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o altrimenti contrassegnato),è da considerarsi copia di saggio - campione gratuito,

Marzia Mortarino, Mauro Reali, Gisella Turazza


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fuori commercio (vendita e altri atti di disposizione vietati:

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art. 17, c. 2 l. 633/1941). esente da iva (dpr 26.10.1972, n. 633, art. 2, lett. d).

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esente da documento di trasporto (dpr 26.10.1972, n. 633, art. 74).

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Mortarino, Reali, Turazza


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In copertina: Presunto ritratto di Cicerone, dal gruppo di Cartoceto da Pergola. Ancona, Museo Nazionale. © 2010. Foto Scala,Firenze - su concessione Ministero Beni e Attività Culturali.
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LOCI SCRIPTORUM Cicerone


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Antologia modulare di autori latini


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Loci scriptorum: un’antologia modulare che, grazie a volumi monografici dedicati ai singoli autori
della letteratura latina, permette di gestire con grande flessibilità la programmazione didattica.

Cicerone
Le opere Verrine, Pro Archia, Catilinarie, Pro Caelio, Pro Sestio, De oratore,
Tusculanae disputationes, Somnium Scipionis, Laelius de amicitia,
Epistolario
I percorsi antologici Cicerone oratore: L’arte e la cultura nelle orazioni di Cicerone; Le Catilinarie;
La politica in tribunale.
Cicerone filosofo: L’humanitas di Cicerone: la forza della parola e quella
della filosofia; Il De republica e il Somnium Scipionis; Il Laelius de amicitia.
L’epistolario: un percorso tra il politico e il privato
Le schede La parti di un’orazione, Il Foro romano, La terminologia della retorica,

Loci Scriptorum
Optimates e populares, Il Circolo degli Scipioni, Cicerone e l’amicizia,
La posta nella Roma antica, Lo stile epistolare
Il lessico Le parole della cultura, Le parole della politica, Le parole della vita sociale,
Le parole dell’amicizia, Le parole della scrittura epistolare,
Le determinazioni temporali
Figure, temi, motivi Catilina in Cicerone e in Sallustio
Tito Pomponio Attico, raffinato intellettuale
Oltre Cicerone Brunetto Latini e Leonardo Bruni traduttori di Cicerone
Cicerone, mediatore «tra la city e il Senato»: un’acuta creazione di Bertolt
Brecht
Petrarca, Leopardi e la riscoperta delle opere di Cicerone
Con Gadda, Cicerone diventa «scior avocatt»
I Laboratori verifiche dei percorsi
lavoro sul testo latino e traduzione italiana
brani di versione dal latino e guida all’analisi

Cicerone
C icerone è indicato per il III e il IV anno del liceo classico e il V anno
del liceo scientifico.

Puoi arricchire la tua biblioteca


con Tacito, Cesare, Virgilio, Catullo, lucrezio
e seneca

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MORTARINO, REALI, TURAZZA
LOCI SCRIPTORUM
Cicerone
Marzia Mortarino, Mauro Reali, Gisella Turazza

Loci scriptorum
Antologia modulare di autori latini

Cicerone
A cura di Mauro Reali e Gisella Turazza

LOESCHER EDITORE

Loescher Editore - Vietata la vendita e la diffusione

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Referenze iconografiche
Ristampe p. 5: 2010. Foto Scala, Firenze - su concessione del Ministero
per i Beni e le Attività Culturali; p. 6: Galleria degli Uffizi, Fi-
6 5 4 3 2 1 N renze/Centro Audiovisivi del Credito Italiano; p. 7: Archivi Ali-
nari - Archivio Anderson, Firenze/Palazzo Spada, Roma; p. 8:
2015 2014 2013 2012 2011 2010 Bibliothèque Nationale, Parigi; p. 11: PhotoserviceElecta/AKG
Images; p. 13: Archivi Alinari-Archivio Anderson, Firenze; p.
ISBN 9788820131616 15: 2010. Foto Scala, Firenze/Museo Gregoriano Profano, Città
del Vaticano; p. 17: «Archeo», n. 6, giugno 2001/Museo Ar-
cheologico, Ostia; p. 20: Biblioteca Apostolica Vaticana, Città
Nonostante la passione e la competenza delle persone coinvolte nella realizzazione del Vaticano; p. 21: (in alto) Bodleian Library, Oxford; (in basso)
«Medioevo», n. 9, ottobre 1997/Bibliothèque et Archives du
di quest’opera, è possibile che in essa siano riscontrabili errori o imprecisioni.
Château de Chantilly; p. 22: Bibliothèque Nationale, Parigi; p.
Ce ne scusiamo fin d’ora con i lettori e ringraziamo coloro che, contribuendo
28: S. Bolognini 2008/Wikimedia; p. 30: 2010 Photos.com; p.
al miglioramento dell’opera stessa, vorranno segnalarceli al seguente indirizzo: 35: Bridgeman Art Library/Archivi Alinari; p. 37: Museo di Pa-
lazzo Massimo, Roma/M.-L. Nguyen 2006/Wikimedia; p. 43: De
Agostini Editore, 2004; p. 44: Museo Archeologico Regionale
Loescher Editore s.r.l. Antonino Salinas, Palermo; p. 45: A.Boccazzi Varotto, 1997; p.
Via Vittorio Amedeo II, 18 48: 2010. Foto Scala, Firenze/Fotografica Foglia-su concessione
10121 Torino del Ministero per i Beni e le Attività Culturali/Museo Archeologi-
Fax 011 5654200 co Nazionale, Napoli; p. 51: Museo Nazionale Romano, Palazzo
clienti@loescher.it Massimo alle Terme, Roma; p. 52: 2010. Foto Scala, Firenze/
Museo dell’Opera del Duomo, Firenze; p. 61: Musée du Louvre,
Parigi/Jastrow, 2006/Wikipedia; p. 62: 2010. Foto Scala,Firenze-
Loescher Editore S.r.l. opera con sistema qualità su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali;
certificato CERMET n. 1679-A p. 64: Museo Archeologico Nazionale, Napoli/Connaissance des
secondo la norma UNI EN ISO 9001-2008 Arts, n.522; p. 65: 2010. Foto Scala, Firenze/Museo dell’Opera
del Duomo, Firenze; p. 66: 2010. Foto Smithsonian American
Loci scriptorum è un progetto nato dal lavoro comune degli autori. Art Museum/Art Resource/Scala, Firenze; p. 68: Gallerie degli
Uffizi., Firenze/DeA Picture Library /G. Nimatallah/ «Archeo»,
In particolare, il presente volume è stato curato da Mauro Reali e Gisella Turazza. n.9, 2005; p. 72: Escorial, Madrid/Giulio Einaudi Editore, Tori-
Mauro Reali ha scritto il Profilo dell’autore, le schede Arte, Luoghi, Storia, civiltà, no/Gruppo Editoriale L’Espresso, 2007; p. 74: Bodleian Library,
cultura, le sezioni Oltre Cicerone e Figure, temi, motivi. Gisella Turazza ha invece Oxford; p. 80: Archivi Alinari-Archivio Alinari, Firenze/Museo Ar-
scritto I contenuti delle opere, le schede Letteratura, i Percorsi antologici e annotato cheologico Nazionale, Siena; p. 83: Archivi Alinari-Archivio Bro-
i testi latini. All’annotazione dei testi ha contribuito Mirjam Patanè. gi, Firenze/Museo Etrusco Guarnacci , Volterra; p. 84: Deutsches
Archäologisches Institut, Roma/Musei di Villa Torlonia, Roma; p.
Coordinamento editoriale: Milena Lant 86: Archivi Alinari-Archivio Alinari, Firenze/Musée du Louvre; p.
88: Photoservice Electa/AKG Images; p. 91: Lessing/Contrasto/
Redazione: Matteo Boero Biblioteca Nazionale Russa, Pietroburgo; p. 95: Centrale Mon-
Progetto grafico e impaginazione: Silvia Ceratto, Sara Keller - Rubber Band temartini, Musei Capitolini, Roma; p. 96: Paul Getty Museum,
Malibu; p. 97: Rizzoli, 1986; p. 98: Museo Archeologico Nazio-
Ricerca iconografica: Melania Macchi, Emanuela Mazzucchetti nale, Aquileia; p. 100: Bibliothèque Municipale, Troyes/Olschki
Editore, 2005; p. 105: Museo Archeologico Nazionale, Napoli;
Copertina: Visualgrafika - Torino p. 109: Musée du Louvre, Parigi/Giunti, 1990; p. 111: Archivi
Alinari-Archivio Alinari, Firenze/Museo Archeologico Nazionale,
Stampa: Sograte - Città di Castello (PG) Atene; p. 112: Archivi Alinari-Archivio Alinari, Firenze; p. 114:
2010. Foto Scala, Firenze/Fotografica Foglia-su concessione del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali/Museo Archeologico
Nazionale, Napoli; p. 117: Wikipedia.

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Indice
Profilo dell’autore percorsi antologici
Marco Tullio Cicerone............................................ 6 Percorso 1
La vita..................................................................... 6
Cicerone oratore...................................................... 23
Origini e giovinezza.................................................. 6
L’arte e la cultura nelle orazioni di Cicerone.......... 23
Dal 75 al 63 a.C.: dalla questura al consolato........... 6
1.1 Violento attacco a Verre, governatore disonesto
Dal 63 al 58 a.C.: dal consolato all’esilio................... 7
(In Verrem 2,4,1-2).............................................. 23
Dal 57 al 46 a.C.: il ritorno a Roma e gli anni difficili
Analisi del testo 25
della guerra civile..................................................... 7
1.2 La difesa di Archia: esaltazione della poesia
Dal 46 al 43 a.C.: dalla dittatura cesariana
(Pro Archia 18-19)............................................... 25
alla morte................................................................. 8
Lessico – Le parole della cultura.................................. 26
Un difficile giudizio politico................................. 8
Analisi del testo 28
Cicerone oratore.................................................... 9
1.3 Importanza delle lettere greche (Pro Archia 22-23)... 29
Le orazioni anteriori al consolato.............................. 9
Le Catilinarie............................................................. 31
Le orazioni dal consolato all’esilio............................. 9
1.4 Dall’exordium: Cicerone smaschera Catilina
Le orazioni dopo il ritorno dall’esilio......................... 9 (I Catilinaria 1-3)................................................. 32
Le orazioni dalla dittatura cesariana alla morte....... 10 Analisi del testo 34
1.5 Dalla argumentatio: la Patria parla a Catilina
  Letteratura
(I Catilinaria 17-18)............................................. 36
  Le parti di un’orazione....................................... 10
1.6 Dalla argumentatio: la Patria parla a Cicerone
Le opere retoriche............................................... 11 (I Catilinaria 27-29)............................................. 38
Il De oratore: la ricerca del «perfetto oratore» Lessico – Le parole della politica.................................. 38
e le sue implicazioni politiche................................. 11
Figure temi motivi
L’oratoria: problematiche storiche e stilistiche......... 11
Catilina in Cicerone e in Sallustio........................... 40
La retorica ciceroniana............................................ 12
1.7 Dalla peroratio: improbi e boni, cioè «malati»
Le opere politico-filosofiche............................... 12 e «sani» (I Catilinaria 31-33)................................ 42
Il De republica e il Somnium Scipionis..................... 12 Lessico – Le parole della politica.................................. 42
Il De legibus........................................................... 13
Finalità della riflessione ciceroniana sullo Stato....... 13   Luoghi
Le opere di divulgazione filosofica.................... 13   Il Foro romano........................................................ 45
Cultura e metodo................................................... 14
La politica in tribunale............................................. 46
La struttura dialogica.............................................. 14
1.8 Attaccare Clodia per difendere Celio
L’etica e la pratica della virtù: il De finibus (Pro Caelio 49-50)............................................... 46
e le Tusculanae disputationes................................. 15
Tra morale e politica: il Cato Maior, il Laelius,   Letteratura
il De officiis............................................................ 15   La terminologia della retorica................................ 46
La riflessione sugli dèi: il De natura deorum,
il De divinatione e il De fato.................................... 16 1.9 «Sociologia» degli optimates, i boni che possono
salvare lo Stato (Pro Sestio 96-99)....................... 49
L’epistolario......................................................... 16
Lessico – Le parole della politica e della vita sociale..... 50
Lo stile e la lingua............................................... 17
Uno stile magistrale................................................ 17   Storia, civiltà, cultura
La normalizzazione della lingua.............................. 17   Optimates e populares............................................ 52
Un’oratoria duttile.................................................. 17
Cicerone creatore della prosa filosofica latina......... 18 Oltre Cicerone
La peculiarità dell’epistolario................................... 18 Brunetto Latini e Leonardo Bruni traduttori
di Cicerone................................................................ 54
Indicazioni bibliografiche............................................. 19 Cicerone, mediatore «tra la city e il Senato»:
I CONTENUTI DELLE OPERE ......................................... 20 un’acuta creazione di Bertolt Brecht...................... 55

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Laboratorio Laboratorio
Verifica del percorso............................................. 56 Verifica del percorso........................................... 101
Lavorare sul testo Lavorare sul testo
La dottrina contribuisce alla virtù Lelio descrive l’amicizia «perfetta» che lo legò
(Pro Archia 15-16).................................................. 56 a Scipione Emiliano (Laelius 103-104)................ 101
Versione e guida all’analisi Versione e guida all’analisi
Le Furie perseguitano i parricidi Cicerone, emarginato da Cesare, si dà agli studi
(De officiis 2,2-4).................................................. 103
(Pro Sexto Roscio Amerino 66-67)......................... 58
Non si devono abbandonare le vecchie amicizie
A differenza di Verre, gli antichi generali
(Laelius 67-68)...................................................... 104
si comportavano onestamente
(In Verrem 2,55-56)................................................. 59
Percorso 3
Percorso 2 L’epistolario: un percorso tra il politico
e il privato.............................................................. 105
Cicerone filosofo...................................................... 60
3.1 Clodio, un personaggio «scandaloso»
L’humanitas di Cicerone: la forza della parola (Ad Atticum 1,13,3).......................................... 105
e quella della filosofia............................................. 60
2.1 L’uso della parola distingue l’uomo dalle bestie Figure temi motivi
(De oratore 1,30-34)........................................... 60 Tito Pomponio Attico, raffinato intellettuale...... 107
Analisi del testo 63 3.2 Alla famiglia, andando verso l’esilio
(Ad familiares 14,4)........................................... 108
2.2 Esaltazione della filosofia
(Tusculanae disputationes 5,2,5-6)...................... 64 Lessico – Le parole della scrittura epistolare.............. 108
Analisi del testo 66  Storia, civiltà, cultura
Il De republica e il Somnium Scipionis.................... 67
  La posta nella Roma antica................................... 112
2.3 Apparizione e profezia dell’Africano
(Somnium Scipionis 9-12).................................... 69 3.3 Navigazione agitata verso la Cilicia
2.4 La vita nell’aldilà (Somnium Scipionis 13-16)....... 73 (Ad Atticum 5,12)............................................. 112
Analisi del testo 77
 Letteratura
2.5 Vanità della gloria umana
  Lo stile epistolare.................................................. 114
(Somnium Scipionis 23-25).................................. 78
Immortalità e divinità dell’anima 3.4 Cesare vincitore «rompe il ghiaccio» col pompeiano
(Somnium Scipionis 26)....................................... 81 Cicerone (Ad familiares 11,23).......................... 115
La traduzione del Fedro platonico 3.5 A Basilo, con tutta la gioia per la morte di Cesare
(Somnium Scipionis 27-29).................................. 82 (Ad familiares 6,15)........................................... 116
Analisi del testo 116
  Letteratura 3.6 Ad Attico: questioni aperte dopo il cesaricidio
  Il Circolo degli Scipioni......................................... 84 (Ad Atticum 14,17)........................................... 117
2.8 Lessico – Le determinazioni temporali........................ 118
Il Laelius de amicitia................................................. 85
2.8 Il proemio e la cornice del dialogo (Laelius 1-3).... 87 Oltre Cicerone
2.9 La dedica ad Attico (Laelius 4-5).......................... 89 Con Gadda, Cicerone diventa il «scior avocatt»....120
Analisi del testo 91
2.10 L’amicizia tra i viri boni: un legame tra il pubblico Laboratorio
e il privato (Laelius 17-20)................................... 92 Verifica del percorso........................................... 122
Lessico – Le parole dell’amicizia.................................. 92 Lavorare sul testo
I libri, i migliori amici (Ad familiares 9,1).......... 122
 Storia, civiltà, cultura Versione e guida all’analisi
  Cicerone e l’amicizia............................................... 96 Preoccupazioni di Cicerone per la famiglia
(Ad familiares 14,18)............................................ 124
2.11 Amicitia e fides (Laelius 65-66)............................ 97
Cicerone scrive alla moglie dall’esilio
Oltre Cicerone (Ad familiares 14,3,1-2)........................................ 125
Petrarca, Leopardi e la riscoperta delle opere
di Cicerone................................................................ 99 Glossario dei termini di retorica e stilistica................. 126

