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Denis Mack Smith...


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LE GUERRE DEL DuCE.
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Trama.

Mack Smith ricostruisce in questo saggio la politica di Mussolini:


intimorendo l'Europa con l'immagine di una accresciuta potenza dell'Italia,
egli portò deliberatamente il regime fascista all'espansione imperialistica
con una serie di guerre che però, con la disfatta finale, lasciarono la
nazione prostrata. Un'analisi lucida e autorevole di un periodo della nostra
storia ancor oggi molto discusso, in cui domina la figura del Duce: quali
collaboratori ascoltava, come valutava i dati del potenziale bellico, come
decideva i piani di battaglia, come cercava il consenso della stampa
italiana e internazionale; dai primi esperimenti in politica estera alle
imprese di Libia, Cirenaica ed Eritrea, alla guerra d'Etiopia,
all'intervento in Spagna e in Albania, alle campagne d'Africa, Grecia e
Russia. alla totale sconfitta del regime.

Denis Mack Smith (Londra, 1920), fellow di All Souls' College a Oxford,
discepolo di Trevelyan, è forse il più importante storico straniero
dell'Italia moderna e contemporanea. Tra le sue numerose opere: Garibaldi, il
Risorgimento italiano, I Savoia re d'Italia, Storia d'Italia.

capitolo primo.
PRIMI ESPERIMENTI IN POLITICA ESTERA.

Benito Mussolini divenne presidente del Consiglio nell'ottobre 1922, in


un'epoca in cui il fascismo era non già un partito di idee o di dottrine, ma
di azione. I suoi seguaci erano una banda di uomini truculenti e ambiziosi
che volevano il potere, appoggiati da alcuni intelligenti ed influenti
individui che di siffatti bravacci scorgevano l'utilità al fine della
repressione antisocialista e della limitazione delle libertà parlalnentari,
e, se possibile, anche al fine di render temuto fuori dei confini il nome
dell'Italia. La violenza e il desiderio di esser temuto erano aspetti
eminenti del carattere di Mussolini; e, una volta addomesticato il
parlamento, fatalmente si riversarono nel suo modo di condurre gli affari
esteri. Egli aspirava a comandare, oltre che dentro, anche fuori d'Italia, e
per procacciarsi un tale potere si dimostrò disposto a correr rischi, non
escluso il rischio estremo di una conflagrazione mondiale.
Malgrado il suo temperamento violento, manifestato sin dalla fanciullezza,
Mussolini non era sempre stato né un militarista né un patriota. In seguito
ci si sforzò di celare il fatto che all'occasione era stato un pacifista
dogmaticol. Nel 1911-12 era stato incarcerato per opposizione all'invasione
italiana della Libia, e nel 1914 tentò di organizzare una rivoluzione
proletaria per bloccare il coinvolgimento del suo paese nella guerra
mondiale. Malgrado i tentativi successivamente compiuti dai fascisti per
negarlo, molte delle sue prime prese di posizione furono nettamente
antipatriottiche. Egli s'interessava infatti più alla guerra di classe che
alla grandezza dell'Italia, e, più generalmente, aveva adottato il 4;
principio socialista secondo il quale il patriottismo non è che un'ennesima
maschera del capitalismo.
Non c'è dubbio che Mussolini fosse sincero (o perlomeno fosse genuina la sua
confusione di idee) in alcuni dei contraddittori atteggiamenti intellettuali
da lui assunti nel corso della sua vita; ma il punto è ch'egli giudicava di
solito le idee in funzione della loro utilizzabilità come leve ideologiche
per affermare e mantenere la sua autorità. La mancanza di attaccamento ai
princìpi fu un ingrediente di rilievo nel suo successo. Quando, negli anni
precedenti il 1919, diresse un giornale socialista, accettò senza esitazioni
sussidi da capitalisti fabbricanti d'armi, e condusse trattative per
ottenere in segreto appoggi finanziari da governi che, come quello francese,
inglese, americano o addirittura della Russia zarista, non avevano certo
nulla di socialista. Eppure questo stesso uomo era stato un seguace
entusiasta di Marx4, e in un'epoca successiva Lenin avrebbe figurato tra i
contemporanei da lui più ammirati (una cosa che nel leninismo gli dispiaceva
avrebbe detto peraltro, erano proprio quei metodi violenti e intolleranti
che caratterizzarono il fascismo). Mussolini passava con facilità da
un'opinione all'altra ogni qual volta il suo istinto pubblicitario gli
suggerisse una formula vincente; e sebbene fondasse la sua successiva
carriera sull'anticomunismo, si stenta a credere che in ciò si rispecchiasse
una convinzione genuina, e non già una mera mossa tattica, compiuta con un
occhio attento alla direzione del vento.
Il suo regime finì con l'identificarsi con il patriottismo, il militarismo e
l'antibolscevismo, e quando ciò avvenne, i riferimenti alle fasi precedenti e
palesemente discordanti del suo pensiero furono, nella misura del possibile,
fatti scomparire. Un segno precoce di questo mutamento si ebbe nel 1923,
quando il nuovo presidente del Consiglio realizzò una fusione fra il fascismo
e il partito nazionalista, portando così nel suo campo un folto gruppo di
intellettuali e di politici di sperimentata capacità. I nazionalisti avevano
una politica estera degna di questo nome, e condividevano con Mussolini
l'ostilità alla democrazia e al parlamento e quelle concezioni antiumanitarie
e antinternazionaliste già elaborate da Corradini, 5;
Federzoni, Rocco e Coppola, vale a dire dai personaggi più eminenti della
rinascita nazionalista. Invero buona parte del nucleo centrale del credo
fascista sarebbe derivata direttamente dagli scritti di Corradini e Rocco.
Questi nazionalisti sostennero, prima del fascismo, che agli affari esteri
spettava la priorità, che la grandezza dell'Italia costituiva il primo
obiettivo politico, e che l'Italia doveva spezzare l'equilibrio esistente in
Europa con l'intenzione deliberata di assumere il ruolo di indiscussa grande
potenza imperiale. A sentir loro, erano stati i nazionalisti a porre
condizioni per la fusione con il fascismo; e queste condizioni comprendevano,
oltre al riconoscimento della monarchia e del cattolicesimo e alla difesa
dell'ordinamento sociale contro l'estrema sinistra, anche, e forse
soprattutto, la necessità di un esercito forte e di un atteggiamento
all'occasione aggressivo verso il resto del mondo9. Dopo esser entrato nel
governo Mussolini, Federzoni riassunse in una frase quella che doveva essere
l'essenza della politica estera fascista: «Noi desidereremmo essere amati, ma
preferiamo essere invidiati e temuti».
Quando assunse il potere, Mussolini non aveva ancora completato il passaggio
a questo orizzonte di idee nazionalista, e possedeva poche opinioni definite
in materia di relazioni estere. Egli guardava piuttosto alla politica estera
come ad un'arma utile al rafforzamento della sua posizione all'interno del
paese. Se in teoria era disposto a riconoscere gli affari esteri come più
importanti di quelli interni, era d'altro canto tuttora impegnato nel
tentativo di ricercare appoggi in quasi tutti i settori dello schieramento
politico italiano, e di conseguenza teneva a sottolineare che il fascismo
non avrebbe battuto strade originali, ma avrebbe rispettato i trattati e
cercato di essere un elemento di equilibrio e di pace in Europa. Guardando
retrospettivamente alla guerra mondiale, era disposto ad ammettere che la
sistemazione del 1919 aveva fruttato all'Italia la soddisfazione della
maggior parte delle sue richieste; e soltanto in una fase successiva ritenne
utile asserire che il Trattato di Versailles aveva imposto all'Italia una
«pace mutilata». Era pronto a condannare tutti gli imperialismi, quello
italiano incluso, e a dichiarare che non 6;
intendeva comportarsi avventurosamente, neppure per proteggere gli interessi
del suo paese. Sebbene talvolta parlasse dell'aspirazione ad annettere la
Dalmazia e a stabilire il protettorato italiano sull'Albania, nell'immediato
Mussolini non si schierò con le nazioni insoddisfatte che reclamavano una
revisione della sistemazione di Versailles. Proclamò di essere innanzitutto
un pragmatista, contrario a mescolare la morale alla politica
internazionale, niente affatto entusiasta di una Società delle nazioni che
riconosceva un peso sproporzionato alle nazioni ricche e conservatrici, e
tuttavia ansioso che l'Italia vi entrasse e la sfruttasse ai propri fini.
La carriera di Mussolini prima del 1922 era stata (prescindendo dall'attività
politica svolta nel partito socialista sino all'espulsione nel 1914) la
carriera di un proprietario e direttore di giornali. E in questa professione
aveva dato prova di possedere doti eccezionali. Ma benché, come scrittore di
editoriali, avesse messo insieme, sia pure in modo non sistematico, una massa
notevole di informazioni in fatto di affari esteri, fu soltanto quando, nel
1922, divenne presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, che si trovò
ad affrontare concrete situazioni internazionali, per le quali si richiedeva
qualcosa di più delle facili risposte del giornalista. Non essendo privo né
di buon senso né di intelligenza, nei primi mesi di governo si dimostrò
pronto ad accettare i consigli dei funzionari del ministero, e disposto a
lasciare impregiudicate quante più scelte fosse possibile. Annunciò che non
voleva una politica estera ideologica. Pur avverso al liberalismo e alla
democrazia, non avrebbe consentito che ciò dettasse la sua condotta
all'estero, poiché il fascismo non era merce d'esportazione, e, disse -
«Non assumeremo atteggiamenti di missionari che portano la «verità
rivelata». Questo fu, perlomeno, ciò che disse, fossero o non fossero questi
i suoi più veri pensieri. Forse stava deliberatamente mettendo la sordina al
suo nazionalismo per allettare la comunità internazionale a crederlo un uomo
prudente, di cui ci si poteva fidare.
Mussolini era un uomo, oltre che intelligente, fornito di intuito politico,
ma aveva scarsissima esperienza personale di paesi stranieri. Da giovane
aveva trascorso due anni in Svizzera, divisi tra lavori mal pagati e la
prigione. Come presidente del Consiglio fece una mezza dozzina di brevi
visite (due o tre giorni) ad altri Stati europei; ma, all'estero come in
Italia, il suo interesse andava più alle impressioni ch'egli suscitava che
non al tentativo di comprendere usanze e idee altrui. In occasione di una
modesta conferenza svoltasi a Losanna nel novembre del 1922 riuscì a
convincersi di aver riportato con la sua azione personale un grande successo
diplomatico, malgrado nulla stesse lì a dimostrarlo. Nel dicembre compì
quindi la sua unica visita in Inghilterra, e di nuovo scrisse ai suoi
ministri che stava contribuendo a decidere il destino d'Europa. Ma le
franche domande dei giornalisti lo mandarono in collera, e si fece
trascinare in una bega indecorosa circa il problema di chi doveva occupare
il miglior appartamento al Claridges Hotel. Dopo tre giorni lasciò Londra
con la sensazione di aver patito un'umiliazione personale, e risoluto ad
incontrare d'allora in poi gli uomini di Stato stranieri in Italia, dove la
sua dignità poteva esser protetta da una messinscena adeguata. Inoltre
avvertì forse il disappunto dei suoi subordinati per l'evidente debolezza
mostrata come negoziatore.
L'Italia affermava il proprio diritto a responsabilità speciali nei Balcani,
e fu qui che Mussolini mostrò per la prima volta più apertamente le sue
inclinazioni. Il suo istinto, divenuto poi quasi un'abitudine, era di
parlare in modo ambiguo, sì da consentire una pluralità di interpretazioni, e
di star quindi a vedere se potesse guadagnare di più con una politica di
vigorosa insistenza o non piuttosto, in alternativa e a minor prezzo, con una
linea di buon vicinato. Molto dipendeva da chi era l'interlocutore. Ad un
certo punto accettò di rinunciare a qualsiasi espansione sulla costa
orientale dell'Adriatico, ma in una sede più privata confessò che il suo
scopo di lungo periodo era l'egemonia politica nei Balcani. Nei discorsi
destinati ad una vasta diffusione continuava a respingere l'accusa di
nutrire ambizioni imperialistiche, mentre poteva succedere che di fronte ad
un uditorio più strettamente fascista ribadisse fermamente la rivendicazione
all'Italia dell'intera regione adriatica. In quest'ultimo caso 8;
usava parlare con disprezzo degli slavi, trattandoli da popolo inferiore e
barbaro. In questi primi anni poteva addirittura parlare di un dominio
italiano sul Mediterraneo, e in generale la parola «dominare» gli usciva di
bocca assai facilmente. Da un lato egli sapeva che la prosperità dei porti
italiani di Fiume e Trieste dipendeva dal mantenimento nei Balcani di
condizioni di pace e di amicizia; ma dall'altro una politica di rinuncia ai
«diritti» dell'Italia rischiava di provocare gravi agitazioni all'interno del
partito fascista (e invero ci furono momenti in cui si profilarono minacce di
ribellione contro la sua leadership). Mussolini tracciò il proprio cammino,
con considerevole abilità, attraverso tutta una serie di atteggiamenti
apparentemente contraddittorii, e finì per accordarsi con la Jugoslavia sulla
base della rinuncia ad alcune delle sue rivendicazioni più estremistiche, in
cambio del riconoscimento dell'italianità di Fiume. Questa sistemazione
tagliava Fiume fuori dal suo retroterra economico, condannando la città
all'indigenza. Ma il dogma fascista anteponeva il prestigio alle
considerazioni di ordine puramente economico, e i patrioti furono in
maggioranza soddisfattissimi della soluzione raggiunta, mentre d'altro canto
il resto del mondo prendeva atto che in politica estera Mussolini poteva dar
prova di realismo e di un senso di discrezione.
Una forma di nazionalismo più minacciosa condusse nell'agosto del 1923 ad uno
sbarco armato nell'isola greca di Corfù. Il pretesto, l'uccisione di un
generale italiano in Grecia, apparve ridicolmente sproporzionato ad
un'aggressione siffatta; e invero emerse in seguito che la marina italiana
aveva ricevuto l'ordine di preparare l'attacco un mese prima del delitto. E
quindi indubbio che annettendo l'isola, collocata in una posizione
strategicamente decisiva, Mussolini aveva inteso porre sotto controllo
l'accesso all'Adriatico. Nessuno ha mai accertato se i greci fossero
responsabili del delitto, e qualcuno ha persino suggerito che l'assassino
avesse agito al soldo del governo italiano. Un indizio preoccupante fu il
fatto che Mussolini non s'era dato la pena di consultare, prima di passare
all'azione, i funzionari degli Esteri. Una luce altrettanto fosca getta il
fatto che, non essendo gli 9;
ordini mussoliniani abbastanza chiari, le forze di occupazione si mossero a
casaccio, bombardando e mietendo vittime senza necessità (nessuna resistenza
era stata opposta), e facendo apparire la spedizione insieme brutale e
inefficiente. Ma più grave di tutto fu l'affermazione del principio secondo
il quale l'Italia poteva, in grazia del suo status di grande potenza,
ricorrere alla forza ogni qual volta si trovasse coinvolto, sia pur nella
forma più marginale, il suo prestigio.
Malgrado l'intenzione di Mussolini fosse stata di rimanere a Corfù, l'Italia
fu costretta a cedere all'opinione mondiale e a ritirarsi. In privato la cosa
bruciò, e Mussolini disse che non avrebbe perdonato agli inglesi di averlo
ridotto a far marcia indietro. Ma negli ambienti liberali e conservatori
italiani questo primo esempio di violenza su scala internazionale gli valse
un'utile reputazione di coraggio e di zelo patriottico. Le sue esperienze
giornalistiche gli avevano appreso l'arte di manipolare l'opinione pubblica,
ed egli poté, senza farsi rider dietro, parlare del suo attacco alla Grecia
come della più importante azione dell'Italia dopo il 1860. Amava ricordare
l'episodio come la volta in cui gli inglesi s'erano piegati alla sua volontà
di ferro; e la stampa fascista elogiò debitamente quella che chiamò una
splendida manifestazione di forza contro l'aggressività greca, e un primo
passo sulla via che avrebbe portato l'Italia a conquistarsi il suo posto al
sole. Dino Grandi parlò di un «reale contributo alla pace in Europa». Il coro
plaudente fu tale che Mussolini non si rese mai conto del danno che aveva
provocato, e di quanto pericolosa questa sua idea unilaterale del prestigio
nazionale potesse riuscire per l'Italia non meno che per gli altri paesi. Al
contrario, si compiacque della sensazione di aver reso temuta la potenza
italiana. Aveva imparato che gli altri Stati europei non avrebbero fatto
blocco contro un violatore dei trattati, e che mediante il controllo della
stampa sarebbe stato sempre in grado di ottenere in Italia il consenso
dell'opinione pubblica ad azioni di prepotenza contro uno Stato più piccolo e
più debole.
Eccettuato un breve intervallo (con Grandi nel periodo 1929-1932) Mussolini
fu il ministro degli Esteri di se stesso sino al 1936. Ma aveva la
responsabilità di così numerosi e così diversi dicasteri da non poter
occuparsi personalmente della condotta degli affari esteri se non
irregolarmente; e gli ambasciatori stranieri trovarono che la cosa dava
luogo a frequenti difficoltà. E tuttavia avversava qualsiasi suggerimento
nel senso di affidare effettivi compiti di direzione degli affari esteri ai
funzionari del ministero. Del resto la decisione sull'azione di Corfù fu di
certo sua, e così pure la strana decisione di appoggiare nel 1923 l'azione
militare francese contro la Germania nella Ruhr. Di quest'ultimo passo non
dette anzi mai una spiegazione adeguata; quel ch'è certo è che se costituiva
il tentativo di creare un blocco continentale con la Francia per isolare
l'Inghilterra, non ebbe successo. Per quanto se ne sa, gli alti funzionari
degli Esteri furono tuttavia ragionevolmente soddisfatti dei suoi primi
passi in diplomazia. Quasi nessuno si dimise quando il fascismo giunse al
potere, e ci sono scarsi indizi ch'essi fossero men che felici di quel che
Mussolini andava dicendo circa l'esigenza di una vigorosa politica
nazionalistica. Non tutti furono altrettanto contenti del trasferimento del
ministero dal palazzo della Consulta all'assai più angusto palazzo Chigi,
perché la cosa provocò una certa disorganizzazione negli archivi e una
fastidiosa frattura col passato. Ma si trattava di una questione
relativamente di minor rilievo, e il fatto che i funzionari di carriera
rimanessero ai loro posti facilitò la transizione dal liberalismo al
fascismo.
Durante questi primi anni del regime i funzionari degli Esteri non
risparmiarono sforzi, accortamente mascherati per educare Mussolini.
Migliorarono le sue abitudini in fatto di abbigliamento, e anche, sino ad un
certo punto, il suo comportamento e le sue maniere a tavola. Contribuirono
forse inoltre a modificare il suo linguaggio violento e a porre un freno alla
sua tendenza a ferire l'amor proprio di statisti e governi stranieri. Ma si
trattava di restrizioni che gli capitava di mal sopportare. Col tempo arrivò
ad avversare alcuni dei diplomatici più anziani e a incoraggiarne le
dimissioni. Una riforma utile da lui introdotta fu di aprire la carriera
diplomatica alle persone prive di patrimoni privati (una delle 11;
sue più rilevanti rotture con la tradizione). In particolare, non gli piaceva
sentirsi dipendente dal segretario generale, Salvatore Contarini, il quale
fece capire ai diplomatici stranieri che cominciava a risentirsi per il ruolo
in cui Mussolini mostrava di ignorare i suoi collaboratori. Quando Contarini
si dimise (1926) i fascisti intransigenti se ne compiacquero, perché la sua
moderazione e il suo modo di procedere vecchio stile non si accordavano con
la minacciosa spavalderia che costituiva un aspetto ineliminabile del nuovo
regime.
Un successo della linea moderata fu la firma da parte di Mussolini del
Trattato di Locarno (ottobre 1925), con cui l'Italia garantiva, insieme a
Germania, Francia, Inghilterra e Belgio, la frontiera franco-tedesca definita
a Versailles. Più tardi Mussolini pretese, con una movenza destinata a
divenire abituale, che l'idea prima del trattato era stata sua, e l'utilizzò
come esempio del modo in cui egli stava modificando il corso della storia
europea. Si arrivò addirittura a sussurrare di sue aspirazioni al premio
Nobel per la pace. E tuttavia, benché continuasse a sottolineare la
fondamentale importanza del trattato nella politica europea, esso era
soltanto uno di quei numerosi pezzi di carta ch'egli firmava più che altro
perché non voleva esser lasciato in disparte. Come i suoi collaboratori
hanno in seguito spiegato, Mussolini firmava volentieri quasi qualunque
trattato, perché i trattati facevano notizia, e gli davano quindi una
sensazione di importanza. Pochi altri paesi firmarono altrettanti patti
dell'Italia fascista, e tuttavia i trattati avevano per Mussolini un ben
scarso significato. Un incidente che fece di Locarno un'esperienza infelice
fu il boicottaggio di cui lo fecero ostentatamente oggetto i giornalisti
stranieri, in segno di protesta contro la censura sull'informazione
esistente in Italia°. E benché in seguito Mussolini inventasse una versione
più lusinghiera di questo episodio, nell'immediato la sua collera fu grande,
e mai più visitò un paese in cui i giornalisti fossero liberi di trattarlo
come un comune mortale.
Quando, nelle discussioni di Locarno, i francesi si offrirono di garantire la
frontiera settentrionale dell'Italia, sorprendentemente Mussolini respinse
questo prezioso suggerimento. 12;
Poiché la politica fascista era più spesso una faccenda di atteggiamenti e
di prestigio che non di sobri calcoli realistici, egli dovette pensare che il
rifiuto gli fruttava un guadagno maggiore, e preferì spregiare i francesi per
il loro affidarsi a (pezzi di carta». Pensando più in termini di propaganda
che di concrete realtà, egli voleva poter dire al suo popolo che il fascismo
era perfettamente capace di garantire la frontiera del Brennero con le sue
sole forze: in altre parole, la Francia aveva bisogno della sua garanzia, ma
lui non sapeva che farsene della garanzia della Francia.
Occasionalmente, Mussolini trovò utile affermare che il fascismo era un
fenomeno puramente italiano. Sapeva che ciò avrebbe rassicurato gli
stranieri, e si adoperò pertanto vigorosamente a sottolineare ch'egli non
aveva alcun interesse a far propaganda all'estero. Ma in realtà fu
costituito uno speciale ufficio stampa, dotato di fondi cospicui e
incaricato di lavorarsi giornalisti, uomini politici e industriali
stranieri. Al suo direttore fu spiegato che «bisogna incominciare a
sfruttare le personali amicizie, i legami d'interesse che esistono coi
cittadini dei paesi ospiti, e sfruttare abilmente ed ai fini della nostra
causa ogni particolare che possa servire a scoprire nella deficienza degli
altri un motivo di più per esaltare in contrapposto la forza e le capacità
del «fascismo». Nel 1925 c'erano promettenti indizi di movimenti fascisti
all'opera in Giappone, Germania, Portogallo (e persino, si riteneva, in
Russia), e un agente calcolò ottimisticamente in 120.000 il numero probabile
dei fascisti attivi in Inghilterra. All'occasione Mussolini non sapeva
negarsi il piacere di dichiarare che il fascismo non solo era un movimento
enormemente più rivoluzionario del bolscevismo, ma di lì a poco avrebbe
abbracciato la maggior parte dell'Europa. Non c'è dubbio che in questi casi
si proponesse di impressionare il suo entourage, ma è anche possibile che in
uscite del genere ci fosse una parte di auto-inganno. Il suo istinto gli
diceva che stranieri e italiani allo stesso modo andavano tenuti
nell'incertezza, in uno stato di costante ansietà e nell'aspettativa di un
qualche stupefacente coup de mattre. Gli sforzi della propaganda furono
indirizzati a creare l'illusione che l'intera Europa 13;
ropa guardasse a Roma, con invidia e apprensione, come ad una sorta di Mecca.
Un elemento utile all'estero erano gli emigrati, temporanei o permanenti. Con
il consueto gusto fascista per l'iperbole, si disse che ammontavano a dieci
milioni: quasi un milione in Francia, 1.700.000 in Argentina, 1.900.000 in
Brasile e 3.700.000 negli Stati Uniti. Si tenne viva la bizzarra illusione
che in caso di guerra molti di costoro potessero tornare in patria e venir
arruolati nelle forze armate italiane; e a tale scopo si chiese alle
ambasciate all'estero di assumersi il compito del tutto impossibile, di
effettuare in segreto un censimento biennale di questa enorme massa d'uomini,
articolato in 29 domande, sì da poter esser pronti per un'emergenza del
genere. Si spese inoltre parecchio denaro, con scarso successo, nel tentativo
di impedire l'assimilazione degli emigrati italiani in altre comunità
nazionali; e quando Rodolfo Valentino rinunciò alla cittadinanza italiana ci
fu un tentativo di boicottare i suoi film, in ritorsione contro un tradimento
così clamoroso. Le smentite ufficiali non potevano celare il fatto che fondi
pubblici venivano impiegati per fornire a questi emigrati un'istruzione
politica, e addirittura un addestramento paramilitare; e, quando si riseppe,
la cosa provocò nei paesi interessati un vivo risentimento. Ciononostante,
solo una modesta percentuale degli italiani residenti all'estero sembra esser
caduta nella rete della macchina propagandistica fascista, e buona parte
della preziosa valuta investita in queste attività dovette andar sprecata, o
perdersi nelle tasche di persone corrotte.
All'estero non si riuscì, nell'immediato, a capire gran che in mezzo ai tanti
aspetti contraddittorii del fascismo italiano, specialmente perché Mussolini
amava sfruttare le contraddizioni. Egli usava la tecnica che chiamava della
«doccia scozzese»: vale a dire alternava atteggiamenti amichevoli e
provocatori, e mutava continuamente piattaforma, sì da poter apparire ad un
tempo democratico e autoritario, progressista e reazionario, socialista e
antisocialista. Prima che i governi stranieri sentissero di aver compreso su
che terreno poggiavano i piedi, ci volle dunque parecchio tempo, giacché 14;
Mussolini poteva parlare un giorno di demolire l'impero britannico, e una
settimana dopo esser tutto dolcezza e ragionevolezza. Dapprima gli uomini
politici francesi e inglesi non lo presero troppo sul serio. Ma è anche vero
che, se in generale non erano gran che impressionati dalla sua personalità,
nessuno che rappresentasse una qualsiasi possibile alternativa riuscì ad
impressionarli maggiormente. I gabinetti liberali succedutisi tra il 1919 e
il 1922 non avevano realizzato un'azione di governo efficace, e neppure
fatto emergere alcun uomo politico di grande statura. Quindi nel novembre
1922 un parlamento a maggioranza liberale aveva espresso un voto
schiacciante a favore di Mussolini, e gli stranieri rilevarono che il grosso
dei capi liberali aveva figurato in quest'occasione tra i suoi sostenitori.
I giornali di Parigi e di Londra non nascosero che il fascismo impiegava
nella lotta per il potere metodi brutali ed illegali; ma l'Italia ufficiale
era ciononostante palesemente favorevole al fascismo, ed era lecito sperare
che l'esperienza di governo ne avrebbe ammorbidito gli atteggiamenti più
violenti. Nei loro rapporti da Roma, i diplomatici stranieri presero
talvolta in considerazione l'ipotesi di impiegare pressioni esterne per
rovesciare Mussolini, ma aggiunsero che le alternative probabili erano
l'anarchia, il bolscevismo o la dittatura militare, le quali tutte
rischiavano di esser peggiori del male che si voleva combattere. Avvertirono
anche che Mussolini era uomo estremamente suscettibile, e capacissimo di
portare la guerra in Europa se trattato senza la necessaria attenzione e
qualche indulgenza. Probabilmente non sarebbe rimasto al potere a lungo, e
se gli stranieri si intromettevano a criticarlo dopo una così larga
votazione parlamentare, la cosa non avrebbe avuto altro effetto che
accrescere il numero dei suoi sostenitori.
Ronald Graham, l'ambasciatore inglese a Roma, si spinse più oltre della
generalità dei suoi colleghi nel pensare che Mussolini era fondamentalmente
equilibrato e ragionevole. Per pericoloso e sgradevole che il fascismo
potesse riuscire ai suoi occhi, i lati positivi pesavano più dei negativi.
Negli ambienti conservatori londinesi circolava l'idea che Mussolini 15;
avrebbe forse salvato l'Europa da una rivoluzione bolscevica. Winston
Churchill, che si trovava in Italia in occasione di alcune delle peggiori
esplosioni della violenza fascista, continuò a pensare che tutto sommato il
fascismo stava dalla parte della legge e dell'ordine, e si lasciò andare ad
elogi sperticati nei suoi confronti, cordialmente ricambiato dalla stampa
fascista. I giornali di Lord Rothermere erano in genere favorevoli. Lord
Rosebery diede a Mussolini la sua splendida villa a Posillipo. Lord Inchcape
scrisse al «Times» per suggerire l'idea che Francia e Inghilterra avevano
bisogno di un Mussolini per introdurre economie nella pubblica
amministrazione. Sir Walter Runciman lo salutò pubblicamente come un nuovo
Napoleone, come un genio che mediante il salutare impiego del manganello e
dell olio di ricino aveva rimesso in sesto il suo paese.
Sul fascismo l'opinione pubblica inglese e francese era naturalmente divisa.
Se esisteva una convinzione generale, questa era che ci si trovava di fronte
ad un disperato e violento rimedio portato ad una situazione quasi
impossibile; e se da un lato c'era, comprensibilmente, una grande ignoranza
circa quel che il fascismo significava, dall'altro c'era la disponibilità ad
accettarlo finché non si fosse raggiunta una maggior chiarezza d'idee intorno
alle possibili alternative. Tra i conservatori c'era chi, distaccandosi dall
opinione generale, considerava Mussolini come una specie di socialista, e
continuava perciò ad avversarlo. In Francia alcuni ambienti conservatori lo
temevano come rappresentante di un nazionalismo italiano estremisticoS.
Malgrado ciò che è stato ritenuto da molti, i finanzieri della City non
manifestarono alcun generoso entusiasmo all'idea di conceder prestiti
all'Italia fascista; e, a destra non meno che a sinistra, moltissimi si
levarono inorriditi contro il persistere della violenza politica. Mussolini
espresse il suo fastidio per questa ostilità. Dal canto loro, gli
antifascisti erano altrettanto malcontenti del fatto che le classi dirigenti
inglese e francese non davano una mano ad allontanarlo dal potere. Anzi,
l'amicizia dimostratagli da molti stranieri giovò senza dubbio agli sforzi
compiuti da Mussolini per convincere numerosi italiani di 16;
orientamenti moderati ch'egli era una persona responsabile e degna di
fiducia. Scotland Yard arrivò addirittura (e si vuole sperare che non si
trattasse di una prassi abituale) ad aiutarlo a localizzare oppositori
antifascisti in Italia.
Mussolini si mantenne in stretto contatto con proprietari e direttori di
giornali stranieri, e segnatamente con Hearst e Rothermere. Lord Rothermere
scrisse ringraziandolo «per i grandi servizi resi alla civiltà e
all'umanità», e William Randolph Hearst elogiò la «stupefacente abilità» di
quest'«uomo meraviglioso». Il duce scrisse personalmente una lettera al
Times» londinese (26 giugno 1925), insistendo che il fascismo italiano non
aveva alcuna intenzione di soffocare le libertà elementari, ed è possibile
che qualche lettore si lasciasse convincere dalle sue parole. L'ambasciatore
italiano a Londra dedicava al «Times» un'attenzione speciale, ben
consapevole della reputazione di indipendenza e di incorruttibilità del
giornale. Egli chiese al «Times», senza venir sempre esaudito, di non dar
troppo risalto alle idee degli esuli antifascisti, affermando che altrimenti
l'Inghilterra avrebbe corso il rischio di perdere l'amicizia italiana.
Camillo Pellizzi, il fondatore del Fascio londinese, ottenne del denaro da
Roma per costituire una compagnia per l'importazione di ferro e carbone, ma
in realtà per incoraggiare giornalisti e scrittori inglesi. Quel che a
Pellizzi interessava ribadire era la natura non reazionaria, non
sciovinistica, non antiebraica del fascismo. In un articolo sottoposto alla
approvazione preventiva di Mussolini, si spiegava ai lettori inglesi che il
fascismo non era una dittatura, e neppure un pericolo per l'Europa, ma
patrocinava una rinascita della religione e della famiglia. Un altro
instancabile propagandista di questi temi a Londra e New York fu Luigi
Villari (ch'era per metà inglese), il quale riuscì a persuadere parecchi
editori e i redattori dell'Encyclopaedia Britannica dell'autorevolezza e
dell'affidabilità delle proprie vedute.
Questi mezzi ottennero chiaramente un buon successo, e la distruzione della
stampa liberale italiana operata da Mussolini rese difficile agli estranei
scorgere il rovescio della medaglia. La maggior parte delle loro conoscenze
proveniva fatalmente 17;
dall'ufficiale Agenzia Stefani. I corrispondenti dei giornali stranieri a
Roma dicevano la verità a loro rischio: per fare un esempio, non poterono,
nel 1924, chiarire i retroscena dell'assassinio di Matteotti. Nessun
direttore di giornale che volesse mantenere un corrispondente a Roma poteva
evitare di rendersi complice di questa forma di censura. Eventuali critiche
alla politica fascista venivano piuttosto relegate negli editoriali, e in
Italia ben pochi arrivavano ad averne sentore, eccettuate le occasioni in
cui Mussolini giudicava utile riprodurle come mezzo per suscitare sentimenti
xenofobi nel popolo.
Più importante dei commenti di stampa fu il fatto che il Foreign Office (in
particolare sotto la direzione di Austen Chamberlain, negli anni 1924-29)
decise di affidarsi alla speranza che Mussolini si sarebbe rivelato alla fine
un personaggio rispettabile, e un pilastro della legge e dell'ordine.
Chamberlain affermò di disapprovare il fascismo, ma aggiunse untuosamente che
non aveva alcun diritto di criticare la scelta compiuta dagli italiani a
proposito del loro sistema di governo. In quattro occasioni si recò ad
incontrare il dittatore italiano, malgrado questi colloqui fossero assai
scarsi di risultati pratici. L'esperienza finì anzi con l'insegnargli che la
sua fiducia in Mussolini era stata mal riposta. E tuttavia non è dubbio che
una tale sollecita premura contribuì a dare al fascismo titoli di
rispettabilità immeritati, che fu facile sfruttare, specialmente quando, con
un gesto decisamente poco diplomatico, Lady Chamberlain chiese a Mussolini il
suo distintivo fascista e se lo appuntò ostentatamente sul vestito a
beneficio dei fotografi.
capitolo secondo.

A chiunque avesse occhi per vedere e orecchie per ascoltare Mussolini


fece chiaramente intendere che stava divenendo un nazionalista con
grandi ambizioni per il suo paese. Amava vantare gli italiani come la
razza che per tre volte aveva dato la civiltà ad un mondo barbaro; e
in un eccesso di autocompiacimento retorico li definì il popolo più
solido ed omogeneo d'Europa, destinato ad innalzare la bandiera
dell'imperialismo in tutto il Mediterraneo e a fare nuovamente di Roma
il centro della civiltà occidentale' Gli capitava peraltro di
irritarsi curiosamente quando uno straniero gli parlava delle glorie
dell'arte italiana o della dolcezza del clima della penisola, perché
immaginava che gli italiani avessero fama di popolo incline ai piaceri
e riluttante a battersi, e se ne risentiva. Decise di mutare questa
fama, e di fare dei suoi connazionali un popolo meno aggraziato, ma
più violento e più capace di odiare e di suscitare l'odio altrui. Una
facile accettazione della brutalità e della violenza era stata
caratteristica di Mussolini sin dagli anni di scuola. Da giovane era
vissuto per la lotta, ed aveva energicamente rifiutato l'idea che la
guerra non paga. Al contrario, sosteneva che «è il sangue che dà il
movimento alla ruota sonante della storia». Come capo del governo
invitò gli italiani a considerarsi in stato di guerra permanente, e
dichiarò che in cima alla sua scala di priorità stava l'accrescimento
del potenziale militare sino ai limiti del possibile. Nuovamente
trascinato dalle sue stesse parole, si afferma in grado di mobilitare
rapidamente un esercito di cinque milioni di uomini e benché in
privato assicurasse ai diplomatici stranieri che non faceva sul serio,
non gli era facile ritirare parole pronunciate in pubblico. Ripeté
anzi l'asserzione, e nel 1927 informò il parlamento che avrebbe creato
una flotta aerea tanto grande da offuscare il sole. Dopo essersi
soffermato sulla bellezza delle mitragliatrici e dei cannoni, dichiarò
che soltanto la guerra poteva davvero nobilitare un popolo, e fissò a
se stesso la scadenza di un decennio per arrivare ad una
militarizzazione del paese tale da consentirgli di imporre la guerra
all'Europa e di conquistare all'Italia quel che le era dovuto. Una
buona parte di tutti questi discorsi pua esser stata seria solo a
metà. Ma non è sempre facile distinguere la verità dalla finzione a
fini oratorii, e alcuni fascisti non solo gradivano idee del genere,
ma rincaravano la dose, trascinando talvolta il loro capo in
un'alluvione di retorica verbosa. I giornali sostenevano non soltanto
che la guerra era la soluzione giusta dei problemi dell'Europa, ma che
si doveva desiderarla per se stessa. Si arriva addirittura a dire che
un positivo amore alla guerra era il principale tratto distintivo del
fascismo rispetto alla democrazia5, e tra gli incerti ci fu
chiaramente chi fu attratto al fascismo proprio dalla convinzione
ch'esso stesse rendendo l'Italia all'estero, oltre che rispettata,
temuta. Rinnegando il suo originario antimperialismo, Mussolini
cominciò a domandare che il Mediterraneo tornasse ad essere il mare
nostrum, e che l'Italia ampliasse il suo impero oltremare. Già a metà
degli anni Venti furono approntati piani particolareggiati per una
possibile occupazione dell'Etiopia, e nel 1928 la ripresa
imperialistico-militaristica veniva ormai orgogliosamente annunciata
come un fatto virtualmente compiuto. Mussolini non giunse al potere
nel 1922 in virtù di un pronunciamento militare, ma il fatto che negli
alti comandi i suoi simpatizzanti fossero numerosi lo aiuta. I suoi
primi due ministri della Guerra, il maresciallo Diaz e il generale Di
Giorgio, non erano membri del partito fascista, e quando Mussolini si
manifesta non disposto ad accettare le riforme da essi giudicate
necessarie, entrambi si dimisero. Ciò diede a Mussolini l'opportunità
di nominare se stesso titolare di tutti e tre i dicasteri militari per
il quadriennio successivo, 20; malgrado la sua incompetenza nelle
faccende militari gli impedisse di rendersi conto che soltanto riforme
radicali potevano produrre una forza combattente realmente moderna.
Come ministro responsabile di sette diversi dicasteri, non aveva
abbastanza tempo per elaborare scelte di lungo respiro in nessun
settore; e abolendo la libertà di stampa si precluse la possibilità
che qualcuno attirasse l'attenzione su questa deficienza cruciale, e
che dall'interno stesso delle amministrazioni interessate si tentasse
di porvi riparo. Quando poi s'i scrizione al Pnf divenne necessaria
alla promozione ai gradi superiori, l'esercito si trovò soggetto
all'abbraccio paralizzante del fascismo. A norma dello Statuto, il
comando supremo delle forze armate spettava al re. Mussolini si
adoperò ad aggirare questo fatto sgradevole, e nel giugno 1925 crea
una nuova figura nella gerarchia militare: il capo di stato maggiore
generale, direttamente responsabile verso il ministro e non verso il
sovrano. Il primo a ricoprire il nuovo grado fu il maresciallo
Badoglio, un uomo che parecchie persone ben informate ritenevano il
responsabile principale della disfatta di Caporetto, e che mancava
delle doti e di carattere e di cervello necessarie a compensare le
deficienze del suo ministro. I compiti della carica furono lasciati
nel vago, a tal punto che uno dei generali più anziani, Giuseppe
Ferrari, ebbe il coraggio di dire che la sua creazione rischiava di
paralizzare l'intero alto comando. Trattandosi di una profezia
destinata ad avverarsi, varrà la pena di aggiungere che Ferrari fu un
precoce fautore di un assai più spinta meccanizzazione dell'esercito.
Egli consigliò anche di usare accortamente le commesse governative per
costruire un'industria degli armamenti, e ammonì ch'era di primaria
importanza provvedere, con un impegno maggiore di quello allora in
atto, ad approntare piani serii in vista delle varie situazioni
belliche ipotizzabili. Sfortunatamente, la serietà nello studio e
nella discussione non faceva parte dello «stile fascista». Mussolini
poteva talvolta dare ascolto a voci critiche, ma era psicologicamente
incapace di sostenere una vera discussione, poiché odiava veder messa
in questione la sua autorità o la sua preveggenza. Così 21; la
Commissione suprema di difesa dissipò buona parte del suo tempo
occupandosi di faccende come il taglio delle divise o la composizione
del rancio per la truppa (se dovessero prevalervi i fagioli o i
cavoli). Non diversamente dalla carica di capo di stato maggiore,
questa commissione fu utilizzata da ussolini per creare nel pubblico
l'illusione che ci si adoperasse seriamente in progetti e preparativi.
Quanto al generale Ferrari, era ormai alla fine della carriera, e i
più giovani generali fascisti erano fatti di una stoffa diversa. Nel
1927 Mussolini dichiarò che la preparazione tecnica delle forze armate
era sufficientemente progredita da render la guerra qualcosa che
l'Italia non aveva ragione di temere'. Adulato e illuso dai suoi
subordinati, era forse già convinto di potersi fidare, su tali
questioni, del proprio personale giudizio; e annunciò grandiosamente
che non solo i problemi militari erano i più basilari di tutti i
problemi, ma ch'egli vi dedicava la parte maggiore del proprio tempo.
Fidandosi del proprio intuito, amava dar l'impressione di non aver
bisogno del consiglio degli esperti. Poteva così avvenire che lo
stesso giorno sottoscrivesse, senza neppure leggerle, decisioni
contraddittorie concernenti i vari dicasteri di cui era responsabile.
Una parte dei generali trovò conveniente adularlo e incoraggiare le
sue illusioni. Altri erano profondamente turbati dalla sua completa
ignoranza in materia militare, ma tacevano. E questo è l'uomo che
concentrò nelle sue mani ogni potere militare, nominandosi capo della
Milizia e primo maresciallo dell'Impero (nonché, come abbiamo visto,
ministro di tutti e tre i dicasteri militari), e arrivando infine a
soppiantare di fatto il sovrano nel comando supremo delle forze
armate. Un'illusione militare pericolosa, diffusa su ordine
governativo, e persino inserita a forza nei libri di scuola, voleva
che, di tutti i paesi belligeranti della prima guerra mondiale,
soltanto l'Italia fosse riuscita vittoriosa. Il suo esercito aveva
ripetutamente salvato l'Inghilterra e la Francia dalla disfatta, ed
essa avrebbe avuto pertanto il diritto di dettare la sistemazione di
pace. Ma per generosità e insensatezza s'era lasciata derubare di quel
che le spettava. Per corroborare 22; questa asserzione, il fascismo
non si peritò di manipolare i documenti. Il massimo degli storici
fascisti, Gioacchino Volpe, spiegò che sui manuali scolastici francesi
che raccontavano una storia diversa pesavano pregiudizi scandalosi,
mentre secondo lui gli italiani erano congenitamente incapaci di
angusto nazionalismo, e, di tutti i popoli, erano i soli addestrati a
giudicare di tali questioni storiche in modo imparziale. Un'altra
illusione, a questa strettamen te connessa, concerneva la sistemazione
di pace del 1919, la quale certo non assegnò all'Italia nessuna delle
colonie ex-tedesche cui essa ambiva, ma le ottenne in Europa, come lo
stesso Mussolini una volta riconobbe, vantaggi maggiori che a
qualsiasi altro belligerante. E tuttavia in breve tempo Mussolini
trovò conveniente sviluppare l'idea, totalmente diversa, che la pace
era stata un disastro, e gli storici ufficiali del regime costruirono
quindi l'immagine di un'Italia che un perfido inganno aveva frustrato
nelle sue ambizioni imperiali. Sul finire degli anni Venti la
revisione del trattato di Versailles era ormai divenuta il tema
centrale della politica estera fascista, e questo significò schierarsi
contro l'Inghilterra e la Francia, i cui interessi erano, all'opposto,
legati alla difesa della sistemazione di pace e ad un'Europa stabile.
Un segno precoce fu l'attacco alla Grecia nel 1923. Un altro fu il
trattato con l'Ungheria del novembre 1927. Come l'Ungheria, l'Italia
si affermava ora potenza <insoddisfatta», e di conseguenza tendeva a
prender posizione contro la Cecoslovacchia e laJugoslavia, che dalla
sistemazione del 1919 avevano guadagnato. Forse, si calcolava,
l'Italia poteva adoperarsi ad indebolire entrambi questi paesi sino a
provocarne la spaccatura, con il risultato di aprire all'influenza di
Roma la regione danubiana. Secondo Dino Grandi, succeduto a Mussolini
come ministro degli Esteri, esistevano ancora possibilità di
espansione imperiale addirittura in Asia Minore, e magari anche contro
i francesi in Corsica. Fu proposto alla Germania di associarsi con
l'Italia in un'azione congiunta mirante ad ottenere colonie in Africa,
e Grandi dette istruzioni ai diplomatici italiani di mantenersi in
contatto con i movimenti separatisti operanti in Russia e in diversi
Stati balcanici. Il 23; proposito di Mussolini era di trovarsi pronto
a sfruttare qualsiasi occasione, e a un certo punto si baloccò persino
con l'idea di utilizzare l'Afghanistan come tramite per intromettersi
nella politica dell'Asia centrale. Grandi s'era guadagnato i galloni
come brutale capo di squadre d'azione durante la conquista fascista
del potere. Entrato agli Esteri dopo le dimissioni di Contarini, uno
dei suoi primi compiti fu di porre sotto pressione gli alti funzionari
del ministero perché aderissero al Pnf. Nel 1927 una prima infornata
di militi fascisti veniva quindi immessa nella carriera diplomatica, e
Mussolini spiegò che l'intero settore doveva essere completamente
fascistizzato nel giro di un anno. Tra i nuovi arrivati qualcuno non
possedeva altra qualifica che il servizio fedelmente prestato nelle
squadre e nel partito, e la maggioranza aveva scarsa istruzione e
scarsa conoscenza delle lingue e dei paesi stranieri. La iattanza e la
goffaggine di cui dettero prova nelle capitali straniere fu causa per
la rivoluzione fascista di considerevole discredito. Due piccoli
fatti, entrambi avvenuti nel 1928, rivelano ulteriori aspetti dello
sviluppo della politica estera fascista. Il primo vede Mussolini che,
quasi subito dopo aver firmato il Patto Kellogg di rinuncia alla
guerra, lo commenta in tono sarcastico dinanzi alla Camera. Spiega che
se gli venisse sottoposto un qualsiasi altro trattato analogo, egli si
affretterebbe a firmarlo, come aveva firmato a Locarno, ma che la sua
politica continuerà a poggiare su un esercito forte, e sul fatto che
sarà la guerra, e non la pace, ad introdurre in Europa i necessari
mutamenti. Il secondo episodio riguardò il controllo internazionale di
Tangeri. All'amministrazione di questa città partecipavano la Spagna,
la Francia e l'Inghilterra, ma non l'Italia; e dell'ingresso italiano,
su un piede di parità con le altre potenze, Mussolini fece una
questione di primaria importanza. Egli descrisse la situazione come
gravida di conflitti potenziali (era nell'interesse del fascismo tener
in vita fattori di disturbo di tal genere il più a lungo e con la
massima intensità possibile, finché le controversie non si
risolvessero a suo favore). Con un gesto drammatico, inviò a Tangeri
una squadra 24; navale al comando del principe di Udine, e gli
equipaggi furono accolti dai fascisti locali con una rumorosa
ostentazione di spiriti guerrieri. Finì che il punto di vista di Roma
prevalse, e l'Italia fu invitata a partecipare all'amministrazione
internazionale. Situata più vicina alla penisola, l'Albania era
oggetto della vigilante attenzione di Mussolini. Per qualche tempo
questo piccolo paese costituì anzi l'asse principale della politica
estera fascista. Le truppe italiane avevano occupato l'Albania durante
la prima guerra mondiale, ma s'erano ritirate a seguito di una
ribellione patriottica contro l'invasore (1920). Era intenzione di
Mussolini recuperare questa posizione perduta, poiché si riteneva che
il possesso dell'Albania, situata di là dal Canale d'Otranto, avrebbe
dato all'Italia il controllo dell'accesso all'Adriatico. Cominciò
appoggiando un capotribù locale, Ahmed Zog, nella sua vittoriosa lotta
per il potere a Tirana, dopodiché incoraggiò gli investimenti italiani
e convinse gli inglesi a cedere alcune delle loro concessioni
petrolifere in Albania. Prese quindi saldamente in pugno l'economia
del paese, che nel novembre 1926 un trattato riduceva alla condizione
di satellite dell'Italia. Questo trattato fu esibito come tipico dello
«stile fascista» in politica. Uno dei suoi scopi era di creare una
minaccia sulla frontiera jugoslava; un secondo di contrastare
l'influenza francese nei Balcani; un terzo di estendere l'influenza
economica e politica dell'Italia prima che la Germania fosse
abbastanza forte da competere con essa nell'Europa sudorientale.
Sebbene Mussolini continuasse a protestare che non nutriva alcuna mira
contro l'indipendenza albanese, le sue azioni parlavano in un senso
differente. Nell'imporre il suo protettorato sull'Albania, minacciò
chiaramente soluzioni di forza, ed affermò che non avrebbe tollerato
alcuna interferenza da parte della Società delle nazioni. Quando i
francesi reagirono avvicinandosi alla Jugoslavia, ciò ebbe il solo
effetto di accrescere la sua determinazione a forzare la conclusione
della vicenda, mentre gli altri paesi, che desideravano evitare
qualsiasi scontro sul teatro dei Balcani, non erano disposti ad
impiegare piegare la forza contro di lui, e ci si poteva quindi
attendere la loro tacita acquiescenza. Era un altro esempio del
revisionismo di Mussolini, e della sua intenzione di svincolarsi dagli
accordi internazionali ogniqualvolta questi gli ostacolassero il
cammino. Nel 1927 ufficiali italiani addestravano l'esercito albanese
in vista di una guerra con la Jugoslavia, di cui ben difficilmente si
potrebbe dire che corrispondesse agli interessi della popolazione
locale. Degli amministratori italiani in Albania alcuni fecero un buon
lavoro, ma molti altri erano notoriamente corrotti, e per soffocare le
voci critiche riuscirono a sopprimere i giornali di opposizione, i
quali avevano attirato l'attenzione appunto su questo fatto. Ma
guadagnarsi amicizie era assai più difficile. Tra i conservatori
inglesi certuni, che pur s'erano proclamati amici del fascismo,
s'accorsero ora, a causa di questo maldestro intervento imperialistico
nell'Adriatico, che Mussolini era una forza pericolosa in Europa. La
politica di attiva ostilità verso la Jugoslavia può aver lusingato
l'amor proprio dell'Italia, ma provocò la perdita di vecchi amici, e
creò senza ragione nuove inimicizie. Inoltre, accrescendo la tensione
nei Balcani Mussolini non faceva altro che agevolare proprio quel
rafforzarsi dell'influenza tedesca che sperava di impedire. Ancora, la
scelta di puntellare l'economia albanese aveva un costo finanziario
estremamente gravoso per l'Italia; e si dovettero dare a Zog parecchi
milioni di dollari l'anno nella speranza, non troppo solida, che ciò
gli avrebbe impedito di volgersi alla Jugoslavia. Talvolta si
rendevano necessarie, per tenerlo in riga, dispendiose azioni
militari. Metodi di controllo diversi sarebbero stati meno efficaci, e
benché una volta Mussolini tentasse di trovare una moglie italiana per
il re d'Albania, Zog insisté per aver nulla di meno che una figlia del
re d'Italia, e l'offerta fu lasciata cadere, non senza qualche
imbarazzo. L'Albania sarebbe stata annessa da Mussolini soltanto nel
1939, ma già nel 1928 il ministero degli Esteri italiano la
considerava virtualmente acquisita al territorio nazionale. Vennero
fatti vaghi progetti per insediarvi grosse schiere di contadini
italiani (dopo aver allontanato con la forza dalle 26; zone più
fertili i cittadini albanesi), e questa idea fu difesa con l'argomento
che non era peggiore dello sterminio dei pellirosse perpetrato dagli
americani attraverso l'alcool. Secondo Vincenzo Lojacono, responsabile
degli affari albanesi e titolare della direzione generale per gli
Italiani all'estero, «La verità è (...) questa: che in Albania oggi si
fonda e si prova la capacità di espansione e la volontà dell'Italia
Fascista di avere anch'essa il suo Impero. La via imperiale passa
dall'Albania; e non si può parlare di ulteriori tappe e di successive
mete, se la prima tappa, che è questa che si chiama Albania, non sarà
coperta. Questa è dunque la prova del fuoco dell'Italia Fascista. Una
volta stabilitasi sul suolo albanese, una volta soggiogato «questo
paese a razza decadente», l'Italia sarebbe potuta avanzare verso più
lontani obiettivi espansionistici in Africa e nel Levante. Non
capitava spesso che Mussolini avesse una politica estera ben elaborata
e coerente. Egli preferiva, e la cosa era anche più congeniale alla
relativa debolezza dell'Italia, l'assai meno faticosa linea della
ricerca di modesti successi singoli, la linea delle piccole punture di
spillo, animate dalla speranza che ne emergesse una situazione
suscettibile di venir sfruttata. In generale aveva scarsa simpatia per
l'idea della diplomazia come lenta trattativa basata sul compromesso.
Oltre che ai gruppi insurrezionali in Ungheria e Austria, fornì armi
anche alla Grecia e alla Spagna; e ai soldati spagnoli, tedeschi e
ungheresi fu offerta la possibilità di un addestramento militare
segreto sul territorio italiano. Nei Balcani la politica fascista
consisté nell'aiutare qualsiasi movimento irredentista che fosse in
grado di contribuire a moltiplicare le tensioni. Con la Jugoslavia
Mussolini fu peraltro più ambivalente. C'erano infatti in lui due
idee: una, ch'essa doveva esser persuasa ad accettare come proprio
patrono l'Italia in luogo della Francia; e l'altra, che, essendo la
Jugoslavia una «creazione artificiale» di Versailles, essa poteva, se
posta sotto pressione, disintegrarsi, nel qual caso l'Italia era
pronta a rivendicare la Croazia, e magari l'intera costa dalmata.
Mussolini disponeva di piani per una possibile invasione del paese al
fine di imporre la posizione dell'Italia come potenza egemone nei
Balcani e nel bacino del Danubio, territorio ch'egli chiamava
«l'entroterra dell'Italia». Un primo passo consisté nell'incoraggiare
i movimenti separatisti operanti in Jugoslavia. Furono costituiti in
Italia due campi segreti, in cui un gruppo di esuli croati fu
addestrato all'attività terroristica. In Macedonia Grandi era in
contatto con due fazioni dissidenti rivali, una delle quali
l'Organizzazione rivoluzionaria macedone, impiegò denaro italiano per
finanziare una campagna di assassini e altre azioni criminose
apparentemente prive di uno scopo determinato. I suoi obiettivi non
erano chiarissimi; ma, politica a parte, sembra essersi trattato di
volgari banditi che vendevano i loro servizi a più di una delle parti
in giuoco, e probabilmente ricevevano denaro anche dalla Russia
sovietica. Quanto esattamente i fascisti investirono in gente così
infida, non è possibile sapere, ma è certo che fu denaro sprecato3'.
Naturalmente in Italia l'opinione pubblica non sapeva nulla di questo
aspetto della politica estera nazionale. La propaganda ufficiale si
limitava a proclamare che i croati e gli altri movimenti
insurrezionali erano i difensori dei valori occidentali contro la
barbarie, mentre i serbi, in Jugoslavia l'elemento dominante, erano, a
detta di Roberto Farinacci, «un nemico selvaggio, provocatore e
ubriaco di spirito di conquista e pericoloso per la pace del mondo».
All'epoca della marcia su Roma Adolf Hitler, capopartito tedesco
ancora quasi sconosciuto, fu grandemente impressionato dal successo
del movimento fascista, e tentò di stabilire un contatto con
Mussolini. Disse chiaramente agli italiani ch'era sua intenzione
restaurare la potenza tedesca, e che sperava per questa impresa nel
loro aiuto. Ammise che voleva un'unione, o Anschluss, tra Germania e
Austria, e se l'Italia avesse dato il suo assenso all'operazione, in
cambio egli avrebbe garantito la frontiera italo-austriaca del
Brennero, scoraggiando le rivendicazioni della popolazione di lingua
tedesca incorporata dall'Italia nel 1919. Mussolini si rendeva conto
che un giorno un'alleanza con i tedeschi sarebbe potu ta riuscirgli
utile, e già nel settembre 1923 si chiedeva se laGermania era forte
abbastanza da impegnare l'esercito francese nel caso ch'egli si
decidesse ad attaccare la Jugoslavia. S'egli abbia aiutato oppure no
Hitler nell'abortito putsch nazista del novembre 1923, resta tuttora
dubbio, ma va considerato improbabile. E però certo che poco tempo
dopo inviava in segreto denaro e armi ai nazionalisti tedeschi, allo
scopo di indebolire la Repubblica di Weimar. Benché continuasse a
parlare dei nazisti con un certo disprezzo, diede ospitalità a
Goering, venuto nel 1924-25 in Italia per rimettersi in salute dopo
una ferita. Hitler scrisse per domandare (invano sino al 1931) una
fotografia firmata di Mussolini, e ogniqualvolta personalità fasciste
visitavano il quartier generale nazista a Monaco, vi trovavano esposto
in grande evidenza un busto bronzeo del duce. Lungo tutti gli anni
Venti, il fascismo continuò a mantenere parecchi contatti con
movimenti di destra transalpini. Elementi militaristi tedeschi fecero
capire che avrebbero gradito un giorno l'aiuto italiano per
sconfiggere la Francia, dopo di che sarebbe stato consentito
all'Italia di annettersi buona parte del Nord Africa. Nel 1926 si
svolsero conversazioni tra i generali Capello e von Seeckt, e gli
industriali italiani manifestarono il loro interesse a creare in
segreto stabilimenti che aiutassero la Germania a fabbricare gas
tossici. I diplomatici italiani, e specialmente il presidente della
Camera di commercio italiana di Berlino, il maggiore Renzetti,
vedevano di tanto in tanto Hitler, e nel 1928 Mussolini si dichiarò
pronto ad incontrare il capo nazista, benché in via ufficiale si
continuasse a negare qualsiasi contatto tra i due movimenti. Hitler
era ansioso di minimizzare ogni possibile divergenza tra i due paesi,
sì da render possibile un programma comune. Quel ch'egli proponeva era
un accordo di lungo respiro che definisse le due distinte sfere
d'interessi: l'Italia avrebbe avuto il Mediterraneo, mentre alla
Germania sarebbe stata riconosciuta un'influenza predominante
sull'Europa settentrionale ed orientale. Hitler aspirava soprattutto
ad allontanare l'Italia dalla coalizione con la Francia e
l'Inghilterra, 29; vale a dire dall'alleanza sulla cui base gli
italiani avevano combattuto la guerra mondiale. Se le reazioni di
Mussolini apparivano talvolta tiepide, la ragione principale era
ch'egli comprendeva come l'Anschluss, portando sul confine del
Brennero una delle grandi potenze europee, avrebbe cancellato l'unico
successo decisivo riportato dall'Italia con la guerra mondiale. Aveva
quindi deciso di non poter consentire un colpo così duro al prestigio
fascista. Per il momento questo particolare pericolo sembrava però
lontano, e il duce credeva di aver ben poco da perdere, sul breve
periodo, da un rientro tedesco sulla scena europea. Al contrario,
aveva qualcosa da guadagnare, giacché la posizione dell'Italia era più
forte quando poteva oscillare tra gruppi di potenze rivali, ed egli
abbisognava pertanto di un antidoto all'Inghilterra e alla Francia
nell'equilibrio europeo. Contemporaneamente, era ansioso di rafforzare
i gruppi di destra austriaci, perché il suo proprio movimento fascista
avrebbe guadagnato in forza e fama se fosse riuscito a diffondersi in
altri paesi precedendo i nazisti. Diplomatici e generali italiani si
adoperarono quindi a costituire depositi di armi presso la frontiera
austriaca, in vista di una insurrezione progettata dalle Heimwehren
(formazioni paramilitari) per impadronirsi del potere a Vienna. Una
siffatta politica non era del tutto coerente, poiché
contemporaneamente si dava aiuto al movimento nazista in Austria,
contrapposto alle Heimwehren, e somme enormi venivano tuttora
elargite, con grave danno del Tesoro italiano, allo tesso governo
austriaco, nel tentativo di conservare l'influenza italiana a Vienna e
di creare una barriera più solida contro qualsiasi eventuale mossa
aggressiva della Germania. Verosimilmente, si sperava che l'una o
l'altra di queste politiche avrebbe finito col giovare agli interessi
italiani. Al tempo stesso Mussolini inviava armi, di nuovo in
violazione dei trattati, in Ungheria. L'estensione di questo traffico
in partenza dall'Italia non è nota. Quando, nel gennaio 1928, una
partita di queste armi venne scoperta, il ministero degli Esteri
italiano falsificò dei documenti per mascherare la cosa, e si discusse
la possibilità di trovar qualcuno sufficientemente patriota da fare
una falsa confessione e finire in galera, sì da discolpare il governo.
Benché un'indagine della Società delle nazioni venisse, su richiesta
italiana, insabbiata, giornalisti stranieri stabilirono che l'Italia
contrabbandava armi a vari partiti fascisti europei sin dal 1922. Nel
1929, pochi giorni dopo aver assunto la direzione del ministero degli
Esteri, Dino Grandi autorizzava la continuazione delle sovvenzioni
segrete a gruppi sovversivi austriaci e unghereSi, e fu avanzato il
progetto di addestrare in segreto in Italia soldati ungheresi. Su
direttive personali di Mussolini, un accordo analogo fu concluso con
altri paesi, le cui ambizioni revisionistiche potessero riuscirgli
utili. Parecchio tempo prima dell'ascesa di Hitler al potere, soldati
tedeschi venivano clandestinamente in Italia per ricevervi un
addestramento militare, e il governo di Berlino studiò la possibilità
di costituire in territorio italiano depositi di munizioni, sì da
aggirare i termini del trattato del 1919. Furono create parecchie
unità di addestramento, e diversi gruppi di piloti tedeschi si
succedettero in Italia per far pratica, in uniforme italiana, di
bombardamento e combattimento aereo. Mussolini si disse felicissimo di
prestare tutto l'aiuto che poteva a quest'opera di ricostruzione
segreta dell'aviazione tedesca, la quale violava i termini del
Trattato di Versailles. La politica estera fascista era talvolta
governata in misura chiaramente eccessiva da considerazioni
ideologiche. Altre volte invece passava all'estremo opposto, e menava
vanto di quel realismo che induceva Mussolini, nonostante tutto il suo
anticomunismo, a guardare con simpatia alla Russia sovietica. Benché i
fascisti non perdessero mai di vista l'importanza del poter posare a
grandi avversari del bolscevismo, il duce era fiero d'esser il primo
statista europeo che concludesse un accordo con i sovietici; e
l'assiduità con cui questa leggenda fu alimentata indica che la
pretesa, per quanto infondata (è anzi persino possibile che
l'antibolscevismo mussoliniano abbia ritardato un riconoscimento che i
governi liberali italiani avevano preparato prima del 1922), doveva
stargli a cuore. Certi giornali fascisti mostrarono verso la Russia un
marcato atteggiamento di simpatia, almeno sino al 1936; e qualcuno
continuò a chiedersi se i due regimi non stessero sia pur seguendo
strade diverse, avvicinandosi fino a divenir quasi identici. Quanto
meno, passò per la mente di ussolini l'idea che la Russia potesse
dimostrarsi un alleato più sicuro della Germania. Egli stesso sembra
esser stato per un momento trascinato dalla sua propria stampa a
pensare che la Russia aveva abbandonato Marx, e poteva forse esser
persuasa a sostituirlo con il fondatore del fascismo. Quanto ai capi
russi, una siffatta presunzione gli sarebbe certo parsa grottesca. Ma
erano anch'essi decisi a non permettere che l'ideologia impedisse un
rapporto col fascismo assai più stretto di quanto gli altri partiti
comunisti europei desiderassero. Grandi successe come ministro degli
Esteri a Mussolini nel settembre 1929. L'esperienza del nuovo incarico
lo rese meno bellicoso e meno ideologizzato nelle sue vedute, e
cominciò pertanto ben presto ad acquistarsi fama di moderato. Ma,
prudente, continuò, come gli altri ministri, a pubblicizzare la sua
risoluta volontà di lasciare che le scelte politiche fossero dettate
direttamente da Mussolini; e nell'adulare il capo pochi altri gerarchi
fascisti sorpassavano in bassezza Grandi. Benché, rispetto ai suoi
colleghi, attribuisse un valore maggiore alle buone relazioni con gli
altri paesi, e non sempre simpatizzasse con la tendenza di Mussolini
ai grandi gesti e alla fraseologia intransigente, egli proclamava che
i suoi propositi erano essenzialmente gli stessi: vale a dire
sbarazzarsi della «cosiddetta amicizia italo-brittannica [sic!] e
italo-francese. In questo periodo la politica fascista era ancora una
politica di collaborazione con la Società delle nazioni.
L'atteggiamento di Mussolini verso la SdN era stato sin dal primo
momento ambiguo: certo, avrebbe preferito che non esistesse, ma
d'altro canto non poteva permettersi di essere lasciato in disparte.
Ciò che specialmente lo infastidiva era la tradizione parlamentare di
discussioni aperte, rimasta viva a Ginevra ancora parecchio tempo dopo
che il fascismo aveva proclamato l'inevitabile vittoria delle opposte
virtù dell'autorità e 32 Le guerre del Duce della disciplina. Una
volta tentò di ottenere il trasferimento della segreteria della
Società a Vienna, dove l'influenza italiana aveva un peso maggiore.
Egli aveva poi l'idea che le nazioni extra-europee dovessero restarne
fuori. Entrambi questi suggerimenti caddero nel vuoto, ma Mussolini
riuscì a collocare nelle posizioni dirigenti della burocrazia
societaria alcuni dei suoi candidati, e gli diede istruzioni precise e
costantemente ripetute su come utilizzare le loro funzioni per
favorire gli interessi italiani. Ciononostante, annunciò che se non si
fosse provveduto a riformare radicalmente la SdN, attribuendo un peso
maggiore al voto delle grandi potenze, l'Italia avrebbe finito con
l'uscirne. Quando il ministro degli Esteri francese, Aristide Briand,
tentò di andar oltre Locarno, avanzando l'idea di un'unione federale
europea, l'iniziativa sembrò una manovra per accrescere l'influenza
francese, e quindi qualcosa cui occorreva opporsi. Per contrastare
qualsiasi progresso dell'ideologia democratica, era stato creato in
Svizzera, con denaro italiano, un istituto fascista internazionale
«indipendente»; e contro l'idea di Briand fu fondata in Italia, con
l'aiuto di sovvenzioni governative, una nuova rivista, chiamata
«Antieuropa», con il compito di propagandare l'alternativa di
un'espansione mondiale del fascismo. Mussolini incaricò il suo
direttore, Asvero Gravelli, di studiare la possibilità di creare una
società fascista internazionale che facesse di Roma un centro
alternativo ad un tempo a Ginevra e a Mosca. «Antieuropa» proclamò
senza falsa modestia che il fascismo era la più grande rivoluzione
dell'epoca moderna. Soltanto Mussolini aveva l'intelletto e la volontà
necessari per imporre all'Europa una disciplina appropriata, e per
sfidare i valori della democrazia, del comunismo e dell'americanismo.
Oltracciò, di tutti i paesi l'Italia era la sola a possedere una
posizione di primato spirituale suscettibile di venir universalmente
riconosciuta. L'Europa di domani, scriveva «Antieuropa», sarebbe
stata fascista e arrogantemente aggressiva, poiché nel mondo non
restava spazio alcuno per i deboli e i timorosi. Si sarebbe dovuto
sottrarre all'Inghilterra l'egemonia sul Mediterraneo, e l'Italia
sarebbe quindi tornata a dominare il mare nostrum. Nello sviluppo di
questi temi, non tutte le tesi di Gravelli erano originali. Molti
intellettuali e capi fascisti disponevano di altri giornali, che
usavano per costruire propri gruppi di potere entro il regime, e in
cui che difendevano monotonamente qualsiasi idea che fosse
correntemente accettata. «Politica» di Francesco Coppola, l'«Augustea»
di Franco Ciarlantini e «La Stirpe» di Edmondo Rossoni s'erano già
fatti paladini della <latinità» contro l'americanismo, nonché della
costituzione di un nuovo impero romano nel Mediterraneo. Malgrado
avesse fama di moderazione, e di sensatezza superiore alla media, la
rivista di Bottai, «Critica fascista», profetizzava un nuovo ordine
europeo in cui l'Italia avrebbe avuto il ruolo di guida. Soltanto
l'Italia, sostenne «Critica fascista», poteva fornire il necessario
elemento di vitalità e di energia costruttiva. L'Italia era anzi già
l'asse dell'Europa», e col tempo sarebbe divenuta l'«asse del mondo».
La saggezza di Roma non era confrontabile col mero egoismo di
Washington e Londra. Il fascismo era ora merce d'esportazione, e anzi
l'unica merce d'esportazione di cui l'Italia disponesse in abbondanza.
L'Italia graziosa e gentile di ieri andava mutandosi in qualcosa di
duro, di intransigente e di virile. Essa aveva imparato che la
grandezza nazionale si misura con il grado di allarme suscitato fuori
dei confini. Parallelamente a tutto ciò, procedeva la richiesta di un
nuovo «imperialismo spirituale» italiano, fondata sulla ferma
convinzione che la cultura italiana fosse il meglio, e ch'essa sola
sarebbe stata capace di educare il resto del mondo. Nel 1926 Mussolini
affermò che «spetta agli scrittori di fare quello che si può chiamare
imperialismo spirituale». Nel teatro, nel libro, con la conferenza.
Far conoscere l'Italia non soltanto per ciò che essa ha di grande nel
passato. Quando dissi che io avevo visitato solo due pinacoteche, non
era vero: ne ho visitate parecchie. Volevo dire che non dobbiamo
fermarci alle pinacoteche; ma bisogna lavorare dentro di sé, rodersi
dentro di sé, produrre qualche cosa di nuovo, perché abbia il sigillo
del nostro tempo. Portare che cosa? La 34 conoscenza del nuovo Stato
italiano, come l'ha fatto la guerra e come sta facendolo la
rivoluzione fascista. Vivere in questa atmosfera, non estraniarsene,
perché è inutile e può essere, alla fine, sterile ed infecondo».
Abbastanza tipica di questo atteggiamento era l'orgogliosa asserzione
che stranieri come Byron o Shakespeare dovevano il loro successo a
quel che avevano appreso dall'Italia. Altrettanto vigorosa fu la
richiesta di elevare barriere contro l'arte e la letteratura
straniere, ritenendosi sbagliato che, malgrado il fascismo, molti
italiani restassero innamorati dell'estero, e di ciò che Leo Longanesi
chiamava «il mal francese, la libertà». Secondo Carlo Costamagna, un
internazionalismo delle idee era non meno pericoloso di un
internazionalismo finanziario o politico. Se entrate in una galleria
d'arte italiana, diceva, la cosa più probabile è che v'imbattiate non
già in una virile e fascista arte italiana, ma in decadenti epigoni
dell'impressionismo francese. Se aprite un trattato di medicina o di
economia, proseguiva, su dieci nomi citati otto saranno stranieri, e
questo è sbagliato. Fortunatamente il ministro dell'Educazione
nazionale ordinò che una metà di tutta la musica eseguita in pubblico
doveva essere italiana (sebbene apparisse scandaloso che gl'impresari
di concerti avessero bisogno, per introdurre una riforma così ovvia,
di esservi costretti per legge). Ancora più grave era la più sottile
invasione dell'Italia da parte dell'americanismo, questo malanno che
andava contagiando l'intera vita europea. Dalle opere degli scrittori
americani, si citava il nome di James Joyce!, si rilevava che
«L'intelligenza media di un adulto negli Stati Uniti è pari a quella
di un ragazzo medio di quattordici anni europeo». La società americana
era una società modellata sulle formiche e le termiti, e l'Europa
doveva affrettarsi ad unirsi e resistere a tale nefasta influenza.
«Critica fascista» avanzava intanto la tesi che in Italia si
traducevano troppi libri stranieri, ad opera di editori che
sfruttavano l'ignoranza e il cattivo gusto del pubblico dei lettori.
La cosa era tanto più grave, in quanto i romanzi russi e francesi
contaminavano la gioventù, minacciando di mandare all'aria il duro
lavoro compiuto dagli entusiasti educatori fascisti. Un esempio
preoccupante era quello di H. G. Wells, la cui History of Europe,
giudicata in Inghilterra opera priva di valore, introduceva di
contrabbando in Italia idee pericolose. Secondo la rivista di Bottai,
«il male è che libri così disfattisti, narcotizzanti, negatori
dell'idea romana, vengano tradotti e dati in pasto ad un pubblico che,
fatalmente, si sente attratto verso le esposizioni storiche sintetiche
e, per di più, scritte da un romanziere». Tre quarti dei libri
pubblicati in Italia erano traduzioni, scrisse «Antieuropa», e gli
scrittori fascisti avevano tutte le ragioni di guardare a questa
situazione come ad una forma di concorrenza sleale. Non era certo
possibile accettare il principio di tolleranza invocato dal Pen Club;
al contrario, le migliori opere d'arte erano sempre nate in
un'atmosfera di intolleranza, e appunto tale atmosfera l'Italia
fascista doveva incoraggiare". Il retore ch'era in Mussolini subiva il
fascino delle forme estreme di nazionalismo culturale e politico, e
dopo il 1930 i discorsi del duce sembrano perdere in precisione e
acquistare in stravaganza. Il fascismo non era più soltanto un
fenomeno italiano, ma qualcosa di universalmente applicabile: egli era
ora in grado di divinare un'Europa fascista, ed un'Italia liberata
dalla gabbia del Mediterraneo. Parlò dell'ascesa del popolo italiano
verso la grandezza come di un processo inevitabile, in qualche modo
divino, che probabilmente poteva esser realizzato soltanto dalla forza
delle armi, o perlomeno dalla minaccia di impiegarla. Giacché «le
parole sono bellissima cosa, ma moschetti, mitragliatrici, navi,
aeroplani e cannoni sono cose ancora più belle». E «Allora, tutto il
popolo, vecchi, bambini, contadini, operai, armati ed inermi, sarebbe
una massa umana e più che una massa umana un bolide, che potrebbe
esser scagliato contro chiunque e dovunque. Con una siffatta sanzione
ufficiale della linea estremistica, gli organi e i portavoce della
macchina propagandistica intonarono un coro compatto, esortando gli
italiani a rinunciare all'edonismo del passato, sì da fare della
potenza nazionale il loro unico obiettivo, ed invitandoli a godere
della nuova sensazione di esser ammirati, e anche, perché no, guardati
con 36; ostilità e antipatia. Gli italiani erano un popolo superiore,
e avevano bisogno di un impero. Dichiarazioni ufficiali del Pnf
batterono sul tema che l'Italia era oggetto dell'invidia universale, e
percorreva con dieci anni di vantaggio la strada su cui tutti dovevano
incamminarsi. Essa era guidata verso il suo destino imperiale da un
superuomo, il duce, il quale, scrisse «Gioventù fascista», «par
coordinare e dirigere tutta la politica europea. Per convincersi di
ciò, basta osservare il movimento diplomatico europeo di questi ultimi
tempi. Pensate, giovani, che l'Italia va mettendosi alla testa del
mondo e che molte invidie suscita». Secondo M. Salvadori, si doveva
far sì che americani, inglesi e russi riconoscessero la loro
inferiorità rispetto agli italiani. Ancora Salvadori scriveva nel 1929
che «se gli Italiani sono coscienti della loro missione civilizzatrice
nel mondo, l'Unione Mediterranea sarà un giorno, forse non troppo
lontano, una realtà, e vedremo sotto altre forme ed altri aspetti
crearsi un nuovo Impero Romano, grande, potente, magnanimo, maestro di
sapienza civile e di educazione politica a tutto il mondo (...) Roma,
antica capitale di un immenso Impero, non può contentarsi dell'Italia;
l'Italia, già arbitra delle forze di un mondo, non può contentarsi di
restare racchiusa nelle sue frontiere (...) Non più Stati indipendenti
e semi-barbari, come lo sono ancora parecchi sulle rive del
Mediterraneo, ma un'unica Nazione, con un'unica grande luminosa
civiltà». Il ministro Grandi, nel momento stesso in cui assolveva il
suo compito pubblico, consistente nel rassicurare i diplomatici
stranieri sulle intenzioni pacifiche dell'Italia, in privato
incoraggiava Mussolini nella sua tendenza verso la declamazione
bellicosa, consigliandogli d'esser più fiero, più machiavellico, meno
preoccupato del disarmo e della SdN. Nelle sue parole, «Il tempo
lavora per noi. Noi saremo un giorno gli arbitri della guerra sul
Reno. Nel frattempo dobbiamo prendere la più alta quota possibile
nella politica continentale europea. Fare della diplomazia e
dell'intrigo, applicare Machiavelli un po' più di quello che non
abbiamo fatto sinora. Il Trattato di Locarno, un pezzo di carta
inventato dalla democrazia, può diventare nelle nostre mani la biscia
che 37; morde il ciarlatano. Con tutti e contro tutti. Armarci e
isolarci sempre di più per venderci a caro prezzo nelle ore della
grande crisi futura». Talvolta i fascisti adottavano la tecnica di
pronunciare discorsi di magnificazione delle glorie della guerra e
della dominazione, facendoli seguire da ritrattazioni a metà, in cui
si spiegava agli stranieri che discorsi del genere erano destinati ad
un consumo esclusivamente interno. Né tutti giudicavano il fatto che
Mussolini amasse presentarsi nelle vesti diversissime del
pacificatore, e anzi come l'unico uomo di Stato in tutto il mondo i
cui sforzi fossero realmente rivolti al mantenimento della pace, come
una incoerenza. La verità è che Mussolini aveva imparato che in sede
pubblica la coerenza non era una virtù importante, o comunque meno
importante dell'apparir sfacciatamente sicuro di sé, sfrontatamente
temerario. Durante i primi anni Trenta, quando fervevano le
discussioni sul rallentamento della corsa al riarmo, qualche volta
Mussolini e Grandi giocarono un ruolo positivo. E ciò per varie
ragioni, non ultimo il fatto che la spinta agli armamenti minacciava
di rivelarsi molto costosa per una nazione povera, mentre d'altro
canto qualsiasi progresso sulla via del disarmo sembrava destinato ad
accrescere la forza relativa dell'Italia. In particolare, i dirigenti
italiani avrebbero visto di buon occhio l'imposizione di limiti alla
costruzione di navi da guerra, carri armati e artiglieria pesante,
vale a dire delle componenti più costose dell'apparato bellico. Un
tale atteggiamento era probabilmente del tutto sincero. Ma altrettanto
sincera era, in Mussolini e in Grandi, la determinazione, con esso
inconciliabile, a raggiungere la parità navale con la rancia,
necessaria perché, si pensava, restar indietro alla Francia avrebbe
diminuito la statura dell'Italia agli occhi del mOndO. Quando le
parole dovettero cedere il posto ai fatti, Mussolini assunse di nuovo
personalmente gli Esteri (luglio 1932), licenziando Grandi, il quale
lasciò malvolentieri palazzo Chigi per diventare ambasciatore a
Londra. Era generalmente diffusa la sensazione che, dopo tutte le
promesse grandiose del duce, la politica estera italiana avesse
ottenuto 38; ben poco. Malgrado i giornali affermassero che l'Italia
dominava il mondo, di fatto chi aveva accesso alla stampa straniera
sapeva che ciò era assai lontano dalla verità. Di questa situazione si
poteva opportunamente render responsabile Grandi, volendo intendere
ch'egli aveva perseguito una politica troppo tenera verso la SdN e le
democrazie occidentali. Ma Grandi non avrebbe mai agito senza
istruzioni precise, e del resto, se tra lui e Mussolini vi fossero
stati dissensi seri non sarebbe stato mandato a Londra. Egli aveva
avuto l'ordine di farsi paladino della tradizionale e realistica
politica italiana consistente nel ricercare in Europa un equilibrio
delle forze tale che il peso dell'Italia potesse giocare in modo
decisivo. Ora Mussolini voleva invece un atteggiamento più aggressivo.
Già negli anni 1931-32 il graduale ritorno della Germania ad una
posizione di forza stava risvegliando in Francia la consapevolezza
dell'impossibilità di resistere indefinitamente alle rivendicazioni
coloniali italiane, e ciò accrebbe l'interesse di Mussolini a
riassumere personalmente la guida degli affari esteri.
Nell'allontanamento di Grandi si esprimeva in parte la critica di non
aver giocato una parte di maggior rilievo nella conferenza sul disarmo
di Ginevra. La cosa era importante, perché a seguito del fallimento
della conferenza il fascismo si sarebbe trovato ad affrontare
un'onerosa corsa agli armamenti. L'episodio rifletteva inoltre senza
dubbio anche una delusione per il fatto che le sempre più grandiose
pretese del fascismo ottenevano, fuori del paese, così scarsa udienza;
e Mussolini intendeva riservare a se stesso il credito che sarebbe
derivato dalla linea più dinamica che Si proponeva di mettere in atto.

capitolo terzo.
COLONIE. (
1922-1932).

