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Marx

3.1 Vita e opere.


Il pensiero di Marx rappresenta una delle componenti intellettuali e politiche più importanti dell’età moderna. Nasce a Treviri nel
1818 da famiglia ebrea. Riceve dal padre, avvocato colto, un’educazione di stampo razionalistico e liberale. Nel 1835 inizia gli studi
di Giurisprudenza a Bonn, e successivamente si trasferisce a Berlino dove entra in contatto con il club dei giovani hegeliani e studia
fino in fondo il pensiero del filosofo. Passa così alla facoltà di Filosofia e si laurea in questa disciplina. Abbandonata l’università, si
dedica al giornalismo politico. Si sposa con Jenny von Westphalen che sarà la sua compagna di vita. Nel 1843 termina la stesura
della Critica della filosofia del diritto di Hegel, in cui comincia a misurarsi con i problemi della filosofia moderna. Nel ’44 insieme a
Ruge pubblica gli Annali franco – tedeschi, nei quali appaiono due importanti saggi che testimoniano il passaggio di Marx al
comunismo. Nello stesso anno scrive i Manoscritti economico – filosofici. Si trasferisce poi a Bruxelles dove scrive la Sacra
famiglia. Nelle Tesi su Feuerbach e nell’Ideologia tedesca matura un distacco polemico verso l’intera filosofia tedesca, mentre nella
prima e nella seconda vengono poste le basi della concezione materialistica della storia. Nel 1848, Marx viene incaricato dalla Lega
di elaborare insieme a Engels, il Manifesto del partito comunista.
Nel 1851 Marx si ritira dalla vita politica e comincia a lavorare al British Museum. E’ in questo periodo che inizia ad avere dei
problemi economici. Nel 1852 pubblica a New York una serie di articoli dal titolo Il 18 brumaio di Napoleone Bonaparte, dedicati al
colpo di stato francese dell’anno precedente. Nel 1857-59 stende Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. Nel
1859 pubblica Per la critica dell’economia politica.
Nel 1864 viene fondata l’associazione internazionale dei lavoratori, nella quale Marx è figura dominante. Nel 1866 inizia il primo
libro del Capitale. Muore nel 1883 compianto dall’amico di una vita Engels e dal movimento operaio internazionale. Resta
memorabile la frase fatta scrivere dai suoi allievi su una corona di fiori: a colui che ha difeso i diritti dei lavoratori nella teoria e li ha
fatti valere nella pratica.

3.2 caratteri generali del marxismo.


Il primo contrassegno del pensiero di Marx è la sua irriducibilità alla dimensione puramente filosofica, sociologica ed economica e il
suo porsi come analisi globale della società e della storia, con particolare attenzione al mondo borghese. Secondo punto fisso della
filosofia marxista è il suo legame con la prassi, ovvero la volontà di fornire un’interpretazione dell’uomo e del mondo che sia anche
impegno verso la trasformazione rivoluzionaria delle istituzioni. Nonostante Marx fosse affascinato dalla scienza, egli ricercò per
tutta la vita l’unione tra teoria e prassi. In questa fase del pensiero marxista ci troviamo ad un punto–chiave, che sta alla base della
sua scelta rivoluzionaria: l’ideale di tradurre in atto quell’incontro tra realtà e razionalità che Hegel aveva solo pensato e che lui si
propone di attuare con la prassi, mediante l’edificazione di una nuova società.
Il pensiero filosofico marxista è stato influenzato principalmente da tre correnti culturali: la filosofia classica di Hegel, l’economia
politica borghese di Smith e il pensiero socialista di Saint – Simon.