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« N ihil est enim illi principi deo, qui omnem
mundum regit, quod quidem in terris fiat,
acceptius quam concilia coetusque hominum
iure sociati, quae civitates appellantur»
(Somnium Scipionis 13)

«Nulla è più gradito a quel dio supremo, che tutto governa,


degli aggregati politici giuridicamente costituiti, chiamati Stati»
(trad. A. Resta Barrile)

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Marco Tullio Cicerone

Marco Tullio Cicerone


La vita
Origini e giovinezza
Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino (nell’odierna
provincia di Frosinone), il 3 gennaio del 106 a.C.,
da agiata famiglia equestre imparentata alla
lontana con Gaio Mario. Il padre volle per
lui un’educazione di alto livello, così il
giovane Cicerone studiò a Roma presso
i maggiori oratori e giuristi del tempo
(in particolare l’oratore Marco Antonio
e il giurista Scevola il Pontefice), e fu
uditore di filosofi come l’accademico
Filone di Larissa. Risale alla giovinezza
anche il rapporto con quello che sarà il mi-
gliore amico di Cicerone, il raffinato epicureo
Tito Pomponio Attico (D Tito Pomponio Attico,
raffinato intellettuale, p. 107). Le sue prime espe-
rienze come avvocato furono segnate da precoci
successi in cause come la Pro Quinctio (81 a.C.) e la  Cicerone, busto in marmo di età repubblicana
Pro Sexto Roscio Amerino (80 a.C.), nella quale fece (Firenze, Galleria degli Uffizi).
assolvere un suo conterraneo accusato di parrici-
dio da Crisogono, un potente liberto di Silla. Anche a causa delle antipatie che la vittoria gli
procurò presso Silla, Cicerone si allontanò da Roma. Dal 79 al 77 a.C. fu dunque in Grecia e
in Asia Minore, per perfezionarsi presso l’Accademia platonica di Atene, diretta allora da
Antioco di Ascalona (filosofo che seppe ecletticamente intrecciare elementi della tradizione
platonica, aristotelica e stoica), e a Rodi presso il retore Apollonio Molone, che smorzò in
lui i giovanili eccessi verso l’asianesimo. Tornato a Roma, si sposò con Terenzia, dalla quale
ebbe due figli, Tullia (nata nel 76 a.C.) e Marco (nato nel 65 a.C.), e iniziò la carriera politica,
primo della sua famiglia e dunque homo novus.
È opportuno suddividere l’impegno politico di Cicerone in più fasi:
dal 75 a.C., data della questura in Sicilia, all’ascesa al consolato del 63 a.C.;
dal 63 a.C., data della congiura di Catilina da lui sventata, fino al 58 a.C., anno della sua
condanna all’esilio;
dal 57 a.C., data del suo ritorno in patria, all’affermazione di Cesare sui pompeiani nel
46 a.C.;
dal 46 a.C., anno dell’instaurazione della dittatura di Cesare, fino alla morte, avvenuta
nel 43 a.C. per mano di emissari del triumviro Antonio.

Dal 75 al 63 a.C.: dalla questura al consolato


Tra il 75 e il 63 a.C. Cicerone completò il cursus honorum senatorio. Nel 75 a.C. fu questore
in Sicilia, il che gli consentì di accedere al senato; nel 69 a.C. ottenne l’edilità e nel 66 a.C. la
pretura, per poi giungere al consolato nel 63 a.C. anche in virtù del prestigio personale che
aveva maturato con il ruolo di accusatore dell’ex governatore di Sicilia Gaio Verre, politico
avido e corrotto, del quale in sede processuale denunciò con successo il malgoverno e gli
abusi per mezzo delle sue famose Verrine (70 a.C. D TESTO 1.1, in cui si denuncia la sottrazione
fraudolenta da parte di Verre di molti oggetti artistici da luoghi pubblici e privati). Pur vicino
alla politica conservatrice degli optimates e di Gneo Pompeo, Cicerone ascese al consolato

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Profilo dell’autore

grazie al suo atteggiamento equilibrato, sempre attento a non proporsi quale esponente di
una singola fazione, ma come elemento di coesione di diverse forze politiche e sociali. Già nel
66 a.C., nell’orazione Pro Cluentio, aveva infatti alluso alla concordia ordinum come necessario
progetto politico consistente nella convergenza tra gli esponenti dell’aristocrazia senatoria
e la parte migliore del ceto equestre. Progetto che l’Arpinate mantenne e andò anzi comple-
tando giungendo a concepire il consensus omnium bonorum (concetto esplicitato nella Pro Se-
stio del 56 a.C.), cioè un’alleanza «trasversale» tra i viri boni (cioè gli «uomini perbene») di
ogni livello sociale, cui premeva anzitutto la difesa del mos maiorum e la conservazione delle
vigenti istituzioni repubblicane, in contrapposizione con i populares che cercavano invece di
«cavalcare» il malcontento dei ceti inferiori (D Optimates e populares, p. 52).

Dal 63 al 58 a.C.: dal consolato all’esilio


Il consolato del 63 a.C. diede modo a Cicerone di sventare una congiura promossa da Lucio
Sergio Catilina, esponente estremista dei populares, già battuto proprio da Cicerone nella
corsa al consolato (D Catilina in Cicerone e in Sallustio, p. 40; la vicenda è raccontata anche
da Sallustio nel De coniuratione Catilinae). Delle forte opposizione di Cicerone alla congiura
è rimasta testimonianza nelle Catilinariae (D TESTI 1.4-7). Dopo un vivace dibattito in senato –
che aveva visto Cesare contrario e Catone Uticense favorevole alla pena capitale – egli aveva
fatto giustiziare cinque capi della congiura senza però concedere la provocatio ad populum
(una sorta di processo d’appello). Ma la rapida evoluzione dello scenario politico fu per lui
nefasta: nel 60 a.C. Cesare, Pompeo e Crasso strinsero un patto privato (il cosiddetto primo
triumvirato) e le fortune politiche di Cicerone declinarono. Inoltre, proprio per le condanne
senza appello del 63 a.C., nel 58 a.C. Cicerone fu condannato a sedici mesi di esilio in Grecia
(cfr. D TESTO 3.2, in cui scrive disperato alla moglie e ai figli), in virtù di una legge proposta
dal tribuno della plebe Publio Clodio, amico di Cesare e suo nemico personale.

Dal 57 al 46 a.C.: il ritorno a Roma e gli anni difficili della guerra civile
Cicerone tornò dall’esilio nel 57 a.C., per intercessione di Pompeo; ma emarginato dalla vita
pubblica si diede soprattutto all’attività forense e a quella letteraria. Sono infatti del 56 a.C.
le orazioni Pro Sestio e Pro Caelio, con profonde implicazioni politiche, dove Cicerone difese
con successo due amici da accuse, rispettivamente, del «nemico» Clodio e della di lui fami-
gerata sorella Clodia (quella Clodia che Catullo cantò con
il nome di Lesbia e che Cicerone dipinse invece come una
prostituta, allo scopo di gettare fango sull’azione politica
del fratello D TESTO 1.8). Importante è l’appello al consen-
sus omnium bonorum contenuto nella Pro Sestio, con il
quale Cicerone invita ancora una volta tutti i moderati ad
allearsi per difendere lo Stato (D TESTO 1.9). È invece del
52 a.C. l’insuccesso nella difesa di Milone (Pro Milone)
dall’accusa di avere ucciso lo stesso Clodio, durante un
processo che si tenne in un clima di violenze e intimida-
zioni. In questi anni compose anche un’importante opera
retorica, il De oratore (55-54 a.C.), e il celeberrimo De repu-
blica (55-51 a.C.), di taglio politico-filosofico. La successiva
guerra civile tra Cesare e Pompeo lo vide parteggiare per
quest’ultimo, anche se in un primo tempo cercò di man-
tenere un’impossibile neutralità. In Pompeo egli vedeva

 Profilo del volto della cosiddetta statua di Pompeo, i secolo d.C. (Roma, Palazzo
Spada).

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Marco Tullio Cicerone

 Moneta con effigie di Cesare, i secolo a.C. (Parigi, Bibliothèque Nationale).

– pur con tutti i suoi limiti – l’estremo difensore


dei valori della tradizione repubblicana e sena-
toria; la vittoria di Cesare a Farsalo nel 48 a.C.
fu dunque l’ennesima sconfitta politica per
Cicerone, costretto a cercare nel successivo 47
a.C. una riconciliazione con il vittorioso dicta-
tor (D TESTO 3.4).

Dal 46 al 43 a.C.: dalla dittatura cesariana


alla morte
Gli anni della dittatura cesariana rappresenta-
rono la fine della carriera politica dell’Arpinate,
che nell’assunzione di tutti i poteri da parte di un
solo individuo vedeva concretamente la fine delle isti-
tuzioni repubblicane. In alcune orazioni a difesa di ex pom-
peiani non mancano però appelli a Cesare perché rispetti le prerogati-
ve del senato, suggerendo nella Pro Marcello del 46 a.C. l’ideale della clementia per la piena
riappacificazione dello Stato.
Il periodo fu assai difficile anche sul versante privato. Nel 46 a.C. Cicerone divorziò da Te-
renzia e nel 45 a.C. perse la figlia Tullia. Le delusioni pubbliche e private lo spinsero alla
riflessione filosofica e a quell’otium letterario che si concretizzò nella produzione delle
maggiori opere retoriche (Brutus e Orator) e della quasi totalità delle opere di argomento
filosofico, tra le quali primeggiano il De finibus bonorum et malorum, le Tusculanae disputa-
tiones (D testo 2.2), il Cato Maior de senectute, il Laelius de amicitia (D testi 2.8-11; D Lavorare
sul testo, p. 101) e il De officiis.
Nel 44 a.C. Cesare cadde vittima di una congiura capeggiata da Bruto e Cassio, nostalgici
della vecchia Repubblica, che avevano in Cicerone un ideale punto di riferimento politi-
co. Pur estraneo al cesaricidio, l’oratore accolse l’evento con grande gioia (D TESTO 3.5),
pensando di poter giocare un ruolo politico importante in questa situazione confusa. At-
taccò duramente Marco Antonio in 14 orazioni, dette Philippicae (44-43 a.C.) e si avvicinò
invece al giovanissimo Ottaviano, ma non riuscì nell’intento di guidare e condizionare
il futuro Augusto, che poco dopo formò con il rivale Antonio e con Marco Emilio Lepido
il cosiddetto secondo triumvirato (43 a.C.). Il nome di Cicerone fu il primo della lista di
proscrizione triumvirale voluta da Antonio, e i sicari lo uccisero il 7 dicembre del 43 a.C.
nelle vicinanze della sua villa di Formia. La sua testa e le sue mani mozzate furono quindi
esposte, per volere di Antonio, nel Foro romano.

Un difficile giudizio politico


Difficile dare un giudizio politico sulla figura di Cicerone, oggetto di valutazioni storiche
piuttosto differenti. Non si può negare la forza con la quale egli portò avanti il progetto di
difesa a oltranza delle istituzioni repubblicane, tramite la concordia ordinum e il consensus
omnium bonorum; sempre coraggioso, d’altra parte, fu il suo esporsi in prima persona. Ma
la sua autorevolezza fu largamente inferiore a quella da lui stesso presunta, tanto più che
Cicerone si trovò spesso dalla parte della fazione perdente. Più che imputargli di avere
sbagliato fazione o alleanza, in ogni caso, si deve imputare all’Arpinate l’incapacità di ac-
corgersi che la res publica stava per concludere la sua lunga parabola, per lasciare il passo
a quel principato che aveva avuto nella dittatura di Cesare una sorta di «prova generale».

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Profilo dell’autore

Cicerone oratore
Cicerone è divenuto, nell’immaginario collettivo, il modello supremo di oratore. In effetti
egli praticò la professione di avvocato (in un momento storico in cui i processi giudiziari
avevano notevoli risvolti politici, e viceversa), ma non mancò di scrivere opere teoriche
sull’oratoria nelle quali seppe mescolare gli esiti della sua esperienza pratica con la solida
formazione culturale e filosofica. Non bisogna però dimenticare che i discorsi che oggi
leggiamo sono il frutto di un’accurata revisione dell’autore, che li volle pubblicare per
guadagnarsi prestigio presso i contemporanei e i posteri.

Le orazioni anteriori al consolato


Dopo le orazioni giovanili e il contatto a Rodi con il retore Apollonio Molone, fautore di
un moderato equilibrio tra asianesimo e atticismo, si registra una significativa evoluzio-
ne dello stile ciceroniano con i sette discorsi In Verrem del 70 a.C., in cui il retore difese i
siciliani nella causa che li opponeva all’ex governatore Gaio Verre, autore di ogni sorta di
soprusi negli anni 73-71 a.C. (D TESTO 1.1). Bastò la sola Actio prima in Verrem perché Verre,
che pure era difeso da Ortensio Ortalo, uno dei più prestigiosi avvocati del tempo, si sen-
tisse obbligato a prendere la strada dell’esilio volontario.

Le orazioni dal consolato all’esilio


Dopo l’orazione Pro lege Manilia de imperio Cn. Pompei del 66 a.C., per attribuire a Pompeo
poteri straordinari nella guerra contro Mitridate re del Ponto (il primo esempio di orato-
ria politica ciceroniana), il successivo periodo che va dal consolato all’esilio (63-58 a.C.) è
contrassegnato da importanti orazioni, ricche di riferimenti alla concordia ordinum, fulcro
del programma politico ciceroniano. Fondamentali per comprendere l’azione e il progetto
politico del console Cicerone sono le quattro orazioni In Catilinam, pronunciate per de-
nunciare la congiura capeggiata dal nobile Lucio Sergio Catilina (D Catilina in Cicerone
e in Sallustio, p. 40). Il console non solo la smascherò, ma nel quarto discorso si associò
ai fautori della condanna a morte dei catilinari arrestati: ciò che, oltre a essere causa del
futuro esilio, segnò la definitiva rottura con i populares. Cicerone incarnò così sempre più
le esigenze conservatrici di un blocco moderato che comprendeva l’aristocrazia senatoria
e la parte «migliore» dell’ordine equestre (D TESTO 1.7).
Importante, fra le orazioni di questo periodo, quella composta nel 62 a.C. per difendere Ar-
chia, poeta greco di Antiochia, dall’accusa di avere usurpato i diritti di cittadinanza romana.
Cicerone vi inserì un’appassionata lode della poesia e della letteratura, attività dalle profon-
de implicazioni civili oltre che strettamente culturali (D testi 1.2-3; D Lavorare sul testo, p. 56).

Le orazioni dopo il ritorno dall’esilio


Il tribuno Clodio era stato, con l’appoggio di Cesare, il fautore dell’esilio di Cicerone, ac-
cusato per la frettolosa condanna a morte dei catilinari. Non è un caso che Clodio, di-
rettamente o indirettamente, compaia nei discorsi politici ciceroniani post reditum, ad
esempio nella De domo sua ad pontifices (del 57 a.C.).
Ma anche nell’oratoria giudiziaria compare la figura del famigerato tribuno con il suo en-
tourage, soprattutto in due discorsi del 56 a.C., la Pro Sestio e la Pro Caelio. Con la Pro Sestio
Cicerone difese l’amico Publio Sestio dalle accuse dei partigiani di Clodio: nell’orazione
è esplicitato il superamento della concordia ordinum in favore del consensus omnium bo-
norum, ovvero di tutti coloro che sentivano il bisogno di proteggere il mos maiorum e le
istituzioni (cfr. D TESTO 1.9, in cui viene delineato il profilo sociale di quelli che Cicerone
definiva viri boni). Nella Pro Caelio, invece, Cicerone difende il giovane Marco Celio Rufo
dalle accuse di avvelenamento intentategli da Clodia, sorella di Clodio, ex amante di Celio
e del poeta Catullo. La difesa diventa un attacco alla donna (e indirettamente all’odiato

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Marco Tullio Cicerone

tribuno), descritta sprezzantemente come una prostituta dedita ad amori incestuosi con il
fratello (D TESTO 1.8). In entrambi i discorsi troviamo dunque un livello etico-politico che
va al di là della mera dimensione processuale.
Nell’orazione in difesa di Tito Annio Milone (52 a.C.), accusato di avere ucciso proprio
l’odiato Clodio, Cicerone insiste sul concetto di legittima difesa, giustificando moralmen-
te quell’omicidio politico. Le violenze dei clodiani e le pressioni delle milizie di Pompeo,
che sconvolsero Roma durante il processo, condizionarono non poco l’oratore, che intimo-
rito pronunziò un discorso assai meno incisivo di quello che noi leggiamo oggi, frutto di
una successiva rielaborazione a tavolino.

