tempo di durata delle levitazioni. Ciò mi
induce a farne una breve sintesi.

In Africa, tra il Togo e il Dahomey, si esibisce uno stregone ottenendo circa dieci secondi di
levitazione con effetti che a noi occidentali sembrano teatrali, ma che in fondo arrivano a qualche
risultato. Tra gli spettatori ci sono quelli che hanno la convinzione che lo stregone, Naua Owoka,
riesca realmente a levitarsi (anche se per soli dieci secondi) con il suo strano digrignare di denti,
mentre si concentra e si rivolge al dio del lago, e dopo una parte preparatoria molto lunga.
Altri osservatori, più diffidenti, esigono prove cosiddette "scientifiche" per poi spiegare tutto, come
al solito, con la frode e la suggestione.
Io penso al nostro grande medium che ha il potere di levitarsi mentre si manifestano entità altissime,
e spesso rimane a lungo in tale stato, fino a sfiorare il soffitto. Semplicemente, egli va in profonda
"trance" senza particolari preparativi, e parla con le voci delle entità che si manifestano a suo
mezzo, insegnando cose profonde e interessantissime che vengono fedelmente registrate al
magnetofono e, quindi, trascritte e diffuse fra i membri del Cerchio a scopo di studio e
documentazione.
Terminato l'insegnamento, l'entità abbandona il medium che precipita a terra con forte tonfo, ma
senza, soffrire di alcun danno o trauma, e la seduta continua regolarmente, lasciando un forte
gradevolissimo profumo in tutta la sala.
Teresa si manifesta con una certa frequenza e quasi sempre in levitazione più o meno alta, parlando
di argomenti spirituali e profondendo un forte odore di rose (... forse il suo fiore preferito mentre era
ancora in vita).
Una sera, era in bassa levitazione, pose una magnifica rosa bianca appena colta sulla poltrona dove
generalmente stava adagiato in trance il medium. Ne mise poi un'altra nelle mani di una signora del
gruppo, e una terza (che conservo sempre, dopo che si è seccata, in un libro) nelle mie.
Poi salendo in alta levitazione, Teresa sparse su tutti i presenti una pioggia di freschissimi petali
bianchi, sempre di rosa!
In un'occasione, mentre le mani del medium erano tenute in catena da due signore del gruppo,
questi andò in levitazione alta, tanto che le signore citate dovettero alzarsi e allungare al massimo le
braccia per poterlo seguire e, quindi, furono costrette a lasciarlo libero perché egli seguitava a salire.
Mio marito, durante una seduta, se ne stava accanto al medium, il quale si levitò e, passando sopra
di lui, gli sfiorò la fronte con una scarpa".

Relazione della dottoressa Paola Giovetti

Sabato 22 gennaio 1977 ho partecipato per la prima volta ad una seduta del Cerchio Firenze 77: ne
avevo sentito ripetutamente parlare e avevo letto sulla rivista Gli Arcani le relazioni della signora
Luciana Campani e del dott. Alfredo Ferraro, che ha ottenuto interessanti documentazioni
fotografiche. L'accoglienza è stata cordiale, in un'atmosfera serena e amichevole.
Nell'ampio salotto della famiglia che ospita i partecipanti alla seduta, una trentina di persone
sedevano in cerchio. Mi venne assegnato un posto accanto al medium, alla sua destra e ciò mi
consentì di seguire perfettamente le varie fasi delle manifestazioni.
Sui contenuti dei messaggi delle varie Entità che si susseguirono, lascio ad altri il compito di
riferire: quello che riporto sono invece le mie impressioni personali, con particolare riferimento ai
fenomeni fisici.
Quando fu buio, il medium cadde in trance con estrema facilità e rapidità: solo il respiro più
profondo testimoniava il suo diverso stato di coscienza. Si manifestarono subito le Entità:
numerose, con voci diversissime l'una dall'altra, voci maschili e femminili, profonde o squillanti.
Quando si manifestò Lilli (e poi Teresa) il medium balzò in piedi e nel buio assoluto della sala si
moveva tra i presenti, scherzando con tutti, scompigliando a qualcuno i capelli, accarezzando altri,
rivolgendo ad ognuno una parola, senza mai un gesto sbagliato, come se vedesse perfettamente. Ho
l'impressione nettissima che il medium, mentre si spostava nella stanza, fosse in levitazione, perché
la sua voce mi arrivava da un'altezza notevole; inoltre, all'atto di rimettersi a sedere accanto a me,
mi fece alzare la mano e la trovò con sicurezza nel buio, e facendo pressione su questa (e su quella
del vicino di sinistra) "piombò" letteralmente sulla poltrona.

Ma il momento culminante fu forse quello della materializzazione: come durante le altre sedute,
anche quella sera si manifestò la "guida fisica", che annunciò subito che avrebbe fatto un "dono" a
qualcuno e che pertanto aveva bisogno di aiuto da parte nostra: catena e massima concentrazione. A
me, che tenevo la mano destra del medium, e alla persona che gli teneva l'altra disse di mettere le
mani sui polsi dello strumento e di non lasciarlo. Il medium era in camicia, con le maniche
rimboccate fin oltre i gomiti. Appena gli lasciammo le mani, le unì davanti a sé e cominciò a
muoverle, come se manipolasse qualcosa. Gradualmente, nel buio assoluto della sala, il palmo delle
mani si illuminò di una luce azzurrina, che sembrava provenire dalle mani stesse.
E in questa luce azzurrina cominciò ad evidenziarsi qualcosa di rotondo, che mi sembrò una
moneta. Non so perché, il movimento delle mani del medium mi ricordava un poco quello delle
mani dei chirurgici filippini, quando intervengono su un paziente.
Mi sembrò anche di vedere una leggera nube biancastra all'interno delle mani, che continuavano a
muoversi ed a lavorare intorno alla "moneta", che diventava sempre più grande e più consistente.

La trance del medium, prima tranquillissima, divenne poi più affannosa: ansimava, parlava a fatica,
era sudato e curvo su se stesso. Credo che il tutto sia durato più di tre, quattro minuti: infine lo
strumento si drizzò e la voce - tornata normale - della "Guida fisica" mi disse: "Questo è per te,
figlia Paola": sentii che lo strumento mi aveva messo nella mano destra un oggetto ovale, piuttosto
grande, metallico e pungente. Lo tenni stretto fino al termine della seduta e, solo quando si
riaccesero le luci, vidi di che cosa si trattava: un medaglione antico di filigrana, una reliquia: al
centro infatti, sotto il vetro, c'era un pezzettino di tessuto celeste, con la scritta "Ex Velo SS. Virg.
M." foto n. 5 e foto n.6).

Relazione della signora Gemma Lasta

11 giugno 1977.

"Nel viaggio che mi conduceva a Firenze, per assistere ad una seduta medianica del "Cerchio 77",
riandavo col pensiero alle relazioni della signora Luciana Campani, che sempre avevo letto su una
rivista mensile, chiedendomi ogni volta se anch'io un giorno avrei potuto partecipare.
Ora il giorno era finalmente arrivato ed ero ansiosa e gioiosa, non solo perché potevo assistere, ma
anche perché l'invito era stato esteso ad un mio amico, il dott. Zanone, il quale - dopo lunghe
ricerche teoriche - avrebbe constatato de visu fenomeni paranormali garantiti dalla serietà e
indiscutibile correttezza del medium e dei partecipanti.
Giungemmo a Firenze, a casa del medium, alle 20,30 di sabato 11 giugno. Lì ci unimmo ad altri
amici giunti da varie località. Poi, insieme, ma su auto diverse, ci dirigemmo in collina, poco fuori
la città. In una villa, immersa nel verde e nei fiori, ci attendevano i proprietari e gli altri ospiti.
Nella sala che ci accoglie siamo circa trenta persone. Ci sediamo sulle sedie disposte in cerchio -
con un ampio spazio al centro - e, dopo il consueto commento sulla seduta precedente, vengono
porte e finestre, mentre uno degli astanti provvede a bruciare incenso. Tutte le luci si spengono, si fa
buio, a poco a poco i nostri occhi si abituano all'oscurità.
Facciamo catena con le mani, mentre il silenzio è profondo ed ognuno di noi cerca di concentrarsi il
più possibile.
Dopo poco la catena si scioglie e le Entità cominciano a parlare attraverso la bocca del medium,
accompagnate, durante tutta la seduta, da intenso profumo di rose e viole.
Per primo si manifesta Dali: saluta affettuosamente i presenti compresi coloro che - come me -
assistono per la prima volta, poi sviluppa il suo discorso esortandoci al bene, all'amore, alla
solidarietà.
Segue Kempis, che svolge un elevato tema di etica: sul comportamento umano, sull'antica
contrapposizione tra bene e male, analizzando in profondità quei crimini che pretendono
giustificarsi sotto il manto di varie ipocrisie di natura politica, sociale, religiosa.
In seguito si presenta un piacevolissimo ed originale personaggio: un antico pievano toscano, che
racconta i gustosi dispetti tra lui ed un suo collega. (N.d.R.- Pievano Arlotto, al secolo
Arlotto Mainardi (Firenze 1396-1484).)
Stupefacente lo stile: sembra di ascoltare un autentico novellatore che adopera la tipica sintassi
latineggiante col verbo alla fine.
Ancora silenzio. Ma, improvvisamente, ecco un batter gioioso di mani. E' Lilli, l'immancabile
amica Lilli che si muove in mezzo al nostro cerchio, rivolgendosi ora all'uno ora all'altro dei
presenti con la sua voce infantile. Saluti e gioiose risatine, simpatici scherzi: scambio di occhiali tra
me ed il dott. Zanon.
Infine la voce di una nuova Entità. Ci comunica che è la "Guida fisica" del medium; ci saluta e,
come ormai è consuetudine, preannuncia un piccolo dono, raccomandandoci di stare concentrati
mentre si produrrà il fenomeno.

In pochi istanti le mani del medium divengono visibili, di una luce argentea, luminescente. Poi
un'aura ben distinta sfavilla palpitando vivissima intorno alle dita. Io ho la fortuna di osservare il
fenomeno da brevissima distanza, perché sono seduta al secondo posto, alla destra del medium.
Intanto le dita luminose si muovono, sembrano plasmare luce dalla quale emana un crepitio
accompagnato da un forte odore di ozono. Dopo poco tempo il medium si sposta verso di me. Le
sue mani mi porgono qualcosa di luminoso mentre l'Entità dice: "E' per te, figlia, tieni fra le mani".
Nell'atto dello scambio un piccolo frammento lucente si stacca dalla "cosa luminosa" e va a posarsi
sulla parte nuda del mio braccio destro, ma senza che io risenta alcuna sensazione di calore.
Le persone presenti fissano attonite il mio braccio illuminato da quella scintilla che crepita
sommessamente (direi "frigge", perché quello è il rumore a cui più assomiglia).
L'odore di ozono continua ancora, mentre attraverso le fessure delle dita cerco di osservare cosa
succede nel cavo chiuso delle mie mani: intravedo la "cosa luminosa" che palpita e sprizza scintille
di luce, ma non oso aprire per timore che il "dono" si smaterializzi.
Al termine della seduta, quando le luci della sala si riaccendono, mi trovo fra le mani una stella a
cinque punte, in argento cesellato che pende agganciata in mezzo a un cerchio, anch'esso d'argento.
Al centro della stella c'è incastonata una pietra rossa: corallo. Certamente un messaggio, un simbolo
esoterico sul quale attentamente meditare (foto n. 7).
In seguito, osservando attentamente la pietra, mi sono accorta che ad un lato della stessa manca una
piccola scheggia... Forse il frammento luminoso cadutomi sul braccio!
Esperienze indimenticabili, innegabili, anche se al di fuori delle leggi fisiche conosciute.
Di fronte a tali fenomeni, l'uomo dalla mente gretta nega, il saggio medita con umiltà e l'autentico
scienziato (quello che ricerca la Verità per la Verità) trae motivo ed entusiasmo per la ricerca in un
nuovo ed affascinante campo del sapere".

Relazione del dott. Luigi Lapi Neuropsichiatra - Parapsicologo

"I fenomeni verificatisi nel corso della seduta del 14 maggio 1977 sono stati numerosi, ed io li ho
potuti seguire con particolare attenzione essendo alla destra del medium, tenendo il suo polso destro
con la mia mano sinistra. Li esporrò in base al loro tipo anziché in ordine cronologico.
Profumi: varie entità si sono presentate con comparsa di odori, e si deve notare - cosa importante -
che un odore si annullava con la comparsa di un altro. Gli odori sono stati tutti del tipo cosiddetto
"dolce", non ben identificabili da me che non sono preparato in questa materia, ma con il carattere
di un'intensità particolare.

Ora essendo l'odore dovuto a sostanze volatili capaci di solubilizzarsi a livello delle cellule olfattive
della parte alta del naso, esse avrebbero dovuto "saturare l'ambiente" e quindi i vari odori avrebbero
dovuto mescersi tra loro, anziché sostituirsi l'un l'altro. Il secondo fatto importante - che in parte
contraddice la precedente osservazione - è stato il persistere nel tempo dell'ultimo profumo, molto
dolce e molto intenso che ha impregnato i miei abiti e le mie mani (specialmente la sinistra), tanto
che era ancora ben percettibile il lunedì successivo, ed è stato sentito dai presenti alla seduta
sperimentale di parapsicologia, che io tengo settimanalmente al mio studio. Devesi quindi escludere
il fatto di un'allucinazione collettiva.
Apporti: l'apporto più significativo è stato di un cammeo che ho visto formarsi a poco a poco nelle
mani del medium; come ho detto ero alla destra di lui, e gli tenevo saldamente il polso destro con la
mano sinistra. A un certo punto le mani di lui hanno cominciato a emettere una sorta di
luminescenza azzurro-verde con i caratteri della fosforescenza, ma con la caratteristica di scivolare
sulle dita come qualche cosa di vivo (a tratti anche sulle mie mani comparivano lievi punti luminosi
della stessa natura). La prima immagine che ricordo dell'oggetto aveva una forma grossolanamente
nummolare, della grandezza di circa sette-otto millimetri, senza alcun elemento sulla superficie.
Man mano che veniva manipolata la sua luminosità aumentava, e così il suo diametro apparente;
dava l'impressione di essere una che però andava accrescendosi via via, fino ad assumere un
andamento ovolare e fino alla comparsa di un profilo femminile. Alla luce si è visto trattarsi di un
cammeo (foto n. 8). Il secondo apporto è stato di petali di rosa e di due boccioli di rosa; mentre il
medium era in levitazione, si è sentita distintamente una sorta di grandinata, come se tanti fagioli
venissero lanciati nella stanza.

Accesa la luce, si è constatato come il pavimento fosse cosparso di petali bianco-rosa, qualcuno di
un rosa tendente al rosso, in buono stato di conservazione come se fossero stati staccati pochi
minuti prima. Si noti che il rumore prodotto da petali di rosa cadenti da un'altezza presumibile di tre
metri, è tanto lieve da non poter essere percepito chiaramente dalle trenta persone presenti; inoltre la
stanza non presenta doti di acusticità particolarmente spiccate, e i suoni vengono inoltre smorzati
dalla presenza degli ostacoli fisici presenti.
Quindi, l'apporto in sé è stato accompagnato da un'impressione acustica secondaria non legata
all'oggetto apportato, ma facente parte di quel sottofondo sonoro nel quale si manifestano le voci.
Del resto, nella precedente seduta vi era stata una grandinata di foglie di olivo, contrassegnata da un
rumore molto intenso come se realmente si trattasse di grandine.
Levitazione: come ho detto, tenevo saldamente il polso del medium con la mano sinistra a circa due
centimetri dal polso vero e proprio in senso prossimale: i nostri avambracci quindi convergevano
con un angolo valutabile in circa venti gradi; ad un tratto, ho sentito che l'avambraccio di lui si
alzava e, rimanendo io seduto, l'angolo di convergenza si è rapidamente aperto fino ad oltre i 90
gradi. Ho seguito l'elevazione fino a che ho dovuto lasciare la presa pur essendo sulle punte dei
piedi: il fenomeno si è verificato verticalmente, senza alcun altro spostamento. Dopo il distacco, si è
avuta l'impressione che il medium girasse per la stanza
all'altezza del soffitto, senza urtare - si badi bene - contro il microfono sospeso sulla poltrona e
senza battere nel lampadario appeso in mezzo alla stanza. Infine vi è stato un rumore di caduta
come se il medium fosse precipitato (forse sulle natiche) da un'altezza di forse un metro: la caduta
per quanto rumorosa non sembra aver prodotto conseguenze (neppure il risveglio dallo stato di allo-
coscienza).
Al termine della seduta il medium era in ordine e mostrava soltanto tracce di sudorazione alle
ascelle. Il fenomeno del non urtare contro gli ostacoli presenti potrebbe fare supporre anche a uno
stato di smaterializzazione; un controllo sarebbe possibile, tendendo attraverso la stanza dei sottili
fili in direzioni incrociate. Fra l'altro, l'eventuale smaterializzazione sembra essere contrastata dal
fatto che il braccio era ben solido e materico anche quando il corpo avrebbe dovuto attraversare
l'ostacolo del microfono".

Lettera del filosofo prof. Ugo Dèttore

Il prof. Ugo Dettore ci manifestò il desiderio di assistere ad una nostra seduta. Le sue impressioni
sono esposte nella seguente lettera, oltreché in un articolo da lui scritto su Gli Arcani (n. 7-8 -
luglio-agosto 1977):

"S. Margherita, 11 maggio 1977


Gentilissima Signora,
ecco le mie impressioni sulla seduta a cui ebbi il piacere di assistere nella Sua villa. In questi casi,
in cui ogni controllo è impossibile e, probabilmente, dannoso, io cerco soprattutto di capire
l'ambiente umano che, in definitiva, è il vero protagonista del fatto: giudico cioè la buonafede degli
astanti e quello che può scaturire da questa buonafede.
E quella sera ebbi l'impressione netta che l'ambiente, compreso ovviamente il medium, era genuino:
così che ho accettato senz'altro la genuinità di tutta la fenomenologia. Due elementi mi hanno
particolarmente interessato. Il primo è stato il livello delle comunicazioni, decisamente elevato e
filosoficamente valido (fatto questo confermato dalle letture, che ho potuto fare in seguito, di
comunicazioni precedenti).
Sono idee che circolano da tempo negli ambienti spiritisti e che si ricollegano evidentemente al
neoplatonismo, ma che trovano nelle esposizioni Dali e Kempis una loro forma originale e molto
matura. Quale sia la loro provenienza non so: il medium, probabilmente, non ha mai letto Plotino
nemmeno indirettamente, ma basta un piccolo seme gettato in uno psichismo per suscitare singolari
germinazioni. Io, per fare un esempio, a vent'anni, vidi per caso un disegnetto stilizzato in un
particolare modo che immediatamente mi suggerì una tecnica di disegno, del tutto diversa, e mi
diede un gran desiderio di attuarla. Non avevo mai disegnato e non so disegnare. Ma per circa due
mesi disegnai con grande fervore riempiendo un album di schizzi molto originali che spinsero molti
miei amici a dirmi che dovevo assolutamente continuare perché era quella la mia strada. Dopo due
mesi, nel giro di una settimana non seppi più tracciare una linea.
Credo che qualche cosa di simile possa avvenire in tutti i campi.

Il secondo fatto fu il fenomeno luminoso che potei osservare benissimo perché si manifestò a meno
di cinquanta centimetri dai miei occhi una sorta di disco o di globo fosforescente, venato di luci in
movimento e nel quale si agitavano ombre oscure serpentiformi; si formò da un punto luminoso e
scomparve quasi improvvisamente quando il medium si alzò per portare l'apporto alla persona a cui
era dedicato (foto n. 9). Non si trattava della mano del medium, che era da me tenuta sopra il
bracciolo della poltrona, e credo che sarebbe stato impossibile ottenerlo artificialmente. L'apporto,
la levitazione, il lancio di foglie li olivo, il profumo che invase da ultimo tutta la stanza e che io
continuai a sentire nelle mie mani anche il giorno dopo (lo avvertirono anche mia moglie e mio
figlio) potrebbero benissimo, da un punto di vista puramente critico, essere stati contraffatti; ma,
considerando la fenomenologia nel suo complesso e la buonafede di tutti, li ritengo anch'essi
genuini.
A mio parere queste sedute private, prive di valore scientifico, hanno una loro precisa
giustificazione non solo come fatto umano ma anche per il parapsicologo: sono sedute non falsate e
quindi presentano il fenomeno nella sua spontaneità e nella sua completezza. Bisogna tenerne
conto.
Quanto a quello che c'è dietro, ripeto, non si può rispondere e penso che, in sede scientifica, non si
potrà mai rispondere perché la scienza, in quanto tale, può dire solo come avviene un fenomeno, ma
non può dire che cosa il fenomeno è. E forse è bene che sia così. Schelling diceva: Se mi offrissero
di scegliere tra la possibilità di cercare eternamente la verità senza mai trovarla e quella di
conoscerla interamente e di colpo,
sceglierei la prima".
Grazie dunque, ancora, dell'esperienza che mi ha offerto e voglia credermi, gentile Signora
Suo Ugo Dettore".

In riferimento alla lettera del dott. Ugo Dettore, presente alla seduta del 16 aprile 1977, vogliamo
specificare in quale cornice è avvenuto il fenomeno della pioggia di foglie di olivo, fenomeno
analogo alla caduta di petali di rosa descritta dal dott. Luigi Lapi. L'Entità che presiede ai fenomeni
fisici ci aveva raccomandato di stare particolarmente concentrati dopo la comunicazione del
Maestro Kempis. Infatti, noi tutti cercammo di stare immobili e più concentrati di sempre.
Nel silenzio perfetto, in quell'atmosfera di fervida attesa, piano piano un profumo intensissimo
pervase l'ambiente; poi sentimmo che il medium si alzava in piedi e si dirigeva verso il centro della
stanza; udimmo una voce giungere dall'alto, non da un punto fisso, ma da un punto che si spostava
ora qua ora là: era una voce che abbiamo sentito poche altre volte e che non sappiamo a quale Entità
appartenga.
Il medium era in levitazione: chi descrive ha sentito sfiorare le sue ginocchia dai piedi del medium
sollevati da terra, in quel momento, di forse cinquanta centimetri. L'Entità ha pronunciato il
messaggio che qui di seguito trascriviamo con toni dai quali traspariva un'intensa partecipazione,
con sfumature di severo ammonimento, di profondo amore, di grande forza trascinante.

"Avete udito che vi fu detto di perdonare settanta volte sette, ma tu invochi la giustizia Divina sugli
altri e la misericordia su te stesso, o ipocrita! Credi forse che se l'ora della giustizia venisse al tuo
comando, in te non si troverebbe iniquità alcuna? Preoccupati di essere giusto, prima d'invocare la
giustizia.
"Mio è il giudizio", dice il Padre. In Verità in Verità ti dico che sarai perdonato solo quante volte tu
perdonerai.
E perché ti scandalizzi per la corruzione e levi la tua protesta, ipocrita?! Con che diritto invochi
l'onestà dei tuoi simili, quando tu stesso sei corrotto? Credi forse che i tuoi simili ti debbano la loro
onestà? In Verità in Verità ti dico che quanto pretenderai dagli altri da te si pretenderà.
E perché credi che ai tuoi simili spetti fare in modo che tutto funzioni per il meglio, e a te spetti solo
godere i frutti dell'altrui fatica, ipocrita?! Comincia col fare tutto intero il tuo dovere se vuoi il
meglio. In Verità in Verità ti dico che se non senti tuo il mondo in cui vivi, esso non sarà mai quale
lo vorresti.
E perché pretendi d'essere trattato con special riguardo, quando tu sei maldisposto a riconoscere il
diritto dei tuoi simili d'essere più di te o diversi da te? Comincia col trattare gli altri come vorresti
essere trattato. In Verità in Verità ti dico che se tu avessi compreso che gli ultimi sono i primi nel
"sentire" e i primi gli ultimi, tu sentiresti ogni essere come parte di te stesso.
E perché ti scandalizzi quando odi bestemmiare il Padre, ipocrita?! Non lo bestemmi tu stesso
quando credi che vi sia qualcuno o qualcosa che possa essere non amato dal Padre, qualcuno o
qualcosa che possa dispiacerGli od essere da Lui preferito? Che il Padre vada in collera e che
castighi gli uomini? In Verità in Verità ti dico che neppure chi opera prodigi è più amato dal Padre
o a Lui più vicino.
Forse che solo chi ha gli occhi belli vede bene? Preoccupati di santificare il nome del Padre con ciò
che fai e con ciò che credi. Col perdonare di più i tuoi simili che, come te, hanno bisogno d'essere
perdonati. Col non pretendere dagli altri più di quanto sei in grado di pretendere da te stesso. Col
fare qualcosa di più che accontentarti di stare al mondo, col convincerti che nessun essere merita il
tuo disprezzo o la tua indifferenza. Anzi, null'altro merita se non il tuo amore".

Alla fine del messaggio abbiamo sentito cadere una pioggia che al rumore sembrava di chicchi di
riso o di grani di collana. Il corpo del medium, quasi contemporaneamente, è crollato pesantemente
a terra. Quando è stato possibile accendere la luce, abbiamo visto che il pavimento della stanza,
all'interno della cerchia, era ricoperto di foglie di olivo freschissime e profumate di uno strano
profumo orientale, così intenso che tutti l'abbiamo portato a lungo sui nostri abiti.

Con lo stesso procedimento di materializzazione lenta, chiaramente osservata da chi si trovava


vicino al medium, sono avventi altri apporti di oggetti molto graziosi, consegnati direttamente nelle
mani delle persone a cui le Entità li destinavano. Tutti coloro che hanno avuto in dono un apporto
hanno notato lo stesso fenomeno di luminosità dell'oggetto apportato, luminosità che si estingueva
piano piano e che durava circa mezz'ora. Per tutto quel tempo e fino alla fine della seduta, gli
oggetti erano tenuti stretti nel palmo delle mani del destinatario, come l'Entità aveva raccomandato.

Alcune persone hanno avvertito anche una specie di pulsazione dell'oggetto stesso.
Particolarmente bello un ciondolino d'oro che sembra il pendaglio di un antico orecchino, una croce
ansata d'argento, una piccola croce d'oro, uno specchietto antico in argento, con il manico e il retro
lavorato a sbalzo, della dimensione di dodici centimetri, la testina in rilievo di un leprotto, una rosa
in filigrana (foto n. 10, foto n.11, 12, 13, foto n.14 e foto n.18).
Se per quanto riguarda i fenomeni della luminescenza,
dei profumi e degli apporti, la storia della metapsichica non è priva di altri esempi, del tutto
originale è la manifestazione dei punti luminosi intermittenti. Essi sono come piccole lucciole che si
possono manifestare sugli apporti, sullo strumento, come sulle mani di chi è venuto a contatto con
questi. In merito non è possibile formulare alcuna ipotesi scientifica, seppure estremamente vaga.

NEL CERCHIO - Relazione di Romualdo D'Alessandro


L'interesse che da lungo tempo nutro per il paranormale e la dedizione con la quale perseguo la
ricerca della Verità mi permetteranno, credo, di esprimermi con piena obiettività circa i fenomeni ai
quali ho avuto modo di assistere presso il Cerchio Firenze 77 nella seduta del 15 aprile 1978.
Pur nella convinzione che in questo campo ognuno debba fare le proprie esperienze, vivendole
direttamente per poterle assimilare, penso anche, tuttavia, che i vissuti altrui possano servire come
informazioni, o come modelli, o come tracce, sempre ricordando peraltro che molte sono le vie e
che l'una non esclude l'altra.
Per tale motivo ritengo questa mia testimonianza utile e doverosa: una piccola pietra per
l'edificazione della dimora spirituale dell'uomo di domani.
Benché avessi avuto modo di assistere, in precedenza, a sedute di ogni genere, mai avevo provato
un così vivo senso d'intima partecipazione quale potei sentire nella seduta di cui qui riferisco,
veramente straordinaria per la varietà e il grado dei fenomeni che si verificarono e per il senso di
"comunione" con l'intero Cerchio che si prova allorché vi si è accolti.
Quella sera, oltre il medium, erano presenti trenta persone.

Mi fu gentilmente concesso di sedermi in prossimità del medium stesso, affinché potessi con
miglior agio osservare quanto si sarebbe verificato. Immediatamente alla destra del medium era
l'editore Gianni Canonico, il quale ne teneva, appunto, la mano destra; accanto a lui, leggermente
arretrato, era il fisico Alfredo Ferraro, che molti studi ha dedicato al fenomeno. Quindi venivo io,
seguito, alla mia destra, dall'amico Sergio Lucchini, ospite anch'egli per la prima volta del Cerchio e
al quale sarebbe poi andato un apporto. Accanto a lui era Amedeo Rotondi, fervente spiritualista e
noto autore-libraio della capitale.
Rotondi, Lucchini ed io avevamo fatto insieme il viaggio in auto da Roma a Firenze, e naturalmente
per tutto il percorso non si era parlato che degli argomenti di comune interesse e della seduta alla
quale eravamo diretti. Questo particolare non è senza importanza, poiché alcune delle questioni da
noi dibattute - talora con pareri diversi - durante il viaggio, trovarono una precisa risposta, anche se
indiretta, nelle comunicazioni date nella seduta.
Nonostante la gioia che mi derivava dal poter finalmente assistere ad una seduta del Cerchio, mi
imposi, come d'abitudine, di osservare i fenomeni con la massima tranquillità d'animo e serenità di
giudizio. La mia posizione, a non più di un metro di distanza dal medium, mi consentì, peraltro, di
seguire molto bene quanto accadde e di registrare poi le mie impressioni con la massima chiarezza.
Formata la catena, venne spenta la luce.
Appena assuefatti gli occhi all'oscurità, ebbi una strana impressione visiva: mi sembrò che un velo
nero, più buio del buio, scendesse lentamente nell'ambiente, come una nera, impalpabile lavagna,
sulla quale si sarebbero poi "disegnati" gli avvenimenti della seduta. Si trattò, naturalmente, di una
semplice impressione soggettiva, ma io l'avvertii "realmente".
Quasi immediatamente, il medium fu in trance, e tre gioiosi battiti di mani annunciarono l'arrivo di
Lilli. Lo scoppiettio delle mani battute rapidamente una contro l'altra proveniva dal centro della
stanza, dove il medium si era nel frattempo spostato in levitazione.

Lilli salutò festosamente tutti i presenti, soffermandosi in particolare sui nuovi, e fece anche a me
una gentile carezza sul viso, con una mano fresca e intensamente profumata. Quindi passò agli
altri, rispondendo con prontezza e con gaiezza tipicamente infantili alle domande che le venivano
poste.
I suoi motti provocarono anche qualche sorriso, e ne dedussi che probabilmente la sua presenza
all'inizio delle sedute ha, tra l'altro, lo scopo di distendere l'atmosfera e rasserenare gli animi,
predisponendo i presenti ad una più proficua partecipazione, mentre le varie energie si vanno
amalgamando.
Ad alcuni sussurrò qualche parola nell'orecchio, ad altri rispose a voce alta. Infine, salutò tutti
(questa volta tenni per un momento la sua mano tra le mie) e andò via. Intanto, un intenso profumo
si diffondeva nell'ambiente e dei punti luminosi, come lucciole, apparivano nella stanza.
A Lilli seguì la Guida fisica del medium, che ci raccomandò di concentrarci, poiché vi sarebbero
stati degli apporti.

Dopo un breve preambolo, il fenomeno ebbe inizio: una piccola massa fosforescente, "viva", fluida
e densa (ciò che la nostra immaginazione si rappresenterebbe per oggettivare l'espressione "energia-
materia") cominciò lentamente a formarsi, come levitando, sulle palme delle mani del medium, che
teneva le braccia tese davanti a sé. Nel giro di due o tre minuti raggiunse le dimensioni di un
orologio da polso mentre i due pollici continuavano a muoversi sull'oggetto, tenuto dalle altre dita.
Vi fu poi un'ultima fase di "lavorazione" in seguito alla quale la massa, simile a lava fluida,
continuando a conservare la sua luminescenza, prese la sua forma e consistenza definitive.
Quindi, il medium porse l'apporto a Sergio Lucchini, deponendolo tra le nostre mani unite in catena,
con le parole: "Lo do a te, ma è per voi tutti". Sapemmo successivamente che tali parole si
riferivano al nostro gruppo di ricerca spirituale. L'apporto, che ha anche un significato simbolico, è
una splendida miniatura su porcellana, racchiusa in una cornice ovale d'argento finemente lavorata
in filigrana, sormontata da un anellino, ed ha un diametro di sei centimetri e mezzo. Vi è
rappresentato un battesimo: due donne presentano un bambino al fonte battesimale; il sacerdote
somministra il sacramento aspergendo l'acqua, mentre legge la formula di rito da un messale che un
chierico tiene aperto standogli a lato (foto n. 16).
Avendo seguito il fenomeno dell'apporto molto da vicino, avevo potuto constatare che le sue
modalità di estrinsecazione erano state analoghe a quelle già descritte da tutti gli altri osservatori.
Nel vedere la massa luminescente che si accresceva rapidamente tra le mani del medium, ebbi la
sensazione che le "particelle" che componevano l'apporto "arrivassero" quasi ad una ad una, in
rapidissima successione. Qualcosa di paragonabile, in senso lato, alla nostra galvanoplastica.
Inoltre, durante tutta la durata del fenomeno avvertii un inconfondibile odore di ozono, mentre la
luminosità fosforescente della massa sembrava palpitare. Da essa si levavano volute bianco-
azzurrine, simili a fumo o gas, ma appena visibili per il fatto che la sola fonte luminosa
nell'ambiente era la luminescenza irradiata dall'apporto in formazione.
Un sommesso "sfrigolio"di tipo elettrico accompagnava il realizzarsi dell'apporto: lo stesso che si
può udire nelle esperienze con la Foto Kirlian. Anzi, tutti gli effetti (luminoso, olfattivo e sonoro)
mi sono sembrati molto simili a quelli che si verificano con la Kirlian. Valutai il tempo di
realizzazione del fenomeno in quattro, cinque minuti.
Successivamente vi fu un altro apporto, destinato ad una partecipante alla seduta, e tutto avvenne in
maniera completamente simile alla precedente. Si trattava, anche in questo caso, di un ciondolo
metallico, a forma di cuore. Sul retro di esso si può leggere una frase, composta in maniera
singolare. La Guida spiegò, a questo riguardo, che se qualcuno riesce a leggere da sé - senza
suggerimenti - tale frase, ciò può essere interpretato come un segno che la persona è dotata di
facoltà paranormali. Alla fine della seduta molti vollero tentarne la lettura e alcuni vi riuscirono
(foto n. 15 e 17). La frase contenuta nella forma dell'apporto è: "Tutto mi parla di te".
Venne quindi il Fratello Orientale. Seduto in posizione yoga al centro della stanza, parlò con voce
dolce e melodiosa, come recitando un mantra:

"E' ormai risaputo che ognuno, con la stessa facilità con cui giudica gli altri, scusa se stesso. Non
sia così anche per te, fratello caro! Sii consapevole che i difetti che tu rimarchi nei tuoi simili,
spesso ti appartengono.
Considera come tu esiga che i tuoi simili siano giudicati severamente e come invece tu non sopporti
neppure un'osservazione.
Considera come tu pretenda che i tuoi simili seguano scrupolosamente ogni regolamento e come
invece tu non sopporti nessun nuovo obbligo.
Considera come tu vorresti che i tuoi simili cambiassero a tuo piacimento; così ti adoperi perché
essi mutino il loro modo di pensare e di vivere, e non ti accorgi che neppure tu stesso riesci ad
essere quale vorresti. Come puoi pretendere che lo siano i tuoi fratelli?
Considera come tu ricerchi nei tuoi fratelli la perfezione e quanto poco, invece, tu faccia per
rappresentare quell'ideale che ricerchi nei tuoi simili. Ricorda: nessuno è immune da difetti; con la
stessa misura con cui tu giudichi, sarai giudicato; nessuno basta a se stesso, perciò, dovendo
dipendere gli uni dagli altri, è necessario che vi aiutiate, vi sopportiate e vi sorreggiate a vicenda.
Molto raramente tu fai queste considerazioni perché tu vivi solo per te stesso e la tua attenzione è
interamente rivolta al mondo esterno.
Quando non ti senti soddisfatto, anziché ricercare la causa nell'intimo tuo, ti lasci trasportare dal
pensiero che la felicità sia in qualche luogo della Terra. V'è forse in qualche posto qualcosa che duri
perennemente, che non sia illusione che trascorre in se medesima?
Se anche l'intero Cosmo fosse dispiegato innanzi ai tuoi occhi, tu non potresti vedere che una mera
immagine. Considera come la realtà del tuo essere interiore ti sia sconosciuta e quanto, invece, sia
importante per te che il tuo intimo non ti serbi segreti.
Il valore di ciò che tu fai sta nella tua intenzione; perciò, se anche tu donassi tutti i tuoi beni, o
spendessi l'intera tua esistenza ad aiutare i tuoi fratelli o, asceta, ti ritirassi dal mondo, tu non avresti
ancora capito la vita, se tu non fossi morto a te stesso".

Seguirono le altre entità che abitualmente intervengono nel Cerchio. L'insegnamento elargito fu
quello che appare più avanti, sotto il titolo "La morale ideale", dove il testo, per il suo contenuto
etico e spirituale, trova la sua naturale collocazione.
In questa circostanza ebbi modo di rilevare un particolare curioso. Allorché Kempis parlava, quasi
all'inizio della sua comunicazione, pronunciò due parole, che poi corresse subito. Ciò mi fece
pensare al lapsus di un oratore il quale stia leggendo un testo preparato in precedenza e, terminato
un foglio, per disattenzione continui la lettura su un foglio fuori posto, anziché su quello
immediatamente successivo; o che, sollevati gli occhi dal testo, riprenda a leggere saltando un
paragrafo. Infatti, lo stesso inizio di frase ("Questo modo...") seguì alcuni periodi dopo.
Le voci di Kempis e di Claudio si alternavano, succedendo quasi immediatamente l'una all'altra,
ciascuna densa di toni e di sfumature del tutto personali e individuali.
Il testo è però un tutt'uno, come se fosse stato - appunto - preparato in precedenza e letto da due
attori sotto una perfetta regia. L'insegnamento finale, poi, sembrò riprendere e concludere il
discorso del Fratello Orientale, oltre quello immediatamente precedente di Kempis.

Un ulteriore fenomeno di tipo fisico si verificò verso la fine della seduta: un'improvvisa pioggia di
foglie d'olivo (alcune delle quali caddero sull'amico Rotondi) si riversò al centro della stanza. Le
foglie, cadendo sul pavimento, produssero un rumore simile a quello di minuti sassolini lanciati
dall'alto: fu un vero scroscio, come di grandine. Erano foglie freschissime e umide di pioggia, che
emanavano un profumo intensissimo. Raccolte, alla fine della seduta, riempirono una tazza. Tre di
queste, che presi con me a ricordo di quella seduta e che conservo in una scatolina, a qualche mese
di distanza sono ancora intensamente profumate.

Infine, vi fu il messaggio conclusivo, il più bello ed il più elevato, l'irraggiungibile meta di noi
uomini sulla Terra.
Annunciata da Kempis con le parole "Ascoltate reverenti", una voce dolce e severa proveniente
dall'alto - essendo evidentemente il medium in levitazione - ci donò l'altissimo insegnamento:

"Perciò, tu avrai capito la vita... non quando amerai i tuoi simili, ma quando tu stesso sarai i tuoi
simili e l'amore".

Ripartimmo da Firenze con la sensazione di aver vissuto un'esperienza meravigliosa, un


avvenimento certamente importante per la nostra vita spirituale.

Sarebbe facile e sbrigativo concludere questa relazione con le parole: "ed ora, alla scienza l'ardua
sentenza!". Tuttavia, una semplice riflessione non me lo consente.
Il mio naturale interesse per il mondo del paranormale, la mia assidua ricerca della Verità e le mie
trascorse esperienze mi hanno portato in contatto - contatto vivo, diretto - con la più ampia gamma
di fenomeni paranormali. Nessuno di essi, tuttavia, io ho mai respinto a priori. Ho preferito in ogni
caso sperimentarli, nel senso di "viverli".
Dalle sedute medianiche di ogni tipo ad Uri Geller e ai guaritori filippini, ho avuto il modo (forse la
fortuna) di osservarli tutti. E li ho accettati tutti, vagliando - ovviamente - quelli che a parer mio
erano genuini da quelli che non lo erano. Ma il fatto importante, secondo me, è che io li avessi
accettati come "possibili" ancora prima di averli potuti constatare.
Ma la scienza, e per essa lo scienziato, che cosa ci potrebbe dire circa tali fenomeni?
Pensiamo solo per un momento che tutti gli strumenti scientifici dei quali disponiamo sono fatti "a
misura d'uomo": sono stati ideati, costruiti, tarati e registrati dall'uomo sulla base dei propri sensi e
della propria capacità intellettiva. Noi abbiamo, in sostanza, accettato e codificato soltanto tutto ciò
che siamo in grado di percepire normalmente ciò che, a parer nostro, è osservabile, ripetibile e
dimostrabile. In breve, ciò che riusciamo a "capire".
A tali strumenti, basati su tali principi, noi abbiamo delegato la nostra conoscenza; ad essi ci
affidiamo ciecamente, ergendoli a giudici di noi stessi. Il pensiero umano ha circoscritto se stesso.
Molto più logico sarebbe il pensare che l'uomo e il mondo in cui egli vive sono "costruiti", in
maniera reciprocamente complementare: la realtà materiale è costituita in modo da essere percepita
da noi, e noi, perfettamente integrati in essa, siamo a nostra volta fatti in maniera che essa "ci
appaia". Le nostre capacità percettive sono limitate a ciò che è utile e opportuno alla nostra
sopravvivenza, in funzione del mondo in cui viviamo. Noi, ad esempio, non vediamo l'aria, ma essa
c'è: il vederla ci impedirebbe certamente una chiara visione degli oggetti; non udiamo gli ultrasuoni
e gli infrasuoni, cosa che ci preserva dal vivere in un ininterrotto ed assillante caos sonoro, e così di
seguito.
Tutto ciò ci porta ad immaginare che la nostra non sia l'unica realtà, ma solo quella parte di essa che
ci è dato comprendere. Pertanto, affidandoci a sensi e strumenti talmente limitati da riuscire a
contenere solo una goccia dell'oceano del Reale, non possiamo presumere di capire e giudicare "il
tutto"; né è ragionevole negare a priori ogni altra realtà che non sia la nostra.
Realtà materiale e realtà paranormale potrebbero essere definite due entità incommensurabili:
l'uomo non dispone dei mezzi, degli strumenti, delle unità di misura e della forma mentis idonei a
"misurare" la dimensione paranormale. Tentare di farlo sarebbe assurdo come il voler misurare le
distanze in grammi.
Alcuni fenomeni possono soltanto essere "accettati" da chi sia spiritualmente in grado di farlo, ma
non essere affidati a scienziati perché li giudichino, dal momento che i parametri e le costanti della
fenomenologia paranormale sono "al di fuori" della scienza, appartenendo ad una dimensione alla
quale noi riusciamo ad accedere soltanto occasionalmente ed eccezionalmente. Gli scienziati, in
quanto tali, hanno l'obbligo, il dovere e i limiti di servirsi dei mezzi che la scienza stessa concede
loro. Da ciò nascono la facile ricusazione e l'ovvia negazione dei fenomeni stessi.

Molto a proposito si dice, in questo campo, che a chi crede non occorrono prove, mentre per chi non
crede nessuna prova è sufficiente.
Ciò rende anche sterile e inutile la polemica tra coloro che credono e coloro che non credono.
Parlando due linguaggi diversi, essi non riusciranno mai ad intendersi; ovvero, muovendosi su piani
diversi, non s'incontreranno mai.
Onesto ed equilibrato è da considerare lo scienziato che affermi: "Questi fenomeni sfuggono alla
nostra scienza, ma non è detto per questo che "non esistano". Limitiamoci pertanto ad ammetterli
come possibili, in attesa di poter disporre - se un giorno lo potremo - di mezzi e strumenti idonei ad
esaminarli e a catalogarli secondo principi scientifici".
Dobbiamo notare, infine, come, pur variando la fenomenologia paranormale nelle sue diverse
manifestazioni, e pur avendo noi dato nomi diversi ai fenomeni stessi, dividendoli e classificandoli
secondo i nostri canoni mentali, essi derivino, in sostanza, da una matrice comune, siano
riconducibili ad un'unica fonte, ad una realtà fuori di noi, ad una dimensione che non è la nostra, o
almeno non è quella dei nostri sensi e della nostra mente: si tratta di diverse espressioni di un'unica
energia.
Finché non sarà aperta la porta che ci divide oggi da tale dimensione, la spiegazione vera delle
facoltà ESP e delle manifestazioni paranormali ci sfuggirà continuamente.
I fatti paranormali sono totalmente avulsi dai fattori tempo-spazio-materia, che sono invece le
caratteristiche proprie della nostra apparente realtà; non è lecito, quindi, affidare al vaglio della
scienza un fenomeno che - per sua stessa definizione - sfugge alla normalità come viene
comunemente intesa. Domani, forse, ciò sarà possibile, ma è la scienza che deve cambiare cercando
di adeguarsi ai fatti, e non il contrario.
In tal senso, questo libro sconvolgente, ricco di alti contenuti, spiega come il divenire altro non sia
che una parvenza dell'Essere, e supera tutte le verità contingenti, relative e transitorie per portare a
tutti la Verità Assoluta. Esso costituisce un prezioso mezzo per avvicinare tra loro il mondo visibile
e quelli invisibili.

Indice di questa pagina

Messaggi di Dali (Le tre vie della conoscenza) (Tollerare le opinioni degli altri) (Remore
morali...ho conosciuto...) -

Messaggi di Kempis (L'immaginazione) (Fantasmi della mente) (Lettera aperta a Pindemonte)


(Sull'aborto) (La morale) -

Messaggi di Claudio (Esortazione a rinnovarsi) (Il conformismo) (La successione degli stati di
coscienza)-

PARTE SECONDA
L'INSEGNAMENTO MORALE

Dali

Rinnovarsi per comprendere


Con l'ingresso nel vostro gruppo di nuovi amici, torna ancora come tema di discussione e di
riflessione, l'interrogativo sull'origine di queste comunicazioni; ed è logico che sia così perché tutto
deve essere sempre posto nuovamente in discussione. Guai se l'uomo si fissasse per tutta la durata
della propria esistenza dei capisaldi dai quali poi mai più volesse prescindere. Non vi diciamo che
questi devono essere fissati per il tempo necessario a comprendere, ma con molta semplicità e
facilità possono essere, anzi debbono essere, abbandonati e sottoposti, via via, a nuove verifiche.

Non è la prima volta, o figli, che vi diciamo che non ha alcuna importanza chi noi in realtà siamo,
per molte ragioni.
Noi non vogliamo essere ascoltati da voi solo perché voi siete convinti che noi siamo degli abitatori
di una diversa dimensione; se anche questo è vero, non è vero che chi si trova in una dimensione
diversa da quella del piano fisico, veda la Realtà.
E quindi, se voi credete che noi siamo Entità, perché questo vi dà una garanzia della Verità di ciò
che vi diciamo, ed accettate questa Verità solo perché noi la diciamo, voi siete in errore.

Ripeto: al di fuori dell'unica Realtà oggettiva, ogni altra realtà è relativa e soggettiva. Ma in questo
movimento di soggettività, l'uomo - creatura stessa della relatività e della soggettività - deve
sottostare al giuoco che lo vuole al centro di un suo mondo, completamente suo, nel quale egli
riceve degli urti, che sembrano provenire dall'esterno e che suscitano nell'intimo suo qualcosa, una
reazione, una risposta, sicché qualcosa di diverso nasce nel suo intimo. In questo giuoco di colpi e
di contraccolpi, l'uomo non deve cristallizzarsi, deve continuamente riflettere. Ecco perché noi vi
diciamo: "accettate quello che noi pronunciamo, vi prospettiamo, non perché sono delle Entità a
dirlo, ma perché è passato al vaglio della vostra comprensione e lo trovate giusto".
Fra una Entità che fosse all'origine di queste comunicazioni bugiarda ed uno psichismo veritiero,
non c'è dubbio che sarebbe molto più utile uno psichismo vero di una Entità bugiarda. Così, miei
cari, ancora vi ripeto - se non lo avessi ripetuto abbastanza - che è essenziale che voi comprendiate
quello che noi vi diciamo, lo meditiate, lo assimiliate.

Le tre vie della conoscenza

A voi sembra inverosimile essere al centro di queste comunicazioni che a vostro giudizio
dovrebbero interessare quasi la totalità degli uomini. L'inverosimiglianza diminuisce allorché
assistete ad una divulgazione delle nostre parole, perché con questo fatto la vostra posizione diviene
meno eccezionale e quindi più credibile.

In effetti, o figli, noi siamo uno dei moltissimi mezzi che la legge di evoluzione dà all'uomo per
farlo riflettere e progredire. Dovete tenere presente che tre sono le vie che conducono a quella che è
la meta dell'uomo, uno stato di "sentire" tutt'affatto diverso dalla sua condizione di esistenza nel
mondo della percezione; queste tre vie le abbiamo genericamente indicate nella via mistica, nella
via dell'azione, nella via della conoscenza non sono che mezzi per giungere a questo "sentire" che è
indescrivibile, che tanto vi rammentiamo e che non possiamo che illustrare sommariamente, perché
non può che essere provato. Se si tiene presente questo, si comprende che anche la via della
conoscenza, cioè più assimilabile alla nostra azione presso di voi, non è la sola che conduce l'uomo
a quel "sentire" di cui ora vi parlavo, per cui l'eccezionalità della nostra venuta fra voi diminuisce
anche in questa considerazione.

Ma non è tutto. Vedete, figli, conoscere la Verità non significa raggiungere automaticamente
questo famoso "sentire", questa meta che vi attende. La Verità non è una formula magica che,
allorché pronunciata, immediatamente in chiunque la pronunci o l'ascolti susciti questo "sentire"
interiore, cioè faccia a lui raggiungere quella meta della quale vi parliamo e a cui continuamente vi
sproniamo. La conoscenza deve essere vissuta, deve essere continuamente verificata, deve essere
sperimentata.
La conoscenza, come il misticismo e l'azione, non sono che un mezzo per trarre l'uomo in quello
stato di tensione interiore propizio al fluire del suo profondo "sentire". Perciò non è necessario che
la conoscenza sia una conoscenza del vero; può benissimo essere una conoscenza che nulla ha di
contatto con la Realtà. Cioè può essere una conoscenza che rispecchia una storia totalmente
fantasiosa, basta che l'uomo la viva profondamente con tutto l'essere suo, basta che l'uomo
attraverso a quella conoscenza creduta intimamente, sperimentata e vissuta, raggiunga quello stato
di tensione interiore nel quale sbocca il "sentire" suo più profondo.

Direte allora voi: "Che necessità v'è che voi veniate fra noi a parlarci della Realtà?". Noi parliamo
di una conoscenza in termini accessibili alla vostra mente, alla vostra logica perché pensiamo che
forse conoscenze di tipo fantastico e prettamente mistiche, e che riguardino la via dell'azione, non
sarebbero in voi di effetto; perciò cerchiamo di catturare la vostra attenzione, di convincervi
attraverso a cose che bene si adattano alla vostra mentalità, acciocché voi, attraverso a questa
convinzione, troviate quello stato di intima tensione che, come ho detto più volte, è la condizione
indispensabile, assoluta, per la quale il "sentire" del vostro essere interiore comincia a fluire. Ecco
allora che la divulgazione acquista una nuova luce: non è più importante come la si può credere,
non ha quello scopo di missione universale che un certo misticismo d'ispirazione romantica può
indurre.

Ecco allora che la divulgazione non ha bisogno di un'organizzazione che lavori a livello collettivo,
ma, anzi, direi che la divulgazione deve semmai avvenire a livello individuale, perché è allora che
ciascuno di voi può vedere quanto i vostri simili recepiscono e che cosa è a loro più adatto di tutto
quello che diciamo. Perciò la divulgazione non deve dare spazio ad una nuova organizzazione, ma
per essere veramente utile deve essere ispirata dal desiderio di fare agli altri quel bene che voi
pensate di avere ricevuto attraverso di noi.
Io spero, con queste considerazioni, di avere chiarito la nostra posizione nei confronti del resto di
tutta l'umanità che, come vedete, non è, in fondo, affatto eccezionale.

Tollerare le opinioni degli altri

L'affermazione che ciò che c'è da conoscere è già stato detto, al massimo può essere accettata solo
come dogma di fede di una religione suicida.
Ognuno, senza difficoltà, è disposto a credere che quanto l'uomo conosce è una piccola parte del
conoscibile ed una parte ancora più piccola della Realtà. Siccome nessuno saprà mai quanto resta da
conoscere, ogni uomo del presente e del futuro, senza fare atti di fede, può ammettere che la Realtà
comprende più di quanto si conosce, più di ciò che si può osservare, più di quello che appare.
Questo è quanto basta per rendere legittima ogni opinione della quale non sia stato dimostrato il
contrario.

Ed è pensando a questo che costantemente vi richiamiamo alla tolleranza nei confronti delle
opinioni degli altri, vi richiamiamo alla duttilità, vi incitiamo ad ascoltare, per comprendere, ciò che
gli altri intendono significare. Vedete, ogni uomo - veramente degno di essere uomo - deve portare
avanti le sue opinioni onestamente: vivere per esse, non rinunciare per interessi in qualche modo
contrastanti. Deve, in tutta onestà, far conoscere il suo pensiero, se è richiesto, ma non rinunciarvi; e
quando, sul terreno delle dimostrazioni, si scontrano gli interessi, allora deve saper riconoscere chi
parla in buona fede e chi, invece, non ha questa buona fede. Molte volte abbiamo detto - ed ancora
volentieri lo ripetiamo - che non è tanto importante morire per un'idea, quanto vivere per essa.
Così voi che qua siete riuniti ad ascoltare la nostra voce, tenete sempre presente quanto vi dico.
Non rinunciate a ciò che credete, siate sempre disposti ad ascoltare il pensiero degli altri e anche ad
abbandonare ciò che, fino a ieri, è stato per voi sostegno della vostra esistenza, quando qualcosa di
nuovo entra nella vostra comprensione; ma non rinunciate per un interesse materiale. Rinunciate
perché avete compreso di più - questo sì - e siate, ripeto, convinti che tanto c'è da sapere, senza
cristallizzare il vostro pensiero in ciò che sapete.

Molte volte scopro il pensiero di voi che qua ci ascoltate e che, in una riflessione interiore,
osservate di non riuscire a seguirci fino in fondo in ciò che vogliamo significare. Ebbene, figli, può
sembrare un'esagerazione, ma io vi assicuro che quanto voi udite - anche se non è completamente
afferrato - rimane trascritto in voi ed al momento opportuno il concetto che quelle parole non hanno
saputo mostrare ai vostri occhi ed ai vostri orecchi, risulterà lucido alla vostra consapevolezza.

Da quando abbiamo iniziato queste comunicazioni, abbiamo parlato di diversi argomenti. I concetti
esposti da differenti punti di vista, costituiscono - checché se ne pensi - un tutto organico che non
vuole essere né una filosofia né - tanto meno - una religione, pur trattando argomenti che sono
propri di queste materie. L'intento che ci ha animati e ci anima, è quello di fornirvi una sinossi della
Realtà in cui trovino risposta i molti "perché" esistenziali ed in cui vi sia la spiegazione del "perché"
le cose sono come sono.

Per rendere più completo possibile questo compendio, abbiamo illustrato la Realtà da differenti
punti di vista che esulano dalla dimensione umana e fisica, molti dei quali incredibili e sconosciuti.
Sapevamo che le nostre affermazioni avrebbero suscitato l'incredulità di molti; d'altra parte non
farle avrebbe lasciato delle lacune nell'esposizione sistematica del nostro pensiero ed avrebbe
privato l'insegnamento della sua parte più pregnante e più originale. Sapevamo che le critiche non
sarebbero state di coloro che hanno un temperamento mistico - più che mistico direi scettico - così
come la logica lascerebbe supporre. Lo sarebbe se accettare o meno il nuovo non avesse motivi e
radici psicologiche; ma sempre quando l'uomo è posto di fronte al nuovo, lo accetta solo se non
contrasta con i suoi interessi intesi in senso lato, comprendendo in ciò anche il solo prestigio
personale.
Questo è valido sempre, non solo per il nostro insegnamento.
In ogni caso il nuovo è accettato subito solo se lega con la propria fede, con le proprie esperienze,
con la cultura che si ha.

Ebbene - dicevo - la parte più originale del nostro insegnamento troverà i suoi maggiori critici
proprio in chi conosce dimensioni ultrafisiche, ma solo da un punto di vista del mondo fenomenico
e della percezione; dalla prospettiva "soggetto" ed "oggetto", che è una prospettiva estremamente
soggettiva e quindi illusoria. Questi non immagina neppure lontanamente che esistano altre
dimensioni d'esistenza, in cui si conosce una Realtà non perché la si percepisce, ma perché la si è.
Più volte vi abbiamo ripetuto che chi vive in un piano di esistenza, non immagina lontanamente
neppure che ne esistano altri, proprio come potete constatare nel piano fisico dove normalmente
l'uomo non immagina che esistano altri piani oltre quello in cui egli vive.

Se domandate a chi ignora la parte nascosta della Realtà - che vi assicuro è la parte più grande - de
domandate a lui cose delle quali non ha mai potuto parlare, neppure per sentito dire, una sola sarà la
risposta, specie se v'è l'intenzione di voler apparire più di quello che realmente si è.
Io non mi rivolgo a chi si è sentito dire dal suo Maestro - in senso lato - o a chi se lo sentirà dire,
che ciò che diciamo non è vero per convincerlo che invece ciò che diciamo riflette una dimensione
d'esistenza della quale poco e nulla si conosce perché dalla quale solo raramente si comunica. Non
mi rivolgo a questi per convincerlo, perché non abbiamo interesse a convincere nessuno. Ma mi
rivolgo a lui per metterlo in guardia contro chi vuole conservarsi dei discepoli, degli accoliti, dei
seguaci. Questi mirano a sfruttarlo e lo dimostrano con il loro interesse a conservarsi un seguito.

Noi non abbiamo questo interesse, né la Verità è più o meno vera a seconda che sia più o meno
creduta, più o meno condivisa. Non dipendete dagli altri per la vostra comprensione; il comprendere
è un fatto estremamente individuale, non può - e soprattutto non deve - essere delegato ad altri. Non
permettete che altri comprendano per voi o al posto vostro, siate estremamente aperti alla
comprensione. Questo significa sottrarsi ai molti condizionamenti che possono venirvi
dall'ambiente e dagli altri; non solo, ma anche dalle errate concezioni che potete avere.

La vostra fede religiosa, la vostra cultura, non debbono costituire un ostacolo fra voi ed il nuovo, un
ostacolo alla vostra comprensione. Ma al contrario debbono darvi la duttilità di pensiero e la
penetrazione dei significati. Debbono rendervi intimamente attenti. Chi fa della propria cultura un
diaframma fra sé e il nuovo, tradisce l'unica funzione della cultura, la priva dell'unico scopo che
essa ha, che è quello di fare spaziare il singolo in esperienze da altri vissute, di renderlo
massimamente aperto ai messaggi di cui gli altri possono essere portatori.

Un momento di transizione

Riprendiamo questi nostri incontri in un momento in cui gli eventi umani sembrano volgere al
peggio, in cui sorgono da molte parti grida di allarme. Sembra - e forse in parte è vero - che tutto
vada a scatafascio e che nessuna speranza vi sia per l'uomo di oggi. In questa ridda di opinioni
allarmanti e di grave preoccupazione nella quale, vostro malgrado, siete trascinati, mai come ora vi
preghiamo di tenere presente il nostro insegnamento; mai come ora vi invitiamo ad essere fiduciosi,
soprattutto a non fidare in un "uomo del destino".
L'uomo del destino è ciascuno di voi, o cari, perché ciascuno di voi, da solo, può essere l'artefice
della serenità, della tranquillità, dell'equilibrio, della giustizia, del retto vivere ed operare della
società. Quante volte abbiamo ripetuto che la società è fatta di individui e che nessuna legge,
nessuna imposizione, nessun ordine imposto può valere la coscienza individuale. Cominciate quindi
da voi stessi, dalla vostra famiglia, dalla vostra vita a portare ordine ed equilibrio; cominciate dal
vostro mondo a far regnare la giustizia, la serenità.

Questo è l'unico rimedio veramente valido che possa ricondurre la società umana su un binario più
tranquillo e di maggior serenità.
In questo momento in cui ogni valore che l'uomo aveva tenuto sugli altari dei propri ideali sembra
sparire e venire calpestato o tenuto in nessun conto, più di sempre è importante che vi siano delle
creature, come voi, che si riuniscono per formare una catena di pensieri e di intenzioni che risulta,
all'occhio di chi vede oltre l'apparenza, come una sorta di faro da cui si diffonde un segnale per la
nuova strada che l'umanità dovrà percorrere.

Parlare di evoluzione in un simile momento, fa correre il rischio di non essere creduti perché, in
effetti, udendo i fatti della vostra vita, sembra che l'umanità non sia progredita, ma abbia percorso il
cammino all'inverso.
Voi sapete, perché molte volte lo abbiamo detto - e lo ripeto per chi non ascolta sovente la nostra
voce - che tutto avviene secondo un ordine preciso, e che anche quello che può sembrare disordine e
confusione obbedisce ad una legge di equilibrio che non falla. Questo momento, che tutto il mondo
in generale sta vivendo, è e segna un trapasso da una vecchia epoca ad una nuova.
E' un momento di transizione dove cadono le stampelle, gli appoggi, le grucce, i limiti entro i quali
l'umanità di ieri doveva muoversi, per dare respiro a più grandi e più ampi spazi. L'umanità di oggi,
e più ancora del domani, si muoverà in direzioni diverse e - quello che conta più di ogni altra casa -
si muoverà di moto proprio, in maggior libertà. E' questo cadere dei tabù, delle inibizioni, delle
morali coercitive che dà l'impressione di un peggioramento nello spirito degli uomini, ma voi
dovete guardare con fiducia al nuovo respiro dell'umanità; non dovete giudicare tutti gli uomini dai
fatti di cronaca nera o simili che leggete sui giornali.

Di fronte a questi eccessi - pur essi importanti ed essenziali per le creature che li compiono, perché
costituiscono l'esperienza che esse debbono fare - vi sono tante, tantissime creature che vivono
semplicemente, modestamente la loro esistenza. Forse un po' smarrite perché non credono più alla
religione, non credono più all'autorità, non credono più all'onestà di chi dirige la sorte dei popoli,
ma conservano nel loro intimo un'intenzione pura, un segreto anelito a qualcosa di buono e di
effettivamente accomodante, sanante.
Vi sono tante creature che non appaiono sulle colonne dei giornali e arrendono di credere ancora a
qualcosa di veramente costruttivo.
Ebbene, quando avvicinate qualcuno che è vicino a voi come vicinanza fisica, e più ancora vicino a
voi per questo anelito di cui vi dicevo, sappiatelo riconoscere, sappiate dare a queste creature la
speranza che esse attendono.
Parlate a questo "qualcuno", dite che ciò che appare è un atto ed una rappresentazione che deve
essere per fare scaturire nel loro intimo - nell'intimo di questi che vi ascoltano - come reazione, un
maggiore impulso ed una maggior ricerca alla rettitudine, all'onestà, questa volta non più imposte
dall'esterno, ma ritrovate nell'intimo di ogni uomo. Questo è quello che io vi raccomando, o figli,
iniziando questa comunicazione.
Volete rivolgere delle domande?

D. - Vorrei chiedere... E' stato detto che il marxismo è un'espressione di questi rivolgimenti.
Quando non lo si condivide o quando lo si rifiuta, ci si pone in un atteggiamento negativo? Come si
può fare per superare e per accettare i tempi nuovi che si presentano con questo volto?

R. - Ogni creatura, ogni essere umano, ha un suo "ambiente", un suo mondo e ciascuno ha fatto
addosso a sé questo mondo, lo ha cucito indosso, come si suol dire; e ciò che va bene per te, forse
non va bene per chi ti siede accanto o chi fa parte della tua stessa famiglia. Così non possiamo dire,
intitolare un'ideologia, una fede, in qualche modo, e dire che quella va bene per tutti gli uomini.
Non sia mai! Ciascuno ha le sue esperienze da compiere, figli, e ciascuno indubbiamente le deve
compiere nell'ambito di se stesso, dell'ambiente in cui è posto.

Ciò che noi vogliamo dire quando diciamo che il marxismo va bene come il cristianesimo, deve
essere inteso in questo significato. Perché certe creature abbiano delle esperienze necessarie alla
loro esistenza, è utile e necessario che credano in certe ideologie, vivano per quelle. Mentre, per
altre creature, sono utili ideologie opposte. Ma quello che conta è che ciascuno creda e pensi con la
propria mente e sappia comprendere questo principio che significa, in termini pratici, tolleranza.
Comprendere cioè che ognuno ha le sue esperienze da compiere e non giudicare gli altri con il
proprio metro e con la propria fede o le proprie idee.

Comprendere che ognuno - ripeto - crede a quello che deve credere, perché anche il credere in
qualcosa fa parte di un "ambiente" - non solo fisico ma anche psichico - nel quale è posto e nel
quale deve sperimentare. Quindi noi non vi invitiamo a credere in questa ideologia o in quella, in
questa religione o nell'altra; ogni pensiero degli uomini è sempre bello. Dicemmo una volta che
ogni fede, tutte le fedi, sono paragonabili ai fiori: ciascuno diverso e ciascuno bello in sé; ciascuno
segua l'ideologia, le proprie convinzioni, secondo se stesso, secondo le esperienze che deve fare. E,
forti di questa convinzione, figli, vi sarà più facile comprendere e tollerare chi non la pensa come
voi.

Quello che noi cerchiamo di farvi capire è che non esistono ideali morali validi per tutti nello stesso
modo; ma ciascuno di voi deve raggiungere la sua meta. Ciò che è ideale morale per un selvaggio
non lo è certo per un Santo. Certo questi sono due estremi di una scala di valori, ma fra questi due
estremi voi potete comprendere che anche una leggera sfumatura di ideali costituisce una diversità
che ha lo stesso valore della diversità che vi è fra i due estremi. Ciò che vogliamo soprattutto
indicarvi come ideale - che può, in un certo senso, avere un significato universale, per tutti - è,
invece, la meta e il significato delle umane incarnazioni.

Ogni uomo, dal selvaggio a colui che sta per lasciare la ruota delle nascite e delle morti - che noi
possiamo chiamare convenzionalmente santo o superuomo o saggio - deve giungere a vivere al di là
del senso di separatività che la sua condizione umana gli imprime; superare, quindi, l'egoismo.
Questo ha valore, è lo scopo della vita umana e questo può essere genericamente indicato come
ideale che abbia valore per tutti gli uomini, a qualunque punto dell'evoluzione umana si trovino.
Ebbene, se questo ideale qualcuno crede di attuarlo o perseguirlo seguendo una certa ideologia, e
talaltro invece crede di raggiungerlo seguendo una religione che ad esso s'ispira, è lo stesso. E' lo
stesso significato, è lo stesso valore.

Questo è importante. Comprendere, quindi, che l'uomo è sulla Terra per giungere a vivere al di là di
se stesso, per giungere a capire che egli è uno con tutto quanto esiste. E se egli è uno con tutto
quanto esiste, non c'è dubbio che il proprio prossimo è un se stesso. Quando l'uomo ha trovato
questa convinzione interiore, fermamente, allora può abbandonare la condizione delle umane
incarnazioni ed ha raggiunto lo scopo per il quale ha trascorso una fase di vita umana.

Sottrarsi alla strumentalizzazione

Voi state assistendo ad un'attività che non è nuova nel mondo umano, ma per la quale si è sentita la
necessità di coniare un neologismo: strumentalizzare. Ossia servirsi di un fatto esistente o accaduto,
per valorizzare la propria posizione, come se il fatto che si prende in considerazione fosse quello
che è perché si sono seguiti - o non si sono seguiti - certi dettati di chi quel fatto strumentalizza.
Nell'arte dello strumentalizzare non si debbono avere remore; un fatto può essere interpretato in un
senso o nel senso diametralmente opposto - in tempi diversi - a seconda di quello che è l'interesse
del momento. Non vi sarebbe dunque da meravigliarsi se si assistesse ad un recupero dell'ipotesi
spiritica da parte di organizzazioni che fino a qui l'hanno avversata, perché i dirigenti di quelle
improvvisamente si accorgessero che lo spiritismo, inteso nei suoi canoni tradizionali, in fondo può
servire ad arginare il dilagare del materialismo storico; cosa questa che può far loro comodo nel
momento. N‚ vi sarebbe da meravigliarsi se, in campo avverso, vi fosse un lavoro in senso
diametralmente opposto, magari affermando che i fenomeni spiritici non sono causati da Entità e
che l'ideologia, quando c'è, è un'ideologia di destra.

Io vi prego caldamente di non prestarvi al perpetrare del diffuso invalso costume di catalogare,
spartire il mondo secondo canoni creati dall'uomo, i quali esistono perché nella società umana non
sono realizzate certe condizioni ideali che dovrebbero esservi: è forse giusta la suddivisione degli
uomini in ricchi e poveri? E nell'ambito delle buone intenzioni, che cosa è più giusto? Lavorare
perché le parti coesistano pacificamente, vicendevolmente si tollerino, oppure lavorare perché
nessuna parte, nessuna fazione, abbia ragione d'esistere? Per questo io vi invito a valutare i fatti per
quello che sono, e non secondo chi li propone o chi li sostiene, ad avere una vostra opinione fondata
sui fatti e non sulle parole, ma soprattutto che sia vostra.
E' necessario dunque che vi sottraiate ai molti condizionamenti che possono venirvi dalle fonti
d'informazione.

Non lasciatevi suggestionare da chi ha interesse a farvi credere che la bellezza e la felicità della vita
stiano nell'accumulare beni, nel fare incetta di sensazioni piacevoli. Che cosa dovete aspettarvi che
faccia chi non può procurarsi quei beni e quelle sensazioni acquistabili con il denaro che l'odierna
concezione della vita pone come supremo bene del vivere? Se educate i vostri figli a dare la
massima importanza al mondo esterno, a fare incetta di sensazioni piacevoli, perché vi meravigliate
delle conseguenze che questa concezione comporta?

Non era giusta la concezione passiva degli orientali, in cui veniva trascurata ogni azione atta a
migliorare il vivere di ogni giorno, ma non è neppure giusta una concezione di vita in cui ad una
fantasmagoria di viaggi, relazioni, impegni che hanno come protagonista la propria persona,
corrisponda un desolante vuoto interiore. Badate, non si tratta di scegliere tra una vita in condizioni
di miserevole ristrettezza, perché non necessariamente ad essa corrisponde una ricchezza interiore,
ed una vita nell'agio e nell'abbondanza ma vuota, perché non è detto che quest'ultima sia sempre e
necessariamente superficiale. Si tratta di trovare il giusto equilibrio fra un'attività esteriore e la
propria vita interiore, la vita dell'"intimo essere". Si tratta di guadagnarsi da vivere e trovare il
tempo per fare qualcosa di costruttivo per gli altri e per il proprio essere interiore; certamente non
intendendo con "costruttivo" cose che appartengano o siano riferibili al mondo dei sensi.

Remore morali

Eccoci nuovamente riuniti. Riuniti - noi confidiamo - nella ricerca della Verità, animati da uno
spirito di analisi, da una volontà di approfondire, di vedere il vero. Voi siete consapevoli che questo
"vero" si chiama "insieme di punti di passaggio" che di volta in volta aprono nuovi orizzonti. E
come colui che è intento a camminare lungo il sentiero, di tanto in tanto si volge indietro a guardare
i luoghi che ha lasciato, così voi di tanto in tanto ripensate a quello che credevate prima di avere
raggiunta ed ampliata una Verità e quasi - da quella che dovrebbe essere stata superata - siete tratti
indietro, come se un senso di nostalgia vi impedisse di abbandonare il vecchio punto di vista, di
lasciare l'approdo che fu di salvezza ieri, di tentare nuove strade, nuove mete, di azzardare cammini
ulteriori.

Ma noi siamo qua per questo. Non per incitarvi a rimanere cristallizzati sulle vostre convinzioni, su
ciò che credete, per distruggere giorno per giorno ciò che voi credete. Questo significa "nascere
ogni giorno". Questo significa "rinnovarsi costantemente". E come potrebbe essere diversamente?
Cristallizzarsi è morire, segnare il passo, chiamare il dolore perché rompa la cristallizzazione,
perché doni comprensione, quella che manca. Ecco perché vi diciamo: "siate nuovi ogni giorno",
ecco perché siamo qua.

Abbiate dunque il coraggio di lasciare quei concetti che possono esseri stati, per voi, di conforto ai
quali vi aggrappate per valorizzare la vostra sofferenza, la vostra vita, che costituiscono - credete -
sangue del vostro sangue, carne d vostra carne. Siate pronti a ricevere il nuovo, liberi, pensando che
questo è il vostro preciso dovere, è quello che dovete fare.
E' lo scopo delle nostre riunioni.

E' giusto che voi facciate il punto per chiarire le idee, ma quando si fa il punto, si fa un bilancio, si
tirano le somme come si usa dire, bisogna avere coraggio; non affezionarsi a niente, vedere - direi
cinicamente - che cosa alla luce delle nuove analisi, delle nuove posizioni raggiunte, è ancora valido
e che cosa è superato. Quello che c'è di bello e che può agevolarvi è che ciò che è superato non lo è
in senso assoluto.
Intendo dire che non vi è mai contraddizione fra ciò che vi diciamo successivamente e ciò che vi
avevamo detto, ma sempre e solo ampliamento, approfondimento.
Quindi non si tratta, in definitiva, di rifiutare "in toto" certe Verità che noi vi avevamo dette - a
meno che voi non le aveste mal comprese - si tratta di approfondire, di vederle da una nuova luce
più ampliata.
Certo che se un concetto è stato da voi mal compreso - perché questo può accadere - allora, se è
stato svisato, occorre abbandonarlo nell'approfondimento perché se ne scopre la falsità, il senso
falsato. Ma quando così non è, ciò che voi venite a conoscere vi amplia ciò che conoscevate ed il
quadro che si presenta di fronte ai vostri occhi deve sempre di più lasciarvi stupiti ed ammirati.