3.3 La critica di Hegel.


Il punto di partenza della riflessione di Marx è il confronto critico con l’idealismo hegeliano. Marx colpisce al cuore il metodo di
Hegel e il suo modo di fare filosofia. Egli ritiene che Hegel sbagli nel voler assolutamente ricondurre ogni cosa concreta ad una
manifestazione necessaria dello spirito assoluto.
Marx definisce questo procedimento Misticismo logico poiché le istituzioni, invece di comparire per quello che di fatto sono,
diventano personificazione di una realtà spirituale che si cela dietro di esse. Marx, esaminando i meccanismi del misticismo, arriva
alla conclusione che Hegel ribalta il rapporto tra soggetto e predicato. Mentre prima l’uomo realista riteneva che esistessero prima gli
oggetti e poi i loro concetti generali, il pensatore idealista, afferma che esiste prima un concetto assoluto e poi i vari oggetti con le
loro accezioni particolari. In questo modo l’idealista stravolge l’ordine delle cose, in quanto trasforma il predicato in soggetto e
viceversa, affermando che esiste prima un’idea assoluta da cui poi derivano tutte le accezioni. Ecco quindi che Hegel, dopo essersi
costruito un concetto astratto di Spirito partendo dalla realtà, finisce per fare della realtà la manifestazione dello spirito. Al metodo
mistico logico di Hegel, Marx contrappone il metodo trasformativo che riordina il rapporto tra soggetto e oggetto, ribaltato in
precedenza da Hegel.
Il metodo di Hegel risulta essere anche conservatore, in quanto porta a canonizzare la realtà, e quindi anche le forme politiche,
trasformandola in una realtà necessaria dello spirito. Il metodo di Hegel risulta essere anche speculativo, in quanto tende ad accettare
tutte le istituzioni statali.
Marx ha criticato molto Hegel, però ha anche attinto molto da lui, come il processo dialettico, la concezione della realtà come entità
storico – processuale. Marx critica Hegel di aver utilizzato troppo le opposizioni concettuali, dimenticando che alla base dei processi
storici vi sono delle opposizioni reali. Con questo egli vuole farci capire come il processo dialettico Hegeliano basato sui concetti, sia
sbagliato.

3.5 la critica dell'economia borghese e il tema dell'alienazione.


I manoscritti economico-filosofici, segnano l'approccio di Marx all'economia politica. Nei confronti dell'economia borghese
l'atteggiamento di Marx è duplice, poiché da un lato egli la considera un'espressione teorica della società capitalistica, e dall'altro le
muove l’accusa di fornire un'immagine falsa del mondo borghese. Ciò è dovuto al fatto che l'economia non si colloca in una
prospettiva storico-processuale, essa si eternizza il sistema capitalistico, considerandolo non come un sistema economico fra i tanti
della storia, ma come il modo naturale di distribuire la ricchezza. Inoltre l'economia politica non comprende la conflittualità che
caratterizza il sistema capitalistico e che si incarna nell'opposizione tra capitale e lavoro salariato, tra borghese e proletario.Nei
manoscritti questa convinzione viene espressa mediante il concetto alienazione.
Per Hegel l’alienazione è il movimento stesso per giungere allo spirito. Essa riveste in Hegel un carattere positivo e negativo allo
stesso tempo. In Feuerbach essa è qualcosa di puramente negativo, poiché si individua nella situazione dell'uomo religioso che si
sottomette ad una potenza estranea da lui stesso creata. Marx riprende Feuerbach, da cui accetta la struttura formale del meccanismo
dell'alienazione. Però mentre per Feuerbach, l’alienazione è ancora un fatto coscienziale, derivante da un'errata interpretazione di se,
in Marx essa diviene un fatto reale, di natura socio – economica, in quanto si identifica con la condizione storica del salariato
nell’ambito della società capitalistica. L’alienazione dell’operaio è descritta da Marx sotto quattro aspetti connessi tra loro:
a) Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto, in quanto egli produce un oggetto che non gli appartiene e che si pone come una forza
dominante nei suoi confronti.
b) Il lavoratore è alienato rispetto alla sua attività, la quale assume la forma di un lavoro forzato in cui egli diventa strumento del
padrone di fabbrica, l’uomo si sente quindi bestia,
c) Il lavoratore è alienato rispetto al suo stessa essenza, infatti nella società capitalistica egli è costretto ad un lavoro forzato,
ripetitivo e unilaterale.
d) Il lavoratore è alienato rispetto alla società, perché il prossimo è per lui sostanzialmente il capitalista, ovvero un individuo che lo
tratta come un mezzo utile al suo scopo, espropriandolo del frutto della sua fatica.
La causa del meccanismo globale dell’alienazione, la quale fa si che l’operaio sia ridotto a strumento per produrre una ricchezza che
non gli appartiene, risiede nella proprietà privata dei mezzi di produzione, in virtù della quale il capitalista sfrutta i salariati, per
arricchirsi.
Secondo Marx la dis-alienazione dell’uomo può avvenire soltanto mediante il superamento della proprietà e con l’avvento del
comunismo. Infatti per Marx la storia rappresenta il luogo della perdita e della riconquista, da parte dell’uomo, della propria essenza.
Marx riprende il processo dialettico di Hegel, infatti lo spirito hegeliano, dopo essersi perso nella ricerca di se, si ritrova nell’etica e
nello spirito assoluto; così come per Marx, l’uomo dopo essersi smarrito nella civiltà di classe, ritrova se stesso nel comunismo.
Marx riconosce ad Hegel una serie di meriti: 1) per aver considerato l’uomo anche da un punto di vista storico e come risultato della
propria attività; 2) per aver sottolineato l’importanza del lavoro; 3) per aver inteso tale processo in termini di alienazione e
soppressione dell’alienazione; 4) per aver capito che la liberazione scaturisce dialetticamente dall’oppressione, in quanto l’unico
modo che ha l’uomo per salvarsi, è negare il proprio essere. Tuttavia Marx coglie anche i suoi limiti: 1) nell’aver ricondotto l’uomo
“reale” ad una condizione astratta come la coscienza; 2) nell’aver considerato il lavoro spirituale, nella figura di filosofo; 3) nell’aver
inteso l’alienazione e la dis-alienazione, come delle operazioni ideali, che non si consumano sul piano pratico, ma solo su quello
ideale. In sintesi Hegel non ha fotografato la storia vera e il suo processo di alienazione e dis-alienazione, in quanto si è limitato a
descrivere una storia ideale, che non presuppone nessun intervento pratico nella realtà. Di conseguenza, la teoria di Hegel non ha
nulla a che fare con l’alienazione e la dis-alienazione effettiva, essendo piuttosto lo specchio mistificato di essa. Ne consegue che se
l’alienazione è un fatto reale, l’unico modo per abbatterla è un atto reale come la rivoluzione e l’instaurazione del socialismo.