Le orazioni dalla dittatura cesariana alla morte


Dopo la sconfitta di Pompeo nel 48 a.C. a Farsalo, Cesare divenne il padrone assoluto
della vita politica romana fino al suo assassinio (44 a.C.). In questi anni Cicerone coltivò
soprattutto gli studi filosofici, dedicandosi a pochi discorsi, le cosiddette «orazioni cesa-
riane», di cui si ricorda la Pro Marcello del 46 a.C. Qui, nel tentativo di svolgere un ruolo
di moderatore nella vita dello Stato, Cicerone suggerisce a Cesare di utilizzare la clementia
nel rispetto delle istituzioni repubblicane.

Letteratura

Le parti di un’orazione fatti hanno l’importanza che si desidera. [...]


La narrazione deve essere indicativa dei carat-
Da Aristotele in poi l’orazione consta canonica- teri» (Retorica 3,16; trad. M. Dorati).
mente di quattro parti, entro le quali l’oratore deve
organizzare tutto il materiale del proprio discorso. Argumentatio: si tratta della presentazione
degli argomenti e delle prove, talora prece-
Exordium: funzione principale dell’esordio è duta dalla divisio o propositio, che ne è un
quella di presentare al pubblico l’argomento
breve sommario. Nell’argumentatio si trovano
dell’orazione; Aristotele dice che «nei discor-
la confirmatio, cioè l’esposizione degli argo-
si (giudiziari) e nell’epica si ha un’esposizione
menti a favore della propria tesi, e la confuta-
del soggetto, in modo che gli ascoltatori sap-
tio, cioè la confutazione delle tesi della parte
piano in anticipo di cosa si parla e il pensiero
avversa. Scrive Aristotele: «Le argomentazioni
non resti in sospeso, poiché ciò che è indefinito
devono essere dimostrative. [...] La confuta-
porta fuori strada. Chi pone l’inizio, per così
zione dell’avversario non forma una specie a
dire, nelle mani dell’ascoltatore lo mette nelle
condizioni – se vi si attiene – di seguire il discor- parte, ma rientra nelle argomentazioni [...] gli
so» (Retorica 3,14; trad. M. Dorati). Secondo argomenti possono essere confutati in parte
Aristotele, tuttavia, oltre a quella informativa con un’obiezione, in parte con un sillogismo»
l’esordio ha anche un’altra importante funzio- (Retorica 3,17; trad. M. Dorati).
ne, cioè accattivarsi la benevolenza e la dispo- Peroratio: è la parte conclusiva dell’orazione,
nibilità di chi ascolta (captatio benevolentiae). che di solito consta sia della ripresa dei temi
Narratio: la narrazione è il vero e proprio rac- trattati sia di un appello all’uditorio dai toni
conto dei fatti, e deve essere chiara, essen- patetici. Sempre Aristotele scrive, a riguardo:
ziale, non eccessivamente lunga, verisimile e «L’epilogo è composto di quattro elemen-
propedeutica all’argomentazione. Secondo ti: disporre l’ascoltatore favorevolmente nei
Aristotele «La narrazione non deve essere lun- propri confronti e sfavorevolmente nei con-
ga, come non deve esserlo l’esordio né l’espo- fronti dell’avversario; amplificare e diminuire;
sizione delle argomentazioni. In questo caso suscitare le reazioni emotive nell’ascoltatore;
la proprietà non consiste nella rapidità o nella ricapitolare» (Retorica 3,19; trad. M. Dorati).
concisione, ma nella misura, e ciò significa Oltre a queste quattro parti, può essere pre-
dire tutto ciò che renderà chiara la questione, sente anche la digressio: si tratta solitamente
o farà credere che è accaduta una certa azio- di un pezzo di bravura dell’oratore, talora non
ne, che è stato inflitto un certo danno, che è strettamente collegato, in apparenza, all’ar-
stata commessa una certa ingiustizia, o che i gomento di cui si tratta nell’orazione.

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Profilo dell’autore

Tutt’altro che moderato, invece, è il tono che egli usa nelle sue celebri invettive contro Mar-
co Antonio, chiamate dallo stesso Cicerone Philippicae, sul modello dei discorsi del greco De-
mostene contro Filippo re di Macedonia (iv sec. a.C.). Dopo l’assassinio di Cesare, Antonio
mirava ad assumerne l’eredità politica, mentre l’oratore sperava che il giovane Ottaviano
avrebbe ascoltato i suoi consigli svincolandosi da Antonio e avvicinandosi al partito senato-
rio. Le Philippicae, 14 discorsi scritti tra il 44 e il 43 a.C., rappresentano dunque l’ultima bat-
taglia politica combattuta dall’Arpinate. Il cosiddetto «secondo triumvirato» (43 a.C.), nato
dall’accordo tra Ottaviano, Antonio e Lepido, ne sancì la sconfitta e pose le condizioni per
il suo assassinio.

Le opere retoriche
Tra le opere retoriche, maggiore successo hanno ottenu-
to il De oratore, il Brutus e l’Orator. Per le prime due Ci-
cerone si rifà al genere letterario del dialogo, mentre la
terza è in forma di trattato.

Il De oratore: la ricerca del «perfetto oratore» e le


sue implicazioni politiche
Il De oratore, composto in tre libri nel 55-54 a.C., è un
dialogo che si immagina avvenuto nel 91 a.C. tra i più
eminenti oratori di quel tempo, cioè Lucio Licinio Cras-
so, portavoce di Cicerone, Marco Antonio e altri cinque
personaggi minori. Nel I libro emergono due diversi mo-
delli di oratore; Antonio insiste sul primato del talento
naturale e della pratica forense, mentre Crasso afferma
la necessità di una cultura enciclopedica, che oltre al
diritto, alla storia e alla politica comprenda i saperi
 Cicerone pronuncia un’orazione, scientifici e soprattutto la filosofia, poiché a Roma l’arte
incisione di Hermann Göll, 1876. della parola è profondamente legata alla vita politica
e una vasta cultura è garanzia di scelte etiche e corrette
(cfr. D TESTO 2.1, in cui Cicerone esalta la forza della parola e la sua funzione civilizzatrice).
Più squisitamente tecnici sono i restanti due libri, nei quali Antonio (II libro) parla di in-
ventio, dispositio e memoria, e Crasso (III libro) di elocutio e actio, ovvero le ripartizioni cano-
niche della retorica. Come per molte opere di Cicerone, è bene leggere il De oratore, ricco di
allusioni a personaggi del tempo, anche alla luce delle sue implicazioni politiche. L’anno
in cui è ambientato, il 91 a.C., segna infatti l’imminenza della guerra sociale e delle lotte
tra Mario e Silla, quasi un presagio delle discordie civili che avrebbero insanguinato
anche la Roma di Cicerone. Nella vasta cultura enciclopedica e non specialistica attribuita
al perfetto oratore-uomo di Stato, Cicerone vede, non a caso, il tipo di formazione propria
di quei viri boni di cui si sentiva il maggiore rappresentante.

L’oratoria: problematiche storiche e stilistiche


Sotto la dittatura cesariana Cicerone riprese la trattatistica retorica con altre opere impor-
tanti, quali il Brutus e l’Orator, entrambe scritte nel 46 a.C. e dedicate al futuro cesaricida
Marco Giunio Bruto. Con meno allusioni politiche rispetto al De oratore, prevalgono ora
gli interessi storico-stilistici, in una prospettiva polemica contro la corrente neo-atticista
della quale Bruto era esponente.
Il Brutus è un dialogo ambientato nel 47 a.C. a Roma e vede interloquire Cicerone stesso
con Attico e Bruto, mostrando toni polemici contro la corrente neo-atticista di quest’ulti-
mo. Si tratta di una sorta di storia dell’eloquenza che muove dal mondo greco (del quale

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Marco Tullio Cicerone

si danno sintetiche notizie) per giungere a Roma e alle figure del grande Ortensio Ortalo
e di Cicerone stesso, che gli strappò il primato nel Foro. Nel rappresentare se stesso come
il culmine di una secolare esperienza oratoria, Cicerone sembra sancire amaramente il
termine di una lunga stagione di libertà espressiva.
Nell’Orator (46 a.C.) vengono ripresi i problemi dell’elocutio, già trattati nel III libro del
De oratore. Cicerone vi formula la teoria dei tre stili (esile o tenue, medio o temperato,
elevato o sublime) che il perfetto oratore deve sapere di volta in volta usare a seconda
dell’argomento trattato, del pubblico a cui si rivolge e del contesto nel quale pronuncia
l’orazione. Chi parla in pubblico, infatti, deve essere in grado di probare o fidem facere, cioè
di persuadere rigorosamente il suo uditorio, di delectare, cioè di dilettarlo, e di flectere o
animum movere, cioè di toccarne le corde emotive: ciò che avviene anche nelle diverse parti
di una stessa orazione. Completa l’opera una trattazione relativa al numerus, cioè il ritmo
della prosa, soprattutto al termine della frase (clausolae).

La retorica ciceroniana
Come si vedrà anche per i dialoghi filosofici, Cicerone non concepì le sue opere retoriche
come parti di un sistema organico: più che un modello astratto, proponeva soluzioni teori-
che ad alcune delle domande che egli stesso si poneva nella pratica quotidiana. Se proprio
si vuole individuare tra le righe delle sue opere un tipo di oratore che, se non perfetto, è
comunque imitabile, si vedrà dunque come questo assomigli molto allo stesso Cicerone.

Le opere politico-filosofiche
Tra il 54 e il 51 a.C. Cicerone scrisse le sue più importanti opere di natura politico-filoso-
fica, il De republica e il De legibus. Non si era ancora giunti allo scontro frontale tra Cesare
e Pompeo e all’instaurazione della dittatura cesariana, e c’era dunque la speranza che la
res publica potesse reggere e con essa le sue istituzioni, tra i prodotti più alti della storia
dell’umanità, come Cicerone cerca di dimostrare associando la speculazione filosofica (di
tradizione platonica, aristotelica e stoica) all’uso di esempi concreti.

Il De republica e il Somnium Scipionis


Cicerone scrisse il De republica tra il 54 e il 51 a.C.; è bene premettere però che oggi non
leggiamo che circa un quarto del testo originale, recuperato nel 1820 grazie alla perizia
del cardinale-filologo Angelo Mai (si era conservato solo il Somnium Scipionis). Il De
republica è modellato sulla struttura del dialogo platonico omonimo (la Repubblica), del
quale conserva però solo in parte (nel Somnium Scipionis) la componente utopistica, per
legarsi invece strettamente alla realtà storico-politica dello Stato romano. Il dialogo è
ambientato nel 129 a.C. e ha come protagonisti Scipione Emiliano (l’Africano Minor,
vincitore della terza guerra punica), padrone di casa, e altri amici, tra i quali Gaio Lelio,
Manio Manilio, Quinto Tuberone. Nel I libro si discute dei tre possibili regimi politici
(monarchia, aristocrazia, democrazia) e delle loro cicliche degenerazioni – tirannide,
oligarchia, oclocrazia (dal greco óchlos, «folla, massa»); nel II si fa la storia della costi-
tuzione romana; nel III, molto lacunoso, si tratta della virtù politica; nel IV, quasi del
tutto perso, si tratta dell’educazione del buon cittadino; nel V, altrettanto lacunoso, si
allude alla necessità che lo Stato abbia, sopra le parti, una figura di governante perfetto
(gubernator rei publicae, princeps); del VI si conserva solo il finale, il Somnium Scipionis
(D TESTI 2.3-7), nel quale l’Emiliano immagina di incontrare in sogno l’avo Scipione
Africano, che gli mostra le ricompense per chi serve degnamente lo Stato, ricordandogli
che l’attività politica è il modo eticamente più alto di spendere la propria vita.
Sul modello dello storico greco Polibio, Cicerone cerca di mostrare come la costituzione
mista romana sia il migliore esempio possibile: i consoli sono l’emblema del potere mo-

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Profilo dell’autore

 Gruppi di fasci littori, simbolo dell’autorità dei magistrati; particolare


da un rilievo in pietra (Roma, San Paolo Fuori Le Mura).

narchico, il senato è un organo prettamente aristo-


cratico, mentre la componente democratica è costi-
tuita dai comizi e dai tribuni della plebe. Quando
Cicerone allude alla figura di un princeps che regoli
le sorti dello Stato (V libro), non pensa dunque a
una figura precisa dai contorni monarchici (come
sarà poi Augusto) né ai leader suoi contemporanei,
ma a personaggi come quelli del «buon tempo an-
tico» del calibro di Scipione, che potevano funge-
re da punto di riferimento per i viri boni di ogni
estrazione sociale: egli ritorna, cioè, ancora una vol-
ta, al consensus omnium bonorum teorizzato nelle
orazioni (D TESTO 1.9).

Il De legibus
Sul modello di Platone, Cicerone scrisse nel 52-51 a.C. il dialogo De legibus (di cui si leggo-
no tre libri) a completamento del De republica, dove l’autore stesso dialoga con il fratello
Quinto e l’amico Attico. Secondo la tradizione stoica, a cui Cicerone si richiama, le leggi
sono una delle espressioni della provvidenza che regola l’universo, e non una conven-
zione come per gli epicurei. Come nel De republica, si tende a mostrare lo Stato romano
come l’exemplum più alto di quanto è stato in precedenza dibattuto a livello teorico.

Finalità della riflessione ciceroniana sullo Stato


Di fronte alla realtà politica e sociale del suo tempo l’Arpinate ribadisce nei suoi scritti che
la coscienza dello Stato come «patrimonio» da conservare e delle leggi come vincolo
sacro da rispettare avrebbero potuto salvare Roma. Legare queste idee con l’invito al con-
sensus omnium bonorum e con l’azione di Cicerone come leader conservatore è storicamente
necessario, ma per certi versi limitativo: la difesa dello Stato come suprema espressione
dell’aggregazione umana fatta, ad esempio, nel Somnium Scipionis, deve essere interpreta-
ta in una dimensione universale ed eterna, in cui la tradizione filosofica greca si mescola
al senso dello Stato romano, massima eredità del mos maiorum.

Le opere di divulgazione filosofica


La concentrazione delle opere filosofiche vere e proprie nell’ultima fase della vita di Ci-
cerone, in particolare negli anni dal 46 al 44 a.C., si spiega con la lontananza forzata
dalla vita politica dovuta alla dittatura cesariana, che gli rendeva parimenti impossibile
svolgere in libertà l’attività forense. Ma non poca importanza dovettero avere anche due
fatti d’ordine privato, come il divorzio da Terenzia e la morte della figlia Tullia: si può
dunque dire che l’approfondimento di tematiche filosofiche abbia avuto per Cicerone una
funzione consolatoria, in una fase molto difficile della sua vita. Tuttavia, non bisogna
pensare che il suo avvicinamento alla filosofia sia stato improvviso e frettoloso: Cicerone
si era sempre sforzato di esaltare l’importanza, per un buon oratore, di una solida pre-
parazione filosofica. E se non nega che la filosofia sia stata di conforto ai suoi dolori, egli
ribadisce più volte come l’otium filosofico gli abbia permesso – pur se lontano dalla poli-
tica – di giovare allo Stato e ai propri concittadini mediante l’opera di divulgazione della
filosofia greca a Roma.

