Sei sulla pagina 1di 2

L’ETA’ DI AUGUSTO

La storiografia e Livio

 L’evoluzione del genere storico


Dopo la grande stagione storiografica rappresentata da Cesare e da Sallustio, il genere storico può ora
assumere un punto di vista retrospettivo, di ricapitolazione.
Con Tito Livio, un letterato di professione, la storiografia si distacca dall’ambito senatorio, cui
appartenevano ancora Sallustio e Asinio Pollione, dando corpo a un’opera di diffusa narratività, che vuole
porre davanti ai lettori le figure di Roma antica come exempla di comportamento civile e politico.
Un documento di singolare valore storico-politico, inoltre, è l’autobiografia del principe, le Res gestae divi
Augusti.

 Tito Livio storico «pompeiano»


Il capolavoro storiografico dell'età augustea furono le Historiae ab Urbe condita ("Storia di Roma dalla
fondazione") di Tito Livio. Era un padovano di origine, di quattro anni più giovane di Augusto e a lui legato
da amicizia. Tuttavia non fece organicamente parte del circolo di Mecenate; la sua indipendenza intellettuale
gli valse da parte del principe l'affettuoso rimprovero di pompeianus (seguace dunque del partito
filosenatorio): già i contemporanei notarono nella sua opera elogi di Pompeo e il rifiuto d'ingiuriare i
cesaricidi Bruto e Cassio. Un altro segno di distacco dall'ambiente del principe è la decisione di Livio di
abbandonare la capitale e tornare negli ultimi anni nella sua patria provinciale, dove morì nel 17 d.C, La sua
Patavinitas, notata da Asinio Pollione, era probabilmente, oltre che un tratto stilistico (di cui oggi noi non
possiamo più renderci conto), anche un punto di vista morale: era cioè fedeltà a quei valori del mos
maiorum che il provinciale inurbato aveva amato, prima di verificare quanto l'odierna caput mundi se
ne fosse ormai distanziata.

 Le virtu’ di Roma e la giustificazione dell’impero


Nelle sue Historiae (dei 142 libri originari ci sono pervenuti soltanto i gruppi I-X e XXI-XLV, oltre ai
compendi o periochae delle altre sezioni) Livio rifiuta il modello narrativo degli storici greci o quello
monografico di Sallustio e ritorna allo schema annalistico (nel libro XLIII l'autore stesso chiama Annate la
propria opera), secondo cui il racconto di ogni impresa si estende nell'arco di un anno e viene poi sospeso, al
compiersi dell'anno stesso, per dare luogo a un'altra impresa, e così via.
Sul piano letterario è un ammiratore di Cicerone e ne segue l'invito a una scrittura storica distesa, a uno stile
fluente e gradevole: giustamente Quintiliano opporrà la brevitas di Sallustio alla lactea ubertas liviana. Si
trattava dello stile più consono al sentimento storiografico dell'autore, che risalta nella celebre praefatio che
inaugura l'opera. In essa Livio dichiara di voler distogliere lo sguardo dalla corruzione del presente e di voler
contemplare le età remote, dove risplendevano i mores maiorum incarnati dai magni viri di un tempo,
Muzio Scevola, Grazio Coclite, Decio Mure, Camillo, eroi entrati nella leggenda in larga parte proprio grazie
alla trasfigurazione compiuta dallo storico patavino. Non si trattava, infatti, dal suo punto dì vista, di fornire
un resoconto storiografico attendibile, compulsato sulle fonti più sicure; lo storico si fa invece exornator
rerum e addita all'ammirazione e all'imitazione dei contempo ranei quei bona exempla: l'adesione al mos
collettivo diviene esaltazione del gesto individuale, la virtus vi viene celebrata e il vizio acerbamente
censurato, in un discorso programmaticamente pedagogico e moralistico, che in realtà rispondeva bene al
programma di restaurazione dei costumi intentato da Augusto. Se in Sallustio prevaleva il pessimismo di
fronte alla decadenza di ogni valore, Livio invece, malgrado la sconsolata dichiarazione del proemio, sembra
conoscere la soluzione della crisi: una soluzione conciliatrice, tesa a diffondere la speranza che una
rifondazione di Roma (ma sulle basi antiche del mos tradizionale) sia già in corso e abbia successo.
Perciò lo storico «pompeiano» si è fatto implicitamente fiancheggiatore del regime augusteo; pur rifiutandosi
alla celebrazione della persona di Augusto, Livio crede, come Virgilio, nella fatale grandezza di Roma e nel
suo destino di civiltà. Per questo, come avviene nell'Eneide, le sue Historiae abbracciano un lunghissimo
arco di secoli, restituendo al presente quella visione unitaria, forse ispirata al provvidenzialismo stoico, che
da lontano dà un senso agli eventi e li guida, al di là e al di sopra dell'intreccio dei fatti «anno per anno».
L’opera, tesa a glorificare la "virtus" romana e l’ideale della "pax augusta", attraverso il punto di
vista di un nostalgico degl’ideali repubblicani (solo il grande passato di Roma indica per lui la via a
chi intendesse rinnovare i fasti dell’Urbe), si presenta invero, più che come un’opera storica in
senso stretto, piuttosto come un grande poema epico - a sfondo morale - in prosa (sostanzialmente
non differente dalla commossa epopea virgiliana), in quanto concede largo spazio agli elementi
appunto epici, come l’eroismo, la volontà degli dei, la missione di Roma, a scapito - spesso -
dell’esame puntuale dei fatti.

L'amore e la celebrazione per Roma. Ciò non vuol dire che L. non fosse uno storico
fondamentalmente "onesto", e tanto meno – almeno per quanto già detto – che svolgesse una
propaganda di sostegno acritico al regime augusteo: anzi, se con esso vi erano punti di contatto (ad
es., nel culto della "res publica"), L. se ne allontanava decisamente rispetto all’ideologia
"carismatica" e assolutistica (lo stesso Augusto gli rimproverava, amichevolmente, di essere
rimasto, in fondo al cuore, un "partigiano di Pompeo"). In effetti, dapprima restìo, col tempo lo
storico si "piegò" ad Augusto, quando s'accorse che l'impero era, ad ogni modo, quasi una necessità,
e che il principe cercava di temperare il suo governo dittatoriale con qualche concessione
improntata a princìpi repubblicani: così, nonostante tutto, l’impero viene storicamente
"giustificato", come frutto della cooperazione tra la "fortuna" provvidenziale e appunto la "virtus"
del popolo romano, e la stessa crisi attuale - pur riconosciuta, suo malgrado, come "epocale" e non
episodica (da cui il tono di amara malinconia che spesso traspare dal racconto) - non viene astratta
dal quadro generale della storia di Roma.

Insomma, ciò che dà vita all’opera di L. è, più che una fede politica, un patriottismo profondo, un
amore dappertutto sensibile per Roma. Sotto questo riguardo, egli è uno degli scrittori che più
efficacemente hanno contribuito a diffondere e a far accettare, nelle province di lingua latina,
un'immagine "romana" di Roma, esaltante e, per ciò stesso, unificante

Potrebbero piacerti anche