3.6 il distacco da Feuerbach


Anche Feuerbach ha giocato nel pensiero di Marx, infatti afferma il nostro filosofo, Feuerbach è l’unico che si trovi in un rapporto
serio con la dialettica hegeliana, ed abbia fatto delle autentiche scoperte. La principale rivoluzione teorica di Feuerbach sta nella
rivendicazione della concretezza degli esseri umani e nel rifiuto dell’idealismo di Hegel, che ha ridotto l’uomo in autocoscienza. In
particolare, Feuerbach è riuscito a terrorizzare il “rovesciamento materialistico” che ha permesso la demistificazione della dialettica
Hegeliana. Feuerbach pur avendo evidenziato la naturalità dell'uomo, ha perso di vista la sua storicità, non capendo che l'uomo più
che natura è società. Marx sostiene che l'individuo è reso tale dalla società storica in cui vive, quindi non esiste l’uomo in astratto, ma
l’uomo-figlio e prodotto di una determinata società e di uno specifico mondo storico. Quindi Marx corregge sia Hegel che Feuerbach,
dicendo che ogni discorso sull'uomo si risolve inevitabilmente in un discorso sulla società e sulla storia. Altro punto in comune di
Marx con Feuerbach è l'interpretazione della religione. Pur avendo capito il meccanismo generale dell’alienazione religiosa,
Feuerbach, secondo Marx, non è riuscito a cogliere le cause reali del fenomeno religioso, né è stato in grado di offrire i mezzi per il
suo superamento. Secondo Marx le radici del fenomeno religioso non vanno cercate nell'uomo stesso, ma in un tipo storico di società.
Infatti secondo la sua dottrina, la regione, è il prodotto di un'umanità alienata a causa delle ingiustizie sociali, che cerca invano
nell'aldilà ciò che le viene negato nell’aldiquà. Dunque se la regione è il sintomo di una società alienata, l'unico modo per eliminarla
non è la critica, ma la trasformazione della società. La dis-alienazione religiosa ha, dunque, come suo presupposto la dis-alienazione
economica, ossia l'abbattimento della società di classe.
Secondo Marx un altro errore di Feuerbach consiste nell'aver cercato la soluzione dei problemi reali nella dimensione della teoria,
trascurando l'aspetto della praxis rivoluzionaria. Di conseguenza, al vecchio materialismo speculativo, Marx oppone un nuovo
materialismo che considera soprattutto l'uomo come prassi, sostenendo che la soluzione ai problemi non si trova nella teoria, ma nella
prassi.