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Marco Tullio Cicerone

Cultura e metodo
La cultura filosofica di Cicerone è vastissima e si basa anzitutto su una buona conoscenza
della filosofia di Platone e di Aristotele. L’influsso che Platone ebbe su di lui è evidente
nel titolo di alcune sue opere (De republica, De legibus) che si ispirano al filosofo greco,
come pure dalla sua traduzione del Timeo e dal suo accostamento (nel Somnium Scipionis,
ma anche nelle successive Tusculanae disputationes) alle teorie platoniche dell’immortalità
dell’anima. Difficile quantificare inoltre il debito che, come buona parte della cultura filo-
sofica d’età ellenistica e greco-romana, egli ebbe nei confronti di Aristotele, e in particolare
della dialettica e dell’etica aristoteliche.
Per quanto concerne le cosiddette «filosofie ellenistiche» (stoicismo, epicureismo, scettici-
smo), Cicerone avversò sempre tanto il disimpegno sociale e il materialismo degli epicurei
quanto il rigorismo della scuola stoica più antica, per simpatizzare invece per lo stoicismo
moderato (basato sulle teorie di Posidonio e di Panezio). Si è dunque soliti affermare che
Cicerone sia un eclettico, costruisca cioè la sua filosofia con idee variamente tratte da diverse
scuole filosofiche. Non mancano, in ogni caso, autorevoli legittimazioni teoriche al suo atteg-
giamento. L’Accademia platonica era da tempo stata pervasa da correnti scettiche e proba-
bilistiche, e dall’ex scolarca Filone di Larissa, del quale Cicerone fu discepolo a Roma nell’88
a.C., e apprese la legittimità di accostarsi alle opinioni volta per volta ritenute più utili.
Va inoltre ricordato come Cicerone abbia udito nell’80-79 a.C. le lezioni di Antioco di
Ascalona, anch’egli scolarca dell’Accademia, il quale aveva cercato una sintesi fra le tradi-
zioni socratico-platonica, aristotelica e stoica.
Non mancano, tuttavia, momenti di più o meno velata polemica proprio nei confronti
della stessa filosofia greca che egli stava divulgando: se ne può trovare traccia nell’inci-
pit delle Tusculanae disputationes, dove al primato culturale greco Cicerone oppone quello
socio-politico ed etico romano. La filosofia, dunque, è un complemento del mos maiorum,
che deve restare il riferimento di ogni buon romano: gli argomenti delle opere ciceroniane
(di natura etica o teologica, con frequenti implicazioni politiche) sono il tentativo di co-
struire un fondamento teorico più solido per i valori della civitas e per i mores. Davanti ai
singoli problemi (la conoscenza, il bene, il male, la morte, la vecchiaia, l’amicizia, la natura
degli dèi ecc.) la filosofia non offre soluzioni, ma solo proposte (spesso differenti da parte
delle diverse scuole filosofiche), che debbono essere discusse, mediate dalla tradizione
patria, se necessario respinte, e solo alla fine di questo iter applicate pragmaticamente.
Questa mediazione tra la filosofia greca e la cultura romana, forse l’eredità più impor-
tante di Cicerone, andò a innestarsi sull’operazione culturale già iniziata dal Circolo degli
Scipioni (D Il Circolo degli Scipioni, p. 84), nell’ambito del quale era sorto e si era svilup-
pato il concetto di humanitas; concetto che con Cicerone, pure in assenza di una rigorosa
sistemazione dottrinale, andò meglio definendosi e concretizzandosi.

La struttura dialogica
Se nelle opere ciceroniane confluiscono idee filosofiche diverse, per di più messe in relazio-
ne con i valori del mos maiorum, si comprende come il dialogo sia la forma letteraria di gran
lunga più adatta, poiché si presta a dar voce a differenti opinioni. In effetti, già le opere di
contenuto politico (De republica, De legibus) avevano struttura dialogica, e tale genere lette-
rario era stato adottato da Cicerone anche per esporre le sue idee sulla retorica (ad esempio
nel De oratore e nel Brutus). Tanto più, dunque, il dialogo si confaceva alla dialettica della
filosofia, e in certe opere (ad esempio nel De finibus o nel De natura deorum) assistiamo a un
vero e proprio catalogo di idee di varia estrazione filosofica, che al termine sono appro-
vate o respinte da un personaggio con funzione di portavoce dell’autore stesso. Il modello
è chiaramente il dialogo socratico-platonico, dal quale Cicerone riprende il gusto per la
descrizione della cornice del dibattito, spesso immaginato, come nel Laelius, nella Roma del

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Profilo dell’autore

 Conversazione filosofica, particolare dal rilievo di un sarcofago


(Città del Vaticano, Museo Gregoriano Profano).

descrizione della cornice del dibattito, spesso immagi-


nato, come nel Laelius, nella Roma del secolo preceden-
te, popolata da uomini di spessore morale superiore a
quelli contemporanei. Manca però la brillante vivacità
dialettica propria di Platone, e spesso i dialoghi cicero-
niani tendono piuttosto a risolversi in lunghi monolo-
ghi di qualche personaggio, sulla scorta dei dialoghi di
tradizione aristotelica. Particolare è poi la forma delle
Tusculanae disputationes, che non sono un vero dialogo,
ma un immaginario contraddittorio tra un Magister e un
Auditor, forse di ispirazione diatribica; il De officiis, inve-
ce, è strutturato come un vero e proprio trattato.

L’etica e la pratica della virtù: il De finibus e le Tusculanae disputationes


Rimandiamo a D I contenuti delle opere, p. 20, per un elenco completo e un breve riassunto
di tutte le opere filosofiche di Cicerone. Qui ci soffermeremo sulle principali tematiche che
esse affrontano. Nel De finibus bonorum et malorum e nelle Tusculanae disputationes – entram-
be dedicate all’amico Bruto, il futuro cesaricida – vengono trattate soprattutto questioni
d’ordine morale: nella prima (dedicata all’etica teorica) Cicerone si accosta a posizioni di
derivazione accademica; nella seconda (dedicata all’etica pratica) sembra invece accostarsi
alla rigorosa equivalenza stoica tra bene e pratica della virtù.
Il De finibus, composto nel 45 a.C., tratta dei «termini estremi» del bene e del male, at-
traverso tre diversi dialoghi. Il primo (libri I-II) è ambientato nel 50 a.C. a Cuma, nella
villa di Cicerone, e vede Manlio Torquato esporre la concezione epicurea del sommo bene
(che equivale, per Epicuro, al piacere) e la sua successiva confutazione da parte dello stes-
so Cicerone, che identifica invece il bene con la virtù. Il secondo dialogo (libri III-IV) è
ambientato a Tuscolo, nella biblioteca di Lucullo, e presenta il rigorismo stoico di Catone
Uticense, mitigato dalle parole di Cicerone: questi è d’accordo nell’identificazione del bene
con la virtù, ma critica l’omologazione, tipicamente stoica, di tutti i vizi. Il terzo dialogo è
ambientato ad Atene nel 79 a.C., presso l’Accademia platonica, e in esso Cicerone accoglie,
pur con qualche correttivo, le idee accademiche di Pupio Pisone: il sommo bene, infatti, è
sì pratica della virtù, ma anche attenzione ai bisogni dello spirito e del corpo, e si realizza a
pieno solo in una dimensione sociale.
Le Tusculanae disputationes (D TESTO 2.2), composte nel 45 a.C. e pubblicate l’anno suc-
cessivo, sono un immaginario contraddittorio ambientato nella villa di Tuscolo dell’Ar-
pinate (da cui il titolo dell’opera). In cinque libri si tratta del disprezzo della morte (I),
della sopportazione del dolore (II), del sollievo dalla tristezza (III), del controllo delle
passioni (IV), della ricerca della virtù (V). Forse sotto la pressione delle disgrazie pubbli-
che e private che si sono abbattute su di lui, Cicerone mostra una certa inclinazione verso
quello stesso rigorismo stoico che aveva avversato nel De finibus. Contro il dolore e la
sofferenza, in attesa della liberazione della morte, il saggio (come si sostiene nel V libro)
dovrà infatti mantenere un’individualistica indifferenza verso il mondo esterno.

Tra morale e politica: il Cato Maior, il Laelius, il De officiis


Alcune opere, se pure di argomento etico, riflettono una maggiore apertura verso la realtà
socio-politica della Roma del tempo: il Cato Maior de senectute, il Laelius de amicitia e il De
officiis, composte nel 44 a.C.

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Marco Tullio Cicerone

Il Cato Maior de senectute è un brevissimo dialogo ambientato nel 150 a.C. e dedicato ad
Attico, nel quale l’ottantaquattrenne Catone il Censore, discutendo con Scipione Emilia-
no e Gaio Lelio, elogia la vecchiaia, fra tutte l’età più adatta allo svolgimento dell’attività
politica. Attraverso la figura del vecchio Catone, Cicerone allude forse anche a se stesso, e
vagheggia una Roma d’altri tempi, lontana dalle bassezze del presente.
Il Laelius de amicitia, anch’esso dedicato ad Attico, è un dialogo ambientato nel 129 a.C.
tra Gaio Lelio – l’amico per eccellenza di Scipione Emiliano, morto da poco – e i generi
Fannio e Scevola (D TESTO 2.8). L’amicitia è un legame dalle profonde implicazioni etiche,
poiché si basa sulla virtù e sul rispetto della fides (D TESTO 2.11); anzi: la vera amicizia
accomuna sia il piano personale sia quello politico, ed è possibile solo tra i boni, cioè «gli
uomini per bene» (D TESTO 2.10).
Il De officiis, trattato in tre libri dedicato al figlio Marco, è un’opera dalle finalità squisi-
tamente pedagogiche rivolta alle giovani generazioni romane. I primi due libri, che hanno
come fonte un’opera perduta di Panezio di Rodi, trattano rispettivamente del concetto di
honestum (cioè di «bene morale », da cui scaturiscono gli officia, i «doveri») e di utile (cioè
di «utilità, convenienza»); concetti, come Cicerone spiega nel III libro, che se correttamente
interpretati sono non contradditori, ma coincidenti.
Nel I libro Cicerone illustra anche l’importantissimo concetto di decorum, ovvero di ciò
che è moralmente ma anche esteticamente conveniente a ciascuno. Si allarga dunque il
concetto di officium: anche chi non svolge attività politica, nell’ambito delle proprie scelte
di vita, ha precisi obblighi comportamentali nei confronti della collettività: in questo modo
Cicerone mirava ad assumere un ruolo di guida etico-politica dell’élite romana.

La riflessione sugli dèi: il De natura deorum, il De divinatione e il De fato


Cicerone affrontò questioni di carattere teologico in tre opere, il De natura deorum (45 a.C.),
il De divinatione e il De fato (in quest’ultima cerca di contemperare il provvidenzialismo
stoico con le esigenze del libero arbitrio), scritte nel 44 a.C., dopo il cesaricidio.
Il De natura deorum, dedicato a Bruto, è un dialogo in tre libri, ambientato nel 77 o 76
a.C. in casa di Aurelio Cotta, cui partecipa lo stesso Cicerone. Dopo la confutazione delle
teorie epicuree sugli dèi, visti come lontani e indifferenti, Cicerone mostra una certa pro-
pensione verso le idee vicine al provvidenzialismo stoico. Il De divinatione, in due libri,
vede l’Arpinate e il fratello Quinto discutere nella villa di Tuscolo. Nel I libro Quinto è un
fermo assertore delle dottrine degli stoici, convinti della legittimità e dell’importanza della
divinazione. Nel II libro Cicerone smonta «illuministicamente» le parole del fratello,
evidenziando i rischi di confusione tra arte divinatoria e superstizione. Nonostante ciò,
egli ribadisce il profondo valore socio-politico dei riti religiosi tradizionali, ivi compresi
quelli legati alla divinazione, per rispetto verso le istituzioni politiche romane e il mos ma-
iorum, che impone di conservare le pratiche divinatorie ancorché, a rigor di logica, si tratti
di attività inutili o fallaci.

L’epistolario
Di Cicerone si è conservato un ricco epistolario; si tratta di circa 900 lettere, la maggior
parte scritte da Cicerone ad amici e parenti e le restanti (90) di risposta di questi (lo stesso
Cicerone aveva espresso l’intenzione di selezionare e di pubblicare alcune lettere del suo
epistolario). Le epistole ci sono giunte suddivise in quattro raccolte:
16 libri di Epistulae ad familiares, scritte a parenti e amici (tra cui uomini politici come
Pompeo e Cesare) dal 62 al 43 a.C. (D TESTI 3.2; 3.4-5);
16 libri di Epistulae ad Atticum, scritte all’amico Attico dal 68 al 44 a.C. (D TESTI 3.1; 3.3; 3.6);
3 libri di Epistulae ad Quintum fratrem, scritte al fratello Quinto dal 60 al 54 a.C.;
2 libri di Epistulae ad Marcum Brutum, con 26 lettere, 15 delle quali scritte nel 43 a M. Giu-

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Profilo dell’autore

 Un uomo intento a scrivere, particolare da un rilievo del Tempio


di Ercole a Ostia, iv secolo d.C. (Ostia, Museo Archeologico).

nio Bruto, che si trovava in Illiria e si preparava


alla guerra contro Antonio; le restanti epistole
sono, per lo più, risposte di Bruto all’Arpinate.
Le lettere furono pubblicate, in data incerta, po-
stume, in parte probabilmente dall’amico Attico
(Ad Atticum) e in parte da Tirone, il fedele liber-
to che fungeva da anni da segretario di Cicero-
ne. È probabile che, se Cicerone avesse potuto
scegliere e revisionare il materiale, ci sarebbe
giunta una raccolta più ridotta, forse anche pur-
gata di qualche particolare biografico un po’ im-
barazzante e poco lusinghiero, e con uno stile più sorvegliato e meno colloquiale.
L’epistolario di Cicerone aveva un carattere sostanzialmente privato: le lettere erano reali
e non fittizie (cioè furono tutte effettivamente spedite ai destinatari), anche se alcune si pre-
sentano come lettere pubbliche o «aperte», scritte in vista di una più ampia divulgazione.
Ma l’importanza dell’epistolario ciceroniano consiste soprattutto nell’essere fonte preziosa
per la conoscenza della Roma del tempo (molte sono le notizie di carattere storico e anti-
quario) e testimonianza di un Cicerone non «ufficiale»: qui l’Arpinate rivela spesso le sue in-
certezze (anche politiche), i retroscena di alcune sue scelte, i suoi dubbi, le sue debolezze.

Lo stile e la lingua
Uno stile magistrale
Già nel i secolo d.C. Quintiliano considerava Cicerone il modello della prosa latina: e tale
fu considerato per larga parte della latinità antica e umanistico-rinascimentale.
La caratteristica saliente dello stile di Cicerone è la cosiddetta concinnitas, cioè «armonia,
equilibrio, simmetria». Il suo periodare è tanto complesso quanto armonioso, caratterizzato
dall’uso di parallelismi (et ... et, tum ... cum, non solum ... sed etiam, neque ... neque), antitesi (non
... sed), anafore, climax e figure di suono come l’omoteleuto, inseriti nel contesto di una rigo-
rosa architettura logica che privilegia, in linea di massima, l’ipotassi rispetto alla paratassi.
Non secondario, in questa ricerca dell’armonia, l’uso del numerus («ritmo»), cioè di mirate
alternanze di sillabe brevi e lunghe per conferire alla prosa un ritmo che la avvicina alla
poesia, in particolare nella parte finale della frase (clausola), come Cicerone stesso ricorda
ripetutamente nell’Orator. Gli esempi più significativi provengono dalle orazioni, dove si
riscontrano espressioni come patiëntîä nösträ (cretico + trocheo o spondeo, in Catilinaria 1,1
D TESTO 1.4) o il frequente ëssê vîdêätûr.

La normalizzazione della lingua


Anche in ambito linguistico Cicerone è divenuto nei secoli successivi un modello e un
esempio, per così dire, manualistico. Grande è l’opera di normalizzazione che egli ha
compiuto sulla lingua latina, sfrondandola dai pesanti arcaismi usati dai contemporanei
Lucrezio e Sallustio (ad esempio il perfetto in -ere anziché in -erunt, l’infinito passivo in
-ier anziché in -i ecc.), ed evitando i grecismi e le forme più vicine al parlato (tranne che
nell’Epistolario), con un atteggiamento che è stato definito di purismo linguistico.

Un’oratoria duttile
Come detto, Cicerone accolse la lezione della scuola cosiddetta rodia di Apollonio Mo-
lone, fautore di un asianesimo moderato e di un costante adattamento all’aptum (cioè,

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Marco Tullio Cicerone

diremmo noi, al contingente), secondo cui l’oratore deve sapere docere, delectare, flectere,
cioè toccare varie corde del proprio uditorio, razionali ed emozionali. Si alternano, nel-
le sue diverse orazioni, raffinata dottrina giuridica, considerazioni politiche (ad esempio
nella Pro Sestio 96-99 D TESTO 1.9), excursus di taglio culturale (come quello della Pro Archia
D TESTO 1.2), ritratti pieni di sprezzante sarcasmo (vedi il ritratto di Clodia nella Pro Caelio
49-50 D TESTO 1.8), toni patetici (come in larga parte della prima Catilinaria D TESTI 1.4-7).
Si può dunque affermare che Cicerone, sul modello del greco Demostene, faccia ricorso
a tutti e tre quei genera dicendi (cioè registri stilistici) di cui egli stesso parla nell’Orator,
e cioè l’esile o tenue (prevalente nella narratio e nell’argumentatio), medio o temperato (ti-
pico dell’exordium – quello veemente delle Catilinarie rappresenta un’eccezione), elevato o
sublime (proprio della peroratio).
Parte integrante di questa varietà stilistica è il sapiente uso di una lingua sempre aderen-
te alla circostanza, con scelte lessicali talora molto incisive. Sempre impeccabile la termi-
nologia giuridica e politico-sociale: espressioni come concordia ordinum, consensus omnium
bonorum, viri boni hanno addirittura assunto valore paradigmatico. La lingua predilige tal-
volta un registro più basso, con espressioni anche volgari o offensive (D TESTO 1.8), oppure
si avvale di un’immaginosa terminologia metaforica: ne sono un esempio i termini legati
alla sfera semantica della malattia e della contaminazione, con i quali Cicerone allude a
Catilina e a suoi congiurati (D TESTO 1.7).

