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Titolo concesso in licenza a do ra fo llina , 84 515, ordine Istituto Geogra
SETTORE DIZIONARI E OPERE DI BASE
Responsabile editoriale: Valeria Camaschella
Coordinamento redazionale: Davide Bernardini
Coordinamento grafico: Marco Santini

Testi: Pier Zelasco, Banca dati Opere IGDA


Revisione: Guido Turtur

Copertina: Marco Santini

Titolo co
ISBN 978-88-418-6941-3
ncesso
© Istituto Geografico De Agostini S.p.A., Novara 2007
www.deagostini.it
Redazione: corso della Vittoria 91, 28100 Novara

prima edizione elettronica, marzo 2011

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L
a civiltà occidentale è sempre stata caratterizzata da una

Tito
lingua egemone, veicolo di scambio culturale – quello che fu
il greco nell’Ellenismo, la famosa koiné, è oggi rappresentato
dalla lingua anglo-americana – e questo monopolio

lo c
linguistico, di fatto, è sempre coinciso con il predominio
politico-militare. Dall’anno 100 a.C. fino all’alto Medioevo

onc
il latino ha svolto la funzione di lingua comune della classe
dominante in campo culturale, politico e anche religioso.

ess
Una mole di scritti, contenuti, forme e generi letterari,
imprese leggendarie, eroi e figure mitiche tramandatici dalla

o in
letteratura latina, che sono entrati a far parte del nostro
immaginario e hanno fondato le basi della nostra cultura
e della nostra letteratura. Un bagaglio culturale, quindi, che

lice
non può essere ignorato da chiunque voglia interpretare
il passato e capire il tragitto dell’espressione letteraria e

n
artistica e del pensiero occidentali.
za
Tutto Storia della letteratura latina suddivide la materia
ad
in quattro sezioni che corrispondono ai grandi periodi che
hanno scandito la storia della letteratura latina (dall’età
ora
arcaica all’età di Cesare e all’età di Augusto, dall’età imperiale
da Tiberio a Traiano all’età di Adriano e degli scrittori latino
cristiani fino alle soglie del Medioevo), ai loro straordinari
foll
protagonisti e alle nuove tendenze e forme letterarie cui questi
diedero vita e in cui trovarono la loro massima espressione).
ina

All’interno di questi capitoli, gli argomenti sono esposti ed


, 84

approfonditi in paragrafi che rispondono a esigenze di sintesi,


chiarezza espositiva e completezza.
Il libro presenta una visione integrale dell’insieme e dei
515

particolari e non tralascia nessun aspetto: la ricchezza della


materia con l’accorta distribuzione delle sue parti, l’ampia
documentazione dei testi, l’impostazione di quadri storici che
preparano la presentazione dei singoli scrittori sullo sfondo
politico e culturale del tempo in cui vissero, la presenza di
riassunti di importanti opere, la precisa e costante indicazione
delle fonti.
a
za
en
Guida alla consultazione

lic
in
so
Sintesi introduttiva al capitolo Riassunto delle opere

es
nc
co
2 - Virgilio

3 Catullo
lo

RIASSUNTO DELL’ ENEIDE


Libro I Enea, con la flotta troiana decima- Libro VII Enea è ormai alla fine del viag-
ta da una tempesta suscitata da Giunone, gio: giunto alle foci del Tevere, risale il fiu-
to

Catullo è il più grande e geniale dei neóteroi e in assoluto uno dei maggiori approda alle coste africane. Ospitato a me fino a Laurento, dove Latino, re del La-
poeti latini. Egli pone al centro della sua poesia se stesso e i propri Cartagine, da poco fondata da Didone, zio, lo accoglie amichevolmente, gli con-
esule da Tiro, trova quasi tutti i compagni cede di fondare una città e gli promette in
sentimenti, pronto a cantare con versi eterni le gioie e le delusioni d’amore,
Ti

