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B ) I L P I C C O LO I M P R E N D I TO R E . L’ I M P R E S A FA M I G L I A R E .

Il criterio dimensionale.
La dimensione dell’impresa è il secondo criterio utilizzato per differenziare la disciplina
dell’imprenditore; a tal riguardo il codice distingue tra piccolo imprenditore e imprenditore medio-
grande.

DISCIPLINA: Il piccolo imprenditore è sottoposto allo statuto dell’imprenditore in generale (con


eccezione ex art.1130 c.c., per cui l’accettazione o la proposta dell’imprenditore effettuata
nell’esercizio delle sue funzioni non si dà per revocata allorquando intervenga la morte o
l’incapacità, salvo per l’imprenditore piccolo). E’ esonerato dalla tenuta delle scritture contabili
(art.2214 co.3 cc) ed è esonerato dal fallimento (art.2221 c.c.) ed altre procedure concorsuali
potendo usufruire solo delle procedure concorsuali da sovraindebitamento. L’iscrizione nel
registro delle imprese, originariamente esclusa, è oggi prevista (l n 580/1993) ma con sola
funzione di pubblicità notizia.

FUNZIONE: anche la nozione di piccolo imprenditore assolve ad una funzione negativa, ossia
quella di delimitare lo spazio di applicazione della disciplina dell’imprenditore commerciale che è in
linea di principio lo statuto proprio dell’imprenditore commerciale medio-grande.

Molte norme sono però riservate al piccolo imprenditore da parte della legislazione speciale, per lo
più con l’intento di garantirne la sopravvivenza e sostenerne lo sviluppo attraverso una serie di
agevolazioni.

Il problema che solleva la sua definizione era data dal fatto che l’imprenditore commerciale era ed
è definito da due norme differenti (art.2083 c.c. e art.1 co.2 l.fall.) che non erano coincidenti.

Il piccolo imprenditore nel codice civile.

2083. Piccoli imprenditori.


Sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro
che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei
componenti della famiglia

L’ultima parte della norma consente di ricomprendere nella nozione anche altri imprenditori che
non svolgono le previe tre attività menzionate. Enuncia però al tempo stesso il criterio generale
d’individuazione dell’imprenditore piccolo e che vale anche per le tre categorie di attività
menzionate: la prevalenza del lavoro proprio e familiare che dunque rappresenta il carattere
distintivo del piccolo imprenditore.
Per aversi piccola impresa è dunque necessario che:

a) l’imprenditore presti il proprio lavoro b)il suo lavoro e quella della sua
nell’impresa. famiglia prevalgano sia rispetto al
La prevalenza del lavoro personale e lavoro altrui, sia rispetto al capitale -
familiare sugli altri fattori produttivi deve proprio o altrui - investito nell’impresa.
intendersi in senso qualitativo-funzionale e Es.non è piccolo imprenditore chi
non in senso quantitativo; è necessario investe ingenti capitali nell’impresa - ad
dunque accertare se l’apporto persone esempio un gioielliere - anche se non si
dell’imprenditore e famiglia abbiamo rilievo avvale di un collaboratore.
preminente nell’organizzazione dell’impresa
e caratterizzino i beni o servizi prodotti
Il piccolo imprenditore nella legge fallimentare.

Anche la legge fallimentare fissava la nozione di piccolo imprenditore; questa nozione costituiva un
problema per gli interpreti ed è stata radicalmente revisionata prima con il d.lgs. 9-1-2006,n.5 e poi
con d.lgs. 12-9-2007, n.169.

La versione originaria dell’ART.1 CO.2 L.FALL., nel ribadire che i piccoli imprenditori non falliscono,
li definiva poi:

‘’Sono considerati piccoli imprenditori, gli imprenditori esercenti un’attività commerciale, i quali
sono stati riconosciuti, in sede di accertamento ai fini dell’imposta di ricchezza mobile, titolari di
un reddito inferiore al minimo imponibile. Quando è mancato l’accertamento ai fini dell’imposta do
ricchezza mobile, sono considerati piccoli imprenditori gli imprenditori esercenti un’attività
commerciale nella cui azienda risulta essere stato investito un capitale non superiore a lire
novecentomila’’ […]
In nessun caso sono considerati piccolo imprenditori le società commerciali.’’