Questo è ciò che possiamo fare allo stato attuale delle vostre conoscenze. Un giorno questo quadro,
sempre più precisato, sempre più completo, non desterà più stupore ed ammirazione, ma sarà
capace di aprirvi ad una nuova esistenza, sarà capace di far fluire in voi stessi spontaneamente il
"sentire".
Stato interiore chiamato in molti modi (non ha importanza) ma che non può essere descritto: solo
sperimentato.
Noi, figli, non vogliamo rappresentare per voi un ulteriore problema; avete già abbastanza problemi
da risolvere. Se mai vogliamo aiutarvi in queste soluzioni. Certo è comprensibile che le nostre
parole vi pongano di fronte a meditazioni, talvolta anche profondamente sentite, e che esse stesse
rappresentino in sé dei problemi.

Ma vedete, cari, ciò che intendo dire è che non vogliamo rappresentare per voi una sorta di remora a
quello che avreste fatto se non ci aveste incontrati. Cioè non vogliamo rappresentare un rafforzativo
delle leggi morali, unicamente crescere il timore di agire in un certo senso, cosa che non avreste
avuto se non ci aveste conosciuti. Voi sapete quanto sia importante che l'uomo agisca secondo il
proprio "sentire", secondo la propria convinzione. Perciò - come anche questa sera avete udito
rileggendo le parole di Kempis _ non dovete avere remore di ordine morale, perché con la nostra
presenza noi, indirettamente, abbiamo rafforzato e resi più validi i principi della morale. La morale
è giusta nei confronti dei propri simili, allorché serve a frenare un atteggiamento che potrebbe
essere per quelli dannoso; ma non nei confronti del proprio essere interiore.
Noi speriamo sinceramente di essere da voi compresi e di riuscire a spiegarci in modo chiaro e
fattivo. Perché vogliamo che un giorno - guardando alle esperienze terrene - voi diciate:

"Ho conosciuto l'amore degli uomini, ed era possessivo; ho conosciuto la loro amicizia, ed era
sfruttamento;
ho conosciuto il loro aiuto, ed era umiliazione;
ho conosciuto la pietà degli uomini, ed era degnazione;
la loro protezione, ma aveva un secondo fine;
ho conosciuto la giustizia degli uomini, ma era parziale;
la loro forza, ma era brutalità;
la loro onestà, ed era apparenza.
Ho conosciuto la fede degli uomini, ma era una prigione;
la loro filosofia, ed era cenere;
la loro scienza, ed era cecità;
ho conosciuto lo compagnia degli uomini, ma non mi riempiva.
Tutto questo ho conosciuto ed assaporato
e restandone turbato ho compreso di non essere morto a me
stesso".

Come migliorare la società in cui viviamo

Vorrei rivolgermi particolarmente a quelli che ci seguono solo attraverso alla divulgazione di queste
comunicazioni, per dire loro: "Non siete degli sconosciuti. Se non avete l'occasione di partecipare
direttamente a queste riunioni, per noi non ha alcuna importanza; non siete meno amati di quelli che
ci seguono dalla viva voce. In questa breve occasione che io ho di rivolgermi direttamente a voi,
vorrei dirvi tante cose che vi fossero utili.

Vorrei dirvi che non ha importanza credere che l'uomo sopravvive alla morte del suo corpo, quando
poi nella propria vita si fa tutto l'opposto di quello che si dice di credere. Che non ha importanza
credere a Dio, se poi della propria vita si fa un continuo insulto alle sue creature e quindi a Lui. E'
importante ciò che "sentite" ciò che fate, più di ogni affermazione di fede resa nel timore di un
castigo celeste.

Vorrei dirvi di amare di più i vostri figli, almeno i vostri familiari, i vostri amici, i vostri conoscenti,
perché è vero che l'amore in se stesso è premio di chi ama. Vorrei dirvi che non è vero che gli
insegnamenti fondamentali della morale riducano gli uomini dei gonzi. I cosiddetti insegnamenti
mistici sono stati presentati agli uomini come un mezzo per guadagnarsi un premio nell'altro
mondo.
Questo errore d'impostazione non è stato voluto dagli esseri illuminati che hanno rivelato gli
insegnamenti di altruismo all'umanità, ma è stato voluto - ad arte e scientemente - da chi aveva
interesse che le masse fossero remissive, che ognuno facilmente rinunciasse ai propri diritti in
favore di pochi privilegiati. Nessuno può negare che gli insegnamenti di altruismo non sono stati
combattuti perché inducevano i singoli ad accettare la loro condizione di miseria e di ristrettezze,
senza creare problemi ai governanti. Ma se in passato tanto si è chiesto al singolo, ben poco o
addirittura nulla dando, l'uomo di oggi non deve compiere l'errore opposto, tutto esigendo senza
nulla dare.

In questa vostra epoca di grande intelligenza e razionalità, sembra che gli insegnamenti
fondamentali della morale siano privi di logica e di valore pratico; la società si vuol migliorare con
nuovi sistemi ed ideologie i cui fautori cercano consensi, ognuno affermando di possedere il
rimedio ai molti problemi che affliggono la società. Vedete, la società può essere migliorata solo se
muta il singolo; solo se ognuno si sente in dovere di fare e di condurre la propria vita con onestà,
con rettitudine, in funzione della società in cui vive.
Ecco la grande logica dell'insegnamento di altruismo, ed ecco un insostituibile valore pratico che
mira a dare coscienza al singolo di se stesso in rapporto alla collettività. Senza questa visione - che
è mistica e razionale al tempo stesso - ogni ideologia è destinata a naufragare pietosamente.
Troppo facile, infatti, sarebbe parlare della mancanza di buona fede in chi si presenta come
salvatore della società e del divario che esiste fra ciò che viene detto e ciò che viene fatto. Vi
accenno solo all'errore d'impostazione - che anche oggi è ripetuto e di cui vi dicevo all'inizio - a
proposito degli insegnamenti della morale; ogni ideologia ed ogni organizzazione che attorno ad
essa si è creata, mira a difendere certe forze, certe categorie, certi privilegi. Ogni parte difende i
propri interessi cercando di ottenere sempre di più.

Ebbene, questo sistema non può per nulla migliorare la società in cui vivete. La verità di questa
affermazione è dimostrata dai fatti. Ripeto: la società può cambiare solo se il singolo intende fare
tutto intero il suo dovere, condurre con rettitudine ed onestà la propria esistenza.
Solo così. Perciò questo credete, questo insegnate ai vostri figli, sicuri di dire loro l'unica cosa
veramente costruttiva per se stessi e per un mondo migliore.

Kempis

L'immaginazione

Quando Dio cacciò Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre dopo aver condannato l'intero genere
umano alla fatica e al dolore, fu colto dal dubbio di essere stato un tantino severo e pensò di
rimediare facendo agli uomini un dono. Egli disse: "Quando i giorni vi attenderanno l'uno dopo
l'altro con il loro carico di fatica e di monotonia, quando umiliati dai potenti sarete costretti a
servirli, ad imbandire le loro tavole cibandovi delle briciole che da esse cadranno, quando quando
chinerete la testa nella prona condiscendenza di chi può permettersi solo di assentire, quando vi
percuoteranno e voi dovrete sorridere perché non potrete fare altro, ecco allora io vi manderò in
soccorso l'immaginazione". Immaginazione! Magica facoltà. E' il sale della Terra, il colore del
mondo. Che cos'è la vita senza l'immaginazione? Una realtà senza poesia, un sonno senza sogni, la
morte.
Chi potrebbe sopportare una vita di fatica e di stenti se non potesse immaginare di essere un Re?
Chi resisterebbe alle situazioni più disperate e senza via d'uscita, se non potesse evadere sul filo
della fantasia con l'immaginazione? Eccola l'amica dell'uomo, colei che lo riscatta da un'esistenza
brutale e lo cinge del serto dei poeti! E' lei che abbellisce la vita, lei che nutre l'arte e crea le civiltà,
perché è potere creativo. Che cos'è il genio se non immaginazione controllata dalla ragione? Gli
uomini privi di immaginazione non compiono mai nulla di bello perché non sanno andare oltre la
pochezza del loro essere.

Ma tanta benedizione non poteva essere data all'uomo se non avesse potuto trasformarsi in una
droga pericolosa. L'immaginazione è come una lente che ingigantisce la visione di chi vi guarda
attraverso; se la si usa abitualmente non si sa più distinguere la realtà concreta dalla fantasia. E chi
l'adopera senza controllo, è come se cavalcasse un indomito cavallo senza redini e speroni. Tutto
ciò che essa immagina lo crea e ciò che è creato esiste anche se solo nella mente. In questo modo
rende credibile ciò che non lo è e per questo molte delle cosiddette tragedie della gelosia in effetti
non sono che tragedie dell'immaginazione.
Se con essa guardate i vostri simili, potete farne dei santi o degli assassini e quando l'associate al
richiamo sessuale che qualcuno esercita su di voi, cadete perdutamente innamorati.

Chi può dire la vera grandezza di Carlo Magno o di Giulio Cesare? I divi divengono idolatrati
quando riescono a colpire l'immaginazione delle folle.
Immaginare è sinonimo d'inventare ed inventare può voler dire ideare o mentire. Qual è la regola
esatta per usare l'immaginazione? L'immaginazione non va adoperata nei confronti dei propri simili
né delle relazioni che con essi si hanno perché potrebbe trarre in inganno: ma è preziosa nella
comprensione della realtà.

Sì, perché l'immaginazione non appartiene alla fantasia, ha fini pratici. L'animale che trova sbarrata
la strada che lo conduce al cibo, muore di fame se non immagina un percorso diverso. Quale delle
Scienze applicate e perfino delle scoperte scientifiche non dobbiamo all'immaginazione? Voi vivete
in un'epoca di grande progresso scientifico, eppure siete dei rinunciatari nei confronti
dell'immaginazione. La creatività dell'uomo
medio di questa civiltà sta nel seguire la moda, nell'imitare le azioni altrui; perfino il lavoro non è
che una ripetizione meccanica di operazioni che nulla lascia all'inventiva del singolo.

Beati coloro che possono abbellire la loro esistenza con qualcosa che viene da loro stessi, dalla loro
creatività intesa non come operosità ma come inventiva! Tuttavia molte volte anche chi ha questa
possibilità non la mente in atto proprio per mancanza d'immaginazione. L'immaginazione è una
facoltà superiore della mente che vi aiuta ad ipotizzare una realtà nella quale i fatti che accadono
nel mondo che vi circonda trovano una logica collocazione, ma soprattutto una convincente
spiegazione. Una siffatta realtà è sempre stata ipotizzata, ma nessuno ha mai saputo vederla nella
sua interezza perché nessuno ha mai saputo immaginare nella misura necessaria.

Quando noi vi parliamo di questa Verità da noi conosciuta per esperienza diretta, contiamo sulla
vostra immaginazione. Questa sola può essere mediatrice di un colloquio fra noi e voi.
Mediatrice della comprensione del mondo nel quale vivere, mondo in cui nulla veramente è come
appare. Noi stimoliamo la vostra immaginazione, ma questo non significa che vi invitiamo a
fantasticare. Fantasticare è cavalcare l'ippogrifo dei poeti senza tener conto dell'orientamento.
Immaginare è congetturare, ideare, partendo da dati concreti. Il vostro mondo non è che
immaginazione della realtà che vi circonda, perfino la visione ottica è immaginazione. Voi
ricostruite nella vostra mente gli oggetti con l'immaginazione. Senza l'immaginazione, la percezione
degli stimoli luminosi non si tradurrebbe in immagini e non vi sarebbe comunicazione a meno che
non vi fosse "comunione".
Attraverso all'immaginazione voi vedete. Le immagini, dal cervello fisico, passano al corpo astrale,
da qui nella mente in cui sono ricostruite con l'immaginazione: da qui la comunicazione. Dal
grossolano al sottile, dunque.
Mentre con l'intuizione la via è opposta. Nell'intuizione è la comunione della parte più sottile del
vostro essere con una realtà che vi dà la consapevolezza di essa.
Se dunque noi dobbiamo parlare dell'esistenza successiva a quella attuale, noi dobbiamo parlare di
intuizione. Ma solo un uso controllato e ragionevole dell'immaginazione può aprirci a questa
esistenza successiva.
E con questo - avendo detto la cosa per voi più importante - posso terminare il mio panegirico
sull'immaginazione.

Fantasmi della mente

Un modo sicuro per tramandare la Verità al di là dei periodi di oscurantismo è quello di mascherarla
in un giuoco o trasformarla in una favola.
Il Tarocco e la Mitologia sono esempi eloquenti di questa affermazione. I simboli, le idee universali
ed assolute passano oltre, fra le mani degli ignoranti e dei severi censori e giungono ad illuminare il
cammino dei posteri che sono pronti ad intenderle. Tenetelo presente voi che deridete le credenze
degli antichi! Quelle favole possono contenere una sapienza alla quale voi ancora non siete
pervenuti.

Prometeo ruba il fuoco sacro agli Dèi e per questo la sua condanna è di avere il fegato
perennemente divorato da un rapace, ma alla fine è ammesso all'Olimpo. L'idea, il significato di
questa favola, bene si adatta all'esistenza dell'uomo; l'uomo che, a differenza di altri esseri del
Creato, possiede l'intelletto, paga cara questa sua ricchezza: il prezzo dell'intelletto è il dolore ed in
effetti si può dire che il novanta per cento della sofferenza che patisce l'uomo scaturisca dalla sua
mente. Togliete quel dieci per cento causato dal corpo, ed il resto è tortura inflitta dalla mente
creatrice dell'"io" e dei suoi inestinguibili conflitti.
Uhm! Più che la materia, un sogno ha il potere di farci soffrire!

Dimmi, fratello, perché soffri? Perché i tuoi meriti non sono riconosciuti? Perché non sei il primo in
senso assoluto, o se sei il primo temi di perdere il primato? Sei incompreso? Non sei amato? Sei
tradito? Sei sfortunato? Vedi, la tua sofferenza fa parte di quel novanta per cento di cui ti dicevo:
stai pagando lo scotto di possedere una mente.

Infatti la causa della sofferenza umana non sta negli eventi che rendono diversa la vita da come
l'uomo vorrebbe, è risaputo: accontentandolo, l'umano, non lo si rende felice per più di un fiat. La
sua mente lo condurrà su nuovi terreni di contesa e d'inquietudine. Allora, se gran parte della
sofferenza che ci amareggia viene dalla mente, meglio sarebbe non possederla e vivere
nell'incoscienza di sé.
La mente è un mezzo della nostra evoluzione che ci apre ad una fase successiva della nostra
esistenza: quella di coscienza-sentimento, ma dobbiamo imparare ad usare bene questo mezzo, a
non essere sua preda; dobbiamo riuscire a percepire al di là del dualismo "io" - "non io" - di cui ci fa
schiavi!

Se nella possibilità che abbiamo di percepire e concepire il mondo in cui siamo immersi esiste
questo errore fondamentale di parallasse, per cui crediamo diviso ciò che non lo è, allora tutte le
nostre convinzioni che si basano su questa possibilità, sono errate.
Riflettete: con queste poche parole la cultura, la civiltà, la storia sono liquidate, ridotte a
farneticazioni, brancolamenti di chi non sa intendere e capire la Realtà. Incomprensioni, sospetti,
gelosie, brama di possesso, onore offeso e vendicato, farse e tragedie si sono fondate e si fondano su
miraggi creati dalla mente che l'uomo non ha imparato a far funzionare correttamente. Povera
umanità! Quante lacrime inutili, allora!

Partendo da questo allarmante presupposto che noi siamo vittime di noi stessi perché diamo
importanza a ciò che non ne ha, allora viene spontanea una domanda: perché Dio ci lascia
nell'errore, ci fa soffrire per situazioni che non hanno nessun riscontro reale? Ci fa sbranare gli uni
con gli altri per questioni che nessun riscontro hanno nella Realtà?
Non voglio svalorizzare il dolore, ma vi domando: in Assoluto ha senso una scala di valori? Tutto
ciò che non è Assoluto è egualmente relativo ed acquista valore solo se lo si riferisce a qualcuno, ed
il valore che acquista non è lo stesso se lo si riferisce a qualcun altro. Allora esiste una scala di
valori diversa per ciascuno di noi, in cui trova posto ogni esperienza da ciascuno vissuta e sono
esperienze vissute anche quelle che sarebbe più proprio definire "immaginate".
Ecco la chiave di volta del problema: fisicamente concreta o più immaginata che concreta, una
situazione è sempre illusoria nei confronti dell'Assoluto ed è sempre reale e produttiva nei confronti
di chi vi è immerso.
E come potrebbe esistere una differenza fra una situazione fisica concreta ed una più immaginata
che concreta, dal momento che lo stesso piano fisico non esiste oggettivamente se non come comun
denominatore delle nostre innumerevoli percezioni soggettive! E così tutto il cosmo è l'elemento
comune dei nostri sogni. Ma non è importante che le nostre convinzioni e i nostri sogni siano più o
meno aderenti a questa parvenza di oggettività perché siano produttivi di esperienze. Non solo, ma
ogni tipo di esperienza è valido: l'esperienza del Santo vale quella della prostituta, perché, lo ripeto,
ciascuno ha una sua scala di valori inconfrontabile con quella di altri.

Se le cose stanno così, allora siamo sempre nel giusto, anche quando crediamo nell'assurdo perché
anche questo ci dà esperienza e quindi un progresso; e se progrediamo, qualunque tipo d'esperienza
noi abbiamo, che senso ha allora tendere a migliorare noi stessi? Possiamo tenere un'esistenza
basata unicamente sui sensi, sicuri del nostro progresso. In ultima analisi è così e voi lo sapete:
nessuno regredisce.
Ma se guardiamo all'economia individuale, l'interesse di ciascuno è quello di capire senza soffrire,
di usare la mente senza pagare lo scotto. Questo non solo è possibile, ma rappresenta quello che voi
dovete fare.
Se un uomo fosse convinto che lavarsi tutti i giorni fosse un Comandamento di Dio, fosse ciò che
lui deve fare, quella sarebbe la sua realtà. Ma quando avesse imparato a tener fede ai suoi principi, a
comandare a se stesso, allora sarebbe il momento di capire che la legge è fatta per l'uomo e non
l'uomo per la legge, il momento d'imparare ad usare la mente senza rimanere prigioniero dei
fantasmi da essa creati.
Non crediate che l'uso non corretto della mente da parte dell'uomo sia un errore del "piano divino",
anzi, ne fa parte: i miraggi della mente sono mezzi adatti all'immaturità dell'uomo attraverso ai quali
progredisce.

In conclusione: le situazioni nelle quali l'uomo è posto in forza della sua mente, per quanto irreali
possano essere, costituiscono l'humus in cui affondano le radici della coscienza, ma c'è un momento
dell'esistenza individuale in cui queste radici debbono penetrare più in profondità alla ricerca di
nuove situazioni che scaturiscano da un nuovo modo di vedere il mondo, una nuova visione che non
avvenga più in funzione dell'"io" e del "non io", ed in cui non vi sia spazio per i fantasmi creati
dalla mente.
Noi vogliamo aiutarvi nell'opera di rinnovamento che siete chiamati ad intraprendere prima di tutto
in voi stessi; aiutarvi a distruggere - superandola -la visione del mondo che avete, che fate in
funzione della separatività. Per questo, come novelli iconoclasti, produrremo delle lacerazioni qua e
là sul tessuto
delle vostre convinzioni, dei vostri sogni.

Teresa - Non è vero che Dio abbia bisogno dell'uomo e che usare violenza in nome di Dio sia una
giusta causa. Egli vuole il nostro progresso ed il progresso non può essere imposto.
Alan - Non è vero che sia censurabile chi è lontano da Dio.
Nessuno può essere lontano da Dio. E' censurabile chi si serve delle cose sacre tra gli uomini per
soddisfare la sua avidità.
Kempis - Non è vero che la vita terrena debba essere fuggita per farsi meriti in cielo ed onorare Dio.
L'inferno - se esistesse - non sarebbe abbastanza profondo per accogliere degnamente chi così
avesse vissuto.
Dali - Non è vero che il bene ed il male siano oggettivi e che rappresentino la misura del vostro
progresso o del vostro ristagno. Solo chi si pone al centro del dualismo bene e male, per salvarsi, si
perderà. A costui è preferibile un perverso perché, per la legge di azione-reazione, quanto più
grande sarà stata la perversione, altrettanto lo sarà la spinta evolutiva.
Kempis - Non è vero che l'argomento trattato renda morale od osceno un discorso: i vaneggiamenti
di certi cosiddetti mistici fanno impallidire la "vena" dell'Aretino.
Teresa - Non è vero che sia sufficiente amare il prossimo come se stessi: occorre amarlo con
imparzialità e per un fine di giustizia.
Alan - Non è vero che solo chi ruba sia ladro, lo è anche chi riceve senza dare.
Kempis - Non è vero che sia spergiuro solo chi giuri il falso: chi tace sapendo e chi nasconde la
Verità con un linguaggio ambiguo, è altrettanto spergiuro e propagatore dell'errore. Di ciò dovrà
rendere conto.
Nefes - Non è vero che il matrimonio sia indissolubile: ciò che gli uomini congiungono possono
dividere. Solo quelli che Dio unisce non potranno mai essere divisi, né dagli uomini, né dagli
eventi.
Kempis - Non è vero che "crescete e moltiplicatevi" sia un invito perentorio perché l'uomo procrei
senza tener conto delle condizioni in cui dovranno crescere i figli. E' più crudele e perciò più
colpevole chi lungamente fa soffrire, di chi uccide.
Dali - Non è vero che la sterilità e l'omosessualità siano delle anomalie della natura; sono mezzi con
cui essa tende all'equilibrio demografico.
Paracelso - Non è vero che l'uomo sia arbitro della vita e della morte: nasce chi deve nascere,
muore chi deve morire. Tuttavia non è vero, per questo, che l'uomo non sia responsabile delle sue
azioni.
Claudio - Non è vero che sia più importante l'azione dell'intenzione: dall'intenzione si conosce
l'uomo.
Dali - Non è vero che gli uomini debbano godere della stessa libertà: la misura della libertà deve
essere in relazione con l'uso che di essa può essere fatto tenendo presente, a questo fine, che l'umile
non è peggiore del regnante.
Claudio - Non è vero che il passato sia trascorso, il futuro di là da venire: il presente è tale solo per
te e può essere ad un tempo passato e futuro degli altri.
Dali - Non è vero che chi vedete vicino a voi lo sia veramente e chi vedete agire agisca veramente:
ciascuno deve imparare a contare unicamente su se stesso, per questo deve sentirsi solo ed
indipendente dagli altri.
Teresa - Non è vero che il bene sia opera di Dio ed il male dell'uomo: tutto fa parte di un grande
piano divino in cui non c'è posto per l'errore e l'imperfezione.
Kempis - Non è vero che tutto ciò sia la Verità: ciò nondimeno è vero!

Lettera aperta

Sarebbe un peccato sciupare questa atmosfera così distesa; converrà perciò parlare di cose semplici,
per scoprire poi che le cose più facili a capirsi sono quelle più difficili a tradursi in pratica. Ne
approfitterò per scrivere una lettera:

"Mio caro Pindemonte, io non so proprio come tu riesca a sopportarci. Noi parliamo, parliamo,
sputiamo sentenze una dopo l'altra, ché tanto cosa farne è affar vostro. Tenerle in nessuna
considerazione non è possibile: l'acqua, anche quando scivola via, lascia bagnato. Volere applicarle
è un'impresa assai ardua perché ha un bel dire il signor Dali che noi non vogliamo costituire per voi
un ulteriore problema.
Vorrei vederlo che cosa farebbe al posto vostro; anzi vorrei vederli tutti quei signori che se ne
stanno comodi comodi, seduti lassù, trasportati invece nella macina della vita.
Per esempio, Gesù Cristo, che cosa farebbe al posto tuo? Alzarsi presto tutte le mattine per andare
in orario in ufficio, tornare a casa stanco e dover risolvere i problemi della famiglia.
Quando lo troverebbe il tempo per predicare? Perché non lo si vorrà mica far predicare durante le
ore di lavoro, ci mancherebbe altro! Tutto sommato, dovrebbe fare il predicatore a tempo pieno, ma
allora non sarebbe più nei tuoi panni.
Già, perché forse è necessario stabilire che cosa dovrebbe tornare a fare Gesù Cristo sulla Terra,
perché se tornasse a fare Gesù Cristo allora farebbe le stesse cose, né più né meno. Magari sarebbe
condannato come extraparlamentare; insomma muterebbero i dettagli perché sono mutati i tempi,
ma la sostanza rimarrebbe la stessa. Se invece tornasse a fare il "povero Cristo", sì insomma, uno
qualunque, allora sarebbe uno qualunque, né più né meno come io e te.

Caro Pindemonte, chissà che cose dirai quando riceverai questa mia lettera, perché forse a te
piacerebbe sapere come Gesù Cristo si comporterebbe nei tuoi panni, a prescindere dalla
considerazione che se anche non facesse vita pubblica non si troverebbe mai nella tua situazione,
come nessuno, in fondo, si trova mai nella stessa situazione di un altro. Forse a te piacerebbe sapere
come Gesù Cristo risolverebbe i tuoi problemi, quei problemi che in fondo tu stesso contribuisci a
creare, non fosse altro col ritenere problematiche cose che per altri non lo sarebbero. Ma forse a
tutti piacerebbe vivere la propria vita e quando si fosse posti di fronte ad una decisione da prendere,
fare una telefonatina per sapere che pesci pigliare, scaricando così sugli altri tutte le responsabilità.

Ma se poi la risposta fosse di fare cose che sono contro i nostri interessi, o che non si ha la forza di
fare?... Perché questo è il punto! Forse qual è il meglio lo sappiamo, anche senza scomodare Gesù
Cristo, ma vogliamo farlo? Tu dici che la vita stessa, il posto che ciascuno occupa nella società,
impediscono di vivere secondo certi ideali. Hai ragione.
Se io fossi un giudice e fossi intimamente travagliato perché convinto del "non giudicare", è chiaro
che dovrei cambiare professione. Non potrei fare il giudice che non giudica. Ma se continuassi a
fare il giudice, allora dovrei giudicare, non c'è scampo; magari lo farei nel modo migliore a me
possibile, impegnando tutto me stesso e poi scoprendo, alla fine, che forse quel "non giudicare" ha
un altro significato.

Se io fossi un soldato in battaglia e fossi di fronte al dilemma di uccidere o di essere ucciso, saprei
benissimo che Gesù Cristo al posto mio si lascerebbe uccidere, ma lo farebbe non perché un altro al
posto suo farebbe così, lo farebbe perché quello sarebbe il suo "sentire". Ora, Pindemonte, forse è
necessario scoprire qual è il proprio "sentire" e agire in conseguenza.

Certo, la prima considerazione da fare è che non si è soli al mondo e che si deve pure qualcosa
anche agli altri; non foss'altro del rispetto. Ma anche questa considerazione deve essere "sentita" .
Se io fossi un avvocato, è chiaro che potrei trovarmi nella circostanza di dover difendere un
assassino; oppure di avere un cliente per servire il quale dovrei danneggiare altre persone.
Allora se non mi sentissi di farlo - ma non perché Gesù Cristo al posto mio non lo farebbe, ma
perché quello non fosse il mio "sentire" - è chiaro che dovrei cambiare almeno cliente.

Capisco, Pindemonte, a te piacerebbe sapere quali sono le cose lecite e quelle non lecite, ma un
simile elenco non ha valore assoluto. Si può fare riferimento alle leggi della società in cui ciascuno
vive, ma un tale riferimento deve essere considerato come il minimo dei contratti collettivi di
lavoro, un minimo sotto al quale non scendere. Una traccia, fra l'altro, ben poco indicativa perché
esclude - anche se non potrebbe fare diversamente - quella piccola cosa che è la verità
dell'individuo, il mondo delle intenzioni nel quale solo il singolo può entrare.
Ecco perché, Pindemonte, ciò che farebbe un altro al posto tuo, per te non ha senso alcuno perché se
anche facesse le stesse azioni, differenti potrebbero essere i moventi.
E poi il codice è eludibile e incompleto perché, vedi, chi sequestra una persona e chiede un riscatto,
è certamente un cinico della peggiore specie, ma almeno rischia in proprio i rigori della legge. Ma
chi svolge una professione considerata umanitaria, e si servisse della protezione della legge e
dell'omertà del perbenismo per arricchire in tutta tranquillità, alla barba di chi soffre, certo sarebbe
un cinico peggiore dei dediti ai sequestri di persona.
C'è una pena abbastanza severa per chi semina il vizio per raccogliere più facili e lauti guadagni?
Per chi somministra, con alimenti, veleni, sempre per arricchire?

Per chi si adopera, sempre per il proprio guadagno, a fare approvare leggi che legalizzano il
veneficio di massa? Non c'è dubbio che se per certe azioni non v'è una sanzione adeguata, oppure
non v'è sanzione alcuna, si tratta di atti altamente delittuosi. Di contro vi sono posizioni che non
dovrebbero essere perseguite dalla legge. Che fare? Adoperarsi per migliorare gli strumenti della
giustizia.
Invero nulla dovrebbe essere considerato perfettibile come la legislazione di una società, al fine di
sempre meglio contemperare le esigenze dei singoli con quelle della collettività, il che non significa
un'aprioristica condanna di tutti i principi e gli istituti sociali.

Il nostro amico Claudio ci invita a renderci conto di ciò che facciamo e perché lo facciamo; ossia ci
invita a scoprire la ragione delle nostre azioni al fine di prendere coscienza di noi stessi. Questo, fra
l'altro, sviluppa un certo senso critico, utile nel necessario esame che ciascuno deve compiere dei
valori della società in cui vive; ma è indispensabile che la revisione critica, più che avere come
oggetto il cangiante quadro dei costumi - l'uno dei quali vale l'altro - sia ispirata dalla logica e dal
buon senso, i quali impongono che allorché si è accettato come vero un principio, non lo si voglia
far seguire solo agli altri, non lo si segua solo quando il seguirlo è comodo ed utile.

Niente passi nell'indifferenza. La responsabilità penale, per certi reati, non è più personale, vedi
nella fattispecie il furto per procura: rubate per dare al partito e avrete buone probabilità di farla
franca. Ma forse è giusto che sia così perché c'è un precedente storico che fa testo: Caterina da
Siena che rubava dalla casa paterna per dare ai poveri, e nonostante ciò fu proclamata Santa.
C'è una certa tendenza a non considerare più come tali, i delitti perpetrati verso la collettività. Ora
se c'è un interesse preminente rispetto a quello soggettivo, è l'interesse pubblico.

Il patrimonio pubblico è considerato come se non fosse di nessuno ed invece è di tutti. E poiché
ognuno è molto attaccato ai propri tesori, ognuno, per coerenza, dovrebbe sentirsi tutore dei beni
pubblici. Cosa che non è affatto. Guarda invece, Pindemonte, con quanta accortezza si cerca di
mettere al sicuro le proprie ricchezze, magari finendo con lo scegliere il luogo meno adatto. Che
vadano gli sciocchi a nascondere i loro capitali in quello staterello più prossimo alla grande potenza
che si dichiara anticapitalista; chissà che cosa farà loro credere che là siano più al sicuro!

Non credi, Pindemonte, che le frontiere pesino solo sugli onesti e siano invece fonte di illeciti
guadagni per chi antepone la ricchezza all'uomo? Curiosi questi ricchi! Sono loro che nella scala dei
valori antepongono il guadagno alla vita dell'uomo e si meravigliano se c'è chi uccide per arrivare
alla loro ricchezza! Curiosi questi potenti! Qualunque mezzo è stato lecito per portarli al potere, e
adesso invocano e sperano nell'onestà degli uomini. Certo lo fanno perché nessuno faccia a loro
quello che essi hanno fatto agli altri. Lo sperpero dei ricchi risponde dei delitti e dell'esasperazione
dei poveri. Il fanatico rigore dei moralisti paga l'oscena esibizione dei viziosi. Questo significa
prendere coscienza di se stessi e del mondo in cui si vive.
Significa capire che non è condannabile il fiore che ancora non è sbocciato: amarlo e comprenderlo,
ma amare e comprendere non significa divenire complici. Non è certo immorale la belva che uccide
per cibarsi, è da amare e da comprendere. Tuttavia, o Pindemonte, non sarebbe giusto che tu la
sfamassi con i tuoi figli.

Perciò, se non ti senti di gettarti in pasto ad essa, ti converrà tenerla a distanza. Sarebbe assurdo
interpretare la bontà e l'amore come una sorta di amnistia o di assoluzione generale che, fra l'altro,
non togliendo la tendenza a danneggiare in chi ha danneggiato, finirebbe con l'essere dannosa per
tutta la società. Che cosa fa la natura con la legge di causa e di effetto, se non realizzare l'ideale
della giustizia in cui l'effetto ha lo scopo di riscattare e non di punire? Cioè, perseguendo un fine di
misericordia ma al tempo stesso restando inesorabile. Dunque, caro Pindemonte, non ti proponiamo
una visione più lassiva della vita, al contrario. Se mai abbiamo la pretesa di dartene una più
intelligente perché - vedi - se è osceno ciò che offende il pudore, e se il pudore è la riservatezza che
i cosiddetti sani principi debbono ispirare, allora anche l'ostentazione del brutto è oscena.

La "maja desnuda" è pudica in confronto a certe immagini sacre.


C'è più male nella morale stupidamente intesa, che in ogni comportamento spontaneo e naturale, ma
non si confonda la spontaneità e la naturalezza con l'ignoranza e la mancanza di educazione
coltivate quali alibi dei propri comodi. E non si confonda l'educazione con l'ipocrisia; l'educazione è
rispetto verso gli altri,
l'ipocrisia è sacrilegio verso il prossimo.
Ecco perché il sacrilegio più grande è quello consumato dalle religioni che predicano l'unione degli
uomini e invece li dividono. Da quelle che maledicono anziché benedire, che fanno dell'altare un
banco di vendita ed una fonte di illeciti guadagni per chi non ha voglia di lavorare; che pur di
salvare il tempio, l'organizzazione, mandano alla perdizione gli uomini. Perciò, caro Pindemonte, se
non vuoi essere ipocrita, quello che fai devi "sentirlo", tenendo presente che non sei solo al mondo e
verificando continuamente il tuo "sentire" alla luce della considerazione che noi tutti siamo un solo
essere e che ciò che non si accorda con questa realtà - comunque tu la metta - non ha valore
universale ed è perfettibile.

Basta così. Le troppe parole finiscono col non dire più nulla.
Lo tenga presente chi vive in quest'epoca dai molti discorsi.
Perfino chi è morto parla più ora che prima, quando era vivo. Per tacere poi della Madonna e di Suo
Figlio che - stando ai messaggi che sarebbero da Loro invitai - sono più ciarlieri d'una portinaia. Si
racconta che Pio IX, al quale stavano leggendo le profezie di Suor Domenica del Paradiso, se ne
uscì con questa esclamazione: "Sarà stata anche Santa, ma Gesù mio, quanto parlava!".
Guardiamoci, Pindemonte, da chi fa spreco di parole per somministrare contenuti in dosi
omeopatiche, che fa della parola anziché un mezzo di comunicazione, l'arte dell'inganno. "Sia il tuo
dire sì, sì, no, no, perché il di più di questo viene dal maligno".
Tuo affezionatissimo

KEMPIS.

Sull'aborto

Vedo qua fra voi qualcuno che ha vissuto l'incarnazione precedente all'attuale, al tempo della
rivoluzione francese. Parlo del figlio Aurelio. E allora mi ricordo, come voi sapete, che al tempo
della rivoluzione francese i rivoluzionari, fra l'altro, deposero dagli altari Dio - ormai ridotto ad un
concentrato di assurdità - ed innalzarono al suo posto la Dèa Ragione. Ebbene, se gli effetti della
rivoluzione francese fossero stati limitati a questo fatto, certamente quell'avvenimento sarebbe stato
ricordato dai posteri come uno dei più salutari della Storia.

Questa sera vorrei imitare i rivoluzionari francesi per quanto riguarda la questione dell'aborto. Cioè,
guardare questa questione solamente dal punto di vista della logica e del buon senso, sceverandola
da tutte quelle implicazioni religiose che la rendono scottante.

Voi direte: "che cosa c'entra la morale con la logica?". C'entra perché, vedete, la morale ha una sua
profonda logica, tanto che quando si discosta da essa diventa immoralità. Perciò una cosa quando è
assurda, anche se appartiene alla religione, è immorale. Non ha certo la pretesa di dare delle
soluzioni folgoranti; sono troppo convinto che si tratta di questioni personali.
Ma mi piacerebbe sgombrare il campo - come si suol dire - da tutte quelle false morali, quei
pregiudizi, quei preconcetti, quelle falsità, insomma, che travisano la questione, per riportarla alle
sue giuste dimensioni, già vaste in sé tanto da non doverle dilatare più oltre. Perciò, diamo uno
sguardo indiscreto al talamo nuziale del signor Rossi e consorte. "Caro - alita lei - non credi, dopo
due anni di matrimonio, che sia giunto il momento di pensare ad un figlio?". "Che fretta c'è -
risponde lui, sacrificando il suo amor proprio di maschio - siamo ancora giovani, abbiamo tempo,
godiamoci la nostra libertà! E poi fra un anno avrò una promozione e, con quella, un aumento di
stipendio. Allora potremo pensare ai figli".

Saggia ed assennata decisione, non c'è che dire, dovrete convenire con me. Intanto il Padre Eterno
aspetta l'aumento di stipendio del signor Rossi per creare una nuova vita. Bene fate, signori Rossi, a
pensarci molto e non poco prima di decidere, perché una volta tratto il dado non è più possibile
tornare indietro. Ci mancherebbe altro! Scomodare il Padre Eterno per un "nulla di fatto"! Ma cosa
credere? Di avere arbitrio sulla vita di un altro essere? Di poter decidere, dopo l'amplesso, se deve o
non deve nascere? Prima dell'amplesso sì, prima potete farlo, ma dopo no. Come dite? "Perché
prima sì e dopo no?". Mah, si dice: "perché la vita è sacra e nessuno ha diritto sulla vita di un altro
". Ma ogni coppia, senza arrivare all'aborto, disinvoltamente - e non certo con problemi di coscienza
- decide della vita o della morte di tutti gli esseri, i figli, che potrebbero da essa nascere.

Si obietterà che nel caso dell'aborto, della gravidanza, si è di fronte ad una vita esistente e nessuno
ha diritto di sopprimere un essere vivente. Lo Stato poi dovrebbe prevenire e reprimere i delitti
contro la vita. Certo sono d'accordo, anzi sono d'accordissimo, sono così convinto della sacralità
della vita, che ne faccio un principio generale valido per ogni sua forma, e non solo per quella
umana. Ma ho dinanzi ai miei occhi sterminati campi di battaglia dove giacciono le ossa di tanti
poveri diavoli - pardon - di tanti poveri esseri umani mandati d'imperio ad uccidere o ad essere
uccisi, comandati dallo Stato di combattere, e non certo in ossequio al principio della sacralità della
vita, che lo Stato dovrebbe tutelare. Si obietterà che nelle guerre ci sono gli aggressori e gli
aggrediti e che è un sacrosanto diritto anche la difesa, non c'è dubbio.
Ma allora? Certi ideali morali non sono così assoluti come si vuol far credere; pensavo che la vita
fosse così sacra - la vita altrui - da imporre di lasciarsi aggredire e soccombere, prima di uccidere.
Ma voi mi dite che la difesa dei propri beni o dei propri diritti è più importante della sacralità della
vita altrui. E qua sarebbe molto facile fare del sarcasmo! Ma vi chiedo soltanto: se allora lo Stato
ammette che quel principio così sacro, passi in sottordine rispetto a motivi la cui fondatezza io non
voglio discutere, per quale motivo lo Stato dovrebbe impedire ad una coppia che abbia altre fondate
ragioni di decidere di non avere figli, dopo l'amplesso, tanto più quanto questa decisione è legittima
prima dell'amplesso?
E qua si aprono tutte le capziose discussioni sul concetto autonomo della vita dell'ovulo fecondato,
sul concetto di persona, su vita consapevole e vita inconsapevole. Questioni tutte che fanno tremar
le vene e i polsi, perché basti pensare che tutto vive; dal cristallo che si cristallizza, alla cellula, al
filo d'erba e su su. E che ogni vita è sempre "consapevole", quanto meno a livello di sensazione.

Vedete, posso anche essere d'accordo con un'interpretazione estremamente rigorosa di ciò che può
danneggiare la vita; ma allora, il rispetto dovuto alle forme vegetative umane come la vita di un
ovulo fecondato, deve essere esteso - non dico alla forma di vita vegetativa naturale, che sarebbe
troppo pretendere - ma almeno agli animali. Si cominci con l'abolire assolutamente la caccia, non
meno delittuosa dell'aborto nei confronti della vita.

Io credo che il vero delitto non stia tanto nell'azione, quanto nell'intenzione; nella ragione per cui
l'atto è commesso. Perciò la questione dell'aborto è una questione personale di coscienza, riservata
ai soli interessati, e non può essere regolata da leggi dello Stato le quali possono disciplinare i
rapporti fra cittadini - fra lo Stato e i cittadini - al fine di tutelare il bene comune dei singoli, ma non
pretendere di disciplinare il pensiero e la coscienza degli uomini. Lo Stato non ha alcun interesse,
né diretto, né legittimo, né valutabile ecc. ecc. che possa giustificare un'interferenza nella decisione
dei genitori di non avere un figlio.

E poi la responsabilità dei genitori non è grande solo quando essi decidono di non avere un figlio; e
più grande quando decidono di averlo, assumendosi automaticamente l'imperioso dovere di educare
il figlio con autorità, ma non con sopraffazione; con amorosa pazienza ma non con lassismo,
premiando ma anche castigando, mirando a quello che essi ritengono il bene del figlio, e non solo al
suo piacimento.
I genitori hanno l'obbligo di dare al figlio il necessario, che è più dell'indispensabile e meno del
superfluo. Perciò oltre che la loro forza d'animo, debbono valutare le loro possibilità economiche,
ed in base a tutti questi elementi, decidere quanti figli avere o non avere. Dal punto di vista dei
genitori è molto più crudele far nascere un figlio negli stenti, che non farlo nascere affatto. I genitori
debbono essere lasciati liberi di decidere secondo coscienza, perciò la loro volontà non deve essere
coartata da propaganda di alcun genere, in special modo di quelle atte ad incrementare le nascite per
fini nazionalisti, razziali e perciò razzisti.

Vedete, che vi siano delle donne che non sanno rinunciare alla maternità, pure essendo affette da
gravi malattie ereditarie - sperando che nel frattempo la medicina progredisca tanto da prevenire, o
per lo meno curare le infermità a cui potrebbero essere assoggettati i loro figli - è abbastanza grave.
Ma che certi casi siano gabellati dai moralisti come fulgidi esempi da imitare di puro amore e istinto
materno, è semplicemente mostruoso.

Questo ci fa riflettere sul fatto che affidarsi alla coscienza degli uomini significa supporre, o
presupporre, che si tratti di esseri responsabili, ma il che non è fatto abituale. Allora, quando manca
la coscienza, torna necessaria l'imposizione esterna della norma: allora la norma deve essere
limitativa delle nascite che possono avvenire ad opera di genitori irresponsabili, e non il contrario.
In ogni caso vale il principio che la legge deve essere fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge.

Cesso di scandalizzare i moralisti, ma prima vorrei rivolgermi a tutti i probabili genitori e chiedere:
"Per quale motivo volete dare la vita? Perché così si deve fare? Per esibizionismo? Per riempire la
vostra esistenza di giocattoli viventi? Per continuare la vostra stirpe? Incoscienti! Meritereste di non
poter procreare. Siate consapevoli della grande responsabilità che vi assumete, di fronte alla quale
tutto passa in second'ordine, la vostra esistenza stessa. E agli altri, a quelli che non vogliono figli,
chiedo: "Perché non li volete? Perché vi sono serie possibilità che i vostri figli nascano malati,
oppure gravemente mancamentati? Allora fate bene, anzi fate benissimo. Se il Padre Eterno ha
qualcuno da punire, che si arrangi da solo; non spetta a voi fare i boia.

Oppure non li volete perché le vostre condizioni economiche sono veramente problematiche e
temete di non avere il necessario da dare ai vostri figli? Capisco il vostro dubbio; vorrei aiutarvi ma
non posso, perché ogni caso è un caso particolare e spetta solo agli interessati risolverlo in sincerità,
nella speranza, ma anche nell'incertezza, di chi non sa che cosa il futuro può riservargli di bello o di
brutto. Posso solo assicurarvi che nella pura intenzione altruistica non c'è peccato.
E a quelli che non vogliono figli solo perché i figli sono scomodi, creano preoccupazioni,
complicazioni, magari fanno apparire più vecchi, chiedo: "Perché optate per la non vita, per la
morte? Per il vostro egoismo? Siate per la vita, per la sua crescita, per il suo domani! Adoperatevi a
migliorarla vivendola e facendola vivere. Amatela e difendetela anche se costa, date ad essa lo
spazio e la fiducia che merita, perché la vita è il più gran dono!

La morale e le norme di comportamento

Generalmente quando l'uomo pensa all'aldilà, s'immagina che se v'è la possibilità di comunicare con
questo misterioso spicchio dell'esistente, chi parla certamente dirà cose che ormai sono improntate
alla morale conosciuta dalla religione o dalle religioni. Io vorrei, invece, questa sera fare un'azione
di rottura nei vostri confronti, dire qualcosa che rientri in un tema attuale, se me lo consentite.

Ebbene, potremmo appunto cominciare dalle religioni, dal problema religioso, per dire che
indubbiamente ogni uomo si domanda almeno una volta, nella sua esistenza, lo scopo della sua vita
terrena. Una risposta a questa domanda può venirgli solo dalle teologie religiose, cioè rientra nel
novero delle cose credibili unicamente per fede, e perciò ciascuno può scegliere la risposta che più
gli aggrada avendo questa, sul piano oggettivo,
i valori di una semplice opinione, né più né meno.

Ora il fatto che un'opinione possa essere più o meno fondata, voi dovrete convenire con me che non
toglie valore all'opinione, almeno dal punto di vista soggettivo. Tant'è vero che molti hanno
affrontato la morte, oppure indirizzato in un certo senso la loro esistenza, unicamente in dipendenza
delle loro opinioni. Invece sul piano oggettivo, il valore di ogni opinione, anche di quelle che
sembrano ben basate e discendenti da principi universali, è sempre aleatorio; questo perché le
regole da cui traggono ispirazione sono sempre relative. Lo abbiamo detto tante volte e lo ripetiamo
questa sera per voi, che non ci seguite abitualmente.

Vogliamo fare un esempio? Bene! Cerchiamo qualcosa che sia contro un principio apparentemente
bene identificabile e vediamo se tutte le volte che il principio è leso, il giudizio di condanna si
mantiene costante. Potremmo intitolare questo nostro studio: "Degli atti contro natura", titolo
meraviglioso che farebbe felice un moralista; pensate che piatto succulento, per lui: azioni
condannate e dalla religione e dalla morale; peccati per i quali l'unico destino del peccatore è il
fuoco eterno! Non c'è dubbio. Dio ha dato i Suoi Comandamenti - si dice - ha fatto conoscere la Sua
legge e ove questa tace, c'è sempre un modello di comportamento a cui rifarsi: la natura che vive
costretta nelle leggi del suo Creatore. Tutto ciò che non segue certe regole naturali, anche se
null'altro vi fosse a condannarlo, solo per quello sarebbe condannabile.
"Mamma - chiede Pierino - quali sono le cose contro natura?". Che rispondere ad una domanda così
imbarazzante e per di più fatta da un innocente? - pensa la madre - e cerca di salvarsi con il vecchio
sistema di eludere la domanda: "Sono quelle che non si addicono alla tua natura". "E qual è la mia
natura?", replica Pierino. "Tu sei un maschietto e male sarebbe - sarebbe contro natura - che ti
comportassi come una femminuccia. Vedi gli animali? Ognuno fa la parte che Dio gli ha dato: il
leone fa il leone, la pecora fa la pecora e così via".

Dolce e ingenua mammina! Se tuo figlio fosse un po' più smaliziato obietterebbe che se allora è
naturale secondare le proprie inclinazioni congenite, derivanti dalle caratteristiche morfologiche del
tipo somatico al quale si appartiene, allora male fa l'iroso a controllarsi e, al limite, il ladro a non
rubare. Pierino può, accontentarsi di questa risposta, ma noi no. Infatti fra le caratteristiche
somatiche e le inclinazioni congenite, spesso v`è una netta opposizione. Allora qual è la natura
dell'uomo? Quella del suo fisico o quella del suo intimo? Logicamente si può rispondere che per
quanto attiene alla sfera d'azione del corpo fisico, la natura è quella del corpo. Benissimo, non fa
una grinza.

Ma allora è contro natura che l'uomo voli, vada negli spazi, cucini i cibi, si vesta, si trucchi, semini,
mieta, raccolga in granai; tutta la vita dell'uomo, dell'intelligenza e del progresso allora è contro
natura. -
Come dite! Che la cosa va intesa per la sola sessualità. La regola vale solo per il sesso. - Capisco.
Infatti vedo che in questo campo l'uomo segue scrupolosamente la natura, ritenendo contro natura
avere rapporti sessuali che non siano volti al fine della procreazione. - Come dite? Che non è così in
effetti; la regola può essere disattesa, pur restando norma naturale, norma generale. - Capisco. In
altre parole, allora il comportamento, pur non essendo identico a quello della vita dei regni naturali,
rientra tuttavia nella norma della generalità degli uomini. Ma allora la norma non ha a che vedere
con la natura, è qualcosa che tiene conto dell'opinione della generalità degli uomini, come le
imposizioni tributarie e quelle militari. -
Come dite? Lì c'entra la ragion di Stato. - Ah, capisco. Ma allora che cos'è la norma? Bello sarebbe
rispondere: "un'opera lirica del musicista Vincenzo Bellini" e con una battuta più o meno spiritosa
cavarsi d'impaccio. Ma qua stiamo parlando di cose serie e, soprattutto, precise; perché, infatti, se
affrettatamente si definisce "norma" o "regola" ciò che rientra nel comportamento generale, nello
standard generale di una società, allora - per esempio - fra la genialità e la prostituzione, è molto più
singolare e perciò molto più condannabile il genio della prostituta.

Ma in effetti, all'atto pratico, non è così. Allora, qual è la vostra norma? Perché la logica mi dice
infatti che se la norma è quella della natura, allora per esempio è contro natura avere rapporti
sessuali che non siano volti al fine della procreazione, metodo Ogino incluso, che non fa salva
l'intenzione. E chiunque non segue scrupolosamente questa regola, non abbia voce per condannare
ogni altro che la violi.

Scommetto che non tutti siete d'accordo con me, è inevitabile. Seguite la norma che crea le norme.
E' insito nella natura egoistica di ogni uomo stigmatizzare gli altri per innalzare se stessi;
naturalmente il giudizio di condanna deve trovare riferimento in qualcosa, nel comportamento degli
altri, che sia condannabile da un qualunque punto di vista. Perciò si passa in rassegna la loro vita, la
si confronta con la propria e, dal confronto, si pongono in evidenza quelle azioni che - così a freddo
e ben lontani dalla contingenza - si crede non facciano parte della propria natura, dimenticando che
l'occasione fa l'uomo ladro.
Ne consegue che certe azioni che rimangono singole rispetto al comportamento generale, vengono
bollate col marchio dell'infamia e così la regola è creata. Sicché la regola non individua certi valori
assoluti, non ha un valore in sé, ma è tale in quanto rispecchia il comportamento generale degli
individui di una società. Una questione statistica, insomma, ed il giudizio di condanna che subisce
chi la viola non deriva dal bisogno del giudice di erigersi a tutore di supposti valori morali, ma
unicamente dall'istinto di ognuno di trovare nel comportamento degli altri qualcosa di condannabile
da un qualunque punto di vista, perché mostrando il fango che si è gettato sugli altri si crede di
nascondere il proprio. Abbassando gli altri si è convinti di innalzare se stessi. La conclusione di
questo discorso, e cioè la relatività delle norme morali di una società, è fin troppo scontata.

Ma che cosa succede quando queste norme sono credute comandamenti dettati ds Dio? E qua ci
riallacciamo ancora una volta al discorso religioso che abbiamo avviato all'inizio; anche senza
entrare nel merito della "dettatura", è chiaro che il valore rimane egualmente relativo. Se infatti
ancora una volta - e questa volta per nostra comodità - ci rifacciamo alla natura, osserviamo come
ogni specie abbia le sue regole di vita, che sono quelle e vanno bene per quella specie e non per
un'altra. In modo analogo, dunque, i comandamenti di Mosè, per esempio, non possono contenere
tutta la moralità o la più alta moralità: è evidente che si tratta di principi quanto meno riferibili ad
un dato tipo di società, ad una fase dell'evoluzione degli esseri.
Infatti per la fase dell'evoluzione che voi dovete compiere, il "non uccidere" di Mosè è l'inizio di un
discorso che si concluderà col superare la visione egoistica della vostra esistenza.
- Quanta strada, eh fratelli?

Allora sorge una domanda: nell'ambito di questo discorso, c'è una regola che sia valida in senso
assoluto per ogni uomo, dal selvaggio al Santo che sta per lasciare la ruota delle incarnazioni
umane? Evidentemente no, perché ciò che è "ideale morale" del Santo, applicato al selvaggio ne
paralizzerebbe ogni moto vitale. Non solo, c'è dell'altro. Guardate: nelle società umane una legge è
un insieme di principi generali ed astratti che dovrebbero vigere per ogni uomo che si trovi
nell'ambito territoriale di quella società.
Chi è preposto alla promulgazione delle leggi, cura che queste divengano di pubblica conoscenza.
Una volta, quando gli uomini non sapevano leggere e scrivere, v'erano le "grida", cioè gli "editti"
gridati dai banditori e in quel modo portati a conoscenza dei sudditi. Oggi, invece, le vostre leggi
sono pubblicate nell'intesa che ogni cittadino sappia leggere. E fino a che non è assolta la formalità
della pubblicazione, la legge non entra in vigore. Questo, ripeto, nel difettoso e lacunoso mondo
umano.

Ora, se lo scopo della vita dell'uomo fosse quello di fare la volontà di Dio, cioè di seguire le Sue
leggi, come si dice, queste dovrebbero essere eguali per ogni uomo, non solo, ma dovrebbero essere
conosciute da tutti gli uomini, cosa che non è in assoluto. Gli indios - o amerindi - per esempio non
conoscono i comandamenti di Mosè, né è vero che abbiano delle regole morali innate che li
sostituiscano; sicché quelle che dovrebbero essere leggi divine, non hanno quel carattere di
universalità che dovrebbero avere, primo perché non sono eguali per tutti gli uomini, secondo
perché non tutti gli uomini le conoscono o, quanto meno, hanno l'occasione di conoscerle e ciò
esclude che lo scopo della vita dell'uomo sia quello di seguire e di osservare le leggi di Dio.

Noi diciamo che lo scopo della vita dell'uomo è quello di superare l'egoismo che in lui nasce dal
senso di separatività.
Questo scopo è raggiunto attraverso a molteplici incarnazioni, durante le quali l'uomo, passo su
passo, volge verso quella meta.
Ma per raggiungerla ha valore tanto il "non uccidere" di Mosé quanto la dottrina di Marx.
Nelle varie fasi dell'evoluzione umana, l'ideale morale che l'uomo deve raggiungere e fare propria
natura acquisita, potrà essere il "non uccidere" e poi il "non fare agli altri quello che non si vorrebbe
fosse fatto a sé" ed infine "l'amare gli altri come se stessi". Ne consegue che il giudizio che si può
dare, si può fare di un uomo - ammesso che sia lecito giudicare - deve essere rapportato alla sua fase
di sviluppo.

Il problema non si esaurisce qui. Rimane infatti la questione della "conoscenza". Chi trasgredisce,
inconsapevole, la norma morale che deve fare propria natura acquisita, è colpevole? In altre parole,
per evolvere è necessario conoscere la meta che si deve raggiungere? A questa domanda risponderò
in un'altra occasione, sempre che vi sia qualcuno che fra tanti bei discorsi ed interessanti dei viventi,
preferisca venire ad ascoltare le parole di un trapassato. Ma credo di sì, perché in fondo siete degli
idealisti che vivono fuori del tempo e della concretezza.

Nel vostro oggi, nel vostro mondo dove tutto è politicizzato, non c'è spazio per voi: a chi vi
appoggiate? La destra non ha peso, non è ascoltata; il centro ha una sua religione da difendere, la
sinistra è ufficialmente atea. Come pensate di essere ascoltati? E' una prospettiva alquanto
sconfortante, dovete ammetterlo. Mi si obietterà che la scienza e la conoscenza del vivere di oggi,
tutto insomma conduce l'uomo alla massima concretezza, razionalità e tradizionalità, eppure mai
come oggi l'uomo si è sentito attratto dal misterioso e dall'irrazionale. E' vero, dovete convenire con
me. L'interesse generale impedisce all'intelligenza dei tempi di porre una bella pietra tombale su
quella che è la più deleteria di tutte le pazzie che abbiano afflitto l'umanità: l'occultismo. Ma voi che
cosa avete da dare agli uomini, cari fratelli? Predire la loro buona ventura, scioglierli dalla loro mala
sorte, uccidere i loro nemici? - perché questo, per l'uomo, è l`occultismo.

Vi guardo, fratelli, ed in voi vedo altri uomini, fuori da qui, preda dei sottili inganni della mente:
Altri che soffrono, altri ancora - pochi invero - che hanno superato il dolore abbandonandosi alla
ricerca del piacere.
Parlo a quelli e dico: voi che vi siete liberati dai ceppi a cui il terrore della dannazione eterna e della
sanzione temporale avvince, voi che credete che tutto sia lecito al più forte e perciò cercate di
accaparrare quanto più potere vi è possibile, ascoltatemi. Parlo seguendo la vostra logica che è
quella di valutare ciò che dovete fare per vedere se vi conviene; soffocando le giuste istanze di chi è
uomo come voi e perciò ha gli stessi vostri diritti, uccidendo chi contrasta i vostri interessi,
avversando chi segue l'inevitabile ed irrefrenabile moto di rinnovamento del mondo, che cosa
credete di comperare? La vostra immortalità? Bene che vi vada, riuscirete a mantenere i vostri
privilegi per la durata della vostra vita, che nessuno sa quanto breve sarà e che certo voi non avete il
potere di prolungare.

Voi non credete alla sopravvivenza dell'essere alla morie del corpo: io vi credo. Ma se per caso
avessi ragione io, non vi chiedo che sarà di voi fra poco, dopo la vostra morte, ma vi invito a
riflettere a quante lacrime dovrete versare prima d'imparare a non fare ciò che fate.
E parlo anche a quelli che si scandalizzano nel vedere prevalere la corruzione sulla rettitudine, il
vizio sulla virtù, la facile menzogna sulla scomoda verità. Voi che vedete trionfare chi fa tutto
quanto sapete non doversi fare, ascoltatemi: se è il timore che v'impedisce di imitare chi dite vi
scandalizza, allora non temete, agite pure, date libero sfogo ai vostri desideri di conquista;
finalmente imparerete il valore di ciò che sapete. Certo conoscerete lotte, affanni, amarezze; oh!
farete soffrire e crepare d'invidia chi invidia come voi, ma sarete temuti e riveriti. Vi potrete
permettere un bel funerale di lusso e forse anche un monumento alla memoria. Vi pare poco?
Se invece siete convinti della validità delle vostre opinioni, allora di che v'impicciate? Vivete
secondo ciò che "sentite" e tanto vi basti. Siete ricchi di ciò di cui gli altri sono poveri e che non
possono comprare.
A chi non è riuscito a realizzare le proprie aspirazioni di ricchezza, i propri desideri di potenza,
dico: non questi l'uomo vive per realizzare, ma se stesso e la vera realizzazione e silenziosa ed
invisibile.

Infine a voi che sopportate il peso della vostra esistenza modesta, nell'ombra e nell'altrui
indifferenza, che fate il vostro dovere anche quando nessuno ve lo impone, che siete paghi di ciò
che avete, comprendendo che una sola cosa è necessaria; che siete gli ultimi fra gli uomini non
perché siete timorosi incapaci, ma perché avete compreso che nessuna ricchezza, nessuna notorietà,
nessun potere valgono ciò che sta al di là, essi, io dico: un sottile velo separa la vostra
consapevolezza dalla mia Realtà. Caduto quello, queste mie parole di speranza saranno la vostra
vivida certezza, e ciò è più di ogni ricompensa.

Le leggi divine per la nascita spirituale

Questa sera continuerò un discorso che iniziai nello scorso ciclo di riunioni e che lasciai in sospeso
con una domanda. Chiedevo: l'uomo è colpevole delle azioni che compie infrangendo la norma
morale relativa al suo stadio di sviluppo individuale?
E' bene subito dire che è necessario, anzi indispensabile, sgombrare il terreno dal concetto della
colpevolezza e della punizione, tanto caro alle religioni di tutti i tempi. L'idea che le sventure che
colpiscono l'uomo siano un castigo di Dio, conseguente all'infrazione di qualche legge divina, è di
origine prettamente umana. "Se farai una certa cosa non ne farai un'altra, male te ne incoglierà".
Qual è stato il sistema con cui i governanti di tutti i tempi hanno cercato d'imporre le loro regole, se
non quello di minacciare gli eventuali trasgressori con una sanzione?

Così gli uomini hanno creduto che Dio usasse, per imporre il Suo volere, lo stesso metodo che usa
chi detiene il potere. Ma dovete convenire con me che sarebbe ingiusto che Dio punisse chi va
contro la Sua legge, quando perfino gli uomini sentono il bisogno di far conoscere le loro regole
prima di renderle operanti.
Il discorso muta dalle fondamenta se si toglie il concetto della colpevolezza, comunque ingiusto, ed
ancora più ingiusto se la legge non è conosciuta. Dicevo comunque ingiusto perché le leggi non
sono universali, come abbiamo visto nell'occasione precedente. Se - come affermiamo - lo scopo
della vita dell'uomo è quello dell'evoluzione, allora la differenza che c'è fra un evoluto e un
inevoluto, non sta nel fatto che l'evoluto conosce e quindi rispetta il volere di Dio, mentre
l'inevoluto lo ignora e quindi non lo segue, non l'osserva; ma sta nel fatto che: l'evoluto ha una
diversa natura, rispetto all'inevoluto.
Sicché se certe leggi o regole esistono, debbono esistere per dare all'uomo una natura ultra umana, e
non per punirlo se le viola. Perciò che siano conosciute o ignorate, possiamo rispondere che, di
massima, non fa alcuna differenza; egualmente perseguono lo scopo per il quale esistono, che è
quello di far evolvere l'uomo.
Per esempio, la famosa legge di causa e di effetto esiste egualmente, che l'uomo la conosca o la
ignori, ed egualmente persegue lo scopo per il quale esiste. Guai se esistesse solo per chi la
conosce! Ripeto: non si tratta che l'uomo debba astenersi dal fare qualcosa per cui sarebbe
necessario che egli conoscesse che cosa gli è vietato, ma si tratta di ben altro.

Secondo alcune religioni, Dio crea le anime e poi nel mondo le collauda; quelle che superano la
prova godono della Sua visione, le altre patiscono pene talvolta anche senza fine; colpevoli, in
definitiva, d'essere un aborto della creazione divina. Noi affermiamo che la vita non è una prova, se
mai è una scuola e che l'uomo - proprio perché vive e dalle varie vite - raggiunge livelli di coscienza
sempre più ampi. Se allora lo scopo generale della vita dell'uomo è quello di fare evolvere l`uomo, e
ciò attraverso a varie tappe in cui prima impara a non fare agli altri quello che non vorrebbe fosse
fatto a lui stesso, e poi a fare agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui stesso, allora è chiaro che
ogniqualvolta l'uomo indirizza se stesso contro lo scopo della sua esistenza, sorga un correttivo
naturale; e questo è realizzato attraverso al famoso karma - che ormai tutti sapete che cosa sia - che
non è un mezzo punitivo.

Se tu danneggi gli altri sarai danneggiato perché questo è un mezzo attraverso al quale, non solo tu
impari a non danneggiare, ma acquisisci la natura di non danneggiare i tuoi simili. Non sto qua a
ripetere tutto quello che più o meno conoscete a proposito del karma, anche se talvolta in modo
impreciso.

Vedete, l'essere interiore di ognuno ha un suo ciclo naturale di sviluppo, né più né meno come tutte
le cose naturali. Guardate il vostro corpo fisico: inesorabilmente invecchia, nonostante gli sforzi che
taluni fanno. Voi state nascendo ad una fase successiva della vostra evoluzione individuale,
paragonati alla quale siete come il feto nel grembo materno rispetto al fanciullo nato.

Dovete rendervi conto che l'uomo rappresenta il primo balbettio dell'essere, e se rappresenta così
poco, nessuno può condannarlo.
Vi sentireste di condannare un fanciullo perché è tale? Di dargli una responsabilità perché non è
maturo come un uomo? Eventualmente solo nell'ambito delle cose che il fanciullo deve imparare
come fanciullo può essere valutato il suo indice di apprendimento. Solo nell'ambito della meta
individuale che dovete raggiungere può avere senso una valutazione delle vostre esperienze.

Un selvaggio che avesse imparato a non uccidere, giudicato secondo le leggi della sua società che
vogliono il nemico sterminato, sarebbe condannabile. Giudicato rispetto alla norma, alla meta della
sua evoluzione, sarebbe encomiabile. Ma ancora giudicato rispetto alla meta del Santo, dell'amare
gli altri come adesso amate voi stessi, sarebbe ancora condannabile perché, se è vero che chi ama
gli altri come se stesso non uccide, non è vero il contrario... Un uomo della vostra società che
dovesse imparare il senso del dovere e fosse alla prima fase dell'apprendimento, quando il senso del
dovere diventa cecità, ed avesse supinamente seguito l'ordine d'inviare nei campi di sterminio
migliaia di creature, sarebbe assolvibile purché non una sola volta avesse anteposto il proprio
tornaconto al suo senso del
dovere, perché ciò starebbe a significare che l'invocato, a sua discolpa, senso del dovere, altro non
era che un comodo alibi.

E chi è in grado di dare un giudizio così preciso? Sarebbe bello e di effetto rispondere: "Lo stesso
interessato nell'aldilà". Ma così non è: nessuno può dare una natura che non abbiamo, se non
l'evoluzione. "Ed allora?" - direte voi. "Allora - dico io - occorre abbandonare un altro falso
concetto, il concetto del giudizio. L'idea che l'uomo nell'aldilà sia giudicato, è strettamente connessa
al concetto della colpevolezza e della punizione e per essa valgono le stesse considerazioni che fin
qui abbiamo svolte.
Non si tratta che l'uomo debba essere giudicato, ma si tratta che l'uomo nasce spiritualmente e ciò
avviene in modo del tutto naturale, senza bisogno di giudici e di giudizi". Consentitemi, a questo
punto, di aprire una parentesi per spiegare, brevemente, le ragioni per cui ciò che afferma un'entità a
proposito di un fatto da essa constatato, spesso è in contrasto con quanto afferma un'altra entità,
sempre a proposito dello stesso fatto, con gran gaudio degli animisti, e con mal celata perplessità
degli spiritualisti o degli spiritisti.

Vedete, l'aldilà è una "brutta bestia". Molte entità credono che ciò che osservano, per il fatto stesso
d'essere in una dimensione ultra fisica, sia la Realtà oggettiva. E non comprendono che anche la
dimensione d'esistenza in cui sono, è soggettiva. Solo la Realtà assoluta è oggettiva, ogni altra
dimensione è relativa e perciò soggettiva.

Se voi domandate ad un'entità, per esempio, chi è che sceglie la prossima sua incarnazione -
supponiamo che sia un'entità che non ripeta cose udite dire, cioè che non bari, che sia abbastanza
evoluta da vedere qual è la sua successiva incarnazione - ebbene novantanove su cento vi
risponderà che nessuno la sceglie, ma che essa stessa l'ha scelta. Ora voi capite che un'affermazione
di questo genere può essere vera, in un Cosmo perfettamente ordinato e non improvvisato, solo se
chi sceglie fosse tanto evoluto e illuminato da conoscere e seguire l'ordine divino.
Ma se lo Spirito, il Sè, l'Essere disincarnato avesse questa illuminazione - che diventasse
oscuramento solo quando è incarnato - ditemi, fratelli, che cosa sarebbe l'evoluzione? Null'altro che
un fatto formale. Badate bene, io non dico che il Sè, l'Ego, lo Spirito evolve, ma dico che ciò che è
conosciuto con questi appellativi, è un complesso di stati di coscienza, l'uno apparentemente
sfociante nell'altro, i quali sono realtà sempre meno limitate. Ora sarebbe assurdo che ad uno stato
di coscienza limitato, ne seguisse uno illimitato con il solo scopo di far operare una scelta in
armonia all'ordine divino, e che poi tutto tornasse come prima.

"Allora - direte voi - come nasce l'errore in certe entità, di credere che ciascuno sceglie la propria
successiva incarnazione?".
E' molto semplice. Quando voi avete sete e decidere di bere, vi recate laddove avete la possibilità di
togliervi la sete nel modo più rapido. Se qualcuno vi domanda chi ha deciso per voi di bere, voi
risponderete che nessuno l'ha fatto e che voi stessi avete deciso così; non tenendo conto che questa
decisione è il risultato di due fattori: da una parte la necessità d'acqua del vostro corpo, dall'altra la
possibilità di togliervi la sete nel modo più rapido possibile. Così l'entità che dice di scegliere la
prossima incarnazione, non si rende conto che al di là di ciò che le appare, sta la sua necessità
evolutiva e la possibilità che ha l'ambiente che essa crede di avere scelto - quello e quello solo - di
soddisfare la sua necessità.

Ecco perché verso quello, si è sentita attratta, e quello crede di avere scelto. La legge di Dio -
quando non si chiama karma doloroso - è così lieve che l'oggetto di essa non ne avverte il giogo.
Solo chi può andare al di là di ciò che appare può cogliere il senso riposto delle cose; tuttavia non
escludendo, in umiltà, che un altro senso ancor più profondo possa celarsi ai suoi occhi.

Torniamo a noi. Se nella stagione propizia e in un terreno fertile ponete un seme vivo, il seme
germoglia, ed automaticamente segue le leggi che regolano il suo sviluppo naturale, senza che vi sia
bisogno di chi amministri o applichi quelle leggi. E come l'acqua scendendo da monte a valle segue
la via di maggior pendenza, così in modo del tutto naturale e spontaneo, fra le varie leggi che
regolano il ciclo di sviluppo individuale, si applica quella più adatta al particolare momento e caso.

Capisco che l'immagine della realtà da cui sia tolto l'umanissimo concetto di un Ente supremo che
giudica e perdona ed interviene direttamente nelle vicende umane - anche se di rado e con scarsi
risultati, visti gli effetti - contribuisca a fare di questa Realtà qualcosa di inesorabile. Ma come il
corpo fisico dell'uomo vive, per lo spontaneo ed automatico svolgersi dei processi biologici, senza
che la psiche dell'uomo ne sia turbata dall'automatismo in sé della vita biologica - ma, al contrario,
lo sia quando questo automatismo venga meno - così la parte mortale dell'uomo vive per lo
spontaneo operare delle leggi cosmiche.

Il fanciullo che si forma nel grembo materno segue un automatismo naturale, eppure il risultato di
questo automatismo è un evento meraviglioso: una vita autonoma. Allo stesso modo l'uomo nasce
spiritualmente in virtù delle leggi cosmiche che via via indirizzano, sostengono, correggono il suo
sviluppare.
Esse vogliono il suo vero bene anche quando si chiamano dolore.
E qua è introdotto un argomento che vi preme particolarmente e che non è possibile esaminare in
tutta la sua ampiezza questa sera. Perciò vi dico: stando così le cose, cioè senza chiedersi perché,
che senso avrebbe un Ente misericordioso che togliesse il dolore della vita dell'uomo, quando solo il
dolore è indispensabile in quel particolare momento e caso dell'esistenza individuale? Se una pianta
avesse bisogno d'acqua e se il darle acqua significasse farla soffrire, sarebbe pietoso, per non farla
soffrire, farla inaridire?
Badate, io non dico che il dolore sia l'unico mezzo che fa evolvere l'uomo, ma dico che quando
l'uomo si ostina a non comprendere, gli eccessi che egli compie richiamano su lui il correttivo
naturale. A quel punto, dannoso sarebbe stornare dall'uomo quel naturale correttivo. Il dolore può
essere evitato solo non muovendo le cause che lo provocano.

Ed ecco un'altra domanda che vi preme: "Come è possibile fare ciò, se non conosciamo le cause che
muoviamo?". E' giusto che sia così, perché l'uomo deve agire non per paura di quelle che egli pensa
possano essere le conseguenze a lui dannose, ma perché è convinto che deve fare così, non per
paura. Evolvere non significa cambiare l'atteggiamento esteriore e rimanere gli stessi nell'intimo,
ma significa trovare una nuova natura, e da quella - se mai - cambiare il proprio comportamento.
Ciascun uomo, nella gioventù pensa di affermarsi nella vita, di diventare qualcuno; è così convinto
di questo che pensa che tutti gli altri debbano vivere in funzione di lui stesso. Difficilmente
riconoscerà che gli altri hanno gli stessi suoi diritti; anzi cercherà ogni pretesto per diversificarsi da
loro e per potersi
ritenere così soggetto ed oggetto di un diritto speciale. In questa concezione egotistica, egli trascura,
danneggia, calpesta gli altri che, come lui, si ritengono al centro del mondo. Poi vengono le prime
constatazioni, le prime amarezze, le prime delusioni.