che credeva morti. Per intervento di Ve- sposa la figlia Lavinia. Giunone, tramite la
ma anche a lanciare pesanti invettive contro gli avversari. Le sue liriche sono lo nere, madre di Enea, la regina si innamo- furia Aletto, fomenta contro i troiani Ama-
specchio fedele degli ideali di vita e delle nuove tendenze artistiche della ra dell’eroe e gli chiede di raccontare la fi- ta, la moglie di Latino, e il principe dei ru-
generazione letteraria dei “poeti nuovi”. ne di Troia. tuli Turno, promesso sposo di Lavinia.
Libro II Enea narra la finta ritirata dei ne- Scoppia la guerra.
mici, l’abbattimento delle mura per intro- Libro VIII Su suggerimento del dio Tiberi-
durre l’enorme cavallo di legno nella città, no, Enea si reca a chiedere aiuto al re di Pal-
Una vita breve la fuoriuscita nella notte dal suo ventre dei lanteo, Evandro, che mette a sua disposi-
guerrieri achei, la strage, la morte del re zione dei cavalieri, guidati da suo figlio Pal-
Gaio Valerio Catullo (Verona 87/84-Sirmione 57-54 a.C.) eb- Priamo e l’incendo della città. Solo Enea, lante; un altro sostegno gli viene dai popo-
be una vita breve ma molto intensa, perché trascorsa negli con il padre Anchise, il figlio Ascanio e po- li etruschi. Dalla madre Venere poi riceve
ambienti raffinati e decadenti dell’alta e colta società roma- chi compagni, si salva dal disastro e salpa un’armatura forgiata da Vulcano, che sullo
na. Le notizie biografiche su di lui sono scarse e per lo più in cerca di una nuova patria. scudo racconta le future vicende di Roma.
ricostruibili dai cenni contenuti nelle sue liriche. Nacque Il problema della Libro III I fuggiaschi giungono in Tracia, da Libro IX Comincia la battaglia: i troiani so-
dove ripartono su consiglio di Polidoro, tra- no in difficoltà per l’assenza di Enea e de-
nella Gallia Cisalpina e sulla data esistono incertezze: san data di nascita sformato in arbusto. Dopo aver consulta- cidono di cercarlo. Incaricati della missio-
Girolamo, infatti, che si servì di Svetonio come fonte, riferi- to l’oracolo di Delo, sbarcano a Creta, ma ne sono i due giovani volontari Eurialo e
sce che nacque nell’87 e che morì a trent’anni, nel 57 a.C.; sono costretti a riprendere il mare a cau- Niso che vengono uccisi mentre stanno fa-
questa data però non può essere accettata perché alcuni ver- sa di una pestilenza. Sbarcano alle Strofa- cendo una strage nel campo nemico. Tur-
si del poeta contengono allusioni indiscutibili a vicende de- di, dove si scontrano con le Arpie, in Sici- no riesce a penetrare nel campo troiano,
gli anni 55-54; la sua morte avvenne pertanto intorno al 54 lia, nell’isola dei Ciclopi e a Drepano, luo- ma costretto alla fuga, si salva gettandosi
a.C. e la nascita va pertanto posticipata all’anno 84, se si vuo- go in cui muore Anchise; infine la tempe- nel Tevere.
sta che li porta a Cartagine. Libro X Giove ordina agli altri dei di non
le mantenere la notizia della morte a trent’anni, oppure la Libro IV In seguito a un accordo tra Giu- intervenire nella contesa. Intanto ritorna
sua esistenza va ritenuta più lunga di tre anni, se si fa fede none e Venere, Enea si unisce a Didone; Enea, che risolleva le sorti della battaglia.
alla data di nascita tramandata da san Girolamo. Era di fa- La famiglia ma Giove, invocato da Iarba che aspira al- L’uccisione di Pallante, da parte di Turno,
miglia aristocratica e facoltosa, che possedeva una villa a aristocratica la mano della regina, ordina al troiano di fa infuriare il troiano che, non riuscendo a
Sirmione, una dimora a Roma, beni in Sabina e una villa a Ti- andarsene. Didone, dopo aver invano pre- trovare il principe dei rutuli, uccide il suo
voli, e che si poteva permettere di ospitare personaggi di gato Enea di restare, si toglie la vita, men- più forte alleato, il tiranno Mesenzio.
primo piano della vita politica contemporanea, come Quin- tre guarda le navi troiane allontanarsi. Libro XI Il momento della tregua per sep-
Libro V Gli esuli ritornano a Drepano, do- pellire i caduti dura poco. Turno manda al-
to Cecilio Metello Celere, governatore della Gallia Cisalpina ve tengono dei giochi in onore di Anchi- l’attacco la cavalleria sotto il comando di
o come lo stesso Cesare quando, proconsole nelle Gallie, so- se. Giunone brucia loro le navi, ma una Messalo e di Camilla, regina dei volsci; ma
stava nella città dell’Adige. Ricevette un’ottima educazione Ottima educazione pioggia mandata da Giove spegne l’in- la morte della fanciulla fa disunire i latini
letteraria, che approfondì in seguito nella capitale, e inco- letteraria cendio. Enea riparte, lasciando a terra i ed Enea riesce facilmente a giungere con
minciò da giovanissimo a comporre poesie d’amore. compagni stanchi di errare per mare. Du- gran parte dell’esercito fino a Laurento.
Poco più che ventenne si trasferì a Roma, con ambizioni so- Il trasferimento rante la navigazione Palinuro cade in ac- Libro XII Turno sfida Enea a duello; du-
lo mondane e intellettuali, non politiche. Per la sua origine fu a Roma qua di notte e muore. rante la tregua la ninfa Diuturna, incitata da
Libro VI Sbarcato a Cuma, Enea si reca dal- Giunone, fa riaccendere la battaglia, nella
accettato facilmente dalle famiglie aristocratiche e trascorse la Sibilla che gli consiglia di scendere nel- quale Enea è ferito e guarito da Venere.
una vita di agi, brillante e dissoluta. Si legò in amicizia con l’oltretomba. Qui incontra le anime di Deifo- Tornato nella mischia, egli assalta la città
alcuni giovani poeti, definiti con disprezzo da Cicerone neó- bo, Didone, Palinuro e, nei Campi Elisi, di di Laurento: la regina Amata, disperata, si
teroi (poeti nuovi), come Elvio Cinna e Licinio Calvo, condi- La vita mondana e Anchise. Il padre gli mostra i futuri eroi ro- toglie la vita. Accorre Turno, che era stato
videndo con loro una vita d’amore e di spensieratezza. Si ten- gli studi mani, tra cui Cesare e Augusto. In seguito allontanato con un trucco, affronta Enea,
ne lontano dagli impegni politici e dall’oratoria forense, che riprende il mare alla volta di Gaeta. ma è sconfitto e ucciso.

69 131

Il testo è articolato in modo da favorire l’inquadramento generale dei temi e la


memorizzazione rapida dei tratti salienti dei movimenti, dei generi letterari e degli
autori della letteratura latina con la loro poetica e le loro opere. Il volume è diviso
in quattro sezioni corrispondenti ai grandi periodi che scandiscono la storia
della letteratura latina dalle origini agli scrittori latino-cristiani. Ogni sezione è
introdotta da una presentazione che ne espone sinteticamente i caratteri generali.
I singoli capitoli sono aperti da un cappello introduttivo che fornisce un rapido
inquadramento generale dell’argomento trattato. Le frequenti note a margine
permettono la rapida individuazione dei temi principali e agevolano la loro
4
Note a margine per
Riquadro l’individuazione dei temi
di approfondimento principali
Tit
olo
2 - Il teatro
co 2 - Il teatro