Nella legge fallimentare dunque, il piccolo imprenditore era individuato solo ed esclusivamente in
base a parametri monetari e quindi con criterio ben differente da quello individuato dal codice,
ossia quello della prevalenza del lavoro personale e familiare. Ciò dava luogo dunque a dei
paradossi, dovendosi riconoscere e al tempo stesso negare la qualifica al medesimo soggetto.
Questo paradosso era però venuto meno con due modifiche successive:
1) L’imposta sulla ricchezza mobile fu soppressa e sostituita dall’Irpef, sicché la relativa
previsione nell’art.1 co.2 venne abrogata implicitamente;
2) il criterio del capitale investito fu dichiarato illegittimo dalla Consulta in quanto non più idoneo -
in seguito alla svalutazione monetaria - a fungere da scrutinante fra imprenditore commerciale
soggetto a fallimento e quello esonerato.

Della nozione originaria restava l’appunto per cui non erano considerati piccoli imprenditori le
società commerciali ma nemmeno questo punto sembrava essere del tutto rimasto saldo in seguito
alla pronuncia della Consulta attraverso cui aveva affermato che non trovasse applicazione
rispetto alle società artigiane.

La sola nozione civilistica, d’altro canto, sollevava comunque dei problemi in quanto era alquanto
complicato accertare in concreto la prevalenza del lavoro familiare e personale rispetto gli altri
fattori produttivi e far dipendere da questo requisito le gravi conseguenze - anche penali - del
fallimento suscitava senso di insoddisfazione.

Intervenne il legislatore con la riforma del diritto fallimentare del 2006, modificata poi nel 2007, la
quale ha reintrodotto all’art.1 co.2 un sistema di regole basato esclusivamente su criteri
quantitativi e monetari, tra l’altro non utilizzandoli come identificativi del piccolo imprenditore ma
solo funzionali ad identificare gli imprenditori esonerati dal fallimento. La modifica del 2007 è
intervenuta per meglio definire le soglie dimensionali rilevanti.

In base all’attuale disciplina, non è soggetto a fallimento l’imprenditore commerciale che


dimostri il possesso CONGIUNTO dei seguenti requisiti:

aver avuto nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o
dall’inizio dell’attività se di durata inferiore) un attivo patrimoniale di ammontare complessivo
annuo non superiore a euro trecentomila → Si deve tener conto di tutti gli elementi attivi
patrimoniali di cui dispone l'imprenditore: è possibile riferirsi alle voci indicate dall'art. 2424
del c.c.
L'ammontare di euro 300.000 deve risultare alla data di chiusura di ciascuno dei tre esercizi
terminati prima di quello nel quale è depositata l'istanza di fallimento (o dall'inizio dell'attività, se
la durata è inferiore).
Poiché la norma parla espressamente di "investimenti effettuati", è indubbio che vadano inclusi
nell'ammontare da considerare anche i crediti verso i soci per versamenti ancora dovuti.
aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito
all’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore) ricavi lordi per un
ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila → Il riferimento ai
ricavi (e non al fatturato) implica:
- che la norma si può applicare anche agli imprenditori che non sono tenuti a redigere il
bilancio;
- ai fini del calcolo, non vanno considerate solo le entrate per la vendita di beni o
servizi, ma anche altre componenti positive come ricavi accessori, royalties, etc.
avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

Tali valori possono essere aggiornati con cadenza triennale con decreto del Ministro della
giustizia sulla base delle variazioni degli indici Istat dei prezzi al consumo, per adeguarli alla
svalutazione monetaria..

Basta aver superato anche solo uno degli indicati limiti dimensionali per essere esposti a
fallimento.

L’attuale disciplina pone poi l’onere della prova in capo al debitore: costui dovrà dimostrare di
essere sempre stato al di sotto della soglia di fallibilità.

Le società commerciali possono essere esonerate dal fallimento se rispettano i limiti.