Il risultato di questo sarà o la reazione o la frustrazione, ma nell'uno e nell'altro caso, consapevole o


no, ancora calpesta, danneggia gli altri che incontra nel suo cammino. Lo scopo della vita
dell'uomo, però, è quello di fargli superare una concezione egoistica di se stesso e del suo mondo;
perciò le cause che egli muove richiameranno su di lui degli effetti che a quel fine lo volgeranno, lo
indirizzeranno. Certo una simile meta risulta incomprensibile ad un selvaggio; ma voi che qua siete
intervenuti, che siete in grado di andare oltre problemi d'ordine strettamente materiale, siete in
grado di capire la giustezza e la bellezza di questo scopo e verso quello indirizzarvi
equilibratamente e misuratamente alle vostre forze.

Perciò non vi diciamo: "Abbandonate tutto per servire gli altri", ché questo non corrisponderebbe né
alla vostra natura, né a quello che finora ho detto; ma comprendere l'umanità degli altri,
comprendere che nessuna società può sopravvivere se ciascun singolo si sente sovrano despota al
centro del mondo, potete farlo. Allora cominciate da voi stessi: dal fare bene quello che siete
chiamati a fare, non per arricchire o per emergere, ma perché siete convinti che quello è ciò che
dovete fare. Tutto ciò vi sembra poco? Bene! Cominciate dal poco! Se non siete fedeli nelle piccole
cose, chi vi affiderà le grandi?
Ancora poche parole per concludere. Quello che vi diciamo è quanto constatiamo: non pretendiamo
che crediate vere le nostre parole solo perché noi le pronunciamo. Colui che pretende che gli altri
credano vero o non vero solo ciò che lui stesso così definisce, evidentemente identifica se stesso
con la Verità, ed altrettanto evidentemente ha un comportamento che è tipico nella paranoia, il che
si commenta da solo.

Esaminare i concetti che vi esponiamo, giudicate se essi vi danno della Realtà un'immagine più o
meno esplicativa di altre immagini. Obiettivamente a noi sembra ch'essi diano della vita non tanto
un diverso significato, quanto un significato accettabile; vi riconcilino con il Divino che non appare
più come un Ente misterioso per vocazione, che schiaccia gli uomini con la Sua immensità, per
sollevare solo quelli che hanno la ventura d'indovinare come piacergli. Forse con l'ipocrisia? O con
l'adulazione? Egli è il Vero creatore dell'uomo che tutti conduce a Sè, anche quelli che lo
respingono. Questo concetto fa sentire nel seno di Dio fiduciosi, sicuri che al Suo cospetto non
esistono privilegiati, né gli infelici hanno bisogno d'essere patrocinati.

Nel mondo che costruite, come i fanciulli castelli di sabbia, vince l'inganno, l'astuzia, la prepotenza.
Chi si erige a difensore dei deboli e perciò degli sfruttati, lo fa per poi venderli in cambio di trenta
denari di potere. Il più forte vince il meno forte, e a sua volta è vinto. Il debole cerca protezione
dall'una o l'altra parte, creando una catena di dipendenza estremamente pericolosa. Ma quale
prospettiva può avere un mondo così concepito, se non lo scontro frontale dei forti o la spartizione
della Terra fra essi, che paralizza ogni aspirazione di rinnovamento dei singoli?

Se le nostre parole non vi convincono non ha alcuna importanza. Tuttavia non vien meno il vostro
dovere ch'è il dovere di ogni uomo di chiedersi: "Ma è mai possibile che l'uomo viva solo per
perdersi? E' mai possibile che la vita di molti sia nel migliore dei casi un continuo carnevale? E' mai
possibile che la suprema aspirazione degli uomini buoni sia crescere figli? Che solo la mira del
proprio guadagno e della propria affermazione induca l'uomo ad agire? Le opere più belle sono
espressione della creatività dell'uomo, o dei suoi commerci? E' giusto ritenere produttivo solo ciò
che dà un utile economico, quando le opere più belle e più utili spesso sono pessimi affari? E' mai
possibile che il dolore sofferto da tanti o abbia il non senso della concezione atea, o serva a
dimostrare a Dio che la Sua creatura è degna di Lui? E dov'è l'onniscienza divina? E' mai possibile
che tante civiltà, crudeli e raffinate, guerriere o amanti delle Arti, siano finite nel nulla perché
creazioni del caso, abbiano avuto come unico scopo quello di popolare l'inferno e il Paradiso? O
piuttosto non sia che nei mille ripieghi, risvolti, problemi anche sciocchi di ogni forma di vita, nella
lotta per la supremazia, nello squallore del proprio vuoto interiore, nel dolore, non nasca la
convinzione di un nuovo essere? Che nella saturazione del proprio "io" egoistico, ognuno si
convinca che la propria vita appartiene anche agli altri, primo atto di una serie che condurrà ad
abbattere quelli che sono ritenuti i confini del proprio essere? Che questo nostro mondo dalle
tragiche e confuse apparenze, altro non sia che un crogiuolo dove ogni essere nasce e dove ognuno
indistintamente, nell'illusione, trovi in sé la coscienza che lo conduce alla Realtà? Questa è l'unica
concezione che si concilia con il pensiero razionale e con le aspirazioni mistiche, senza che né l'uno
né le altre debbano rinunciare a qualcosa. Perciò, nel lasciarvi, vi auguro che questa sia la vostra
Verità.

Claudio
Esortazione a rinnovarsi

Oggi il mondo si trascina faticosamente perché l'uomo è schiavo dei propri pensieri, delle proprie
idee, di ciò che ha creduto. Noi, figli vi esortiamo ad essere pronti ad abbandonare ciò che è frutto
del vostro ragionamento per tenere la mente sempre duttile alla comprensione del nuovo. In questo
modo ed in questa Verità, l'umanità di oggi potrebbe evitarsi tanta sofferenza. Ma l'uomo, per non
abbandonare ciò che crede, accumula lacrime e soffre fino a che, esaurito per la disperazione, si
libera dalle ideologie, dai sistemi di pensiero che lo hanno tenuto prigioniero fino ad allora, in modo
violento ed errato. Non aspettate di aver accumulato lacrime e sofferenze fino all'esasperazione per
abbandonare ciò che vi si richiede come in una piccola prigione. Siate disposti ad accogliere il
nuovo per comprenderlo, per prendere quanto può esservi di buono e per scartarlo quando questo
nuovo non costituisca un passo avanti, ma sia qualcosa che è il frutto di un errato ragionamento.
Così, per comprendere se stessi, figli e fratelli, occorre conservare la propria mente duttile, occorre
essere disposti a porre in discussione l'intero vostro essere e quindi non solo ciò che voi pensate o
ciò che è frutto del vostro ragionamento. Se da questa discussione, ciò che rappresenta il vostro
patrimonio di idee si sarà solidificato, consolidato, bene; altrimenti siate pronti ad abbandonare ciò
che rappresenta le vostre convinzioni per abbracciarne altre che siano nate da uno scrupoloso e
profondo lavoro di costruzione e di vaglio, di cernita e di discernimento.

Il conformismo

Al fine di comprendere voi stessi, considerate quanto siate condizionati dai modelli che la società
impone. Tale condizionamento vi spinge ad imitare quei prototipi e fa di voi degli apostoli, degli
attivisti del conformismo.
Il conformismo è così radicato nell'uomo di oggi che gli anti-conformisti sono degli spostati e chi
non si conforma è considerato un anormale; per il timore del giudizio sfavorevole, della disarmonia
in famiglia, vi conformate alle opinioni comuni, agli usi, ai costumi della società. La religione, la
morale e la politica contano sul vostro conformismo. Conformandovi, esse sperano di condizionarvi
e così sfruttarvi, perché il vero scopo di ogni organizzazione politica e religiosa è quello di
sfruttarvi per divenire più influente e perciò più potente. A vostra volta, come ho detto, con i vostri
silenzi, o peggio con il vostro ostracismo, con il giudizio sfavorevole verso gli anti-conformisti,
divenite dei missionari del conformismo. Siate liberi, consapevoli che la forma acquista importanza
laddove mancano i contenuti. Il vostro riconoscervi in un partito, in una religione, alimenta la
separatività, la parzialità, incrementa il vostro conformismo.

Il conformismo impedisce all'uomo di agire secondo la sua vera natura, lo rende ipocrita, incapace
di comprendere chi liberamente si esprime. Conformarsi alle idee altrui è uccidere la propria
creatività.
Non crediate che io stia incitandovi all'anti-conformismo che è quasi sempre una moda; sto
incitandovi a comprendere voi stessi; agire perché così va fatto denota vuoto interiore, così come
andare contro le consuetudini sociali per destare l'altrui attenzione, significa volere imporsi agli altri
e riconoscere di non avere altri talenti per poterlo fare altrimenti. Badate bene, io
non giudico alcuna condotta, ricerco solamente le ragioni, anzi vi spingo ad agire secondo ciò che
"sentite", perché è lecito violentare se stessi solo per non danneggiare gli altri. Pace a voi!

La successione degli stati di coscienza

Non di rado la conoscenza di una Verità porta l'uomo ad atteggiamenti errati nei confronti della
propria esistenza. E' classico l'esempio dei popoli orientali che pur conoscendo molte Verità, si
pongono passivamente verso la vita. Badate che questo non accada anche a voi. L'errore in cui
potete incorrere può originarsi dalla naturale reazione ad un vostro precedente diverso modo di
atteggiamento verso la vita; una differente valutazione che le vostre idee religiose vi davano di essa.
Credere che la vita sia l'unica occasione che l'uomo ha per meritarsi un premio od un castigo senza
fine, tiene - o per lo meno dovrebbe tenere desta l'attenzione dell'uomo verso problemi morali, più
di quanto non induca a fare la convinzione che l'uomo viva più volte; cioè abbia più occasioni.

Invece credere che la liberazione dell'uomo giunga ad un dato punto delle incarnazioni umane,
equivale a credere che esista un tempo oggettivo che regoli la cadenza degli eventi e che questi non
possano accadere se non è trascorso il tempo dovuto. La successione degli stati di coscienza non è
una successione temporale come voi la intendete, è una successione logica e pur essa è un'illusione.
Lo stato di coscienza che corrisponde alla liberazione dell'uomo, non è regolato dal trascorrere del
tempo che è un'illusione, ma è determinato dallo stato di coscienza immediatamente precedente
nella successione logica.

Così è di tutti gli stati di coscienza. Lo scopo delle vostre esperienze nel tempo è quello di
promuovere il raggiungimento di uno stato di coscienza successivo all'attuale nella sequenza logica.
Ciò avviene attraverso ad un processo che comprende tre momenti: il porre attenzione, il rendersi
consapevoli, il comprendere o assimilare.
Se spontaneamente non ponete attenzione, non comprendete e non assimilate, penserà la vita con i
suoi colpi a farvelo fare. Ma se non vi fosse questo correttivo naturale, l'intero calendario
astronomico potrebbe trascorrere e la vostra illuminazione non giungerebbe. Al contrario,
indipendentemente dal trascorrere del tempo - cioè anche in questo momento - se raggiungere la
convinzione che la vostra vita non può né deve essere contenuta dal senso dell'"io", voi raggiungete
la vostra liberazione, perché essa non è un evento del futuro; è sempre un'occasione del presente.

Indice di questa pagina

Messaggi di Claudio - Messaggi di Teresa - Messaggi del Fratello Orientale - L'Uomo e la morale -
L'altruismo deve essere spontaneo - L'ideale morale - La morale ideale

La vera pienezza della vita

Per indicare una grande rapidità si usa l'espressione: veloce come il pensiero. Invero, specie quando
l'uomo è in un particolare stato di tensione interiore, le sue facoltà mentali danno responsi così
rapidi che i relativi processi di analisi e di sintesi sfuggono alla stessa consapevolezza.
Per esempio, quando l'uomo fa una nuova conoscenza, si dice che egli prova istintivamente
simpatia o antipatia; ebbene, dietro a questo atteggiamento irrazionale, sta un processo
essenzialmente logico. Nei comportamenti istintivi - cioè non determinati dalla volontà - l'uomo
segue la sua vera natura e siccome questa è egoistica, egli giudicherà il nuovo conosciuto simpatico
solo se dall'esame che rapidamente farà, risulterà per lui apportatore di un qualche interesse
particolare. L'esame è un'analisi binaria in cui il sì e il no sono riferiti ai molteplici interessi dell'io
personale ed egoistico.
Tanto per fare un esempio, l'analisi è di questo tipo: la persona conosciuta è del sesso che mi
interessa? La risposta è sì o no. Se non ha attrattive sessuali, cambia il tipo di quesito: può essermi
utile nei miei affari? La risposta è ancora sì o no, anche se il quesito è posto in prospettiva. E così
via, l'analisi continua - è proprio il caso di dirlo - veloce come il pensiero, per concludersi con una
sintesi dei dati emersi, che si concretizza in un'attrazione o in un disinteresse e financo in una
repulsione verso il nuovo conosciuto. Se l'analisi è così rapida da sfuggire alla consapevolezza, ciò
non vuol dire che di essa non sia possibile rendersi conto.

Proprio questo significa conoscere se stessi: impiegare al massimo la propria capacità di rendersi
consapevoli della propria vita interiore. Essere tanto attenti ai movimenti del proprio intimo, quanto
lo si è ai fatti del mondo esteriore.
Osservate come la consapevolezza di ciò che fate venga meno in due tipi di azione: al primo tipo
appartengono quelle azioni che in realtà sono reazioni ad avvenimenti che colpiscono interessi da
voi particolarmente sentiti, ai quali partecipate con tutto l'essere vostro. Tali reazioni sono così
rapide che la consapevolezza ne coglie solo l'esito finale; generalmente ciò è più evidente per
avvenimenti nuovi e inaspettati. Al secondo tipo appartengono quelle azioni ormai conosciute,
usitate, che nulla dicono di nuovo e che sono ripetute automaticamente. Questo perché l'uomo è
consapevole della sequenzialità delle azioni che compie, solo se queste sono reazioni ad eventi che
toccano interessi da lui particolarmente sentiti, o se sono compiute nel suo disinteresse.
Osserviamo ora un uomo che per la prima volta compia un lavoro manuale: lo vedremo tutto intento
nell'eseguire la serie delle operazioni; ma dopo qualche volta che le avrà ripetute, egli le compirà
automaticamente e la sua consapevolezza potrà essere volta altrove. Questo perché la
consapevolezza è uno strumento prezioso che la natura rende massimamente disponibile da parte
dell'uomo sostituendola, appena è possibile, con le facoltà istintive sì da lasciare quelle addette alla
consapevolezza libere per altre attività.

Molto si è parlato di sistemi di produzione che nella vostra società impongono la creazione di
pletoriche specializzazioni; a questo proposito si è detto che la specializzazione fossilizza l'uomo, lo
priva di quella versatilità che era patrimonio di individui appartenenti a società del passato. La
natura ci mostra che le società migliori sono quelle organizzate in gruppi di individui aventi
particolari specializzazioni. Come ho detto, questo sistema si dimostra altamente positivo per
l'efficienza sociale.
Ma, come si sa, nelle società non umane le facoltà mentali sono pressoché istintive, il retaggio della
vita è tratto dal seguire gli istinti; mentre l'ottimo della vita umana sta nella riflessione e nel
superamento degli istinti animali. La diversità degli scopi fra la società umana e quelle subumane
deve farvi comprendere che l'organizzazione delle rispettive società deve seguire criteri diversi. Pur
rispettando una strutturazione sociale impostata sulla specializzazione onde raggiungere il meglio di
ogni istituzione, è necessario che l'uomo coltivi costantemente tutte le proprie qualità, eserciti in
continuazione il proprio pensiero consapevole.

Noi vi proponiamo continuamente questo. Se il lavoro che voi svolgete vi consente tutto ciò, allora
vi sentirete soddisfatti raggiungerete una grande perizia nella specializzazione vostra, nel campo
dove siete specializzati. Se invece per voi il lavoro è la ripetizione automatica di azioni, o
comunque non impegna la vostra creatività e non impiega il vostro pensiero consapevole, esso non
vi darà soddisfazioni. In quel caso state attenti a non occupare la vostra consapevolezza per
ingigantire i torti che vi sono stati fatti, o che credete vi siano stati fatti; trovatevi un'attività o un
interesse qualunque essi siano, che possano occupare il vostro pensiero consapevole.
Guai a chi lascia illanguidire il proprio interesse, a chi si cristallizza. Noi vi proponiamo di riportare
alla vostra consapevolezza anche quei processi istintivi di cui vi parlavo inizialmente e che sono
causati dalla radice egoistica di ognuno. Ogni nostra comunicazione tende a promuovere l'esercizio
della vostra consapevolezza, vi invita a prendere coscienza di voi stessi e del vostro mondo. Avete
mai fatto caso che la maggior parte di voi non è assillata dal problema di come sfamarsi, eppure voi
non siete felici! Intendo dire che, a parte le calamità naturali e le malattie, il problema di ogni forma
di vita nel piano fisico, è un problema essenziale di nutrizione. Aggiungiamo pure - per l'uomo - il
problema del ripararsi dalle intemperie, ammettiamo ancora che non di solo pane viva l'uomo, ma
fra il procurarsi il necessario per vivere e lo spendere tutta la propria esistenza
per accaparrare svaghi e beni, il passo è enorme.

Avete notato quanta importanza acquistino per voi problemi che dovrebbero occupare una minima
frazione della vita di un uomo? Quanti bisogni non essenziali diventino in voi essenziali, e quanti
altri - essenziali - siano ampliati, ingigantiti, complicati. E' un modo per colmare il proprio vuoto
interiore, per imporre se stessi.
L'uomo che continuamente non muti d'abito, che spesso non cambi l'auto, che non compia viaggi
importanti, è ritenuto dai suoi simili un fallito. Chi non può consentire ai propri figli di svolgere
quelle attività ricreative che sono di moda, è considerato un miserabile. Non solo, ma molto spesso
la propria consapevolezza è usata per osservare quanto, sul lavoro o nella vita in genere, si è
scavalcati, messi da una parte, non valorizzati come si pretende. Purtroppo questo accade, ma ciò
che intendo dire è che la mancanza di ricchezza interiore e di creatività molto spesso - anzi troppo
spesso - è colmata attraverso alla valorizzazione di fatti esterni del tutto superflui, sì che essi
assurgono a motivi psicologici tanto intensi da colmare il vuoto interiore. Il successo, la notorietà, le
ricchezze, le amicizie influenti, sono mete che si crede possano riempire la propria esistenza,
mentre la pienezza della vita è raggiunta attraverso al superamento di quelle istanze psicologiche
che oggi credete possano essere soddisfatte nella ricchezza, nella brillante posizione e nelle amicizie
influenti.

La verità dell'intimo

Avete mai meditato sulle vostre aspirazioni segrete inconsce?


Questa meditazione vi porterà a determinare che agite conformemente ad esse. Nelle vostre azioni è
sempre presente l'io che contamina la bellezza delle manifestazioni affettive rendendovi egoisti,
accende l'arrivismo e l'ambizione della vostra attività rendendovi crudeli.
Colui che dice di amare esige d'essere riamato, ma l'amore è donazione e non esigenza. L'operaio
mira a divenire capo officina e divenuto tale, direttore, adoperando ogni mezzo. Tutto ciò è frutto
dell'io, il quale tende ad espandersi per avere soddisfazione.
Dovete superare questo sottile e complesso problema. Senza tale superamento lo spiritualismo non
ha valore. Potete essere sacerdoti, ma se non avete trasceso l'espansione dell'io umano, lo farete
unicamente per divenire vescovo o per guadagnarvi un premio eterno. E' stato detto "l'io può
scegliere uno scopo nobile ed utilizzarlo come mezzo della propria espansione".
Potete imporvi la missione di migliorare gli uomini, ma se provaste pena quando la vostra missione
non fosse coronata da successo, agireste unicamente per divenire celebri, cioè per assecondare la
complessa e sottile attività dell'io.
Voi l'avete accettata, avete ridotto lo scopo della vita a questa egoistica attività, credete di dovere
emergere, primeggiare in questo e in quel campo. Se non riuscirete a conquistarvi una condizione
sociale invidiabile, vi chiamerete fallito della vita, vi conforterete in un ideale spirituale.
L'uomo, per proteggere e valorizzare l'attività del proprio io, ha creato le divisioni sociali e religiose
che tutti conoscete. Ma tali divisioni, essendo causa di gelosia e lotta, hanno sempre creato
confusione e miseria nel mondo. L'impiegato ha sempre sperato d'essere un giorno direttore, il
soldato ha sempre ambito a divenire generale, il prete vescovo; colui che non sa ha sempre imitato
colui che sa e se un giorno tutti questi sogni si sono avverati, i nuovi vittoriosi hanno sempre
disprezzato coloro che stavano in basso ed hanno sempre mostrato orgoglio di sé.
Non può essere saggio colui che pensa al proprio simile assegnandogli una posizione nella
suddivisione artificiosa della società umana. Dovete distruggere tutti questi limiti che avete creato.
Dovete essere completamente soli e semplici e liberi, perché la coscienza sorge nella libertà, perché
la Realtà si manifesta quando non siete più impegnati nell'attività dell'io.

Potete con la violenza distruggere ogni suddivisione sociale ma, se non sarà più palese, tuttavia
sussisterà sempre.
La divisione sociale non è che un effetto esteriore dell'espansione dell'io. Se veramente volete
abolire ogni divisione, dovete operare alla radice del problema, cioè nell'intimo di ogni uomo.
Dovete cioè operare una trasformazione dell'esser vostro, che non sia il risultato di violenza, ma di
comprensione dell'io.
Solo mediante questa comprensione cesseranno la gelosia e la lotta nel mondo, causa di dolore e
miseria.

Superare la ricerca di conforto

L'uomo ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa: una fede, la speranza. Qualcosa che lo conforti nel
dolore presente, ma che al tempo stesso valorizzi questo dolore, lo trasformi in volontà di Dio,
espressione del Suo affetto per gli uomini.
Eppure il dolore scomparirà dalla terra. Ciò nondimeno è necessario. L'uomo liberato non conosce
dolore; guai se non lo conoscessero gli altri uomini! Quella fede, quella speranza sviano l'esatta
considerazione del dolore, esse dicono: "Questo dolore ti viene dato perché Dio ti ama", anziché
dire: "Questo dolore è il frutto di qualcosa che hai fatto senza avere compreso". Sono un'illusione,
un tranello, una lusinga dell'io!
Non cercate quindi il conforto di quella fede, di quella speranza, per non restare delusi; non
cullatevi nel pensiero che soffrite per volontà di Dio, bensì siate consapevoli che soffrite perché
avete agito senza comprensione. E' molto più facile ritenere il dolore una prova, piuttosto che
considerarlo il frutto della nostra mancanza di duttilità, in quanto ciò accarezza l'ambizione dell'io.

Ma vede la Realtà chi ha dimenticato l'io; chi non conosce le sue lusinghe, i suoi tranelli. Vedere la
Realtà significa sbarazzarsi di tutto ciò che si interpone fra voi e la Realtà medesima; per stabilire
questo immediato contatto occorre comprendere e non illudersi. Illudersi significa credere che la
conoscenza porti la liberazione, che seguire certe regole che stabiliscono cosa fare o non fare faccia
di voi degli uomini liberi. Un'azione può essere compiuta con mille intenzioni, con mille scopi; è
assurdo quindi dire: "fate o non fate". Più esatto è consigliare: "rendetevi consapevoli del perché
agite".
Se un uomo "liberato" tutte le mattine si lavasse nell'acqua di un ruscello, voi credereste di giungere
alla liberazione imitandolo? Ecco l'errore. Prendete la sua come una norma igienica, ma non
illudetevi che il seguirlo possa fare di voi degli uomini liberi, perché la "liberazione" è un fatto
interiore che avviene quando tutto il vostro essere vi partecipa. Questo rivoluziona le vostre idee
filosofico-religiose. Voi infatti date somma importanza all'imitazione, al discepolato, credendo che
in ciò sia lo scopo della vita, mentre la vita trova compimento quando il vivente ne scopre la
meravigliosa Realtà, che non è realtà fisica, ma Realtà Assoluta, essendo Unica la Vita.

Ecco perché non comprendete più il nostro insegnamento, o meglio, non l'avete mai compreso. Voi
siete in una posizione errata di fronte alla vita. Vi sorge istintiva una domanda: "Quale è la
posizione giusta?". Sarebbe come dire: "Cosa debbo fare?".
Ossia domandare una specifica linea di pensiero e di azione ed imporsela con sforzo.
Chi vuol conoscere quella Realtà che trascende ogni limite, "l'io" ed il "non io" in cui tutto vive in
un Eterno Presente e in un'Infinita Presenza, deve cessare di illudersi, deve staccarsi, abbandonare
tutto. Ma anche questa meta è desiderata come un arricchimento delle proprie facoltà, anche queste
parole sono interpretate come un modo da seguire e allora, pur essendo vere, per voi sono mera
illusione. Molte creature hanno abbandonato la loro posizione sociale, donato ogni loro possesso,
rinunciato ad ogni affetto e si sono ritirate nella solitudine di un eremo, attendendo invano l'ora
della liberazione. Non è un semplice atto di donazione che può aprirvi alla Realtà. Donando ogni
vostro possesso non potete sottrarvi al desiderio di possedere; rinunciare ad onori e gloria non
significa che abbiate trasceso l'ambizione. L'io e il suo processo egoistico non possono sperimentare
ciò che è senza limite e senza distinzione e voi seguite questo processo anche quando vi sbarazzate
di tutto per trovare nella solitudine la Realtà.

Ecco perché è importante conoscere se stessi. Se quella creatura che ha abbandonato tutto avesse
analizzato l'intimo suo, si fosse resa consapevole che stava seguendo l'ambizione dell'io (divenire
grande in cielo), quella creatura avrebbe risparmiato delusioni e dolori a sé e agli altri. Abbandonare
tutto per una simile ragione non significa cessare di illudersi, bensì illudersi ulteriormente. Chi può
porre termine a questa continua auto-illusione? Voi stessi conoscendovi.
Nessun Santo, nessun Dio possono comunicarvi la Verità. Ciò che sta oltre l'orizzonte può esservi
descritto da altri, immaginato da voi, ma mai sperimentato come quando veramente voi vi sarete
liberati. Ecco quindi perché nel seguire un Maestro, sia pure giunto alla Realtà, non sta la vostra
liberazione. Questa liberazione, lo ripeto e non mi stancherò mai di ripeterlo, è un fatto interiore;
voi, voi soli dovete liberare l'essere vostro, nessun altro può liberarlo per voi.

Il vero sentire

Molti di voi pensano che il progresso conduca gli uomini alla realizzazione di se stessi; che il regno
di Dio sia una perfetta organizzazione sociale in cui tutti i bisogni degli uomini trovino pronto
appagamento. Sappiate invece che ciò che è conosciuto come realizzazione dell'uomo, vita del
superuomo, non appartiene al mondo dei fenomeni e della percezione.

Che cosa significa questo? La percezione si fonda sul giuoco dei contrari: la luce l'ombra, il caldo-il
freddo, il bene-il male. Secondo la personalità che rivestite, siete attratti or dalla vita spirituale, or
da quella materiale. Ma appena avete raggiunto un estremo, subito il suo opposto vi richiama a sé.
Così giacete preda del conflitto dei contrari e non comprendete che la Realtà sta al di là, sì, del male
e dell'odio, ma anche del bene e dell'amore intesi come opposti di qualcosa. Ciò che è
sperimentabile in se stesso e nel suo contrario appartiene al mondo dei fenomeni e della percezione.
Solo l'essere, l'esistere non hanno contrari; nessuno può sperimentare il non essere, il non esistere, il
nulla. Ma arduo è spiegare che cosa intendiamo per "sentire", sentirsi d'essere; tanto arduo quanto
inutile, forse. Solo chi l'ha provato può comprendere. Taluni lo sogliono paragonare o definire come
amore nella sua forma più elevata di altruismo; ed in effetti il sentire è una lucida constatazione
d'essere uno con tutto quanto esiste e perciò assimilabile alla spinta altruistica che infiamma certe
creature. Ma questa, a paragone del sentire, è una pallida sensazione. Sinché si è presi dal conflitto
dei contrari, sinché il senso dell'io esiste si è nella separatività che crea i "molti". Allora si chiama
amore quella spinta verso gli animali, le persone, il divino. Ma se si pensa agli altri, sia pure per far
confluire ad essi tutto il proprio anelito di bene, il proprio amore, come ad esseri da sé distinti, non
si ha quel "sentire" di cui noi vi parliamo. Il vero "sentire" non conosce né cose, né persone, né
soggetto ed oggetto. Non è amore verso gli altri o verso tutti, ma è un'interezza in cui non v'è
separazione. Il "sentire" è un'estasi in cui si è tutt'uno con gli altri, in cui è totalmente trasceso il
mondo dei fenomeni, dei contrari, della percezione.

Superamento della separatività


Ultimamente abbiamo affermato che l'amore altruistico è quel sentimento che più si avvicina al
"sentire" del quale amiamo parlarvi; in tale sentimento infatti v'è il travalicamento dei confini della
separatività, del tuo e del mio. Si può dire che lo scopo di tutte le umane esperienze, in ultima
analisi, sia quello di superare il senso della separatività e tutto quanto questo senso crea: solitudine,
invidia e gelosia, avidità, brama di possesso; quanto più ci si aggrappa alle distinzioni create
dall'"io" e più si creano cause di sofferenza. La nostra futura esistenza non è la continuazione
infinita di noi stessi, che è un'illusione, ma l'eternità in cui non v'è separazione, tu e "io".
E' un "sentire" che non conosce distinzione, particolarità.
Udendo queste parole voi ne siete tormentati perché temete che l'unione col Tutto equivalga
all'annullamento degli esseri, perché voi cercate la moltiplicazione nel tempo dell'"io sono", e non
comprendete che l'unione col Tutto è invece la realizzazione del proprio essere, che è l'essere di
tutte le cose; perciò una tale realizzazione è impersonale ed onnicomprensiva. Questa realizzazione
non comporta un attutimento della coscienza, ma se mai, una sua esaltazione per il suo espandersi
oltre i confini
del tempo e dello spazio, del tu e dell'"io".

Liberazione come affrancamento dall'io

Sareste voi capaci di descrivere, a chi non fosse dotato di senso olfattivo, che cosa è un profumo o
che differenza c'è fra un profumo e l'altro? E più ancora, descrivendoli, suscitare negli altri le
gradevoli sensazioni indotte dai buoni odori? Credo che nessuno potrebbe fare questo. Così noi non
possiamo farvi provare la vita del "sentire" semplicemente parlandovene; ma se ve ne parliamo è
per polarizzare la vostra attenzione sulla possibilità di un'esistenza diversamente dalla condotta
vostra, al di là delle convenzioni che vi condizionano, al di là degli schemi e delle limitazioni
disegnate dall'"io". Ma voi non dovete credere che una tale esistenza sia raggiungibile in un'altra
dimensione e in un altro tempo, che la liberazione avvenga in altri piani di esistenza o in un'epoca
futura. La liberazione della quale vi parliamo non è affrancamento dalla contingenza, ma dal vostro
"io", dal limitato e convenzionale modo di concepire la vostra esistenza. Essa significa abbandonare
i rigidi schemi che vi condizionano per dischiudervi all'eterno ed all'infinito.

Tale liberazione si realizza nella costante consapevolezza delle azioni, dei desideri, dei pensieri,
essendone consci nel presente, vivendo l'attuale, non considerandosi paghi del passato, non
rinviando al futuro. Una coscienza costretta nello schema "io-non io" non potrà divenire una con ciò
che è senza principio, né fine né divisione. Ponendo la vostra attenzione al di là dei confini creati
dall'"io", è raggiungere una nuova dimensione della Realtà nel modo più vero - perché l'unico - che
è quello di ampliare la propria coscienza, raggiungere un nuovo "sentire".

Teresa

Conservare il senso mistico

Creature che siete in attesa della nostra presenza, ecco, noi rispondiamo al vostro appello, al vostro
richiamo ed io sono fra voi per darvi speranza, per dirvi: voi che non seguite con la mente gli alti
insegnamenti dei Maestri, siate sereni e fiduciosi, io sono con voi. La Verità che è in ognuno, in
ogni essere, è suscitata non solo dalla mente ma anche dall'amore di Dio! Dio!
La povera e misera Teresa con lo sconfinato amore per il Creatore del Tutto, l'ha trovato in Sè, in
forza del suo amore. E così dico a quelli che non sanno seguire difficili ragionamenti.
La Verità è in voi e può essere suscitata anche con l'amore per il nostro Creatore. Non disperate,
l'intuizione soccorre l'umile, il povero di spirito e gli fa conoscere la Verità che nasconde ai saggi.
Fratelli, non perdere mai il senso mistico della vita. Pensate a noi come a creature simili a voi che
sono protese per cercare di aiutarvi, di farvi comprendere chiaramente il senso di ciò che vi attende.
Cari, io sono con tutti voi e vi prego, non abbandonatemi!

Religiosità come fatto interiore

"Non chi dice "Signore, Signore!" entra nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre". Sorelle,
fratelli, vedete come il nostro Maestro ci ponesse in guardia acciocché non riducessimo il nostro
senso religioso ad un fatto di apparenza, e come abbiamo tenuto in nessun conto le Sue parole! Sì, è
vero, tutta la nostra religiosità può ridursi ad un fatto esteriore, ma siamo noi che non abbiamo
compreso, non chi ci ha insegnato. E' vero, tutto potrebbe essere nuovamente considerato, ma per
far ciò che dobbiamo fare e che sappiamo di fare, non occorre attendere le riforme. Liberiamoci
pure dagli orpelli se questi occupano il posto del nostro misticismo, ma che tolti quelli non sia il
vuoto.
Beati quei fratelli, beate quelle sorelle che vedono chiaramente gli errori dei loro simili e li additano
agli altri, perché certamente non ne commetteranno di eguali. Meschino chi indica l'errore non per
distruggere l'errare, ma per distruggere chi ha errato. Meschino colui che vuol distruggere i suoi
simili coi loro errori e per i loro errori, per poi prenderne il posto e in tutto ripeterli. Meschino chi
vuol mostrare la sua onestà dimostrando la disonestà degli altri e carpire la vostra fiducia per poi
derubarvi.
Non lasciate ad altri la vostra salvezza, ma ognuno sia degno Tempio e sacerdote di Dio. Pace,
fratelli. Pace. Tutti vi benedico. Tutti vi abbraccio.

La pienezza della semplicità

Dolci creature semplici che vivete paghe della vostra semplicità, perché non vi affannate per porvi
all'ombra dei potenti, né per godere di una grande fama o di una particolare permissione degli
uomini, non scoraggiatevi se la vostra natura non vi consente di cimentarvi in complicate
speculazioni filosofiche.
Ciascuno percorre il cammino che Dio gli ha assegnato e deve trovare gioia nell'essere se stesso.
Ringraziate Dio, perché non dandovi un eccessivo attaccamento alle cose sensibili, di esse non vi ha
rese schiave; perché non facendovi trovare ciò che non è lecito possedere, vi ha dato la gioia del
cuore. Perché non facendovi affannare in inutili rimpianti, né affaticare per procurarvi cose
superflue, vi dà la gioia di vivere. Se foste desiderose d'essere in questo o in quel luogo, di ricevere
questa o quella lode, mai sareste libere da affanni. Invece nella soddisfazione che la tranquillità
interiore e la semplicità del vostro essere vi danno, voi siete disposte a ricevere celesti intuizioni. E
così, sia, creature! Così sia!

PREGHIERA

Altissimo Signore, eterno Iddio, di cui tutti siamo l'espressione, fa' che comprendiamo qual è il
posto che Tu ci hai assegnato, dacci la comprensione della Tua volontà e la capacità di adempierla.
Fa' che comprendiamo cosa la sofferenza vuole insegnarci, fa' che siamo consapevoli dei nostri
limiti e delle nostre capacità e, in questa consapevolezza, come sia nostro dovere operare con il
progresso.
Fa' che comprendiamo di non sfruttare gli altri, dacci la forza di bastare a noi stessi e la generosità
di aiutare gli altri.
Poiché l'uomo viene in questo mondo e da esso se ne va nudo, sicché è perfettamente inutile che
egli accumuli i beni per se stesso. Riempici tanto di più da colmare la nostra pochezza che di tutto ci
rende mancanti. Amen.
La vita interiore

Sorelle, fratelli, considerate come l'uomo giudichi importante solo il suo tempo e privo di valore il
passato, specie tutto ciò che non è giunto fino ai suoi giorni. Eppure sono esistite civiltà
meravigliose che conservano il loro valore anche se si sono estinte. Sorelle, fratelli, considerate
come l'uomo giudichi importanti solo le realizzazioni nel mondo esteriore. E' vero che esse sono
tanto più importanti quanto più a lungo durano nel tempo, ma per quanto a lungo durino, non
dureranno mai come le opere che hanno albergo nell'intimo dell'uomo. Il vero valore di una civiltà
sta nella coscienza che ha saputo dare ai suoi figli; quella era la sua vera funzione, che è la funzione
di tutto il mondo esteriore, la funzione della vita di ognuno.
Perciò nessuna umiliazione sarà mai tanto avvilente se dona la vita interiore. Nessuna povertà sarà
mai tanto gravosa se rende ricchi interiormente. Nessuna infermità sarà mai tanto penosa se desta
l'"essere" interiore. Nessun dolore sarà mai tanto ingiusto se dona la comprensione. Tutte le opere
del mondo esteriore in quello rimangono e debbono essere lasciate. Solo il nostro essere interiore ci
appartiene e la sua ricchezza o povertà ovunque ci seguono. Perciò tutto quello che ci apre alla vita
interiore è prezioso e per quanto grande possa sembrarci il suo costo, non sarà mai abbastanza
pagato.
Vi benedico! Pace! Pace!

L'amore

Fratelli, considerate come i rapporti fra gli uomini siano basati solamente sui diritti e sui doveri, e
quanto poco posto sia lasciato al trasporto d'amore! Eppure, l'amore è la ricchezza più grande che
un'anima può avere. Se possedeste tutti i beni della Terra, non sareste ricchi come chi ama. E se
foste gli uomini più conosciuti e più stimati, sareste soli senza l'amore.
E se poteste avere tutta la forza che gli uomini possono avere, sareste gli esseri più deboli senza
l'amore. Senza l'amore la verità più grande è incompleta, e l'arte più eccelsa non riuscirà mai ad
imitare la perfezione delle opere ispirate dall'amore. Senza l'amore la verità più grande è
incompleta, e l'arte più eccelsa non riuscirà mai ad imitare la perfezione delle opere ispirate
dall'amore. Senza l'amore l'intelligenza può rendervi solo crudeli e tutta la scienza a nulla serve
senza l'amore. Chi ama veramente ha la vera ricchezza, la vera pienezza e la forza che non conosce
ostacoli. E' dolce o severo, tollerante o esigente, così come il bene dell'amato richiede. Paziente,
generoso, è completo di ogni virtù, perché dimentica se stesso nel trasporto d'amore.
Sorelle, fratelli, possiate amare di quell'amore che in se stesso è premio di chi ama.
Io vi amo, o cari! Pace, pace a tutti voi!

Fratello Orientale

Dio è ovunque

Molti uomini pensano che per condurre una vita retta ed equilibrata sia necessario credere a Dio,
avere una fede. Ma ciò non è esatto. Anzi quel Dio che essi hanno costruito secondo le loro
limitazioni, non può esistere. Quel Dio che appartiene alle loro bandiere, alla loro Nazione, alla loro
religione, che è il loro protettore e il distruttore degli altri, non può esistere.
Tu guardi con diffidenza chi si dichiara ateo, ma fra questi e chi crede in un Dio di comodo, non c'è
differenza: entrambi sono nell'errore. Non pensare che Dio sia in qualche luogo remoto
dell'esistente; Egli è ovunque, in ogni cosa animata e inanimata esiste.
Il compimento della tua esistenza è il raggiungimento della divinità, perciò Egli è anche in te,
fratello caro. Se potrai identificarti con tutto quanto ti circonda, col dolore e la sofferenza, la felicità
e l'estasi che sono nel cuore di ognuno; se cesserai di ostinarti a sentirti separato da tutto quanto ti
circonda; se potrai convincerti che ovunque c'e vita, quella vita è Una, nonostante che molteplici
siano le sue espressioni, avrai trovato quel filo che conduce a Lui, ed avrai assolto lo scopo per il
quale sei nato.

La vera ricchezza

Tu desideri possedere numerosi oggetti, non tanto per rendere più comoda la tua esistenza, quanto
per abbellire e valorizzare la tua persona. Così perdi la serenità e vessi i tuoi fratelli per giungere a
possedere quelle cose che credi alzino il tenore della tua vita e non ti accorgi che quegli oggetti
diventano i tuoi padroni prima ancora che tu li possegga, distruggono la tua pace e ti impediscono di
godere la vera gioia della vita che sta nella spontanea semplicità della natura.
Il denaro è il mezzo attraverso al quale si giunge a possedere, ma molto spesso da servo diventa
padrone e quando è così è sempre un cattivo padrone. Ricorda: la vera ricchezza è la saggezza; un
mendicante saggio è più regale di un Re stolto.
Mira solo all'essenziale, non chiedere alla vita il superfluo, non chiedere la ricchezza, ma la pura
serenità del tuo cuore e allora la luce del giorno o l'oscurità della notte, il sole o la pioggia, il sibilo
del vento o il sorriso di un fanciullo, ti daranno quella gioia che nessun cuore arido può provare,
neppure pagandola con tutti i tesori del mondo.

Non chiedere di essere onorato, stimato, rispettato, ma cerca ciò che dura più della stima, del
rispetto e dell'onore. Non chiedere d'essere conosciuto, ma cerca di conoscere soprattutto te stesso.
Non chiedere ciò che non hai la forza di amministrare e che potrebbe sfuggirti di mano e portare la
rovina a te e ad altri, ma fai bene quello che è nelle tue possibilità.
Ricorda: è molto più utile un bravo operaio che un cattivo ingegnere. Contrariamente a quanto si
crede, non è la carica che nobilita l'uomo, ma se mai è il contrario. Non chiedere di essere il primo
nel folle mondo degli uomini, ma sii l'ultimo fra i saggi del cielo.
Giustamente ti è stato detto che nessuna esperienza va perduta; l'esperienza del sensuale lo conduce
ad abbandonare la sensualità, ma è possibile essere sobri pur non calcando il sentiero degli eccessi.
Come la malvagità è essa stessa castigo del malvagio, così la pace interiore inonda l'animo di chi
libera il cuor suo da ogni inutile affanno.

Superare ogni divisione ed ogni discriminazione

Fratello, tu vivi in un mondo in cui è facile venire in contatto con le molte ideologie; di fronte a
questa grande varietà di pensiero, saggio è essere tolleranti, riconoscere a tutti il diritto di pensare e
di credere liberamente. Hai mai meditato come la tua tolleranza sia più grande quanto meno siano
toccati i tuoi interessi? E come ti sia più facile essere tollerante con i morti che non con i vivi? Tu
suoli tenere delle immagini sacre con l'effigie di grandi pensatori scomparsi, per mostrare con ciò
tutto il tuo rispetto, la tua ammirazione, la tua devozione per quelle persone. Ma se esse tornassero
in vita e, in qualche modo, condannassero ciò che pensi e come vivi, che fine farebbero quelle
immagini? Saresti così tollerante da continuare ad amare ed apprezzare quelle figure?

Ciò che gli altri pensano o fanno, è da te tollerato in misura diversa, secondo che gli altri siano
conoscenti, parenti, amici o familiari. Quanto più gli altri sono tuoi intimi, tanto meno sei disposto a
tollerare che essi non condividano i tuoi principi.
Tu giustifichi il tuo strano comportamento affermando che fra chi conosci, verso chi ti è più vicino,
senti maggior senso di responsabilità. Così la tua tolleranza verso gli altri si chiama piuttosto
indifferenza. Che senso ha assumersi delle responsabilità solo verso chi si conosce, sentirsi in
dovere solo verso chi si ama? Se un tuo fratello ha bisogno di aiuto, lo ha che tu lo frequenti o
meno, e che cosa cambia della sua situazione per il fatto che tu lo conosci, se pur conoscendolo non
l'aiuti?

Quando una calamità si è abbattuta su un gruppo di persone, e vieni a sapere che chi conosci è
rimasto incolume, tiri un sospiro di sollievo come se niente fosse accaduto; ma chi ha posto questi
strani limiti al tuo interessamento? Sono essi reali, o convenzionali e crudeli?
Tu credi di dimostrare la tua grande tolleranza predicando l'eguaglianza fra tutti gli uomini, a
qualunque Nazione, religione, ceto sociale essi appartengano e non comprendi che la stessa idea di
Nazione, ceto sociale, religione e in se stessa crudele. Essere tolleranti non significa essere
indifferenti, cessare di vivere.

Tu difendi così bene la tua indifferenza - che credi di sublimare chiamando tolleranza - che quando
odi una verità scomoda, la distruggi intellettualizzandola; così il tuo intelletto e le tue opinioni
divengono i tuoi distruttori. Se poi ciò che odi va contro la verità che la tua religione professa, tu
non ascolti giustificandoti col dire che chi parla è certamente ispirato dalle forze del male e non
comprendi che così facendo tu sei preda del maligno, ossia dell'errore.
Ascolta ciò che gli altri dicono, non essere indifferente. Sii freddo o caldo. Tu non sei né questo né
quello perché temi di perdere or l'una or l'altra occasione; così permani nella stagnazione della tua
indifferenza; cessi di vivere, perdi l'occasione di comprendere e la profondità del tuo pensiero. Ma
io ti dico che solo laddove è profondità di pensiero e di sentimento vi è la pienezza della vita.

Esistere realmente

Fratello, questa sera spetta a me parlarti. Vorrei che le mie parole ti fossero utili, ti recassero quel
discernimento che fa vedere il giusto valore delle cose e delle situazioni; ed a farti sfuggire alle
molte influenze e suggestioni che gli uomini politici, gli economisti, i religiosi operano su te,
facendo leva dove sei più feribile.
Vorrei che tu comprendessi come, con parole acconce, dall'uomo tu sia ingannato e tu conservassi
la tua serenità.
Vorrei che ti rendessi conto come una legge del mondo umano sia applicata quando corrisponde a
ciò che si vuol fare, e venga messa in disparte quando, con i suoi divieti, impedirebbe di fare ciò che
si vuole. Questo sarebbe ancora tollerabile se ciò che si vuol fare fosse nell'interesse generale,
perché l'uomo non è fatto per la legge, ma la legge è fatta per l'uomo.
Ma purtroppo non è così. Ebbene vorrei che rendendoti conto di tutto ciò, le tue reazioni fossero
identiche sia che i tuoi intessi vengano lesi, o che non lo siano affatto, o che lo siano quelli degli
altri. Non credere che io ti insegni a frenare le tue reazioni. Se ciò che t'impedisce di opporti
all'altrui dispotismo è la paura, se è l'ignoranza che t'impedisce di renderti conto di quanto sei
strumentalizzato, se è la pigrizia che t'induce all'accettazione in nome del quieto vivere, sappi che il
tuo dovere è quello di combattere per difendere i tuoi diritti. Ma ciò che io invoco per te è quella
comprensione che, facendoti superare un'idea egoistica della vita, ti fa porgere l'altra guancia; che ti
fa intendere come tutto sia creazione della soggettività, castello dell'illusione, e pur ti fa vivere
come se tutto fosse reale. Quella comprensione che ti fa intendere come il cammino dell'uomo passi
dall'odio per giungere all'amore e dall'amore per giungere all'unione. Se il mondo nel quale tu vivi ti
mostra tutta la sua fredda crudeltà, insensibilità ed ingiustizia, se della società di cui fai parte tu
cogli solo la confusione e la corruzione, sappi che questi tristi spettacoli, quanto più ti riguardano da
vicino e più servono a formare la tua coscienza individuale. Il dolore che l'egoismo e l'ignoranza
causano, si trasforma in liberante comprensione quanto prima prendi coscienza di te stesso.

Ora tutto è confuso in te. Sii consapevole della tua impossibilità di seguire cosa sta oltre le umane
miserie; non prendere quelle come termine di paragone per giudicare Dio; sii cosciente della tua
attuale limitazione, non credere che ciò che non può essere contenuto dalla tua misura non possa
esistere.
Osservando un quadro, con un solo sguardo tu abbracci l'intera opera e solo dopo un'osservazione
generale ti soffermi sui particolari. Ora, di questo meraviglioso disegno che è l'Esistente, tu puoi
coglierne solo pochi frammenti: è come se di una ciclopica pittura tu potessi scorgere solo pochi
millimetri quadrati. Che cosa capiresti? Come potresti apprezzare la bellezza dei particolari che
viene in luce solo se si conosce il senso dell'intera opera? Noi ti parliamo di quella parte
dell'Esistente che sfugge alla tua comprensione ed alla tua osservazione e confidiamo che tu possa
comprendere e credere, perché comprendendo e credendo tu getti un ponte verso quella parte della
Realtà che ti è straniera.

Nulla per destinazione rimane segreto, sconosciuto; tutto quanto ti diciamo ha lo scopo di stimolare
la tua attenzione, avvicinarti a quella parte di realtà che ti è ignota, invitarti a riflettere. La tua futura
esistenza è realizzata in una condizione d'essere che non conosce separazione, in cui nulla è ignoto
o straniero.
Non occorre fare un atto di fede per credere a tutto ciò; gli stessi problemi della vita moderna ti
rivelano la Verità di certe affermazioni. L'inquinamento che avvelena l'ambiente dimostra che ogni
vita non è a sé stante; tuttavia ciò che puoi osservare non è che un aspetto marginale dell'unità
sostanziale che sta al di là della varietà delle specie. La stretta connessione che vi è fra le forme
vitali, sicché danneggiando l'una si danneggia l'altra, si spiega solo se si comprende che ogni vita fa
parte di una sola vita, come ogni essere, di cui le forme di vita sono espressione, è in realtà un solo
essere. Nel presente momento - che in realtà è senza tempo, ma che pare trascorrere sì velocemente
che sembra appartenere solo al ricordo - tu sei una cellula dell'unico Essere, tu sei un frammento
della coscienza assoluta. E' dunque apparente la tua astrazione dal Tutto, è illusione ciò che limita la
tua coscienza; oltre l'illusione sta il tuo vero essere, l'essere unico ed assoluto.

Convinciti di questa Verità e l'insegnamento dei Maestri ti apparirà in tutto il suo profondo
significato. Esso non è un'elementare - anche se preziosa - norma di comportamento, destinata ad
appianare le relazioni sociali; non è un baluardo contro il dilagare dell'egoismo in cui la violenza
più bieca e la crudeltà più ingiustificata, sono al tempo stesso logica conseguenza ed unico rimedio
che possa richiamare gli uomini ad una maggiore comprensione, rispetto, tolleranza. Il vero
significato dell'insegnamento dei Maestri traspare dalla constatazione che il senso dell'"io", prodotto
dalla limitazione, è destinato a cadere per lasciare il posto ad una consapevolezza che non conosce
frontiera, in cui non vi è più qui-là, ora-dopo.

Essere altruisti non significa stare dalla parte opposta dell'egoismo, ossia riconoscere i diritti degli
altri accettando un compromesso necessario per la convivenza fra il proprio egoismo e quello degli
altri. Non vorrei che le mie parole ti inducessero a credere che il tuo "io" debba dilatarsi tanto da
contenere quello degli altri. Io non ti dico che tu non devi fare male agli altri perché così facendo tu
fai male a te stesso; io ti parlo del superamento del senso dell'"io", non della sua espansione o della
sua sublimazione. Capisco che per te oggi sia molto difficile immaginare un'esistenza che non
contenga il senso dell'"io", tutto da te è inteso in chiave egoistica, la stessa comprensione. In
sostanza tu dici: "Io devo comprendere perché il comprendere mi è più utile che il non
comprendere". Eppure, anche se oggi per te e inimmaginabile, un'esistenza non più condizionata dal
senso dell'"io" è la tua futura e vera esistenza.

Quanto più ti avvicini a questa Verità, più chiaro, finalizzato e bello ti appare l'universo. Se
stupefatto, ammiri la perizia con cui si compie il ciclo naturale, sappi che ciò che vedi non è che un
frammento della profonda ragione che sta dietro ogni cosa della suprema intelligenza che tutto
governa. Ciò che puoi vedere, udire, gustare attraverso alla percezione, non è che l'ombra di ciò che
realmente è. Quando vedrai senza occhi udrai senza orecchie e più non sarai prigioniero delle
creature, dell'illusione, né schiavo del tuo "io", sarai la bellezza ed il bello, l'ammirazione e
l'ammirato, l'amante e l'amato. Tu vivrai, esisterai realmente.
Che sciocco timore quello di chi teme di perdere ciò che ha o ciò che è! Ora tu sei sensazione che
esiste solo nel mutamento; ora tu sei pensiero che nessuno può imprigionare; ora tu sei un "io" che
esiste solo se sei convinto che esista il suo contrario. E come puoi pensare di possedere
permanentemente queste cose che non ti appartengono? Esse non sono il vero te stesso: il vero te
stesso è ben altro.
Come pianta o come animale, come uomo o come donna, come soldato o come operaio, come
mendico o come regnante, qui o altrove, oggi o domani, tu vivi. E questa vita attraverso alla
molteplicità delle sue percezioni, è causa ed effetto di quella catena di "sentire" che è l'essenza di
ogni essere. Qualunque sia la forma da te rivestita, essa suscita particolari percezioni la cui ragione
d'esistenza è la rivelazione di un nuovo "sentire" e di un nuovo te stesso. Finché comprenderai che il
giorno della tua liberazione è l'oggi e che solo tu ne sei l'artefice. Allora il "sentire" dilagherà,
conducendoti in una dimensione d'esistenza al di là del mondo di miraggi e di ombre di cui oggi
giaci prigioniero.

L'essere meraviglioso

Nel mondo in cui tu vivi tutto viene divorato dal tempo. Gli uomini che vivono attivamente, sono
così condizionati dall'incalzare del tempo che corrono, corrono, corrono dietro al tempo. Non sia
così anche per te, fratello caro. Fa' che la tua vita di tutti i giorni non sia interamente assorbita dal
mondo sensibile: porgi la tua attenzione a ciò che si nasconde oltre il mondo delle immagini che pur
tanto ti appassiona; scopri che cosa è celato in quel giuoco apparentemente senza senso - e perciò
apparentemente ancora più tragico e crudele - che è la vita. Solleva il velo dell'illusione che vi fa
apparire diversi, divisi, nemici; che crea l'"io" ed attizza l'avidità del "mio".
Oltre tutto ciò sta il mondo che ti attende una volta lasciata la ruota delle incarnazioni, sta il mondo
del "sentire". Mi rendo conto di come sia per te difficile immaginare un'esistenza senza immagini,
senza impressioni sensorie, senza pensiero, perché il tuo intimo "sentire" pare non possa
disgiungersi dal mondo sensibile e dagli accadimenti; perfino un sentimento come l'amore in te è
provocato da immagini, tanto che tu facilmente lo scambi con la concupiscenza. Se non ami un tuo
fratello per la bellezza del suo corpo, tu lo ami per la sua personalità o per la sua intelligenza. Ma
come l'amore per l'armonia delle forme corporee è destinato a durare per il solo tempo della
fioritura, così è destinato a dissolversi brevemente l'amore per la personalità e l'intelligenza, non
meno caduche dei corpi. Accogli il mio invito a volgere la tua attenzione a ciò che sta al di là del
mondo dell'apparenza.

Se tu potrai vedere in ogni tuo fratello - al di là del suo mutevole aspetto nel mondo della
percezione - l'"essere" meraviglioso che in lui si nasconde, tu non sarai più condizionato dal suo
apparire, dai suoi gusti, dai suoi costumi o dalle sue idee, perché tu vedrai la sua vera natura, il suo
vero "essere" che è l'"essere" vero di ognuno. Convinciti che non ha senso soffermarsi su ciò che
appare di ognuno, anziché sintonizzarsi su ciò che è. Comprendi che ognuno manifesta uno stato di
coscienza, favilla della coscienza assoluta, goccia dell'infinito oceano del "sentire", ma che al di là
della goccia sta la qualità dell'oceano.

Mantra

Se tu cogliessi un frutto prima della stagione della sua maturazione, tu lo perderesti; ma altrettanto
tu lo perderesti se tu lo lasciassi marcire sulla pianta. E' giunto il tempo che tu ricerchi la vera
condizione di ciò che appare, cominciando da te stesso. Ripeti perciò mentalmente con me questo
mantra.

"Rivolgo la mia attenzione alla profondità del mio "essere" che si effonde oltre la mia attuale
consapevolezza. Il mio "io" è prodotto delle contingenti limitazioni e dell'errata autoconvinzione
che il mio "essere" sia in esse contenuto. I conseguenti egoismo, avidità, paura, senso di ostilità per
ciò che credo non sia me stesso, mi impediscono di aprirmi alla vita dell'illimitato "essere" che è in
ogni uomo e che fonde in pura unione d'amore tutte le forme di vita esistenti in una sola.

La vera natura di ognuno, come la mia, sta oltre le contingenti limitazioni e differenziazioni che
creano le personalità amate ed avversate. Al di là di ciò ch'io trovo spregevole e detestabile nei miei
fratelli, sta Colui ch'è sommamente amabile e sommamente ama, perché è sommo amore. Dietro
l'aspetto mutevole e caduco di ogni uomo, sta il vero Sè di ognuno, l'unico Essere in cui tutti ci
riconosceremo. Desiderio e repulsione, come gioia e pena, vanno e vengono e, come le forme di
vita, sbocciano e appassiscono; ma il vero Sè immutabile resta. Non mi oppongo al fluire in me
dell'unica Vita, arrendevole mi abbandono per seguire la Sua, volontà. Conducimi dove è giusto che
io sia, guida ogni mia azione sì ch'io la compia non per goderne i frutti, ma per la Tua gloria. Fa'
ch'io sia strumento consapevole della Tua Manifestazione, Tu che sei la sorgente di ogni vita, Tu
che sei la coscienza senza limiti, Tu che sei fuori e dentro agli "esseri" e da essi non sei diviso e in
essi non Ti dividi; Tu che tutto contieni, di ognuno sei radice e nutrimento, Tu che sei la forma e la
sostanza di ogni "essere" e la spiegazione della sua stessa esistenza; Tu che sei ragione di Te
medesimo, Tu che mai non fosti e mai nasci, mai muori, pur essendo causa e finalità del Tutto,
immergimi cosciente nell'infinita profondità del Tuo Essere, ove v'ha completezza tutto ciò che è
incompleto, ove si dissolve ogni separazione, cade ogni limitazione, ove passato e futuro sono
Presente Eterno".

L'uomo e la morale

L'altruismo deve essere spontaneo

Le parole del Fratello Orientale e di Teresa possono suonare come insegnamenti morali nel senso
tradizionalmente inteso, mentre Claudio sembra dare un'interpretazione contrastante di quello che
fino ad oggi si è inteso per comportamento morale. I due
punti di vista sembrano essere inconciliabilmente diversi. Da ciò scaturisce automaticamente una
domanda: si deve o non si deve compiere un'azione altruistica quando il farlo non è uno slancio
spontaneo, ma un'imposizione a se stessi?
Serve o non serve, ad esempio, essere caritatevoli, quando questo atto lo si compie non per amore al
prossimo, non perché si ama il prossimo nostro come se stessi? Caritatevoli! Carità!
Non è una parola nuova né può essere argomento di nuove trattazioni. Concetti quindi che avete
udito altre volte, non formule nuove atte a mantenere vivo l'interesse come si vorrebbe fare per ogni
forma di spettacolo, ma parole dette e ridette. A poco servono perché non è che l'uomo non sappia
come fare (in questo caso sarebbero inutili) ma quanto esprimono non esiste nella natura
dell'umano. Amore al prossimo è la causa del desiderio di aiutarlo. E voi dite: "Come fare? Non ne
ho la possibilità; se fossi ricco darei di più". Ma la proporzione rimarrebbe quella.

Piace a volte fare la carità; dar vita a certe pitture nelle quali si vede uno straccione che tende la
mano ad un signorotto nutrito che lascia cadere qualche spicciolo. Ecco la carità! La coscienza
tripudia, il fegato non si logora e il caritatevole è in pace con se stesso, Dio e gli uomini!
Tale atto può essere determinato, a volte, dalla pietà; sentirsi superiori e commiserare chi sta più in
basso; questa è la pietà!

Oggi però l'uccidersi a vicenda reso legittimo dalle guerre, l'omicidio presentato come una
competizione sportiva nei passatempi della società, hanno ottuso il cuore degli uomini e la pietà si
trova solo nelle vere e grandi tragedie, altrimenti i dolori degli altri non sono degni di
considerazione. Deve esserci un elemento che crei l'ambiente: il vestito logoro, il volto sofferente
sono una specie di montura per gli accattoni di professione che assicura loro un certo successo
anche con chi, per non averli vicino, è disposto a regalare frettolosamente qualche spicciolo. Con
altri, invece, non hanno la stessa fortuna; coloro i quali dicono che essi chiedono pur avendo a
sufficienza da vivere. Ma chissà che proprio per questo non siano bisognosi di aiuto? Perché non
solo di denaro si ha bisogno. Ciascuno riceve e ciascuno deve dare: si riceve dalla natura, dai nostri
Fratelli Maggiori e non lo sappiamo. Ma noi quanto rumore facciamo, tanto difficile sembra aiutare!
Eppure ogni ostacolo sparisce di fronte a chi, per amore del prossimo, dona! Guai se chi ha aiutato
non è stato aiutato. Guai se chi ha donato non ha ricevuto in cambio riconoscenza! Molti calcoli si
fanno donando. Disse un grande Spirito: "Non lasciare tempo al sole di riasciugare una lacrima
prima che tu non l'abbia asciugata". Generalmente e già molto se l'uomo dona non togliendo
dall'indispensabile ma dal soprappiù. Ognuno cerca la sicurezza del domani e la cerca allargando i
confini del "mio", ma tale sicurezza sarebbe più facilmente raggiunta se questi confini non
esistessero. Infatti quale paura può fare il futuro se l'uomo non è solo, diviso dall'egoismo?

E quale altra barriera v'è fra gli uni e gli altri, se non questa?
La separatività, l'"io", il non "io", il mio, ecco su che cosa si fonda tutto un sistema sociale, in cui
ogni unità si muove con dolore in una paurosa solitudine. Si cerca allora una sicurezza, si cerca di
evadere, ma la sicurezza che a volte si può avere, scaturisce dalla comprensione ma è ignoranza,
presunta superiorità dell'"io" e si dona per abbellire l'"io", per propiziarsi i favori dell'Ente
Supremo, per guadagnare.
Se dunque l'atto che l'uomo dovrebbe compiere per uno sconfinato amore ai suoi fratelli, scaturisce
dalla sua natura egoistica, sparisce il valore della carità? L'uomo è quello che è, le sue azioni sono
quelle che sono, non possono cambiarlo; ma quando interessano direttamente altre creature, il
valore dell'intenzione può essere opposto a quello della conseguenza. Tuttavia bisogna tener
presente che la vita non ha il valore che può scaturire dalle intenzioni e dalle conseguenze delle
azioni compiute; una partita di meriti e demeriti. Il valore della vita sta nell'avere trasformato
l'uomo, nell'aver creato in lui un nuovo essere, non nell'avergli attribuito un nuovo atteggiamento.
Non sempre si è altruisti comportandoci come tali spesso è un atteggiarsi ad esserlo.

Camminava un uomo lungo la riva di un fiume, quando vide in mezzo ai gorghi un suo fratello che
chiedeva aiuto per non annegare. Molti altri si erano fermati udendo le invocazioni ed il nostro
uomo, mentre si liberava degli abiti per gettarsi al salvataggio, rifletteva, cercava in sé quale era la
vera ragione che lo spingeva ad aiutare il fratello in pericolo, ed accorgendosi che tutto ciò per lui
non rappresentava che l'occasione per ricevere il plauso suo e degli altri, considerando l'inutilità di
tutto ciò, si rivestì: siccome nessun altro v'era che sapesse nuotare, il poveretto che aveva chiesto
aiuto, annegò.
Dice il Fratello Orientale: "Laddove necessiti un sacrificio, anche il grave sacrificio della tua vita,
non esitare, dona te stesso per aiutare un tuo fratello".
Chi può non inchinarsi a questa morale?

Ma Claudio osserva che "a poco servono le azioni quando non sono frutto di un reale sentimento".
Ad esempio l'egoista rimarrebbe tale anche se donasse tutto il suo avere ai poveri.
Chi può non riconoscere tale verità? Eppure queste due affermazioni sembrano essere in contrasto.
Qual è allora quella giusta? L'un insegnamento completa l'altro: l'uno riguarda l'uomo di fronte ai
suoi simili, l'altro di fronte a se stesso: l'uno le conseguenze e l'altro le intenzioni.
Non vi promettiamo premi eterni, non usiamo il metodo della carota, vi diciamo: i bei gesti non vi
cambiano; compiendoli restate quelli che siete; non vi serviranno per placare l'ira di Dio, giacché
Dio non è un bilioso. Non vi insegniamo a dare per quello che potete avere, cioè per egoismo, ma
per il dare in sé, per esplicare una legge naturale come può esserlo il cibarsi.
In ultima analisi, l'esperienza del moralista vale quella della prostituta, però "non lasciate tempo al
sole di asciugare la lacrima di un vostro fratello, prima che voi non l'abbiate asciugata".
KEMPIS

L'ideale morale

Le nostre parole sono per tutti gli uomini; ma solo a chi - insoddisfatto di ciò che la vita materiale
può dargli - ricerca valori che non periscono nel trascorrere del tempo noi parliamo veramente.
Voi che non siete del mondo, ma che incerti giacete preda di un intimo conflitto fra l'insegnamento
dei Maestri e le esigenze della vita umana, ascoltateci. Ciò che abbiamo da dirvi può fare di voi
delle creature equilibrate, che sono nel giusto e nel vero, oppure può, a vostra insaputa, riportarvi a
quella vita di sensazione che la maggior parte degli uomini oggi segue, in cui ben poco v'è che
possa sfidare la polvere del tempo.

In ogni epoca i Maestri hanno portato la loro parola ed i loro insegnamenti hanno sempre
rappresentato ideali di moralità per i popoli cui erano diretti. Ideali tanto elevati che ancora oggi,
dopo millenni, gli uomini non sono riusciti a farne loro norma di vita. Quale ridicola attuazione ne
hanno data! Ciò che è stato detto per l'intimo essere di ciascuno è stato ridotto a vuota formalità, e i
lupi feroci si sono messi vestiti di pecore e di agnelli.
Che cosa occorre agli uomini, oggi? E' necessario rinnovare l'insegnamento dei Maestri, elevare gli
ideali morali già tanto irraggiungibili? Bisogna aiutare i singoli a comprendere ciò che da tempo è
stato detto. Ma solo a chi sente questa necessità è possibile tendere una mano. Chi, pago dei piaceri
del mondo, non ne sente bisogno non può operare un intimo rinnovamento spirituale. Ma voi che
intendete che la vita dello spirito non può ridursi a pregare per la salvezza della propria anima, a
riservare un po' di tempo ad andare in qualche chiesa spesso solo per chiedere a Dio un aiuto - voi
che pur comprendendo ciò, non riuscite a dedicare tutta la vita al vostro prossimo, devolvendo a lui
tutte le vostre sostanze, né avete tanta dedizione ed abnegazione da lasciarvi calpestare dall'altrui
crudeltà, soffocare dall'altrui egoismo, voi che cosa dovete fare? Questo vostro percepire il richiamo
dello spirito sarebbe, dunque, una beffa, un chiamarvi a posizioni, per la vostra stessa natura,
irraggiungibili? Ecco, perché vi parliamo. Ed ecco l'insegnamento: conoscere se stessi per essere nel
giusto e nel vero.
Ma quale giusto e quale vero? Il giusto ed il vero assoluti?

Solo chi vive nell'Assoluto può essere in questa Giustizia ed in questa Verità. Dunque nel vostro
giusto e nel vostro vero.
Perciò occorre conoscersi. E' necessario che conosciate i vostri limiti che vi tengono legati al
mondo e che siate volti agli ideali morali dei Maestri che da esso, invece, vogliono affrancarvi.

Il vostro giusto ed il vostro vero non possono essere il vostro tornaconto. Conoscere voi stessi per
sapere quanto siete del mondo e quanto dello spirito. E' da tale conoscenza che scaturisce il retto
agire. Agire rettamente, per voi, significa non ristagnare nella vita di sensazione che già più non vi
appaga, ma neppure significa illudervi di essere più di quanto in effetti siate nella vita spirituale.
L'uomo è un tutto unico, spirito e materia si fondono: siate consapevoli di quanto spirito e di quanta
materia sono in voi.
Così difendetevi dai vostri simili se, dall'esame sincero di voi stessi, scoprite di non avere la forza
per sopportare l'altrui offesa; opponetevi a chi vuol portarvi via la tunica se veramente non avete la
generosità di donare anche il mantello.
Un atto di altruismo compiuto senza valutarne il peso e le conseguenze è un dono che fate senza
sapere ciò che avete donato, è una cambiale che non sapete se potrete pagare. Questo significa
conoscere i propri limiti. Nessuno potrà mai addebitarvi le cose che non aveste potuto fare perché
più grandi di voi; ma quelle piccole, che sono contenute nei vostri limiti, ispirate ai vostri ideali
morali, quelle sì potrebbero bruciarvi se le avrete trascurate.
Vivere spiritualmente significa essere nel proprio giusto e nel proprio vero, ed essere nella propria
verità significa conoscere i propri limiti, in altre parole conoscere se stessi. Difendersi per non
essere di peso agli altri quando non si ha la forza di sopportare l'offesa, ma essere estremamente
sinceri con se stessi per non sentirsi autorizzati da questo insegnamento a rinnegare gli ideali morali
dei Maestri.

E' sempre migliore un ateo dai nobili intenti che un sacerdote dalle false intenzioni. Ma non sarà
mai abbastanza deprecato chi tacita la voce della propria coscienza per ascoltare il richiamo dei
desideri.
Ancora a voi, che essendo fatti di materia e di spirito siete fra la materia e lo spirito, diciamo
conoscete voi stessi ed in questa conoscenza, essendo nel vostro giusto e vero, cesseranno gli intimi
conflitti, ed in questo silenzio interiore, caduto l'ultimo segreto dell'essere vostro, liberi alfine,
trasformerete i vostri ideali morali in norme di vita.
DALI

La morale ideale

Kempis - Non è una scoperta sensazionale accorgersi che l'uomo concepisce la realtà unicamente in
chiave umana. Della natura si vede il capolavoro, del mondo in cui vive il sovrano; se ama gli
animali è perché attribuisce ad essi caratteri umani.
Se ammette l'esistenza, su altri pianeti, di forme di vita individualizzata, la massima concessione
che è disposto a fare in tema di diversità da se stesso, è nell'aspetto di quegli esseri. Sì, in linea di
massima è propenso ad ammettere altre civiltà planetarie più evolute della sua, ma i figli di quelle
civiltà sono dei se stessi ingigantiti. Per non parlare, poi, dell'aspetto mostruoso che invece
attribuisce a chi immagina di avere una natura difforme da quella del genere umano, genere di cui
vede se stesso prototipo esemplare. Perfino Dio è immaginato dall'uomo simile a sé: nella migliore
delle ipotesi è immaginato un "buon uomo"!
Questo modo di concepire la realtà, assume una natura così viscerale che raramente l'uomo riesce
ad accettare ciò che si discosta dal suo modo di vedere il mondo. Non crediate che stia condannando
questo fatto, sto semplicemente rilevandolo.
Rilevando cioè qualcosa che ha una ragione precisa, fondata, nell'ordine generale delle cose, come
ho avuto modo di dire anche ultimamente.
Ma solo l'Assoluto ha valore assoluto e se il riportare tutto in termini umani produce l'effetto
d'interessare e far vibrare l'uomo, giunge il momento in cui l'umano deve uscir fuori dalla propria
crisalide, dal proprio minuscolo mondo, ed aprirsi all'immensità che l'attende.
Claudio - Uscir fuori dal proprio mondo, per l'uomo, al massimo può significare avere un
comportamento altruistico; a questo vogliono ricondurre gli insegnamenti di altruismo delle Guide
spirituali dell'umanità: "non danneggiare, aiutare, amare i propri simili". Naturalmente, per rendere
accettabile, dall'uomo, un discorso che contrasta con il suo modo di concepire la realtà, è
necessario porlo in chiave egoistica; ossia è necessario affermare che il comportamento altruista
implicitamente comporta un premio.
L'adattamento della dottrina a se stessi avviene automaticamente, per una sorta di compromesso, ed
è condizione essenziale all'accettazione della dottrina. A voi forse questa condizione, può sonare
poco morale, ma se così è lo è perché avete posto attenzione ad una morale un tantino più avanzata,
una morale in cui i comportamenti altruistici non sono determinati da mire egoistiche, ma sono la
logica conseguenza di un modo di concepire la società che solo una ideologia retrograda e crudele
può affermare essere costituita da individui che non abbiano tutti gli stessi diritti-doveri. Vi assicuro
però che quello che a voi, almeno concettualmente, sembra un giusto modo di concepire l'altruismo
- ossia ritenendolo veramente tale quando prescinde da ogni forma di ricompensa - per altri è ancora
inconcepibile.
L'ideale morale dell'uomo è ben lungi dall'essere superato.