I GENERI TEATRALI Il mimo nc


Palliata (fabula palliata). Era la commedia
di ambientazione greca (pallium è infatti
chiaramente più popolare della comme-
dia greca; metteva in scena il mondo de-
Era uno spettacolo, di origine greca, in cui venivano paro-
diate situazioni, figure, aspetti della realtà quotidiana. Era Un intrattenimento es
il termine latino che designa il mantello
greco indossato dagli attori), che si ispi-
rava dichiaratamente ai testi degli autori
della commedia nuova, quali Filemone,
gli umili, dei contadini, degli artigiani, con
grande varietà di tematiche, con intrecci
meno complicati e con un minor nume-
ro di personaggi. La togata venne anche
chiamata tabernaria, quando metteva in
una forma di intrattenimento popolare che si alternava al-
l’atellana e che godeva di un pubblico assiduo e attento, in
quanto la rappresentazione non richiedeva allo spettatore
nessuno sforzo mentale. Aveva come scopo quello di susci-
comico
so
Difilo e, soprattutto, Menandro, dei quali
assume intrecci, ambienti e personaggi, scena il mondo delle osterie e delle bot- tare la risata e questo era affidato all’abilità e alla vena co-
con libertà creativa e spesso col procedi- teghe. Restano solo scarsi frammenti di mica degli attori, che improvvisavano su un canovaccio una
mento della contaminatio. Introdotta da autori quali Titinio, Lucio Afranio, il più fa- satira pesante e spesso oscena, entrando in scena senza ma-
Livio Andronico (vedi a pag. 22) e da Gneo moso, e Tito Quinzio Atta. schera e a piedi nudi (planipedes). Il fatto più notevole era Nel mimo recitavano
Nevio (vedi a pag. 23), ebbe i maggiori in- Coturnata (fabula cothurnata). È la trage- che nel mimo recitavano anche le donne, in genere corti- anche le donne
terpreti in Cecilio Stazio (vedi a pag. 47), dia di ambientazione greca, che prende giane e schiave, guidate da un’archimima. La prima rappre-
in Plauto (vedi a pag. 48) e in Terenzio (ve- come modelli Eschilo, Sofocle, ma, so- sentazione, di cui si abbia notizia, risale all’ultimo decennio
di a pag. 48). A un prologo, in cui erano prattutto, Euripide. Il nome deriva dal co- del sec. III; in seguito si diffuse anche l’uso di recitare mimi
esposti l’antefatto, la trama e la richiesta turno, l’alto calzare a forma di stivaletto
agli spettatori di essere indulgenti, segui- con spessa suola, tipico degli attori greci.
come intermezzo o farsa terminale (exodium) nelle rap-
vano una protasi, uno svolgimento e un fi- Pretesta (fabula praetexta). È la tragedia presentazioni sceniche più impegnative. Il genere assunse
nale. Le parti recitate erano i diverbia, le di ambientazione romana, di carattere dignità letteraria all’epoca di Cesare, con Decimo Laberio e
parti cantate i cantica; un flautista inter- patriottico e nazionale, che esalta avve- con Publilio Siro.
calava brani musicali. Si estinse a causa nimenti importanti o eminenti figure po- Le donne recitavano e danzavano anche nel pantomimo, Il pantomimo
dell’eccessiva uniformità degli intrecci. litiche. Il termine deriva dal nome dell’a- una danza, in genere licenziosa, in cui esperti ballerini mi-
Togata (fabula togata). Era la commedia bito (toga praetexta) indossato dai magi- mavano l’azione senza parlare. Durante il balletto, un coro
di ambientazione romana, così chiamata strati romani e orlato da una striscia di raccontava la trama. Non si conosce invece quasi nulla del-
dalla toga, la veste romana che indossa- porpora. La prima rappresentazione di la tragicommedia o Fabula Rhintonica, così detta dal poe- La Fabula Rhintonica
vano gli attori. Ebbe inizio dopo la scom- cui si ha notizia risale all’ultimo decennio
parsa della palliata. Aveva un carattere del terzo secolo. ta greco Rintone di Taranto (secc. IV-III a.C.), che cercava di
divertire gli spettatori, parodiando tragedie e commedie fa-
mose, in cui erano protagonisti eroi e anche divinità.
 Tragedia e commedia
La tragedia Le tragedie erano scritte in un linguaggio solenne, lontano
da quello quotidiano, almeno da quanto si desume dai po-
chi frammenti pervenuti, nonostante il genere fosse molto SCHEMA RIASSUNTIVO
rappresentato in tutta l’età repubblicana. IL TEATRO Grande fortuna ha in Roma la fabula, termine generico che può essere riferito a
La commedia Le commedie usavano, invece, una lingua più familiare e qualsiasi tipo di testo teatrale; la rappresentazione avviene nelle pubbliche feste
prevedevano parti recitate e cantate con grande varietà di religiose, durante i ludi scaenici. Il teatro è costituito da un palcoscenico provvi-
metri e un ricco accompagnamento musicale, eseguito da sorio in legno, collocato in una piazza o in una via.
un flautista. I temi trattati erano quelli della famiglia, del de- ATTORI E AUTORI Gli attori indossano la maschera e guadagnano bene, ma sono quasi tutti schia-
naro, della gelosia, dell’amore contrastato, dello scambio di vi o liberti. Anche gli autori non godono di alta posizione sociale: alla loro corpo-
personaggi dovuto alla somiglianza. Qualsiasi riferimento razione non aderisce nessun cittadino romano.
alla vita politica e sociale contemporanea era escluso, an-
che perché le autorità esercitavano sulla fabula una censu- I GENERI Palliata e cothurnata sono rispettivamente le commedie e le tragedie di ambien-
ra preventiva, controllando ciò che si metteva in scena. Non tazione greca; togata e preaesta le commedie e le tragedie di argomento roma-
no. Molta fortuna hanno anche il mimo e il pantomimo, di carattere decisamen-
vigeva certo la libertà di espressione di cui godevano gli au- te più popolare.
tori greci.