Fino ad un'età abbastanza avanzata, Mussolini ebbe sulla questione coloniale


poche e superficiali idee. Non era comunque per nulla un imperialista. Al
contrario, da buon socialista aveva criticato i liberali italiani per le
atrocità commesse a danno dei popoli coloniali e per il denaro speso in
iniziative imperialistiche di prestigio piuttosto che nella soluzione di
urgenti problemi interni'. Ma una volta al potere, il fascismo proclamò la
necessità dell'impero, proponendo in buona parte gli stessi argomenti
avanzati dai liberali nel 1911: vale a dire l'esigenza di accrescere il
prestigio italiano e di dar soddisfazione alle forze estremiste del
nazionalismo, nonché di sviare l'attenzione dai problemi che premevano in
patria, e, ancora, la pura e semplice aspirazione ad arricchirsi trovando
mercati da sfruttare e materie prime atte a colmare le deficienze italiane
in questo campo. Nel 1926 Giuseppe Bottai pensava che le ragioni
materialistiche fossero meno importanti del fatto che il popolo italiano
doveva al proprio senso del patriottismo di lanciarsi su quella via della
conquista che le altre nazioni avevano imboccato. Ad esso incombeva
l'obbligo di fare l'Italia più grande, di lottare per l'impero come fine in
se stesso, e non per un qualsiasi presunto vantaggio economico2. Di lì a
poco si sarebbe detto che il fascismo era imperialista per definizione, e
che gli italiani erano molto più idonei dei francesi o degli inglesi a
dLivenire una grande potenza coloniale.
Benché fossero in molti a crederci caparbiamente, i guadagni economici
dell'impero si dimostrarono una delusione; e se il fgrimr avesse consentito
un libero dibattito sarebbe stato perlomeno possibile contestare le relative
argomentazioni. La tesi delle colonie come fonte di ricchezza era stata
grandemente gonfiata dagli imperialisti e da alcuni industriali, o per
ignoranza o in buona fede, o per deliberato proposito di ingannare. La
verità è che ancora nel 1941, quando l'impero italiano crollò, ciascuna
colonia dipendeva, per una parte del suo bilancio compresa tra la metà e i
tre quarti, dalle generose sovvenzioni della metropoli. Né dimostrò alcuna
validità, alla prova pratica, la tesi che le colonie avrebbero assorbito la
popolazione italiana «eccedentaria», sinallora riversatasi in milioni di
unità verso la Francia e le Americhe. I capi del Pnf, e anche alcuni
industriali rispettabili, continuarono ad alimentare l'illusione che la
Libia e l'Africa orientale sarebbero divenute aree di insediamento di grandi
masse di italiani, ma nell'amministrazione coloniale nessuno osò dedicare a
questo problema, delicato ma cruciale, un'indagine esauriente. Nel 1930 gli
italiani residenti nei territori coloniali dell'epoca, Libia, Somalia,
Eritrea e Dodecaneso, erano circa 50.000; ma Mussolini parlò volubilmente
di esportare nelle colonie dieci milioni di anime, e un governatore
coloniale riteneva che nella sola Africa orientale c'era posto per almeno
quindici milioni di coloni bianchiS. Altri propagandisti fascisti gonfiarono
ulteriormente questa cifra, nel tentativo di sorpassarsi l'un l'altro
nell'opera di zelanti chiosatori del vangelo fascista.
Nella prima guerra mondiale l'Italia aveva ricevuto dai suoi alleati la
promessa di <equi compensi> in campo coloniale, e Mussolini si trovò qui a
negoziare con una cambiale da presentare all'incasso. Nel corso degli anni
Venti molti furono i suggerimenti quanto alle zone in cui orientare
l'espansione italiana. Furono prese in considerazione parti dell'Anatolia e
la valle dell'Eufrate. La Siria fu spesso menzionata, finché si cominciò a
sospettare che il sentimento nazionale ivi sviluppantesi rischiava di
procurar troppi guai. Una possibilità era il Kenya; un'altra l'acquisto
dell'Angola, colonia portoghese7. Ma in concreto tutto si ridusse a quanto
segue: nel 1924 gli inglesi accettarono di cedere una parte della valle del
Giuba tra il Kenya e la Somalia italiana, e 41;
l'anno successivo costrinsero l'Egitto a cedere l'oasi di Giarabub, sulla
frontiera libica. Si trattava di concessioni minori, e l'accoglienza fu lungi
dall'essere entusiastica.
Mussolini appoggiò le sue rivendicazioni coloniali con una politica dinamica
in Medio Oriente. Tentò di persuadere il re Fuad a copiare il fascismo e a
sciogliere il parlamento egiziano. Fece uso degli insediamenti di ebrei
italiani per aprire il Levante alla propaganda fascista; e i giovani
missionari cattolici furono esonerati dall'obbligo del servizio militare, nel
quadro di un tentativo di sostituire in Terrasanta l'influenza italiana a
quella spagnola e francese. Fu rivendicato, rifacendosi alla tradizione
medievale, un diritto italiano di patronato sui luoghi santi di Gerusalemme,
malgrado a ciò si opponesse l'Inghilterra, titolare di un mandato
internazionale per la Palestina. Un successo un tantino maggiore ebbe
l'infiltrazione italiana nello Yemen, in cui a cominciare dal 1923 furono
inviate munizioni e cospicue somme di denaro per sostenervi il cronico
conflitto antinglese. Si riteneva che ciò fosse nell'interesse italiano, ma,
alla resa dei conti, a fronte del denaro così speso non f possibile mostrare
alcun risultato. Alcuni italiani arrivarono anzi a chiedersi se non sarebbe
stato più vantaggioso rinunciare alle pretese coloniali, e schierarsi con i
movimenti nazionalisti locali contro le potenze imperiali ormai in declino.
Nel 1930 persino «Gerarchia» suggerì, per un breve periodo, l'idea che forse
l'epoca delle colonie era finita, e che quindi i popoli bianchi e i popoli di
colore dovevano esser trattati su un piede di assoluta parità. Mussolini fu
qui prossimo a sfiorare una delle grandi forze rivoluzionarie del secolo, ma
subito ripiegò sulle più convenzionali dottrine dell'imperialismo e della
supremazia razziale, storicamente ormai quasi esaurite.
Nei primi anni Venti il colonialismo italiano non era certo più duro dei suoi
confratelli, benché il fascismo, essendo una dottrina basata sulla gerarchia
e sulla forza, dovesse alla fine mostrare il suo vero volto, ed affermare i
princìpi del dominiO incondizionato e dell'intrinseca superiorità degli
italiani sia sulle popolazioni indigene che sulle altre potenze coloniali. Ma
si trattava di princìpi ch'era costoso mettere in opera, 42;
e la cui pratica applicazione si rivelò inefficace. Nelle colonie furono
riversati ininterrottamente fiumi di denaro, con guadagni assai scarsi, e la
bilancia commerciale, a dispetto di tutte le speranze, in nessun momento fu
favorevole all'Italia. Gli amministratori coloniali italiani fecero spesso un
buon lavoro, e talvolta ottimo. Costruirono vaste reti stradali; e in qualche
caso le popolazioni locali ricevettero, dall'abolizione giuridica della
schiavitù, dal controllo delle epidemie e delle carestie e
dall'amministrazione della giustizia, vantaggi più concreti che non le
popolazioni delle vicine colonie britanniche. Il contenimento delle guerre
intertribali in Somalia fu un risultato importante, benché sia impossibile
calcolarne il costo in vite umane, e benché resti dubbio se e in che misura
avesse un senso stabilizzare popoli nomadi.
Quando il capo fascista Cesare De Vecchi arrivò in Somalia come governatore
(1923), soltanto il terzo meridionale di questa colonia era controllato
direttamente da Roma, e i sultanati settentrionali erano soggetti ad un
protettorato mal definito privo di qualsiasi realtà concreta. Nessun vero
fascista poteva accettare un tale tipico prodotto della mentalità liberale, e
negli anni 1925-27 una serie di costose campagne ridusse il Nord
all'obbedienza. In Italia si apprezzò molto il fatto che De Vecchi rendesse
il nome della patria temuto e rispettato, dando ai nativi la piena
sensazione della forza e dell'autorità del dominio fascista. La storia di
queste campagne è nota soltanto in piccola parte, e sulla base esclusiva di
fonti fasciste. Vale dunque la pena di sottolineare che lo stesso Mussolini
riconobbe e deplorò che i metodi autoritari di De Vecchi fossero stati
accompagnati da eccidi crudeli e gratuiti.
Nel 1929 fu deciso di introdurre in Africa orientale una prassi già
sperimentata in Libia: dove la terra non era attivamente coltivata, il
governo aveva il diritto di assegnarla a coloni italiani. La cosa non passò
senza qualche obiezione nel parlamento italiano; ma si disse che si trattava
di un principio essenziale per qualsiasi colonia di popolamento, e i pochi
proprietari terrieri indigeni eritrei e somali che protestarono furono
tacitati con piccole somme di denaro5. Si affermò fermò che soltanto un'area
limitata fu confiscata in questo modo. Ma si tratta va di una percentuale
cospicua dei terreni più facilmente e profittevomente coltivabili, e un
certo numero di agricoltori italiani fu incoraggiato a raccogliere i suoi
risparmi e iniziare una nuova carriera in Africa. L'operazione non riscosse
un gran successo, e i nuovi coloni trovarono le condizioni di vita assai più
difficili del previsto. Nel 1935 il governo venne loro in aiuto costituendo
un monopolio bananiero, in virtù del quale furono ammesse alla vendita in
Italia soltanto le banane somale, di qualità inferiore e a prezzi eccessivi.
E malgrado voci si levassero a protestare in difesa dei consumatori
italiani", le piantagioni di banane sopravvissero, e divennero una
componente importante dell'economia locale.
In queste piantagioni il governo non esitò ad introdurre manodopera arruolata
a forza. Gli italiani avevano avuto una parte eminente nell'opera di messa al
bando, mediante il diritto internazionale, del lavoro forzato, e si tentò di
negarne l'utilizzazione. Ma le autorità in Africa orientale furono
irremovibili nel sostenere che l'economia locale non poteva farne a meno, e
alcuni fascisti ammisero che in pratica questa situazione perpetuava la
schiavitù, che pur si pretendeva di aver abolito. I resoconti ufficiali
confermano che i lavoratori arruolati a forza ricevevano razioni
sistematicamente insufficienti, affinché si sentissero stimolati a lavorare
di più, e che se mancavano di assolvere i compiti assegnatigli venivano
picchiati o imprigionati.
Nel campo dell'istruzione si fece poco, in Eritrea e in Somalia, fino alla
metà degli anni Trenta. Sebbene si finisse con l'introdurre un testo
scolastico governativo (1936), prima di allora in queste colonie il sistema
educativo poggiava sulle vecchie scuole coraniche e sulle missioni, e c'era
posto soltanto per qualche migliaio di scolari. Ma col tempo i funzionari
coloniali compresero l'urgenza di una politica più attiva, e sperarono che
insegnando la lingua e la storia italiane sarebbero riusciti a risvegliare un
maggiore entusiasmo per il fascismo. Era reale il pericolo che il
nazionalismo che andava sviluppandosi nel Kenya e in Uganda si diffondesse
44;
nelle colonie italiane. C'era inoltre il rischio che le scuole delle missioni
evangeliche producessero una nuova generazione di cittadini, meno agevole da
governare. Si levò quindi la richiesta di espellere queste missioni, sì da
accentuare il carattere «puramente italiano» e fascista dell'istruzione.
L'Italia aveva conquistato la Libia, sottraendola ai turchi nel 1912, ma le
prime esperienze di governo coloniale ivi condotte non erano state felici.
Retrospettivamente, appariva chiaro che un errore di questi primi anni era
stato quello di introdurre pratiche di governo proprie della madrepatria
senza aver studiato a sufficienza le tradizioni locali, o le esperienze
fatte dai francesi in Marocco e Algeria. L'arrivo degli italiani non fu ben
accetto, e il Califfo ordinò la continuazione della resistenza. Il risultato
fu, nel 1912, un'insurrezione restata in Italia poco nota a causa dei
contemporanei eventi della guerra europea, ma che è stata non a torto
definita una delle grandi tragedie della storia coloniale. Nel 1918 la Libia
e il Fezzan s'erano praticamente conquistata la loro indipendenza, e la
presenza italiana si limitava a poco più di quattro città lungo la costa.
Dopo la guerra, negli anni 1919-20, fu raggiunto un accordo con Muhammad
Idris, il capo della setta islamica dei Senussi, il quale si considerava ora
investito di un'autorità temporale oltre che religiosa. In cambio del
riconoscimento della sovranità italiana, Roma concedeva una vasta autonomia,
pagava sovvenzioni e accetta va che la popolazione locale fosse considerata
non più «soggetta», ma titolare della cittadinanza italiana, sia pure in una
forma speciale. Furono concesse, in una misura inconsueta negli imperi
coloniali dell'epoca, le libertà di espressione, di riunione, di
insegnamento e di proprietà, e si diede vita a Tripoli e in Cirenaica a due
parlamenti che, si disse, funzionarono splendidamente.
Ma molti italiani accettarono questa sistemazione solo in via temporanea,
giudicandola incompatibile con il prestigio di una potenza coloniale. Il
governatore della Libia, Giuseppe Volpi, che aveva già dato prova di capacità
e mancanza di scrupoli nel costruire un enorme impero finanziario nei 45;
Balcani decise di cancellare l'accordo e di lanciare una campagna di
riconquista con la forza delle armi. Si disse ch'egli tenne il governo
liberale a Roma all'oscuro di questo suo proposito Ma la cosa è poco
probabile, e occorre comunque ricordare che tra i cosiddetti liberali molti
erano nettamente favorevoli alle conquiste coloniali. Negli anni 1922-25,
utilizzando per la massima parte truppe di colore arruolate in Eritrea e
Etiopia, Volpi riuscì a riportare sotto il dominio italiano il grosso delle
tribù della Tripolitania. L'operazione fu condotta in modo efficiente, benché
forse con una durezza eccessiva; e il risultato fu, secondo i fascisti ormai
insediati al potere, che i nativi impararono ad amare l'Italia e a sentire
«l'orgoglio della sudditanza».
Più ad oriente, in Cirenaica, si presentò una difficoltà aggiuntiva, e
precisamente il fatto che le varie unità tribali fecero fronte comune
nell'appoggiare Idris. Ma anche qui l'azione militare continuò, e nel 1929 ci
si vantò (non del tutto fondatamente) che entrambe le province libiche erano
tornate, quasi per intero, sotto la sovranità italiana. Mussolini non
facilitò certo il compito dei governatori locali con le sue istruzioni
contraddittorie. Ordinò ad esempio di proseguire l'offensiva spingendosi in
profondità verso sud, sì da raggiungere a tutti i costi una vittoria
clamorosa, ma contemporaneamente diede disposizioni di ridurre le truppe
impiegate e di tagliare le spese, che stavano divenendo troppo pesanti. A
suo giudizio, un pugno di camicie nere doveva bastare a mettere a posto una
dispersa popolazione berbera, e la riduzione delle truppe avrebbe avuto il
vantaggio indiretto di dimostrare a questi «ribelli» ch'egli non li temeva.
Intanto il ministro delle Colonie, l'ex nazionalista Luigi Federzoni, pose
fine a quella ch'egli chiamò la farsa indecorosa dei due parlamenti,
affermando il principio che né l'autogoverno né l'affidarsi al consiglio
degli sceicchi si accordavano con l'autoritarismo fascista.
Per ignoranza e presunzione, Mussolini sottovalutò il suo nemico. Preferì
pensare che si trattasse di una ribellione meramente politica, priva di
contenuto religioso o sociale; e quindi né lui né i suoi generali studiarono
a sufficienza il 46;
piccolo mondo dei beduini che lottavano per la sopravviven.za, battendosi per
le loro terre e per il loro antico modo di vita. Il professor
Evans-Pritchard, che trascorse parecchi anni tra i Senussi, poté trovare ben
poco, nella letteratura ita.liana sulla Cirenaica, che stesse a dimostrare
che qualcuno aveva tentato di comprendere il nomadismo. Scoprì che per gli
italiani il nomade era un barbaro, e andava trattato in conseguenza:
dovunque fosse possibile, doveva esser costretto a insediarsi sulla terra,
oppure a farsi lavoratore salariato al servizio della potenza occupante32.
Secondo EvansPritchard, gli uomini attivi nella ribellione antitaliana
raramente superarono il migliaio. Ma questi combattenti, servendosi di una
tattica di guerriglia che Giuseppe Garibaldi avrebbe apprezzato, ricevevano
l'aiuto aperto o tacito di quasi tutta la popolazione, e sfruttavano il suo
rancore, profondamente radicato, verso gli stranieri, vanagloriosi e
infedeli. Dividendosi in piccole bande, erano in grado di vivere delle
risorse della terra, e poterono continuare a combattere per quasi un
decennio contro un grosso esercito italiano. Solo con riluttanza Mussolini
giunse a riconoscere che, lungi dal poter ritirare delle truppe, si trovava
impegnato in una guerra seria.
Gli studi esistenti sulle condizioni economiche in Nord Africa non
consentivano di supporre che insediamenti di agricoltori europei di
dimensioni massicce sarebbero stati economicamente remunerativi. Ma i
fascisti non potevano accettare un tale verdetto negativo. Non appena, in
Tripolitania, un qualsiasi territorio veniva riconquistato, il conte Volpi
si adoperava a confinare le tribù in aree ristrette; e, poiché le leggi in
vigore non permettevano la confisca della proprietà privata, modificò la
legge (come altri avrebbero poi fatto in Africa orientale), e dichiarò che
il governo poteva confiscare tutta la terra non coltivata. Era bensì
previsto un diritto di appello, ma non serviva che come base per contrattare
un eventuale indennizzo. Fu avanzata la tesi che la nazionalizzazione della
proprietà terriera avrebbe costituito un positivo contributo al benessere
della popolazione indigena, senza interferire in alcun modo nei suoi
diritti. Ma naturalmente era sempre e soltanto la terra migliore che valeva
47;
la pena di nazionalizzare, e, a mano a mano che la politica fascista di
colonizzazione bianca andò sviluppandosi, le salvaguardie degli interessi
locali furono progressivamente abbandonate. Analogamente, quando gli italiani
rioccuparono la Cirenaica, i beduini furono allontanati dal fertile altopiano
e confinati nella steppa.
Federzoni progettava di insediare in Libia 300.000 italiani nel giro di pochi
anni. E c'era chi sperava di arrivare a mezzo milione. Questi calcoli erano
basati sull'idea che l'Italia doveva tentare di fare altrettanto bene della
Francia, la quale aveva raggiunto in Algeria un rapporto di uno a cinque. Fu
pertanto svolta un'intensa opera di propaganda, mirante a raccogliere il
numero voluto di coloni, e concessioni furono date a quasi tutti coloro che
le chiesero. Comprensibilmente, il governo trovava più facile assegnare
vaste superfici in una volta sola, col risultato di favorire dei capitalisti
piuttosto che degli autentici coloni. Lo stesso Volpi fu compensato con un
vasto possedimento. Così il segretario privato di Mussolini, e così anche
almeno un fascista i cui delitti rendevano consigliabile di tenerlo lontano
dall'Italia per qualche tempo. Si trattava di Amerigo Dumini, uno dei sicari
professionali di Mussolini, che in Libia si arricchì con i sussidi di polizia
e con il ricorso a metodi di intimidazione e sopraffazione degli indigeni.
Essendo le assegnazioni fatte senza i debiti calcoli, l'obiettivo di partenza
non fu in nessun luogo neppur lontanamente raggiunto, e nel 1933 le famiglie
insediate sul mezzo milione di acri confiscato ammontavano in tutto a
millecinquecento.
Mussolini non poteva tollerare che l'esercito italiano si trovasse impegnato,
anno dopo anno, in combattimenti quasi ininterrotti contro beduini male
armati, e con risultati così modesti. Nel 1929 affidò quindi il governatorato
di entrambe le province nordafricane al capo di stato maggiore, generale
Badoglio, con il proposito di impiegare tutte le risorse dello Stato italiano
per piegare i ribelli. I primi rapporti di Badoglio erano deprimenti. Egli vi
sottolineava come ai progressi della colonizzazione fascista si
accompagnassero profitti scandalosi, di cui beneficiavano gli appaltatori, ma
anche ufficiali 48;
dell'esercito. Riferì che la polizia e la magistratura coloniali erano
inquinate dalla mafia, e che la corruzione si estendeva ai suoi stessi
ufficiali, i quali lo sommergevano di richieste di medaglie e promozioni dopo
gli episodi militari più insignificanti. Badoglio suggerì addirittura che per
l'esercito la guerra era finanziariamente troppo vantaggiosa perché avesse la
voglia di finirla. Gli sporadici combattimenti continuarono, e divenne presto
chiaro che la ricerca del prestigio costava assai cara. Il prestigio esigeva
ad esempio che si inviassero truppe a sud, ad occupare il Fezzan, dove,
benché alcuni capi ribelli fossero più che disposti a negoziare, i generali,
giudicando la trattativa umiliante, rifiutarono di parlamentare.
Forse Mussolini si rese conto che stava chiedendo troppo. In ogni caso, per
qualche mese nel corso dell'anno 1929 decise di tentare un mutamento di
politica e avviò discussioni con Idris, il capo Senusso che viveva ora in
Egitto. Fu conclusa inoltre una tregua con lo sceicco Umar al-Mukhtar, un
uomo di oltre settant'anni, personalità notevole, che guidava i ribelli in
Cirenaica. La tregua aveva la durata di cinque mesi, durante i quali Idris
avrebbe negoziato una pace stabile. Non fu di buon auspicio che Badoglio non
sapesse trattenersi dal chiamare la tregua una sottomissione dei ribelli.
Infatti i negoziati non ebbero luogo, e nell'ottobre 1929 Umar annunciava
pertanto che avrebbe ricominciato a combattere. Da questo momento in poi
Badoglio agì in base all'ordine di non concedere quartiere a nessuno. I capi
catturati dovevano esser tutti impiccati, e ogni generale italiano che si
mostrasse propenso alla conciliazione allontanato. Fu emanato un proclama in
cui si diceva che se il nemico non si piegava, sarebbe stato sterminato. Ogni
cosa sarebbe stata distrutta, le proprietà confiscate, i colpevoli puniti
persino nelle loro famiglie.
Nel giugno 1930 Badoglio e il generale Rodolfo Graziani convennero sulla
politica (audace ma ardua da mettere in pratica) di forzare l'intera
popolazione della Cirenaica, con tutti i suoi beni e le sue greggi, in cinque
campi di concentramento. Era l'unico modo di privare Umar e i suoi uomini 49;
dei rifornimenti di viveri. Qualche mese più tardi i santuari locali dei
Senussi furono chiusi, le loro ricche rendite sequestrate, le loro proprietà
terriere, mezzo milione di acri confiscate. Un tribunale mobile faceva
giustizia sommaria di chiunque opponesse resistenza. Graziani negò che i suoi
uomini si lasciassero andare, in questo periodo di repressione, ad eccessi di
zelo. Ma altre testimonianze sembrano indicare l'instaurazione di un vero e
proprio regno del terrore, con centinaia, o forse migliaia, di esecuzioni,
villaggi saccheggiati o costretti a piegarsi per fame, e rappresaglie
selvagge contro le comunità beduine se uno qualsiasi dei loro membri si
univa al nemico. Ai primi del 1931 Graziani coronò questa politica
innalzando un'alta barriera di filo spinato, larga quattro metri, lungo i
275 chilometri tra il porto di Bardia e l'oasi di Giarabub. Umar restò così
tagliato fuori dai rifornimenti che ancora gli arrivavano dall'Egitto.
Questa linea dura fu accettata come giusta anche dalle superstiti personalità
liberali che sedevano in parlamento. Costoro affermarono con forza che i
campi di concentramento erano «veramente degni della civiltà italiana> (così
disse Lanza di Scalea alla Camera), e che al loro interno la popolazione
godeva di un tenore di vita molto più elevato di quello goduto sinallora in
libertà. Tagliata fuori dalle normali vie carovaniere, la popolazione si
trovò parzialmente dipendente dagli scambi con l'Italia, cosa che fu
grandemente apprezzata dai commercianti della penisola. Ma l'affollarsi, in
questi piccoli campi, di 80.000 persone e di quasi un milione di animali
provocò quel che i fascisti stessi ammisero essere «eccessive perdite». Le
greggi, da cui dipendeva per intero la vita degli internati, furono quasi
completamente distrutte e le vittime umane raggiunsero forse il totale di
ventimila.
Nel settembre 1931 Umar fu infine catturato dopo esser stato ferito e
disarcionato dal suo cavallo durante uno scontro. Badoglio e De Bono, il
nuovo ministro delle Colonie, decisero per la sua esecuzione pubblica, e
20.000 beduini furonO fatti uscire dai campi per assistere ad un evento
inteso a mostrar loro che i vecchi giorni del compromesso e della debolezza
50;
italiana erano finiti. L'ufficiale italiano designato come difensore di Umar
nel breve e sommario processo riservatogli incrinò l'effetto desiderato
sostenendo che l'imputato non si era mai sottomesso, e non poteva quindi
esser un ribelle, ma doveva esser trattato come un prigioniero di guerra. Fu
punito. L'esecuzione suscitò l'indignazione del mondo musulmano, e persino i
fascisti compresero di aver commesso un grossolano errore quando
l'esperienza francese li fece accorti che la generosità verso i capi insorti
era più remunerativa, nonché un assai più chiaro segno di forza. Essi
stavano invece creando un sentimento nazionale per il passato inesistente.
Nel gennaio 1932 la resistenza era virtualmente finita. La campagna era stata
molto costosa, al grosso delle truppe di colore arruolate in Africa
orientale. Questo fatto, e anche l'ovvia esigenza di Mussolini di metter la
sordina ad un mezzo insuccesso, non proprio in linea con lo «stile
fascista», fecero sì che in Italia la guerra fosse scarsamente sentita.
Quanto ai beduini di Cirenaica, furono ridotti a meno della metà, ossia a
circa centomila anime o poco più. Secondo Mussolini, la vittoria accrebbe il
prestigio dell'Italia. Secondo altri, questo prestigio fu invece gravemente
compromesso sia dal troppo tempo occorso a vincere, sia dalla crudeltà dei
mezzi impiegati.
La Cirenaica aveva molto sofferto, e continuò a soffrire. Quando Graziani
offrì il perdono a chi si arrendeva, Badoglio lo censurò, insistendo che la
severità era l'unica politica fascista, e Mussolini dal canto suo auspicava
una durezza ancora maggiore. D'ora in avanti il nomadismo fu soggetto a
limitazioni e a controlli rigorosi. Il grosso della popolazione indigena non
poté tornare dai campi alle terre d'origine e al suo vecchio modo di vita,
perché le memorie dell'antica Roma avevano fatto germogliare nella mente di
Mussolini l'idea che il Nord Africa doveva divenire una fonte di grano per
l'Italia, e il nomadismo non solo avrebbe messo in pericolo l'agricoltura, ma
reso impossibile le colonie di popolamento. Mentre Mussolini era deciso ad
avere gruppi di coloni bianchi insediati in speciali villaggi lungo tutta la
fertile 51;
costa libica. Come disse Graziani, agli italiani spettava un indennizzo per
il costo della ribellione, e i fondi governativi furono quindi utilizzati
piuttosto per costruir loro fattorie che non per ricostituire le greggi dei
beduini. I beni sequestrati ai Senussi, che in passato dovevano servire
interessi comuni, non restarono così all'erario, ma furono assegnati, dove
possibile, ai coloni italiani. Quelli della popolazione vinta che furono
lasciati sul posto divennero un sottoproletariato utilizzato per costruire le
strade e gli edifici pubblici dell'impero fascista. In Italia un paio di voci
si levarono a protestare che tutto ciò rischiava di risultare inopportuno,
oltre che moralmente riprovevole. Ma la politica ufficiale non consentiva
ripensamenti.
In cambio vennero promessi, in perfetta buona fede, un più alto tenore di
vita, una migliore assistenza medica, e, più in generale, i «valori della
civiltà». Le somme stanziate per l'istruzione popolare furono così
relativamente ingenti. Prima del fascismo, negli anni 1912-14, la politica
educativa era stata quella delle scuole comuni ad italiani ed arabi, allo
scopo di assimilare ed italianizzare le nuove generazioni arabe. Nel 1919 fu
invece adottato un principio quasi opposto: vale a dire l'istruzione dei
nativi doveva avvenire in lingua araba, con l'italiano ridotto a lingua
opzionale. La soluzione fascista fu ancora diversa. L'istruzione doveva aver
di mira gli interessi della potenza coloniale. Gli indigeni andavano
incoraggiati non oltre un certo punto, e il sistema educativo doveva
contribuire ad assicurare la dominazione bianca. Nelle scuole l'italiano
divenne così la lingua principale, e gli istituti di istruzione secondaria
arabi vennero chiusi, sì da bloccare l'accesso dei non-europei agli studi
superiori. Al tempo stesso, si spese parecchio denaro nelle scuole elementari
e in istituti per la formazione dei maestri. Nella mente di Mussolini era già
sorta l'idea di creare un vasto esercito di colore, e in vista di ciò una
preoccupazione decisiva fu quella di inculcare negli scolari i principi
fascisti della disciplina, dell'obbedienza e del militarismo.
L'esame della stampa italiana dei primi anni Trenta rivela l'esistenza di un
tentativo concertato di chiamare a raccolta 52;
attorno al colonialismo gli entusiasmi popolari. Si affermò che le colonie
erano essenziali al benessere economico dell'Europa. Nella sostanza, esse
andavano amministrate nell'interesse dei bianchi. La dominazione bianca era
necessaria al futuro della civiltà europea, e francesi e inglesi sbagliavano
completamente a favorire le popolazioni locali in Algeria e nel Kenya. Agli
italiani fu spiegato che in Africa potevano rivendicare un diritto di
priorità: essi avevano bisogno delle colonie, e al tempo stesso le
meritavano, più di qualsiasi altra potenza europea; avevano un primato
morale e intellettuale su tutte le altre nazioni presenti in Africa; e,
infine, erano la guida riconosciuta dell'opera di civilizzazione e di
redenzione. Le altre nazioni avrebbero dovuto arrendersi all'evidenza dei
principi fascisti, che nel marzo 1933 Eduardo Zavattari, professore di
zoologia all'università di Roma, definiva nei termini seguenti: «Solo con
una differenziazione assoluta, categorica, infrangibile fra dominatori e
sudditi può un territorio coloniale esser tenuto e saldamente governato;
predominanza assoluta del bianco sul nero, separazione indistruttibile di
principi, di costumi, di lavoro, di metodo, fra suddito e padrone (...)
Applicazione rettilinea invece del principio di gerarchia, del principio di
aristocrazia; chi comanda è colui che ha la capacità di comandare e chi
ubbidisce è quello che solo deve ubbidire». E ancora: «Vi sono razze in cui
le capacità intellettuali sono limitate e circoscritte, perché si impiantano
su di un substrato anatomico tale che le costringe entro quei confini assai
limitati, ve ne sono altre al contrario che hanno capacità intellettive
sviluppate al massimo grado e come tali quindi sovrastano e dominano sulle
prime. Appartengono alla prima categoria le razze di colore e in particolare
le popolazioni africane, appartengono alla seconda le razze europee».
Naturalmente i padroni bianchi avrebbero governato nell'interesse degli
indigeni, ma non si dovevano ammettere falsi sentimentalismi, né alcuna
contestazione del principio basilare della supremazia bianca.
Questa campagna propagandistica si proponeva di creare nella massa degli
italiani la sensazione di essere una potenza 53;
coloniale. Il fatto stesso che si rendesse necessaria una campagna del genere
suggerisce che gli italiani sentivano in generale poco, e senza alcun
entusiasmo, il tema delle colonie; e questa apatia, o antipatia, fu spesso
riconosciuta. Molti italiani che parlavano correntemente delle loro colonie
non avrebbero saputo dir bene dove stavano. Malgrado numerosi appelli, e
malgrado Mussolini avesse annunciato pubblicamente che l'Africa sarebbe stata
il continente guida del ventesimo secolo, i possidenti erano restii ad
investire nelle colonie, gli intellettuali se ne interessavano assai poco, e
mentre l'associazione coloniale tedesca contava oltre 120.000 membri, nel
1930 la sua consorella nell'Italia fascista non ne aveva che 6.0006'. Il
governo s'era invischiato in una politica coloniale per ragioni economiche e
di prestigio di consistenza assai dubbia, e per di più senza un sostegno
popolare, senza gli studi preliminari pur palesemente indispensabili, e senza
gli esperti amministratori coloniali e i tecnici che sarebbero stati
necessari al successo dell'operazione.

capitolo quarto.

Nel 1930 Mussolini sperava ormai in una fascistizzazione progressiva della


Germania. Aveva contatti con lo Stahlhelm, un'organizzazione di destra, e
forse anche, in minor misural, con i nazisti, pronto com'era ad associarsi
con qualsiasi gruppo che osteggiasse efficacemente il liberalismo e la
democrazia. Quando seppe qualcosa di più su Hitler, si chiese talvolta se il
capo nazista non fosse per caso un po' matto, ma questi timori furono più che
controbilanciati dalla prospettiva di sfruttare il revisionismo tedesco a
vantaggio degli interessi italiani3. Il principale intermediario tra i due
uomini era Renzetti, ospite abituale in casa di Hitler, e ch'ebbe forse sul
capo nazista un'influenza considerevole. Per il suo tramite, messaggi di
ammirazione raggiunsero il duce, e in cambio Renzetti trasmetteva i consigli
di Mussolini, per esempio che i nazisti non dovevano legarsi le mani
arrivando al potere attraverso una coalizione parlamentare. Senza dubbio fu
su istruzioni di Mussolini che Renzetti tentò di avvicinare Hitler agli
altri movimenti di destra tedeschi. Nel corso degli anni 1931-33 Hitler
chiese ripetutamente di poter parlare con Mussolini, ma evidentemente
quest'ultimo non era più così ansioso di vederlo, e probabilmente non era
certissimo che i nazisti fossero il cavallo migliore su cui l'Italia potesse
puntare. Il duce aveva tentato di leggere Mein Kampf, ma l'aveva trovato
troppo noioso, e non era riuscito a finirlo. Soltanto nel 1938 l'interesse
suscitato dal libro divenne tale da farne decidere anche in Italia, come già
era avvenuto in altri paesi, la pubblicazione in versione integrale.
Molti fascisti non amavano Hitler, e gli fu permesso di 55;
esprimere la loro ostilità in pubblico. A qualcuno ripugnava la sua
brutalità, ad altri la sua palese mancanza di princìpi, o anche quel che
Mussolini chiamava la sua tendenza alle idee banali. Avversione per il
nazismo emerse tra i cattolici, preoccupati per il neopaganesimo hitleriano,
e tra i superpatrioti come Forges Davanzati o Balbo, i quali non potevano
dimenticare facilmente che nel 1918 la Germania era stata il nemico
nazionale. Ezio Garibaldi rappresentava la tradizione patriottica di
amicizia per la Repubblica francese, per cui suo nonno aveva combattuto nel
1870, e la sua rivista «Camicia rossa», sottolineava le differenze fra
fascismo e nazismo con maggior coerenza di quanto di solito avvenisse. A
giudizio di Garibaldi, il comportamento dei tedeschi, i roghi dei libri, la
persecuzione degli ebrei e il disprezzo mostrato verso gli italiani, era
intollerabile; ed egli condivideva l'opinione, una volta espressa da
Mussolini, che le tradizioni dell'imperialismo tedesco potessero assai
facilmente entrare in conflitto con gli interessi italiani. Oltre alle
indicazioni presenti nel Mein Kampf circa l'annessione dell'Austria alla
Germania, giocava il ricordo della rivalità economica e politica nei
Balcani. Nel 1930 Hitler aveva detto in una conversazione privata che un
giorno si sarebbe dovuto ritogliere Trieste all'Italia per farne un porto
tedesco, e questa osservazione era conosciuta nella penisola.
Perplessità intorno al nazismo se ne trovavano sia tra i fascisti estremisti
che tra i moderati. Roberto Farinacci, che figurava tra i fascisti più
vociferanti e immoderati, dichiarò che disprezzava i nazisti perché avevano
bastonato troppo pochi dei loro avversari, e perché non si mostravano
abbastanza rivoluzionari nel distruggere i metodi parlamentari. Ma
soprattutto Farinacci avversava le idee di Alfred Rosenberg sulla
superiorità razziale tedesca, perché intravedeva che sarebbe stato possibile
utilizzarle, altrettanto bene che contro gli ebrei, contro degli uomini del
Sud come lui. La questione razziale era decisiva, e a sud delle Alpi i
discorsi sulla superiorità dei popoli alti, con gli occhi azzurri e i
capelli biondi, provocarono un risentimento violento. Alcuni italiani
parlarono con disprezzo e costernazione di questo 56;
«wotanismo spirituale. Quando Rosenberg venne in Italia a tener conferenze
sulla purezza del sangue, il professor Orestano intervenne (in tedesco perché
Rosenberg capisse), dicendo che le osservazioni del teorico germanico erano
delle sciocchezze, poiché tutte le nazioni erano razzialmente degli ibridi
(il che era anzi un'ottima cosa). Rilievo ancora più pungente, Orestano
aggiunse che nelle vene dei tedeschi circolava una buona parte di sangue
slavol2. Lo stesso Mussolini, pur ammettendo che in Germania una propaganda
razziale siffatta poteva avere le sue buone ragioni politiche o
psicologiche, in questa fase della sua vita pensava che Hitler fosse
imprudente nel provocare un nemico della forza degli ebrei. Egli non era
però del tutto contrario al razzismo, e in breve tempo divenne anzi un
ammiratore degli scritti di Rosenberg. In privato capitava già che
incoraggiasse i tedeschi nel loro antisemitismo, forse sperando che si
spingessero troppo oltre.
Nel 1932 la fascista Accademia d'Italia convocò un congresso internazionale
di personalità accademiche e politiche (nella serie dei «Convegni Volta»),
per discutere il futuro dell'Europa. L'animatore dell'iniziativa fu
Francesco Coppola, l'ex capo nazionalista, che diresse la messinscena come
un esperto di pubbliche relazioni. Limitò la rappresentanza italiana agli
elementi più rispettabili del fascismo, sì da evitare che i visitatori
stranieri si facessero impressioni sbagliate. Al tempo stesso si chiese ai
delegati stranieri di non parlar di politica, poiché, si disse, c'era il
rischio che, «al riparo dell'immunità dovuta agli ospiti, risuonasse qualche
voce spiacevole se non addirittura insopportabile». Qualsiasi elogio del
fascismo giungeva peraltro, è superfluo dirlo, più che gradito. Francia ed
Inghilterra si trovarono alquanto sottorappresentate: tra quanti avevano
rifiutato l'invito figuravano Valéry, Maurras, Bainville, Gaxotte e Weygand,
e così pure Churchill, Keynes, Kipling, Lloyd George e Trevelyan. E tuttavia
la presenza straniera fu abbastanza folta da consentire agli organizzatori
di rivendicarla come prova del fatto che si cominciava a riconoscere la
leadership dell'Italia fascista. 57;
Il succo generale dei discorsi pronunciati nell'occasione dagli oratori
italiani può riassumersi nell'esortazione all'Europa ad unirsi contro il
bolscevismo e contro le razze di colore, e anche contro quella che Coppola
chiamò la dottrinaria, egualitaria e materialistica civiltà americana. Il
professor Bodrero coronò il tutto sottolineando le virtù della guerra come
generatrice di valori morali. Nei rari casi in cui qualche delegato straniero
protestò garbatamente, sempre si levò una voce italiana a difendere
l'imperialismo e l'autoritarismo, e a condannare la SdN per la sua fede fuori
moda nella democrazia e nell'eguaglianza delle nazioni. Un ex ambasciatore
inglese a Roma presiedette la seduta principale, in cui parlarono Coppola e
Rosenberg, e Goering era presente quando Sir Charles Petrie dichiarò il suo
appoggio all'opinione che il sistema parlamentare fosse ormai defunto.
Nell'irritazione dei delegati francesi, Petrie adulò i suoi ospiti convenendo
con loro sull'idea che Napoleone dovesse esser considerato un italiano.
Nei primi anni Trenta le ansie belliciste di Mussolini si fecero più
esplicite, finché cominciarono ad assumere un aspetto quasi ossessivo. Egli
ripeteva ora con sempre maggiore insistenza che <Solo la guerra porta al
massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai
popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei
sostituti». Additò la tendenza fascista all'espansione imperiale come un
chiaro segno di vitalità nazionale, ed affermò (in un telegramma alla figlia
Edda in Cina) che il fascismo era «l'unica cosa potente e originale del
secolo attuale". Nel giro di un decennio l'intera Europa sarebbe stata
fascista, annunciò in un pubblico discorso, mentre l'esercito riceveva
l'ordine di prepararsi per un attacco di sorpresa contro la Francia o la
Jugoslavia. La nuova parola d'ordine era (<Meglio vivere un giorno da leone
che cento anni da pecora"; e questo stupido slogan fu riprodotto su migliaia
di muri e di case in tutti gli angoli del paese.
Su dichiarazioni del genere, fatte, nel nostro caso, mentre sedeva una
conferenza internazionale sul disarmo, ricamava poi una stampa obbediente.
Il popolo italiano, fu 58;
scritto innumerevoli volte, stava dimostrando di essere il più gran popolo
del mondo. Doveva diventare, e sarebbe diventato, uno dei più forti. Il duce
aveva detto che occorreva mutare il carattere nazionale, e tutti gli italiani
dovevan quindi sostenerlo in questa impresa e nel tentativo di far
dell'Italia, per la terza o quarta volta, la principale forza propulsiva
della civiltà occidentale. Le leggi imperscrutabili della storia esigevano
che questo popolo affermasse la sua presenza nel più vasto mondo, e giù un
profluvio di articoli a magnificare l'imperialismo come l'unica dottrina
appropriata all'Italia di Mussolini.
Nei primi mesi del 1933 il Gran Consiglio dette sanzione ufficiale alla
politica di «lavorare instancabilmente per la potenza della patria e per la
espansione dello spirito fascista nel mondo», e la stampa ricevette
istruzioni di dar risalto a questo tema. Mussolini parlò di revisione del
Trattato di Versailles, e predisse alla SdN una rapida fine se non
l'accettava (a mo' d'esempio. ripeté ancora una volta che un giorno la
Francia sarebbe stata costretta a cedere la Corsica all'Italia). In un libro
che leggeva sottolineò una frase in cui si affermava il primato del popolo
italiano, e lo si qualificava «novell Israele fra i popoli d'Europa». Questo
«primato» degli ita liani divenne un tema d'obbligo per tutti i giornalisti
politici desiderosi di far carriera. Essi dovevano ripetere instancabilmente
che il fascismo possedeva la sola risposta possibile ai problemi
dell'Europa, e che tutti gli altri paesi avrebbero seguito l'Italia sulla
strada da questa indicata.
Altro tema ormai consueto del giornalismo italiano era il fatto che il mondo
intero invidiava l'Italia. Un tale sciocc autoincensamento doveva sulla lunga
distanza rivelarsi pericoloso, ma intanto era confortante venir assicurati
che gli italiani erano ora in cattedra, e che la dittatura stava tornando di
moda. In Germania ci fu chi pensò che c'erano buone ragioni per dar corda a
questa tendenza, ed espresse la convinzione che tutta l'Europa doveva
sollecitamente seguir l'esempio italiano. Costoro giocarono inoltre sulla
vanità personale di Mussolini, e quando a Weimar fu rappresentata una
commedia alla cui stesura il duce aveva collaborato, Hitler 59;
e Hess vennero ad assistere allo spettacolo. Una rivista di Mussolini
descrisse gli intellettuali americani che arrivavano a schiere in Italia per
studiare ammirati la legislazione fascista, e insisté sulle favorevoli
impressioni suscitate in questa gente dalla virile politica estera
mussoliniana, esemplificata dall'attacco a Corfù. Fu particolarrnente
sottolineata la reazione delle «intellettuali americane», le quali «dinanzi a
quanto il regime fascista ha compiuto per la donna e per l'infanzia, rimasero
come colpite da stupore e non seppero trattenere lo sfogo della loro
entusiastica ammirazione. Mentre nelle palestre democratiche di ogni paese
innumeri sono le parole che si spendono per la risoluzione anche dei più
impellenti problemi sociali senza mai riuscire ad una soluzione, in Italia
silenziosamente si opera con una netta e giusta visione delle necessità
collettive ed individuali ed alla teoria segue immediata la pratica». Una
nuova rivista «Universalità fascista», assunse a proprio tema principale gli
elogi che, affermò, si riversavano sul fascismo italiano da tutta Europa. E
in questi elogi si vedeva la prova che il liberalismo era morto, e la
democrazia nulla più che una celia scipita.
Il fascismo avanza sugli altri popoli, ecco tutto. Ha dieci anni di
vantaggio. E che anni! La commedia è finita e cala il sipario. Nella stessa
America del Nord banchieri ed operai, industriali ed agricoltori, senza
sottilizzare eccessivamente, esclamano in coro «ci fosse anche da noi un
Mussolini". La ferita, insomma, è aperta; e fa cancrena. Dovunque (...) Oggi
non s'apre giornale o rivista straniera senza trovarvi articoli sul fascismo
(...). Fa cento, mille, centomila proseliti al giorno, che non conosce più
ormai nemici o denigratori.
E in Italia nessuno era libero di dire che queste erano delle solenni
sciocchezze.
Poche ore dopo aver assunto il cancellierato (30 gennaio 1933), Hitler inviò
a Mussolini un messaggio personale in cui gli dichiarava la sua <viva
ammirazione» e i suoi «omaggi», ed esprimeva il suo pressante desiderio di
rapporti più stretti e la speranza ch'essi potessero presto incontrarsi
personalmente. Pur ammettendo che i loro due movimenti non erano identici,
Hitler si diceva pronto ad accettare la Weltanschauung di Mussolini su tutti
i punti essenziali, e, con mossa abile, riconosceva che senza l'esempio
dell'italiano egli non avrebbe potuto vincere. Non celava ch'era sua
intenzione restaurare la potenza tedesca in Europa, e probabilmente
incorporare l'Austria, ma di nuovo faceva capire che l'Italia, se lasciava
via libera a questa politica, avrebbe avuto in cambio l'appoggio tedesco
nell'affermare la propria autorità sul resto della regione danubiana. In
ogni caso, egli riteneva tuttora valida la tesi del Mcin Kampf, secondo la
quale un'alleanza con l'Italia era una necessità fondamentale della politica
tedesca.
All'annunzio del successo di Hitler, Mussolini confermò che si trattava di
una vittoria anche per il fascismo italiano. Gli piaceva ricordare che aveva
aiutato i nazisti con armi e denaro, anche se non aveva alcuna intenzione di
lasciargli mano libera in Austria. Alle sue calorose congratulazioni
accompagnò parole di fiducia nella continuazione di un rapporto strettissimo,
che sarebbe stato tanto più facile dopo l'accettazione da parte della
Germania del predominio italiano in tutta l'Europa sudorientale. Nelle
settimane successive Mussolini fece avere ad Hitler ulteriori
raccomandazioni circa il modo migliore di consolidare il suo potere e, tra
l'altro, di evitare l'antisemitismo. Spiegò anche che la Germania non aveva
altra scelta che copiare il sistema corporativo fascista di organizzazione
dei sindacati operai. All'ambasciatore inglese confidò la sua convinzione
che Hitler era il migliore elemento del nuovo regime tedesco, ammettendo
peraltro che altri nazisti (fece il nome di Goering, che nel 1931-32 era
tornato più volte in Italia) potevano esser peri colosi.
La stampa italiana dette naturalmente il benvenuto allaconquista nazista del
potere, mettendo in forte evidenza che la Germania stava copiando un esempio
italiano. Era un ennesimo segno che l'Europa sarebbe stata presto
fascistizzata; e Italia e Germania insieme avrebbero creato in Europa un
blocco politico capace di modificare il corso della storia. Qualche volta i
giornali aggiungevano la rituale adesione all'idea 61;
che Hitler al potere, introducendo nelle relazioni internazionali una
maggiore giustizia e rapporti di forza più equilibrati, costituiva una nuova
forza al servizio della pace in Europa, benché alcuni giornalisti
presentissero di già, con non celata soddisfazione, che in effetti Hitler
avrebbe invece rappresentato non un fattore di ordine in Europa, ma un
fattore di disordine e di discordia.
Nel giugno 1933 fu firmato a Roma un patto di collaborazione tra Italia,
Germania, Inghilterra e Francia. Nelle intenzioni di Mussolini, esso
significava che la SdN stava per esser soppiantata da un sistema
internazionale caratterizzato dal predominio di pochi Stati più forti, ciò
che veniva a soddisfare i princìpi fascisti dell'autoritarismo e della
gerarchia. Nella sua visione, Roma era ormai il cuore dell'Europa, e da Roma
egli si sentiva pronto a orientare la politica dell'intero continente. Dal
canto suo, Hitler sottoscrisse questo Patto di Roma con riluttanza; e
Francia e Inghilterra lo fecero dopo aver insistito sul concetto ch'esso non
doveva in alcun modo pregiudicare la SdN, e soltanto dopo che Mussolini fece
loro capire che lo intendeva come un freno alle ambizioni tedesche.
Di fatto l'accordo restò lettera morta. Ciononostante, Mussolini raggiava di
una nuova sensazione di potenza: era riuscito a mostrare ai principali uomini
di Stato d'Europa che venivano a Roma per firmare un patto il quale (così si
spiegava alla gente, invero con scarso rispetto della verità) era frutto di
una sua idea personale, maturata durante lunghi anni nella sua mente. I
giornali ebbero istruzioni di spiegare che il patto faceva dell'Italia
l'arbitro dei destini d'Europa; esso garantiva la pace per il successivo
decennio e, assicuravano i propagandisti, veniva salutato in Europa dal
plauso universale, quale nessun altro trattato in passato aveva ricevuto. Il
mondo, si disse, aveva riconosciuto in questo patto l'«alta indiscussa
autorità del Duce», e il nuovo accordo avrebbe così messo l'Italia in grado
di richiedere quei possedimenti coloniali che le erano stati negati nel
1919. Grandi commentò che soltanto un uomo di genio poteva aver riportato un
siffatto colossale successo diplomatico, che 62;
infliggeva alla Francia un colpo mortale; e il filosofo Giovanni Gentile
avallò con la sua autorità l'affermazione che la data della firma del patto
avrebbe figurato tra le date capitali della storia mondiale.
Nel 1933 Mussolini assunse di nuovo tre dicasteri militari e quando fissò
l'obiettivo del primato italiano «sulla terra, sul mare, nei cieli, nella
materia e negli spiriti.>, si avvertì nella propaganda ufficiale una nota di
baldanza nuova. Essendo la massima rivoluzione che il mondo avesse mai
conosciuto, il fascismo, e soltanto esso, poteva fornire i valori
spirituali necessari a salvare la civiltà bianca contro le razze di colore.
Era in corso di formazione un nuovo ordine, basato su una giusta gerarchia
tra le nazioni. L'Italia mostrava la strada e guidava il cammino, e il Patto
di Roma accordava a Mussolini il diritto di presiedere ai destini futuri non
soltanto dell'Europa, ma di tutto il mondo. Era ormai possibile riconoscere
che si viveva nel «secolo di Mussolini»: egli aveva infatti d'un tratto
indicato la soluzione dei problemi cui il liberalismo non sapeva dare alcuna
risposta. Non c'era alcuna esagerazione nell'affermare che sulla sua
politica estera «si va ormai polarizzando tutta la politica mondiale», e
tutte le nazioni apprendevano ora dalla sua saggezza che i regimi autoritari
sono necessariamente e intrinsecamente migliori delle democrazie.
I superstiti della diplomazia di vecchia scuola simpatizzavano vivamente con
il concetto mussoliniano di un diritto dell'Italia ad espandersi fuori
dell'Europa e a cercar colonie in Africa. Era largamente diffusa la
convinzione che un giorno, dopo una guerra con la Francia, l'Italia si
sarebbe annessa la Corsica, Nizza, la Savoia, la Dalmazia e la Tunisia. Date
aspettative siffatte, c'erano buone ragioni perché l'Italia appoggiasse una
risorgente Germania nazista, la quale aveva un parallelo interesse al
revisionismo. E lo stesso Mussolini aveva pochi dubbi su ciò quanto alla
linea politica di lungo respiro, anche se nel breve periodo c'era qualche
difficoltà, e se i più timorosi tra i suoi diplomatici ritenevano saggio
muoversi con cautela. Forse delle semplici minacce sarebbero bastate ad
indurre i francesi a cedere qualcuna 63;
delle loro colonie, e a lasciar mano libera all'Italia in Etiopia, nel quale
caso Roma e Parigi potevano continuare a far blocco contro l'imperialismo
tedesco. Anche le impazienze di Hitler cominciarono del resto, di pari passo
con una sua migliore conoscenza dell'Italia, a smorzarsi. Forse
l'atteggiamentO condiscendente di Mussolini non era di suo gusto. Checché
dicesse agli italiani, l'opinione privata di Hitler era che il fascismo
romano poteva forse riuscirgli utile, ma aveva frainteso «l'autentico
significato della nostra epoca». E nella diplomazia tedesca c'erano molti
che continuavano a pensare all'Italia come alla nazione che nel 1915 aveva
abbandonato la Germania, e che avrebbe potuto farlo di nuovo.
Dove gli interessi dei due paesi più chiaramente si urtavano, era sulla
questione austriaca, e Mussolini ripeté ai dirigenti viennesi che potevano
fare assegnamento su di lui nella lotta per difendere l'indipendenza del loro
paese. Per puntellare l'economia austriaca l'Italia spendeva somme enormi.
Contro il terrorismo nazista in Austria Mussolini era pronto ad impiegare
metodi terroristici, e continuava pertanto a sostenere con armi e denaro le
rivali e filofasciste Heimwehren. Alla fine del dicembre 1932 quaranta vagoni
ferroviari carichi di armi leggere entrarono in Austria con la complicità dei
funzionari dei servizi di frontiera, e verosimilmente non si trattò né del
primo né dell'ultimo convoglio del genere. Queste armi erano destinate
probabilmente alle Heimwehren, ma forse una parte doveva raggiungere gli
insorti macedoni e croati (erano infatti registrate a nome di Cortese, il
funzionario del ministero degli Esteri italiano responsabile
dell'organizzazione del terrorismo nei Balcani). Stavolta i ferrovieri
socialisti austriaci denunciarono il traffico, richiamando così l'attenzione
dell'Europa sul fatto che l'Italia contrabbandava armi, in violazione dei
trattati sottoscritti. L'episodio indica anche che Mussolini era preoccupato
dai crescenti successi del movimento nazista in Austria. Aver a che fare con
i nazisti, disse, è peggio che aver a che fare con un elefante in un
negozio di porcellane: essi erano come un elefante <migliaia di elefanti».
Nell'ottobre 1933 Hitler scavalcò improwisamente Mussolini e si ritirò dalla
SdN. Il duce espresse chiaramente la sua irritazione, dovuta in parte al
fatto che il gesto tedesco avveniva in aperto dispregio del Patto a quattro
- sua creatura, di cui andava fierissimo, e in parte al fatto che aveva
incontrato poche ore prima l'ambasciatore tedesco, e questi non l'aveva
consultato, e anzi neppure informato. Poteva quasi sembrare che i tedeschi
non prendessero il fascismo abbastanza sul serio. Si sapeva che alcuni
nazisti pensavano di aver inventato una nuova e migliore versione del
fascismo; e c'era chi osava spingersi sin quasi all'offesa deliberata, ad
esempio suggerendo l'ipotesi che a scoprire l'America fossero stati non gli
italiani, ma i vichinghi. Fu quindi inviato in Germania uno degli assistenti
di Mussolini, con l'incarico di tenere una conferenza sulle realizzazioni
del fascismo e la direttiva di non parlare in tedesco, perché i nazisti non
potessero scorgervi un'ammissione di inferiorità. Il conferenziere doveva
parlare in italiano anche se nessuno poteva capirlo, e il suo scopo
principale doveva esser quello di «far conoscere ai tedeschi il nostro
ordinamento, la nostra dottrina e convincerli che non hanno più nulla da
inventare». Visto da Roma, il nazionalsocialismo cominciava a mostrar segni
di esser non già figlio del fascismo, e anzi neppure un movimento fratello,
ma forse invece qualcosa di completamente diverso, qualcosa di
misteriosamente teutonico. E Mussolini accennò talvolta che tra i due regimi
non correvano forse altro che somiglianze superficiali.
La fiducia in se stesso non abbandonava però Mussolini, il quale, pur essendo
praticamente certo che i tedeschi intendevano arrivare un giorno
all'annessione dell'Austria, confidava di poterli fermare senza aiuti
esterni. Per raddoppiare la sua sicurezza, inviò al cancelliere austriaco,
Engelbert Dollfuss, un virtuale ultimatum, intimandogli di introdurre nel
suo paese un regime fascista sul modello italiano, e di eliminare, se
necessario con la forza, gli altri partiti, pena la sospensione
dell'appoggio di Roma. Dollfuss, che aveva poca scelta, seguì il consiglio,
sebbene la cosa gli costasse una battaglia di strada e molte vittime tra gli
operai di Vienna. 65;
Mussolini non comprese che schiacciando i socialisti austriaci rimuoveva uno
degli ultimi ostacoli sulla via di un eventuale Anschluss tedesco. Benché
ammonito circa la possibilità di questa conseguenza, non si lasciò
distogliere dal suo scopo immediato: dimostrare che il fascismo stava
guadagnando terreno contro il nazismo nell'Europa centrale. A conferma di
ciò, garantì di nuovo pubblicamente l'appoggio fascista all'indipendenza
dell'Austria.
Purtroppo, nello stesso discorso, non resisté alla tentazione di annunziare
pubblicamente che l'Italia aveva ambizioni espansionistiche in Africa e in
Asia. Qui entrava in acque pericolose, poiché provocava simultaneamente e la
Francia e la Germania, ciò che andava assai oltre i suoi mezzi. Hitler colse
l'occasione, e propose nuovamente un incontro con Mussolini, mettendo in
evidenza che le ambizioni coloniali fasciste in Africa difficilmente potevano
venir soddisfatte dalla Francia, ma esigevano una guerra vittoriosa, da
combattere in alleanza con la Germania. I momenti più felici di Mussolini in
politica estera erano quelli in cui gli riusciva di metter sotto pressione
simultaneamente la Francia e la Germania, in attesa di vedere chi dei due
offrisse di più. Ma naturalmente c'era sempre il rischio che, se non faceva
abbastanza attenzione, il risultato fosse di inimicarsele entrambe,
trovandosi così scoperto. Un altro rischio era nella possibilità ch'egli
desse alle due parti assicurazioni differenti, e magari incompatibili, cosa
che aveva appreso a fare in politica interna. Come commentò uno dei suoi
collaboratori, «E il solito sistema. Si affida alle complicazioni, che lo
metteranno in grado di liberarsi di due impegni contraddittorii».
Nel giugno 1934 Mussolini ritenne infine giunta l'ora di incontrarsi con
Hitler, benché bilanciasse il gesto invitando a Roma il ministro degli Esteri
francese, e tentasse, appunto mediante la minaccia di un accordo con la
Germania, di persuadere la Francia a cedere «un pugno di palme e un po' di
sabbia» in Nord Africa. I francesi non risposero subito, ma Hitler accettò, e
l'incontro ebbe luogo nei pressi di Venezia. I due uomini parlarono per
qualche ora a quattr'occhi, senza interprete. Benché sia difficile ricavare
dai vari reso 66;
conti di seconda mano che cosa esattamente accadde, si può supporre che
Mussolini non comprese una parte, e forse una gran parte, di quel che venne
detto. Secondo una versione italiana, Hitler ripudiò l'idea di un Anschluss,
ma domandò a Mussolini di ritirare la sua protezione a Dollfuss. Se la cosa è
vera, era un'astuzia trasparente. Un altro resoconto afferma che Hitler tentò
con forza di convincere gli italiani ad un atteggiamento più fermo nei
confronti della Chiesa. Ancora una versione italiana racconta che Hitler
rimase grandemente impressionato al vedersi trattare da eguale ad eguale da
un grand'uomo come Mussolini. Si seppe che Hitler aveva parlato per quasi
tutto il tempo, con grande eccitazione e spesso con le lagrime agli occhi, e
si disse che ad un certo punto aveva suggerito che loro due dovevano
attaccare la Francia, cogliendo l'Europa di sorpresa. In seguito Mussolini
raccontò che Hitler era come un grammofono che suonasse ininterrottamente lo
stesso disco; e concluse che il capo nazista era un ideologo, non un
realista ma un buffone -, e comunque certo non l'uomo di grande prestanza
fisica e atteggiamento marziale ch'egli s'era aspettato. Ciascuno aveva
espresso le proprie idee, ma non s'erano trovati d'accordo.
E probabile che in quest'incontro Mussolini sperasse di rafforzare il proprio
senso di superiorità. Poco sicuro di sé in conversazione, si affidò alle più
sottili arti della messinscena, arrivando in uniforme ad incontrare un Hitler
che, colto con la guardia bassa, si presentava in borghese, con un
impermeabile qualsiasi. Hitler non fu invitato a presenziare la sfilata
militare in piazza San Marco, forse anche perché la parata era
imbarazzantemente poco marziale. Ci fu qualche smagliatura, e in un concerto
allestito a Palazzo Ducale in onore di Hitler la platea, obbedendo
evidentemente ad ordini ricevuti, applaudì in continuazione Mussolini per
tutta la serata. Benché fossero impressionati dagli splendori di Venezia, e
su Mussolini personalmente esprimessero giudizi lusinghieri, i tedeschi non
furono entusiasti di ciò che videro del fascismo, e restarono tutt'altro che
persuasi del valore dell'Italia come eventuale alleato. 67;
Per tutto il 1934 Mussolini continuò a dichiarare che quell'anno avrebbe
segnato una tappa decisiva nella diffusione del fascismo nell'intero mondo
civile. Democrazia e liberalismo, asserì, erano non più moribondi, ma morti
e sepolti. E così ogni questione di disarmo. Nel maggio 1934 dichiarò
enfaticamente, con un altro dei suoi motti pubblicizzatissimi ma alquanto
sibillini, che «La guerra sta all'uomo, come la maternità sta alla donna». Ed
è a questo discorso che si fa risalire il lancio del riarmo italiano. Intanto
i giornali battevano e ribattevano sull'immagine di Mussolini nocchiero della
nave europea. Egli aveva insegnato all'Italia ad essere una nazione di
soldati, e ad accettare la guerra come la prova suprema del valore di un
popolo. Non solo gli ideali guerrieri pervadevano ormai tutta la vita civile,
ma Mussolini aveva risolto in maniera definitiva i problemi militari del
paese. Sotto la sua personale supervisione le tre armi avevano raggiunto
un'unità di direzione mai posseduta in passato; e, si disse, egli aveva
motorizzato l'esercito «sino al limite, oltre il quale il terreno ne inibisce
l'impiego». Queste pose bellicose piacquero a molti ch'erano estranei alla
cerchia dei fedeli del fascismo; per esempio a Vittorio Emanuele, che,
dimenticando il proprio passato liberalismo, salutò favorevolmente la nuova
importanza accordata alle tradizioni militari, e ammise francamente che per
lui la vita ideale era quella basata sulla guerra e la caccia. Ne furono
eccitati anche quegli elementi della più giovane generazione fascista che,
frustrati nelle loro ansie di rinnovamento dagli aspetti più conservatori del
regime, parlarono ora con entusiasmo della «santità della guerra» e della
necessità che ogni paese provasse la propria grandezza con la vittoria sul
campo di battaglia.
A giudicare dai titoli dei giornali, dopo la visita di Hitler i rapporti
italo-tedeschi divennero più cordiali. Ma una nuova tensione sopravvenne
quasi subito, quando i nazisti assassinarono Rohm e i suoi. Si trattava di
un atto più brutale di qualsiasi cosa potesse trovarsi nella storia del
fascismo. Esso dovette ricordare a Mussolini quegli aspetti violenti,
sanguinosi del fascismo che nella nuova atmosfera di semirispettabilità 68;
preferiva probabilmente dimenticare. La notizia fu leggermente edulcorata per
il pubblico italiano, e lo stesso Mussolini Si dichiarò inorridito, malgrado
la sua parte di responsabilità nell'eccidio di un gran numero di
socialdemocratici viennesi, perpetrato da Dollfuss pochi mesi prima. Forse
quel che lo irritò di più fu la voce, messa in circolazione dai tedeschi,
ch'era stato lui a consigliare a Hitler un tale massacro a sangue freddo.
Un mese dopo accadde di peggio: Dollfuss fu assassinato nel corso di un
putsch organizzato dai nazisti. Arrivando dopo così poco tempo dalla
rinnovata garanzia mussoliniana all'indipendenza austriaca, la cosa inferse
un colpo assai duro alla reputazione internazionale del fascismo. E lo
scorno fu aggravato dal fatto che in quei giorni la moglie di Dollfuss era
ospite di Mussolini, il quale si trovò quindi obbligato ad informarla
personalmente dell'assassinio. Immediatamente la stampa italiana mise alla
gogna i tedeschi come assassini e pederasti, accusandoli di imperialismo
sfrontato e affermando che l'intera Europa era pronta ad unirsi contro di
essifi. Fu annunciato che quattro divisioni italiane si apprestavano ad
occupare il Tirolo austriaco; e benché i servizi di spionaggio tedeschi
fossero pressoché certi che si trattava di un bluff, poiché gli effettivi
delle divisioni erano largamente incompleti, per i successivi dodici mesi i
piani militari furono modificati in vista di un'eventuale guerra contro la
Germania. In una dichiarazione che più tardi negò di aver fatto, Mussolini
si impegnò ancora una volta a combattere per l'indipendenza austriaca, e la
sua rivista «Gerarchia», che in passato aveva dipinto Hitler come un
cattolico e come il capo di un movimento essenzialmente cattolico, compì una
brusca virata, passando a sostenere, con un estremismo diverso ma non meno
infondato, che gli austriaci non erano affatto un popolo tedesco, né per
cultura né per sentimento, ma appartenevano piuttosto ad una civiltà romana,
mediterranea e cattolica.
L'invio delle truppe alla frontiera del Brennero dette a Mussolini un senso
di potenza e di eccitazione, cui contribuì Achille Starace il segretario del
Pnf, il quale disse che il duce 69;
era di gran lunga superiore ai generali nella conoscenza persinO delle
minuzie tecniche delle faccende militari. Starace confermò che l'esercito
era ora interamente fascista nello spirito e assicurò che i generali dello
stato maggiore erano tutti iscritti al partito. Incoraggiato, Mussolini
dichiarò baldanzosamente che gli italiani erano una nazione non già soltanto
di soldati, ma di militaristi. Erano un popolo rinnovato che possedeva ora
le virtù dell'obbedienza cieca, del sacrificio e della dedizione alla
patria. Tutta la vita della nazione, anche quella spirituale, si sarebbe
pertanto rivolta alle necessità militari, giacché la guerra era <.la corte
di cassazione fra i popoli»' Il suo stesso giornale parlò di Mussolini come
di un genio, la cui parola in queste faccende era vangelo; e il duce
constatò che poteva strappar facilmente l'applauso parlando del cadavere del
disarmo sepolto sotto montagne di carri armati e cannoni. A mano a mano che
Starace imparava ad organizzare le adunate di massa, che si prestavano alla
retorica reboante, il tono oracolare delle dichiarazioni mussoliniane si
accentuava. «Solo Iddio può piegare la volontà, gli uomini e le cose mai»,
annunciò il Capo. E ancora: «E l'aratro che traccia il solco, ma è la spada
che lo difende. E il vomere e la lama sono entrambi di acciaio temperato,
come la fede dei nostri cuori». In privato cercò di spiegare che con
affermazioni del genere egli dava semplicemente voce all'ardore delle folle
che lo ascoltavano; ma in effetti nella magia illusoria delle parole il suo
stesso discernimento si perdeva. Forse arrivava persino a credere a quel che
raccontava sulle montagne di carri armati o sui cinque milioni di soldati, o
magari su un'industria aeronautica che aveva raggiunto il vertice della
perfezione".
A questa bellicosità senza solida base si accompagnò una violenta virata
antitedesca, risultato diretto dell'uccisione di Dollfuss. In un discorso del
settembre 1934 Mussolini compatì quei nordici mai civilizzati, che
presumevano di far la predica all'Italia: loro, ch'erano ancora dei barbari
analfabeti quando Roma aveva Cesare e Virgilio. In privato parlò di Hitler
con indulgente sarcasmo. Il fatto è che, mentre 70;
proclamava di disprezzarlo, il dittatore tedesco lo irritava, ed era
gelosamente preoccupato che gli altri gruppi fascisti in Europa potessero
preferire Berlino a Roma. Per affermare la propria autonomia, pretendeva ora
che il fascismo italiano riconosceva i diritti individuali, mentre
l'hitlerismo non era che barbarica autocrazia. Contemporaneamente, Hitler
veniva peraltro accusato di esser giunto al potere non con l'impiego aperto
della forza, ma mediante vergognosi compromessi parlamentari. «Gerarchia»
sostenne anche che il nazionalsocialismo era soltanto una prosecuzione della
Germania imperialistica del Kaiser. Il fascismo, scrisse la rivista
mussoliniana, ha creato la realtà e la dottrina del corporativismo, con
l'organizzazione di un nuovo sistema economico che tutti i paesi del mondo
tentano di imitare; il nazionalsocialismo si è sprofondato nel sistema
economico che ha trovato, ricoprendolo con le bandiere di un misticismo
esasperante. Il fascismo organizza un popolo di consapevoli, l'hitlerismo fa
marciare una folla di esaltati (...) Roma ha un obiettivo ben chiaro: la
potenza dello Stato e la grandezza della Nazione; Berlino è sotto l'azione di
una forza oscura la preminenza della razza. Il nazionalsocialismo è tedesco.
Il fascismo è romano e universale (...) Di fascismo non v'è che uno solo,
quello di Mussolini (...)». Giornalisti che sapevano sentire da che parte
soffiava il vento, e segnatamente Farinacci e Preziosi, che di lì a non
molto avrebbero riassunto una posizione vigorosamente filotedesca,
scrissero che il nazismo offendeva la coscienza morale dell'umanità, e
sarebbe fatalmente sboccato nell'ultima vergogna del comunismo. Questo tono
di scandalizzata ostilità caratterizzò tutta la stampa italiana per parecchi
mesi, finché ad un certo punto l'ambasciatore tedesco protestò che nessuna
nazione provvista di senso dell'onore poteva tollerarlo.
Gli argomenti utilizzati contro il nazionalsocialismo coprivano un arco assai
ampio. In un momento in cui molti fascisti si consideravano, bizzarramente,
campioni di individualismo, ci fu chi disse ch'era troppo socialista. Più
spesso venne accusato di esser anticattolico, se non addirittura
anticristiano e ateo. Senza incertezze proseguì la critica della dottrina 7a;
nazista che voleva i tedeschi razza eletta, cui incombeva la missione divina
di dominare le stirpi inferiori. Gli scrittori italiani attribuirono una
concezione così arrogante ad un complesso d'inferiorità: parvenvs che si
sentivano disprezzati dagli altri popoli e avevano bisogno di compensare la
loro mancanza di cultura, i tedeschi s'erano appropriati le scoperte di Max
Muller sull'arianesimo, di carattere puramente linguistico, distorcendole
nell'idea che tedeschi e inglesi appartenevano ad una distinta razza nordica,
ariana. Ora, gli italiani sapevano che questa era una mera sciocchezza, la
quale poteva peraltro venir utilizzata per strappare all'Italia la posizione
che le spettava al vertice della gerarchia delle nazioni. I libri tedeschi
sull'inferiorità dei popoli non-nordici cominciavano a raggiungere l'Italia,
e provocava soprattutto irritazione il fatto che una parte di questa
letteratura prendeva a bersaglio il fascismo, arrivando a citare i nomi
degli ebrei che occupavano posizioni elevate nel Pnf.
L'esclusivismo razziale tedesco offendeva Mussolini. Sembra che nel giugno
1934 abbia sollevato la questione con Hitler, e che in risposta questi gli
tenesse una conferenza sul sangue negro da cui i popoli mediterranei erano
contaminati. Riconsiderando più tardi la questione, Mussolini insisté che il
razzismo tedesco era esso stesso di origine semitica, e negò che potesse
comunque esistere una razza germanica. In Germania c'erano, disse, almeno sei
popoli diversi, tra i quali innumerevoli erano i sintomi di degenerazione: in
certi villaggi bavaresi il sette per cento degli abitanti era formato da
ritardati mentali. Dopo parole così esplicite, qualunque fascista si facesse
tentare dal razzismo veniva richiamato energicamente all'ordine. Le dottrine
razziali, scrisse «Critica fascista,>, non erano fasciste, ma costituivano
anzi una grossa minaccia per la nuova civiltà fascista; e qualsiasi idea
circa una superiorità tedesca nella tecnologia o nell'organizzazione andava
smascherata come quella menzogna che era. L'Italia fascista non aveva nulla
da imparare né dai tedeschi né da chiunque altro. La rivista «Antieuropa»
pubblicò un intero fascicolo dedicato alla critica del razzismo nazista.
Giovanni Preziosi, deciso antisemita, non ebbe dubbi, in ogni caso non per
qualche mese, che i discorsi tedeschi su una razza ariana erano
assolutamente privi di base scientifica. Anzi, la verità era piuttosto che
in genere gli uomini di genio sono di sangue misto. Persino Rosenberg, il
teorico del razzismo, era denunciato dal suo nome come probabile ebreo, e lo
stesso Hitler era chiaramente di ascendenza non immacolata.

capitolo quinto.
LA GUERRA ETIOPICA.
(1935-1936).