Kempis - Se si passano in rassegna le varie morali per scoprire quelle più elevate ed ispirate, si
osserva ch'esse sono ancora quelle delle antiche religioni, considerando incluse nei ceppi di origine
le differenziazioni più recenti. Se l'esame dalle antiche religioni si sposta alle più recenti
associazioni, congreghe, organizzazioni aventi intenti moralistici, si nota che il cambiamento è solo
esteriore. Per esempio: l'uomo anziché concepito da Dio, può essere immaginato financo
un'inseminazione degli extra-terrestri, ma tutto questo non significa "cambiamento della morale".
Le espressioni più alte della morale sono ancora quelle tradizionali. Badate bene, intendo dire che le
concezioni ormai acquisite come scontate, sono morali così umane che, se in tal modo fossero state
concepite sin dall'origine, si direbbero morali concepite da uomini, più che per gli uomini.
Pare che nella scuola della vita il potenziale d'istruzione dell'uomo, in fatto di morale, non conduca
oltre un'istruzione media; almeno a livello generale, non v'è possibilità d'istruzione superiore.

Claudio - Anche recentissime organizzazioni a carattere mistico-filosofico insegnano una morale


che nello spirito va poco oltre quello tradizionale. Ogni essere è concepito in chiave di avere: avere
degli attributi spirituali come il materialista ambisce beni materiali, avere un'evoluzione spirituale
che consenta un passo avanti nella gerarchia degli esseri. E per quanto concerne i rapporti con i
propri simili, lavorare per la fratellanza degli uomini, per la loro
spiritualizzazione. Tutte cose encomiabili, se non fossero concepite in chiave di guadagno personale
nell'evoluzione spirituale.
Come vi abbiamo detto, l'uomo difficilmente recepisce ciò che si allontana dal suo intimo essere;
quando accetta una concezione, immediatamente cerca di adattarla a se stesso. Se abbraccia la causa
del bene in senso morale, allora diventa un partigiano, fa del bene una parte contrapposta ad altre;
cerca di fare proseliti, combatte o comunque avversa chi non la pensa come lui. Questo impegno di
se stessi è preferibile all'abulia, al "non mi interessa", in ogni campo; ma è sicuro indice che non si è
superata la dimensione umana.

Kempis - Per superarla è necessario porre attenzione ad una nuova concezione di se stessi e della
realtà: ossia, ad una nuova morale, ammesso che il termine "morale" sia ancora abbastanza
indicativo per significare il raggiungimento di una "nuova natura". Se non si pone attenzione ad una
Verità, essa non entra mai a far parte dell'intimo essere. E'ora il momento di sottrarsi all'imperiosa
tendenza di concepire la realtà unicamente in chiave umana. La stessa scienza vostra -
particolarmente la fisica per quanto attiene al mondo delle particelle subatomiche - avverte la
necessità di superare certi postulati, certi schemi di pensiero, certi modelli ritenuti invalicabili.
Questa necessità ha fatto affermare a qualcuno che non è possibile dare un senso alla realtà sulla
base delle sole ricerche scientifiche: quanto più ampiamente e dettagliatamente la si osserva, tanto
più essa appare priva di significato. Lo spettacolo che si svolge dinanzi agli occhi dello scienziato,
acquista un senso per il solo spirito che l'osserva.

La conclusione di questa affermazione è verissima. Tuttavia ciò che sembra non avere senso, ha
proprio lo scopo di condurre a quella conclusione soggettiva; e se la conclusione appare troppo
fideistica, aggiungo: prescindiamo pure da essa, ma allora, in termini razionali, non si può
considerare privo di significato ciò che non si riesce a capire. Questo è presuntuoso, per non dire
strumentale, al fine di ricondurre la scienza dalla parte del materialismo dopo che aveva dato
evidenti segni di volersene staccare.

Io vorrei chiarire bene che cosa intendo: se si prendono dieci carte da giuoco, di un seme qualsiasi
e, dopo di averle ordinate dall'uno al dieci, si mischiano e si scoprono, nessuno si aspetterà di
trovarle ordinate nel modo iniziale. Se ancora si mischiano e di nuovo si scoprono, ben
difficilmente saranno in uno dei due ordini precedenti. Questo fatto non autorizza ad affermare che,
in natura, l'ordine tende a diventare disordine.
Se mai si potrà dire, più genericamente, che "uno stato" tende a trasformarsi in uno stato "diverso";
l'ordine è la disposizione secondo un certo criterio, il criterio appartiene alla dimensione umana ed
ha un suo innegabile valore, ma è un valore relativo: un valore che serve per capire solo fino ad un
certo punto. Per andare oltre è necessario trovare altri termini di raffronto.

Claudio - Noi non vogliamo fare di voi degli esseri che non vivono secondo la loro realtà, che
vivono in modo difforme dalla loro natura e dal loro "sentire". Semplicemente vogliamo richiamare
la vostra attenzione sul fatto che la dimensione umana, la condizione umana, non può esse assunta a
chiave di lettura del Cosmo intero. E, in termini di morale, che esistono altre morali ben più
avanzate della vostra.

Prendiamo in esame un precetto classico. Dice Matteo 6-24:


"Quando tu fai l'elemosina, non farla strombazzando dinanzi a te nelle sinagoghe e per le strade,
come fanno gli ipocriti per avere gloria agli occhi degli uomini. In verità ti dico che quella è la loro
ricompensa. Tu invece, quando fai l'elemosina, ignori la tua sinistra ciò che fa la destra, affinché la
tua elemosina resti nel segreto ed il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà". Si afferma
cioè che lo scopo di fare l'elemosina non è quello di mettersi in evidenza agli occhi degli uomini, di
avere una sorta di riconoscimento, di ricompensa umana; e questo è un primo ideale morale.
Tuttavia il versetto promette un altro genere di ricompensa: quella spirituale. Perciò la questione è
ancora nei termini: "do, ma ricevo". Un modo di purificare questo concetto, o il concetto in generale
dell'aiutare, è quello di accettarlo prescindendo da ogni forma di ricompensa personale; l'aiutare per
la solidarietà che gli uomini debbono avere fra di loro, a fondamento della quale sta - per chi non
creda ad altro - la comune condizione umana.

Invece l'uomo, per rendere meno rarefatto questo concetto, per farlo più a sé assimilabile, vi apporta
dei correttivi come, per esempio, l'effettiva necessità d'aiuto da parte di chi si vuol beneficare,
oppure la certezza che l'aiuto sarà efficace o comunque recepito. Ma il concetto, nella sua originaria
purezza significa: aiutare anche quando si sa che l'aiuto non serve.
A voi forse tutto questo può sembrare ridurre il precetto a semplice e freddo dovere proprio; può
sembrare un togliere l'amore al prossimo dal concetto di aiutare, amore che è ispiratore di ogni
forma di vero altruismo. Vi assicuro che non è così.
In questa concezione dell'aiutare, l'amore assume forma impersonale, amore per il Tutto, amore
privo di passionalità: il concetto del vero amore.

Kempis - Un tale sentimento fluisce quando si è compresa la vita, la propria unicità e la natura
soggettiva della propria esistenza. Non a caso infatti l'uomo scopre la soggettività di ciascuna
esistenza individuale, a mano a mano che è capace di sottrarsi all'imperioso modo di concepire la
realtà unicamente in chiave umana, cioè, allorché è più pronto spiritualmente.
Moltissimi sono gli "esseri"; questa molteplicità, tuttavia, non pregiudica l'unicità; ciascun "essere"
è diverso, unico. Già questa riflessione dovrebbe far pensare al fatto che l'uomo, in fondo, è solo.
Una solitudine non intensa nel senso umano, ma in altri sensi, fra i quali, per esempio, nel senso che
l'uomo è solo di fronte alla Realtà, perché solo lui può comprenderla essendo la comprensione del
Reale un fatto squisitamente individuale.
Dunque non solitudine come mancanza di compagnia. L'uomo, anche il più accompagnato, è
sempre solo; gli esseri che lo circondano, per lui diventano suo prossimo solo se egli è capace di
"sentirli" così. Solo se egli dà loro vita e sentimento, altrimenti sono degli oggetti, delle immagini.
I concetti delle varianti e della non contemporanea percezione di una situazione nel mondo della
percezione da parte di "sentire" di grado diverso, non sono concetti originali perché fanno dell'uomo
un solitario. Al di là della Verità di questi concetti, l'uomo è solo perché solo lui può dare vita e
sentimento e calore umano al mondo di immagini che lo circonda.

Ecco che cosa significa che l'amore è premio di chi ama. Che una situazione del mondo degli
accadimenti sia percepita simultaneamente da tutti i protagonisti, non annulla il fatto che ciascuno
di essi la percepisce diversamente, isolatamente, solitariamente. Questo stato di cose - intuito
dall'idealismo soggettivo - ha lo scopo di realizzare la comunione degli "esseri" solo là dove essa è
"creazione" e non distruzione: cioè nel mondo del "sentire". Nel mondo della percezione, l'uomo,
credendo di poter influire arbitrariamente nella vita dei suoi simili, attraverso a molte incarnazioni e
moltissime esperienze, acquista rispetto e senso di responsabilità nei loro confronti. Poi scopre che
al di là dell'apparenza è solo, e nonostante ciò conserva intatto il senso del suo dovere. Quando ha
capito che le proprie limitazioni rendono divisi, diversi, soli e ciò nonostante ama il Tutto di un
amore impersonale e privo di passionalità, allora trascende la condizione umana, non più a lui
necessaria, e vive unicamente della Comunione dei Santi.
Ascoltate reverenti.

"Perciò tu avrai capito la vita non quando tu farai il tuo dovere in mezzo agli uomini, ma
quando lo farai nella solitudine.
Non quando, pur raggiunta la notorietà, potrai avere
una condotta esemplare agli occhi degli uomini, ma quando l'avrai e nessuno lo saprà,
neppure te stesso.
Non quando tu farai il bene e ne vedrai gli effetti, ma quando lo farai e non ti interesserà
avere gratitudine, né conoscere l'esito del tuo operato.
Non quando tu potrai aiutare efficacemente e disinteressatamente, ma quando aiuterai pur
sapendo che il tuo aiuto a nessuno serve, neppure a te stesso.
Non quando tu ti sentirai responsabile di tutto ciò che fanno i tuoi simili, ma quando
conserverai intatto il senso della tua responsabilità, pur sapendo d'essere l'unico uomo al
mondo.
Non quando tu avrai compreso che tutti gli esseri hanno gli stessi tuoi diritti, ma quando
tratterai l'essere più umile della terra come se fosse Colui che ha nelle Sue mani le tue sorti.

Non quando tu amerai i tuoi simili, ma quando tu stesso sarai i tuoi simili e l'amore".

Indice di questa pagina

Conseguenza logica del concetto di Eterno Presente - Né caos, né caso - Illusione del trascorrere
(Esempio fotogrammi) -
Esistenza oggettiva del Cosmo - Situazioni parallele, - Ogni fase è un "sentire" - Le mutazioni per
il libero arbitrio -
La vita dell'individualità - La storia individuale - Visione soggettiva del Cosmo - Assenza di scelta
nella vita macrocosmica

PARTE TERZA

L'INSEGNAMENTO FILOSOFICO

Premessa

Più che Dio ad aver fatto l'uomo a Sua immagine e somiglianza, è vero il contrario.
L'esistenza della Divinità è sempre stata un argomento che ha interessato l'uomo di ogni epoca.
Tutti si sono domandati se Dio esiste: dal raffinato filosofo al selvaggio. Qualunque sia stata o sia
la risposta certo è che nessuna idea in proposito è così soggettiva come quella della Divinità.
Partendo dalla naturale intuizione di ognuno che qualcosa esiste oltre ciò che appare, si sono
accumulate nei tempi quell'insieme di opinioni, ad uso e consumo dei popoli, chiamate religioni.
Ciò che la filosofia può dirci sulla Divinità, pur contenuto sul filo della stretta logica, o è troppo
estraneo al cosiddetto "creato" da risultare pura astrazione, o ne fa tanta parte da acquisirne la
natura finita e mutevole.
L'idea che qualcosa esista oltre ciò che appare è il concetto della Divinità ridotto ai minimi
termini; così, sfrondato da tutti gli apporti soggettivi, non può che trovare unanimità di adesioni
anche presso i cosiddetti atei e la scienza positiva.

Per scoprire la vera natura di ciò che non fa parte della realtà della quale siamo a conoscenza,
dobbiamo partire dal concetto base della Divinità, liberarci di tutte quelle sovrastrutture create per
spiegare un mondo sconosciuto con la sola metrica di quello che ci è consueto.
Infatti, tanti secoli di pensiero religioso, filosofico e scientifico hanno dimostrato che le ipotesi
sull'esistenza e sulla natura di Dio, formulate secondo la metrica umana, non sono capaci di
conciliare la realtà di un mondo in continuo divenire con un'idea della Divinità che sia accettabile,
che non abbia nulla, cioè, da doversi spiegare ricorrendo all'allegoria per renderla logica e quindi
credibile.
Non interessandosi, perciò, di tutto quanto gli uomini nei tempi hanno sognato della Divinità, viene
qui proposto il concetto di un Dio Assoluto, seguendo il quale si perviene alla scoperta che la
Realtà che esiste oltre ciò che appare è del tutto diversa da quella che l'uomo suppone.
Forse perché la Verità non è supponibile, fino ad ora si è potuto credere in Dio solo per un atto di
fede, mentre il concetto della Divinità è essenzialmente logico, anche se di una logica che va al di
là della consuetudine umana.

Le comunicazioni che seguono hanno lo scopo di condurvi sulla linea di un nuovo orizzonte, per
farvene conoscere la bellezza e la Verità, dal quale è finalmente comprensibile ciò che per l'uomo è
sempre stato impenetrabile mistero.
Ogni concezione della vita non prettamente materialistica distingue l'uomo dal suo corpo fisico.
Infatti se si ammette che alla morte del corpo l'"essere" sopravvive, una tale distinzione ne è logica
conseguenza.

A ciò noi aggiungiamo che non si deve nemmeno identificare l'"essere" con la sua psiche, cioè col
nucleo delle sue sensazioni e dei suoi pensieri, perché come il corpo fisico viene abbandonato alla
fine di ogni incarnazione - e ciò porta a distinguere l'"essere" dal suo corpo - altrettanto è del
nucleo delle sensazioni, o corpo astrale, e del nucleo dei pensieri, o corpo mentale.
L'"essere" è il pensatore, il percepiente. Per noi l'"essere" è la coscienza, intendendo con ciò molto
più dell'autoconsapevolezza, più del sub-cosciente, più della coscienza morale. E' il nucleo del
"sentire" acquisito nelle varie incarnazioni che non viene mai perduto ma vieppiù ampliato. Per noi
l'"essere" non ha la coscienza, l'"essere" è coscienza, è "sentire".

Ora, siccome la coscienza acquisita non viene mai perduta, l'"essere", oltreché poterlo identificare
con essa, lo si può visualizzare in una teoria, una serie di "sentire" che va dall'atomo del sentire al
sentire massimo.
Taluno chiama l'"essere" spirito, ego, sé, ecc., ciò ha un'importanza relativa. Importante è capire
che l'"essere" non subisce un processo di accrescimento perché è già completo in sé. Sicché
l'evoluzione non deve intendersi come divenire, perché il progressivo rivelarsi di un sentire più
ampio, di una coscienza più vasta, è in realtà l'affermazione dell'esistenza dei vari sentire, i quali
sussistono nel non-tempo al di là dell'apparente sbocciare e trascorrere, così come una parola
scritta è letta lettera dopo lettera, ma in sé è un insieme che ha un suo significato legato alla
sequenza delle lettere che la compongono.
Il Cosmo, intendendo con questa parola l'ordine dei mondi fisico, psichico e della coscienza, cioè
degli esseri, si può convenzionalmente considerare in due zone che non sono diverse ubicazioni di
spazi, ma diversi stati d'essere.

La prima zona comprende il mondo della percezione a sua volta costituito dal piano fisico, dal
piano astrale e dal piano mentale, ossia da quelle aree non spaziali in cui hanno vita i corpi fisici, i
corpi astrali ed i corpi mentali degli esseri.
La seconda zona comprende il mondo del "sentire", della coscienza, degli esseri intesi nel modo
prima precisato. La prima zona esiste in funzione della seconda, in altre parole le esperienze del
piano fisico suscitatrici di sensazioni, emozioni, pensieri, e viceversa i desideri, le proprie
convinzioni ideologiche o di pensiero in senso lato che indirizzano l'esperienza, hanno come
ragione d'esistere quella di rivelare, suscitare i sentire, la coscienza, che costituiscono l'"essere".
Inoltre, questa zona che costituisce il mondo fenomenico e della percezione che appare in continuo
movimento, trasformarsi e divenire, è in effetti in condizione d'immobilità.

Questo stato delle cose è logica conseguenza della natura assoluta di Dio in cui non può esservi
accrescimento, sequenzialità, estraneità, ma tutto non può che essere contenuto in condizione di
Eterno Presente. L'intera Manifestazione cosmica che comprende l'emanazione ed il
riassorbimento del Cosmo, è nell'Assoluto un atto che non ha sequenza.
E' nostro sentito proposito illustrare tutto ciò in modo e con parole più semplici possibile per
rendere accessibile un punto di vista estraneo alla dimensione umana, ma che disvela com' è
strutturato il Cosmo, sì da far intravedere la Realtà che è oltre l'illusione.

Conseguenze logiche del concetto di Eterno Presente

Odo i vostri pensieri, odo quello che voi cercate d'indovinare: "Che cosa Kempis risponderà? Sarà
dell'opinione di non parlare di determinati argomenti quando ancora non sia ben delineata in noi
stessi una giusta maturazione, oppure - fidando nella nostra facoltà e possibilità di seguirlo - si
avventurerà per quei sentieri della Scienza divina nei quali ben poco sostegno è la logica, tenue
guida la fede, ma solo la maturazione spirituale è sicura conduttrice?".
Che cosa è questa "maturazione spirituale", dal momento che lo Spirito, per Sua stessa Natura, è già
maturo? Dal momento che lo Spirito, partecipe di Dio, non può né accrescersi né in qualche modo
mutare? Che cosa è l'evoluzione per lo Spirito che non può evolvere? Che cosa è il futuro
nell'Eterno Presente? Come è possibile parlare di cose così diverse?

Parliamo di Assoluto e di relativo. L'uno contiene l'altro, l'altro è emanazione dell'uno. Ciò che è
nell'Assoluto e che non sia Assoluto - giacché l'Assoluto è Lui solo, ed E' Colui che E'- è relativo;
ma ciò che non è Assoluto non può essere che diverso da Lui, in altre parole non possono esservi
due Assoluti. Una logica valida per il relativo, non può essere altrettanto valida per l'Assoluto. Se
noi per comprendere il relativo, giungiamo alla conclusione che il relativo ha un suo ciclo di vita
che nasce e muore, non possiamo con lo stesso metro misurare l'Assoluto.
Così non possiamo parlare di "evoluzione", di teoria di "scorrere", quali noi siamo abituati a
concepirli nel relativo, e con lo stesso metro a ricercarli e a ritrovarli nell'Assoluto.

Eppure il mondo del relativo è nell'Assoluto, eppure il relativo non è avulso dall'Assoluto, eppure il
relativo non è un ente a sé stante dall'Assoluto. Non per nulla non abbiamo mai adoperato il termine
"creazione", ma sempre "emanazione".
Tutto è nell'Assoluto. Un quadro, prima ancora che sulla tela, esiste molto spesso nella mente
dell'artista, del pittore.
Eppure il pittore lo immagina in funzione di ciò che può realizzarsi, ed immagina un quadro con
ciò che ha a disposizione.
Se voi pensaste ad una materia ed il vostro pensiero fosse così intenso da renderla concreta, cioè da
materializzarla, e pensaste anche a certe leggi le quali producessero la cristallizzazione di quella
materia, ebbene la materia si cristallizzerebbe, voi avreste creato un mondo e le leggi secondo le
quali questo mondo prenderebbe una forma. La successione della cristallizzazione avverrebbe in
funzione delle leggi che voi stessi avreste stabilite. Ma ciò non avrebbe importanza: nell'intimo
vostro, nel vostro pensiero, tutto sarebbe egualmente presente e pensato nello stesso istante; sia la
costituzione della materia, che il ciclo secondo il quale questa materia giungerebbe ad una
cristallizzazione.

Nell'Eterno Presente tutto è presente in un medesimo istante eterno. Ciò che questo Eterno Presente
origina per sua stessa natura, ha invece un ciclo di nascita e di morte; ma questa nascita e questa
morte, e tutto ciò che è compreso da questa nascita a questa morte, è egualmente presente nello
stesso istante nell'Eterno Presente e quivi è perciò immutabile. Pur tuttavia non può non esistere
questo ciclo di nascita e di morte, perché se non esistesse non vi sarebbe L'Eterno Presente. Questo
ciclo di nascita e di morte non è che la conseguenza logica, e non temporale, dell'Eterno Presente.
Chi ha orecchi intenda.

***

Nell'idea esiste la forma ed esiste la facoltà che questa idea, si traduca in forma. Senza l'idea non
può esistere la forma e senza la forma l'idea poggerebbe sul nulla e tale non sarebbe.
L'idea è quella che è, perché esiste la possibilità che questa divenga forma. Se non vi fosse il
tradursi in forma dell'idea, l'idea non avrebbe luogo a compiersi e non esisterebbe né forma, né idea.

F. M.

Nè caos, né caso

Adesso affrontate un argomento che richiede ancora uno sforzo maggiore, ma pure non è al di fuori
della vostra portata purché lo si affronti con semplicità.
Se noi pensassimo all'Eterno Presente come alla pagina di un libro nel quale è raccontata una storia
misteriosa, bellissima, non saremmo forse molto lontani. Per capire il senso il lettore deve però
scorrere tutta la pagina, è vero! Ma la pagina del libro comprende - nell'insieme delle parole, delle
lettere, della punteggiatura e via dicendo - questa storia meravigliosa. L'Eterno Presente è oltre
questo, perché comprende la storia nel suo svolgersi e comprende le leggi per le quali la storia si
svolge come è descritta.
L'Eterno Presente, come la pagina del libro, è senza tempo; ogni parola è presente nello stesso
attimo eterno, così possiamo dire. Ma pure un movimento per il lettore esiste. Certo dire "il lettore"
non significa escludere che qualcuno abbia la capacità di leggere tutte contemporaneamente le
lettere insieme e capire egualmente la storia senza dovere scorrere riga su riga.
La storia c'è, è vero? Ma il lettore deve, ad un certo momento, iniziare dalla prima parola per
giungere all'ultima.
Se L'Eterno Presente non ha tempo, l'Assoluto che comprende il Tutto e di cui L'Eterno Presente è
condizione di "esistere" e di "sentire" - L'Uno-Assoluto - non ha quindi successione né logica né
cronologica né di tempo, è vero? Come esiste il tempo? Da che punto comincia a nascere? Può
esservi "qualcosa" che pur essendo esistente nell'Eterno Presente, prenda poi cognizione di esso?
Meditate, figli. Tante sono le domande, ma tutte hanno una risposta.

DALI

Perché noi abbiamo bisogno di parlare dell'Eterno Presente? Forse - lo dico senza offesa di alcuno -
per la vostra mentalità e la necessità di esservi utili in questo nostro insegnamento non v'era nessun
bisogno di parlare dell'Eterno Presente. Parlando di Dio potevamo fermarci al concetto
dell'Assoluto senza approfondire, senza portare in campo il concetto dell'Eterno Presente; avremmo
reso più piana la comprensione, avremmo evitato molte complicazioni, molte amarezze, forse, a
taluno.
Voi sareste stati appagati dal concetto della manifestazione e del riassorbimento che - badate bene -
non è per nulla superato dall'Eterno Presente; che lo completa, che, se non si sente la necessità di
conoscere altro, è di per sé esauriente. Ciò avrebbe comportato minore spreco di fatica da parte
nostra e vostra. Ma il quadro generale, la Realtà che andiamo annunciandovi, avrebbe - anch'essa -
avuto il suo tallone di Achille.
Avrebbe avuto il suo lato debole e sarebbe stata allo stesso livello degli altri sistemi filosofici, delle
altre teologie che possono spiegare molte cose, ma che in fondo hanno un lato ed un punto, un
quesito che non viene risolto. Anzi, che molte volte è in contraddizione con le premesse
fondamentali.
Per questo motivo, trascinandovi forse vostro malgrado in campi del pensiero e più oltre, forse
dell'intuito, che non vi sono consueti - o che non sono consueti alla maggior parte di voi - abbiamo
voluto mostrarvi ciò che fa di questo insegnamento un insieme di Verità che sopravanzano, ripeto
ancora, le filosofie più complesse e più complete, le teologie più filosofiche e più ragionate.
Fino a qualche anno fa la scienza non spiegava neppure con ipotesi le origini dell'Universo; ma la
voce ufficiosa dei suoi figli diceva: "L'Universo può essere frutto del caso". Questo, oggi, non è più
neppure pensato né ipotizzato, perché le ricerche di laboratorio, le esperienze della scienza, hanno
inequivocabilmente dimostrato che tutto è regolato da un ordine immenso; che l'infinitamente
piccolo è contenuto costituito ed esistente su leggi fondamentali in un ordine perfetto; che
l'infinitamente grande è egualmente regolato da una perfezione matematica. In questo quadro di
perfezione non v'è posto per il "caso". La creazione intesa come risultato di fortuite circostanze,
anche se per assurda ipotesi realizzabile, sarebbe di sua stessa natura tanto cad—ca, effimera, da
esistere solo per giungere al proprio disfacimento, conseguenza della sua origine fortuita. Niente
"caso", quindi, né tanto meno "caos". Come parlare di "caos" in un quadro ove l'ordine regna
sovrano? E che l'ordine regni sovrano non v'è dubbio.

Ogni uomo di scienza - visto che voi credete solo alla scienza - ve ne farà verace testimonianza.
In questo ordine delle materie, l'uomo solo appare il "gran disordinato", perché nel suo modo di
agire, nella sua storia, non osserviamo quell'ordine che, invece, tanto abbondantemente è dimostrato
nel creato. E' dunque possibile che in un quadro così ordinato di materie, l'uomo - figlio della
materia, prodotto di un corpo nel quale l'ordine è ingenerato e in cui il disordine è anomalia - possa
degenerare e regnare nel disordine? O piuttosto non è vero che questo apparente disordine non sia
che l'attuazione pratica di un ordine che va al di là di ciò che appare?

Certo che in questo quadro ove è ordine, la vita dell'uomo, per quanto disordinata possa apparire,
trova un suo giusto posto solo se questo disordine s'interpreta in funzione di un ordine più grande
che dall'uomo stesso non può essere colto; che va al di là di ciò che l'uomo, con gli occhi ed i sensi
del suo corpo fisico, può cogliere; che trascende ciò che l'uomo può umanamente congetturate. E di
questo ordine noi, da molti dei vostri anni, andiamo parlando: di un ordine che solo un Dio può
avere stabilito. Dico "avere stabilito" perché in questo momento ragiono come un uomo che non
conosca niente dell'Assoluto, che non sia convinto dell'esistenza di Dio, ma che nello stesso tempo
sia disposto a credervi, o ad accettare un'ipotesi che si sostenga sulla logica e che dia una
spiegazione, per quanto difficile ma plausibile.
Se dunque questo ordine è stabilito da un Ente supremo, occorre che questo Ente sia Eterno, cioè
non perituro. Occorre che questo Ente sia "completo". Che cosa vuol dire? Che non manchi di
niente. Ecco perché vi abbiamo parlato del concetto dell'Eterno Presente.

Dio, nel cui seno si manifestassero e riassorbissero i Cosmi nei quali avessero vita individui come
voi, sarebbe un Dio che spiegherebbe molte domande, che appagherebbe molti interrogativi, ma che
avrebbe il Suo tallone d'Achille; che non sarebbe né completo né assoluto, se a Lui non si unisse il
concetto dell'Eterno Presente, dell'immutabilità. Perché se un Dio deve esistere, deve esistere un
Dio-Assoluto, e se un Dio deve esistere Assoluto, non può che essere Completo ed Immutabile. Ma
per essere Completo ed Immutabile, niente può accrescersi a Lui stesso, niente può essere elemento
che a Lui si aggiunga, che in Lui sia prodotto di una trasformazione. Tutto deve esservi in Lui. Ecco
dunque perché Egli Esiste, E', in un Eterno Presente.
Il Suo "sentire" - che è un "sentire assoluto" - è un "sentire" che esiste nell'Eterno Presente.
"Meditate!". Ciò significa per voi applicarvi, rafforzare il richiamo di questi concetti ad essere
compresi; significa assimilare queste Verità. Ma per questa assimilazione dovete rendervi
consapevoli delle due dimensioni che non trovano accostamento: la dimensione del tempo con ciò
che è senza tempo, che hanno un unico canale di collegamento attraverso al quale ciò che è nel
tempo ha un senso e non diviene inutile farneticare di un Ente supremo ammalato di fantasie, ma
essenziale "sentire" di un Tutto-Uno-Assoluto.

Illusione del trascorrere

Quante riunioni fa vi abbiamo parlato dell'esempio della bobina cinematografica?. Parve allora che
tutto quello che si poteva dire fosse espresso con quell'esempio; eppure oggi, servendoci dello
stesso esempio, aggiungiamo un'altra visione, più vasta e più precisa. Non è dunque questa
"contraddizione", ma approfondimento; non "nuova invenzione", ma ulteriore esplicazione. Così
quando - come voi questa sera avete ricordato - noi vi diciamo: "un Cosmo ha un inizio ed un
termine", illustriamo un concetto: il concetto del relativo, della Manifestazione che ha un inizio ed
una fine, che è chiusa quindi da precisi limiti; pur tuttavia dal concetto che vogliamo ulteriormente
spiegarvi, voi vedrete che questo inizio e questa fine hanno un significato più profondo, ma non
diverso da quello che fino a qui voi avete inteso. Dicendo solamente: "un Cosmo ha un inizio e un
termine, un suo ciclo di vita", voi potreste pensare che la Manifestazione di un Cosmo nascesse,
così, come un fungo in mezzo al non Manifestato, e come un fungo cessasse il suo ciclo di vita al
termine del riassorbimento. Così in effetti, fino a poco tempo fa, avete creduto. Ma questa non è
tutta la Verità.

In questa Manifestazione cosmica voi sapete che esistono i microcosmi, manifestazioni di vita
microcosmica che sono legate ad individualità ed a queste fanno capo. Sono piccoli Cosmi.
Ma mentre i piccoli Cosmi fanno capo alle individualità, il grande Cosmo non fa capo ad una vita
individuale. Strano, tutto è analogo. Sarebbe stato più semplice vedere anche una sorta di vita
individuale del Cosmo inteso nel suo insieme. Ma questa non c'è. Perché?

Un Cosmo ha un suo tempo. Qualcuno di noi disse che se un'individualità fosse legata al ciclo di
vita di una favilla che può fuoruscire dalla combustione di qualche cosa, misurerebbe quel tempo
che per l'osservatore è di frazioni di secondo - in una durata assai lunga. Ed in effetti per l'uomo
stesso il trascorrere del tempo, è detto e risaputo, è sensazione relativa. Ciò che si misura, si misura
con un termine di confronto basato sul muoversi dei corpi celesti; ma il senso del trascorrere del
tempo nell'intimo dell'uomo, pur agganciandosi al moto dei corpi celesti, all'alternarsi della luce e
dell'ombra, ha un senso, un sapore, un significato, un "sentire" del tutto diversi; tanto che un'ora
può diventare un'eternità, e l'intera durata di un giorno sembrare un istante, allorché l'uomo si desta
e confronta il suo intimo trascorrere del tempo con l'alternarsi della luce e dell'oscurità.

Ecco dunque che il trascorrere del tempo è cosa del tutto individuale. E voi direte: "Ma esiste una
realtà al di fuori dell'individuo: infatti misuriamo il trascorrere del tempo non solo dall'alternarsi
della luce e dell'oscurità, ma dal modificarsi di ciò che sta attorno a noi; dalle piante che, da semi,
germogliano, diventano vite adulte, fioriscono, danno frutti e muoiono. Questo è un trascorrere in
senso ben preciso".
Certo, nessuno può negare ciò. Ma se questo ciclo, questo trascorrere fosse cinematografato e
rivisto poi in senso inverso, come se così fosse il ciclo naturale, cioè le piante avessero questo ciclo
di vita inverso, chi in questo ambiente vivesse sarebbe convinto che quello è il ciclo di vita della
pianta. Eppure la pianta ha un suo ciclo di vita perché è una manifestazione di vita che è legata ad
una vita microcosmica, ad un'individualità.
Che cosa vuol dire tutto questo farneticare? Vuol dire che tutto quanto sta attorno a noi, gli alberi
che crescono, gli animali che nascono invecchiano muoiono, i nostri veicoli fisici con il loro ciclo di
vita, è visto così da noi non perché in Realtà sia così, ma perché noi seguiamo un convenzionale
passaggio da fase a fase.
Supponiamo che un Cosmo sia una bobina cinematografica in cui vi sia rappresentata una scena: in
una stanza vuota entra una persona e sceglie un oggetto che vi si trova. Questo fatto, nella bobina
cinematografica, è rappresentato da un insieme di fotogrammi, ciascuno dei quali contiene una
"situazione".

Voi sapete che nella proiezione di un film il senso del trascorrere dell'azione scaturisce dalla
permanenza delle immagini sulla retina del vostro occhio. Scorre il film, ma l'obiettivo e lo schermo
sono fermi; il succedersi delle immagini sullo schermo crea nello spettatore l'illusione del
movimento. La macchina da proiezione è quale la conoscete perché in quel modo si ha la possibilità
pratica di realizzare meccanicamente il principio. Ma se vi fosse un altro mezzo, secondo il quale
voi riuscite a vedere, spostando l'occhio, una dopo l'altra le immagini fotografiche, egualmente
avreste la sensazione del movimento, pur restando immobile la pellicola. Tornando al nostro
esempio, voi indifferentemente potreste vedere l'azione svolgersi in un senso o nell'altro. La stanza,
da vuota, conterrebbe poi una persona che sceglierebbe un oggetto, o viceversa: secondo il senso
seguito dai vostri occhi nel guardare i fotogrammi. Esiste un modulo convenzionale, cioè un ordine
secondo il quale l'azione si svolge. Se la bobina stesse ferma, se la pellicola fosse immobile, la
sensazione dell'azione scaturirebbe egualmente, se voi spostaste il vostro occhio, successivamente,
da un fotogramma all'altro in un senso o nell'altro.

Così, supponiamo che questa bobina sia il Cosmo il quale vi appare, in questi termini, immobile,
tuttavia ha un inizio ed una fine; è limitato e relativo. Nell'ambito di questo ambiente cosmico,
costruito con una particolare impronta, l'individuo ha il senso del trascorrere, assiste ad una parte
del ciclo di vita cosmica perché di volta in volta, di fase in fase, egli è legato ad una situazione
diversa; così come, nell'esempio che abbiamo fatto, guardasse un fotogramma dopo l'altro. In
questo modo vedete il mutare dell'ambiente che vi circonda. La sensazione di muoversi, reale ed
effettiva, scaturisce dalla consapevolezza dell'individuo che passa da una situazione ad una diversa
successiva nell'ambiente cosmico. Potremmo dunque dire che non sono le piante che crescono, ma
che abbiamo la sensazione che le piante crescano perché nella fase successiva la pianta, rispetto alla
fase precedente, ha una statura diversa. Così, né più né meno, come se si trattasse di fotogrammi di
un film.

Direte voi: "Ed il libero arbitrio?" Complicazione che s'inserisce in questo quadro.
Supponiamo che la nostra scena cinematografica, non sia più una sola striscia, una pellicola, ma
tante: una per ciascuna delle azioni che il personaggio può fare entrando nella stanza. Ecco che di
fronte allo scorrere dell'occhio dell'osservatore vi sono tante possibilità di vedere scene diverse,
quante sono quelle fotografate: tante possibilità di scelta quante sono le "mutazioni" cosmiche che
l'individuo ha di fronte a sé.

In questi termini, quindi, il Manifestato ha un inizio ed una fine, ma vive nell'Eterno Presente
contemporaneamente. L'ambiente cosmico non muta oggettivamente, ma è l'individuo che
muovendosi secondo un modulo convenzionale, particolare, dà senso in se stesso all'inizio ed alla
fine del Cosmo. Ed ecco perché vi abbiamo detto che ogni Cosmo potrebbe essere rivissuto come
voi lo state vivendo in questo momento.
Dunque, l'ambiente cosmico è relativo perché ha un inizio ed una fine, perché è limitato e
contenuto. Il Manifestato è isolato dal non Manifestato che lo contiene. Ma la durata, il tempo, il
movimento di questo ambiente relativo, scaturiscono dal "sentire", dal percepire, dalla sensibilità
dell'individuo.
Meditate su queste affermazioni: esse allargano ulteriormente la vostra visuale, ma abbisognano che
voi compiate uno sforzo per afferrarne il significato. E' necessario che voi comprendiate il
legamento che esiste fra questa parte nuova di quello che vi diciamo e quello che fino ad oggi avete
saputo. Non sono Verità che si contraddicono, ma si compenetrano e s'integrano a vicenda.
Come potrebbe una Manifestazione iniziare e terminare per poi consumarsi, sia pure avendo come
retaggio l'evoluzione delle individualità? Che senso avrebbe qualcosa che si consuma nel relativo,
ma che rimane nell'Eterno Presente?
Vi abbiamo prospettate queste Verità, fiduciosi che possiate capirle e comprenderle. Avrete un
amico fidato che vi aiuterà nella comprensione: il tempo, anche se il tempo non esiste.

***

Taluno di voi può pensare che un siffatto esempio di una pellicola cinematografica riduca il mondo
del Manifestato ad un mondo incorporeo di ombre. Ma questi tenga presente che il Manifestato sta
alla Realtà assoluta come una visione cinematografica sta alla realtà materiale del mondo fisico.

F. M.

Esistenza oggettiva del Cosmo

I più grandi nemici dell'umanità sono i rivoluzionari perché conle loro azioni, ed anche meno, con i
loro discorsi, con le loro idee, turbano la tranquillità degli ambienti, dei benpensanti, di coloro
insomma che cominciano ad adagiarsi su posizioni acquisite e che danno una certa tranquillità.
Ebbene, lo stesso Cristo, Suo malgrado, fu un rivoluzionario e seguendo questo paradosso
potremmo dire che Egli fu il peggior malfattore dell'umanità, perché cominciò con l'istillare nuove
idee in quelle che i suoi contemporanei avevano già acquisito, adattato ai propri modi di vivere, ai
propri egoismi, ai propri tornaconti. Istillando nuove idee turbò la tranquillità di tante creature; non
solo, ma addirittura molti, che non lo compresero, diventarono "gli illusi" e più il tempo passava,
più gli illusi crescevano, più le Sue idee erano male interpretate; fino a che non si eressero dei roghi
per bruciare chi si pensava andasse contro quello che ciascuno credeva essere la Verità portata dal
Cristo, o chi, più platealmente, era contro gli interessi di una qualche parte.
Quindi se il Cristo non fosse stato il Figlio di Dio, indubbiamente da questo punto di vista, sarebbe
stato il più grande malfattore dell'umanità! Impallidiscono le stragi delle guerre in confronto alle
notti di San Bartolomeo ed a tutti i roghi dell'Inquisizione che nel nome di Cristo si sono eretti!
Eppure - ermeticità del Vero - il Cristo è il Maestro per eccellenza, il Signore della Terra. Chi ci
capisce qualcosa, indubbiamente, è bravo.

Ancora un paradosso, ancora un controsenso! Ma proprio questo parlare di Kempis turba e mette in
movimento ciò che, finalmente, con tanta pazienza e tanta buona volontà, eravate riusciti a capire!
Figli e fratelli, il progresso è fatto di questo.
Le nuove idee - anche se non capovolgono quello che fino ad allora si era creduto, ma anzi lo
esplicano ulteriormente - sono destinate a produrre questi fermenti. Gli uomini, da un eccesso
all'altro, girano intorno alla linea diritta dei nuovi concetti e vibrano, quasi fossero particelle attratte
o respinte. In questo alternarsi da una posizione all'altra, finalmente si giunge a percorrere il nuovo
concetto nel senso, nella direzione esatta. Ma ecco che, non appena questa direzione è raggiunta,
non appena questo alternarsi accenna a diventare, da una linea a zig e zag, una linea retta, ecco che
proprio allora un "guastafeste" presenta un nuovo modo di vedere e, da capo, il fermento ha
nuovamente inizio.

Tutto è vibrazione, tutto è passaggio, tutto è movimento nel Cosmo; eppure se noi confrontiamo il
moto unidirezionale di un Cosmo, rispetto al moto assoluto, vediamo il Cosmo come fermo.
"Ma il Cosmo - direte voi - invece si muove". Certo che si muove. Ed ecco la vostra discussione di
questa sera. Volete sapere se questo Cosmo, come gli altri, si consuma, finisce, cessa di esistere nel
piano relativo. Come potete voi vedere nell'Assoluto, laddove tutto è eternamente presente - nel
senso che non vi è scorrere di tempo, né misurarsi di spazio - la Manifestazione del Cosmo? Come è
possibile vedere nell'Assoluto, cioè nella Realtà, l'esistenza di un Cosmo? Voi sapete che un Cosmo
non è la Realtà assoluta, di Assoluto non v'è che Lui. Tutto ciò che non è Assoluto è relativo; il
Cosmo, quindi, è relativo, pur tuttavia è contenuto, nell'Assoluto. Un Cosmo, come relativo, non è
in una condizione di esistere di Eterno Presente, cioè senza tempo e senza spazio, perché solo
l'Assoluto è in questa condizione di esistere. Il relativo ha quindi un tempo ed uno spazio. "E come
- direte voi - ciò che ha tempo e spazio può essere contenuto in ciò che non ha tempo e non ha
spazio?".
La risposta è: "Perché il relativo nell'Eterno Presente non esiste quale voi e noi in questo momento
lo vediamo, lo sentiamo, lo misuriamo. La sensazione di tempo e di spazio quale la conosciamo è
del Cosmo; solo qui ha senso, valore e rilievo". Pur tuttavia il Cosmo, la Manifestazione, è
contenuta nell'Assoluto ed è contenuta nel modo in cui esiste oggettivamente. Esiste dunque
oggettivamente? Un Cosmo esiste oggettivamente, perché tutto è contenuto nell'Assoluto, e tutto
quanto è contenuto nell'Assoluto ha quindi un'esistenza reale ed oggettiva, la quale è cosa
tutt'affatto diversa da quella che voi in questo momento state vivendo. Non si può quindi, ripeto,
dire che questo Cosmo quale voi e noi lo sentiamo, lo viviamo, lo misuriamo ora, in questo
momento, tale è nell'Assoluto, nell'Eterno Presente, perché è inconcepibile che ciò che ha tempo,
spazio, trascorrere, misura e dimensione, esista con questo tempo con questo spazio con questa
misura e con questa dimensione, in ciò che non ha tempo, non ha spazio, non ha dimensione.
Pur tuttavia - altro paradosso - lì vi esiste, perché niente di ciò che esiste può essere al di fuori
dell'Assoluto. Sottolineo: la sensazione del tempo e dello spazio è una sensazione, la quale tale si
rivela ed acquista aspetto di realtà misurabile, controllabile, discopribile in laboratorio,
sperimentabile, solo nell'ambito e nei limiti del Cosmo.

Situazioni parallele

Da quello che ultimamente avete saputo, sorge una domanda: se la Manifestazione di un Cosmo già
esiste nell'Eterno Presente che senso ha parlare di libero arbitrio? Per comprendere dobbiamo
figurarci che un Cosmo esista in qualche maniera simile ad una bobina cinematografica, in cui ogni
attimo di questo Cosmo sia assimilabile ad un fotogramma del film. Ma per ciascun attimo vi siano
innumerevoli variazioni parallele e che tutte siano percorribili una sola alla volta ed in un sol senso.

Ecco la chiave del Cosmo. Il trascorrere del tempo, la misura dello spazio è dunque una finzione
che si realizza nell'intimo dell'individuo. Allora che senso avrebbe tutto quanto è racchiuso negli
innumerevoli fotogrammi del film, se noi astraessimo l'individuo dalla scena alla quale si lega?
In effetti, parlando, possiamo ipotizzare anche l'assurdo ed è lecito il farlo, purché questo riesca a
chiarirci le idee. Può dunque sciogliersi l'individuo dall'ambiente che gli dà la vita?
Può dunque astrarsi l'individuo da ciò che gli dà l'umore stesso della sua esistenza? Non è possibile.
Ma la domanda è egualmente lecita e, se la memoria non vi tradisse, voi l'avreste ricollegata ad una
nostra affermazione. Ricordate: "ad ogni vita microcosmica è legata un'individualità: non altrettanto
può dirsi, però, della vita macrocosmica". Perché questo? E' chiaro. L'individuo che ha al vertice la
Scintilla divina, è immerso in una Manifestazione e l'assapora, la misura, la vive, la sperimenta in
tutta la sua oggettività, in tutta la sua realtà, perché così è e ci appare. Ma in questo sperimentare, in
questo vivere, assaporare, è l'individuo che esiste, è l'individuo che evolve. E' l'individuo che si lega
successivamente agli attimi del Cosmo.

Il Cosmo, in astratto, considerato al di fuori dell'individuo, è immobile; è come se aveste di fronte a


voi un tavolo su cui vi fossero un'infinità di fotografie. Ecco il Cosmo ed ecco l'individualità.
Allorché scendiamo alle radici di questa individualità, troviamo l'individuo che è rappresentato,
raffigurato, impresso, fotografato in tutte queste fotografie. Ecco, dunque, la Manifestazione. Ma
ciò che scorre è l'individuo ed è il legarsi dell'individualità prima in una situazione rappresentata in
una fotografia e successivamente in altra situazione, rappresentata in altra fotografia, che dà la
sensazione dello scorrere del tempo e la misura dello spazio.
Ordunque, è possibile scegliere, ma una scelta implica - per il modulo fondamentale del Cosmo -
anche un passaggio obbligato. Così non può dirsi che la Manifestazione esisterebbe anche senza
l'individuo; e nello stesso tempo può dirsi che un Cosmo ha un suo modulo, quindi una sua vita, un
suo esistere anche al di fuori dell'individuo, ammesso che questa scissione fosse possibile.

Se dunque si può scegliere una situazione, una fotografia delle tante che sono schierate di fronte a
noi - come tutte fossero su un traguardo di partenza - è altresì vero che scegliendo una delle
situazioni parallele, per il modulo fondamentale de Cosmo, scegliamo un passaggio obbligato nella
situazione successiva; ed ecco dunque che il moto al quale sottostà l'individuo, nella scelta fatta nel
proprio libero arbitrio, implica una situazione avente determinate caratteristiche nell'attimo
successivo.

In altre parole, si scelgono serie di fotogrammi. Ed ancora questo attimo successivo, che contiene
un'infinità di variazioni - le quali però sono escluse dalla scelta precedente e ridotte ad un numero
esiguo - può tuttavia ancora consentire un'ulteriore scelta; la quale a sua volta implicherà passaggi
obbligati, fino a posizioni oltre la successiva, più in là ancora. E così di scelta in scelta, gli individui
s'incontrano, si conoscono, si amano o si odiano: sperimentano, si abbandonano, tutto in funzione
del loro scegliere. In funzione, però, soprattutto del modulo fondamentale del Cosmo nel quale si
realizza la loro esistenza soggettiva.
Ciò che lo scienziato vede della vita cosmica, del Cosmo che sta a lui d'attorno, è la proiezione di
ciò che sta realmente alla base dell'esistenza cosmica.
Ogni attimo di cui è costituito un Cosmo è immutabile. L'illusorio scorrere da attimo ad attimo,
secondo un disegno convenzionale, crea lo scorrere del tempo, l'ampiezza dello spazio.
In questo scorrere del tempo, in questa estensione dello spazio, lo scienziato scopre certe leggi che
egli chiama "del Cosmo", ma non sono che deduzioni conseguenti alla visione che egli ha del
Cosmo che lo circonda. Le leggi che realmente tengono in piedi un Cosmo nell'eternità, sono leggi
assolute e sono le stesse leggi assolute che creano ogni fotogramma. Ecco dunque come il relativo
s'inserisce nell'Assoluto.
Se Uno fosse Uno nel più ampio senso della parola, se non vi fosse altro che Uno quale monolito,
nessuna condizione d'esistenza potrebbe esservi, nessun "sentire" potrebbe sussistere.

L'Uno e nulla più. Ma l'Uno non è un monolito, è un "sentire", un amare, un vivere in termini
assoluti. Perciò ecco i "molti nell'Uno"; ecco che questo monolito è costituito di infinite cellule in
cui Egli è presente nella Sua interezza di sentire di essere di vivere. Ogni cellula è eternamente
presente in modo immutabile; niente v'è in Lui che muta e ogni mutazione è in Lui, tutte sono
contenute nell'estensione del Suo Essere e tutte nell'eternità della Sua esistenza.

Ogni fase è un "sentire"

Vorrei spingere la vostra attenzione al "sentire" dell'Uno-Assoluto perché, meditando sull'Eterno


Presente, è facile cadere nell'errore di questo "tutto esistere in un attimo", "in cui tutto v'è", e
dimenticare il "sentire", dimenticare che ciascuna mutazione è un "sentire", dimenticare che il
virtuale frazionamento è un "sentire", che ogni fase della vita dell'individualità è un "sentire". E
perfino che le varie fasi del Cosmo sono fasi che vanno dalla sensibilità alla coscienza, al "sentire"
vero e proprio.

Quindi, figli, non dimenticate che in questo Eterno Presente, in questo Suo stato di esistere, c'è il
"sentire" dell'Uno-Assoluto. Non costringete questa visione dell'Eterno Presente in uno schema in
fondo panteistico o meccanicistico, o freddo; quasi come una fotografia di tutto quanto è, ma
pensate che se tutto
quanto è esiste nello stesso attimo eterno, ciò non vuol dire che sia un esistere privo di sentimento;
anzi è soprattutto ed essenzialmente un "sentire".
Meditate su quello che vi viene detto. Cercate di comprendere questa Verità che vi è svelata molto
facilmente e semplicemente.
Forse sembra a voi quasi impossibile che voi soli siate messi a conoscenza di queste Verità. Ma non
è così. Un tempo esisteva l'iniziazione, esistevano scuole occulte; la Verità è sempre esistita, ma è
sempre stata comunicata in modo sommesso, in modo semplice e a chi voleva ascoltarla. Non siamo
quindi qua per parlare a tutti, sebbene - in ultima analisi - tutti possono venire ad udire la nostra
voce, sebbene non occorra, come un tempo, una particolare iniziazione. Pur tuttavia, ripeto, queste
Verità sono comunicate come sempre in modo timido, sommesso, a chi voglia prestarvi attenzione.
Non è facile svincolarsi dai consueti modi di pensare e di vedere le cose, eppure se volete intendere
oltre quello che scienza, fede e religione possono dire, occorre che ci seguiate in questo sforzo.

Se, invece, questo può sembrarvi inutile, allora nessuno sforzo c'è da fare. Tante sono le spiegazioni
che giungono da altre fonti, e tutte sono valide purché rispondano alle domande in modo esauriente.
Noi, invece, parliamo per quelli che ricercano qualcosa di più, che fanno domande alle quali, né la
scienza, né la religione rispondono logicamente e soddisfacentemente.

DALI

Incommensurabile, immenso Dio, quante domande l'uomo Ti rivolge! Egli nell'illusione nella quale
è immerso - e che è santa e benedetta perché è per essa che diviene "centro di coscienza e di
espressione" - vede nascere e tramontare il sole ed ecco che la sua mente si domanda: "Perché?".
Egli osserva i moti della natura e i suoi maestri terreni gl'insegnano che un giorno il Cosmo è nato,
che un giorno Iddio ha creato l'Universo ed egli si domanda: "Perché un giorno Iddio ha creato
l'Universo?". Ecco allora che per comprendere Iddio l'uomo non deve osservare il nascere ed il
tramontare del sole, non deve credere che un giorno Iddio abbia creato l'uomo, non deve essere
soggetto alle illusioni dei suoi sensi, alle abitudini del suo ragionare in ordine ai fenomeni umani. E
come, in tanta consuetudine, in tanto errore, può l'uomo voler comprendere la Verità?

Come, essendo legato al nascere e al morire, al sorgere e al tramontare, all'inizio ed alla fine,
indagare ciò che è senza fine, se prima non distoglie la sua mente da queste abitudini! Se prima non
riesce a comprendere disgiuntamente la causa dall'effetto? Se prima non si affranca dall'illusione
dello scorrere del tempo? Sì, questo noi vi insegniamo. Pericoli? Certo, pericoli possono esservi.
Possono esservene per voi perché potete un giorno credere che il sole - una volta che voi avete
scoperta la Verità - non nascerà più e non tramonterà più. Il sole, invece, nasce e tramonta ogni
giorno. Allora?
Ogni Verità è vera da dove la osservi, ma nella Verità ultima è solo chi - trascendendo l'illusione del
relativo - s'identifica nell'Assoluto, nell'Eterno Presente.
Pace,
X

Le mutazioni per il libero arbitrio

Avete avuto il tempo necessario per meditare: meditare su questi concetti significa cercare un
nuovo modo d'intendere, cercare di penetrare entro una Realtà inconsueta, inusitata; una Realtà
totalmente diversa da quella che cade sotto i vostri sensi o che voi potete immaginare sulla base di
ciò che siete avvezzi a vedere, a "sentire", a percepire. Ciò nondimeno è indispensabile che
ciascuno di voi penetri tutto questo concetto nuovo.
E' una visione del mondo che voi avete, che non può apparire divisa, frazionata in tanti elementi
costituenti; eppure così è, figli. Anche il Cosmo è composto di tante unità elementari; il Cosmo
inteso come vita, come movimento, quale a voi appare, di tante unità costituenti che noi abbiamo
chiamate "fotogrammi".

Questo nuovo modo di vedere deve porvi di fronte a nuovi pensieri, nuove deduzioni.
Immaginate che ciascun attimo della vostra esistenza - e della nostra esistenza - che passa con tanta
velocità, tanta lentezza a volte, esiste eternamente; e non già come una cosa passata che ha perduto
ogni significato ed ogni "vita"; ma così come voi lo vivete, come voi lo "sentite", come voi lo
percepite: in quel modo, con la stessa carica emotiva, con la stessa carica di vita, di "sentire" o di
esprimere: in quel modo esiste nell'eternità.

Pensate che ogni attimo dunque, per quanto celermente possa trascorrere, è il risultato di una scelta
che voi fate, nell'ambito della vostra libertà. E quando anche è giocoforza andare in quel senso,
vivere quell'attimo - che a voi sembra il risultato di tutto fuorché di una vostra scelta - ricordate che
quel fotogramma si è parato di fronte a voi chiamato da una vostra antecedente scelta. Così, figli,
può darvi smarrimento e confusione pensare a questa miriade di fotogrammi; ma non temete, non
v'è pericolo che vi perdiate. V'è l'unità fondamentale del vostro essere che percorre, scegliendo dove
può, i vari fotogrammi o "situazioni cosmiche" e che non perde la strada giacché, alla radice di se
stessa, v'è ciò che sicuramente la conduce alla meta di ognuno.

L'esempio dei fotogrammi, se non è considerato nella sua estensione, può ricondurvi ad una visione
della vostra esistenza in cui non esiste libertà alcuna. Ma pensate che il Cosmo esiste in tutte le
mutazioni possibili, con esclusione di quelle assurde, e voi - con la libertà che avete, che è
direttamente proporzionale alla coscienza acquisita - potete scegliere varie di queste mutazioni.
Nell'Assoluto, vi dicemmo, esiste il Tutto, quindi il tutto nel senso lato; nel Cosmo, vi diciamo,
esistono innumerevoli mutazioni possibili. Perché diciamo "possibili"?
Perché il Cosmo, essendo costituito secondo un modulo, limita - per forza di questo modulo - il
numero delle mutazioni. Supponiamo figli, che voi scegliate un fotogramma in cui vi sia una
creatura la quale pone in movimento un fenomeno fisico che conduce ad un'esplosione. Innesca
una bomba, ad esempio. L'esplosione, voi dite, avviene in virtù di una legge fisica. E noi possiamo
servirci di questa espressione. Il fotogramma successivo non sarà unico: la creatura che sceglie una
situazione, un fotogramma in cui innesca una bomba, ha di fronte a sé un certo numero di altri
fotogrammi. Perché dico "un certo numero" e non "un numero infinito"?
Perché in virtù del modulo convenzionale del Cosmo, i fotogrammi, le mutazioni possibili, sono
solo quelle in cui si ha l'esplosione della bomba. Da qui la scoperta della legge che conduce ad
enunciare il fenomeno dell'esplosione come fenomeno delle leggi fisiche. Intendo dire, figli, che se
una creatura opera una scelta innescando - ad esempio - questa bomba, ciò che la creatura subirà
nell'attimo successivo, potrà contemplare la mutazione del suo modo di agire, ma non già del
fenomeno che si produce in virtù del modulo fondamentale del Cosmo.

Così la creatura potrà essere colta da una crisi di coscienza ed allora scegliere un altro fotogramma
in cui essa avverte i propri simili affinché non abbiano a restar vittime di questa esplosione, ma
anche in questo fotogramma scelto l'esplosione vi sarà. Potrà addirittura scegliere - sempre per una
crisi di coscienza - un fotogramma in cui si getterà sopra la bomba per soffocarne l'esplosione e fare
in modo che nessuno - pur non essendo avvertito - possa rimanere danneggiato: ma l'esplosione vi
sarà. Potrà ancora scegliere un altro fotogramma in cui penserà a fuggire, recando danno così a
quanti sono lì presenti; ma l'esplosione vi sarà.
Ecco come e perché le mutazioni che possono scegliersi sono quelle che possono avvenire
nell'ambito del modulo fondamentale del Cosmo.

DALI

Ecco che cosa significa "circoscriversi", "limitarsi" dell'Assoluto: significa creare un modulo per
creare un Cosmo; ed un Cosmo è - in questo senso - la limitazione, la circoscrizione dell'Assoluto.

F. M.
La vita dell'individualità

Vari sono stati i passaggi che voi avete seguito per giungere fino agli ultimi insegnamenti.
Cominciammo parlandovi delle Manifestazioni cosmiche, e non vi dicemmo una bugia. Allora
osservavamo i Cosmi dall'inizio alla fine, nel loro respiro, secondo il moto che si osserva essendo
legati a questo Cosmo, perché l'inizio e la fine del Cosmo rappresentano i limiti, rappresentano la
circoscrizione - dovuta al modulo - sul quale e sulla quale il Cosmo si fonda. E vi dicemmo che
ciascun Cosmo non può comunicare con altri; rimaneva così isolato, ogni Cosmo, dal Manifestato.
Il Manifestato avvolto dal non Manifestato.
Tutte cose verissime e voi, ascoltandoci, a poco a poco, avete imparato non già a considerare i
Cosmi secondo il movimento che di essi osserva l'individuo essendo in questi immerso, ma già
spostandovi più in alto, da un'altra visuale più ampia. Ecco allora che avete imparato a vedere il
Cosmo, o i Cosmi, in funzione dell'Eterno Presente: tutti presenti nello stesso attimo eterno. Ed
ancora una visione diversa, che non contraddice quella che vi facemmo conoscere all'inizio, ma che
l'amplia, la rende più aderente alla Realtà. I Cosmi con i loro attimi che si susseguono, tutti presenti
nello stesso attimo eterno. Successivamente questo "attimo eterno" non ha più significato di un
tempo infinito, che non ha mai fine, ma diventa l'attimo di ciò che è senza tempo. Ed ancora un
passo avanti.

E' la volta ora di far cadere ancora qualche velo. L'insegnamento è tale, a questo punto, che se
ciascuno di voi non fa cadere, da se stesso, questi veli, tutto può diventare incomprensibile o,
peggio ancora, vedersi come il frutto di un parto assurdo. Dunque, più che dire, cercherò di farmi
intendere e voi, più che ascoltare, dovete comprendere.

L'individualità è una pianta che affonda le sue radici in un Cosmo e le affonda eternamente. Il
Cosmo, che non esiste oggettivamente quale voi lo vedete o lo percepite, esiste eternamente;
l'individualità - che è il fusto di una pianta che ha il suo strame ancora più in alto - affonda le radici
eternamente in esso.
Dunque: che cosa significa "evolvere"? Chiamare il microcosmo "centro di coscienza e di
espressione" o "centro di sensibilità e di espressione" significa, solo, spostare l'attenzione da un
punto ad un altro della vita individuale. Già vi dicemmo che tutta l'individualità esiste svolta
nell'Eterno Presente e così è. L'individuo, che pare attraversare il Cosmo, in effetti ivi dimora
eternamente. Se il Cosmo, che è composto di innumerevoli "situazioni" (fotogrammi), esiste per
l'eternità per ciò che è senza tempo, e se dunque l'individuo è in questo Cosmo, egli è eterno ed il
"rivivere" del quale vi parlava la vostra Guida, a questo voleva preludere: che ogni attimo che a voi
sembra trascorso, esiste eternamente, non già come ricordo, ma quale voi lo avete vissuto.

Dunque: le radici dell'individualità affondano nel terreno del Cosmo e vi affondano sempre. Il
trascorrere è illusorio. Per sempre l'individuo vive nel Cosmo. Cos'è allora questo scorrere?
Cos'è allora questo nascere e morire di un Cosmo che mai muore e mai è nato? E' la vita
dell'individualità. E' l'insieme di una sinfonia che per esistere deve apparentemente sciorinarsi in
innumerevoli note che si susseguono l'una appresso all'altra. E' l'apparente cadenza di un tempo che
non esiste. Questo è il nascere e perire di un Cosmo che mai è nato e mai perirà giacché esiste in
eterno; ma che pur tuttavia ha un inizio ed una fine.

Noi che amiamo considerare di aver raggiunto una meta, di non essere più quelli che eravamo ieri,
dobbiamo familiarizzare con questo nuovo concetto; quello che eravamo ieri esiste ancora ed
esisterà sempre. E' una radice della nostra individualità, un suo filamento che affonda nel terreno di
questo Cosmo e rimane per sempre. E così quello che siamo oggi per sempre rimarrà così, perché è
un altro filamento della nostra individualità. E solo per la vita di essa che queste note si susseguono
l'una all'altra; ma in realtà esistono e vibrano tutte nel medesimo attimo eterno.
Il fiore è nel fango.

Beato Tu sei, o Signore, giacché dal susseguirsi di singole esperienze - che dà l'idea del tempo -
nasce, impera, esiste la coscienza del "non tempo". Su questo illusorio trascorrere, osservare prima
l'uno e poi l'altro, regna il "sentire" tutto nello stesso istante. Così da una parte la percezione della
serie numerica, svolta l'un numero dopo l'altro; dall'altra parte è la percezione della serie numerica
"sentita", vissuta tutta nel medesimo istante del senza tempo.
E perché ci sia questa percezione del senza tempo, v'è la percezione del tempo.
La perla è nel Loto.

K. H.

La storia individuale

Immaginiamo di avere un libro del tutto particolare, narrato al presente e così bene che il lettore,
scorrendolo, si immedesimi con il protagonista della storia narrata e la viva nei minimi particolari
provando sensazioni, pensieri, emozioni così vive da dargli l'idea e il "sentire" di una vita reale; le
stesse ansie, i dubbi, i problemi. Il lettore apre la prima pagina del libro e s'immerge nella storia
narrata, storia che all'inizio è lineare. E' detto, nelle prime pagine: "il bimbo nasce". Il bimbo è il
protagonista ed il lettore, man mano che questa creatura comincia a percepire il mondo che la
circonda, allo stesso modo, attraverso a quegli occhi che si dischiudono, vede e "sente" in modo
frammentario ciò che lo scrittore narra. Ma, come ho detto prima, lo vede e lo sente in modo reale,
tanto che s'immedesima nella storia stessa che vi è narrata, pagina su pagina, al presente.

Il protagonista cresce ed ecco che la narrazione presenta un lato singolare: lo scrittore, al punto in
cui il protagonista manifesta le prime possibilità di scelta, non prosegue una sola narrazione, ma
scrive due o più storie parallele. Così, ad esempio, fatti i primi studi, allo scrittore è venuta l'idea di
mutare il carattere del personaggio, farne un uomo che desidera studiare; ed allora scrive una storia
in cui il protagonista frequenta i vari tipi di scuola e la storia si sviluppa in un determinato modo.

Però scrive anche un'altra storia in cui il protagonista non sente il richiamo dello studio e desidera
dedicarsi ad una vita di lavoro manuale, meno intellettuale ma tuttavia sufficiente per garantirgli da
vivere. Certo che la storia in cui si narra che il protagonista segue questa vita umile è diversa
dall'altra storia in cui invece il protagonista segue una vita intellettuale e presenta certi aspetti che
l'altra storia non ha o viceversa; di guisa che se il protagonista lo si segue in una delle due storie,
sarà gioco-forza per lui avere certe esperienze che non sono invece nell'altra storia. Ma ecco che il
lettore, immedesimandosi di volta in volta nella narrazione che si sussegue nelle pagine del libro,
giunge al punto in cui le storie diventano due. E deve operare una scelta.

Supponiamo che scelga la storia in cui il protagonista non è attratto dalla vita di studio, ma segue un
lavoro materiale che comporta fatica, fatica fisica. Ed io vi ho detto che la storia è narrata così bene
che chi la legge s'immedesima con il protagonista e quindi vive questa vita di fatica. "Ma - direte
voi - dell'altra storia, che ne è?". L'altra storia è lì, al pari di quella scelta dal lettore ed ha le stesse
magiche possibilità, tanto che se il lettore, anziché avere scelto quella che ha scelto avesse scelta
l'altra, sarebbe stata dal lettore vissuta allo stesso modo e gli avrebbe dato la medesima sensazione
di "realtà".
Ecco come si attua, quindi, un karma: operando una scelta non si sceglie un unico fotogramma, ma
scegliendo quel fotogramma s'imbocca una strada che conduce l'individuo a percorrere tutte quelle
situazioni cosmiche legate fra loro; una strada tracciata che si fonda sulle leggi, così come la storia
narrata nel libro si fonda sulla narrazione dell'autore.
Direte voi: "Beh, certo che il protagonista dell'una o dell'altra storia ha sviluppi diversi".
Supponiamo che, però, sia seguendo l'una storia che l'altra, nel protagonista si raggiunga una
maturazione, uno sviluppo identico. Le esperienze sono state diverse; il protagonista della prima
storia, quella faticosa, impiegherà forse più tempo per giungere ad una meta, ma vi giungerà
egualmente. N‚ si possa dire che una storia sia più bella dell'altra: entrambe siano belle. N‚ si possa
dire che una storia sia stata più pensata dell'altra: entrambe allo stesso modo siano create. N‚ si
possa dire che una storia anziché l'altra sia più presente nella mente dell'autore: entrambe lo siano.
La scelta è lasciata al lettore il quale, che legga l'una storia anziché l'altra, per quella magica
possibilità, come l'interprete, raggiungerà egualmente una maturazione interiore. Cioè, secondo la
nostra supposizione il protagonista avrà esperienze diverse, ma egualmente svilupperà.
Ebbene, ha un senso chiedere che età ha il protagonista? Ha un senso chiedere se questi è morto,
una volta che si è giunti alle ultime pagine del libro? Ha un senso chiedere se no esiste più, dal
momento che la storia è narrata al presente?

Evidentemente no. Perché il lettore, se riaprirà a caso una pagina di una variante del racconto,
tornerà a vivere la situazione ivi rappresentata, e in modo tanto vivo e reale da avere la viva
sensazione di totale esistenza. La storia è narrata al presente, dunque ogni pagina è un "essere".
Possiamo dire "la storia è trascorsa"? Possiamo dire che chi la legge ha finito di leggerla; ma se in
fondo in fondo meditiamo, vediamo che ogni pagina è sempre; e che rileggendo la prima pagina,
nuovamente la storia ha inizio, ma solo per chi scorra la prima pagina. Così come la storia ha fine
per chi l'ultima pagina ha terminato di leggere.
E può darsi che due creature leggano una stessa storia in cui due sono i protagonisti, l'una
immaginandosi ed immedesimandosi in uno di questi e l'altra nell'altro protagonista? Ebbene, tutto
è chiaro finché i lettori seguono la vicenda leggendo sulla stessa pagina; ma nessuno e niente può
impedire ai due lettori protagonisti di seguire la storia con diverse pagine di distanza, così l'uno sarà
alla prima pagina e l'altro verso l'ultima. L'uno potrà scegliere una variante della storia, l'altro l'altra
variante e provare sempre - da come l'opera è scritta bene - la sensazione di viverla veramente.
Viverla accanto all'altro protagonista quando il lettore che a questo protagonista s'immedesima, è
distante molte e molte pagine anche della variante della storia che egli sta leggendo.

Meditate su questa strana conversazione. Pensate che la storia può essere il Cosmo con tutte le
situazioni cosmiche ed ogni situazione un fotogramma: che il lettore è l'individualità; che il
protagonista o i protagonisti, sono l'individuo a gli individui; che lo sviluppo obbligato della storia è
il karma e il modo in cui si attua. E forse, in questa comparazione, un po' di luce sarà in voi.
***

La situazione cosmica rimane sempre presente con il "sentire" degli individui che in essa vi sono
rappresentati, cristallizzato. Tutto presente sentito e vissuto dall`Assoluto. Solo l'individuo, per
circoscrizione di percezioni, di consapevolezza, ha il senso del trascorrere, del passare. Ma in realtà
così non è.

F. M.

Visione soggettiva del Cosmo

Il nostro modo di spiegare, a volte, si serve di controsensi, apparenti contraddizioni. Adesso siamo
al punto che un Cosmo una volta è soggettivo ed una volta è oggettivo, una volta ha un suo ciclo di
vita ed una volta non lo ha affatto. Ciò dipende da quale punto di vista ed in funzione di quale
termine di paragone lo si vuole osservare.
Questa sera, addirittura, lo vogliamo vedere congelato. Perché no? Lo fermiamo nel tempo e nello
spazio. Potenza dell'umana fantasia! Ma non basta, oltre che immobilizzarlo, dobbiamo tagliarlo
minutamente, scomporlo, addirittura, nelle situazioni che lo costituiscono. Quante sono queste
situazioni voi lo sapete: una per ogni mutazione.

La materia nella sua struttura sub-atomica è composta da elettroni, particelle, corpuscoli che girano
attorno a nuclei: pensate che per l'attimo in cui, ad esempio, un elettrone gira attorno al nucleo
centrale, esistono tanti fotogrammi quante sono le variazioni della sua posizione rispetto al nucleo.
Sicché quando noi parliamo di "situazioni cosmiche" non intendiamo solo di quelle normali, di
quelle psichiche, di quelle che l'individuo può percepire, ma di quelle che rispecchiano anche le
mutazioni della materia del piano fisico. Insomma un fotogramma per ogni differente dislocazione
degli elementi contenuti in esso.

Com'è - vi domanderete voi - che questi innumerevoli fotogrammi - oserei dire infiniti se il Cosmo
fosse infinito, ma non lo è: è "immenso" e quindi "innumerevoli" possono rappresentare una base
comune che pur originando sensazioni soggettive è percepita in modo analogo da più osservatori?
Mi spiego.
Due osservatori, assistendo ad un tramonto, possono nella descrizione rifarsi ad impressioni
soggettive, ma entrambi parleranno del tramonto. Il tramonto sarà il comun denominatore della
situazione osservata. Questo vale per tutti i piani di esistenza.
Se parliamo del Cosmo fisico, ad esempio, l'elemento comune a tutti i fotogrammi è il piano fisico,
quale voi con i vostri sensi lo percepite. Fra l'uno e l'altro di voi potrà esservi una diversa
interpretazione degli oggetti che sono nei fotogrammi che scorrono di fronte alla vostra attenzione,
ma questi oggetti sono comuni perché il Cosmo è unitario.

Che cosa significa? Significa che un Cosmo contiene innumerevoli fotogrammi, ma che in ultima
analisi questi fotogrammi costituiscono un tutto; cioè che gli individui i quali a questi fotogrammi si
legano, non hanno una visione del tutto soggettiva, indipendente e onirica, ma che questa visione si
fonda su una base comune che dà il senso di un Cosmo, di un Universo astronomico che esista
oggettivamente, di un Cosmo in qualche modo palpabile che, per quanto diverso possa essere dalla
sensazione che altri percepisce, pur tuttavia ha qualcosa di fondamentalmente eguale e comune.
Il Cosmo, quindi, non è un sogno dell'individuo e non esiste solo perché gli individui lo sognano,
ma in forza di comuni denominatori è costituita l'unitarietà del Cosmo.

Pensate a quante situazioni sono contenute in un Cosmo, dal suo manifestarsi al suo riassorbirsi, che
- ripeto - sono anch'esse movimenti, fenomeni, manifestazioni che appaiono trascorrere dentro al
Cosmo, ma che non sono più quali le si vedono nel Cosmo, al di fuori di esso! Pensate quante
situazioni cosmiche e come esse, in un certo senso, siano legate le une alle altre!

Se noi osserviamo il crescere di una pianta, osserviamo il trascorrere di un numero elevatissimo di


situazioni cosmiche.
Già in un istante fluiscono innumerevoli fotogrammi che riguardano il moto della materia sub-
atomica. Poi pensate alla pianta che cresce e via e via; tante sono, eppure si riferiscono solo a
situazioni riguardanti la materia del piano fisico. E gli altri piani?

Prendiamo in esame una serie di fotogrammi che comprendono un uomo il quale tocca la fiamma di
una candela ed un'altra serie nella quale un uomo ponga la sua mano nell'acqua. Ebbene, fino ad ora
vi abbiamo detto che sono uniti fra loro i fotogrammi del piano fisico secondo una successione che
è poi data dal modulo fondamentale del Cosmo; adesso vi diciamo più chiaramente che sono uniti
fra loro anche fotogrammi di altri piani. Ad esempio: se l'individuo si unisce alla serie dei
fotogrammi in cui vi è rappresentato l'uomo che tocca la fiamma, a questi fotogrammi fisici è legata
una serie di fotogrammi astrali nei quali il corpo astrale vibra originando la sensazione della
bruciatura.
Allo stesso modo alla serie dei fotogrammi del piano fisico in cui vi è rappresentato un uomo che
tocca l'acqua, è legata la serie dei fotogrammi astrali che dà la sensazione del bagnato. Ecco dunque
che cosa significa "ciascun fotogramma ha un suo sentire". Significa che calarsi in quella
situazione, all'individuo non solo la percezione visiva, ma anche un "sentire", una sensazione. In
questo senso ciascun fotogramma ha un suo "sentire" ed è li congelato, tanto che ogni volta che
viene scelta una situazione cosmica, viene percepita nella sua interezza.