20 21

Schema riassuntivo per


la ricapitolazione veloce

ricapitolazione. All’interno del testo sono evidenziati in carattere nero più


marcato i concetti e le parole che è particolarmente utile ricordare. I capitoli sono
conclusi da schemi riassuntivi che espongono in sintesi i lineamenti di fondo degli
autori o delle scuole. Numerosi riquadri di approfondimento espongono temi
particolari e forniscono notizie aggiuntive per integrare gli argomenti della
trattazione principale e allargarne il margine di comprensione.
Un Glossario di retorica e metrica fornisce un ulteriore prezioso strumento per
la comprensione del testo. L’indice analitico rende possibile ritrovare facilmente
gli autori, i movimenti letterari trattati.
5
Sommario

Tit
olo
L’ETÀ ARCAICA L’ETÀ L’ETÀ GIULIO-CLAUDIA

co
nc
1 ll periodo delle origini 9 1 Seneca 175
2 Il teatro 18 2 Lucano e la poesia minore 184

es
3 Livio Andronico e Gneo Nevio 22 3 Petronio e la prosa minore 189

so
4 Plauto 26 4 La satira: Persio 195
5 Ennio e i suoi continuatori 34

in
6 La prosa e Catone il Censore 41 L’ETÀ DEI FLAVI
7 Evoluzione della commedia:
Stazio e Terenzio 47 lice
1 Marziale 200
8 Il tramonto della commedia e il 2 nz
Poeti epici 203
ritorno dell’atellana 52 3 Quintiliano
aa 207
9 Lucilio e le nuove tendenze della 4 Plinio il Vecchio 210
poesia 55
do
L’ETÀ DI NERVA E TRAIANO
L’ETÀ DI CESARE
ra
1 Tacito 216
f
1 Il periodo classico della 2 La satira: Giovenale 222
oll

letteratura latina 63 3 Plinio il Giovane 225


ina

2 I poëtae novi, o neóteroi 67


3 Catullo 71 DALL’ETÀ DI ADRIANO ALLE
,

4 Lucrezio 78 SOGLIE DEL MEDIOEVO


84

5 Cicerone 84
5

6 Cesare 95 1 La poesia 231


15

7 Sallustio 103 2 La prosa: Svetonio, Floro,


8 Varrone e gli scrittori Frontone, Gellio 234
,o

minori 109 3 Apuleio 240


rdi

4 La fine della letteratura pagana:


L’ETÀ DI AUGUSTO i prosatori e gli ultimi poeti 246
ne

5 Tertulliano e l'apologetica
I

1 Società e cultura sotto cristiana 262


sti

il principato di Augusto 117 6 La poesia cristiana 275


tu

2 Virgilio 126 7 I Padri della Chiesa latina 281


to

3 Orazio 139 8 Agostino e i tardi prosatori


4 L’elegia d’amore: Tibullo e latini 287
G

Properzio 150
5 Ovidio 159 Glossario di retorica e metrica 295
6 Livio 167 Indice analitico 302

6
L’ETÀ ARCAICA

Titol

1 Il periodo delle origini


o co

2 Il teatro
nces

3 Livio Andronico e
Gneo Nevio
so in

4 Plauto
5 Ennio e i suoi
licen

continuatori
za a

6 La prosa e Catone
il Censore
dora

7 Evoluzione
della commedia:
follin

Stazio e Terenzio
8 Il tramonto della
a, 84

commedia e il ritorno
dell’atellana
515,

9 Lucilio e le nuove
tendenze della poesia
ordin
e Ist
ituto
Nei primi cinque secoli della sua storia Roma non produce
nulla di specificatamente letterario, ma solo embrionali
forme artistiche anonime e orali, di cui restano
scarsi documenti di difficile interpretazione. Alla metà
del III secolo a.C., per influenza della cultura ellenistica
dell’Italia meridionale, ha inizio la letteratura vera e propria
con la rappresentazione teatrale di un dramma di Livio
Andronico. Il contemporaneo Nevio introduce il poema
epico con l’argomento storico della prima guerra punica
e il commediografo Plauto, nella sua produzione comica
di matrice greca, diffonde gusto e atmosfere tipicamente
romane. Ennio, il primo e più insigne poeta del periodo
arcaico, nei suoi Annales estende agli avvenimenti a lui
Titolo concesso in lic
contemporanei la materia epica già trattata da Nevio,
sostituisce il metro esametro al saturnio e scrive Saturae,
un genere che avrà larga fortuna nei secoli successivi.
A opera del cosiddetto circolo degli Scipioni
si ampliano i rapporti con la cultura e la filosofia greca
e si definisce il concetto di humanitas, intesa come dignità
dell’uomo, amore per la cultura, necessità di rapporti
rispettosi della personalità altrui. Al circolo sono legate
personalità quali Il commediografo Terenzio e il poeta
Lucilio. A questa ellenizzazione della cultura romana
si oppongono vigorosamente tradizionalisti, come Catone
il Censore, in nome del mos maiorum, delle usanze
degli antenati fatte di disciplina intransigente, parsimonia
e dedizione al lavoro. Gli ultimi esponenti
della rappresentazione tragica in età arcaica sono
Pacuvio e Accio.
1 Il periodo delle origini
La letteratura latina nasce alla metà del III secolo a.C.; la data d’inizio fu fissata
dai romani stessi nel 240 a.C., anno della prima rappresentazione di un’opera
teatrale, forse una tragedia, di Livio Andronico. Fin dalle sue prime
manifestazioni essa subisce l’influenza della letteratura greca, con la quale
si pone in costante rapporto dialettico. In cinque secoli Roma conquista l’Italia
centrale e meridionale, delinea il proprio volto, forgia il proprio ordinamento
giudiziario, le proprie istituzioni politiche e religiose, ma non crea nessuna
Titolo concesso in licenza a dora
opera letteraria, nonostante il continuo contatto con la cultura ellenistica della
Magna Grecia. Ci fu una produzione anonima e tramandata oralmente,
follina, 84515
che ha però scopi pratici e occasionali e che può essere definita come
preletteraria. Si tratta di forme poetiche abbozzate, prive di intenti letterari e
scritte in un latino rozzo e primitivo, di cui restano solo scarsi documenti che
interessano la storia della cultura e della lingua più che la letteratura. Il loro
unico interesse risiede nel fatto che tali documenti hanno esercitato una certa
influenza sulla letteratura posteriore, soprattutto per quanto concerne il teatro,
l’oratoria e la storiografia.