Cicerone creatore della prosa filosofica latina


Per primo, Cicerone diede a Roma una prosa degna di trattare questioni tecnico-filosofiche.
Lo stile è meno elevato rispetto alle orazioni, visto il maggiore impegno didattico-argo-
mentativo, e talora più vicino ai modi della conversazione (coerentemente con la finzione
dialogica): sintatticamente vede un maggior uso di strutture paratattiche e di proposizioni
relative atte a chiarire il discorso intrapreso. Fanno eccezione, in qualche misura, gli esordi
di alcune opere filosofiche e soprattutto la solennità stilistica di alcune parti del Somnium
Scipionis, che dipende dalla levatura straordinaria dei personaggi rappresentati e delle
tematiche trattate.
Un discorso a parte merita il piano lessicale, con la scelta di usare sempre termini latini
anche laddove sarebbe stato più facile ricorrere a parole greche. Cicerone pensava che i
termini tecnici della filosofia greca dovessero essere resi in latino con soluzioni lingui-
stiche che li avvicinassero anche ai lettori romani non specialisti. Ad esempio, nel Laelius
(D TESTO 2.9) afferma di non condividere la differenza tra il sapiens (che equivale al greco
sophós) e il vir bonus (che equivale al greco spoudáios), poiché non esiste la distinzione, trop-
po astratta, tra una sapienza di natura teorica e una legata al comportamento.
Ma il contributo di Cicerone fu anche fondamentale nel fornire la lingua latina di concetti
astratti di origine greca; a lui infatti si deve l’introduzione di molti neologismi poi divenu-
ti canonici quali qualitas (= poiótes), quantitas (= posótes), ed essentia (= ousía).

La peculiarità dell’epistolario
Per quanto riguarda l’epistolario, lo stile utilizzato è diverso da quello delle orazioni e del-
le opere filosofiche: si tratta infatti della lingua parlata dai Romani colti appartenenti ai
ceti sociali elevati, che assume un registro più decisamente formale solo in alcune lettere
di contenuto politico e natura ufficiale. Nel periodare prevale un andamento paratattico,
talora ellittico, con anacoluti e interiezioni; compaiono molte espressioni proprie del lin-
guaggio quotidiano, oltre ai formulari tipici della comunicazione epistolare (D Lo stile
epistolare, p. 114). La lingua si caratterizza per la presenza di parecchi diminutivi, spesso
affettuosi (come il frequente Tulliola D TESTO 3.2).

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Profilo dell’autore

Indicazioni bibliografiche
Edizioni e traduzioni
Edizioni critiche: le opere di Cicerone sono state edite Vita e passione di un intellettuale, Milano, Carocci, 2005;
in tutte le maggiori collezioni di classici, sia italiane E. Narducci, Cicerone. La parola e la politica, Roma-Bari,
sia straniere. Si segnalano in particolare, per quanto Laterza, 2009; E. Narducci, Introduzione a Cicerone, Ro-
riguarda gli editori italiani, il Corpus Paravianum e l’edi- ma-Bari, Laterza, 2009². Studi sul pensiero politico: E.
zione promossa dal Centro Studi Ciceroniani di Roma Lepore, Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda
per l’editore Arnoldo Mondadori, della quale sono già repubblica, Napoli, Istituto Italiano di Studi Storici, 1954;
stati pubblicati numerosi volumi. Per quanto concerne E. Narducci, Modelli etici e società: un’idea di Cicerone,
gli editori stranieri ricordiamo: Bibliotheca Teubneria- Pisa, Giardini, 1989; L. Perelli, Il pensiero politico di Cice-
na, Oxford Classical Texts, Loeb Classical Library, Col- rone. Tra filosofia greca e ideologia aristocratica romana, Fi-
lection des Universités de France (Les Belles Lettres). renze, La Nuova Italia, 1990; N. Wood, Cicero’s social and
Traduzioni: Edizione con testo e traduzione italiana political thought, University of California Press, Berke-
nella collana Classici Latini, Torino, UTET: G. Bellardi, ley, 1988; J. Spielvogel, Amicitia und res publica. Ciceros
Orazioni, 1975-81; G. Norcio, Opere retoriche, 19762; L. Maxime während der innenpolitischen Auseinandersetzun-
Ferrero, N. Zorzetti, Lo Stato, Le leggi, I doveri, 19852; N. gen der Jähre 59-50 v. Chr., Stoccarda, Franz Steiner Ver-
Marinone, I termini estremi del bene e del male, Discussioni lag, 1993. Studi sulle orazioni e l’oratoria: A. Michel,
Tusculane, 19802; C. Di Spigno, Epistole ad Attico, 1998; C. Rhétorique et philosophie chez Cicéron, Parigi, PUF, 1960;
Di Spigno, Epistole al fratello Quinto e altri epistolari mino- A. D. Leeman, Orationis ratio. Teoria e pratica stilistica de-
ri, 2002. Testo e traduzione italiana anche nelle edizioni gli oratori, storici e filosofi latini, Bologna, il Mulino, 1963;
tascabili, talora con ottime introduzioni e annotazioni: F. Bona, Cicerone tra diritto e oratoria. Saggi su retorica e
nella collana BUR, Milano, Rizzoli: L. Storoni Mazzola- giurisprudenza nella tarda repubblica, Como, New Press,
ni, Le Catilinarie, 1979; R. Scarcia, Lettere, 1981; N. Ma- 1984; E. Narducci, Pratiche letterarie e crisi della società.
rinone, L. Fiocchi, D. Vottero, Il processo a Verre, 1992; Oratoria, storiografia e filosofia nell’ultimo secolo della Re-
E. Narducci, La vecchiezza, 1983; E. Narducci, L’amicizia, pubblica, in AA.VV., Storia di Roma, II, Torino, Einaudi,
1985; E. Narducci, I doveri, 1987; E. Narducci, Il poeta 1990, pp. 885-921; E. Narducci, Cicerone e l’eloquenza ro-
Archia, 1992; E. Narducci, Dell’oratore, 1994; E. Narduc- mana, Roma-Bari, Laterza, 1997; C. J. Classen, Diritto,
ci, Bruto, 1995; E. Narducci, Tuscolane, 1996. Testo e tra- retorica, politica: la strategia retorica di Cicerone, Bologna,
duzione nella collana Grandi Libri Garzanti, Milano: S. il Mulino, 1998. Studi sulla cultura filosofica: G. D’An-
Timpanaro, Della divinazione, 19984; N. Marini, G. Petro- na, Alcuni aspetti della polemica antiepicurea di Cicerone,
ne, La vecchiaia, L’amicizia, 1990; A. Burlando, M. Scarsi, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1965; M. Bellincioni, Strut-
Difesa di Archia, Difesa di Milone, 1993; A. Barbarino, Il tura e pensiero del Laelius ciceroniano, Brescia, Paideia,
sogno di Scipione, Il fato, 1995. Testo e traduzione nella 1970; M. Pohlenz, L’ideale di vita attiva secondo Panezio
collana universitaria Marsilio, Venezia: A. Caverzere, In nel De officiis di Cicerone, Brescia, Paideia, 1970; G. Lo-
difesa di Marco Celio, 1990; P. Fedeli, La difesa di Milone, tito, Modelli etici e base economica nelle opere filosofiche di
1990; F. Stok, Il sogno di Scipione, 1993. Testo e traduzio- Cicerone, in A. Giardina, A. Schiavone (a cura di), Società
ne nei Classici Bompiani, Milano: D. Demolli, Il sommo romana e produzione schiavistica, III, Roma-Bari, Laterza,
bene e il sommo male, 1992; D. Demolli, Le Tusculane, 1981, pp. 79-126; F. Stok (a cura di), Cicerone. Il sogno di
1993. Testo e traduzione in C. Vitali, Lettere ai familiari, Scipione, Venezia, Marsilio, 1993; F. Pagnotta, Cicerone
Bologna, Zanichelli, 1973. e l’ideale dell’aequabilitas. L’eredità di un antico concetto
filosofico, Cesena, Stilgraf, 2007. Studi sull’epistolario:
Studi G. Boissier, Cicerone e i suoi amici, Milano, Rizzoli, 1988;
La quantità di studi dedicati alla figura di Cicerone e J. Carcopino, Les secrets de la correspondance de Cicéron,
alle sue opere rende qualunque selezione estremamente Parigi, L’artisan du livre, 19579; F. Trisoglio, La lettera
difficile: ci limitiamo a segnalarne alcuni che uniscono ciceroniana come specchio d’umanità, Torino, Giappichel-
la rilevanza scientifica alla data di pubblicazione rela- li, 1985; P. Cugusi, L’epistolografia. Modelli e tipologie di
tivamente recente e alla facile reperibilità. Studi com- comunicazione, in AA.VV., Lo spazio letterario nel mondo
plessivi su Cicerone: K. Kumaniecki, Cicerone e la crisi romano, II, Roma, Salerno Editrice, 1989, pp. 379-419;
della repubblica romana, Roma, Centro Studi Ciceroniani, S. Citroni Marchetti, Volontà degli amici ed esercizio del
1972; S. L. Utcenko, Cicerone e il suo tempo, Roma, Edi- potere in Cicerone, in «Materiali e discussioni per l’ana-
tori Riuniti, 1975; P. Grimal, Cicerone, Milano, Garzanti, lisi dei testi classici», XLII, 1999, pp. 65-94; S. Citroni
1987; E. Narducci, Introduzione a Cicerone, Roma-Bari, Marchetti, Amicizia e potere nelle lettere di Cicerone e nelle
Laterza, 1992; A. Grilli, Cicerone, in E. V. Maltese, I. elegie ovidiane dell’esilio, Firenze, Università degli Studi,
Lana (a cura di), Storia della civiltà letteraria greca e latina, Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Collezione Stu-
II, Torino, UTET, 1998, pp. 507-38; A. Everitt, Cicerone. di e Testi, 2000.

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Marco Tullio Cicerone

I CONTENUTI DELLE OPERE

La freccia (➔) segnala la presenza di uno o più brani di un’opera nei Percorsi antologici.

Orazioni
Nell’elenco che segue, pro processo); 56-52 a.C.: orazioni in difesa di personaggi le-
indica in linea di massima gati ai triumviri, come la Pro Balbo (56), la Pro Vatinio (54),
un’arringa in difesa di qual- la Pro Gabinio (54), la Pro Rabirio Postumo (52), oppure in
cuno, in un’accusa, de una difesa di magistrati colpiti da accuse di brogli o latrocini,
presa di posizione su un come la Pro Plancio (54) e la Pro Scauro (54); 52 a.C.:
provvedimento legislativo. Pro Milone (difesa – nell’aprile 52 – di Milone, accusato di
avere concorso alle violenze che provocarono la morte di
Cause civili e penali Clodio; l’esito del processo fu sfavorevole); 46-45 a.C.: Pro
81 a.C.: Pro Quinctio (dife- Marcello, Pro Ligario, Pro rege Deiotaro (sono le cosiddet-
sa, dall’esito probabilmente te «orazioni cesariane», nelle quali Cicerone – con tono
favorevole, in una causa tra l’adulatorio e il conciliatorio verso il dictator – perora
civile); 80 a.C.: Pro Sexto la causa di pompeiani in esilio; la Pro Marcello è in realtà
Roscio Amerino (➔) (difesa un’orazione «politica» o «deliberativa»).
dall’accusa di parricidio in-
tentata al suo cliente, che Orazioni legate all’attività politica
sarà assolto, da Crisogono, 66 a.C.: Pro lege Manilia vel de imperio Cn. Pompei (di-
potente liberto di Silla); 70 a.C.: le cosiddette Verrine, cioè scorso in cui Cicerone chiede al popolo poteri straordinari
la Divinatio in Quintum Caecilium (20 gennaio 70), la Ac- per Pompeo nella guerra contro Mitridate); 63 a.C.: De
tio I in Verrem (5 agosto 70) e la Actio II in Verrem (➔) lege agraria contra Rullum (durissimo discorso, con il qua-
(settembre 70), con le quali Cicerone fece condannare per le Cicerone si oppose invano alla riforma agraria proposta
concussione Verre, ex governatore della Sicilia; 69 a.C.: dal tribuno Servilio Rullo, esponente dei populares); Ora-
Pro Fonteio (difesa di un magistrato accusato di corru- tiones in Catilinam IV (➔) (4 orazioni relative alla congiura
zione, dall’esito ignoto); Pro Caecina (orazione legata a di Catilina: nella oratio prima Cicerone smaschera la con-
una causa per la rivendicazione di una proprietà, dall’esito giura e invita Catilina all’esilio, nella secunda annuncia la
forse positivo); 66 a.C.: Pro Cluentio (difesa in un proces- fuga di Catilina e invita i congiurati alla resa, nella tertia
so per avvelenamento); 63 a.C.: Pro Rabirio perduellionis proclama di avere sventato il colpo di Stato e nella quar-
reo (difesa, con esito favorevole, di un senatore implicato ta spinge il senato a condannare a morte i cospiratori);
nell’assassinio del tribuno Saturnino, nel 100 a.C.); Pro 57-56 a.C.: le cosiddette orazioni «post reditum», cioè
Murena (difesa di Lucio Licinio Murena, accusato di brogli Post reditum in senatu e Post reditum ad Quirites, discorsi
elettorali per ascendere al consolato); 62 a.C.: Pro Sulla di ringraziamento per la revoca dell’esilio, pronunziati in
(difesa, con esito favorevole, di Publio Cornelio Silla, accu- settembre davanti al popolo e al senato e ricchi di attac-
sato di avere preso parte alla congiura di Catilina); Pro Ar- chi ai propri avversari politici; De domo sua ad pontifices
chia poeta (➔) (difesa del poeta greco Archia, accusato di (settembre 57) e De haruspicum responso (primavera 56),
godere abusivamente della cittadinanza romana, dall’esito orazioni con le quali ottenne di potere riedificare la sua
probabilmente favorevole); 59 a.C.: Pro Flacco (difesa con casa sul Palatino, che Clodio aveva fatto abbattere per
esito favorevole – nell’agosto 59 – di Lucio Valerio Flacco, costruirvi un tempio della Libertas; 56 a.C.: De provinciis
ex governatore della provincia d’Asia accusato di concus- consularibus (discorso in senato a favore del prolunga-
sione); 56 a.C.: Pro Sestio (➔) (difesa con successo – nel mento del comando di Cesare in Gallia); 44-43 a.C.: In M.
marzo 56 – dell’ex tribuno Publio Sestio, accusato de vi, Antonium orationes Philippicae (14 orazioni pronunciate
cioè per costituzione di bande armate, da alcuni prestano- in senato o davanti al popolo per attaccare Marco Anto-
me di Clodio); Pro Caelio (➔) (difesa – in data 4 aprile – del nio; sono chiamate così per un’affinità – già ravvisata da
giovane oratore Celio Rufo, accusato di tentato avvelena- Cicerone – con i duri attacchi di Demostene contro Filippo
mento dalla sorella di Clodio, Clodia; positivo l’esito del il Macedone, nel 351-349 a.C.).

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Profilo dell’autore

Opere retoriche
De inventione (84 a.C. De optimo genere oratorum (52 a.C.) Prefazione alla tra-
ca.) Opera giovanile in duzione dal greco delle orazioni Per la corona di Demo-
due libri, i cui contenuti stene e di Eschine: le traduzioni ciceroniane non ci sono
sono affini a quell’anoni- però pervenute.
ma Rhetorica ad Heren-
Brutus (46 a.C.) Dialogo che si configura come tentativo
nium che qualcuno attri-
di una storia dell’eloquenza greco-romana; contiene una
buisce a Cicerone.
critica a certi estremismi della corrente atticista.
De oratore (➔) (55-54 a.C.) Dialogo in tre libri, nei quali
Cicerone rappresenta il modello di perfetto oratore, sinte- Orator (46 a.C.) Trattato con il quale, dopo quasi dieci anni,
si di ingegno, perizia tecnica, cultura filosofica, rettitudine l’Arpinate riprende le tematiche già affrontate nel De oratore,
morale, senso dello Stato. con il fine di definire il perfetto oratore. Il quadro è più sinte-
Partitiones oratoriae (54 a.C. ca.) Dialogo tra Cicerone e tico, ma pone maggiore attenzione ad alcuni aspetti tecnico-
il figlio Marco, ove si illustrano – con tono prettamente professionali dell’attività oratoria e allo stile dei discorsi.
manualistico – le cinque parti canoniche dell’eloquenza: Topica ad C. Trebatium (44 a.C.) Riassunto dei Topica ari-
inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. stotelici.