Il Cosmo è costituito da un'innumerevole quantità di situazioni individuali. I comuni denominatori


di tali situazioni costituiscono i piani di esistenza (fisico, astrale, mentale...) e le materie che di
questi piani sono proprie. Come l'uomo ha un suo ciclo di sviluppo, così le materie di ciascun piano
sono rappresentate secondo un loro ciclo vitale che deriva dal modulo fondamentale secondo il
quale il Cosmo è ideato. Le leggi che la scienza umana scopre sono in effetti l'aspetto illusorio e
mutevole di altre leggi immutabili che costituiscono il fondamento del Cosmo.

Che cosa v'è, dunque, di soggettivo nel Cosmo? Tutto per coloro la cui consapevolezza è
concentrata nel Cosmo.
Di oggettivo nel Cosmo che cosa v'è? Lo stesso Cosmo è oggettivo perché esiste in Assoluto, anche
se non quale voi lo vedete. Quale voi lo vedete è un Cosmo soggettivo: ma esiste "qualcosa",
oggettivamente parlando, nell'Eterno Presente, nell'Assoluto, legandosi al quale si ha la visione
soggettiva del Cosmo; visione soggettiva di qualcosa che esiste oggettivamente anche se in modo
diverso da come voi lo percepite.

***

Questo insegnamento può fare apparire diverso il vivere di ogni giorno. Solo l'amore che le Guide
pongono nel parlarvi, solo questo deve farvi intendere come bisogna rivolgersi ai propri fratelli.
Solo questo amore e la fede che Essi cercano di trasfondere in voi basterebbero a riempire e a dare
pieno significato alla vostra esistenza.
Queste parole che vi vengono dette hanno molteplici significati, oltre quello che l'orecchio può
intendere. Voi potete non comprendere alcunché di quello che esse vogliono significare, eppure
attingere in fede e in amore che sono presenti nelle espressioni delle vostre Guide.
Voi potete, invece, avere un temperamento che non sia consono ad una via mistica ed allora udire
ed intendere l'insegnamento filosofico e concentrarvi in esso fino ad impegnare la mente in regioni
così elevate da far vibrare il vostro veicolo akasico - come voi lo chiamate - la vostra coscienza.
Perché il processo di evoluzione dell'individuo si concretizza in queste parole: spostare la propria
consapevolezza dai piani più densi ai piani più sottili. E dico e diciamo "consapevolezza" cioè
anche "coscienza".
Voi vedete che nel piano fisico la vostra consapevolezza ènel piano fisico, così non si tratta, in
definitiva, di muovere un veicolo fisico, ma di spostare la vostra consapevolezza a situazioni
cosmiche rappresentanti diversi luoghi. Se voi, poi, vivete nel piano astrale, non vi siete spostati ma
avete spostato la vostra consapevolezza al piano astrale e così via. Il Cosmo è lì, l'individuo è lì: il
viaggio nello spazio e nel tempo si compie solo attraverso allo spostarsi della consapevolezza
individuale.

Y.

Assenza di scelta nella vita macrocosmica

Abbiamo distinto due forme di vita nel Cosmo: la vita macrocosmica e la vita microcosmica. La
vita della materia e la vita degli individui. Ebbene, accostando questa Verità a quella che vi
abbiamo ultimamente enunciata del "comun denominatore", possiamo definire la vita
macrocosmica il comun denominatore delle vite individuali. Mi spiego: tutti i fotogrammi che
un'umanità, una razza o tutte le razze, possono vivere per quanto differenti fra loro, hanno in
comune la vita macrocosmica. Ecco perché quindi, qualunque scelta l'individuo compia, non
inciderà mai sulla vita macrocosmica. Tornando all'esempio della scorsa volta, se un osservatore,
ammirando un tramonto, deciderà di accendere una sigaretta, la serie dei fotogrammi scelta conterrà
il calar del sole al pari di quella scartata.

E' chiaro questo? Dunque, noi vediamo che un Cosmo ha una storia fissa, ha un ciclo di vita ben
definito, stabilito dal modulo fondamentale e che risulta, appunto, dagli elementi in comune, dalle
storie individuali, dai comuni denominatori dei vari fotogrammi che gli individui vivono
soggettivamente. Cosicché la storia del Cosmo va scissa in "storia della vita macrocosmica" e storia
della vita microcosmica, cioè storia di tante storie individuali. Qualunque siano le scelte e le storie
individuali, la storia della vita macrocosmica non muta. Infatti, la vita macrocosmica non è legata ai
microcosmi. Questo da tempo ve lo abbiamo detto. Un'altra delle vecchie Verità - per così
chiamarle - che acquista un nuovo significato da quest'ultimo insegnamento.
Ed allora - direte voi - gli altri fotogrammi, quelli che comprendono le scelte scartate
dall'individuo? Sono tutti esistenti nello stesso modo. Non è che si "vivifichino" allorché un
individuo si leghi ad essi e che solo quelli a cui l'individuo si leghi abbiano vita e gli altri rimangano
morti. No. Tutti esistono nello stesso modo immutabile. Dico immutabile perché ciascuna
situazione elementare cosmica è immutabile: contiene un elemento di mutazione rispetto alla
precedente ed alla seguente, ma in sé è immobile come quella vecchia teoria secondo la quale il
moto dei corpi altro non sarebbe che un insieme di punti fermi. Ripeto: i fotogrammi vissuti
soggettivamente, individualmente, che contengono elementi in comune - che sono gli elementi della
vita macrocosmica - sono tutti egualmente esistenti, sia che siano scelti dagli individui o che non lo
siano.

Allorché l'individuo sceglie una serie, vive l'individuo, non i fotogrammi i quali non subiscono
mutazione alcuna, né in sé, né rispetto a quelli scartati.
Cerchiamo di spiegare ancora meglio: quando voi pensate a varie cose che potreste fare ponete in
attività il vostro veicolo mentale (corpo mentale) il quale opera delle scelte fra tutte le serie dei
fotogrammi mentali che rappresentano tutte le cose che potreste pensare. Ebbene, limitando la
nostra osservazione al piano mentale, non esiste, nel piano mentale, nessuna differenza fra le cose
che avete pensate e quelle che metterete in atto, così come non esiste alcuna differenza intrinseca
fra le serie dei fotogrammi che avete scelti e che rappresentano le cose che avete pensato e le serie
che rappresentano le cose che non avete pensato.
Innumerevoli indubbiamente sono i fotogrammi; ciascuna serie rappresenta varie situazioni che
possono essere vissute soggettivamente dall'individuo, in modo più o meno consapevole. Le
situazioni cosmiche, ripeto, esistono per il piano fisico, per il piano astrale, per il piano mentale, per
ogni piano di esistenza. A rigore, quando voi siete venuti qua questa sera, non avete condotto il
vostro veicolo fisico, ma la vostra consapevolezza successivamente si è legata, un fotogramma dopo
l'altro, a tante situazioni cosmiche riguardanti il piano fisico, vivendole soggettivamente, situazioni
in cui il vostro veicolo fisico era rappresentato in una posizione sempre più ravvicinata rispetto al
punto di arrivo.

Il legare la vostra consapevolezza a questo tipo di fotogrammi implica, come stretta conseguenza, lo
scegliere o il legarsi ad altri fotogrammi del piano astrale; cosicché quelli di voi che si saranno
bagnati sotto la pioggia - o meglio che si saranno legati a quei fotogrammi nei quali il loro veicolo
fisico era rappresentato sotto la pioggia - come conseguenza automatica si saranno legati nel piano
astrale a fotogrammi in cui il loro veicolo astrale rappresenta la sensazione del bagnato; in cui il
loro veicolo mentale, ad esempio, rappresenta l'idea del raffreddore, e così via.
In sostanza, quindi, il Cosmo è lì, immobile, statico, da sempre. E' l'individuo - diciamo oggi - che
si lega a questo immenso mosaico, attimo per attimo, spazio per spazio, a queste situazioni
cosmiche. E legarsi ad esse significa spostare la propria consapevolezza da un punto all'altro del
Cosmo.
Il Cosmo ha già scritto la sua storia; il ciclo della vita macrocosmica non può mutare secondo le
scelte degli individui.
Nè le scelte degli individui possono mutare la vita del Cosmo, perché non è che attraverso a queste
scelte gli individui colorino, vivifichino, improntino in modo diverso i fotogrammi scelti. Mai.
I fotogrammi possibili, esistenti, che siano vissuti o meno, esistono tutti nello stesso modo.

Indice di questa pagina

Contemporaneità delle epoche e delle razze - Non contemporaneità di percezione nei fotogrammi -
Intersecazione delle razze e delle epoche -
Tempo e spazio per chi si immedesima nei fotogrammi - Le gamme del sentire vibrano all'unisono -

Il piano akasico - Tempo del piano akasico o della coscienza - Tempo del piano fisico o della
consapevolezza -
L'Uno e i molti - La vera vita è oltre il piano fisico - Le scelte individuali in rapporto alla Realtà -
Varianti o mutazioni collaterali

Contemporaneità delle epoche e delle razze


Voi state sperimentando quanto sia facile tradire il senso dei concetti dovendo
esprimerci con le parole, parlare secondo questi simboli e questi termini
convenzionali, di cose che esulano dalla convenzione e dal simbolo: parlare, con
il linguaggio dell'illusione, della Realtà. Compito da folli; ardire che un
tempo avrebbe recato con sé un indubbio effetto che comprendeva dall'incredulità
all'accusa di pazzia.
Dopo quello che vi abbiamo detto ultimamente, è forse più giusto parlare al
presente anziché al passato? Certo farebbe ridere un benpensante dire che
Atlantide vive ancora nella vostra epoca. E potrebbe far ridere anche noi se non
pensassimo che indubbiamente Atlantide è già trascorsa. E chi può negarlo!
Forse queste voci ci sembrano venute apposta per togliervi la tranquillità, per
guastarvi i buoni rapporti di vicinato, le amicizie convenzionali e sentite? Chi
può negare che nella vostra epoca Atlantide non sia già sprofondata? Nessuno,
perché nel vostro tempo la realtà è tale che Atlantide è rappresentata
sprofondata.
Ma lo è in realtà, in quella realtà con l'erre minuscola, lo è in effetti?
Nei fotogrammi nei quali voi state vivendo non v'è dubbio che l'anno "zero" è
rappresentato come passato e l'anno 4000 come avvenire. Ma è questo vero? E'
trascorso veramente ciò che per voi viene indicato come passato? E' ancora
veramente da venire ciò che voi chiamate futuro? Per questo vostro tempo sì, ma
sollevandosi un tantino, uscendo da questo vostro tempo, ecco che il problema è
spostato in tutti i suoi termini.
Non occorre più ripetere ancora che il Cosmo, nella sua incommensurabile
estensione, esiste tutto ed è tutto dispiegato.
Ed allora immaginiamocelo questo Cosmo tutto dispiegato; sforziamo la nostra
immaginazione cercando di uscire da quegli schemi imposti dalla consuetudine del
pensare terreno, umano, secondo il tempo. E' tutto lì. Immaginiamocelo questo
Cosmo, in una dimensione di spazio per poterlo meglio abbracciare con la nostra
immaginazione di umani: è lì, tutto congelato, dicemmo, per coglierlo nella sua
estensione, nella sua - se vogliamo - immutabilità; e vedendolo così dispiegato,
ecco, notiamo che non esiste tempo. Dov'è il trascorrere?
Ecco l'epoca Atlantidea, è lì! La collochiamo in una porzione dello spazio
cosmico. Oh! Ecco: l'epoca moderna è in un altro spazio cosmico, visto che per
immaginare meglio abbiamo conservato la dimensione spazio. Ecco le meraviglie
del 2000, del 3000, del 4000, lì, in un altro spazio cosmico! Ed il tempo, dov'è
dunque? Allora non possiamo più parlare, da questo nuovo punto di vista, di
tempo che trascorre; il tempo dunque non è che uno spazio del Cosmo, una sua
dimensione che noi abbiamo annullata innalzandoci di un tantino. Sì, perché da
questo nuovo punto di vista possiamo vedere Atlantide, possiamo vedere l'epoca
moderna, possiamo vedere l'epoca che sarà - per indicarla a voi - ma che è già.
E tutte esistono nello stesso modo: dunque il tempo è in funzione dello spazio e
da questo del tutto dipendente.
Ma come è possibile seguire questo groviglio del Cosmo incommensurabile per
poter comprendere esattamente come questi movimenti sussistono? Dobbiamo
accontentarci, per ora, di esprimere dei principi. Così come quando parliamo di
"karma" diciamo una Verità, ma non possiamo, per la nostra limitatezza e per la
vostra incapacità di recepire, soffermarci in tutta la particolarità di questo
principio, di come questa Verità si attua praticamente. Allo stesso modo, ora,
dobbiamo esprimere dei principi, senza ancora scendere al particolare.
Dunque il tempo - passato, presente, futuro - non è che una diversa ubicazione
di epoche e razze nello spazio cosmico.
Per razza s'intende uno scaglione di anime, un insieme di individualità le quali
sono legate fra loro da o per certi motivi, e che in un arco di tempo che è
oltre cinquantamila dei vostri anni, conduce la propria evoluzione dallo stadio
di uomo alle soglie del superuomo, attraverso a tutto il pianeta Terra, dove
troverà l'ambiente favorevole alla sua evoluzione. Ma in questo ambiente potrà
darsi benissimo che egli rivesta veicoli fisici appartenenti alla razza ariana o
ad altra razza, poiché queste distinzioni di razza non hanno niente a che vedere
con razza intesa come insieme di individualità.
Ciò che per voi è passato - salendo a quel punto di vista tantino più su - non è
più passato, non è più tempo trascorso; è qualcosa senza tempo, è un diverso
spazio; e dico "spazio" perché, per necessità di comprensione, abbiamo posto che
lo spazio ancora sussista.
Da che cosa nasce dunque il tempo? Nasce dall'esaminare - nell'ambito di
un'epoca, da parte di una razza - un fotogramma dopo l'altro, seguendo una
determinata direzione che fa parte del modulo fondamentale del Cosmo che stiamo
osservando. Ecco come nasce il trascorrere, come si attende ciò che deve venire,
ma che in realtà è già, lì, tutto dispiegato. E' il singolo, è l'individuo che
percependo una situazione cosmica alla volta, una dopo l'altra, fa scaturire in
sé il trascorrere del tempo. E vivendo fotogrammi ove sono rappresentate le
Piramidi d'Egitto consunte dalla polvere, ne deduce che l'antico Egitto non è
più ed è trascorso ed appartiene al passato. Ma, strano, salendo a questo
orizzonte un poco più elevato io vedo ancora l'antico Egitto che è lì, vivente,
esistente, come la vostra epoca moderna, come il futuro che per voi deve ancora
venire.
Allora? Allora le epoche non sono che spazi cosmici, tutti esistenti nello
stesso modo, al di fuori del tempo. Il tempo- ancora lo ripeto - nasce dal
percepire, da parte dell'individuo, un fotogramma alla volta, una situazione
cosmica dopo l'altra.
Ma le epoche sono tutte - per usare un termine che possa farvi intendere -
contemporanee. Tutte esistono allo stesso modo: sono - per intenderci questa
convenzione dobbiamo ancora mantenerla in vita - in uno spazio diverso del
Cosmo.
Ho detto che dobbiamo enunciare dei principi. Ebbene, questi principi sono: se
tutte le epoche sono per così dire contemporanee, questa contemporaneità non
esiste - nell'ambito di un'epoca e di una razza - da parte del "sentire
individuale".
E occorre ancora precisare che per ciascuna razza, intesa come scaglione di
anime, non esiste contemporaneità di "sentire individuale", ma tuttavia esiste
un legame che fa appartenere un gruppo di individui ad una razza.
Sì, voi che guardate questi vostri fotogrammi e vi scorgete delle vite naturali
a voi inferiori, già sapete che quelle forme di vita appartengono ad una razza
diversa, ad un differente scaglione di anime da quello al quale voi appartenete.
Ma in ultima analisi non sapete che quelle forme di vita non appartengono, ma
appartenevano ad altre razze, ad un altro scaglione di anime.
Ed in linea teorica - pensatelo, meditatelo - quelle piante che voi state
ammirando, quegli animali che voi state accarezzando, possono essere state forme
di vita naturale attraverso le quali si è espressa - in altra dimensione - la
vostra individualità.
Ovverossia individui d'altra evoluzione, ma appartenenti a coloro che ora
formano questa umanità.
Una precisazione mi preme fare ed è questa: l'immedesimarsi dell'individuo con i
fotogrammi e quindi con le forme di vita, segue sempre un senso, una direzione,
che è la stessa direzione che crea l'ordine del tempo: da una forma di vita meno
organizzata ad una forma di vita più organizzata. Da una forma di vita che
esprime un grado piccolo di mente, ad una forma di vita che esprime un grado più
grande di mente; da una forma di vita che esprime i primi barlumi della
spiritualità, ad una forma di vita che esprime la massima spiritualità
esprimibile nel piano fisico.
Un Cosmo ha dei confini. Noi li abbiamo chiamati: inizio dell'emanazione e
riassorbimento. Ebbene, durante questo intervallo, che è un intervallo di spazio
e di tempo anche se illusorio, gli individui - vi abbiamo detto - "sentono". Ma
il "sentire" degli individui è un sentire relativo che per sua natura, quindi,
necessita dell'individuo che "sente" perché è posto in contatto con certi
elementi. Questi elementi sono le situazioni cosmiche, i fotogrammi. Dunque la
vita dell'individuo è una vita soggettiva? O, venendo a contatto con questi
elementi cosmici, è una vita che interessa anche altri individui? E' l'una e
l'altra cosa, giacché nell'ambito della razza e dell'epoca - ripeto, anche se
questo può sembrarvi per il momento oscuro, ma che ha una prima spiegazione
giusto nella legge di causa e di effetto - non esiste la contemporaneità del
"sentire" individuale: non è - come forse fino ad oggi era sottinteso per voi e
ed implicito - condizione prima ed essenziale del movimento illusorio del
trascorrere scorrere del tempo e dello spazio. In questi stessi fotogrammi in
cui più individui, più veicoli fisici, sono rappresentati, può, non esistere - e
non esiste - una contemporaneità di percezione individuale. In un fotogramma,
laddove sono rappresentati un certo numero di veicoli fisici e quindi, in ultima
analisi, di individui, il "sentire" di questi individui non è necessariamente
contemporaneo; ciascuno di questi individui può percepirlo non nello stesso
istante, non contemporaneamente agli altri.
Così le cristallizzazioni che sono al confine del Cosmo, prima del
riassorbimento, possono essere "sentire", in senso lato, dalle individualità che
a quelle - attraverso agli individui - sono legate, simultaneamente a quelle che
sono al confine opposto del Cosmo, all'inizio, all'emanazione. Così individui
del passato, della vostra epoca e della vostra razza, possono prendere in esame
fotogrammi che per voi sono legati al passato o al futuro, contemporaneamente a
voi che vivete il vostro presente.
Questo può sconvolgere, momentaneamente, ciò che fino ad oggi avete creduto di
un Cosmo. Ma se la vostra meditazione sarà profonda, se l'affronterete con
semplicità, noi saremo lieti di assistervi in questa Verità, nello scoprire
questa Realtà. Perché, figli, solo scoprendo questa Realtà, tutto ciò che vi
abbiamo detto acquista un senso compiuto, è aderente alla Realtà ultima.
Molte precisazioni ancora possono aver luogo da ciò che sto dicendovi. Ma la
Verità deve essere da voi sentita fino da questo momento, prima ancora di averla
- non dico compresa - capita.
Può sembrarvi strano questo spostarvi nel tempo e nello spazio in modo diverso
da quello che fino ad oggi avete conosciuto.
Ma questa è la Realtà: il tempo e lo spazio sono illusori: la vita
dell'individuo è una vita interiore, soggettiva. Ciascun individuo, in ultima
analisi, ha il suo tempo ed il suo spazio; ciò non di meno apparentemente vive
in dipendenza degli altri, del tempo e dello spazio altrui.

Non contemporaneità di percezione dei fotogrammi


Certo che un osservatore che avesse la ventura di accostarsi a queste riunioni -
già vedendo il "fenomeno" in sé - sarebbe propenso a credervi sicuri candidati
ad una prossima pazzia. Ma questa opinione sarebbe vieppiù consolidata se avesse
la ventura di udire ciò che noi diciamo e voi raccogliete. Perché in effetti,
senza una giusta preparazione, questa può sembrare l'anticamera di un manicomio.
Invero che cosa è che distingue i pazzi?
Ragionare secondo una logica che non è quella degli uomini normali o cosiddetti
tali; e voi e noi, quando ragioniamo di cose che vanno al di là del tempo e
dello spazio, ragioniamo forse secondo la logica umana? No, certo! E quindi se
la pazzia tale si definisce in ordine a quel postulato, noi e voi siamo tutti
dei pazzi.
Ma non deve questo sgomentarci perché quando Voltaire, con i suoi sarcasmi, come
ebbi a dirvi, sulla religione e sulle sacre scritture, riusciva a scuotere il
Vaticano con tutti i suoi secoli di sicurezza, faceva sorridere coloro che
conoscevano il senso riposto dei sacri testi. Il sarcasmo, la facile risata di
chi non comprende, minimamente turba chi veramente ha compreso.
Del resto, chi ha compreso, di buon animo ride del lato comico che possono
presentare certe Verità viste in funzione di altre.
Così dobbiamo avere il coraggio di sembrare l'un l'altro dei pazzi. E non c'è da
intimorirsi perché se guardiamo alla storia, vediamo che molto spesso sono stati
considerati pazzi degli esseri che, oggi, sono stati ampiamente riabilitati
dalle conquiste del sapere.
Ma attenti, figli e fratelli! L'insegnamento - è giunto il momento di dirlo -
benché non abbia più quel carattere esoterico di un tempo, non può essere dato a
tutti. Intendo riferirmi a queste nuove Verità che voi conoscete. Questo
insegnamento - veramente è il caso di dirlo - può fare di voi degli individui
che rettamente agiscono e comprendono, sostenuti da una visione assai ampia e
vasta, come può rompere il vostro intimo equilibrio, se tanta è la fiducia che
ci accordate.
Enunciando dei principi senza approfondirli, vi ho detto della non
contemporaneità del "sentire" fra individui che vivono una stessa serie di
fotogrammi. Guardiamo dove questo sfasamento di "sentire" è più appariscente: se
in una serie di fotogrammi sono rappresentati individui in forma umana ed
individui in forma animale o vegetale o minerale, non esiste contemporaneità di
"sentire" fra i primi e gli altri. Cosicché quando un individuo vive una serie
di fotogrammi come uomo, può dire con certezza che le forme di vita inferiori da
lui osservate, prendono corpo, vita, azione, in virtù della legge stessa che
compone i fotogrammi, ma queste forme di vita, mentre lui individuo-uomo le
osserva, non "sentono" simultaneamente a lui quei fotogrammi che sono a loro
contemporanei nel piano fisico.
"Allora - direte voi - dove sta la contemporaneità delle razze?". Perché abbiamo
detto che le razze sono tutte contemporanee, è vero? Che cosa significa questo?
"Razza-scaglione di anime", scaglione di individui, in qualche modo e per
qualche motivo, uniti fra loro.
Significa che la razza che conduce la sua evoluzione nello spazio cosmico -
sempre detto in modo convenzionale - che comprende dall'anno X all'anno Y, è
contemporanea alla razza che conduce la sua evoluzione dall'anno Y all'anno Z.
Cosicché la vostra razza che compie la sua evoluzione nello spazio-tempo che va
dall'epoca di Atlantide fino al futuro, oltre l'anno 2000, molto oltre, è
contemporanea nell'evoluzione del "sentire" a tutte le razze in qualunque
spazio-tempo cosmico siano esse ubicate. Cosicché, ad esempio, Atlantide che per
voi è sprofondata nel mare ed ha subito la fine a voi ben nota, se usciamo dal
vostro tempo e ci collochiamo nello spazio cosmico relativo ad Atlantide, la
troviamo ancora vivente perché la razza che la popolò è contemporanea, nel
"sentire", alla vostra. Che cosa vuol dire "la troviamo ancora vivente"?
Troviamo ancora la serie dei fotogrammi riguardanti Atlantide, che sono vissuti
da una razza diversa dalla vostra, in cui vi sono individui che vivono quei
fotogrammi come voi, in questo momento, state vivendo i vostri; come altri, del
futuro, stanno vivendo i loro.
I fotogrammi che segnano i confini di questo spazio-tempo cosmico sono in comune
alle razze, ma solo quelli che segnano i confini delle varie epoche. Così i
fotogrammi che segnano il confine fra lo spazio-tempo Atlantide e la vostra
epoca attuale, sono in comune con la vostra razza e la razza di Atlantide.
Altrettanto dicasi per quelli futuri e la razza futura.
Nell'ambito della razza, quindi, non esiste contemporaneità di percezione
individuale - questo lo avete già saputo e spero che sia stato da tutti capito -
ma le razze fra loro sono tutte contemporanee. Cosicché la razza che vive nel
futuro non deve - per condurre la sua evoluzione - attendere che voi l'abbiate
condotta. Ma già, mentre voi state conducendo la vostra evoluzione, quella razza
conduce la sua: così come voi non avete dovuto attendere che fosse condotta
l'evoluzione di Atlantide prima d'iniziare la vostra.
Nell'ambito però di ogni razza non vi è contemporaneità di "sentire". Questo
vuol dire che se in una serie di fotogrammi appartenenti ad un'epoca vi sono più
forme di vita rappresentate, e certo che il "sentire" delle piante non è
contemporaneo al "sentire" degli animali, né a quello degli uomini, pur essendo
tutti contenuti nella stessa serie di fotogrammi. Dirò di più: l'individuo che
vive come uomo una serie di fotogrammi appartenenti ad un'epoca, ha già vissuto
quella serie di fotogrammi, appartenenti alla stessa epoca, nelle forme di vita
inferiori a quella umana. La stessa epoca, gli stessi fotogrammi, la stessa.

Intersecazione delle razze e delle epoche


Vi dicemmo che l'epoca evolutiva dell'individuo che va dalla prima incarnazione
umana fino alle soglie del superuomo, comprende un arco di tempo umano che
misura circa cinquantamila anni. Questi cinquantamila anni sono divisi in sette
grandi età di circa 7,350 anni: ciascuna di queste grandi età di 7.350 anni è
divisa in tre periodi che misurano, grosso modo, 2.450 anni.
Dico grosso modo perché vi sono delle intersecazioni, dei periodi che si
accavallano. Ancora ciascuno di questi periodi si divide in sette età o piccoli
cicli i quali, perché il conto torni, devono durare circa 350 anni. Dico perché
il conto torni, perché in effetti ciascun ciclo dura 700 anni, ma poiché laddove
finisce un ciclo ne inizia un altro ed a cavallo fra questi due ve n'è uno
intermedio, ne risulta che i piccoli cicli segnano un passare del calendario di
350 anni anziché di 700: questo lo sapete dallo schema che a suo tempo vi
abbiamo dato.
Dice un principio degli occultisti: "Il piccolo è eguale al grande". I
cinquantamila anni che si riferiscono all'evoluzione di una razza da uomo a
superuomo sono, né più né meno, quelli di cui ci siamo interessati quando, in
questi ultimi tempi, abbiamo parlato di razze. Quando abbiamo detto che la
vostra razza comprende anche Atlantide fino a oltre, molto oltre, l'anno 2000
(dico duemila perché il più prossimo a voi) volevamo dire: il vostro ciclo
evolutivo da selvaggio, a superuomo è compreso in questo arco di tempo. In base
ad un'altra affermazione voi sapete che il tempo che voi state vivendo
corrisponde al 5ø grande ciclo o grande età, al 2ø periodo, al 6ø e 7ø piccolo
ciclo o età. Il che corrisponderebbe, a conti fatti, a circa 35.000 anni di
ciclo evolutivo, tenendo conto dei debiti accavallamenti: cioè, quando avete
iniziato la vostra evoluzione quali selvaggi erano circa trentacinquemila anni
fa.
Vi abbiamo anche detto che la fine di Atlantide (civiltà di Atlantide
appartenente appunto ad un'altra razza) è avvenuta attorno ai diecimila anni fa.
Ed allora, ecco il grande che assomiglia al piccolo: è qua, in questo passaggio
delle razze. Cioè, pressappoco alla metà dell'evoluzione di una razza, comincia
l'evoluzione della razza successiva e finisce l'evoluzione della razza
precedente.
Così, se questa razza ha iniziato a manifestarsi con le prime incarnazioni quali
selvaggi circa trentacinquemila anni fa, in quel tempo la civiltà di Atlantide
era a metà strada. Il che vuol dire che aveva un'anzianità evolutiva di circa
venticinquemila anni: la fine di Atlantide è avvenuta dopo altri 25.000 anni e
cioè diecimila anni fa, pressappoco. Se è vero che l'attuale razza ha avuto le
prime incarnazioni umane 35.000 anni, non è altrettanto vero che i primi uomini,
i primi selvaggi di questa razza si siano incarnati proprio in seno alla civiltà
Atlantide. Quindi, stessi fotogrammi di tempo, ma non di spazio.
Ed ecco che i fotogrammi in comune si hanno circa alla fine della civiltà di
Atlantide, quando gli individui della razza attuale non erano più selvaggi, ma
ad un grado evolutivo un poco più alto, perché non vi sarebbe stata possibilità
di comunicazioni fra individui di tale diversa evoluzione.
Tutto questo però sempre guardando la rappresentazione dei fotogrammi, perché
ora voi sapete che, guardando da un altro punto di vista, in effetti le razze
sono tutte contemporanee. Se potessimo prendere - per dire - un prototipo della
razza Atlantidea e paragonarlo in qualche modo ad un tempo, corrisponderebbe
come evoluzione al prototipo della razza della Lemuria, al prototipo della razza
vostra attuale e delle future. Naturalmente la media può essere solamente
indicativa, poiché nell'ambito di una razza l'evoluzione individuale ha delle
sfasature ed i fotogrammi singoli sono sentiti in tempi diversi. Possiamo
affermare il principio - ancora torniamo ad affermare dei principi che le razze
sono, in qualche modo, contemporanee: la Lemuria, che secondo la vostra epoca è
collocata nel passato, vive ancora in uno stato di esistenza quale voi oggi
vedete la vostra civiltà. I fotogrammi sono sempre tutti esistenti, anche nelle
mutazioni collaterali.
Ma quando voi avrete meditato e compreso bene che l'evoluzione degli individui
in senso lato, appartenenti a tutte le razze, avviene in ultima analisi,
simultaneamente, tanto che prima sono vissuti tutti i fotogrammi quali
cristallizzazioni, poi tutti i fotogrammi quali piante, poi quali animali e poi
quali uomini; quando avrete ben compreso questo, finalmente, dovrete fare un
passo avanti e riflettere bene che questo "prima" e questo "poi" non esiste.
Questo sentire "prima e dopo" è una Verità che appare solo nel relativo, solo
laddove si conta il tempo, ma nella Realtà l'individualità sente tutto nello
stesso attimo senza tempo; tutte le fasi del "sentire individuale" esistono al
di fuori del tempo.
Questa sfasatura dei tempi, questo cercare di farvi intendere che il tempo non
esiste, deve servire solo a farvi conciliare la Realtà con l'erre maiuscola con
la realtà di tutti i giorni. Solo a questo: non a farvi diminuire la valutazione
della realtà con l'erre minuscola. Non a farvi pensare che quello che avviene,
avviene fin tanto soggettivamente da autorizzarvi a non tenere in nessun conto
tutto quanto sta a voi attorno, pensando ed essendo convinti che dietro a queste
facciate forse può non celarsi nessun "sentire".
Superato questo primo momento di assestamento e di smarrimento - che del resto è
del tutto comprensibile - voi vedrete che gli insegnamenti più alti delle
filosofie impallidiscono di fronte alla Realtà che voi cominciate ad
intravedere. Voi vedrete che, di fronte a questa Verità, la realtà di tutti i
giorni non diminuisce di significato, ma per le creature l'acquista vieppiù.
Ed allora anche voi vi presterete ad aiutare il vostro prossimo a comprendere
quella realtà, anche se per voi, in ultima analisi, potrà essere trascesa.

Qui ci sono dei grafici


Tempo e spazio per chi si immedesima nel fotogrammi
Una volta, parlando dell'Iniziato, dicemmo che la prima impressione percepita
intensamente - ed anche spiacevolmente - era quella di essere solo nel mondo.
Ed in effetti allorché l'Iniziato ha conosciuto le Verità delle quali così
facilmente vi abbiamo parlato, può giungere alla deduzione che poiché non esiste
la contemporaneità del "sentire", è solo a sperimentare la serie di fotogrammi
del suo tempo e da qui provare quel senso di solitudine, di angoscia, di vuoto.
Allora, la nostra affermazione la prendeste come una notizia di cronaca, quasi
incomprensibile. Come poteva, chi era posto a parte delle Verità più segrete e
celate, sentirsi solo? E noi del resto vi demmo una spiegazione certo del tutto
valida, che non trova smentita ogni, ma ad essa si aggiunge quest'altra che
rispecchia il vostro stato d'animo d'oggi.
L'ultima volta vi dicemmo che non esiste contemporaneità di "sentire" fra le
diverse forme di vita del piano fisico. La vita del regno minerale non è
contemporanea a quella del regno vegetale, né a quella del regno animale, né
tanto meno a quella umana, anche se nel piano fisico appare, in seno ad uno
stesso tempo di calendario, esattamente l'opposto di ciò che vi diciamo.
Oggi aggiungiamo di più. La non contemporaneità del "sentire" esiste non solo
fra le specie, ma anche in seno ad una stessa specie. Gli uomini che hanno in
comune serie di situazioni cosmiche, non le percepiscono contemporaneamente,
salvo che essi non abbiano eguale evoluzione.
Questa serie di fotogrammi che rappresenta la riunione di questa sera è comune a
molti individui (tralasciando le vite inferiori). Ebbene non è assolutamente
certo che ciascuno di voi percepisca questa serata contemporaneamente agli
altri, anzi è certo il contrario. Ogni qualvolta uno di voi sarà giunto nel suo
tempo individuale a vivere la serie dei fotogrammi che costituisce questa
serata, egli la vivrà come se fosse l'unica e sola da volta che essa serata
esiste, mentre in effetti la serata esiste da sempre e per sempre ed acquista
tempo e spazio tutte le volte che una vita individuale si unisce alla serie dei
fotogrammi che la rappresenta.
Ma questo tempo e questo spazio l'acquista solo per colui che s'immedesima nella
serie, ed una volta sola. Una volta per ogni partecipante. Se, dunque,
quest'unica volta di ogni partecipante non è contemporanea alle altre, la
contemporaneità fisica non significa contemporaneità del "sentire".
Questo insieme di fotogrammi che state vivendo e che costituisce una precisa
data del tempo fisico, fino ad oggi vi ha fatto ritenere contemporanei gli
uomini che assieme a voi vivono quest'epoca. Ebbene, oggi sapete che, per la
diversa scala della gradualità del "sentire", la contemporaneità fisica
corrisponde alla contemporaneità del "sentire" la medesima epoca solo fra
individui di eguale evoluzione. Allora, quando questa non v'è, dietro alle
persone che voi vedete non c'è un altro "sentire" contemporaneo al vostro. Da
qui la considerazione: "Io sono solo ora a "sentire" questa serie di fotogrammi
anche se questi rappresentano un ambiente affollato".
In effetti come si può essere certi che altri siano nel loro intimo "sentire"
contemporanei a noi stessi? Solo ciascuno, singolarmente e individualmente
sentendo di vivere quest'epoca, è certo che la sua consapevolezza è legata ora
(il suo ora) a questa serie di fotogrammi. E non serve chiedere agli altri:
"Senti tu di esistere?". Perché la risposta, anche se contemporanea nel tempo
fisico, può essere stata data nel mondo del "sentire" prima ancora che la
domanda fosse da voi "sentita" come formulata.
Ma da queste Verità inusitate e pazzesche, ci salva un'altra considerazione: la
diversa scala della gradualità del "sentire" fa parte del relativo, perché nella
Realtà non vi è tempo, tutto è nel medesimo istante eternamente presente.
L'individuo nella Realtà è sempre eternamente presente ed unito al tutto.
Eccoci, dalla solitudine, di nuovo alla compagnia.
Altra domanda che vi fate è: "Una volta che tutti i "sentire" degli individui si
sono succeduti, che cosa accade? E' forse cessato lo scopo dell'emanazione
cosmica? Ha senso che la congerie di fotogrammi esista nell'eternità?" Ed allora
io vi dico che anche questo senso di un "sentire" alla volta e di un "sentire"
limitato nel tempo, di ogni singolo "sentire" che si sussegue all'altro e che
cessa col raggiungere il successivo, è un'illusione del Cosmo.
Il trascorrere del "sentire" è un'illusione; per sua natura il "sentire"
individuale è limitato ed esiste in quanto circoscritto, in quanto fa capo ad un
"sentire" convenzionalmente detto precedente e sfocia in un "sentire"
successivamente definito seguente; ma vi diciamo che ponendosi al di fuori di
questa teoria di "sentire" - che sta unita in virtù della sua specifica natura
di limitatezza e di legame di un "sentire" definito precedente, con un "sentire"
definito seguente - astraendosi da questa teoria, ecco che i "sentire" esistono
tutti nell'eternità.
L'individualità nello stesso attimo eterno "sente" tutto. E' solo il "sentire
individuale", per sua natura, che è circoscritto e che dà la sensazione di
partire da un "sentire" precedente e sfociare in un "sentire" seguente. In
questo modo, esiste singolarmente. Meditate anche su questo concetto. Desidero
però ricordarvi che il tempo, il sentire un fotogramma alla volta, esiste nel
piano fisico, nel Cosmo: che laddove è la Realtà non esiste tempo e tutto è
sentito nello stesso attimo eterno. Ecco perché pregando L'Altissimo, voi, dal
tempo, pregate ciò che è senza tempo e che quindi è sempre presente.
Se voi giungeste alla conclusione che in certi fotogrammi in cui è rappresentato
un alto Maestro, quei fotogrammi sono da voi vissuti e sentiti, ma non lo sono
ancora, nel tempo, vissuti dall'alto Maestro, ciò può essere vero: ma non
dimenticate che l'alto Maestro non è nei fotogrammi, è oltre il tempo ed Egli
quindi, da oltre il tempo, vi sente come sente il Tutto.

Le gamme del sentire vibrano all'unisono


La percezione del tempo da parte dell'individuo è in funzione del tipo di
evoluzione che sta seguendo e del piano di esistenza in cui egli vive
consapevolmente.
Per comprendere meglio che cosa significa questa affermazione dobbiamo
ricordarci innanzi tutto com'è costituito l'individuo. Prendiamo l'uomo
incarnato che è il prototipo di individuo più completo nella sua struttura; egli
ha: a) un corpo fisico che gli permette di vivere nel piano fisico e di avere
quelle esperienze così essenziali alla sua evoluzione; b) un corpo astrale che
dà all'individuo la possibilità di avere sensazioni ed emozioni; c) un corpo
mentale che dà all'individuo la vita istintiva ed intellettiva conscia ed
inconscia; d) un corpo akasico che rappresenta la coscienza individuale e
l'evoluzione raggiunta; e) infine la Scintilla divina che è Dio nell'individuo.
Questo per sommi capi ed in modo schematico. A tutti questi corpi corrispondono
tante "materie" e tanti piani d'esistenza, né più né meno come al corpo fisico
corrisponde la materia fisica ed il piano d'esistenza fisico (per voi il mondo).
Quando l'uomo muore, non vive più consapevolmente nel piano fisico, ma sposta la
sua consapevolezza al piano immediatamente più sottile nel quale abbia un corpo
costituito, cioè l'astrale. E così via.
La percezione di tempo-spazio che l'uomo aveva nel piano fisico è molto diversa
da quella che ha nel piano astrale, perché diversi sono i piani d'esistenza.
Altrettanto dicasi per il piano mentale; ma più ancora per il piano akasico.
Con quanto ho detto è forse ora più chiara la prima parte dell'iniziale
affermazione e cioè che la percezione del tempo da parte dell'individuo è in
funzione del piano di esistenza in cui egli vive consapevolmente. Ma l'altra
parte dell'affermazione, che tale percezione è in funzione del tipo di
evoluzione che sta seguendo, che cosa significa?
Per quanto concerne l'evoluzione, noi abbiamo distinto l'intero ciclo in tre
momenti: evoluzione della materia, evoluzione della forma, evoluzione
dell'autocoscienza. A questi tre momenti l'individuo è interessato in modo
sempre più diretto, secondo una scala che va da un minimo all'evoluzione della
materia, ad un massimo nell'evoluzione dell'autocoscienza. Giocano, dunque, due
fattori nell'evoluzione: uno esterno, costituito dalle spinite che vengono
dall'ambiente, l'altro interno, costituito dall'anima dell`individuo che, in
qualche modo, influisce sui corpi che lo costituiscono e sull'ambiente inteso
come insieme di altri individui che lo circondano e coi quali ha rapporti.
Ad esempio nell'evoluzione di una razza animale (evoluzione della forma) giocano
il fattore ambiente (è l'ambiente che determina le caratteristiche di un corpo
fisico, la necessità che abbia certi organi e non altri) ed il fattore individuo
(è l'individuo che usando certi organi ne causa lo sviluppo).
Come ho detto, il fattore individuo gioca un ruolo preminente nell'evoluzione
dell`autocoscienza; non influisce affatto, in quanto è semplice soggetto
passivo, nell'evoluzione della materia. Quest'ultimo è uno dei motivi per i
quali diciamo che il ciclo della vita macrocosmica non è modificato dalle scelte
individuali; l`evoluzione della materia, che fa parte del ciclo di vita
macrocosmica, vede l'individuo soggetto passivo di questo ciclo.
Vi ricordo che la vita macrocosmica è la vita delle materie dei piani di
esistenza; vita intrinseca, indipendente dalle forme viventi o no che queste
materie compongono.
Anche con questo concetto che ora vi ho ricordato si ribadisce, in ultima
analisi, che il ciclo della vita macrocosmica non è influenzato dalle scelte
individuali; verità questa che troveremo più chiara quando parleremo delle
varianti.
Il ciclo di vita macrocosmica va dall'emanazione del Cosmo al suo
riassorbimento, secondo una progressione che, ad esempio, nel piano fisico per
la materia fisica, è eguale a quella scandita dal calendario astronomico ed
occupa tutta la durata e tutto il suo spazio per completarsi.
Il ciclo di vita dei microcosmi segue una progressione di "sentire" che va da un
"sentire" limitato ad un "sentire assoluto". Il ciclo di vita dei microcosmi nel
loro insieme, occupa egualmente tutta la durata e tutto lo spazio di un Cosmo,
però ciascun microcosmo per compiere l'intera progressione del "sentire" occupa
tutta la durata del Cosmo, ma non tutto lo spazio.
Ebbene, il fatto che lo stesso spazio non è condiviso da tutti gli individui
esistenti comporta come conseguenza logica la non contemporaneità del "sentire"
gli stessi fotogrammi da parte di più individui che questi fotogrammi abbiano in
comune, a meno che non si tratti di individui di eguale evoluzione.
Questo significa che il calendario astronomico, pure di una stessa epoca e di
uno stesso luogo, non segna lo stesso stadio di sviluppo di tutti gli individui
che in quell'epoca e in quel luogo si trovino.
Da qui la necessità di distinguere due tempi fondamentali nel Cosmo (che pure
non esistono oggettivamente): il tempo del mondo delle materie ed il tempo del
mondo degli individui.
Nel Cosmo le parti eguali vibrano all'unisono, così le varie gamme dei "sentire"
individuali sono percepite contemporaneamente dai singoli individui, ma questa
contemporaneità è del tempo del mondo degli individui (contemporaneità delle
razze) e corrisponde, invece, come abbiamo detto, ad una non contemporaneità nel
mondo delle materie.
Questo è quanto appare confrontando la realtà del mondo degli individui con
quella del mondo delle materie, ma non è la Realtà Assoluta nella quale non
esiste né spazio, né tempo.
E non è, neppure, quanto appare al singolo individuo il quale illusoriamente
crede di condividere il luogo e l'epoca dei suoi vicini.
La sua visione, non solo non è la visione della Realtà oggettiva, ma neppure la
visione della Realtà del relativo: è una visione prettamente soggettiva, quasi
onirica.
Come ho detto all'inizio, la percezione dello spazio-tempo da parte
dell'individuo è in funzione dell'ambiente nel quale vive consapevolmente e del
tipo di evoluzione che sta seguendo.
Se egli è un animale incarnato la sua percezione sarà del tutto differente da
quella di un uomo disincarnato; tuttavia nell'uno e nell'altro caso sarà
essenzialmente una visione soggettiva di un essere relativo.
Ma al di là delle visioni oniriche degli individui esiste una realtà, sia pure
non assoluta, ed è quella della quale ci stiamo interessando. In questo vostro
oggi si può dire che tutta la materia della terra è a un certo punto
dell'evoluzione, m non si può dire che tutti gli individui che sono incarnati
sono ad uno stadio eguale di evoluzione, perché il trascorrere della scala del
"sentire" degli individui è diverso dal trascorrere del calendario astronomico.
Ciascuno di voi in questo momento può dire "Tutti quelli che esistono, in questo
momento sperimentano il mio stesso "sentire", sono alla mia stessa evoluzione".
Ma in quale spazio cosmico essi sono ubicati? Nella stessa vostra epoca? Oppure
nel passato o nel futuro astronomico? In ognuno di questi spazio-tempo del
Cosmo, perché il Cosmo, inteso come insieme di materie, è il contenente e
l'individuo il contenuto.
Dunque, un tempo per il contenente ed un tempo per il contenuto. Il tempo delle
materie non è che la rappresentazione delle materie che costituiscono il Cosmo,
secondo una progressione che va da una "non aggregazione" ad una "aggregazione"
(emanazione) e di nuovo ad una "non aggregazione" (riassorbimento). Di esso
l'individuo prende cognizione sperimentando le situazioni cosmiche nelle quali è
rappresentato, secondo la progressione del suo "sentire". Il tempo delle materie
non è un tempo oggettivo; diventa tale per l'individuo che lo sperimenta, ma al
di fuori dell'individuo che lo anima è solo una rappresentazione di differenti
apparenze seguita secondo un determinato modulo.
Ed il tempo del mondo degli individui da che cosa nasce?
Nasce dalla natura del "sentire individuale" che è limitato.
Solo una figurazione per il momento può farvi intendere la spiegazione.
Se, in un oceano di madreperla, voi voleste costruire una collana di perle, che
cosa fareste? Innanzi tutto immaginereste la collana nella sua interezza e poi
passereste all'atto pratico di circoscrivere una quantità di madreperla per
formare una piccola sfera, e dopo questa un'altra sfera, e dopo questa un'altra
ancora, fino a completare la collana che avete immaginata.
Ebbene ogni perla esiste se e in quanto v'è qualcosa che la limita, che la
racchiude, che la circoscrive. E la collana esiste se e in quanto le perle sono
poste l'una accanto all'altra ed unite con un filo.
Orbene, se paragono il "sentire assoluto" all'oceano di madreperla ed il
"sentire relativo" degli individui alle perle e l'individualità alla collana, e
se riunisco in un solo istante ciò che io ho invece detto nel tempo, posso forse
intuire che il "sentire degli individui" si concretizza in un qualcosa di
chiuso, di circoscritto, di relativo, di un "ora" che prelude ad un "dopo" e che
proviene da un "prima". Tutto ciò, però è un'illusione che mai ha avuto inizio
dal momento che tutto è racchiuso in un attimo senza tempo; io lo sento come
chiuso e come un trascorrere, solo perché se non lo sentissi limitato, definito,
concluso, non lo potrei sentire, altrimenti, relativo. Se non lo sentissi come
qualcosa che è "ora" e che non è stato "prima" e che non sarà "dopo", non
sarebbe un "sentire" relativo: un "sentire " alla volta. Ma in effetti questo
percepire "ora" come momento di una teoria che volge al termine, non ha mai
avuto inizio né nell'Eterno Presente, né nelle dimensioni di altri mondi. Sempre
è stato, sempre è, sempre sarà.

Il piano akasico
Ho detto che il piano akasico è il piano che recepisce gli individui: infatti, è
questo piano che noi abbiamo sempre indicato sede della coscienza individuale,
la quale si costituisce man mano che l'individuo, incarnandosi, ha delle
esperienze. Giova ricordare per inciso che ad ogni incarnazione l'individuo ha
un nuovo corpo fisico, un nuovo corpo astrale ed un nuovo corpo mentale; corpi
che saranno abbandonati al termine di una vita.
La coscienza, invece, abbiamo sempre detto, fa parte di un tutto che accompagna
l'essere individuale dall'inizio della sua evoluzione fino a quando egli sale a
livelli di esistenza ultracosmica.
Dunque, possiamo identificare la coscienza per eccellenza con l'individuo, dal
momento che oltre lo stato di esistere a livello cosmico non si può più parlare
di coscienza individuale, ma si deve parlare di coscienza Assoluta.
Allora "evoluzione", riferito a coscienza e quindi ad individuo, significa
sviluppo e più precisamente costituirsi; in altre parole acquisire un più vasto
"sentire". Ecco perché il tempo del "mondo degli individui" segue una
progressione che va da un "sentire" limitato ad un "sentire" sconfinato.
Nella coscienza si riassume la vita di tutto l'individuo, così come nel cervello
si riassume la vita di tutto il corpo fisico.
I corpi mentale astrale e fisico non sono che strumenti, veicoli, mezzi atti a
far evolvere la coscienza individuale, cioè il "sentire" dell'individuo; alla
fine di ogni incarnazione, come strumenti logori, vengono abbandonati. Che cosa
ha, l`individuo, da essi? Per mezzo di loro viene messo a contatto con certi
ambienti, certe esperienze che realizzano in lui un grado maggiore di "sentire".
Voi sapete che quando l'individuo è a livello di esistenza delle vite inferiori
(minerale, vegetale, animale) lo abbiamo definito "centro di sensibilità e di
espressione" perché non ha consapevolezza di sé; invece quando l'individuo è a
livello di vita umana lo abbiamo chiamato "centro di coscienza e di espressione"
perché egli allora ha consapevolezza di essere. La coscienza è una cosa diversa
dalla consapevolezza.
La coscienza corrisponde all'evoluzione raggiunta. Ad esempio la consapevolezza
di un uomo incarnato non abbraccia tutta la sua coscienza, cioè tutta
l'evoluzione raggiunta. Ecco perché gli atti eroici a volte sono compiuti da
persone che non mostravano particolare vocazione all'altruismo. La
consapevolezza mette a contatto l'individuo con il piano di esistenza in cui ha
il veicolo più grossolano. Se egli è incarnato la sua consapevolezza sarà volta
nel piano fisico e l'individuo identificherà se stesso con il suo corpo fisico,
così come l'uomo sente di avere una mano senza rendersi conto che quella,
sensazione si riassume nel cervello (secondo la scienza umana; per noi
addirittura nel corpo mentale).
Dunque egli crede di essere nel piano fisico, ma non sa che il suo centro di
coscienza è nel piano akasico dov'è riassunta tutta la vita individuale.
Nel piano fisico, che noi sappiamo essere un insieme di fotogrammi, cioè di
situazioni, egli osserverà il sorgere ed il tramontare del sole, l'orologio
segnare le ore e non sapendo che ciò avviene solo in quei fotogrammi che sta
sperimentando, farà del tempo fisico un tempo oggettivo. Crederà che la sua
epoca sia vissuta solo da coloro che egli crede viventi ora, senza rendersi
conto che il calendario segna quella data ogni qualvolta si sperimentano i
fotogrammi di quell'epoca e che sono viventi in questo momento, nel senso che
"sentono", non coloro che io vedo nei miei stessi fotogrammi, ma solo coloro che
hanno il mio stesso "sentire" in qualunque zona, in qualunque epoca si
trovino.
Le ore 23,30 del giorno 19 dicembre di quest'anno sono per me che sto vivendo
questi fotogrammi, ma per chi ha la mia stessa evoluzione, il mio stesso grado
di "sentire", il calendario può segnare ora l'anno 20000 avanti Cristo, o
l'anno 2500 della vostra epoca, indifferentemente, perché il passato o il futuro
esistono ed hanno senso solo per chi, sperimentando un determinato spazio-tempo,
diventa termine di paragone e di raffronto per definire passato e presente,
senza del quale tutto esiste contemporaneamente.

Tempo del piano akasico o della coscienza


Questa sera vogliamo insieme esaminare che cosa accade del Cosmo se lo si
osserva dalla parte del "mondo degli individui", cioè seguendolo con il tempo
del mondo degli individui.
Naturalmente il comune esame non può che essere limitato non dico al piano
fisico, ma neppure ad una piccolissima parte del piano fisico, cioè neppure alla
Terra, ma solo ad una parte della sua storia che corrisponde ad un'epoca dello
spazio-tempo fisico. Che cosa vediamo? Voi sapete che è trascorsa una certa
storia; non sapete quale altra storia dovrà trascorrere, insomma siete nella
posizione di colui che, ritto in piedi alle spalle di uno scrittore, segua la
scrittura, la composizione di un libro; legga, cioè, rigo dopo rigo, quello che
lo scrittore scrive. E' vero? E questa è la posizione con la quale fino ad oggi
abbiamo guardato lo svolgersi della storia nel piano fisico che, ripeto, è un
atto di questo piccolo pianeta, il quale a sua volta è una piccola parte dei
piano fisico - o, se volete, del Cosmo fisico - il quale è una piccolissima
parte di tutto il Cosmo. Che cosa sia poi il Cosmo nei confronti dell'Assoluto,
lo lascio immaginare.
Allora, voi state in piedi alle spalle dello scrittore e lo seguite mentre egli
verga la storia, parola dopo parola. Ogni lettera dell'alfabeto corrisponde ad
una forma di vita: le "A" le forme più semplici, le "Z" le più evolute nel senso
spirituale. Ma se guardiamo che cosa accade nel "mondo degli individui" in cui
vi è un tempo diverso, seguendo quel tempo che cosa vediamo? Vediamo comparire
prima, tutte le lettere A in qualunque pagina del libro siano disposte a formare
parole differenti, poi tutte le lettere B, poi tutte le lettere C, e così fino a
completare l'alfabeto. Comprendete che cosa vuol dire questo?
Prima di avventurarci in questa spiegazione dobbiamo dire, per completare
l'esempio, che una volta che tutte le lettere dell'alfabeto sono comparse e
quindi l'intera storia è stata scritta, v'è l'ultima fase di leggere, di
apprendere, di cogliere il significato di tutto il racconto. Il nostro esempio
sta a significare che ciascun "sentire" fa capo nel piano fisico a corpi fisici
in qualunque spazio-tempo si trovino; ciascun corpo fisico, o meglio essere
vivente, esprimerà la sua evoluzione, cioè il suo grado di "sentire" per cui
potrà chiamarsi pianta animale o uomo; ma la successione secondo la quale
ciascuno percepisce la propria esistenza non discende da una priorità derivante
dal tempo astronomico, cioè dal fatto che è nato ora, come si dice, ma dal tipo
di "sentire" che ciascuno rappresenta.
Così prima saranno percepiti i prodromi del "sentire", quelli legati ai processi
di cristallizzazione corrispondenti all'evoluzione della materia. Dov'è ubicato,
nel Cosmo fisico, lo svolgimento di questa evoluzione? Ovunque, in ogni luogo ed
in ogni tempo, nell'anno 0 e nell'anno X, all'inizio dei tempi o al termine.
Ed ecco le lettere A che vengono impresse tutte contemporaneamente ovunque si
trovino o debbano trovarsi per dare senso compiuto al racconto.
Sarà, poi, percepita la fase successiva del "sentire" che per comodità poniamo
corrisponda alla forma di vita che voi chiamate pianta. Dove è ubicata questa
forma di vita chiamata pianta? In tutto lo spazio cosmico, in ogni pineta ove
sia stato, vi sia o vi sarà l'ambiente favorevole. Dovunque, nello spazio e nel
tempo, vi siano le condizioni perché a forma di vita sussista. Infatti la forma
di vita della pianta è ubicata in tutto lo spazio cosmico ed in tutto il tempo
cosmico. Così noi troveremo "sentire-pianta", non solo all'inizio dei tempi, ma
anche verso la fine dei tempi, verso i limiti del Cosmo fisico.
Ecco quindi che se questo "sentire" noi lo facciamo corrispondere a tutte le
lettere C o D che compongono il racconto scritto, esse compariranno tutte
insieme in qualunque rigo siano o debbano trovare posto per dare poi, al
termine, un senso compiuto alle parole ed alla storia.
Se così non fosse come si potrebbe spiegare che alla fine dei tempi, prima che
il Cosmo fisico sia riassorbito, vi sono ancora forme di vita inferiori
all'umana? Dove continuerebbero la loro evoluzione quegli individui che ancora
apparentemente non hanno raggiunto il livello umano? Mentre noi vi diciamo che
quelle forme di vita inferiore che allora saranno viste in effetti sono già
state vissute dai rispettivi individui perché costituiscono fasi antecedenti
nella scala dei "sentire" degli individui.
Quando noi osserviamo la fase dell'evoluzione individuale detta
dell'autocoscienza, ossia quella fase di evoluzione che conduce l'individuo
dalla condizione di uomo a quella di superuomo, notiamo che quel tipo di
evoluzione comprende varie incarnazioni da uomo in corpi fisici ubicati nello
spazio-tempo che corrisponde a circa 50.000 anni, incarnazioni che avvengono nel
medesimo pianeta.
Intendo dire che, mentre per l'evoluzione inferiore all'umana (minerale vegetale
animale) lo spazio-tempo è Vastissimo e può occupare diversi pianeti ed un gran
numero di anni, l'evoluzione da uomo a superuomo si svolge per ogni razza in uno
stesso pianeta e si svolge nell'arco di 50.000 anni.
Altra particolarità che c'è da aggiungere è che la progressione del "sentire"
individuale segue nel suo progredire per l'uomo la progressione del tempo. Mi
spiego: se noi esaminiamo un arco di tempo che va dall'anno 10000 a.C. all'anno
d.C., troviamo sulla Terra vite inferiori e vite umane. Se prendiamo in esame
una di queste vite individuali possiamo trovare che l'incarnazione da animale è
ubicata nell'anno 2000 d.C. mentre la prima incarnazione da uomo è ubicata
nell'anno 10000 a.C. Però tutte le altre incarnazioni umane saranno sempre
ubicate in un tempo successivo fino a ricoprire un tempo di 50.000 anni, dal
10000 a.C. in poi.
Così, se la scienza ha scoperto che un milione, o due o dieci milioni di anni fa
apparvero sulla Terra i primi "ominidi", non vuol dire che quei "sentire-
ominidi" appartengono alla prima razza. No! Le forme ominidi non fanno parte
dell'evoluzione dell'autocoscienza, ma fanno parte dell'evoluzione inferiore
all'umana, che si chiama evoluzione della forma.
Cosicché può darsi benissimo che una razza futura, cioè che ancora per voi deve
venire, abbia avuta la sua evoluzione sub-umana negli ominidi di un milione di
anni fa, allo stesso modo come dicemmo per le piante o per gli animali. E' solo
l'evoluzione dell'uomo, dell'autocoscienza che è legata a questi confini di
tempo e di spazio. Di tempo, perché abbiamo detto deve essere compresa in un
arco di 50.000 anni, e di spazio perché deve avvenire su un pianeta ed in quel
pianeta.
Oltre, poi, l'evoluzione dell'uomo, viene abbandonata la ruota delle nascite e
delle morti: l'evoluzione del superuomo non si svolge più sulla Terra. Con il
piano fisico viene abbandonato il piano astrale ed il piano mentale, e il
"sentire individuale" prosegue nel piano akasico la sua scala evolutiva.
Tempo del piano fisico o della consapevolezza
Quanto è facile cadere, pur non volendolo, in un modo di pensare ormai divenuto
abitudine e così, nel momento in cui da un vecchio modo di vedere delle cose si
sta passando ad un nuovo concepire, si può dire di essere in una fase delle più
difficili e nelle quali più facile è errare, più faticoso è avere la chiarezza.
Tuttavia certe affermazioni che possiamo fare oggi, se fossero state fatte una
volta vi avrebbero lasciati esterrefatti.
Prendere ad esempio quello che vi abbiamo detto della Terra, e cioè che al
termine di un periodo durante il quale è ricettacolo dell'incarnazione di
diverse razze, sarà sommersa dalle acque.
Così è scritto nella storia del piano fisico, del Cosmo fisico.
Ebbene se, guardando nel tempo del "mondo degli individui", vi dicessi che
mentre voi "sentite" questi fotogrammi che rappresentano la Terra quale voi la
vedete, vi sono altri individui che sentono e vivono fotogrammi nei quali la
Terra è rappresentata sommersa dalle acque, ed essi la stanno circumnavigando
con un veicolo siderale, certo che voi comprendereste come ciò può avvenire. Ma
questa stessa notizia detta a chi non sa che il Cosmo fisico è già tutto
emanato, può destare enorme stupore.
Tuttavia anche voi quando, inconsapevolmente, ricadete nel vecchio modo di
pensare e di vedere il mondo fisico, siete disorientati. Vi sembra che tutto
quello che avete saputo fino ad oggi non sia più valido. Noi vi diciamo:
"Guardate diritto davanti a voi al concetto che c'è da capire, senza soffermarvi
e voltarvi indietro a cercare di ricollegare questa nuova cosa che dovete capire
con quello che già sapete; perché così facendo accade che, inconsapevolmente,
siete portati a ragionare secondo il vecchio sistema ed è facile per voi,
allora, cadere in confusione.
Se v'è da capire un problema, mirate a quello. Non cercate di ampliarlo
sconfinando per collegare e trovare l'armonia con quanto già sapete, che vi
abbiamo detto. Lasciate questa fase a quando avrete ben compreso il problema che
sta di fronte a voi. Allora vedrete che tutto è più che mai vero. Occorre sempre
allargare la conoscenza. E se per fare questo è necessario dimenticare quello
che fino ad oggi abbiamo saputo, momentaneamente dimentichiamolo: concentriamo
le nostre energie in quello che c'è, ora, presentemente, da capire".
Vogliamo ancora precisare bene il concetto di Scintilla divina, individualità,
individuo. Vi abbiamo detto che il "piano degli individui" è il piano akasico,
il piano della coscienza, il piano del "sentire", è vero? Vi abbiamo anche detto
che questo "sentire", inteso come consapevolezza, scende nei piani più densi nei
quali l'individuo ha ubicato un veicolo; così se noi prendiamo in esame un
individuo incarnato, la sua consapevolezza è nel piano fisico, piano più denso
nel quale egli ha un veicolo.
Alla morte di questo veicolo fisico, non essendovi più un veicolo nel piano
fisico, la consapevolezza dell'individuo passa nel piano astrale e così via;
abbandonato il veicolo astrale, passa nel piano mentale. Che cosa vuol dire
"alla morte del veicolo fisico"?
Vuol dire che quando l'individuo avrà spostato la sua consapevolezza a quei
fotogrammi del piano fisico nel quale il suo corpo fisico è rappresentato
moribondo ed infine morto - cioè chiuso a percepire il piano fisico - la sua
consapevolezza passerà ai fotogrammi del piano astrale nei quali il suo veicolo
astrale è rappresentato come ridestantesi al mondo che lo circonda. E poiché
così è rappresentato, percepirà cosa è attorno a lui, al corpo astrale, nel
piano astrale.
Che cos'è l'individuo? Nominalmente l'individuo è quello che noi abbiamo
definito "corpo akasico", è vero? Ma dico "nominalmente, perché questo corpo
akasico può essere collegato ad un corpo mentale, un corpo astrale ed un corpo
fisico, è vero? Comunque il "clou" è il corpo akasico; e questo torna con quanto
vi abbiamo fino ad oggi detto e cioè che l'individuo è un essere, un abitatore
del Cosmo. In altre parole, l'individuo non prevarica il Cosmo.
L'individualità dov'è ubicata? Vi abbiamo detto che l'individualità - ancora lo
ripetiamo - è Giano bifronte. E', per così dire, al confine, al limite del
Cosmo. Ne è al di fuori in quanto non segue una successione; né la si voglia
considerare successione di "sentire", né tanto meno successione di tempo, per
così dire, che poi abbiamo visto non esistere. Se una successione, c'è, l'unica
è quella del "sentire individuale" ed è attraverso a questa successione del
"sentire individuale" che si percepisce illusoriamente la successione del tempo
nel piano fisico. Non è, quindi, l'individualità appartenente al Cosmo, perché
in lei non vi è una successione di "sentire"; pur tuttavia, vi è una
rappresentazione di varie fasi tutte vissute e sentite in un unico "sentire".
Abbiamo detto "contemporaneamente", ma possiamo dire "in una sola volta". In una
sola volta, "simultaneamente", come preferite. In questo "unico sentire in una
volta", vi sono però tante fasi di "sentire" che vanno da un sentire "potenza"
ad un sentire "atto".
L'individualità ha una fase della sua vita, del suo "sentire", che fa parte
dell'Assoluto ed è la Scintilla divina; la Scintilla divina che è oltre il Cosmo
ed oltre i limiti del Cosmo. Fra Scintilla divina - che è virtuale frazionamento
dell'Assoluto - e Assoluto esiste tuttavia un'enorme differenza di esistere. Non
vi sono parole per trovare distinzione fra l'Assoluto per antonomasia e
l'Assoluto definito come Scintilla divina; comunque pensate che, in qualche
modo, la Scintilla divina, dell'Assoluto, ne è un virtuale frazionamento.
Cerchiamo, per distinguerla, di definirla - se è possibile - in
questo modo. Ed infine vi è l'Assoluto per antonomasia che tutto comprende: il
Tutto, è vero, figli e fratelli? Il Tutto, che è più della somma del Tutto.
E questo lo sapete, abbiamo tante volte parlato di questo argomento
difficilissimo.
Qualcuno di voi si domanda quale rapporto v'è fra l'individuo e l'individualità.
Abbiamo cominciato a farvi intendere che l'individuo non è che la proiezione
dell'individualità nel Cosmo. Che cosa vuol dire? Vuol dire che quel compendio
di "sentire", proiettato in un ambiente "relativo", si sciorina, esiste, scorre
una fase dopo l'altra. Questo vuol dire.
Cosicché l'individualità che comprende tante fasi di "sentire", che vanno dal
"sentire potenza" al "sentire in atto", proiettata in un ambiente limitato quale
è il Cosmo, si presenta - come possiamo dire? - esiste in questo susseguirsi da
una fase di "sentire" più semplice ad una fase di "sentire" più complessa e cioè
ad una fase di "sentire" coscienza cosmica.
Dunque l'individualità non si proietta tutta nel Cosmo, perché l'individualità
ha la fase di coscienza assoluta, la Scintilla divina, è vero? Ma il Cosmo, che
è limitato, non può contenere ciò che è infinito: e la fase di "sentire
assoluto" della Scintilla divina, come un galleggiante, si ostina a rimanere al
di fuori del Cosmo.
Se noi considerassimo il limite del Cosmo come un pelo d'acqua ponendo al di
sotto di questo pelo il Cosmo vero e proprio ed al di sopra l'Assoluto, noi
vedremmo l'individualità, la cui testa si perde nell'ambiente che sta al di
sopra del pelo d'acqua, adagiata sul pelo dell'acqua. Mi seguite? Questi sono
esempi pedestri, ma non so come farmi intendere diversamente.
Questa è l'individualità che ha la fase di "sentire" definita "atto",
nell'ambiente al di sopra del pelo dell'acqua, ed invece tutte le altre fasi,
fino alla più piccola "potenza", dispiegate sul filo dell'acqua. Se noi
volessimo, allo stesso modo, rappresentare l'individuo (dico "individuo" ma più
preciso è una serie di individui facenti capo ad un'individualità) secondo
questo esempio non dovrei fare altro che - tenendo ferma la testa indefinita
nell'ambiente al di sopra del pelo dell'acqua - ruotare di 90 gradi questa
individualità ed immergerla al di sotto del pelo dell'acqua, nell'ambiente
cosmico. Così l'individualità, proiettandosi nell'ambiente cosmico, diventa
individuo; e l'individuo non è che la proiezione dell'individualità nel Cosmo,
nel tempo e nello spazio.
Perché dico nel Cosmo? Certo: in primo luogo nel piano akasico ed ecco che nel
piano akasico vive, esiste secondo una successione di "sentire" che vanno dalla
potenza all'atto, che sono tutti contemporanei fra i vari individui, quelli di
eguale intensità.
Però l'individuo può essere legato ad altri corpi ed ha una consapevolezza che
lo pone in contatto con il mondo nel quale ha il suo corpo più denso. Se la
scala del "sentire" crea una gradualità che abbiamo definita "tempo del mondo
degli individui", la consapevolezza a cui è legato ciascun "sentire
individuale", crea l'illusione di un altro tempo, del tempo nel piano nel quale
la consapevolezza dà cognizione. Ed ecco lo scorrere dei fotogrammi. E poiché la
rappresentazione di questi fotogrammi è fatta in un certo modo e secondo un
certo susseguirsi, ecco che l'individuo, quando è legato a questi fotogrammi,
oltre che seguire il tempo della sua evoluzione del "mondo degli individui",
segue la successione del tempo del piano fisico, o del piano astrale, o del
piano nel quale ha ubicato il suo veicolo più denso che in quel momento
possiede.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro.

KEMPIS
Figli e fratelli, ciascuna "goccia" o "Scintilla divina" è - se potessimo
definirla - identica, nella natura, nell'essenza e nella sostanza, all'Assoluto;
ed è quindi identica ad altra goccia o Scintilla divina. Non v'è diversità.
Eppure, poiché a ciascuna goccia o Scintilla divina fa capo il resto di quello
che voi siete abituati a chiamare "individualità", ecco che ciascuna goccia o
Scintilla divina può ancora virtualmente essere considerata, in questo insieme,
un mondo a sé stante. E' un microcosmo, considerata con i suoi "sentire"
individuali facenti capo ad essa. E' come un sole, questo sole è l'Assoluto
comprendente il virtuale frazionamento in tante, infinite cellule: le gocce, le
Scintille divine. E' come se da questo sole si partissero in infiniti raggi le
individualità, che hanno appunto l'espressione massima del "sentire" in comune,
le gocce e le Scintille divine; e poi i raggi, invece, distinti gli uni dagli
altri, che sono le teorie dei vari "sentire" individuali. Un sole con tanti
raggi. In questo sole tante gocce o Scintille divine; a ciascuna goccia o
Scintilla divina fa capo un raggio, e ciascun raggio è una teoria di "sentire"
individuale che va da un "sentire" detto in potenza sino ad un "sentire"
definito in atto.

K.H.
L'Uno e i molti
L'Uno "esiste" perché esistono "i molti", ed "i molti" esistono perché esiste
l'Uno. Chi sono "i molti"? Sono le individualità. E perché io ho legato le
individualità alle Manifestazioni cosmiche? Allora le individualità non sono
sempre esistite?
Figli, per comodità noi parliamo di Assoluto e di relativo separatamente; ma non
v'è bisogno di sottolineare che il Tutto - come dicemmo da tempo - è un Tutto-
Uno. Se noi guardiamo l'individuo quale oggi voi lo conoscete nella sua
composizione schematica, anche se convenzionale, noi lo vediamo radicato
nell'Assoluto. Lo vediamo alla maniera degli antichi cabalisti, di colui che ha
il suo fulcro, il suo centro, la parte vera, reale, là dove è la Realtà, la
Realtà assoluta: la Scintilla divina, l'alito divino, la quale ha i caratteri
dell'Assoluto. Che è eterna, onnipossente, onnipresente, onnisciente insomma:
"assoluta". Per comodità noi usiamo dire "Scintilla divina", ma è una finzione
che noi adoperiamo per far intendere che ciascun individuo ha alla radice del
suo essere la Natura stessa e
L'Essenza stessa dell'Assoluto. Il Suo "virtuale frazionamento" origina o meglio
è all'origine dell'individualità. Ecco i "molti nell'Uno" e "l'Uno nei molti".
Queste fondamenta dell'individuo sono eterne.
Originare i "molti" è ciò che dà all'Assoluto il "sentire assoluto"; ma è vero
anche il contrario, cioè che i "molti" esistono per il "sentire" dell'Uno-
Assoluto.
* * *
L'Uno esiste se e in quanto esistono i "molti". I "molti" esistono se e in
quanto esiste l'Uno, ma i "molti" e l'Uno esistono ancora perché esistono le
individualità; e le individualità non esisterebbero se non esistessero l'Uno ed
i "molti".
Le individualità esistono se e in quanto esistono gli individui; ma gli
individui non esisterebbero se non esistessero le individualità. Così come una
collana non esisterebbe se non esistessero le perle poste l'una dopo l'altra ed
unite da un filo. Ma le perle di pari non esisterebbero se non esistessero le
collane.