La prima guerra importante di Mussolini cominciò nel 1935, con l'invasione


dell'Etiopia. Si trattava di un grande impero, collocato in una posizione
allettante, tra l'Eritrea e la Somalia italiane, e ch'era l'unico territorio
africano su cui non si appuntassero speciali mire degli altri paesi europei,
e rispetto al quale fosse invece generalmente riconosciuto il preminente
interesse italiano. Negli anni Venti l'obiettivo principale di Mussolini fu
la penetrazione economica pacifica, benché sin dai primi giorni del fascismo
avessero circolato voci di un possibile ricorso alla guerra per ottenerne il
controllo politicol. In ogni caso, a Roma si guardava all'Etiopia, non
diversamente che all'Albania, come ad una riserva italiana, tanto più in
quanto lungo tutto il decennio fu l'Etiopia a fornire il grosso dei soldati
all'esercito italiano che combatteva in Libia2. Nel 1928 fu firmato tra i due
paesi un trattato di amicizia. Ma Mussolini lo concepiva come una tappa verso
un protettorato economico sull'impero di Haile Selassie, e si risentì
sinceramente quando questi sfuggì alla trappola cercando contemporaneamente
amici altrove. Il fascismo era dunque pronto ad impiegare mezzi più energici.
A palazzo Chigi c'era chi pensava che l'Africa, e non l'Europa, dovesse
essere la preoccupazione principale della politica estera italiana. Se
possibile, l'Etiopia doveva esser puramente e semplicemente annessa
all'Italia, forse in un futuro assai vicino. E tra le ragioni contingenti
addotte a sostegno di questa linea furono il bisogno che il fascismo aveva
del prestigio di una vittoria militare, e l'esigenza di controllare una base
territoriale più ampia per il reclutamento del 74;
suo esercito coloniale. Quando il ministero degli Esteri favorì un
riavvicinamento alla Germania, mirava tra l'altro a premere sulla Francia,
allo scopo di ottenere l'approvazione di Parigi a quella che Grandi ora
chiamava la .(missione di civiltà» che l'Italia doveva «assolvere nel
continente nero» Circa l'annessione dell'Etiopia, Mussolini era perplesso, e
sospettava che i francesi stessero attirandolo in una difficile avventura
africana. L'Etiopia non gli appariva particolarmente attraente come possibile
colonia. Era invece più che disposto ad accettare la necessità di una
vittoria di prestigio; e i suoi funzionari prospettarono l'idea, ancor più
ambiziosa, di proseguire l'avanzata attraverso il continente africano,
persuadendo magari i francesi o gli inglesi a cedere uno sbocco
sull'Atlantico.
Questo era un piano di lungo periodo. Più immediatamente, approfittando
dell'indeterminatezza della linea di confine, a partire perlomeno dal 1929
truppe italiane presero ad occupare surrettiziamente aree etiopiche; e quando
Haile Selassie propose conversazioni per definire la frontiera, Mussolini
disse ai suoi funzionari di tirare in lungo e non acconsentire a nulla8.
Negli anni immediatamente successivi lo stato maggiore dell'esercito, il
ministero delle Colonie e la Commissione suprema di difesa studiarono piani
per la possibile conquista dell'Etiopia. Ma si trattava ancora di una
possibilità remota, e per il momento l'Italia continuava a vendere materiale
bellico al suo futuro nemico, nonché ad addestrare ogni anno migliaia di
etiopici all'uso delle armi. D'altro canto, fu fatto presente che più si
attendeva, meglio Haile Selassie sarebbe stato in grado di rafforzare e
centralizzare il suo traballante impero, e più tempo un'élite intellettuale
formatasi all'estero avrebbe avuto a disposizione per organizzare la
resistenza contro l'infiltrazione italiana.
Un fattore forse determinante fu l'ascesa di Hitler al potere in Germania, la
quale da un lato creava in Europa una tensione che avrebbe dato a Mussolini
più ampia libertà di azione, e dall'altro sollecitava a far presto a
conquistare l'Etiopia, se si voleva che le truppe potessero tornare a
presidiare la frontiera settentrionale prima che i tedeschi fossero
abbastanza 75;
forti da attaccare l'Austria. Il duce fece un calcolo attentO, stabilendo che
l'esercito tedesco sarebbe stato troppo debole per l'operazione Anschluss
fino al 1937. Nell'estate 1934 fu quindi elaborato un piano di guerra, e nel
dicembre Mussolini dava il via alla preparazione concreta di una campagna
etiopica per l'autunno dell'anno successivo. All'esercito si disse di agire
sulla base del possibile impiego di gas tossici. Esso poteva inoltre contare
sul fatto che, se la conquista avveniva con sufficiente rapidità, gli altri
paesi europei non avrebbero protestato, anche perché ci si proponeva di
arrangiare le cose in modo da far apparire l'Etiopia come l'aggressore.
Sul finire del 1934, un altro evento contribuì ad aggravare la tensione in
Europa. Il re di Jugoslavia fu assassinato a Marsiglia, e i suoi uccisori
erano profughi croati vissuti in Italia, che avevano ricevuto dal governo di
Roma armi e denaro. E possibile che i fascisti fossero preavvisati del
delitto, sappiamo che in altre occasioni progettarono l'assassinio del re
di Albania e del re di Grecia, e sperassero che ne sarebbe derivata una
guerra civile in Jugoslavia che desse loro l'opportunità di spingersi oltre
nei Balcani prima che la Germania diventasse troppo forte. Se è così,
commisero un errore di calcolo, poiché il delitto li mise invece in
difficoltà (non era il primo errore di calcolo, e non sarebbe stato
l'ultimo). Ma è più probabile che Ante Pavelic, il leader croato, abbia
sfruttato l'aiuto di Mussolini ai suoi fini, ben sapendo che gli indizi
della complicità italiana gli permettevano di ricattare il governo fascista,
costringendolo al silenzio.
Nel dicembre 1934 Mussolini organizzò a Montreux un congresso internazionale
di partiti fascisti, cui i nazisti, l'unico altro grande partito fascista
d'Europa, non furono invitati, o comunque non intervennero. Il duce pensava
forse a questa «Internazionale fascista» come ad un possibile mezzo per
sostituire alla SdN qualcosa di più vitale ed autorevole, e certo c'era
l'intenzione di affermare la superiorità del fascismo italiano sul
nazionalsocialismo. La nota antitedesca risonava incessantemente nella stampa
italiana, e ciò va forse collegato al timore contingente che i tedeschi
fossero vicini 76 ad un accordo con la Francia, che avrebbe lasciato l'Italia
impotente. I giornali parlarono della megalomania di Hitler, della barbarie
germanica, e di una minaccia tedesca alla pace in Europa. Hitler fu
designato come «Anticristo», e sulla vanità di Goering e di Goebbels
circolarono barzellette crudeli, che appena un anno dopo la censura avrebbe
bloccato. Il diritto romano e il diritto germanico furono proclamati
antitetici, e nel luglio 1935 <Gerarchia» osservava che al disotto di una
somiglianza superficiale, la differenza tra fascismo e nazismo era ora
«profonda e inequivocabile». Secondo l'ambasciatore tedesco, il regime
fascista mostrava ogni segno di star passando nel campo della conservazione,
vale a dire nel campo dei difensori del trattato di Versailles. Lo stesso
osservatore pensava che, se soltanto le potenze occidentali si risolvevano
ad accettare l'espansione dell'Italia in Africa, Mussolini avrebbe
senz'altro giudicato la loro amicizia più utile di quella tedesca. Una parte
della leadership fascista condivideva chiaramente questo orientamento.
Volendo l'Etiopia, per Mussolini la cosa migliore era di paralizzare
qualsiasi possibile opposizione europea mettendo la Francia contro la
Germania, e provvedendo intanto a galvanizzare gli spiriti guerrieri degli
italiani. Nel dicembre 1934 emanò in fretta e furia, nella sua qualità di
ministro della Guerra, un decreto in cui si stabiliva che ogni cittadino
italiano era un soldato, e che l'educazione militare doveva cominciare
all'età di otto anni. Fu proclamato che questa legge non soltanto poneva
l'Italia in testa a tutti gli altri paesi quanto a potenziale bellico, ma
avrebbe contato come un fatto decisivo nella storia italiana. L'idea di
Mussolini era che «un popolo debba compiere uno sforzo guerresco ogni
venticinque o trent'anni», e che l'opera di educazione allo spirito militare
doveva cominciare già nella scuola elementare. In tal modo si proponeva di
indurre gli altri paesi a prender in maggiore considerazione l'Italia come
potenza militare. La legge fu pertanto salutata con gioia dai capi fascisti;
e si dichiarò anzi che godeva dell'adesione universale, poiché assicurava da
sola il successo in guerra, ed il desiderio 77;
di tagliar corto alle chiacchiere e condurre il tricolore ad una luminosa
vittoria era generalmente diffuso.
Intanto la Commissione suprema di difesa discusse l'andamento del riarmo
(febbraio 1935). Se, come qualcuno ha supposto, dietro la volontà di guerra
mussoliniana fosse stato soprattutto il proposito di dare una spinta alla
ristagnante economia nazionale, dalla Commissione sarebbe dovuta ora uscire
una qualche decisione importante, ad esempio la sostituzione dell'antiquata
dotazione di artiglieria dell'esercito. Ma da quel che disse Mussolini,
sembra piuttosto che la Commissione si impegnasse essenzialmente in un
esercizio di pubbliche relazioni, vale a dire nel tentativo di assicurare il
grande pubblico che i problemi davvero importanti della guerra e della pace
erano stati studiati in modo esauriente. Ed è difficile scorgere una
qualsiasi iniziativa intesa ad incentivare la riorganizzazione dell'esercito
o la produzione bellica. Conclusioni ulteriori vennero raggiunte a proposito
di quella che veniva chiamata l'importanza decisiva di un'educazione
militare totalitaria della gioventù. Un'altra decisione irrilevante (e
destinata a restare lettera morta) fu quella di cominciare a rimpatriare gli
emigrati che potevano riuscire utili nell'esercito o nell'industria degli
armamenti. Fu anche discusso il tema della difesa civile, e si convenne di
acquistare maschere antigas ad uso dei dipendenti pubblici.
Ma la conclusione di maggior rilievo di cinque giorni di discussioni fu che
bisognava raccontare al popolo italiano, per ragioni di propaganda, tutta una
serie di grosse bugie intese a convincerlo che la guerra era, oltre che
desiderabile, fattibile. Mussolini annunciò così che la produzione
cerealicola italiana era sufficiente a coprire i bisogni del tempo di
guerra. La produzione di carne era invece insufficiente, ma vi si sarebbe
presto posto rimedio, e la gente poteva quindi star certa che l'Italia
disponeva di tutti i viveri necessari. Si assicurò inoltre il pubblico che
il governo puntava a far a menO delle importazioni di petrolio, e che anzi
c'era già sul territorio nazionale combustibile a sufficienza per i bisogni
della macchina bellica. Anche in campo tessile si sarebbe raggiunta
l'autosufficienza. L'importazione di carbone era 78;
certo necessaria in tempo di pace, ma Mussolini spiegò, e non è escluso che
ci credesse, che in caso di guerra sarebbe stato possibile mettere subito in
produzione i giacimenti di lignite nazionali. Tutto questo significava che,
grazie al fascismo, la lunga schiavitù economica del paese era alla fine e
l'Italia non era più povera di materie prime. Come commenta conclusivamente
Mussolini, queste notizie avrebbero avuto sul paese un effetto tonico: la
gente si sarebbe ora sentita certa che l'Italia possedeva una capacità
bellica per l'innanzi mai neppure concepita, la quale costituiva una precisa
garanzia di vittoria.
Ai primi del 1935, quando le truppe cominciarono a partire per l'Africa, il
paese non ebbe più dubbi che fosse in preparazione una grossa guerra
coloniale, vitale per la soluzione dei problemi economici italiani. Tra gli
argomenti economici c'era l'assicurazione, ormai divenuta consueta, che in
Africa orientale avrebbero potuto vivere e lavorare milioni di italiani.
Circolarono notizie gonfiate sull'oro, il platino, il petrolio, il carbone e
le incalcolabili ricchezze agricole dell'Etiopia, e si disse agli italiani
che avevano l'obbligo di metter questo patrimonio a disposizione del mondo
civile. Alcuni capi fascisti dovettero sapere, o sospettare, che sogni del
genere erano una mera lustra, ma la propaganda ufficiale preferiva dipingere
il paese come una sorta di Eldorado. Preoccuparsi del benessere dei nativi
sarebbe stato un punto d'onore, ma nessuno si aspettava che l'Italia
mostrasse «un eccesso di cure per gli Africani». L'imperialismo poteva
dunque risultare altamente remunerativo.
Una ragione della fretta fu che altre nazioni potevano prevenire l'Italia in
questo paese della cuccagna. Il Giappone stava ad esempio accaparrandosi i
mercati etiopici con una concorrenza, si diceva, sleale. Che il «giallo
Giappone», paese del tutto incivile, potesse battere così facilmente l'Italia
suscitava un certo stupore, e fu persino avanzata l'idea che altri paesi
dovessero unirsi all'Italia in una politica di sanzioni economiche
antigiapponesi. Come il Giappone, la Germania vendeva armi agli etiopici, la
Francia investiva nelle miniere su cui non avevano messo le mani a tempo i
finazieri 79;
italiani, e circolava la voce, completamente falsa, che gli inglesi
stessero facendo incetta di concessioni petrolifere in tutto il paese,
privando così l'Italia di quella che poteva esser la soluzione dei suoi
problemi energetici.
Le ragioni economiche dell'impresa imperiale, efficaci sul piano
propagandistico, non avrebbero retto ad un'indagine ravvicinata e seria. Più
sostanziale era la questione di prestigio, poiché Mussolini aveva urgente
bisogno di rafforzare negli italiani la convinzione che il fascismo fosse
qualcosa di grande, di importante e di vittorioso. Se necessario, siffatti
moventi egoistici potevano esser verniciati di idealismo proclamando la
difesa della cristianità e della razza bianca contro gli etiopici, popolo
barbaro, e i giapponesi, popolo di colore. Gli stessi fascisti che
pochissimo tempo prima avevano esortato Gandhi ad insorgere contro gli
inglesi in nome del nazionalismo indiano, si appellavano ora all'Inghilterra
perché solidarizzasse con una nazione bianca. La macchina propagandistica
fece di questo uno dei suoi grandi temi, invitando gli altri paesi civili a
schierarsi al fianco dell'Italia contro un popolo di cannibali e di
schiavisti, che costituiva una minaccia per la superiorità europea.
I preparativi diplomatici della guerra erano meno facili del lavoro di
orientamento dell'opinione pubblica italiana, e per alcuni aspetti importanti
ci si affidò al caso. Gli inglesi avevano già riconosciuto i predominanti
interessi italiani in Etiopia. Era chiaro che non gli si poteva parlare
dell'invasione, ma era lecito sperare che dinanzi al fatto compiuto non si
sarebbero opposti. Il problema francese era più facile, specialmente dopo che
il ministro degli Esteri di Parigi, Pierre Laval, aveva privatamente fatto
capire che Mussolini poteva un giorno entrare in Etiopia. Nel gennaio 1935 i
due uomini si incontrarono a Roma, e concordarono i termini di un trattato.
Convennero inoltre sull'opportunità di conversazioni tra i due stati maggiori
in vista di una possibile guerra contro la Germania, e al tempo stesso Laval
diede verbalmente il suo benestare, in termini che non conosciamo con
precisione ad un'azione italiana in Africa. Con ogni probabilità, egli non
accettò esplicitamente l'ipotesi di una invasione 80;
italiana; ma forse ci fu un'intesa tacita, e alcuni studiosi ritengono
probabile che Laval esprimesse un'approvazione inequivoca dei progetti
italiani. E comunque certo che dopo questo incontro Mussolini agì come se
avesse l'appoggio di una delle potenze decisive, e potesse lanciare una
guerra di aggressione in piena sicurezza.
I governi francese e inglese riconoscevano in Hitler il pericolo principale
per il mondo occidentale, e per ottenere l'aiuto italiano contro di lui erano
pronti a pagare un certo prezzo. Quando, nell'aprile 1935, i loro
rappresentanti incontrarono Mussolini a Stresa per discutere la formazione di
un fronte comune, evitarono la questione etiopica, nella speranza che
Mussolini, non avendola neppur lui sollevata, fosse d'accordo nel
concentrarsi interamente sul pericolo tedesco. Mussolini fu bensì ammonito,
in modo informale, che un'invasione italiana avrebbe suscitato una ferma
opposizione, ma la cosa finì lì. E se alcuni diplomatici britannici
giudicarono questa mancanza di chiarezza sul problema etiopico un errore ed
una viltà, altri la ritennero un rischio giustificabile, e qualcuno arrivò a
pensare che fosse lecito sacrificare l'Etiopia, se la questione era quella
di salvare l'Europa da Hitler.
Benché non avesse ricevuto ammonimenti formali, Mussolini non poteva dubitare
che se avesse scatenato una guerra africana l'opinione mondiale gli sarebbe
stata ostile: gli inglesi lo avevano detto in privato a Stresa, e lo
ripeterono in termini inequivoci pubblicamente a Ginevra il 15 aprile, e poi
ancora a Roma e a Londra. Alla Camera dei Comuni la franchezza fu tale che un
fascista sfidò a duello Clement Attlee, il leader laburista. Ma la propaganda
italiana preferì anestetizzare questi pensieri sgradevoli fornendo due
ragioni per proseguire i preparativi di guerra, entrambe pericolose e
difficilmente compatibili tra loro: si disse da un lato che l'Inghilterra
aveva segretamente incoraggiato l'Italia a combattere, e avrebbe forse
addirittura gradito, in compenso del suo appoggio, un pezzo di territorio
etiopico; e dall'altro che gli inglesi avevano paura dell'Italia e temevano
che la guerra distruggesse i loro investimenti all'estero. Come 83;
disse Mussolini ai suoi collaboratori, l'Inghilterra non avrebbe osato
opporglisi nella faccenda etiopica, perché lo sapeva abbastanza forte da
pigliarsi l'Egitto e il Sudan. Non era che un grossolano errore di calcolo
tra molti. Mussolini presUppose puramente e semplicemente, che gli altri
governi avrebbero agito con altrettanta mancanza di scrupoli del suo, senza
alcun riguardo per gli etiopici. Presuppose inoltre che avrebbero dimostrato
eguale spregio per la loro opinione pubblica. Infine, si sentiva sicuro che
Inghilterra e Francia se ne sarebbero restate tranquille perché avevano
bisogno del suo aiuto contro la Germania.
La responsabilità della preparazione della guerra non fu affidata al capo di
stato maggiore generale, e neppure all'esercito, ma ad uno speciale comitato
nell'ambito del ministero delle Colonie. Benché pronto a prestare ascolto ai
consigli dell'esercito, Mussolini insisté che doveva trattarsi di una guerra
fascista, posta sotto la sua personale direzione, e al comando del corpo di
spedizione nominò Emilio De Bono, un fascista in vista che aveva partecipato
alla campagna africana del 1887, e aveva lasciato l'esercito molti anni
prima. Si sperava che una buona parte, e anzi la maggioranza dei soldati
sarebbe venuta non dall'esercito regolare, ma dalle brigate di camicie nere
della Milizia. Come risulta dal diario di De Bono, in prima linea stava lo
scopo di procurar gloria militare al regime, e quindi Badoglio e lo stato
maggiore dell'esercito dovevano accontentarsi del secondo posto. Il primo
posto spettava allo stesso Mussolini, il quale nella sua qualità di
comandante in capo della Milizia sarebbe stato personalmente responsabile
della condotta delle operazioni, e intendeva essere in Africa orientale al
momento della vittoria.
De Bono pensò dapprima di aver bisogno di sole tre divisioni, ma Mussolini
preferiva non correre rischi, e decise di mandarne dieci. Finì coll'inviarne
venticinque; e questa sovrabbondanza governata da decisioni casuali ed
estemporanee caratterizzò l'intera campagna. Si menò vanto del fatto che ogni
cosa veniva concessa in una misura pari a tre volte quella richiesta, e che
non si badava assolutamente a spese. Alla fine compirono la traversata di
migliaia di miglia tra l'Italia 82;
e l'Africa orientale 650.000 uomini e due milioni di tonnellate di materiali.
Fu un'impresa considerevole, ma alcuni osservatori rilevarono ch'era stata
spedita una quantità di materiali dieci volte maggiore di quella ch'era
possibile utilizzare. E in effetti le scorte marcirono sulle banchine perché
mancavano i mezzi per trasportarle. Altra manifestazione di dilettantismo, di
cui ebbe a lagnarsi De Bono: migliaia dei suoi militi non avevano ricevuto
alcun addestramento militare, e arrivarono con una sola camicia, niente
biancheria, e fucili che la ruggine faceva inceppare.
Con il progredire dell'opera di ammassamento di questo imponente esercito,
gli osservatori stranieri non potevano più aver dubbi su quel ch'era in
marcia. Qualcuno pensò che Mussolini stesse diventando pericolosamente
squilibrato, e che comunque non ci si poteva più fidare delle sue
dichiarazioni. Ammesso pure che sperasse ancora di evitare la guerra, era
giunto il momento in cui non poteva più tirarsi indietro senza perdere quel
prestigio cui teneva tanto. Nel giugno 1935 il ministro degli Esteri
inglese, Anthony Eden, si precipitò a Roma con un piano per evitare la
guerra. L'idea era di convincere l'Etiopia a cedere alcune zone all'Italia,
ricevendo in cambio territori coloniali inglesi che le avrebbero dato uno
sbocco sul mare. Il ministero degli Esteri italiano aveva sperato in
concessioni più sostanziose, e convenne con Mussolini che l'offerta era
inaccettabile, soprattutto perché con un porto proprio l'Etiopia sarebbe
stata meno soggetta all'influenza economica italiana. Con una bravata
tipicamente fascista, Mussolini non partecipò, facendosi scusare, ad una
colazione ufficiale in onore di Eden, ma comparve poi ostentatamente sul suo
motoscafo a pochi metri dal ristorante sul mare dove il suo ospite era stato
condotto. Ci si domanda che cosa sperasse di guadagnare con questo bizzarro
atto di scortesia. Eden lasciò Roma con l'impressione che Mussolini non fosse
un uomo cui si potesse fare delle concessioni, perché le avrebbe prese
soltanto per un segno di debolezza. E neppure si poteva contare che
mantenesse le promesse. Dal canto suo, Mussolini dedusse dall'offerta
britannica ch'era possibile spingere l'Inghilterra ancora oltre sulla via
dell'appeasement, e pertanto intensificò i preparativi bellici.
Sfortunatamente, Mussolini fu ingannato dai suoi collaboratori, i quali,
giocando sulle sue speranze, suggerirono che in Francia e Inghilterra
l'opinione pubblica si sarebbe schierata al suo fianco. Altra sfortuna, egli
riuscì a procurarsi copia di un rapporto segreto inglese, il quale gli fece
supporre, erroneamente, che in caso di ricorso italiano alla guerra
l'Inghilterra non avrebbe fatto opposizione. L'idea di guidare il suo paese
alla vittoria militare era una grande tentazione. Poteva ora immaginare un
impero italiano estendentesi attraverso tutta l'Africa centrale. I quattro
angoli della terra avrebbero dovuto inchinarsi alla potenza del fascismo, e
se gli etiopici osavano resistergli, il loro paese sarebbe stato messo a
ferro e fuoco. A questo punto, egli disse, e la cosa non suona come
un'ennesima posa, di volere la guerra per la guerra, di aver bisogno di
vendicare la sconfitta subita dall'Italia ad Adua nel 1896. E ciò voleva ad
ogni costo, anche se «doveva significare dar fuoco all'intera Europa», anche
se avrebbe comportato una guerra con l'Inghilterra e la Francia. Intanto
«Gerarchia» assicurava ai suoi lettori che l'Italia era più forte delle
democrazie occidentali, e altre riviste e periodici ripresero ancora una
volta i vecchi motivi fascisti e futuristi sulla «necessità e la poesia
dell'odio, l'igiene e la forza propulsiva della guerra».
Intanto a Ginevra i rappresentanti fascisti facevano del loro meglio,
alternando le pose minacciose alle manovre dilatorie, per ottenere che la SdN
non intervenisse. Le loro istruzioni erano di dire che l'Etiopia minacciava
un'aggressione contro l'Eritrea, e che l'imponente flotta italiana che
trasportava materiale bellico attraverso il canale di Suez aveva scopi
esclusivamente difensivi. La verità era invece che Mussolini aveva
ponderatamente deciso mesi addietro la conquista totale dell'Etiopia al fine
di creare un impero italiano prima che i tedeschi divenissero troppo forti in
Europa. Aveva scelto come momento dell'attacco la fine della stagione delle
piogge autunnali, e aveva bell'e pronto un incidente di frontiera che
fungesse da pretesto. Dopo di che avrebbe 84;
attaccato su due fronti distinti, in Eritrea e in Somalia, riservandosi come
obiettivi successivi l'Egitto e il Sudan, e magari anche il Kenya. Aveva già
predisposto un piano di attacco che prevedeva l'impiego di gas e aerei da
bombardamento contro i centri abitati, e l'esercito aveva l'ordine di far uso
di metodi terroristici, con la sicurezza che gli etiopici, per mancanza di
un'aviazione, non erano in grado di replicare.
Nel settembre 1935, quando gli inglesi rafforzarono la loro flotta nel
Mediterraneo per esser pronti a qualsiasi evenienza, la stampa fascista
arrivò ad affermare che la marina e l aviazione inglesi non valevano quelle
italiane; e i capi fascisti assicurarono Mussolini ch'egli era in grado di
affondare l'intera flotta britannica in una notte, e di mutare così il corso
della storia. Gli inglesi dal canto loro sapevano, cosa che a quanto pare
Mussolini ignorava, che gli italiani non possedevano bombe capaci di
perforare le corazze, e se si arrivava alla guerra si sentivano certi di
poter interrompere agevolmente il traffico marittimo italiano, impedendo ai
rinforzi di raggiungere l'Etiopia. Lo stato maggiore italiano era
consapevole di ciò, e giudicava gli inglesi in grado di attaccare
praticamente ovunque volessero, con la sicurezza di vincere. E stata
avanzata l'ipotesi che la sicurezza del duce si spieghi col fatto ch'egli
venne ingannato, forse da quelli stesSi che avevano bisogno di mascherare i
loro errori di omissione. O forse egli continuava semplicemente a tentar di
impressionare l'opinione pubblica. In ogni caso, in privato il duce
rassicurò gli inglesi che, malgrado tutto il suo parlare di guerra, no aveva
alcuna intenzione offensiva' Diversamente da Hitler, Mussolini aveva una
passione sfrenata per l'informazione segreta, specialmente per le
intercettazioni telefoniche e per i rapporti di polizia, e passava buona
parte del suo tempo a studiare questi materiali infidi. A partire dai primi
anni Trenta, parecchie ambasciate straniere a Roma ebbero i loro telefoni
messi sotto controllo, e si provvedeva anche a fotografarne i documenti
privati. Non c è dubbio che fosse una pratica abbastanza comune tra le
grandi potenze, ma insolito era in Mussolini il fatto che non sempre si
preoccupava di controllare le informazioni ottenute 85;
per questa via, e anche che non sapeva trattenersi dall'usarle in modo da
rivelarne la provenienza. Da messaggi intercettati venne a sapere che gli
inglesi erano decisi a concentrare gli sforzi sui due principali pericoli
presenti sulla scena mondiale, la Germania e il Giappone, e non avevano
piani concreti di guerra in relazione alla questione etiopica. Apprese anche
che la loro flotta mediterranea era a corto di munizioni, e si azzardò a
fondare la sua decisione su questo fatto, non rendendosi conto che il
rapporto poteva esser fuorviante, e che comunque le deficienze italiane
erano ancora più gravi. I ministri di Mussolini sapevano che uno dei modi
più celeri per fargli giungere un'informazione era di inserirla in una
conversazione telefonica privata, usando apparecchi che si sapeva essere
sotto il controllo della polizia, e non è inconcepibile che ogni tanto gli
ambasciatori facessero altrettanto. Sembra comunque certo che le
indiscrezioni di Mussolini abbiano rivelato agli inglesi che la cassaforte
privata del loro ambasciatore veniva aperta, e il fatto che negli anni
successivi il duce continuasse a ricevere informazioni da questa fonte può
indicare soltanto due cose: o il Foreign Office diede prova di
un'inefficienza clamorosa, oppure al duce furono deliberatamente fornite
informazioni di comodo. Bisogna dire che sono perfettamente possibili
entrambe le cose.
Mussolini iniziò l'invasione il 3 ottobre 1935, senza attardarsi in
dichiarazioni di guerra, e naturalmente nient'affatto turbato all'idea di
star violando un certo numero di trattati. Il Gran Consiglio non fu
consultato, perché egli intendeva che la vittoria fosse il più possibile un
suo successo personale. L'opinione pubblica non era entusiasta: senza
avversare l'imperialismo in quanto tale, molti italiani temevano una
possibile sconfitta, e guardavano con preoccupazione al distacco dalla SdN e
dalle democrazie occidentali. Secondo i rappOrti di polizia, la burocrazia,
l'aristocrazia e i capi delle forze armate erano in gran parte contro la
guerra, e nelle sale cinematografiche i cinegiornali furono talvolta accolti
da un silenzio mortale, o magari da fischi di scherno. Persino alcune
importanti personalità fasciste erano per la pace, e lo 86;
stesso Mussolini riconobbe che la guerra era in genere impopolare. E tuttavia
non poteva esser questione di ritirarsi. Inoltre, se la preparazione
diplomatica della guerra era stata mediocre, in fatto di propaganda Mussolini
aveva la mano sicura, e spronò il partito a farsi portavoce dello slogan per
cui la conquista dell'Etiopia sarebbe stato il momento culminante della
storia moderna, la prova della grandezza dell'Italia e della sua missione di
educatrice del mondo. Bottai parlò di guerra di civilizzazione e di
liberazione. Un'Italia fiera e piena di energia era risoluta ad emergere
dalla sua povertà e dal suo senso di inferiorità, mentre, si disse -
l'intero mondo civile osservava ammirato.
La sicurezza di Mussolini era tale, che non si disturbò neppure a mettere in
atto il pretesto preconfezionato che doveva servire a mascherare
l'aggressione, cosa che mise Laval nell'impossibilità di difendere la sua
azione. Pochi giorni dopo l'inizio della guerra, la SdN, Francia compresa,
condannava dunque l'Italia come paese aggressore, e imponeva sanzioni
economiche a suo carico. Se le sanzioni fossero state applicate
rigorosamente, e in particolare se si fosse fatto ricorso alla chiusura del
Canale di Suez, sarebbe stato possibile fermare Mussolini, col risultato di
render noto ai dittatori che le manovre belliciste venivano punite. Ma il
mondo non era disposto ad affrontare una guerra generale per l'Etiopia. Non
essendo abbastanza ferma, l'azione della SdN ebbe il solo effetto di offrire
a Mussolini una splendida opportunità di chiamare il sentimento nazionale a
schierarsi contro questa ..aggressione» portata alla patria da 52 paesi. Come
più tardi avrebbe riconosciuto, fu l'imposizione delle sanzioni che gli
consentì di .frantumare l'ultimo residuo di resistenza al fascismo in
Italia», e permise quel che altrimenti sarebbe stato impossibile: la
conquista di un impero. L'industria della propaganda ebbe giuoco facile a
bollare le democrazie occidentali come decadenti, infiacchite, codarde e
incapaci di tener testa al vigore e all'idealismo dell'Italia fascista.
Mussolini era deciso a dimostrare a inglesi e francesi che disprezzarlo era
antigienico, e quando parlò su questo tema lo fece senza controllo.
L'Inghilterra avrebbe dovuto venir distrutta 87;
come Cartagine. I più eminenti intellettuali del paese vennero mobilitati in
appoggio a questa campagna, e invitati ad esprimere la loro indignazione per
il fatto che dei governi europei potevano preferire «un'orda barbara di
Neri», ben sapendo che l'Italia fascista era «la più intelligente tra le
nazioni», la «madre di ogni civiltà e maestra universale dello spirito
umanO».
La minaccia delle sanzioni fu decisiva nell'allineare l'opinione pubblica
dietro la guerra, e centinaia di giornalisti furono spediti in Etiopia con il
compito di stimolare ulteriormente l'eccitazione generale. Tra gli esuli
antifascisti, qualcuno rientrò in Italia per testimoniare la propria
solidarietà con il governo su questo punto particolare, e alcuni illustri
uomini di Stato liberali avallarono la convinzione generale che si trattasse
di una guerra patriottica e giusta. Quando Mussolini chiamò i cittadini a
donare alla causa comune le vere nuziali e altri oggetti preziosi, la
risposta fu considerevole. Ci sono scarsi dubbi che i proventi di questa
raccolta finirono in buona parte nelle tasche di malversatori; ma il
pubblico atto di fede, che aveva accomunato il cittadino qualsiasi alla
famiglia reale e ai prìncipi della Chiesa, fu per il fascismo eccellente
propaganda.
L'iniziale avanzata di De Bono fu un altro grande tonico per il paese, e in
modo particolare lo fu la facile occupazione di Adua, che cancellava le
memorie terribili della sconfitta subita quarant'anni prima, divenute per i
patrioti una vera ossessione. Ma l'avanzata fu arrestata dalla mancanza di
benzina e di altri rifornimenti. Secondo Mussolini, c'era il rischio che
entro breve tempo l'intervento internazionale ponesse fine alla guerra.
Prima che ciò accadesse, egli voleva quindi che De Bono occupasse la massima
estensione di territoriO possibile. Ma De Bono stava dimostrandosi, come
comandante una scelta sbagliata. Aveva sessantanove anni, e non era che un
soldato dilettante, timido e privo di fantasia. Una parte della leadership
fascista aveva reagito alla sua nomina convincendosi che Mussolini stava
perdendo il contattO con la realtà, e si circondava soltanto di nullità e di
adulatori che lo confermassero nel suo senso di superiorità. 88;
L'idea di utilizzare la Milizia era stata un altro esempio di leggerezza. Gli
ufficiali delle camicie nere erano ormai in buona parte agiati funzionari di
mezz'età, rimasti nella Milizia soltanto per l'uniforme e per i privilegi
connessi. Qualcuno era ormai tanto lontano dagli ideali fascisti da
supplicare di non essere mandato in Africa. Ad altri furono affidati comandi
importanti malgrado fossero privi di qualsiasi addestramento. Certo, gli
italiani patrioti, fascisti e non fascisti che andarono volontari a
battersi, furono numerosi; ma molte altre reclute dovettero venir
rastrellate dagli uomini del partito tra i disoccupati.
Nel giro di qualche ora dall'inizio della campagna, Mussolini si rese conto
dell'errore commesso, e cominciò a pensare alla sostituzione di De Bono. In
un momento in cui l'opinione pubblica esigeva successi più spettacolari,
ripetuti ordini mussoliniani di attaccare furono disattesi. De Bono venne
così promosso al grado di maresciallo, e sostituito con Badoglio. Il fronte
italiano rimase tuttavia fermo per altri due mesi, e ulteriori rinforzi
vennero inviati a questo già enorme esercito. Poiché le carte geografiche a
Roma non segnalavano alcuna avanzata, la stampa ebbe istruzioni di metter la
sordina agli eventi bellici, e i corrispondenti stranieri che Si azzardarono
a riferire di un qualsiasi scontro che avesse visto gli etiopici vittoriosi
furono espulsi9'. Ma all'interno del partito cominciò a diffondersi una
sensazione di allarme, e circolarono voci su una possibile caduta di
Mussolini.
Ai primi di dicembre circolarono nuovi discorsi di pace, sulla base della
concessione all'Etiopia di un corridoio sino al Mar Rosso in cambio di un
riconoscimento della vittoria italiana. Un curioso episodio rivela
chiaramente l'ingenuità, e fors'anche la corruzione, degli ambienti
militari. Ne fu protagonista un palestinese, Chukry Jacir Bey, un brillante
avventuriero dalla lingua lunga. Costui, dopo essersi messo nei guai in vari
paesi europei, propose allo stato maggiore italiano di affidargli l'incarico
di persuadere a suon di denaro Haile Selassie a venire a patti. In caso di
rifiuto dell'imperatore, Jacir Bey avrebbe organizzato, di concerto con
entrambe be le parti, una battaglia fittizia, da combattere nel modo che i
generali italiani avrebbero preferito, e da cui questi sarebbero
naturalmente usciti vittoriosi. Fu redatto un accordo formale, che i
rappresentanti dell'esercito firmarono, e un mucchio di denaro passò da una
mano all'altra. Ma a questo punto Jacir Bey se la svignò, e successivamente
ricattò il governo fascista con la minaccia di rivelare l'intera farsesca
vicenda.
Un'altra iniziativa di pace fu presa nel dicembre dai ministri degli Esteri
di Parigi e di Londra, Laval e Samuel Hoare, i quali pensarono di poter
persuadere Mussolini ad accettare un compromesso che gli concedeva
pressappoco metà dell'Etiopia. Mussolini sembra esser stato sul punto di
accettare questo tentativo di pacificazione; ma non così Haile Selassie, e
neppure l'opinione pubblica inglese.
Quando le operazioni militari ripresero, Badoglio usò una tattica molto più
spietata di quanto avesse fatto De Bono. Ordini espliciti di Mussolini
imponevano all'esercito di ricorrere, se necessario, ad ogni mezzo, dal
bombardamento degli ospedali all'impiego «anche su vasta scala di qualunque
gas», e addirittura alla guerra batteriologica (tutte cose che però bisognava
cercare di tener segrete). In una convenzione ratificata nel 1928 l'Italia
aveva ripudiato la guerra chimica come incivile, ma Mussolini aveva fatto
trasportare in Etiopia grandi quantità di gas, ed era sua intenzione usarlo,
col pretesto che gli etiopici l'avevano usato per primi96. Furono rilasciate
- allora e in seguito, dichiarazioni ufficiali affermanti che l'Italia non
usò alcun metodo di guerra disumano, e che le storie sull'impiego
dell'iprite erano un'invenzione di stranieri desiderosi di screditare il
fascismo. La censura impose ai giornali di contribuire a sostenere questa
linea. Fotografie di vittime dell'iprite raggiunsero Londra, ma l'ambasciata
italiana riuscì abilmente a farle passare per casi di lebbra. Mussolini
intanto diceva al «Daily Mail» che le atrocità di Haile Selassie erano
un'infamia; e una trovata ancor più cinica fu la storia che gli inglesi
fornivano all'Etiopia gas da usare contro l'Italia.
Gli aerei italiani avevano compiuto esperimenti con speciali 90;
spruzzatori, capaci di produrre una pioggia sottile di iprite vaporizza ta su
vaste superfici. Benché di rado il gas risultasse letale, i risultati erano
agghiaccianti, e il maggior generale Fuller, un fascista inglese che seguiva
la guerra per conto del «Daily Mail», affermò ch'esso s'era dimostrato un
fattore tattico decisivo. Al nemico venne così offerto gratuitamente
l'argomento che senza l'impiego del gas l'Italia avrebbe anche potuto
perdere. Un'obiezione più seria fu che questa arma provocava l'ostilità di
alcuni filofascisti all'estero, e presumibilmente anche di alcuni soldati
cattolici nell'esercito italiano. Il Vaticano non si sentì abbastanza forte
da condannare l'impiego dei gas, ma l'arcivescovo di Canterbury sì, e lo
fece. Il risultato fu un diffuso scetticismo circa la pretesa dei fascisti
di star combattendo per la civiltà cristiana contro la barbarie.
La sovrabbondanza delle forze a disposizione di Badoglio era tale, che
difficilmente egli avrebbe avuto davvero bisogno di ricorrere a questi mezzi
discutibili. Quando finalmente lanciò un'offensiva, il successo fu pieno.
Come già con De Bono, Mussolini tentò di dirigere personalmente le
operazioni dal suo ufficio romano. Ma Badoglio resisté, e il duce ripiegò
sulla tattica di incoraggiare le rivalità tra i comandanti, vista come il
modo migliore di accrescere la propria personale influenza sul corso degli
eventi. Al fine di dar lustro al fascismo, Starace, il segretario del Pnf,
ebbe un comando operativo, e fu spedito a compiere quella che sarebbe
passata alla leggenda come la «marcia su Gondar», qualificata una delle
grandi gesta epiche della storia coloniale (ma i capi dell'esercito sapevano
che non c'era nulla di vero).
Altri dirigenti fascisti ebbero comandi in Etiopia, e la loro brama di
medaglie era leggendaria. Invero, la pletora delle medaglie e la falsità
notoria di molte imprese fasciste finirono col mettere alquanto in ridicolo
il regime. Un altro eroe aureolato di gloria fu Roberto Farinacci, ex
segretario del Pnf, che Si ebbe una speciale acclamazione della Camera per
aver perso una mano in azione, benché fosse comunemente noto che l'azione
era consistita nell'impiego inesperto 93;
di una granata mentre pescava nelle acque di un lago presso Dessié.
A Farinacci era stato frettolosamente concesso, perché potesse prender parte
alla spedizione, un brevetto di ufficiale dell'aeronautica, e lo stesso fu
fatto per i due figli maggiori di Mussolini (illegalmente nel caso di Bruno,
che non aveva ancora compiuto diciassette anni). La propaganda si sentì
quindi legittimata ad affermare che questi due giovanotti erano tipiche
incarnazioni dell'eroismo fascista. Su questa esperienza il primogenito,
Vittorio, scrisse un libro, in cui illustrò alla gioventù italiana le
bellezze del combattimento, e affermò che ogni ragazzo italiano avrebbe
dovuto un giorno sperimentare la guerra, la quale, disse, «per noi, a
prescindere dalla fede, era uno sport, il più bello, il più completo». E
ancora: «La guerra certo educa e tempra, e io la consiglio a tutti, anche
perché credo che sia proprio dovere di un uomo farne almeno una».
L'aggettivo favorito di Vittorio per descrivere gli eventi cui prese parte è
«divertente», o anche «molto divertente». Era triste, ma «molto divertente»,
osservare <un gruppetto di Galla, caracollanti dietro ad uno vestito di
nero, sbocciare come una rosa, essendogli piombato in mezzo qualche tubo
della mia gelatiera». Egli non disse che il nemico non aveva un'aviazione da
caccia, e quasi nessuna difesa eccetto la fucileria. Entrambi i ragazzi
Mussolini ebbero la medaglia d'argento per essersi battuti coraggiosamente
in condizioni di grave svantaggio; e lo stesso dicasi per Farinacci e altri
gerarchi, che avevano fatto ancor meno.
Nel marzo o aprile 1936 Mussolini era pronto a concludere con il Negus una
pace di compromesso, che prevedesse l'annessione di forse soltanto una metà
del suo territorio: il periodo delle piogge si avvicinava, ed era impossibile
mantenere l'esercito in campagna per un'altra stagione senza grave pericolo e
intollerabili perdite finanziarie. Ma il favorevole andamento degli eventi
militari rese possibile una soluzione più totalitaria. Nel maggio 1936
un'avanguardia dell'esercito di Badoglio occupò Addis Abeba, e segùì
l'annuncio che l'Italia aveva vinto «la più grande guerra coloniale che la
storia ricordi». Si disse quindi che la popolazione etiopica si 92;
era rivoltata contro il suo governo, dando gioiosamente il benvenuto al
dominio italiano.
Mussolini rivendicò la gloria a se stesso, e fece sì che a Badoglio e a
Graziani, che aveva attaccato l'Etiopia muovendo dalla Somalia, fosse
riservato qualcosa di meno di quei pieni onori del trionfo che entrambi
pensavano di meritare: era un suo fermo principio largheggiare bensì in
materia di prebende, ma assicurarsi che nessun'altra personalità fascista
risplendesse se non di luce riflessa. Comportamento poco generoso, era però
buona politica, ed era del resto innegabile che la sua risolutezza e la sua
energia avessero contribuito in modo fondamentale alla vittoria. Dopo aver
ufficialmente proclamato l'esistenza di un impero italiano, Mussolini attese
che gli altri paesi accettassero il fatto compiuto con tutta la buonagrazia
di cui erano capaci. Quando Haile Selassie venne a Ginevra per un'estrema
protesta, una dozzina di giornalisti italiani si guadagnarono il loro
minuscolo posto nella storia coprendolo di urla e di fischi, sì da non
lasciare udire il suo discorso. Si disse ch'era stato un gesto spontaneo, ma
la verità è ch'erano arrivati ordini da Roma, e ch'era stato un
rispettabilissimo diplomatico italiano a consegnar loro i fischietti. I
giornalisti ricevettero un premio per il miglior servizio reso alla
professione nel corso dell'anno, e uno di essi ricordò più tardi che nessun
altro atto, in tutta la sua carriera, gli aveva valso un'adesione altrettanto
entusiastica in Italia.
Con il suo talento nativo per la propaganda, Mussolini spremette dalla
vittoria ogni possibile vantaggio, riuscendo a convincere molti che ne
sarebbe venuto lavoro per tutti e ammirazione nel mondo intero. I resoconti
della campagna furono opportunamente manipolati per render più plausibile la
versione ufficiale. Si parlò di una delle più grandi campagne di tutti i
tempi, di un caporo di strategia realizzato contro un nemico che gli esperti
militari d'Europa avevano garantito assolutamente imbattibile. Badoglio fornì
una versione leggermente diversa: a suo dire gli ufficiali di tutti gli stati
maggiori europei avevano calcolato che l'Italia avrebbe avuto bisogno per
vincere di tre anni, mentre lui, 93;
Badoglio, li aveva sconcertati vincendo in sette mesi. Probabilmente in
Italia nessuno sapeva che secondo almeno uno degli esperti militari
stranieri la guerra era durata due volte più del necessariO Nel suo libro
sulla campagna Badoglio non dà le cifre delle perdite, forse perché
rischiavano di sminuire l'impresa. Mussolini disse una volta in privato che
la vittoria era stata ottenuta con soli millecinquecento morti: un prezzo
troppo basso. Egli avrebbe preferito perdite più elevate, in modo che
l'evento apparisse di maggior portata. Alcune stime danno cifre sotto le
mille unità; e ciò su una forza mobilitata di 800.000 uomini. D'altro canto,
il costo finanziario della creazione dell'impero fu ufficialmente dichiarato
in quaranta miliardi di lire, equivalenti al doppio delle entrate totali
annue dello Stato. E i funzionari sottolinearono compiaciuti che si era
trattato di uno sforzo forse altrettanto ingente di quello compiuto durante
l'intera prima guerra mondiale, quando erano stati uccisi 600.000 italiani.
Fosse o non fosse valsa la pena, in relazione agli sforzi compiuti, Mussolini
era soddisfatto dei risultati. Il successo aveva trasformato una guerra
ch'egli stesso giudicava immoralel25 in qualcosa di giusto e di buono. Non
solo aveva sconfitto la SdN e una coalizione di 52 potenze che avevano
applicato sanzioni contro di lui, ma sembrava lecito affermare che il resto
del mondo lo ammirava per questo. Quanto agli effetti interni, la guerra di
aggressione, lungi dal provocare smarrimento, si risolse in un enorme
successo di opinione pubblica. Ciò spiega come Renzo De Felice possa
chiamare la guerra etiopica il capolavoro politico di Mussolini. Quel che il
duce non riusciva a vedere era che, a parte gli indubbi guadagni in materia
di prestigio e di propaganda, la conquista significava di per sé ben poco
finché l'Etiopia non fosse stata pacificata e non venissero trovate le
risorse necessarie alla sua ricostruzione. Egli non si rendeva ancora conto
che un impero lontano, accrescendo la vulnerabilità marittima dell'Italia,
avrebbe costituito un salasso ingentissimo per un bilancio già pesantemente
squilibrato, e avrebbe indebolito la posizione dell'Italia rispetto sia alla
Germania 94;
che alle potenze occidentali. Inoltre, non capiva che inimicandosi paesi
membri della SdN rinunciava al suo margine di manovra in politica estera.
Infine, una parte dei suoi so stenitori stranieri lo abbandonò quando vide
che dietro la facciata propagandistica c'era un autocrate assetato di sangue
e un aggressore che non faceva alcun conto dei diritti altrui.
In seguito molti, ma qualcuno anche subito, riconobbero che quel che poteva
apparire in superficie un gran risultato rischiava in realtà di rivelarsi
come la premessa di una catastrofe, soprattutto dopo che Mussolini cominciò
ad agire come se, per il fatto di aver battuto un esercito di irregolari
male organizzato e peggio equipaggiato, fosse in grado di sconfiggere
chiunque. Un effetto della guerra etiopica fu ch'egli si illuse sulle sue
forze armate, credendole, chissà perché, più forti che mai, e giudicando il
suo esercito motorizzato a sufficienza per affrontare una guerra europea.
Forse dimenticava ch'erano state le truppe mercenarie indigene a sostenere
il grosso dei combattimenti (in seguito doveva ammettere che avevano in
maggioranza disertato). Fu invece dichiarato che, essendo la vittoria una
conseguenza logica della dottrina e dell'organizzazione fasciste, il duce
era ora in grado di sfidare qualsiasi avversario, ovunque. Egli aveva
dimostrato il primato italiano tra le nazioni: a paragone dell'Italia,
Inghilterra e Francia apparivano chiaramente indebolite. Paradossalmente,
quella stessa guerra che costrinse le democrazie a riarmare dette a
Mussolini l'illusione di poter continuare senza pericolo sulla vecchia
strada. Un successo troppo facile incoraggiò il dilettantismo e il
presuntuoso tentativo di giocare in Europa un ruolo assai più grosso che nel
passato, ma senza prima costituire le risorse a quel ruolo necessarie.
Diventar popolari in Etiopia era certo per gli italiani assai difficile. Ma
avrebbero avuto migliori possibilità di riuscita, se solo avessero potuto
permettersi di dar prova di maggiore magnanimità. Giocò invece qui contro di
loro l'intera logica del fascismo, con la sua crudeltà, la sua arroganza e il
suo amore per la mera lustra. Poiché solo una zona ristretta era 95;
sotto il controllo diretto degli italiani, la proclamazione della vittoria
apparve ben presto nulla più che una montatura propagandistica. Quando i
generali riferirono che Addis Abeba era circondata da ingenti forze nemiche,
ebbero istruzioni di celare la cosa. Gli fu ordinato di trattare i superstiti
soldati etiopici alla stregua di «ribelli; i prigionieri dovevano quindi
esser fucilati senza processo. Malgrado i fascisti dichiarassero di non aver
mai fatto ricorso ai metodi odiosi impiegati da altre potenze
colonizzatrici, in effetti Mussolini ordinò che la forza bruta, e persino la
crudeltà, dovevano prevalere sulla magnanimità. Le sue istruzioni imposero
non soltanto di giustiziare i prigionieri, ma anche di continuare nell'uso
dei gas, e di adottare una politica sistematica di terrore e di sterminio.
Per ogni italiano ucciso dovevano morire per rappresaglia dieci etiopici. In
seguito il viceré, Rodolfo Graziani, dichiarò di essersi comportato con
durezza soltanto perché obbligatovi da precisi ordini di Roma, contrari ai
suoi più miti orientamenti. Vero o falso che ciò sia, sta di fatto che
centinaia di villaggi furono dati alle fiamme dai suoi soldati, e i
superstiti giustiziati sulla base di semplici sospetti; nell'insieme, una
politica che fa tanto più risaltare la generosità mostrata da Haile Selassie
nel 1941, dopo la riconquista dell'Etiopia.
Tra le più fosche decisioni di Mussolini figura la liquidazione dei giovani
intellettuali etiopici. L'idea era che senza di essi sarebbe stato più facile
governare il paese. Un giornalista italiano, che all'epoca non poté
esprimersi pubblicamente, annotò nel suo diario quel che avvenne: processi
farsa in cui gli imputati non capivano nulla, e nessuno li capiva,
prigionieri bruciati vivi dopo esser stati cosparsi di benzina. Alcuni
maggiorenti etiopici si arresero sulla base di una promessa di grazia, ma
furono fucilati immediatamente. E Mussolini approvò, sebbene un
comportamento del genere dovesse danneggiare gravemente il buon nome
dell'Italia. Haile Selassie ha ricordato più tardi che la prima generazione
di maestri elementari etiopici fu sistematicamente sterminata, con
conseguenze ritardatrici sullo sviluppo del paese che si son fatte sentire
per decenni. 96;
Convinti di aver a che fare con una comunità completamente barbarica, gli
amministratori furono ufficialmente incoraggiati ad ignorare le tradizioni
locali. Gli fu ordinato di abbattere la statua del più famoso dei passati
imperatori, e di far saltare il mausoleo imperiale in cui erano sepolti gli
eroi nazionali. Graziani ricevette istruzioni di imporre gli ideali del
fascismo, il che significava il dominio diretto, vale a dire il rifiuto di
governare per il tramite dei capi locali, anche quando, data l'enorme
estensione del territorio, ciò rischiava di risolversi nell'assenza di
qualsiasi governo. Ma a Roma, nell'euforia generale, si supponeva che tutti
questi problemi, ad esempio i problemi militari, fossero di facile
soluzione. Per sottolineare la nuova maestà imperiale, fu ordinato a tutti,
stranieri compresi, di abbandonare la stretta di mano ed usare soltanto il
saluto fascista. Graziani fece condiscendentemente la predica agli etiopici,
mettendo in evidenza in pubblici discorsi come l'Italia fosse venuta ad
imporre la sua civiltà, altamente sviluppata, alle grossolane tradizioni di
una primitiva società feudale. Spiegò che avrebbe presto posto fine agli
arbitrii e alle ingiustizie del vecchio regime, rallegrandosi con gli
etiopici per aver avuto la fortuna di capitare in mani così nobili e
generose. Aggiunse di considerare improbabile, data la loro incorreggibile
tendenza a mentire e la loro ignoranza, ch'essi riuscissero a trar profitto
dalla nuova e progressiva cultura da lui rappresentata, ma che se avessero
opposto resistenza, li avrebbe annientati inesorabilmente, insieme con le
loro proprietà, con il fuoco e la spada.
Dopo tre mesi Mussolini annunciò, per imperative ragioni propagandistiche,
che il paese era stato interamente pacificato, benché invece ci fossero
segni di una crescita dell'opposizione, e anzi addirittura di un suo
allargarsi all'Eritrea. Talvolta Graziani si sentiva come una guarnigione
assediata da un nemico il cui cerchio venisse progressivamente stringendosi.
La sua repressione si fece più dura, approfittando del fatto che gli
etiopici erano privi di capi, nessuno li riforniva di armi, ed erano divisi
al loro interno.
Gli eccessi peggiori ebbero luogo nel febbraio 1937, dopo 97;
un attentato a Graziani. Secondo un funzionario italiano, l'attentato fu
organizzato da ex appartenenti alla polizia di Graziani che avevano ragioni
di malcontento, ed è comunque certamente del tutto falsa la versione
ufficiale, che parlò di un vasto complotto, forse appoggiato da agenti
inglesi. Chiunque fosse il responsabile, i soldati e la polizia italiani si
scatenarono, massacrando indiscriminatamente per parecchi giorni: gli
osservatori stranieri videro le strade inondate di sangue. Fu chiaramente
una reazione dettata dal panico; ma le esecuzioni continuarono anche dopo
che tra i soldati era ritornata la calma, e Graziani precisò che le
uccisioni erano una vendetta, la quale recava il marchio del suo «stile
(...) personale inconfondibile». Telegrammi di Mussolini confermarono che
tutti i sospetti dovevano esser messi a morte »senza indugi», e che «la
popolazione maschile soggetti di età superiore ai 18 anni deve esser passata
per le armi e il paese distrutto».
Fascisti «moderati» come Federzoni, Grandi e Volpi si associarono a Mussolini
nell'inviare congratulazioni per queste rappresaglie, ma altri furono
inorriditi da crudeltà che non sembravano servire alcuno scopo politico. Le
fonti italiane riconobbero che il totale degli uccisi ascendeva forse a
trentamila, inclusa gente che viveva a centinaia di miglia di distanza, e non
poteva che essere del tutto innocente.
Intanto i corrispondenti della stampa italiana pubblicavano resoconti del
trattamento umano e generoso riservato da Graziani ai ribelli. Soltanto in
seguito avrebbero potuto raCcontare la vera storia, assai diversa: in realtà
col passare dei mesi il viceré aveva incitato i suoi uomini a sempre nuovi
atti di dura repressione. Quando nel più famoso monastero d'Etiopia furono
trovate delle armi, i trecento monaci che lo abitavano furono tutti
giustiziati, e Mussolini confermò ancora una volta che per distruggere i
villaggi occorreva fare il omassimo impiego di forze aeree e di gas». Furono
così indiscriminatamente rase al suolo decine di migliaia di case, e i
rapporti ufficiali mostrano che le esecuzioni continuarono ad un ritmo che
arrivava a duecento al giorno. Per queste quotidiane esecuzioni di massa gli
ufficiali preferivano usare 98;
truppe di colore, temendo che i soldati italiani potessero rifiutarsi di
obbedire.
In Italia l'opinione pubblica non ebbe modo di sapere quel che avveniva.
Soltanto i più importanti esponenti fascisti si rendevano conto che la guerra
coloniale continuava, e anzi, dopo il settembre 1937, si allargava. Essi soli
sapevano delle pesanti conseguenze finanziarie per l'Italia di questi
inattesi sviluppi e della perdita di prestigio internazionale che ne
derivava. Le ambasciate e i giornali stranieri raccontarono la scomparsa
dell'intellighenzia etiopica, e charirono che, fuori delle città principali,
l'autorità del governo di Graziani era assai scarsa. Ma in Italia tutto
questo non filtrava. Di più: alcuni giornalisti stranieri, ad esempio Evelyn
Waugh, contribuirono alla menzogna parlando di Graziani come di un amabile
gentiluomo e buon cristiano; e altri, fatti prodigalmente oggetto di
tangibili, materiali incoraggiamenti, fecero un racconto ancora più
favorevole.
L'amministrazione della colonia era partita male. Il ministro per l'Africa
italiana trovò il personale amministrativo "indisciplinato e disobbediente',
e rapporti di polizia informarono Mussolini sulle malefatte di avventurieri
fascisti interessati soprattutto a sistemare parenti e clienti. Inviato ad
indagare, Farinacci riferì che al fascismo era riuscito l'impossibile
coalizzare contro l'invasore le tribù etiopiche tra loro nemiche; e concluse
che agli italiani sarebbe bastato applicare i più elementari princìpi di
giustizia per poter governare la colonia tranquillamente. Invece il loro
prestigio era ridotto quasi a zero, e le perdite erano più gravi di quelle
registrate durante la guerra. Anziché ottenere un reddito dalle sue colonie,
l'Italia doveva pagare un conto enorme, che da solo distruggeva gli argomenti
economici avanzati dai fautori del colonialismo. Benché il governo, per
minimizzare il deficit, manipolasse le cifre, negli anni 1936-40 l'avventura
etiopica continuò a prosciugare riserve di cui c'era gravissimo bisogno per
altri fini.
Sullo scorcio del 1937, divenuto chiaro il fallimento di Graziani, questi fu
richiamato in patria. Mussolini non volle che gli si rendessero troppi onori,
ma concesse qualcosa sul 99;
piano di quella coreografia di massa in cui il partito eccelleva, e ciò bastò
a persuadere fermamente Graziani che Mussolini era geloso della sua
popolarità. Il nuovo viceré fu il duca d'Aosta, uomo più saggio e moderato.
Ma trovò difficile adottare una politica diversa, e gli spietati metodi di
polizia non scomparvero. Nel quinquennio che precedette il collasso, l'Italia
fece molte cose per il suo impero, spendendo un lume di denaro e lasciando
dietro di sé alcune notevoli opere pubbliche. Ma in cambio ottenne ben scarsi
benefìci, e le ingiustizie perpetrate le valsero, quando divennero di
pubblico dominio, una messe di odio. Il controllo esercitato in Etiopia
restò sempre precario. Una massa enorme di propaganda sulle glorie
dell'impero non può celare il fatto che l'esercito italiano rimase accampato
in mezzo ad una popolazione ostile, la quale non aspettava che l'occasione
di ribellarsi.
capitolo sesto.

I collaboratori di Mussolini, e qualcuno dei suoi nemici, erano pronti ad


ammettere che come politico aveva un talento autentico. Ma erano l'Italia e
le cose italiane ch'egli comprendeva, e infatti aveva cominciato a pensare
alla politica estera fondamentalmente nei termini dell'utile che poteva
trarne per conservare ed accrescere il suo potere in patria.
Successivamente, questa situazione giunse quasi a rovesciarsi; e appena
all'interno la sua autorità fu senza rivali, incontestata, il duce si volse
in misura crescente agli affari esteri (in parte come mezzo per ampliare
ulteriormente il suo potere). Ma qui le sue conoscenze e la sua capacità
erano più limitate, così come erano più modesti i mezzi a sua disposizione.
Qualcuno arrivò a dire che in politica estera si muoveva maldestramente,
perché non solo non brillava per finezza, pazienza e flessibilità, ma si
compiaceva addirittura di accentuare testardamente le divergenze
internazionali a fini di politica interna, o anche per sfrenato amor
proprio. Certo, sembra che Si preoccupasse, più che di valutare
razionalmente gli interessi del paese, di abbagliare e ammaliare i suoi
compatrioti, solleticandone la vanità collettiva e le vaghe idee di gloria
nazionale. Ciò lo aiutava infatti a pensare al fascismo come a qualcosa di
serio ed importante.
Con il suo istinto pubblicitario, Mussolini era così prontissimo a farsi
nemici all'estero: gli serviva a tener viva l'eccitazione, o gli forniva un
capro espiatorio su cui scaricare la responsabilità delle sofferenze che una
politica del genere comportava. Nemici di carta divennero così, a turno, la
Germania, poi la Francia, la Jugoslavia, la Svizzera, poi ancora
l'Inghilterra. Senza questo tipo di valvola di sicurezza artificiale, scris
se da Roma Lord Perth, «l'opinione pub blica rischiava di farsi
pericolosamente introspettiva e critica nei confronti del comportamento in
patria del regime». Tutto questo era ben noto ai diplomatici stranieri, i
quali di solito adattavano i loro atteggiamenti in conformità, e non
prendevano troppo sul serio le pose mussoliniane. La cosa era anche ben nota
ai suoi subordinati. Il direttore dei servizi stampa ebbe l'ordine di
lanciare un attacco verbale contro oltre trenta paesi diversi (incluso il
Guatemala) nel solo anno 1934, e si domandò se si trattasse di un'eccezione.
Nella sua brama di potenza e di notorietà, Mussolini si spingeva tanto oltre
da dichiarare che preferiva veder l'Italia odiata, piuttosto che amata o
ignorata. Ma la cosa era pericolosa, perché rischiava di provocare la
reazione vigorosa delle controparti; e in tal caso il duce poteva venir
spinto a sua volta, se gli sembrava fosse in ballo il prestigio dell'Italia
o il suo personale, a reagire in modo eccessivo. E in momenti del genere
poteva assumere posizioni immotivate, da cui era poi arduo ritirarsi senza
perdere la faccia.
Non si può dire che la politica estera del duce fosse, in genere,
sconclusionata. Ma è vero che talvolta il suuo movente principale era
l'aspirazione a fare una bella figura, o anche il desiderio di rendersi
sgradito, nella speranza che qualcuno si facesse avanti con un'offerta. Amava
alternare provocazione e mite ragionevolezza, minacce e conciliazione, sì da
celare la mancanza di solidi princìpi, ma anche con la precisa intenzione di
mantenere aperto il maggior numero possibile di OpZioni. Per i suoi
ambasciatori non era cosa insolita venir lasciati senza un'idea chiara sulle
sue intenzioni, se puntasse alla conciliazione o alla provocazione e si può
tranquillamente supporre che qualche volta non avesse le idee chiare neppure
lui. Capitava che persino i massimi funzionari del ministero degli Esteri
dovessero tirare ad indovinare, pronti a pagare il fio se le loro congetture
sull'orientamento della politica ufficiale si rivelavano sbagliate. Un altro
vezzo del comportamento mussoliniano era la preferenza per l'uso di vie
traverse piuttosto che dei canali ufficiali. 102;
Il Duce si serviva così di inviati privati, spesso persone giovani e senza
esperienza, che avevano però istruzioni segrete di lavorare all'insaputa
degli ambasciatori italiani, e in diretta contraddizione con la politica
ufficiale del ministero degli Esteri. La cosa rientrava nella passione di
Mussolini per le spie e l'informazione segreta. Ma questo comportamento,
oltre che rischioso e dispendioso, era anche pernicioso per gli effetti
negativi sul morale del corpo diplomatico, e per la reputazione di scarsa
serietà che ne derivava alla politica estera fascista.
Se qualche freno vi fu all'autocrazia mussoliniana in materia di politica
estera, venne non tanto da palazzo Chigi, quanto dal partito. Ma anche
l'influenza del Pnf divenne trascurabile dopo che l'intuito e il giudizio
politico del duce ebbero riportato in Africa quel che sembrava un clamoroso
successo. La vittoria in Etiopia può non aver prodotto gran che in fatto di
benefici tangibili, ma Mussolini la trovò utile per convincere l'opinione
pubblica e i suoi collaboratori che l'Italia godeva ora della stima
universale, e che le veniva riconosciuta nel mondo una posizione
elevatissima. Si fece sentire una baldanza tutta nuova, ad esempio quando
Mario Toscano domandò a nome dell'Italia un «diritto di priorità alla nostra
pacifica espansione» nel Mediterraneo, o quando si dichiarò che l'Italia
aveva il diritto di chiedere una riduzione delle tariffe pagate per
l'attraversamento del canale di Suez, e addirittura il diritto di scacciare
gli inglesi dal Mediterraneo, sì che le navi britanniche potessero entrarvi
soltanto munite di un'autorizzazione italiana. Federzoni proclamò
l'esistenza di «una legge inesorabile, biologica piuttosto che storica, per
la quale una nazione, le cui energie morali e materiali sono in via di
spontaneo accrescimento, deve poterle liberamente espandere, imponendo, se
occorre, un nuovo equilibrio, corrispondente ai bisogni della sua vita.
Bottai e gli intellettuali continuarono a giustificare la combattività e
l'assalto come valori essenzialmente fascisti, e insisterono sull'idea che
la guerra etiopica aveva dimostrato l'invincibilità dell'esercito italiano.
Gli italiani avevano ora provato, si disse, di essere più intelligenti e
politicamente più maturi degli altri popoli: «Noi abbiamo nel nostro sangue
103;
una sete inestinguibile di dominio (...) Noi abbiamo bisogno di dettare
leggi, di regolare cose, di condurre uomini. In Africa avevano imparato che
battersi poteva esser più efficace, e costare un prezzo minore, che non
negoziare. La nuova parola d'ordine era «Roma doma», e parve lecito dire con
tutta franchezza che attorno al Mediterraneo stavano troppi paesi che non
appartenevano all'Italia. Come la Germania stava trovando la sua formula
nazionale nel razzismo, così gli italiani trovarono la loro nell'imperialismo
romano; e sulle mura della basilica di Massenzio furono collocate quattro
grandi carte geografiche marmoree, che mostravano le fasi successive delle
conquiste dell'antico impero romano (il sottinteso era che la storia poteva
benissimo ripetersi).
I pronunciamenti di Mussolini erano deliberatamente sconcertanti e
contraddittorii. In numerose interviste rilasciate alla stampa straniera
dichiarò che l'Italia era una potenza soddisfatta, priva di ulteriori
ambizioni imperiali. Ma prima di venir citate nella stampa italiana, queste
frasi furono censurate. Agli italiani diceva invece che un'altra guerra si
sarebbe resa presto necessaria, e che «L'Italia può e deve raggiungere il
massimo livello di autonomia economica, per il tempo di pace e soprattutto
per il tempo di guerra. Tutta l'economia italiana deve essere orientata
verso questa suprema necessità: da essa dipende l'avvenire del popolo
italiano» (discorso del 23 marzo 1936). Ed ecco un'altra delle sue frasi
criptiche, divenuta memorabile perché riprodotta su innumerevoli muri di
case in tutto il paese: «Chi ha del ferro ha del pane; ma quando il ferro è
ben temprato, trova, probabilmente, anche l'oro». In privato spiegò che la
vittoria africana era il primo stadio di un vasto progetto politico. Non
aveva alcuna intenzione di dare agli italiani la pace; il suo genio, così
lo chiamava, discerneva un destino che la provvidenza gli aveva caricato
sulle spalle, e ch'egli doveva seguire sino in fondo. Innanzitutto avrebbe
consolidato il dominio italiano sul Mediterraneo, e persuaso la Grecia e la
Turchia a porsi sotto la sua egida. Poi avrebbe dovuto, così concluse dopo
aver letto un libro su Napoleone, far guerra all'Inghilterra, e montava su
tutte le furie se qualcuno accennava che la cosa poteva non esser così
facile. Bastianini che nel giugno 1936 divenne sottosegretario agli Esteri,
dovette ammettere che Mussolini era ora impermeabile alle argomentazioni, e
che non si poteva far altro che dargli corda, nella speranza che mutasse
parere o dimenticasse. Bastianini aggiunse che, avendo abolito la libera
discussione e nel partito e nel parlamento, il «capo» era giunto a
persuadersi, con perfetta sincerità, della propria infallibilità, e a
valutare la conquista dell'Etiopia come un'impresa assai più grande delle
conquiste napoleoniche. Ad Alessandro Lessona, ministro per l'Africa
italiana, Mussolini disse: «dovreste tutti capire di lasciarmi fare senza
contraddirmi, perché mi fate sorgere dubbi e mi portate fuori carreggiata,
mentre il mio fiuto d'animale non m'inganna mai».
Nel giugno 1935 Mussolini costituì uno speciale ministero per la Stampa e la
propaganda. In seguito, quando la parola «propaganda» acquistò un senso
peggiorativo, la denominazione fu modificata; ma finallora il nuovo ministero
adottò il principio secondo il quale la propaganda era «uno dei compiti
principali degli Stati. E per propaganda si doveva intendere, chiarì
Alfieri, sottosegretario del ministero interessato, «unicamente e
semplicemente il complesso dei vari modi rivolti a facilitare la conoscenza
della verità (...) l'espressione obiettiva della realtà fascista a
confusione della malafede dei suoi avversari, a chiarimento degli equivoci,
che per mille ragioni si formano sempre intorno ad un movimento di tale
ampiezza e di così vasta portata storica». Naturalmente capitava talvolta,
quando la propaganda divenne quasi fine a se stessa, che le ambiguità
venissero al contrario deliberatamente accentuate; ed è arduo dire se
Mussolini cercasse di confondere il nemico, oppure i suoi collaboratori, o
magari qualche volta se stesso. Per fare un esempio, gli piaceva raccontare
agli stranieri che poteva mobilitare, se necessario, otto milioni di
italiani, e che non aveva alcun bisogno di un esercito di colore, coloniale;
ma ai suoi ministri diceva di volere un esercito nero in Etiopia, come mezzo
per dominare l'intero continente africano. Nel maggio 1936 105 cercò di
impressionare i dirigenti del partito parlando di un milione di soldati
etiopici, sostenuti da un'industria metallurgica locale in Africa orientale
per le forniture di munizioni, e affermò ch'era sua intenzione conquistare
il Sudan e congiungere la Libia con il resto del suo impero africano,
facendo così a meno del canale di Suez, dimostratosi tanto costoso.
Talvolta, più realisticamente, avanzò per questo esercitO la cifra di
trecentomila uomini, ma in altre occasioni la propaganda filoimperialistica
preferì raddoppiare, parlando di due milioni. E dubbio che la cifra vera
importasse a qualcuno, a lui o a qualsiasi altro. Quel che soprattutto
contava era di fare effetto.
A metà degli anni Trenta, la propaganda insisté in modo speciale sul
diffondersi del fascismo all'estero. Si disse che soltanto l'Italia fascista
poteva realizzare un'autentica unità dell'Europa; che la scelta era tra Roma
e Mosca; e che nessun altro Stato, e certo non la Germania, era in grado
di contestare all'Italia la leadership della rivoluzione mondiale. Quando
l'Enciclopedia italiana elencò i paesi che avevano copiato il fascismo, la
lista comprendeva il Brasile, il Portogallo, la Polonia, la Romania e la
Grecia del generale Metaxas. In altri trentanove Stati esistevano, si disse,
prosperi partiti fascisti. Nell'elenco figuravano Belgio, Olanda, Spagna,
Norvegia, Svezia, Svizzera, Ungheria, Canada, Australia e Sud Africa: in
tutti questi paesi «il fascismo si viene affermando come forza ideale,
animatrice di una civiltà nuova". Ma le istituzioni fasciste venivano
copiate in altri paesi ancora; e «Se il fascismo attira su di sé
l'attenzione e se le sue istituzioni sono considerate sempre più come un
modello da imitare, ciò avviene esclusivamente in virtù della loro efficacia
e bontà intima, del fatto, cioè, ch'esse si manifestano ogni giorno
maggiormente come le più adatte, le più consone al momento storico
presente». In Inghilterra, si affermò, non soltanto Oswald Mosley, ma anche
Lloyd George e Bernard Shaw riconoscevano con franchezza il valore del
fascismo; e in un vigoroso discorso antinazista Churchill aveva definito
Mussolini «il maggior legislatore tra tutti gli uomini viventi». Era
giuocoforza ammettere le differenze esistenti 106;
tra i vari partiti fascisti stranieri, ce n'erano di filosemiti e di
antisemiti, di filosocialisti e di antisocialisti, e qualcuno intuiva
vagamente che ciò sollevava un problema circa il vero significato del
fascismo. Ma l'enigma non ammetteva soluzioni immediate.
Mussolini guardava agli italiani residenti all'estero, e specialmente ai
molti milioni stanziati in Sud America, come ad un vivaio del fascismo.
Fondi segreti furono usati per finanziare partiti politici
latinoamericani3', e si espresse la speranza che il continente sudamericano
nel suo complesso ricercasse un giorno, nel suo inevitabile conflitto con il
Nord America, la guida di Roma. Vi furono inviati alti personaggi a parlare
del fascismo, e i figli degli emigrati ebbero diritto a vacanze gratuite in
Italia. Ma si trattò di un processo a senso unico e sterile di risultati, in
parte perché si presuppose che gli altri popoli avessero ottime ragioni per
interessarsi all'Italia, e gli italiani invece nessuna per interessarsi ad
altri paesi. Così gli emigrati italiani in Argentina e Brasile continuarono
a perdere la loro identità nazionale di origine a mano a mano che la cultura
francese, spagnola e anglosassone li sommergeva, e mostrarono, con grave
disappunto delle autorità fasciste, di tenere in scarso conto il primato di
Roma. Un tentativo più serio fu fatto negli Stati Uniti. Per un certo tempo
l'Italia fascista si era retta sui prestiti statunitensi, e le rimesse degli
italoamericani costituivano una voce di rilievo nella bilancia dei pagamenti
italiana. All'epoca della guerra etiopica Mussolini era riuscito a persuadere
Roosevelt a non applicare le sanzioni economiche (la cosa era stata salutata
come un contributo decisivo alla vittoria in Africa e uno dei suoi successi
forse di maggior rilievo), e in seguitO si era sperato che i forti legami
etnici con l'Italia avrebbero impedito agli Stati Uniti di schierarsi con la
Francia e l'Inghilterra. In questa causa fu investita una quantità di denaro,
e l'edizione inglese dei diari di Ciano omette i nomi di alcuni giornalisti
che furono fatti oggetto di attenzioni speciali. Ma i capi fascisti capivano
poco della situazione nod amedirana e il duce appoggiò la candidatura di La
Guardia a sindaco di New York, malgrado i suoi sentimenti antifascisti; e
non solo John Lewis e l'American Federation of Labour furono spalleggiati
come campioni di un sindacalismo fascista, ma ci si rallegrò che Roosevelt
scimmiottasse il fascismo e raccogliesse il manganello, ovvero il big stick
dell'altro Roosevelt (Theodore). Sin dal primo momento si giudicò il New
Deal senz'altro fascista, basato com'era sull'autorità anziché sulle
pratiche antiquate del liberalismo. Il duce elogiò così «la cultura
intensiva della dittatura, a cui si dedica, con tenacia e risoluzione, il
presidente Roosevelt. Un processo, il quale, indipendentemente dal fatto che
la fascistizzazione straripa dal vecchio continente, può anche dimostrare
che le tre grandi democrazie non resteranno che due».
Benché manchino in genere resoconti particolareggiati, Roma inviò denaro ad
organizzazioni fasciste straniere, ad esempio ai rexisti belgi, a Jacques
Doriot in Francia, e ad un furbo deputato svizzero che convinse il credulo
Mussolini a versargli grosse somme per non fare assolutamente nulla. Alcuni
nazionalisti francesi erano pieni di elogi per il fascismo italiano, e ci fu
un momento in cui discussero con il governo di Roma l'idea di costituire
depositi di armi presso il confine. In certe circostanze cruciali, Mussolini
investì una quantità di denaro nella stampa francese. Nel settembre 1935
inviò all'ambasciatore italiano a Parigi un milione di lire per ungere la
stampa, menzionando in particolare cinque giornali; e sappiamo che alla fine
del 1938 almeno un settimanale parigino riceveva ancora un sussidio regolare
dal consolato generale italiano. Tanto maggiore fu la delusione per il fatto
che i francesi non dettero mai vita a qualcosa che potesse dirsi un serio
partito fascista.
Più promettenti erano le camicie azzurre irlandesi del generale O'Duffy, il
quale annunciò fiducioso che intendeva assumere il potere dopo una «marcia su
Dublino». C'erano insomma ragioni per pensare che la situazione irlandese
fosse più di ogni altra favorevole all'espansione del fascismo. In
Inghilterra l'ambasciatore Grandi si adoperò sin dall'inizio a risveliare
l'interesse per Mussolini. Pochi giorni dopo il suo arrivo a Londra, scrisse
per raccontare come quasi ogni sera si trovasse a spiegare ad un uditorio
ammirato il significato del fascismo. Riferì che persino H. G. Wells era
filofascista, e che stava lavorandosi anche il principe di Galles. Ma le
lettere di Grandi sono così piene di autocompiacimento e di ammirazione per
il «genio» di Mussolini, da riuscire di rado convincenti. All'ambasciatore
di Mussolini a Londra veniva riconosciuta la precedenza su chiunque, riferì,
benché tenesse a far credere al duce che i suoi pensieri si soffermavano
piuttosto sulle felici memorie del biennio 192122, quando, alla guida delle
sue bande armate, aveva portato la devastazione nelle campagne emiliane.
Secondo il giudizio di Grandi, in Inghilterra il fascismo aveva un futuro
formidabile, e lui stava consigliando a Mosley di portare la rivoluzione
nelle strade di Londra. Ammise di aver scarsa fiducia in Mosley, ma continuò
a incoraggiare il fascismo inglese con finanziamenti che arrivavano alla
bella cifra di circa sessantamila sterline l'anno. Più tardi Mosley lo negò;
ma che l'Italia abbia suvvenzionato il fascismo inglese è indicato anche da
altri elementi. A sentir Grandi, tutti in Inghilterra pendevano dalle labbra
di Mussolini: «tu sei scrisse al duce, per la classe dirigente britannica
il più grande statista che il mondo abbia conosciuto e il creatore dello
Stato moderno (...) questa nazione aspetta sempre con ansia la tua parola e
riflette silenziosamente quando tu rimproveri, si rammarica quando di essa
tu non parli, e sorride lusingata quando tu ad essa ti riferisci con
amicizia e con simpatia» (è appena il caso di osservare che in una tale
sfrenata adulazione, benché totalmente infondata, era, rivolta ad un uomo
come Mussolini, pericolosissima). Grandi aggiunse ch'era lieto di trovarsi
in un mondo in cui anche giornalisti rispettabili non esplicitamente
fascisti potevano venir persuasi a scrivere articoli favorevoli sull'Italia
in cambio di un modesto versamento mensile.
Un guaio con i fascisti inglesi era che, pur avendo adottato la camicia nera
e il saluto romano, restavano innanzitutto dei patrioti inglesi. Si
opponevano alle pretese italiane su Malta, e per giunta si perdevano a
copiare l'antisemitismo e altre aberrazioni naziste50. Ciononostante, gli
agenti di Mussolini che dovevano giustificare se stessi e i propri stipendi,
riferirono da Londra che in Gran Bretagna c'erano circa mezzo milione di
fascisti (un numero assai superiore a quello dei fascisti italiani quando
Mussolini era giunto al potere), e cbe tutti guardavano a Roma e subivano
l'influenza di Mussolini. La maggioranza della popolazione inglese, e anche
la maggioranza dei veri intellettuali inglesi, annunciò Luigi Villari -
appoggiava l'Italia contro l'Etiopia. E Mussolini era capacissimo di fondare
la sua politica su questo falso clamoroso. Un grave difetto del fascismo
stava nel fatto che diceva ai giornalisti che cosa scrivere, e poi gli
piaceva credere ai loro panegirici. Mario Appelius fu minacciato di
licenziamento perché, diversamente dai suoi colleghi, non scriveva che in
Cina il nome di Mussolini era sulla bocca di tutti. Protestò sommessamente
che ben pochi cinesi avevano mai sentito parlare del duce, e anzi
dell'Italia, ma in seguito espiò questa mancanza di tatto riferendo che
qualsiasi scolaro giapponese sapeva tutto del fascismo.
Gli ideali del panfascismo si sovrapponevano talvolta a quelli
dell'irredentismo italiano, particolarmente per quanto concerneva i presunti
diritti italiani in Corsica, in Tunisia, in Svizzera e a Malta. Pochi mesi
dopo la marcia su Roma, Mussolini cercava già di sfruttare il malcontento
contro il governo francese in Corsica; e in seguito continuò a sovvenzionare
il movimento per l'autonomia corsa, insistendo che la lingua dei corsi era
l'italiano, e sperando di poter creare una possente tendenza verso il
separatismo e l'unione con l'Italia. In Tunisia, dove gli italiani per
nascita o ascendenza ammontavano a forse 100.000 persone, affluì del pari, a
difesa dell'«italianità», una quantità di denaro, per vie segrete o
pubbliche. Vi si fece ricorso anche ad azioni criminali, non escluso
l'omicidio. Nel Canton Ticino, e in misura minore nei Grigioni e nel
Vallese, c'era una popolazione di lingua italiana. Ma le autorità svizzere
lasciavano piena libertà alle attività culturali italiane, e la propaganda
fascista, lungi dallo scontrarsi con un'opposizione stimolante, s'insabbiò
qui nello sterile terreno dell'indifferenza. Mussolini 110;
fu molto seccato che le influenze tedesche continuassero a progredire in
quella ch'egli chiamava la «Svizzera italiana», e per contrastare
quest'avanzata si sborsò in segreto del denaro. Ma i fascisti vennero vieppiù
convincendosi che si trattava di una causa perduta, a meno che una guerra
generale europea non facesse rispuntare la possibilità di annettere la zona
all'Italia.
Anche a Malta Mussolini utilizzò sin dall'inizio le associazioni culturali
italiane come mezzo per propagandare la causa del fascismo. E benché alcuni
dei suoi funzionari consolari lo mettessero in guardia, informandolo che i
maltesi erano indifferenti e al fascismo e al nazionalismo italiano, egli
preferì dar ascolto a chi gli diceva il contrario. In Italia la stampa mostrò
scarso interesse per la faccenda, finché gli inglesi non cominciarono ad
incoraggiare l'uso della lingua maltese nelle scuole e nei tribunali come
alternativa all'italiano, finendo con l'imporlo come obbligatorio: fu appunto
la questione della lingua come ammisero gli stessi fascisti, a fare di un
problema praticamente inesistente una questione di prestigio nazionale.
Mussolini, che aveva reso l'italiano obbligatorio per la popolazione greca
del Dodecaneso, s'indignò ora che il maltese fosse reso obbligatorio a
Malta. (di questa si disse ch'era un'isola essenzialmente italiana, e del
maltese ch'era una non-lingua). Alla fine fu messa in piedi un energica
campagna per l'annessione di quello che Grandi chiamò il gioiello italiano
del Mediterraneo, e il ministero degli Esteri italiano cominciò ad impiegare
i fondi segreti per influenzare le elezioni nell'isola. E difficile dire se
a Malta il fascismo abbia mai goduto di vaste adesioni; ma l'isola fu
inclusa nelle guide come territorio italiano, e negli ultimi giorni del
regime fascista le fu concessa una «rappresentanza» fittizia nel parlamento
di Roma.
Col tempo, questi obiettivi di irredentismo e di panfascismo avrebbero
condotto Mussolini all'alleanza con Hitler; ma nella prima metà del 1935 non
emergevano ancora indizi di una tendenza del genere. Dopo aver firmato, nel
gennaio 1935, la sua alleanza con la Francia, Mussolini parlò baldanzoso di
distruggere la Germania se Hitler insisteva nella sua 111;
politica militaristica, e tra gli stati maggiori italiano e francese si
svolsero conversazioni ai fini di una possibile guerra antinazista. Hitler
rispose nel giugno 1935 presentando le sue scuse per l'uccisione di Dollfuss,
e dichiarando formalmente che non intendeva annettere l'Austria. Poi vennero
le sanzioni economiche francesi, Mussolini ebbe bisogno del carbone e delle
munizioni tedesche, e la Germania lo aiutò concretamente sul piano economico,
pur se in misura minore di quel che talvolta si è detto. Della guerra in
Etiopia Hitler non poteva che avvantaggiarsi, poiché indeboliva il «fronte di
Stresa», e consentiva agli industriali tedeschi di soppiantare l'Italia in
numerosi mercati dell'Europa centrale e sudorientale. Al tempo stesso, Hitler
riforniva in segreto gli etiopici di denaro e di armi in funzione
antitaliana, forse nella speranza di contribuire per questa via a prolungare
la guerra, e a forzare così ulteriormente gli italiani a cercare l'amicizia
della Germania nazista.
Ignaro di ciò, nel gennaio 1936 Mussolini informò Hitler che le sanzioni
comportavano una precisa rottura tra Italia e Francia. Egli riconosceva
dunque nell'Austria, pur senza esser disposto a permettere un Anschluss, un
satellite della Germania e non più dell'Italia. Tra i suoi consiglieri,
qualcuno gli disse che schierarsi con Hitler sarebbe stato un errore
colossale; ma altri, specialmente nell'ala brutale del fascismo, insisterono
che l'Austria era sacrificabile, e che insieme con i nazisti l'Italia poteva
dominare l'Europa per un secolo. E probabile che Mussolini rimanesse
incerto, poiché continuò a giocare su due tavoli, assicurando i francesi
che, se il prezzo era equo, egli stava ancora dalla loro parte. Ma la
germanofilia della stampa si accentuò evidentemente per direttive dall'alto,
e nel gennaio 1936 il duce mandò a dire a Hitler che, sebbene il fascismo
non potesse ancora scoprire le proprie carte, Germania e Italia erano unite
da un vincolo dettato dal destino, da una Schicksalgemeinschaft.
Pronunciando questa parola batté il pugno sul tavolo, e aggiunse: (<Io sono
fortissimo; l'Italia è molto più forte di quel che pensa la gente». Concluse
che la sua precedente amicizia con la Francia e l'Inghilterra era
definitivamente morta. Negli 112;
anni successivi Mussolini tentò di dar ad intendere che già nell'aprile 1935
aveva puntato segretamente ad una riconciliazione con la Germania. Ma non si
tratta che di un'ennesima manipolazione della verità storica. Più
correttamente, la riconciliazione va fatta risalire al gennaio 1936, o
intorno a questa data. Hitler poté allora approfittare delle divisioni
provocate dalla guerra etiopica, sfidando il resto dell'Europa ed occupando
la Renania smilitarizzata. I tedeschi compresero che Mussolini stava
cercando di tornare alla «politica del pendolo», come la chiamò
l'ambasciatore von Hassell, e che quindi aveva già fatto più di metà del
cammino verso l'accettazione dell'Anschluss. Quando accennarono che l'Italia
sembrava tenere tuttora il piede in due staffe, Mussolini rise e disse che
in realtà stava adesso dalla parte della Germania, ma che con francesi e
inglesi continuava a fingere.
Mentre i nazisti e una parte degli inglesi si resero conto che Mussolini
poteva esser preso al laccio di un'adulazione anche grossolana, gli uomini
politici francesi si rifiutarono in genere di abbassarsi a tanto. (uno di
essi aveva coniato la mordace espressione <César de Carnaval»', che
Mussolini non riuscì a perdonare). Per qualche tempo i fascisti avevano
cercato di convincersi che, dato il declinare del suo tasso di natalità, la
Francia andava incontro ad una decadenza irrimediabile. Nello stesso periodo
declinava anche il tasso di natalità italiano, e in certe regioni ad un
ritmo non inferiore; ma i fascisti tentarono di dimenticarsene, poiché per
Mussolini era un punto capitale il fatto che la Francia, anteponendo i
piaceri della vita ai doveri della procreazione e della battaglia per la
patria, «perdeva» trecento persone al giorno. Il duce fu sconvolto dalla
constatazione che gli italiani continuavano ad ammirare i francesi, e Bottai
gli fece debitamente eco, asserendo che questa francofilia era «un grave
vizio morale. Da alcuni anni si levavano proteste contro i numerosi studenti
italiani che preferivano frequentare le università francesi". Era poi
insopportabile che i francesi insistessero nello scrivere storie della prima
guerra mondiale in cui non Si riconosceva ch'era stata l'Italia a salvarli
dalla disfatta. Un tempo lo stesso Mussolini era stato un ammiratore della
113;
cultura francese: ma i tempi erano cambiati, e ora il fascismo si volse a
sviluppare l'opposta tesi che la letteratura francese era finita, che Proust
e Valéry erano passati di moda, che Gide e Mauriac erano noiosi, e che quel
che nell'arte francese c'era di vivo derivava dal futurismo italiano. O gli
italiani superavano il loro complesso d'inferiorità verso la Francia, oppure
non meritavano lo scettro della leadership che il fascismo gli consegnava.
Le conoscenze di Mussolini sull'Inghilterra e l'America restavano tuttora
modestissime. Il suo atteggiamento verso gli inglesi poggiava su un pugno di
banalità e di nozioni generiche. Nel 1935 dichiarò ad esempio che dopo l'età
edoardiana non avevano fatto alcun progresso, e quindi non avevano nulla da
insegnargli. Aveva, per usare un'espressione che gli era sempre più cara, e
ch'è il vero contrassegno del politico mediocre, la «certezza matematica»
che a causa del loro declino demografico né l'Inghilterra né la Francia
avrebbero mai dichiarato guerra all'Italia. Si poteva quindi provocarle
impunemente. Ai primi del 1936 domandò al direttore generale dei servizi
statistici di fornire un quadro particolareggiato di questo declino, e
quindi annunciò che in Inghilterra gli ultracinquantenni ammontavano ad
undici milioni, e che ciò provava in modo inconfutabile che gli inglesi non
avrebbero mai combattuto un'altra guerra, poiché sempre e dovunque la
combattività era stata prerogativa dei giovani. Il fatto che, sempre in
Inghilterra, le donne fossero più numerose degli uomini di ben due milioni,
andava nella stessa direzione; ed egli calcolò che presto gli abitanti delle
isole britanniche si sarebbero ridotti a trenta milioni, «tutti
vecchissimi». E questo era, spiegò, un fatto di importanza capitale.
Prendendo congiuntamente in considerazione anche le cifre relative
all'alcoolismo e alle perversioni sessuali, il fascismo poteva
tranquillamente concludere che l'Inghilterra era finita, e il suo impero
prossimo a disintegrarsi.
Quando diveniva chiaro in quale direzione Mussolini andava orientandosi,
giornalisti e carrieristi di ogni specie facevano a gara per rafforzare le
sue argomentazioni, e questo 114;
punto particolare è un buon esempio dell'esagerazioni cui arrivò la
propaganda a mano a mano che le divergenze politiche con Londra si
aggravarono. Un esperto di cose inglesi annunciò che in Inghilterra c'erano
sette milioni di zitelle troppo brutte per trovar marito85. Qualcun altro se
ne uscì ad affermare che in breve tempo la popolazione inglese sarebbe
caduta a venti milioni di unità; e in un libro semiufficiale con
un'introduzione dello stesso Mussolini si legge che nel giro di qualche
decennio sarebbe addirittura scomparsa, se il governo non interveniva ad
autorizzare la poligamia. Secondo l'opinione di alcuni medici, la causa
principale di ciò era la pratica del controllo delle nascite, che provocava
la sterilità nelle donne inglesi; e il dr. Cucco, uno specialista di Palermo
e per qualche tempo membro del Gran Consiglio asserì che le sue ricerche
dimostravano come la contraccezione conducesse anche alla congiuntivite,
all'asma nervosa, alla dispepsia, all'indebolimento della memoria,
all'insonnia, all'eccitabilità e ad uno stato di permanente ansia ed
irritabilità. La dotta tesi del dr. Cucco fu accolta con favore dalla stampa
medica, dall'«Osservatore romano» e dall'Accademia d'Italia87. Un altro
medico pensava invece che il fatale decremento delle nascite tra gli inglesi
fosse dovuo, assieme alla loro notoria codardia e riluttanza a battersi,
all'operazione mutilante della tonsillectomia88: un'altra confortante
assicurazione che questo popolo in decadenza difficilmente sarebbe stato in
grado di reagire se attaccato.
Delle realtà del mondo fuori dei confini della penisola i capi fascisti
sapevano ben poco. Mussolini continuò a pensare agli inglesi come ad un
popolo che alle cinque del pomeriggio si vestiva da sera per prendere il tè.
Starace, il numero due della gerarchia, non voleva credere che l'Eire fosse
un paese distinto, e magari amico. Ma un'infarinatura di letteratura inglese
bastava ai professori universitari per dimostrare che la decadenza
britannica non era meno grave di quella francese. Virginia Woolf stava a
provare una perdita di virilità, la Saga dei Forsyte un angusto
materialismo, Chesterton e Belloc l'annegamento nell'alcool. La lettura di
Pepys fu raccomandata da Guido Piovene come atta a far comprendere 115;
la cupidigia, il conformismo sociale e il volgare sensualismo che si celavano
dietro la maschera di ogni inglese. Uno studioso scoprì l'inglese tipico nel
binomio Dr. Jekyll-Mr. Hyde. Un altro scrisse: «I Freedie, i Bertie di P. G.
Wodehouse, con la loro melensaggine fra puerile e scanzonata, con la loro
paura dei creditori e delle zie danarose, con le loro velleità d'energia,
subito svanite, con la loro remissività fatalistica alle iniziative sagaci
del domestico provvidenziale, col loro terrore delle donne e la loro
avversione al lavoro non sono una trovata amena di romanziere, ma il tipo
ordinario dell'inglese scaturito da varie generazioni di vittoriani
repressi».
I propagandisti erano ansiosi di correggere certe prospettive storiche
errate, tra cui quelle inventate da Gibbon e altri scrittori egualmente
partigiani. Dire che tra Italia ed Inghilterra ci fosse mai stata amicizia
era un errore. L'Italia non solo nel 1918 aveva salvato Inghilterra e
Francia dalla disfatta, ma, com'era generalmente riconosciuto, le aveva
sorpassate, divenendo «la prima nazione del mondo». Con l'aiuto di testi
dell'autorevolezza di 1066 and All That (un libro umoristico notissimo in
Inghilterra, che i fascisti presero sul serio), fu costruita una singolare
immagine della Gran Bretagna paese esausto, corrotto dalla ricchezza e dal
potere, minato dal puritanesimo, rovinato da ebrei e psicanalisti, nonché
dall'usanza nazionale di mangiare cinque volte al giorno. In Scozia, si
raccontò, l'aristocrazia manteneva la sua posizione feudale con l'aiuto di
eserciti privati, mentre «otto milioni di inglesi neppure hanno talvolta,
nella opulenta Albione, la possibilità di un solo pasto giornaliero, ed ogni
anno muoiono letteralmente di fame a Londra, nella capitale del più ricco
impero del mondo, decine di migliaia di persone». Ed ecco il ritratto
dell'inglese autorevolmente delineato dalla rivista mussoliniana «Gerarchia»
nel numero del gennaio 1938: «Incapace di grandi idee generali e ripugnando
profondamente dalle costruzioni teoriche e astratte (che gli riescono per lo
più incomprensibili), unito alla natura da intimi e misteriosi legami,
fornito di un formidabile istinto e privo di intelligenza, l'Inglese sembra
essersi arrestato a un 116;
tipo di civiltà tutta esteriore, pratica ed empirica. Egli si muove entro un
quadro ristretto, dominato dall'avidità materiale e dall'interesse immediato.
Perseguendo brutalmente questo suo personale interesse, l'Inglese adotta la
politica del giorno per giorno, e gli atteggiamenti spesso contraddittori e
assurdi che questo empirismo provoca confermano la sua estrema mancanza di
logica, l'incapacità di elevarsi a un superiore concetto di giustizia, la sua
tendenza al compromesso e il suo disdegno per le soluzioni generali e per le
conclusioni. (...) In Inghilterra l'intelligenza è considerata una qualità
negativa, poco decente, morbida ed equivoca. Lo studio non è tenuto in
nessuna considerazione, e i propositi intellettuali non sono materia di
conversazione. Un artista non sarà mai un gentleman».
Checché ne dicessero i fascisti, la loro propaganda divenne l'arte di
impiegare i miti per integrare, sostituire, la realtà; e nell'Italia
fascista, in cui le realtà erano misere, la fabbricazione di miti divenne
tra tutte le arti di governo quella essenziale, più importante della
capacità politica o della lungimiranza, e persino dell'efficienza
nell'amministrazione. La propaganda proclamò che Francia ed Inghilterra
erano deboli, ed incapaci di reagire. Le loro aviazioni erano inferiori a
quella italiana, e difendere Parigi o Londra era un compito impossibile,
sicché la guerra contro l'Italia era per francesi e inglesi qualcosa di
impensabile. L'Italia era forte, mentre la Francia non contava più nulla.
Quanto all'Inghilterra, nel 1937 Mussolini parlò derisoriamente del «basso
ventre obeso delle democrazie», i cui popoli erano codardi e pacifisti. Su
questo punto fu fortemente influenzato da un evento casuale. Nel 1933
un'associazione studentesca di Oxford si era espressa, con 275 voti contro
153, contro l'idea di batterSi per il re e per la patria. Nessun giornale
italiano pensò a riferire di altri dibattiti studenteschi conclusisi con un
risultato opposto, né a spiegare la scarsa serietà della faccenda, talché il
duce finì per convincersi che questo voto rappresentava la ferma opinione
della gioventù inglese in generale. Suoi intimi constatarono ch'era
impossibile smuoverlo da questa idea. Preferiva credere a Grandi e a
Villari, i quali gli raccontavano che la classe dirigente inglese era, oltre
che corrotta, terrorizzata all'ipotesi della guerra, e persuasa che lItalia
era in grado di sconfiggere il suo paese. L'ambasciatore italiano a Londra,
in parte perché non amava si risapesse che la cerchia delle sue conoscenze
inglesi era così ristretta, e limitata in maggioranza agli appeasers, e in
parte perché tormentava Mussolini affinché gli ottenesse un titolo
nobiliare, e sapeva di dover mantenersi in linea, inviò informazioni che si
dimostrarono gravemente fuorvianti.
Alcuni ambienti fascisti invocavano da qualche tempo una guerra contro
l'Inghilterra, e dopo l'estate 1935 Mussolini cominciò a parlarne con una
certa sicurezza. La sua idea era che sette settimane sarebbero bastate per
vincere. Credeva, o perlomeno diceva, di avere ora il dominio aereo
dell'intero Mediterraneo; e non solo si proclamava forte abbastanza da
distruggere la flotta inglese ad Alessandria, ma dichiarava di possedere un
bombardiere silenzioso capace di volare dall'Italia a Londra senza esser
individuato.
Nel giugno 1936 Mussolini nominò ministro degli Esteri il trentatreenne
Galeazzo Ciano. Ciano era il figlio di un ufficiale di marina, eroe della
guerra mondiale, che, fatto conte dal fascismo, s'era conquistato
un'importante posizione politica, e, mediante questa, un'enorme ricchezza. In
gioventù Galeazzo non era stato un fascista zelante, malgrado negli anni
successivi si adoperasse a celare questo fatto, fabbricandosi appropriate
credenziali fasciste. Tutti concordavano nel giudicarlo terribilmente
ambizioso, e i più gli concedevano fascino personale ed una certa
intelligenza, benché non fosse popolare né dentro né fuori del partito. A
parte il matrimonio con Edda, la figlia di Mussolini, i titoli di Ciano
stavano nel successo ottenuto come ministro per la Stampa e propaganda negli
anni 1933-36, e particolarmente nella direzione della campagna
antibritannica. Come ministro degli Esteri, il suo primo compito fu quello
di portare a compimento l'opera iniziata da Grandi, vale a dire completare
la fascistizzazione del ministero, e di avviare la nuova politica
mussoliniana di collegamento con la Germania (malgra do più tardi tentasse
di minimizzare il proprio contributo personale 118;
alla svolta, l'Asse tra Hitler e Mussolini fu in larga parte il frutto dei
suoi sforzi).
Nella creazione dell'Asse il passo decisivo si ebbe quando Ciano si recò a
Berlino (autunno 1936) per persuadere Hi tler ad avvicinarsi ulteriormente
all'Italia, allontanandosi parallelamente dall'Inghilterra. A tal fine portò
con sé copie di documenti confidenziali inglesi raccolti da Grandi, cui a
quanto pare un deputato conservatore filofascista trasmetteva carte
governative riservate. Mussolini era stato turbato dalla vittoria del Fronte
popolare in Francia, che contraddiceva in maniera clamorosa la sua dottrina
sulla fascistizzazione progressiva dell'Europa. Era dunque pronto ad
accettare il riarmo tedesco e le rivendicazioni coloniali di Hitler. In
cambio sperava in un'amicizia più solidamente garantita. Hitler colse
l'occasione, e disse agli italiani che sarebbe stato pronto per la guerra
contro le democrazie entro tre anni. Le sue ambizioni concernevano soltanto
l'Europa orientale e settentrionale, ed egli lasciava dunque il Mediterraneo
com pletamente all'Italia. Sapendo che il duce era sensibile all'adulazione,
ebbe cura di osservare (o perlomeno così Ciano riferisce le sue parole) che
Mussolini era «il primo uomo di Stato del mondo, al quale nessuno ha diritto
di paragonarsi, neppure da lontano». Dopo un siffatto grazioso
riconoscimento, la via era aperta alla proclamazione da parte di Mussolini,
nel novembre dello stesso anno, ch'era in atto un Asse Roma-Berlino.
Ripetendoselo continuamente, i collaboratori di Mussolini ce la misero tutta
nel tentar di convincersi che nel 1936-37 l'Italia era l'arbitro delle sorti
dell'Europa. Essa possedeva infatti un esercito e un'aviazione tra i più
potenti del mondo intero, e portati al massimo livello possibile di
efficienza tecnica. Gli osservatori militari stranieri, si disse (ma la cosa
era lontanissima dalla verità), erano stati grandemente impressionati dalle
manovre italiane del 1936. Anche del ministro della Guerra tedesco, venuto in
Italia per una visita di tre giorni, che doveva permettergli di valutare il
potenziale bellico italiano, si raccontò che aveva ammirato la disciplina e
il modernissimo equipaggiamento delle forze armate fasciste. 119;
Ma in effetti la sua conclusione privata, rimasta ignota agli italiani, fu
che l'Italia era debolissima, e sarebbe stata più utile come nemico che come
alleato. A questa data gli stati maggiori e le forze di polizia dei due paesi
avevano già cominciato a scambiarsi informazioni, benché Hitler ordinasse ai
suoi rappresentanti di diffidare degli italiani e di non dir troppe cose.
Per controbilanciare questo avvicinamen to alla Germania e coprirsi le spalle
nel Mediterraneo, nel gennaio 1937 Mussolini concluse un gentleman 's
agreement con l'Inghilterra. L'accordo si dissolse invero quasi subito, in
parte perché Mussolini apprese da documenti segreti inglesi, con grande
stupore, che Eden aveva di lui un'opinione assai mediocre, e in parte a causa
delle storie che circolavano nella stampa inglese intorno alle modeste
capacità di combattimento dell'esercito italiano. Mussolini andò in bestia,
più di quanto i suoi collaboratori l'avessero mai visto, e fece commenti
pubblici sulla desolante puerilità di un popolo così ignorante. Quasi tutti i
giornali inglesi furono immediatamente banditi dall'Italia per quattro mesi,
e la stampa italiana ebbe l'ordine di passare alla rappresaglia, dando
grande evidenza a qualsiasi infortunio si verificasse durante
l'incoronazione di Giorgio VI. Comparvero così colorite descrizioni degli
ospedali di Londra sommersi dai feriti a seguito di dimostrazioni di
protesta contro la monarchia e la Chiesa anglicana. Una reazione tanto
esagerata suggerì agli stranieri che se l'efficienza delle forze armate
costituiva un tasto così delicato, nei preparativi militari dell'Italia
doveva certo esserci qualche carenza grave.
Nel settembre 1937 Mussolini visitò finalmente la Germania, e i nazisti lo
persuasero abilmente di essere militarmente invincibili. Abbagliato dalle
parate e dalle officine Krupp di Essen, il punto culminante del viaggio venne
quando parlò, sul Maifeld, ad un uditorio che raggiungeva, si disse, un
milione di persone. Il discorso fu pronunciato sotto una pioggia torrenziale,
e compreso solo con difficoltà; ma il duce fu enormemente impressionato
dall'accuratissima messinscena, e non sospettò che l'entusiasmo potesse
essere artificiale.
Mesmerizzato dalle blandizie di Hitler, fu anche facile vittima di quei
giornalisti italiani che scrissero della sua «apoteosi» a Berlino, e di come
avesse parlato, in un tedesco impeccabile, a tre milioni di nazisti. Una
città dopo l'altra, gli appariva chiaro che Hitler aveva creato un nuovo
tipo di uomo germanico: non più grasso, smorto e occhialuto, come voleva lo
stereotipo del passato, ma vigoroso, sano e sanguigno. Palesemente,
sarebbero stati loro la parte vincente. E, cosa ancor più attraente, Hitler
alimentò astutamente l'illusione di Mussolini che l'Italia fosse, nell'Asse,
quanto meno su un piede di parità con la Germania.
Alla fine del 1937 tre fatti rispecchiarono una nuova euforia filonazista. Il
primo fu il lancio della campagna mussoliniana contro gli ebrei (che peraltro
doveva prendere un concreto sviluppo soltanto qualche tempo dopo. Il secondo
il clamoroso ritiro del duce dalla Società delle nazioni. A mano a mano che
il totalitarismo del movimento fascista si accentuava, l'appartenenza alla
SdN era divenuta sempre più fastidiosa; e a Mussolini non poteva piacere un
organismo internazionale in cui fosse possibile criticare liberamente il
fascismo, e in cui la libertà di parola restasse la regola. La decisione di
uscire dalla SdN fu discussa dal Gran Consiglio per non più di due minuti, e
approvata all'unanimità. Tra i votanti figuravano Grandi, Federzoni, Volpi e
Bottai: come chiunque altro, anch'essi avevano imparato a credere che il
destino dell'Europa si decideva ormai non a Ginevra, ma a Roma.
Il terzo avvenimento fu la firma da parte di Mussolini di un patto tripartito
contro il comunismo, che riuniva Italia, Germania e Giappone. Era una mossa
deliberata verso una guerra contro l'Inghilterra, che appariva a Ciano
inevitabile. Il nuovo patto diede a Mussolini l'ineffabile felicità di
sentirsi al centro della più formidabile coalizione politica e militare mai
esistita; pochi lo avevano visto in passato altrettanto allegro. Fino a un
momento prima il Giappone aveva costituito per lui una delle più gravi
minacce alla civiltà e alla razza bianca. E il mutamento fu talmente
improvviso, che un carico di autoblindo in viaggio per la Cina, destinate
221;
ad essere usate contro il Giappone, finì invece, in seguito ad un ordine di
Roma, affondato nel Mar Cinese Meridionale. Erano trascorsi soltanto pochi
mesi, che Mussolini riceveva con compiaciuta fierezza il giapponese Ordine
imperiale del crisantemo. L'alleanza della seconda guerra mondiale era
prossima a divenire realtà.