Le iscrizioni
I rari documenti epigrafici pervenuti sono spesso poco chia- La scrittura
ri e di ardua interpretazione per le difficoltà linguistiche, monopolio della
ma testimoniano che nella Roma arcaica del 600 a.C. era già casta dirigente
diffusa la scrittura per uso privato e pubblico, per lo meno politico-sacerdotale
nei ceti dominanti e nella classe sacerdotale; si tratta di una
scrittura alfabetica di derivazione greca, proveniente dalle
città della Magna Grecia.
Decisamente oscura, anche per il testo lacunoso, è l’iscri-
zione del cosiddetto Lapis Niger (pietra nera), risalente ai Il Lapis Niger
secc. VII-VI a.C., incisa su un cippo a forma di parallelepi-
pedo trovato, alla fine del 1800, nel Foro romano sotto un
lastricato di marmo nero, che la tradizione indicava come la
tomba di Romolo. Esso reca le norme religiose per interdi-
re l’accesso a un recinto sacro; compare anche un rex, una
figura sacerdotale. Il testo è in caratteri greci e in scrittura
bustrofedica (“come i buoi che arano”), per cui le righe si
alternano da destra a sinistra e da sinistra a destra, con le let-
tere opportunamente orientate.
Dello stesso periodo e parimenti di difficile interpretazione
è la lunga iscrizione sul cosiddetto Vaso di Dueno, un va- Il Vaso di Dueno
setto di terracotta usato forse per qualche rito sacrificale o
9
T
1 - Il periodo delle origini

come contenitore di cosmetici, trovato nell’avvallamento tra


il Quirinale e il Viminale. La scrittura va da destra a sinistra
e le parole non sono separate l’una dall’altra. Forse si allu-
de alla destinazione votiva del vaso stesso, oppure a una fan-
ciulla che invia all’innamorato un dono; si ricava solo un da-
to, e forse erroneo: che fu opera di un certo Dueno.
Facilmente decifrabile, anche perché di un periodo molto più
La Cista Ficoroni recente, è la cosiddetta Cista Ficoroni (dal nome dello scopri-
tore), un’iscrizione incisa su un cofanetto di bronzo di forma
cilindrica trovato a Preneste (oggi Palestrina): Dindia Malco-
nia mi diede alla figlia; Novio Plauzio mi fece a Roma. È in-
La Fibula vece sicuramente un falso di fine Ottocento la Fibula Praene-
Praenestina stina, primo documento pervenutoci in lingua latina, anch’es-
sa rinvenuta in una tomba di Preneste: su una fibbia d’oro del
600 a.C. è inciso il nome dell’orafo o del donatore e quello del
destinatario: Manio mi fece per Numerio. La scritta è in carat-
teri greci, da destra a sinistra senza intervallo tra le parole.

■ Le tombe degli Scipioni


Di grande interesse documentario sono le iscrizioni sepol-
crali incise sui sarcofaghi della potente famiglia degli Sci-
pioni, fuori Porta Capena, sulla via Appia. Rappresentano la
Prima testimonianza prima testimonianza diretta del verso saturnio e rivelano
diretta del verso una buona conoscenza delle epigrafi funerarie greche. L’e-
saturnio pitaffio in onore di Lucio Cornelio Scipione Barbato, con-
sole nel 298 a.C., è un rifacimento dell’originale posteriore
al 200, come dimostra la lingua, mentre senz’altro più re-
moto è quello per il figlio omonimo: Moltissimi Romani so-
no concordi che questo unico / fu il migliore tra gli uomi-
ni onesti / Lucio Scipione. Figlio di Barbato. / Costui fu con-
sole, censore, edile presso di voi. / Egli conquistò la Corsi-
ca e la città di Aleria, / consacrò come dovuto un tempio
alle Tempeste.

La prosa: diritto, cronaca e oratoria


La prosa dei secoli delle origini, pur non facendo parte del-
la comunicazione letteraria, contribuì all’evoluzione lingui-
stica e, pertanto, a creare l’ambiente adatto alla nascita del-
la letteratura.

■ Il diritto
Non si possiede nulla purtroppo di molti documenti storica-
I trattati diplomatici mente importanti: è questo il caso dei trattati (foedera) di al-
leanza, di pace, di commercio con i vari popoli con cui i ro-
mani di volta in volta venivano in contatto, come quello com-
10
1 - Il periodo delle origini

merciale con Cartagine del 509 a.C. e il patto con la Lega Ita-
lica del 493 a.C. Gli storici romani riportano un arido elenco
di trattati, che non riferisce nulla sulla sostanza dei patti con-
clusi, né sui principi del primitivo diritto internazionale.
Anche delle leges regiae (leggi regie), che si facevano risa- Le leges regiae
lire a Romolo e ai suoi successori, non sono rimasti che po-
chi frammenti riportati da giuristi posteriori. Sicuramente
non erano scritte ma tramandate oralmente all’interno del-
la classe dominante; si basavano probabilmente su norme
consuetudinarie riguardanti il rituale sacrale e il diritto pri-
vato. Secondo la tradizione sarebbero state raccolte da un
pontefice, Sesto Papirio, all’epoca di Tarquinio il Superbo in
un libro, lo Ius civile Papirianum.
Enorme importanza storica e giuridica hanno le Leggi del-
le XII Tavole, la prima legislazione scritta del diritto roma-
Leggi delle XII Tavole
45 15,
no, che Livio, secoli più tardi, definì “la fonte di ogni dirit-
llin a, 8
to pubblico e privato”. All’epoca di Cicerone costituivano fo
dora
ancora un importante testo scolastico. Dietro le richieste