K.H.
La vera vita è oltre il piano fisico
Vedete come tutto viene elaborato dalla mente. Uno parla ed esprime un concetto
ed ecco che chi ascolta, captando il messaggio, elabora il suo significato
confrontandolo con quanto crede o sa o è capace di supporre. E se il nuovo
concetto in qualche modo può essere collaudato dal patrimonio delle proprie
cognizioni, allora si dice: "ho capito". Oppure: "hai ragione".
Insomma l'individuo ha a sua disposizione una serie di strumenti, di veicoli, di
mezzi. E dal giuoco di questi suoi attrezzi, di queste sonde, di queste macchine
che sono i suoi sensi, nasce il suo "sentire".
Dicevano gli antichi: "Cogito, ergo sum"; penso, quindi sono esisto. Invece noi
dobbiamo dire: "Sento, quindi esisto", dando al termine "sento" il significato
più lato. Sento, cioè, per coscienza, sento per attività mentale, intellettiva;
sento per mondo delle sensazioni, sento per contatto diretto con il piano
fisico.
Questa sera quando voi siete arrivati, avrete fatto una di quelle elaborazioni
delle quali prima vi dicevo. Vi siete trovati di fronte alla padrona di casa che
vi ha aperto, ed ecco una situazione; che cosa dice la vostra mente? Dice che in
quella situazione bisogna dire "buona sera", bisogna salutare ed ecco che avete
espresso i soliti convenevoli. Se avete chiesto "come sta?" o "come stai?" è
perché la vostra mente vi suggeriva che il saluto doveva essere allargato a
questa informazione e nello stesso tempo la curiosità - qui c'entra anche il
mondo delle emozioni e delle sensazioni - vi spingeva a chiedere qualcosa che
non sapevate e che desideravate conoscere.
Quando durante tutta la sera avete parlato di vari argomenti, che cosa avete
fatto? Sempre i vostri veicoli vi hanno fornito delle informazioni, vi hanno
dato dei dati che voi avete elaborato, e questa elaborazione vi ha spinto poi ad
intervenire nella discussione; oppure il timore di sbagliare vi ha fatto tacere.
In sostanza, se di fronte a ciascuno di voi, anziché essere tante persone in
carne ed ossa, vi fossero stati tanti simulatori di situazioni così si dice
oggi, è vero? - la vostra reazione sarebbe stata identica.
Voi sapete - giusto parlando di spostare l'attenzione ai piani più sottili - che
esistono certi esercizi insegnati dal sistema Yoga, secondo i quali si cerca
appunto di raffinare le capacità sensorie degli individui. Il primo e il più
elementare di questi esercizi consiste nel dire: "Io ho un corpo fisico, non
sono il mio corpo fisico. Io non sono il mio corpo astrale, ma io ho un corpo
astrale. Io non sono il mio corpo mentale, ma io ho un corpo mentale", e così
via. Quindi per spostare la propria attenzione ai piani più sottili bisogna,
come norma elementare, cercare di svincolarsi, liberarsi dall'illusione che il
piano fisico sia il centro del Tutto, che la vita nel piano fisico sia
un'esclusiva del piano fisico. Occorre che l'individuo cessi d'identificarsi con
il suo corpo fisico.
Noi cerchiamo di spingervi a questo parlandovi del mondo dei fotogrammi e
dicendovi: "Vedi quella pianta che tu credi viva perché la vedi crescere? Non è
così: quella pianta vive solo perché, dietro la sua forma, è nascosto un
"sentire". Non è viva perché cresce: cresce in quanto è rappresentata così, è
rappresentata nei fotogrammi come un qualcosa che voi chiamate "seme" il quale
comincia a germogliare e che, poi, nella fase successiva mette le foglie e poi
ancora cresce, fiorisce, fruttifica e muore, perché è rappresentata secondo
questo ciclo. Ma in effetti vive perché dietro a questa forma si nasconde un
piccolo "sentire", un sentire di sensazione, di sensibilità". Quella è la vita
della pianta, non il suo crescere.
Altrettanto possiamo dire del nostro corpo fisico quando siamo incarnati. Una
creatura vive non perché la vediamo muovere, mangiare, crescere, dormire,
destarsi, parlare: quella no è la vera vita della creatura. Ma vive perché
dietro a questi atti c'è un "sentire", un "sentire di coscienza". Quella è la
vera vita. E' importante questo perché il fatto che un corpo fisico cresca,
metta la barba e i baffi, o perda i capelli, non vuol dire che quel corpo fisico
viva, è vero? Non vuol dire che l'individuo viva. No. Il corpo fisico è
rappresentato nei fotogrammi del piano fisico secondo quella successione; cioè
secondo la successione di mettere la barba i baffi e perdere i capelli, e così
si comporta; ma il succo, l'essenza, la verità della vita sta oltre il piano
fisico, oltre il corpo fisico: sta nel "mondo degli individui".
Allora pensiamo che questa serata sia precostituita, che esista un film che
contiene i vostri corpi fisici, le vostre sensazioni, le reazioni, tutto quanto
voi avete vissuto in questa serata e che ha interessato le materie dei piani
astrale, mentale e fisico.
Prima di tutto, se così fosse, ciascuno di voi potrebbe vivere questa serata
singolarmente, perché il "sentire" di ciascuno potrebbe essere non contemporaneo
agli altri "sentire" e ciò non cambierebbe nulla. Poi voi avreste la sensazione
di essere liberi e padroni di fare delle domande o di tacere come avete fatto,
senza peraltro che in effetti esista un'alternativa reale a quello che è stato
il vostro comportamento.
Siamo al punto in cui suonate alla porta di questa casa. La vostra sensibilità,
il vostro "sentire" vive quel momento, il momento in cui nel fotogramma nel
quale vi immedesimate, il vostro corpo fisico è rappresentato al cospetto della
padrona di casa con un cordialissimo "Buona sera!". Che cosa accade?
Accade che avete una risposta, questa risposta è uno stimolo alla vostra
sensibilità, ed ecco che nella situazione successiva voi ancora interloquite,
voi ancora parlate e vi comportate secondo lo stimolo che avete avuto. E così
vivete per la prima volta la serata quale l'avete trascorsa questa sera. "Strano
- direte voi - ma a me sembrava di essere il protagonista della serata, perché
avevo certe reazioni ed a queste reazioni rispondevano secondo la mia libertà,
od ero libero di stare zitto". Sì, certo voi avete risposto a certi precisi
stimoli perché la vostra evoluzione così vi ha fatto rispondere; perché
valutando tutti i vari impulsi che i vostri veicoli vi hanno trasmesso e che
provengono dall'ambiente del piano fisico nel quale è rappresentata una certa
situazione, solo così potevate agire.
Dunque un nuovo tipo di libertà si aggiunge a quelli che conoscete: la supposta
libertà. Torneremo su questo argomento che non deve meravigliarci; dal momento
che tutto è illusione, anche la libertà può essere illusione.
* * *
Quello che mi preme puntualizzare è questo: rivivendo la riunione di questa
sera, la rivivreste nello stesso modo non perché così e precostituita, ma perché
tornando indietro di un passo nella vostra evoluzione, gli stimoli dell'ambiente
esterno - stimoli identici a quelli che avete provato per la prima volta, badate
bene, stimoli identici - susciterebbero le identiche reazioni.
Questo è un esempio che può servirci per tornare sull'argomento del libero
arbitrio.

Le scelte individuali in rapporto alla Realtà


Certo che parlarvi significa farvi correre un bel rischio. Una volta vi dicemmo
che queste riunioni potevano fare di voi dei santi o dei pazzi. A taluno sembrò
esagerata questa affermazione; eppure, invece, è giusta; perché dirvi che il
"sentire" degli uomini non è contemporaneo, può significare avviarvi sulla
strada della pazzia. Arrivare a dire che qualche variante alle scelte che voi
fate, in cui sia rappresentato un vostro interlocutore è vissuta solo da voi -
non faccio un'affermazione, parlo solo per amore del parlare - significa
frazionare, sminuzzare il vostro potere di sintesi. Dire che in questa serata in
cui vi sono x creature, il "sentire" di ognuna può non essere contemporaneo e
che mentre io sto parlando con voi, non ho di fronte a me delle creature reali
in quanto il loro "sentire" non è contemporaneo al mio, vuol dire proprio
abituarsi a vedersi al centro del Cosmo, in un mondo fatto, costruito, apposta
per noi.
Anche se questi sono passaggi-Verità non crediate che siano storie; sono Verità
per abituarvi a capire la Realtà, la Realtà che trascende i limiti dei tempo.
Voi siete abituati a pensare in termini di tempo; ebbene dovete cessare di
pensare in termini, non dico di tempo, ma di successione. La Realtà trascende
infatti anche la successione.
Ed allora, se trascende ogni successione, che significato può avere, nella
Realtà, la scelta delle creature? Non c'è niente da aspettare, non c'è da stare
a vedere - nella Realtà - che cosa sceglieranno le creature. Non c'è
successione, è vero? Eppure parliamo del libero arbitrio, parliamo del mondo dei
fotogrammi, delle scelte che gli individui fanno; del rapporto che esiste fra il
mondo dei fotogrammi, dove pare che imperi un tempo, e il "mondo degli
individui" dove questo tempo si chiama solo "successione di sentire".
Quando parlammo di libero arbitrio, dicemmo che l'uomo gode di una libertà in
modo proporzionale alla sua evoluzione.
In ogni caso la sua libertà è relativa. Gode di una libertà assoluta chi si
identifica con l'Assoluto.
Parlando dell'uomo siamo nei limiti della libertà relativa, la quale può essere
pura o spuria; cioè se l'uomo opera una scelta senza essere influenzato da
fattori interni o esterni, egli in quel momento e per quella scelta ha goduto di
una libertà pura. Se, invece, è stato influenzato da un qualunque fattore, la
sua libertà era del tipo spurio. Quando poi non c'è possibilità di scegliere,
non possiamo parlare di libertà.
Questo è quello che sapevate sul libero arbitrio dell'uomo.
Ora, dopo l'esempio della scorsa volta, con la Verità dei fotogrammi - per
chiamarla in un modo - vi diciamo: "Il libero arbitrio relativo esiste,
rimangono ferme quelle precisazioni, puntualizzazioni, che a suo tempo facemmo
sul libero arbitrio; ma se anche non esistessero varianti nella serie dei
fotogrammi e tutto fosse scritto in un unico e solo modo, l'individuo - in
ultima analisi - godrebbe egualmente di libero arbitrio relativo, perché le sue
reazioni nascerebbero in un presupposto di libertà.
Tuttavia, nonostante questa affermazione, le variazioni, le mutazioni, le strade
equivalenti nel cammino degli individui, esistono. Più avanti - se avrete la
pazienza e la bontà di seguirci ancora - vedremo perché queste mutazioni sono
essenziali alla storia del "sentire" individuale.
Certo che se queste vi istradano verso la pazzia, ce n'è un'ultima che
addirittura inferisce il colpo di grazia: e cioè che tutti noi siamo in
definitiva individualizzazioni dell'Assoluto ed ogni "Scintilla-individualità-
individuo" è Suo frazionamento, un Suo circoscriversi, limitarsi, esistere in
forma relativa L'Assoluto è il Tutto relativo, un insieme di relativo. Che cosa
significa questo discorso? Come può esistere un Assoluto circoscritto?
Noi vi facemmo l'esempio della collana di perle. La collana di perle esiste in
quanto tante perle, da un oceano di madreperla, sono in qualche modo delimitate,
poste l'una accanto all'altra, è vero? Allora l'oceano di madreperla è
l'Assoluto che trascende l'insieme della madreperla. Nell'Assoluto esiste questo
frazionamento in quanto vi è una limitazione dell'Assoluto, un Suo
circoscriversi, diventare, in sostanza, relativo. Ed ecco la collana delle
perle. Ma come possono esistere queste perle, poste l'una accanto all'altra, se
in qualche modo non vengono prese in considerazione, definite, create, poste
assieme una per volta?
Come è possibile in un oceano dove non esiste né prima né dopo, dove non esiste,
quindi, il tempo, creare il tempo? Quanto vi chiedo, figli e fratelli, col
dirvi: "Seguitemi!" perché possiamo solo servirci di queste figurazioni.
Nell'Eterno Presente non esiste il tempo, ma non esiste neppure un trascorrere,
una successione: tutto è lì da sempre e per sempre, "congelato", dicemmo. Adesso
abbiamo saputo che nel mondo dei fotogrammi, quindi piano fisico, astrale e
mentale, tutto è lì da sempre e per sempre, pur essendo mondo relativo; il
Cosmo, si dice, ha un inizio ed una fine nel suo insieme di fotogrammi, ma
questi fotogrammi sono sempre lì, da sempre e per sempre. L'unica successione
che rimane per ora in vita è la successione del "sentire", la collana di perle.
"Ebbene - voi dite - quando questa successione ha inizio?".
Ma mai, figli e fratelli! E' sempre. Un altro sforzo richiedo alla vostra
intelligenza.
Può avere avuto un inizio reale il Cosmo? Noi stessi lo abbiamo escluso. Il
mondo dei fotogrammi, intanto, parte di questo Cosmo vi abbiamo detto, non ha
mai avuto inizio, sempre è stato, e mai ha fine. Tuttavia essendo limitato ha un
inizio ed una fine che sono i limiti di questo "qualcosa" limitato. Ma ciò non
significa iniziare ad esistere e cessare di esistere in senso assoluto.
Può allora aver avuto un inizio ed un termine il "sentire" degli individui? Non
vi spaventate. Ma niente, né nell'Eterno Presente, né nel Cosmo, né nel "mondo
degli individui" può avere avuto un inizio ed avere una fine. Perché, se
qualcosa, sia pure nel mondo relativo, avesse un inizio ed una fine, questo
qualcosa travolgerebbe l'intero Assoluto, dal momento che il relativo non è che
un'emanazione dell'Assoluto.
"Ed allora come si spiega - dite voi - questa successione di "sentire"?"".
Ancora con l'esempio della collana di perle, perché ciascuna perla, ciascun
"sentire", per esistere, deve essere chiuso, limitato. Ciascun "sentire"
dell'individuo è un ente, un'entità a sé, chiusa, limitata. Proviene da un
"sentire" precedente e sfocia in un "sentire" seguente perché se non vi fosse
questo legamento non vi sarebbe unità; ed allora non essendovi unità, non vi
sarebbe un'individualizzazione, ma vi sarebbe un caos di "sentire", sospesi
nell'Assoluto. Ecco perché noi parliamo di Assoluto individualizzato: tutte le
individualizzazioni debbono avere una loro unità, ed ecco perché il "sentire"
dell'individualità è un "sentire" tutto in un unico momento i tanti "sentire"
appartenenti al suo ceppo, a quella individualità. Se poi noi consideriamo, al
fine di comprendere, questa individualità proiettata nel mondo dell'individuo,
ecco i "sentire" individuali percepiti l'uno dopo l'altro.
Così è per il ricondursi del Tutto all'Unità che esiste l'individualizzazione ed
è per l'individualizzazione che ciascun "sentire", pur essendo un ente a sé,
chiuso, limitato, ha però questa eredità: proviene da un "Sentire" precedente,
appartenente a quell'individuo e sfocia in un "sentire". seguente.
Ma in effetti questo passaggio esiste? No: per esistere un "sentire" chiuso
come un ente a sé, nell'oceano di madreperla, il "sentire" deve essere limitato
e deve per forza essere "sentito" una volta; ma questa volta - pur essendo
chiusa, limitata, pur essendo una volta che scorre - in effetti non scorre mai e
non prelude ad un chiudersi del ciclo.
Vedo l'atterrimento di qualcuno di voi che subito tra errate conclusioni e pensa
che la sua teoria di incarnazioni - tanto per parlare con il vecchio linguaggio
- non cessi mai. Non è questo il significato di quello che io questa sera vi ho
detto, figli e fratelli. La collana di perle composta di una perla accanto
all'altra e considerata l'una dopo l'altra, non cessa mai di esistere, neppure
quando io ho finito di considerarla l'una perla dopo l'altra; perché questo
finire di considerarla non significa cessare di esistere.
E' per sua natura che la collana di perle è formata da una perla dopo l'altra e
quindi, per sua natura, così esiste. Ma in effetti non trascorre mai, non cessa
mai. E' il "sentire individuale" - ancora lo ripeto - che considerato nelle sue
fasi che lo compongono sembra provenire, fase per fase, da un "sentire"
precedente e sfociare in un "sentire" seguente, ma in effetti non esiste
movimento, passaggio. Tutti i "sentire individuali" sono percepiti una sola
volta nell'eternità. Ma poiché eternità non significa tempo che non finisce, ma
"senza tempo", quest'unica volta non è ubicabile o dislocabile. E' una sola
volta e sembra sempre "ora" che conduce a "dopo " e che "viene da".
* * *
Avete mai osservato le forme di vita inferiori all'umana? Ebbene, avete visto
che poche sono le possibilità di espressione di queste forme. Gli animali, che
sono fra le forme di vita inferiori all'umana che hanno maggiore espressione,
articolano le loro azioni su una gamma di dieci, quindici tipi di atti.
Ad esempio un gatto mangia, si pulisce, gioca, asseconda i richiami del suo
veicolo fisico inerenti alla riproduzione, fa le fusa, come si usa dire. Ebbene,
man mano che queste azioni s'ispirano ad un maggior "sentire", noi diciamo che
la bestia è più o meno intelligente. Ma anche l'uomo, in fondo, quale noi lo
conosciamo, articola le sue azioni ed il suo modo d'agire su pochi tipi di atti.
Non sto qua ad elencarli.
Quello che può distinguere l'uomo sta nella comprensione di Verità quale quella
che questa sera vi è stata accennata. Tutto è attorno a voi. Il vostro mondo di
conoscenze è attorno a voi come è attorno agli animali; ma gli animali non
riescono a capirlo. Così attorno a voi vi e un mondo di conoscenze che voi
ignorate, come l'animale ignora le vostre conoscenze. Eppure queste conoscenze
sono realtà viva che vi avvolge, che è a contatto con voi ogni attimo della
vostra vita, del vostro "sentire". Sta a voi aprirvi a questo mondo tanto
diverso da quello che conoscete; come diverso è il vostro mondo nei confronti
del mondo degli animali.
Un solo piccolo sforzo per capire, prima di giungere alla comprensione. E per
capire un mondo diverso da quello che conoscete, occorre distruggere il vostro
abituale modo di affrontare i problemi; il vostro abituale modo che usate per
capire.
Non c'è da capire cose consuete, ma cose del tutto diverse da quello che siete
abituati ad avere come oggetto dei vostri sensi.
Ed occorre quindi uno sforzo della vostra intelligenza. E' come smettere di
fumare; disabituarvi ad un'abitudine, lasciare un'abitudine, lasciare un
consueto modo di vedere, andare oltre.
Mi auguro che questo sia per voi dolce e possibile, con l'aiuto dei vostri
Maestri.
Pace a voi.

K. H.

Varianti o mutazioni collaterali


Osserviamo il vostro stupore di fronte ai concetti che vi stiamo illustrando.
Stupore e sbigottimento. A chi ha capito può sembrare che il nostro tornare sui
principi enunciati sia superflua ripetizione, ma perché il concetto sia
afferrato occorre esaminarlo da diversi punti di vista. Per chi ha capito ciò
costituisce un collaudo, per chi ha le idee confuse ulteriore esplicazione.
Pensare, per portarvi a questo punto di conoscenza ci sono voluti venti anni ed
era una conoscenza accessibile che non esulava dalla logica umana. Qui, invece,
si tratta di vedere la Realtà da un punto di vista del tutto inusitato. Perciò,
per il momento, dobbiamo parlare per principi. Quando vi enunciammo il principio
della non contemporaneità del "sentire", questa Verità vi parve strana; e via
via, attraverso a spiegazioni, a discussioni, qualcuno di voi - per non dire
tutti, o quasi - si è impossessato di questa Verità, prima conosciuta come
semplice enunciazione di principi. Per "impossessato" intendo avere capito, non
assimilato o compreso. Siamo nell'ambito del capire ed accontentiamoci di
questo. Del resto è un punto di passaggio obbligato: se l'uomo prima non
capisce, mai arriverà a comprendere. Attenzione, consapevolezza, comprensione.
E' vero? Verità ancora valida.
Ora siamo giunti all'enunciazione di un altro principio: quello delle
"varianti". Principio che per taluno di voi può sembrare superfluo o addirittura
costituire motivo di confusione. Ebbene, se questo può sembrarvi una zeppa,
qualcosa che turba il quadro che ora dell'insegnamento vi siete fatti, vuol dire
che non avete capito giustamente. Vuol dire che voi date al libero arbitrio
un'interpretazione del tutto soggettiva, cioè pensate che l'individuo sia libero
solo perché crede di esserlo, ma che in effetti non abbia alcuna libertà. Ciò
non è tutta la Verità; infatti l'individuo non è libero - sempre di quella
porzione di libertà relativa - solo perché crede di essere libero; ma perché
crede di essere libero e perché ha un'effettiva possibilità di scelta.
Certo quando l'individuo subisce un karma non possiamo parlare di scelte, ma
veniamo ad un esempio pratico. Le scelte che può fare l'individuo uomo e che
veramente corrispondano ad una sua effettiva libertà, non possono essere tali da
sconvolgere totalmente la sua esistenza. Nella vita di un uomo quella che
apparentemente può sembrare una scelta le cui conseguenze hanno radicalmente
mutato la sua esistenza, in effetti non costituiva una sua libertà. L'uomo non
ha la libertà così grande da mutare totalmente la sua esistenza. Se la sua
esistenza cambia completamente vuol dire che quello era il suo destino, cioè
quello doveva fare e non quello poteva fare.
In linguaggio matematico la libertà di scelta dell'uomo potrebbe essere
paragonata alle soluzioni di un'espressione condizionata di questo tipo A+B=7 in
cui A debba essere sempre minore di B. Le soluzioni possibili (libertà di
scelta) sono alquanto limitate e lo sono vuoi dal risultato che è già
determinato (7) e vuoi dalla condizione posta.
Dunque, quando l'uomo ha di fronte a sé la possibilità di scegliere, può darsi
che ciò corrisponda al vero, ad una
sua effettiva libertà di scelta, soprattutto se le scelte non sono di una
portata tale da mutare radicalmente la sua esistenza. Così, egli può godere di
due tipi di libertà: una libertà effettiva anche se relativa, ed una libertà
supposta; la prima quando le sue scelte corrispondono ad una reale possibilità
di scelta, la seconda quando questa possibilità è in effetti solo supposta.
Ebbene questa sera dobbiamo enunciare il principio che il primo tipo di libertà
si concretizza nell'esistenza dell'uomo, vista secondo l'esempio della bobina
cinematografica, con tanti spezzoni (varianti) di film quante sono le effettive
possibilità di scelta. Tutti gli spezzoni confluiscono, poi, nuovamente nella
pellicola che ritorna ad essere una, ma tutti esistono allo stesso modo anche se
uno solo sarà quello che rappresenta la scelta seguita dall'uomo.
Per ora qui ci fermiamo e riprendiamo, invece, un altro argomento di
discussione: la non contemporaneità del "sentire" i fotogrammi che abbiamo in
comune.
Voi avete obiettato che se prendiamo la mano di un nostro simile e gliela
stringiamo forte, egli ha una reazione di dolore e questo prova, secondo voi,
che il "sentire" i medesimi fotogrammi è contemporaneo fra noi e quel nostro
simile. Infatti, dire, che l'azione che fate di stringere la mano può rientrare
nel vostro libero arbitrio, e come si potrebbe spiegare la reazione di dolore se
il "sentire" non fosse contemporaneo?
Non c'e dubbio che la reazione è contemporanea, o meglio immediatamente
succedanea a quell'azione. Ma lasciamo, per semplificare le cose, per ora la
questione del libero arbitrio.
Supponiamo che l'unica libertà goduta sia quella supposta. Allora apparirebbe
più chiaro, essendo tutto "scritto" nei minimi particolari, che fossero previste
anche le reazioni. Se tutto fosse fatalisticamente scritto nei minimi
particolari, sarebbe anche predeterminato il fatto che io chieda alla figlia
Nella, ad esempio: "Nella, tu sei presente in questo istante?". E sarebbe
scritta anche la risposta, è vero?
Ho detto "chiedo alla figlia Nella", ma forse più preciso sarebbe dire "a quello
che io vedo della figlia Nella", perché in realtà Nella sta oltre quello che io
vedo; in ultima analisi Nella è l`individuo che sta oltre il corpo fisico, che
occhi di un corpo fisico vedono. E' vero? Allora il fatto che io chieda ad un
corpo fisico che identifico nella figlia Nella: "Tu sei qua in questo momento?",
ed il fatto che questo corpo fisico mi risponda: "Sì, io sono qua in questo
momento", non prova - a me Kempis che vivo questi fotogrammi - che dietro a
quello che io vedo e chiamo "figlia Nella" vi sia l'individuo Nella. Direte:
"Allora, chi ha risposta?"; ha risposto il destino, perché abbiamo posto che
tutto sia scritto nei minimi particolari. Era dunque scritto che io domandassi:
«Nella, sei presente?", ed era scritto che mi si rispondesse: "Sono presente in
questo momento". Dunque, per un osservatore soggettivo, quale io in questo
momento sono, il fatto che io riceva una risposta non mi prova che dietro il
corpo fisico che io vedo vi sia ora (non "ora" di tempo astronomico) un
"sentire". Questo vale per me Kempis e altrettanto vale per la figlia Nella.
Ed allora, siete, da questo esempio, confusi?
Domanda. - Non sappiamo più se veramente ci siamo. Lo domandiamo a te. Ci siamo?
Risposta - Ecco la pazzia. Chi ode una domanda, la intende, la capisce, e
risponde che non è sicuro di esserci, è uno incamminato verso un manicomio. La
risposta giusta è: "Io sono sicuro di vivere questi fotogrammi, perché li
"sento", ma non saprò mai se gli altri che io vedo li "sentono"
contemporaneamente a me".
Se tutto fosse come una bobina cinematografica, preordinato e predeterminato e
già esistente in ogni particolare, ciascun individuo potrebbe immedesimarsi
nella storia dei vari protagonisti dei film che esistono solo nella celluloide,
anziché contemporaneamente, in tante volte separatamente. Ciascuno di essi
animerebbe il film singolarmente e quando giungesse all'episodio in cui tira la
coda ad un gatto si beccherebbe una bella graffiata e ne proverebbe dolore anche
se l'individuo che fa capo al gatto vivesse la scena non contemporaneamente a
lui, anche, cioè, se quella volta, dietro al gatto non si nascondesse alcun
"sentire".
Verità che sconvolge, ma per questo non meno vera.
Proseguendo nel filo del ragionamento, allora, il corpo fisico, il corpo
astrale, il corpo mentale, che sono veicoli della stessa natura, vivono a sé in
quanto osservando, scorrendo i fotogrammi, questi corpi sono rappresentati in
attività ma non per altro.
Dietro questi veicoli, mentre io "sento» questi fotogrammi, può non esserci un
"sentire". C'è forse già stato ed io sto osservando ora una scena già vissuta da
altri, o forse ci sarà, oppure mai c'è stato e mai ci sarà?
Avrete queste risposte se riuscirete a non definire queste Verità come
pazzesche.
Di un uomo che con noi è rappresentato negli stessi fotogrammi è certo che
esistono: il suo corpo fisico, il suo corpo astrale, il suo corpo mentale. Il
fisico come aspetto, l'astrale come sensazioni, il mentale come pensieri.
Scorrendo, io, la comune serie di fotogrammi vedo il fisico che si muove,
indovino dietro a quel fisico delle sensazioni e dei pensieri. Ma perché tutto
questo? Perché scorrendo da un fotogramma all'altro questi veicoli sono
rappresentati in attività; ma oltre questi veicoli c'è il "sentire"? Questo è
importante. Quand'è che i fotogrammi sono "sentiti"? Quando l'individuo unirà la
propria consapevolezza alla serie di fotogrammi che io sto vivendo ora.
Quel Tizio che io ora vedo rappresentato e che mi sembra vivo, tanto che se lo
tocco ne sento il calore del corpo, lo vedo reagire ai miei stimoli, rispondere
alle mie domande, perché così è scritto, quand'è che "sentirà"?
La risposta è semplice: quando percepirà quei fotogrammi rappresentanti il suo
corpo mentale, il suo corpo astrale ed il suo corpo fisico in attività.
E chi vedrà? Vedrà il mio corpo fisico (ammesso che l'abbia un corpo fisico), il
mio corpo astrale, il mio corpo mentale, che contribuiranno a dargli l'illusione
di essere di fronte ad un essere vivente che dialoga con lui, ma dietro a questi
non vi sarà il "sentire" di Kempis.
Dunque è scritto anche il dialogo nei minimi particolari, dialogo che diventa
monologo, in realtà; monologo a due, perché prima è vissuto da Kempis il quale
ha l'esatta sensazione ed illusione che il suo interlocutore lo segua, lo
capisca, vibri assieme a lui; e poi sarà vissuto dall'altro, se l'evoluzione
fra me e l'altro è diversa. Quando egli vivrà lo stesso dialogo udrà le parole
che io ho pronunciato, pronuncerà allora le domande che io ora ho da lui sentite
ed alle quali ora rispondo.

Indice di questa pagina

L'io, fantasma del mondo della percezione - L'io e l'essere - Monismo, Pluralismo - Dio, stato di
coscienza -
Superamento della limitazione - La reale dimensione di esistenza del Tutto (...Egli non è il Dio di
Abramo...) -

L'io, fantasma del mondo della percezione


Quante volte vi abbiamo parlato del "sentire individuale", cercando di farvi
comprendere come questo si collochi nella Realtà dell'Esistente! Adesso vogliamo
approfondire. Naturalmente, la nostra esplicazione sarà tale nella misura in cui
voi avrete compreso quello che fino ad ora vi abbiamo detto e... quanto di nuovo
riuscirete a capire.
I centri di "sentire" nell'Esistente sono due: l'Assoluto, cioè l'Uno, e i
microcosmi, cioè i "molti nell'Uno". Questa distinzione è illusoria, è una
distinzione di comodo, ed è valida nella misura in cui si comprende ch'essa non
esiste.
Il "sentire dei molti" sta al "sentire dell'Uno", come la parte sta all'insieme;
anche questa affermazione è valida nella misura in cui si comprende che
l'Assoluto è oltre l'insieme.
E' importante comprendere la natura del "sentire dei molti", cioè degli
individui, perché, in questo, è la radice dell'illusione. Non dovete però
comprendere questa affermazione come una condanna, ma come uno stimolo, un
impulso a comprendere ciò che ci separa dalla Realtà. Il "sentire dei molti" è
dunque un "sentire" relativo, limitato, circoscritto. Abbiamo detto che è un
"sentire" di parte; proprio per questa sua natura finita dà una percezione che
si fonda su "io" e "non io", provenire "da" e tendere "a". Innumerevoli sono i
"sentire individuali". Pensate! Al "sentire" di ciascuna individualità fa capo
un individuo; ad ogni individuo fa capo una gamma vastissima di "sentire"; in
altre parole, "sentire individuali" fanno parte dell'individuo, individui fanno
parte delle individualità, le individualità fanno radice nell'Assoluto.
L'insieme dei "sentire individuale" costituisce la personalità dell'individuo:
sono "atomi" di "sentire" uniti fra loro, in forza delle loro omogeneità: il
risultato è la personalità individuale. Allo stesso modo le varie personalità
individuali, o individui, unite fra loro in forza della loro omogeneità,
costituiscono le individualità. Si dice allora che ciascuna personalità - che in
genere s'incentra ognuna su una incarnazione - appartiene ad una individualità.
Che cosa significa "atomo di sentire"? Significa "unità elementare" del "sentire
individuale"; in altre parole, "reazioni" e stimoli che vengono dall'ambiente in
funzione della coscienza raggiunta. Questa coscienza raggiunta potrebbe più
propriamente essere definita "coscienza di base", perché è quella coscienza,
quel capitale iniziale di partenza che viene aumentato con le successive
esperienze, ed attraverso proprio agli stimoli dell'ambiente. Quando l'individuo
è legato alle forme di vita semplice, al di sotto dell'umana, si può definire -
abbiamo detto - centro di sensibilità e di espressione ed il suo "sentire" è
assai diverso da quando sarà uomo, e voi sapete che "uomo" significa centro di
coscienza e di espressione. Infatti nelle forme di vita semplice si ha solo una
percezione degli stimoli ambientali, senza nessuna coscienza di sé, né
dell'ambiente che ci circonda.
Successivamente si comincia a distinguere queste percezioni in piacevoli e non
piacevoli; proseguendo nella graduatoria del "sentire", ecco che queste
percezioni sono desiderate, quando sono piacevoli, temute quando sono
spiacevoli. Si ha qui, a questo punto, una prima larvata coscienza di sé e
dell'ambiente che ci circonda. Questa coscienza affiora un poco più in
superficie nelle forme di vita animali in cui si raggiunge una maggiore
autonomia, tanto che con il nuovo strumento-mezzo che è la mente, ci si può
adoperare per raggiungere, per seguire le sensazioni piacevoli, le percezioni
piacevoli o per sfuggire quelle spiacevoli. In questa fase gradatamente il
"sentire" viene ad essere comprensivo della consapevolezza di sé e dell'ambiente
circostante.
Nella forma umana tutto ciò è perfettamente definito. E' nato l'"io" ed il "non
io". La meta successiva è l'allargamento della coscienza individuale fino a
superarla, a trascenderla.
Tutta questa esposizione è giusta e reale nella misura in cui si riesce a capire
senza restare ancorati ad un "divenire". Che cosa significa questo? Significa
che tutte le gamme del "sentire", l'unità elementare del "sentire individuale",
è come l'unità elementare delle materie che compongono i piani di esistenza più
densi. I sentire complessi, costituiti da atomi di sentire, sono analoghi alle
materie composite di questi piani, costituite appunto da aggregazioni di materie
elementari. Dunque, per spiegarci meglio, se il "sentire Assoluto" esplodesse -
seguitemi bene - in una gamma di "sentire individuali", si frazionasse, queste
frazioni si aggregherebbero in tante gamme di "sentire", organizzate da una
semplice ad una più complessa. Questo esempio - badate bene - è valido nella
misura in cui si comprende che ciò non può essere accaduto.
Allora, ciò che noi percepiamo come "ora" è la realizzazione, nell'eternità, di
un "sentire individuale". Siccome però "eternità" non significa "tempo
infinito", ma "senza tempo", quell'"ora" è un'illusione, quell'"ora" è ciò che
circoscrive un "sentire individuale", lo delimita; "sentire individuale" che
nell'aggregazione generale dei "sentire" sta fra un sentire più semplice ed un
sentire più complesso. E come "eternità" non significa "tempo infinito", ma
"senza tempo", così "infinito" non significa "spazio senza fine", ma "senza
spazio", assenza di quantità, di dimensione; allora - con questa precisazione -
quale significato se quel "sempre" non ha senso di durata.<![endif]>
L'uomo - vedete, figli e fratelli - cerca di comprendere il mondo che lo
circonda osservando i fenomeni. Da ciò che egli vede, che egli è quindi in
qualche modo palese, cerca di capire ciò che è segreto, ciò che è nascosto.
Dagli effetti indovinare le cause; da ciò che appare, scoprire ciò che è. Questo
sistema è molto discutibile quando lo si vuole applicare per comprendere la
natura dell'intimo dell'uomo. Infatti la percezione individuale crea delle
realtà posticce che non esistono. L'"io" è l'esempio più chiaro e più lampante
di questo fantasma creato dalla percezione. Noi stessi - per farvi comprendere
certi concetti - abbiamo dato per esistente l'"io"; ma ciò è un miraggio, l'"io"
non trova riscontro nella realtà costituzionale dell'individuo.
L'"io" potrebbe essere ciò che lega tutti i "sentire" dell'individuo, ma abbiamo
detto già che questi sono aggregati in forza della loro omogeneità, quindi
l'"io" non serve.
Quando noi diciamo: l'uomo è un centro di coscienza e di espressione, diciamo
una Verità; ma questa Verità è tale nella misura in cui non si comprenda che
l'individuo è un "io" che percepisce. Non esiste l'"io" che "sente": esiste il
"sentire".
L'individuo non è colui che "sente", è "sentire individuale".
Così come Dio è non "Colui che ama": E' amore.
Ancora vi abbiamo posti di fronte ad una realtà sconvolgente .
Prima di meditarla, di comprenderla, ciascuno esegua un'introspezione. Cerchi di
capire se è tanto forte da abbandonare l'ultima illusione: l'"io". Perché tutta
la vita dell'uomo è fondata sull'"io", e non solo dell'uomo, anche del Santo.
Tutto si fa nel presupposto di accrescere se stessi, anche quando -
apparentemente - sembra si voglia annullarsi. L'"io" permea tutti gli
insegnamenti, anche i più validi. Il Nirvana degli orientali è l'"io" che
percepisce la Divinità: suprema illusione! Dio che parla all'uomo
dell'occidente: quale pazzia più grande può mietere più vittime?
Voi siete stati abituati a pensare all'"io" come al sinonimo dell'egoismo;
adesso dovete pensare all'"io" come all'unica e alla più grande delle illusioni.
Tutto quello che si fonda sull'"io" - religione, scienza, filosofia - è una
mistificazione.
L'"io" - lo ripeto ancora - non esiste. Io, voi, l'uomo, l'individuo, non
esistiamo come ente a sé stante che percepisce, che in qualche modo è distinto
dal tutto. Siate consapevoli di ciò.
Quanto vi abbiamo scandalizzati e quanto - forse a volta con riluttanza - ci
avete seguito! Alla fine, quando avrete compreso che tempo e dimensioni sono
irreali, che coloro che vi vivono accanto non sono vostri contemporanei nel
"sentire", che non esiste nessuna successione perché non esiste nessuna reale
suddivisione, ma che tutto è; quando vorrete capire e capirete la natura del
"sentire individuale", sapendo che questo non vi aiuta a comprendere la Natura
del Sentire Assoluto, del tutto diversa, allora sarete nel vero, perché liberi
dall'illusione del "divenire", comprenderete L'Eterno ed Infinito "essere".

L'io e l'essere
Questa sera vorrei limitarmi a fare delle semplici considerazioni lasciando a
voi trarre le conclusioni che più vi sembrano logiche. Il discorso che voglio
fare riguarda la consapevolezza di sé: il sentirsi d'essere.
L'uomo limita se stesso alla propria consapevolezza; l'antico cogito ergo sum
solo ora comincia ad essere rivalutato, o meglio ridimensionato, in seguito
all'ipotesi che l'esistenza non sia tutta contenuta nel pensiero consapevole. Ed
in effetti l'essere va oltre il pensiero, oltre la facoltà di pensare. Ma di
fatto, nell'uomo comune, il senso della propria esistenza è ancora tutto legato
all'io. Perciò da qui noi dobbiamo cominciare. Non è la prima volta che
c'interessiamo dell'io, altre volte ne abbiamo parlato; ora da un punto di vista
etico, ora analitico, fino ad affermare che nella struttura dell'individuo l'io
non esiste. Infatti se, come abbiamo detto la volta scorsa, in Realtà esiste
solo l'Unità, allora il senso dell'io, del sentirsi diversi e distinti,
appartiene all'apparenza. Se in effetti siamo un solo essere, allora il senso
dell'io che si oppone al non-io non ha fondamento.
"Ma - direte voi - da questo punto di vista, dal punto di vista della Realtà
oggettiva, null'altro esiste, oggettivamente, se non Dio; e perciò non solo non
esiste l'io, ma neppure l'individuo inteso come ente reale, preso a sé, distinto
da ogni altro della medesima specie". Non c'è dubbio. Ma ciò che intendo
significare è che pur restando nell'ambito del relativo e quindi del molteplice
e del soggettivo, l'io non fa parte della struttura dell'individuo, essendo il
suo modo di concepire la Realtà, un'opinione derivante da un'errata percezione
del reale.
Da ciò si comprende che con io noi intendiamo qualcosa di diverso dall'io
filosofico che sta a designare il soggetto pensante e cosciente delle proprie
modificazioni; o dall'Ego della psicoanalisi inteso come principio della
coscienza, su cui agiscono le due forme inconsce Es o Id, ossia le tendenze
ereditarie ed istintive, e il super-io, ossia il complesso delle regole morali.
Per noi l'io è il principio della consapevolezza contenuta o, se preferite, non
ancora liberato da una concezione dualistica della Realtà.
Dicendo che l'io non fa parte della struttura dell'individuo, intendiamo
significare che il principio della consapevolezza può esistere, o meglio ancora,
è votato ad esistere al di là della concezione io-non io. Per noi - ancora una
volta lo ripetiamo - l'individuo non è un io che "sente", ma un "insieme di
sentire".
Allora da che cosa nasce il senso dell'io? E' chiaro che parlare di io,
significa parlare di livello di evoluzione umana. Nel superuomo, cioè in colui
che ha già lasciato la ruota delle nascite e delle morti, non esiste più l'io,
ma ciò non significa che non esista la consapevolezza di sé. L'io nasce innanzi
tutto dalla limitata percezione che l'uomo ha; ossia dal ristretto campo della
sensibilità ricettiva. Se l'uomo ha fame, non si sfamerà vedendo mangiare un
altro. Da ciò nasce la convinzione che il proprio essere non si estenda oltre la
possibilità di ricezione consapevole.
Nasce la distinzione fra ciò che colpisce direttamente e quello di cui non si ha
cognizione. V'è poi il ricordo che, tenendo ben presenti le esperienze consumate
ed i limiti entro cui esse toccano, contribuisce a ben identificare il campo
della propria ricezione e quindi alimenta, così, il senso di separatività.
Inoltre il ricordo crea la continuità dell'io nel tempo. "La tal cosa è accaduta
a me".
Ora, se voi pensate a quando eravate dei fanciulli, voi pensate ad un dato
momento della vostra esistenza; eppure i fanciulli che eravate, erano ben
diversi dagli uomini che siete. V'è differenza nelle azioni, negli interessi,
nei desideri, nelle emozioni, quasi che si trattasse di un altro, essere; ma il
ricordo vi garantisce che si tratta di voi stessi.
Se qualcuno vi dicesse che avete avuto una vita in precedenza all'attuale,
certamente questo fatto vi incuriosirebbe, ma la prova di ciò potrebbe venirvi
solo dal ricordare quella vita. Eppure quante azioni di questa attuale esistenza
non ricordate e non v'è dubbio che voi le avete compiute! Dunque il ricordo, che
secondo voi garantisce la continuità del vostro essere, quando manchi, non prova
che questa continuità non vi sia. Se parlo del ricordo e perché voi date tanta
importanza ad esso al fine dell'identificazione di voi stessi.
Il ricordo, come ho detto, vi garantisce che voi continuate nel tempo. Ma è un
errore collegare se stessi al ricordo: la continuità sta nello stesso sentire
d'essere, nell'essere in sé che non cessa, e non può cessare d'essere. Il
ricordo perisce, si può anche dimenticare chi si è o chi si è stati, come nei
casi di totale amnesia; ma il sentirsi d'essere non cesserà mai. E questo
sentirsi d'essere non è destinato a perire come perisce il ricordo, ma ad
ampliarsi sempre di più, fino a sussistere indipendentemente dai pensieri, dai
desideri, dalle sensazioni; anzi, nel silenzio di questi, ad espandersi talmente
da abbracciare tutto quanto l'io esclude: il non-io.
La vostra esistenza futura, quindi, non prevede la continuazione delle vostre
limitazioni, della ristretta concezione dualistica che voi avete della realtà,
dell'io che è limitazione; ma l'espansione del vostro essere, l'effusione, la
comunione con tutto quanto esiste.
Ora, se la considerazione che il non ricordare un dato momento della propria
esistenza non significa che quel momento non sia stato vissuto, la si sposta dal
ricordo alla consapevolezza del presente, se ne deduce che il fatto che nel
presente non si sappia o non si "senta" qualcosa, non significa che questo
"qualcosa" non faccia parte di se stessi.
In altre parole: premesso che l'essere uomo va ben oltre l'io, sia inteso come
soggetto pensante che come principio della consapevolezza - perché l'essere ha
una parte inconscia e ciò è ormai universalmente accettato, tanto che stima la
parte inconsapevole assai più grande di quella consapevole - vi domando fino a
che punto è vera ed è giusta la concezione che si ha della realtà, basata
unicamente sul ricordo e sulla consapevolezza del presente? Può nascondere,
quella parte inconscia dell'essere qualcosa che modifichi totalmente la
concezione della realtà secondo lo schema io-non io? E che cosa vi accadrebbe se
- come dopo il trapasso vengono ritrovati i ricordi di precedenti incarnazioni -
ad un dato punto della vostra esistenza di individui trovaste non la
consapevolezza d'essere stati qualcun altro, ma la consapevolezza d'essere
qualcun altro? Che so! D'essere l'aggressore e l'aggredito, d'essere insomma
tutto quanto una concezione ristretta, che voi avete attualmente, vi fa
escludere di essere. D'essere io e non io?
Meditare su questi interrogativi. Vi aiuteranno ad avvicinarvi ad un nuovo modo
di concepire la realtà.
Monismo - Pluralismo
Noi ci siamo interessati di diversi quesiti importanti della filosofia quali -
per menzionare alcuni di quelli che ci hanno interessato - Realtà ed apparenza,
divenire ed essere. Ebbene, fra questi occupa un posto preminente il "monismo-
pluralismo".
Può sembrare che questo dilemma sia da relegare fra le inutili esercitazioni
accademiche - e questo forse può essere in parte vero - ma se dalla soluzione
del quesito ne risultasse prima di tutto una maggior comprensione della realtà
in cui ciascuno vive, e poi in che direzione muoversi per vivere armonicamente
con questa realtà, non c'è dubbio che un simile approfondimento tornerebbe utile
perché, vedete, se il Cosmo è oggettivamente composto da una pluralità di mondi
e di esseri, allora la partecipazione ai problemi altrui è una questione di
semplice solidarietà umana o spirituale; ma se il "tutto esistente" è una Realtà
del tipo di quello concepito dal monismo spiritualistico, allora l'amore al
prossimo è qualcosa di più di un semplice precetto, anche se in ogni caso sempre
da seguire.
Il campo ove è focalizzata l’attenzione, onde pervenire alla conoscenza, voi
sapete che è diverso fra cultura orientale e cultura occidentale. I due criteri
seguiti ricalcano ne più né meno, lo schema "io-non io", disegnato dalla mente.
L'"io" è il soggetto della conoscenza, il "non-io" l'oggetto. L'attenzione della
cultura occidentale è concentrata, principalmente, alla ricerca
dell'oggettività. Infatti ciò che si può analizzare, esaminare scientificamente
è il "non-io"; mentre gli orientali polarizzano la loro analisi sul mondo
interiore del soggetto.
I criteri, essendo seguiti l'uno con l'esclusione dell'altro, non hanno portato
ad una visione d'insieme di quel poco della Realtà che l'uomo può cogliere,
conducendo gli orientali a poco conoscere del mondo esterno all'"io", e gli
occidentali, fino a pochi anni fa a poco sapere del mondo interiore del
soggetto. Tutto questo naturalmente dando per esatta la suddivisione della
realtà operata dalla mente secondo il criterio "io-non io". Intendo dire che la
mente lavora partendo da un postulato dualistico, nel senso che dà come
dimostrata a priori ed oggettiva la dualità. Ma, in effetti, il dualismo "io-non
io" è strutturale nella Realtà, oppure deriva unicamente da una percezione
limitata ed inesatta di essa? Crediamo di avere risposto a questa domanda
parlando dell'"io".
In ogni caso torneremo su questo argomento con delle considerazioni ad una
prossima occasione. Ricordo solo brevemente che per noi l'"essere" non è un "io"
che "sente", ma è un insieme di "sentire"; e quindi il senso dell'"io" risulta
dal punto d'incontro di due coordinate: l'ascissa, che sarebbe il senso di
separatività proprio del "sentire" a livello umano - l'"io" spaziale, potremmo
chiamarlo - e l'ordinata che sarebbe la memoria, ciò che crea la continuità
dell'"io" nel tempo quindi potremmo chiamarlo l'"io" storico o temporale. Ma in
ogni caso la pluralità comprende ogni dualità, perciò risolvendo il dilemma
monismo-pluralismo, ne consegue logicamente una risposta a livello generale di
principio, valida anche per il dualismo "io-non io". Ma come pervenire a capo di
questo dilemma?
Non abbiamo la pretesa di risolverlo in senso assoluto; la soluzione radicale
sta in campi per ora a voi inaccessibili, tuttavia, intanto, abbiamo dato una
risposta che sul piano logico e filosofico, in breve, suona così: se si ammette
una pluralità oggettiva, allora esiste un tempo oggettivo, uno spazio vuoto, non
un Dio ma più Dei, ciascuno dei quali privo dei caratteri di assolutezza,
eternità, infinità, immutabilità ecc. ecc., possibili se esiste oggettivamente
solo l'Unità. Ma oltre a questo, se si osservano certe manifestazioni
chiamiamole... naturali, che hanno un carattere indubbiamente unitario, si
rileva come l'Unità risulti dalla confluenza di molteplicità, sicché si può
ragionevolmente credere che ciò che a noi appare molteplice confluisca
nell'Unità.
Per esempio: la consapevolezza, che ha un carattere così unitario, risulta
l'insieme di tanti piccoli atti istintivi della mente, così diversi che
potrebbero essere prodotti da tante menti diverse da quella consapevole. Cosa
che non è. E questa consapevolezza non è l'insieme di tante piccole
consapevolezze, ma ha un carattere a sé; tanto che certe sensazioni dolorose ben
localizzabili, sono localizzate solo di riflesso. Intendo dire che se, per
esempio, una parte del suo corpo soffre, l'uomo prima avverte un senso generale
di malessere - è lui come unità che soffre ed una frazione di secondo dopo
localizza la parte sofferente. Ancora: se voi chiudete alternativamente prima un
occhio e poi l'altro, vi rendete conto come ciascun occhio percepisca
un'immagine diversa, così diversa che se le due immagini fossero fotografate, le
fotografie non sarebbero assolutamente sovrapponibili.
Non solo, ma l'insieme delle due immagini è un'immagine ancora diversa,
un'immagine che ha una profondità. Ebbene, se si analizza questo processo, ci si
rende conto delle modalità secondo cui si svolge. Voi sapete meglio di me che il
vedere non è un processo tanto degli occhi quanto delle mente. Un'immagine, in
sé, è un insieme di macchie di colori, di chiari e scuri, di luce e d'ombra, di
forme. E' la mente che analizza quelle macchie colorate e le trasforma in
visione consapevole. Io non so se vi è mai capitato di osservare un oggetto in
scarse condizioni di visibilità e di non riuscire a capire che cosa sia
quell'oggetto. Ebbene, quando la vostra mente ha indovinato che cosa è
quell'oggetto, anche la visione pare più nitida, sembra cioè che siano
migliorate le condizioni di visibilità, cosa che non è accaduta.
Allora, tornando alle nostre due immagini monoculari è chiaro che la mente
esegue per ciascuna di esse una distinta elaborazione, altrimenti non si
avrebbero due immagini, ma si avrebbe un duplice insieme di macchie di colore.
E' come, cioè, se ciascun occhio avesse una sua mente; non solo, ma, siccome la
visione simultanea è un'immagine con caratteristiche che vanno oltre la somma
delle caratteristiche delle due immagini, è chiaro che la mente - con una terza
attività - fonde le due immagini precedentemente elaborate e le trasforma in una
visione tridimensionale. Ora questa fusione non avviene per una realtà
strutturale del corpo dell'uomo; avviene per un processo mentale, vi è dunque
un'azione unificatrice della mente, una sintesi percettiva che rende possibile
il carattere unitario della consapevolezza. Aggiungo che, perché questa fusione
possa avvenire, è indispensabile una condizione: la simultaneità della
percezione.
Vedrò di spiegarmi più chiaramente con un altro esempio, un processo analogo al
vedere: il processo dell'udire. Voi sapete che la percezione simultanea di un
rumore da parte dei due orecchi, fra l'altro indica il punto spaziale di
provenienza del suono. Se la percezione non è simultanea, si ha un effetto eco,
con perdita della possibilità di individuazione del punto spaziale di
provenienza, sicché la simultaneità della percezione dà alla mente una
consapevolezza che va oltre la somma delle informazioni ricevute.
Tutto questo è possibile perché la mente è una, nonostante svolga funzioni così
diverse che potrebbero essere prodotti di altrettante menti indipendenti,
consegnate per la sintesi finale alla mente consapevole. Come si suol dire, la
mente svolge più parti in commedia, crea più personaggi, ma è - e resta - una.
Direte voi: "che cosa c'entra questo discorso?". Ebbene, c'entra.
Ho cercato di porre in evidenza tre punti salienti e cioè: che nella
sequenzialità appare diverso e molteplice ciò che in realtà è uno: che nella
simultaneità v'è fusione, che nella fusione v'è trascendenza. Invero nella
sequenza temporale, dove non esiste alcuna reale contemporaneità, gli uomini
appaiono diversi e divisi; si può dire che la molteplicità si mostra in senso
orizzontale e verticale. Nella successione dei "sentire", nel tempo del "mondo
degli individui" - come lo abbiamo chiamato - "sentire" analoghi sono
contemporanei e, per questa simultaneità, si fondono. Nel non tempo,
nell'assoluta simultaneità, tutto è comunione, fusione, unità, trascendenza
dalla molteplicità. Che ciò sia vero la stessa logica lo conferma: infatti se la
Realtà fosse costituita in senso pluralistico - per esempio alla maniera delle
monadi di Leibniz - impossibile sarebbe una coerenza, tant'è vero che lo stesso
Leibniz per spiegare l'armoniosa convivenza delle monadi, ricorre al concetto
dell'armonia prestabilita. La verità che la molteplicità è un'apparenza,
soggetto ed oggetto sono un'unica cosa, la stessa esistenza ha ciò che
percepisce e ciò che è percepito.
Tutti i mistici di tutti i tempi e di tutte le religioni, con le loro visioni
estatiche, hanno colto l'Unità materiale e spirituale dell'esistente e, se la
nostra testimonianza può avere valore, noi pure lo confermiamo ed aggiungiamo:
come i singoli atti del processo della consapevolezza sembrano prodotti di
altrettante menti indipendenti da quella consapevole - mentre in effetti sono
funzioni diverse di una stessa mente - così i "sentire" relativi non sono che
virtuali frazioni dell'unico "sentire" che li sovrasta ed abbraccia tutti per il
principio della trascendenza.
E come la simultaneità di distinte percezioni sensorie pone la mente in grado di
superare la somma delle informazioni ricevute, così "sentire" contemporanei si
fondono e sfociano in un "sentire" che li trascende e così via. Ma come la
consapevolezza della mente, nella simultaneità della percezione, va oltre la
somma delle informazioni ricevute in forza della sua natura unitaria, così la
trascendenza di Dio rispetto ai "sentire" relativi deriva dal Suo essere Uno ed
Eterno Presente. E come i singoli atti del processo della consapevolezza
risultano riassorbiti dalla sintesi finale, così noi in Realtà siamo un solo
corpo, un solo spirito, un solo "essere"« al di là di ogni apparenza.
Se non riuscite a capire questo, tutto quello che avete udito dai Maestri, dai
Profeti, dagli spiriti, dai filosofi più illuminati, non è che una miscellanea
priva di costrutto, di senso logico.

Dio, stato di coscienza


Più volte abbiamo ripetuto che Dio è il Tutto-Uno-Assoluto.
Questo significa non solo che tutto quanto esiste è in Dio e fa parte di Dio, ma
che Dio è "coscienza assoluta", in cui la molteplicità è trascesa perché fusa
nell'Unità. Non s'intenda però con questo che Dio sia un ente che sovrintende,
che sta più in alto. Badate bene: è molto meno errato credere che Dio sia uno
stato di coscienza, piuttosto che pensarlo come una persona.
Infatti da sempre noi vi abbiamo detto che Dio è coscienza assoluta. Ma voi
avete preso questa affermazione come se Dio fosse un essere che avesse una
coscienza assoluta, così come potrebbe avere un bel sorriso. No, miei cari! Non
è l'essere che ha la coscienza, ma l'essere è la coscienza o viceversa. E' ben
diverso, pensateci bene.
Se il Tutto è considerato prescindendo dall'Unità, appare la molteplicità,
compaiono gli esseri, i mondi; il divenire. Ma il divenire non è reale perché è
l'apparenza di una parte della Realtà-Unica-Totale, ossia di Dio. Tuttavia,
affermare che il divenire è un'apparenza, non spiega come è fatta salva
l'immutabilità di Dio, in mancanza della quale Dio non sarebbe Assoluto. Bisogna
che quanto a noi appare come divenire, come futuro, come probabilità che non è
realizzata ma che si realizzerà, esista già; e non come idea archetipa, ma come
realtà vivente e palpitante quale sarà vissuta. Altrimenti Dio, che tutto
comprende, muterebbe col mutare del divenire dei mondi.
Ed eccoci all'insegnamento dei fotogrammi, con cui abbiamo spiegato che ciò che
vi appare come divenire, come probabilità che si realizzerà, esiste già tutto
contenuto in serie di situazioni cosmiche fisse nel non tempo, nell'Eterno
Presente, così come l'azione viva e palpitante che si osserva in un film, è
contenuta nei fotogrammi della pellicola. E questo concetto - figlio Gastone -
non è in contraddizione con la libertà relativa; abbiamo spiegato questo
parlandovi delle serie di situazioni cosmiche parallele, cioè delle cosiddette
varianti.
Allora quando un veggente di provata capacità sembra sbagliare la sua
previsione, non ha sbagliato veramente e propriamente in quanto si è collegato
alla situazione cosmica parallela, alla variante non vissuta dalla generalità. -
Ma su questo argomento potremo tornare più profondamente, se v'interesserà. - E
come il divenire dei mondi è tutto contenuto in serie di situazioni cosmiche
fisse nell'eternità, così l'evoluzione degli esseri non è un divenire, ma
risulta da serie di "sentire", virtuali frazioni dell'unico sentire, uniti in
successione logica dal più semplice al più complesso. Ogni essere, considerato
nella sua continuità, è una serie di sentire. Il senso dello scorrere e della
continuità risiede nella natura stessa del "sentire" che, se pur limitato, è
coscienza d'essere. Badate bene: dico coscienza d'essere, non consapevolezza.
V'è una differenza fra la coscienza d'essere e la consapevolezza dell'uomo.
Se noi prendiamo in esame un essere, uno spirito, un'individualità, la vediamo
tutta contenuta fra due estremi: da una parte l'atomo del "sentire", il
"sentire", più semplice, quello che non risuona se non è collegato al mondo
fenomenico della percezione; dall'altro il "sentire", più complesso.
Qual è il "sentire più complesso"? Ovviamente il "sentire assoluto" che tutto
comprende, che è essere uno ed essere tutto al di là del virtuale frazionamento
che genera i mondi ed il loro divenire.
E siccome il sentire assoluto è unico - e non potrebbe essere diversamente - ne
consegue che ogni essere ha in comune per lo meno questo "sentire". Ma siccome
il "sentire assoluto" tutto comprende, ne deriva che noi siamo in Realtà un solo
essere. Badate: l'esistenza di Dio è conciliabile con la molteplicità dei mondi
e degli esseri in un solo modo e con un solo concetto: che Dio sia uno stato di
coscienza in cui tutto è fuso e trasceso nell'Unità. Se questo è vero, anche
solo per approssimazione, ne consegue logicamente e necessariamente:
1) che niente può essere escluso da questa comunione, del resto già esistente da
sempre nell'Eterno Presente,
2) che ogni essere raggiunge Dio, altrimenti non sarebbe realizzata l'Unità,
ossia non esisterebbe Dio,
3) che Dio è raggiunto senza che ciò origini più di un Assoluto.
Fratelli, da sempre vi abbiamo detto che tutto è un aspetto di Dio, ma questo
significa, in altre parole, che Dio è la reale condizione d'esistenza del Tutto.

Superamento della limitazione


Vogliamo sfogliare assieme l'album dei ricordi per constatare quanto abbiate
modificato certi concetti e come certe parole di sempre rivelino oggi
significati nuovi.
La prima cosa che confermammo con le nostre comunicazioni fu la sopravvivenza
dell'uomo alla morte del suo corpo.
A ben pensarci, oggi, sapendo quanto remota sia la parte che sopravvive rispetto
all'effimera personalità umana, pare più prossimo al vero chi neghi la
sopravvivenza piuttosto di chi l'affermi. Influenzata dall'idea di un'imperitura
integrità dei caratteri essenziali dell'uomo, risultava la Verità della
reincarnazione,
intesa come se l'uomo fosse chiamato a recitare, in vite successive, varie
parti, dimenticando ogni volta chi era stato, ma rimanendo sempre essenzialmente
se stesso.
In modo analogo l'evoluzione era intesa come un perpetuo divenire che faceva
crescere l'uomo in una sorta di gerarchia spirituale, intesa come una
progressione in carriera, conferentegli mansioni di sempre più vasta importanza
nei riguardi degli esseri meno evoluti.
Chi di voi non si è visto proiettato nel futuro come un se stesso cresciuto
d'importanza ed in conoscenza, senza pensare ad un eventuale cambiamento del
"sentire", ossia un cambiamento del proprio essere? Allo stesso modo la legge di
causa e di effetto era apprezzata solo quale strumento di giustizia. Questo
concetto - pur risultando superiore all'altro secondo il quale il dolore era
distribuito da Dio, non si sa bene con quale criterio e per quali fini -
tuttavia non contemplava l'intera Verità della legge di causa e di effetto,
Verità che è anche quella di riportare sul giusto cammino della comprensione
l'individuo.
Ricordate quando credevate che l'emanazione di spiriti, da parte di Dio, fosse
continua per tutto il periodo della Manifestazione?
Devo però rilevare a vostra vantaggio che nel quadro di una perfetta eguaglianza
degli esseri e di una scrupolosa giustizia nei loro confronti - quadro che noi
vi avevamo prospettato - voi non comprendevate come in seno ad una stessa razza
di anime, ad uno stesso scaglione, potessero verificarsi sensibili disparità di
evoluzione.
Oggi voi sapete che in effetti nessuna disuguaglianza esiste fra gli esseri;
"sentire" analoghi vibrano simultaneamente, e la differente evoluzione che si
può riscontrare fra protagonisti di una stessa vicenda dei piani grossolani, si
spiega con la non contemporanea percezione di quella vicenda da parte dei suoi
protagonisti. Ossia i diversi livelli di evoluzione individuale degli esseri dei
piani grossolani si riconducono ad una perfetta eguaglianza nel piano del
"sentire", dove ciascuno cammina di pari passo con i suoi simili. E, così,
abbiamo approfondito altri concetti.
Mi piace, però, soffermarmi su un altro ricordo: la nostra esistenza nei
confronti di Dio. Forse l'approfondimento più grande che abbiamo operato ed al
quale poniamo tuttora mano, è proprio in questo concetto di come dobbiamo
vederci nel nostro futuro esistenziale. Come ho detto, ciascuno di voi pensava a
se stesso come ad un essere destinato a crescere, a crescere a dismisura,
rimanendo essenzialmente se stesso.
Anche l'amore ai fratelli era visto come un sentimento che si doveva avere nel
quadro di un'acquistata divinità, sentimento e divinità che lasciavano però
ciascuno ben diviso dagli altri.
Se limitiamo noi stessi alla percezione delle singole fasi della nostra
esistenza, di quale futuro possiamo parlare? Noi, quali ci sentiamo, non
sopravviviamo ad un attimo. Noi come personalità non andiamo oltre una vita, noi
come "sentire individuale" non siamo che un momento del "sentire"
dell'individualità, noi come individualità non oltrepassiamo un Cosmo. Allora di
quale futuro esistenziale possiamo parlare? In qualunque modo vogliamo
considerarci, mai siamo gli stessi, ogni attimo siamo un essere diverso, perciò
se per sopravvivenza s'intende la continuità dello stesso essere immutato, la
sopravvivenza non esiste. Di più: se la molteplicità è un'apparenza, noi
esistiamo solo nell'illusione, non siamo nella Realtà assoluta come individui da
Dio distinti: la Realtà assoluta è solo Lui.
Riflettiamo: chi siamo noi se non "sentire relativi" che apparentemente si
susseguono l'uno dopo l'altro, l'uno diverso dall'altro? Noi nasciamo nella
separatività, che è un`illusione, e troviamo una continuità nel divenire, che è
ancora un'illusione.
Ma poiché l'illusione per propria natura è un processo della limitazione, cioè
limitato, cioè finito, cioè che finisce, che ne sarà di noi? In Realtà esiste
solo Dio. Ciò che dall'illusione è costruito, con essa si dissolve. Dunque,
quello spettro che ogni uomo vede ad attenderlo alla fine della propria
esistenza e che continuamente gli si para dinanzi minaccioso, richiamato alla
memoria da mille occasioni del dì e più terrificante nella notte, lo spettro
della morte che l'uomo ha creduto di sconfiggere inventando la sopravvivenza,
gli appare forse ora inesorabile, quale sentenza passata in giudicato? Forse che
qui miseramente naufragano gli infantili sogni dei mendicanti d'essere in realtà
figli di Re? D'essere chiamati ad una gloria eterna, di veder rifulgere la
propria immortalità?
Nelle antiche scuole d'iniziazione, gli iniziandi erano sottoposti alla prova
dell'aria, dell'acqua, della terra e del fuoco, perché vincessero la paura e se
stessi. Io vi chiedo una sola prova, ma che per difficoltà le supera tutte:
siete voi tanto forti e coraggiosi da credere alla morte vera? Gli atei lo sono.
Debbo concludere che voi credete per paura e per egoismo? In altre parole, avete
trasceso l'io egoistico e personale tanto da pensare alla sua fine rimanendo
sereni? No? Bene! Credete che il divenire non finisca mai e che con il suo
perenne scorrere si realizzerà la vostra perpetua esistenza. Ancora l'illusione
per tenervi in vita. E chi non sa rinunciarvi, più oltre non ascolti.
Ma chi vuol conoscere la Verità, deve essere disposto a morire nel vero senso
della parola, convinto che con la morte tutto finisca: morte senza possibilità
di sopravvivenza. Solo se è disposto a tanto ricerca la Verità per la Verità e
non per accrescere se stesso. Sì, fratelli, ve lo ripeto: rassegnatevi. Noi
finiamo perché finiscono tutte le nostre debolezze, i nostri vizi, il nostro
soffrire, il nostro sentirsi ed imporsi diversi dagli altri, la nostra crudeltà,
il nostro egoismo, perché questi siamo noi oggi e finendo questi, noi finiamo!
Capite che cosa intendo?
Mi preme che voi lo comprendiate. Non ci limitiamo ad enunciare delle Verità,
cerchiamo di renderle a voi accessibili. Ciò che vi diciamo del vostro futuro
non è una semplice - per quanto fondata - supposizione di ciò che sarà; il
futuro esiste già, niente noi abbiamo da supporre. Ma non è neppure la fedele
descrizione di ciò che constatiamo - la qual cosa potreste e non potreste
credere - è anche, insieme, la spiegazione del perché non può essere che così.
Comprendo la vostra obiezione, voi dite: "Tu stai parlando di Dio". Come Dio può
essere raggiungibile dalla ragione? "Se dico che Dio è infinito, esprimo un
concetto e voi capite che cosa intendo, anche se non potete sperimentare
l'infinità di Dio. Se dico che Dio è un sentire esprimo una realtà che non è
raggiungibile, esperimentabile dall'intelletto, ma esprimo anche un concetto che
è raggiungibile dalla ragione. Se dico che Dio è uno stato di coscienza in cui
il Tutto è fuso nell'Unità, non vi do la possibilità di sperimentare questo
stato di coscienza, ma vi do l'unico concetto che possa conciliare l'esistenza
di un Dio assoluto, eterno, infinito, immutabile, onnisciente, onnipresente,
onnipossente, completo, perfetto, ecc. ecc. con la molteplicità degli esseri e
dei mondi.
Se Egli è la sola Realtà assoluta, ne discende che noi esistiamo solo nelle
varie realtà relative. Ciascuna realtà relativa è sempre soggettiva, come ho
creduto di spiegare nello scorso ciclo di riunioni.
Che cosa significa "soggettiva"? Che dipende dal modo di pensare e di "sentire"
di un soggetto, dice il dizionario. In effetti non esiste un soggetto che
"sente"; il soggetto è il "sentire" stesso e rappresenta ciò che esprime, o se
preferite, la "parte" dell'unica Realtà che esprime; essendo una parte, è dunque
un "sentire" limitato. Ma come può realizzarsi la limitazione di un "sentire",
se non nel sentirsi di essere limitato? E come può sentirsi limitato un
"sentire" se non fosse, in qualche modo, subordinato alla sequenzialità ed alla
separatività! Ossia ad un tempo ed uno spazio posti come oggettivi?
Ciò che è oggettivo appare soggettivo allorché è posto oggettivo un soggettivo.
E' questo il modo con il quale è realizzata la limitazione del "sentire",
limitazione che, se fosse reale, smembrerebbe il Tutto in un numero
indeterminato di frammenti, ciascuno dei quali fine a se stesso, ammesso anche
che così potesse esistere... Perciò il modo con il quale è realizzata la
limitazione del "sentire" fa sì che questa limitazione non sia reale.
Il rivelarsi come proveniente "da" e tendente "a", è questo modo che limita e
lega ciascun "sentire" all'altro, creando gli esseri; ma al tempo stesso conduce
gli esseri nella fusione del Tutto, acciocché la limitazione non sia reale. Sì,
fratelli, al di là delle nostre limitazioni, dell'essere o del credere d'essere
in certo modo, al di là di ogni trasformazione che sembra subiamo, permane una
continuità nel sentirsi d'esistere che è la vera sopravvivenza. Questa
continuità conduce ognuno a riconoscersi uno col Tutto, ossia quello stato di
coscienza chiamato Dio, dal quale nulla e nessuno può mai essere uscito, tornare
o dipartirsi al di là del tempo.
Dopo la morte che avete accettata, ecco dunque la resurrezione: essere Lui che
non può certo esprimersi in un "io sono"; coscienza d'essere al di là di ogni
separazione, di ogni divenire; supremo "sentire" che non conosce distinzione
alcuna: eternità.
Che cosa sono la luce e l'ombra, il bene e il male, l'io e il non-io, se non
contrarie polarità in forza delle quali esistiamo? Dolore, gioia, libertà,
schiavitù, vita e morte, opposti fra cui si libra, incerto e soffocato, un
"sentire" che è il seme della divinità, ed è quello che conduce ogni essere a
Dio, oltre ogni contrasto, ogni separazione, ogni limitazione.
Ma allora, dopo avervi prospettato la vera morte, vi ho forse dato quello che
mai nessuno ha osato darvi, vi ho forse fatto credere che voi siete Dio. No, noi
non siamo Dio, noi quali ci sentiamo, non sopravviviamo ad un attimo perché ogni
attimo siamo un essere diverso: ma la continuità del nostro "essere", legando
l'un attimo all'altro, va oltre l'illusorio succedersi di essi e ci conduce di
fronte all'unica Realtà nella quale non possiamo che riconoscerci: Lui, perché
Lui tutto comprende, Lui, in cui si è Tutto e si è Uno nell'Eterno Presente.
Lui, che è la vera natura di noi stessi, la reale condizione d'esistenza del
Tutto.
Se allora io e voi in Lui ci identifichiamo, ci riconosciamo, chi sono io, e voi
chi siete?