capitolo settimo.
GUERRA CIVILE IN SPAGNA.
(1936-1939).

La guerra civile che negli anni 1936-37 si trascinava faticosamente in


Etiopia divenne ancor più difficile da combattere quando Mussolini, perso
interesse in essa perché non poteva più permettersi di parlarne nei
giornali, contribuì a far nascere un'altra guerra civile in Spagna. Sin dal
1931 vi aveva appoggiato finanziariamente più di un partito di opposizionel,
poiché l'esistenza stessa di un governo di sinistra nella penisola iberica
costituiva un'altra pubblica smentita della sua dottrina del fascismo, tema
centrale del secolo. Sperando in una restaurazione monarchica e in privilegi
commerciali a spese della Francia, inviò armi per un colpo militare, ma
quando questo fallì si affrettò a congratularsi con il governo repubblicano
di Madrid per averlo sventato. Nel marzo 1934 firmò un nuovo accordo con due
partiti monarchici spagnoli, promettendo loro denaro ed armi che dovevano
servire a rovesciare il governo; e tutto ciò senza consultare i funzionari
del suo ministero degli Esteri, e anzi senza neppure informarli. Come disse,
con impudenza e senza ironia, ai negoziatori spagnoli, il caso austriaco
provava che quando prometteva il suo aiuto ci si poteva fidare della sua
parola. Quando anche questo tentativo insurrezionale fallì, continuò ad
inviare un sussidio mensile a Primo de Rivera.
La ribellione del generale Franco nel luglio 1936 giunse a Mussolini come una
sorpresa e in un primo momento, richiesto di fornire aiuti, rifiutò. Solo
quando seppe che i tedeschi avevano accettato di collaborare, inviò una
dozzina di aerei da trasporto. Da questo inizio andò poi gradualmente
sviluppandosi, malgrado i ripetuti impegni di non-intervento, 123;
un corpo di spedizione in piena regola'. I militari, e segnatamente Balbo e
Badoglio, erano contrari a questo intervento, osservando che le forze armate
italiane avevano bisogno di tempo e di tutto il denaro che si riusciva a
risparmiare per un vasto programma di riorganizzazione e di ripresa,
indispensabile dopo gli sforzi compiuti in Africa. Ciano mostrò invece,
all'idea di combattere in Spagna, quella che fu descritta come un'allegria
infantile. Mussolini credette inoltre a Franco quando questi disse che la
guerra poteva esser vinta in poche settimane e senza grandi sforzi, e fu
forse incoraggiato dalla sua stessa irresponsabile propaganda sulla capacità
bellica dell'Italia. Più tardi, quando la Russia inviò al governo spagnolo
aiuti militari, i fascisti poterono suscitare un maggiore entusiasmo
definendo la guerra una crociata antibolscevica; ma la verità è ch'essi
decisero di intervenire molto tempo prima che il bolscevismo divenisse un
pericolo realell: il loro movente originario era stata la volontà di
affermare l'autorità del fascismo e dell'Italia nel Mediterraneo. Mussolini
aveva poi una ragione personale per volere la guerra: il suo segreto
desiderio di temprare gli italiani e di rinvigorirne gli spiriti guerrieri.
Forse circolò anche qualche idea di ottenere basi nelle Baleari, e la
macchina propagandistica inventò la bizzarra nozione geopolitica per cui
«chi possegga l'amicizia e magari l'alleanza della Spagna [può] controllare
o paralizzare il Mar del Nord e la Manicaca». 124;
Se la ribellione di Franco divenne una guerra civile su larga scala, ciò si
dovette in gran parte agli aiuti tedeschi e italiani. Da parte sua, il
governo repubblicano di Madrid fu appoggiato dalla Russia, dalla Francia e
da brigate internazionali che comprendevano molti antifascisti italiani.
Franco protestò ch'egli aveva chiesto soltanto armi ed equipaggiamento e che
l'arrivo di un grosso contingente italiano gli era stato praticamente
imposto. Un'altra obiezione degli spagnoli fu che, come già in Etiopia, le
divisioni italiane comprendevano un numero larghissimo di soldati privi di
addestramento (di nuovo, Mussolini era deciso a ottener gloria per la
Milizia fascista, di cui aveva il comando, e non 124;
aveva la minima idea dell'inefficienza gravissima di queste unità). C'erano
artiglieri che non avevano mai sparato un colpo di cannone, e comandanti di
battaglione che negli ultimi sedici anni non avevano ricevuto alcun
addestramento, e non sapevano nulla delle armi moderne. Un generale fascista
descrisse i suoi uomini come, in di maggioranza, una feccia cui per ragioni
pubblicitarie si dava il nome di volontari benché molti fossero stati
arruolati a forza tra i disoccupati nel quadro di una sorta di programma
assistenziale organizzato dal partito.
All'inizio del 1937 i fascisti pensavano ancora che la guerra sarebbe finita
presto; e quando l'ambasciatore italiano a Madrid, egli stesso un sincero
fascista, ammonì, molto ragionevolmente, contro questo facile ottimismo, fu
allontanato con indignazione dal suo posto, che occupava da soli due mesi.
Mussolini preferì affidarsi al parere degli emissari ufficiosi inviati,
secondo una prassi ora praticamente normale, a spiare segretamente
l'ambasciata. Tra gli altri, fu spedito ad indagare in terra spagnola
Farinacci, che portò inoltre con sé un messaggio per Franco, in cui gli si
domandava se avrebbe accettato un principe italiano come re di Spagna. Il
suggerimento indignò Franco, e la stessa reazione sdegnata accolse le
critiche rivoltegli dagli italiani a proposito della eccessiva brutalità con
cui conduceva la guerra. Quando i commenti ostili di Farinacci sul modo in
cui Franco esercitava il comando arrivarono all'orecchio della polizia
spagnola, la cosa non giovò certo alla popolarità della spedizione italiana.
Né le giovò la determinazione mussoliniana a far sì che fossero innanzitutto
le camicie nere a cogliere gli allori della guerra. Di fatto il duce
incoraggiò i suoi generali a spingersi troppo avanti, e troppo rapidamente,
senza sentirsi in obbligo di conformarsi ai piani e alla strategia di
Franco, mentre dal canto loro le autorità spagnole non gradivano
l'indipendenza dei generali italiani, e, comprensibilmente, non volevano che
Madrid venisse conquistata da truppe straniere.
Il risultato di queste divergenze, e anche della mancanza di addestramento e
del dilettantismo dello stato maggiore fu che il generale Roatta condusse il
corpo di spedizione italiano 125;
alla sconfitta di Guadalajara (marzo 1937). Franco aveva ammonito contro
l'eccesso di fiducia, ma Mussolini era ansioso di consolidare il prestigio
del suo esercito arrivando per primo a Madrid. La sconfitta fu dunque un
colpo amarissimO, specialmente perché giungeva dopo tante millanterie
sull'invincibile spirito fascista, e anche, e anzi soprattutto, perché il
nemico vittorioso non era un esercito regolare, ma un corpo improvvisato di
irregolari, che comprendeva un gran numero di esuli italiani antifascisti.
Per stimolare l'ardore dei suoi uomini, Roatta gli aveva raccontato che il
nemico torturava e uccideva i prigionieri. Ma la cosa ebbe l'effetto
opposto: qualcuno disertò, e altri si demoralizzarono a tal punto che si
dovette ritirarli dal fronte.
Solo sotto l'effetto della sconfitta Ciano si rese conto
delI'irresponsabilità con cui erano stati mandati in Spagna tanti uomini
privi di addestramento. Tentò di attribuire la colpa dell'accaduto alla
Milizia, i cui ufficiali in precedenza non avevano mai esercitato un
comando. Riferì a Mussolini che, diversamente dagli antifascisti delle
brigate internazionali, i soldati italiani mancavano di iniziativa, come
pure di fanatismo e di odio per il nemico, ed erano terrorizzati dai carri
armati repubblicani. In particolare spiegò, e si trattava di
un'osservazione allarmante, che la vicinanza degli esuli antifascisti
metteva in pericolo i risultati dei lunghi anni di indottrinamento politico
ad opera del regime.
Mussolini incolpò invece l'insufficiente collaborazione da parte di Franco,
benché ciò non gli impedisse di chiedere l'invio di rinforzi spagnoli per
salvare la situazione. Tentò di persuadere i tedeschi che la sconfitta era un
episodio di nessun conto, e in Italia annunciò che non si era trattato
affatto di una sconfitta, e che solo stranieri malevoli potevano descrivere
lo scontro di Guadalajara in questi termini. In privato disse che non
avrebbe potuto ritirare il suo esercito finché non riportasse una chiara
vittoria, che cancellasse il ricordo di quanto era accaduto. Non poté
impedire che alcuni italiani apprendessero dalla stampa straniera la verità,
e nella stessa Italia si cominciò ad udire, di tanto in tanto, qualche voce
antifascista. Il generale tedesco von Thoma, 126;
che osservava gli avvenimenti spagnoli, prese attentamente nota della
debolezza rivelatasi nell'apparato militare fascista. La cosa peggiore,
ricordò più tardi, fu che, essendo la propaganda obbligata a spiegare che la
battaglia di Guadalajara non era stata una sconfitta, Mussolini si trovò a
sua volta costretto a mantenere i suoi incompetenti generali ai loro posti,
anziché restituirli all'oscurità da cui immeritatamente erano stati tolti.
Era un'incrinatura che viziava l'intero sistema fascista.
Franco fece quel che poté per evitare che la stampa raccontasse troppe cose
della battaglia di Guadalajara. Ma in privato non celò una certa
soddisfazione, e tra i suoi generali ci fu chi, risentito contro i fascisti
per il loro cattivo comportamento e per il loro atteggiamento condiscendente,
si rallegrò apertamente del rovescio subìto dall'esercito italiano. Ai
tedeschi Franco disse, con un'esagerazione che mirava forse a compiacerli,
che le divisioni italiane erano tragicamente incompetenti, e costituivano un
grosso problema. La loro capacità di combattimento era in netto contrasto con
la loro presunzione, e se si ritiravano del tutto, egli ne sarebbe stato
contento. I rappresentanti di Mussolini in Spagna, ufficiali e ufficiosi,
confermarono che la condotta arrogante e provocatoria degli ufficiali
italiani risaltava negativamente a paragone del corretto e volenteroso
atteggiamento dei tedeschi. Benché i suoi aiuti alla Spagna fossero più
cospicui di quelli tedeschi, il duce ne ricavava scarsi benefici, e stava
anzi addirittura facendosi nuovi nemici.
Dal canto suo, Hitler fece i suoi calcoli più attentamente. In cambio
dell'appoggio dato a Franco, voleva concessioni economiche, e desiderava
inoltre sperimentare in combattimento nuovi aeroplani e nuovi cannoni
anticarro. Mentre Mussolini voleva un clamoroso successo militare, ai
tedeschi non dispiaceva veder la guerra prolungarsi, sì da provocare il
massimo scompiglio in Europa. Per questa ragione, il fatto che gli italiani
andassero sempre più impantanandosi in Spagna gli riuscì gradito. Mussolini
avrebbe visto volentieri affluire in Spagna maggiori truppe tedesche, ma
Hitler preferì lasciare all'Italia il grosso dei rischi e della spesa,
compren dendo che col passar del tempo Mussolini si sarebbe trovato con le
manisempre più legate, e sempre più lontano dalle democrazie occidentali.
Prolungandosi la guerra sin nell'estate del 1937, sottomarini italiani che si
fingevano spagnoli riuscirono ad affondare nel Mediterraneo grosse quantità
di naviglio neutrale, forse senza rendersi conto che gli inglesi avevano
decifrato il codice usato dalla marina italiana, e sapevano dunque come
stavano le cose. I fascisti tennero in scarso conto l'indignazione suscitata
nel mondo da sottomarini che non potevano permettersi di emergere e trarre in
salvo gli equipaggi delle navi mercantili silurate. Furono inviati in Spagna
nuovi reparti italiani, stavolta meglio addestrati, ma anch'essi senza un
grande entusiasmo per una guerra che non era facile spiegare o giustificare.
Alla fine dell'anno alcuni generali erano ormai ansiosi di chiudere la
partita, specialmente quando si cominciò a registrare nuove diserzioni, e
nell'opinione pubblica italiana si fecero luce critiche un tantino più
esplicite. Mussolini non poteva esser d'accordo. Dopo Guadalajara la
reputazione del fascismo doveva assolutamente venir riscattata da un successo
trionfale, e Franco sapeva che questa situazione costringeva l'Italia a
fornirgli tutto l'eqùipaggiamento militare che chiedeva, e di solito
gratuitamente. Mussolini premette vigorosamente sui generali spagnoli perché
si movessero più in fretta e più spietatamente nel por fine alla guerra. Ma
costoro si preoccupavano di non lasciare sul corpo della società spagnola
troppe cicatrici. L'entusiasmo del duce per essi diminùì sensibilmente, e
corsero più frequenti le parole aspre. Ma il fatto è che Mussolini s'era
lasciato intrappolare in una situazione i cui fattori erano in larga misura
fuori del suo controllo.
Una parte preponderante ebbe nella guerra di Spagna il Sim (Servizio
informazioni militari), che aveva avuto alla sua testa il generale Roatta.
Posto agli ordini diretti di Ciano, il Sim aveva sperato di utilizzare la
Spagna, come l'Etiopia, per sviluppare nuove tecniche in fatto di guerra
chimica. Aveva pronti, ad esempio, veleni, e anche batteri per diffondere
epidemie dietro le linee nemiche. Ma con ogni pro babilità queste sostanze
non furo no impiegate. Al Sim riuscì invece un grosso colpo con l'assassinio
di Carlo Rosselli. Uno dei più illustri tra gli esuli antifascisti, Rosselli
si era distinto nei combattimenti di Spagna. Fu assassinato insieme con il
fratello nel giugno 1937, non lontano da Parigi, e i fascisti tentarono di
scaricare la responsabilità del delitto sui francesi o sui comunisti. Di
fatto, si trattò di un assassinio politico deliberato, ordinato dal
ministero degli Esteri italiano. Mussolini negò di esser stato al corrente
della cosa in anticipo, ma soltanto quando si rese conto che l'uccisione dei
Rosselli era stata un errore politico.
Né Mussolini né Ciano si mostrarono mai troppo sensibili a considerazioni di
ordine umanitario o di diritto internazionale: il fascismo andava fiero del
suo realismo, della sua capacità di agire senza sentimentalismi,
chirurgicamente. Benché la propaganda attaccasse il «sadismo omicida» e le
torture delle forze repubblicane, la dottrina fascista decretò che le navi
neutrali potevano esser affondate senza preavviso. Ciano ordinò
l'interruzione dei rifornimenti idrici alle città come normale mezzo di
guerra; e Mussolini dichiarò che ogni italiano preso prigioniero in Spagna
doveva esser fucilato, poiché «i morti non raccontano la storia», e così
nessuno avrebbe mai saputo nulla. Fu inoltre esplicitamente ordinato il
bombardamento di obiettivi non militari, poiché Ciano e Mussolini speravano
di piegare la popolazione civile col terrorismo aereo. Per maggior
sicurezza, il sottosegretario all'Aeronautica, Giuseppe Valle, guidò
personalmente la prima di queste azioni di bombardamento. La decisione di
bombardare Barcellona fu a quel che pare presa da Mussolini su due piedi,
senza consultare nessuno, e certamente senza disturbarsi a chiederne il
permesso a Franco. I comandanti spagnoli rimasero inorriditi, e chiesero
l'interruzione immediata dell'operazione. Ma gli aerei italiani continuarono
le incursioni terroristiche, e Mussolini si disse soddisfatto ch'esse
facessero odiare gli italiani all'estero, poiché guadagnare ai suoi
connazionali una fama di pugnacità e di spietatezza aveva sempre fatto parte
dei suoi piani. Anche i tedeschi furono turbati, o mostrarono di esserlo. e
infine 129;
il Vaticano, protestò contro l'impiego di una tecnica bellica così crudele ai
danni di una popolazione cattolica. Ciano tentò allora di convincere la gente
che la responsabilità dell'episodio era tutta di Franco.
La caduta di Madrid, che i giornali fascisti avevano annunciato come
imminente nel luglio 1936, ebbe invece luogo nel marzo 1939, ponendo termine
a questa guerra orribile, costata mezzo milione di morti. Agli italiani fu
fatto credere che il loro esercito aveva riportato un trionfo militare,
ricoprendosi di gloria; ed è vero che l'aiuto italiano fu essenziale alla
vittoria di Franco. Ci fu d'altronde chi pensò che col suo intervento,
costosissimo, l'Italia non avesse ottenuto vantaggi adeguati. Un risultato
positivo fu che la Spagna rimase fascista. Un altro, già più ipotetico, che
la Russia non ottenne basi nel Mediterraneo occidentale. Un terzo risultato,
meno positivo, fu di creare una frattura quasi irreparabile fra Italia e
Francia, frattura che riduceva pericolosamente il margine di manovra della
politica estera italiana, accrescendone, contemporaneamente e nella medesima
misura, la remissività verso la Germania nazista.
L'Italia perse in Spagna circa tremila soldati. Ma Mussolini ammise che sotto
altri profili la guerra aveva «dissanguato il suo paese». Il costo monetario
fu misurato in una cifra totale posta tra i 12 e i 14 miliardi di lire, pari
al doppio del bilancio militare annuo del paese. Quando tornarono in patria,
gli italiani lasciarono in Spagna 250.000 fucili, 2.000 pezzi di artiglieria
e oltre 750 aeroplani militari, vale a dire un terzo degli armamenti totali
italiani. Una parte di questo equipaggiamento fu in seguito venduta
segretamente dalla Spagna alla Jugoslavia. In un primo tem po l'intenzione di
Mussolini era stata di farsi pagare da Franco il prezzo pieno di tutti questi
materiali; ma poi si trovò costretto a cancellare la metà del debito, e finì
col cancellare anche la maggior parte di quel che rimaneva (si trattò in
larga misura di una perdita secca di valuta, giacché i materiali necessari
all'industria bellica dovevano esser acquistati all'estero). Per qualche
tempo, sperò perlomeno di ottenere concessioni nelle miniere spagnole e nel
complesso siderurgico di Sagunto, ma 130;
Franco fece difficoltà. Tirate le somme, può dirsi che la guerra gravò in una
misura assai pesante sulla tutt'altro che florida economia italiana.
La delusione suprema di Mussolini fu la scoperta che l'intervento in Spagna
non gli aveva valso neppure la gratitudi ne che pensava gli spettasse (e il
fatto che ci avesse contato è un altro indizio ch'egli era un politico assai
meno realista di quanto volesse far credere). Aveva sperato nell'adesione di
Franco all'Asse, ma prima ancora della fine della guerra dovette ammettere
che la Spagna era a tal punto schiacciata e impoverita, da esser costretta a
mantenersi neutrale nel successivo scontro dei poderosi schieramenti
contrapposti. Né l'Italia ottenne in Spagna una posizione preferenziale
rispetto alla Germania, e anzi neppure rispetto all'Inghilterra. I tedeschi,
il cui contributo fu, in termini finanziari, minore, ricavarono vantaggi
assai maggiori. Inoltre Berlino non si fece scrupolo di commerciare anche
con il governo repubblicano. Le ragioni del suo intervento erano state in
parte di ordine economico, e alla fine del 1938 portava via dalla Spagna
oltre 250.000 tonnellate di minerali vari al mese. Germania e Italia
cercarono entrambe di tener ciascuna segreti all'altra i propri traffici
economici in Spagna; ma i tedeschi sapevano assai meglio degli italiani che
cosa volevano e come ottenerlo.

capitolo ottavo.
LE COLONIE.
(1936-1939).

Per stimolare gli entusiasmi per l'impero, i giornalisti si diedero a


descrivere le enormi ricchezze minerarie dell'Africa orientale. Tra gli
ingegneri minerari ci fu chi qualificò il tutto come una sciocchezza, ma le
sue osservazioni vennero giudicate antipatriottiche, e la maggior parte dei
giornalisti preferì parlare delle montagne di minerale di ferro che
attendevano di venir sfruttate dalla tecnologia italiana. Né mancavano mai i
finanzieri, le società e i giornalisti che, sfruttando la credulità o la
corruzione dell'amministrazione fascista, facevano ottimi affari. Ma i mesi
passarono senza che a tutti i loro discorsi seguissero i fatti; e in ogni
caso, ricchezze minerarie africane a parte, l'Italia non aveva abbastanza
ingegneri specializzati neppure per sfruttare quelle di casa propria.
Presupponendo la necessità di prepararsi ad una nuova guerra, Mussolini
decise che l'impero doveva essere economicamente autosufficiente, anche se
ci si aspettava che in tempo di pace fornisse all'Italia materie prime e ne
importasse manufatti. Questo paradosso non fu mai chiarito, e forse Mussolini
non si rese neppure mai conto della contraddizione. Egli voleva che l'Etiopia
sviluppasse le proprie industrie locali, e alcuni fascisti gli dettero a bere
che l'Africa orientale non solo avrebbe procurato all'Italia valuta estera
con le sue esportazioni, ma sarebbe divenuta un grande centro di produzioni
siderurgiche per l'intero continente africano5. Al contrario, gli esportatori
italiani, ben contenti di vedere i bilanci delle colonie gonfiarsi per pagare
le merci importate dall'Italia, non volevano però che si permettesse
all'Etiopia di svilupparsi fino a divenire autosufficiente, o a far
concorrenza all'Italia sugli altri mercati.
Se è vero che qualcuno individualmente guadagnava, è vero anche che i suoi
profitti non venivano prodotti sul posto, ma arrivavano direttamente dalle
tasche del contribuente italiano, cioè dai miliardi investiti nell'impero,
miliardi che sarebbe stato economicamente più saggio impiegare nello sviluppo
delle aree depresse presenti nella stessa madrepatria. In questo senso
l'Italia fascista fu più generosa di ogni altra potenza coloniale, e i
risultati furono talvolta imponenti, malgrado la spesa avesse di mira più gli
effetti propagandistici in patria che l'interesse collettivo delle colonie, o
la creazione di un'economia funzionante. Un gran numero di disoccupati fu
importato dall'Italia per costruire alberghi, ospedali, scuole e quattromila
chilometri di strade asfaltate; ma i costi erano pari a dieci volte quelli
italiani, e una buona parte delle strade, o perché mal costruite o perché di
manutenzione troppo dispendiosa, fu ben presto abbandonata.
Le autorità avevano deciso che le risorse agricole dell'impero erano
praticamente inesauribilil°, e che nel giro di pochi anni ne sarebbe derivata
all'Italia una nuova ricchezza economica". Quando la stampa straniera si
mostrò scettica, fu fatto il tentativo di dipingere il quadro fittizio di una
grande prosperità già realizzata. E tuttavia, sebbene i relativi dati
statistici fossero confusi o celati, le esportazioni dall'Etiopia
indubbiamente declinarono, e in qualche caso cessarono del tutto. Alla fine
del 1937 Mussolini riconosceva in privato che i suoi calcoli si erano
dimostrati radicalmente sbagliati. Una ragione fu la molteplicità dei
controlli statali, che creava difficoltà alla vita economica. Un'altra il
diffuso rifiuto da parte degli etiopici della nuova moneta cartacea,
sostituita ai familiari talleri di Maria Teresa, che soli riscuotevano la
fiducia della popolazione. Una terza il fatto che in seguito alla carenza di
manodopera e alle ingenti spese governative, tutti, dai domestici in su,
guadagnavano cinque volte quel ch'era normale in Italia, e questo faceva
salire i prezzi, rendendo non competitive le esportazioni etiopiche. Altre
ragioni ovvie furono la mancanza di sicurezza, e il fatto che la manodopera
agricola esistente fosse utilizzata per costruire le stra de, col risultato
che una parte delle piantagioni dovette chiudere i battenti.
Il governo pretese di aver liberato in Etiopia due milioni di schiavi, e
trasformato forse altri quattro milioni di servi in liberi lavoratori, con
garanzie e un'assistenza quali molti paesi europei non fornivano ai loro
cittadini. Questi dati sono però dubbi, ed è comunque chiaro che un qualche
tipo di schiavitù fu reintrodotto sotto forma di lavoro forzato in
agricoltura, nelle miniere e nelle opere pubbliche. Come già in Somalia, i
capitribù locali furono costretti sotto minaccia di punizione a fornire un
determinato contingente di lavoratori, e sebbene appositi regolamenti
assicurassero a questi ultimi un vitto decente e l'assistenza sanitaria, i
controlli erano scarsi.
Mussolini decise sin dall'inizio che lo sfruttamento economico dell'impero
non poteva esser lasciato alla libera iniziativa, ma doveva esser
pianificato. Un altro suo assioma voleva che si sarebbe verificata una
colonizzazione di massa (gli italiani si sarebbero presi circa la metà della
terra); e, si disse, su questo punto non c'era discussione possibile. Già
nel 1936 l'esercito confiscò alcune delle aree più fertili, e alla fine la
legge sanzionò, ancora una volta, lo stato di fatto: ci si poteva
impossessare delle terre appartenute all'ex imperatore o a ribelli, di
quelle su cui non fosse stata pagata l'imposta o che fossero incolte, e
persino di quelle che a giudizio del governo erano suscettibili di venir
coltivate meglio. Si ammetteva che la faccenda era estremamente delicata,
poiché gli etiopici erano sensibilissimi in fatto di proprietà della terra,
ma la pratica summenzionata fu giustificata come menO crudele della politica
di spoliazione brutale adottata si disse, dagli inglesi nelle loro colonie.
Indro Montanelli, allora giovane giornalista, trascorse qualche mese in
Africa orientale, e quindi dichiarò: «Conto, io contadino, e quindi un po'
intenditore, che alcuni milioni di italiani ci posson vivere largamente»
L'ottimistica asserzione montanelliana divenne parte integrante
dell'ortodossia fascista, benché non sembri che, neppure ora, si facesse
alcuno studio serio sulla fattibilità e sul costo di unidea del genere.
Un tale studio avrebbe potuto attirare l'attenzione sul fatto che in passato
gli italiani non avevano mostrato quasi nessuna inclinazione ad emigrare in
territori coloniali. Avrebbe inoltre messo in evidenza la necessità di
attendere la pacificazione dell'Africa orientale (ma non si poteva ammettere
che l'opinione pubblica venisse a sapere che la guerra continuava). I
tedeschi appresero presto dai loro informatori confidenziali che il processo
di colonizzazione restava assai al di qua delle aspettative. Alla fine del
1936 si trovavano in Africa orientale 146.000 lavoratori italiani, ma nel
giugno 1939 questa cifra era caduta a 23.000, e nel maggio dell'anno
successivo in tutto questo enorme territorio non rimanevano, malgrado le
grandi speranze, le enormi spese e una gigantesca campagna propagandistica,
che 854 famiglie coltivatrici.
Mussolini faceva gran conto dei rapporti di polizia e delle delazioni private
sulle malversazioni che prosperavano nella vasta burocrazia imperiale. Ma
l'interesse che vi portava era dettato assai meno dall'intenzione di porre
rimedio alla corruzione che dal desiderio di scoprire storie che gli
consentissero di porre i capi fascisti l'uno contro l'altro, e di renderli
timorosi delle sue fonti d'informazioni segrete. In questi rapporti sugli
episodi di corruzione c'era certamente una parte di invenzione, o anche di
precisa volontà di nuocere, ma è anche evidente che i grandi proconsoli, De
Bono, Balbo e Graziani, liberi dai vincoli degli ordinari metodi di
contabilità, avevano potuto assegnare appalti giganteschi ad amici e clienti
senza gare regolari, e senza una qualsiasi supervisione efficace da parte di
Roma. La corruzione, perlomeno quella spicciola, dei suoi subordinati non
importava gran che a Mussolini. Quel che soprattutto gli stava a cuore era
che gli scandali rimanessero segreti, e secondariamente l'uso che poteva
farne come materia di ricatto, al fine di garantirsi fedeltà e obbedienza.
Non essendo consentite le critiche pubbliche, i gerarchi sapevano che,
fintantoché non davano ombra al partito, e a Mussolini personalmente, i
tribunali non potevano toccarli. 135;
Uno scandalo poco edificante scoppiò quando Lessona, il ministro per l'Africa
italiana, elevò accuse di corruzione in grande stile contro alcuni
governatori coloniali, e in particolare affermò che De Bono aveva
deliberatamente ignorato, nell'assegnazione degli appalti, offerte più
convenienti, affinché una società in cui aveva interessi finanziari potesse
conquistarsi una posizione di virtuale monopolio nella costruzione di opere
pubbliche. E possibile che Lessona fosse parte in causa, e magari parte
lesa, ma i rapporti di polizia confermarono l'esistenza di forti motivi di
sospetto, e anche, in generale, che strade e aeroporti costavano in Africa
orientale dieci volte quel che sarebbero costati in Italia. Nel febbraio
1937 De Bono scrisse a propria difesa una lettera ad un giornale romano. Vi
si leggevano alcuni particolari della disgustosa vicenda, che giungeva così
- fatto estremamente insolito, a conoscenza dell'opinione pubblica. Il
calcolo di De Bono era che Mussolini non avrebbe mai lasciato accusare
pubblicamente di un reato così grave un uomo collocato al vertice della
gerarchia fascista, e che quindi non si sarebbe consentita alcuna risposta
alla sua lettera. Il calcolo si rivelò giusto, e la reputazione pubblica di
De Bono rimase stavolta senza macchia.
Dati questi metodi nell'assegnazione degli appalti, un pugno di potenti
personaggi e società s'impadronì della vita economica delle colonie. Operando
in condizioni di monopolio o semimonopolio, questi gruppi potevano fissare i
prezzi ad arbitrio. Se trovavano il modo di procurarsi, e magari di comprare
- l'appoggio di un ministro o del segretario del Pnf, potevano ottenere
licenze di costruzione per alberghi e altri edifici pubblici anche in luoghi
in cui non ce n'era affatto bisogno. Quando la nascita di questi nuovi ricchi
divenne improvvisamente evidente, prese a diffondersi anche in Italia quella
che fu detta la «mentalità africana»; ed è probabile che appunto
l'arricchimento dei dirigenti del Pnf cominciò allora ad incrinare la fiducia
dell'uomo della strada nel regime fascista. Naturalmente i propagandisti
raccontarono l'opposta storia di un'Italia che per la prima volta aveva
introdotto in Etiopia un'amministrazione efficiente e di immacolata 136;
onestà. Ma il viceré riferì che un quarto dei suoi funzionari coloniali era
corrotto, e il resto era in genere formato da impiegatucci incompetenti.
Farinacci, giudice esperto in queste faccende, inorridì al riscontrare un
così diffuso e scoperto ladrocinio, un così scarso controllo e una così
ridotta libertà di critica, una concentrazione monopolistica così imponente,
e, infine, al constatare quale fiume di denaro finisse nelle mani sbagliate.
In due anni di Etiopia, concluse, un uomo senza scrupoli partito povero in
canna poteva diventare milionario.
Il sistema scolastico italiano non aveva grandi tradizioni in fatto di
addestramento di pubblici funzionari, e il grosso degli amministratori
coloniali proveniva pertanto dalle file del partito o dell'esercito. Data
questa carenza di personale esperto, fu probabilmente azzardato insistere
nella prassi del «governo diretto» in un paese che non aveva conosciuto
pressoché nulla eccetto un qualche tipo di autonomia locale. In ogni caso, i
funzionari fascisti aspiravano di solito ad un posto più lucrativo e più
pomposo che non fosse quello di commissario distrettuale. E tuttavia, senza
una vasta categoria di commissari locali il sistema fascista di governo
diretto non poteva funzionare, e persino il tentativo di abolire la schiavitù
avrebbe richiesto un secolo. Il ministro Lessona proclamò che il fascismo, in
quanto sistema autoritario, esigeva un governo centralizzato; ma il risultato
fu, come dovette constatare, e come avrebbe constatato anche Mussolini, che
«tanto nel settore politico quanto in quello economico le mie direttive non
solo non sono mai state applicate, ma è stato fatto precisamente tutto il
contrario, cosa veramente inconcepibile in un regime sostenitore delle
gerarchie come il nostro. L'esistenza nell'impero di cinque distinte polizie,
dipendenti ciascuna da un ministero diverso, indica che la tendenza fascista
alla burocratizzazione e alla creazione di feudi privati era ormai sfuggita
completamente di mano, cosa che non contribuiva certo all'efficienza. Sorsero
uffici inutili di ogni specie, le cui competenze spesso si sovrapponevano
l'una all'altra, e il cui unico scopo era di fornire a questo o quel gerarca
di secondo rango una fonte di finanziamenti e 137;
una clientela. Tra questi uffici figuravano le branche, ramificatissime, del
partito e del sistema corporativo, il quale ultimo funzionava già a fatica in
Italia, e tanto meno poteva funzionare nelle peculiarissime condizioni
africane. Tutto ciò contribuì a ridurre l'efficacia dell'amministrazione,
rallentando le decisioni e deresponsabilizzando i singoli funzionari.
Nello sviluppo della politica razziale fascista la questione ebraica occupò a
parere di alcuni un posto secondario (e anche cronologicamente successivo)
rispetto al problema delle popolazioni di colore dell'impero. Malgrado fino
alla conquista dell'Etiopia Mussolini avesse prestato scarsa attenzione ai
problemi razziali, era già manifesta la tendenza verso una sorta di
apartheid. Uno dei campioni di questa concezione, l'illustre antropologo
professor Cipriani, sostenne che le dottrine razziali erano implicite nel
fascismo sin dai suoi inizi. Cipriani credeva nella superiorità razziale
italiana, da lui definita come biologica e immutabile. Secondo lui, l'Italia
era in Africa non per elevare il livello di vita dei popoli coloniali, e
neppure per imporre la sua propria civiltà (giacché i nativi erano incapaci
di assimilarla), ma in virtù di un diritto innato alla supremazia. Le
popolazìoni indigene erano caratterizzate da una «inferiorità irriducibile»;
e, aggiunse paradossalmente Cipriani, ciò poteva persino avere effetti
contaminanti sulla razza bianca, a dispetto della sua imutabile superiorità
biologica: «E nostra salda opinione che l'incrocio con gli Africani sia un
attentato contro la civiltà europea perché la espone a decadenza: dato che
essa è un prodotto possibile solo nell'ambito delle razze europee (...) Non
altra razza, comunque, ha dimostrato finora di riuscire a contribuirvi; né
vi è riuscito nessuno fra i milioni di bastardi bianco-neri comparsi in
Africa, in America e purtroppo anche sul suolo stesso dell'Europa». Il
professore spiegò che gli africani erano incapaci di progresso, ed era
pertanto inutile parlargli di parlamento e di autogoverno. La misurazione
del loro volume cranico lo aveva persuaso ch'erano come bambini, le cui
gioie infantili si esaurivano in semplici passatempi, e che perciò la loro
istruzione doveva limitarsi alla memorizzazione di pochi fatti elementari.
Queste idee divennero largamente accettate soltanto dopo il 1935. In
precedenza c'era stato chi, al contrario, s'era ritenuto autorizzato a
sostenere che l'assenza di intolleranze razziali o religiose distingueva gli
italiani dagli anglosassoni. L'assenza di pregiudizi razziali era indicata
anche, in passato, dalla pratica del «madamismo», che consentiva nelle
colonie a militari e civili, a qualsiasi livello, di mantenere regolarmente
un'amante di colore, e ch'era stata non solo accolta con favore in sede
ufficiale, ma addirittura regolamentata per legge. Ma gli atteggiamenti
ufficiali mutarono bruscamente nel 1935, quando il gran numero di soldati e
lavoratori italiani sconvolse d'un tratto l'equilibrio razziale, creando un
grosso problema di bambini mulatti. I soldati vennero ora istruiti a
sviluppare nei contatti con la popolazione locale una precisa consapevolezza
della loro superiorità: potevano rispettare i nativi, e magari simpatizzare
con essi, ma senza sentimentalismi né fraternizzazioni.
Questa fu la politica decisa nell'agosto 1936 dal ministro per l'Africa
italiana. Il principio base era che bianchi e gente di colore dovevano vivere
separati: i luoghi di pubblico ritrovo non potevano esser frequentati da
entrambi i gruppi, ed era vietata qualsiasi familiarità, e soprattutto
qualsiasi «madamismo». Una legge dell'aprile 1937 prevedeva la reclusione
fino a cinque anni per il cittadino italiano che vivesse con una «soggetta»
di colore, e vietava la legittimazione, e anzi il semplice riconoscimento,
dei figli di sangue misto. In giugno un'altra legge fece obbligo a bianchi e
negri di vivere in zone distinte, e in luglio fu vietato agli italiani di
guidare autobus che trasportassero« soggetti» o di viaggiare sugli stessi
mezzi pubblici. La ragione ufficiale, la conservazione della purezza della
razza, era chiaramente ipocrita, poiché il fascismo non osò mai vietare per
legge i rapporti sessuali con donne di colore. Il vero peccato era quello di
vivere accanto ai nativi su un piede di parità, pregiudicando così la
reputazione della razza dominante. Le donne bianche colpevoli di delitti
razziali, e a maggior ragione di delitti di natura 139;
sessuale, venivano trattate più duramente degli uomini, perché il loro
comportamento offendeva, oltre che la purezza della razza, la virilità
dell'uomo bianco. In un caso grave Mussolini ordinò, in perfetto stile
fascista e fuori di ogni disposizione di legge, che i trasgressori venissero
picchiati prima di venir spediti in campo di concentramento per cinque anni.
Per alleviare una situazione divenuta critica, una misura d'emergenza fu
l'organizzazione da parte del governo della prostituzione, su una scala
piuttosto vasta. Dapprima furono mandate in Africa orientale, dopo un breve
periodo di istruzione, donne italiane. Ma nell'aprile 1938 Farinacci informò
Mussolini che nove su dieci erano incinte, e che questo stava creando delle
difficoltà. Alla luce dei più severi prinàpi razziali, si ritenne inopportuno
ammettere nei bordelli governativi donne indigene. E, dopo le prime
esperienze, ancor più inopportuno sembrò ammettervi donne italiane, giacché,
si constatò, ciò abbassava agli occhi delle popolazioni locali il prestigio
dell'intera nazione dominante. Furono quindi ricercate prostitute bianche, ma
non italiane. Alla fine un'esperta signora di Marsiglia selezionò un gruppo
di prostitute francesi, che fu spedito in Africa orientale. Ma
sf`ortunatamente le autorità della Somalia francese non le lasciarono
proseguire oltre Gibuti.
Nel 1938, quando l'Accademia d'Italia convocò una conferenza internazionale
per discutere dell'Africa, gli italiani colsero l'occasione per esporre la
dottrina fascista della superiorità razziale. Il fascismo, disse il conte De
Vecchi, ex ministro dell'Educazione nazionale e governatore coloniale,
intendeva non già assimilare i popoli di colore, ma governarli, basandosi
sulle loro imperfezioni biologiche, scientificamente provate, e respingendo
dogmaticamente l'idea democratica dell'evoluzione e dell'emancipazione dei
popoli coloniali. Un ex ministro per l'Africa italiana avanzò quindi quella
che sembra esser stata la tesi principale degli organizzatori del congresso,
vale a dire l'idea che l'Africa apparteneva per dirittO alle nazioni europee:
essa andava considerata non già come un territorio coloniale, ma come un
prolungamento 140;
dell'Europa. L'eminente giurista Gaspare Ambrosini tentò di ottenere che
questa proposta, venendo dal «genio di Mussolini», fosse accettata dalla
conferenza all'unanimità. Ma in effetti i partecipanti stranieri non erano
stati consultati, e forse non compresero neppure di cosa si trattasse.
Un'altra voce italiana in questo convegno Volta fu quella di un ex
giornalista e governatore della Somalia, il generale Maurizio Rava, il quale
riassunse la concezione fascista nel principio per cui era sbagliato
considerare gli indigeni come eguali. Bisognava trattarli con gentilezza,
come si trattano i bambini, in base all'idea ch'erano fisicamente e
moralmente inferiori. Era completamente sbagliato, sostenne Rava, lasciargli
pensare che in futuro gli sarebbe mai stato possibile raggiungere
l'eguaglianza con i bianchi, e questo appunto era stato il grande errore
compiuto dagli inglesi in India aprendo alla popolazione locale le porte
dell'amministrazione. Rava contestò, qualificandola di insidiosa e
pericolosa, la convinzione di Sir James Frazer che le culture locali
possedessero un qualche valore. Agli indigeni bisognava fornire
un'istruzione elementare, e a qualcuno si poteva insegnare un mestiere o una
professione di rango modesto; ma nulla di più. Tra le ragioni addotte vi fu
la constatazion che nelle scuole frequentate congiuntamente da allievi
bianchi e di colore, questi ultimi si ritrovavano spesso, per qualche strano
motivo, a primeggiare, e ciò gli dava un senso di fierezza da cui potevano
venire soltanto guai.
Il compito di insegnare agli italiani ch'erano una razza superiore fu
affidato al partito. E non si trattava di un compito facile. Nella
legislazione razziale fascista c'erano alcune gravi incoerenze. Ad esempio,
accanto ai discorsi sulla purezza della razza si trovava anche, insistente,
l'idea che questo non aveva nulla a che fare con il razzismo nazista. Gli
scienziati affermavano che i mezzosangue, essendo «contro natura», andavano
particolarmente soggetti alle malattie, e quindi ben giustamente la società
italiana li metteva al bando; ma i nati prima del 1937 non cadevano sotto le
discriminazioni introdotte dalle leggi razziali, perché, si disse, non
costituivano alcun pericolo. La legge puniva con grande 141;
durezza il concubinato, ma non i rapporti sessuali con gli indigeni e quindi
il fenomeno dei figli mulatticontinuò a crescele in misura allarmante.
Un'altra legge del giugno 1939 introdusse pene detentive sino a tre anni per
qualsiasi atto che danneggiasse il prestigio della razza, e la pena veniva
automaticamente accresciuta di un quarto se nel reato si poteva scorgere
anche un'offesa al prestigio dell'Italia. Multe pesanti colpivano gli
italiani che facessero lavori manuali per un indigeno, ma lo stesso
principio non valeva nel caso delle professioni, perché la politica
governativa era di riservare le occupazioni più remunerative al monopolio
dei bianchi. I film destinati alle platee indigene dovevano esser censurati,
per assicurare che non contenessero alcunché di offensivo per il prestigio
della razza italiana.
Il piano originario di Mussolini per la Libia prevedeva che essa divenisse
una zona di colonizzazione italiana intensiva. Secondo certi calcoli, su
un'angusta striscia di territorio, per quasi l'intero sviluppo costiero della
Tripolitania e della Cirenaica, doveva formarsi una popolazione a netta
maggioranza italiana, sì da farne un fattore essenziale nel controllo
dell'Italia sul Mediterraneo. Nel primo decennio i fascisti nazionalizzarono
a questo fine mezzo milione di acri della migliore terra coltivabile, ma
vennero ad insediarvisi soltanto 1.500 famiglie. Ciò poteva bastare a
riconoscere, come ammise lo stesso Mussolini, che la Libia non sarebbe mai
divenuta una colonia di insediamento. Ma a metà degli anni Trenta venne
compiuto un nuovo tentativo, con un obiettivo di lungo termine ridotto
stavolta ad un totale di 25.000 coloni. Il maresciallo Balbo, governatore
della Libia dal 1933 al 1940, affrontò questo problema con la sua consueta
vivacità d'iniziative, e non senza un certo senso umanitario. Ampliò la
superficie del territorio nazionalizzato sino ad 1.250.000 acri, e in cambio
si adoperò attivamente a migliorare le condizioni materiali della
popolazione locale creando servizi scolastici e sanitari, provvedendo a
nuovi rifornimenti idrici e organizzando servizi di consulenza agricola. In
Cirenaica, alla confisca in grande stile delle proprietà delle tribù dovette
far seguito, per garantire la sconfitta definitiva dei Senussi, 142;
la distruzione della struttura sociale delle tribù medesime Inevitabilmente,
e a dispetto di ogni misura di salvaguardia per i beduini fu la rovina,
perché questa politica esigeva che il grosso venisse scacciato dal suo
territorio, nella speranza di riuscire a farne una riserva di manodopera a
basso costo da utilizzare in comunità di villaggio stabilizzate. Per il
beduino, nomade senza amici, non fu una gran consolazione apprendere da
Balbo di esser stato liberato dalla servitù e dall'arretratezza. Né Balbo
poteva difenderlo contro canaglie come l'assassino esiliato, Amerigo Dumini,
che appunto sulla deportazione dei beduini fece un mucchio di denaro.
Infine, nel 1938 partì dall'Italia un convoglio di coloni forte di 17 navi, e
guidato da Balbo in persona. Trasportava in Libia 1.800 famiglie. L'evento fu
fatto oggetto di una formidabile campagna pubblicitaria, troppo imponente
anzi per i gusti di Mussolini, il quale, non potendo sopportare che un suo
luogotenente si trovasse così vistosamente esposto alle luci della ribalta,
ordinò d'un tratto di fare il silenzio attorno alla vicenda. Con stile
tipicamente fascista, l'insediamento di queste 1.800 famiglie fu
ciononostante definito, senza ombra di ironia, «una tra le più grandi
trasmigrazioni di massa che la storia ricordi». Nuovi villaggi erano stati
costruiti, e li si era battezzati Garibaldi, Marconi o D'Annunzio, ognuno
con la sua sede del Pnf e la chiesa. Gli agricoltori ebbero una cinquantina
di acri se bianchi, dieci o anche meno se arabi (i bisogni della popolazione
araba, si disse, erano minori). Furono riforniti di sementi e bestiame, gli
si spiegò dove e quando seminare, e il governo garantì l'acquisto della loro
produzione. Ma la guerra arrivò troppo presto perché si vedesse se la cosa
poteva funzionare. In ogni caso, quando la colonia fu perduta per sempre, i
problemi elementari di questo pur minimo insediamento non erano stati ancora
risolti.
Contro la politica di dominazione enunciata da De Vecchi e Rava, Balbo
lavorò, non senza risultati, all'assimilazione delle popolazioni arabe e
berbere della Libia. Costituì per esse una branca speciale del Pnf e un
movimento giovanile, e parlando in pubblico ebbe il coraggio di sottolineare
che, diversamente dalle popolazioni dell'Africa orientale, quelle 143;
libiche erano genti di antica civiltà, e che la loro intelligenza e le loro
tradizioni le avrebbero col tempo elevate al disopra del livello coloniale.
Nel marzo 1937 Mussolini visitò la Libia, e l'importanza annessa
all'occasione è indicata dalle dimensioni del corteo dei giornalisti
convocati al suo seguito: ce ne furono, si disse, oltre trecento, e alla
loro presenza il duce si autoproclamò melodrammaticamente protettore
delI'Islam. Molti libici avevano combattuto per l'Italia in Etiopia, e Balbo
chiese al duce di ricompensarli facendogli dono della cittadinanza italiana.
L'idea fu magnificata come l'apertura di una fase completamente nuova nella
storia del colonialismo europeo, e come la prova che il fascismo seguiva
l'esempio dell'antica Roma, assimilando i popoli soggetti anziché dominarli.
Ma qualunque osservatore intelligente dovette accorgersi della clamorosa
contraddizione con il principio, altrettanto fascista, della discriminazione
razziale e della soggezione.
Resisi conto che Mussolini voleva ad un tempo l'esclusivismo razziale e la
concessione della cittadinanza italiana agli arabi, i membri del Gran
Consiglio si trovarono in grave imbarazzo. Decisero per una formula di
compromesso: concedere soltanto una cittadinanza di seconda classe, e
soltanto a pochi elementi, accuratamente selezionati. Contemporaneamente le
quattro province libiche furono dichiarate parte del territorio nazionale
italiano, e la cosa ebbe un valore psicologico non indifferente, poiché
veniva a rafforzare la nuova pretesa di Mussolini ch'egli, controllando
entrambi i lati del Canale di Sicilia, era in grado di tagliare il
Mediterraneo in due. Ma la definizione di questa cittadinanza di seconda
classe e la sua conciliazione con le leggi razziali posero difficoltà
giuridiche. Gli arabi disposti ad abbandonare le loro tradizioni quanto
occorreva per avanzare la richiesta di cittadinanza furono poche migliaia, e
di questi non molti videro accogliere la loro domanda. Una volta che i
titoli dei giornali ebbero reclamizzato a sufficienza la progressista e
generosa politica mussoliniana, della dottrina dell'assimilazione non si udì
più parlare gran che.
Il titolo di protettore dell'Islam venne in mente a Mussolini 144;
perché il governo italiano, avendo preso in Libia il posto dei turchi,
poteva, con un volo dell'immaginazione, pretendere in qualche modo di avere
ereditato l'autorità del Califfo. D'altro canto, in seno al fascismo c'era
chi guardava al colonialismo come ad una crociata cristiana, e considerava
l'Islam come la religione di popoli barbari che minacciavano di sommergere i
valori spirituali dell'Occidente. Mussolini dovette manovrare accortamente
tra atteggiamenti contrastanti: da un lato apprezzava la Chiesa cattolica
come strumento per estendere l'influenza italiana in Africa, ma dall'altro
la sua personale elasticità in materia religiosa gli consentiva di
appoggiare qualsiasi chiesa organizzata, purché si mostrasse docile. Costruì
dunque e restaurò moschee a spese del governo, e nel 1935, allo scopo di
ottenere l'appoggio arabo contro l'Etiopia, creò una facoltà teologica
islamica a Tripoli. Dal canto suo Balbo, nella sua qualità di governatore,
consultava spesso le autorità musulmane, e vietò la vendita di alcoolici
durante il Ramadan. La propaganda si avvalse inoltre di una potente stazione
radiofonica installata a Bari, che diffondeva programmi destinati al mondo
arabo, e nel 1939 Mussolini era l'italiano più tradotto in lingua araba dopo
Dante. Ma che questa tenace linea di amicizia abbia valso al fascismo
adesioni importanti tra gli arabi è dubbio. La verità è che la lunga guerra
contro i Senussi non era stata dimenticata (né del resto era finita).
In Etiopia esisteva una situazione più complessa. Oltre a proteggere la
numerosa comunità musulmana, Mussolini proclamò che al suo governo competeva,
in quanto successore di Haile Selassie, uno status quasi religioso rispetto
alla Chiesa copta; e di tale prerogativa si avvalse per recidere il legame
che i copti avevano mantenuto con il patriarca monofisita in Egitto. Al
tempo stesso cercò di non offendere le autorità cattoliche, e fece capire
che forse la scismatica Chiesa copta poteva esser persuasa, magari con
opportune pressioni, a sottomettersi al cattolicesimo romano. Espulse
inoltre dall'impero una parte delle missioni protestanti, poiché su questo
punto l'esclusivismo cattolico era rafforzato dalla sua convinzione che il
protestantesimo rappresentasse, nel 145;
l'educazione delle giovani generazioni, una forza di granlunga troppo
liberale.
In campo educativo, si riconobbe l'opportunità di produrre sul posto un
numero sufficiente di esperti artigiani, di agricoltori e di persone in
grado di assolvere alcune delle mansioni più semplici dell'apparato
amministrativo. A parte ciò, e benché si consentisse ad alcuni cittadini più
ricchi di inviare i loro figli nelle scuole italiane di Tripoli, la dottrina
generale era una dottrina segregazionista. Si precisò che l'istruzione
doveva essere <.essenzialmente pratica» ed evitare qualsiasi tentativo di
europeizzare gli indigeni. Andava inoltre, di preferenza, riservata ad
un'élite, ad evitare che troppa gente cominciasse a rifiutare i lavori umili
o servili, aggravando i problemi sociali di un crescente proletariato
urbano. Per le colonie furono approntati libri di testo speciali, in cui si
dava grande risalto alla storia italiana, ma non a quella ottocentesca,
poiché insegnare agli indigeni le cospirazioni e le rivoluzioni del
Risorgimento sarebbe stato pericoloso. I bambini imparavano a leggere su
frasi come le seguenti: «Sono felice di esser soggetto al governo italiano»;
«L'Italia governa le sue colonie con saggezza»; «Il Duce ha un grandissimo
amore per i bambini, anche per i bambini arabi».
Nelle isole egee del Dodecaneso, sottratte, come la Libia, alla Turchia nel
1912, viveva una popolazione greca, che Mussolini era però ansioso di
italianizzare e fascistizzare, poiché voleva fare di Rodi una stazione navale
e una base per l'espansione dell'influenza italiana nel Vicino Oriente.
L'italiano divenne così la lingua obbligatoria delle scuole, da cui fu invece
scacciato il greco (anche per i greci, ch'erano la grande maggioranza). Per
infondere nella popolazione un patriottismo italiano, si presero anche altre
iniziative, ad esempiO obbligando tutti a salutare la bandiera ogni sera. Si
fece pure, ma senza successo, il tentativo di attirare agricoltori italiani,
e per qualche tempo circolò la vaga speranza che la popolazione locale
avrebbe emigrato, oppure si sarebbe adattata al ruolo di manodopera
salariata al servizio dei coloni italiani. Le usanze locali furono
rispettate, almeno 146;
nei primi anni. Ad esempio si consentì il divorzio ai cristiani ortodossi,
che rappresentavano l'80 per cento della popolazione, e la poligamia ai
musulmani. Ma si compirono passi per assicurare l'indipendenza della
comunità ortodossa dal patriarca di Costantinopoli (così come i copti erano
stati separati dal patriarca egiziano), e alla fine tutte le scuole
confessionali vennero nazionalizzate. Fino all'introduzione delle leggi
razziali, il governatore usava presenziare le feste religiose più importanti
delle comunità ortodossa ed ebraica, e nel 1928 fu creata, in parte a spese
del governo, una scuola per la formazione dei rabbini (dietro c'era la
speranza che ciò avrebbe aiutato la penetrazione della cultura italiana nel
Levante).
Tutto questo mutò nel 1936, quando il governatorato delle isole egee fu
assunto dal conte De Vecchi, il quale chiese e ottenne i pieni poteri
militari e civili, concedendosi così il supremo piacere di legiferare
praticamente ad libitum. Il suo compito era di fare delle isole una parte
integrante del territorio nazionale italiano, introducendovi uno spirito
fascista e totalitario; e Mussolini disse che se pur s'impiegava qualche
misura un po' pesante, non era il caso di preoccuparsene. Ma De Vecchi, come
già in Somalia, si affidò ai metodi fascisti del manganello e dell'olio di
ricino con tanta spietatezza che persino il duce montò in collera contro la
sua incompetenza e la sua inumanità. Il governo tentò di stimolare
l'agricoltura, ma una regolamentazione eccessivamente minuziosa ebbe effetti
dannosissimi, e non giovò il fatto che si cercasse di legare le isole al
mercato italiano, scoraggiando gli scambi esistenti con le vicine Grecia e
Turchia. La base elettiva del governo locale fu naturalmente liquidata, e si
procedette ad introdurre sempre più largamente la legislazione e le pratiche
amministrative italiane. Anche qui si tentò di applicare simultaneamente la
politica dell'assimilazione e quella della dominazione, dando luogo ad una
completa confusione. Da un lato furono eliminati tutti i giornali greci, al
fine di favorire l'assimilazione culturale, ma dall'altro furono applicate
le leggi razziali che vietavano i matrimoni misti. De Vecchi viveva
sontuosamente, facendosi costruire 147;
uno splendido e costosissimo palazzo. Quando il clacson annunciava l'arrivo
della sua monumentale limousine, tutti gli altri veicoli dovevano fermarsi, e
i cittadini erano obbligati, pena la galera, a scender dalle vetture,
mettersi sugli attenti e salutare fascisticamente De Vecchi al suo
passaggio. Tali erano i metodi con cui questo arcifascista pensava di
inculcare nelle menti il rispetto per l'Italia e il senso della gloria di
Roma.
Nel 1934 Mussolini stabilì che il destino storico dell'Italia stava in
Africa, e da questo principio sviluppò la visione grandiosa di un vasto
impero coloniale che dall'Oceano Indiano raggiungesse l'Atlantico, e in cui
si insediassero milioni di italiani, risolvendo così i principali problemi
economici del paese. In superficie, l'idea era indubbiamente attraente, e
probabilmente contribuì non poco alla popolarità del regime, Ma una volta che
l'Etiopia fu conquistata, una volta che il valore propagandistico
dell'imperialismo fu spremuto fino in fondo, e cominciarono d'altronde ad
affiorare difficoltà serie, l'interesse di Mussolini si esaurì. Probabilmente
non aveva alcuna idea su come sviluppare le colonie che gli era tanto costato
ottenere. Forse si rese conto che sfruttare vantaggiosamente l'impero si
poteva soltanto facendone pagare il prezzo alla Francia e all'Inghilterra,
ciò che presupponeva però una vittoria militare su di esse.
Benché i suoi ministri informassero debitamente gli italiani che la politica
imperiale era dettata personalmente, e giorno per giorno, dal duce, in
effetti per mesi interi gli uomini responsabili del governo non riuscivano a
sapere che cosa Mussolini avesse in mente, o addirittura se avesse comunque
in mente qualcosa. Talvolta i giornali ricevevano istruzioni di metter la
sordina alla questione dell'impero, o perché i risultati ottenuti avevano
deluso Mussolini, o perché la propaganda esigeva gesta eroiche, e non sapeva
che farsi dell'ordinaria amministrazione. Con la sua sensibilità per
l'opinione pubblica, Mussolini dovette comprendere, da quel che
continuarnente trapelava nella stampa, che gli italiani, passata
l'eccitazione della guerra, mostravano di nuovo uno scarso interesse allo
sviluppo delle colonie. Alla fine i più sembrano 148;
aver riconosciuto nell'idea imperiale un'illusione. Lungi dal procurare
all'Italia nuovi amici e sudditi leali, l'impero creò nuove ostilità. Lungi
dal risolvere i problemi economici italiani, esso contribuì in modo decisivo
a renderli insolubili, né i risultati dei considerevolissimi trasferimenti
di capitali giustificarono l'impresa, per lodevoli che potessero esserne le
intenzioni ispiratrici.
L'argomento economico forse più importante a pro dell'impero, e cioè
l'ipotesi che nelle colonie si sarebbe insediata una massa considerevole di
italiani, si era dimostrato totalmente infondato: a dispetto di ogni
possibile allettamento, s'erano trasferite soltanto poche migliaia di
famiglie. Mussolini aveva dissipato una fortuna sulla base di una mera
congettura: la popolazione italiana di New York era dieci volte più numerosa
di quella di tutte le colonie dell'impero. Un altro postulato era stato che
l'impero significava benefici commerciali e una vantaggiosa fonte di materie
prime. Ma nel 1938 le importazioni dell'Italia dalle sue colonie erano pari a
poco più del 2 per cento delle importazioni totali, e si può tranquillamente
affermare che Roma spendesse nell'amministrazione di questi territori una
cifra superiore a dieci volte il volume totale del relativo interscambio.
Lungi dall'esser autosufficienti, come Mussolini aveva ordinato, le colonie
dovevano importare metà del loro fabbisogno alimentare, e quasi per intero i
loro manufatti. Nel 1938 l'Italia esportò in Africa orientale merci per un
valore complessivo di oltre due miliardi di lire, quasi venti volte il valore
delle importazioni corrispondenti. Nel caso della Libia il rapporto fu di
otto a uno. E di anno in anno questo sbilancio dell'interscambio non fece
che aggravarsi. I calcoli economici erano a tal punto sconclusionati che,
mentre gli italiani avevano fatto conto su abbondanti rifornimenti di caffè
dall'impero, l'anno 1938 vide l'inizio di una grave carenza di caffè in
Italia, nel momento stesso in cui in Africa orientale numerose piantagioni di
caffè chiudevano i battenti.
Da questa unilaterale attività commerciale nacquero indubbiamente delle
fortune individuali. Ma per l'Italia essa si risolse in una perdita.
Mussolini aveva sperato, ad esempio, 149 che le colonie avrebbero
consolidato l'autosuffìcienza del paese e migliorato la bilancia dei
pagamenti; ebbene, tutto al contrario, esse aggravarono il deficit, perché
la rapida ascesa delle esportazioni italiane verso l'impero concerneva merci
che da un lato incorporavano spesso materie prime acquistate all'estero, e
dall'altro si sarebbe potuto vendere altrove, ottenendo in cambio valuta
straniera. Un altro fattore negativo negli scambi con l'Africa orientale era
l'elevata incidenza delle spese di trasporto, cui va aggiunto il fatto che
le navi utilizzate a questo fine dovettero esser sottratte alle più
remunerative rotte transatlantiche. Inoltre, anche prescindendo dalle
perduranti spese militari, il cui ammontare veniva tenuto segreto, il costo
dell'organizzazione e dello sfruttamento dell'impero superava, in valuta, il
miliardo di lire l'anno, pari a oltre un decimo delle riserve totali in
divise disponibili nel 1938. Alcuni fascisti continuarono a parlare di un
investimento che alla fine si sarebbe dimostrato remunerativo; ma, di nuovo,
erano solo congetture, e il ministro Guarneri, vale a dire l'unico uomo che
sapesse tutta la verità, disse a Mussolini che l'impero stava inghiottendo la
stessa Italia. Guarneri ammise che il paese non poteva continuare con quel
ritmo di spesa che per pochi anni ancora. Ma sapeva, e ne era esasperato -
che un dogma essenziale del fascismo voleva che non si stesse a contare i
costi. E sapeva anche, perché la responsabilità ne ricadeva direttamente
sulle sue spalle, che le spese erano rivolte in una misura sproporzionata al
grandioso e all'altisonante, anziché a progetti miranti a produrre risultati
pratici.
Quel che può sorprendere è la modestia delle somme investite nella ricerca
petrolifera, malgrado i prodotti petroliferi costituissero la debolezza
principale dell'economia italiana, e malgrado la Libia dovesse rivelarsi, non
appena restituita ad un'economia libera, uno dei grandi paesi produttori di
petrolio del mondo. La cosa è tanto più singolare, in quanto la Libia era
nota come produttrice di idrocarburi sin dall'antichità. E tuttavia in venti
anni di fascismo non vi furono compiute che rare e modeste trivellazioni.
Probabilmente si scelse deliberatamente di stare a vedere che cosa gli altri
riuscivano a trovare in Algeria e in Egitto, prima di sottrarre capitali a
destinazioni meno importanti ma più appariscenti. Le compagnie petrolifere
straniere, certissime che in Libia ci fosse il petrolio, erano pronte a
fornire le tecniche e le attrezzature di cui l'Italia mancava. Ma anche
quando si seppe con sicurezza che la zona era molto promettente in materia
di ricerche petrolifere, i fascisti declinarono l'offerta: s'erano dati una
pena enorme a costruire l'illusione del «primato» italiano nella scienza e
nella tecnologia, e non potevano rischiare di perder la faccia facendo
credere alla gente che soltanto le compagnie straniere erano in grado di
superare l'ostacolo. In conclusione, volevano bensì i profitti, ma senza
pagare il necessario costo in investimenti.
Un altro problema stava nel fatto che il fascismo aveva creato un ente
statale per gli idrocarburi, l'Agip, provvedendolo di una speciale tutela
contro la concorrenza delle compagnie private. Ora, l'Agip non solo aveva
trovato di gran lunga più profittevole sviluppare il lato commerciale dei
suoi compiti, acquisto e distribuzione del petrolio romeno, irakeno e russo
- piuttosto che ricercare proprie fonti di rifornimento, ma aveva fatto leva
sui sentimenti di orgoglio nazionale per ottenere una legislazione che
rendesse non remunerativo per il capitale e le imprese stranieri operare su
una scala appena rilevante nei territori controllati dall'Italia. L'Agip
importava ogni anno in Libia, con costi considerevoli, quantità crescenti di
petrolio, e ciononostante non vi avviò che operazioni di trivellazione di
modestissime dimensioni. Gli studi intrapresi dal fascismo sull'economia
nordafricana discussero con una certa ampiezza la coltivazione di alfa e la
pesca delle spugne, ma sì e no fecero menzione della possibile produzione
petrolifera, e l'Agip attuò in Etiopia programmi di trivellazione assai più
ingenti che non in Libia.
La versione ufficiale, nelle parole di uno dei ministri più direttamente
interessati, diceva che la politica coloniale perseguita dall'Italia nel suo
impero era «il più interessante spettacolo del nostro secolo», e forse il più
nobile dei contributi offerti dal fascismo al mondo. La sua originalità, si
spiegò, stava nel non esser basata sull'egoismo e sullo sfruttamento, come
quella inglese e francese, ma sulla giustizia sociale e sui sacrifici della
madrepatria. Ma, come tante altre volte, quel che veniva detto per
impressionare il mondo in generale e quel che mirava a rafforzare il morale
in campo fascista non coincidevano. Da un lato si affermava che nelle
colonie italiane le popolazioni indigene non venivano mantenute in
condizioni di inferiorità e di segregazione, come avveniva invece altrove, e
che i loro interessi erano in cima alle preoccupazioni governative; ma
dall'altro la «missione civilizzatrice» dell'Italia era quella di tenere gli
indigeni al loro posto, aiutandoli ben s, ma senza avviarli all'autogoverno,
senza fargli soffrire gli svantaggi di un eccesso di istruzione superiore.
Mantenere i barbari dell'impero in condizioni di soggezione significava
agire nell'interesse del mondo civile.
Probabilmente il contributo più notevole dell'Italia fascista al colonialismo
fu la teoria e la prassi dell'apartheid. «Allo studioso di problemi etnici,
disse Cipriani, apparisce ( ..) ridicola, nonché assurda, la pretesa di
spingere coteste medesime genti sulla via del progresso: a mezzo, poi,
dell'innesto di una civiltà, come l'europea, superiore di troppo alle loro
possibilità mentali. E così un'utopia quella di alcuni sul sorgere di Stati
negri indipendenti di tipo europeo, che un giorno dovrebbero meravigliarci
creando da sé eserciti di terra e di mare, tribunali, università e officine
(...) Gli odierni indigeni si dimostrano incapaci di sviluppare da soli
industrie o aziende agricole estese oltre i loro immediati bisogni e pochi
sanno avvantaggiarsi del riflesso benefico ricadente su di essi per le
iniziative dovute alla presenza dei bianchi nel paese, sempre lasciando
chiaro che un ipotetico abbandono di questo da parte dei governi europei vi
significherebbe l'immediato ritorno della barbarie. Il complesso, insomma,
denota che gli Africani odierni sono inetti oltre che ad assimilare la nostra
civiltà, perfino a serbare la propria». Appunto per questo il fascismo
respingeva la «squallida» e <malvagia» dottrina dell'assimilazione messa in
atto dalla Francia. Secondo Anelo Piccioli, alto esponente del ministero 152;
per l'Africa italiana, gli italiani avevano le «condizioni biologiche» per
essere un popolo dominatore, il che gli dava il diritto di colonizzare queste
regioni meno evolute, mentre la Francia, ma anche il Portogallo e l'Olanda,
stavano creando una società meticcia moralmente riprovevole e socialmente
sterile. Anche gli inglesi cominciavano, nelle colonie contigue, a favorire i
popoli di colore; ma il tentativo non poteva riuscire, perché si trattava di
un ritorno alle anacronistiche idee liberali del secolo passato, che il
fascismo aveva superato. Gli italiani erano d'altro canto destinati
fatalmente ad espandersi attraverso l'Africa centrale, per la semplice
ragione che avevano coloni e potenziale umano in eccedenza, cosa che gli
altri paesi non avevano. Idee siffatte, malgrado contenessero notevoli
incoerenze, e malgrado l'esperienza le avesse già dimostrate infondate, non
incontravano in Italia alcuna critica aperta. Neppure agli intellettuali del
regime fu permesso di studiare il colonialismo in maniera oggettiva; e il
paternalismo e il razzismo erano accettati come dogmi posti al di là di
qualsiasi possibile discussione. Il risultato fu che le realizzazioni
positive dell'Italia in Africa, e gli sforzi scrupolosi di molti italiani,
finirono in polvere.