Opere politico-filosofiche
De republica (54-51 a.C.) Dialo- (comizi); nel VI libro, il Somnium Scipionis (➔) raccon-
go in 6 libri, pervenutoci in modo ta il sogno di Scipione Emiliano, al quale l’avo Scipione
frammentario (specie dai libri I-III Africano mostra le ricompense in cielo per i benemeriti
e VI). Particolarmente importan- della patria.
te il tentativo di presentare la co- De legibus (datazione incerta, a partire dal 52-51 a.C.)
stituzione romana come sintesi Opera in forma dialogica (forse in 5 libri: abbiamo men-
perfetta di monarchia (consoli), zione solo di 3) non edita in vita da Cicerone, pervenutaci
aristocrazia (senato), democrazia in forma frammentaria.

Opere di divulgazione filosofica


Paradoxa stoicorum (46 le teorie delle maggiori scuole filosofiche greche (epicurei,
a.C.) Opera dalla for- stoici, accademici) intorno ai «termini estremi» dell’agire
te impronta retorica, umano.
scritta con l’intento di Tusculanae disputationes (➔) (45 a.C.) Opera (non un vero
dimostrare come alcu- dialogo, ma un immaginario contraddittorio) dedicata a
ne tesi degli stoici sia- Marco Bruto e ambientata nella villa di Tuscolo dell’Arpi-
no paradossali. nate. Tratta, nei suoi cinque libri, il disprezzo della morte,
Hortensius (46 a.C.) la sopportazione del dolore, il lenimento della tristezza, il
Opera frammentaria, in forma di dialogo, il cui protago- controllo delle passioni, la ricerca della virtù.
nista è il grande oratore Ortensio Ortalo: compaiono fre- Cato Maior de senectute (44 a.C.) Dialogo dedicato ad
quenti inviti agli studi filosofici. Attico. Attraverso il ricordo esemplare di Catone il Censo-
Consolatio (45 a.C.) Opera in gran parte perduta, che re, Cicerone fa un’esaltazione della vecchiaia, età troppo
Cicerone dedica a se stesso: la filosofia avrebbe dovuto spesso ingiustamente accusata.
lenire il dolore per la morte della figlia Tullia. Laelius de amicitia (➔) (44 a.C.) Dialogo dedicato ad At-
Academica (45 a.C.) Libri dedicati a Varrone, che affron- tico. Attraverso la rievocazione dell’amicizia tra Scipione
tano in chiave scettica le problematiche gnoseologiche; di Emiliano e Gaio Lelio, Cicerone stabilisce i principî ispira-
essi possediamo solo il II libro (Lucullus) della prima reda- tori della vera amicizia.
zione (Academica priora) e, parzialmente, il I libro (Catu- De offìciis (➔) (44 a.C.) Trattato in 3 libri, dedicato al fi-
lus) della seconda (Academica posteriora). glio Marco. Cicerone insiste sull’identità tra il vero utile e
De finibus bonorum et malorum (45 a.C.) Opera in 5 libri, l’honestum, ricorrendo soprattutto a fonti di tradizione
articolata in tre dialoghi, dedicata a Marco Bruto; espone stoica.

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Marco Tullio Cicerone

Epistolario
L’epistolario di Cicerone (864 lette- Ad Atticum (➔) Raccolta (16 libri) che contiene le lette-
re) si divide in: re, per lo più in ordine cronologico (68-44 a.C.), inviate
Ad familiares (➔) Raccolta (16 libri) all’amico Tito Pomponio Attico.
in riferimento alla quale il termine Ad Quintum fratrem Raccolta (3 libri) che contiene 27 let-
familiares indica parenti, amici, co- tere scritte al fratello Quinto (60-54 a.C.).
noscenti cui Cicerone inviò lettere Ad Marcum Brutum Raccolta (2 libri) che contiene lettere
dal 62 al 43 a.C.; vi sono anche 90 scritte nel 43 a.C. a Marco Bruto, il cesaricida, e 9 risposte
lettere inviategli dai suoi corrispon- di quest’ultimo; c’è chi nega l’autenticità di alcune episto-
denti. le della raccolta.

Altre opere
I poemi De consulatu suo e De temporibus suis, en- Restano parti consistenti delle traduzioni dal greco dei
trambi di natura autobiografica, e Marius (sulla figura di Fenomeni di Arato (Aratea, in esametri), e del Timeo di
Gaio Mario) sono andati perduti: erano celebri per la loro Platone, mentre di altre fatiche del Cicerone traduttore
enfasi retorica. non ci è pervenuto quasi nulla (Protagora di Platone, Eco-
nomico di Senofonte).

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1. Cicerone oratore. L’arte e la cultura nelle orazioni di Cicerone

percorso Cicerone oratore


L’arte e la cultura nelle orazioni di Cicerone

T ra le righe dell’oratoria ciceroniana non mancano allusioni all’evoluzione


del gusto e della mentalità romana dell’epoca tardo-repubblicana. Tra le
accuse lanciate contro Verre, corrotto governatore della Sicilia, c’è infatti quella
di avere spogliato l’isola di alcuni dei suoi tesori artistici, trafugati per saziare
la sua passione collezionistica (D testo 1.1). Nella Pro Archia, uno dei motivi
cogenti che rendono il poeta greco Archia degno della cittadinanza romana è
la sua attività poetica (D testo 1.2), nonché la gloriosa lingua greca che egli uti-
lizza (D testo 1.3). Nel bene e nel male, insomma, Roma mostra di non sapere
resistere al fascino di una cultura sentita come superiore.

1.1 Violento attacco a Verre, governatore disonesto


(In Verrem 2,4,1-2)
A quanto si tramanda, con un solo discorso accusatorio (la Actio
prima) Cicerone avrebbe costretto a fuggire dal processo Verre, ex
governatore della Sicilia accusato di concussione (in particolare,
di avere spogliato l’isola del suo patrimonio artistico D Anali-
si del testo). Non sappiamo se le cose siano andate davvero così
lisce; è indubbio però che la vittoria in questo processo del 70 a.C.,
come patrocinatore delle città siciliane depredate da Verre, segnò
una svolta importante per la carriera forense di Cicerone. Il difen-
sore di Verre era infatti quel grande Ortensio Ortalo che lo stesso
Arpinate venerava come un maestro: superare Ortensio significava
dunque imporsi come avvocato di prim’ordine. Il successo in una
causa dalle forti implicazioni politiche giovò certamente alla car-
riera politica di Cicerone: in pochi anni l’Arpinate bruciò le tappe
del cursus honorum fino a raggiungere il consolato nel 63 a.C. Si
propone qui l’esordio del quarto discorso della Actio secunda in
Verrem, forse mai pronunciata per la fuga dell’imputato.
 Servizio di argenteria
da tavola, particolare 1. Venio nunc ad istius, quem ad modum ipse appellat, studium, ut amici
di un affresco pompeiano,
i secolo d.C. (Napoli,
eius, morbum et insaniam, ut Siculi, latrocinium. Ego quo nomine appellem
Museo Archeologico nescio. Rem vobis proponam: vos eam suo non nominis pondere penditote.
Nazionale).

1. Venio … studium: «Vengo ora alla passione di costui, guerra punica (241 a.C.), e fu pertanto la più antica provincia
come lui stesso la chiama»; ad istius … studium: il pronome, romana. – latrocinium: si chiude con questo sostantivo la
riferito a Verre, ha valore dispregiativo. – ut amici eius: è climax ascendente studium … morbum et insaniam … latroci-
sottinteso appellant; si noti l’anafora dei due ut, che costi- nium. – Ego … nescio: «Io non so con quale nome chiamar-
tuiscono una variatio rispetto al precedente quem ad modum. la»; quo nomine appellem: proposizione dubitativa retta da
– morbum et insaniam: l’espressione può essere resa con nescio. – Rem vobis proponam: «Vi esporrò i fatti»; vobis: si
un’endiadi, «morbosa mania». – ut Siculi: è sottinteso appel- tratta dei giudici, cui Cicerone rivolge il suo veemente di-
lant; il termine Siculi è da intendersi nel senso complessivo, scorso; si noti il poliptoto con il successivo vos; proponam:
generico, di «abitanti della Sicilia», e non fa alcun riferimen- letteralmente significa «mettere dinanzi»; è il futuro del ver-
to preciso all’antica popolazione dei «Siculi»; si ricordi che la bo propono. – penditote: «valutate»; è imperativo futuro di
Sicilia ebbe lo status provinciale dopo il termine della prima pendo; come più avanti scitote, conferisce solennità allo stile.

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Percorsi Antologici

Genus ipsum prius cognoscite, iudices; deinde fortasse non magno opere
quaeretis quo id nomine appellandum putetis. Nego in Sicilia tota, tam
locupleti, tam vetere provincia, tot oppidis, tot familiis tam copiosis, ullum
argenteum vas, ullum Corinthium aut Deliacum fuisse, ullam gemmam aut
margaritam, quicquam ex auro aut ebore factum, signum ullum aeneum,
marmoreum, eburneum, nego ullam picturam neque in tabula neque in textili
quin conquisierit, inspexerit, quod placitum sit abstulerit. 2. Magnum videor
dicere: attendite etiam quem ad modum dicam. Non enim verbi neque criminis
augendi causa complector omnia. Cum dico nihil istum eius modi rerum in tota
provincia reliquisse, Latine me scitote, non accusatorie loqui. Etiam planius:
nihil in aedibus cuiusquam, ne in hospitis quidem, nihil in locis communibus,
ne in fanis quidem, nihil apud Siculum, nihil apud civem Romanum, denique
nihil istum, quod ad oculos animumque acciderit, neque privati neque publici
neque profani neque sacri tota in Sicilia reliquisse.

– Genus ipsum: letteralmente «Il genere in se stesso», cioè 2. Magnum videor dicere: «Sembra che io dica un’esagera-
«Di che tipo di fatti si tratta». – prius: è in relazione con il suc- zione»; costruzione personale di videor. – attendite … dicam:
cessivo deinde. – cognoscite: imperativo presente da cognosco. «prestate attenzione anche in qual modo io lo dica»; quem ad
– deinde … putetis: «quindi forse non vi darete molto da fare modum dicam: proposizione interrogativa indiretta dipendente
a cercare con quale nome ritenete che debba essere chiamato dall’imperativo attendite (dal verbo attendere derivano il nostro
ciò»; magno opere o magnopere è avverbio con il significato di «attento», «attenzione»). – Non enim … omnia: «Non abbrac-
«molto, assai»; quo … nomine … putetis: proposizione inter- cio infatti tutto per accrescere il discorso o l’accusa»; verbi …
rogativa indiretta retta da quaeretis; appellandum: è sottinteso causa: proposizione finale costruita con causa e il gerundivo al
esse. Si tratta di una proposizione oggettiva retta da putetis, genitivo. – Cum … reliquisse: «Quando dico che costui non
con costruzione perifrastica passiva personale (il soggetto è ha lasciato nulla delle cose di tal genere in tutta la provincia».
id). – Nego … fuisse: «Dico che in tutta la Sicilia, provincia Cum dico: proposizione temporale che regge una proposizione
tanto antica e ricca, con tante città, e tante famiglie così ricche, infinitiva con soggetto istum (pronome di senso dispregiativo
non vi è stato nessun vaso d’argento, nessun (vaso) o di Co- riferito a Verre) e con verbo l’infinito perfetto reliquisse; rerum:
rinto o di Delo». Tutto il periodo è caratterizzato da anafore ha valore partitivo ed è retto da nihil, oggetto di reliquisse. –
(Nego … nego; tam … tam … tam; tot … tot; ullum … ullum; Latine … loqui: costruisci: scitote me loqui Latine, non accusato-
aut … aut; ullam … ullam; neque … neque) e da un poliptoto rie «sappiate che io mi esprimo attraverso parole latine e non
(ullum … ullum; ullam … ullam). Nego: il verbo significa «dire attraverso il linguaggio di un accusatore»; Latine … accusatorie:
di no» e regge l’oggettiva che ha come verbo l’infinito fuis- avverbi; Latine loqui vale «parlare chiaro», usando le parole nel
se. L’oratore sentirà il bisogno di ripetere questo verbo alla loro significato vero e proprio; gli è contrapposto accusatorie,
fine del periodo per giungere alla conclusione; locupleti: è da che significa invece «usare il linguaggio di chi accusa», il quale
unire a provincia; tam vetere: fu la prima provincia romana, tende sempre ad esagerare; me … loqui: proposizione oggetti-
subito dopo la prima guerra punica nel 241 a.C.; oppidis … va dipendente da scitote, imperativo futuro da scio. – Etiam
familiis: sono due ablativi di qualità dipendenti da provincia; planius: «(Mi esprimerò) anche più esplicitamente»; planius:
Corinthium … Deliacum: Corinto e Delo erano famose per le è comparativo dell’avverbio plane e sottintende loquar. Fino a
ceramiche e i bronzi. – ullam … eburneum: «nessuna pietra questo momento ha parlato degli oggetti rubati, ora aggiun-
preziosa o perla, alcun oggetto fatto d’oro o d’avorio, nessu- gerà che li ha rubati in ogni luogo, sacro e profano, senza ri-
na statua bronzea, marmorea o eburnea»; quicquam: prono- guardo alcuno per le persone a cui li ha sottratti. – nihil …
me indefinito neutro usato generalmente in frasi negative; ex reliquisse: «(sappiate) che costui nulla nella casa di qualcu-
auro aut (ex) ebore: complementi di materia; factum: participio no, neppure in quella dell’ospite, nulla nei luoghi pubblici,
perfetto da facio, riferito al pronome quicquam; aeneum, mar- neppure nei templi, nulla presso un siciliano, nulla presso un
moreum, eburneum: gli aggettivi esprimono il complemento di cittadino romano, infine nulla che cadesse sotto i suoi occhi o
materia; si noti la variatio di costrutto rispetto ai precedenti ex suscitasse il suo desiderio, né di privato né di pubblico, né di
auro aut ebore. – nego … abstulerit: «dico che non vi è stato profano né di sacro lasciò in tutta la Sicilia». Tutto il periodo
nessun dipinto né in un quadro né in un arazzo che non abbia è caratterizzato da anafore (nihil … nihil, ne … quidem … ne …
ricercato, esaminato e portato via nel caso gli sia piaciuto»; quidem, apud … apud, neque … neque) e dal parallelismo sintat-
nego ullam picturam: è sottinteso fuisse; conquisierit: congiunti- tico; nihil … reliquisse: è una proposizione oggettiva sempre
vo perfetto di conquiro, retto dal quin come i successivi inspe- dipendente da scitote, che ha come soggetto istum; privati …
xerit … abstulerit. Si noti l’omoteleuto e la climax ascendente. publici; profani … sacri: gli aggettivi, che hanno significati an-
La congiunzione quin, che corrisponde a quae non, introduce titetici, sono genitivi di quantità e dipendono da nihil; tota in
una relativa con valore consecutivo. Sicilia: anastrofe della proposizione.

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1. Cicerone oratore. L’arte e la cultura nelle orazioni di Cicerone

Analisi del testo


I temi e le idee
Di particolare interesse è l’accenno alle ruberie di oggetti artistici fatte da Verre, conte-
nuta nella frase Nego … abstulerit, dove si menzionano vasi, pietre preziose, perle, ma-
nufatti, statue d’ogni materiale, quadri e arazzi. Al di là del dato più strettamente pro-
cessuale e criminale, si tratta di una buona documentazione dell’evoluzione del gusto
della classe dirigente romana, che a dispetto dell’austera sobrietà tramandata dal mos
maiorum sembra ormai amare il lusso e praticare diffusamente il collezionismo d’arte.

La lingua e lo stile
Notevole è l’abbondanza di figure retoriche, dalla climax (studium … morbum et insa-
niam … latrocinium), alle numerose anafore, poliptoti e allitterazioni. Particolare effetto,
inoltre, è dato dall’uso dell’imperativo futuro (penditote, scitote), tipico del linguaggio
sacrale e giuridico. Il risultato è fortemente enfatico, come è proprio delle prime ora-
zioni di Cicerone, più vicine alla tradizione un po’ «barocca» dell’oratoria asiana. Sul
versante sintattico, appare però il gusto per la sapiente e armoniosa costruzione della
frase (concinnitas), esaltata dalla presenza di numerosi parallelismi.