La reale dimensione di esistenza del Tutto


L'istintiva reazione che avete di fronte ad una Verità che vi crea problemi di
comprensione o che lede il vostro io, è quella di respingerla con l'incredulità.
V'è un grandissimo numero di persone che non credono alla sopravvivenza perché
il credervi porta, per opinione comune, al rispetto di un codice etico-religioso
che costituisce una sorta di remora ad un certo loro comportamento, perciò si
difendono col non credere. Dobbiamo riconoscere in questo atteggiamento una
coerenza di fondo che non riscontriamo in altri. Noi non vogliamo convincere
nessuno.
Che quello che diciamo sia vero è afferrabile da una serie di considerazioni,
l'una derivante dall'altra, che partono da molto lontano. Il discorso che
facciamo è come lo svolgimento di un'equazione o di un sistema di equazioni: se
salta un passaggio, salta la soluzione. E' un discorso che ha un senso compiuto,
non se ne può accettare per vera una sola parte. Se giusta è l'impostazione,
vera e giusta è la soluzione, vera e giusta è la conclusione. Voi già conoscete
lo sviluppo del ragionamento. Se lo ripeto questa sera a conclusione di un
argomento che ci ha tenuto impegnati per molte riunioni, è per trovare un nuovo
modo di esporlo, sì da renderlo comprensibile a quelli di voi che ancora non lo
avessero compreso.
Osservando il mondo in cui viviamo, cogliamo la molteplicità delle forme, degli
ambienti, la pluralità degli "esseri". Se noi crediamo che questo mondo che
osserviamo, così come lo vediamo, con le caratteristiche che cogliamo, esista
oggettivamente al di là delle sfumature che indubbiamente caratterizzano le
immagini che di esso mondo sono colte dai soggetti, se crediamo che la
suddivisione dei piani di esistenza sia reale e non derivi- invece - da
differenti categorie di sensi che ci danno differenti immagini di una stessa
identica realtà, in poche, brevi parole, se crediamo che questa molteplicità che
cogliamo esista oggettivamente, possiamo credere a Dio?
Supponiamo di sì. Allora, come può essere questo Dio? Supponiamo distinto da
tutto quanto esiste. Se così fosse non sarebbe completo, né infinito, né
assoluto, ecc. ecc., perché mancherebbe di una parte della realtà oggettiva: per
l'appunto della molteplicità che noi abbiamo postulato esistere oggettivamente.
Sul piano dell'oggettività vi sarebbe Dio e vi sarebbe l'insieme della
molteplicità, cioè il manifestato. L'uno limiterebbe l'altro e viceversa. Un
simile Dio sarebbe, al massimo, il migliore degli esseri, ma i suoi caratteri
non andrebbero oltre quelli di un essere limitato.
Supponiamo allora che Dio non sia distinto da tutto quanto esiste e questo può
avvenire solo se Dio è formato dall'insieme dell'esistente. Ma, in questo caso,
Egli sarebbe continuamente mutevole perché il divenire dei mondi - al pari dei
mondi stessi - sarebbe oggettivo, appunto con la conseguenza che Dio non sarebbe
mai eguale a se stesso. Certo nessuno può impedire, a chicchessia di credere a
un simile Dio. Ma dimmi in chi credi e ti dirò chi sei. E' chiaro che un Dio
così concepito non avrebbe quei caratteri che universalmente sono attribuiti a
Dio.
La conseguenza di queste brevi considerazioni è: o Dio non esiste - e vedremo
dopo se ciò è possibile - oppure la molteplicità è un'apparenza. Se infatti la
molteplicità fosse un'apparenza, allora anche il divenire dei mondi non sarebbe
reale. Il quadro cangiante e molteplice che osserviamo, altro non sarebbe reale
che l'insieme di immagini che differenti categorie di sensi ci danno di una
stessa identica realtà.
Quest'Unica Realtà potrebbe essere Dio, un Dio che tutto comprenderebbe, perciò
completo ed infinito perché Unico: Immutabile perché non toccato dal divenire
dei mondi: Assoluto perché da tutto indipendente, e via via. Ed essendo così
singolare, così diverso da tutto quanto appare esistere nel mondo della
molteplicità, veramente potrebbe essere la prima Causa increata. E' chiaro che
la mia certezza circa l'esistenza e la natura di Dio, non deriva da questa
speculazione, anzi non deriva da speculazione alcuna. Ma io credo che questo
ragionamento sia da voi accettabile e, in ogni caso, il solo che può conciliare
l'esistenza di Dio con l'esistenza della molteplicità.
Credenti di tute le fedi, le voi credete in Dio credete a questo Dio, perché è
il solo che può esistere, il più per approssimazione alla Realtà. Questa non è
un'affermazione di fede: è un'affermazione della ragione.
Detto questo, la domanda che si pone subito dopo è: che cos'è questa
molteplicità, cioè gli esseri, i mondi, in rapporto a Dio! Creazione o
emanazione divina? Se con questi termini s'intende un evento oggettivo, no
certo. Nulla può realmente nascere, trasformarsi, sparire nella Realtà assoluta
ed oggettiva.
Gli esseri e i mondi, non sono stati creati o emanati da Dio nel senso che nella
Realtà assoluta prima non c'erano e adesso ci sono; il prima e il dopo fa parte
del divenire, dell'illusione del tempo. Un Cosmo appare nascere e morire perché
è una realtà parziale, limitata, relativa; limitata fra l'altro da un inizio ed
una fine. Il Cosmo appare contenuto fra l'emanazione ed il riassorbimento, ma
questi eventi, come quelli che fra questi accadono, appartengono al mondo
dell'apparenza.
Ogni attimo che, vissuto, sembra non potersi fermare, è in realtà senza tempo;
non può essere stato creato, né può distruggersi; era prima che lo vivessimo e
rimane, al di là del suo apparente trascorrere.
Sul filo di questa considerazione, la Manifestazione non appare certo come
conseguenza di un atto di volontà di Dio, ma se mai come un Suo aspetto, una
parte, anche se oggettivamente non distinguibile da Dio, perché se lo fosse
sarebbe oggettivamente esistente e perciò limitante Dio. Inoltre, come un
organismo è un insieme di parti che ha funzioni proprie e diverse da quelle dei
singoli organi che lo compongono, a maggior ragione Dio è tutt'altra cosa
dall'insieme della molteplicità, peraltro apparente.
Come si sa, le domande sono come le ciliegie: una tira l'altra, E a questo
punto, la domanda che la logica impone è: se Dio è l'Unità, tanto che la
molteplicità è un'apparenza, allora poteva non esistere quest'apparente
molteplicità? Nel regno del manifestato, del molteplice, tutto ha una ragione,
uno scopo. Anche senza osservare i grandi eventi cosmici, la Verità di questa
affermazione è riscontrabile dai semplici fatti naturali. Che so?
Per esempio il colore e il profumo di un fiore che attirano più gli insetti di
una certa specie anziché altri, fa aumentare le possibilità di impollinazione
tra fiori della stessa pianta o di piante della stessa specie. E così tutti i
fatti naturali che possono essere recepiti dalla portata della vostra
osservazione e della nostra comprensione, mostrano di avere una ragione, tendere
a uno scopo. Ma, anche senza pensare alle cause finali di Aristotele o al
"finalismo", se la manifestazione esistesse senza scopo alcuno - cioè esistesse
per esistere - è chiaro che non potrebbe non esistere.
Tuttavia solo quando si parla di Dio, si parla di Colui che non ha causa, non ha
perché. Allora ciò che si può dire a chi, come l'uomo, è abituato all'effetto
quale conseguenza della causa, suona più come un postulato che come una
dimostrazione; più come una tautologia ("l'essere è l'Essere") che come una
spiegazione.
Vedete: una realtà oggettiva diversa da quella che è, non può esistere.
L'abbiamo detto prima: se Dio esiste non può che essere infinito, eterno,
assoluto, immutabile, onnisciente, ecc. ecc.
Allora, può non esistere quell'Unico Dio che può esistere? Quell'Unico Dio non è
il Dio-creatura della fantasia di certe teologie, ma è la ragione, la reale
dimensione d'esistenza del Tutto. Se lo si toglie, sparisce tutto, e la reale
dimensione d'esistenza del Tutto è l'Unità di un solo Essere, l'Essere Unico ed
Assoluto che è chiamato comunemente Dio. Sul piano assoluto "l'essere"
s'identifica con la coscienza, con il Sentire assoluto. Questa non è
un'affermazione dogmatica, è un'affermazione che è contenuta nel concetto stesso
di "Essere assoluto", come - per esempio - il concetto dell'identità con se
stessi è contenuto nello stesso concetto d'"identità". Ora questo "Sentire
assoluto" non è un "sentire", ma è la completezza del "sentire".
E questo non sarebbe se Dio non fosse la fusione, nell'Unità, della
molteplicità. V'è fra l'Unità e la molteplicità, fra la Realtà assoluta ed
oggettiva e l'apparenza, lo stesso rapporto che v'è fra causa ed effetto in chi
è causa di se stesso. Perciò errato sarebbe credere che il manifestato fosse lo
sgabello su cui Dio poggia i Suoi piedi. Ogni essere è parte integrante di Dio,
anche se da Lui non è oggettivamente distinguibile; ed anche nel mondo della
relatività, ogni essere non è condannato ad una perpetua limitazione, ma la
coscienza si amplia sempre più fino a identificarsi in Dio, che è la comunione
del Tutto. Difatti il sentirsi distinti da tutto quanto esiste deriva da una
delimitazione non oggettiva del "sentire"; la vera natura del "sentire" è il
Sentire Unico ed Assoluto. Perciò la vera natura di ogni "essere" è L'Essere
Unico ed assoluto: Dio.
Questa diversa concezione di Dio, trae seco una diversa concezione della Realtà
e della vita. Noi esistiamo perché esiste Dio e viceversa, fatto salvo il
carattere assoluto di Dio, cioè di indipendenza di Dio. Tutto quanto esiste è
perfetto e indispensabile, naturalmente al di là di opinioni e giudizi che
necessariamente sono relativi ai singoli. Intendo dire che una situazione può
essere piacevole o dolorosa, ma sempre relativamente a chi la vive o a chi la
osserva; mai in senso assoluto. E con ciò intendo accennare alle difficoltà
incontrate dal monismo spiritualistico per spiegare l'esistenza del male
inconcepibile in Dio: il male fa parte del mondo del relativo, è come tutto il
divenire dei mondi che non incide nella Realtà di Dio. Tuttavia il male nel
piano relativo ha una sua precisa funzione; nulla della molteplice versione
dell'esistente è errato o superfluo, anzi, ogni fatto ha più significati, tanti
significati per lo meno quanti sono i suoi protagonisti.
Tutto quanto viviamo esiste da sempre e per sempre, al di là del tempo, ed
esiste in molteplici versioni, sì da far salva la libertà del singolo ove e
quando sia necessario. Quanto ci appare come passato e come futuro, esiste
identicamente nell'Eterno Presente. Tuttavia non esisterebbe se non esistesse
nel tempo e viceversa. Perciò al di là del tempo esiste la "comunione degli
esseri", a cui tutti siamo votati ed in cui la molteplicità è trascesa perché
fusa nell'Unità. Ma ciò non sarebbe se, nel tempo, non vi fosse la sequenzialità
e la separatività che originano la pluralità. Badate bene: questo concetto è
giustamente inteso allorché serve a chiarire e meglio comprendere che la
Manifestazione nulla trae né apporta a Dio, nel senso temporale.
Questa diversa concezione della Realtà e di Dio, che libera l'immagine del
Divino da quegli orpelli posticci di un misticismo romantico, ci autorizza forse
a credere che la moralità non abbia senso alcuno? Che inutile sia lo sforzo
dell'uomo di tendere al bene, di migliorare il proprio mondo? Sin ché l'uomo non
comprende che il suo "essere" deve estendersi al di là dello spazio limitato e
delimitato dal suo egoismo, sin ché non comprende che le proprie qualità non gli
appartengono solo per se stesso, la legge del dolore lo richiama alla
comprensione. In ciò sta la risposta. Di più: se Dio è la reale dimensione
d'esistenza del Tutto, se Egli è l'Unico Essere in cui tutti ci riconosciamo,
allora ogni "essere" è un altro te stesso. Se puoi convincerti di questa Verità,
getta pure lontano da te ogni legge, ogni Comandamento, perché essi non sono che
una pallida imitazione, una grottesca caricatura di quella convinzione interiore
che sola può trasformare i tanto meravigliosi quanto irraggiunti ideali morali
in viventi Realtà.
Egli non è il Dio di Abramo, né di Confucio; non è Brahma, non è il "Padre" del
Cristo, né l'Allah di Maometto. Non è né bene né male, non è amore contrapposto
all'odio, non è Giustizia ma non è parzialità; non è Misericordia ma non
condanna. Egli e al di là del giuoco dei contrari, ma essendo la "somma
pienezza" è tutto ciò che vi manca; amore per chi non è amato, beatitudine per
chi soffre, Tutto per chi nulla è. Egli è l'Uno che appare come molteplice, ma
non è l'apparenza, perché è "ciò che E'". E' infinito perché l'Unico, eterno
perché immutabile, in realtà indivisibile perché in realtà è il solo che esiste.
Egli è completo perché è il Tutto che tutto comprende, ma non è il Tutto perché
il tutto trascende. Egli è assoluto "sentire" ed "essere", nostra reale
condizione di esistenza. Invoco lo spirito che è in voi, il solo capace di dare
senso al mio misero balbettare.

Indice di questa pagina

Diversi modi di esistere di un'unica cosa - Tutto è - I due generi del sentire individuale - Gli
individui sono già tutti creati -
Spazio e tempo; duplice aspetto dell'illusione - Carattere unitario del Tutto - Capisaldi del concetto
delle Varianti -
Determinismo, Contigentismo - Creatività dell'uomo - Sentire akasico - Fasi dell'evoluzione
individuale -
Il mondo come rappresentazione - Virtuale frantumazione del Sentire Assoluto - Il dolore -
Costituzione del Cosmo - Dossier Cosmo -
Diverso modo di esistere di un'unica cosa

V' è on episodio biblico che viene richiamato alla memoria ascoltando il nostro dire ed i vostri
commenti. Certo che l'esempio non si adatta perfettamente: vi sono dei presupposti alquanto
differenti. Ma non posso fare a meno di ricordarvelo, tanto, in certi momenti, il richiamo alla
memoria sia così ben suggerito.
E' l'episodio del popolo che vuole giungere là dove è il trono di Dio, nel più alto dei cieli. E
comincia a costruire una torre altissima per giungere alla meta prefissa. Ma sopraggiunge la
confusione delle lingue per cui ognuno ne parla una per proprio conto e la costruzione che si
fondava sulla reciproca collaborazione diviene impossibile.
Ora qua non siete voi che volete carpire i segreti dell'Olimpo, dell'iniziazione più segreta; ma noi,
che a forza, vogliamo trascinarvi al di là di quella soglia oltre la quale pochi hanno potuto guardare.
E trascinandovi dobbiamo essere preparati ai vostri malumori, alla confusione dei linguaggi, ai
rimpianti, a tanti e tanti interrogativi. Eppure vogliamo ad ogni costo spingervi oltre quello che già
sapevate.
Ditemi, quale scopo poteva avere il seguitare a parlarvi degli insegnamenti che già avevamo
ripetuto a sufficienza?
Tanti sono gli interrogativi che ancora vi attendono. Ma se gli argomenti che abbiamo
momentaneamente lasciati - per poi riprendere con un nuovo sapere - vi interessano ancora, altre
fonti vi sono che di essi possono parlarvi, continuare a ripetere quello che già sapete.

Noi, cercando di sfatare i pericoli di una novella torre di Babele, continuiamo a trascinarvi; a
trascinare la vostra comprensione oltre gli schemi di un mondo che già conoscete a sufficienza.
Oltre, laddove non è il tempo.

Una volta, constatando la differenza di evoluzione che esiste fra gli uomini, trovaste che ciò non era
giusto e vi domandaste perché. Cercando di capire le ragioni, giungeste - forse anche dietro nostro
suggerimento - alla conclusione che ciò dipendeva da un'ubicazione dei "centri di sensibilità e di
espressione" nello spazio. Questa diversa ubicazione conduceva ad un diverso risuonare, ad un
cammino più spedito di alcuni rispetto ad altri e così da un'iniziale diversità minima, si giungeva ad
un'enorme diversità successiva e quindi a differenti evoluzioni. Oggi noi possiamo dire che oltre ad
una diversa ubicazione nello spazio dei "centri di sensibilità e di espressione" prima e di "coscienza
e di espressione" dopo, c'è anche una diversa ubicazione nel tempo. Ma quello che prima sembrava
un'ingiustizia oggi appare invece eguaglianza. Già perché - aggiungo uno scandalo agli scandali -
qua c'è l'eguaglianza perfetta.
Una sorta di comunismo ideale, secondo il quale non vi sono creature diligenti e sgobbone che
mangiano i tempi, ed altre che invece "ripetono", secondo un antico concetto. Quante cose vanno
aggiustate alla luce delle nuove Verità! Ma tutte le creature camminano, pressappoco, di pari passo.
E non v'è la necessità di attendere l'ambiente favorevole sulla Terra per passare alla successiva
incarnazione, ma ciascun individuo, di volta in volta, va, si cala nell'ambiente favorevole alla sua
evoluzione. Ebbene, chi ha "sentito" un ambiente adatto alla sua evoluzione e capace di condurlo
un gradino più innanzi, ed ha completato quell'esperienza - cioè ha chiuso una vita sul piano fisico,
tirate le somme nel piano astrale e nel piano mentale - non ha più bisogno di attendere che le
lancette degli anni trascorrano ed anche dei secoli, a volte, prima di potersi reincarnare, ma trova il
suo ambiente favorevole più innanzi, più avanti secondo il senso del tempo fisico; e trova
quell'ambiente pronto fino da allora ad accoglierlo per dargli le necessarie esperienze, per
aggiungere ulteriore evoluzione. Per fare sfociare il "sentire" da lui raggiunto di grado A, ad un
"sentire" successivo di grado A+I.

Ecco dunque che quello che fino ad oggi sapevate ha subito un ritocco. Gli ambienti sono sempre
pronti a ricevere l'individuo, allo scopo di fare sfociare il suo "sentire" in un "sentire" più esteso. Da
un "sentire" precedente ad un "sentire" seguente. E queste parole mi ricordano altre parole dette in
altra circostanza, quasi identiche parole. Chissà che i due concetti vicendevolmente non si
compendino!

Una minima variazione - dicemmo - che avrebbe portato un'enorme differenza. Ed invece noi
vediamo che tutti i "sentire" hanno un medesimo grado iniziale: le lettere A che compaiono tutte
sulla pagina del racconto in qualunque rigo esse siano dislocate. E poi le lettere B e poi su su, fino a
completare il racconto. Ma chi ha il suo "sentire" minimo in questa vostra epoca e completa la sua
vita, la sua esperienza, ed è pronto per un altro "sentire" più esteso, non ha bisogno di aspettare che
la Terra faccia 3 o 4 o 5 mila giri per poi trovare, sulla Terra stessa, un ambiente a lui favorevole.
Non sale in qualche piano in attesa che la Terra giri. L'ambiente a lui favorevole, ancorché ubicato -
e questo sempre - in un tempo futuro, rispetto a quello che egli ha lasciato, è lì che lo attende ed è
pronto ad accoglierlo non appena potrà immedesimarvisi, indipendentemente da un girar di pianeti
che, oggettivamente, non esiste.

Questo mi premeva sottolineare. Cose, del resto, che da soli avreste colto, conclusioni che da soli
avreste tratto.
Altre Verità s'intravedono, altre considerazioni; l'errata conclusione che ci fa sentire soli pur avendo
attorno a sé tante creature. Pensando che il "sentire" delle creature che vedete non sia presente
contemporaneamente al vostro "sentire", voi credete, o ritenete, che questo dia un sapore diverso
alle vostre
azioni e alla realtà del piano fisico. Ma nessuna differenza, in, effetti, esiste. Parlo più chiaramente:
che il figlio S. in questo momento nel quale io "sento" questi fotogrammi, senta anch'esso con me o
no, non toglie né accresce niente alla validità di questa mia e sua esperienza. Il fatto che l'esperienza
sia vissuta non simultaneamente da coloro che ne sono i soggetti e gli oggetti, non diminuisce
valore all'esperienza. L'esperienza rimane integra nel suo significato. Quindi è errato pensare che
questo nuovo modo di vedere possa togliere valore alla vita. Se mai lo modifica, perché v'insegna
ad agire bene per l'agire bene; perché v'insegna a dare importanza all'intimo dell'uomo e al vostro
intimo.

Pensate, se di tutto quello che vi circonda niente fosse vero, ma l'unica Verità fosse l'intimo vostro,
voi egualmente evolvereste. Se veramente la sensazione dell'iniziando di sentirsi solo nel Cosmo
fosse giusta e reale, egualmente esisterebbe l'evoluzione. Se gli esseri che vi circondano non fossero
creature reali, nella loro relatività, ma fossero "simulatori", la vostra esperienza interiore non
diminuirebbe di un cubito, sarebbe egualmente valida. Per un astronauta che, senza saperlo, fosse
chiuso in una cabina spaziale e vivesse un volo interplanetario simulato - ma simulato così bene da
fargli ritenere di essere veramente negli spazi siderali - per quell'astronauta l'esperienza sarebbe
egualmente reale e valida. E' dunque importante l'intimo dell'uomo, il suo "sentire", e di ciascuno il
proprio.
Se di tutta questa bella assemblea di creature niente fosse vero e reale tranne l'intimo di chi parla,
ebbene l'esperienza sarebbe egualmente valida per me. Questa enunciazione non è una curiosità, ma
ha un principio di Verità.
Così se questo fotogramma fosse vissuto solo da chi lo "sente", sarebbe egualmente valido e
apportatore di evoluzione per chi lo ha "sentito". Se questo fotogramma, pur essendo vissuto da tutti
coloro che in esso sono raffigurati, fosse vissuto singolarmente da ognuno in tempi diversi, a
ciascuno porterebbe il suo contributo di progresso, di esperienza; in ultima analisi, di evoluzione.

Ciò che arreca al mio intimo evoluzione e sviluppo, non è il fatto che dietro quello che gli occhi di
un corpo fisico vedono vi sia o non vi sia, contemporaneamente al mio, un "sentire", ma è il fatto
che io viva questo fotogramma. E' il fatto che questo fotogramma contiene per me un'esperienza;
come la contiene per tutti coloro che a questo fotogramma si uniscono. Se noi vedessimo gli altri
individui che fummo, in epoche passate della nostra evoluzione - parlo con il vecchio linguaggio -
senza sapere di trattarsi d'individui appartenenti alla nostra individualità, saremmo convinti trattarsi
di tutt'altre creature. Di creature definite "prossimo nostro".

C'è differenza fra noi quali siamo, nel modo di esistere attuale, e noi quali fummo nel modo di
esistere di allora? La differenza è un diverso modo di esistere. E ciò che mi differenzia, in fondo,
dalla figlia Nella o dalla figlia Bettina è un diverso modo di esistere.
Ma se io guardo la serie dei numeri, vedo che ciascun numero, diverso dall'altro, in fondo è un
diverso modo di esistere dell'Unità. L'Unità, che ripetuta, moltiplicata, divisa e via dicendo,
combinata in modo diverso, mi dà un'entità numerica X la quale è differente da un'entità numerica
Y solo perché questa unità - come base ad entrambe - è combinata in modo diverso.
Ma tanto X quanto Y sono un diverso modo di esistere dell'Unità.
Ed allora se l'Assoluto è il Tutto e l'unità, prima serie dei numeri, è l'inizio del tutto-relativo - del
relativo - se v'è questa differenza fra lo stato di evoluzione mio attuale ed uno precedente - che è un
diverso modo di esistere di allora rispetto ad ora - questo diverso modo di esistere c'è anche fra me e
chi mi sta vicino, ma è un diverso modo di esistere di una cosa unica.
Dunque v'è l'Assoluto, v'è il relativo; tutto ciò che sta oltre il relativo, è un diverso modo di esistere
di una stessa cosa.

E tutto dunque, in fondo, è una stessa cosa. E' la base comune che è in ciascuna cosa; e come fra me
ed il mio diverso modo di esistere - pur appartenente alla mia individualità - nulla v'è di differente
se non questo diverso modo di esistere, come nulla di diverso v'è fra me e chi mi attornia se non un
diverso modo di esistere, così che ciascuno di noi, ciascun individuo, appartenga o no ad una stessa
individualità, non è che un diverso modo di esistere dell'Unità comune, non è che una sua variante,
una possibile combinazione dell'Unità. Ed allora come e come giusto suona il Comandamento:
"Ama il prossimo tuo come te stesso!".

Tutto è!

Come si fa per conoscere qualcosa che si scopre? Uno scienziato, un chimico, ad esempio, che
abbia scoperto un nuovo elemento, cercherà di capirne la valenza, il peso atomico, insomma lo
sottopone ad una misurazione. Misurare, definire un qualche cosa significa paragonarlo,
inquadrarlo, con quello che già si conosce; insomma rendere assimilabile il nuovo, paragonandolo
al vecchi.
Quando, dunque, si conosce un nuovo concetto, si cerca di coglierne il significato paragonandolo a
ciò che sapevamo. Quando udite qualche nuova Verità, ecco che subito, per capire la differenza che
v'è fra questo nuovo ed il vecchio, ponete le due Verità l'una accanto all'altra per confrontarle; e la
nuova sarà tanto più comprensibile quanto più la si potrà ravvicinare a quella che già si è
conosciuta, non dico "assimilata" per posta in pratica, ma assimilata per capita, perché di essa si è
divenuti padroni.

Ora, a chi vuole restare in pace con la propria coscienza, a chi non vuole aver turbati i propri sonni
nel pensiero di aver perduto del tempo ieri, per imparare delle Verità così prestamente e facilmente
superabili, noi diciamo: "Non vi impaurite, state tranquilli, il nuovo è abbastanza vicino al vecchio.
Noi progrediamo vicino al vecchio. Noi progrediamo per piccoli passi; piccoli passi, sfumature in
avanti appena appena percettibili".
Un esempio di questa mia affermazione possiamo averlo confrontando quanto ora sapete del Cosmo
con quanto sapevate.
Non c'è stata una ritrattazione, ma un approfondimento. Un tempo vedevate un Cosmo, oserei dire,
indipendente dall'Assoluto; sì, era una Sua emanazione, ma in sostanza l'Assoluto - se fosse stato un
vecchio barbogio seduto in trono - avrebbe potuto dire: "Il Cosmo è circa alla meta della sua
esistenza".
Questa, naturalmente esagerando, era la conclusione che si poteva avere secondo quello che
conoscevate. Ma che cosa è successo? E' successo che questo Cosmo, nel suo insieme,
particolarmente per il piano fisico, il piano astrale e il piano mentale, non ha più una sua vita
indipendente, ma vive ogni qualvolta gli individui si legano a certe situazioni (fotogrammi) unitarie
fisse. Quindi non più una vita, ma innumerevoli vite, una per ogni volta che questi fotogrammi sono
percorsi da un individuo.

Abbiamo visto che questo percorrere fotogrammi corrisponde ad un "sentire" nel piano akasico.
Questa visione d'insieme muta un po' il concetto che ci eravamo fatti. Ma certo che secondo
l'esempio fatto possiamo ancora vedere questo Padre Eterno che dice: "Il Cosmo fisico, astrale e
mentale è lì fermo, non ha più un suo movimento autonomo e, direi, oggettivo nella sua relatività,
però c'è uno scorrere ancora, ed è lo scorrere del "sentire degli individui". Lo scorrere non è più nel
piano fisico, astrale e mentale, ma è nel piano akasico, per cui io Padre Eterno, anche non
servendomi dei miei poteri di onniscienza, dando una guardatina a questo Cosmo, vedo che gli
individui stanno "sentendo" tutti contemporaneamente, a qualunque razza essi appartengano, da
incarnati, in qualunque tempo essi nel Cosmo siano ubicati nel fare delle esperienze, vedo che tutti
hanno un "sentire" X. Per cui posso dire che lo scorrere, la teoria del "sentire", è pressappoco a metà
del suo cammino".
Eh no, figli e fratelli, no, non può essere neanche così!
Allora vi abbiamo enunciata la Verità del "sentire" chiuso e limitato ma unitario che crea l'idea di
una successione nella sua esistenza, l'illusione di qualcosa che trascorre.

In effetti il Cosmo, sia esso fisico, astrale, mentale o akasico, è tutto lì. Non è più neppure quindi
che trascorra, sviluppi l'individuo nel piano akasico, ma nel piano akasico - pur non essendovi
fotogrammi secondo il concetto classico che noi vi abbiamo illustrato, come nel piano fisico astrale
e mentale - vi sono le teorie dei "sentire individuali", ciascuna facente capo ad una individualità.
Niente in sostanza trascorre. E di fatti come sarebbe possibile ubicare nell'Eternità, nel non tempo,
l'inizio di uno scorrere di "sentire individuale"? Sarebbe impossibile. Dunque quello che noi
sentiamo trascorrere, come essere ad un punto, rispetto all'Assoluto, non è più così. Esiste tutto.
"Ma allora - direte voi - perché noi percepiamo come un trascorrere? Come passare da un
antecedente e tendere ad un seguente? Come "ora" e non "prima" e non "dopo"? Perché di per sé il
"sentire relativo", chiuso, limitato, non può che rivelarsi così: un "sentire" definito non può che
esistere e sussistere in questi termini. Collocare questa sensazione illusoria di "ora" nella Realtà che
è priva di tempo e di spazio è assurdo: significa non comprendere il concetto di Realtà".

Qual è l'ulteriore piccolo passo avanti? E' che comprendiamo che oggettivamente possiamo solo
dire: tutto è. E allora quale significato può avere un Cosmo, emanazione dell'Assoluto, quasi avulso
dell'Assoluto? Dobbiamo dire che il Cosmo è nell'Assoluto, è parte dell'Assoluto. Quanto vecchie e
nuove suonano queste parole se si comprendono veramente! Tutto è nell'Assoluto, anche quello che
chiamavamo "relativo" non è che un aspetto dell'Assoluto ed è nell'Assoluto. Niente trascorre.
Dov'è valida questa Verità, solo nell'Eterno Presente? No. Niente trascorre in senso assoluto.
L'Eterno Presente esiste come un ente a sé, depositario del Tutto, nel quale Eterno Presente niente
muta, trascorre, passa, si aggiunge, si accresce; ed esiste, poi, un Cosmo nel quale tutto muta, passa,
trascorre, cresce? No.
L'Eterno Presente non è che lo stato d'essere, di esistere del Tutto. Il Cosmo stesso - visto
dall'Assoluto, cioè al di fuori dell'illusione che lo fa apparire come definito, come trascorrente e
come accrescentesi - il Cosmo stesso è Eterno Presente. Il relativo stesso è sempre, senza tempo, è
senza fine.
Questi limiti, questi confini del Cosmo, che eravamo abituati a collocare in modo preciso per
aiutarci nella comprensione, questi confini che servivano a dividere il bene dal male, il bello dal
brutto, il relativo pieno di brutture, di storture, di cattiverie, dall'Assoluto tutto meraviglia e
bellezza, questi confini cominciano a sfumarsi, a cadere.

Cade forse tutto? No! Il Tutto acquista un significato più aderente alla Realtà, il Tutto acquista un
senso più proprio.
Ecco che si deve parlare di un Tutto unico, di tutti i Cosmi nell'Assoluto, intessuti, sangue del
sangue dell'Assoluto. Carne della carne dell'Assoluto, dove l'illusione esiste solo nel momento in
cui dall'Assoluto ci si circoscrive, ci si isola, ed allora solo si diventa relativi, ed allora solo nasce il
tempo, acquista un senso lo spazio, un senso di trascorrere. Solo allora è emanato il relativo, solo
allora il limite vige; ma quando è possibile creare un momento, che significa un tempo, laddove il
tempo non esiste? Quando è possibile circoscrivere qualcosa, laddove la circoscrizione non ha
senso?
Questo che io vi dico ha solo significato accademico, solo significato per comprendere, non altro.
Non c'è un "ora", un "qui", nell'Assoluto. Non può esistere questo, non può esistere un punto
nell'evoluzione degli individui, nell'Assoluto. Questo trascorrere, questo passare, questo attendere
un futuro, rimpiangere il passato, sentirsi qui e non là, non è, figli e fratelli, che un'illusione.
Un'illusione del "sentire individuale" il quale, per così chiamarsi, così e solo in questo modo può
sussistere. Ecco dov'è l'Unità del Tutto.

Io vi auguro, con tutto il mio amore, che possiate intravedere che cosa si nasconde oltre il suono
povero e misero di queste parole.
Vi amo e vi benedico.

I due generi del sentire individuale

Dobbiamo intenderci su cosa significa "sentire". Una volta voi avevate le idee chiare in proposito: il
"sentire" era "sentimento", il resto era sensazione, emozione, pensieri. Da quando abbiamo preso a
parlare dei fotogrammi, non potevamo conservare questa distinzione senza avere una grande
difficoltà nell'esprimerci. Ed allora abbiamo usato il termine "sentire" in senso lato, che comprende
cioè sensazioni, emozioni, ricordi ed anche sentimento.
Quando noi diciamo "sentire dell'individuo" intendiamo quella percezione individuale che
comprende sensazioni, emozioni, suscitate anche dai sensi del corpo fisico, desideri, pensieri,
ricordi e sentimento, cioè coscienza, cioè grado di evoluzione raggiunto.
In questa elencazione va tenuta presente una distinzione fra i tipi di movimenti interiori
dell'individuo, ovvero il "sentire individuale" è di due generi: il primo comprende tutti quei
movimenti legati alle situazioni contingenti in cui si trova l'individuo ed alla sua consapevolezza
come sensazioni, desideri, pensieri; il secondo è comprensivo del suo essere reale. In altre parole il
secondo genere di "sentire individuale", è quello che chiamavamo sentimento, cioè coscienza
individuale o evoluzione raggiunta.
Questo "sentire" non è legato alla situazione del momento nel senso che esiste al di fuori di essa. E'
il vostro vero essere che non è così perché legato al ricordo di esperienze avute, ma è così perché
proveniente dalle situazioni vissute ed assimilate. Il ricordo può scomparire, ma quando l'esperienza
è assimilata la coscienza individuale è accresciuta anche se la cronaca dell'avvenimento non si
ricorda più.
Questo secondo genere di "sentire" non è legato alla consapevolezza dell'individuo, voi ben lo
sapete: pochi conoscono se stessi, pochi hanno consapevolezza del loro vero essere che si rivela
diverso da quello presunto (sovente assai peggiore).

Allora, quando noi parliamo di "sentire individuale" intendiamo questi due generi di "sentire": l'uno
legato alle situazioni contingenti (fotogrammi) e proveniente dai veicoli grossolani dell'individuo,
l'altro rappresentato dal grado di coscienza individuale (evoluzione) raggiunta. L'esistenza del
"sentire individuale" è contenuta in una scala che comprende ad un estremo un "sentire" minimo,
all'altro estremo un "sentire" massimo. Naturalmente dei due generi del sentire individuale quello
che si amplia notevolmente secondo questa gradualità è il sentire di coscienza.

Adesso parliamo del "sentire dell'individualità". Voi già sapete che il sentire dell'individualità è il
percepire tutto ed in un solo attimo eterno la gradualità del sentire individuale, cosicché possiamo
dire che il sentire dell'individualità non comprende tanto le situazioni contingenti, quanto le varie
fasi di
costituzione della coscienza individuale percepite tutte assieme.

Per questo motivo parlandovi anni fa dell'individualità vi dicemmo che il suo ciclo di esistenza è
unico, cioè non presenta varianti, qualunque sia la strada scelta dall'individuo. Del resto ciò è
facilmente comprensibile: quando l'individuo ha la possibilità di scegliere, le due strade che
rappresentano questa possibilità si equivalgono ai fini del raggiungimento di un grado maggiore di
coscienza. Siccome il sentire dell'individualità corrisponde al sentire tutti assieme i gradi della
coscienza che via via l'individuo raggiunge, voi comprenderete come il sentire dell'individualità non
contenga essenzialmente il sentire contingente dell'individuo.
Le considerazioni che ho fatto servono per introdurci al problema del libero arbitrio e delle varianti.
Credo che abbiamo enunciato a sufficienza i tipi di libertà goduta dall'individuo.

L'argomento deve essere ripreso per esaminarlo alla luce della Verità dei fotogrammi, per così
chiamarla.
Infatti voi avete compreso il principio delle situazioni cosmiche e della non contemporaneità del
sentire individuale, ma lo avete fatto ponendo da parte la possibilità di scegliere degli uomini che
nel momento avrebbe complicato la possibilità di comprensione degli altri principi.
Infatti, se noi ammettiamo che la nostra vita non si realizzi man mano che noi viviamo, ma sia già
tutta realizzata e che noi la viviamo quando in qualche modo veniamo a contatto con ciò che già
esiste, possiamo facilmente comprendere anche che altri nostri simili, che intrecciano la loro
esistenza con la nostra, possano vivere la loro (nel modo suddetto) non contemporaneamente alla
nostra. Ma quando in tutto ciò s'inserisce la possibilità di tutti di scegliere, poco o tanto che sia,
come è possibile che tutto sia già realizzato?

Vi abbiamo allora accennato alle cosiddette varianti: cioè quei rami doppi delle esistenze
individuali che esistono laddove l'uomo ha la reale, cioè non presunta, possibilità di scegliere.
Dobbiamo però fare un esempio pratico per comprendere come queste varianti si inseriscono
nell'esistenza degli altri.
Nella comprensione di questa Verità, come non mai, vorremmo che riusciste da soli. Ripeto: niente
viene di volta in volta creato; nessuna situazione è creata lì per lì, a seguito di un'altra situazione
precedente. Ma già tutto esiste ed una situazione viene scelta in funzione della scelta che si è fatta
precedentemente.
Fino a ieri voi credevate che di volta in volta il Cosmo crescesse, maturasse, sviluppasse. Oggi voi
sapete che il Cosmo esiste da sempre e per sempre in tutte le sue fasi di sviluppo.
Altrettanto è per la vita degli individui, ogni situazione è già esistente nel senso che non si attende
che l'individuo abbia scelto una situazione precedente per concretizzare la seguente; ma già tutto
esiste ed è l`individuo che, in forza di una scelta precedente, opera una scelta successiva già
realizzata. Esistono passaggi forzati, serie di fotogrammi le quali, una volta imboccate all'inizio,
non possono che condurre alla fine, ma esistono anche le varianti. Se la variante interessa due
individui, può essere vissuta solo da una di queste due creature.

Nello spiegarmi più chiaramente debbo affermare cose che in realtà non si riscontrano così
recisamente, ma debbo farlo per farvi intendere.
Supponiamo che in una serie di fotogrammi siano rappresentate due creature: un mendicante ed uno
che passa a lui di fronte. A questo punto nasce una variante: che cosa succede?
La creatura che passa di fronte al mendicante può scegliere fra fare l'elemosina o non farla. Fare
l'elemosina è un fatto materiale, cioè togliere, da una certa quantità di monete in una borsa, una
moneta e passarla nelle mani del mendicante. Ecco della variante la prima serie di fotogrammi
(guardate che quando parliamo di serie di fotogrammi non intendiamo queste semplici azioni, ma
tutto un insieme, un complesso che può occupare gran parte di una vita di un individuo, ma qua
siamo per semplificare): la creatura passa davanti al mendicante e fa l'offerta, cioè toglie delle
monete dal suo portamonete e le passa al mendicante. Seconda serie di fotogrammi: passa di fronte
al mendicante e tira di lungo, quindi le monete rimangono nel borsellino.
Che cosa succede?

Voi sapete che non esiste la contemporaneità del "sentire" per cui il mendicante vivrà, "sentirà",
percepirà, si immedesimerà in una di queste due serie di fotogrammi in un tempo per così dire non
contemporaneo all'altra creatura che passa di fronte a lui. Supponiamo che la serie dei fotogrammi
sia vissuta prima dal mendicante e che egli debba ricevere quelle monete per un suo buon karma.
Allora, il 27 novembre, giorno credo di riscossione per molti umani in questa vostra città, in questo
giorno preciso del calendario - che però può essere vissuto in tempi diversi da ciascuno di noi pur
essendo sempre il 27 novembre - il mendicante deve avere questo karma buono: ricevere certe
monete.
Quando questa scena del Cosmo sarà "sentita" dal mendicante, egli vedrà passare davanti a sé
quella persona di cui dicevamo prima che essa tiri fuori dal suo borsellino delle monete e gliele
passi. E' chiaro fin qui?
Ma che cosa succederà quando questa serie di fotogrammi sarà "sentita" dall'altro personaggio in
essa raffigurato - che può anche del resto essere "sentita" contemporaneamente al mendicante, noi
abbiamo cercato di complicare l'esempio - se il secondo personaggio, che dovrebbe donare, invece
per un moto egoistico, imbocca l'altra serie di fotogrammi e non dà le monete? Come tornano i
conti? Il mendicante avrà avuto il suo denaro, denaro che spenderà o che forse seppellirà, ne farà
quello che vorrà. L'altro invece se lo terrà stretto nel borsellino. Ciascuno dei due personaggi, pure
essendo rappresentato in un episodio comune, ha seguito una soluzione diversa.

Domanda - Ma il 27 novembre che cosa è successo?


Risposta - Per uno è successa una cosa, per l'altro un'altra.
Meditare su questo esempio. La soluzione, cioè la realtà di come ciò accade, dovete guadagnarvela.
Gli individui sono già tutti creati

Quello che noi vi diciamo non trova immediato riscontro in voi: è logico deve essere prima capito.
Così la Verità della non contemporaneità nella percezione delle situazioni cosmiche da parte di più
individui di differente evoluzione, ora che comincia ad essere intesa, vi lascia perplessi. Eppure è
già un po' che l'abbiamo enunciata.
Una volta quando non era posto il problema del divenire del mondo che osserviamo in relazione
all'Essere di Dio che non può intendersi perfettibile in quanto già perfetto, non esistevano difficoltà
di comprensione. Il tempo astronomico che voi conoscete poteva avere quasi un valore oggettivo.
Infatti l’Assoluto secondo quello che credevate di aver capito allora, avrebbe potuto dire a che
stadio di sviluppo si trovava il Cosmo con tutto il suo contenuto.

Questa escrescenza che voi ritenevate il Cosmo che ad un dato momento dell'eternità veniva
emanata da Dio, poteva misurarsi oggettivamente se non altro rispetto al suo riassorbimento. Poteva
dirsi a quale punto del suo ciclo di manifestazione si trovava prima di scomparire dalla scena
oggettiva.
La creazione degli individui era un fatto continuo da parte della Divinità. Questo è quello che
avevate capito interpretando l'Assoluto con la chiave del relativo. Senza pensare che, secondo
questo errato concetto, l'Assoluto aveva un prima ed un dopo, era una quantità in continua crescita.

Noi vogliamo distruggere questo errore che è non solo in voi, ma in tutti coloro che credono in Dio
ed in qualche modo se lo raffigurano.
Per portarvi all'esatta comprensione della Natura Divina - meta ancora lontana - abbiamo
cominciato a dirvi che il Cosmo non nasce vive e muore come pensavate, ma che questi sono eventi
che compaiono nella rappresentazione di esso. Il Cosmo esiste sempre e da sempre. Esistono,
quindi, i tempi per voi trascorsi e quelli a venire. Gli individui sono quindi tutti già creati e lo sono
da sempre e per sempre. Le razze che sono ubicate nel vostro futuro non debbono aspettare che sia
trascorso il tempo astronomico per esistere, vivere, evolvere. Esistono, vivono, evolvono con voi e
contemporaneamente a voi, ma forse è più preciso dire all'unisono con voi.

Per l'individuo vivere significa sentire. La natura del sentire individuale è tale che rende l'idea di un
"provenire da," e "volgere a"; è un "sentire" finito, limitato. I suoi limiti sono la causa della
separatività dal tutto, del percepire un "ora" dopo l'altro, di sentirsi "io" in confronto al "non io".
Tutti i "sentire" compresi nella lunga esistenza di un individuo che contiene "sentire" semplici e
"sentire" complessi, sono allineati con gli analoghi "sentire" degli altri individui.
Ho detto che vivere significa "sentire", allora posso dire che se c'è un "ora" questo sta a significare
solo che con il mio vibrano tutti i "sentire" di analoga natura, appartengono essi ad individui ubicati
nel passato o nel futuro astronomico.

Questa affermazione inizialmente ci porta a delle considerazioni che ci lasciano assai perplessi. Le
vite inferiori che rispecchiano un "sentire" più semplice di quelli relativi alle vite umane sono
dunque già trascorse rispetto alle vostre o comunque non vibrano all'unisono con voi. Dunque
questa scena del mondo che voi percepite mentre udite queste parole, da altri è già stata vissuta e
sentita in modo analogo a come voi la vedete ora, anche se con altro "sentire". Allora le vite dei
Santi di cui avete udito parlare e che fanno parte del tempo passato, rispecchiano dei "sentire" più
complessi, appartenendo ad individui più evoluti, in relazione ad un "ora" riferentesi al mio
"sentire", non sono state ancora percepite, sentite!

Certo che è così. Ma questo ha un valore relativo. Il fatto che Francesco d'Assisi, Buddha o Cristo
siano individui di grande evoluzione e quindi di grande "sentire" secondo la scala che abbiamo
accennata e perciò non contemporanei a noi nella percezione del mondo, ha valore solo per Loro,
non per la nostra esistenza. Chi avesse la beata ventura d'incontrarsi con queste figure potrebbe
forse dubitare della Loro vitalità?
Ma oltre a ciò esiste un'altra ragione ben più valida ed è che nessuna separazione in realtà esiste, né
di spazio né di tempo. L'unica separazione nasce dal sentirsi separati.
I limiti dello spazio e del tempo nascono dalla natura limitata del sentire individuale. Il sentire che
voi ora percepite è la realizzazione nell'eternità di un frammento di coscienza.
Ma tutti i frammenti esistenti, semplici o complessi che siano, anche se vibranti all'unisono solo per
gamme di sentire, in ultima analisi esistono da sempre e per sempre in una comunione inseparabile.

Spazio e tempo, duplice aspetto dell'illusione

Non possiamo, per non turbare i vostri animi, per essere rispettosi delle vostre opinioni, tacere. Se
dobbiamo continuare a parlarvi, dobbiamo continuare a dirvi delle cose nuove, altrimenti basterebbe
rileggere quello che con tanto amore, con tanta passione, avete già raccolto. Parlare, quindi, a costo
di scandalizzarvi.
Quale aspetto può avere il piano akasico sì tanto diverso dagli altri piani del Cosmo, dove la sola
forma che esiste è il "sentire"? E quale aspetto può avere questo "sentire"? Il piano akasico, pur
appartenendo al Cosmo, è qualcosa di molto diverso dal piano fisico, dal piano astrale, del piano
mentale.
Solo per darvi un'idea della diversità del trascorrere del tempo e dello spazio nel piano fisico in
confronto alla successione, allo scorrere del tempo nel "mondo degli individui"- solo parlando di
questo - quanto imbarazzo e quanto logorio vi abbiamo procurato! Ma certo siamo qua per questo
e, pietra su pietra, cercheremo di ampliare le vostre conoscenze.

Nel piano akasico esiste qualcosa di simile al tempo perché v'è uno scorrere; e anche se questo
scorrere è generato dalla natura stessa del "sentire", che dà l'idea di provenire da un "sentire"
precedente e dello sfociare in un "sentire" seguente, cioè se anche - nel piano akasico - questo
trascorrere è un'illusione nei confronti della Realtà, pur tuttavia agli effetti della percezione
soggettiva esiste questo scorrere, c'è questa sorta di tempo, tanto per così dire. E c'è dunque spazio,
perché lo spazio ed il tempo - sia pure in forma diversa - esistono ed imperano in tutto il Cosmo
come enti inscindibili anche se profondamente diversi da un piano all'altro. In ultima analisi, che
cos'è che differenzia un piano dall'altro, se non lo spazio e il tempo i quali non sono che il duplice
aspetto di una stessa cosa; di una stessa illusione avente duplice faccia?

Nel piano fisico, sembra che il tempo trascorso cada nel nulla e non sia più esistente, che lo spazio
possa contenere una quantità finita di corpi. Invece, quante volte esiste questo tempo nel piano
fisico! Tutte le volte che questo fotogramma è "sentito" da qualcuno che in questo fotogramma è
raffigurato, tutte le volte che una creatura rappresentata in questo fotogramma finalmente lo
percepisce, la data di oggi, vive, esiste. E questo spazio? Possiamo parlare di spazio se nel Cosmo
esistono contemporaneamente tutti i tempi? Dunque lo spazio quante volte si sdoppia, centuplica?
Quante volte! Spazio e tempo non sono che il duplice aspetto di una stessa entità illusoria.

Ogni piano ha un suo spazio ed un suo tempo, ed i piani si differenziano per questo. Spazio e tempo
sono strettamente legati alla densità della materia; tuttavia essi acquistano realtà ove è la sede della
percezione, il "sentire individuale". Lo scorrere dell'orologio e il misurarsi dello spazio nel piano
fisico ad opera degli individui - perché sono solo gli incarnati nel piano fisico che, dentro di loro,
creano lo spazio ed il tempo del piano fisico - avviene solo ed unicamente in funzione dello scorrere
del tempo nel piano akasico, nel "mondo degli individui". Perché è là che viene scandito, in qualche
modo, il tempo cosmico, l'unico che ha parvenza di scorrere, sia pure illusoria. E' là che è scandito
il ritmo dell'evoluzione. Quando è l'era del "sentire" A, tutte le creature esistenti percepiscono il
loro "sentire" A nel piano fisico, ovunque questo sia collocato: misurano lo spazio nel quale è il
corpo fisico, e leggono il tempo, la data nella quale essi vivono. Così è per i "sentire" successivi,
intendendo per successivi i più complessi.
Se dunque una successione convenzionale noi dobbiamo mantenerla per non vedere crollare tutto,
questa è l'unica alla quale possiamo momentaneamente appoggiarci.

Carattere unitario del Tutto

In un'epoca in cui molto si parla di viaggi cosmici, vogliamo anche noi compiere un viaggio
immaginario, sulla base di quello che vi abbiamo detto: dall'Eterno Presente - se ciò fosse possibile
- vogliamo dare un rapido sguardo al Cosmo, per scoprire il senso e la portata delle varianti.
Se del Cosmo esiste già tutto, nell'ipotesi che adesso ponevo di questo viaggio immaginario, quale
paesaggio troveremo? E' chiaro che dovremmo fissare la meta del nostro peregrinare, cioè
dovremmo fissare in quale punto ed in quale tempo approdare.
Infatti, poiché tutto esiste già, non troveremo l'epoca che voi state vivendo, ma tutte le epoche.
Ponendo di scegliere questo tempo e questo spazio, noi troveremmo una staticità dell'esistente e non
percepiremmo movimento se non limitassimo la nostra attenzione a ciascuna situazione ed al moto
che queste situazioni avviano, da una all'altra. Solo allora troveremmo il movimento che voi
percepite ora.

Dunque Eterno Presente e Cosmo non sono poi tanto lontani fra loro. Per entrare nel Cosmo si tratta
di limitarsi, limitare la propria percezione alla situazione che si desidera seguire, perché tutte le
situazioni esistono già. Così pure se volessimo visitare il piano akasico, dovremmo scegliere a quale
punto di successione dei "sentire" noi vorremmo fissare la nostra attenzione; altrimenti egualmente
troveremmo una situazione statica perché il moto - quale voi lo conoscete e lo "sentire" - nel senso
assoluto non esiste.

Voi sapete che la successione nel piano akasico si chiama passare da un "sentire" elementare ad un
"sentire" in forma più intensa, che avviene contemporaneamente per ogni individuo, perché tutto
ciò che è equipollente, vibra, agisce, svolge la sua funzione nello stesso modo. Da qui nasce la
contemporaneità del "sentire" nel piano akasico. Se nel piano akasico esistono tante forme di
"sentire", dalla più semplice alla più complessa, e illusoriamente sbocciano, tanto per dire qualcosa,
ciò non può che avvenire contemporaneamente per ciascun grado di "sentire" analogo. Non vi
sarebbe motivo che "sentire" equipollenti esistessero in modo diverso. Due corde di violino che
siano accordate sulla stessa nota, vibrano all'unisono. Tanti sono gli esempi che potremmo fare; ma
credo che non vi sia bisogno d'altro per comprendere questo concetto.

Nel piano akasico ogni "sentire" individuale è presente e di ciascun individuo la gamma completa.
Come nel piano fisico, ogni fotogramma rappresentante i veicoli fisici di ciascun individuo è
presente.
Lo scorrere, ho detto, si ha solo se si limita l'attenzione a ciascun fotogramma ed al movimento cui
questo fotogramma induce. Così la vibrazione del "sentire" nel piano akasico avviene in modo
analogo; ogni "sentire" è presente, ma è per sua natura che induce e sfocia in un "sentire"
successivo. In forza di un "sentire" alla volta nasce lo scorrere del "sentire" nel piano akasico; che,
come abbiamo visto, dà luogo alla vita di "sentire" in tutti gli altri piani: di sensazione, di emozione,
di pensiero, di sentimento. Alla vita dell'individuo, in parole povere.
Se dunque noi vogliamo scendere nel piano akasico, dobbiamo fissare la nostra attenzione ad un
livello di "sentire" e legarci a quello per seguirne lo scorrere. Ed allora vedremmo che l'aspetto del
Cosmo acquista tutto un significato diverso, una luce assai differente. Mentre da uomini vedevamo
una serie di avvenimenti scorrere contemporaneamente, cioè secondo l'epoca e lo spazio scelti,
adesso non più: adesso vediamo che tutte le epoche e tutti gli avvenimenti sono ricettacoli di
"sentire".

Individui ubicati in tempi e spazi diversi, sentono contemporaneamente, giacché il "sentire"


equipollente vibra all'unisono.
Così Tizio dell'antica Roma, vive e "sente" contemporaneamente al rag. Rossi della vostra epoca.
A questo punto, quale significato può avere la variante? Se tutto è già, come si può parlare di libertà
dell'uomo? Certo tutto esiste già, non v'è dubbio su questo. E' una deduzione logica, forse di altri
postulati: ma certo che ha una sua valida spiegazione. Se l'Assoluto è il Tutto, tutto sa, tutto
conosce, tutto comprende; anche le nostre scelte dunque esistono già.
Ma siamo poi sicuri che dire: "poiché tutto esiste già" vuol dire che io non ho scelta alcuna? Siamo
sicuri che dire: "tutto è già esistente" significa che l'individuo non abbia libertà? E' questa, infatti,
una deduzione errata, perché ho detto or ora che Dio non ha, ad un certo momento - momento che
non può esistere - emanato o creato il Cosmo. Il Cosmo è esistito da sempre. L'inizio e la fine del
Cosmo sono nell'ambito stesso del Cosmo, perché il Cosmo è limitato ed ha un inizio ed una fine;
ma ciò non ha riscontro nell'Eterno Presente.

Se Dio avesse emanato il Cosmo nel senso che le religioni danno al concetto della Creazione,
questa non potrebbe essere avvenuta che in un solo attimo. E l'attimo in cui il Tutto avrebbe
emanato il Tutto, comprese le vostre scelte, le avrebbe emanate quali voi le vivete, non in base ad
un suo disegno, ma in base alle vostre scelte. Non è un sillogismo. Dunque voi che scegliete, non
seguite un disegno di Dio. Piuttosto è giusto il contrario: il disegno di Dio è quello che è in base alle
vostre scelte. La cosa, come vedete, è molto diversa.

Dire che tutto esiste già, non significa dire che l'uomo non ha scelta. Dobbiamo dire che tutto esiste
già in funzione ed in virtù delle scelte dell'uomo, degli individui.
"Come? - voi direte. - Ma noi ancora non le abbiamo operate queste scelte!". Non ha alcuna
importanza, ripeto. Nella mente dell'Onniscienza non esistono questi limiti. Tutto è stato fatto
secondo un disegno che lascia all'uomo una certa libertà.
I limiti di questa libertà voi li conoscete.
Ma come può allora esistere una variante se già tutto esiste?
Ma per dire, e per essere, che l'uomo esista e viva e "senta" nei limiti della sua libertà relativa, è
necessario che questa libertà di fatto si concretizzi nel Cosmo. Per dire che l'uomo ha una certa
libertà, il Tutto deve esistere nella misura di questa libertà. Per dire, per esistere un Kempis che ha
la possibilità di fare una scelta, deve esistere nel Cosmo un'azione e la sua variante; ovverossia
offrire questa possibilità di scelta, anche se già esiste la scelta che io farò. Ripeto: tutte le volte che
l'individuo ha la possibilità reale e concreta - non facente parte quindi di quella libertà illusoria che
decuplica la libertà individuale - di poter fare un'azione o non farla - dunque anche quelle azioni che
rientrano nella sua libertà relativa spuria - esiste una variante. Il duplice svolgimento degli eventi è
egualmente vivente ed esistente.

Allora quale peso ha mai seguire l'una o l'altra versione nei riguardi dell'esistente? Vedete come
tutto sembra disperdersi! Come questo unico Cosmo sembra ancora una volta diventato una sfera
dalle mille sfaccettature che tutte rispecchiano una storia diversa e che scompongono, così, la Realtà
in tante immagini l'una differente dall'altra? Questa non è la visione esatta perché il Tutto ha una
Sua unicità e tutto, alla fine, conserva un carattere unitario.
E' vero, può accadere - debbo dirlo? - che un fatto che voi considerate avvenuto in un modo, sia da
altri vissuto in un modo diverso. Che un colpevole, visto da centinaia di testimoni, in effetti sia
innocente, perché ha vissuto una versione diversa dell'avvenimento. Ed allora, come giudicare? Voi
stessi avete convenuto che l'uomo non può, non ha gli elementi per giudicare.

Non smarritevi in questa realtà che sembra sfuggirvi. Non temete di perdervi. Pensate come tutto è
stato fatto in modo perfetto. Pensate come tutto è stato fatto nel rispetto di una vostra libertà, anche
se questa libertà vi viene concessa gradualmente per il vostro stesso bene. Pensate a quante cose
nuove avete conosciute che vi sono state date in modo, forse, incredibile. Pensare a come gli eventi
nascondano substrati, conoscenze, fatti, fattori, influenze diversi. Ed abbiate la forza di non smarrire
la ragione.

***

Chi è qua presente questa sera è in un numero esatto.


Questo numero è il risultato ben preciso delle vostre presenze.
Qua vi sono coloro che debbono venire e coloro che hanno libertà di scegliere di venire o non
venire. Mancano coloro che non debbono venire. Questo fotogramma sarà vissuto certamente da
coloro che debbono venire; probabilmente da coloro che hanno la libertà di scegliere di venire. Non
sarà vissuto, logicamente, da coloro che non debbono venire, e qua quindi non sono rappresentati.
X

Capisaldi del concetto delle varianti

Ricordo che una volta fece scalpore - ma non tanto quanto queste ultime Verità - la nostra
affermazione che alcuni che credete morti sono vivi ed altri che credete vivi sono morti.
Allora parlavamo dei sepolti vivi e dei pazzi; delle morti e delle vite apparenti. Dicevamo che certe
forme di pazzia sono in effetti forme di morte, perché dietro quei corpi fisici, astrali, mentali
istintivi, non si nasconde un "sentire", un'anima, un individuo. Sono quindi morti-viventi, che così
sono per karma di familiari o di società.
Ora, conoscendo ciò, non deve destarvi meraviglia il fatto che il "sentire" non sia contemporaneo e
che l'interlocutore che vi sta di fronte e che parla con voi, che risponde a tono alle vostre domande,
che dimostra le sue emozioni, che è vivo in parvenza, possa "vivere" ciò che voi vivete in modo
sfalsato rispetto a voi; possa averlo "sentito" prima, o "sentirlo" successivamente, o addirittura non
"sentirlo" mai. Il processo è equivalente.
E come nella pazzia furiosa l'individuo sta al di là, non è legato a quel veicolo fisico che voi
conoscete pazzo, ma se ne vive nel piano akasico altre esperienze, così l'interlocutore che voi vedete
"sente" altri fotogrammi, diversi da quelli che voi in questo momento state "sentendo". Cioè quel
capitolo della sua vita individuale che s'incrocia con il vostro, e che voi ora state leggendo, sarà da
lui, o è stato da lui vissuto, "sentito" in un momento, non contemporaneo a voi.
Conosciute queste Verità, la realtà fisica non cambia; voi avete sempre di fronte a voi le creature
che avete. Se pensate che il suono impiega un certo tempo per percorrere uno spazio, voi già vedete
che - senza ricorrere al concetto dello sfalsamento del "sentire" individuale - già nel concetto della
comunicazione che avviene attraverso alla parola nel piano fisico, impera una diversità di tempi.
Dal momento in cui l'ugola mia - o quella che mi è prestata - emette dei suoni, fino a quando questi
giungono ai vostri orecchi, passa un tempo, perciò esiste una non contemporaneità fra voi ed i vostri
uditori. Esiste una sfalsatura alla quale siete abituati, che chiamate impercettibile, minima; ma che
esiste.

Ebbene, tutto questo avviene senza che nulla cambi; il fenomeno vi è diventato consueto e non vi dà
problemi, come invece sembra darvi la non contemporaneità del "sentire", a proposito della quale vi
siete chiesti se ciascun fotogramma contiene un "sentire". Contiene gli elementi che costituiscono il
corpo fisico; contiene gli elementi che costituiscono il corpo astrale e quelli che costituiscono il
corpo mentale. Quando l'individuo si lega a questo fotogramma, lega il suo "sentire" a questi
elementi ed avviene una inter-comunicazione fra questi elementi fino a formare un tutto: allora
l'individuo "vive" quei fotogrammi. Vive nella pienezza del pensiero, del sentire fisico, del sentire
astrale e del "sentire" della sua coscienza. Per ora è sufficiente questo. Quando avrete comprese le
"varianti", approfondiremo.

Allora siamo ancora tornati sul problema delle varianti ed abbiamo visto che l'individuo talvolta,
anzi spesso, si trova - in virtù della libertà che ha acquisito - di fronte alla possibilità di scegliere di
percorrere una serie di fotogrammi piuttosto che l'altra. Che cosa vuol dire questo voi lo sapete: che
in ciascuna serie di fotogrammi egli è rappresentato, le due varianti sono equivalenti. In una è
rappresentato come facente una certa azione, nell'altra impegnato in una diversa. Le due versioni
sono egualmente vive e valide tanto che l'Assoluto - se si potesse dire che le ha concepite in un
momento - quando le avesse concepite non l'avrebbe fatto secondo un Suo desiderio, ma secondo le
scelte stesse che l'individuo ha possibilità di operare.

A qualcuno può sembrare strano che nel momento in cui un individuo sceglie di percorrere una
serie di fotogrammi in cui è visto compiere una certa azione, nella variante a questa serie, egli sia -
per gli altri - vivo, palpitante, reale, apparentemente e sostanzialmente, come in quella serie che egli
ha scelto.
Se di fronte a voi fosse stato creato un automa - a vostra insaputa - talmente perfetto da rispondere
alle vostre domande e interloquire con voi, non vi accorgereste mai di avere di fronte a voi un
essere senz'anima. Il fatto che al di là di quel bel parlare, di quel ben rispondere alle vostre domande
non vi fosse nessun "sentire", riguarderebbe unicamente l'automa e non voi. Ecco perché noi vi
diciamo che il fatto che questo "sentire" sia sfalsato riguarda non voi, ma unicamente chi sta di
fronte a voi. Voi siete di fronte a creature che sono complete, integre: questo dovete sempre
ricordarvi. Vi abbiamo rivelati questi concetti perché sono Verità e la Verità deve essere conosciuta.

Ma questo nuovo nostro dire non deve avere lo scopo di farvi "distinguere" le creature; non deve
essere un pretesto per dividervi da loro. Sono tutte eguali, sono tutte quelle che sono e tutte - lo
diciamo - vivono contemporaneamente, "sentono" contemporaneamente nel piano akasico. Tutti i
"sentire" analoghi vibrano all'unisono. Che poi trovino riscontro nel piano fisico in tempi e spazi
diversi, non ha alcuna importanza. Ciò che vedete delle creature, ciò che voi ascoltate, non è la loro
realtà; è la loro manifestazione esteriore e non ha importanza che il loro "sentire" esista prima o
dopo, in modo sfalsato rispetto al vostro. La realtà delle creature sta al di là della manifestazione
esteriore, delle loro parole, del loro reagire, del loro condividere i vostri pensieri, i turbamenti e le
contentezze.
Questo dovete sempre ricordarlo, figli e fratelli, per percorrere questa nuova via che è una via di
Verità. Verità veramente rivelata a pochi; comunque necessaria, indispensabile per comprendere la
Realtà.
A conclusione di questa conversazione desideriamo fare il punto, come si suol dire, circa la realtà
delle "varianti" riassumendo, dalle precisazioni che di volta in volta vi abbiamo date, i capisaldi
essenziali:

1) Il Cosmo è la vulva nella quale viene alla luce la coscienza, cioè il "sentire per eccellenza" la cui
gamma può essere sintetizzata in sensibilità - consapevolezza - coscienza individuale - coscienza
cosmica - ed oltre, coscienza assoluta. Quindi la ragione o lo scopo della Manifestazione è la
rivelazione della coscienza.
Ma la coscienza può venire in luce solo se nel Cosmo l'individuo ha, in misura graduale, possibilità
di scegliere il proprio agire, modificarlo secondo i propri desideri, pensieri, sentimenti, in altre
parole "libertà". Infatti la coscienza si può definire sentimento di discernimento liberamente
operato. Ebbene, le varianti sono proprio i mezzi che conferiscono all'individuo la reale libertà di
scelta e per questo fine esistono.
Se, dunque, ha importanza la Manifestazione cosmica, questa importanza si riassume nello scaturire
della coscienza che ne costituisce il motivo. Ma la coscienza non può rivelarsi se non nella libertà.
Le varianti rappresentano appunto la necessaria indipendenza dell'individuo nell'ambito della quale
ha modo di rivelarsi la coscienza.
2) Perciò le varianti esistono quando esiste la reale possibilità per l'individuo di scegliere il suo
comportamento. Esse sono realizzate sul principio dell'esistenza delle cose possibili, ma non delle
assurde ed esistono nella misura della libertà di cui gode l'individuo.

3) La variante forma, quindi, la reale alternativa della storia individuale, ma è fatto di portata
analoga a quello del quale costituisce variazione, tanto che si può definire differente versione della
stessa e storia non storia totalmente diversa. La differente versione del fatto cessa laddove non
emergono conseguenze della preesistente possibile scelta e torna a sussistere laddove queste
conseguenze possono venire in evidenza.

4) Le storie individuali s'intrecciano, ma nessuno può in qualche modo ingerirsi nella vita degli altri
senza che ciò sia previsto dall'ordine generale degli eventi a pareggio di dare ed avere karmici.
Perciò quando la variante dell'uno costituirebbe alterazione della storia dell'altro, l'alternativa può
essere vissuta solo da colui per il quale ha motivo di sussistere. Questo significa l'espressione:
"tutto è numero ed i conti debbono tornare ".

5) La storia generale non muta, quindi, in dipendenza delle scelte del singolo, tuttavia esiste in
funzione di esse. Questo non è un controsenso: quando l'individuo vive il momento della scelta,
percepisce nel tempo ciò che esiste da sempre nell'eternità; l'esistente è come è, proprio in funzione
delle scelte individuali, ma non in loro dipendenza. Le varianti esistono proprio perché la storia
generale non sia in dipendenza delle scelte singole, ma sia solo in funzione di esse.

6) I duplici, o molteplici, tracciati delle vite individuali sono egualmente esistenti. Infatti, se per
comodità di comprensione ci serviamo della finzione che tutto sia stato creato, ci è più chiaro capire
che nel momento in cui Dio crea la storia di un uomo e gli dà, in certe occasioni, la libertà di
scegliere, dovrebbe concepire le varianti, cioè stabilire che quell'uomo in quella circostanza potrà
comportarsi in un certo modo o in maniera differente. Ebbene, indipendentemente da quello che
sarà l`arbitrio, le vie da scegliere dovrebbero essere da Dio concepite con la stessa potenza creativa
se per l'uomo dovranno poi rappresentare una reale alternativa.
Così i differenti tracciati della vita di un individuo sono egualmente reali, sia pure di realtà
soggettiva, ed il vivere l'uno, piuttosto che l'altro, fa parte della libertà individuale. La collettività
segue sempre quei rami della storia che non sono in dipendenza delle scelte individuali. In questo
modo gli esseri di cui è
permeato un Cosmo potrebbero vivere uno alla volta, separatamente dall'altro, la loro esistenza
senza che si verificasse differenza alcuna nella loro vita qual è vissuta coralmente.

7) Nella comprensione di tutto ciò sta la spiegazione di come può esistere la libertà di scelta in una
Realtà tutta presente ed immutabile; comprensione che è preludio alla piena cognizione della
"sintesi" fra "divenire" ed "essere".

Determinismo - Contingentismo

Osservando il triste spettacolo offerto dall'egoismo dell'uomo, spinto agli estremi della crudeltà e
della completa insensibilità verso i problemi altrui - spettacolo in scena della preistoria ad oggi -
non pochi hanno posto in dubbio l'esistenza di Dio, concepito come verità, bontà, amore e giustizia.
L'Ente supremo non dovrebbe permettere che questi valori venissero calpestati, dato che non sono
poi irraggiungibili, dal momento che è l'uomo a concepirli.
Altri, per spiegare il mancato intervento divino senza negare l'esistenza di Dio, hanno concepito il
mondo come una terra di frontiera, una specie di zona franca dove l'uomo potrebbe fare ciò che gli
pare e gli piace, rendendo conto delle sue azioni solo dopo la sua morte. In sostanza, Dio
permetterebbe che sulla Terra esistesse il male, per consentire all'uomo di esercitare il suo libero
arbitrio. In questa concezione non è chiara la posizione di chi si trova a subire l'esercizio dell'altrui
prepotenza.

Ma c'è un'altra spiegazione al triste spettacolo che si osserva, ed è che quanto si vede faccia parte di
un quadro assai vasto, del quale - con ragione - all'uomo ne apparisca solo un frammento, ma che la
Realtà sia oltre l'illusoria apparenza. Perché illusoria? Parlando di "ciò che è", della Realtà, noi
abbiamo affermato esistere due stati: il primo si coglie allorché si entra in comunione con tutto
quanto esiste, ed è uno stato in cui il Tutto è fuso nell'Unità, al di là della successione, della
separazione, del tempo, dello spazio, del movimento. E', quindi, uno stato di "essere".
L'altro stato si coglie allorché si delimita virtualmente una parte dal Tutto, e con essa ci si pone in
rapporto. Questo secondo stato è uno stato di "divenire", perché in esso appare il movimento, il
tempo, lo spazio, la successione, la separazione.

Noi abbiamo definito il primo stato, quello di "essere", Realtà, ed il secondo, quello di "divenire",
illusione. Ma questa definizione è reversibile? Certo, si possono invertire i sostantivi, a patto che
s'inverta il significato. Oppure si può chiamare il secondo stato "realtà parziale" anziché "illusione";
ma resta il fatto che fra uno stato che abbraccia tutto quanto esiste, ed uno stato che invece si
riferisce ad una parte, la condizione e la qualità di ciò che è veramente, non possono che essere
quelle che si colgono in una dimensione globale del Tutto, non nell'altra. E l'"essere", non il
"divenire", è questa condizione e qualità.
Se questo è vero - come è vero - allora è chiara la relatività del giudizio di chi, come l'uomo, non
vede tutta la Realtà, ne vede una parte o - quanto meno - ne vede solo l'apparenza.

Mi si potrebbe obiettare che apparente non sembra quanto ciascuno percepisce, in special modo il
dolore. D'altra parte, è altresì vero che il dolore che si osserva negli altri, è reale per chi lo osserva
solo nella misura in cui suscita, in qualche modo, un "sentire". Quante creature vicinissime a voi
soffrono! Magari nell'appartamento contiguo al vostro; per esse il loro dolore è reale, ma non lo è
per chi ignora tutto di quelle. Da questa considerazione, ecco emergere una particolare concezione
della realtà umana: per ciascuno è reale solo ciò che in qualche modo percepisce, comprendendo nel
percepire anche il conoscere nella misura in cui è percepito. Dunque, quella che si crede realtà
umana, è un insieme di soggettività.

D'altra parte è altresì vero che se l'uomo evolve, evolve proprio in forza di questa soggettività;
intendo dire che al limite tutto potrebbe essere uno spettacolo di ombre senz'anima e l'uomo, il
singolo, evolverebbe egualmente. Sicché il triste spettacolo che si osserva, al limite potrebbe essere
una finzione scenica, valida per il solo spettatore così come in filosofia è la concezione del
solipsismo c ciascuno spettatore avere il suo spettacolo indipendente dagli altri.
Voi sapete che non è così, perché le varie storie soggettive che s'incentrano sugli esseri hanno dei
punti di contatto. La ragione per cui esistono i comun denominatori - così abbiamo chiamato i punti
di contatto delle varie storie individuali e soggettive - risiede nel fatto che ciascuno percepisce la
stessa apparenza di una parte della Realtà unica totale. Ne discende che il mondo dell'apparenza,
della percezione, ha una sua natura unitaria, sicché osservando la vita dei vostri simili, molto
probabilmente voi non osservate uno spettacolo di spettri senz'anima, ma teoricamente potrebbe
esserlo; o quanto meno in alcuni casi è. Abbiamo già precisato quando questo accade: cioè abbiamo
già parlato della non contemporanea percezione di una stessa situazione spazio-temporale da parte
di "sentire" di grado diverso. Ed abbiamo ancora parlato delle varianti, che realizzano l'effettiva
possibilità di scelta del singolo, senza alterare la storia collettiva. Ma perché deve esistere l'effettiva
possibilità di scelta del singolo?

Non potrebbe essere, la libertà, una semplice apparenza, dato che abbiamo visto che anche ciò che
si crede nel mondo umano oggettività è un insieme di soggettivismi? In altre parole, non potrebbe
essere la libertà di cui crede di godere ciascuno, una semplice supposizione e nulla più? Questo
collimerebbe bene con il concetto di Eterno Presente, secondo cui tutto esiste già Se così fosse,
allora il futuro dell'uomo non dipenderebbe dalle sue libere scelte, ma sarebbe già predeterminato.
A meno che - a meno che - tutto non esistesse già in funzione delle scelte individuali, già note da
sempre all'onniscienza divina.

Diodoro Crono sosteneva che non v'è differenza fra possibilità e realtà, perché ciò che non si
realizza non è possibile; e concludeva che tutto quanto accade deve accadere, perché ciò che non
accade non accade proprio a motivo che non può accadere. Non crediate che questo sillogismo sia
facilmente controbattibile come può sembrare. Se getto un dado ed esce un numero, non osservo
una delle sei possibili realizzazioni, perché se quel numero è uscito ciò significa che fattori cinetici
od altro ne hanno determinato l'uscita; e siccome in quel momento i fattori cinetici erano quelli e
quelli soli, quel numero solo poteva uscire e non altro; dunque esisteva una sola possibilità
veramente tale: quella che si è realizzata. Ciò che non si realizza a motivo di fattori cinetici o di
altro genere, non è possibile. Da questo ad affermare che non esiste possibilità di scelta, il passo è
brevissimo.

Senza entrare in polemica con Diodoro Crono, ciò che fa superare questa argomentazione - almeno
per quanto riguarda la possibilità di scelta - è proprio la pluralità alternativa dell'esistenza
soggettiva. Infatti Diodoro Crono nega più possibili realizzazioni in una stessa dimensione della
realtà. Noi condividiamo questo, ma vedete: quanto più si afferma esistere un severo determinismo -
cioè una rigida concatenazione di cause fisiche e psichiche, che non lascia spazio a comportamenti
autonomi ed indipendenti del singolo - e tanto più è necessario, per affermare l'esistenza delle scelte
individuali, ricorrere al concetto delle varianti che sono serie alternative di cause concatenate,
ciascuna serie delle quali è legata con la serie che sta a monte - con la serie madre - non da un
rapporto causale, ma contingente.

Dunque causalità in seno alle serie; contingentismo laddove le serie si originano, le storie si
sdoppiano. Dunque, determinismo nella vita macrocosmica e nella storia generale: indeterminismo
nella struttura dei microcosmi laddove esiste potenzialmente un salto quantico nell'andamento
dell'evoluzione individuale. In altre parole, o si dice che la libertà non è necessaria all'incremento
dell'evoluzione individuale - quindi non esiste - oppure se si ammette che in determinati momenti
della sua esistenza, l'individuo non dico possa, ma debba operare delle libere scelte, allora non si
può ridurre la libertà ad un semplice fatto esterno, ad assenza di impedimenti esteriori, mentre
nell`intimo dell'uomo la libertà non esiste perché ciascuno ha una sola possibilità: quella che
corrisponde al suo intimo essere.
Tutt'altro: nel mondo umano, a differenza del mondo naturale, la libertà non è un fatto esterno, ma è
un fatto interiore e le varianti esistono proprio per dare questo carattere intimo alla libertà.