en za a
sempre più impellenti della plebe, che esigeva una mag-
giore certezza del diritto, vennero redatte da una com-
in lic
missione di dieci magistrati, i Decemviri legibus scribun-
so
es
dis, nel 451-450 a.C. e scritte su dodici tavole di bronzo espo-
onc
ste nel Foro. Hanno anche grande rilevanza dal punto di vi-
c
lo
sta letterario: pur non essendo l’originale ma versioni po-
Tito
steriori in cui è stato modificato qualche vocabolo, sono il
primo documento di prosa organizzata del periodo del- Primo documento di
le origini. Lo stile è conciso: Se un ladro ruba di notte, e prosa organizzata
il derubato lo uccide, venga ritenuto ucciso legalmente.
Oppure: Nei riguardi di uno straniero vale il diritto di ri-
vendicazione. O ancora: Se un padre avrà venduto il fi-
glio per tre volte, il figlio sia libero dalla patria potestà.
Pur non escludendo un’influenza greca, le leggi sono chia-
ramente il frutto delle consuetudini dei romani e del loro
senso pratico. Le XII Tavole non costituiscono un comples-
so sistematico di tutto il diritto privato e pubblico, sono un
importante passo in avanti verso la parificazione dei diritti
dei cittadini romani. La sostituzione del diritto consuetudi-
nario con uno scritto rappresentava una grande conquista
della plebe; era stato, infatti, interesse dei ceti dominanti,
che detenevano il monopolio del potere giudiziario, man-
tenere una legislazione affidata alla memoria dei giudici.

■ La cronaca
Grande importanza avevano per i romani i “fasti”, un vero e I fasti
proprio calendario civile, redatto dai pontefici. Riportava i
giorni dell’anno in cui era lecito dedicarsi alle attività pub-
11
1 - Il periodo delle origini

bliche (fasti), e quelli in cui non era lecito per motivi reli-
giosi (nefasti). Vi erano inoltre annotati le cerimonie, i mer-
cati, le calamità naturali, gli spettacoli, gli avvenimenti astro-
nomici, i prodigi. In seguito la parola fasti (fasti consulares;
fasti pontificales; fasti triumphales) indicò anche gli elen-
chi dei magistrati in carica annuale, gli atti ufficiali, le vitto-
rie militari.
Tabula Dealbata Più tardi, il collegio dei pontefici pubblicò ogni anno sulla Ta-
bula Dealbata (tavola bianca), esposta presso la Regia (se-
de del pontefice massimo e del rex sacrorum), non solo i
nomi dei magistrati, ma anche gli avvenimenti di pubblica im-
portanza, civile, religiosa, commerciale e militare. Questi do-
cumenti, scritti e consultabili con il nome complessivo di an-
nales, registravano il ricordo di avvenimenti fondamentali e
perciò fornivano una storia del popolo romano.
Nel sec. II a.C., riuniti in 80 volumi per ordine del pontefice
Gli Annales Maximi Publio Muzio Scevola, presero il titolo di Annales Maximi.
Sfortunatamente un incendio aveva in gran parte distrutto le
annate anteriori al 390 a.C.: per questo sono poche le notizie
attendibili dei primi secoli della storia di Roma.
Tutti i più importanti magistrati, come i consoli, i questori e
I commentarii i censori, redigevano diari, i commentarii, in cui registra-
vano accuratamente i fatti salienti della loro magistratura e
i provvedimenti presi. Era una memorialistica del tutto pri-
vata, che però poteva diventare pubblica quando i com-
mentarii venivano depositati presso il collegio dei pontefi-
ci. Anche i vari collegi sacerdotali annotavano i loro atti nei
Libri pontificum, nei Libri augurum, nei Libri saliorum.

■ L’oratoria e Appio Claudio Cieco


Importanza Fin dalla nascita della repubblica, l’oratoria ebbe impor-
dell’oratoria tanza rilevante, in quanto l’arte del parlare e del convince-
re dava fama, successo, potere ed era base necessaria del-
la carriera politica. Adatta all’indole pragmatica dei roma-
ni, essa costituiva l’unica attività intellettuale degna di un cit-
tadino di ceto elevato. Non si conosce nulla degli oratori pre-
Ti
Appio Claudio Cieco cedenti Appio Claudio Cieco, il primo di cui si hanno noti-
to
zie storiche sicure. Patrizio di origine (sec. IV-III a.C.), mol-
lo
to aperto ai problemi sociali della sua epoca, nel 312, da cen-
co
sore, introdusse uomini nuovi in Senato, persino figli di li-
berti. Fece costruire il primo acquedotto (Aqua Appia) e
nc
dette inizio ai lavori della via Appia (regina viarum), la pri-
es
ma grande strada militare che conduceva a Capua. Fu con-
so
sole nel 307 e nel 296; partecipò alle guerre sannitiche e, or-
in
Il discorso contro mai vecchio e cieco, persuase il Senato a respingere la pa-
Pirro lic ce offerta da Pirro, re dell’Epiro, pronunciando (280) un
en
12
za
a
1 - Il periodo delle origini

famoso discorso cui Cicerone alludeva come al primo di-


scorso ufficiale mai pubblicato a Roma. Scrisse un Carmen Carmen de moribus
de moribus, raccolta di massime moraleggianti in versi sa-
turni fra cui, delle tre rimaste, la celebre: “Ognuno è artefi-
ce del proprio destino” è la più famosa. Non si sa se nei suoi
scritti subì il fascino della cultura greca. Si interessò anche
di diritto, facendo raccogliere e pubblicare dal suo segreta-
rio, Gneo Flavio, il cosiddetto Ius Flavianum, la prima ope- Lo Ius Flavianum
ra latina di procedura giudiziaria. La tradizione gli attribui-
sce anche una riforma ortografica, con l’introduzione della

T
consonante r intervocalica, al posto della s, e l’abolizione

i t
della z.