Nozione l.fall: determina chi può


essere dichiarato fallito in base ai
criteri dimensionali fissati

Coordinamento
fra nozioni
Nozione civilistica: rileva ai fini
dell’applicazione della restante
parte dello statuto
dell’imprenditore commerciale
(iscrizione nel registro delle
imprese, obbligo di tenuta delle
scritture contabili).

L’impresa artigiana.

LEGISLAZIONE DI SOSTEGNO: Le piccole imprese - soprattutto quelle agricole e quelle artigiane


- sono destinatarie di una serie di norme di legislazione speciale volte ad attribuire loro un ausilio e
sostegno sotto vari punti di vista (creditizio, lavoristico, tributario); tali disposizioni sono emanate in
attuazione del dettato degli artt. 44 e 45 co.2 Cost.

FRAMMENTARIETA’ DELLA NOZIONE: Queste leggi speciali prevedono spesso autonomi criteri
di identificazione delle imprese destinatarie, noi coincidenti con quelli fissati dall’art.2083. Si tratta
di definizioni appunto dettate a fini speciali e comunque diversi rispetto a quelli perseguiti dalla
definizione del 2083 c.c. Mostrano dunque che a seconda degli interessi che vengono in rilievo si
ha una sorta di variabilità delle norme giuridiche definitorie. Detto ciò, ai fini dell’esposizione al
fallimento, ciò che rileva sono sempre gli indici indicati dalla legge fallimentare; ai fini
dell’applicabilità della restante parte dello statuto dell’imprenditore commerciale si guarda all’art.
2083.

❗ Una particolarità delle imprese artigiane - piccole - si


riscontrava nella Legge 2 5 - 7 1 9 5 6 , n.8 6 0

La legge affermava che l’impresa che avesse i requisiti contenuti nella legge veniva considerata
impresa artigiana a tutti gli effetti di legge. Questo voleva dire:
la nozione speciale sostituiva la nozione codicistica e fallimentare, sicché si delineava un
modello di impresa artigiana che non sempre coincideva con quello del codice. Elemento
portante dell’impresa artigiana era infatti la natura artistica o sulle dei beni o servizi prodotti
e non la prevalenza del lavoro personale o familiare nel processo produttivo. Perciò,
rispettati i limiti stabiliti in ordine al personale dipendente ( si prevedeva che l’imprenditore
artigiano potesse avvalersi di personale dipendente purché personalmente guidato e diretto
e dunque senza limiti di numero), l’impresa doveva ritenersi artigiana e sottratta al fallimento
anche quando non era più rispettato il criterio della prevalenza.

Inoltre, la legge riconosceva la qualifica di artigiana anche alle imprese costituite in forma di
società purché si trattasse di società cooperative o in nome collettivo e alla condizione che
‘’la maggioranza dei soci partecipi personalmente al lavoro e, nell’impresa, il lavoro abbia
funzione preminente rispetto al capitale.’’ Quindi in deroga al vecchio art.1 co.2 l.fall. anche le
società artigiane erano esonerate dal fallimento.

➜ La legge però è stata abrogata dalla ‘’legge quadro per l’artigianato’’ n.443/1985.
Questa legge propone una propria definizione di impresa artigiana tra l’altro ampliandone la
categoria rispetto alla legge precedente. La peculiarità però si ritrova nel fatto che questa legge
non afferma più che l’impresa artigiana è definita a tutti gli effetti di legge. E questo perché lo
scopo di suddetta legge è quello di porre dei requisiti ai fini dell’individuazione delle imprese
artigiane che saranno poi le soggette di una serie di provvidenze emanate dalle regioni a favore
dell’artigianato. Dunque, il riconoscimento di impresa artigiana ai sensi della legge dell’85 è solo
funzionale ad individuare i soggetti delle provvidenze e non basta per sottrarre l’imprenditore
artigiano allo statuto dell’imprenditore commerciale. E’ infatti necessario che sia rispettato il
criterio della prevalenza ex art.2083 ovvero - per quanto riguarda il fallimento - che si sia al di sotto
degli indici indicati dalla legge fallimentare. In mancanza, l’imprenditore sarà artigiano ai fini delle
provvidenze regionali ma dovrà qualificarsi come imprenditore commerciale non piccolo ai fini
civilistici e del diritto fallimentare. Inoltre, non costituisce ostacolo alla dichiarazione di fallimento il
riconosciuto carattere costitutivo all’iscrizione all’albo delle imprese artigiane dato che tale
iscrizione non preclude all’autorità giudiziaria di accertare se effettivamente sussistano i
presupposti per l’esonero dalle procedure concorsuali.