capitolo nono.
L'ANSCHLUSS E MONACO.
(1938) Mussolini amava creare un senso di falsa sicurezza ripetendo che il
fascismo non significava guerra, ma gli piaceva altrettanto creare
entusiasmo in patria e panico all'estero sottolineando che combattività e
marzialità erano l'essenza stessa del fascismo. Per mantenere un equilibrio
appropriato tra questi atteggiamenti contraddittorii, si affidava
all'istinto e alla buona sorte. Le sue dichiarazioni più bellicose miravano
talvolta a sconcertare ed impaurire gli stranieri, ma, più spesso, erano
destinate al consumo interno, proponendosi di convincere gli italiani
ch'egli era un superuomo che sapeva farsi, e farli, rispettare come si
doveva. Capitava che, se sulla stampa straniera compariva, in un'intervista,
una sua dichiarazione di volere la pace, nel testo riprodotto dai giornali
italiani queste parole venissero censurate. Emergeva naturalmente qui
un'altra contraddizione, e talvolta sia lui che i suoi commentatori avevano
il loro daffare a comporla. Per andar sul sicuro, la regola era di avanzare
l'asserzione, inobiettabile, che il duce era pronto a combattere, ma
preferiva la pace. Talvolta però l'eloquenza trascinava i giornalisti, i
quali arrivavano a scrivere, con scarsa plausibilità, che egli aveva fatto,
per salvare l'Europa dalla guerra, molto di più della Società delle nazioni
o di chiunque altro. Ogniqualvolta restavano senza istruzioni precise, i
giornalisti fascisti usavano attenersi alla seguente formula, che non li
comprometteva: qualsiasi cosa gli altri facessero, egli poteva farla meglio,
in guerra come in pace.
Nel corso del 1938 andò nettamente prevalendo nella stampa ufficiale un tono
di esaltazione dei valori militari.
Sempre più il fascismo parlava di militarizzare la nazione, sì che gli altri
paesi temessero di sfidare l'Italia in modo troppO diretto. Forse si
trattava di un bluff, e, se così era, se ne possono vedere le ragioni. Ma
sarebbe stato, in ogni caso un bluff malconsigliato, giacché, nel momento
stesso in cui costringeva gli altri paesi alla rappresaglia, induceva nel po
polo italiano, e nella stessa leadership fascista, un'intossicazione
bellicistica pericolosa. Il segretario del partito, Starace usava dire che
per lui la guerra era come mangiare un piatto di maccheroni»; e queste
parole, così squisitamente fasciste, non differivano che per la loro
volgarità da quelle con cui i nazionalisti conservatori, in conformità alle
loro idee sulla grandezza nazionale e sulle virtù guerriere universalmente
riconosciute agli italiani, invocavano un'azione più energica. I
nazionalisti, tra cui alcuni avevano forse per il fascismo un entusiasmo
minore che negli anni Venti, continuavano però a sbandierare le virtù
prodigiose della razza italiana, quello che il filosofo ufficiale Francesco
Orestano chiamò il «genio etico» di Mussolini, nonché il primato spirituale
e la divina missione di Rola. Federzoni, che in seguito avrebbe imputato al
fascismo la politica bellicistica che aveva condotto il paese al disastro,
all'epoca la elogiò pubblicamente, e impiegò la sua autorità,
considerevolissima, di uomo di Stato, era presidente del Senato e
dell'Accademia d'Italia, per avallare l'assurda e pericolosa leggenda che
voleva la macchina militare italiana perfettamente efficiente, pronta a far
fronte a qualsiasi evenienza'.
Un test della forza militare del paese sembrò a portata di mano nel marzo del
1938, quando la Germania invase e incorporò l'Austria, effettuando così
quell'Anschluss che Mussolini s'era impegnato ad impedire. La creazione, nel
1918-19, di un'Austria debole e indipendente era stata l'unica conquista
sostanziale ottenuta dall'Italia a seguito della guerra mondiale, e Mussolini
si rendeva conto dei pericoli impliciti nel consentire ad un potente Stato
tedesco di cancellarla e di divenire suo vicino, con una frontiera comune al
Brennero. Nel giugno 1934 egli si era levato contro l'Anschluss spedendo le
sue divisioni alla frontiera settentrionale, e nel 1935, mentre continuava a
sovvenzionare il governo di Vienna, s'era segretamente accordato con la
Francia per un'azione militare congiunta, se mai la cosa si fosse resa
necessaria per sostenere l'indipendenza austriaca. Nell'aprile 1935 la sua
rivista, «Gerarchia», protestò che l'Italia costituiva un «ostacolo
insormontabile» alle ambizioni tedesche in quest'area vitale, aggiungendo
bravamente che «il genio politico» e «la personalità» del duce incutevano un
vero terrore ai circoli dirigenti germanici», i quali sapevano bene ch'egli
disponeva di una forza militare perfettamente adeguata al compito di
bloccarli. Mussolini, male informato sugli altri paesi, sottovalutava il
vigore dei sentimenti antitaliani e filonazisti in Austria. Nel 1936, e
ancora nel 1937, dichiarò essere un interesse vitale dell'Italia non avere
tedeschi ai Brennero; ma, come abbiamo visto, la guerra etiopica, facendogli
perdere l'appoggio francese, lo spinse ad un decisivo mutamento di rotta (è
anche probabile che il mero costo finanziario della politica di sostegno
dell'indipendenza austriaca stesse dimostrandosi insopportabile). Egli
concordò dunque segretamente con la Germania che avrebbe rinunciato al suo
ruolo di protettore di Vienna, e, se da un lato si affidò alla parola di
Hitler che i tedeschi non miravano ad un Anschluss vero e proprio, gli
assicurò dall'altro che i suoi sforzi di espansione si sarebbero concentrati
a sud, nel Mediterraneo. E tuttavia, non volendo confessare apertamente che
stava abbandonando una di quelle posizioni «immutabili» che gli stavano tanto
a cuore, lasciò che gli italiani continuassero a credere ch'egli potesse, e
volesse, bloccare un'invasione tedesca dell'Austria.
Benché Berlino si fosse impegnata a non far nulla senza reciproche
consultazioni, nel marzo 1938 i soldati tedeschi entravano in Austria,
mettendo così Mussolini (informato della cosa con sole poche ore di anticipo)
dinanzi al fatto compiuto. Il fatto che stavolta rifiutasse di spedire le
truppe al Brennero gli guadagnò la permanente gratitudine di Hitler, Ma il
vero banco di prova della sua abilità stava nel riuscire a mascherare al suo
popolo l'ovvio fatto che il più solido bastione della politica estera
italiana si era dissolto. e Nel 156;
Gran Consiglio e in parlamento contraddisse bravamente le sue prese di
posizione precedenti, tentando di sostenere che la scomparsa dell'Austria
faceva gli interessi dell'Italia, e arrivando addirittura a negare di essersi
mai impegnato, direttamente o indirettamente, a difendere questo Stato
cuscinettol. Tra gli argomenti addotti ci fu la considerazione che dopo la
liquidazione dell'Austria nessuna divergenza divideva più l'Italia dalla
Germania, e che anzi, essendo l'Austria il malato d'Europa, la sua scomparsa
costituiva in realtà la migliore garanzia di pace. In alternativa, si disse
che l'Anschluss era sempre stato inevitabile, e avrebbe aiutato Germania e
Italia a difendere la civiltà europea contro la barbarie.
Se in pubblico ostentava una baldanzosa sicurezza, in privato Mussolini
ammetteva che la più sicura frontiera del paese era ora completamente
vulnerabile. Molte cose lo irritavano: che ogni italiano capace di leggere
tra le righe potesse scorgere la sua impotenza e remissività nei confronti
della Germania; la minaccia che l'Anschluss faceva pesare sull'influenza
italiana nei Balcani; il rischio che la popolazione altoatesina di lingua
tedesca entrasse ora nel giuoco delle ambizioni irredentistiche germaniche.
Soltanto pochi furono messi a parte di questa sua scontentezza; ma in
effetti arrivò a dire che se i nazisti provavano a fargli ingoiare un altro
rospo, avrebbe organizzato una coalizione a raggio mondiale e schiacciato la
Germania per i prossimi due secoli. Poiché di certo leggeva qualcuno dei
dispacci segreti spediti dagli ambasciatori stranieri a Roma, dovette
rendersi conto che parecchi italiani lo criticavano. I rapporti di polizia
confermavano dal canto loro che il malcontento era vivace ed aperto.
Portando Hitler ad un centinaio di chilometri dall'Adriatico, l'Anschluss
risvegliò le paure nazionaliste della Germania, e l'interruzione di numerosi
legami commerciali con l'Austria ebbe contraccolpi improvvisi e catastrofici
sui traffici di Trieste e dell'Italia nord-orientale.
Benché gli eventi di Etiopia e di Spagna avessero scosso la fiducia di molti,
in Inghilterra e in America un settore abbastanza ampio dell'opinione restava
favorevole a Mussolini. 157;
persino Churchill fu disposto, sino perlomeno all'ottobre 1937, a concedergli
una certa ammirazione in quanto antibolscevico, e parecchi altri uomini
politici erano pronti ad appoggiare una linea di appeasement se poteva
servire ad impedire un'alleanza italiana con Hitler. Ciò era particolarmente
vero nel caso dei conservatori inglesi, del cui aiuto, e soprattutto di
quello del primo ministro Neville Chamberlain, Mussolini si giovò nel
costringere Eden, che nel frattempo aveva guadagnato il campo antifascista,
a lasciare il Foreign Office. Grandi riferisce di aver avuto a questo scopo
a Londra contatti quasi quotidiani con Sir Joseph Ball, un uomo politico
conservatore vicino a Chamberlain (il suo nome è un altro di quelli omessi
nell'edizione inglese dei diari di Ciano), ma il suo racconto non sembra
esser del tutto esatto. Uno degli intermediari utilizzati dagli italiani per
tenere i contatti con Chamberlain dietro le spalle di Eden fu Guy Burgess,
la famosa spia, il quale, all'insaputa di entrambe le parti, fotografava i
messaggi e li passava alla Russia sovietica.
Tolto di mezzo Eden, Mussolin poté stringere con l'Inghilterra un altro
accordo di riassicurazione (aprile 1938). Come quello del gennaio 1937, esso
ebbe scarsissimi effetti pratici, sebbene a Mussolini sembrasse di fare una
concessione importante accettando di garantire lo status quo nel
Mediterraneo. Sapendo che l'opinione pubblica italiana non era favorevole
all'Asse con la Germania, era ansioso di mantenersi aperta una possibile
alternativa. Ma l'accordo era, su entrambi i lati, sincero solo a metà. Sul
lato italiano, era difficile modificare il concetto, instancabilmente
ripetuto, che voleva gli inglesi indeboliti, antifascisti e antitaliani.
Quanto all'Inghilterra, gli eventi recenti avevano convinto molta gente che
Mussolini era un nemico della pace. Una parte dei conservatori era d'accordo
con Eden, e ora anche con Churchill, che ogni possibile politica di
appeasement era ad un tempo sbagliata e impraticabile, e dal canto suo il
capo dell'opposizione parlamentare, Clement Attlee, parlò sprezzantemente di
questa «barcollante dittatura» sull'orlo 158 del fallimento, la cui amicizia
non valeva più la pena di comperare.
Benché grandemente impressionato dalla macchina militare di Hitler, Mussolini
aveva buone ragioni per trattare i tedeschi con cautela. Sull'affare
austriaco lo avevano ingannato, facendogli fare la figura dello sciocco.
Sapeva che il telefono del suo ambasciatore a Berlino era sotto controllo.
Era chiaro ch'essi guardavano al fascismo italiano non senza condiscendenza,
e che restavano ostinatamente tiepidi verso alcune delle dottrine che
Mussolini aveva definito i più grandi fatti del secolo. I fascisti speravano
ancora di persuadere il fascismo internazionale che la loro dottrina era
quella vera, e il nazismo soltanto una copia, e anzi una brutta copia; e,
sulla stessa linea, cercavano di insistere sull'idea che Hitler era un
personaggio di minor statura rispetto a Mussolini. Talvolta sembrava loro
che il fascismo fosse profondamente diverso dal nazismo, e quando una mostra
d'arte fascista a Berlino andò incontro ad un fiasco perché i nazisti
avevano giudicato alcuni dei premiati dipinti esposti come completamente
degenerati, restarono attoniti ed irritati. Uno dei maggiori punti di
frizione era il cattolicesimo: Mussolini governava un popolo cattolico, e
non era disposto a seguire Hitler sulla strada del paganesimo. Gli italiani
guardavano inoltre con astio alla crescente disparità di forze tra i due
paesi, e c'era quasi una risonanza patetica nel loro ripetuto chiedere di
venire ammessi a trattare gli affari dell'Asse su un piede di totale parità
con l'alleato.
Sul lato tedesco, anche Hitler aveva i suoi dubbi. Le sue preferenze ideali
sarebbero andate ad un'alleanza con l'Inghilterra. Non aveva visto troppo
volentieri il successo riportato dagli italiani in Etiopia, e le loro
difficoltà militari in Spagna non gli erano giunte del tutto sgradite. I
nazisti non avevano ancora dimenticato il «tradimento» del 1915, quando
l'Italia aveva abbandonato la Triplice Alleanza e combattuto contro la
Germania. Il modo brutale in cui i fascisti avevano perseguitato la
popolazione di lingua tedesca dell'Italia settentrionale li aveva irritati, e
non avevano gradito 159;
il tentativo mussoliniano di difendere l'indipendenza austriaca negli anni
1933-37.
Nelle conversazioni private, Hitler si soffermava di rado sull'Italia o sul
fascismo. Se da un lato continuava ad ammirare Mussolini, dall'altro si
diceva abbastanza sicuro che il fascismo non avrebbe mai fatto degli
italiani altrettanti eroi; e talvolta ne parlava con disprezzo, e quasi con
ostilità, come di un popolo che non avrebbe mai acquistato le virtù
guerriere, e che non era probabilmente in grado di comprendere il
significato della rivoluzione contemporanea di cui lui, Hitler, intendeva
esser la guida. Certo, un'alleanza temporanea con gli italiani poteva esser
utile, ma in definitiva il Fuhrer era convinto che nel possesso del vero
segreto del futuro il nazionalsocialismo si trovava solo, e tra i suoi
seguaci c'era chi continuava a domandarsi se in caso di guerra l'Italia non
si sarebbe rivelata, come alleato, più d'impaccio che d'aiuto. Nella cerchia
di Hitler non mancavano i sogghigni per la pomposa vanità del duce, emersa
ad esempio quando s'era messo in posa a cavallo, brandendo la spada
dell'Islam. Qualche volta circolarono voci oscure circa la possibilità che
un giorno ci si trovasse costretti a combattere contro l'Italia fascista.
E tuttavia, in assenza di altri amici possibili, questi due paesi e regimi
avevano entrambi bisogno di più stretti rapporti reciproci. Pur scettico
sulla capacità militare dell'Italia, Hitler scorgeva il valore politico e
psicologico di un trattato formale. Mussolini continuò per qualche tempo a
resistere a tute le avances, in parte perché aveva imparato a diffidare dei
nazisti, ma soprattutto perché conservava ancora abbastanza indipendenza di
giudizio da sapere che se non manteneva perlomeno una limitata libertà
d'azione, l'Italia non avrebbe mai pesato gran che. E tuttavia, se posto
dinanzi ad una scelta, avrebbe preferito esser il numero due dopo la Germania
piuttosto che il numero tre dopo Gran Bretagna e Francia.
La possibilità di un trattato fu discussa nel 1937, e nuovamente nel maggio
1938, quando Hitler visitò l'Italia, ma senza risultati concreti. In
quest'ultima occasione i due leader ebbero un solo colloquio serio: quando
parlarono della guerra in generale, senza peraltro accordarsi con precisione
né sul quando né sull'identità del nemico. Mussolini s'impegnò a dimostrare
con abbondanza di argomenti che gli inglesi erano un popolo in declino, di
cui si poteva star certi che avrebbe finito col cedere alle richieste
dell'Asse. Tentò inoltre, ricordando le formidabili impressioni ricevute in
Germania l'anno precedente, di impressionare a sua volta Hitler con
dimostrazioni militari accuratamente allestite E quando gli adulatori
dissero che l'accoglienza riservata ai tedeschi non aveva nulla da invidiare
a quella approntata per lui a Berlino, intervenne a correggere l'elogio,
ritenuto insufficiente, insistendo che in Italia si era fatto meglio. Che
personalmente avesse prodotto una buona impressione sui suoi ospiti, è vero;
ma è d'altronde improbabile che questi non notassero i cartoni dipinti e gli
alberi finti disseminati lungo le strade percorse dal corteo dei visitatori,
o l'antiquato equipaggiamento militare esposto nelle parate ch'erano stati
obbligati a presenziare. La verità è che i capi militari tedeschi sapevano
benissimo che l'esercito italiano valva poco, ma l'appoggio di Mussolini era
reso necessario da ragioni diverse, non militari.
La visita di Hitler avvicinò considerevolmente i due paesi Mentre sinallora
Mussolini aveva mostrato di tanto in tanto intolleranza, e persino una certa
ostilità, verso i nazisti, immediatamente dopo la visita provvide a
convertire alla causa dell'Asse eminenti personaggi fascisti come Balbo e
Bottai, che non ne erano precisamente entusiasti. Gruppi di gerarchi furono
inviati in visita in Germania, e il ministero degli Esteri cominciò a
parlare della «affinità di destini» e della «insopprimibile comunanza di
interessi» tra le due nazioni. Intanto nel campo dell'estremismo fascista si
faceva luce, a rispecchiare un sostanziale mutamento di atteggiamenti,
un'inclinazione filonazista assai più forte che per il passato. Si arrivò
addirittura ad elogiare Himmler e le SS, forza di élite che l'Italia doveva
copiare per difendere l'integrità della razza. Si dovette modificare il
volto della prima guerra mondiale, sinallora presentata come una grande
lotta patriottica 163;
antitedesca in cui erano caduti centinaia di migliaia di italiani, e un
fascista osò affermare, scandalizzando i benpensanti, che i tedeschi avevano
perduto «immeritatamente».
Ai primi del 1938 Mussolini diceva che la guerra con l'Inghilterra era
inevitabile, e questa idea lo inebriava a tal punto da indebolire la sua
capacità di giudizio. S'era convinto, soprattutto dopo che gli inglesi non
erano intervenuti a bloccare le truppe in viaggio per l'Etiopia, che il loro
riarmo era un trucco, e che non intendevano battersi. Il suo sottosegretario
alla Guerra, il generale Pariani, lo assicurò, forse nel tentativo di celare
numerosi peccati di omissione, che l'Italia avrebbe completato il proprio
programma di riarmo nella primavera del 1939, e che per quella data sarebbe
stata pronta ad attaccare non solo l'Inghilterra, ma anche la Francia e la
Svizzera. Mussolini agì come se prestasse fede a questa sciocchezza. Disse
che per una guerra del genere non avrebbe avuto bisogno di alcun aiuto da
parte tedesca, se non nella forma di una benevola neutralità. Il suo piano
era di cogliere l'Inghilterra di sorpresa attaccando in Egitto, poiché gli
era stato assicurato che nella calura africana i soldati inglesi non
avrebbero combattuto. L'Inghilterra lo temeva, affermò, e aveva paura
della guerra più di qualsiasi altro paese al mondo. A metà settembre 1938
parlò come se il conflitto fosse imminente, e Pariani gli disse che in
grazia delle grandi quantità di gas tossici accumulate dall'Italia, sarebbe
stata una guerra breve. Forse questa è la ragione che gli fece dichiarare di
avere la prova assoluta di poter «liquidare» Francia e Inghilterra per
sempre. E Ciano non solo si disse d'accordo, ma parlò in termini appena più
sfumati al'ambasciatore inglese in persona. Intanto Pariani elaborava
insieme con il maresciallo Balbo un piano per una rapida occupazione
dell'Egitto, sforzandosi di non mettere troppo in rilievo nel suo rapporto
che per completare le necessarie Scorte di munizioni sarebbero occorsi tre o
quattro anni.
Alla fine di settembre le nubi di guerra si dissolsero con l'incontro a
Monaco dei principali uomini di Stato d'Europa. Ma il prezzo della pace fu
l'annessione alla Germania di una vasta porzione della Cecoslovacchia. Questa
conferenza fu per Mussolini un notevole successo personale: poté riunirsi
soltanto perché gli inglesi avevano fatto appello a lui affinché facesse uso
della sua influenza presso i tedeschi, ed egli apparve dunque l'arbitro
della pace e della guerra. Poiché non amava i cechi, democratici e
francofili, aveva segretamente avvertito Hitler che avrebbe appoggiato le
rivendicazioni tedesche, e i due avevano dunque concordato che a un certo
punto della discussione il duce avrebbe superato lo stallo avanzando la sua
predisposta formula di compromesso, che il Fuhrer avrebbe accettato.
Mussolini emerse così dalla conferenza con la reputazione di essere,
rispetto a Hitler, non solo un dittatore più ragionevole e mite, ma anche un
politico più efficace, guadagnandosi la momentanea gratitudine di
innumerevoli persone in tutta Europa.
A Monaco Mussolini si trovò peraltro sensibilmente a disagio: dovette infatti
piegarsi alla discussione pubblica, che non rientrava per nulla nello stile
fascista. Si beò tuttavia dell'ammirazione dimostratagli da Hitler, e al
rientro in patria fu accolto dagli applausi più frenetici mai ricevuti in
tutta la sua vita. Qualcuno pensò che questi applausi dovettero sconcertarlo.
Non ufficialmente organizzata, un'accoglienza del genere era un fatto
insolito, e non c'è dubbio ch'egli avrebbe preferito esser applaudito per i
suoi discorsi bellicosi piuttosto che per i suoi successi di pacificatore. E
tuttavia la cosa contribuì ad alimentare le sue illusioni di grandezza. Era
solito ricordare con compiacimento come a Monaco Chamberlain e Daladier gli
avessero leccato le scarpe, e come avesse salvato l'Europa dalla distruzione.
Dimenticando di aver più volte affermato in passato che il corso della storia
mondiale era stato modificato dalla sua azione, vantò presso i capi fascisti
il fatto che per la prima volta in settant'anni l'Italia aveva giocato un
ruolo preponderante e decisivo negli affari internazionali. Un alto
funzionario di palazzo Chigi alla ricerca dei favori del duce esaltò l'evento
come una grande vittoria morale e un perfetto esempio di saggezza politica
fascista (ma più tardi lo condannò, presumibilmente con maggior sincerità,
come un gesto puramente teatrale, 163;
con cui Mussolini aveva gettato alle ortiche gli interessi italiani ad
esclusivo vantaggio della Germania).
I risultati immediati dell'opera di pacificazione svolta a Monaco furono più
più che soddisfacenti. Innanzitutto, inglesi e francesi riconobbero
finalmente l'annessione dell'Etiopia al l'Italia. In un discorso segreto ai
dirigenti del partito, Mussolini annunciò che la decisione di Monaco
significava la morte della Società delle nazioni e la fine del comunismo in
Europa. L'Italia, disse nell'occasione, aveva raggiunto una posizione di
incomparabile prestigio sulla scena mondiale, e ormai tutti sarebbero stati
costretti a riconoscere che nulla poteva arrestare la marcia del fascismo.
Ciononostante, le ovazioni che avevano salutato il suo rientro parlavano
chiaramente a favore della pace; in altre parole, confermavano che né l'Asse
né i suoi discorsi bellicisti erano popolari, conclusione su cui convergono
le osservazioni dei diplomatici stranieri in Italia. L'ambasciatore inglese
pensava che la gente cominciava forse a perder finalmente la fiducia
nell'infallibilità di Mussolini. Il duce stava facendo dell'Italia un
satellite della Germania, e la cosa suscitava vaste ostilità. Le sue leggi
contro gli ebrei erano «quasi universalmente impopolari in Italia, anche
presso la maggioranza dei fascisti». Secondo il diplomatico britannico, alla
proiezione nelle sale romane di un cinegiornale su Monaco le immagini di
Mussolini lasciarono le platee del tutto fredde, mentre il re fu salutato
entusiasticamente. E forse in uno Stato di polizia l'anonima oscurità di un
cinema fornisce il miglior indice possibile degli umori dell'opinione
pubblica.
L'incontro con Daladier e Chamberlain rafforzò Mussolini nell'idea che dalla
Francia e dall'Inghilterra come nemici c'era poco da temere, ed egli tentò di
convincersi che non c'era ugualmente nulla da temere dalla Germania come
amico: l'Italia, insisté di nuovo, era ora in Europa «il fattore decisivo»
e Hitler aveva dunque ogni interesse a soddisfarne le esigenze. A fine
ottobre arrivò a Roma, recando un'altra richiesta di un trattato formale,
Joachim Ribbentrop, il ministrO degli Esteri di Hitler. Mussolini la eluse,
dicendo che un'alleanza era virtualmente già in atto, e d'altronde un
impegno formale rischiava di rovi nare il fattore sorpresa, di CUi la loro
guerra aveva bisogno. Ma era chiaro che ora egli non vedeva più l'Asse in
termini semplicemente difensivi, e i tedeschi colsero l'occasione, avanzando
l'allettante suggerimento che toccava all'Italia di estendere le sue
frontiere, in risarcimento di quel che Hitler s'era conquistato in Austria e
in Cecoslovacchia. Per produrre una maggior impressione, i tedeschi
aggiunsero, mentendo spudoratamente, che disponevano di duecento divisioni
pronte a combattere, e di altrettante di riserva. Ciò che ora volevano da
Mussolini era una chiara decisione di impegnarsi sulla strada di una guerra
di aggressione contro Francia e Inghilterra. Nel frattempo le due parti si
sarebbero messe d'accordo circa le conquiste territoriali che avevano in
mente.
Benché amasse sentirsi appoggiato dalla gente, Mussolini non si preoccupava
gran chè di star dietro all'opinione pubblica: da vero giornalista, preferiva
fabbricarla. Nel 1935 era brillantemente riuscito a creare un entusiasmo
popolare attorno alla guerra etiopica, e ora si sentiva egualmente certo di
poter fare lo stesso con l'Asse, offrendo agli italiani una prospettiva di
gloria, ricchezza e potenza. In novembre Ciano si procurò gli osanna del
parlamento ripetendo, menzogna contro menzogna, che il fascismo era
perfettamente pronto alla guerra. «Critica fascista», una voce più
controllata di tante altre, esclamò che gli italiani non sapevano che farsi
degli abituali canoni del diritto internazionale: essendo un «popolo portato
al dominio», essi avevano «sete di espansione e di grandezza». E la
Germania, lungi dal costituire una minaccia, li avrebbe garantiti contro il
pericolo di un attacco alle spalle, mentre provvedevano a soddisfare le loro
ambizioni nei Balcani e nel Mediterraneo.
In seguito il direttore della rivista, Bottai, avrebbe guardato a questi mesi
come al deplorevole periodo in cui Mussolini capitolò dinanzi allo spirito
del nazismo, che nulla aveva a che fare con l'Italia e la sua civiltà. Ma
all'epoca le obiezioni di Bottai non furono molto vigorose. Al contrario,
come ministro dell'Educazione nazionale firmò in novembre un accordo
culturale con la Germania che rientrava nella 165;
scelta generale di ridurre la presenza nelle scuole del francese e
dell'inglese, accrescendo invece quella, sinallora modestissima del tedesco.
In seguito a questo accordo, una gran quantità di denaro italiano andò a
finanziare una campagna di diffusione della cultura e delle idee tedesche.
Intanto l'irreggimentazione del paese proseguiva, secondo linee, com'era
chiaro agli occhi di ognuno, essenzialmente naziste. L'esercito, la Milizia
e infine la polizia dovettero copiare il passo dell'oca tedesco, e non si
può pensare che Mussolini venisse preso sul serio quando giustificò la cosa
dicendo che l'oca era un uccello romano e fascista, perché una volta aveva
salvato l'Urbe dall'invasione degli antichi Galli. Abbagliato dalle vivaci e
multicolori uniformi in voga in Germania, dette libero corso, in un preciso
spirito di emulazione, alla propria inclinazione per le divise. Alla fine del
1938 il poliziotto italiano ebbe una nuova e più splendente uniforme; e anche
per i giornalisti fu approntata, sull'esempio dei colleghi tedeschi che
avevano accompagnato Hitler in Italia, un'apposita livrea, con tanto di
berretto a visiera. Tutti i funzionari civili dello Stato, professori
universitari e maestri di scuola inclusi, si ritrovarono in uniforme, e un
ministro annotò ch'era obbligato a possedere dieci divise diverse, per
occasioni e stagioni differenti (un altro disse che ne aveva addirittura
ventiquattro). Era un modo, dichiarò Mussolini, per fare degli italiani un
popolo di soldati, e quindi una conclusione logica della dottrina fascista.
Di conseguenza, le forze armate dovettero esser sacrificate. Secondo la
scala di priorità fascista, basata sulle esigenze della propaganda le
uniformi civili erano più importanti delle militari, esattamente come si
considerava più utile fabbricare fucili e mitragliatrici in miniatura per i
ragazzi delle scuole che non armi vere per l'esercito. Era insomma, in
quell'ottica più importante, e più facile, dare l'illusione della
marzialità che non prepararsi davvero alla guerra.
L'interesse di Mussolini per le aspirazioni e la politica degli altri paesi
era così scarso, che il suo ambasciatore a Parigi, lasciato completamente
senza istruzioni, si vide costretto all'evitare, per quanto possibile, il
ministro degli Esteri francese: nel corso di quattro mesi cru ciali della
storia d'Europa, ricevette da Roma soltanto due telegrammi, uno dei quali
concerneva la ricerca di una governante per i figli di Ciano. Intanto i
fascisti erano umiliati di constatare che, a dispetto di quindici anni di
regime, molti italiani leggevano ancora moltissimi libri francesi. E gli
amici di Bottai non riuscivano a capire come potessero perpetuarsi illusioni
storiografiche come quella per cui nell'Ottocento la Francia aveva aiutato
l'unificazione d'Italia. Giocava qui, come del resto nell'angosciosa
preoccupazione di Mussolini che i francesi non lo prendessero sul serio,
qualcosa di molto vicino ad un complesso d'inferiorità.
In novembre decise improvvisamente di rimpatriare il grosso del milione di
italiani che lavoravano in Francia. Non solo, una volta in guerra, questi
uomini sarebbero stati necessari all'esercito, ma dal loro rientro i giornali
potevano ricavare una serie di titoli di scatola. In occasione della prima
guerra mondiale gli emigrati italiani erano ben tornati in patria per
combattere, e sarebbe stato certo imbarazzante scoprire che il fascismo aveva
sulla loro fedeltà una presa minore della disprezzatissima Italia liberale
del 1915-18. A palazzo Chigi ci fu chi sbuffò nel dover assumersi la
responsabilità di una decisione così assurda, tanto più assurda in quanto
rimpatriare un così gran numero di lavoratori contraddiceva la tesi fascista
che la sovrappopolazione interna rendeva l'espansione coloniale vitale per il
paese. L'apparato burocratico creato per provvedere a questa enorme
trasmigrazione comportò spese non lievi, ma un anno dopo erano rientrati
soltanto 50.000 emigrati, molti dei quali non trovarono né il lavoro né la
casa promessagli. Di nuovo, l'interesse di Mussolini era rivolto più al
valore psicologico dell'annuncio che all'attuazione concreta del progetto.
La politica estera fascista concentrò ora deliberatamente i suoi sforzi nella
creazione di un «abisso insormontabile» fra Italia e Francia, e il 5 novembre
la stampa ebbe l'ordine di far montare l'agitazione per Nizza e la Tunisia.
Qualche giorno dopo arrivò a Roma un nuovo ambasciatore francese e Mussolini
si seccò che gli spontanei applausi con cui alcuni 167;
italiani lo salutarono alla stazione fossero sopraggiunti ad ammorbidire la
fredda accoglienza ch'egli aveva predisposto. Disse a Ciano che non solo
avrebbe reso la vita difficile all'ambasciatore, ma che era ormai deciso a
muoversi verso l'annessione della Corsica. Il 30 novembre, mentre Ciano
parlava alla Camera, una parte dei deputati si levò in piedi gridando:
«Tunisia, Corsica, Savoia, Nizza». La manifestazione, spontanea, si disse, -
era stata in effetti organizzata dal Pnf per irritare i francesi.
Più tardi Mussolini si seccò per questa dimostrazione parlamentare, ma
soltanto quando si rese conto dell'errore: un comportamento del genere non
soltanto lo legava più strettamente alla Germania, ma univa la Francia
intera, destra e sinistra, contro le pretese italiane, cancellando
stupidamente i frutti di grossi e costosi sforzi propagandistici. Eppure ben
difficilmente avrebbe potuto attendersi conseguenze diverse. Sapeva
perfettamente che il partito dell'indipendenza corsa, che per alcuni anni
s'era adoperato a creare, era una finzione. Forse s'era momentaneamente
illuso, nell'euforia del dopoMonaco, che se il fascismo faceva la voce
grossa, il morale dei francesi sarebbe crollato; e fu per lui quindi tanto
più sconvolgente constatare che le presunte vittime non pigliavano troppo
sul tragico questo sfogo parlamentare. «Candide» scrisse che, se l'Italia
rivendicava Nizza e la Corsica, i francesi potevano con altrettanta
legittimità storica rivendicare la Sicilia, e fuori dell'ambasciata italiana
a Parigi si udì gridare: «Vogliamo Venezia per le nostre coppie in luna di
miele». Quando i giornali parigini pubblicarono, quasi per rappresaglia,
notizie poco edificanti sulla vita privata di ussolini, che gli italiani non
dovevano conoscere, il duce fece fatica a celare il suo dispetto.
Agli occhi di chi lo osservava da vicino, sembrò che Mussolini stesse
perdendo il suo fiuto politico. Aveva una splendida opportunità di mettere a
frutto la reputazione guadagnata a Monaco, e di conservare una posizione di
arbitro tra i contrapposti schieramenti europei. E invece stava ficcandosi
in una posizione in cui non avrebbe avuto altra scelta che servire Hitler.
S'era dato da fare per bruciare i ponti 168;
a occidente, e ora insisteva a provocare i francesi, rendendoli così solidali
contro di lui, e a costringere gli inglesi a riarmare e ad abbandonare la
politica di appeasement. Comportandosi a questo modo, si privava della
possibilità, meno costosa e più efficace, di far uso delle risorse della
diplomazia. Avendo avanzato pubblicamente rivendicazioni su territori
francesi, il fascismo non avrebbe più potuto accettare relazioni amichevoli
con Parigi finché questa non facesse concessioni, salvando la dignità di
Mussolini. Ma d'altronde concessioni del genere erano rese del tutto
impossibili proprio dalla rozzezza diplomatica del duce". In passato
Mussolini aveva cercato di conservarsi in politica estera un certo margine
di manovra, ma ora agiva come se fosse ben deciso a precludersi ogni
possibile via di ritirata.

capitolo decimo.
LA TENSIONE CRESCE:
GENNAIO-MARZO 1939.

Neville Chamberlain, che per la politica estera non aveva la minima


inclinazione, e poco ne sapeva, continuò per qualche tempo a sperare che la
divergenza di interessi tra Italia e Germania fosse tale che Mussolini
potesse esser tenuto tranquillo con le maniere gentili. Egli non valutava
abbastanza che una politica di appeasement incoraggiava il duce a pensare
che l'Occidente, forse ingannato dalle sue pose guerriere, era in uno stato
di panico, e gli si potevano quindi far inghiottire nuovi rospi. Al
contrario, l'antifascismo degli ambienti di sinistra inglesi divenne ancor
più rumoroso, e Churchill cominciò a pensare che, sebbene Francia e
Inghilterra avessero palesemente a che fare con un uomo pericoloso e
imprevedibile, un'Italia nel campo nemico sarebbe stata forse di qualche
utilità, poiché avrebbe costituito una palla al piede per l'economia
tedesca. A Londra si prese debitamente nota della preferenza mussoliniana
per il vivere un giorno da leone anziché cent'anni da pecora, ma si
considerò ragioncvolmente probabile che gli italiani «stavano stancandosi
del perenne ruggire, e avrebbero piuttosto preferito pascolare in pace».
L'ambasciatore a Londra Grandi non era in grado di informare Mussolini in
modo corretto, o forse non osava. Non solo le sue fonti di informazione
erano limitate dai suoi gusti sociali, ma si trovava in una posizione falsa,
poiché a Londra gli piaceva posare ad anglofilo, mentre a Roma riteneva
Opportuno vestire panni filonazisti e dichiarare che gli inglesi non erano
per il fascismo un ostacolo serio. Sapeva di esser stabilmente spiato dalla
polizia fascista, e, temendo per 170;
la sua posizione nella gerarchia, si sbracciava a fare i discorsi che sapeva
graditi a Mussolini. Ad esempio, una volta aveva riferito che quaranta
milioni di inglesi erano letteralmente in estasi per Mussolini, e che la
classe dirigente inglese lo riteneva «il più grande uomo di Stato di tutti i
tempi». Grandi mostrò di non capire che il primo ministro britannico era
bensì forse il più accanito filomussoliniano di tutta Londra, ma del duce
non gli importava un bel nulla (come del resto diceva apertamente in
privato), se non perché voleva impedire che si alleasse con Hitler. Gli
uomini politici inglesi scrisse, erano in maggioranza inetti e corrotti.
Gli piaceva immaginare di esser riuscito a persuaderli della sua amicizia,
laddove le sue vere preferenze andavano ad un'alleanza con Hitler; e quando
gli fu ordinato di tenere a Londra un discorso filonazista, obbedì. In
privato si spinse ancor oltre, insistendo che, non costituendo l'esercito
inglese pericolo alcuno, il fascismo poteva prendere tranquillamente in
considerazione una guerra contro la Francia.
Ai primi del gennaio 1939, in vista della guerra europea che gli sembrava ora
inevitabile, Mussolini si risolse a firmare un patto militare con la
Germania. Prima di informare Hitler invitò però Neville Chamberlain in
visita a Roma, badando a far apparire pubblicamente ch'erano stati gli
inglesi ad autoinvitarsi: gli premeva ricordare agli italiani che lui usciva
dall'Italia solo per andare in Germania, mentre i ministri inglesi
chiedevano la grazia di venire a vederlo a Roma per l'undicesima volta dopo
il 1922. Quando Chamberlain arrivò, un osservatore rilevò che Mussolini gli
riservava forse maggiori attenzioni che non a Hitler due anni prima.
Probabilmente il duce sperava di dare al suo ospite l'impressione che la
Gran Bretagna, se tentava p1`= di resistere alla potenza delle armi
fasciste, poteva solo venirne schiacciata. Ma, tutto al contrario, gli
inglesi tornarono a casa convinti che la facciata militare del fascismo non
valeva nulla, e che l'opinione pubblica italiana era contro la guerra. Dopo
aver osservato il fascismo da vicino, la politica di appeasement riusciva
meno attraente agli occhi di Chamberlain, che al rientro a Londra decise di
avviare discussioni segrete con la 171;
Francia sull'ipotesi di una guerra contro la Germania e l'Italia.
D'altro canto, Mussolini manifestò il suo disprezzo per il primo ministro
inglese come uomo di pace e di compromesso, e il loro incontro romano lo
rafforzò nella nevrotica persuasione che tutti gli uomini con l'ombrello
fossero necessariamente, per definizione, dei deboli e degli imbelli. Era
sempre più convinto che la democrazia, per produrre un leader di quel genere,
doveva proprio esser un metodo di governo inefficace. Il disprezzo per la
democrazia e per le persone di Roosevelt e Chamberlain pesò nella
sottovalutazione fascista dell'Inghilterra e degli Stati Uniti come fattori
della politica mondiale, e fu un'ennesima ragione a favore delI'alleanza con
Hitler. Ma per il momento non vi fu alcuna presa di posizione pubblica. Da
qualche indizio traspare anzi che in quei giorni la stampa italiana venne
lasciata senza istruzioni, senza un orientamento, quasi come se Mussolini non
sapesse che cosa aveva in mente, il che naturalmente risultava assai più
vistoso e imbarazzante di quanto sarebbe stato in una democrazia.
Da un tema Mussolini non poteva ormai più discostarsi: l'ostilità
antifrancese. Corsica, Nizza e Tunisia erano bersagli più ovvii, e forse più
facili, che non Malta o la Somalia britannica. L'idea base era che ora il
fascismo non aveva nulla da temere da un'alleanza anglo-francese. Fu così
ordinato all'esercito, come se nulla fosse, di non preoccuparsi gran che
dell'Inghilterra come possibile nemico, e contemporaneamente si spiegò
all'opinione pubblica che il conflitto con la Francia era inevitabile, e la
sconfitta francese sicura. Irritato da quella che gli appariva la pretesa
francese ad una superiorità intellettuale, Mussolini spiegò in privato che i
francesi rispettavano soltanto chi li batteva in guerra, e ch'era sua
intenzione batterli, e quindi vendicarsi con massicce devastazioni e radendo
al suolo alcune delle loro città. Palesemente una prospettiva del genere lo
solleticava non poco. Quando un libro antifrancese non si vendeva abbastanza
bene, il ministero della Cultura popolare riceveva l'ordine di acquistare
tutte le copie disponibili e distribuirle gratuitamente.
Quanto ai libri filotedeschi, il censore interveniva, prima di dare il suo
benestare, affinché questa germanofilia venisse ancora accentuata.
In febbraio Mussolini lesse al Gran Consiglio un memorandum, da lui messo per
iscritto perché restasse negli archivi a prova della sua preveggenza. E
poiché mai in passato aveva esibito al Gran Consiglio un documento scritto,
questo memorandum fu considerato un'esposizione politica di prima grandezza.
L'idea principale era che l'Italia si trovava imprigionata nel Mediterraneo.
La Corsica, una delle sbarre di questa prigione, era anche una pistola
puntata al cuore dell'Italia. L'Inghilterra perseguiva una politica di
accerchiamento, e doveva esser giudicata, insieme con Grecia ed Egitto, come
uno Stato ostile che bloccava l'espansione italiana. Mentre la Germania
teneva a freno i potenziali nemici in Europa, l'Italia doveva prepararsi
alla «marcia all'Oceano» e ad affermare la sua autorità a Gibilterra e a
Suez. Il duce considerava preferibile attendere qualche anno, prima di
scatenare una guerra, perché occorreva fare progredire il riarmo; in
particolare voleva un raddoppiamento della flotta sottomarina e un grosso
esercito coloniale in Etiopia. Era certo che un giorno l'impero avrebbe
avuto il suo avamposto sull'Atlantico, ma la cosa si poteva fare soltanto
con l'aiuto tedesco.
Benché ministro degli Esteri, Ciano era stato informato (ma non consultato)
su questo documento soltanto la vigilia della riunione. Per quali ragioni
Ciano venisse conservato a palazzo Chigi è difficile a dirsi, a parte il
fatto ch'era il genero del duce e, esattamente come Starace nel campo della
politica interna, faceva tutto quello che gli si diceva. Ciano non
permetteva che gli altri ministri mettessero il naso nella politica estera,
e lui stesso non aveva che un'influenza marginale nella sua formulazione. Né
Mussolini lo metteva a parte di fattori pur decisivi, come ad esempio i dati
relativi alla capacità (o all'incapacità) militare dell'Italia. La funzione
principale di questo ministro giovane, inesperto e irresponsabile consisteva
nel sollevare Mussolini dall'obbligo di vedere gli ambasciatori stranieri, e
nel mettere in atto qualsiasi politica 173;
al duce piacesse di scegliere. Checché ne dicesse più tardi, all'epoca Ciano
era ancora per una linea di stretti legami con la Germania e di guerra contro
l'Inghilterra, malgrado si rendesse abbastanza conto dei rischi in giuoco.
Era capace di invocare sanzioni disciplinari contro chi si mostrasse
riluttante all'alleanza con la Germania. Non c'è dubbio che limiti di
carattere e di capacità di giudizio gli impedissero di elaborare con
coerenza e fermezza una sua concezione politica; ma è vero anche che non
aveva alcuna intenzione di mettere in questione la certezza di Mussolini che
la prossima guerra europea sarebbe stata vinta dai tedeschi, ed era ben
deciso a trovarsi dalla parte vincente.
Ciano era più colto della media dei capi fascisti, e più di costoro si
trovava a suo agio nella buona società romana e nel mondo della diplomazia.
Aveva qualcosa del playboy, e ci fu almeno un ambasciatore che trovò
difficile prenderlo sul serio, perché sembrava incapace di concentrare la
sua attenzione per più di pochi minuti. Altri ritenevano che quando voleva
sapesse essere un conversatore divertente. Ma per lo più i diplomatici lo
considerarono soprattutto un uomo non all'altezza del suo ruolo. Negli
ambienti fascisti era certo invidiato in quanto genero del duce, ma due anni
a palazzo Chigi non avevano accresciuto nei suoi confronti né la simpatia né
l'ammirazione. Non era un gran lavoratore. I suoi subordinati ne
apprezzavano i modi, disinvoltamente informali, ma non il fatto che dinanzi
ad un lungo memorandum recalcitrasse, oppure che talvolta riluttasse a
ricevere i diplomatici stranieri. A qualcuno la sua nomina parve seppellire
una lunga tradizione, sancire la scomparsa di quella ponderatezza e di quel
senso di responsabilità che in passato avevano valso alla diplomazia
italiana una così alta reputazione.
Critiche di minor rilievo si appuntavano inoltre sui suoi errori di gusto e
sulle sue cattive maniere. Un esempio tipico si ebbe in occasione
dell'incoronazione di Pio XII, quando incedette impettito nella navata
centrale di San Pietro con il braccio levato nel saluto fascista. Le sue
stravaganze di comportamento indussero Hitler a parlar di lui come di
«quell'orribile ragazzo». Ma i tedeschi erano soprattutto allarmati dalla sua
mancanza di discrezione2 e la sua notoria incapacità di mantenere un segreto
fu una delle ragioni per cui solo di rado ammisero Mussolini nella loro
confidenza. Una delle amiche di Ciano usava comunicare immediatamente
all'ambasciatore inglese tutti i fatti di qualche importanza, e il suo
rifugio favorito, il Circolo del golf di Roma, era noto ai giornalisti come
forse il miglior posto in tutta Europa per la fuga di notizie. L'altra sua
debolezza, ammessa anche dai suoi amici, era l'esibizionismo e la vanità.
Poiché amava la luce dei riflettori, aveva l'abitudine di viaggiare con una
corte di fotografi e giornalisti; e poiché non tollerava di esser
contraddetto, preferiva circondarsi di gente di second'ordine, che perlomeno
rideva alle sue battute e gratificava il suo amor proprio.
Benché gli capitasse d'illudersi del contrario, Ciano era di gran lunga meno
sottile e abile di Mussolini, anche se il fatto di mantenere più larghi
contatti con il mondo esterno gli consentiva talvolta di dar prova di maggior
moderazione e buon senso. Non era l'uomo capace di sostenere con vigore le
sue opinioni nelle alte sfere del fascismo, ma si prendeva le sue rivincite
facendo il gradasso con i rappresentanti dei piccoli paesi, che pensava di
poter intimorire. Verso il duce il suo comportamento esteriore era deferente
e obbediente quanto possibile, quale si doveva ad un essere chiaramente
superiore. Arrivava a copiarne contegno e gesti caratteristici, e persino la
grafia. Il diario privato di Ciano, alcune pagine del quale furono
palesemente scritte perché altri, e specialmente Mussolini, le vedessero, ci
informa che una parola di lode del suocero era per lui la massima
soddisfazione della vita; e udire la voce del duce alla radio poteva
commuoverlo sino alle lacrime. Mussolini, con tutta la sua ostentata
sicurezza di sé, aveva bisogno di esser adulato sino a questo grado, il che
contribuiva naturalmente, e catastroficamente ad isolarlo dalla verità.
A Ciano sarebbe piaciuta la designazione ufficiale a delfino (la medesima
aspirazione aveva avuto suo padre prima di lui); ma quando domandò al duce
chi gli sarebbe succeduto 175;
alla guida del fascismo, il responso oracolare fu: «prenderà il potere chi
saprà nel partito dominare gli uomini e le cose, chi avrà maniera e forza
d'animo». Essendogli concessa così poca autorità effettiva, si adoperò a p?`=
procurarsela surrettiziamente, costruendosi una clientela in seno alla classe
dirigente fascista, intervenendo nelle nomine, e insistendo che il capo della
polizia e altri funzionari titolari di posizioni chiave dovevano fargli
visita regolarmente. In certi momenti, specialmente quando Mussolini era
ammalato, o meno ancora che per il solito sicuro di sé, Ciano ebbe nelle
mani un potere reale, e se avesse posseduto una personalità più forte, o
convinzioni più ferme, avrebbe potuto influenzare in modo rilevante il corso
degli eventi. In un'occasione sembra essergli passata per la mente l'idea di
far avvelenare Mussolini. Ma era, appunto, uomo da pensare soltanto una cosa
del genere, non da farla. Col tempo, il trattamento riservatogli dal suocero
andò raffreddandosi. Non fu più ricevuto tutti i giorni, e le convocazioni a
Villa Torlonia si fecero più rare. Mussolini insomma estese in qualche modo
anche a lui l'atteggiamento distante e indifferente che riservava a tutti
gli altri ministri. Oltre ad avanzare l'ipotesi che nelle vene di Ciano
scorresse sangue ebraico, il duce aveva l'abitudine di criticarne la voce in
falsetto, e soprattutto il fatto che con il suo cattivo comportamento in
pubblico e le sue vanterie rischiava di far apparire il regime ridicolo,
cosa che Mussolini temeva giustamente più di ogni altra.
Hitler disprezzava Ciano (e la cosa creò all'Asse gravi problemi), mentre
aveva per Mussolini una simpatia genuina, non disgiunta da una certa
ammirazione, rafforzata dalla profonda gratitudine per il modo in cui gli
italiani gli avevano lasciato invadere l'Austria e la Cecoslovacchia, senza
domandare nulla in cambio. Sebbene talvolta ridesse del duce, il Fuhrer
guardava a lui come all'unico uomo suo pari e ogni tanto ne parlava, facesse
sul serio o no, come di un genio. I tedeschi ritenevano che nessun altro
avesse altrettanta influenza su Hitler; e benché questa esagerata fiducia si
dimostrasse un errore, Mussolini rimase, anche nella sconfitta, l'amico del
Fuhrer. Si può dire che Hitler soltanto 176;
con Mussolini si sia comportato con confidenza, in modo più o meno onesto, e
non senza qualche magnanimità. Esercitando i suoi poteri di fascinazione, il
tedesco arrivò quasi a stregare l'italiano, finché l'Italia fascista divenne
poco più di uno strumento in mano tedesca, con una capacità irrisoria di
moderare le ambizioni naziste.
Dal canto suo Mussolini, forse perché conosceva Hitler soprattutto attraverso
la messinscena dei suoi monologhi, si giudicava, tra i due, il più
intelligente, nonché quello che comandava il giuoco. Non gli venne forse mai
in mente la possibilità che Hitler lo adulasse a bella posta, per coglierlo
con la guardia abbassata. Più tardi il duce dichiarò di ammirare Churchill, e
persino Stalin, più di quanto ammirasse Hitler, e usava dire che il Fuhrer
era troppo schematico per un vero uomo di Stato, e troppo ansioso di ridurre
i problemi complessi a qualcosa di semplice. Gli sarebbe pertanto piaciuto
che la politica dell'Asse fosse governata da Roma (o perlomeno così disse
retrospettivamente). Secondo Grandi, il suo desiderio di denigrare Hitler
divenne quasi una mania. Arrivò a dire di lui: «quell'uomo non ha
intelligenza, non ha dinamismo, non ha fiuto politico»; o altre volte lo
liquidava come un pazzo pericoloso e «un orribile degenerato sessuale».
Nella mezza dozzina di occasioni in cui i due dittatori si incontrarono,
furono prese, pensò il mondo intero, decisioni capitali. In realtà, non si
sa bene quanto riuscissero a comunicare davvero, e anzi quanto si
comprendessero l'un l'altro. In fatto di lingue straniere Mussolini si dava
molto da fare, perché aveva bisogno di leggere la stampa straniera, e anche
perché gli piaceva impressionare i visitatori (persino Gandhi fu gratificato
di poche parole, apprese in fretta, in una qualche lingua indiána). Sino alla
fine della sua vita prese lezioni di tedesco, al cui studio dedicava, come
amava far sapere, due ore al giorno. Lo parlava lentamente, ma non male,
benché probabilmente capisse poco quando la logorrea di Hitler si sfrenava. E
tuttavia era troppo orgoglioso per ammettere di aver bisogno di un
traduttore. Di nuovo, l'atteggiamento era per lui più importante della
realtà. 177;
Va notato, a credito di Mussolini, che quando i quattro maggiori uomini di
Stato dell'Europa occidentale si riunirono a Monaco nel settembre 1938, egli
fu il solo a parlare una lingua diversa dalla propria, e fu anzi in grado di
rivolgere qualche parola a ciascuno degli altri tre nella sua lingua. Il suo
francese era buono, seppur non sempre corretto. Egli introdusse anzi
nell'italiano scritto un certo numero di francesismi, che, anche quando
riuscivano ostici ai puristi, dovettero d'allora in poi venir canonizzati dai
dizionari. Faceva inoltre capire che non solo parlava lo spagnolo, ma sapeva
p@`= il latino e il greco: una piccola menzogna che i suoi figli, che
conoscevano bene le sue debolezze, trovavano divertente. A sentir gli
adulatori, anche il suo inglese era moderatamente buono. Altri lo trovavano
invece incomprensibile, ma non amavano dirglielo.
Ma, benché studiasse le lingue degli altri paesi, Mussolini non si applicò
mai abbastanza a studiarne gli interessi di fondo, e solo di rado mostrò di
comprendere che poteva trattarsi di un errore. Nei primi tempi gli
ambasciatori italiani venivano spesso convocati a Roma per consultazioni, ma
negli anni Trenta la cosa cadde in disuso. I diplomatici più accorti e
ambiziosi si resero presto conto che riferire obiettivamente sui rispettivi
paesi era meno importante che concentrarsi sul tipo di informazioni, vere o
false non importa che si sapevano gradite. Che le cose andassero a questo
modo era noto allo stesso Mussolini, il quale però ben di rado tentò sul
serio di porvi termine, e comunque si persuase che i giornalisti erano una
fonte migliore per le informazioni estere di cui aveva bisogno. La
diplomazia italiana si trovò così ad operare sulla base di conoscenze
insufficienti, anche perché Ciano imitò il comportamento di Mussolini,
arrivando talvolta a rifiutarsi di leggere i dispacci. Se volevano
influenzare le scelte di palazzo Chigi, gli ambasciatori impararonO ad usare
metodi tortuosi. Uno di essi ha scritto: «non deve perciò meravigliare se
molte volte la verità fu presentata in pillole omeopatiche e con formule
che, sia ironizzando tali verità sia contestandole in apparenza, non le
rendevano, per questa necessità di farle digerire, meno brucianti». 178;
Qualcuno degli ambasciatori più anziani si mostrò abbastanza coraggioso da
restare attaccato alle sue opinioni, nè lo spirito di indipendenza fu
scoraggiato, e dopo il 1937 esprimersi liberamente divenne indubbiamente
molto difficile. Capitava che un ambasciatore, lasciando Roma per la sua
destinazione, non ricevesse neppure direttive politiche generali. E quando
rientrava in permesso, l'abitudine di Mussolini, se mai lo incontrava, era
non già di chiedere informazioni sul paese in cui era accreditato, ma, al
contrario, di darne, perché riteneva più importante impressionare i suoi
diplomatici esibendo quel che aveva appreso attraverso i giornalisti e le
spie della polizia. Guariglia in Francia e Rosso in Russia furono mantenuti
nel buio più completo per mesi, o addirittura per anni, e Rosso si accordò
privatamente con Alfieri a Berlino per uno scambio di informazioni, sì da
porre in qualche modo rimedio a questa incredibile deficienza. A Bruxelles
Vannutelli disse che le comunicazioni ufficiali non gli fornivano neppure
l'ombra di un orientamento: non sapeva se doveva mostrarsi conciliante oppure
il contrario, e non osava domandare.
A Londra, Grandi conosceva abbastanza il fascismo da comportarsi con la
necessaria circospezione. Aveva l'abitudine di scrivere rapporti ampi, se non
molto utili, ma si rendeva conto che la sua carriera futura dipendeva dal non
dar ombra a Roma. In un'occasione mostrò uno spirito indipendente, del tutto
momentaneo, e un sense of humour del tutto non fascista; e fu quando, avendo
saputo che Mussolini aveva inviato agenti privati per conversazioni segrete
con il governo inglese, informò la polizia londinese che si trattava di
impostori, invitandola ad arrestarli. Ma nei momenti realmente cruciali
preferì star zitto, in modo da non compromettersi, e qualche volta ritenne
più saggio domandare al Foreign Office anziché a Roma informazioni circa la
pOlitica italiana. Il suo successore a Londra, Giuseppe Bastianini, avvertì
Ciano che preparativi militari inglesi erano più seri di quel che Grandi
avesse lasciato pensare. Ma si rese conto che i suoi rapporti non venivano
letti, e quando rientrò in patria scoprì che a Roma nessuno s'interessava
gran che alle 179;
sue opinioni su una questione giudicata evidentemente frivola.
Anche nella cruciale sede berlinese, l'ambasciatore italiano sapeva che i
rapporti inviati a Roma restavano non letti, o non creduti. Ciano non sapeva
nulla di cose tedesche, e né lui né i suoi successivi ambasciatori a Berlino
parlavano tedesco. Tutti dovevano quindi conversare con Ribbentrop in
inglese, e le difficoltà di comunicazione erano accentuate dalla forte
antipatia che i due ministri degli Esteri provavano l'uno per l'altro. Ciano
si lusingava di esser molto più abile di Ribbentrop, e in grado di raggirare
i tedeschi quasi ad libitum. Analogamente, usava vantarsi di aver tenuto
testa a Hitler, con conseguenze di portata storica. Ma non erano che
fantasie. Per eccesso di sicurezza e vanità, Mussolini e Ciano rifiutavano
entrambi di accettare informazioni e consigli che avrebbero grandemente
giovato alla condotta della p@`= politica estera, e i servizi di spionaggio
italiani erano troppo mal equipaggiati per poter colmare la lacuna.
In assenza di canali informativi adeguati, fu un'autentica sorpresa quando,
nel marzo 1939, arrivò un messaggero a dire che Hitler stava invadendo la
Cecoslovacchia, sconvolgendo i rapporti di forza in Europa, come già era
avvenuto con l'Anschluss e poi a Monaco. Mussolini restò sconcertato al
vedersi trattato come chiunque altro, ed esposto pubblicamente al ridicolo
per essersi lasciato cogliere di sorpresa. Inoltre, l'invasione era una
sfida aperta al suo arbitrato di Monaco, e dimostrava che i tedeschi avevano
una loro strategia, che gli tenevano segreta. Poiché aveva assicurato la
leadership fascista che Hitler non si sarebbe comportato a questo modo, si
sentì personalmente insultato da questa prova clamorosa ch'egli veniva tenuto
all'oscuro non meno di qualsiasi altro. I suoi collaboratori non l'avevano
mai visto così depresso, ed erano anch'essi inclini a vedere la giornata
come la più nera nell'ultimo secolo di storia italiana. Tutte le loro
proteste si limitarono a lamentare presso i tedeschi che «la mossa toccava a
Mussolini, e invece lo si era spinto bruscamente da parte». Per un momento
Mussolini parlò di riequilibrare la bilancia invadendo la Croazia, e
aggiunse 180;
avventatamente che se i tedeschi si provavano a fermarlo, avrebbe combattuto
anche loro.
Quando, il 21 marzo, ebbe luogo un'altra riunione del Gran Consiglio, i
partecipanti furono lasciati nell'incertezza quanto alle cose più basilari,
ad esempio se l'Italia fosse tuttora un alleato della Germania oppure no. Ma
qualcuno doveva aver raggiunto le sue conclusioni, poiché un accurato
resoconto della riunione, evidentemente opera di uno dei presenti, si trovò
entro poche ore nelle mani dell'ambasciatore tedesco. Mussolini parlò per
dire che, data la strapotenza tedesca rispetto agli altri paesi, essi non
avevano altra scelta che restare nell'Asse, e quindi non poteva più esser
questione di ulteriori negoziati con le democrazie per alzare il prezzo.
Bottai trovò l'esposizione gravemente contraddittoria, ma naturalmente tutti
l'accettarono immediatamente lui compreso, e compreso pure il ministro degli
Esteri, che solo due giorni prima aveva detto che l'Italia doveva
abbandonare la Germania e unirsi alle democrazie occidentali. Quasi
certamente l'approvazione fu espressa, more fascista, per acclamazione.
Grandi fu un altro che parlò a favore dello schierarsi con la Germania
contro l'Inghilterra. Balbo ebbe il coraggio di protestare: «lustrate le
scarpe alla Germania; e dichiarò che si trattava di un atteggiamento
indecoroso. Ma fu una voce solitaria, mentre gli altri preferirono far
ricorso al confortevole principio per cui soltanto Mussolini aveva il
controllo di tutte le informazioni, e soltanto lui poteva quindi decidere
per il meglio.
Qualche giorno dopo il duce pronunciò uno spavaldo discorso pubblico, in cui
chiese «più cannoni, più navi, più aeroplani. A qualunque costo, con
qualunque mezzo, anche se si dovesse fare tabula rasa di tutto quello che si
chiama la vita civile». Questo applauditissimo discorso chiarì agli italiani
che il Mediterraneo era il loro spazio vitale, e che andava rivendicato con
la forza delle armi, giacché «la mia volontà non conosce ostacoli». Qualche
anno più tardi Mussolini avrebbe confessato che anche lui, quando la visione
fascinosa della vittoria militare gli sorrideva, aveva talvolta ceduto al
vizio nazionale della retorica. Ma all'epoca era prigioniero del suo mito.
Dopo un pronunciamento del genere di quello appena ricordato, si trovava
incatenato alle sue stesse parole, anche perché tutto quel che diceva veniva
enormemente amplificato dai giornali. La rivista di Bottai si unì al coro,
proclamando la certezza della guerra, la necessità delI'alleanza con la
Germania e l'inevitabile sconfitta della Francia e dell'Inghilterra Gli
industriali, ad esempio Alberto Pirelli, appoggiarono pubblicamente la
nuova politica, e una moltitudine di voci si levò a chiedere vittoria,
conquiste e il riconoscimento della leadership italiana nel mondo.
Quella di cui il duce parlava, e a cui probabilmente pensava davvero, era una
guerra contro la Francia, una guerra che riteneva di poter vincere con le sue
sole forze, purché la Germania lo rifornisse di munizioni. Hitler dal canto
suo cercò di tenerlo a freno, pretendendo che la Germania non era pronta. Gli
italiani tendevano piuttosto a pensare che, poiché l'Inghilterra sarebbe
stata pronta soltanto nel 1941, bisognava precipitare i tempi del conflitto,
far cioè prima che inglesi e americani completassero i loro preparativi. Ma
naturalmente cedettero dinanzi al diverso avviso tedesco. In privato, i capi
militari italiani non mostravano affatto, riguardo a una tale guerra, la p@`=
fiducia di Mussolini, i cui propositi bell}osi non erano forse stati altro
che un ennesimo tentativo di impressionare i tedeschi, o magari la leadership
fascista. Ma i tedeschi, per nulla impressionati, erano decisi ad assicurarsi
che Mussolini da un lato restasse legato all'Asse, e dall'altro non avviasse
una qualche temeraria avventura bellica per proprio conto, che rischiava di
sconvolgere il calendario e gli obiettivi della politica, diversissima, che
Hitler aveva ora in mente.
Da qualche mese gli italiani sollecitavano l'apertura di conversazioni
militari. Hitler acconsentì infine, benché di malavoglia, ma deciso ad
evitare qualsiasi impegno, e anzi anche una discussione realmente franca.
Quel ch'egli voleva dalla potenza amica era in primo luogo la promessa di
non turbare la neutralità dei Balcani, zona di approvvigionamento di materie
prime, e in secondo luogo l'impegno a collaborare 182;
con i piani tedeschi preparando un attacco diversivo in Nord Africa, o contro
la Corsica, o magari la liquidazione della base inglese di Gibilterra. Hitler
era però deciso a non far conoscere agli italiani i suoi propri piani
operativi: la sua idea era di fornire informazioni particolareggiate soltanto
nel caso che gli sembrasse davvero importante apprendere in cambio le
intenzioni dell'alleato. I tedeschi sapevano già, verosimilmente attraverso
il loro agente confidenziale nel Gran Consiglio (chiunque fosse), che
Mussolini, dopo aver lasciato passare l'invasione dell'Austria e della
Cecoslovacchia senza indennizzi, aveva il suo daffare con l'opposizione
interna, che reclamava un atteggiamento più fermo e dignitoso. Potevano
inoltre ragionevolmente supporlo allarmato dalla prospettiva che la rapida
crescita della potenza tedesca alterasse pericolosamente l'equilibrio delle
forze, con possibile danno per l'Italia. Un qualche passo conciliativo verso
l'alleato era dunque necessario.
Il 4 aprile le conversazioni militari cominciarono finalmente a Innsbruck.
Gli interlocutori erano i generali Keitel e Pariani (Mussolini era così
ansioso di mantener tutte le fila nelle sue mani, che il capo di stato
maggiore, Badoglio, non fu neppure informato preventivamente dei colloqui).
Pariani spiegò a Keitel la sua idea di una guerra contro la Francia, una
guerra ch'egli sperava sarebbe rimasta un conflitto a due, preferibilmente
limitato all'Africa. Keitel replicò sottolineando che una guerra contro la
Francia era fatalmente destinata a coinvolgere l'Inghilterra, e di
conseguenza la Germania, venendosi in tal modo a perdere quell'elemento di
iniziativa e di sorpresa su cui Hitler faceva assegnamento. Essendo entrambe
le partì così guardingo, dall'incontro non poteva uscire alcun piano di
guerra congiunto. Fu però raggiunta l'intesa generale di rinviare l'apertura
delle ostilità per parecchi anni. Quanto fosse grande la diffidenza
reciproca, lo indica il fatto che gli italiani non dissero una parola
sull'attacco all'Albania in corso di allestimento nei giorni stessi dei
colloqui, o per timore che i tedeschi tentassero di fermarli, oppure perché
volevano metter bene in chiaro che anche l'Italia poteva avere i suoi piani
segreti. Bisona concluderne che Mussolini volle queste conversazioni militari
soltanto nella speranza di riuscire, senza tradire la propria debolezza, ad
apprendere sui propositi tedeschi quanto gli occorreva per decidere se
impegnarsi oppure no in un'alleanza militare.

capitolo undicesimo.
L'INVASIONE DELL'ALBANIA.

Nella seconda metà degli anni Trenta l'Albania era considerata dai fascisti
quasi come un protettorato italiano, come nelle parole di Mussolini, «una
provincia italiana senza prefetto». Il duce s'era vigorosamente adoperato ad
escludere gli altri paesi dall'economia albanese, tentando di rivendicare
all'Italia il monopolio delle attività minerarie, della pesca nell'Adriatico
e del credito. Un'offerta della Germania di contribuire al finanziamento
delle attività minerarie, e particolarmente alla perforazione dei pozzi
petroliferi tanto necessari all'Italia, fu bruscamente respinta. L'Albania
riceveva continui «prestiti», la cui restituzione rimaneva campata in aria, e
senza il denaro italiano il re Zog non avrebbe potuto probabilmente pagare né
i suoi funzionari né i suoi soldati.
Gli ufficiali dell'esercito albanese erano in maggioranza italiani, e anche
altrove si trovavano, negli alti gradi, numerosi italiani2.
Benché mantenuto al potere dal denaro italiano, al re Zog non sarebbe
dispiaciuto incoraggiare altri paesi, e alleggerire una dipendenza economica
così gravosa. Ma soltanto i giapponesi mostrarono la risolutezza necessaria.
I giornalisti italiani in visita in Albania scoprirono con sorpresa che il
Giappone era in grado di fare una concorrenza vantaggiosa ad una vasta gamma
di merci italiane. Nel 1938 l'Italia copriva soltanto il 30 per cento delle
importazioni albanesi, e in questa situazione Mussolini impegnava le scarse
riserve valutarie italiane per impedire all'economia albanese di crollare, e
di fatto per rendere possibili i suoi acquisti dal Giappone. Malgrado il
carattere interamente agrario dell'economia albanese, 185;
essa non era in grado di produrre cerea li a sufficienza per il consumo
interno, e l'Italia doveva quindi inviare derrate per assicurare alla
popolazione i mezzi di vita. Tutto ciò fece dell'Albania un'appendice
economica dell'Italia, ma con il solo risultato di costituire un gravame per
il Tesoro italiano, senza quei vantaggi che il fascismo aveva sperato.
Nella primavera 1938 Ciano propose segretamente una nuova politica: a titolo
di compenso per aver lasciato a Hitler mano libera in Austria, l'Italia
doveva annettere l'Albania, e trasformare l'Adriatico in qualcosa di assai
simile ad un mare interno. Mussolini acconsentì calorosamente, osservando,
come se nulla fosse, che se necessario si sarebbe battuto. La data fu
fissata di lì ad un anno, per il maggio 1939.
Quando si recò in visita in Albania per il matrimonio di Ciano studiò la
situazione e scrisse un lungo rapporto, in cui spiegava che si trattava di un
paese potenzialmente ricco, in grado di ospitare almeno altri due milioni di
abitanti, e che per prosperare non aveva bisogno d'altro che di coloni
italiani e dell'intelligenza italiana. A questo punto il rappresentante
diplomatico dell'Italia in Albania, Francesco Jacomoni, si mise segretamente
in contatto con varie bande di briganti operanti sulle montagne, concordando
con esse un piano in base al quale questi uomini, ad un segnale dato,
sarebbero scesi nelle città, provocando una crisi che li avrebbe messi in
grado di organizzare una manifestazione popolare a f`avore dell'unione con
l'Italia. Mussolini accettò questo piano, pienamente consapevole che poteva
significare dar fuoco alle polveri europee». Egli si limitò a prendere alla
lettera l'assicurazione di Ciano che l'Albania poteva vantaggiosamente
integrarsi nell'economia italiana. Sinallora, in tutto il periodo in cui
l'Italia aveva giocato il ruolo di potenza protettrice, i fascisti avevano
quasi completamente trascurato di compiere un rilevamento geologico del
paese, e neppure avevano preso l'iniziativa elementare di costruire una
strada decente che ne collegasse le due città principali. Le informazioni
economiche sulla cui base decidere non potevano dunque esser controllate:
bisognava accettarle sulla fiducia. 186;
Nel giugno 1938 Ciano mise a parte del progetto Volpi, il presidente della
Confindustria, che aveva grossi interessi economici nei Balcani. Volpi ne fu
entusiasta, e sperò che l'invasione si estendesse anche alla Turchia. Fu
anche informato lo stato maggiore dell'esercito, affinché potesse preparare
un piano di attacco8. A quanto pare i tedeschi avevano saputo dell'idea
prima dei militari italiani, e quindi le smentite di Ciano non furono prese
sul serio. Il Gran Consiglio fu informato soltanto in ottobre. A quella data
erano ormai parecchi gli albanesi che, vedendo con quanta facilità si poteva
spillar quattrini ai fascisti per sé e le loro famiglie, incoraggiavano il
governo italiano avanzando nuove invenzioni circa le presunte risorse
economiche del loro paese. Ciano aveva poi perfezionato il suo progetto
trovando un sicario disposto, per dieci milioni di lire, ad assassinare Zog,
rendendo così certo lo scoppio di una rivoluzione. Un'altra possibilità era
di coinvolgere l'Ungheria offrendole uno sbocco sull'Egeo a spese della
Grecia: un'idea che attirava Mussolini perché, tale era la sua visione
delle cose, maggiori erano le complicazioni internazionali, più facile
sarebbe stata l'invasione. In alternativa, si poteva pensare di offrire
Salonicco agli jugoslavi se avessero accettato, al momento buono, di
distrarre l'attenzione di Zog. L'uomo forte della Jugoslavia, Stojadinovic,
godeva dell'appoggio di Roma, che sperava in lui per la creazione di una
dittatura fascista a Belgrado. Tanto più gradita sarebbe quindi riuscita una
sua collaborazione.
Un piano più particolareggiato era pronto già nella prima settimana del
febbraio 1939, vale a dire prima che i tedeschi invadessero la
Cecoslovacchia. Bisognava fare in fretta, perché alcuni ex esiliati erano
stati autorizzati a rientrare in Albania, e c'era il rischio che questi
uomini riuscissero ad organizzare in tempo utile un movimento patriottico di
resistenza contro un qualsiasi tentativo italiano. Jacomoni dal canto suo
trovava assai costoso continuare a pagare le bande armate e i politici di
Tirana, i quali naturalmente, con l'avvicinarsi del momento di agire,
alzavano il prezzo. Benché s'impegnasse a far sì che la rivoluzione
apparisse un movimento spontaneo del popolo albanese, Jacomoni domandò
insistentemente che i soldati italiani fossero pronti a sbarcare senza un
minuto di ritardo, e con nuovi generosi fondi per p lgare i rivoluzionari.
Anche il re Zog si ebbe una sovvenz!one extra, che doveva servire a dargli
un falso senso di sicurezza. In Italia nessuno sollevò dubbi, eccettuato
Vittorio Emanuele, il quale, forse perché vedeva di malocchio la deposizione
di un altro re, fece uno dei suoi rari interventi politici osservando,
rilievo in verità ovvio, che Mussolini affrontava grossi rischi in vista di
un guadagno pressoché trascurabile. Naturalmente ci si poteva attendere
un'opposizione in Europa, perché l'Albania era paese membro della Società
delle nazioni, e anche perché Mussolini s'era impegnato pubblicamente ad
evitare qualsiasi modificazione territoriale nell'area mediterranea. Ma
Ciano assicurò che l'indipendenza e l'integrità dell'Albania non sarebbero
state toccate. La politica italiana in questa zona, disse, era
semplicemente quella di garantire la legge e l'ordine a Tirana.
La data dell'invasione fu fissata alla prima settimana di aprile, in modo da
coincidere con la prevista nascita di un bambino nella reggia di Tirana, e si
scelse, più precisament, il Venerdì Santo, per aumentare l'effetto sorpresa.
A metà marzo Mussolini fu turbato dalla notizia dell'entrata dI Hitler in
Cecoslovacchia, particolarmente in quanto si temeva l eventualità che i
tedeschi stessero preparandosi ad avanzare verso sud, in direzione della
Croazia, con il possibile obiettivo di ottenere un porto sull'Adriatico. Il
che avrebbe mandato all'aria il piano di portare i Balcani sotto il
controllo italiano. La prima reazione di Mussolini fu di bloccare l'attacco
all'Albania, sì da far fronte alla minaccia più urgente. Il giudizio di
Ciano fu invece ch'era tanto più necessario ottenere compensi per le
successive annessioni operate dai tedeschi, e che la conquista dell'Albania
avrebbe avuto in Italia effetti benefici sul morale e sulla fiducia
popolari. Per qualche giorno Mussolini esitò, ma il 24 marzo Jacomoni
ricevette l'ordine di recarsi da Zog e presentare una richiesta formale di
protettorato sull'Albania, spiegando che l'avanzata dei tedeschi nei Balcani
rendeva la cosa assolutamente necessaria.
Il 29 marzo il capo di stato maggiore veniva informato che si doveva
procedere all'invasione dell'Albania di lì a otto giorni: benché fosse lungi
dall'accogliere la novità con animo lieto, era ormai troppo tardi per muovere
obiezioni. Il comandante designato dell'operazione fu avvisato soltanto il 31
marzo; e Mussolini era a tal punto un novellino in materia di piani militari,
che l'aviazione ricevette le sue istruzioni soltanto due giorni prima
dell'invasione. In seguito le storie ufficiali presentarono la spedizione
come uno splendido esempio di organizzazione fascista, e ci si giovò di
questa mistificazione per impedire un'inchiesta, che avrebbe potuto mettere
in luce alcune delle magagne più profonde del regime. Il generale Guzzoni
dovette mobilitare il suo corpo di spedizione mentre si affrettava a
raggiungere in treno Brindisi. Ai soldati fu dato un preavviso di sole poche
ore, e non ci fu tempo di addestrarli all'uso di armi che molti di essi non
avevano mai visto prima. Qualcuno fu inserito in compagnie di motociclisti
senza aver mai guidato una motocicletta; altri furono assegnati ad unità di
radiotelegrafisti senza conoscere neppure l'alfabeto Morse. Le installazioni
dei porti in cui doveva sbarcare il grosso delle truppe erano state
costruite da ditte italiane, eppure a quanto pare la marina non fu avvertita
che i porti principali non potevano accogliere le navi al di sopra di un
certo pescaggio. Le comunicazioni radio erano così difettose, che il
comandante delle forze aeree dovette fare personalmente la spola fra Albania
e Italia per tenere Roma al corrente degli avvenimenti da un lato e
trasmetterne gli ordini dall'altro. Raccontò attonito della mancanza di
unità di comando, aggiungendo l'opinione che se solo le autorità avessero
pensato ad effettuare voli di ricognizione preliminari, non si sarebbe
sparato un colpo, perché ci si sarebbe resi conto che non c'era da
attendersi alcuna resistenza.
Stando le cose come stavano, la mancanza di preparazione e di addestramento,
l'eccesso di fretta, l'assenza di coordinamento tra esercito, marina e
aviazione: tutto insomma mise 189;
chiaramente in luce quella goffaggine organizzativa così spesso
caratteristica delle imprese fasciste. Le bande armate di Jacomoni, che per
sua stessa dichiarazione erano state pagate profumatamente, sarebbero potute
tranquillamente non esistere (e forse in realtà non esistevano). Esitando ad
avanzare quando nulla gli si opponeva, Guzzoni dette ai critici l'opportunità
di affermare che gli albanesi resistevano con coraggio alle schiaccianti
forze fasciste, e ciò indebolì la versione italiana dei fatti, secondo la
quale la popolazione locale aveva salutato con favore la liberazione dalla
tirannia di Zog. Il principale assistente di Ciano, Filippo Anfuso, dopo
aver raccontato come il ministro degli Esteri avesse fatto una breve
apparizione sul campo di battaglia, insieme con un certo numero di grossi
gerarchi, per strappare dalla campagna la medaglia di rito, così commenta la
vicenda: «se gli albanesi avessero posseduto un corpo di pompieri ben
addestrato ci avrebbero gettati nell'Adriatico».
Erano in tanti a sapere dei pasticci combinati in Albania, che ussolini
dovette fare una franca esposizione dei fatti alla leadership fascista,
spiegando che la spedizione era stata prossima a fallire a causa dei così
gravi difetti dell'organizzazione e del materiale umano a sua disposizione.
Probabilmente non gli passò per la mente ch'egli pure potesse avervi la sua
parte di responsabilità; ma, in vista degli eventi successivi, è importante
perlomeno stabilire che un politico di mente realistica non poteva più avere
dubbi seri sulla debolezza della macchina bellica italiana. E possibile che
molti dei maggiorenti del fascismo si accorgessero soltanto ora
dell'inefficienza del sistema. Avevano bensì sospettato il bluff, ma non
s'erano resi conto delle sue dimensioni. Ad esempio, per il ministero degli
Esteri fu un duro colpo apprendere che l'esercito poteva a stento mobilitare
poche migliaia di uomini, dopo tutte le spacconate sulla nazione
militarizzata e militaristica. Ciano commentò nel suo diario:
Si fa un'inflazione di nomi. Si moltiplica il numero delle divisioni, ma in
realtà queste sono così esigue da aver poco più della forza di un reggimento.
I magazzini sono sprovvisti. Le artiglierie sono vecchie. Le armi antiaeree
ed anticarro 190;
mancano del tutto. Si è fatto molto bluff nel settore militare e si è
ingannato lo stesso duce: ma è un bluff tragicO. Non parliamo dell'aviazione.
Valle denuncia 3006 apparecchi efficienti mentre i servizi informazione della
Marina dicono che questi sono soltanto 982. Un grosso scarto! Denun cio la
cosa al duce. Credo mio dovere parlare con assoluta sincerità su una tale
questione, anche se ciò deve procurargli amarezza. Varrà a risparmiare più
grossi dolori in futuro.
Intanto la macchina propagandistica entrò in azione per mascherare
l'accaduto. Studiosi rispettabili, che dopo la caduta di Mussolini avrebbero
raccontato una storia molto diversa, all'epoca applaudirono l'impresa
albanese come un autentico successo. Secondo i resoconti ufficiali, essa
sarebbe rimasta negli annali come un classico capolavoro di efficienza,
organizzazione, potenza, coraggio e accortezza politica. Il colonnello
Canevari, uno dei più noti commentatori militari, parlò entusiasticamente
del brillante attacco effettuato da formazioni motorizzate (in realtà
inesistenti) in stretta connessione con l'aviazione», e con «rapidità più
che garibaldina»; e spiegò che tutti gli osservatori erano stati
impressionati dalla precisione cronometrica di un'operazione attentamente
studiata e brillantemente eseguita. A quanto pareva, nulla era stato
lasciato al caso, ogni cosa era stata preparata minuziosamente, e sotto la
direzione personale di Mussolini le tre armi avevano operato come un'unità
perfettamente coordinata.
Presentata in questo modo, la vicenda giovò a sollevare il morale popolare,
il che era stato uno degli obiettivi principali dell'operazione. La
mistificazione fu salutata con particolare favore dai comandanti della
spedizione, che, dopo aver temuto la corte marziale, furono felici di
apprendere che il fascismo non si aspettava da loro nulla di meglio. Grandi
scrisse a Mussolini salutandolo come un secondo Augusto, come un eroe
nazionale che senza vacillare aveva aperto all'Italia una via che l'avrebbe
condotta, attraverso i Balcani, sino alla conquista dell'Oriente. E ancora:
«le tue legioni in Albania, il che vuol dire in Grecia" quando tu voglia,
signi ficano un'altra guerra terrestre che tu imponi all'Inghilterra, colla
perdita automatica per quest'ultima delle sue basi navali, e la nostra
completa dominazione del Mediterraneo orientale». Con un uomo come
Mussolini, pronto a convincersi di avere ora il controllo dell'intera
regione balcanica, e di aver efficacemente allentato le sbarre della
prigione mediterranea, un'adulazione siffatta era un peccato mortale. La
stampa fece naturalmente coro. Egli aveva restaurato d'un colpo solo
l'equilibrio dell'Asse, grandemente accresciuto il prestigio e la forza
militare dell'Italia, e dischiuso ignote ricchezze economiche, che
sicuramente sapeva come far fruttare. «Con l'unione dell'Albania, l'Impero è
diventato una potenza formidabile, contro la quale si spunteranno le armi di
chiunque volesse attentare alla sua sicurezza e alla sua integrità». Né si
trattava dell'ultima annessione dell'Italia; al contrario, divenne un luogo
comune del regime l'idea che l'Albania fosse la punta di lancia di una
penetrazione italiana che avrebbe, in un modo o nell'altro,
irresistibilmente marciato verso il misterioso Oriente.
Nel momento stesso in cui reiterava la promessa che l'AIbania sarebbe rimasta
uno Stato indipendente, Ciano manovrava a Tirana un gruppo di persone che,
autoproclamatosi «assemblea costituente nazionale», nel giro di cinque giorni
dallo sbarco italiano espresse l'unanime desiderio di tutta la popolazione di
vedere il re d'Italia divenire anche re d'Albania, in una unione personale
delle due corone. In privato, Ciano non disdegnò di far sapere che in realtà
l'opinione locale avrebbe preferito come re lui stesso. Ma, fosse modestia o
fosse l'intervento di Mussolini, si era tirato da parte.
Sebbene non venisse consentita alcuna indipendenza reale, il paese poté in
effetti conservare nome, bandiera, lingua e francobolli. In seguito,
Mussolini pensò ch'era stato un errore concedere questa pur limitata
libertà, perché si rese conto (e non fu il solo) che nei racconti sul
gioioso benvenuto degli albanesi all'unione con l'Italia c'era ben poca
verità. Ma all'epoca i fascisti furono compiaciutissimi della magnanimità
mostrata dall'Italia verso l'Albania, assunta, nel 192;
grande impero italiano, a partner di Roma, su un piede di assoluta parità
(anche se i costituzionalisti ebbero qualche difficoltà a definire lo status
di una nazione ad un tempo eguale e subordinata). Gli esperti di questioni
razziali scoprirono per l'occasione che i sinallora disprezzatissimi albanesi
erano un'altra razza nordica, come gli italiani, e gli furono quindi concessi
diritti civili più ampi che non ai greci delle isole egee, a loro volta
meglio trattati dei «cittadini italiani), della Libia araba, i quali ultimi
erano, infine, molto al disopra dei <soggetti» di colore dell'Africa
orientale italiana. Fu peraltro precisato che «Nessuna parte di questa
«Comunità Imperiale» ha funzioni di semplice istrumento, né tanto meno è
assoggettata a sfruttamento; tutte partecipano allo scopo comune ed ai
comuni vantaggi, conformemente alla tradizione di Roma».
Era nel carattere di Mussolini di non darsi eccessivo pensiero delle reazioni
suscitate all'esterno dalle sue azioni. Sapeva che i tedeschi si sarebbero
trovati costretti ad esprimere quanto meno la loro approvazione, malgrado
egli avesse in realtà frustrato il desiderio di Hitler di conservare la
neutralità dei Balcani. La versione dell'impresa albanese ad uso francese fu
che si era trattato di una mossa contro la Germania. L'ambasciatore italiano
in Grecia, che domandò cosa doveva dire, fu lasciato senza istruzioni,
perché non c'era nulla da dire. Un piccolo problema era dato dal fatto che
la presenza in Albania di numerosi musulmani ostacolava la politica del
Mussolini protettore dell'Islam. Si rimediò annunciando la costruzione di
una moschea a Roma, ma ciò suscitò la protesta del Vaticano, il quale
affermò che una tale profanazione della Città Eterna avrebbe violato il
Concordato recentemente stipulato. I più colpiti furono gli inglesi, i quali
videro nell'accaduto un esempio tipico di brutalità totalitaria, che poneva
fine alle speranze di un Mussolini meno gangster di Hitler. Solo l'anno
precedente gli italiani avevano promesso all'Inghilterra che non avrebbero
modificato lo status quo nel Mediterraneo, e Churchill avanzò un'insultante
analogia con il modo in cui nel 1915 l'Italia aveva tradito i propri impegni
verso la Germania e l'AustriaUngheria. 193;
Mussolini replicò che gli inglesi non avevano alcun interesse in giuoco, ed
egli non poteva pensarli tanto poco realisti da credere alla santità dei
trattati.
Gli eventi albanesi, che sembravano così insignificanti, costltuirono quindi
una tappa importante nel processo attraverso il quale venne gradualmente
formandosi una coalizione mirante a distruggere il fascismo, se necessario
con la forza delle armi. Pochi giorni dopo l'invasione, il presidente
Roosevelt fece il suo primo intervento di rilievo nella politica europea al
fine di arrestare la marcia delle dittature. Cosa ancora più importante,
Francia e Inghilterra presero un'iniziativa di prima grandezza in funzione
anti-Asse concordando con Grecia e Romania la loro garanzia contro eventuali
aggressioni. Mussolini replicò che non annetteva a questa garanzia importanza
alcuna, poiché ai suoi occhi la Grecia dipendeva interamente, dalla
benevolenza dell'Italia. Ma dieci giorni più tardi gli inglesi annunciarono
l'introduzione dell'addestramento militare obbligatorio (un fatto che segnava
una svolta capitale nella loro politica estera), cui fecero seguire un patto
con la Turchia. Mussolini si era mosso in base all'ipotesi che l'Inghilterra
di Neville Chamberlain non avrebbe mai reagito, e non avrebbe mai rischiato
di farsi coinvolgere in una guerra sul continente. Fu ora la sua volta di
protestare contro quella che definì una deliberata e aggressiva politica di
accerchiamento rivolta contro l'Italia.
La presenza fascista in Albania non fu abbastanza lunga da costiture un test
significativo degli effetti della conquista sulle economie dei due paesi.
Mussolini aveva assicurato ai suoi collaboratori che l'Italia avrebbe
ricavato grandi vantaggi. In particolare, sperava di arruolare tra i
montanari albanesi un esercito di 200.000 uomini, e circolarono molte
chiacchiere sulla possibilità di trapiantare nei territori vincolti di quel
desolato paese due o magari tre milioni di italiani. In preparazione di
questo sviluppo, ancora una volta fu il contribuente italiano a pagare il
conto del trasferimento di risorse al di là dell'Adriatico; e, come già in
Etiopia, nei primi sei mesi dell'occupazione italiana i prezzi salirono del
30 per cento. L'Italia dovette continuare a inviare in Albania derrate
alimentari, e anche la mag gior parte delle altre merci. Gli esportatori
italiani realizzarono guadagni considerevoli, perché l'Albania fu inserita
nel sistema doganale italiano, con il risultato di gonfiare la quota delle
importazioni dall'Italia. Ma quel ch'essi guadagnarono, l'Italia perse. Nel
1939 l'Albania fornì all'Italia 140.000 tonnellate di petrolio. Si trattava
di una frazione minuscola del consumo nazionale. Inoltre, sarebbe stato
possibile ottenerlo senza una costosa politica di conquista, e in ogni caso
il petrolio albanese era solforoso, e aveva un costo di molto superiore ai
prezzi correnti altrove.
Jacomoni, posto a capo dell'amministrazione albanese a Tirana, era un uomo
politico intelligente, e, nell'insieme, moderato, pur se corrotto dal regime.
Per gestire i ricchi fondi affidati, ai fini dello sviluppo del paese,
intorno a lui e ad una varietà di istituzioni, si formò una burocrazia
pletorica. Ciano, patrono di Jacomoni, insisteva a pensare all'invasione nei
termini quasi di una sua guerra personale, e trattava il paese pressappoco
come una proprietà di famiglia: ribattezzò una delle sue città dal nome
della moglie, e si assicurò che i suoi meriti venissero compensati, oltre
che con una medaglia al valore, con residenze lussuose e riserve di caccia.
Disponeva palesemente di vasti fondi segreti da impiegare in Albania nei
modi più varii, e la polizia scoprì una rete di corruzioni che coinvolgeva
lui e i suoi amici. Ma in questo caso ritenne saggio allontanarsi dalla
prassi consueta, e non dir nulla a Mussolini.
Come già in Etiopia, arrivò in Albania un certo numero di avventurieri, e i
capi fascisti si adoperarono con passione a procurar posti ai loro amici e
concessioni agli imprenditori loro protetti. Congrui palazzi di marmo furono
costruiti per il Pnf, per il movimento giovanile fascista e per i servizi
sociali fascisti; e ci fu chi pensò che alla cosa non fosse estraneo il
segretario privato di Mussolini, che aveva diretti interessi nelle cave di
marmo di Carrara. In ogni caso, il fenomeno rispecchiava una concezione delle
priorità ben strana in un paese così povero e sottosviluppato.
Fu creato, con poteri considerevoli, un apposito ministero 195;
per gli Affari albanesi, affidato a Zenone Benini, cui spettava, tra gli
altri, il compito di ripartire tra i vari settori il denaro disponibile.
Benini, che incarnava il vero tipo del fascista autoritario, godeva
dell'antipatia universale, soprattutto perché era su di lui che incombeva la
responsabilità di ottenere i rapidi risultati necessari alla propaganda.
Secondo la sua stessa testimonianza, furono spesi milioni in opere di
bonifica agraria per la sola ragione che erano propagandisticamente più
utili, anche se erano disponibili altre terre, assai meno costose da mettere
a coltivazione. Mussolini individuò una priorità chiave nella «battaglia
contro la malaria», benché alcuni esperti la definissero null'altro che
un'ennesima frode pubblicitaria. Ma le cause principali che impedirono a
Benini e Jacomoni di ottenere risultati adeguati furono innanzitutto la
corruzione e la mancanza di attendibilità finanziaria che caratterizzarono
questo impero balcanico in miniatura, e in secondo luogo il fatto che il
fascismo mise in cima alla sua scala di priorità il lancio di una nuova
guerra nei Balcani, col risultato di mandare all'aria tutto quello ch'essi
avevano fatto.

capitolo dodicesimo.
IL PATTO D'ACCIAIO.