3. 7 la concezione materialistica della storia


Il testo in cui viene elaborata la concezione materialistica della storia marxiana è “L’ideologia tedesca”. Marx in quest’opera cerca di
cogliere il “movimento reale” della storia, eliminando le rappresentazioni ideologiche della realtà che ne confondono la visione.
Partendo da questo il discorso di Marx s’ imposta su una contrapposizione tra “scienza reale e positiva” e “ideologia”.
Marx considera l’ideologia come una falsa rappresentazione della realtà, che tende a deformare i rapporti sociali tra gli uomini.
L’intento di Marx sta nello svelare la verità sulla storia, usando un punto di vista obiettivo sulla società. Questo programma comporta
la distruzione della vecchia filosofia idealistica e l’inaugurazione di una nuova scienza.
In questo modo l’umanità, vista da un punto di vista scientifico e non ideologico, appare come una specie evoluta, che lotta per la
sopravvivenza. Di conseguenza, la storia è un processo materiale fondato sulla dialettica del bisogno – soddisfacimento. Quindi alla
base della storia vi è il lavoro, che Marx intende come creatore di civiltà e di cultura e tramite il quale l’uomo si rende tale.
Nell’ambito di quella produzione sociale dell’esistenza, che costituisce la storia, bisogna distinguere, secondo Marx, due elementi
basilari: le forze produttive e i rapporti di produzione. Per forze produttive egli intende tutti gli elementi necessari al processo di
produzione, ossia, fondamentalmente: 1) gli uomini che producono forza – lavoro; 2) i mezzi di produzione; 3) le conoscenze
tecniche e scientifiche utilizzate per organizzare la produzione. Per rapporti di produzione Marx intende i rapporti che s’ instaurano
fra gli uomini nel corso della produzione e che regolano l’impiego dei mezzi di lavoro. L’insieme dei rapporti di produzione,
costituisce la struttura, ovvero lo scheletro economico della società, intesa come organismo complessivo. In altre parole, il termine
sovrastruttura sta ad indicare che secondo il materialismo storico, tutti gli aspetti della civiltà non debbono essere compresi
idealisticamente, come delle realtà a sé stanti, ma come delle espressioni dirette dei rapporti che definiscono la struttura di una certa
società storica.

3 .8 Il <<Manifesto>>
Il manifesto del partito comunista ( 1848 ) raffigura la visione che Marx ha del mondo. Esso si sofferma sull'analisi della funzione
storica della borghesia; sul concetto della storia come <<lotta di classe>> e il rapporto fra proletari e comunisti; la critica dei
socialismi non scientifici.
Nella prima parte del manifesto, Marx presenta la borghesia affermando che essa non potrebbe esistere senza rivoluzionare
continuamente gli strumenti di produzione e tutto insieme dei rapporti sociali. Per questo la borghesia appare come una classe
dinamica per struttura. La borghesia ha realizzato per la prima volta l'unificazione del genere umano, poiché il bisogno del
commercio l’ha spinta in tutto il mondo. È riuscita quindi a creare un mercato mondiale.
Ma la borghesia ha in sé anche delle contraddizioni, infatti, le moderne forze produttive, sempre più sociali, si rivoltano con tre
vecchi rapporti di proprietà, generando delle crisi terribili, che mettono in crisi l'esistenza stessa del capitalismo. Tanto che il
proletariato non può fare a meno di mettere in opera una dura lotta di classe.
Marx non si è mai attribuito il merito di aver “scoperto” l'esistenza delle classi della società moderna, ne la lotta esistente fra loro. In
realtà la sua originalità consiste nell'aver considerato un'esistenza delle classi legate a determinate fasi storiche di sviluppo della
produzione; nell'aver capito che le classi si definiscono essenzialmente in relazione alla proprietà o meno dei mezzi di produzione;
nell'aver capito che la lotta di classe porta inevitabilmente alla dittatura del proletariato.
Marx inoltre è riuscito a distinguere la classe in sé, per sé. Con la classe in sé, intende considerare quei individui che godono della
medesima situazione economica e sociale; mentre invece intende per classe di per sé, quella medesima che la lotta per raggiungere
gli stessi obiettivi.
Marx insiste inoltre sull'internazionalismo della lotta proletaria e termina il manifesto con lo storico slogan rivoluzionario: " proletari
di tutti paesi, uniti! ".