1.2 La difesa di Archia: esaltazione della poesia (Pro Archia 18-19)


L’orazione Pro Archia è un breve discorso di difesa pronunciato con successo da Cicerone
nel 62 a.C. Archia era un poeta di lingua e cultura greca, originario di Antiochia di Si-
ria, ed era stato accusato da un oscuro personaggio di nome Grattio di essersi appropria-
to illegalmente del titolo e dei diritti di cittadino romano. Cicerone può permettersi
di condurre la causa in chiave culturale: l’orazione diventa infatti la celebrazione appas-
sionata del valore della poesia e della cultura in generale. Per essere incastonato in
un’orazione giudiziaria, l’elogio è davvero ardito, e tradisce una concezione quasi sacrale
della cultura e della poesia. Qui il poeta è sacro perché, dice Cicerone, quando compone
è ispirato dalla divinità (D Analisi del testo).

18. Quotiens ego hunc Archiam vidi, iudices, – utar enim vestra benignitate,
quoniam me in hoc novo genere dicendi tam diligenter attenditis, –
quotiens ego hunc vidi, cum litteram scripsisset nullam, magnum numerum
optimorum versuum de eis ipsis rebus quae tum agerentur dicere ex tempore!
Quotiens revocatum eandem rem dicere, commutatis verbis atque sententiis!

18. Quotiens … vidi: «Quante volte io ho visto questo Archia, lare significa «lettera dell’alfabeto». L’espressione vuole indicare
giudici, – approfitterò infatti della vostra benevolenza poiché in che Archia era in grado di improvvisare in modo straordinario.
questo nuovo genere di eloquenza mi ascoltate tanto attentamen- – magnum … tempore: «dire improvvisando un gran numero
te –, quante volte io l’ho visto». Quotiens: avverbio iterativo con di versi eccellenti proprio su quei fatti che si svolgevano in quel
funzione esclamativa in anafora con il successivo quotiens; hunc: momento»; ipsis: serve a rimarcare le capacità di improvvisazio-
pronome deittico. Mentre parla, l’oratore indica l’imputato con ne di Archia sui fatti contemporanei: questo escludeva che egli
la mano; utar: utor con l’ablativo significa «servirsi di…», «ap- si fosse preparato prima; quae … agerentur: proposizione relati-
profittare di…». C’è non solo una sorta di captatio benevolentiae, va con il verbo al congiuntivo per attrazione modale, in quanto
ma anche una presa d’atto dell’attenzione con cui il pubblico dipendente dall’infinito dicere; dicere ex tempore: si può tradurre
sta seguendo il discorso dell’oratore; hoc … dicendi: già al par. 3 con «improvvisare»; l’aggettivo italiano «estemporaneo» deriva
Cicerone aveva premesso che avrebbe usato temi atipici rispetto proprio da ex tempore. – Quotiens … sententiis!: «Quante volte
ai normali dibattimenti nei tribunali, con un linguaggio atipico. (ho visto) Archia, richiamato sulla scena, ripetere il medesimo
– cum … nullam: «sebbene non avesse scritto nemmeno una sil- argomento, avendo cambiato parole e concetti!»; revocatum: è il
laba». È una proposizione concessiva; litteram … nullam: iperbato participio perfetto di revocare, verbo tecnico del linguaggio tea-
che dà particolare rilievo all’aggettivo nullam; littera, -ae al singo- trale che significa «richiamare (alla ribalta)»; commutatis verbis:

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Percorsi Antologici

Quae vero accurate cogitateque scripsisset, ea sic vidi probari, ut ad veterum


scriptorum laudem perveniret. Hunc ego non diligam, non admirer,
non omni ratione defendendum putem? Atque sic a summis hominibus
eruditissimisque accepimus, ceterarum rerum studia et doctrina et praeceptis
et arte constare: poetam natura ipsa valere, et mentis viribus excitari, et quasi
divino quodam spiritu inflari. Qua re suo iure noster ille Ennius sanctos
appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati
nobis esse videantur. 19. Sit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos
homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit.

ablativo assoluto. Sullo stesso fatto Archia era in grado di im- attenuare l’aggettivo che segue, gli dà una dimensione d’in-
provvisare più volte di seguito in modo diverso. – Quae … determinatezza, traducibile con «per così dire». Si noti come
perveniret: «Quei testi invece che egli aveva scritto con cura e Cicerone ponga la differenza tra ars poetica e le altre discipline:
riflessione, li ho visti apprezzati al punto di giungere alla lode esse trovano il loro supporto in tecniche e applicazioni prati-
degli antichi scrittori». Quae: prolettico di ea; vero: l’avverbio che, mentre la poesia è frutto di predisposizione naturale e di
ha valore avversativo: Archia era in grado non solo di improv- ispirazione divina. – Qua re … poetas: «Per questo motivo, a
visare, ma anche di scrivere in modo eccellente; accurate cogi- buon diritto, il nostro Ennio chiama i poeti “sacri”»; Qua re:
tateque: endiadi; da notare come i due avverbi rappresentino in prolessi rispetto alla causale che segue; noster: pur essendo
due azioni, espresse rispettivamente dai verbi curo e cogito; originario di Rudiae (oggi presso Lecce), Ennio (239–169 a.C) fu
ut … perveniret: proposizione consecutiva; veterum scriptorum: poeta in lingua latina. Sosteneva la sua natura trilingue divisa
Cicerone è tradizionalista anche nel gusto letterario, al punto tra latino, greco (la lingua della formazione culturale) e osco
di considerare gli antichi scrittori come un modello di perfe- (la lingua parlata nell’Italia meridionale). Dai frammenti delle
zione. – Hunc … putem?: «Non dovrei amare questa persona, opere che possediamo non risulta esserci il pensiero che qui gli
non dovrei ammirarla, non dovrei ritenere di doverla difende- è attribuito. Appellandosi al mistero della sacralità dell’ispi-
re in ogni modo?». Hunc: il pronome è in posizione di rilievo. razione nei poeti, Cicerone conferisce al discorso un’aura mi-
L’espressione Hunc ego riprende ego hunc dell’inizio del para- tica. – quod … videantur: «poiché sembra che ci siano stati
grafo: qui i due pronomi sono stati invertiti perché il referente affidati come per qualche dono prezioso degli dèi»; quod …
del discorso è Archia; diligam … admirer … putem: congiuntivi
videantur: proposizione causale al congiuntivo, perché l’autore
dubitativi; defendendum, sott. esse: perifrastica passiva. – Atque
riporta il pensiero di Ennio; dono atque munere: i due termini
… constare: «E così abbiamo appreso da uomini eccellenti e
sono sinonimi, ma spesso sono usati uniti; si possono tradur-
molto eruditi che gli studi delle altre discipline si basano sul-
re considerandoli come un’endiadi; commendati: da commendo
la dottrina, sull’insegnamento e sull’arte»; ceterarum: tutte le
«affidati». Un bene prezioso come il poeta deve essere trattato
discipline tranne la poesia; doctrina: da doceo, è l’istruzione
con lo stesso rispetto che si ha nei confronti delle cose sacre.
in senso generale; praeceptis: sono gli insegnamenti ascoltati
Cicerone suggerisce tra le righe che l’offesa recata a un poeta è
direttamente dai maestri; arte: l’applicazione di ciò che si è
assimilabile a un gesto d’empietà.
imparato (vedi sotto D Le parole della cultura) – poetam …
inflari: «che invece il poeta ha forza per sua stessa natura, è 19. Sit … violavit: «Sia dunque sacro, o giudici, presso di voi
spinto da un impulso dell’animo ed è ispirato da una sorta uomini così colti, questo nome di poeta che mai nessun popo-
di spirito – per così dire – divino»; valere … excitari … inflari: lo straniero ha offeso». Il passo è stato molto celebrato come
infiniti retti da accepimus; ceterarum rerum studia … poetam: si esempio di genus dicendi sublime. Sit: congiuntivo esortativo;
noti la variatio in cui la contrapposizione è tra l’astratto studia poetae: genitivo epesegetico; nulla … barbaria: metonimia, in
e il concreto poetam; quasi divino quodam spiritu: il quasi, più che quanto si usa il termine astratto al posto del concreto. La figu-

Lessico Le parole della cultura


studium: il termine, etimologicamente legato al verbo studeo («mi applico»), significa in
origine «slancio», «passione», «zelo», e quindi anche «propensione», «attaccamento», tal-
volta in senso negativo. Dall’accezione di «propensione», a una disciplina o a un’arte, deriva
l’italiano «studio».
doctrina: etimologicamente legato al verbo doceo («insegno»), il termine indica spesso
«istruzione, cultura» in senso generale.
praeceptum: il termine, etimologicamente legato al verbo praecipio («ammaestro, inse-
gno»), indica l’insegnamento teorico ascoltato direttamente dai maestri.
ars: il termine è polivalente, ma spesso indica l’applicazione pratica di ciò che si è imparato
in linea teorica. Tale accezione lo rende ora antitetico, ora complementare all’idea di sponta-
neità insita nella parola ingenium.

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1. Cicerone oratore. L’arte e la cultura nelle orazioni di Cicerone

Saxa et solitudines voci respondent, bestiae saepe immanes cantu


flectuntur atque consistunt: nos, instituti rebus optimis, non poetarum
voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii
suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant,
itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt: permulti alii praeterea
pugnant inter se atque contendunt. Ergo illi alienum, quia poeta fuit, post
mortem etiam expetunt: nos hunc vivum, qui et voluntate et legibus noster
est, repudiamus, praesertim cum omne olim studium atque omne ingenium
contulerit Archias ad populi Romani gloriam laudemque celebrandam?
Nam et Cimbricas res adulescens attigit, et ipsi illi C. Mario, qui durior ad
haec studia videbatur, iucundus fuit.

ra del poeta era sacra presso molti popoli. – Saxa … respon- dell’epica: pugnant e contendunt. – Ergo … expetunt: «Dunque
dent: «Le rocce e i deserti rispondono alla voce (del poeta)»; quelli rivendicano uno straniero, poiché è stato un poeta, an-
è richiamato qui il mito di Anfione che, con il fratello Zeto, che dopo la morte». Ergo: congiunzione conclusiva; illi: «quel-
costruì la rocca della città di Tebe, trascinando le pietre dalle li», cioè i popoli appena citati; alienum: la patria di Omero può
montagne con il magico suono della sua lira. Cicerone intende essere una sola, mentre per le altre città egli era uno straniero.
dire che il canto del poeta è in grado di scuotere ogni durezza; – nos … repudiamus: «noi rifiutiamo quest’uomo vivo, che è
solitudines: metonimia, astratto in luogo del termine concreto. nostro per sua volontà e a norma di legge»; nos: coordinazione
– bestiae … consistunt: «bestie spesso feroci sono ammansite per asindeto con valore avversativo: nos si contrappone a illi;
dal canto e si fermano»; viene qui richiamato il mito di Orfeo, vivum: da sottolineare la variatio rispetto a post mortem; noster:
il cui canto aveva il potere di ammansire gli animali feroci. È gli elementi fondamentali della proposizione sono disposti a
nota la storia del suo amore per Euridice, morta per il morso chiasmo: alienum … post mortem … vivum … noster; legibus: il
di un serpente: per riavere la sua sposa Orfeo scese nell’Ade riferimento è alla lex Plautia Papiria del 89 a.C. Archia è rego-
e con il suo canto commosse la regina del regno infernale, che larmente in possesso della cittadinanza romana, poiché la lex
gli consentì di riportarla in vita. – nos … moveamur?: «noi, Plautia Papiria la concedeva ai membri delle città federate con
che siamo stati educati nelle migliori discipline, non dovrem- Roma: tale era la città lucana di Eraclea, alle cui liste anagrafi-
mo essere commossi dalla voce dei poeti?»; nos: forte asindeto che il poeta era iscritto. La distruzione di tali registri anagra-
che accentua la contrapposizione tra la sensibilità della natu- fici rendeva però attaccabile la posizione di Archia, anche se
ra e il pericolo dell’insensibilità degli uomini; voce: ablativo Cicerone non dovette faticare a persuadere il tribunale della
di causa efficiente; non … moveamur: congiuntivo dubitativo. vacuità delle accuse di Grattio. Stupisce che una figura tanto
– Homerum … confirmant: «Gli abitanti di Colofone dicono modesta abbia avuto il coraggio di fronteggiare un ex console;
che Omero è loro (concittadino), gli abitanti di Chio lo riven- alcuni critici pensano che egli fosse in realtà un prestanome,
dicano come proprio, gli abitanti di Salamina lo reclamano, dietro il quale non sappiamo però chi operasse. – praesertim
gli abitanti di Smirne poi asseriscono che sia loro»; Homerum: … celebrandam?: «specialmente dal momento che Archia una
il nome del poeta, posto all’inizio del periodo, contribuisce a volta ha dedicato ogni suo impegno e capacità a celebrare la
dare risalto alla sua eccezionale grandezza; Colophonii … Chii: gloria e la lode del popolo romano?»; cum … contulerit: il per-
i primi sono gli abitanti di una città ionica della Lidia, in Asia fetto congiuntivo è richiesto dalla consecutio temporum, perché
Minore, i secondi di un’isola dell’Egeo di fronte alla costa asia- il verbo dipende dal precedente repudiamus, in rapporto di
tica; sette erano le città che pretendevano di avere dato i natali anteriorità. – Nam … fuit: «Infatti da giovane trattò le vicen-
a Omero (quattro vengono nominate qui da Cicerone, le altre de della guerra cimbrica e fu gradito persino a quel famoso
tre erano Rodi, Argo ed Atene); Smyrnei: gli abitanti di Smirne Caio Mario che pure sembrava piuttosto insensibile a questi
sulla costa dell’Asia Minore; dicunt … vindicant … repetunt … interessi»; Nam: Archia si era dedicato all’epica nazionale e la
confirmant: i verbi, affini dal punto di vista semantico, crea- sua poesia celebrava il popolo romano; Cimbricas … res: dal ii
no una sorta di climax ascendente. – itaque … contendunt: «e secolo a.C. i Cimbri minacciavano il Nord Italia; solo nel 101
pertanto gli dedicarono un tempietto in città; molti altri inoltre a.C. l’esercito romano, sotto la guida di Mario, riuscì a imporsi
combattono tra loro e se lo contendono»; delubrum: di questo ai Campi Raudii, presso Vercelli; adulescens: predicativo del sog-
tempietto esistente a Smirne (Homereion) ci dà notizia il geo- getto; durior: comparativo assoluto di durus, che sottolinea una
grafo Strabone, nella sua Geografia (14,1,37). Si noti il tono so- predisposizione d’animo rigida; ad haec studia: Mario, homo no-
lenne con cui Cicerone celebra il grande potere della poesia: lo vus, non aveva una cultura approfondita e dunque per Cicero-
confermano l’uso dell’aggettivo sanctus, che riconduce a una ne non era molto sensibile alla poesia. Secondo le testimonian-
sfera sacrale; il richiamo ai miti; la rivendicazione dei nata- ze di Plutarco e Sallustio, Mario si vantava addirittura di non
li di Omero e la conclusione, che poggia su due verbi tipici conoscere il greco, che considerava lingua degli schiavi.

Lessico
ingenium: il termine è legato etimologicamente al verbo gigno «produrre, causare»; indica
un carattere innato, naturale, di persona o di cosa. Spesso assume il significato di «capacità
creativa, ingegno».

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Analisi del testo


La struttura e i temi
Il celebre passo fa parte della confirmatio extra causam, cioè di una lunga digressione
(parr. 12-20), con la quale l’oratore intende corroborare le ragioni del poeta Archia: il
riconoscimento della sua cittadinanza romana è infatti non solo un omaggio alla sua
persona, ma il riconoscimento della sacralità della poesia. Dal punto di vista contenu-
tistico, possiamo suddividere il brano in tre sezioni:
Cicerone ricorda anzitutto ai giudici il grande valore culturale di Archia, del quale
è stato sovente testimone diretto (par. 18: Quotiens … putem?).
L’oratore passa quindi al cuore dell’argomentazione, articolata in due punti:
– prima espone l’idea della poesia come ispirazione divina, già proclamata dal
grande Ennio (par. 18: Atque …videantur) e documentata da alcuni miti (par. 19:
Sit … moveamur?);
– quindi parla del rispetto dovuto ai poeti, come attesta la «lite» tra le città greche

che si contendevano l’onore di essere il luogo natale di Omero (par. 19: Homerum
… contendunt).
Al termine della riflessione, l’Arpinate ritorna in ambito romano, affermando che
Archia ha partecipato, insieme a Gaio Mario, alla guerra contro i Cimbri: e dunque
è davvero degno di essere civis romanus, poiché associa a una grande cultura la de-
vozione verso lo Stato (par. 19: Ergo … fuit).