All'Asse politico tra Italia e Germania si accompagnò un intrecciarsi delle


due economie. Già nel 1933 rappresentani degli industriali italiani
s'incontravano con i colleghi tedeschi, e dopo il maggio 1937 questi incontri
assunsero una frequenza regolare, con lo scopo dichiarato, disse Giovanni
Balella, di «eliminare dannose e inutili lotte di concorrenza». Il dr.
Schacht, l'uomo di cui il ministro italiano Guarneri parlava come del
«terribile presidente della Reichsbank», era un consumato maestro quanto alla
capacità di sfruttare accordi bilaterali con un partner più debole. Sotto il
suo clearing system, l'Italia si trovò a disporre di grossi crediti, ma senza
altro modo di esigerli che non fossero ulteriori importazioni dalla Germania.
D'altro canto le merci tedesche acquistate utilizzando questi crediti erano
spesso assai costose, e la loro qualità andò degradando parallelamente al
procedere del riarmo tedesco, che si accaparrava i materiali migliori.
Guarneri voleva soprattutto carbone, mentre Schacht e i suoi successori
tenevano ad esportare anche manufatti. In un modo o nell'altro, il governo di
Roma fu indotto ad accettare uno schema per cui una certa quota dei prodotti
tedeschi di cui aveva particolarmente bisogno doveva esser pagata, fuori del
clearing system, in valuta. E ci volle del tempo prima che gli italiani si
rendessero conto che la cosa si sarebbe risolta in un gravame intollerabile.
In cambio di macchinario, prodotti chimici e carbone tedeschi, I'Italia
esportava grandi quantità di frutta, ortaggi, canapa, seta, rayon e zolfo. Ma
anche qui Schacht, applicando un sistema di rigidi controlli, era riuscito a
deprimere i prezzi delle esportazioni agricole italiane. Un aiuto gli giunse
quando le sanzioni, e le «controsanzioni» italiane, interruppero numerosi
contatti economici dell'Italia con l'Occidente. Altro danno venne all'Italia
dal fatto che, dopo l'Anschluss, il commercio austriaco fu riorientato verso
i Balcani piuttosto che verso l'Adriatico. Ne seguì una pesante diminuzione
dell'interscambio italo-austriaco, la quale fece a sua volta sì che la
Germania divenisse, per certi prodotti italiani, quasi l'unico mercato. Anche
nei Balcani, l'Italia ebbe nella Germania il concorrente più risoluto e meno
scrupoloso. Le numerose rimostranze contro pratiche commerciali sleali non
impedirono che l'Italia si ritrovasse subordinata alle esigenze dell'economia
del Reich2.
Un sintomo di tale dipendenza fu un accordo economico del dicembre 1937, in
base al quale gli italiani si impegnarono a mantenere ad un livello elevato
le loro importazioni di prodotti finiti tedeschi (malgrado il loro costo),
pagandole in gran parte con l'invio in Germania di una prima infornata di
30.000 braccianti, cui nel corso del 1938 avrebbe fatto seguito un gruppo di
operai edili. Il fatto di inviare forza lavoro fuori del paese suscitò
qualche disapprovazione (peraltro contenuta), perché la cosa non soltanto
sembrava poco decorosa, ma significava ammettere pubblicamente che il
fascismo, malgrado le sue pretese, non aveva ottenuto i successi nazisti nel
risolvere il problema della disoccupazione. La faccenda sembrò inoltre
indicare che l'Italia accettava di essere, e di rimanere, un paese
agricolo. La sua manodopera sarebbe di conseguenza rimasta una manodopera
agricola, consentendo così che i lavoratori tedeschi venissero riservati ai
più specializzati e più remunerativi compiti dell'industria.
Gli italiani potevano ora cominciare a scorgere quale rischio di essere il
loro ruolo nel nuovo ordine di un'Europa gonfiata. Alla fine ci furono in
Germania 350.000 lavoratori italiani.
Il punto più vulnerabile dell'economia italiana era la dipendenza dalle
importazioni di combustibile. Nel 1932 l'Italia aveva ottenuto il 59 per
cento del suo carbone dall'Inghilterra, ma nel 1936 le sanzioni ridussero
questa cifra all'1 per 198;
cento. Nello stesso anno 1936 una modesta quota del carbone importato venne
dalla Russia, e furono aumentati gli acquisti dalla Francia e dal Belgio. Ma
d'allora in poi il grosso del fabbisogno italiano di carbone, sino a sette
milioni di tonnellate l'anno, venne dalla Germania. E gli italiani ebbero
appena adattato le loro fabbriche alle speciali caratteristiche del carbone
tedesco, che si accorsero che, per ragioni a un tempo tecniche e politiche,
si trattava di una modificazione pressoché irreversibile. Dal canto loro i
tedeschi si adoperarono strenuamente ad accentuare questa dipendenza, anche
quando si resero conto che non sarebbero stati in grado di mantenere il ritmo
dei rifornimenti.
Quando il riarmo tedesco fu in piena corsa, restò ben scarso margine per
soddisfare i crescenti bisogni italiani di carbone. Da ciò derivò per
l'Italia un problema grave. Inoltre le attrezzature ferroviarie, binari e
vagoni, non sarebbero assolutamente state in grado di far fronte alle
esigenze del tempo di guerra, quando il carbone tedesco, che ora proveniva
in maggior parte da Rotterdam su navi, sarebbe dovuto arrivare via terra.
Nel febbraio 1939 la situazione era vista dal ministro Benni come veramente
tragica»: la Germania stava già venendo meno alle sue promesse, con il
risultato che alcune industrie belliche italiane avevano scorte di carbone
per soli due o tre giorni, e la produzione ne risentiva seriamente. Anzi,
certe industrie e officine del gas erano, o dicevano di essere, sul punto
di chiudere i battenti. Un nuovo accordo garantiva all'Italia nove milioni
di tonnellate di carbone l'anno, ma pochi mesi dopo quest'obiettivo appariva
già come eccessivamente ottimistico.
Nel maggio 1939 si procedette a formalizzare l'Asse tra Germania e Italia in
un trattato, il Patto d'acciaio, che vincolò l'Italia alla politica di
guerra di Hitler. Chi voglia spiegare per quali ragioni Mussolini si legò a
tal punto le mani, non deve trascurare la possibilità che nella faccenda
abbia avuto la sua parte un fattore di pura e semplice inavvertenza. Ci fu
anche indubbiamente un elemento a un tempo di bluff deliberato e di
autoinganno. Mussolini disse confidenzialmente ai suoi generali che non
avrebbe mai fatto la guerra. Ed è probabile che a quell'epoca ne fosse
convinto, giacché non poteva non conoscere la debolezza dell'Italia, e
considerava dunque preferibile, se appena fosse stato possibile, giocar di
destrezza anziché di forza. E tuttavia, ai tedeschi andava
contemporaneamente dicendo che intendeva combattere i francesi ed era
fiducioso di vincerli, esattamente come in passato s'era dichiarato in grado
di sconfiggere gli inglesi. (non è improbabile che queste continue
vociferazioni guerriere lo inducessero ad un eccesso di ottimismo). Egli
aveva appreso l'utile, pur se pericolosa, lezione che molto si poteva
ottenere con le sole parole, senza bisogno dei fatti. Ma i propositi
bellicosi, se impiegati con una discrezione men che massima, rischiavano di
avvicinare quella guerra che ad altri assicurava non avrebbe mai combattuto.
Probabilmente egli era già schiavo del proprio mito. Ma in ogni caso, non
potendo rischiare di vedersi strappare la maschera autoimpostasi di
guerriero spaccamontagne, doveva agire come se ci credesse davvero.
L'attacco all'Albania illustra efficacemente l'imbarazzante situazione di
Mussolini. Esso mostra infatti ch'egli da un lato s'era ingannato circa
l'efficienza delle sue forze armate, e dall'altro non poteva permettersi di
tirare le conseguenze dall'esperienza fatta, giacché ciò avrebbe implicato il
riconoscere quel che non andava e porvi riparo. Con ottusa leggerezza, si
decise per una guerra minore sulla base di ragioni che appaiono puramente
sentimentali, e senza darsi molto pensiero delle conseguenze di lungo
termine. Ma quando gli inglesi reagirono offrendo una garanzia militare a
Grecia e Turchia, il duce li accusò di praticare un'aggressiva politica di
«accerchiamento», e considerò la mossa britannica come una buona ragione per
indursi, a sua volta, ad allearsi con la Germania. Egli è così riuscito a
convincere alcuni storici che appunto questo deliberato accerchiamento
dell'Italia dimostrava i propositi bellicosi dell'Inghilterra, e che anzi nel
1939 questa era stata la sola a volere la guerra (che in ogni caso gli
italiani non avevano voluta). Capitolando dinanzi alle richieste tedesche, e
spingendo così Hitler un gradino più avanti verso una guerra di assai maggior
portata, Mussolini vide forse davvero il suo comportamento come difensivo nei
confronti di un'Inghilterra animata da mire aggressive.
L'anno precedente, malgrado i numerosi suggerimenti in direzione di
un'alleanza tra i due paesi, gli italiani s'erano mostrati riluttanti a
vincolarsi formalmente. Ma ora i tedeschi colsero l'occasione. A metà aprile
Goering venne a Roma per discutere le conseguenze dell'impresa albanese, e
alleviare qualcuna delle ansie mussoliniane fornendo l'assicurazione che la
Germania non aveva ambizioni nei Balcani. Recò inoltre la clamorosa notizia
che i tedeschi stavano producendo in gran quantità un bombardiere dotato di
larga autonomia, suscettibile di venir usato contro l'Inghilterra.
Adeguatamente impressionato, Mussolini convenne che una guerra europea era
inevitabile, e che si trattava soltanto di scegliere il momento giusto. Ma
Goering, che gli eventi albanesi avevano persuaso dell'assoluta necessità di
impedire al l'Italia di prendere una qualsivoglia iniziativa, suggerì di
tener presente una data non anteriore al 1942-43. A titolo di ulteriore esca,
pretese che Hitler non aveva alcun progetto contro la Polonia. Mussolini
ammise di non avere alcun preciso piano di guerra per i successivi due o tre
anni, ma per darsi un'aria di maggiore risolutezza aggiunse che in caso di
necessità era pronto ad occupare in qualsiasi momento le isole Baleari «con
la massima velocità», e che stava fornendo segretamente armi agli arabi per
una rivolta antibritannica nel Medio Oriente. Tentò di impressionare i suoi
ospiti allestendo a Roma un'esercitazione di oscuramento e di fuoco
antiaereo; ma la cosa non fu un successo.
Il passo successivo fu un incontro tra Ciano e Ribbentrop, avvenuto a Milano
il 6 e 7 maggio. Ribbentrop sperava in un patto di amicizia, non impegnativo,
e aveva istruzioni di evitare qualsiasi obbligo che permettesse agli italiani
di trascinare la Germania in guerra. Mussolini era ancora incerto: fino al 5
maggio in conversazioni private fece capire che una buona offerta da parte
della Francia poteva sciogliere l'Italia dall'abbraccio dell'Asse, e ancora
il 6 a palazzo Chigi sembrava chiaro che nulla di sensazionale era in vista.
Ma ancora una volta il duce fu preso nella trappola della sua propaganda.
Aveva dato disposizioni perché la polizia e il Pnf organizzassero per
Ribbentrop un'accoglienza popolare specialissima, al fine di mettere a tacere
le voci che volevano gli italiani ostili alla Germania, e rimase quindi
mortificato al leggere nella stampa francese che il ministro tedesco era
stato ricevuto freddamente. Mosso da un capriccio subitaneo, decise di
impartire una lezione a un tempo ai francesi e a quei borghesi milanesi che
l'avevano messo nell'imbarazzo.
Nel giro di poche ore, e a quel che pare senza consultazioni all'interno del
ministero degli Esteri, la politica italiana ricevette un nuovo orientamento.
Fino a quel momento si era generalmente ritenuto che, malgrado tutto il
parlare di guerra, l'Italia dovesse restare l'«ago della bilancia» in Europa,
per la semplice ragione che, se mai non le riuscisse più di mantenere in
equilibrio i rapporti di forza, sarebbe stata perduta. Ma ora un colpo di
telefono a Ciano a Milano ordinò la stipulazione immediata di un'alleanza con
la Germania. A Mussolini era sempre piaciuto pensare che siffatte improvvise,
sensazionali decisioni eccitavano e abbagliavano la gente, e venivano
giudicate come caratteristiche della sua particolare genialità. Parlando in
privato, Ciano manifestò una scarsa soddisfazione per l'ordine ricevuto,
poiché s'era chiaramente trattato di una frettolosa decisione dell'ultimo
minuto, ma recitò la parte assegnatagli. Al fine di impressionare Ribbentrop,
insisté ancora una volta che l'Italia si sarebbe trovata costretta a
combattere la Francia per imporle quel rispetto che al momento faceva
difetto. E la cosa doveva svolgersi, preferibilmente, senza l'aiuto tedesco.
Accennò poi alla possibilità di un'invasione della Grecia, e forse anche di
altri Stati balcanici. Ma precisò che l'Italia sperava di avere dinanzi a sé
ancora tre anni di preparazione; e su questo punto Ribbentrop espresse,
probabilmente non senza qualche sollievo, il suo pieno accordo. Avanzando la
richiesta di un'alleanza aggressiva, Ciano contraddiceva in pieno quel che
aveva detto solo due giorni prima. Ma si rifugiò nella fiducia che Mussolini
non potesse mai sbagliare. Assicurò ad un suo collaboratore ch'era tutta una
montatura 202;
propagandistica, da cui non sarebbe venuto alcun risultato concreto.
L'intera faccenda fu condotta talmente a casaccio, che la stesura del
trattato fu lasciata ai tedeschi e il loro testo fu accettato in tutti i
punti di rilievo senza discussione, benché Ciano si rendesse immediatamente
conto che si trattava di autentica dinamite. Mussolini era così ansioso di
correggere qualsiasi perplessità si nutrisse a Berlino circa la fidatezza
degli italiani, che non volle aver l'aria di star a mercanteggiare su
clausole restrittive o di salvaguardia. Non una parola, ad esempio, il
trattato conteneva sulla necessità di evitare ogni guerra per i tre anni
successivi: i tedeschi avevano omesso tale condizione deliberatamente,
perché stavano già progettando l'attacco alla Polonia, e dal canto suo
Mussolini era così sicuro di sé, o così sconsiderato, che non rilevò neppure
l'omissione. Benché fosse già stato raggirato da Hitler nel caso austriaco e
in quello cecoslovacco, continuava a ritenersi, tra i due, il negoziatore
più astuto, e solo più tardi si rese conto di esser stato completamente
surclassato da Ribbentrop in una delle rare occasioni in cui la diplomazia
pose l'Italia fascista dinanzi ad un'alternativa tipo «o la va o la spacca».
Il Patto d'acciaio fu firmato a Berlino il 22 maggio, ma qualche giorno prima
Mussolini aveva annunciato in un discorso pubblico l'imminenza di un trattato
che avrebbe creato una comunanza indistruttibile tra i due Stati e i due
popoli. Secondo un copione accuratamente predisposto, una claque doveva, al
momento dell'annuncio, scatenare un'ondata di applausi; ma la folla torinese
si rifiutò tenacemente di unirsi all'applauso, e la claque si ritrovò in un
imbarazzato isolamento. Nel prosieguo del discorso Mussolini, forse
adattandosi agli umori dell'uditorio, osservò che al momentO nulla in Europa
giustificava la guerra: ebbene, a questo punto, benché il resoconto ufficiale
non faccia menzione di applausi, le acclamazioni furono assordanti e
prolungate. Subito dopo Mussolini ordinò al prefetto di alterare la versione
ufficiale e la registrazione del discorso, sì da collocare gli applausi al
punto voluto. Per lui si trattava di una faccenda cruciale. Quando la stampa
straniera sottolineò con approvazione proprio il suo accenno casuale al
fatto che non c'era alcuna guerra in vista, ne fu gravemente turbato: temeva
che l'opinione pubblica o i tedeschi potessero scorgervi un segno di
debolezza da parte sua.
Una volta firmato il trattato, l'Italia si trova impegnata a combattere con
tutte le sue forze, e senza alcuna scadenza-limite, qualsiasi guerra in cui
la Germania si trovasse coinvolta. Il patto era incondizionato, e valeva
anche nel caso di una guerra offensiva iniziata da Hitler. L'unica
salvaguardia possibile era quella contemplata dall'articolo 2, in cui si
diceva che se sulla scena internazionale comparivano minacce di guerra,
ciascuna delle due parti avrebbe consultato l'altra. La cla usola veniva
praticamente cancellata dall'articolo successivo, il quale precisava che se
mancava il tempo per le consultazioni, gli impegni del patto scattavano
immediatamente. Di siffatti dettagli Mussolini non si curava. La sua idea
era sempre stata che i pezzi di carta di quel genere contavano en poco nella
marcia degli eventi, e che se proprio era neessario, si sarebbe sempre
trovato un pretesto per defezioare. Ciano prese ingenuamente per moneta
sonante una dichiarazione ripetutamente fattagli a Berlino, secondo la quale
i tedeschi non avevano alcuna intenzione di attaccare la Plonia, e d'un
tratto cominciò a pensare che probabilmente la sua brillante diplomazia
avrebbe garantito la pace per i successivi quattro o cinque anni.
La notizia che «i due popoli più potenti d'Europa si legano per la pace e per
la guerra» fu accolta con giubilo nella penisola (o perlomeno nella stampa
ufficiale), e ci fu forse tra i fascisti chi ritenne che la Germania si
sarebbe trovata costretta a cavare le castagne dal fuoco per conto
dell'Italia. Alla Camera i deputati furono invitati a sospendere la seduta e
accorrere a palazzo Venezia per applaudire l'artefice di questo colpo
maestro. Starace si adoperò freneticamente a riunire i parlamentari e farli
marciare in ordine, ma parecchi riuscirono a sgusciar via nelle strade
laterali. Alcuni esponenti fascisti non furono del tutto soddisfatti
dell'accaduto. Il re ebbe a dire una volta, ed era forse sincero, che 204;
i particolari gli erano stati comunicati soltanto dopo la firma del patto. Vi
fu un'indubbia violazione della prassi costituzionale, poiché per legge tutti
i trattati dovevano esser ratificati dal re, mentre l'articolo 7 del Patto
d'acciaio ne statuiva l'efficacia immediata, a partire dal momento della
firma. Ma non c'era nessuno che potesse avanzare una critica del genere in
pubblico. Non ci furono dimissioni, e tanto meno abdicazioni.
In seguito, quando le cose si misero male, altri in campo fascista cercarono
varie scusanti, in verità implausibili, alla nuova politica. Lo stesso
Mussolini pretese che nelle sue intenzioni il patto doveva esser
esclusivamente difensivo. Luigi Villari fece circolare la storia che il duce,
resosi improvvisamente conto delle ambizioni di potere mondiale dei nazisti,
s'era proposto di tenerli a freno e di renderli meno pericolosi vincolandoli
ad un trattato. Si disse pure, ma, di nuovo, non c'era nulla di vero, che
nel patto era inclusa una clausola segreta escludente qualsiasi guerra prima
del 1943, e che Hitler s'era impegnato a non combattere prima di quella data.
La sera del 30 maggio fu inviato a Berlino un documento noto come il
memorandum Cavallero. Lo scopo era di mettere per iscritto una precisazione
di importanza vitale, e di ribadire che l'Italia non voleva alcuna guerra
per i successivi tre anni. Sotto altri profili questo testo, ch'ebbe vasta
circolazione in Italia nelle alte sfere dello Stato, manifestava peraltro
propositi bellicosi. Vi si spiegava l'idea mussoliniana secondo la quale la
guerra contro le «nazioni plutocratiche)» era inevitabile, e la politica
italiana doveva basarsi su queso fatto. L'obiettivo del duce era
d'impadronirsi, nei primissimi giorni delle ostilità, dei Balcani sino al
Danubio, e in modo particolare di mettere fuori combattimento Grecia, Romania
e Turchia, come punizione per la presunzione dimostrata nell'accettare la
garanzia inglese. L'operazione sarebbe stata effettuata anche se questi paesi
avessero proclamato la loro neutralità, poiché i Balcani erano parte dello
spazio vitale dell'Italia, e le erano indispensabili per i rifornimenti di
generi alimentari e di materie prime.
Dopo aver letto questo documento, nessun esponente del regime poté nutrire
ulteriori dubbi circa le intenzioni di Mussolini. Negli anni successivi,
qualcuno dichiarò, non si sa con quanta sincerità, che la dimostrazione dei
suoi propositi aggressivi gli era giunta come una sgradevolissima sorpresa.
Ma il motto del fascismo era «Credere, obbedire, combattere», e nessuno che
lo rifiutasse, e respingesse congiuntamente la dottrina dell'imperialismo
fascista, avrebbe potuto conservare un'alta carica. E forse d'altronde vero
che gli uomini del regime credevano di aver ormai imparato che il fascismo
si limitava in genere ad abbaiare, senza mordere; e qualcuno doveva sapere
che non era stato approntato alcun piano concreto per l'occupazione dei
Balcani. Ma soprattutto dovettero sperare che la pace fosse garantita per il
successivo triennio. Questo periodo sarebbe bastato a creare un esercito di
colore in Etiopia e a sostituire le antiquate artiglierie, e anche a
trasferire l'apparato industriale italiano dalle vulnerabili zone
settentrionali al Sud. Secondo Mussolini, prender tempo era inoltre
necessario per consolidare la sua campagna antiebraica. Un altro pretesto,
ancor più bizzarro, fu che gli sarebbe piaciuto, al fine di accrescere le
riserve valutarie, attendere sino a poter organizzare nel 1942
un'esposizione internazionale per celebrare il ventennale dela marcia su
Roma. Gli occorreva tempo per promuovere movimenti indipendentistici in
Corsica e Bretagna, come terre per sollevare contro l'Inghilterra l'Eire,
l'India e il mondo arabo. Riponeva grandi speranze in un'accelerata
<decomposizione dei costumi» in Occidente, e contava di incitare alla
ribellione tutti i popoli coloniali fuori dei confini del suo impero. Ma la
preparazione di tutto ciò richiedeva nel periodo di parecchi anni.
Lungi dall'indurre i tedeschi a rinviare la loro guerra, i bellicosi
propositi espressi da Mussolini nel memorandum li incoraggiarono
probabilmente in senso opposto. E però chiaro che ci fu sin dall'inizio una
differenza di opinioni quanto ai tempi. In seguito Ribbentrop e Goering
asserirono di non ricordare che gli italiani avessero espresso un qualsiasi
desiderio di rinvio, e che comunque avevano attribuito scarsa 206;
importanza a remore del genere, data l'ostentata determinazione di Mussolini
ad occupare i Balcani e a combattere la Francia con le sue sole forze.
Hitler, d'altro canto, percepì senza dubbio la contraddizione. Durante tutta
l'estate 1939 propose ripetutamente agli italiani discussioni private per
chiarire la situazione, e, di nuovo, fu Mussolini che trovò delle scuse per
evitarle. Forse il duce sperava, tacendo, di lasciar cadere la patata
bollente. Forse temeva di impegnarsi in consultazioni, perché, alla stregua
dell'articolo 2 del Patto d'acciaio, da qualsiasi incontro rischiava di
uscire obbligato alla guerra, mentre il suo desiderio era di mantener le
mani libere, sì da poter unirsi alla Germania o abbandonarla a seconda delle
circostanze. Quali che ne fossero le ragioni, sta di fatto che Mussolini non
voleva consultazioni con i tedeschi, e neppure una strategia congiunta; egli
temeva, fondatamente, che nel caso di un suo incontro con Hitler
quest'ultimo avrebbe interferito nei suoi progetti.
La perdurante diffidenza di Mussolini verso i tedeschi era pienamente
giustificata: l'indomani stesso della firma del Patto d'acciaio, vale a dire
prima che arrivasse il memorandum Cavallero a sottolineare l'esigenza di un
rinvio, i generali tedeschi seppero che dovevano prepararsi ad invadere la
Polonia. Forse Hitler aveva atteso, per prendere una decisione definitiva,
proprio la firma del patto. Precisò che agli alleati non doveva esser fatta
menzione alcuna della guerra contro la Polonia (a parte ogni altra
considerazione, leggeva troppi documenti segreti italiani per non sapere che
dei loro servizi di sicurezza non ci si poteva assolutamente fidare). Nella
visione tedesca, il compito di Mussolini era semplicemente di neutralizzare
Francia e Inghilterra nel Mediterraneo. Anzi, una sua partecipazione attiva
al tipo di guerra che i tedeschi avevano ora in mente era vista con sfavore,
perché avrebbe contribuito ad allargare il conflitto, mentre la speranza di
Berlino era di attaccare la Polonia senza provocare la reazione francoinglese.
I tedeschi avevano un'immagine abbastanza chiara delle deficienze militari
italiane. In aprile e maggio il generale Brauchitsch e il maresciallo Goering
vennero in visita in Italia, e quel che videro non gli fece una grande
impressione. Si ripeterono, ogni tanto, incontri tra le due parti a livello
tecnico, benché gli ufficiali dello stato maggiore italiano facessero mostra
di una sorprendente evasività. In maggio rappresntanti delle due aviazioni
convennero che in caso di guerra contro la Francia gli italiani si sarebbero
incaricati dell'area a sud del 45° parallelo e i tedeschi di quella a nord
del 47°. E questo fu quel che di più vicino ad un accordo operativo i due
alleati riuscirono a raggiungere. In giugno ebbe quindi luogo a
Friedrichshafen un incontro, invero piuttosto inconcludente, degli stati
maggiori delle due marine. Nell'occasione, gli italiani svelarono che
stavano sviluppando piani per un'invasione dell'Egitto. I tedeschi erano
persuasi che Mussolini non fosse abbastanza forte per effettuare un attacco
del genere; ma ciò che soprattutto li preoccupava era ch'egli avesse in
mente le colonie e altri obiettivi di prestigio, e non pensasse invece
affatto ad aiutare la Germania minacciando la Francia ad occidente.
In linea generale, c'era l'intesa che i due paesi si scambiassero
informazioni in fatto di materiale bellico, ad esempio sulla
standardizzazione dei combustibili per aerei, sulle nuove armi e le nuove
tecniche produttive. Ma sembra che in concreto si sia fatto ben poco. I
tedeschi si rifiutarono di mettere uno dei loro nuovi aerei Junker a
disposizione degli italiani perché potessero smontarlo e studiarlo, e non
mantennero una precedente promessa di fornire artiglieria antiaerea. Furono
inoltre emanate istruzioni rigorose di non far sapere nulla agli italiani in
merito a qualsiasi arma in corso di preparazione. Sul lato tedesco non c'era
alcun entusiasmo per un comando unificato, e neppure per l'idea di
concordare in anticipo le scelte strategiche di base; ma anche gli italiani
manifestarono un mediocre interesse per i colloqui militari o per la nomina
di ufficiali di collegamento tra le due forze. Tutto si svolse come se
ciascuna delle due parti fosse ansiosa di mantenersi aperta una possibilità
di ritirata nel caso che l'altra s'impegnasse in una guerra malconsigliata.
In altre parole, sembra quasi che Italia e Germania avessero cercato
un'alleanza essenzialmente a fini propagandistici, 208;
allo scopo cioè di intimorire i paesi terzi e incoraggiare i loro propri
popoli, ma senza aver in mente un'unione effettiva del sentimento e della
ragione. Entrambe occultavano fatti di fondamentale importanza, entrambe
avevano riserve mentali. e nessuna delle due si fidava gran che dell'altra.

capitolo tredicesimo.
LE FORZE ARMATE.

Sul lato italiano, molto di quel che venne occultato riguardava lo stato di
impreparazione delle forze armate. Si trattava di un vecchio problema,
risalente assai indietro negli anni. Paradossalmente, Mussolini, malgrado le
sue azioni sconsiderate costringessero gli altri paesi a riarmare, e benché
egli stesso continuasse ad insistere che l'Italia doveva avere la politica
estera di una grande potenza ed esser in grado di combattere una guerra di
aggressione, trascurò ostinatamente di provvedere a quei preparativi militari
che la sua privata visione del ruolo dell'Italia pure avrebbe richiesto. Nel
1931 aveva ammonito i suoi collaboratori che la guerra sarebbe stata
possibile in qualunque momento a partire dal 1935, e si succedettero
frequenti le dichiarazioni affermanti che le forze armate erano
perfettamente organizzate, e provviste di tutti gli equipaggiamenti più
moderni. Eppure la guerra contro l'Albania trovò l'Italia impreparata a
combattere, con un esercito disorganizzato, una pianificazione strategica
elementare e informe, e degli armamenti generalmente antiquati e in qualche
caso inutilizzabili. Inoltre, si era fatto di gran lunga troppo poco per
costruire un potenziale industriale capace di produrre i materiali bellici
che la politica estera di una grande potenza avrebbe richiesto2.
Nel corso della seconda guerra mondiale l'esercito italiano mobilitò tre
milioni di uomini3. Ma dal 1931 in poi i propagandisti avevano proclamato
ch'era già stato addestrato alle armi un numero più che doppio di questo.
Nell'agosto 1936 Mussolini fece ancor meglio, dichiarandosi in grado di
mobilitare, con un semplice ordine e in poche ore, otto milioni 210;
di uomini. Conformemente alle abitudini fasciste, questa cifra fu quindi
portata a nove, e poi a dieci milioni, e nel 1939 l'esercito esibì un totale
semiufficiale, non si sa come ricavato, di dodici milioni di uomini. Alla
propaganda importava una cosa sola: che le sue affermazioni suonassero
impressionanti, e che non fossero contraddette. Gli scrittori fascisti non si
peritarono dunque di sostenere che l'Italia possedeva uno dei più formidabili
eserciti d'Europa, appoggiato da una marina e da un'aviazione che avevano
raggiunto la perfezione, e che «non abbiamo nulla o poco da imparare» dalla
Germania in cose militari.
Qualch generale spiegò in seguito che le forze armate erano andate
gradualmente permeandosi dello spirito corrosivo del fascismo: della sua
corruttela e del suo affarismo, della sua inefficienza, e soprattutto della
sua abitudine di badare piuttosto alla retorica che alla sostanza. Un altro
esempio della tendenza ad affidarsi alla mera chiacchiera è il seguente: per
impressionare gli stranieri, il periodo di leva prescritto dalla legge era
più lungo che in Francia, ma era ben noto che uniformi e attrezzature non
bastavano, e la legge (come tante altre leggi fasciste) non poteva quindi
trovare applicazione. La legge obbligava inoltre i coscritti, dopo il ritorno
alla vita civile, a periodici turni di addestramento. Ma in pratica il numero
degli istruttori e degli ufficiali subalterni era di gran lunga
insufficiente, e si conoscono esempi di ufficiali che, smobilitati come
tenenti nel 1918, nel giugno 1940 furono richiamati come comandanti di
battaglione senza nel frattempo aver ricevuto alcun addestramento militare".
Con un altro gioco di prestigio, fatalmente fonte di confusione, nel 1938 la
forza delle divisioni fu ridotta da tre a due reggimenti. La cosa piaceva a
Mussolini, perché gli consentiva di dire che il fascismo disponeva di
sessanta anziché di quaranta divisioni. Ma il mutamento provocò una
disorganizzazione enorme proprio alla vigilia della guerra; e, avendo il
duce poi dimenticato quel che aveva fatto, negli anni successivi restò
vittima, quanto alla forza effettiva del suo esercito, di errori di calcolo
tragici. A parte lui stesso. la novità 211;
ingannò ben pochi. Nella gerarchia militare, alcuni degli elementi più
opportunisti l'accolsero con favore, perché un numero maggiore di divisioni
significava più promozioni e più generali (Farinacci arrivò a lamentare che,
con la sua abbondanza di galloni d'oro, l'esercito sembrava divenuto un
esercito messicano). Dopo il 1938 il numero degli ufficiali superiori dovette
esser tenuto segreto per timore di critiche, e Federzoni fu informato (in
verità si tratta di un dato improbabile) che c'erano più generali che
ufficiali subalterni. Il fascismo sviluppò enormemente la prassi delle
promozioni per meriti politici oltre che militari, e Mussolini si comportò
anzi come se credesse davvero che ai suoi comandanti giovavano più i principi
fascisti che l'addestramento militare.
La filosofia militare elaborata dal fascismo fu quella della «guerra lampo.
Era stata cucinata dai generali prima del 1933, i militari sapevano che una
guerra brevissima era tutto quel che l'Italia poteva prendere in
considerazione, e Mussolini, facendo, caratteristicamente, di necessità
virtù, ci s'era aggrappato come ad un'idea che nella sua drammaticità gli
appariva tipicamente fascista. Il sottosegretario alla Guerra, generale
Federico Baistrocchi, ben consapevole che l'idea era del tutto irrealistica,
dichiarò tuttavia in pubblico che una guerra lampo era non soltanto
possibile, ma certa e facile. Mussolini ribadì il medesimo punto nel marzo
1938, quando ebbe bisogno di distogliere l'attenzione dal fatto che non era
intervenuto a difesa dell'Austria. In un discorso molto applaudito, affermò
che stava equipaggiando l'esercito per una guerra rapida, e aggiunse che,
avendo l'intenzione di assumere personalmente il comando supremo, dedicava
ora la maggior parte del suo tempo alla supervisione del processo di riarmo.
I capi di stato maggiore fecero eco, confermando di esser pronti alla guerra
lampo. Sapevano che se volevano restare ai loro posti, questo era quel che
dovevano dire; e allo stesso modo ripeterono che l'Italia era altrettanto
forte di qualsiasi possibile nemico, e che il genio del duce avrebbe
ottenuto una vittoria decisiva in terra e in mare entro un tempo brevissimo
dall'inizio delle ostilità.
Attendendosi una veloce guerra di affermavano in continuazione che
disponevano di tutte le armi più aggiornate, e che un grado avanzatissimo di
motorizzazione era la loro risposta ai problemi posti dalla guerra moderna.
Quando questa pretesa divenne insostenibile, gli esperti militari passarono
quasi all'estremo opposto, e ammonirono contro gli inconvenienti di una
motorizzazione eccessiva. In qualche caso, la polizia usava prestare i suoi
autoveicoli all'esercito, il quale provvedeva a ridipingerli per poterli
utilizzare nelle parate militari. Tornati alla polizia, gli automezzi
riassumevano il loro colore originario. I preparativi erano così
clamorosamente privi di serietà, che il maresciallo Graziani, ritrovatosi
inopinatamente nel 1939 capo di stato maggiore dell'esercito, commentò
brutalmente che l'Italia era ancora ferma allo stadio della falange macedone.
Alle sue dimostranze, Mussolini gli disse di non preoccuparsi, giacché
l'esercito serviva per far scena piuttosto che per combattere sul serio.
A scopi di propaganda, Mussolini fece sapere che possedeva due, e anzi tre
divisioni corazzate, e in qualche occasione si disse che comprendevano carri
da 25 tonnellate e un equipaggiamento che non temeva confronti. Ma di fatto
queste divisioni corazzate esistevano soltanto sulla carta. Gli osservatori
stranieri sapevano perfettamente che, a parte pochi prototipi sperimentali,
non c'era nulla di più grosso dell'autoblindo da tre tonnellate copiata da un
modello inglese, e che in Spagna aveva fatto pessima prova. Queste autoblindo
erano molto veloci, ma potevano portare non più che mitragliatrici, e le armi
leggere bastavano a perforarne la corazza. Non avevano radio, e consentivano
una visibilità scarsissima. Secondo il comandante di una delle «divisioni
corazzate», il modo migliore di impiegarle era di farle precedere dalla
fanteria, col risultato che spesso il loro fuoco faceva nelle file di questa
più vittime del fuoco nemico. Benché si trattasse dunque di uno strumento di
scarsissima utilità (eccetto che per il trasporto di munizioni), la
produzione di queste autoblindo continuò.
Ad un certo punto il generale Caracciolo, preposto ai servizi tecnici, mostrò
al duce i disegni di vari possibili tipi di 213;
carri pesanti. Ed ecco, nel racconto dello stesso generale, come andarono le
cose: Mussolini guardò i disegni dei quattro tipi; ascoltò le mie
spiegazioni; guardò ancora una volta i disegni, poi, appuntando l'indice su
uno di essi, ordinò: "Si faccia questo". E così fu». Un uomo ch'era un
perfetto dilettante, che si fidava solo del proprio intuito e non sapeva
resistere alla tentazione del gesto drammatico, decideva così di una spesa
di centinaia di milioni. Ma il sistema era tale, che nessun altro avrebbe
potuto prendere una qualsiasi decisione. Quando il primo dei nuovi carri
uscì dalla fabbrica, il modello era già antiquato, e l'esercito raccomandò
di sospenderne la produzione (che invece andò avanti per tutta la guerra
perché null'altro era disponibile). Alla fine del conflitto, il capo di
stato maggiore ammise che l'Italia non aveva ancora nulla che meritasse
davvero la qualifica di carro armato.
Nell'ottobre 1936 Mussolini coniò il famoso slogan degli otto milioni di
baionette». Ma nel 1939, dopo altri tre anni di riarmo, non c'erano nemmeno
abbastanza baionette per il milione e trecentomila fucili che costituiva
l'intera dotazione dell'esercito italiano. Si trattava inoltre ancora di
fucili modello '91 (né sarebbero stati sostituiti, se non molto parzialmente,
per tutta la durata della guerra). Analogamente, il grosso dell'artiglieria
impiegata tra il 1940 e il 1945 era materiale antiquato risalente alla prima
guerra mondiale, e alcuni dei pezzi provenivano dalle artiglierie catturate
agli austriaci nel 1918. L'esercito aveva chiesto più volte vasti programmi
di rinnovamento, benhé Mussolini pretendesse che non aveva mai mosso un
dito. A un certo punto invero il duce aveva aderito alle richieste dei
militari; ma il denaro non era mai arrivato, e ancora nel 1938 l'Italia
produceva soltanto 4 o 5 pezzi d'artiglieria al mese2. Alla fine del 1938
vennero finalmente messi in produzione nuovi modelli, nel quadro di un
programma che mirava a raggiungere un totale di 450 pezzi al mese nel 1943.
Ma in realtà in nessun momento nel corso dell'intero conflitto furono
prodotti più di 200 pezzi al mese (alla fine della prima guerra mondiale se
ne producevano sei volte tanti). La storia fu molto diversa. Quando, nel
1940, entrò in guerra, l'Italia era praticamente priva di artiglieria
antiaerea, malgrado le assicurazioni formali date in proposito al parlamento
dalla Commissione suprema di difesa. E nessuno manifestò grandi
preoccupazioni per la difesa antiaerea fino a quando l'attacco tedesco alla
Polonia insegnò infine qualcosa al fascismo sulle realtà della guerra
moderna.
Ciascuna delle tre forze armate disponeva di un proprio servizio di
spionaggio e di informazione, e alcuni degli ufficiali preposti a tali
attività raccontano che il caos regnante in questo campo era senza eguali. I
diversi servizi si facevano concorrenza, arrivando a seminare documenti
falsi e ad arrestare ciascuno gli agenti degli altri. Dello spionaggio
dell'aeronautica, che sembra esser stato il più costoso, si sa poco, ma di
quello dell'esercito sappiamo con certezza che nel 1939 era ormai divenuto
una sorta di polizia politica extra, in aggiunta alle quattro organizzazioni
della polizia civile ordinaria. Una buona parte del suo tempo il Sim
l'imp;egava a raccogliere ritagli di giornale, a tener d'occhio questo o
quel settore dell'amministrazione, o anche in lucrose attività di
contrabbando a beneficio dei suoi ufficiali o delle amiche del duce. Sembra
che il capo del controspionaggio dell'esercito, colonnello Santo Emanuele,
abbia operato nell'interesse privato di Ciano non meno che al servizio del
regime. E fu infatti Ciano a mantenerlo in carica nonostante le proteste dei
suoi superiori, e in genere di quanti lo giudicavano completamente corrotto
ed inefficiente. Secondo quanto racconta il generale Cesare Amé, che fu capo
del Sim, Mussolini si dimenticò di parlargli delle probabilità di guerra (o
comunque omise di farlo), lasciandolo quindi nell'impossibilità di prepararvi
il suo servizio. A quel che pare, il duce preferiva che i suoi agenti segreti
si concentrassero sulle informazioni concernenti i suoi collaboratori
piuttosto che su quelle relative al nemico, col risultato che, per quanto
sappiamo, lo spionaggio non aveva alcun informatore 215;
a Malta, e neppure, malgrado la cosa sia a stento credibile, in Gran
Bretagna, proprio nei momenti in cui il bisogno era maggiore. A spiegare la
mancata modernizzazione delle forze armate si è avanzata la scusante, solo
superficialmente plausibile, che l'Italia non aveva abbastanza denaro e
risorse industriali. Mussolini invero riluttava ad utilizzare un argomento
del genere, perché sarebbe apparso come una confessione di debolezza, e
avrebbe inoltre lasciato spazio all'ovvia replica che allora sarebbe stato
suo dovere scegliere una politica estera più confacente ai suoi mezzi. Le
cose stanno ad ogni modo diversamente: la verità è ch'egli rinunciò a
mobilitare le risorse industriali indubbiamente disponibili nel paese. Un
imprenditore tra i maggiori gli disse che esisteva una capacità industriale
sufficiente a fabbricare un numero di carri armati e di pezzi d'artiglieria
pari rispettivamente a dieci e a trenta volte il volume della produzione
corrente, ma Mussolini non costituì neppure un ministero della produzione
bellica per indagare su una possibilità del genere. Certo, esistevano carenze
gravi; ma più importante di queste carenze era il fatto che i fondi
disponibili venivano sprecati, o impiegati ad altri fini. Nei grandiosi
edifici fascisti erano state riversate quantità enormi di acciaio e di
cemento armato, e l'andazzo continuò sino a guerra mondiale inoltrata. Somme
ingentissime furono stanziate per stadi sportivi, caserme e autostrade. Cifre
cospicue furono assorbite anche dalle forze armate; ma, in un momento in cui
le artiglierie consistevano di pezzi da museo, questo denaro finì
preferibilmente in sontuose parate, in caserme o in confortevoli residenze
per gli ufficiali superiori.
I suoi ministri hanno descritto Mussolini come un conoscitore assai
superficiale di cose economiche. Egli non comprese mai la complessità dei
problemi economici, o perlomeno faceva mostra di non scorgere le difficoltà,
talché non interferissero con i suoi obiettivi politici. Se qualcuno
protestava, aveva pronta la solita risposta, secondo la quale non esistevano
mai veri problemi di finanze: il punto era di prendere le decisioni
politiche, e il denaro sarebbe venuto poi. 216;
Secondo un'altra sua frusta affermazione, mai egli aveva opposto un rifiuto
alle richieste di fondi addizionali avanzate dai militari. E quando diceva
una cosa del genere, sembrava crederci sul serio (è vero che talvolta
Badoglio e gli alti gradi delle forze armate, per compiacerlo, confermavano
che questa era la sacrosanta verità). Ciononostante, gli fu sottoposta, un
anno dopo l'altro, tutta una serie di progetti miranti ad aumentare il
bilancio militare. Avanzate in qualche caso pubblicamente, in altri in
privato, queste richieste restarono senza effetto fino alla guerra etiopica.
Il generale Pariani, capo di stato maggiore dell'esercito, asserì di aver
chiesto stanziamenti straordinari almeno dodici volte, e di non aver
ottenuto nulla fino a metà del 1938. Di regola, la Camera dedicava ai
bilanci militari non più di mezza giornata l'anno, e talvolta non era
consentita alcuna discussione. Mussolini guardava alla Camera come ad un
mero ufficio di registrazione, che con la deliberazione di stanziamenti non
aveva nulla a che fare.
Una spiegazione alternativa delle deficienze in campo militare fornita in
seguito da Mussolini fu che non aveva mai conosciuto la vera entità dei
bisogni. Ma in realtà, a parte il fatto ch'egli era, per ogni affare
concernente le forze armate, il ministro responsabile, i sottosegretari
sottoposero al suo ufficio rapporti innumerevoli, e lo stesso fecero i capi
di stato maggiore, la Commissione suprema di difesa, il Commissariato per le
fabbricazioni di guerra, il Consiglio nazionale delle ricerche e il Consiglio
dell'esercito. Fin dall'inizio aveva inoltre insistito per presiedere
personalmente il Comitato nazionale per l'indipendenza economica e il
Consiglio nazionale delle corporazioni. Che ogni cosa fosse centralizzata e
coordinata sotto la personale suprema direzione del duce fu uno dei grandi
vanti del fascismo, e testimonianza, si sostenne, della sua superiorità sulle
democrazie; e forse a Mussolini non venne mai in mente che una siffatta
struttura gerarchica rischiava di fare di lui un capo peggio informato e meno
capace di imporre la sua volontà di un primo ministro democraticamente
responsabile. Altri osservatori, ad esempio gli addetti militari tedesco e
inglese a Roma, non s'ingannarono 217;
sulla capacità bellica dell'Italia, ben ché al confronto le loro fonti
d'informazioni fossero trascurabili.
Un'altra spiegazione talvolta addotta è che Mussolini non aveva alcuna
intenzione di combattere una qualsiasi guerra. Ciò può esser stato vero fino
ai primi anni Trenta; ma i suoi attacchi all'Etiopia, alla Spagna e
all'Albania testimoniano in senso diverso, e in seguito egli dichiarò
deliberatamente guerra alla Francia, all'Inghilterra, alla Grecia, alla
Russia e agli Stati Uniti. Ci si avvicina forse maggiormente al vero dicendo
che, nel pensiero del duce, gli altri paesi bluffavano non meno di lui
stesso, e quindi i problemi militari, analogamente a quelli finanziari, si
sarebbero risolti da soli, senza che occorresse preoccuparsene troppo sul
serio. Altrettanto plausibile è la spiegazione (parziale) che il suo talento
per la messinscena lo portasse a persuadersi di una mezza verità pericolosa
- e cioè che in una società totalitaria fare le cose sia meno importante che
sembrar di farle, e che, preso nell'ingranaggio, sia capitato anche a lui
di scambiare il mito con la realtà. Alla fine si rese indubbiamente conto di
quanto basilare fosse l'inefficienza del suo regime, come testimonia la
disperata osservazione ch'egli era l'uomo più disobbedito del ventesimo
secolo; ma in generale sembra esser stato sinceramente convinto che il
fascismo significasse efficienza, e che quindi tutto andava per il meglio.
Un punto capitale è che il regime non poteva permettersi di incoraggiare la
critica, e anzi per solito la impediva del tutto. Come disse Ciano, «non
bisogna contraddirlo, perché allora è peggio». Un generale che lo ammoniva a
non combattere fu rimosso su due piedi. In altri paesi i capi militari
avrebbero corretto certuni degli errori; ma Mussolini privò lo stato maggiore
generale di ogni potere, preferendo confinarlo ad un ruolo meramente
consultivo, perché ciò accresceva le sue prerogative di capo del governo, e
lo metteva in grado di trasmettere i suoi ordini senza intermediari a
ciascuna delle tre forze armate. Cercò di convincere i suoi collaboratori
più ignari che lo stato maggiore italiano valeva quello tedesco o qualsiasi
altro. Ma in effetti uno stato maggiore si può dire che sì e no esistesse:
in tempo di pace il suo 218;
organico contava solo una mezza dozzina di ufficiali di rango medio, e di
solito si riuniva non più di due o tre volte l'anno per discutere faccende di
infima importanza.
Non c'è dubbio che il maresciallo Badoglio, il capo di stato maggiore
generale, avrebbe potuto far qualcosa di più, magari dimettendosi in segno di
protesta quando si rese conto che dietro il bluff stava una realtà così
misera. Ma il fascismo elargiva a Badoglio, in cambio di una responsabilità
reale limitatissima, e di un altrettanto limitato impegno di lavoro -
prebende generosissime, e per il maresciallo ricchezza e onori contavano
enormemente. Nonostante le sue funzioni, non si disturbò a presenziare le
principali manovre militari degli anni 1937 e 1938, per poi sorprendersi nel
1939 alla scoperta che quasi tutta l'artiglieria era ippotrainata. Che, in
aggiunta ai suoi compiti militari, un uomo del genere venisse fatto succedere
a Marconi nella direzione del Consiglio nazionale delle ricerche, è un
eccellente esempio della mediocrità imposta, in modo, parrebbe, meditato e
deliberato, all'intero regime. Un uomo dal carattere più forte avrebbe
potuto far fronte a Mussolini, o quanto meno mettergli fermamente sotto gli
occhi i dati essenziali del problema militare. Ma i suoi collaboratori
sapevano che domandare a Badoglio di mostrare il coraggio necessario ad un
comportamento del genere sarebbe stato tempo sprecato. Benché fosse
indubbiamente al corrente delle gravissime deficienze, il maresciallo non fu
mai capace di tener testa al duce (e proprio per questa ragione era arrivato
tanto in alto). La ragione da lui addotta a giustificazione delle mancate
dimissioni fu che non sarebbero servite a nulla. Evidentemente s'era
convinto che il regime non avrebbe fatto la guerra, o che se la sarebbe
comunque cavata per il rotto della cuffia.
Non solo la mediocrità, ma anche l'inganno e la menzogna stavano al centro
del fascismo, e ne costituivano aspetti essenziali. Quando firmò la sua
alleanza militare con Hitler, Mussolini era perfettamente al corrente delle
deficienze più rilevanti nel campo dei preparativi militari. Ma doveva far
mostra del contrario, perché l'intero edificio, pur non essendo 219;
in realtà che una facciata, si reggeva su questo suo atteggiamento, e
sull'illusione, da lui stesso alimentata nei suoi collaboratori, ch'egli
aveva previsto e anticipato ogni cosa. In pubblico incoraggiava
l'ininterrotto adulatorio plauso che salutava gli splendidi risultati da lui
ottenuti nel portare le tre forze armate ad uno stato di perfezione,
provvedendole di ogni più moderno equipaggiamento. Esortava i capi militari
a ripetere che l'Italia disponeva del migliore armamento del mondo, e che il
duce, il quale sorvegliava attentamente ogni singolo aspetto dell'opera di
riarmo, aveva fatto dell'organizzazione militare del paese una forza pronta
a qualsiasi compito. Anzi, per la prima volta si poteva dire che l'Italia
fosse più forte sia della Francia che dell'Inghilterra; e la sua posizione
di vantaggio sugli altri paesi era dovuta soprattutto allo spirito fascista
e alla capacità professionale delle forze armate. Lo stesso Ciano, ch'era al
corrente del bluff, n'era pure la vittima volontaria, e aveva a tal punto
subito il fascino della propaganda da poter contrapporre nel suo diario,
senza ironia, il dinamismo fascista all'indolenza giapponese.
La debolezza principale stava naturalmente al vertice, e toccava Mussolini in
persona, la cui predilezione per le apparenze ingannatrici e per la
mediocrità fu aggravata in maniera irrimediabile da capitali errori
politici. A partire dal 1935, non fece che muovere verso una situazione in
cui, se da un lato suscitava l'ostilità di due delle maggiori potenze
mondiali (orientando dunque la politica estera in direzione della guerra),
dall'altro interveniva in misura sorprendentemente esigua ad adeguare il
potenziale militare a quel confronto pur deliberatamente provocato. Non
permise che le varie commissioni di studio, che presiedeva personalmente -
discutessero le scelte da compiere. Le decisioni fondamentali le prendeva da
solo, affidandosi al suo istinto. Prendeva magari conoscenza di una parte
dei dati relativi, ma quasi mai dava ascolto a consigli. Sino al 1939, la
Commissione suprema di difesa si riunì soltanto una volta l'anno. Né i suoi
verbali indicano che le concezioni mussoliniane vi fossero gran che
criticate. Il suo segretario, generale Umberto Spigo, affermava di aver
tentato di convincere Mussolini ad ampliare le competenze della Commissione,
al di là delle questioni puramente tecnico militari. Ma Mussolini rifiutò.
Egli non permise mai, ad esempio, che la Commissione si occupasse della
capitale questione del tipo di guerra cui occorreva prepararsi o di come
modificare la struttura delle forze armate per far fronte ad una data
particolare evenienza. Spigo finì col pensare che il paese era una nave
priva di timoniere. Lo stato maggiore non fu informato che troppo tardi
circa il quando, dove e chi si sarebbe dovuto combattere. Gli fu spiegato
che non doveva rompersi la testa su questioni di alta politica che non erano
affar suo.
Mussolini presiedeva anche lo speciale Commissariato per le fabbricazioni di
guerra creato nel luglio 1935, alla direzione esecutiva del quale chiamò il
generale Dallolio, persona capace, ma ultraottuagenario e in cattivo stato di
salute E alle richieste di trovare un personaggio più energico, oppose un
secco rifiuto. Neppure questo organismo ebbe una qualsiasi potestà operativa,
e i tre dicasteri militari continuarono a decidere sui rifornimenti per conto
loro, con una inutile moltiplicazione di strutture amministrative e facendosi
la concorrenza l'un l'altro quando si trattava di materiali scarsi. Dallolio
era perfettamente consapevole che dietro le vanterie mussoliniane sulla
preparazione militare dell'Italia c'era il vuoto; ma, da buon soldato
disciplinato, il suo compito gli appariva quello di obbedire agli ordini, e
non di criticare.
I calcoli circa le dimensioni possibili della truppa in armi dovrebbero esser
fatti avendo in mente non le cifre della popolazione compresa in determinati
gruppi d'età, ma piuttosto la capacità dell'industria di rifornirla. Se si
fosse conformato a questo criterio, probabilmente Mussolini non avrebbe mai
parlato di otto milioni di soldati, ma soltanto di tre, o anche meno. Ma
nulla indica che il criterio della capacità industriale abbia mai occupato
gran che i suoi pensieri. La sua idea era semplice: si sarebbe combattuta,
ipotesi massima una guerra breve, in cui considerazioni del genere non 221;
avrebbero avuto importanza. Altrimenti avrebbe ben dovuto sapere che l'Italia
era assai lontana dal poter sostenere una politica estera aggressiva. Alla
Commissione suprema di difesa disse una volta, senza suscitare, c'è da
giurarlo, né risparmiò critiche, che sperava di combattere una guerra
talmente bleve da poter inviare al fronte anche gli operai di fabbrica. Tra i
grandi industriali, molti dovettero rendersi conto che non erano preparati
alla guerra, ma evidentemente decisero che il duce giocando il suo bluff
sapeva quel che faceva, e ch'essi dovevano quindi starsene zitti.
Si trattava in realtà di una discrepanza grave. Così, se da un lato Mussolini
fondò un istituto per la sperimentazione aeronautica, dall'altro si preoccupò
assai meno di creare la capacità industriale indispensabile per utilizzarne i
ritrovamenti. Un altro errore di calcolo riguardò i rifornimenti di materie
prime. Ad esempio, benché combattesse e vincesse la <battaglia del grano»,
affermando di conseguenza l'autosufficienza alimentare dell'Italia Mussolini
tralasciò di agiungere che i tre quarti dei fertilizzanti necessari
provenivano dall'estero, e che in tempo di guerra non si poteva contare, su
tali forniture. Normalmente, le importazioni totali dell'Italia richiedevano
l'arrivo di una media di 44 navi da carico al giorno. Di queste, tre su
quattro passavano per lo Stretto di Gibilterra, e probabilmente si sperava
che anche in tempo di guerra il flusso delle importazioni sarebbe
continuato, utilizzando naviglio battente bandiere neutrali. Quando,
all'ultimo momento, ci si accorse che il grosso del traffico doveva
svolgersi via terra, pochissimo era stato fatto per predisporre le
necessarie attrezzature ferroviarie (binari e vagoni merci)62. Era certo una
manifestazione di scarsa fantasia, ma anche di incapacità di pianificazione
e di inadeguata educazione tecnologica.
L'aviazione era in misura larghissima una creatura del fascismo, e sotto
molti profili un prodotto caratteristico del regime. Un'influenza
considerevole sul pensiero militare italiano esercitò il famoso teorico
della guerra aerea generale Giulio Douhet, un uomo che, pur tributando al
fascismo un omaggio puramente verbale, escogitò per Mussolini la gradita 222;
idea che d'allora in poi le guerre sarebbero state brevi, e probabilmente
verrebbero decise dagli apparecchi da boln. bardamento nei primissimi giorni
del conflitto. In altre parole, erano qualcosa in cui persino un paese povero
come l'Italia, purché facesse un uso appropriato delle sue risorse, poteva
impegnarsi senza eccessivi timori. Ad esempio, non biso gnava sprecar denaro
nella difesa o nei rifugi antiaerei, e neppure nell'aviazione da caccia.
Invece Douhet pensava che in qualsiasi guerra futura avrebbero avuto gran
parte i veleni, le armi batteriologiche e i gas letali, i quali tutti
sarebbero stati impiegati massicciamente contro le popolazioni CiVili.
Più specificamente, Douhet sostenne che difendere dall'aria le città inglesi
era impossibile, e che quindi «Un attacco aereo su Londra, effettuato con
mezzi adeguati, specie mediante l'impiego di aggressivi chimici, può uccidere
la sin dall'inizio delle ostilità». Sostenne inoltre che la potenza navale
inglese non costituiva più uno strumento di guerra efficace. Ci fu qualche
competente che contestò tali idee; ma in generale gli esperti preferirono
sposare senza incertezze quelle convinzioni che sapevano Mussolini voleva
tenere per vere. Essi supposero così che la nuova guerra sarebbe stata decisa
da massicci attacchi aerei: «Appena scoppia la guerra, e forse anche prima,
la massa dell'armata aerea sarà entrata fulmineamente e violentemente in
azione». Un'ipotesi presa in seria considerazione voleva che una flotta di
300 aerei, volando protetta di uno schermo di fumo artificiale e impiegando
bombe a gas tossico, fosse in grado di uccidere cinque milioni di civili
nella prima settimana di combattimenti.
Un'altra fonte di importanti influenze sullo sviluppo delI'aviazione fu la
personalità del maresciallo Italo Balbo, ministro dell'Aeronautica negli anni
1929-33, vale a dire i soli in cui Mussolini lasciò in altre mani la guida
del dicastero. Balbo era un temperamento dinamico e un aviatore coraggioso,
ma tendeva anch'egli, con tratto tipicamente fascista, a sopravvalutare lo
spettacolare, quel che faceva notizia. Inseguì impaziente la fama, che
raggiunse guidando le trasvolate atlantiche, e per la stessa ragione indusse
l'aviazione a 223;
darsi eccessivo pensiero dei primati sportivi. Nel 1935 l'Italia deteneva la
maggior parte dei primati di volo, il che costituì un risultato di grande
rilievo. Il capo di stato maggiore dell'aeronautica informò il parlamento che
tali primati erano stati ottenuti con apparecchi ordinari. Proclamò inoltre
che in questo campo l'Italia non aveva più bisogno dell'aiuto della
tecnologia straniera, e che anzi gli aerei italiani non soltanto erano «i
migliori del mondo», ma in caso di guerra sarebbero stati in grado di
controllare l'intero Mediterraneo. Queste dichiarazioni furono accolte da un
entusiasmo enorme (e a ciò appunto miravano). Le autorità procedettero a
(concluderne innanzitutto che l'aviazione italiana non era seconda a
nessun'altra, e poi che l'Italia era una fortezza inepugnabile. Mosso dal
suo amore per la frase ad effetto, ussolini, che in passato aveva parlato di
oscurare il sole con il mero numero dei suoi apparecchi, escogitò ora una
frase nuova, asserendo che l'Italia aveva conquistato il dominio dell'aria.
Ma tutte senza eccezione queste pretese erano infondate. Di fatto, gli
apparecchi militari ordinari si giovarono singolarmente poco dei primati e
delle trasvolate di prestigio di Balbo. Dovendo incensegre Mussolini, Balbo e
il suo sottosegretario, generale Valle, si sbracciarono ad assicurare a tutti
che la brillante posizione dell'Italia era dovuta al genio del Duce. Ma gli
esperti stranieri non si fecero impressionare. Lo stesso Douhet si rese
conto, prima di morire, che Mussolini si lasciava ingannare dalla propaganda
fascista. E il duce dal canto suo, ancor prima del 1930, era stato informato
da rapporti di polizia e dal sottocapo di stato maggiore dell'aeronautica su
alcune scandalose magagne presenti nell'attività del ministero competente.
Era chiaro che al pubblico venivano ammannite notizie interamente false. Di
quando in quando qualche voce critica si fece udire persino in parlamento o
sulla stampa, per esser naturalmente sommersa dal rituale coro di
approvazioni. Ma Valle, promosso capo di stato maggiore dell'arma nel 1934,
redasse un rapporto segreto per dimostrare che Balbo, il suo ex superiore,
aveva falsificato le cifre. In seguito Francesco Pricolo, generale
dell'aeronautica 224;
e suo successore, fece notare che anche Valle aveva gonfiato il numero degli
apparecchi in modo da giustificare se stesso e dare un'impressione totalmente
falsa, e commentò che l'aviazione italiana, lungi dall'essere, come diceva
Mussolini, la prima del mondo, era in realtà «al livello dei paesi
balcanici». Quasi la metà degli apparecchi ereditati da Pricolo doveva esser
giudicata inutilizzabile, dal che risultava un totale di aerei in efficienza
non di molto superiore al migliaio".
I capi fascisti giocavano continuamente a mettersi l'un l'altro in cattiva
luce presso Mussolini, e quando manchino elementi di controllo occorre quindi
andar cauti nel prender per buone le loro affermazioni. Balbo dà
l'impressione di esser stato più onesto della media, e certamente fu assai
più energico, e miglior organizzatore, della maggior parte dei suoi
colleghi. Nel 1932 si candidò presso Mussolini per la guida di un ministero
che avrebbe dovuto coordinare l'intera difesa nazionale, ed elaborò una
proposta che prevedeva la quadruplicazione delle somme in bilancio per la
marina e l'aviazione (i fondi sarebbero stati ottenuti principalmente
decurtando gli stanziamenti per le opere pubbliche così care al fascismo).
La nomina di Balbo ad un posto del genere sarebbe stata vista con favore da
una parte dei capi militari, ma era ostacolata dalle rivalità esistenti tra
le tre forze armate. Inoltre, cosa ancora più importante, Mussolini era
geloso della popolarità di quest'uomo, di lui assai più giovane, e si
rendeva conto dei pericoli cui il suo regime sarebbe andato incontro se
lasciava che qualcuno gli sottraesse troppa parte della pubblica attenzione.
Una volta licenziò il direttore di un giornale perché aveva pubblicato una
fotografia in cui il personaggio in maggiore evidenza era non lui stesso, ma
Balbo. Aveva inoltre un tantino paura dell'uomo ch'era, diceva, «un
autentico rivoluzionario, il solo che sarebbe stato capace di uccidermi». In
ogni caso, per queste od altre ragioni, il compito di coordinare le tre
forze armate non fu affidato a nessuno, e Balbo fu esiliato in Libia, dove
rimase come governatore sino alla sua morte. Le forze armate continuarono a
brillare per l'assenza di ogni coordinamento effetti vo, a dispetto di
un'altra delle frasi del duce, secondo la quale erano già pienamente
integrate sotto la sua direzione personale. Il direttore di giornale ch'era
in Mussolini aveva imparato a pensare in meri termini di titoli ad effetto;
e, una volta trovate le parole giuste, gli capitava magari di convincersi
che il problema era stato risolto.
Come i gerarchi fascisti amavano imputarsi reciprocamente mancanze di vario
ordine, così ci fu chi accusò i generali dell'aeronautica di ingannare
bassamente il duce quanto alla forza dell'arma aerea. Ma Mussolini era, oltre
che capo del governo, ministro dell'Aeronautica, e raccontava che non solo
dedicava all'esame delle questioni militari la maggior parte della sua
giornata, ma controllava da vicino ogni singolo aspetto della produzione
aeronautica e dell'attività dell'aviazione. Un sottosegretario
all'Aeronautica ha scritto di non aver mai visto Mussolini al ministero. E
tuttavia, rapporti di aggiornamento gli venivano sottoposti ogni settimana,
e si deve quindi supporre che se soltanto l'avesse voluto, avrebbe potuto,
con qualche modesto sondaggio, assodare la verità. E abbastanza certo che
l'Italia disponeva di tutte le competenze tecniche necessarie per produrre
apparecchi validi. Se, ciononostante, la dotazione dell'aviazione militare
restava insufficiente, le ragioni vanno ricercate in sede politica, e
nell'eccesso di fiducia generato da una propaganda che parlava di primati
mondiali e lasciava che tutti, ministro incluso, s'immaginassero che ogni
cosa andava per il meglio. In altre parole, la responsabilità sta nello
stesso Mussolini, un uomo capace di prendere una decisione in base
all'assunto, per fare un esempio, ch'egli possedeva un bombardiere in grado
di volare sino in Inghilterra senza venire udito, o alla convinzione di
disporre di apparecchi e bombe tali da consentirgli di distruggere la flotta
inglese in ventiquattr'ore. Era Mussolini che trascurava di tenersi
informato, che mancava di prender decisioni responsabilmente fondate, che,
infine, non sapeva resistere alla tentazione di ricorrere ai titoli dei
giornali per occultare le verità sgradevoli.
Una certa mancanza di serietà può scorgersi anche nella famosa stazione
aeronautica sperimentale creata nel 1935 a 226;
Guidonia. Le si era dato un aspetto imponente; possedeva la seconda galleria
aerodinamica supersonica costruita in Europa; e costituiva, si disse, una
delle grandi creazioni del fascismo, tipica del suo spirito dinamico, nonché
un'impresa che faceva grande onore al prestigio italiano. E abbastanza
interessante rilevare che, in un contesto del genere, il risultato di
prestigio fu qualificato come un fatto politico e militare, giacché otteneva
l'effetto di far temere il paese all'estero. Se c'era denaro da spendere,
andava piuttosto alle operazioni di prestigio che ad un organico programma di
ricerca di lungo respiro: la ricerca era più costosa, e i suoi risultati meno
calcolabili e meno immediati. Di conseguenza, nessuna delle scoperte che in
questo periodo formano il grosso del progresso tecnologico, dalle
attrezzature per il volo automatico agli strumenti giroscopici, dalle benzine
ad alto tenore di ottani ai dispositivi antigelo, dai carrelli retrattili
all'elica a passo variabile, fu fatta a Guidonia. La stampa elogiò i begli
edifici e le installazioni della stazione, ma i risultati furono inferiori
alle aspettative.
Un'altra vicenda che la dice lunga sul fascismo è quella dei siluri aerei.
Sulla base di un brevetto norvegese, la marina sviluppò un buon siluro aereo,
che persino i tedeschi decisero di acquistare dall'Italia. Ma l'aeronautica
dimostrò una curiosa mancanza d'entusiasmo, forse perché temeva che armi del
genere avrebbero condotto allo sviluppo di una distinta arma aerea sottoposta
alla marina. Così la dichiarazione di guerra trovò l'Italia disastrosamente
arretrata quanto ad un'arma che doveva rivelarsi di importanza vitale nel
Mediterraneo, e riguardo alla quale proprio gli italiani avevano svolto una
parte notevole degli studi preliminari.
E tuttavia, era nella logica del fascismo di ripetere instancabilmente che
l'Italia, per merito esclusivo della risolutezza e della preveggenza di
Mussolini, aveva un'aviazione ch'era non solo eccellente, ma la migliore del
mondo, dotata degli apparecchi e delle attrezzature più progrediti. Si faceva
capire, e talvolta si diceva anche esplicitamente, ch'essa andava
considerata come assai superiore alla Raf, e che una sola squadrilia poteva
con buona certezza distruggere qualsiasi flotta inglese che capitasse a ti
ro. Questa gratuita sicurezza era un dogma (sopravvissuto persino alle
esperienze belliche) che fatalmente intralciava qualsiasi tentativo serio di
mettere in luce i difetti esistenti e di porvi rimedio.
Quando scoppiò la guerra mondiale, furono fornite cifre secondo le quali
l'Italia disponeva di 8.530 aerei, benché poco tempo prima il ministero
dell'Aeronautica avesse ammesso in privato che gli apparecchi efficienti
erano soltanto 3.000, e il servizio informazioni della marina riducesse
questo numero a meno di mille. Accertamenti ulteriori dettero le cifre di
454 bombardieri utilizzabili e 129 caccia, quasi tutti inferiori per
velocità ed equipaggiamento ai loro omologhi inglesi. Quando venne a sapere
di queste discrepanze, Mussolini si disse sconvolto e attonito. Qualcuno
cominciò ad osservare che aveva una tale paura della verità, da non esser
più disposto ad ascoltarla. Ora, è difficile pensare che la sua intenzione
fosse di gettar polvere negli occhi agli osservatori stranieri, i quali
avevano i mezzi per sapere che le cifre ufficiali del ministero
dell'Aeronautica erano insensate (e in effetti gli inglesi erano abbastanza
certi che l'efficienza dell'aviazione italiana diminuiva anziché aumentare):
quel ch'egli voleva, era di gettar polvere negli occhi agli italiani, e
sfortunatamente vi riuscì.
La sua sola giustificazione fu che i responsabili dell'aeronautica lo avevano
deliberatamente ingannato, probabilmente per mascherare la loro inefficienza
o corruzione. E, benché gli accusati lo negassero, abbiamo ragione di
credere che gli aerei venissero trasferiti da un aeroporto all'altro per
renderne difficile il censimento. Ma se inganno ci fu, fu soprattutto un
autoinganno. Ad esempio, Mussolini raccontò ai tedeschi, nel tentativo di
dimostrare che teneva il loro passo, che produceva 500 apparecchi al mese,
mentre in realtà la cifra della produzione mensile era di 150 unità nel
1939, e non superò mai le 300. Nel 1918 la produzione era stata molto più
elevata, e occorre notare, con qualche stupore, che l Itaha fabbricò più
aeroplani nella prima guerra mondiale che nella seconda. Il che smentisce
sia la tanto vantata efficienza del regime, sia quelle qualità militari e
quel particolare 228;
interesse per l'aviazione che Mussolini rivendicava a sé e al fasci smo.
Delle tre forze armate, la marina era la meglio equipaggiata e la meno
corrotta dal regime. E tuttavia l'ammiraglio Cavagnari, sottosegretario e
capo di stato maggiore, era un ardente fascista, che godeva fama di esser
più un politico che un marinaio, e di dovere la promozione appunto alle sue
idee politiche. Per sua stessa confessione, il goveo del ministero non gli
prendeva più di due ore al giorno. La marina aveva puntato a possedere le
navi più veloci del mondo, e si è tentati di credere che, di nuovo, giocasse
qui il fatto che i primati mondiali facevano titolo sui giornali. La
decisione di puntare sulla velocità trascurava il fatto che questa doveva
essere guadagnata a spese delle corazze protettive, della capacità di tenere
il mare, e soprattutto dell'autonomia operativa. La flotta era, sulla carta,
molto forte, e sin troppo veloce; ma non poteva operare ad una distanza
dalla base superiore a 500 miglia, e il livello dei consumi di combustibile
delle sue macchine rendeva alcune delle unità inutilizzabili nelle
condizioni belliche.
Nel 1939 la marina italiana contava, tra ultimate e in costruzione, otto
corazzate, che facevano un terzo del tonnellaggio totale della flotta: di
nuovo, è possibile che questo particolare rapporto fosse dovuto a ragioni di
prestigio. Erano belle navi, e costituivano una potente minaccia. Ma in
pratica, nel corso dell'intera seconda guerra mondiale, soltanto due di
queste corazzate si trovarono impegnate in uno scontro di qualche
importanza: e si trattò di un'operazione durata in tutto circa cinque minuti
(9 luglio 1940, al largo della costa calabrese). Nell'occasione, Mussolini
proclamò l'avvenuta distruzione di metà della forza navale inglese presente
nel Mediterraneo. Ma erano solo parole rivolte ad impressionare i tedeschi e
i gerarchi fascisti; i quali peraltro non se ne dettero per intesi, poiché
sapevano che entrambe le parti erano uscite dallo scontro con danni molto
modesti. L'aeronautica italiana, sempre lieta di sminuire il ruolo della
marina, affermò che in tutta la guerra mai un solo colpo sparato da queste
navi enormemente costose raggiunse un vascel lo nemico. Tra i competenti,
parecchi avrebbero preferito una concentrazione su unità minori. D'altronde,
se le risorse disponibili fossero state impiegate per costruire portaerei o
mezzi d'assalto per attaccare Malta, la guerra contro l'Inghilterra e la
Francia avrebbe forse avuto un tutt'altro andamento. Con una mossa in lui
non insolita, più tardi Mussolini cercò di far credere che aveva
ripetutamente tentato di persuadere la marina a non costruire le corazzate.
La decisione di rinunziare alle portaerei fu presa personalmente da Mussolini
nella sua qualità di ministro della Marina e dell'Aeronautica. L'argomento da
lui addotto, totalmente infondato, fu che gli apparecchi italiani con base
a terra erano in grado di coprire l'intero Mediterraneo. Il duce era
deliziato all'idea di aver preso in contropiede gli altri paesi rendendosi
precocemente conto che il rapido sviluppo degli apparecchi da bombardamento
rendeva obsolete le portaerei. E l'aeronautica, timorosa che l'esistenza di
portaerei potesse portare ad una flotta aerea indipendente sotto il comando
della marina, lo appoggiò. Dapprincipio gli ammiragi protestarono; ma nel
1936 Mussolini ordinava che ponessero fine a qualsiasi discussione sulla
questione, ed essi, ligi al dovere, passarono a sostenere l'inutilità delle
portaerei. Cavagnari disse alla Camera: «Ora io debbo dichiarare che una
volta di più Mussolini, cui spettava di decidere il divario tra le opposte
opinioni, ha avuto, naturalmente, ragione. Inoltre, la guida del duce aveva
dato all'Italia il privilegio di esser l'unica nazione al mondo provvista di
una concezione dinamica della potenza navale. Quando gli eventi dimostrarono
la totale erroneità di questa opinione, Mussolini disse ch'egli aveva bensì
sempre voluto le portaerei, ma era stato dissuaso dagli esperti. Comunque
era ormai troppo tardi, e la guerra era già perduta.
La marina italiana aveva uno speciale punto di vantaggio nel possesso di una
flotta sottomarina le cui dimensioni non avevano riscontro in nessun altro
paese. Questa, particolarmente con le sue unità più piccole, costituiva una
forza di grande efficacia. Ma in Italia ci s'era convinti, sulla base di
elementi scarsissimi, che i sottomarini sarebbero stati in grado di
paralizzare l'attività delle grandi corazzate nemiche, e che in caso di
guerra avrebbero potuto entrare nell'Atlantico e bloccare le isole
britanniche. Si disse agli italiani che i loro sottomarini erano i migliori
del mondo, e che grazie ad essi l'Inghilterra aveva già perduto il dominio
dei mari. Ma l'interesse di Mussolini andava più al valore propagandistico
delle cifre che alla modernità e all'efficienza dei suoi strumenti di
guerra, col risultato che i sottomarini italiani erano di un modello
antiquato, basato sulla vecchia tattica della prima guerra mondiale. Per
generale ammissione, si trattava di battelli troppo lenti ad immergersi, con
una troppo ridotta capacità offensiva, e non particolarmente adatti alle
acque trasparenti del Mediterraneo. Un effetto di questo stato di cose fu
che nel 1940 un decimo della flotta operativa italiana fu affondato nelle
prime tre settimane di guerra. Solo dopo di ciò, e non senza riluttanza, i
tedeschi cominciarono a passare all'alleato informazioni sulle nuove
tecniche e il nuovo equipaggiamento, rendendo così possibile l'introduzione
nei sottomarini italiani di modificazioni radicali.
Tutto ciò non impedì naturalmente agli ammiragli di ripetere che la marina
italiana era la migliore del mondo. A sentir loro, si trattava di una superba
creazione fascista, di uno dei più splendidi monumenti alla grandezza del
regime. Grazie ad essa, l'Italia era invulnerabile da ogni possibile attacco.
Avallando la pretesa fascista che Mussolini aveva reso l'Italia
autosufficiente in campo alimentare, affermarono che la flotta, svincolata da
obblighi di scorta ai convogli, sarebbe passata all'attacco sin dai
primissimi giorni della guerra. Anche gli uomini, si disse, erano i migliori
marinai del mondo, e ciò costituiva un'altra garanzia che nel nuovo
conflitto la flotta italiana, senza alcun dubbio possibile, non se ne
sarebbe restata alla fonda nei porti, come era accaduto nella guerra
precedente. L'eccellenza della marina tutta intera era naturalmente ascritta
a merito personale di Mussolini.
Un punto in particolare gli ammiragli e i generali fascisti sottolinearono
nei loro elogi, e cioè che il regime, in grazia della sua natura autoritaria
e centralizzatrice, aveva potuto sviluppare una speciale struttura
gerarchica e un'unità di direzione 231;
nelle mani di Mussolini di cui le democrazie erano giudicate incapaci.
Passando dalla teoria alla pratica, una delle più clamorose deficienze del
regime era invece data proprio dalla scarsa coordinazione, e dall'esistenza
di un'autorità centrale estremamente labile. Un difetto capitale della
macchina bellica italiana fu, in particolare, la mancanza di collaborazione
tra marina e aviazione. Certo, il problema non era solo italiano; ma in
Italia non si era fatto, prima della guerra, pressoché nulla in materia di
piani tecnici e tattici per operazioni combinate delle due armi. Anzi, esse
non sapevano gran che l'una dell'altra, e procedevano dunque ciascuna per
proprio conto, con risultati che si possono immaginare.
Di nuovo, i servizi di spionaggio stranieri sapevano quel che non sapeva il
pubblico italiano, e forse più di quel che sapesse lo stesso Mussolini, vale
a dire che la millantata efficienza della marina italiana soffriva di lacune
gravi' Quanto ai tedeschi, debbono essersene resi conto non meno di chiunque
altro, e a quel che pare non ritennero importante aiutare il loro alleato.
Deliberatamente, nulla dissero agli italiani né del radar né delle nuove
apparecchiature sonar che si sarebbero rivelati indispensabili nella guerra
sul mare. E, esempio non meno significativo, tacquero sulle nuove tecniche
del combattimento notturno, la lacuna forse più grave di ogni altra nella
marina italiana. I tedeschi non ignoravano che il sapere tecnico italiano non
s'era tenuto al corrcnte di quel che si faceva altrove, e si rendevano conto
che la flotta italiana non era assolutamente in grado di sostenere una guerra
d'attacco contro una qualsiasi grande potenza. Si trattava di una difficoltà
praticarnente insuperabile. Un effetto incidentale delle sanzioni era stato
che per mancanza di combustibile la marina italiana aveva drasticamente
ridotto le esercitazioni pratiche. In effetti entrò in guerra con piani
operativi non più che rudimentali, e il suo primo intervento coordinato ebbe
luogo nel luglio 1940, quando per la prima volta incontrò gli inglesi in
azione.
Mussolini aveva sperato di riuscire a controllare il Canale di Sicilia,
impedendo così alle navi nemiche di manovrare 232;
nel Mediterraneo. A questo scopo, aveva «scoperto» Pantelleria, vantandosi di
aver agito contro il parere degli esperti quando, nel 1937, aveva fortificato
l'isola, bloccando così il Canale. Ma aveva torto. Per sbarrare efficacemente
il Mediterraneo centrale le intuizioni e le frasi brillanti non bastavano:
sarebbe stata necessaria una pianificazione seria Quando scoppiò la guerra,
le carte nautiche di questi importanti bracci di mare a disposizione del
ministero della Marina erano ancora difettose, e si dovette avviare, in
condizioni difficilissime, un esame idrografico per l'innanzi non compiuto.
Le scorte di mine erano inoltre di gran lunga insufficienti all'attuazione
del progetto mussoliniano, nonché di un tipo antiquato facile da dragare. In
conclusione, venne perduto un importante vantaggio potenziale.
Se da un lato faceva un conto eccessivo di Pantelleria, dall'altro Mussolini
riteneva che in caso di guerra gli inglesi non sarebbero riusciti a tenere
Malta. Sin dagli anni 1935-36 costoro avevano predisposto piani
particolareggiati per attaccare le basi italiane sulla terraferma, piani che
cinque anni dopo attuarono a Taranto con un successo travolgente. Al
contrario, gli italiani decisero che non era il caso di preoccuparsi di
Malta. Nel novembre 1938 la marina suggerì l'elaborazione di un piano
speciale in vista di un'invasione, ma Mussolini non le permise di
svilupparlo. O pensava che il conflitto sarebbe stato troppo breve, oppure
presumeva, in base alle dottrine di Douhet, che lo strumento dell'attacco
aereo sarebbe bastato da solo a costringere Malta alla resa. Le conseguenze
di tale decisione furono gravi.
In una società totalitaria, anche la scienza e la tecnologia dovevano esser
fasciste; e, tra i fattori responsabili dell'impreparazione alla guerra,
anche questo ebbe la sua notevole importanza. Sin dai primi anni, nella
stampa s'erano letti articoli sulla «scienza fascista». Si proclamò che, in
virtù del suo stesso autoritarismo, la rivoluzione fascista aveva creato il
clima più favorevole alla ricerca scientifica. Come disse alla Camera un
ministro dell'Educazione nazionale, bisognava porre un limite alla libertà
intellettuale e alla ricerca pura, poiché la scienza migliore doveva esser
orientata politicamente 233;
nel senso dell'addestramento della nuova generazione ai compiti nazionali del
domani. Su questo tema gli intellettuali del regime fecero coro, e nel 1933
un illustre accademico poté annunciare che finalmente l'intero mondo
scientifico italiano, da un capo all'altro, era permeato dalla mentalità
fascista, sì da costituire ormai un organismo appropriatamente disciplinato
al servizio dello Stato.
In questo processo uno dei principali strumenti di Mussolini fu il marchese
Guglielmo Marconi, membro del Partito fascista fin dai primi anni, cui fu
affidato il compito di creare una nuova istituzione: il Consiglio nazionale
delle ricerche. Mussolini fece del Consiglio un organo dello Stato, provvisto
di una generosa dotazione finanziaria, e annunciò che intendeva utilizzarlo
per portare i problemi della ricerca scientifica al centro della scena
nazionale. Al Consiglio furono attribuiti poteri considerevoli sugli altri
enti di ricerca e, almeno in teoria, sulla produzione industriale. Marconi
spiegò ch'esso avrebbe coordinato scienza e tecnologia alla luce dei bisogni
nazionali, agendo come organo consultivo permanente a disposizione del
governo per qualsiasi cosa avesse attinenza alla scienza o alla ricerca.
Avrebbe inoltre sottoposto al governo rapporti periodici sulla capacità
produttiva e sulle varie merci di rilevante interesse nazionale. Oltre a
cercar di impedire inutili doppioni nel lavoro di ricerca, si sarebbe
proposto lo specifico scopo di emancipare l'Italia dai brevetti e dalle
compagnie straniere.
Il grande incoraggiamento dato alla ricerca scientifica restò sino alla fine
uno dei vanti del regime. Per suo merito, si disse, l'Italia si trovava in
testa sulla strada delle scoperte scientifiche e della loro applicazione
pratica. Mussolini confidava che in questo campo stava facendo tutto quel che
occorreva. Fu elogiato per aver portato l'intera nazione a credere nella
tecnologia, realizzando così una gigantesca rivoluzione. Sotto il fascismo si
insegnava agli scienziati a disprezzare il mondo del liberalismo e del libero
pensiero, il quale produceva una scienza di cui si poteva dimostrare
l'inferiorità (ad esempio di tale inferiorità si adduceva l'opera di Albert
Einstein). Gli uomini di scienza dovevano rallegrarsi 234;
del fatto che Mussolini li aveva salvati dal pericolo della libera
sperimentazione, nel cui quadro la ricerca «dà sempre risultati
antagonistici». Dovevano esser fieri della certezza che il fascismo era
destinato, in virtù della sua stessa natura, a produrre più uomini di genio
di quanti potessero emergere nell'ambiente della democrazia, caratterizzato
dall'irresolutezza e da una libertà indiscriminata.
Ma i risultati non furono pari alle aspettative. Ancora una volta, i suoi
stessi sfoghi retorici avevano portato Mussolini a farsi cullare da un falso
senso di ottimismo. Il capo di stato maggiore dell'esercito millantò che in
campo tecnologico l'Italia era il primo paese del mondo; e si può comprendere
che su questa base non si avvertisse alcuna urgenza di migliorare i metodi in
atto. Benché talvolta i capi dell'industria avanzassero l'idea che per la
ricerca si faceva troppo poco, i fascisti preferivano affidarsi a quella
retorica che voleva gli intelligenti e più abili inventori degli altri
popoli. Il risultato fu che, malgrado tutti gli incoraggiamenti elargiti
agli istituti di ricerca, il numero dei brevetti restò minimo (e ancora meno
erano i brevetti effettivamente adottati dall'industria a preferenza dei
ritrovati stranieri. Nel 1942 fu giuocoforza ammettere che il Consiglio
nazionale delle ricerche aveva fallito il suo compito principale. Ma nessuno
osò suggerire pubblicamente che doveva essere sbagliata l'intera concezione
fascista, o che nel sistema fondato sull'autoritarismo e sulle direttive
ufficiali ci fosse qualcosa che ostacolava l'indagine scientifica.
Si può citare a titolo d'esempio la ricerca nel campo della
radiolocalizzazione. I fascisti pretesero di esser gli inventori di questa
tecnica, e di non esser passati alla fase produttiva soltanto per il suo
costo eccessivo. Ora, negli anni 1934-35 Marconi aveva certamente lavorato
ad apparecchiature ad onde corte per la ricerca della direzione (per uso su
navi). essendo egli, oltre che presidente del Consiglio nazionale delle
ricerche, anche membro del Gran Consiglio del fascismo, è lecito supporre che
avesse tutto il denaro e tutta l'autorità di cui aveva bisogno.
Ciononostante, è un fatto che non proseguì queste ricerche con la sua
abituale risolutezza e 235;
concentrazione. Le autorità della marina insisterono negli esperimenti, ma
con risultati scarsamente soddisfacenti, e quando nella battaglia di Capo
Matapan (1941) incapparono nel radar inglese, furono colte completamente di
sorpresa. Nei suoi ultimi mesi di vita Mussolini, alla ricerca di un alibi,
fece risalire l'inizio del declino delle sue fortune al fatto che Marconi
prima di morire (1937) s'era rifiutato di rivelare il segreto di un raggio
della morte da lui già inventato. Questo patetico pasticcio suona come una
chiosa indiretta alle conquiste di un grande scienziato, la cui opera fu
male intesa e peggio utilizzata da politici che alla verità scientifica
anteponevano la brama del potere.

capitolo quattordicesimo.
NEUTRALITà O NON BELLIGERANZA?