3.9 <<Il Capitale>>


Esso si propone di chiarire i meccanismi della società borghese. Marx è convinto che non esistono leggi universali dell’economia, e
che ogni formazione sociale abbia caratteri e leggi storiche specifiche. Egli è convito che la società borghese presenti delle
contraddizioni alla base che ne intaccano la sua stessa stabilità, inoltre sostiene che l’economia debba far uso dello schema dialettico.
Altra caratteristica di Marx è data dalla sua analisi del capitalismo, egli lo smembra facendo una distinzione di tutti quegli elementi
fondamentali. Il capitale non è solo un libro d’economia, esso è anche una fotografia complessiva della civiltà capitalistica.
b) Merce, lavoro e plus – valore
L’analisi marxiana parte dallo studio del fenomeno merce; quest’ultima deve possedere un valore d’uso poiché deve poter servire a
qualcosa, deve possedere un valore di scambio, che ne garantisca la possibilità di essere scambiata con altre. Questo parametro
scaturisce dalla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrla. Più lavoro suo deve produrre un prodotto più esso vale.
Secondo Marx il valore non s’identifica con il prezzo, infatti su quest'ultimo influiscono molti fattori che possono far variare il
prezzo di una singola merce e possono far superare il valore reale.
La consapevolezza che alla base di tutto stia il lavoro porta Marx a contestare il feticismo delle merci, che consiste nel considerare le
merci corno un valore di per sé, dimenticando che invece esse sono il frutto dell'attività umana.
La produzione secondo Marx, nel capitalismo, non è finalizzata al consumo bensì all'accumulazione di denaro. Di conseguenza al
solito ciclo borghese M.D.M. (merce – denaro – merce), bisogna sostituire ora il ciclo economico del capitalismo riassumibile nella
forma D.M.D’. (denaro – merce – più denaro). Questo più, ovvero plus valore non deve essere ricercato a livello di scambio delle
merci, bensì a livello della produzione capitalistica delle medesime. Ciò è possibile grazie al fatto che nella società borghese il
capitalista ha la possibilità di comprare merce, che ha come caratteristica quella di produrre valore. Tale è l'operaio. Infatti il
capitalista compra la sua forza lavoro della secondo il valore corrispondente alla quantità di lavoro socialmente necessaria produrla,
che nell'operaio corrisponde al salario. Il plus valore discende quindi dal plus lavoro dell'operaio, e s’identifica con l’insieme del
valore da lui gratuitamente offerto al capitalista. Mediante questa teoria Marx ha voluto fornire una spiegazione scientifica dello
sfruttamento capitalista. Tutto ciò è possibile nel momento in cui il capitalista dispone di mezzi di produzione, mentre il lavoratore
dispone solo della sua forza, quindi per vivere è costretto a vendersi in vista del salario.
Dal plus valore deriva il profitto, che sono concetti differenti tra loro. Per comprendere la ragione di questa tesi bisogna tener
presente la distinzione fra capitale variabile ovvero del salario, e il capitale costante ovvero il capitale investito nelle macchine e
tutto ciò che serve alla fabbrica. Saggio del plus valore = plus-valore\capitale variabile. Tuttavia però il capitalista per dirigere la
fabbrica deve costantemente investire in capitale variabile e costante; quindi il saggio del profitto non corrisponderà al saggio del
plus valore, ma scaturirà dal rapporto, espresso tra il plus valore da un lato della somma del capitale variabile e del capitale costante
dall'altro. Saggio del profitto = plus-valore\capitale costante + variabile. Con questo possiamo capire che il saggio del profitto
esprime il modo più preciso il guadagno del capitalista.
c) Tendenze e contraddizioni del capitalismo.
Siccome il capitalismo si regge sul ciclo D.M.D’, il suo fine è l’incremento del plus – valore. Marx descrive i vari modi utilizzati dal
capitalista per accrescere il profitto. Egli però vede in questo processo un sistema di contraddizioni che minano la sopravvivenza del
sistema capitalistico.
In primo momento il capitalista per giungere all’aumento del plus – valore, decide di aumentare la giornata lavorativa dell’operaio,
successivamente però capisce che la forza-lavoro dell’operaio non è più produttiva. Quindi il capitalista più che aumentare la
giornata lavorativa, decide di diminuirla. È possibile ottenere questa riduzione soltanto mediante una maggior produttività del lavoro.
La vera svolta nella produzione si ottiene solo con la nascita dell’industria meccanica, che introduce il ciclo lavorativo, capace di
aumentare enormemente la quantità di merce prodotta nello stesso tempo con lo stesso numero di operai. Le macchine non avendo