olo
La poesia: i carmina

co
Nel periodo preletterario delle origini la poesia si limitava al-
nc
la sfera del pratico e dell’occasionale, cantando i sentimenti
es
più sentiti della vita spirituale, religiosa e civile in componi-
menti detti carmina (da cano: canto), che usavano il verso
so

saturnio (vedi a pag. 15). In ambito letterario il termine vie- Comunicazioni


ne utilizzato per designare componimenti poetici di notevo- fuori dal parlato
in

le estensione, mentre in questa fase antica, carmen non in- quotidiano


li

dica solo quello che è cantato, e cioè i componimenti in poe-


c

sia, ma più genericamente tutto ciò che è di particolare so-


e

lennità, che sta fuori dal parlato quotidiano, e quindi anche


n za

la prosa. Si trova così applicato alle più disparate forme di


comunicazione, dalle preghiere alle filastrocche infantili e al-
a

le formule magiche, dalle leggi alle profezie e agli incantesi-


mi, dalle nenie funebri ai giuramenti. I carmina hanno un con- Contenuto ingenuo
dor

tenuto piuttosto ingenuo e mostrano una certa rozzezza e rozzezza stilistica


stilistica, nonostante il tentativo di elevare il tono espressivo.
a

Mezzi tecnici poveri (rima, allitterazione, assonanza, figura eti-


foll

mologica e simmetria) e la cadenza di cantilena monotona


aiutavano l’apprendimento a memoria.
a in

■ I carmina religiosi
,

Tra i più antichi canti della poesia religiosa, risalenti al sec.


8

VI a.C., vi è il Carmen Saliare, legato ai riti magico-religio- Il Carmen Saliare


45

si dei Salii, è uno dei primi testi romani pervenuti, di cui so-
no rimasti pochi e spesso incomprensibili frammenti, con-
5, o 1

servati dagli eruditi latini. Ogni anno, in marzo e in ottobre,


per celebrare l’apertura e la chiusura della stagione del-
la guerra, i Salii (da salio: salto), i dodici sacerdoti di Mar-
rd

te, percorrevano in processione, vestiti da antichi guerrieri,


in

i luoghi più importanti di Roma, intonando preghiere di in-


e Is

vocazione agli dei, danzando e battendo con il piede il suo-


13
uto tit
or
1 - Il periodo delle origini

,
a, 84515
lo con colpi forti e regolari in ritmo ternario, percuotendo
con bastoni gli ancilia, i dodici scudi sacri di bronzo. Se-
condo la tradizione il collegio dei sacerdoti Salii era stato
fondato dallo stesso Numa Pompilio per custodire l’ancile
caduto miracolosamente dal cielo, pegno divino per la sal-
vezza di Roma, e gli altri undici perfettamente uguali al pri-
dora follin

mo, costruiti dal fabbro Mamurio Veturio.


È invece pervenuta una versione completa e attendibile del
Il Carmen Arvale Carmen Arvale, risalente al sec. VI, perché il testo veniva tra-
smesso di generazione in generazione. È un canto propi-
ziatorio affinché gli dei invocati diano fertilità ai campi. Il
carmen si trova nei numerosi frammenti di un’epigrafe del
218 d.C. degli Acta fratrum Arvalium, in cui il collegio sa-
cerdotale registrava la propria attività. Il canto, in versi sa-
cenza a

turni (vedi a pag. 15), ognuno ripetuto tre volte tranne l’ul-
timo ripetuto cinque volte, costituiva il momento culmi-
nante della processione della festa Ambarvalia nel mese di
maggio. Nel carmen, di difficile interpretazione, si invocano
i Lari, Marte e i Semòni, divinità campestri, perché proteg-
li

gano i campi (arva) dalle pestilenze. Veniva eseguito duran-


te il rito della purificazione dei campi e in altre cerimonie dai
cesso in

fratres Arvales, il collegio di dodici sacerdoti, tutti patrizi, de-


diti al culto della divinità agricola Dia, la terra nutrice, isti-
tuito secondo la tradizione da Romolo.

■ I carmina profani
I carmina convivalia Legati alla sfera privata e profana sono i carmina conviva-
n

lia, canti che, come riporta Cicerone, “era regola nei ban-
Titolo co

chetti degli antenati che gli invitati cantassero uno dopo l’al-
tro, accompagnati dal flauto, le gesta e le virtù degli uomini
illustri”. In questi banchetti (convivia) i ceti più elevati si
incontravano quasi quotidianamente, ricambiando a turno
cene di carattere politico, e la poesia, la musica e la danza
assumevano un ruolo importante. I carmina celebravano,
probabilmente in saturni, le imprese gloriose di antenati il-
lustri. Non si conosce nulla degli eroi celebrati, perché non
è pervenuto neppure un frammento.
I carmina triumphalia Brevi canti in saturni sono i carmina triumphalia, che i sol-
dati improvvisavano durante le sfilate delle cerimonie di
trionfo dei generali vittoriosi; espressioni rozze e plebee che
avevano poco del trionfale, in cui i soldati alternavano alle
lodi al vincitore, moteggi, battute triviali e licenziose.
Le neniae Del tutto diverse dai canti trionfali sono le neniae, le la-
mentazioni funebri in versi che venivano intonate durante
le esequie in lode del defunto, prima da un parente e in
epoca più tarda dalle praeficae, donne appositamente as-
14
1 - Il periodo delle origini

IL VERSO SATURNIO
Il saturnio, l’unico verso usato nella poe- tra epigrafici e letterari, non si riscontrano
sia latina arcaica, prende il nome dal dio due saturni uguali. È probabile comunque
Saturno che, secondo il mito, si era rifu- che nei primi secoli il verso avesse un rit-
giato nel Lazio dopo la cacciata dal cielo; mo accentuativo di origine indoeuropea,
è detto anche faunio, in onore di Fauno, e successivamente, in fase soprattutto let-
il dio indigeno che lo avrebbe inventato. teraria, diventasse quantitativo, perché
Il poeta Ennio scrive che gli antichi canti più adatto alla natura della lingua latina.
erano in saturni e che a questo verso ri- Già nel I sec. d.C. il grammatico Cesio Bas-
correvano i vati e i fauni, intendendo for- so sosteneva fosse quantitativo: compo-
se così indicare il suo uso nei canti della sto da due membri o cola che formano
tradizione religiosa e agreste. È un verso un dimetro giambico catalettico e da un
imprevedibile, dalla struttura estrema- itifallico o tripodia trocaica; aggiungeva
mente fluida sulla cui natura gli studiosi però che aveva trovato un solo verso for-
non sono unanimi: ha un ritmo quantitati- mato così. Usato a lungo nei secoli delle
vo, costruito cioè secondo una precisa origini, il saturnio fu adottato in letteratu-
successione di sillabe lunghe e brevi, op- ra da Livio Andronico (vedi a pag. 22) e
pure accentuativo, basato cioè su una de- da Nevio (vedi a pag. 23) e poi scompar-
Titolo

