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Il silenzio dei vivi - Il Libro

“[…]Oggi più che mai, è necessario che i giovani


sappiano, capiscano e comprendano. […] E allora, se la
mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai
campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi
comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e
amore, anche io allora potrò pensare che nella vita, tutto
ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito
[…] per costruire un mondo migliore senza odio, né
barriere”. (E. Springer, “Il Silenzio dei vivi”, Marsilio ed.)

Il 24 aprile del 1997 fui invitato nella libreria Agorà di Lizzano (Ta) gestita da Michele Scarcia,
ingegnere, la cui grande passione per la cultura e per i beni librari in particolare gli avevano fatto
maturare la decisione di aprire una libreria con lo scopo di renderla un luogo vivace di dialogo e
approfondimento su tematiche culturali più attuali. Tra gli scaffali si favorivano gli incontri e il
dibattito con autori e lettori. E fu proprio così che ebbi l’opportunità di conoscere Elisa Springer,
l’autrice del libro “Il silenzio dei vivi”.

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Nata e vissuta a Vienna in una famiglia di commercianti ebrei di origine ungherese, a ventisei anni
venne arrestata e deportata in diversi campi di concentramento (Auschwitz, Bergen
Belsen,Theresienstädt) nei quali vive e sperimenta gli orrori più atroci della storia
dell’umanità,per l’unica e irragionevole “colpa” di essere ebrea. In poco più di cento pagine, l’autrice
ci descrive in modo crudo e diretto le condizioni di vita a cui era costretto chi veniva
deportato,condividendo la sua testimonianza di dolore, morte,
umiliazione e spersonalizzazione dell’animo umano: dai lunghi e
interminabili giorni di viaggio ammassati in un carro (adibito al
trasporto bestiame) con altre persone, ai giorni senza cibo e senza
acqua; dalle marce al freddo, alle malattie;dalle lotte tra madri e
figlie per accaparrarsi un pezzo di pane, alle atrocità inflitte dai
militari nazisti. Il racconto scorre in un avvicendarsi di
avvenimenti, sentimenti, emozioni, paure descritte in modo
lucido, chiaro che sembra di viverli in prima persona. Le ferite
sono tante sia nell’animo sia nel corpo, proprio come il tatuaggio sul
suo avambraccio sinistro A-24020, un segno indelebile col quale è
stata marchiata per diventare un numero, uno dei tanti “pezzi” per la
macchina da sterminio del Reich.

La storia potrebbe essere uguale ad altre tragiche vicende accadute durante la deportazione. Ma a
renderla unica, sono le emozioni che il racconto suscita, generate dal desiderio e dalla forza di
sopravvivere dell’autrice, anche quando tutto sembrava perso. Racconta: “Io ho vissuto per non
dimenticare quella parte di me rimasta nei lager […] Ho vissuto per difendere e raccontare l’odore
dei morti che bruciavano, per difendere la memoria dei miei cari[…]”. La sua forte determinazione
infatti, unita ad una serie di fortunate coincidenze, le permettono di “tornare tra i vivi” dapprima
nella sua città natale e poi in Italia scampando definitivamente la morte.

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Ma da questo momento i fantasmi del passato si fanno sempre più presenti; ed ecco che per oltre
cinquant’anni, la sua storia cade nel silenzio. Nessuno conosce la sua storia, il suo dramma; Anche
quel numero tatuato ha suscitato curiosità in quanti non ne conoscevano il significato. Spesso
qualcuno non ci dava tanto peso. Altri non capivano. Altri ancora ridevano. Fu così che decise di far
cadere nel silenzio anche quel marchio, nascondendolo sotto un cerotto e chiudendo sé stessa
sempre più nel silenzio per non sentirsi diversa, osservata.

La sua vita si normalizza e nasce un figlio, Silvio, il quale interrompe quel silenzio durato una vita e
incoraggia la madre a ritrovare le parole perdute. Scrive lei: “Il mio domani adesso, ha gli occhi di
mio figlio!”. Ecco allora il libro, in cui Elisa ripercorre le pagine della sua storia e in cui la
parola Libertà assume un ruolo predominante per la sua esistenza. Un percorso fatto di
dialogo con un Dio perduto a causa dell’odio, dell’indifferenza, della disperazione, della morte. E poi
ritrovato, perché spingeva le paure dal di là dei confini del male restituendole una nuova speranza di
vita.
Errata corrige: nella intro del video è stata erroneamente indicata la località di Manduria in luogo
di Lizzano.

Oggi Elisa Springer non c’è più. È deceduta nel 2004 dopo una lunga malattia. Il messaggio
che lascia nelle sue parole è da leggersi in chiave positiva. In nome della degnità umana, la
Springer parlerà sempre e ovunque del rapporto, dello scambio, della collaborazione che tra gli
uomini deve avvenire perché sono azioni necessarie, richieste dal loro spirito sia in ambito privato,
nella famiglia, sia in ambito pubblico, nella società, tra i popoli. La pace, l’amore, il bene comune
sono le armi migliori concesse all’uomo per tenere lontane l’offesa, la violenza, la guerra. Elisa
Springer era cercata per conferenze, convegni; aveva raggiunto la fama ma era rimasta la ragazza
semplice impressionata, spaventata per la perdita dei genitori, la donna comune che soffriva di non
potersi ritrovare nel suo ambiente d’origine. E quel che a lei non era stato possibile cercava per gli
altri, voleva convincerli che non era difficile ottenerlo, che altro poteva essere l’uomo da quello che
avevano mostrato i tedeschi.

E conclude il suo libro: “A Birkenau […] si incontreranno i giovani liberi, i ragazzi della pace, e lì ad
Auschwitz-Birkenau, dalle ceneri sparse fra le zolle, continuerà a nascere la nostra vita!”.
……sempre se l’uomo lo vorrà.