Definizione dell’impresa artigiana ai sensi della legge dell’85:


Oggetto dell’impresa, che può essere costituito da qualsiasi attività di produzione di beni o di prestazioni
di servizi;
Ruolo dell’artigiano nell’impresa, richiedendosi che svolga in misura prevalente il proprio lavoro anche
manuale nel processo produttivo.
Sono poi artigiane le società cooperative o in nome collettivo a condizione che la maggioranza dei soci, o
uno se sono in due, svolga il prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo e che
nell’impresa il lavoro abbia funzione preminente sul capitale. La qualifica è poi stata riconosciuta anche alle
società a responsabilità limitata unipersonale, alle società in accomandita semplice, alle s.r.l. pluripersonali.
L’impresa familiare.

L’istituto è regolato dall’art.230-bis c.c. introdotto con la riforma del diritto di famiglia del 1975.

➤E’ impresa familiare l’impresa nella quale collaborano (anche attraverso il lavoro nella
famiglia) il coniuge i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado
dell’imprenditore (c.d.famiglia nucleare).

L’impresa famigliare comunque non deve essere confusa con la nozione di piccolo imprenditore
perché è ben possibile che una grande impresa sia anche familiare e che una piccola impresa non
sia familiare. La nozione del 230-bis c.c. risponde infatti ad esigenze diverse da quelle del 2083
c.c. ossia quello di predisporre una tutela minima ed inderogabile al lavoro familiare di impresa;
svolge dunque una funzione di tutela dei membri della famiglia nucleare che lavorino in modo
continuato nella famiglia o nell’impresa, riconoscendo loro determinati diritti. Come quanto
affermato dalla giurisprudenza, la norma non altera la struttura individuale dell’impresa e non
incide sulla titolarità dei beni aziendali. Si tratta di una disciplina delle prestazioni lavorative dei
familiari dell’imprenditore. Dunque, non si ha in questi casi impresa collettiva!
PS. L’imprenditore agisce nei confronti dei terzi in proprio e non quale rappresentante dell’impresa
familiare. Solo a lui saranno imputabili gli effetti degli atti posti in essere nell’esercizio dell’impresa,
solo lui sarà eventualmente esposto a fallimento.

Diritti patrimoniali: devono essere concepiti come semplici diritti


di credito nei confronti dell’imprenditore-familiare. Sono in
particolare riconosciuti:
• diritto al mantenimento, secondo le condizioni patrimoniali
della famiglia anche se non dovuto ad altro titolo;
• diritto di partecipazione agli utili dell’impresa;
DISCIPLINA
• diritto sui beni acquistati con gli utili e sugli incrementi di
EX ART.230-
valore dell’azienda;
bis c.c.
• diritto di prelazione sull’azienda in caso di divisione ereditaria
o trasferimento sull’azienda stessa.

Poteri gestori: sono riconosciuti ex lege solo poteri di gestione


straordinaria che devono essere adottate a maggioranza dai familiari che
partecipano all’impresa stessa. Sebbene l’articolo nulla dica, ogni familiare
ha diritto ad un solo voto e alle decisioni non prende parte l’imprenditore in
quanto destinatario delle decisioni. Tuttavia gli atti di gestione ordinaria
sono di competenza esclusiva dell’imprenditore. Inoltre, una violazione dei
poteri gestori ex lege dà luogo al solo risarcimento del danno ma non
inciderà sulla validità o sull’efficacia degli atti compiuti, il che vuol dire che
producono comunque effetto verso i terzi.

Trasferimento della partecipazione: il diritto di partecipazione è


trasferibile solo a favore degli altri membri della famiglia nucleare
e con il consenso unanime dei familiari già partecipanti.

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