 Poeta coronato Archia – che fonde la sua originaria cultura greca con i mores romani – diventa dunque
d’alloro, affresco una sorta di alter ego di Cicerone, che per tutta la vita cercò di innestare sui valori pro-
pompeiano, i secolo pugnati dal mos maiorum gli esiti più alti della cultura filosofica greca, coniugando
d.C. (Napoli, Museo il negotium politico con l’otium letterario.
Archeologico Nazionale).

La lingua e lo stile
Lo stile del passo è caratterizzato dall’armonia e
dall’equilibrio formali (la cosiddetta concinnitas) pro-
pri della prosa ciceroniana. Tra gli esempi possibili:
le prime due frasi (par. 18) iniziano entrambe con
quotiens; altre due – nell’ambito dello stesso paragra-
fo – con un pronome relativo (Quae vero … Qua re);
davvero notevole il parallelismo dell’espressione
(par. 18) Hunc ego non diligam, non admirer, non omni
ratione defendendum putem, dalla struttura ternaria,
con l’anaforica ripetizione della negazione non pri-
ma delle forme verbali;
parimenti simmetrica è la frase (par. 19) Homerum
Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant,
Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant,
dove il parallelismo sta nei quattro soggetti plurali
cui fanno seguito quattro forme verbali terminanti
in -unt o -ant (omoteleuto), e dove troviamo anche la
triplice anafora dell’aggettivo suum;
moderata ma vivace è la presenza di allitterazioni
(tra le altre, quelle in s: summis hominibus eruditis-
simisque; Sit igitur, iudices, sanctum apud vos; Saxa et
solitudines), ed omoteleuti (ad es. nullam, magnum
numerum optimorum versuum).

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1. Cicerone oratore. L’arte e la cultura nelle orazioni di Cicerone

Ogni riflessione sul lessico non può prescindere infine dalla frase al par. 19: Sit igitur,
iudices … umquam barbaria violavit. Cicerone vi esprime una forte opposizione tra parole
che appartengono a campi semantici diversi: il termine barbaria – da intendersi sia in
senso etnico (cioè «le genti barbare») sia in quello spirituale (cioè «la rozzezza, la cru-
deltà, propria dei barbari») – è opposto infatti sia ai giudici, definiti, con figura etimo-
logica, humanissimos homines, sia al poetae nomen. I giudici detentori dell’humanitas
(valore che consiste nella coscienza che intelletto e cultura sono l’essenza più vera della
natura umana) non potranno insomma far altro che considerare sanctum (cioè «inviola-
bile, venerabile ») il nome del poeta, concedendo ad Archia la cittadinanza romana.

1.3 Importanza delle lettere greche (Pro Archia 22-23)


Cicerone sta perorando la causa dell’amico poeta Archia (di origine greca) accusato di fru-
ire «abusivamente» della cittadinanza romana. Ma il retore oltrepassa, come già si è visto,
gli aspetti tecnico-giuridici: difendere Archia infatti significa esaltare la poesia (D Testo
1.2), e affermare altresì che la forza di Roma consiste nell’ampliare il proprio corpo civi-
co senza pregiudizi. Come nel passato gli Scipioni non esitarono ad accogliere tra i Romani
il poeta Ennio, originario sì della Messapia, ma anche massimo cantore nei suoi Annales
della gloria di Roma e dei suoi maiores, così oggi non si può escludere dalla civitas
un poeta greco: sono infatti le opere greche a essere «lette quasi in tutti i paesi, mentre
quelle latine sono chiuse nei loro angusti confini». Non siamo davanti a un allontanamen-
to dalla tradizione patria, bensì alla consapevolezza che – in parallelo al suo espansionismo
imperialistico – Roma ha il compito di ereditare la cultura dei popoli sottomessi (e del
mondo greco in particolare) e di fonderla con i propri valori tradizionali, alla ricerca di una
sintesi superiore: è questa, in fondo, la sintesi che l’Arpinate cercherà di far sua in tutta
una vita di studi, soprattutto in ambito filosofico.

22. Carus fuit Africano superiori noster Ennius, itaque etiam in sepulcro Scipionum
putatur is esse constitutus ex marmore. At eis laudibus certe non solum ipse qui
laudatur, sed etiam populi Romani nomen ornatur. In caelum huius proavus
Cato tollitur: magnus honos populi Romani rebus adiungitur. Omnes denique illi
Maximi, Marcelli, Fulvii, non sine communi omnium nostrum laude decorantur.

22. Carus … noster Ennius: «Il nostro Ennio fu caro al primo l’Africano, è stato lodato anche il nome del popolo romano; qui
Africano»; Africano superiori: si tratta di Scipione l’Africano, laudatur: proposizione relativa propria. – In caelum … tollitur:
che vinse Annibale a Zama nel 202 a.C. È definito superior per «In cielo viene innalzato Catone, il bisavolo di questo»; proavus
distinguerlo dal minore, l’Emiliano; noster Ennius: Ennio, nato Cato: si tratta di Catone il Censore (proavus di Catone Uticense)
a Rudiae, cittadina di tradizione culturale messapica, nel 239 che conobbe Ennio quando era questore in Sardegna, e lo con-
a.C., e morto nel 169 a.C.; è considerato il più grande poeta dusse a Roma. Nonostante Catone fosse profondamente av-
epico romano prima di Virgilio. Nei suoi Annales, di cui ci sono verso a tutta la cultura greca e alla famiglia degli Scipioni, da
pervenuti poco più di 600 versi, celebrò la storia e la leggenda cui Ennio era protetto, il poeta ha celebrato ugualmente il suo
di Roma. – itaque … ex marmore: «e così si ritiene che egli primo protettore, sollevandolo al cielo in quanto era uno dei
sia stato raffigurato nel marmo nel sepolcro degli Scipioni»; personaggi più importanti dell’epoca; huius: dall’uso di questo
putatur: costruzione personale del verbo puto al passivo con pronome riferito a Catone l’Uticense si può dedurre che que-
l’infinito e il nominativo. Come si può ricavare dall’uso di que- sto fosse presente al processo o che Cicerone lo sentisse vicino
sto verbo, Cicerone non è certo che quella nel sepolcro degli a sé e agli ascoltatori. – magnus … adiungitur: «grande onore
Scipioni sia la statua di Ennio. Anche Livio fa riferimento a tre si aggiunge alle imprese del popolo romano»; rebus: il sostan-
statue nel monumento funebre degli Scipioni: due sarebbero tivo, usato spesso al plurale, si può intendere come «storia»
di Lucio e Publio, la terza di Ennio; ma anche in questo caso o più genericamente come «imprese». – Omnes … decoran-
la notizia è incerta; ex marmore: complemento di materia. – At tur: «Infine tutti i vari Massimo, Marcello, Fulvio sono esaltati
… ornatur: «E da queste lodi certamente non solo colui che non senza lode comune di tutti noi»; Maximi, Marcelli, Fulvii:
è lodato, ma anche il nome del popolo romano è ornato»; eis i plurali sono enfatici, in quanto indicano non le famiglie, ma
laudibus: ablativo di causa efficiente. Sono le lodi che Ennio i loro rappresentanti più significativi. Quinto Fabio Massimo
rivolse all’Africano negli Annales; qui si afferma che, lodando fu soprannominato Cunctator (Temporeggiatore) per la tattica

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Percorsi Antologici

Ergo illum, qui haec fecerat, Rudinum hominem, maiores nostri in civitatem
receperunt: nos hunc Heracliensem, multis civitatibus expetitum, in hac autem
legibus constitutum, de nostra civitate eiciemus? 23. Nam si quis minorem gloriae
fructum putat ex Graecis versibus percipi quam ex Latinis, vehementer errat:
propterea quod Graeca leguntur in omnibus fere gentibus, Latina suis finibus,
exiguis sane, continentur. Qua re si res eae quas gessimus orbis terrae regionibus
definiuntur, cupere debemus, quo manuum nostrarum tela pervenerint, eodem
gloriam famamque penetrare: quod cum ipsis populis de quorum rebus scribitur,
haec ampla sunt, tum eis certe, qui de vita gloriae causa dimicant, hoc maximum
 Particolare
da un’iscrizione et periculorum incitamentum est et laborum.
in caratteri greci.

adottata negli scontri con Annibale; Marco Claudio Marcello riodo ipotetico della realtà; quis sta per aliquis, come di regola
conquistò Siracusa nel 212 a.C. e morì nel 208 contro Anni- dopo si. – vehementer errat: «sbaglia vivamente»; è l’apodosi.
bale; che lo onorò come condottiero restituendone il corpo ai – propterea quod: «per il fatto che»; introduce una dichiara-
Romani; il terzo è Marco Fulvio Nobiliore, che vinse gli Etoli, tiva. – Graeca … continentur: «le opere scritte in greco ven-
conquistando la loro capitale Ambracia nel 189 a.C., dopo un gono lette presso quasi tutti i popoli, mentre quelle scritte in
lungo assedio. Del seguito di Nobiliore faceva parte anche il latino sono costrette nei propri confini, certamente limitati».
poeta latino Ennio, che gli dedicherà l’Ambracia, una praetexta Benché Roma avesse esteso il suo controllo su una gran parte
che celebrava appunto la resa della capitale etolica e la glorio- del mondo conosciuto, come lingua di cultura il latino non
sa vittoria del console romano; non sine laude: litote; omnium era in grado di competere con il greco, essendo parlato fon-
nostrum: genitivo oggettivo. – Ergo … receperunt: «Dunque i damentalmente all’interno della penisola italica. Il fatto che
nostri antenati accolsero nella cittadinanza (romana) colui che Archia avesse scritto in greco le sue opere, in cui raccontava
aveva fatto queste opere, semplice cittadino di Rudiae»; Rudi-
le imprese dei Romani, era garanzia della risonanza di tali
num hominem: Rudiae, era una cittadina semisconosciuta, che
imprese. – Quare … definiuntur: «Perciò se quelle imprese
aveva come unico vanto quello di aver dato i natali a Ennio.
che abbiamo compiuto sono limitate dai confini del mondo»;
Quest’ultimo aveva avuto la cittadinanza romana nel 184 a.C.,
regionibus: sono qui i confini. Cicerone si riferisce alle recenti
grazie a Marco Fulvio Nobiliore. – nos … eiciemus?: «noi cac-
conquiste di Pompeo dalla Spagna all’Eufrate; si … definiun-
ceremo dalla nostra città questo cittadino di Eraclea, desidera-
tur: protasi del periodo ipotetico della realtà; quas gessimus:
to da molte città, stabilitosi poi in questa a norma di legge?»;
nos: coordinazione per asindeto grazie alla quale viene intro- proposizione relativa propria. – cupere … penetrare: «dob-
dotta un’argomentazione opposta alla precedente; hunc Hera- biamo desiderare che, dove sono giunte le armi dei nostri
cliensem: è il poeta Archia, iscritto negli elenchi anagrafici di eserciti, lì giungano la nostra gloria e il nostro nome»; quo:
Eraclea, in Lucania; la città era confederata di Roma e dunque avverbio di moto a luogo prolettico rispetto a eodem, anch’esso
dopo la guerra sociale (con la lex Plautia-Papiria dell’89 a.C.) i complemento di moto a luogo; manuum: potrebbe anche signi-
suoi cittadini diventavano automaticamente cittadini romani. ficare «delle nostre mani», ma il senso non cambia; pervenerint:
Chi accusava Archia metteva in dubbio proprio la sua cittadi- congiuntivo per attrazione modale. Dipende dall’infinito pe-
nanza eracleese; multis civitatibus: dativo d’agente dipendente netrare, retto a sua volta da cupere debemus; gloriam famamque:
dal participio perfetto expetitum; in hac: a Roma, complemento endiadi. – quod … laborum: «poiché come (cum) queste opere
di stato in luogo; eiciemus: è un futuro; altrove si trova eiciamus, poetiche (haec) sono importanti per gli stessi popoli, delle cui
congiuntivo dubitativo. azioni si scrive, così (tum) in verità per coloro che rischiano la
23. Nam: introduce una occupatio, figura di pensiero che con- vita per la gloria, questo è il più grande incitamento ai pericoli
siste nel prevenire una possibile obiezione dell’interlocutore. e ai travagli (cioè: ad affrontare i pericoli e i travagli)»; quod:
L’obiezione che si vuole prevenire qui è che il merito di Archia introduce una proposizione causale; cum … tum: in correlazio-
potrebbe sembrare inferiore a quello di Ennio per il fatto che ne; qui … dimicant: proposizione relativa propria; il verbo di-
egli scrisse i suoi versi in greco. – si quis … ex Latinis: «se mico, costruito con de + l’ablativo, significa «mettere a rischio
qualcuno ritiene che dai versi greci si colga un minore frutto qualcosa»; gloriae causa: complemento di fine; periculorum …
di gloria che da quelli latini»; si quis … putat: protasi del pe- laborum: genitivi oggettivi.

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1. Cicerone oratore. Le Catilinarie

Le Catilinarie

C hiamiamo Catilinarie (Orationes in Catilinam) quattro orazioni che Cice-


rone tenne nel 63 a.C. nelle vesti di console, con il fine di smascherare il
colpo di Stato ordito da Lucio Sergio Catilina. L’Arpinate tenne la prima e la
quarta davanti al senato (l’8 novembre e il 5 dicembre del 63 a.C.), la seconda
e la terza davanti al popolo riunito nel Foro. Nell’Oratio prima Cicerone sma-
schera la congiura e invita Catilina all’esilio, nella secunda annuncia la fuga di
Catilina e invita i congiurati alla resa, nella tertia dichiara di aver sventato il
colpo di Stato e nella quarta esorta il senato a condannare a morte i cospiratori
arrestati. Si tratta dunque di orazioni politiche, che hanno senza dubbio im-
plicazioni giudiziarie, poiché il senato era chiamato a costituirsi come vero e
proprio tribunale in momenti cruciali della vita dello Stato. In esse l’Arpinate
si erge a difesa delle istituzioni repubblicane, attaccando, oltre Catilina, anche
gli aristocratici appartenenti alla fazione dei populares, che pur sedendo in se-
nato simpatizzano per simili progetti eversivi. I senatori devono al contrario,
nell’ambito del progetto ciceroniano della concordia ordinum, coalizzarsi con
la parte migliore dell’ordine equestre, per salvare la res publica; e se necessario
anche con altri cittadini perbene, i boni (si anticipa qui l’idea del consensus
omnium bonorum).

La prima Catilinaria
Nella prima Catilinaria Cicerone annuncia a Catilina di avere smascherato la
sua congiura (D TESTO 1.4) e lo invita ad andarsene in esilio. L’enfasi oratoria
di questo discorso è evidente e si concretizza anzitutto, dal punto di vista sti-
listico, nell’uso martellante di interrogative retoriche e di imperativi. Cicerone
raggiunge il culmine nel doppio utilizzo della prosopopea della Patria, che
parla in prima persona prima a Catilina (D TESTO 1.5) poi allo stesso console
(D TESTO 1.6). Sotto il profilo lessicale, è frequente l’uso metaforico di termi-
ni tesi a descrivere Catilina come una malattia, una depravazione dello Stato
(morbus D TESTO 1.7).
Nell’orazione riconosciamo le seguenti sezioni.
Exordium (parr. 1-6): Cicerone si rivolge direttamente a Catilina, denuncian-
do il fatto che siede in senato benché i suoi piani eversivi siano stati scoperti.
Narratio (parr. 6-10): l’oratore dimostra a Catilina che la sua congiura è or-
mai sotto gli occhi di tutti, anche in virtù di intercettazioni di informazioni
riservate.
Propositio (parr. 10-13): Cicerone invita Catilina a lasciare Roma per recarsi
in Etruria e raggiungere le truppe dei suoi congiurati.
Argumentatio (parr. 14-31): l’Arpinate spiega perché Catilina deve lasciare
Roma e ricorda al senato come la sua condotta di vita sia sempre stata immo-
rale e illegittima. È la Patria stessa quindi a parlare prima con Catilina e poi
con il console, per rinfacciare le colpe al sovversivo e richiamare il magistrato
alla severità; severità che dovrà essere fatta propria anche dal senato.
Peroratio (parr. 32-33): Cicerone conclude auspicando una netta separazio-
ne tra i congiurati e i boni, cioè i cittadini perbene; invoca poi l’aiuto di Giove
Statore, perché protegga Roma e punisca i catilinari «vivi o morti con eterni
supplizi».

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