bisogno di riposo, consentono un maggior ricavo di plus – valore assoluto.
Marx prendendo le difese dell’operaio, denuncia il ribaltamento del rapporto operaio – macchina; con l’avvento dell’industria
meccanizza l’operaio diviene solo un servo della macchina. Inoltre, la velocità dei macchinari produce un’intensificazione del lavoro,
distruggendo non solo ogni creatività individuale, ma generando stress psico – fisico.
Un altro aspetto legato all’avvento dell’industria meccanica è il fenomeno delle crisi di sovrapproduzione; infatti, viene a crearsi una
crisi legata non alla poca merce in circolazione, bensì alla troppa.
Altro fattore legato alla produzione industriale è la caduta tendenziale del saggio del profitto, infatti, accrescendosi smisuratamente il
capitare costante, rispetto a quello variabile, diminuisce per forza il saggio del profitto. Quindi succede che il profitto, per quanto
elevato, appaia progressivamente sempre più scarso rispetto a tutto il capitale impiegato, rispetto alla crescita smisurata del capitale
costante. Per cui la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto equivale quindi ad una legge dei rendimenti decrescenti.
Questa legge secondo Marx rappresenta il “tallone d’Achille” del sistema capitalistico.
Marx tende a prospettare una situazione finale del capitalismo in termini dualistici: da un lato una minoranza industriale, dalla
gigantesca ricchezza e dall’immenso potere e dall’altro una maggioranza proletaria sfruttata. Situazione che dato il carattere
internazionale del capitalismo, tende a prodursi su scala mondiale.
3.10 La rivoluzione e la dittatura del proletariato.
Le contraddizioni esistenti nella società borghese, rappresentano le fondamenta per la rivoluzione del proletariato, attraverso cui è
possibile passare dal capitalismo al comunismo. Marx con la rivoluzione comunista abolisce non solo un tipo particolare di proprietà,
ma cancella ogni forma di proprietà privata, originando una nuova epoca nella storia del mondo. Lo strumento tecnico che consente
la trasformazione rivoluizionaria è la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Sui metodi per accedere al potere Marx
ammette una gamma di possibilità, legate alle specificità storico – nazionali. Marx ci dice che vi si può accedere mediante la lotta di
classi, ma anche mediante una via pacifica, comunque la rivoluzione proletaria, deve tuttavia riguardare come traguardo,
all’abbattimento dello stato borghese e delle sue forme istituzionali.
Per Marx il compito del proletariato non è quello di impadronirsi della macchina statale borghese, manovrandola per i propri fini, ma
quello di interrompere i meccanismi borghesi. Questa dottrina di Marx si lega coerentemente con le sue convinzioni teoriche circa lo
stato moderno, visto come sovrastruttura di una società civile prestatale dominata dagli interessi di classe della borghesia. Lo Stato, è
per Marx, la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro interessi comuni. Il suo rifiuto per le forme
istituzionali dello stato borghese prende corpo nella dottrina della dittatura del proletariato. Il concetto di dittatura del Proletariato che
ha Marx, conduce inevitabilmente alla dittature temporanea del proletariato. In questo periodo di dittatura, che il filosofo ritiene
fondamentale, la società non è né capitalistica, né comunista, ma si trova in una fase di transizione necessaria. La dittatura del
proletariato si configuraa quindi, per Marx, come la misura politica fondamentale per la transizione dal capitalismo al comunismo.
Durante il periodo dittatoriale, egli prevede l’abolizione di vai aspetti del capitalismo, come: la sostituzione dell’esercito permanente
con l’organizzazione degli operai armati; la soppressione del parlamentarismo e la soppressione del privilegio burocratico. In
definitiva Marx sottolinea l’eliminazione di tutte le funzioni repressive e parassite dello stato borghese e la riduzione delle funzioni
utili a semplici funzioni di lavoro, spogliate di autonomia politica rispetto al popolo organizzato in comuni. Secondo Marx la
dittatura del proletariato è solo una misura storica di transizione che mira tuttavia al superamento di se medesima e di ogni forma di
stato.
Al fondo del comunismo marxista vi è dunque un ideale di tipo anarchico. In altri termini, il modello marxista si diversifica non solo
dal modello socialdemocratico, ma anche da quello anarchico. Solo quando l’edificazione del socialismo sarà compiuta, lo stato,
potrà davvero estinguersi, e far posto all’ideale di un autogoverno dei produttori associati, in cui il dominio sugli uomini sarà
completamente sostituito dalla semplice amministrazione delle cose.

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