Tra le idee ricorrenti di Mussolini c'era quella per cui egli doveva
modificare il carattere degli italiani, sì da renderli più disciplinati, più
forti, meno chiassosi, e magari anche meno intelligenti. Malgrado fosse
orgoglioso del suo paese, tra quanti lo conoscevano c'era chi dubitava che
fosse un vero patriota, e riteneva che stesse piuttosto sfruttando il
patriottismo per ragioni sue personali. Una delle prime lezioni da lui
apprese nella vita pubblica era stata la seguente ricetta per far felici gli
italiani: «in politica bastano tre centesimi di merce e novantasette di
tamburo». S'applicò pertanto a costringerli all'obbedienza, a fargli credere
qualsiasi cosa dicesse, e a farli marciare ad un suo ordine senza
esitazioni. La guerra di Spagna fu per lui una deliberata esercitazione
mirante a fare degli italiani un popolo marziale. Dopo la Spagna andò in
cerca di un'altra guerra, per l'identica ragione; e quando lo disse
esplicitamente ai membri del Gran Consiglio, fu salutato da un applauso. Ma
difficilmente tutto questo può passare per patriottismo disinteressato. Si
potrebbe anzi dire che Mussolini disprezzava il suo popolo: «La razza
italiana è una razza di pecore. Non bastano 18 anni per trasformarla. Ce ne
vogliono centottanta o forse centottanta secoli. Bisogna tenerlo inquadrato
e in uniforme dalla mattina alla sera. E ci vuole bastone, bastone, bastone.
Forse pensò, in qualche momento, di esser riuscito a modificare il carattere
nazionale. I giornalisti fecero comunque a gara nel rassicurarlo in questo
senso, e con bella unanimità proclamarono che la sua organizzazione militare
della gio ventù costituiva uno dei più bei trionfi del regime in preparaziOne
della grande prova della guerra. Secondo la rivista di Curzio Malaparte,
«Prospettive», e la bottaiana «Critica fascista, il nuovo senso della
disciplina e del militarismo era un prodotto della più grande, e forse
dell'unica vera rivoluzione mai avvenuta in Italia. Come comunicò al
parlamento il ministro della Cultura popolare, ingrediente basilare di tale
rivoluzione era l'epurazione dei libri di testo delle scuole, la messa al
bando delle influenze straniere dalla letteratura infantile, e l'insistenza
sul concetto che l'istruzione doveva ruotare tutta attorno alle idee di
eroismo, combattimento e scrificio. Persino i bambini delle elementari si
esercitavano con fucili e mitragliatrici in miniatura, e la cosa fu salutata
come fonte di opportune influenze formative sul carattere nazionale.
Alla metà del 1939 Mussolini era ormai pronto a sottoporre la nuova gioventù
fascista alla prova suprema. Benché dicesse in privato ai tedeschi che il
riarmo italiano esigeva ancora tre anni di sforzi, coltivava una mezza
speranza di combattere una qualche guerricciola a buon mercato prima di
quella data, e non poteva trattenersi dall'ostentare un atteggiamento
provocatorio e bellicoso. Ammonì gli inglesi che se si provavano ad
arrestare l'invasione tedesca della Polonia, egli si sarebbe battuto, e
insisté che nessuno era forte abbastanza da impedirgli di occupare i Balcani
non appena scoppiasse una guerra in Europa. Furono elaborati piani per un
attacco alla Grecia, un'operazione qualificata come priva di difficoltà.
Mussolini aveva inoltre un progetto che prevedeva la dissoluzione del regno
di Jugoslavia e la trasformazione della Croazia in uno Stato fantoccio o in
una provincia italiana. Era importante esser pronti, approfittando del fatto
che i tedeschi avevano le mani impegnate in Polonia, ad affermare le
rivendicazioni italiane al predominio nell'intera area danubiana e
balcanica. Sebbene le democrazie occidentali avessero garantito
l'indipendenza greca, egli era convinto che non sarebbero state in grado di
arrestare gli eserciti fascisti, e la prospettiva di una guerra con gli
Stati Uniti non lo preoccupava. 238;
Ai primi di giugno, fu chiesto a Mussolini di incontrarsi con Hitler per
discutere la possibilità di una guerra in Europa. Alla mossa tedesca non fu
data alcuna risposta, presumibilmente in parte perché il duce temeva che
l'alleato potesse mettere il veto ai piani italiani per i Balcani, e in parte
perché non credeva all'avvertimento trasmessogli dal suo ambasciatore a
Berlino, vale a dire che se Roma rifiutava la discussione proposta, i
tedeschi si sarebbero mossi per conto loro. In privato continuò ad ostentare
disprezzo per i tedeschi, dicendo ch'erano troppo amanti dei piaceri della
vita, e non potevano dunque essere una nazione autenticamente guerriera.
Quanto a Hitler, intendeva continuare a trattarlo da inferiore, come un uomo
che doveva prender consiglio da chi aveva maggiore esperienza di lui.
Timoroso che i suoi collaboratori cominciassero a subodorare il bluff della
sua politica, il duce si spinse ancora oltre, e a fine luglio, malgrado
l'avvertimento da lui affidato al memorandum Cavallero circa la necessità di
attendere ancora tre anni, disse esplicitamente ai tedeschi che se e quando
Hitler si fosse deciso alla guerra, lui, Mussolini, gli sarebbe stato al
fianco al cento per cento, pronto a mobilitare in un batter d'occhio.
Malgrado l'aggiunta che l'Italia preferiva tuttora un rinvio, questa precisa
affermazione non poté che incoraggiare Hitler a combattere; e tale era
l'ansia di Mussolini di sembrar forte, che a quanto pare non fu mai sfiorato
dal pensiero che una così ingenua spacconata rischiava di accrescere le
possibilità di guerra.
E strano che, dopo aver detto a inglesi e tedeschi ch'era pronto a battersi
sull'affare polacco, il duce non accettasse la reiterata richiesta hitleriana
di un incontro, che avrebbe forse consentito agli italiani di influenzare le
decisioni tedesche (o quanto meno di conoscerle) prima che fosse troppo
tardi. Trascorsero due mesi preziosi, e soltanto verso il 6 agosto egli si
rese conto che il suo ambasciatore a Berlino aveva visto giusto, e che forse
la Germania era sul punto di scatenare una guerra in cui aveva ragione di
attendersi la collaborazione dell'Italia. Benché si sforzasse di salvare le
apparenze raccontando in giro che gli inglesi erano indeboliti e il loro
impero 239;
prossimo al collasso. il 10 agosto spedì urgentemente Ciano a Salisburgo a
sostenere le ragioni della pace. Ma il ministro italiano vi apprese che la
guerra contro la Polonia era già stata decisa. Duramente scosso, protestò che
non c'erano stati preavvisi né consultazioni. Ma i tedeschi replicarono che
non soltanto avevano più volte sollecitato invano incontri per consultazioni,
ma ritenevano ora di poter contare sulla esplicita promessa italiana di un
appoggio al cento per cento. Dopo aver ascoltato Hitler, l'opposizione di
Ciano cessò; ed egli, anziché mettere in chiaro che la mancata consultazione
scioglieva l'Italia da qualsiasi obbligo di combattere, non elevò alcuna
protesta. Da questa tacita accettazione i tedeschi ricavarono di nuovo
l'impressione che l'Italia fosse pronta a scendere in campo.
Nel neutralizzare a Salisburgo le perplessità italiane, Hitler giuocò le sue
carte con astuzia. Adulò grossolanamente il duce, esprimendo il proprio
compiacimento di vivere in un'epoca in cui c'era, oltre a lui stesso, Hitler,
un altro uomo che la storia avrebbe riconosciuto come autenticamente grande.
Spiegò che per l'Asse la cosa migliore era che gli Stati neutrali europei
venissero liquidati uno dopo l'altro, sull'esempio delle già avvenute
invasioni dell'Austria, della Cecoslovacchia e dell'Albania. Ciascuno dei due
doveva, a turno, coprire l'altro mentre questi incamerava il suo bottino.
Parlò della Jugoslavia come di un prossimo obiettivo dell'Italia:
chiaramente, egli aveva bisogno dell'Italia soltanto per minacciare inglesi
e francesi, e tenerli occupati nei Balcani e nel Mediterraneo mentre la
Germania attaccava al Nord. Resosi conto che l'Italia sarebbe intervenuta
soltanto in una guerra che apparisse breve, facile e apportatrice di un
grosso bottino, disse a Ciano che le difese tedesche erano talmente sicure
che Francia e Inghilterra erano impotenti a fermarlo, e che in ogni caso un
attacco alla Polonia, ne era certo, non avrebbe coinvolto l'Occidente.
Tenne a chiarire che non aveva un vero bisogno dell'aiuto dell'Italia, pur
suggerendo che l'intervento rispondeva probabilmente agli interessi italiani.
Ciano non osò replicare, perché sapeva che Mussolini era 240;
incerto. In effetti il duce non era andato personalmente a Salisburgo proprio
perché, tuttora diviso tra l'uno e l'altro corno dell'alternativa, voleva
rinviare una decisione. Rientrato in Italia, Ciano si sforzò però di
convincere Mussolini a chiarire ai tedeschi che l'Italia non aveva alcun
dovere di combattere in una guerra su cui non era stata consultata. Mussolini
dapprima fu d'accordo, ma poi disse che l'onore gli faceva obbligo di
battersi se la Germania scendeva in campo, e aggiunse che voleva la sua
parte del bottino in Croazia e in Dalmazia D'altro canto, lo aveva irritato
il comunicato rilasciato unilateralmente a Berlino, in cui si dichiarava il
pieno accordo politico tra lui e Hitler. A quel che sembra, in quel periodo
cambiava idea quasi tutti i giorni. Indubbiamente, continuava a sperare in
una soluzione pacifica delle divergenze tedesco-polacche, preferibilmente
mediante una nuova conferenza di Monaco in cui i polacchi accettassero il
suo arbitrato. Al tempo stesso si rendeva conto che le potenze occidentali
sarebbero probabilmente scese in campo, e dette quindi istruzioni a Ciano di
svincolare la politica italiana da una troppo stretta identità con quella
tedesca. Nel caso di un cedimento delle democrazie, doveva invece restare
nominalmente al fianco della Germania, poiché anche noi dobbiamo prendere la
nostra parte di bottino». L'Italia doveva quindi esser pronta a prendersi la
Jugoslavia, anche se purtroppo, dato lo stadio del suo processo di riarmo,
ogni altro tipo di guerra rischiava di essere impraticabile.
Mussolini oscillava da un estremo all'altro, timoroso della collera di
Hitler, timoroso di un attacco della Germania se i suoi sentimenti pacifisti
divenivano troppo espliciti, ma d'altronde del tutto incapace di ammettere
che l'Italia non era abbastanza forte per combattere. Tra i suoi
collaboratori qualcuno pensava che l'Italia dovesse scindere più nettamente
le sue responsabilità da quelle di Hitler, allegando il pretesto che la
Germania aveva già violato i termini dell'alleanza. Ma la risposta del duce
fu che non marciare al fianco di Hitler sarebbe stata una viltà. A ciò gli
fu replicato che, com'egli sapeva bene, l'Italia era militarmente debole.
Ciano arrivò 241;
a suggerirgli (se dobbiamo prestar fede al suo diario) di stracciare il
trattato: «Gettatelo in faccia a Hitler e l'Europa riconoscerà in voi il capo
naturale della crociata antigermanica»; e gli inglesi, dopo avergli fornito
le prove che i tedeschi calpestavano i patti, fecero balenare l'idea che
comunque la guerra si concludesse, con l'Asse vittoriosa o sconfitta -
un'Italia alleata della Germania rischiava di perdere il suo impero.
Quando, il 23 agosto, Hitler stipulò il suo patto con Stalin, in Italia la
sorpresa fu totale, e non interamente gradita. Malgrado quel che ne disse in
seguito, a un certo punto Mussolini aveva incoraggiato la Germania ad
arrivare ad un accordo del genere, ma non s'era mai aspettato un successo
così pieno dei negoziati. Ora comprese abbastanza chiaramente che i rapporti
di forza risultavano modificati a vantaggio dell'Asse, ma anche che l'Italia
rischiava di esser trascinata in una guerra al fianco di quei comunisti che
la propaganda fascista attaccava con immutata violenza. Mancando una
posizione chiara del duce, la gerarchia fascista si divise sulla questione.
Bottai, ad esempio, uno dei fascisti più «intellettuali», si dimostrò
indeciso ed opportunista: da un lato dovette ammettere che l'antibolscevismo
era l'essenza stessa del fascismo, ma dall'altro suggerì che fascismo e
comunismo potevano forse avere stretti interessi comuni contro il
liberalismo e il capitalismo, ciò che significava la possibilità che
Germania, Italia e Russia si unissero contro il resto dell'Europa. Mussolini
stesso non era del tutto privo di simpatie per questo modo di vedere; ma,
ripensandoci, si schierò con Balbo e Ciano, i quali, oltre a criticare
l'alleanza tedesca con Mosca come contraria alla lettera e allo spirito del
Patto d'acciaio, sostennero fermamente il concetto che per l'Italia la
neutralità costituiva l'unica scelta sensata. Essi inoltre non potevano
mandar giù il cinismo con cui altri fascisti voltavano le spalle alle loro
precedenti invettive antibolsceviche.
Per Mussolini si trattò di un momento critico: continuare a prender tempo
poteva significare farsi sorprendere dallo scoppio della guerra, che gli
avrebbe sottratto ogni autonomia 242;
di decisione. Temeva che, se non si attestava sulla neutralità, gli inglesi
potessero attaccare l'Italia; ma temeva anche, in caso contrario, la
ritorsione tedesca. Il 25 agosto disse a Hitler di esser pronto a combattere,
ma soltanto se la Germania gli forniva le munizioni che gli mancavano.
L'indomani, quando informò i suoi capi militari che dovevano prepararsi alla
guerra entro un tempo brevissimo, questi replicarono che l'Italia era
praticamente incapace di sostenere un qualsiasi grosso sforzo bellico.
Secondo la migliore tradizione dello «stile fascista», molti generali
avevano fermamente sostenuto sino all'ultimo momento che tutto andava bene,
e ch'erano pronti a combattere qualsiasi nemico; ma dinanzi a questo ordine
compresero che non era possibile celare oltre i risultati della loro
negligenza e inefficienza.
Dopo le manovre dell'esercito svoltesi nell'agosto, un commentatore militare
riferì in via riservata che la capacità bellica dell'Italia era inferiore a
quella con cui il paese era entrato nella prima guerra mondiale. La
cosiddetta motorizzazione, disse, si svelava ora per un puro scherzo; le
divisioni corazzate esistevano soltanto di nome; e il morale era
spaventosamente basso. Lo stesso commentatore informò peraltro il pubblico,
con doppiezza tipicamente fascista, che l'esercito aveva il miglior
equipaggiamento d'Europa, e che il suo morale e la sua capacità
professionale erano eccellenti. Farinacci, uno dei fascisti della vecchia
guardia che ancora osavano dire la verità a Mussolini, gli scrisse
privatamente che le condizioni dell'esercito erano catastrofiche, e che la
volontà di battersi era semplicemente inesistente. «L'Armata del Po è armata
di giocattoli; è priva di serio addestramento. Le manovre dell'agosto sono
state un pessimo giuoco da ragazzi», spiegò il gerarca cremonese. Mussolini
lasciò cadere accenni al possesso di un'arma segreta; ma è difficile
immaginare a che cosa si riferisse, a meno che si trattasse del preteso
raggio della morte di Marconi o del gas tossico che i capi militari
insistevano nel voler impiegare su larga scala. Com'egli sapeva
perfettamente, la carenza di capacità produttiva, oltre che di uniformi e di
munizioni, era tale che di solito le reclute venivano addestrate per un
periodo assai più 243;
breve dei diciotto mesi previsti dalla legge. Secondo Farinacci, un malinteso
senso di orgoglio nazionale aveva fatto sì che si prestasse scarsa attenzione
alle novità tecniche emerse negli altri paesi, mentre il generale Pariani,
sottosegretario alla Guerra in carica, continuò dal canto suo a parlar di
divisioni corazzate, pur sapendo bene che non esistevano, e che nelle
condizioni della guerra moderna i suoi carri armati in miniatura erano
completamente inutili.
Lacerato tra il desiderio da un lato e il realismo dall'altro, a un certo
punto Mussolini redasse un altro telegramma, in cui ripeté di nuovo a Hitler
la sua volontà di battersi. Ma il SUO ufficio ne ritardò la spedizione, e
qualche ora dopo il duce aveva cambiato idea. In un futile gesto mirante a
placare l'alleato, ordinò alla Mostra d'arte cinematografica di Venezia di
assegnare il primo premio ad una pellicola tedesca di scarsi meriti
(esattamente la stessa cosa aveva fatto l'anno precedente, prima della
conferenza di Monaco). Un altro modo più serio di rinviare la scelta era di
definire i bisogni italiani che la Germania avrebbe dovuto soddisfare perché
l'alleato fosse in grado di muoversi. Dopo una frettolosa discussione, fu
compilata una lunga lista, che comprendeva sei milioni di tonnellate di
carbone, due milioni di tonnellate di acciaio e sette di petrolio. Si calcolò
che per trasportare tutto il materiale richiesto sarebbero occorsi 17.000
treni. Le quantità furono fissate con la precisa intenzione di andar oltre le
possibilità tedesche, e Mussolini intervenne personalmente per accrescere
alcune cifre del 50, e persino del 200 per cento, pur sapendo che una lista
chiaramente gonfiata avrebbe dimostrato a Hitler l'irresponsabilità e la
malafede dell'Italia. I tedeschi non s'erano aspettati una scappatoia così
grossolana, e il Fuhrer si limitò a commentare che «gli italiani stanno
comportandosi verso di noi esattamente come hanno fatto nel 1914». Egli non
aveva menomamente dubitato, o almeno così disse, del sostegno attivo
dell'Italia, e il comportamento mussoliniano gli consentì in seguito di dire
che se solo l'Italia avesse mantenuto saldamente la posizione, la Polonia
avrebbe accettato l'ultimatum tedesco: in altre 244;
parole, la guerra mondiale era stata provocata dalle esitazioni italiane.
Mussolini era ansioso di non dare eccessiva pubblicità al fatto che non
possedeva quella forza di cui s'era così spesso vantato. Vedeva malvolentieri
che il mondo venisse a sapere quanto le guerre d'Africa e di Spagna avessero
esaurito le sue risorse, giacché aveva sempre proclamato esattamente il
contrario. Temeva inoltre il confronto con le tergiversazioni italiane del
1914-15: confronto fatale se, dopo aver costantemente dichiarato la propria
solidarietà con Hitler, egli abbandonava l'Asse non appena la guerra arrivava
davvero. Tra gli usuali clichés della sua propaganda aveva figurato l'idea
che «un grande paese non può restare neutrale», ma ora il suo talento per
l'invenzione di frasi gli permise di sostituire al concetto di neutralità
quello, più accettabile, di «non belligeranza». Con procedura del tutto
inconsueta, il 1° settembre chiese al Consiglio dei ministri di sanzionare
questa non belligeranza: probabilmente giudicò prudente divider con i suoi
ministri la responsabilità di una decisione suscettibile di provocare delle
critiche, se non addirittura un'accusa di pavidità. Intanto dedicava le sue
energie (ma la stamp ebbe istruzioni di non farne parola) ad un tentativo di
mediazione, sì da impedire una guerra che aveva ora ogni ragione di temere.
Il giuoco valeva la candela, anche se la prova dei fatti dimostrò ch'era
troppo tardi per ottenere un altro facile successo sul tipo di quello
riportato l'anno precedente a Monaco.
Fino al 1° settembre l'apparato del Pnf fu per l'intervento al fianco della
Germania, verosimilmente perché si pensava che Mussolini credesse davvero a
tutte le cose che diceva sulle glorie della guerra e la forza dell'Italia. I
giornali del partito proclamarono che nessuna nazione in Europa era moral
mente e materialmente meglio preparata alla guerra dell'Italia. Fiutavano la
vittoria, il momento, così lungamente atteso, in cui l'Italia avrebbe imposto
al mondo la propria grandezza e le proprie ambizioni imperiali. Per bocca di
Carlo Pallotta, i dirigenti giovanili annunciarono: «Già centomila giovani
accorrono come per una gigantesca partita sportiva 245;
che alla fine vedrà ancora salire sul pennone più alto la nostra bandiera. E
l'ora che attendevamo da tanti anni, l'ora della resa dei conti per gli
usurai che assassinarono a Versaglia la nostra vittoria E l'ora di
rivoluzionare il mondo, di imporre la nostra grandezza, di slargare per
tutto il Mediterraneo, dall'Africa all'Asia, l'Impero».
D'altro canto, checché ne dicessero Starace e il partito, non c'è dubbio che
la stragrande maggioranza del popolo voleva la pace, fatto di cui il capo
della polizia non mancò di informare Mussolini. Patrocinavano la neutralità
anche alcuni di coloro che si rendevano conto di come questa scelta potesse
venir considerata un ennesimo esempio della mancanza di serietà e della
slealtà dell'Italia. De Bono annotò nel suo diario che restare neutrali
avrebbe significato perdere gravemente la faccia, e deplorò i bluffatori di
professione, di cui, scrisse, Mussolini era il capo, per aver trascinato il
paese in una situazione del genere. Grandi sembra aver invocato la denuncia
formale dell'alleanza con la Germania. Ma Mussolini vietò qualsiasi
discussione su questo punto, sostenendo che l'Italia aveva dinanzi a sé un
promettente ruolo di mediatrice, e che denunciare l'alleanza l'avrebbe
privata proprio dell'unico successo a buon mercato forse ancora possibile.
La confusione del duce si aggravò ulteriormente nei primi giorni di
settembre, mentre la propaganda si sforzava di mascherare la realtà. Tentò
di agire in modo tale da potere, se la guerra non scoppiava, pretendere che
avrebbe combattuto; o, alternativamente, farsi da parte senza esser
giudicato pauroso, se invece l'Inghilterra dichiarava guerra alla Germania.
Fu annunciato che l'Italia con dodici milioni di uomini addestrati alle
armi, con un centinaio di divisioni e sottomarini innumerevoli, e
soprattutto con il genio di Mussolini, era pronta per un'offensiva
nell'autentico stile fascista. Ma quando, in settembre, si tentò una
mobilitazione parziale, ne uscì un disastro: le uniformi disponibili erano
insufficenti, le caserme e le cucine da campo non bastavano, e
l'organizzazione era nel caos. Al popolo italiano fu detto ch'era forte e
temuto, e che Mussolini era padrone della situazione. Ma in privato il duce
dovette ammettere a malincuoreche le divisioni equipaggiate in modo adeguato
erano soltanto dieci, e che, malgrado la sua qualità di ministro
dell'Aeronautica, non conosceva con precisione neppure il numero degli aerei
disponibili.
Quando, nel settembre 1939, la seconda guerra mondiale scoppiò, fruttando a
Hitler una vittoria decisiva in Polonia, a Mussolini non piacque di
restarsene a guardare. Profondamente impressionato dall'apparente facilità
dei successi tedeschi, tirò fuori di nuovo l'idea di attaccare la
Jugoslavia, ma Ciano lo dissuase. In alternativa, continuò a sperare nella
possibilità di un ruolo mediatore dell'Italia alla testa di un blocco di
nazioni neutrali. Con un po' di fortuna, i principali contendenti potevano
esaurire le loro forze e lasciarlo arbitro della pace. E appunto avendo in
mente questa pericolosa illusione, ordinò sconsideratamente a Ciano di
attizzare il fuoco della guerra.
Un politico di grande statura avrebbe forse sfruttato questa magnifica
occasione di fungere da ago della bilancia. Ma Mussolini sembrava incapace di
agire con risolutezza, e comunque di prendere una decisione, e ci fu chi
pensò che stesse attraversando una crisi di paralisi morale sul tipo di
quella seguita al delitto Matteotti nel 1924. Se gli si domandava in quale
direzione l'Italia fascista stesse muovendosi, rispondeva che non si doveva
disturbare il pilota; e il disorientamento del regime era così palese, da
indurre alcuni storici alla conclusione che il re avrebbe potuto congedarlo
senza difficoltà. L'idea di una vittoria tedesca decisiva riusciva
assolutamente intollerabile all'animo geloso del duce, il quale era pronto a
far capire (e con lui Ciano) che avrebbe potuto alla fine unirsi alla guerra
contro Hitler. E in effetti possiamo figurarcelo nell'uno o nell'altro
campo, ma non neutrale: la neutralità era incompatibile col suo carattere, e
persino pericolosa, poiché dopo aver predicato la guerra per diciotto anni,
posare troppo tenacemente a campione della pace gli avrebbe fatto perdere
ogni credibilità. I giornalisti fecero pappagallescamente coro, insistendo
nell'invocare la guerra come obiettivo naturale del fascismo. L'Italia,
scrisse 247;
il venerabile Giovanni Papini, avrebbe presto recuperato la sua antica
posizione di forza egemone dell'Europa, e assolto, ad edificazione della
razza umana, il compito di guida assegnatole da Dio.
Non molti di costoro dovettero comprendere tutta la delicatezza della
posizione di Mussolini, poiché ben difficilmente potevano sapere sino a che
punto l'Italia non fosse in grado di far fronte agli impegni di una guerra
seria. Il duce invece lo sapeva, ed è per questa ragione che, anche dopo lo
scoppio della guerra tra Francia e Inghilterra da un lato e Germania
dall'altro, (3 settembre), in Italia la produzione bellica continuò a basarsi
sull'ipotesi di un conflitto che non sarebbe venuto prima di qualche anno, e
sarebbe per giunta durato soltanto poche settimane. Non c'era dunque, neppure
ora, alcun bisogno di procedere ad una seria mobilitazione dell'industria. La
data-scadenza del 1943 fu ripetutamente ribadita da Mussolini, per quanto
secondo gli esperti si trattasse ancora di un calcolo eccessivamente
ottimistico, poiché alla fine del 1939 la produzione di acciaio era appena
sufficiente a coprire i bisogni ordinari del tempo di pace, e risultava ora
ufficialmente confermato che le forze armate erano inferiori a quelle con cui
l'Italia aveva iniziato la Grande Guerra nel 1915. Dopo lo sfortunato
esperimento di mobilitazione, Mussolini arrivò vicino ad ammettere che la
guerra moderna era qualcosa di assai diverso da quel ch'egli aveva
immaginato, e a concedere che, quanto alle dimensioni del suo esercito,
l'obiettivo realisticamente raggiungibile erano non già gli otto o i dodici
milioni di soldati, ma, in tutto e per tutto, un milione di uomini. Non era
ancora in grado di dire al suo stato maggiore quando, dove e chi intendesse
combattere, e tentò quindi di persuadere i capi militari che ragioni di
sicurezza gli imponevano di tener ben celati nel suo petto tali terribili
segreti. I suoi ordini erano ch'essi dovevano aver pronti piani per
qualsiasi guerra apparisse possibile, e nulla indica che si rendesse conto
trattarsi di una richiesta insensata.
Un'indicazione sulle sue intenzioni ce la fornisce il fatto che la vendita di
armi ad altri paesi continuò oltre il settembre; 248;
del 1939. Da Francia e Inghilterra si riversavano ordini in copia ancora
maggiore che dalla Germania; e alle proteste dei militari che quelle armi
dovevano restare a disposizione dell'Italia, di rado fu prestato seriamente
ascolto. Ai primi del 1940 si prevedeva di vendere 600 aeroplani alla
Francia, 400 alla Jugoslavia e altrettanti all'Inghilterra. Queste consegne
furono effettuate solo in piccola parte, ma negli anni successivi la vendita
all'estero di aerei proseguì, malgrado le esigenze militari italiane.
Quaranta apparecchi finirono in Finlandia, destinati ad esser impiegati
contro i russi, i quali pure possedevano armi italiane. Il primo cannone
anticarro mai prodotto in Italia andò all'estero, malgrado le obiezioni
dell'esercito. Armi furono inviate in Sud America, Bulgaria, Romania,
Portogallo, Brasile, Cina e Giappone. Nel 1940, l'anno dell'entrata in
guerra dell'Italia, ventitrè differenti paesi ricevettero materiale bellico
italiano. Se il bisogno di valuta estera era tale da spingere a questi
estremi, non è facile comprendere come l'Italia potesse pensare a far la
guerra essa stessa.
Anziché concentrarsi sul riarmo, Mussolini, un occhio rivolto all'esigenza di
mantenere la fiducia popolare nel regime, proseguì la sua politica di opere
pubbliche. In particolare, non sospese la costruzione dell'enorme complesso
che doveva ospitare, a celebrazione del ventennale del fascismo,
l'esposizione mondiale progettata per il 1942. Si annunciò con grande
orgoglio che i lavori continuavano, benché assorbissero enormi quantità di
cemento, di cui pure i servizi di difesa avevano urgente bisogno.
Alla fine del 1939 Mussolini ordinò la messa in opera di un precedente piano
di fortificazione dei passi alpini. Questa insigne follia, si trattava di
costruire lungo l'intera frontiera settentrionale fortificazioni che nelle
sue speranze dovevano essere inespugnabili, fu una delle più grosse opere
di ingegneria intraprese dal fascismo. Il confine che si ebbe le maggiori
cure di completezza fu quello con la Germania. Queste difese contro una
possibile invasione tedesca erano in costruzione ancora nel 1942,
presumibilmente, almeno in parte, con sbarre di acciaio importate dalla
Germania. Che il 249;
crollo della linea Maginot dimostrasse come fortificazioni del genere fossero
soltanto uno spreco di risorse non contava, giacché la testa di Mussolini
rigurgitava di slogan e metafore secondo i quali una frontiera poteva esser
sigillata ermeticamente. Né ebbero il minimo effetto le rimostranze avanzate
dell'alleato per un atto così poco amichevole: Mussolini si limitò a
rispondere che gli accordi stipulati con le varie imprese appaltatrici
dovevano esser rispettati sino in fondo. Quando, nel settembre 1943, i
tedeschi invasero l'Italia, questo vallo alpino ritardò la loro marcia di
sole poche ore.
La tensione di questi mesi di paralizzante indecisione fu tale, che Mussolini
si ammalò gravemente. Alcuni pensarono ad una recidiva dell'ulcera. Parecchi
ne parlarono in quei giorni come di una persona leggermente fuori sesto. Il
capo della polizia pensò ch'era forse in ballo una ricomparsa della sifilide,
di cui avrebbe dovuto curarsi immediatamente, e Ciano ammise che l'incoerenza
manifestata dal capo sconcertava chiunque si trovasse a lavorare con lui. Ora
temeva che la Germania vincesse troppo in fretta, ora che invece perdesse,
col risultato che i suoi visitatori lo lasciavano con impressioni
contraddittorie, le quali andavano ad aggravare la confusione generale
esistente nella capitale. Il 7 dicembre Balbo sollevò ancora una volta, in
una riunione del Gran Consiglio, la possibilità di scendere in campo a
fianco dell'Inghilterra e della Francia, e nessuno si levò ad obiettare. A
Mussolini poteva capitare di dire che per l'Italia l'alleanza con la
Germania era una questione d'onore, ma anche di ricordare che l'Italia era
contemporaneamente legata da un patto con l'Inghilterra, e magari persino di
affermare che il patto di non aggressione stipulato con la Russia nel
settembre 1933 non era mai stato denunciato. Altro fattore di confusione,
egli si adoperò ad incoraggiare i sentimenti antitedeschi in Giappone. Ancor
peggio, quando per caso venne a sapere del piano tedesco per l'invasione del
Belgio, ne informò i belgi, e i tedeschi lo riseppero da alcuni telegramrni
intercettati, con le reazioni che si possono immaginare. Forse Mussolini non
sapeva che il capo del controspionaggio 250;
italiano lavorava per i tedeschi, e probabilmente riferiva sul suo
comportamento.
Hitler non ha dunque davvero bisogno di giustificazioni per aver trattato
Mussolini con le maggiori riserve. Più osservavano la condotta del duce, più
i tedeschi lo giudicavano debole e infido (a Berlino era correntemente
definito butterweich, vale a dire tenero come il burro). La loro idea era
che avrebbe fatto tutto il possibile per perseguire i suoi obiettivi
imperialistici, e sarebbe quindi entrato in guerra non appena la Germania
avesse attaccato vittoriosamente ad occidente (ma non un momento prima). Al
tempo stesso, la modesta capacità offensiva dell'Italia e la sua pesante
dipendenza dalle forniture militari tedesche la rendevano un alleato non
particolarmente attraente.

capitolo quindicesimo.
MUSSOLINI SCEGLIE LA GUERRA.
(1940).

Con l'inizio del nuovo anno 1940, Mussolini, tuttora irresoluto, venne però
sempre più attirato dall'idea della guerra. Ammetteva che gli italiani si
sarebbero probabilmente rivelati troppo amanti della pace e della quiete, ma
era sua intenzione trattarli come le pecore che erano: «Per fare grande un
popolo bisogna portarlo al combattimento magari a calci in culo. Così farò
io». Avevano già appreso a pensare che il fascismo era essenzialmente una
rivoluzione militare, e che l'Italia era la nazione più bellicosa d'Europa»;
ebbene, dovevano ora apprendere anche che Mussolini era, per istinto e
vocazione, un grande capo militare. La guerra, ricordò il duce al paese -
andava considerata come «lo stato normale dei popoli» (un'altra sua sentenza
voleva del resto che «la dittatura ha per fine la guerra»). I suoi
collaboratori favorevoli alla pace, comprendendo da che parte soffiava il
vento, divennero più malleabili. Altri, ad esempio il maresciallo Graziani,
che in quanto capo di stato maggiore dell'esercito era perfettamente
consapevole della debolezza militare delI'Italia, videro nel farsi
irresponsabilmente fautori di un intervento attivo un'occasione per provocare
la caduta di Badoglio e prenderne il posto.
Il 23 gennaio Mussolini fece presente ai suoi ministri che l'Italia non
poteva rimaner neutrale per sempre senza divenire, sulla scena europea, una
potenza di second'ordine. Del resto, se decideva di battersi, la vittoria
era certa, poiché l'isola di Pantelleria, una sua personale scoperta,
sottolineò, era stata resa inespugnabile, e ormai tagliava efficacemente in
due il Mediterraneo. Egli continuava a confidare che 252;
gli americani non sarebbero mai scesi in campo, e che la potenza navale
britannica sarebbe crollata non appena entrata l'Italia in guerra. Le
democrazie, fu ripetuto per la millesima volta, erano decadenti e pacifiste.
Mancavano loro la forza, la risolutezza e persino la pura e semplice
efficienza amministrativa necessarie per condurre sul serio una guerra'.
Secondo Mussolini, né la Francia né la Germania erano, ciascuna per proprio
conto, abbastanza forti da passare dalla le de guerre ad un conflitto serio,
e l'Italia poteva quindi progettare un intervento per l'estate 1940 con la
certezza di sortire un effetto decisivo. Qualche giorno dopo cambiò idea,
dicendo ch'era meglio aspettare sino alla seconda metà del 1941. E chiaro che
si trattava di date scelte a casaccio, e che le sue preoccupazioni andavano
più all'effetto prodotto sugli ascoltatori che ad un calcolo razionale.
Ma la prospettiva di un intervento diretto sul campo di battaglia lusingava
grandemente il suo amor proprio. La sua speranza era che, essendo con tutta
evidenza lui, Mussolini, il più intelligente dei due dittatori, i tedeschi
gli avrebbero lasciato assumere la direzione politica della guerra. E appunto
in un tale stato d'animo il 3 gennaio 1940 scrisse a Hitler una strana
lettera, il primo messaggio che venisse scambiato tra i due da quattro mesi.
In questa lettera ripeté che l'Italia non era in grado di combattere una
guerra lunga, ma avrebbe dapprima aiutato la Germania utilizzando la propria
posizione di paese neutrale per rifornire l'alleato di viveri e materie
prime, intervenendo poi nel momento più critico e fruttuoso. Quel che
soprattutto invocava, era che i tedeschi muovessero guerra alla Russia,
giacché in Oriente, e non altrove, avrebbero trovato il loro spazio vitale.
In Occidente si sarebbero comportati saggiamente facendo la pace,
specialmente perché c'era il rischio, qui il duce si contraddiceva, che
l'America intervenisse, sottraendogli la vittoria. Questa lettera illustra
efficacemente l'incoerenza e la volubilità delle opinioni di Mussolini. Ne
emerge anche chiaramente la presuntuosa vanità del duce, e anche il suo
desiderio che i tedeschi non uscissero dalla guerra con un successo troppo
grande. 253;
In febbraio ebbe luogo, in sessione segreta, la riunione annuale della
Commissione suprema di difesa, e Mussolini si preoccupò di far sì che la
discussione restasse confinata a faccende meramente tecniche e non
controverse. Ciononostante, emersero incidentalmente alcuni fatti sgradevoli.
Le scorte di materie prime erano ad un limite inferiore che nel settembre
precedente: mesi preziosi erano evidentemente andati sprecati. La capacità
produttiva, la quale, in parallelo con lo sviluppo del prograrnma di riarmo,
era in fase espansiva, giaceva in qualche caso inutilizzata per la mancanza
di materiali di base. Fu poi sollevato nella discussione l'ulteriore
problema di come in tempo di guerra l'Italia avrebbe potuto importare i
ventidue milioni di tonnellate di merci che costituivano il suo fabbisogno
minimo annuo; e Badoglio e il generale Soddu spiegarono francamente che se
non si riusciva a risolverlo, non si poteva intraprendere nessuna guerra di
vasta portata.
Raffaello Riccardi, ministro degli Scambi e valute, si disse d'accordo con
questa conclusione generale, ma attaccò lo stato maggiore accusandolo di
presentare programmi di riarmo che il basso livello delle riserve in oro e
divise rendeva inattuabili. Badoglio replicò che i militari avevano l'obbligo
di specificare i requisiti, in termini di materiali bellici, delle scelte che
Mussolini risolveva di imporgli. Le decisioni politiche non erano compito
loro, e neppure il valutare se le risorse del paese erano sufficienti. Allora
Riccardi puntualizzò alcuni fatti così come egli li vedeva. Sottolineò che in
tempo di guerra l'Italia non avrebbe potuto esportare liberamente, il che
rendeva impossibile procurarsi nuovi mezzi di pagamento. Il turismo si
sarebbe bloccato. Il prezzo del carbone importato era già quasi raddoppiato
in sei mesi, e né carbone né petrolio sarebbero più arrivati se non dietro
pagamento immediato.
Presidente della riunione, Mussolini si mosse con mano sicura nella foresta
di documenti, riassumendo i problemi con grande efficacia. Ma, osservò uno
dei presenti, si ha la sensazione di un'abilità dialettica e polemica, che
non ingrani in questa grossa macchina. Nessuno tira le somme». L'ottimismo
del duce s'imponeva. Quando fu menzionata la deficienza di materie prime,
ammise che l'Italia era in difficoltà, ma sottolineò che Francia e Germania
si sarebbero logorate reciprocamente senza che nessuna delle due fosse in
grado di riportare una vittoria decisiva, e che ciò avrebbe di molto
accresciuto la forza relativa dell'Italia. Era pronto a spendere per intero
le residue riserve valutarie, perché era sua ferma decisione di entrare a un
certo momento in guerra, anche se l'avrebbe fatto soltanto quando avesse
avuto la certezza di poter deciderne le sorti. Stranamente, rimproverò i
responsabili delle riserve monetarie per non essersi resi conto
dell'imminenza della guerra, e non aver provveduto ad accrescerle
adeguatamente. Comunque, a suo giudizio la mancanza di denaro in definitiva
non contava, e non l'avrebbe trattenuto dal ridisegnare la carta d'Europa.
La gente l'aveva sempre ammonito che non c'era denaro, eppure alla fine i
conti erano sempre stati pagati, e lo stesso sarebbe avvenuto in futuro.
Gli altri pessimisti furono disarmati con una logica analoga. Avevano sempre
borbottato che l'Italia mancava di ferro, e tuttavia le miniere dell'Elba
erano ancora in produzione, e in caso d'emergenza sarebbe stato possibile
raccogliere sul territorio nazionale mezzo milione di tonnellate di rottami.
Annunciò volubilmente che nel 1940 la produzione di acciaio poteva
raddoppiare, passando a due milioni e mezzo di tonnellate, per raggiungere in
seguito i quattro milioni di tonnellate annui. Riconobbe che in campo tessile
c'era qualche difficoltà, provocata dal disseccarsi delle vitali importazioni
di lana e cotone; ma il lanital, fibra sintetica ricavata dal latte, era a
suo giudizio un netto successo, malgrado il cattivo odore e la scarsa
resistenza. Sull'impossibilità di importare latte a sufficienza non disse
motto. Ammise che gli agricoltori riuscivano ad occultare forse i tre quarti
del prodotto che per legge avrebbero dovuto consegnare agli ammassi
governativi, ma si disse bizzarramente fiducioso che la produzione corrente
di carne e di cereali sarebbe bastata a coprire i bisogni del tempo di
guerra. Quando gli fu detto che certe fabbriche avevano scorte di carbone
per sole Mussolini scelie la suerra (1940) 2s5 poche ore, replicò, ma si
trattava di una risposta a un tempo non pertinente e intrinsecamente
infondata, che «tra pochi anni» la produzione carbonifera italiana si
sarebbe moltiplicata per sei. Confidava inoltre che nel giro di qualche mese
si sarebbero fatti grossi sforzi (ma non specificò in quale direzione) per
mettere insieme nuove scorte. E volle chiudere questi quattro giorni di
dibattiti su un tono di grande sicurezza, malgrado una parte dei suoi
ascoltatori sapesse perfettamente che s'illudeva su tutta la linea.
Checché dicessero in privato gli esperti, Mussolini continuò di quando in
quando a comportarsi come se l'Italia fosse militarmente e industrialmente
preparata alla guerra. E ciò pur sapendo che le divisioni pronte a combattere
non erano più di dieci, e malgrado gli venisse ricordato che tali divisioni
erano di dimensioni assai ridotte rispetto a quelle degli eserciti francese e
jugoslavo. Dopo una visita alle unità dell'esercito, De Bono gli riferì che
una parte dei soldati possedeva un solo paio di stivali e una sola camicia, e
qualcuno non aveva neppure un paio di pantaloni. Ciononostante, data la
sicurezza ostentata dal duce, durante questi mesi di non belligeranza «non
venne preso alcun provvedimento militare eccezionale» (Messe), e il generale
Favagrossa conferma che in tutto questo periodo decisivo la situazione di
equipaggiamento dell'esercito non era migliorata in misura apprezzabile.
Mussolini era per temperamento più incline ad interessarsi dell'aspetto
strettamente propagandistico. Ordinò un rigoroso controllo sulla
pubblicazione di fotografie, sì da dar l'illusione di un esercito ben
addestrato e ben equipaggiato. Ma nulla fu fatto per stabilire un adeguato
collegamento con lo stato maggiore tedesco, e nessun piano fu predisposto
per attaccare Malta o l'Egitto. Nell'ingenua convinzione che una «guerra
lampo» fosse possibile senza una preparazione accurata, le forze armate
ebbero semplicemente istruzioni di tenersi pronte per una guerra contro la
Francia, contro l'Inghilterra, o contro la Jugoslavia, o in Nord Africa, o
magari addirittura contro i tedeschi.
Si può ancora concepire un Mussolini che decide di schierarsi contro la
Germania, una volta che le sorti di questa appaia no pericolanti. E invece
molto difficile figurarselo neutrale per un tempo indefinito. In effetti lo
sbocco più probabile fu sempre ch'egli appoggiasse il suo alleato, finché
questo continuava a vincere. Ai primi di marzo gli inglesi tagliarono i
rifornimenti di carbone tedesco, cui sinallora era stato permesso di
attraversare il blocco. L'orgogliosa presunzione del duce risentì la cosa
come una sfida. «Non è possibile che io, proprio io, sia divenuto il
ludibrio dell'Europa, esclamò -. Non faccio che subire umiliazioni. Non
appena sarò pronto, farò pentire gli inglesi. Il mio intervento in guerra
significa la loro sconfitta». A parte questa preoccupazione del ridicolo,
molto sincera, la possibilità, di un attacco tedesco contro l'Italia, s'essa
insiste va nella sua neutralità, inquietava grandemente il duce, che i
nazisti non mancavano di sottoporre all'abituale trattamento fatto di
minacce velate mescolate a grossolana adulazione. Ciano ha detto che
Mussolini avvertiva in misura sempre maggiore il fascino di Hitler, che lo
toccava in quello strato profondo della sua personalità che agognava la
gloria sul campo di battaglia.
Un'importante sollecitazione a scegliere venne il 10 marzo, quando Ribbentrop
arrivò a Roma con la notizia che la Germania era pronta ad attaccare ad
occidente con oltre duecento divisioni perfettamente equipaggiate. Dopo breve
riflessione, più tardi quella stessa sera Mussolini disse che si sarebbe
impegnato ad entrare in guerra non appena tutto fosse a posto. Fino a quel
momento s'era solo baloccato con la possibilità astratta della guerra, e ora
appariva nervoso. Convinto dagli argomenti di Ribbentrop, si disse d'accordo
che gli inglesi non erano temibili, e ch'egli poteva sconfiggere con facilità
la loro flotta. Per l'ennesima volta, era ora certo che gli americani non
sarebbero mai entrati in guerra. Non senza sfrontatezza, cercò di persuadere
l'alleato tedesco che aveva «sacrificato quasi l'intera vita civile per poter
fare dei progressi negli armamenti».
La sua determinazione fu rafforzata dall'incontro con Hitler al Brennero (18
marzo). In questo secondo colloquio i tedeschi ripeterono che la guerra
sarebbe stata vinta nell'estate. Non domandavano l'aiuto di Mussolini (non ne
avevano 257;
bisogno), benché egli potesse forse fornire quell'ultima briciola di forza
che avrebbe deciso le sorti della lotta. Spiegarono che se si accontentava
di una posizione di second'ordine nel Mediterraneo, allora faceva bene a
restare neutrale; ma che se le cose stavano altrimenti, la Germania gli
avrebbe riconosciuto il privilegio di partecipare con sue truppe all'attacco
sul fronte occidentale. Mussolini fu impressionato e lusingato. Dopo
l'incontro, si rese peraltro bruscamente conto che Hitler aveva parlato
sempre lui; ch'egli, Mussolini, lo aveva lasciato fare malgrado le tante
cose che aveva avuto l'intenzione di dire; e che per un dittatore (e
specialmente per il più anziano dei due grandi dittatori) era sconveniente
restarsene zitto. In effetti Hitler, sapendo che l'alleato non disponeva di
informazioni sufficienti a controllare quel che gli veniva detto, ingannò
deliberatamente gli italiani e sui suoi piani, e sulla consistenza delle
forze tedesche. L'inganno fu, insomma, reciproco39.
Il 31 marzo Mussolini stilò il suo piano d'azione. Continuava a ritenere
«molto improbabile» che i tedeschi sferrassero mai un grosso attacco ad
occidente (ma, ripensandoci, cancellò il «molto»). Sottolineò un'altra frase
circa il «protrarre il più a lungo possibile la nostra attuale
nonbelligeranza», essendo ancora ben deciso ad attendere finché sull'esito
del confronto non restasse neppure l'ombra di un dubbio. Le forze armate
furono informate che allo scoppio della guerra sarebbero dovute rimanere
sulla difensiva. Secondo Mussolini, della Corsica non valeva la pena di
preoccuparsene, giacché la sistemazione di pace l'avrebbe in ogni caso
assegnata all'Italia. Un'offensiva si poteva forse lanciare contro la
Jugoslavia, ma soltanto se prima vi scoppiava una rivoluzione. Non si doveva
attaccare Malta, e neppure Biserta o l'Egitto. Una sola offensiva terrestre
era probabile: contro il Sudan e la Somalia. A parte questa operazione
soltanto la marina avrebbe combattuto; e l'ordine trasmesso all'ammiraglio
Cavagnari fu, né più né meno, di passare all'offensiva dovunque: una
direttiva misteriosa, che escludeva qualsiasi attacco concentrato, e che il
suo destinatario dovette ricevere con considerevole perplessità. Secondo una
frase coniata da 258;
Mussolini in gennaio, l'Italia doveva combattere una «guerra parallela», vale
a dire non una guerra con la Germania, ma una guerra a lato di quella
tedesca; e l'obiettivo era non già di contribuire alla sconfitta della
Francia, ma di approfittare delle vittorie naziste per conquistare una
posizione dominante in tutto il Mediterraneo e ottenere una finestra
sull'Oceano Atlantico.
Così labile era il senso di urgenza, che i minuziosi ordini mussoliniani del
31 marzo furono trasmessi ai capi delle tre armi soltanto il 9 aprile, e dopo
questa data i capi di stato maggiore non si riunirono per un altro mese. Le
istruzioni del duce furono accolte da una reazione di generale pessimismo. Lo
stato maggiore dell'esercito disse che dal suo punto di vista era possibile
far pochissimo, anche nell'ipotesi di un completo collasso francese. Lo stato
maggiore dell'aviazione non riusciva a capacitarsi che avesse un senso
partecipare alla guerra se non si doveva attaccare il nemico, specialmente
considerando che l'intervento avrebbe avuto anche l'effetto di bloccare
vitali importazioni di materie prime. Lo stato maggiore della marina riferì
pessimisticamente che la sua situazione era peggiore che nel settembre 1939,
e che gli inglesi avevano ampie possibilità di impedire alla flotta italiana
qualsiasi movimento, se solo decidevano di farlo. Quanto a Graziani, disse
che, lungi dall'essere egli in grado di attaccare in Africa orientale (come
volevano gli ordini del duce), in quella regione la situazione era molto più
grave di quel che si fosse lasciato capire al pubblico: l'Etiopia era infatti
percorsa da una generale rivolta antitaliana, con vaste zone interamente
sfuggite al controllo dell'occupante, mentre gli inglesi, se decidevano di
attaccare, potevano conquistare l'Eritrea senza difficoltà.
Badoglio cercò di rassicurare i colleghi dicendo che, malgrado i preparativi
di guerra fossero spaventosamente manchevoli, si poteva far credito a
Mussolini che si sarebbe mosso al momento giusto, quando per vincere sarebbe
bastato uno sforzo minimo. Ripeté che non si doveva predisporre alcun piano
di attacco, neppure in via meramente ipotetica, perché l'Italia sarebbe
intervenuta soltanto dopo il crollo anglofrancese. Per la stessa ragione,
Mussolini non aveva alcuna intenzione di richiedere, o di accettare -
l'aiuto tedesco. Lo sforzo bellico italiano doveva poggiare esclusivarnente
sulle risorse italiane, né era contemplato un qualsiasi contatto con lo
stato maggiore tedesco, poiché l'affacciarsi della Germania nel Mediterraneo
rischiava di riuscire fatale alle aspirazioni di Mussolini e alla sua idea di
una guerra rigorosamente parallela. Dato lo scarseggiare dei materiali di
equipaggiamento, si sarebbe resa la mobilitazione meno onerosa richiamando
soltanto 800.000 uomini. In questa riunione non si fece parola di Malta.
Quando l'aeronautica fece ancora una volta presente che non poteva prepararsi
alla guerra senza un'idea più chiara del nemico da combattere e del tipo di
campagna da condurre, non ebbe alcuna risposta. Gli ordini del duce
disponevano categoricarnente ch'essa doveva restare completamente passiva, e
soprattutto mantenere nei confronti dei tedeschi un atteggiamento di massimo
riserbo e freddezza.
D'altro canto, Mussolini aveva chiesto ai tedeschi di informarlo sui tempi
della loro offensiva. Ma, dopo la faccenda dell'avvertimento dato ai belgi, a
Berlino non si aveva alcuna fiducia nella sua discrezione, e soltanto il 9
aprile gli venne comunicato che l'occupazione della Danimarca e della
Norvegia era cominciata. I tedeschi avevano già sconsigliato Mussolini
dall'attaccare la Francia sul confine alpino, perché preferivano la
collaborazione di truppe italiane sul fronte occidentale: il loro obiettivo
era di aggirare le fortificazioni alpine francesi penetrando nei Vosgi e
nella valle del Reno. Questo schema ricevette qualche incoraggiamento da
Mussolini, e i tedeschi lavorarono quindi a elaborarlo nei particolari. Ma
il duce e Badoglio, che volevano restare indipendenti e pensavano che, una
volta avvenuto lo sfondamento tedesco ad occidente, le truppe italiane
avrebbero potuto cogliere altrove vittorie in proprio, nonché più a buon
mercato e più prestigiose, lo lasciarono cadere. In seguito furono in
parecchi a giudicare la mancata partecipazione italiana all'offeniva tedesca
attraverso «le trou de Belfort» un errore politico di prima grandezza,
giacché l'Italia vi avrebbe colto un sicuro successo militare.
Una buona parte della leadership fascista conosceva la realtà dei fatti
quanto bastava per esser grandemente spaventata dalla prospettiva della
guerra. In seguito si disse, non senza esagerazione, che in Italia furono
contro l'entrata in guerra quasi tutti, incluso qualcuno secondo il quale i
rischi erano minimi. Si parlò di una qualche opposizione avanzata dal re,
dalla Chiesa e dal mondo industriale e finanziario. Il capo della polizia
guar dava indubbiamente con pessimismo alla capacità bellica del paese. Il
maresciallo Balbo si espresse con franchezza contro la guerra persino con
l'ambasciatore inglese, e De Bono pensava che Mussolini dovesse esser uscito
di senno. Lo stesso Ciano disse a molta gente, non esclusi diplomatici
stranieri, ch'era contrario a schierarsi con i tedeschi; e una parte dei
capi militari, tracui il duca d'Aosta, manifestò con chiarezza idee
analoghe. Ma il fascismo, con la sua esaltazione delle virtù dell'autorità,
aveva distrutto ogni senso di responsabilità personale, e negato utilità
alla critica e al dissenso. E in nessuno l'opposizione a quanto avveniva fu
tale da indurlo ad abbandonare una qualsiasi influente o lucrosa posizione.
Grandi ad esempio, in cuor suo timoroso all'idea della guerra, era però più
interessato a conservare i suoi vari posti e a mantenere in piedi l'illusione
della solidarietà. Secondo qualcuno, la sua anglofilia era solo una mostra, e
in realtà i successi militari tedeschi l'avevano convertito all'intervento
contro l'Inghilterra. Non diversamente da Badoglio e dal re, egli non poté
resistere all'argomento mussoliniano che la vittoria sarebbe probabilmente
costata poco, e avrebbe portato a tutti loro ricchezza, potere e gloria.
Nella sua qualità di presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni,
il 27 aprile Grandi pronunciò un discorso violentemente bellicoso, dicendo
che se i fascisti non comprendevano che mille anni di storia additavano il
compito della lotta per la libertà italiana contro la Francia e
l'Inghilterra, le generazioni future gliene avrebbero chiesto conto. Accolto
dalle acclamazioni altissime dei deputati, salutò in Mussolini l'uomo che
aveva insegnato a tutti loro l'amore alla guerra, l'uomo che aveva dato loro
la certezza della vittoria e il coraggio di rischiare tutto in un colpo solo.
Tutti i deputati, esclamò, avrebbero obbedito a Mussolini con entusiasmo e
assoluta dedizione.
L'opinione pubblica voleva, come al solito, la pace, ma i gerarchi e i
giornalisti fascisti, quali che fossero le loro idee private, parlando in
pubblico ritennero opportuno battere la grancassa della guerra. Molti
divennero accesi guerrafondai per puro conformismo. Uno dopo l'altro,
ripeterono le frasi del capo sulle forze armate perfettamente preparate alla
guerra, e sulla vittoria resa certa dal fatto stesso ch'era Mussolini a
guidarle. De Vecchi e Buffarini Guidi, sottosegretario all'Interno,
invocarono la guerra a gran voce. Naturalmente nessun quotidiano o rivista
poteva permettersi di far risuonare una voce discordante. Tutti annunciarono
all'unisono che il mondo del liberalismo stava crollando, e che l'Italia era
avviata a conquistarsi sulla scena mondiale la posizione che da molto tempo
le spettava. Più tardi Mussolini poté dire che, se mai nel periodo
maggio-giugno 1940 era emersa qualche critica al suo operato, s'era trattato
di critiche preoccupate dalla possibilità che la Germania vincesse senza
l'aiuto italiano, censuranti il troppo indugiare.
Finché poté, il duce continuò a tenere il piede in due staffe. In una
situazione tanto difficile, non sapeva decidersi. Naturalmente, lo inquietava
l'idea che se non coglieva l'occasione giusta per entrare in guerra e
conquistare una facile vittoria, l'incantesimo che aveva gettato sugli
italiani potesse spezzarsi. E tuttavia, finché apparisse ancora possibile una
pace negoziata, preferiva lasciar la strada aperta all'ipotesi di una
sistemazione in cui l'Italia avrebbe potuto giocare un ruolo dominante. Al
solito, cercava di mascherare la sua indecisione parlando in modo diverso a
interlocutori diversi, e qualcuno dei suoi discorsi dovette venir censurato
prima della pubblicazione. Era consapevole che dalla sua decisione sarebbe
dipeso il futuro dell'Italia magari per secoli, ma fece sapere che avrebbe
deciso con la testa fredda e la pazienza di Fabio. Doveva tener conto del
fatto che durante la prima guerra mondiale i disertori italiani erano stati
più di mezzo 262;
milione; e tuttavia, malgrado la qualità scadente del materiale umano a sua
disposizione, era pur umiliante restarsene con le mani in mano mentre gli
altri scrivevano la storia. Ebbe a dire a qualcuno che non volere la guerra
era da stupidi, perché soltanto la guerra poteva regolare le relazioni tra
popoli differenti. Un momento dopo tornava a sottolineare che sarebbe sceso
in campo soltanto quando avesse avuto la certezza matematica della vittoria.
Alla fine di aprile fu ventilata di nuovo la possibilità di un attacco alla
Grecia o alla Jugoslavia, per approfittare dell'offensiva di Hitler sul
fronte occidentale. I tedeschi erano ora disposti a dare il loro assenso,
s'era il solo modo per ottenere che l'Italia si muovesse; e Ciano, come
sempre perduto in grandi visioni di espansione italiana nei Balcani, chiese
al suo ambasciatore ad Atene di sondare la possibilità di assassinare
intanto il re di Grecia. L'esercito si mostrò meno entusiasta. Ma ecco
giungere la notizia dello scacco della marina inglese nella campagna di
Norvegia, che sembrò confermare che nel Mediterraneo gli italiani avrebbero
avuto gioco facile. Il 10 maggio i tedeschi invasero l'Olanda e il Belgio, e
di nuovo invitarono Mussolini a decidersi. La loro rapida avanzata appariva
stupefacente, e non è impossibile che abbiano tentato di impressionare
l'alleato raccontandogli mezze verità circa i successi ottenuti nella
fissione dell'atomo. Il 14 maggio il duce svegliò di buon'ora il capo di
stato maggiore dell'aviazione per dirgli che la Francia era sul punto di
crollare, e che quindi gli italiani dovevano assolutamente far qualcosa.
Aggiunse che, di fronte al collasso imminente degli alleati occidentali, non
c'era tempo di pensare ad una campagna secondaria nei Balcani. Il 20 maggio
gli dissero che la fine della guerra era in vista, e che rischiava ormai sul
serio di arrivare sulla scena troppo tardi.
Mussolini annunciò la sua dichiarazione di guerra soltanto il 10 giugno. La
decisione era virtualmente presa sin dal 13 maggio; ma aveva voluto esser
doppiamente sicuro, e inoltre gli occorreva del tempo per eccitare a dovere i
sentimenti popolari. Mise pubblicamente in ridicolo quanti pregavano ancora
per la pace, ammonendo chiunque si opponesse all'idea 263;
della guerra, che rischiava la fucilazione come traditore. Anche se i
francesi gli offrivano la Corsica e la Tunisia, anche se gli offrivano il
doppio di quel che aveva chiesto, era ora deciso a rifiutare, perché più di
ogni altra cosa il fascismo aveva bisogno della guerra e del prestigio della
vittoria.
Quando fiutarono il vento, i gerarchi si precipitarono racconta Ciano, a
procacciarsi credenziali retrodatate di fautori della guerra. Bottai parlò
mordacemente di fondare un nuovo partito, quello degli interventisti in
malafede; ma in effetti si pose, lui e le sue varie riviste, alla testa
dell'intellighenzia universitaria e accademica che fece proprio, sinceramente
o insincerarnente che fosse, il nuovo stato d'animo bellicoso. Come c'era da
aspettarsi, lo stesso Ciano divenne, quasi da un giorno all'altro, un
sostenitore della guerra; e tra le principali personalità dell'industria ci
fu chi, pur mantenendo riserve private, parlò nel medesimo senso. Quando
disse ch'era rimasto l'unico pacifista, Mussolini celiava; ma aveva
completamente ragione nel percepire nell'opinione pubblica un enorme
spostamento verso la convinzione che la Germania era prossima a vincere, e
che l'Italia avrebbe fatto bene a schierarsi al suo fianco senza indugi. Le
vittorie tedesche in Norvegia dimostravano, si disse che la democrazia non
funzionava. Folle di studenti marciarono per le vie di Milano fino alla sede
del Popolo d'Italia», cantando gli inni della rivoluzione fascista e
invocando la guerra. Almeno in pubblico, le voci esprimenti dubbio o
incertezza furono pochissime, se pur ce ne furono, e il tesseramento del Pnf
registrò un balzo in avanti senza precedenti.
Nello stimolare l'entusiasmo, la macchina propagandistica si mosse con
un'efficienza considerevole, soprattutto avvalendosi delle lezioni apprese
dai nazisti. Al solito, Mussolini sentiva che qui stava il suo problema
politico decisivo. Egli sapeva quanto fosse importante non deludere coloro
che lo osservavano. Il segreto del suo successo stava nel fatto ch'era
obbligato a riuscire sempre, a tener sempre il pubblico ansiosamente
inchiodato alle finestre a contemPlare, un anno dopo l'altro, lo spettacolo
allestito a suo beneficio. Ed a questo compito Mussolini dedicava
probabilmente la maggior parte del suo tempo e delle sue energie. Un
generale tedesco che gli faceva visita regolarmente osservò che nella sua
anticamera era quasi sempre in attesa un rappresentante del ministero della
Cultura popolare, di solito anzi il ministro in persona. Il duce continuava
a passare molte ore ogni giorno leggendo i giornali e redigendo le sue
innumerevoli disposizioni alla stampa. A soddisfare questa fondamentale
esigenza di manipolare l'informazione era ormai cresciuto un grosso apparato
burocratico. Se un qualsiasi uditorio osava reagire freddamente ad
un'allocuzione mussoliniana, i giornali sapevano che dovevano rimediare
descrivendo sfrenati entusiasmi. Ma di solito la «squadra degli applausi»
mobilitata dalla polizia e dal partito faceva sì che non si arrivasse a
tanto. La Milizia poteva mettere insieme velocemente rumorose bande di
teppisti per una dimostrazione contro un'ambasciata straniera, o per
organizzare una «manifestazione spontanea» di studenti. C'era, per siffatti
servizi, abbondanza di «gente a spasso, di opportunisti nutriti di propaganda
il cui unico ideale è di dar lustro alla propria esistenza in nome del
patriottismo e a spese dello Stato». Nel 1935, quando uscì la settima
edizione del dizionario del Panzini, il termine «propaganda» non aveva
ancora acquisito la sua piena fisionomia. Nello stesso anno però venne
inserito nella denominazione di un nuovo dicastero, benché ci si rendesse
rapidamente conto della necessità di controbattere le implicazioni
peggiorative da esso assunte. Nel 1937 il ministero per la Stampa e la
propaganda diveniva dunque il ministero della Cultura popolare. Alcuni dei
giornalisti più onesti ammettevano che l'enorme quantità di carta assorbita
dalla propaganda non serviva per lo più ad altro che ad alimentare le
«caldaie di mezzo mondo». C'era invece chi, con smaccata adulazione,
preferiva negare che agli italiani venisse somministrata una qualsiasi
propaganda: l'intelligenza e il buon gusto, scrissero costoro, li
mettevano al di sopra di tali cose8. Ma la verità è che il ministero della
Cultura popolare aveva il controllo assoluto della stampa, della 265;
radio, del cinema e del teatro, orientando tutti questi campi di attività in
una direzione unica. Di regola (ma, al solito, la pratica introdusse qualche
modificazione) nessun giornalista poteva trovar lavoro senza
un'autorizzazione del ministro, e tutti i giornalisti riconosciuti del
regime erano ora alle dirette dipendenze del Minculpop, che li utilizzava
per edificare la grande sovrastruttura di illusioni destinata a spingere gli
italiani sul campo di battaglia.
I bollettini di guerra dei due campi subivano una manipolazione sistematica.
La stampa aveva istruzioni di non accennare in alcun modo alla possibilità di
una pace negoziata, poiché bisognava ora che il pubblico fosse condotto a
sentire la guerra come ineluttabile. Il 21 aprile Virginio Gayda, il
principale portavoce ufficiale, annunciò che «tutto il Mediterraneo e i suoi
eventi sono oggi sotto il dominio delle forze navali e aeree italiane», e che
«in caso di conflitto con una grande potenza mediterranea quale è l'Italia
non rimarrebbe all'Inghilterra che ritirarsi intieramente dal Mediterraneo»
(in privato Gayda usava dire che naturalmente non credeva a quel ch'era
obbligato a scrivere). Il 14 maggio il giornale di Mussolini suscitò
un'ondata di entusiasmo avvertendo che uno sbarco sul suolo inglese poteva
avvenire in qualunque momento, e ripeté che gli italiani dovevano andar
fieri di aver vibrato, nel 1935-36, il primo colpo all'Occidente declinante.
Gli altri giornali insisterono in generale sul tema della superiorità
italiana e sulla distruzione imminente della Francia e dell'Inghilterra.
Evidentemente si continuava a pensare che una propaganda del genere fosse più
utile dei preparativi strettamente materiali. In ogni caso, a fine maggio non
era ancora in piedi neppure l'ombra di un'organizzazione integrata degli
stati maggiori (anzi, sino al 1941 il «comando supremo» italiano sarebbe
stato tale soltanto di nome, e avrebbe assolto funzioni meramente consultive
o esecutive). Il duce si limitava ad affidarsi alle proprie facoltà di
improvvisazione. Non aveva neppure elaborato in anticipo una strategia. Ciò
era indubbiamente, in parte, il risultato della guerra etiopica, che lo aveva
convinto del proprio istinto e della propria genialità 266;
nativa in fatto di strategia militare. Secondo lui, il segreto del successo
tedesco stava nel fatto che Hitler dirigeva personalmente gli affari
militari, e non lasciava ai suoi generali una gran voce in capitolo; ebbene
lui, Mussolini, intendeva far lo stesso. Per impressionare i gerarchi,
annunciò ch'era in grado, con l'aiuto di un solo segretario, di esercitare
personalmente i poteri di comandante supremo in aggiunta a tutte le sue altre
funzioni. Naturalmente, nel momento in cui se ne usciva a questo modo
s'aspettava ancora vittorie facili, che avrebbero dato lustro alla sua fama
personale. Solo dopo che l'Italia fu ovunque sconfitta, fabbricò la storia,
completamente diversa, che in realtà non aveva esercitato il comando supremo,
e solo perché pregato dagli altri aveva assunto, a malincuore, una posizione
puramente nominale.
A norma dello Statuto, il comando supremo spettava, almeno nominalmente, al
re. Mussolini volle modificare questo stato di cose; ma, con sua irritazione,
Vittorio Emanuele accettò soltanto una formula fondata sulla delega
temporanea al duce delle prerogative regie. Questo vitale problema fu
definito solo pochi giorni prima dello scoppio della guerra. Il 29 maggio fu
concordato che Mussolini avrebbe esercitato il comando effettivo
trasmettendo gli ordini alle tre forze armate per il tramite di Badoglio, e
avendo a sua disposizione per assisterlo un ristrettissimo alto comando,
servito da non più di una ventina di ufficiali. Il duce decise che
quest'organismo doveva aver sede a Roma, giacché si poteva star certi che
gli inglesi non avrebbero mai oltraggiato il papato bombardando la Città
Santa. Annunciò dunque che assumeva il comando di tutte le truppe operanti
su tutti i fronti. Ma era, e da tempo, troppo tardi per assicurare una
collaborazione effettiva tra le tre forze armate (i contatti tra ciascuna e
le altre erano tenuti da un solo ufficiale di collegamento). A giudicare
dalla documentazione disponibile, la questione preoccupò poco o nulla il
nuovo generalissimo. Ai suoi occhi una cosa sola contava: che egli avesse
ora realizzato la sua massima ambizione, quella di guidare il suo paese in
guerra. E Ciano racconta che non era mai parso tanto felice come nel suo
nuovo ruolo di signore della guerra. 267;
In seguito, il re e Badoglio insisterono entrambi sulla vigorosa opposizione
da loro condotta contro l'entrata in guerra, e il secondo scrive di aver
detto a Mussolini che si sarebbe trattato di un gesto suicida. E possibile
che quando il duce osservò cinicamente che Vittorio Emanuele era preoccupato
per le sorti dell'enorme fortuna personale depositata a Londra, avesse
qualche ragione. Ma, oltre che un grande avaro, il re era un patriota, e non
ostile all'idea di ampliare il suo regno. Pur essendo più equilibrato di
Mussolini, e malgrado si rendesse conto dei pericoli in giuoco, non fece
alcun passo serio per mantenere la neutralità dell'Italia, e fu
probabilmente ben contento di prender per buono il giudizio del duce che la
guerra si sarebbe presto conclusa con una vittoria.
Quanto a Badoglio, avanzò certo qualche obiezione, ma non si dimise. Né si
dimise alcuno degli altri generali e politici i quali in seguito dichiararono
di aver compreso che la decisione di combattere avrebbe significato il
suicidio del paese. Badoglio fu bensì consigliato da alcuni amici di
rinunciare alla sua carica (data specialmente la sua notoria francofilia), ma
non lo fece. Non solo, ma non tenne neppure testa a Mussolini con un minimo
di energia e risolutezza. Aveva in passato dimostrato di essere un fascista
ragionevolmente buono, e accettava il principio del «Credere, obbedire e
combattere». E anche probabile che, come gli altri capi militari, contasse
sul fatto che Mussolini avesse informazioni adeguate sull'imminenza della
vittoria tedesca, e pensasse dunque che tutto era a posto.
All'ultimo momento, il presidente Roosevelt tentò di convincere Mussolini a
rimanere neutrale, impegnandosi a far sì che l'Italia fosse ammessa a
qualsiasi eventuale conferenza di pace su un piede di parità con le potenze
belligeranti. Ma la prospettiva della vittoria era ormai assolutamente
irresistibile, e la risposta del duce fu fredda. Tenne a chiarire che se gli
Stati Uniti decidevano di aiutare l'Inghilterra e la Francia, ciò non era
cosa che lo riguardasse. Qualsiasi tentativo di comprare l'atteggiamento
dell'Italia con concessioni era «indecente e immorale. 268;
Secondo Badoglio, Mussolini era ora in preda ad una sorta di frenesia. La
scelta finale tra pace e guerra fu fatta senza consultare né il Consiglio dei
ministri né il Gran Consiglio, e forse senza interpellare letteralmente
nessuno. Il 28 maggio Narvik cadeva e il Belgio capitolava; il 30 cominciava
l'evacuazione da Dunkerque. Questi eventi indussero il duce ad accelerare i
tempi del suo intervento, nel timore di restare escluso dal (banchetto del
vincitore». Ebbe la sfacciataggine di dire che colpire i francesi già
sconfitti sarebbe stato immorale, e la stampa ricevette quindi l'ordine di
manipolare le notizie in modo da esagerare la forza del nemico e da far
apparire la vittoria fascista qualcosa di più che una passeggiata. In
seguito, la sua visione dei fatti fu che se avesse atteso anche solo un
altro giorno, avrebbe perduto il diritto di avanzare richieste alla Francia;
e anzi che, non intervenendo precisamente in quel momento, i rischi
sarebbero stati maggiori di quelli comunque connessi ad un intervento
prematuro.
I tedeschi, che nell'agosto 1939 avevano voluto l'Italia in guerra, nel
giugno 1940 avevano nuovamente cambiato idea. A questo punto avevano vinto
con le loro sole forze, e in ogni caso pensavano che se si fossero trovati a
dover appoggiare un attacco sul fronte alpino, la loro avanzata in Francia
ne sarebbe stata indebolita. Si rendevano conto che gli italiani, oltre a
voler combattere una guerra del tutto di ferente, rischiavano di intralciare
eventuali tentativi tedeschi di concludere la pace con Francia e Inghilterra.
L'esercito tedesco sembra dunque aver cercato di impedire la dichiarazione di
guerra mussoliniana. Più tardi, Hitler giudicò l'intervento italiano come
qualcosa che aveva aiutato gli inglesi più che i tedeschi, mentre restando
neutrale Mussolini avrebbe continuato a fornire allo sforzo bellico della
Germania una collaborazione di considerevole importanza. Secondo le sue
stesse parole, «il nostro alleato italiano ci ha creato difficoltà
dappertutto».
L'euforia di Mussolini era interamente dovuta alla convinzione che la fine
della guerra era una questione di settimane. Quando i suoi capi militari
fecero presente che non 269;
potevano durare più di due o tre mesi, rispose sogghignando che si trattava
di un periodo più che sufficiente per i suoi scopi, vale a dire per
«raccogliere il mio bottino». Egli aveva bisogno soltanto di «alcune
migliaia di morti» che gli dessero il diritto di sedere al tavolo della pace
senza perder di dignità; e questa frase sulle «migliaia di morti» fu
ripetuta in parecchie occasioni. Essa ricorda la sua brutale osservazione
del 1941 sui 1.500 caduti italiani, che, disse, erano «troppo pochi» per la
perdita dell'impero, così come nel 1935-36 1.537 morti erano stati troppo
pochi per la sua conquista.
Gli errori di direzione fascisti fecero sì che l'Italia entrasse in guerra da
un lato senza alcuna seria intesa con il suo alleato, e dall'altro in quelle
che furono dette le peggiori condizioni economiche possibili. L'esercito era
tuttora più debole che all'inizio della prima guerra mondiale, le scorte di
munizioni erano ridicolmente inadeguate, e le riserve valutarie pressoché
esaurite. Ma ciò non impedì ai propagandisti di affermare che la preparazione
era perfetta. Mussolini conferma a Hitler che il paese era perfettamente
pronto, con un esercito organizzato sino al più minuto dettaglio sotto il suo
personale controllo, superbamente equipaggiato con i migliori armamenti, e,
infine, pronto a prender parte all'invasione dell'Inghilterra o ad esser
inviato dovunque il Fuhrer desiderasse. Ripeté che, se necessario, erano
disponibili oltre otto milioni di soldati. Aveva già settanta divisioni in
piena efficienza, e ne avrebbe messe insieme il doppio se la Germania poteva
dare una mano in fatto di equipaggiamento. In effetti, le divisioni pronte al
combattimento erano meno di venti, e per le perduranti carenze di vestiario e
caserme (per non parlare delle armi) era impossibile richiamare più di un
milione di uomini. Mussolini sapeva queste cose, ma, come ebbe ad ammettere
in privato, «se io dovessi aspettare di avere l'esercito pronto, dovrei
entrare in guerra fra anni, mentre devo entrare subito. Faremo quello che
potremo». In teoria, esistevano numerose divisioni corazzate, le quali però
non disponevano, in totale, che di settanta carri medi di dubbia efficienza,
senza neppure un carro pesante. 270;
L'artiglieria era ancora quella della prima guerra mondiale, e le pochissime
batterie contraeree esistenti disponevano al massimo di un migliaio di colpi
ciascuna: quanto bastava per venti incursioni nemiche.
Dopo molti anni di discorsi sulla «guerra lampo», si stenta a credere che non
ci fosse praticamente nulla che possa dirsi un piano operativo. Ma in verità
l'intenzione di Mussolini fu di dichiarare la guerra, e non di farla. Voleva
che le sue forze armate si conservassero per gli eventi futuri, per dopo la
vittoria della Germania, e conferma quindi l'ordine che rimanessero sulla
difensiva. Salvo che per rappresaglia, non si doveva bombardare la Francia, e
neppure la Corsica o la Tunisia. L'idea era di permettere ai francesi di
concentrare tutte le loro risorse nel logoramento delle forze tedesche; e
Mussolini espresse il proprio compiacimento che appunto questo stesse
avvenendo, e con buoni risultati. Egli non voleva che, al ritorno della pace,
il suo alleato (solo nominalmente tale) si trovasse troppo fresco o troppo
forte.
La propaganda ripeteva intanto l'abituale ritornello dell'Italia che aveva il
pieno controllo del Mediterraneo. Si disse che, essendo Malta a soli venti
minuti di volo dalla Sicilia, l'Italia poteva in qualunque momento portare
url colpo mortale all'impero inglese. E in verità è pressoché certo che con
una preparazione adeguata Mussolini avrebbe potuto impadronirsi di Malta e
bloccare il Mediterraneo centrale. In quel momento la difesa aerea dell'isola
consisteva di soli tre antiquati Gladiator, apparecchi la cui velocità
massima non superava le 250 miglia l'ora. C'erano inoltre nel Mediterraneo
soltanto otto sottomarini inglesi, mentre l'Italia ne aveva più che dieci
volte tanti. E tuttavia, sembra che Malta non sia stata menzionata nelle
discussioni dei capi di stato maggiore prima del 5 giugno; e in
quell'occasione la marina dichiara che qualsiasi attacco all'isola rischiava
di essere imprudente. Il solo fatto che non esistesse alcun piano per questa
operazione ci sembra dimostrare che per tutto il tempo l'intenzione di
Mussolini era stata non già di combattere sul serio, ma di mantenere le sue
forze intatte contando che i tedeschi vincessero la guerra per suo conto.
271;
Benché dopo il conflitto tentassero talvolta di mascherare la cosa, all'epoca
i comandanti militari furono ben lieti di condividere questo atteggiamento, e
di affidarsi al giudizio del loro capo supremo. Da carte private
dell'Istituto superiore di guerra risulta ch'essi iniziarono le ostilità
sulla base dei seguenti presupposti: che di Malta non ci si doveva occupare,
giacché poteva esser neutralizzata subito, e occupata in seguito senza
difficoltà in qualsiasi momento; che di conseguenza attacchi aerei inglesi
contro l'Italia erano impossibili; che l'intero Mediterraneo centrale ed
orientale era sotto l'assoluto controllo italiano, talché le navi nemiche
non avrebbero più potuto attraversare il Canale di Sicilia; e, infine, che
questa situazione avrebbe consentito di utilizzare il grosso della flotta
sottomarina italiana nell'Atlantico, dove avrebbe mandato in pezzi
l'illusione della supremazia navale inglese.
Nella politica italiana verso i Balcani compaiono un ottimismo e
un'imprevidenza in tutto simili. L'esercito era pronto ad attaccare la
Jugoslavia, ma d'improvviso, ai primi di giugno, ebbe di nuovo istruzioni di
lasciar cadere l'idea. Mussolini aveva finalmente s.l. deciso che i Balcani
gli erano più utili come fonti di materie prime, ed era inoltre abbastanza
sicuro che la sistemazione di pace avrebbe dato all'Italia tutto quel che
voleva, senza che occorresse affrontare il rischio e le spese del
combattimento. Nel corso di una delle sue visite in Albania, Ciano ordina
casualmente ai generali di prendere nuovamente disposizioni per una guerra
contro la Grecia: tutto senza neppure consultare il capo di stato maggiore a
Roma. Come commenta il generale Santoro, pensare che si potesse approntare un
nuovo dispositivo militare nel giro di ventiquattr'ore era assolutamente
tipico delle idee fasciste sulla guerra; era anzi tipico di quell'incertezza
di direzione, di quella contraddittorietà negli ordini, di quella mancanza di
visione d'insieme e incapacità di effeltuare preparativi seri che
caratterizzavano l'intero regime.

capitolo sedicesimo.
UNA PARTENZA INCERTA.