A prescindere dall'assenza di impedimenti esterni, i condizionamenti caratteriali e quant'altro


contribuisce a formare la personalità dell'individuo e a determinare gli interessi dell'intimo essere,
nel mondo umano non sono a senso unico, ma conducono l'uomo a reali scelte alternative. Se così
non fosse, basterebbe una buona psicologia per indovinare tutti i comportamenti umani; mentre la
psicologia è più valida a posteriori che a priori proprio per questo motivo.
Giovanna d'Arco, grazie alle varianti, può non abiurare e vivere una sua storia particolare, che
s'innesta in quella generale rimasta invariata nei punti compatibili, per esempio: la prigionia e la
morte. In effetti nessuno sa, tranne Giovanna d'Arco, se essa abiura o no. Proprio questo significa
l'affermazione che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, ma non in dipendenza di esse.

Inoltre, questa affermazione, prima di tutto non deve farci intendere che il manifestato sia stato
pensato, progettato, realizzato ad hoc da Dio come un momento esterno alla Sua esistenza, perché il
manifestato forma parte integrante dell'esistenza di Dio, della Sua Natura, della Realtà divina. Un
Dio assoluto che sia considerabile in due momenti: uno in cui è privo della Sua creazione,
emanazione, manifestazione ed uno in cui ne è completo, sarà un'immagine mistica meravigliosa,
ma filosoficamente è un assurdo.

In secondo luogo affermare che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, significa
implicitamente affermare l'esistenza delle scelte, e data la Natura di Dio che comprende in Sé tutto
quanto esiste, senza successione fra potenza ed atto, se le scelte esistono non possono che essere
reali possibilità, più che possibili realizzazioni, come Diodoro Crono suggerisce. E come potrebbero
esserlo, se non con le varianti? L'affermazione che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, e
un'affermazione limitativa perché limita il numero delle varianti alle effettive scelte dell'individuo,
non a quelle teoriche o supposte; ma un'affermazione confermativa dell'esistenza delle scelte e
perciò delle varianti.

Alcuni di voi trovano difficoltà ad ammettere l'esistenza delle varianti, perché pare a loro che esse
costituiscano un inutile sciupìo contrario ad ogni principio economico. Io non entro nel merito di
ciò che si può ritenere utile o inutile, perché sono convinto che tutto quanto esiste ha una ragione
d'esistenza e perciò, da questo punto di vista, tutto è utile. Ma a parte il fatto che questo rigore
economico è più proprio di un severo determinismo che di un determinismo relativo, identificabile
con un relativo contingentismo quali noi li propugniamo, e che il severo determinismo già da tempo
è stato posto in crisi dalla scoperta in fisica del principio di indeterminazione, ma a parte tutto
questo, ammettiamo pure che tutto esista nel rispetto di questo vostro presunto rigore economico.
Allora lo stesso rigore lo si dovrebbe trovare non dico nel mondo umano - dove la mancanza
potrebbe attribuirsi alla natura dissipatrice dell'uomo - ma almeno nel mondo naturale.

Ebbene, domandare ai biologi se in natura si riscontra questo rigoroso principio economico, o se


piuttosto - fra tante realizzazioni - non sia una sola quella che si concretizza. Dunque, secondo il
vostro ragionamento, tutte le altre che iniziano a realizzarsi, ma che non si completano,
costituiscono un inutile sciupìo. Ebbene, se questo è vero, sciupìo esiste indipendentemente dalle
varianti; ma se di sciupìo non si tratta, non lo è neppure quello delle varianti che affermano
l'indipendenza relativa dell'individuo in una marea di cause concatenate. Vi pare poco? Forse tutto
questo non sarà logico, ma allora ditemi qual è la vostra logica.
Il discorso che noi facciamo sulle varianti, è valido nella misura in cui è necessario che, per
incrementare l'evoluzione individuale, l'uomo debba essere effettivamente - anche se relativamente
- libero. Ma da che cosa possiamo arguire che la libertà è necessaria ad incrementare l'evoluzione
dell'uomo?

Passando in rassegna le varie specie naturali, si osserva come le specie dotate di maggiore
autonomia siano quelle che hanno un grado maggiore d'espressione. Fra la vita di una pianta che per
voi uomini, fino a qualche anno fa era considerata priva di sensibilità, e la vita di un animale
vertebrato, la differenza di autonomia e di espressione è evidente.
V'è dunque un legame fra autonomia ed espressione; quanto più una vita esprime, più è autonoma e
viceversa. Non solo, ma v'è un legame fra autonomia, espressione ed evoluzione. Infatti se si
ammette che ciascuna forma di vita esprime un quid psichico o di mente, si deve ammettere che il
quid espresso dalla pianta è meno evoluto di quello espresso da un animale vertebrato, proprio come
l'autonomia e l'espressione. Sicché personalmente, posso con ragione credere che privando un
essere della sua autonomia, lo si priva non solo della sua possibilità di esprimere, ma anche della
sua possibilità di evolvere. Non per nulla in fisiologia è risaputo che l'esercizio autonomo reca
sviluppo; e che cos'è l'autonomia del mondo naturale se non l'analogo della libertà nel mondo
umano?
Dunque privando l'uomo della sua libertà lo privo della sua possibilità di evolvere? Attenti! In che
misura è vera questa affermazione? L'essere relativo non nasce forse nella limitazione? Ed il karma,
che qualunque sia reca coscienza, non è forse sottoposizione ad un effetto, e quindi coercizione?
Dunque anche i fattori coercitivi recano sviluppo. Certo, ma lo recano quali contrari della libertà.
L'individuo dall'ambiente ha degli stimoli; dai suoi istinti naturali riceve questi stimoli. Ma è
proprio dal soggiacere a questi stimoli o dal resistere ad essi che nasce l'esperienza, la maturazione,
la coscienza. Dunque l'evoluzione è il frutto di una misurata dualità: coercizione, libertà. Una delle
tante dualità che rendono possibile la vita degli esseri nel mondo della percezione.

Riassumendo: il mondo umano, al pari di tutto ciò che "diviene", è conciliabile con il Dio Eterno
Presente solo se si comprende che il "divenire" a non è reale, è un'illusione della percezione
soggettiva; che tutto esiste già in modo da assicurare la libertà dell'individuo ove e quando questo
sia necessario, per mezzo delle varianti che esistono in funzione delle effettive scelte individuali.
Il mondo umano creduto oggettivo è costituito dall'insieme delle soggettività. Questa base comune,
costituita dai punti di contatto delle soggettività, fa sì che le percezioni individuali non siano
disarticolate le une dalle altre, ma al tempo stesso non impedisce che siano realizzate più versioni
della realtà umana per mezzo delle varianti che sono punti di disgiunzione della soggettività. Punti
di contatto, punti di disgiunzione: un'altra dualità del mondo della percezione. Tutto questo realizza
in varie misure la libertà individuale che è sempre relativa ed è sempre proporzionale all'evoluzione.
Libertà ed evoluzione sono strettamente connesse, come lo sono evoluzione e legge di causa e di
effetto.

Nel mondo della percezione, l'esercizio della propria autonomia reca evoluzione direttamente o
indirettamente, per mezzo dell'effetto coercitivo. Una più grande evoluzione consente una più
grande autonomia, con il progressivo sottrarsi al karma coercitivo per effetto del progressivo
identificarsi della volontà individuale con la volontà divina - per dirla in un termine mistico- che poi
è la finalità del Tutto. Dunque quello delle varianti è un momento della struttura cosmica che va
dalle soglie dell'incarnazione umana per spegnersi con il progressivo identificarsi della volontà
dell'individuo con la finalità del Tutto.
Cioè termina allorché l'individuo abbandona la ruota delle nascite nel mondo della percezione. In
questa fase particolare dell'esistenza individuale, allorché l'uomo può sottrarsi agli stimoli
dell'ambiente e agli istinti animali, ma ancora non coscientemente indirizzata la sua volontà con la
finalità del Tutto, è essenziale per lui: a) poter disporre di scelte effettive, cioè di realtà alternative
effettivamente realizzabili nel senso di Diodoro Crono; b) che la sua scelta rimanga sua, cioè
indeterminata per tutti tranne che per lui; c) che la scelta non interferisca nella storia generale - cioè
quella comune a tutti gli altri - la quale rimane quella che è, qualunque sia l'opzione che l'individuo
decide. Lo strumento delle varianti soddisfa tutte queste condizioni.
Tuttavia, talvolta è più facile capire il principio che non come le cose effettivamente sono articolate.
Talaltra è più convincente conoscere l'attuazione pratica che non i criteri fondamentali. La meta è
comprendere: per raggiungerla ognuno scelga il punto di vista che più gli è connaturale.

Creatività dell'uomo

Se voi pensate all'Assoluto come "vita" - perché tale è l'Assoluto, anche se "vita" in senso diverso
da quello che voi siete abituati a considerare, che è un divenire - se voi pensate all'Assoluto come
"vita", è vita assoluta Egli stesso. Ma la vita è creazione continua; creazione del resto diversa da
quella che voi siete usi a considerare nel piano fisico, perché "creare" in fondo significa anch'esso,
per voi, un divenire; ma l'Assoluto è un "essere", è dovunque una creatività di esistenza.

Tutto è creatività ed è vita; tutto in senso assoluto. Dunque ogni Cosmo è un atto di creatività. pur
non essendo mai stato creato. Ogni Cosmo è un "vivere" pur non essendo un divenire, in assoluto.
Ciascun oggetto di ogni Cosmo è in particolare in sé perfetto, pur non essendo la perfezione
assoluta. Eppure, ripeto, in sé è perfetto ed assolve perfettamente il compito per il quale è creato,
pur non essendo mai stato creato. Ogni oggetto è espressione di creatività assoluta, anche l'uomo.
L'uomo, questo individuo meraviglioso che è il coronamento della creatività cosmica, è un oggetto
che "vive", che è creato, pur non essendo mai stato creato, pure esistendo da sempre. Ed è un centro
di creatività perché l'uomo crea, ha questa possibilità - sia pure unica nel Cosmo - in confronto agli
altri esseri viventi, i quali sono "vita", ma non possono crearla. Badate bene, non esiste una
gerarchia in funzione di una supposta minore o maggiore perfezione; ciascun essere in sé e per sé è
perfetto, quando assolva al compito per il quale è stato creato. Così non si può porre, nei valori
assoluti, "inferiore" un animale rispetto ad un uomo, anche se l'animale non ha la possibilità di
creare e l'uomo sì. Entrambi sono perfetti rispetto al compito che debbono assolvere.

Ma l'uomo, dicevo, ha qualcosa di più nei suoi confronti, che non ha l'animale o la pianta, od un
tavolo, od una sedia, od una pietra. L'uomo ha la possibilità di creare, di esprimere quindi un valore
cosmico. Ecco che la creatività cosmica, che trova il suo coronamento nell'uomo, attraverso
all'uomo ancora si esprime. Da "oggetto" della creatività, l'uomo diventa "soggetto" di essa. E' come
se - badate bene, parlo attraverso un velo - Dio, dopo aver creato un Tutto, vivesse questo Tutto
dall'interno; dopo aver creato un centro di coscienza e di espressione, vivesse attraverso a questo
centro di coscienza e di espressione.

Vivrebbe, allora, una medesima esperienza ripetuta miliardi di volte, tanti quanti sono gli uomini o
gli esseri sensibili nel Cosmo? No! Vivrebbe miliardi e miliardi di esperienze, l'una diversa dalle
altre, perché ciascun centro di coscienza e di espressione, o di sensibilità e di espressione, ha un
"sentire" in qualche modo diverso dal "sentire" che fa capo agli altri suoi simili.

Dunque ci troviamo di fronte a qualche cosa che era "oggetto" e che diviene "soggetto" ed
intravediamo vagamente una nuova Verità, una Verità che ci fa sentire in casa nostra, ci fa sentire
quali veramente siamo: parte integrante di un Tutto, differenziati gli uni dagli altri da un velo
illusorio. Percepienti ciascuno una porzione di tempo e di spazio come canali di un'unica
percezione.
Posti al centro di un Cosmo individuale, gli uni accanto agli altri; ciascuno perfetto nel compito per
il quale è stato creato. Imperfetto - nel senso non vivente - qualora non rispondente a questo
compito.
Ecco che in questa visione sparisce ogni senso di differenziazione; ma per accettare questa visione
con animo sereno, per farla nostra, occorre una grandissima forza, un equilibrio che a pochi è dato
raggiungere. Perché è facile diventare dei fatalisti, degli intemperanti, degli esseri che perdono il
freno morale quando si trovano di fronte un Universo in cui tutto è a loro disposizione; in cui non
esiste più il veto che conobbero Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre; in cui udiamo dire: "ogni
frutto del Paradiso terrestre è a vostra disposizione, compreso quello dell'albero del bene e del
male".
Allora, senza più il terrore di un'eterna dannazione, senza più la paura che può, in se e per sé,
infondere l'idea del male, l'uomo facilmente perde il senso della misura e dell'equilibrio.
E veramente allora compie un suo male, perché non corrisponde più allo scopo per il quale è creato:
scopo di vita, di attività di ordine, di equilibrio.

Ora voi siete in questa fase delicata del trapasso, in cui comprendete di avere libertà; in cui vi è
detto: "questo fardello che portate sulle spalle e che rappresenta il peso della vostra vita, non dovete
sopportarlo in visione di un bene futuro; dovete farlo parte di voi stessi, così come lo scultore fa
parte della sua creatività la pesante pietra". Non vi diciamo: sopportate il peso che vi è dato", ma vi
diciamo: "il peso che vi è dato deve diventare parte di voi stessi perché voi lo dovete comprendere,
superare, sviscerare, trovare che ciò che vi è di peso, non lo è in realtà. E' peso solo in funzione
dell'illusione".
Cadono dai vostri occhi i veli che fino ad oggi vi hanno aiutato a non perdere il cammino,
abbandonate le grucce per camminare da soli. Quale fase delicata della vostra esistenza spirituale!
Eppure noi confidiamo che saprete muovere da soli - senza questi conforti oggi per voi illusori di
bene e di male, di giusto e di ingiusto - i vostri passi di individui che acquistano coscienza di
"essere".

Sentire akasico

Questa sera vi siete domandati: "Ma questa storia dell'evoluzione, come va a finire? Quando
l'individuo ha finito di "sentire" i fotogrammi del piano fisico, del piano astrale, ha finito, lascia,
abbandona la ruota delle nascite e delle morti, che cosa succede? Che cosa avremo da fare?".
Evidentemente il mondo del "sentire" non può essere descritto. Fino ad ora abbiamo parlato di
concetti e di meccanica del Cosmo: vi abbiamo parlato di che cosa succede al "sentire"«
dell'individuo dopo la morte del corpo fisico; il "sentire" si sposta nel piano astrale. In alcune
riunioni - non credo attraverso a questo medium - ma attraverso ad altri medium, sono state scritte
molte cronache di quello che succede nel piano astrale, molte volte confondendo ciò che gli spiriti
creano con la loro volontà, con la realtà effettiva. Perché un perfetto buddista,convinto di un
determinato tipo di vita oltre la morte, presente in una riunione spiritica, giurerà e farà fede ai
presenti che l'aldilà è tale e quale lo descrive la religione buddista.

Altrettanto valga per la vostra religione. Questo è il frutto del crearsi la realtà secondo la propria
fede. Molti, addirittura, si creano il proprio inferno: chi ha un rimorso di coscienza, e via e via. Ma
non vogliamo ancora un volta parlare di queste cose, perché sono già state dette e ripetute fin
troppo, forse.
Sapete, dunque, che cosa succede dopo la morte del corpo fisico fino a quando - vi abbiamo detto -
l'uomo lascia la ruota delle nascite e delle morti. Per parlarvi di un modo di "essere" del tutto
diverso, abbiamo cominciato a parlare della non contemporaneità del "sentire" il mondo dei
fotogrammi e questo ha portato una sorta di terremoto.

"Ma - direte voi - che cosa succede dopo, quando abbiamo lasciato questo mondo dei fotogrammi?
Qual è l'attività dell'individuo?". Ora, ponete un istante l'attenzione fra quanta diversità di interessi
c'è fra il mondo animale ed il mondo umano: un abisso. Come è possibile spiegare ad un animale,
ad esempio, quali sono gli interessi del mondo umano? Come spiegare ad una volpe che il problema
di una signora, donna, nel mondo umano è quello di farsi cucire una sottana più o meno corta o più
o meno lunga a seconda della moda? Ma anche quale diversità di mentalità e di modi esiste, nello
stesso mondo umano! Quale diversità fra interessi di certe popolazioni primitive e gli interessi di un
uomo appartenente ad una delle civiltà più avanzate del vostro tempo! Non solo, ma quale diversità
di interessi, ad esempio, fra individui di una nazione e gli individui di un'altra nazione a questa
lontana!

Ciò che viene ampliato è qualcosa che sta dentro, è l'intimo, è il "sentire" dell'uomo. Ed è tanto
ampliato al punto che ciò che fino a un dato momento ha servito a questo ampliamento - la vita nel
piano fisico e negli altri mondi soprastanti - viene abbandonato. Perché l'intimo non ha più bisogno
di qualcosa che sia al di fuori, per vibrare, ma vibra spontaneamente ed indipendentemente
dall'ambiente. In altre parole, fino a un certo momento è l'ambiente che fa vibrare l'intimo
dell'uomo; da un certo momento in poi questa vibrazione è autonoma.

Eppure noi ancora - sembra di essere molto in là parlando di questo - stiamo parlando del "sentire"
in seno al Cosmo.
Ma immaginate che questo "sentire" si accresce tanto che a un certo punto, per essere vivo, vero,
intenso, reale, esistente, non ha più neppure bisogno dell'illusorio senso del trascorrere.
Insomma trova l'essenza assoluta, nell'assoluta immobilità, che corrisponde al moto assoluto.

Come spiegare questo? Farlo intuire con queste misere parole, ricordandovi che l'evoluzione
dell'uomo a superuomo si può genericamente dire, in un primo momento, ampliamento dei compiti
dell'individuo che una volta era uomo e che ha lasciato la ruota delle nascite e delle morti, ma che
ciò rappresenta un primo gradino del tutto trascurabile; che la vita futura è del tutto diversa, che il
suo ampliamento d'interessi è un ampliamento di "sentire", non è un ampliamento di mansioni, di
fare. E' cosa tutt'affatto diversa dalla vostra concezione.
Questi sono i primi elementi che possiamo darvi, ma certo il "sentire" - ancora lo ripeto - non può
essere descritto. Tuttavia, se avrete pazienza di seguirci saremo più espliciti.

Nell'attesa io vi raccomando di meditare tutto quello che vi abbiamo detto, di renderlo parte di voi
stessi, di assimilarlo, come si dice, di non cercare di ricondurlo alle vecchie idee.
Pensate che questa non contemporaneità, nel mondo dei fotogrammi, non ha alcuna importanza;
anzi, non ha talmente nessuna importanza che non viene neppure supposta dagli uomini.
Pensate che noi tutti indistintamente siamo nel Cosmo, siamo in seno all'Assoluto; che questa è la
nostra vera Patria: L'Assoluto. Che tutto quanto è attorno, a noi è stato fatto per l'Amore che Lui ha
per noi, in ultima analisi, e che quindi non dobbiamo temere: che questo nuovo modo di vedere che
ci risulta strano, è strano in quanto ci apre ad un nuovo orizzonte, ad una nuova Realtà, ma che non
possiamo pretendere che la Realtà sia statica, secondo quanto noi conosciamo, quando tanto diversa
è per le creature me noi vediamo. Perché la nostra dovrebbe essere la giusta e quella degli altri
l'errata? Perché la nostra dovrebbe "sentire" e concepire dell'uomo dovrebbe essere esatto, ed errato
quello di un cane o di un gatto? Ciascun modo di "sentire", nel suo complesso, è giusto, rapportato
alla forma di cui trae espressione.

Il vostro modo di "sentire" è giusto fino a che corrisponde ad uno stadio, ad una forma, ad una
ragione d'essere, ad un "essere" interiore. Quando questo "essere" è pronto per mutare, anche il
nostro modo di "sentire" deve essere aiutato a mutare.
Il fiore che abbiamo dentro di noi deve essere aiutato a sbocciare, liberandolo da tutte le
sovrastrutture. Ciò che per noi era, fino a ieri, di più bello e più prezioso, diventa una sovrastruttura
nel momento in cui, dall'intimo, sta per sbocciare un nuovo fiore di comprensione. E questo stesso
fiore che ora è in boccio, un giorno dovrà essere rimosso per lasciare posto ad un altro fiore che
ancora nascerà dal nostro intimo; fino a che tutto ciò che sta all'esterno abbandonerà la sua
importanza, diventerà per noi privo d'interesse. Ed allora sposteremo la nostra consapevolezza, dal
mondo sensibile, ad un mondo assai diverso, ma più intenso di "sentire", dove non crescono le
mansioni, le azioni, il divenire quali si concepiscono da uomini, ma cresce il "sentire" e l'"essere".

Fasi dell'evoluzione individuale

Una volta dicemmo che se voi pensate che l'altruismo sia il più alto insegnamento che possa
esistere, certamente voi siete degli illusi. Ed oggi, ancora una volta, confermiamo questa
affermazione. Voi siete abituati a pensare alla massima evoluzione secondo quegli ideali morali che
le nostre Guide - religiose o filosofiche o spirituali - ci hanno additati, dimenticando che questi
ideali sono tali per creature limitate quali noi siamo,
perché sarebbe infruttuoso presentare una meta che vada al di là di ciò che gli uomini possono
capire o concepire. Se dunque le nostre Guide - o religiose o spirituali o filosofiche, quelle che noi
siamo abituati ad intendere come nostri Maestri - ci hanno prospettato l'altruismo, l'amore al
prossimo, il retto agire, il retto pensare come nostri ideali, potete essere certi che ben più alti
inconcepibili insegnamenti e Verità - e più esatto ancora è dire "sentire" - esistono oltre.
Il rispetto o, addirittura, l'amore per il prossimo niente sono in confronto al "sentire" cui è chiamato
l'individuo.
L'uomo abbraccia degli ideali ed a questi si vota. Non importa che siano giusti o rispondano all'etica
comune: sono suoi ideali e per quelli, in misura diversa, vive.
Da ciò, ha diverse esperienze in ordine alle quali modifica i suoi ideali e la sua vita.

E' questa proprio una tipica caratteristica dell'evoluzione: evolvere per l'uomo significa passare da
un minimo ad un massimo, svolgere, ampliare, accrescere il proprio "sentire". Ed è logico, quindi,
che la strada di questa evoluzione sia proprio così concepita: una tappa dopo l'altra, un ideale
morale che si raggiunge,
un altro che ci viene prospettato. Sembra facile e breve a dirsi, ma voi sapete quanto questo costi,
quanto significhi d'interna riflessione e d'esterna azione. L'uomo che noi vediamo, dal punto di vista
del "sentire", è ancora una piccola creatura in confronto al destino al quale è chiamato. Egli è un
essere ai primi movimenti di "sentire", per il quale non è sufficiente meditare, riflettere con la mente
per evolvere. Ciò che egli pensa, l'ideale che egli concepisce ed intravede, deve tradursi in natura
interiore, attraverso ad azioni nella vita del mondo fisico. Tutto ciò, ripeto, non è che una prima fase
di evoluzione di quell'essere che un giorno, superato il divenire, si riconoscerà nell'Assoluto.

Noi abbiamo fissato delle fasi nell'evoluzione di questo essere che abbiamo chiamato "individuo".
Durante la prima
di esse egli anima nel piano fisico forme di vita inferiori all'umana; durante questa fase si
organizzano i corpi, gli strumenti che gli serviranno nella fase successiva. Si forma il corpo astrale
che gli dà la percezione delle sensazioni, emozioni, desideri; il corpo mentale che gl'insegna a
ricordare le esperienze vissute, a cercare di ripeterle o a prevenirle.

Nella seconda fase di evoluzione l'individuo anima forme umane; durante questa, servendosi degli
strumenti che si è formato nella trasmigrazione nelle vite inferiori all'umana, egli ha delle
esperienze che formano la sua coscienza, quella che noi abbiamo chiamata coscienza individuale.
Naturalmente la completa costituzione di essa occupa l'intero arco delle molteplici incarnazioni di
un individuo come uomo ed il modo come si costituisce è quello che prima abbiamo accennato.
Coscienza individuale costituita significa pressappoco avere fatto proprio, perché divenuto intimo
"sentire", l'insegnamento dell'altruismo, dell'amore al prossimo, epilogo del quale il senso del
proprio dovere rappresenta la prima tappa. Significa amare il prossimo come se stesso. E dopo? A
voi sembra che un uomo che così "senta", un uomo che riesca ad essere buono e giusto, sia già
meritevole di partecipare alla gloria di Dio. Ma non è così. Altri destini lo attendono.
A questo punto l'individuo è interamente costituito tanto che ha coscienza di sé, ma nello stesso
tempo comprende di non essere il centro dell'Universo; egli non è che una goccia in un infinito
mare. E ne è tanto convinto che ama tutte le altre gocce a lui simili, verso le quali nutre un senso di
profondo amore, ma con le quali ancora non si è immedesimato.

"Allora - direte voi - che cosa fa, materialmente, l'uomo che ha costituito la propria coscienza
individuale, per giungere alla coscienza cosmica?".
Noi abbiamo visto che la coscienza individuale costituita dà un profondo senso del dovere, un
essere altruista, amare il prossimo nostro come se stessi; che cosa significa invece "coscienza
cosmica"? Significa "sentire" in termini cosmici; sentire il Cosmo come un "tutto" del quale
l'individuo fa parte in maniera viva. Significa non solo essere convinti di far parte del Cosmo, ma
vivere di questa partecipazione, sentirsi sangue di questo Cosmo; partecipare in modo attivo ed
inequivocabile alla vita del Cosmo; vederla nella sua eterna esistenza e nel suo mai trascorrere.
Questo è il significato che si può dire con parole umane.
Ma - ecco la vostra domanda - come si perviene a questa coscienza cosmica?

Voi sapete che il Cosmo mai trascorre, ma che è l'individuo che ha l'illusione di trascorrere perché
inserito in una gamma di "sentire". Ed allora, quando sperimenta il "sentire" che corrisponde alla
coscienza individuale costituita, tocca una tappa che prelude ad una fase del tutto diversa:
immedesimazione coi "sentire" degli altri. Noi abbiamo chiamato questa fase: "intendere il
significato della storia". Facendo un esempio paragonammo i "sentire individuali" alle lettere
dell'alfabeto con cui è scritto un libro. Dicemmo che nell'illusoria successione del "sentire" le lettere
compaiono non nella progressione in cui le ha vergate lo scrittore, ma secondo l'ordine progressivo
occupato rispettivamente nell'alfabeto. Saranno stampate prima tutte le lettere "a" in qualunque
pagina si trovino, poi le "b" e così via. Sicché il senso della storia che è narrata nel libro, non potrà
essere compreso fino a che tutte le lettere dell'alfabeto non saranno comparse. Cioè finché non sarà
completato l'intero ciclo di susseguirsi delle lettere stampate.

Così quando l'individuo è pervenuto a costituire la sua coscienza individuale, deve pervenire a
leggere il senso della storia cosmica, e ciò significa vivere, compenetrare, scorrere come sangue
nelle vene del Cosmo al quale appartiene. "Sentire" non già come ha "sentito" fino ad allora
attraverso ai suoi veicoli; ma "sentire" di coscienza costituita da tutti i "sentire" del Cosmo. Dall'alto
verso il basso: non più dal basso verso l'alto. Questa è la terza fase dell'evoluzione individuale. Ma
la meta finale non è ancora toccata. Lo sarà quando con lo stesso processo "sentirà" tutti i Cosmi,
perché l'individuo è chiamato ad avere una "coscienza assoluta", a "sentire" tutti i Cosmi, il "tutto",
cioè l'Assoluto stesso, attraverso ad analogo processo: dall'alto verso il basso. Come ultimo
episodio di questo vivere e partecipare, è la "coscienza assoluta", è Dio stesso, e il cessare di ogni
scorrere che illusoriamente si può
percepire. E' l'Eterno Presente, e l'Infinita Presenza. E' il Tutto, l'Assoluto.

Il mondo come rappresentazione

L'archeologia e l'antiquariato regalano all'umanità preziose testimonianze dei tempi che furono. E'
difficile sfuggire al fascino del passato in genere: si visitano centri storici ripensando agli eventi che
si svolsero ed il cui ricordo è giunto fino a noi; si toccano oggetti che si sa appartenuti a personaggi
di ieri e si venerano reliquie con innocente stupore. Tutto questo che senso ha? Si tratta veramente
dei luoghi e delle cose di allora?

No, non mettiamo in dubbio l'autenticità delle cose, ma vogliamo fare delle considerazioni alla luce
di ciò che conosciamo. Anzi, per togliere ogni dubbio, vogliamo semplicemente domandarci non
"io sono sempre io?" in quanto la risposta potrebbe essere negativa anche per il fatto che ognuno è
diverso da quello che era, ma chiederci: "Il mio corpo fisico è lo stesso di ieri?".

"... avendo lasciato le impronte digitali sul corpo del reato, ha firmato la sua confessione del
delitto... ". Non c'è dubbio: per l'uomo è una prova d'identificazione inconfutabile. Eppure, noi
sappiamo, dopo la spiegazione delle varianti, che in linea teorica un evento potrebbe non essere
vissuto dal suo protagonista il quale in una esistente possibilità di scelta potrebbe percepire una
variante di ciò che noi conosciamo. Ma neppure di questo vogliamo parlare.
Quel corpo che ci fa nascere nel mondo fisico e che ci conduce lungo il sentiero della nostra vita
fino al termine, che nonostante la sua lenta metamorfosi conserva precipue caratteristiche
morfologiche, non solo della specie ma dell'individuo, è veramente lo stesso per tutto l'arco della
sua vita? Troppo facile la risposta: la vostra scienza insegna che ogni sette anni un corpo umano, a
furia di rinnovare quotidianamente le sue cellule consumate, ha interamente cambiato se stesso.

Allora, le vostre mani, il vostro volto, come minimo, non sono gli stessi di sette anni fa.
In realtà il cambiamento di materie è più rapido di quanto il sapere umano supponga. Il passaggio
della corrente elettrica in un conduttore si dice che avviene per lo spostarsi degli elettroni da un
atomo all'altro del conduttore nel senso della corrente ed alla velocità della luce! Così quando
accendete una lampada elettrica perché non ci vedete, pensate a quante mutazioni voi date il via
nella materia dei conduttori elettrici! Eppure i fili apparentemente rimangono eguali... a meno che
non avvenga un corto circuito.

Lo sapete che il corpo umano è conduttore di elettricità?


Ecco, già sento quelli di voi che cercano di ricordare quante volte sono stati investiti dalla corrente
elettrica per fare il conto di quante mutazioni hanno avuto, non sapendo che il loro corpo fisico è
continuamente attraversato da campi elettrici statici.
Dunque, anche senza tener conto di ciò che vi abbiamo rivelato, voi siete spettatori di una realtà in
continuo divenire: niente è lo stesso di un momento prima. C'è sempre qualcosa nella materia che
compone gli oggetti che è diversa ogni istante.

Si può dire che i corpi e le forme che osserviamo hanno un'intelaiatura su cui s'intessono le materie
che continuamente mutano, pur restando analoghe nella qualità.
Se un oggetto è fatto di ferro, lentamente potrà ossidarsi; quello che muta continuamente sono le
particelle sub-atomiche che ne compongono gli atomi e quindi il ferro stesso. L'oggetto conserva la
forma che l'uomo gli ha dato, ma la sostanza subatomica è in continuo avvicendamento.
Allora, se quella che rimane è solo la forma, attribuire la proprietà di un oggetto dall'identità della
figura è un'altra delle umane convenzioni.
Oh cultori dell'archeologia e dell'antiquariato, voi ripulite dalla polvere del tempo non ciò che fu,
ma la rappresentazione di ciò che era! Voi conservate ciò che mai fu com'è ora. Il presente è eguale
solo a se stesso. Tutto quanto è nel presente ha la stessa sua durata: un attimo e l'eternità.
Fin qui abbiamo parlato col linguaggio proprio del mondo dei fenomeni, cioè del divenire, adesso
parliamo di ciò che è.

Non esistono, secondo la verità dei fotogrammi, gli oggetti del piano fisico, ma esistono tante
rappresentazioni di essi fino a coprire la loro durata nel tempo. Lo stesso corpo fisico, come del
resto l'astrale ed il mentale, è il risultato di percezioni di fotogrammi nei quali è rappresentato ora in
salute, ora in malattia, ora giovane, ora adulto. Questo corpo che noi identifichiamo con noi stessi,
che per noi rappresenta la prova della nostra continuità nel tempo, è scomposto in tante unità di
mutazioni quanti sono i cambiamenti di materie, di forme, di atteggiamenti, di movimenti, di attività
che ha dalla nascita alla morte.
Cosi è degli oggetti: non un oggetto che dura anche dei secoli, ma tante rappresentazioni di esso
quante sono le unità di mutazioni (fotogrammi) in cui è raffigurato. Il mondo fisico, come l'astrale
ed il mentale, esiste come lo conoscete solo quando si percorrono, vivendoli uno ad uno, i
fotogrammi che, in ultima analisi, lo compongono.
Allo stesso modo gli oggetti, i corpi, le forme che in questo mondo esistono, acquistano dimensioni
e realtà solo scorrendo i fotogrammi nei quali sono raffigurati.
"Ed i luoghi?" vi chiederete. Lo spazio, come il tempo, in Assoluto non esiste; per quanto lo si
possa misurare nel mondo dei fotogrammi, non è che una percezione illusoria.

Oggettivamente non esiste lo spazio che voi conoscete come piazza del Duomo della vostra città,
nel quale sono ubicati certi palazzi e monumenti che hanno un loro ciclo di vita, perché non esiste
oggettivamente uno spazio nel quale il Cosmo vive, evolve e muore. In effetti nascita, evoluzione e
morte di un Cosmo sono tutta una realtà nell'Eterno Presente, al di là dell'illusorio mondo delle
apparenze.
Come il tempo scaturisce dal susseguirsi dei fotogrammi di fronte alla percezione individuale,
altrettanto è dello spazio. La piazza del Duomo che voi conoscete oggi non è lo stesso spazio nel
quale il Duomo fu edificato: quelle pietre levigate dal tempo non sono le stesse poste dagli antichi.
Ogni fotogramma ha un suo tempo, come un suo spazio.

Non esistono eventi e cose che hanno svolgimento e durata in tempi e spazi oggettivamente
esistenti, ma tante raffigurazioni di essi che, poste l'una accanto all'altra, costituiscono la loro
esistenza, ubicazione e persistenza nel mondo dell'illusione.
Ciò che dà senso di durata e luogo è la percezione scandita delle situazioni in se stesse immutabili
ed impercettibili, perché obiettivamente inesistenti quali voi le conoscete.

Virtuale frantumazione del Sentire Assoluto

Abbiamo cominciato a parlarvi di quello che sta oltre il mondo fisico ed oltre ciò che i sensi vi
fanno percepire, perché appunto questo era lo scopo delle nostre comunicazioni. Naturalmente non
avremmo potuto parlare con voi se, implicitamente qua venendo, non aveste dimostrato interesse ad
ascoltarci. Abbiamo cominciato a dire di quello che comunemente si crede; l'abbecedario
dell'insegnamento è stato illustrare l'idea della sopravvivenza alla morte del corpo fisico. Poi, a
poco a poco, vi abbiamo fatto conoscere le Verità della reincarnazione, dell'evoluzione, della legge
di causa e di effetto e via via. Per l'esposizione di queste Verità non occorreva toccare il concetto
che avevate di Dio come di un ente che sta al di sopra dell'uomo, che ne dirige i destini come un
sovrano. Inizialmente parlavamo di un Dio che poteva benissimo essere insegnato dalle vostre
religioni occidentali. Perché quello che interessava allora era appunto farvi comprendere le Verità
dell'evoluzione, della reincarnazione, della legge di causa e di effetto, della sopravvivenza, la
composizione del microcosmo che è chiamato "uomo", e tutte le cose che per anni abbiamo
continuato a dirvi.

Finalmente, quando tutto questo lo avevate capito, potemmo accennare che l'Assoluto non poteva
avere un carattere transitorio, mutevole, variabile, che bene poteva essere definito Eterno Presente
perché era eterno, infinito, non conosceva, appunto, né tempo, né spazio, né trascorrere. Anche
questo concetto, a furia di ripetere e di discutere in riunioni come quella di questa sera, si fece
strada in voi.
Giungemmo allora ad un momento particolare nel quale avevate capito da una parte certe Verità
quali la reincarnazione, l'evoluzione, che fanno parte del mondo dei fenomeni, del microcosmo
imperniato sulla mutazione; dall'altra il mondo del moto assoluto e quindi dell'immutabilità,
dell'Eterno Presente, visione di un Dio che non può mutare, non può divenire, tale è e tale deve
rimanere. Infatti si dice: l'"Essere è l'Essere". Quello, ho detto, era un momento particolare. Senza
porvi in allarme - perché i problemi complessi vanno affrontati con semplicità - cominciammo a
farvi comprendere come questi due mondi siano una sola Realtà. Come è possibile che esista,
contemporaneamente, nell'Eterno Presente, in ciò che mai muta, mai varia, ciò che è mutevole e
cangiabile? Ed eccoci arrivati alla Verità illustrata con l'esempio dei fotogrammi.

Naturalmente, per farvi comprendere che il movimento che osserviamo con i sensi del corpo fisico,
che il susseguirsi delle sensazioni che percepiamo grazie al corpo astrale, che il mulinello di
pensieri che s'inseguono nelle nostre menti, ha un'altra esistenza, tutt'affatto diversa da quella che
comunemente si è abituati a credere, siamo passati per gradi ed abbiamo dovuto servirci di Verità-
punti-di-passaggio.
Infatti abbiamo iniziato col parlarvi della non contemporaneità del "sentire". Cioè voi, che qua siete
tutti riuniti nello stesso momento, secondo il tempo fisico, in effetti nel "sentire" potete non essere
contemporanei. Attraverso a conversazioni come quella di questa sera, a poco a poco vi siete
impadroniti di questo concetto. Per farvi meglio comprendere che cosa significa questa diversità di
"sentire", vi abbiamo detto che di questa serata - nella quale sono presenti un numero X di creature
- possono esservi tante ripetizioni quanti sono i centri di "sentire", di sensibilità e di coscienza in
essa rappresentati, in essa esistenti. Vi abbiamo detto, cioè, che questo fatto della vita che è comune
a ciascuno di voi, può ripetersi nella stessa, precisa, identica maniera, tante volte quanti voi siete.
Non solo, ma se vi sono forme di vita inferiore, altrettante volte quante sono le forme di vita
inferiore presenti.
"Ripetersi", che cosa vuol dire? A questo interrogativo abbiamo risposto dicendo che non esiste una
vita oggettiva nel senso che il Cosmo abbia un suo ciclo di vita autonomo: che nasca, cresca,
evolva, ma che tutta la vita del Cosmo, tutto il suo ciclo di esistenza, è scomposta in fotogrammi:
cioè in "unità di mutazione". Che il nascere, svolgersi e morire del Cosmo, e quindi della vita di un
individuo, o di una Nazione o di un Pianeta, si osserva, si percepisce unendosi ai relativi
fotogrammi, a quelle "unità di mutazione" secondo una successione che è la successione
fondamentale del Cosmo. Per cui, attraverso a questo unirsi seguendo questa successione,
osserviamo un trascorrere, un passare. Avvenire che si avvicina e diventa presente e quindi passato;
ma in Assoluto non è così perché nell'Eterno Presente, il Cosmo è sempre, tutto, eternamente
presente.
Come accade che questo susseguirsi del "sentire" esiste?

Per farvelo comprendere, per ora possiamo solo ripetere parole già dette, perché qui veramente si
tratta di comprendere, di "sentire" questa Verità, non di capirla con la mente. Per propria natura il
veicolo akasico è composto da un insieme unità di « sentire»; ciascuna unità di "sentire" è sempre
unita, collegata ad un relativo mondo di fotogrammi del piano mentale, del piano astrale, del piano
fisico. Ed allora, che cosa è che trascorre? Niente, in Assoluto, trascorre; sono queste unità di
"sentire", per loro stessa natura, chiuse dal senso di provenire da una situazione precedente e
sfociare in una situazione seguente che creano un'errata percezione. Questa è la vera
individualizzazione, è la vera frantumazione dell'Uno nei "molti".

Questo concepire di venire da una situazione precedente, per sfociare in una situazione seguente,
occupa l'eternità. Pur dando all'individuo il senso di qualcosa che deve compiersi - e che in effetti si
compie - non può essere collocato in un momento preciso dell'eternità; è questo circoscriversi del
"Sentire Uno" in "unità di sentire" che dà l'illusione di qualcosa che sta in un punto preciso del
tempo, ma così non è. Esiste come è "sentito", perché sia "sentito" una sola volta, ma non ha
ubicazione, né nel tempo, né nello spazio.

Ed ecco un'altra domanda: se, dunque, queste "unità di sentire" costituiscono la vera frantumazione
dell'Uno nei "molti", può essere che, fra me ed un mio simile, la differenza sia solo costituita da una
variante del "Sentire Assoluto"? E può darsi che a percepire tutti questi "sentire", sia un unico
"sentire"? A voi la risposta.
Il solo ostacolo che noi abbiamo a comprendere questo concetto è che noi partiamo dal basso - da
noi individui - pensando che domani possiamo essere un altro individuo. Una risposta affermativa
non avrebbe niente di strano, dal momento che oggi possiamo "sentire" questa vita con una
personalità, ed in un'incarnazione successiva "sentirla" con personalità diversa, pur rimanendo la
stessa individualità.
Ma, per comprendere meglio questo concetto, dobbiamo pensare a noi individui non come a ciò che
sta in alto e che vive, "sente" ciò che sta in basso, se mi è concesso di usare questi termini. Allora,
nel momento in cui questo qualcosa che sta in alto, riprende la sua coscienza di ciò che è il "sentire
individuale", diventa "Sentire Assoluto" ed è come se avesse vissuto e percepito ogni altro "sentire
individuale", non già come qualcosa che viene improvvisamente, che nasce, che spunta come un
fungo, ma come vera e propria esperienza vissuta, perché se c'è un "sentire immenso" che vive e
percepisce ogni esperienza individuale, questo è il "Sentire Assoluto". Ecco che cosa significa
amare il nostro prossimo come noi stessi. Questo.

Ma nella spiegazione di ciò, per farci capire, siamo costretti ad esprimerci in termini di divenire, e
questo tradisce la Realtà. Non v'è nessuna differenza, in realtà, fra noi, voi, io e te, ma ogni cosa è
in Lui. E' Lui moltiplicato nei "molti" che si riassume nel Tutto e nell'Uno. E' questo mare immenso
di "sentire", di coscienza, che compenetra ogni unità elementare dei Cosmi e del Suo stesso Essere.
E' Lui che esiste allo stato di "sentire", non solo limitato e chiuso in "sentire individuali", ma anche
in un "Sentire Assoluto", fino all'ultimo atomo del Suo stesso Essere. Lui è "Sentire" per eccellenza.

I nostri "sentire individuali" che sembrano trascorrere e giungere ad una conclusione, e che contano
il "sentire" dell'inizio ed il "sentire" della conclusione, in realtà non trascorrono mai, non mutano
mai, sono eterni come Lui, perché di Lui fanno parte. E' la stessa legge che ha frammentato questo
"Sentire Assoluto" e quindi Lui stesso - perché Lui stesso, la Sua stessa Natura è legge - che ha fatto
sì che questi frammenti fossero uniti da questo senso di provenire "da" per sfociare "in". Solo in
questo modo potevano sussistere le unità di "sentire", solo in questo modo poteva chiudersi un
cerchio che delimitava un "sentire" limitato, una unità di "sentire" diversa l'una dall'altra: questo
credere di provenire "da" per giungere "a" è ciò che isola e rende esistenti le "unità di sentire".
Ma nessuna parola può farvi comprendere questo: noi non possiamo che pregare che ciascuno di voi
possa giungere a "sentire" questi concetti. Noi possiamo aiutarvi servendoci di Verità punti di
passaggio e con questo compiere ogni sforzo possibile, ma quelli che debbono comprendere siete
voi.

Io vi auguro, con tutto l'amore che vi portiamo, che possiate presto giungere a questa comprensione,
perché in essa è la liberazione da ogni affanno, dall'attaccamento all'apparenza, è veramente la fine
di ogni divisione, raggiunta non già attraverso alle riforme, ma attraverso al "sentire" interiore.
Significa prendere coscienza di se stessi, di ciò che si è; significa prendere coscienza del TUTTO.
Il dolore

Dopo aver conosciute nuove Verità, ci riproponete la domanda: perché esiste il dolore? Voi sperate
che quanto ora sapete possa insegnarvi ad annullare il dolore, lasciando inalterata la vostra
esistenza, il vostro modo di pensare ed agire. Volete conoscere la ragione per cui Dio ha posto il
dolore nell'esistente.

Da tutti certo è stato capito che il dolore è un moto soggettivo ed è una delle innumerevoli
percezioni che costituiscono l'intera gamma del "sentire individuale".
Il dolore quindi, come fatto di parte, non può trovare riscontro oggettivo, però voi che siete nel
mondo soggettivo, volete sapere perché soffrite. Perché non vi chiedete il motivo di tutti i "sentire
individuali", ma di uno solo di essi? Il dolore, a differenza di altre, è una sensazione spiacevole, ed
allora è naturale che si rifugga lo spiacevole per cercare il piacevole; è nel giuoco stesso che fa
evolvere. Il dolore diventa una condanna e l'uomo, che concepisce Dio come la cosa più bella che
possa esistere, vuol sapere come questa percezione sta in Dio, come può giustificarsi in Lui. In altre
parole dal relativo vuol giudicare l'Assoluto.
Il vostro dolore, per quanto reale possa sembrarvi - lo ripeto ancora - è un fatto soggettivo e, senza
tenere presente ciò, non si può raffrontarlo con l'Assoluto; sarebbe come voler giudicare l'insieme
da una parte.

Ma neppure chiedersi perché esiste il dolore nel soggettivo, è giusto. Infatti non ha senso non
trovare giustificazione unicamente del dolore, solo per il fatto che questo è spiacevole. Tutto è sullo
stesso piano, ed allora di tutto deve essere domandato il perché, non solo del dolore. La giusta
domanda non è quella di chiedersi come si giustifica il dolore nell'Assoluto, ma come tutto il
mondo dei "sentire" soggettivi trova giustificazione. Cioè: perché il Tutto è così? Voi invece
chiedete: "Perché una parte del Tutto è così?". Vi interessate di quella parte per il fatto che non
l'accettate.
Questa è la precisazione che dobbiamo fare, conosciute le ultime Verità.

Perché esiste il dolore, non occorre che ve lo ricordi; voi già lo sapete. La spiegazione data rimane
valida. Il perché di tutto il resto è quello che cerchiamo di farvi capire. Noi stimo lottando per
aiutarvi a superare non solo il dolore, ma la paura e tutto ciò che v'impedisce di essere sereni. Nella
comprensione della Realtà è il superamento di ogni angoscia, ogni affanno.

Ma per giungere a questo occorre rinnovare il proprio essere, i rapporti con i propri simili.
L'uomo ha uno strumento nelle sue mani che non ha l'animale: l'intelletto. Ebbene la mente è come
un'arma che non sa usare. Egli è schiavo delle sue idee, ciò che non capisce è spiegato con erronee
supposizioni. La mente, che non sa bene usare, lo domina. Pensate alle angosce e alle paure che
prendono corpo nella mente dell'uomo! Lì è il regno del terrore, lì è il regno dei fantasmi, lì è il
regno del dolore. Molte volte neppure l'uomo più evoluto Vi sfugge. Quanti Santi hanno subìto
torture e sofferenze dai demoni immaginati dalla loro mente!

Quante creature trapassate soffrono pene di un inferno da loro pensato! Quanti terrori nascono
nell'intimo degli uomini per pericoli che mai si manifesteranno o sussisteranno; perché è la mente
che costruisce il terrore, la paura, il dolore.
Non esistono demoni, oggettivamente, che torturino dei Santi.
Non ha senso credere che il figlio di Dio stigmatizzi delle creature per farle soffrire in sconto di
peccati dell'umanità. Eppure le stigmate esistono, i demoni tormentano; e quelle sofferenze
innalzano le creature. Che significato ha tutto questo? Che cosa vuol dire? Voi rispondete, perché
potete rispondere!
Quando vi diciamo che il dolore nasce dalla mente dell'uomo, vogliamo dire qualcosa che va oltre il
semplice significato di queste parole. Perché il dolore nasce nella mente dell'uomo?
E quale genere di dolore? Il dolore fisico od anche quello ben più tormentoso? Dire che il dolore si
rivela nella mente dell' uomo, significa ammettere che il dolore è un fenomeno soggettivo. E chi
può negare tutto questo? Chi può dire che il medesimo evento reca a due o più individui lo stesso
dolore?
Non v'è bisogno di dimostrare ciò che di per sé è già dimostrato. Ma perché quello è il tuo dolore?
Perché tu sei fatto così; perché per te, consapevole del tuo essere, della tua posizione, dei tuoi
problemi, dei tuoi principi, delle cose che per te sono irrinunciabili, quello significa amarezza,
sofferenza, dolore.

Di fronte al dolore, l'individuo ha delle esperienze che segnano tappe fondamentali della sua
esistenza. In primo tempo non sente che il proprio dolore e quello solo lo atterrisce e lo sconvolge.
E' una visione egoistica della sofferenza. Man mano che l'esperienza prosegue, ecco che l'individuo
allarga la sua visione ed è colpito anche dal dolore degli altri che stanno attorno a lui.
Questo può significare paura che quello che accade agli altri possa, quanto prima, accadergli. E così
per gradi fino alla visione del dolore altrui altamente sublimata di chi ha intrapreso la via
dell'altruismo: piangere sul dolore degli altri come se fosse il proprio. Tuttavia questi modi di
considerare il dolore si equivalgono, perché in ultima analisi si soffermano sugli effetti senza
cercare di capire le cause, cioè capire l'essenza stessa del dolore.
Sino a che voi non comprenderete che voi e gli altri soffrite perché siete fatti come siete e sino a che
non comprenderete e quindi trascenderete voi stessi, il dolore vi abbaglierà.

Che cosa significa questo discorso? Sono forse parole dette unicamente per tacitarvi? Per darvi una
qualunque spiegazione in modo da non farvi più fare queste domande che possono avere una
difficile risposta? No certo! Fino a che non si è compreso che il dolore che ci tormenta è in funzione
del nostro essere, del valore che noi diamo a tutto quanto costituisce la nostra personalità; fino a che
- per i mistici - non si è "morti a se stessi", esisterà il dolore. Il dolore ha unicamente lo scopo di
farci capire questo, di farci trascendere quelle cose alle quali noi diamo tanta importanza e per le
quali soffriamo.
Oggettivamente il dolore ha la stessa importanza della gioia, della tristezza, dell'allegria e della
pace. Tutto ha la stessa importanza, tutto ha una stessa finalità: quella di farci vivere in modo reale
pur nel mondo dell'illusione.

Costituzione del Cosmo

Supponiamo di essere qua riuniti in questa stanza e di avere, al centro di essa, un tavolo con sopra
un'arancia. L'oggetto che richiamiamo arancia ha un certo colore, una certa forma, contiene certi
succhi, insomma lo abbiamo catalogato in base a quelle che sono le reazioni che l'oggetto procura ai
nostri sensi.
Ma se noi lo guardiamo oggettivamente, non vediamo, sul piano fisico, che un insieme di atomi, di
molecole, di elettroni, di protoni, secondo a quale livello lo osserviamo.

Se lo osserviamo a livello più grossolano, vedremo delle sostanze, insieme di molecole; poi a livello
più sottile degli atomi, poi delle particelle che costituiscono gli atomi (elettroni, protoni, nuclei,
particelle, corpuscoli, è vero? Voi sapete la suddivisione che abbiamo fatto della materia). Quindi,
se prendiamo in esame questo oggetto a livello dei corpi atomici, come possiamo chiamarlo
"arancia"? Come possiamo distinguere gli atomi che compongono l'arancia dagli atomi che
compongono l'aria che sta attorno all'arancia, o del tavolo su cui è posata? Evidentemente
potremmo dire che esistono un gran numero di atomi, vedremmo questi atomi, in certi punti più
vicini gli uni agli altri, in certi punti più lontani, più o meno fermi a seconda della temperatura
dell'ambiente e via dicendo, ma indubbiamente l'oggetto arancia sparirebbe, alla mia visione, sul
piano fisico. Quand'è che riapparirebbe? Nel momento in cui tornassi ad esaminarlo con occhi di un
corpo fisico; allora potrei dire che quella è un'arancia.

Ora, se voglio avere un quadro completo, un'antologia completa dell'arancia (noi siamo attorno a un
tavolo, non dimentichiamolo) esistono due sistemi: uno molto più limitato, quello di prendere
l'arancia in mano e girarla da tutte le parti. Ma sarebbe un "conoscere" da un unico punto di vista.
L'altro, invece, è quello di mettere insieme tutte le visioni dell'arancia dei vari osservatori che sono
intorno al tavolo. Se io devo fare una raccolta di tutte le conoscenze intorno all'arancia, non posso
altro che raccogliere tutti i punti di vista dei singoli osservatori che osservano l'oggetto.

Che cosa significa questo? Obiettivamente, al di fuori degli osservatori, noi abbiamo visto che
l'oggetto arancia non esiste più, o per lo meno non esiste più con le caratteristiche che si è abituati a
conoscere nel piano umano, definite in ordine alle reazioni che hanno i sensi del corpo fisico. Per
cui, la conoscenza a livello umano di quell'oggetto, è costituita dall'insieme
delle singole conoscenze individuali. Ecco il mondo del "sentire" degli individui e dell'individualità.
Il mondo del "sentire" dei "centri di sensibilità di espressione", dei centri di "coscienza e di
espressione".

Allo stesso modo, come si conosce un Cosmo? Può conoscersi oggettivamente? No! Come non si
conosce oggettivamente l'arancia, perché oggettivamente un Cosmo è una cosa tutt'affatto diversa
da quella che voi siete abituati a considerare ed a vedere.
Un Cosmo dunque è costituito unicamente dall'insieme del mondo dei fotogrammi. Il Cosmo può
essere sperimentato unicamente nel "sentire" degli individui, il Cosmo quale voi lo conoscete e
quale cade sotto la vostra attenzione.

Dossier Cosmo

La vita macrocosmica trova il suo ambiente nel Cosmo; essa compenetra la stessa vita
microcosmica. Così l'ambiente cosmico è il "brodo di cultura" per la vita dei microcosmi; ma nello
stesso tempo, questa vita dei microcosmi è l'elemento essenziale della vita dell'Assoluto.
Dobbiamo ricordare che tutte queste disposizioni che noi facciamo, di Cosmo, di relativo, non
relativo, di finito, microcosmo, macrocosmo e via dicendo, sono tutte distinzioni convenzionali.
Sono tutte definizioni che riguardano parti e porzioni dell'Assoluto, il quale è tutt'altra cosa. Così
quando noi diciamo che il Cosmo è l'ambiente nel quale evolvono le vite individuali, diciamo una
cosa giusta e vera; ma se ci limitiamo unicamente a questa visione, che noi abbiamo dovuto
chiudere per comprendere, non possiamo poi comprendere il Tutto. Comprendendo la parte, noi
comprendiamo quella e basta; è dalla totalità delle parti che possiamo condurci sulla strada per
comprendere il Tutto, non dimenticando che il Tutto trascende la totalità delle cose.

Quando abbiamo parlato dell'esempio dell'arancia e degli osservatori, abbiamo voluto significare
che un Cosmo è fatto da una serie di fotogrammi innumerevoli, immensa, infinita. Che
"oggettivamente" - ormai lo abbiamo detto tante volte - non esiste una "vita del Cosmo" nel senso
che eravate abituati a credere; però esiste un insieme di fotogrammi nel quale è rappresentato
l'inizio di un Cosmo ed il termine dello stesso Cosmo, con un'infinità di fotogrammi intermedi che
uniscono le due parti. Orbene, questa storia del Cosmo, facendo astrazione dalle vite individuali
degli uomini, potrebbe esistere anche in modo a sé stante. Cioè se, in qualche modo, potessimo
legarci a questi fotogrammi restandone al di fuori, si vedrebbe il ciclo cosmico della materia e della
vita del Cosmo, della vita macrocosmica.

Tuttavia non può sussistere questa astrazione: la vita macrocosmica si compenetra e compenetra la
vita microcosmica. Unitamente a queste serie di fotogrammi che rappresentano la nascita, l'evolvere
ed il morire del Cosmo, vi è un'altra infinità di fotogrammi che rappresentano la nascita, l'evolvere
ed il morire - in qualche senso, cioè, il trasformarsi - degli individui.
Il "dossier" Cosmo è dunque costituito da tutte queste cartelle riguardanti la vita macrocosmica e
quella dei microcosmi.
Riflettere.

Commiato
Chiudiamo questa raccolta con la speranza di aver contribuito a portarvi sulle soglie di una
diversa concezione della Realtà. Un nuovo orizzonte si schiude ai vostri occhi, un
orizzonte che può essere penetrato solo da chi ha trasceso i limiti delle cognizioni umane.
Se a tanto siamo riusciti, allora questo non è un commiato, ma un benvenuto fra quelli che
ricercano la Realtà che sta oltre ciò che appare.
Il mondo sconosciuto che vi circonda non vi è ostile: in esso vi sono creature che furono
nella vostra attuale condizione di esistenza e che vi torneranno. Altri che hanno lasciato la
ruota delle nascite e delle morti sentono per voi una profonda comprensione, perché
rappresentate per loro un passato d'incertezza e sofferenza.
Noi vi conosciamo e vi seguiamo uno ad uno: sappiamo qual è il vero motivo che vi ha
spinto a leggere questo libro. Chi è attratto solo dal fenomeno come fatto insolito e
misterioso, non creda di poterlo riprodurre con tanta facilità. Anche il fenomeno ha fini
d'insegnamento ed è concesso in misura prestabilita. Le comunicazioni che fuoriescono
da questo scopo hanno la probabilità di essere esaurienti come potrebbe esserlo la
spiegazione della vita sulla Terra data da un uomo scelto a caso. Per questo motivo vi
invitiamo alla prudenza, che non deve cessare anche quando il fenomeno è autentico.
Se ricercate la Verità non per servirvi di essa come di un conforto alle amarezze di una
vita illusoria, ma la ricercate per porre fine al divenire, per realizzare in voi un nuovo
sentire, un nuovo essere, siate certi che la Verità fluirà in voi.
Nel cammino verso la Realtà l'uomo è al centro di una duplice spinta: quella che gli viene
dall'esterno e quella che, suscitata dalla precedente, nasce nell'intimo suo.
Questo libro rappresenta la spinta dall'esterno necessaria a far sorgere in voi l'aspirazione,
a liberarvi dall'illusione. Quando questa aspirazione è suscitata, il mezzo ha assolto il suo
compito; la Verità fluisce dall'interno lentamente, ma sicuramente.
Ricercando il vero vi ponete in uno stato di ricezione che attrae a voi i mezzi per scoprirlo.
Questi mezzi vi sono stati dati: ora sta a voi operare la vostra intima trasformazione, la
quale, realizzata, è la sola vera rivoluzione capace di mutare la società nella quale vivete.
A tutti voi diciamo: questo libro non è caduto sotto la vostra attenzione per caso, il nostro
incontro è scritto da sempre nella storia che ci unisce. Contrapposta a questa
predestinazione è la possibilità che ci è data di aiutarvi, se volete, ad uscire da quella
specie di gara febbrile ad essere peggiori l'uno dell'altro in cui sembrano cimentarsi gli
uomini che ora scatenano il loro egoismo senza più ritegno.
Se, consapevoli che il mondo nel quale vivete è solo un miraggio, volete ricercare una
nuova Realtà che non sia esteriore, ma significhi un nuovo concepire la Realtà, cioè un
nuovo sentire, un nuovo essere, noi vi saremo al fianco. Invocateci: vi aiuteremo a
cambiare le cose che per questo fine possono essere cambiate ed a superare, sopportare
quelle inevitabili.
Coloro che sono stati testimoni degli avvenimenti qui raccontati, sono stati strumenti del
manifestarsi di essi ma, in ultima analisi, queste comunicazioni sono avvenute tanto per
loro che per voi. Nessuno potrà dimenticare quanto da esse ha conosciuto.
Le Verità delle quali vi abbiamo parlato possono sbalordire, sembrare pazzesche,
assurde, ma qualunque sia il vostro giudizio sono e rimangono enunciazioni, certo
incomplete, ma aderenti il più possibile alla Realtà di ciò che è. Come tali non abbiamo
bisogno di dimostrarle: ciascuno di voi ne controllerà la veridicità quando, raggiunta la
necessaria maturazione attraverso l'esperienza, constaterà che nessuna tesi religiosa,
nessuna ipotesi filosofica o scientifica possono conciliare il continuo mutare del mondo nel
quale vivete con l'Assoluto, unico concetto di un Dio credibile, che non sia, cioè, a
immagine e somiglianza dell'uomo. Ogni congettura che l'uomo potrà avanzare circa la
realtà, sarà sempre in antitesi con essa se riterrà reale solo ciò che appare. Nessuna
analisi potrà far emergere il perché del Tutto se non sarà così approfondita da spingervi a
ricercare una realtà del tutto diversa da quella consueta.
Infine, quando, intuita l'esistenza di una tale realtà, passerete in rassegna l'umano scibile
alla ricerca di ciò che possa conciliare il relativo e L'Assoluto, scoprirete che nulla è
capace se non le Verità delle quali noi vi abbiamo parlato: queste sole rappresentano la
sintesi fra divenire ed essere.
Ci siamo sforzati di rendere accessibile la Realtà che è così diversa dal mondo delle
apparenze ed abbiamo cercato di dare un quadro completo di essa affinché vi rendeste
conto, con piena convinzione, di ciò che l'uomo abitualmente non conosce o erratamente
suppone. Il nostro intento è stato quello di fare emergere il vero valore del mondo nel
quale vivete e porre nella giusta luce la vostra esistenza, rendendovi intimamente convinti
di Verità che, se anche non possono essere provate in laboratorio, trovano il conforto della
logica e non lasciano domande senza risposta.
Ora sta a voi - conosciuto l'ordine perfetto su cui poggia l'Esistente che non viene
minimamente turbato dal disordine entro il quale si muove l'uomo e che è stimolo alla sua
azione, al suo progresso - dare valore a ciò che veramente ha valore, realizzare la vostra
esistenza. Le Guide dell'umanità hanno sempre parlato delle Verità, ma per l'immaturità
dell'uomo, incapace a comprendere, sono state costrette a presentarle come ideali di
moralità da perseguire.
Noi, trovando uomini con una mente più adatta, abbiamo cercato di farvi vedere che quegli
ideali non sono dei comandamenti senza intelligenza, ma rappresentano il logico
svolgimento della vita umana. Seguirli non è dimostrare solerzia, ubbidienza, ma vivere
nel modo giusto e naturale. I più alti insegnamenti degli Istruttori spirituali dell'umanità
suonano come un ridimensionamento del proprio mondo, dove i propri problemi diventano
così importanti da far pretendere che assurgano a verità generale, mentre gli altrui
vengono disconosciuti: da qui la cattiva amministrazione del potere.
Ma quasi sempre ciò che è detto per distogliere dal dare alla propria vita il solo scopo di
imporre il proprio tornaconto sfruttando gli altri, ciò che suona come un invito a non
dedicare tutto se stesso all'illusione, è inteso come un sistema per raggiungere un
tornaconto assai più vantaggioso, rendendo così vittima di un'illusione assai più grande.
Allora l'insegnamento non produce un'intima convinzione e quindi un nuovo "essere", ma
suggerisce un atteggiamento che ci si illude dovrebbe dare il diritto alla propria
divinizzazione. Mentre il magistero è tale se trasfonde intima convinzione, se fa amare e
perseguire la Verità per se stessa e non perché si è convinti che può portare un vantaggio.
Molti credono che tutto il dovere a cui sono chiamati sia avere l'aspetto di agnelli pur
conservando l'intimo di lupi feroci, e per rispettare il volere della Divinità credono sia
sufficiente partecipare ai riti religiosi. Le discipline in questo senso, che molti si sono
imposte nei secoli, sono state pressoché inutili quando non erano sorrette dallo scopo di
evitare danni agli altri, quando negavano il diritto a vivere serenamente il presente con la
promessa di un più grande bene futuro, riducendo così la vita ad una sorta di investimento
di beni. Mentre la realizzazione di se stessi non è negata alla letizia, anzi ne è fonte.
L'unione o la sintesi del proprio essere significa intimo ordine, equilibrio, coscienza e
perciò assenza di timore, di cupidigia, di egoismo e quindi di dolore. Significa affrancarsi
dall'illusione e quindi dalla delusione. Mostrandovi un quadro più esauriente possibile di
ciò che è, ove trovasse posto il divenire e l'essere, abbiamo cercato di darvi gli elementi
perché raggiungeste l'intima convinzione che la vostra liberazione dal mondo delle
apparenze è un fatto presente. A questo deve portarvi quanto avete saputo.
Infatti, come non esiste un tempo obiettivo di evoluzione cosmica, come non occorre che
un ambiente obiettivamente si realizzi perché l'uomo possa trovarvi le condizioni favorevoli
al suo progresso, ma tutto esiste già, così la vostra liberazione è una realtà vicina a voi,
che può essere conseguita senza attendere l'inesistente scorrere dei secoli. L'esistenza
dell'Assoluto si chiama Eterno Presente, perciò non è di là da venire per chi voglia
riconoscervisi.
Voi conoscete la costituzione del vostro essere: sapete che non siete un "io" che
percepisce, ma un microcosmo, parte del Tutto, che ha un patrimonio di "sentire". E come
la felicità non dipende dalle condizioni esteriori ma è un "sentire" intimo non in relazione
con un'ampia possibilità di soddisfare i propri desideri, così voi, indipendentemente
dall'ambiente nel quale vi muovete, potete realizzare quel "sentire" che corrisponde alla
liberazione dall'illusione e dalla conseguente delusione, perché tale realizzazione non è
possibilità di un vostro ipotetico futuro stato di esistenza, ma vostro attuale patrimonio in
quanto voi, voi, come ogni essere vivente, siete interamente realizzati nell'Eternità.
Comunemente si crede che la conquista della Realtà avvenga quando si è nella Realtà:
ma ciascuno è immerso nel Reale e di questo fa parte. Così la Realtà è già in ciascuno:
quando la si vuole cogliere, l'inconsapevole appartenenza ad un Tutto reale si rivela
luminosa coscienza d'essere una sola esistenza interamente realizzata.
Non fissando la vostra attenzione e convinzione sulla possibilità presente di superare
l'illusione del divenire, subordinate la vostra realizzazione all'automatico, quanto
apparente, ritmo naturale dell'evoluzione. Invece, quando il microcosmo ha cognizione di
quel sentire che corrisponde alla consapevolezza di sé e della propria esistenza, ha la
possibilità di sottrarsi alla ruota del divenire. In termini pratici, ciò significa realizzare la
sintesi del proprio essere perché la Realtà fluisca.
Ciò vuol dire portare nel proprio intimo ordine, equilibrio, pace, non già attraverso
l'eliminazione delle cause che dall'esterno possono turbarlo, ma attraverso un nuovo
sentire nel quale l'uomo non è più preda del suo mondo, cioè del divenire.
Questo sentire fa parte integrante del microcosmo e ciascuno può trovarlo in sé ora, nel
presente, purché lo voglia con la giusta intenzione.
Come per trovare la sorgente del fiume occorre risalire il percorso, così se volete ritrovare
la sorgente di voi stessi - il "Sentire Assoluto" - dovete liberare il vostro cuore e la vostra
mente. Liberare il proprio cuore significa liberarsi dal desiderio concepito in funzione
dell'"io", perché dov'è il desiderio lì è il proprio cuore. Liberare la mente vuol dire
affrancarsi dalla volontà di accrescersi, di primeggiare, di apparire ciò che non si è. In altre
parole, cessare una condizione di divenire per esistere in stato di essere, dove il sentire
fluisce liberamente.
Oggi i desideri, i pensieri si agitano alla rinfusa in voi e costituiscono il vostro mondo di
illusione, delusione, frustrazione, egoismo, crudeltà, dove poco spazio è lasciato al
sentimento. Nei rari momenti di introspezione, quando avete consapevolezza di questi
moti interiori, ne avete vergogna e cercate di nasconderli a voi stessi, illudendovi di essere
migliori. E' necessario, invece, avere piena consapevolezza dei propri desideri e pensieri:
solo così è possibile comprendere se stessi, recare ordine, equilibrio dove ora è aridità e
confusione.
Cessando di desiderare e pensare in funzione dell'"io", nella conseguente quiete interiore,
fluisce liberamente il sentimento.
Realizzando l'unione, la sintesi armoniosa delle parti che costituiscono il vostro essere,
trova compimento la creazione che mai fu creata, che da sempre è compiuta. Ora sapete
con cognizione di causa perché è detto che il mondo degli uomini è un'illusione, come non
esiste né tempo né spazio, come non vi sia alcuna reale suddivisione fra gli esseri se non
quella creata dalla loro limitata percezione; come agire, desiderare, pensare, insomma
vivere non in funzione dell'"io", non sia la volontà di un Dio che dopo averle create, voglia
confondere le Sue creature, ma sia una logica conseguenza di Verità che non ci appaiono.
Ora sta a voi dare il giusto valore al mondo nel quale vivete, farvi degli amici con le cose
della Terra, ché a questo debbono servire, non a creare dolore; ad amare il vostro
prossimo cominciando ad amare di più e perciò ad aiutare di più chi vi è vicino; ad
acquisire il senso del proprio dovere non inteso come inconsapevole ubbidienza, ma come
responsabile senso di ciò che l'uomo, nel più alto significato della parola, è chiamato a
compiere: la realizzazione di se stesso.
Da ciò che abbiamo detto, infatti, risulta che l'amore al prossimo e gli alti insegnamenti
della morale hanno una spiegazione logica, prima che un'ispirazione mistica. Le conferme
del nostro dire sono conferme dei più alti insegnamenti morali, ma non più presentati come
un decalogo da seguire senza discutere, bensì giustificati da una profonda ragione
d'esistenza a tutti comprensibile.
Ciò non significa che siano da condividere un certo tipo di religiosità e l'atteggiamento che
certe organizzazioni religiose tengono nei confronti degli uomini. In effetti l'amore al
prossimo è qualcosa di più che un semplice precetto, utile alla convivenza degli uomini. E'
il raggiungimento dell'intima convinzione che in Realtà siamo un solo essere e se in Realtà
siamo un solo essere, allora la vita di ciascuno non può essere volta ad accumulare a
danno degli altri, a cercare di porre gli altri in condizioni di dipendenza e di subordinazione,
ma deve essere volta a migliorare la società, prima che con nuovi sistemi, migliorando se
stessi: comprendendo che ciascuno ha gli stessi diritti e doveri.
E' necessario, perciò, trovare una nuova coscienza attraverso ad un'attenta
consapevolezza dei problemi del vivere e della società, la superiore ragione d'esistenza
dei quali è proprio quella di destare l'"essere" interiore dell'uomo, e farlo assurgere alla
dignità che gli è propria.
La visione della Realtà che vi proponiamo, non può che condurvi prima a trovare il senso
della vostra responsabilità e del vostro dovere, e poi ad allargare il vostro interesse, dalla
vostra persona all'intera società. Non può che aiutarvi a capire che l'unica differenza che
sembra esservi fra gli uomini, è data dalla diversa fase di evoluzione in cui appaiono nello
spazio-tempo, allorché si raffrontano. Ma perfino tale differenza non è interpretabile in
termini di "superiore" e "inferiore", perché l'evoluzione non è un divenire in senso
gerarchico, ma il logico succedersi di tanti stati di coscienza, di diversi "sentire", e siccome
i diversi ma analoghi "sentire" che compongono ogni essere - al di là dell'illusione e della
percezione - si manifestano simultaneamente in qualunque spazio-tempo gli esseri siano
ubicati, non esiste alcuna effettiva differenza di evoluzione.
La spiegazione della reale fraternità degli esseri non può che indurvi a guardare agli altri
col massimo rispetto, qualunque sia la loro condizione, perché creature che compiono la
loro esperienza come ciascuno la propria. Non può che insegnarvi a capire che non si
possono giudicare gli altri, della vita interiore dei quali - cioè della "realtà" dei quali - nulla
di certo si può sapere.
Disvela come non abbia senso odiare chi vi fa soffrire perché questi - al di là
dell'intenzione che avrà ripercussione sulle loro future esistenze non sono che canali
attraverso ai quali ciascuno raccoglie ciò che ha seminato. Spiega la funzione del dolore,
inteso come conseguenza delle proprie azioni, il cui fine di misericordia - cioè di bene -
predomina sul principio di giustizia; illustra come al di là del caos e dell'apparente
casualità, tutto sia perfettamente ordinato, pur lasciando a ciascuno un margine di libertà
individuale, tanto maggiore quanto è più grande la coscienza raggiunta.
La convinzione che la Realtà sia così strutturata, non può che dare tranquillità, serenità e
fiducia che il destino di ogni essere è il raggiungimento di uno stato di coscienza di
assoluta completezza, al di là del piacere e del dolore, dell'amore e dell'odio, del bene e
del male, della conoscenza e dell'ignoranza, dell'avere e del non avere, del superiore e
dell'inferiore, dell'io e del non-io, perché al di là del tempo e dello spazio, in quanto eterno
ed indiviso Essere, oltre l'illusione.
Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini.

DALI e KEMPIS

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