Mussolini avrebbe preferito evitare, come già nel caso etiopico, spagnolo e
albanese, le formalità di una dichiarazione di guerra, ma i tradizionalisti
di palazzo Chigi lo dissuasero. La propaganda fascista fece un gran chiasso
attorno a quella che fu detta la splendida accoglienza popolare riservata al
suo discorso del 10 giugno 1940, in cui annunciò l'inizio imminente delle
ostilità. Ma in realtà la gran folla convocata quel giorno a piazza Venezia
era di umore depresso e nient'affatto bellicoso, e a quanto sembra salutò la
notizia con più sconcerto che entusiasmo. I testimoni sono troppo numerosi
perché la cosa possa essere negata2. Probabilmente sarebbe sbagliato parlare
di una decisa opposizione alla guerra, benché l'aumento negli ultimi mesi
della diffusione dell'«Osservatore romano», l'unico giornale restato su
posizioni più o meno neutraliste, da 60.000 a 200.000 copie giornaliere
abbia un indubbio significato. Tutti gli altri giornali e riviste, compresi
naturalmente i fogli che rappresentavano la scuola del nazionalismo italiano
prefascista erano unanimemente per l'intervento. Ma è difficile scorgere nel
fenomeno un indizio chiaro degli orientamenti dell'opinione pubblica. Una
parte del plauso che salutò la dichiarazione di guerra risaliva all'opera
della solita claque organizzata. Ma benché pochi pensassero alla possibilità
di una sconfitta, molta gente era chiaramente scontenta all'idea di
intervenire contro una Francia già battuta. Che si trattasse, secondo le
parole di Roosevelt, di una pugnalata nella schiena», era sin troppo evidente.
C'era, e rimase, una certa confusione circa il perché l'Italia 273;
si trovasse in guerra. Per molto tempo si continuò a discutere se si
trattasse di una gloriosa iniziativa fascista, o non piuttosto di una
immotivata aggressione delle democrazie. Ma finché l'Italia apparve
vittoriosa, la prima alternativa riusciva più attraente. Il fascismo aveva
sempre parlato della guerra come di qualcosa di buono e di nobile che
risvegliava le migliori qualità dell'uomo, stimolandolo alla poesia e
all'eroismo'. Soltanto il sangue, aveva detto una volta Mussolini, può far
girare le ruote insanguinate della storia. Mentre il fascismo era, per
definizione, bellicoso e rivoluzionario, le democrazie erano antieroiche e
pacifiste; e Mussolini sanzionò questa differenza con la sua nuova versione
del diritto internazionale, la quale stabilì che, quando si trattasse di
seppellire il passato, l'aggressione costituiva un mezzo non solo idoneo, ma
desiderabile. In altre parole, in un primo tempo la guerra fu considerata
qualcosa che il fascismo aveva consapevolmente voluto perché necessaria alle
ambizioni Italiane. I fascisti erano pronti a combattere perché alla guerra
s'erano deliberatamente preparati, e Mussolini gli aveva insegnato ad esser
coraggiosi e virili. Al contrario, le democrazie erano ridicolmente
impreparate proprio perché non accettavano la dottrina mussoliniana della
guerra come qualcosa di normale e desiderabile.
Ciononostante, non appena sul campo di battaglia le cose cominciarono ad
andar male, portavoce semi-ufficiali come Volpe e Toscano proposero una
nuova dottrina, secondo la quale in tutta l'Europa solo l'Italia fascista
aveva praticato una coerente politica di pace, non tralasciando di esplorare
alcuna possibilità di evitare la guerra per via diplomatica. Lo stesso
Mussolini finì con l'adottare questa visione delle cose, e col sostenere che
l'Italia fascista non aveva voluto combattere. Erano stati gli inglesi a
provocare la guerra «con criminale, premeditata volontà». Erano stati loro
ad avviare la corsa al riarmo nella speranza di portare Italia e Germania
alla bancarotta, e a disdegnare poi i tentativi tenacemente messi in opera
da Mussolini per mantenere la pace. Non è chiaro se Toscano e Volpe si
rendessero conto 274;
che idee del genere erano incompatibili con le precedenti affermazioni
fasciste.
Una contraddizione analoga emerge nei differenti atteggiamenti adottati verso
Winston Churchill. A giudizio di Luigi Barzini senior, che passava per un
esperto di cose inglesi e americane, era un incompetente e un perdente nato;
e Mussolini, facendo propria questa opinione, salutò la notizia di Churchill
primo ministro con sarcastica indifferenza D'altro canto, Luigi Villari
elaborò l'interessante teoria secondo la quale in lettere segrete Churchill
aveva supplicato Mussolini di entrare in guerra e impadronirsi dei Balcani
(l'idea era che gli inglesi volevano Mussolini al tavolo della pace perché
esercitasse su Hitler la sua ben nota influenza moderatrice e raffrenante).
Nel 1956 Villari ha aggiunto che, malgrado di questa corrispondenza non si
sia finora trovata traccia, la sua realtà è fuori dubbio; ed essa
spiegherebbe, tra le altre cose, come mai gli italiani, deliberatamente, non
si fossero impegnati nel combattere gli inglesi quanto invece avrebbero
potuto. La sua interpretazione degli eventi è stata accolta da parecchi
altri simpatizzanti fascisti, secondo i quali gli inglesi avevano pertanto
nei confronti dell'Italia un debito che avrebbero dovuto pagare in occasione
della sistemazione di pace.
Dopo tanti mesi di incertezze, la decisione finale ebbe un carattere
precipitoso. Se avesse aspettato solo altri quattro giorni, Mussolini avrebbe
probabilmente salvato un terzo della flotta mercantile italiana (le navi, non
preavvisate a tempo, furono colte dall'entrata in guerra in porti neutrali).
Ma pensò che non ci fosse tempo da perdere, e che comunque queste 212 navi
sarebbero presto state libere di tornare in patria nel trionfo della
vittoria. Per la stessa ragione, le direzioni di fabbrica ebbero istruzioni
di completare soltanto le munizioni necessarie a qualche settimana di
combattimenti, e l'addestramento dei piloti fu ridotto per consentire agli
istruttori di partecipare all'urto finale, dato per imminente.
Hitler supponeva che le forze armate italiane avessero predisposto ogni cosa
per attaccare Malta o la Corsica, oppure in Nord Africa, e fu stupefatto di
constatare che avevano ordini 275;
formali di mantenersi completamente sulla difensiva .Ma i piani di Mussolini
miravano non a combattere, bensì soltanto a far credere che stava lì lì per
lanciare una qualche grande offensiva. Offrì così ai tedeschi una divisione
corazzata immaginaria, che, disse, era perfettarnente pronta, e in grado di
partire immediatamente. Non solo non prese alcuna seria iniziativa contro
Malta o l'Egitto, ma non si dette neppure la pena di trasportare rilevanti
rinforzi o rifornimenti alle sue truppe in Nord Africa: la sua idea era che
la guerra sarebbe finita prima che un'azione del genere si rendesse
necessaria. Il dr. Goebbels si trovò imbarazzato a spiegare al popolo
tedesco quella che appariva come un'inerzia colpevole, e il corrispondente
berlinese del giornale personale di Mussolini notò che il comportamento
italiano aveva suscitato una forte ostilità.
Eppure, Mussolini l'aveva quasi azzeccata: il 17 giugno, appena una settimana
dopo la sua dichiarazione di guerra, la Francia chiese un armistizio. Ma il
fatto che si parlasse, inaspettatamente, di armistizio, lungi dal
rallegrarlo, lo fece uscire dai gangheri, giacché egli s'era sempre visto
avanzare su Parigi in veste di conquistatore sulla scia di Hitler. Con
sentimenti misti, il 17 giugno inviò l'ordine di sospendere le ostilità. Non
c'era stato il tempo di effettuare attacchi contro il territorio francese, e
il duce si rese conto che la cosa non aveva un aspetto gran che eroico.
Probabilmente si era dedicata una maggiore attenzione, piuttosto che alla
preparazione di un'offensiva, alla definizione delle richieste da avanzare ad
una Francia sconfitta. Quanto meno fu stampata una carta che mostrava come
italiane la Corsica, la Savoia, Nizza, la Tunisia, il Sudan, la Somalia, e
addirittura Cipro e Creta. L'idea di Mussolini era che le forze dell'Asse
avrebbero ora occupato non solo l'intero territorio francese, ma anche i
porti di Algeri, Orano, Casablanca e Beirut, e si sarebbero inoltre
impadronite della flotta e dell'aviazione francesi. E fu avendo in mente
questo bottino che il 18 giugno si recò a Monaco per un incontro con Hitler.
Ma i tedeschi non volevano una soluzione troppo punitiva, al fine di
bloccare la defezione in massa delle forze armate francesi agli inglesi. Le
ambizioni territoriali dell'Italia furono in massima parte accettate, salvo
che l'occupazione del territorio francese metropolitano doveva fermarsi al
Rodano, eccettuata forse appena una striscia che collegasse l'Italia con la
Spagna. A Mussolini fu concessa praticamente mano libera su immense zone in
Africa settentrionale e orientale, ma gli fu negata l'incorporazione della
marina e dell'aviazione francesi.
Da sole poche ore i tedeschi avevano approvato la maggior parte delle sue
richieste, ed ecco che, con sorpresa dei suoi ministri, Mussolini cambia le
carte in tavola, dichiarando che non intende avanzare quasi nessuna
rivendicazione a carico della Francia. Fu questa una decisione teatrale, ma
di grande importanza. Retrospettivamente, si può vedere che il possesso del
porto tunisino di Biserta avrebbe modificato radicalmente il corso della
guerra in Nord Africa, perché i convogli dei rifornimenti italiani si
sarebbero trovati fuori portata degli apparecchi inglesi con base a Malta.
Con questa mossa effettuata a casaccio, Mussolini rinunciò a quella che il
maresciallo Messe chiamò l'unica opportunità mai offertasi nei tempi moderni
all'Italia di conquistare un dominio effettivo del Mediterraneo.
In seguito, lo stesso Mussolini costruì la leggenda che a Monaco i tedeschi
lo avevano costretto ad abbandonare le sue rivendicazioni nordafricane. Ma a
sostegno di una tale versione stanno scarsi elementi, ed è un fatto che
Hitler fu sorpreso al vedere che gli italiani non davano attuazione agli
accordi verbalmente conclusi in Baviera. Una spiegazione possibile del
mutamento di rotta di Mussolini è ch'egli si sentisse, puramente e
semplicemente, imbarazzato a realizzare così colossali guadagni territoriali
senza aver fatto abbastanza per meritarseli. Forse vide nella moderazione un
modo di conquistarsi l'amicizia francese in un'Europa egemonizzata dalla
Germania, o perlomeno di impedire una liaison franco-tedesca a scapito
dell'Italia. Infine, non è impossibile che, in assenza di interpreti, egli
avesse frainteso le parole di Hitler a Monaco, e si fosse persuaso che i
tedeschi volevano da lui una maggiore moderazione. Ma, comunque stiano le
277;
cose, è perfettamente chiaro che non pensò ad un possibile prolungarsi della
guerra; e probabilmente ritenne che non appena ottenuta la resa
dell'Inghilterra, il Nord Africa sarebbe automaticamente caduto nelle sue
mani. Ancora una volta, fu vittima della sua stessa propaganda, la quale
andava già annunciando che le democrazie avevano subito una sconfitta
decisiva, e non avevano alcuna speranza di ripresa L'irresolutezza e la
confusione del duce emergono chiaramente dalla sequenza degli avvenimenti.
Il 17 giugno ordinò un cessate il fuoco con la Francia, e poche ore dopo i
francesi venivano invitati ad inviare plenipotenziari per discutere un
armistizio. Ma il 20 intervenne un nuovo improvviso rovesciamento di linea:
Mussolini spiegò ai suoi generali che, avendo l'esercito tedesco raggiunto
il Rodano, l'Italia si trovava a portata di mano una splendida opportunità
di salvare la situazione approfittando del crollo francese e attaccando
immediatamente sulle Alpi. Badoglio e Ciano si opposero, perché l'Italia non
poteva ragionevolmente attendersi alcun guadagno di prestigio dallo scendere
in campo contro un nemico già vinto. Ma Graziani, capo di stato maggiore
dell'esercito, replicò che le sue forze erano pronte ad attaccare l'indomani
mattina, e Mussolini insisté allora che il prestigio nazionale e l'esigenza
di affermare gli interessi italiani di contro alla Germania imponevano in
modo imperativo una qualche offensiva contro il territorio francese. In quel
momento erano in corso i negoziati armistiziali, ma i giornali ebbero
istruzioni di tener celata la cosa. E vero che il 18 e 19 giugno il «Popolo
d'Italia» aveva già annunciato con titoli di scatola che la Francia si
dichiarava vinta e chiedeva un armistizio; ma, si sperava, la gente aveva la
memoria corta. Tre giorni dopo cominciava così un attacco in grande stile.
Il risultato principale fu di confermare la totale inefficienza del fascismo.
Non furono calcolate che poche ore per muovere un grosso esercito da
posizioni difensive nella Valle Padana ad un'offensiva sulle Alpi. Per
ragioni di pura propaanda, Mussolini era deciso ad impiegare i suoi pochi
carri 278;
armati, benché sul terreno montagnoso non servissero a nulla, e non tenne in
alcun conto il fatto che l'aviazione non disponeva di bombe capaci di
distruggere le massicce fortificazioni nemiche (ma forse non lo sapeva
neppure). Né giudicò necessario fornire ai suoi soldati il vestiario adeguato
ad una guerra di montagna, col risultato che il numero dei casi di
congelamento superò quello dei feriti in azione. Poiché l'offensiva
progrediva lentamente, si fece il disperato tentativo di convincere i
tedeschi ad effettuare un lancio di truppe italiane paracadutate dietro le
linee francesi, sì da giustificare maggiori richieste italiane in sede
armistiziale; ma i tedeschi respinsero la proposta con scherno.
I risultati furono modesti. I giornali italiani avevano preparato titoli sul
l'occupazione di Nizza che restarono inutilizzati, perché non si riuscì a
procedere oltre i dintorni di Mentone. La propaganda riequilibrò la
situazione attribuendo il crollo della Francia a questo intervento in
extremis dell'Italia, che fu definito una splendida vittoria, tale da
figurare tra le «più belle pagine della storia d'Italia». Le enormi perdite
facevano anzi dell'operazione «una delle più titaniche imprese della
storia». Si cercò anche di giustificare la modestia dei risultati affermando
che i francesi avevano opposto agli italiani una resistenza più accanita di
quella incontrata dai tedeschi sul fronte settentrionale. Consolazioni del
genere giovarono forse a qualcuno, ma in effetti la verità era molto
diversa. I francesi ammisero 37 morti, e gli italiani 631 nell'intera
campagna alpina. In altre parole, l'attacco italiano fu una faccenda di
dimensioni assai ridotte, e si risolse nella conquista di tredici villaggi.
Come commentò Ciano, fortunatamente l'armistizio giunse in tempo per salvare
le apparenze, prima che la conoscenza del reale svolgimento dei fatti si
generalizzasse. E tra i combattenti ci fu chi pensò che l'armistizio avesse
addirittura salvato l'Italia da una invasione francese. Al solito,
Mussolini, dopo aver mandato degli uomini a morire senza scopo, imputò lo
scacco ai soldati e al popolo italiano in generale, che non erano degni di
lui: anche Michelangelo, borbottò, per fare le sue statue aveva bisogno di
un buon marmo. 279;
Dopo aver mancato la vittoria su un nemico già battuto, Mussolini fece del
suo meglio per costringere i francesi a riconoscere ch'erano stati sconfitti
secondo tutte le regole dalla potenza dell'Italia fascista. Era deciso a
ridurli al rango di una nazione di seconda classe, giacché era opinione
generale che la prosperità dell'Italia sarebbe dipesa dal permanere della
Francia «in istato di soggezione». Verso il nemico sconfitto non bisognava
mostrare alcuna pietà. Esso avrebbe dovuto pagare le spese di guerra
dell'Italia, e probabilmente accettare una riduzione di un quarto della
propria popolazione. Si parlò di una possibile annessione all'Italia di
Tolone e di altri porti del Mediterraneo francese, nonché della confisca di
numerose opere d'arte italiane presenti nei musei francesi4'. I giornali
ebbero istruzioni di cominciare a parlare della Francia come di una potenza
di secondo e magari di terz'ordine, e di polemizzare contro l'insegnamento
della lingua francese in Italia. Preferibilmente, erano da evitare articoli
che mostrassero una qualsiasi simpatia per la Francia o la sua cultura.
Con uno dei suoi nemici fuori giuoco, Mussolini accolse con irritazione la
notizia che i tedeschi stavano forse prendendo in considerazione l'idea di
una pace di compromesso con l'Inghilterra, evento che avrebbe ostacolato la
sua visione di una diarchia dell'Asse in Europa. Costantemente preoccupato
dalla possibilità che Hitler si rivelasse disposto a dividere il dominio con
la Francia o l'Inghilterra, ora più che mai era ansioso che la guerra
continuasse. Era suo meditato giudizio che gli inglesi potevano venir
sconfitti facilmente, se solo Hitler si decidesse a sacrificare nell'impresa
mezzo milione di vite tedesche, e restò male quando l'alleato mostrò qualche
riluttanza a compiere questo sacrificio. Per rincuorare in patria i
ristagnanti entusiasmi, l'industria propagandistica ripeté con rinnovato zelo
che l'Italia aveva il dominio assoluto del Mediterraneo, ed era in grado di
esercitare il proprio controllo sin nell'Oceano Indiano. Col passar del
tempo, le pretese si fecero ancor più stravaganti. Si disse che l'aviazione
italiana aveva dimostrato in combattimento la sua netta superiorità sulla
Raf, e qualche volta si 280;
arrivò a qualificarla senz'altro come la flotta aerea più forte del mondo. I
potenzili nemici vennero ammoniti che ora non solo l'Italia possedeva tutte
le materie prime necessarie allo sforzo bellico, ma il fascismo aveva
elaborato un nuovo stile di combattimento, che presto avrebbe stupito il
mondo.
Il 7 luglio Ciano arrivò a Berlino con il suo solito corteo di segretari e
attachés abbigliati nelle loro più splendenti uniformi. Tra i suoi compiti
c'era quello di insistere presso Hitler sul punto che alle truppe e
all'aviazione italiane doveva esser concessa una parte, sia pure simbolica,
nell'invasione dell'Inghilterra. Sotto la copertura di questa offerta, avanzò
inoltre, ammettendo così tacitamente il grossolano errore compiuto tre
settimane prima a Monaco, rivendicazioni su Nizza, la Corsica, Malta, la
Tunisia, il Sudan, Aden, e magari altre zone dell'Africa centrale sino e
oltre il lago Ciad. Ma in Germania c'era un forte malcontento per il
contributo bellico dell'Italia, sinallora infelice e sterile di risultati, e
Hitler suggerì che per la divisione del bottino era necessario attendere la
sconfitta dell'Inghilterra.
L'esame della stampa ci consente di formarci un'idea di quel che i fascisti,
ora che avevano il tempo di pensare agli scopi di guerra, speravano di
ricavare dal conflitto. Cominciarono con il rivendicare il predominio
assoluto sul Mediterraneo. Il bacino di questo mare, si disse, costituiva
un'unità economica forte di 200 milioni di persone pronte ad accettare la
disciplina e la guida dell'Italia fascista, e magari a consentire
un'integrazione dei rispettivi paesi nel territorio nazionale italiano.
Malta sarebbe naturalmente andata all'Italia, giacché gli esperti s'erano
persuasi che la popolazione dell'isola era razzialmente e linguisticamente
italiana. Si poteva forse annettere anche Cipro oppure lasciarla alla Grecia
in cambio di territorio greco ceduto all'Italia. Era giudizio unanime che la
Palestina dovesse esser «restituita» all'Italia, poiché la Chiesa di Roma
era stata tradizionalmente protettrice della Terrasanta, e Vittorio Emanuele
vantava una serie di diritti ancestrali sul trono di Cipro e di Gerusalemme.
Annessioni vere e proprie a parte, si sperava di costituire una vasta a rea
della lira, che avrebbe guardato a Roma non diversamente da come l'Europa
settentrionale sarebbe stata soggetta a Berlino. La sfera d'influenza
italiana avrebbe probabilmente incluso Algeria, Marocco, Spagna, Portogallo,
Grecia, Bulgaria e Turchia. La Siria, l'Asia minore, e magari anche le
regioni petrolifere dell'Iraq, dell'Iran e del Golfo Persico potevano poi
divenire parti più remote dello «spazio vitale)» italiano.
Fino a che punto su queste rivendicazioni ci fosse un accordo generale, non è
possibile sapere. C'era però virtualmente l'unanimità sull'affermazione che
il destino dell'Italia stava soprattutto in Africa, dove le sue pretese al
primato erano incontestabili, e dove zone immense attendevano di esser rese
fertili dal duro lavoro dei contadini italiani. Il predominio italiano nel
Mar Rosso avrebbe probabilmente significato l'occupazione di Aden, Perim e
Socotra, come pure delle contigue colonie inglesi e francesi sulla costa
africana. Quanto al Sudan, si sarebbero dovute sottrarre all'Egitto perlomeno
alcune zone che fornissero un collegamento tra Libia e Somalia (attraverso
l'Etiopia), sì da aprire una via terrestre all'Oceano Indiano. Gibilterra e
Suez avrebbero appartenuto entrambe piuttosto allo spazio vitale italiano che
a quello tedesco.
Secondo una frase mussoliniana, si trattava di ottenere una finestra
sull'Oceano, con il che il duce intendeva il possesso di un qualche avamposto
sulla costa atlantica dell'Africa. Un'altra frase voleva che l'Africa fosse
«complementare» dell'Europa. Entrambe le espressioni furono immediatamente
incorporate nel corpus dogmatico fascista, col risultato di inserire nello
spazio vitale dell'Italia il grosso del continente africano. A parte
l'Egitto, il Sud Africa, e magari la Liberia, il resto del continente doveva
venir suddiviso tra le potenze vincitrici; e, anzi, l'Egitto si sarebbe
trovato anch'esso sotto l'influenza italiana. In particolare furono spesso
proposti per l'annessione all'impero italiano il Kenya e la Nigeria. Tra i
dogmi basilari del fascismo rimase inoltre l'idea che dovunque il clima lo
consentisse, nelle colonie dovevano insediarsi milioni di italiani; e si
parlò di costruire una nuova 282 linea ferroviaria da Tripoli attraverso
l'Africa centrale, che sostituisse quella che congiungeva Città del Capo con
il Cairo.
I vari aspiranti ai favori di Mussolini fecero a gara nell'alzare il tiro
delle ambizioni italiane, talché bastò un passo per spingersi ancora oltre e
parlare di emancipare l'India dal giogo britannico, nonché di liberare
Australia e Nuova Zelanda, e anche di escludere gli americani dai mercati
dell'Oriente. Sembrò ovvio supporre che una nazione marittima come l'Italia
avrebbe di certo acquistato un peso assai maggiore della Germania nel più
vasto ambito delle rotte commerciali mondiali.
Quanto alle ambizioni italiane in Europa, c'era una maggior riservatezza nel
discutere gli scopi di guerra. Sulla Corsica, su Nizza e magari sulla Savoia
si contava come su un guadagno facile. Un'idea voleva che a seguito di una
scissione della Svizzera, una parte di questa sarebbe andata all'Italia.
Benché riconoscesse che gli svizzeri di lingua italiana non avevano alcun
desiderio di mutare nazionalità, Mussolini voleva (appoggiato in questo caso
dal re e da Ciano) annettere i cantoni meridionali sino allo spartiacque
alpino. Aveva inoltre ambizioni sui Balcani, per le cui popolazioni affettò
sempre un accentuato disprezzo. Riluttava a vedere nei diversi Stati
balcanici autentiche e autonome nazioni, e in un primo tempo si considerò
che questa regione rientrasse in larghissima parte nello spazio vitale
italiano (a parte le zone che s'intendeva puramente e semplicemente
annettere). Occasionalmente, le rivendicazioni si allargarono a nord sino
all'Ungheria e alla Romania, in parte per la ragione che il fabbisogno
petrolifero del tempo di guerra doveva esser coperto, per una quota
considerevolissima, dai pozzi romeni. Ma i tedeschi chiarirono che il bacino
danubiano e il Mar Nero s'intendevano riservati al controllo nazista.
Dopo la caduta della Francia, quando si decise ad ordinare preparativi per
un'offensiva seria, l'obiettivo immediato di Mussolini fu la Jugoslavia.
Dichiarò infatti che questo paese era un'invenzione del Trattato di
Versailles, e non aveva alcun diritto di esistere in un'Europa rimodellata
dal fascismo. I tedeschi avrebbero piuttosto preferito che concentrasse i
suoi sforzi in un attacco contro l'Egitto e Suez, e suggerirono anche la
possibilità di uno sbarco a Creta e Cipro. Ma ormai comprendevano ch'era poco
probabile che il duce desse un qualsiasi contributo di rilievo alla vittoria,
giacché quel che gl'importava era soltanto di realizzare piccoli guadagni
dovunque gli capitassero a tiro. Hitler era bensì disposto a concedere che
alla fine l'Italia s'impadronisse della Jugoslavia, ma sottolineò che la
cosa, se fatta troppo presto, avrebbe danneggiato la strategia dell'Asse,
poiché c'era il rischio che l'Ungheria cogliesse l'occasione per attaccare
la Romania, e i russi per marciare sui Dardanelli7s. Ma Mussolini prestò
scarsa attenzione a questo avvertimento. Lungo tutta l'estate 1940 continuò
a predisporre un attacco in grande stile contro la Jugoslavia (e il
paradosso è che si tratta dell'unica grossa offensiva preparata dall'Italia
durante l'intero conflitto). L'operazione non fu peraltro effettuata, e anzi
non è possibile che ci si pensasse del tutto seriamente, come risulta dal
fatto che Mussolini continuò a smobilitare una parte delle sue truppe. In
ogni modo, non aveva palesemente alcuna intenzione di muovere un dito prima
dell'invasione tedesca dell'Inghilterra.
Il duce voleva che la gente pensasse ch'egli prendeva molto sul serio i suoi
nuovi compiti di comandante supremo, e insisté nel leggere personalmente
tutti i dispacci militari e nel prendere direttamente tutte le decisioni di
rilievo. Si occupava inoltre personalmente della compilazione del bollettino
di guerra quotidiano, convinto che in questo campo della propaganda si
rendesse necessario il massimo sforzo, nonché l'impiego dei suoi propri
speciali talenti. Ogni giorno preparava un elenco di puntuali istruzioni per
la stampa, concernenti in particolare la formulazione e l'impaginazione dei
titoli, e le notizie da includere o da escludere. Di solito il ministro
della Cultura popolare veniva di persona al suo ufficio a ritirare queste
direttive. Ogni giorno venivano anche accuratamente selezionate le
fotografie del duce da pubblicare nei giornali, affinché lo mostrassero
soltanto in posa fiduciosa e aggressiva. Per la stessa ragione, quando
doveva passare 284;
in rassegna le truppe, Mussolini amava percorrere le linee a passo di corsa:
quel che gl'interessava era non tanto di ispezionare i soldati, quanto di
infondergli fiducia esibendo il proprio vigore fisico e il proprio portamento
marziale.
Parte essenziale della tecnica di governo di Mussolini era l'apparire come un
essere superiore. La parola «duce» andava preferibilmente scritta in lettere
maiuscole, e divenne consuetudine che anche i massimi capi militari,
ammiragli e generali, quando erano ammessi alla sua presenza a palazzo
Venezia, facessero di corsa i venti metri che li separavano dalla scrivania
di Mussolini prima di saluta re. (i tedeschi trovarono la cosa estremamente
bizzarra). Quando decideva una campagna, contro la Francia, o in seguito le
campagne africane, quella greca o russa, era regola che consultasse il capo
di stato maggiore solo due settimane prima della data d'inizio prevista,
perché pensava che i suoi compiti fossero principalmente di natura
amministrativa, e comunque non molto importanti. Dopo tre mesi di esercizio
del comando supremo, si convinse, non del tutto a torto, che lo stato
maggiore generale era completamente inutile, e che se, in base ad un
capriccio improvviso e irresponsabile, gli capitava di decidere
l'allontanamento di un generale, o di interferire in altro modo nelle sue
disposizioni, poteva tranquillamente fare a meno di consultarlo, e anzi
addirittura di informarlo.
Nelle mani di un solo uomo si raccoglieva ora una concentrazione di poteri
eccessiva, e ciò incise negativamente sulle forze armate. In linea generale,
l'abitudine di Mussolini di decidere di persona questioni assolutamente
insignificanti rallentava il funzionamento di tutti settori
dell'amministrazione. Secondo il capo della polizia, erano i minuti dettagli
amministrativi, anziché le grandi scelte di orientamento, che soprattutto lo
interessavano, probabilmente perché qui perlomeno non era paralizzato dal
dubbio. Ad esempio, lui solo poteva decidere quando i vigili urbani dovevano
passare alla bianca unifome estiva, o quando la banda militare doveva
iniziare al Lido di Roma la sua serie di concerti domenicali. Dopo il 1939
queste bizzarrie divennero più vistose e più pericolose. Il 21 aprile 1940,
in un momento in cui era in.oj off .rm 40 giuoco il destino del paese,
Mussolini trovò il tempo per discutere e autorizzare l'abbattimento di un
troncone d'albero sulla via dell'Impero. (nessun altro poteva decidere una
cosa del genere). Il 16 maggio, dovendo approvare il programma della
stagione operistica romana, chiese l'inclusione del Tannhauser in luogo del
Parsifal; e non c'è dubbio che questa scelta risalisse ad una qualche
tortuosa teoria circa gli effetti dell'uno e dell'altro sul morale popolare.
Nessun uomo sarebbe potuto uscire indenne dall'adulazione sfrenata di cui,
vittima consenziente, Mussolini era fatto oggetto. In queste stesse
settimane del 1940 si svolse ad esempio una serie di affollate conferenze
pubbliche sotto il titolo di Lecturae Ducis, che, con tipica presuntuosa
arroganza, suggerisce il parallelo con le Lecturae Dantis destinate, nella
Firenze medievale, all'esegesi dantesca. Diversi capi fascisti s'impegnarono
a turno ad interpretare qualcuno dei più noti discorsi di Mussolini, in una
cornice che, sotto l'egida della Scuola di Mistica fascista, assunse quasi
il carattere di una cerimonia religiosa. I propagandisti ebbero l'ordine di
scrivere i loro articoli alla luce del principio per cui «tutto quanto si fa
in Italia attualmente: lo sforzo produttivo del paese, la preparazione
militare, la preparazione spirituale, ecc., tutto promana dal Duce e porta
la sua sigla inconfondibile»8. A loro volta essi informavano i lettori che
dovunque nel mondo, in Inghilterra come in Congo, a Detroit come nelle
isole polinesiane, «la prima cosa che ti dicono è questa: "Parlatemi di
Mussolini». Nella scia del Duce ricorre insistente la frase degli italiani:
«Se lo sapesse Mussolini!», e quella degli stranieri: Se avessimo un
Mussolini!». Oltre che comandante supremo, Mussolini era tuttora a capo di
cinque dicasteri, Interno, Colonie, Guerra, Marina e Aeronautica, e
nessuno dei nove altri membri del gabinetto prendeva una qualsiasi decisione
di rilievo senza il suo espresso consenso. Quando fu ammonito che oltre un
certo punto la concentrazione del potere avrebbe significato inefficienza,
non se ne dette per inteso, col risultato che inefficienza, incompetenza e
errori di direzione divennero presto sin troppo evidenti. Se lasciava Roma
per un giro di ispezione, 286;
si rischiava la paralisi, perché nessuno si azzardava a decidere faccende
anche minime.
Una cosa che sconcertò e irritò i tedeschi fu la tenace insistenza di
Mussolini a voler prender parte all'invasione dell'Inghilterra. Di nuovo, lo
sollecitarono piuttosto a concentrare le sue modeste risorse in Nord Africa,
un settore in cui essi prima del duce videro uno scacchiere chiave della
guerra. Ma Mussolini preferiva il compito, ai suoi occhi più agevole e
attraente, di collaborare alla conquista tedesca delI'Inghilterra. La sua
idea era che la potenza britannica andava distrutta, perché l'Inghilterra
restava l'unico paese in grado di ostacolare i suoi sogni di espansione
africana e mediterranea. Gli inglesi dovevano dunque perdere il loro impero
e la loro forza sui mari: .bisogna che la perfida Anglia senta, a distanza
di duemila anni, quanto duro e ferrato sia il tallone di Roma». (con il che
egli intendeva un esercito italiano di occupazione con base a Londra). Come
già i francesi, gli inglesi sarebbero stati costretti a risarcire in
contanti i danni da essi arrecati al mondo, e le future generazioni italiane
avrebbero appreso un odio tenace e spietato per questo popolo così diverso,
e così spregevolmente mite.
Contro il parere dell'aviazione italiana e dei tedeschi, per espresso
desiderio di Mussolini furono inviati in Belgio trecento aerei, accompagnati
da un esercito di giornalisti, per collaborare al bombardamento e alla
conquista di Londra. Sarebbe stato invero assai meglio impiegarli a Malta o
in Libia. In seguito, quando la situazione politica mutò, ragioni di
propaganda indussero ad affermare che nessun apparecchio italiano aveva mai
bombardato Londra. E la cosa è forse vera, ma è vero anche che all'epoca si
disse che gli aerei italiani avevano avuto un ruolo decisivo nel radere al
suolo Londra e altre città, nel quadro di una delle azioni più splendide e
risolutive della storia del mondo. I resoconti ufficiali dichiararono che la
Battaglia d'Inghilterra confermava inequivocabilmente la superiorità degli
aerei italiani. Ma la verità è ch'essi erano, come i loro stessi piloti
dovettero ammettere, del tutto inadatti a quel tipo di guerra, completamente
inatteso. Mancavano dei necessari requisiti di autonomia, 287;
strumentazione e corazzatura, e i loro pur eccellenti piloti avevano
ricevuto un addestramento assolutamente inadeguato al lavoro che ora gli si
chiedeva di fare. Il comandante tedesco, generale Kesselring, riferì che gli
aerei italiani erano di tipo antiquato; di conseguenza ne limitò l'impiego
alle zone meno pericolose, e dopo poche settimane li rimandò tutti a casa,
ponendo così fine a questa costosa follia.
Prolungandosi la guerra oltre le previsioni, Mussolini giudicò
psicologicamente sbagliato ammettere il suo disappunto. Al contrario, tentò
di impressionare il suo entourage esprimendo speranze in una continuazione
del conflitto per parecchio tempo ancora, e aggiunse che una lunga guerra
avrebbe, per chissà quale misteriosa ragione, giovato agli interessi
italiani. I suoi ascoltatori si chiesero che cosa mai potesse voler dire.
Ora riconosceva che «la guerra è lo stato normale dell'uomo e l'unica cosa
bella che vale la pena di vivere», e che soltanto sul campo di battaglia
l'Italia poteva raggiungere quella posizione di spicco nel mondo cui il
destino la chiamava.
Anche dopo la richiesta tedesca di ritirare dal Belgio i suoi inutili aerei,
si continuò ad affermare che l'aviazione fascista dominava i cieli del
Mediterraneo (e non è impossibile che Mussolini ci credesse davvero). I
giornalisti si davano da fare a compiacerlo, ripetendo che l'aviazione
italiana era la migliore del mondo, così come si dovette ripetere che gli
ammiragli e i generali italiani erano più bravi dei loro omologhi
britannici, e, ancora, che lo stesso Mussolini era un uomo politico e un
capo guerriero incomparabilmente più abile di Churchill°°. Il duce stesso si
sforzò pateticamente di convincere i tedeschi che i suoi aerei erano davvero
assolutamente i migliori, e dette a Hitler sulla produzione aeronautica
cifre ch'erano doppie del vero°. Il fatto è ch'egli si rendeva scarsamente
conto che la precisione delle cifre era indispensabile alla pianificazione
strategica. Tutto al contrario, ai suoi occhi quel che occorreva era
soltanto impressionare la gente, lasciando poi che le mura di Gerico
crollassero per conto loro. Non avendo egli costruito portaerei, fu
annunciato che l'andamento del conflitto ne aveva dimostrato la totale
inutilità. 288;
finché l'11 novembre apparecchi nemici con base appunto su navi portaerei
inflissero alla flotta italiana un colpo gravissimo. Mussolini si era invece
concentrato sulla costruzione di corazzate, e dovette ora riconoscere che
proprio queste grandi navi rischiavano di rivelarsi, in buona parte, per un
spreco di denaro.
L'invasione mussoliniana della Grecia (ottobre 1940) illustra con chiarezza
questa caotica imprevidenza dinanzi alla dura realtà e alle sue esigenze.
Due settimane prima dell'invasione, il duce dette il via ad un'altra
smobilitazione di grandi dimensioni, mostrando per l'ennesima volta
l'assoluta mancanza di serietà dei suoi piani. Senza consultare in anticipo
il capo di stato maggiore generale, metà dell'esercito fu rispedita a casa;
e questo processo, una volta avviato, non lo si poté arrestare prima del 10
novembre. Così quando Mussolini decise d'un tratto di attaccare la Grecia,
era in corso il congedo di 600.000 soldati già addestrati. E ciò proprio nel
momento in cui venivano richiamati con urgenza 100.000 uomini, in buona
parte reclute prive di addestramento, per quella che sarebbe stata la più
difficile e costosa campagna combattuta dalle armi italiane in tutto il
conflitto. Di ciò Mussolini non si dava pensiero, perché curiosamente
persuaso che i soldati italiani sarebbero andati a spasso per la Grecia
senza incontrare alcuna difficoltà. La Grecia era un paese grande solo un
quinto dell'Italia, e il suo esercito era molto disprezzato negli ambienti
fascisti, in verità per nessun'altra ragione che un cieco orgoglio
campanilistico. I dubbiosi vennero informati da Ciano che i capi nemici
erano stati pagati per non combattere, e che un solo bombardamento di Atene
sarebbe bastato a far capitolare questo popolo di codardi.
Il 15 ottobre Mussolini convocò un gruppo di ministri e di generali, e
annunciò che avevano due settimane per preparare e lanciare un'invasione
nella difficilissima regione montagnosa della Grecia settentrionale. I
verbali dell'incontro rivelano che la forza dell'esercito greco venne
stimata in soli 30.000 uomini, vale a dire circa un decimo del vero. Ai
convocati fu detto che l'operazione «è stata preparata fin nei minimi
dettagli ed è perfetta per quanto umanamente possibile»; e Mussolini
accrebbe la forza dei suoi argomenti affermando che la Bulgaria sarebbe
probabilmente entrata in guerra contro la Grecia, benché non avesse
assolutamente nessun elemento a sostegno di questa previsione (e di fatto i
bulgari non avevano alcuna intenzione di combattere). S'era dimenticato di
invitare alla riunione rappresentanti della marina e dell'aviazione,
malgrado l'oggetto della discussione fosse un'operazione marittima per la
quale il dominio dell'aria era essenziale. Non si trovò nessuno tra i
presenti disposto a mettere in luce le implicazioni del fatto che in Albania
esisteva un solo porto adatto allo sbarco di materiale pesante, e che questo
porto era ingombro di navi che scaricavano marmi per gli imponenti edifici
fascisti. Il generale responsabile della spedizione affermò ch'era possibile
sbarcare in ventiquattr'ore un'intera divisione in un porto in cui, come più
tardi disse la marina, ciò richiedeva in realtà un mese.
Nessuno in questo consiglio di guerra sottolineò il fatto cruciale che il 28
ottobre ci si sarebbe probabilmente trovati con le piogge già cominciate, o
con il gelo sulle montagne, e che tutto ciò rendeva assolutamente essenziale
l'equipaggiamento invernale (in effetti alla fine del mese numerose strade
erano già intransitabili). Nessuno accennò alla smobilitazione tuttora in
corso, e forse un particolare così fondamentale fu puramente e semplicemente
dimenticato. Mussolini dissipò eventuali ultimi dubbi dichiarando che
assumeva tutte le responsabilità, e che i suoi generali non dovevano
preoccuparsi del numero delle perdite. E, dopo appena un'ora e mezza,
concluse dicendo che la riunione aveva esaminato il problema da ogni punto
di vista, e non restava altro da aggiungere. Inscenare una discussione del
genere era per lui cosa estremamente insolita (non lo fece quando decise di
attaccare l'Etiopia, la Spagna, l'Albania, la Francia o la Russia). In
quest'occasione volle evidentemente dividere la responsabilità con altri
elementi della leadership fascista, approfittando d'altronde del fatto che
tra i personaggi prescelti nessuno era il tipo d'uomo capace di contraddirlo
dinanzi ai colleghi. 290;
L'opinione pubblica italiana fu incoraggiata a credere che una Grecia
aggressiva stava attaccando la pacifica Italia. Per parecchie settimane dopo
l'inizio dell'invasione Mussolini riuscì inoltre a tener celato al popolo
italiano il fatto che la spedizione s'era risolta in un fiasco completo. I
giornali raccontarono invece che i greci davano il benvenuto ai soldati
italiani, e accettavano con gratitudine i busti in pseudobronzo del duce e
gli altri doni distribuiti dagli agenti fascisti. Ma ben presto l'esercito
greco penetrò nell'Albania italiana, e in Italia questo evento fece più
danno al mito del fascismo di qualsiasi altra cosa in tutto il ventennio. La
conoscenza di quel che stava avvenendo si allargò a un punto tale da
neutralizzare infine l'azione della macchina propagandistica. Fu giuocoforza
abbandonare l'idea di una guerra parallela indipendente dalla guerra
nazista, e Mussolini fu alla fine obbligato al passo umiliante di pregare i
tedeschi che venissero a salvarlo.
Quasi nello stesso momento l'esercito italiano in Nord Africa subì una grave
sconfitta. I tedeschi avevano ripetutamente insistito presso Mussolini
perché concentrasse i suoi sforzi in una avanzata sul Canale di Suez, e il
26 ottobre, dopo lunghe sollecitazioni, questi si decise ad ordinare ad un
Graziani recalcitrante di passare al l' attacco (altrimenti lo avrebbe
sostituito). In seguito Mussolini si lagnò che Hitler non gli aveva messo a
disposizione reparti corazzati da impiegare in Africa contro gli inglesi; ma
la verità è che nel corso dell'estate 1940 i tedeschi avevano ripetutamente
offerto questo aiuto, ricevendo un secco rifiuto. Mussolini si affidava a
quello che chiamava il suo infallibile istinto animale, il quale gli diceva
che la guerra sarebbe finita presto; ed era convinto che, nel crollo
generale del nemico, le truppe italiane avrebbero raggiunto il suolo
egiziano senza l'aiutaiuto tedesco, sì da poter rivendicare una parte
maggiore del «bottino». A suo giudizio, era importante non portare i
tedeschi in Nord Africa, e anzi tenerli senz'altro fuori. Graziani aveva in
Cirenaica quasi 250.000 uomini; ma questa forza enorme, priva di
equipaggiamento e addestramento adeguati, fu messa facilmente in rotta, e in
larga parte catturata, 289;
da 30.000 soldati inglesi. Da questo momento in poi, i tedeschi assun sero
la direzione delle operazioni; e quando, nel febbraio 1941, Hitler inviò in
Africa Rommel a raddrizzare la situazione, Mussolini cessò di esercitare il
comando, in un qualsiasi senso rilevante del termine. Il suo tentativo di
far da solo era fallito.

capitolo diciassettesimo.
LA CONCLUSIONE LOGICA DEL FASCISMO.

Sin dall'inizio delle ostilità, i giornalisti si dettero da fare a creare


entusiasmo per la guerra e fiducia nell'immancabile vittoria. A mano a mano
che le sconfitte in Africa e in Grecia mettevano i propagandisti con le
spalle al muro, queste voci divennero più ossessive e rumorose, e talvolta
francamente folli. Fedeli alle formule del regime, salutarono l'appello alle
armi come un banco di prova che avrebbe consentito di accertare la natura
autentica della nazione e del fascismo. Nella genialità e nella capacità
organizzativa degli italiani scorgevano segni certi del successo. E ciò
sarebbe rimasto vero anche se le forze nemiche fossero state dieci volte più
numerose e cento volte meglio armate. Gli italiani potevano guardare alla
vittoria con tranquilla sicurezza, poiché tra tutti i popoli della terra essi
erano il più intelligente, il più equilibrato, il più fantasioso e colto, e
anche il più coraggioso e robusto.
Inoltre avevano quel supplemento di certezza che gli veniva dal sapere che
Mussolini, sviluppando il meglio del carattere nazionale, li aveva messi in
posizione di vantaggio rispetto alle altre nazioni. Il fascismo, scrisse
l'accademico Gioacchino Volpe, era qualcosa di totalmente nuovo nella storia
degli uomini. Esso annunziava una nuova civiltà, basata su un'idea totalmente
nuova dell'uomo. Quanto al duce, egli era universalmente riconosciuto come il
più grande capo nazionale dei tempi moderni, e gli italiani erano fortunati a
poter avvantaggiarsi del suo giudizio e della sua saggezza ogniqualvolta il
significato degli sviluppi contemporanei apparisse incerto. A sentir loro,
Francia e Grecia erano state schiacciate dalla potenza delle armi italiane, e
l'aiuto tedesco non aveva svolto che un ruolo secondario. Il mondo intero,
scrisse rassicurante «Critica fascista», stava entrando nell'orbita del
fascismo, adottandone gradualmente le idee e riconoscendo sinceramente la
superiorità intellettuale degli italiani in ogni campo dell'intelligenza
umana. (ragione speciale tra le altre che li predestinava al trionfo). Una
qualsiasi delle realizzazioni del fascismo, dichiarò la rivista«Lo Stato»,
avrebbe garantito la gloria di un regime per secoli. In tutta la storia
dell'uomo nulla era comparabile per grandezza al fascismo, e ch'esso potesse
non uscire vincitore dalla guerra era inconcepibile.
D'altro canto, le democrazie erano condannate alla sconfitta perché, rivolte
al passato, erano rimaste indietro di almeno un secolo. Abbiamo qui un altro
di quei princìpi dottrinali del fascismo che divennero, per l'uso esagerato e
distorto che ne fece, la propaganda bellica, una causa aggiuntiva della
sconfitta dell'Italia. Secondo i fascisti, i regimi liberaldemocratici erano
non solo incapaci, a causa dei loro ordinamenti parlamentari, di prendere
decisioni rapide e risolute, ma anche essenzialmente inidonei alla guerra. Il
loro sistema educativo non era congegnato per produrre il coraggio e la
disciplina necessari al combattimento, e il loro sistema economico si sarebbe
dimostrato del tutto incapace di passare dall'individualismo concorrenziale
ad una produzione bellica ben coordinata. Le democrazie credevano
nell'empirismo e nell'utilitarismo, mentre il fascismo possedeva una forma
mentis superiore, che ancorava la sua fede al razionalismo, all'idealismo e
all'ideologia. Tra questi due atteggiamenti, l'empirico e il logico, era
il secondo quello destinato a vincere. Di più: in Inghilterra il soldato
comune, diversamente dal suo omologo italiano, sapeva ben poco della causa
per cui lo si costringeva a battersi, e non aveva in essa alcuna fiducia.
Gli intellettuali fascisti condannarono unanimemente la corruzione e la
generale arretratezza della vita inglese. Egualmente ne condannarono
l'individualismo, l'internazionalismo, e anche l'anticlericalismo. Gli
italiani invece, si 294;
disse, accettavano i più solidi valori della religione e del patriottismo. Se
l'Italia era ancora una volta destinata ad esser riconosciuta come il centro
principale della cultura europea, ciò si doveva al fatto che gli italiani
avevano imparato da Mussolini quel che le democrazie non potevano, per
definizione, imparare mai: vale a dire che gli individui hanno dei doveri
verso lo Stato e la comunità. Tali erano le opinioni dei migliori cervelli
del fascismo. I grandi sacerdoti del nuovo culto furono Volpe, Costamagna,
Bottai, Sergio Panunzio, Alessandro Luzio e Francesco Orestano: tutti
professori universitari di grande competenza e reputazione, nonché uomini
intellettualmente e moralmente superiori alla maggior parte degli
scribacchini di partito che si servivano delle influenze politiche per
arrivare agli onori accademici.
Gli scopi di guerra, così come questo o quel giornalista o intellettuale li
formulavano, non erano d'ordine meramente territoriale, giacché vincendo il
fascismo avrebbe guadagnato il diritto di imporre le proprie idee al resto
dell'Europa. Alcuni arrivarono a rivendicare il riconoscimento del «primato
universale» dell'Italia, strumento di Dio, si disse, nella fondazione
dell'ordine mondiale di domani. Ma anche i più moderati insistevano sul punto
che le nazioni sconfitte dovevano venir forzate a modificare le loro
mentalità e le loro procedure democratiche: la democrazia era troppo
pericolosa, e si doveva pertanto imporre l'autoritarismo ad amici e nemici,
per poi procedere tutti insieme verso «la meta suprema della
fascistizzazione del mondo». Qualcuno disse che l'anglicanesimo avrebbe
dovuto cedere il passo al cattolicesimo; e naturalmente occorreva che tutti
gli altri paesi facessero propria la crociata antiebraica. Persino i paesi
neutrali, come ad esempio gli Stati Uniti, avrebbero dovuto riconoscere la
preminenza dell'Italia in campo culturale; e il ministro dell'Educazione
nazionale invocò l'impiego della forza per imporre il riconoscimento della
superiorità culturale italiana, affinché gli altri paesi fossero messi in
grado di innalzarsi, per imitazione, a più elevati livelli di pensiero e di
comportamento.
La fine della democrazia e del liberalismo avrebbe inoltre 295;
comportato la fine dell'indipendenza nazionale dei piccoli paesi. Infatti il
fascismo predicò (perlomeno finché sentì odor di vittoria) che i diritti dei
piccoli popoli dovevano cedere il passo alle necessità vitali delle grandi
potenze, e Mussolini pensava che con la vittoria tutti i minori Stati europei
sarebbero senz'altro scomparsi. Secondo Mario Missiroli, gloria del
giornalismo liberale prefascista (e poi nuovamente di quello postfascista),
non c'era margine che per due soli spazi vitali: quelli della Germania e
dell'Italia. Questi due paesi, cui era dovuta la creazione della civiltà
moderna, avevano il diritto di imporre le proprie concezioni a tutti gli
altri. L'Italia avrebbe diviso con la Germania il governo non solo
dell'Europa, ma anche dei possedimenti europei in Asia e in Africa. Le
nazioni non potevano infatti più venir considerate come eguali, e in
particolare l'Italia doveva assolvere tra gli altri popoli una missione che
le dava il diritto di usare la forza per imporre il proprio modo di vita.
Era pertanto necessario, disse il diplomatico Bastianini, modificare i
princìpi del diritto internazionale, adattandoli a queste nuove realtà della
situazione mondiale.
Da tutto ciò emergeva per i vincitori la prospettiva di un brillante futuro
economico (o perlomeno questa era la consegna dei propagandisti), benché
Mussolini personalmente auspicasse piuttosto condizioni di maggiore
austerità, giudicate più congeniali ai severi ideali del fascismo. Sotto la
guida del conte Volpi, la Confindustria poté ora prendere in considerazione
l'idea di riorganizzare l'Europa e l'Africa avendo di mira il controllo dei
mercati e delle fonti di materie prime. L'obiettivo era una situazione in
cui Italia e Germania, Stati industrializzati, si trovassero ciascuna al
centro di un proprio «spazio vitale» da esse dipendente per la produzione di
manufatti. I fascisti criticarono il falso orgoglio politico che spingeva i
piccoli Stati balcanici a fabbricare biciclette, macchine da cucire e
macchine per scrivere: secondo loro, per prodotti del genere questi Stati
dovevano affidarsi all'Italia. Un falso orgoglio analogo fu scoperto dai
tedeschi nella stessa Italia, che voleva diventare una grande potenza
industriale anziché affidarsi, in campo manifatturiero, 296;
al suo alleato. Ma a Roma questa concezione fu giudicata scorretta. Bisognava
rassicurare gli italiani sul punto che il nuovo ordine europeo gli avrebbe
garantito abbondanza di posti di lavoro per un secolo e anche più. Gli
sconfitti avrebbero naturalmente dovuto pagare riparazioni, e gli interessi
petroliferi inglesi in Medio Oriente erano visti da Mussolini come possibile
materia di risarcimento. Un'Italia vittoriosa avrebbe infatti avuto il
diritto di metter le mani su tutto il petrolio di cui aveva bisogno. Se le
potenze dell'Asse riuscivano ad imporre una riorganizzazione economica e a
sfruttare adeguatamente le materie prime dell'Africa e del Medio Oriente,
l'intera Europa avrebbe visto felicemente migliorare il proprio tenore di
vita.
Come tanti altri aspetti del fascismo, questo sogno di futura prosperità fu
inventato più per generare fiducia e entusiasmo che per stimolare la gente a
fare concretamente qualcosa. Né si pensò seriamente ad accettare nel presente
sacrifici non indispensabili, quando la vittoria avrebbe procurato guadagni
tanto cospicui a così buon mercato. A ciò si deve se in Italia il conflitto
incise sul sistema produttivo assai meno che negli altri paesi belligeranti.
Mussolini aveva bensì promesso che per vincere la guerra avrebbe sacrificato
senza riserve i bisogni civili alle esigenze militari; ma di fatto la
capacità produttiva fu trasferita a impieghi di guerra in una misura assai
minore che negli anni 1915-18. (analogamente, fu del resto molto più lieve
il costo in termini di vite umane). Il paradosso della situazione di
Mussolini sta in parte nel fatto che, nel momento stesso in cui aveva
bisogno di farsi una reputazione di grande signore della guerra e di
organizzatore della vittoria, egli scorgeva anche d'istinto l'utilità di
creare l'impressione di poter vincere con facilità e senza turbare
gravemente la vita ordinaria del paese. Forse sapeva che si sarebbe
conservato al potere soltanto fintantoché fosse in grado di offrire
l'illusione del panem et circenses.s.l.
La tecnica churchilliana, offrire al popolo lacrime, sudore e sangue, era
completamente diversa. Mussolini preferiva invece mantenere un'apparenza di
normalità, e, nei limiti del possibile, far sì che la guerra apparisse
qualcosa di facile 297;
e di indolore. Pertanto non dette alcuna disposizione per la mobilitazione
generale, e i giornali ebbero l'ordine di metter la sordina alle perdite.
Ammetteva che non era certo questo il modo di vincere una guerra, ma pensava
che l'esigenza capitale fosse di tener su il morale. D'altro canto, una parte
degli italiani fu sconcertata al constatare così scarsi contraccolpi
sull'ordinaria vita civile, e, dopo le tante prediche sulla superba
disciplina e sull'idealismo della guerra, restò delusa all'osservare
l'atteggiamento di gran lunga più serio e impegnato adottato negli altri
paesi belligeranti. Ma il fascismo continuò a menar vanto del fatto che agli
italiani si chiedeva così poco, e che si era evitata una mobilitazione
generale. Per dirla in altro modo, si giudicò che le risorse fossero
impiegate più utilmente nell'alimentare la gigantesca industria della
propaganda, la quale si adoperava a convincere il cittadino comune che tutto
andava per il meglio, anziché nella produzione bellica. Nel maggio 1940 il
supplemento mensile del «Popolo d'Italia» pesava oltre un chilo e mezzo, e
il numero del novembre 1942 (il mese della sconfitta di El Alamein) superava
ancora il chilogrammo, malgrado tutte le chiacchiere sulla mancanza di carta.
Un siffatto sistema di priorità aiuta a spiegare perché i fascisti non
persero mai di vista, neppure nei momenti più critici del conflitto, la
necessità di prepararsi ad una lotta economica postbellica contro la
Germania. Forti interessi costituiti decisero di non mettere troppo impegno
nel convertire le fabbriche alla produzione di munizioni, poiché era
importante conservare la manodopera specializzata per le produzioni civili,
anche se restava occupata ad orario ridotto. Come riferirono orgogliosamente
i giornali, il governo si preparava ad approfittare del boom postbellico: si
adoperava affinché le fabbriche fossero pronte ad entrare in produzione
immediatamente, manteneva in buono stato le navi inutilizzate, ammassava
scorte di materie prime. Si voleva che l'Italia arrivasse per prima sui
mercati internazionali. Si sperò addirittura che la guerra non venisse a
termine prematuramente, vale a dire prima del completamento di questi
preparativi.
Naturalmente i tedeschi sapevano che Mussolini evitava di mobilitare per la
guerra tutte le sue risorse in uomini e capacità produttiva. Non furono
contenti di scoprire che si provvedeva ad accumulare grosse scorte, e che
molte fabbriche lavoravano a scopi di pace nel momento stesso in cui la
Germania veniva insistentemente richiesta di aiutare l'Italia con
rifornimenti supplementari. Talvolta si domandavano perché mai Mussolini
fosse entrato in guerra se non voleva battersi sul serio; e quando
osservarono che nelle strade si vedevano ancora circolare moltissime
automobili mentre le navi da guerra erano bloccate nei porti per mancanza di
carburante, gli fu risposto, poco persuasivamente, che andare al lavoro in
macchina serviva a risparmiare tempo, e quindi ad accrescere la produzione.
Il fascismo scelse deliberatamente di non combattere una guerra totale. Nel
maggio 1942 tre ministri dichiararono che, essendo certi della vittoria,
essi mettevano in primo piano l'esigenza di ammassare riserve, così da esser
pronti, a guerra finita, ad affrontare la concorrenza. Poiché Roma e Berlino
sarebbero stati i due grandi centri finanziari e commerciali d'Europa, i
vari dicasteri stavano accortamente operando per mettere in grado il paese
di approfittare di una così magnifica posizione.
Aspettandosi in un primo tempo solo una guerra breve, Mussolini mirò a
mantenere alta la fiducia popolare evitando un razionamento severo dei generi
alimentari. Per la stessa ragione, le cifre ufficiali furono opportunamente
manipolate, affinché ne risultasse un miglioramento della situazione
alimentare (anche quando invece le cose andavano seriamente aggravandosi).
Alla fine del 1939 fu introdotta una tessera annonaria; ma concerneva un
numero limitato di generi, e in ogni caso se ne fece in pratica scarso conto.
I giornalisti esultavano: mentre l'Inghilterra soffriva di gravi carenze
alimentari, Mussolini aveva compiuto il miracolo di fare degli italiani
l'unico popolo in tutta Europa che avesse da mangiare in abbondanza, e fosse
anzi in grado di esportare viveri in Germania. Data questa falsa premessa, si
decise di credere che tutto andasse per il meglio. Ai primi del 1941, mentre
sulle gelide montagne albanesi i soldati italiani 299;
mancavano di stivali, a Roma chiunque poteva comprare tutte le scarpe e le
borse di cuoio che i suoi mezzi gli permettessero. Il razionamento di queste
merci era stato evitato perché, si disse, in media gli italiani potevano
permettersi soltanto un paio di scarpe ogni due anni: un minimo assoluto
dunque, ad imporre il quale non occorreva alcun speciale apparato.
Il razionamento del pane cominciò soltanto nell'ottobre 1941, dopo sedici
mesi di guerra: si era tanto spesso strombazzata la «battaglia del grano»
come una delle grandi vittorie del fascismo, che non era facile ammettere
una scarsità di farina. Mussolini finì con il riconoscere che forse aveva
aspettato troppo a razionare il pane, ma si scusò scaricando la
responsabilità della penuria sugli agricoltori, che portavano illegalmente
il loro grano sul mercato nero. Anche in materia di oggetti di vestiario, il
razionamento cominciò soltanto nell'ottobre 1941. Ripensandoci, il duce
ritenne che il razionamento del pane e dei generi di abbigliamento avrebbe
fatto bene agli italiani, perché li avrebbe educati alla disciplina e ad un
severo senso di austerità, e che quindi era forse il caso di mantenerlo
anche a guerra finita. Ma in realtà esso generò indisciplina più di
qualsiasi altra cosa, perché le norme relative furono largamente
trasgredite. Anzi, fu ufficialmente ammesso che le trasgressioni erano
necessarie al funzionamento dell'economia, poiché il mercato nero,
diversamente dall'amministrazione, era perlomeno efficiente. Per chi poteva
permettersi di frequentare ristoranti, comprare generi di lusso, villeggiare
negli alberghi o mangiare all'elegante Golf Club della capitale, non era
troppo difficile soddisfare i propri desideri.
Le opere pubbliche sono un elemento essenziale della messinscena sotto
qualsiasi dittatura, e Mussolini le amava non solo perché creavano posti di
lavoro, ma soprattutto perché procuravano titoli vistosi sui giornali. Nel
novembre 1940 decise, senza dubbio perché aveva bisogno di dimostrare che i
rovesci militari lo lasciavano perfettamente tranquillo, il lancio di un
gigantesco programma di opere pubbliche. Quando il ministro interessato gli
chiese in che modo 300;
ciò potesse conciliarsi con la guerra, la sua risposta fu: «alla guerra ci
penso io; voi dovrete agire come se non ci fosse". In cima alle priorità
stavano le autostrade, e anche i canali navigabili, benché per generale
ammissione il volume del traffico non li giustificasse. Ma, si disse, nel
mondo postbellico avrebbero servito da collegamento con le vie commerciali
per il Vicino Oriente (attraverso l'Adriatico). Queste proposte grandiose
furono approvate dalla Camera per acclamazione, dopo un dibattito
brevissimo, e dopo che ai deputati fu spiegato quanto fosse importante
dimostrare che il fascismo era in grado di far procedere regolarmente la
vita ordinaria della nazione, e al tempo stesso combattere una guerra.
Nel maggio 1942 il ministro dei Lavori pubblici menò vanto del fatto che
l'Italia aveva in corso un programma di costruzioni più imponente di
qualsiasi altro paese belligerante. Il programma comprendeva l'edificazione
di prigioni, di un grande osservatorio, di diversi ponti sul Tevere, nonché
stanziamenti per l'edilizia popolare che non avevano precedenti.
Naturalmente tutto ciò comportava l'impiego di materiali da costruzione
scarsi, e aveva pesanti effetti inflazionistici. Ma nessuno poteva esprimere
in pubblico critiche del genere. Furono avviati i lavori per parecchi
canali, e si dette il via ai rilevamenti per un tunnel sotto lo Stretto di
Messina. l'ordine di Mussolini fu di continuare anche se mancavano i fondi,
e se non c'era alcuna prospettiva di portare a termine l'opera. Forse lo
spingeva la disoccupazione risultante dal mancato richiamo alle armi di otto
milioni di soldati, ma probabilmente il suo movente principale fu di fornire
un qualche contrappeso alle notizie dei rovesci militari, e di far sembrare
la guerra meno gravosa. Quando una delegazione di industriali bresciani gli
chiese miglioramenti alla rete ferroviaria locale, acconsentì
immediatamente, con grande soddisfazione, e, forse, sorpresa, dei suoi
interlocutori. Ma quando questi se ne andarono, disse ai suoi funzionari di
non farne nulla. La cosa importante era di impressionare la gente, e
preferibilmente con le sole parole, che non costano nulla. 301;
Con l'aumento della spesa governativa, la corruzione dei funzionari sembra
esser cresciuta; o perlomeno era meno facile occultarla. A titolo di esempio,
i rapporti della polizia segreta sul ministro degli Scambi e valute,
Riccardi, mostrano che questo fascista dei vecchi tempi era probabilmente
coinvolto in pratiche fraudolente in materia di licenze di esportazione e
transazioni valutarie4. L'assenza della critica pubblica faceva sì che
bustarelle e concussioni prosperassero molto di più di quanto succedesse in
altri paesi, in cui la stampa era libera di indagare. Mussolini sembra del
resto aver accettato, se non addirittura salutato con favore, il proliferare
degli intrallazzi tra i suoi tirapiedi, perché gli consentiva di mantenerli,
mediante la minaccia del ricatto, in uno stato di soggezione assoluta. Il
fenomeno divenne molto più vistoso negli ultimi anni Trenta, incoraggiato dal
considerevole aumento della spesa pubblica che accompagnò il processo di
riarmo. Un ex capo della polizia ha ricordato che «nella pubblica opinione
gerarca era divenuto sinonimo di ladro e peggio, e che la polizia aveva
l'ordine di ignorare gli imbrogli, talora di dimensioni assai rilevanti,
perpetrati nelle alte sfere. Alla fine del 1941 si fece qualcosa per ridurre
gli ormai famigerati intrallazzi al vertice della gerarchia, perché ci s'era
infine accorti che la fama di disonestà danneggiava il regime. Ma non sembra
si ottenesse gran che di concreto; e qualcuno dei casi di concussione più
scandalosi, ad esempio quelli concernenti i familiari di Clara Petacci,
l'amante di Mussolini, fu sottratto per ordini superiori alla competenza
della polizia ufficiale.
Nella primavera del 1941 i tedeschi intervennero nei Balcani e in Nord Africa
per porre riparo ai rovesci militari che Mussolini s'era tanto avventatamente
tirato addosso. Pochi giorni bastarono per conquistare la Jugoslavia e la
Grecia. In aprile Rommel recuperò al controllo dell'Asse l'intera Libia, e
portò quindi la guerra in territorio egiziano. In giugno Hitler lanciò il suo
attacco alla Russia, e Mussolini si accodò automaticamente, perché fu
allettato a credere che la nuova campagna sarebbe finita presto, e che un
«bottino» ora molto più grosso sarebbe stato diviso soltanto tra quanti
inviavano truppe in aiuto alla Germania sul fronte orientale. Del resto aveva
così spesso affettato di disprezzare la rivoluzione russa e l'Esercito rosso
(benché retrospettivamente tentasse di negarlo), da non poter nutrire alcun
dubbio su una rapida vittoria. Ma quando questa idea si dimostrò sbagliata,
Mussolini cercò di scagionarsi pretendendo di essersi opposto all'invasione
hitleriana della Russia. Ma in realtà aveva da lungo tempo auspicato proprio
quella guerra, e ancor prima che i tedeschi sferrassero l'attacco aveva
preparato le truppe per appoggiarlo. Insisté nell'inviare sul fronte russo
un corpo di spedizione, malgrado le sue autoblindo, con le loro corazze
sottili, non reggessero assolutamente il confronto con i giganteschi carri
armati russi, e malgrado, obiezione ancor più fondamentale, le sue forze
fossero già impegnate sino al limite di rottura nei Balcani e in Nord
Africa. Ma ciò non lo preoccupava gran che: il suo timore era che le truppe
italiane potessero arrivare sul fronte russo troppo tardi per partecipare al
trionfo della vittoria. Intanto i propagandisti, che facevano del loro meglio
per adattarsi ai suoi umori oscillanti, salutarono l'invio del corpo di
spedizione in Russia come un atto insieme vantaggioso ed inevitabile.
Dal canto suo, lo stato maggiore tedesco era contrario all'invio di truppe
italiane in Russia: estendere ulteriormente gli impegni delle forze armate
italiane con tanti uomini già occupati altrove gli sembrava davvero il colmo
della follia. Alcuni ufficiali di stato maggiore italiani erano d'accordo, ma
il generale Cavallero, il nuovo capo di stato maggiore generale, avallò
docilmente la diagnosi mussoliniana. Poiché si considerava vitale far presto,
il corpo di spedizione fu equipaggiato con incauta trascuratezza. Gli aerei
furono mandati ad affrontare temperature sotto lo zero senza che si pensasse
a dotarli di dispositivi antigelo. Partirono anche le cosiddette divisioni
motorizzate; in realtà mancavano tuttora in larga misura di mezzi di
trasporto, e una parte di queste truppe nominalmente meccanizzate dovette
percorrere un migliaio di miglia a piedi. L'espressione «divisioni
motorizzate» non era stata altro che una frase creata a scopi 303;
di propaganda. Ma Mussolini, come spesso gli capitava, se ne dimenticò, e in
seguito fu pronto ad accusare i tedeschi di non fornire i camion necessari a
salvare i suoi uomini dall'annientamen to.
Il duce aveva un bisogno speciale della presenza di soldati italiani sul
fronte orientale, perché era ossessionato, come già nel caso dell'invasione
dell'Inghilterra, dall'idea di trovarsi in forze dovunque sembrasse che
Hitler stava per vincere la guerra. Quando, nell'ottobre 1941, i tedeschi
gli annunciarono che la Russia era praticamente sconfitta, un folto gruppo
di giornalisti fu spedito all'Est per esser presente alla marcia su Mosca. A
Roma la stampa se ne uscì con la tesi che la Russia stava perdendo perché
questi «meticci slavo-mongoli», così li chiamò Canevari, erano un esempio
della «inferiorità razziale russa». Lo spirito d'iniziativa e l'energia del
soldato fascista gli erano ignoti, perché, diversamente dai tedeschi, dai
giapponesi o dagli italiani, costoro erano stati per secoli costretti ad
obbedire come schiavi. Con soldati del genere «si può resistere tenacemente,
ma non si può vincere». La guerra stava dunque assumendo l'aspetto di «una
gigantesca lotta di razze», e dimostrando «il nostro diritto a pretendere al
sommo di quella gerarchia di popoli». Non è improbabile che Mussolini ci
credesse. Dopo tutto, sin dall'inizio le dottrine razziali fasciste avevano
avanzato la gratuita previsione che gli slavi, posti di fronte agli eredi
dell'antica Roma, avrebbero addirittura rinunciato a combattere.
Non soddisfatto di aver inviato in Russia un esercito, il duce insisté presso
una Germania riluttante per far partire sempre nuovi rinforzi, spiegando ai
suoi restii generali che più uomini egli aveva sul fronte orientale, migliore
sarebbe stata alla conferenza della pace la sua posizione per avanzare grosse
rivendicazioni. Il fascismo si proponeva di colpire al cuore il comunismo, e
restaurare una «Russia bianca». Per questa causa alquanto remota, decine di
migliaia di uomini furono mandati a morire inutilmente, per un puro azzardo.
In seguito Mussolini cercò di dimostrare che con una frazione degli uomini
uccisi in Russia dal gelo e dalla fame 304;
egli avrebbe potuto vincere agevolmente la guerra in Nord Africa, e che in
Africa, e non in Russia, l'Asse avrebbe trovato il suo vero spazio vitale.
Il duce si contraddisse a questo modo più volte, forse senza accorgersene,
come se passasse da un atteggiamento all'altro nel perenne tentativo di
mantenere in piedi l'unico punto immutabile (benché fragile) del dogma
fascista: vale a dire il principio per cui «Mussolini ha sempre ragione». Ma
la verità è che a cominciare dal dicembre 1941 non fu più in grado di pensare
razionalmente. E in certi episodi, quando si disse contento di un rovescio
subito dai tedeschi sul fronte russo, o quando, in altre occasioni, si
domandò se per lui la cosa migliore non potesse per caso essere una
sconfitta tedesca, dobbiamo vedere i sintomi di uno stato di confusione
mentale.
All'attacco giapponese a Pearl Harbor fece seguire, dopo appena un attimo di
esitazione, un'altrettanto precipitosa dichiarazione di guerra agli Stati
Uniti. Luigi Barzini ed altri esperti di cose americane avevano accarezzato i
suoi pregiudizi insistendo che gli Stati Uniti non sarebbero mai scesi in
campo, mentre altri erano arrivati a sostenere che la capacità produttiva
americana in fatto di munizioni era praticamente zero, e lo stesso Mussolini
era stato solito affermare che l'entrata in guerra degli Stati Uniti non
avrebbe avuto assolutamente alcun effetto sull'andamento del conflitto,
perché la loro capacità militare era trascurabile. Era bensì stato avvertito
che c'era anche chi la pensava diversamente; ma ora le sue speranze erano
riposte in una vittoria tedesca, e verosimilmente ritenne di non aver altra
scelta che unirsi ai tedeschi e ai giapponesi, trovando il modo di rendere
la nuova guerra accettabile. S'affidò comunque, al solito, al suo istinto, e
anche all'idea che una qualche mossa drammatica sarebbe valsa a confermare
nel suo enourage la convinzione della sua onniscienza ed infallibilità.
Sempre più lontano dalla realtà, forse non capì che il suo annuncio della
guerra contro l'America sarebbe giunto al popolo italiano come una sorpresa
sgradevolissima. Spiegò ai suoi attoniti ministri che, malgrado ora la guerra
rischiasse di durare anche cinque anni, gli Stati Uniti non potevano recare
che un modestissimo contributo alla causa alleata. E i propagandisti
ricamarono, come d'obbligo, su questa idea, sostenendo che la guerra contro
l'America sarebbe stata universalmente salutata come una guerra di
liberazione. Nella nuova intellighenzia fascista c'era un generale consenso
sul concetto che non si doveva permettere all'America di imporre la sua
semibarbarie all'Italia fascista, ch'era il vero rappresentante dei valori
della civiltà; e si sostenne che il progressivo mescolarsi delle razze faceva
degli Stati Uniti un paese non meno decadente ed indebolito della Russia
sovietica. Gli americani erano così allo stremo, si disse, che un solo
bombardamento su New York sarebbe bastato a metterli in ginocchio.
(esattamente la stessa previsione era stata monotonamente avanzata, sempre
sbagliando, a proposito di Barcellona, poi di Londra, e poi ancora di Atene).
I due fronti sui quali l'Italia subì le sue sconfitte più gravi furono la
Russia e il Nord Africa. Ma, grazie all'avventata presunzione del duce, la
più gran parte delle sue truppe fu concentrata nei Balcani, e per lunghi
periodi le perdite registrate in questa regione dagli italiani, lasciati dai
tedeschi a presidiare un territorio di enorme estensione, furono doppie di
quelle subite sui fronti africano e russo. E nel 1942, a mano a mano che il
fascismo faceva emergere, senza volerlo, ma inesorabilmente -
un'opposizione nazionalista e comunista in un paese balcanico dopo l'altro,
si resero alla fine necessari, per tenere sotto controllo la popolazione
civile, oltre mezzo milione di uomini. La stolta invasione della Grecia
effettuata da Mussolini nell'ottobre 1940 può dunque esser vista
retrospettivamente come qualcosa che lo privò di qualsiasi possibilità di
vincere il più vasto conflitto. Inoltre, fu da quel che videro come membri
di questo esercito di occupazione che molti soldati italiani appresero
l'inconsistenza del fascismo, e che una parte di essi si volse al comunismo
alla ricerca di una risposta più plausibile ed efficace ai problemi
contemporanei.
Naturalmente i capi fascisti continuarono ad autoincensarsi per il «nuovo
ordine» che stavano realizzando nei Balcani. 302 Mussolini, oltre che di
stomaco debole, era più crudele e assetato di sangue di quanto generalmente
si credesse, e che ormai per mantenersi aggrappato agli ultimi vestigi del
potere non avrebbe indietreggiato dinanzi ad alcuna efferatezza. Il duce
parlò di compiere misteriosi attacchi terroristici contro l'Inghilterra, o
dell'impiego su grande scala di un gas tossico che avrebbe ucciso ogni cosa
vivente, o anche di un ancor più sibillino raggio della morte.
Mussolini aveva più volte sostenuto che la guerra costituiva il banco di
prova conclusivo su cui giudicare una nazione e un capo, e alla luce di
questo metro la sua opera appariva chiaramente un fallimento. Eppure non
ammise alcuna sua responsabilità personale per la guerra, e tanto meno per
la sconfitta. Quanto alla guerra, l'imputava alla stupidità della Francia e
dell'Inghilterra; e la sconfitta andava attribuita ai tedeschi, e anche ai
suoi generali. Ma soprattutto insisté nell'accusare il popolo italiano, che
in pubblico continuò bensì ad incensare come il più intelligente e marziale
del mondo, ma che in privato denunciava sprezzante come immaturo,
superficiale, codardo, inintelligente, bugiardo e privo di spina dorsale.
Borbottò che troppo pochi dei suoi compatrioti s'erano mostrati pronti a
morire in quello che amava definire «questo sublime olocausto», e in un
momentaneo scoppio di indignazione disse ch'era sua intenzione «combattere
sino all'ultimo italiano». Ma s'egli era pronto ad accettare la distruzione
dell'Italia, allora la guerra non poteva avere altro scopo che la misteriosa
gratificazione personale di questo singolo uomo. A Mussolini importava poco
non soltanto del fascismo, ma anche dell'Italia.
La prospettiva della sconfitta funzionò da potente solvente di antichi legami
e antiche illusioni, e stimolò vigorosamente dubbi e domande. Era ben strano
che, dopo tutta la propaganda per la guerra, ora pochissimi sembrassero
sapere perché il paese stava combattendo. Le vecchie idee liberali, che
Mussolini aveva una volta giudicato sepolte per sempre, rispuntavano, finché
la gente comune cominciò a fantasticare che dopotutto aveva forse qualche
diritto ad avanzare una 313;
propria personale interpretazione di quel che il fascismo significava
realmente. Secondo rapporti ufficiali, anche il comunismo, l'altro nemico
mortale, stava facendo grandi progressi, arrivando a minare tutte le branche
dell'industria. Ci fu chi disse che malgrado quasi tre anni di guerra
l'opinione pubblica era rimasta anglofila, e nutriva un rispetto sempre
minore per il partito fascista. Benché gli intransigenti continuassero
disperatamente a ripetere che la guerra era qualcosa di nobile e di
necessario, e che si doveva preferire che non finisse troppo presto, si
cominciò ad avere l'impressione che la grande maggioranza del popolo
italiano volesse la pace, e la volesse quasi ad ogni costo. Quando, in
luglio, gli alleati invasero la Sicilia, e poi, in settembre, la penisola,
fu l'inizio della fine. Dopo una campagna lenta ma inesorabile, nell'aprile
1945 Mussolini fu infine catturato dai partigiani italiani, e da questi
sommariamente giustiziato.
Sin quasi all'ultimo momento, Mussolini continua a credere che la propaganda
fosse l'arma essenziale, e che il suo compito di comandante supremo fosse
innanzitutto di creare e mantenere in piedi il mito della sua propria
infallibilità, e in secondo luogo di rivestire di panni plausibilmente
realistici le numerose altre illusioni che aveva giudicato opportuno
alimentare. S'era abituato a vivere in un mondo di fantasia, dove contavano
non i fatti, ma le parole, dove un esercito lo si giudicava in base allo
splendore delle parate piuttosto che alla luce di un qualsiasi criterio di
efficienza, dove le guerre si vincevano non per superiorità di armamenti e di
strategia, ma manipolando le notizie sì da dare l'illusione della forza. Era
un mondo in cui per un pubblicista di genio era facile prendere in giro i
più, in cui le decisioni potevano venir rovesciate da un giorno all'altro
senza che nessuno se ne desse per inteso, e anzi addirittura se ne
accorgesse, e dove in ogni caso le decisioni erano prese per fare scena, e
non per essere messe in atto. Era un mondo essenzialmente privo di serietà,
dove soli contavano il prestigio, la propaganda e le dichiarazioni
pubbliche; ed è difficile evitare la conclusione che proprio questo fosse il
messaggio centrale e la vera ani ma del fascismo italiano. Non essendoci
ragioni per pensare che gli italiani siano più creduli di qualsiasi altro
popolo, bisogna ammettere che come illusionista la prestazione di Mussolini
fu quella di un autentico virtuoso. Non per nulla egli disse una volta che
l'arte scenica era la più grande di tutte le arti. Ma fu appunto questo
virtuosismo, più di ogni altra cosa, a portare l'Italia alla disfatta.

Fine.

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