terminata alternanza di sillabe toniche e ve per sempre, sostituito dall’esametro


sillabe atone, oppure, ancora, quantitati- (vedi a p. 35) di origine greca, forse per-
vo e accentuativo insieme. Il fatto è che ché troppo irregolare per il gusto sempre
nei pochi versi pervenuti, circa duecento più raffinato degli autori.
conce

soldate. Probabilmente erano in parte improvvisate secon-


do uno schema fisso. Del resto il funerale dei personaggi
in vista di Roma diventava una cerimonia pubblica, con
sso in

un grandioso corteo cui partecipavano tutti i parenti e gli


amici e, simbolicamente, anche gli antenati, rappresentati
da persone con maschere di cera. Giunti al Foro, il figlio del
defunto, oppure un altro parente stretto o un amico, pro-
nunciava un discorso commemorativo, la laudatio funebris, La laudatio funebris
li

che celebrava le virtù e le imprese del defunto.


cenza

Il teatro
Fescennino, satura e atellana rappresentano le forme pre-
letterarie teatrali di Roma: sono in versi e tutte di carattere
a dora

popolare.

■ Il fescennino
Il fescennino, manifestazione tipica del mondo agreste, era Scambio di battute
un vivace scambio di battute licenziose, in rozzi e improv- licenziose
follina,

visati versi, che i gruppi di contadini si scambiavano nel cor-


so delle cerimonie dopo il raccolto o delle feste dei Libera-
lia, in onore del dio della fecondità. Il termine sembra de-
rivare dalla cittadina falisca di Fescennium, nell’Etruria me-
8451

15
1 - Il periodo delle origini

ridionale. Il fescennino è un embrione di rappresentazio-


ne drammatica, sia per la sua forma di dialogo, sia perché i
contadini indossavano maschere grottesche, le personae,
fatte di corteccia d’albero. Penetrati in città, durante le feste
nuziali, i versi fescennini furono oggetto di una legge delle
XII Tavole, perché spesso diffamatori.

■ La satura
Il ruolo degli attori Provenivano dall’Etruria anche gli attori (histriones) che, se-
condo Livio, diedero inizio ai primi ludi scaenici nel 364 a.C.
Nel corso delle cerimonie per placare gli dei e allontanare
una grave epidemia, fu messo in scena uno spettacolo in cui
alcuni artisti danzavano al suono del flauto. I romani alla dan-
za e alla musica aggiunsero in seguito il canto e la recitazio-
La satura ne con versi di tipo fescennino. Nacque così la satura, rap-
rappresentazione presentazione drammatica più complessa, di cui non è ri-
teatrale popolare masto nulla. Il suo nome deriva da satura lanx, piatto col-
Tit
olo
mo di molti cibi diversi, assimilabili ai vari elementi che con-
correvano a comporla. La satura terminava spesso con un
con
exodium, vale a dire un fine spettacolo, in cui un attore (exo-
ces
diarius) eseguiva un canto buffonesco, mimandolo, per al-
so
lietare gli spettatori.
in l
■ L’atellana
ice
nza
Decisamente più importante per la storia del teatro romano
è la nascita verso la fine del sec. IV a.C. dell’atellana (fabula
ad
ora atellana), farsa di origine osca che trae nome da Atella, una
foll piccola città della Campania. Gli attori indossavano ma-
ina schere che li trasformavano in personaggi facilmente ricono-
,8 scibili dal pubblico per il modo di pensare, di agire, di parla-
4 re, di vestire, e improvvisavano su un rudimentale cano-
vaccio prestabilito di argomento burlesco e grossolano, con
un linguaggio plebeo, volgare e osceno. Quattro erano i ruo-
Le maschere e i ruoli li fissi più comuni dell’atellana: Pappus, il vecchio rimbambi-
to, lussurioso e avaro, gabbato sempre dall’amante e dal fi-
glio; Maccus, lo scemo e millantatore dalle orecchie d’asino,
vittima predestinata dei furbi; Bucco, il servo spaccone, chiac-
chierone e ghiottone; Dossennus, vecchio gobbo e astuto,
saggio e perfido, parassita e amante dei banchetti. Sembra che
il metro fosse il versus quadrato, due unità metriche ognuna
di due piedi. L’atellana ebbe grande diffusione e continuò a
vivere come exodium, anche quando con Livio Andronico (ve-
di a pag. 22), iniziò il teatro su modello greco. Nel sec. I a.C.
assunse forma letteraria con Pomponio e Novio (vedi a pagg.
53-54), che al canovaccio e all’improvvisazione sostituirono
un testo totalmente scritto.
16
, o rd 4515
1 - Il periodo delle origini

SCHEMA RIASSUNTIVO
PRIMI SECOLI Nei primi secoli della sua storia, Roma ha una produzione anonima e tramanda-
(SECC. VIII-VII A.C.) ta oralmente, ma nulla di specificatamente letterario.
, 8

LE ISCRIZIONI I primi documenti pervenuti della lingua latina sono epigrafi di difficile interpre-
a

tazione come il Lapis Niger (secc. VII-VI), il Vaso di Dueno (secc. VII-VI), la Ci-
n

sta Ficoroni e le iscrizioni sulle tombe della famiglia degli Scipioni (sec. III), in-
i
ra foll

teressanti perché prima testimonianza diretta del verso saturnio.

LA PROSA Le Leggi delle XII Tavole costituiscono non solo una grande conquista della ple-
Il diritto be, che otteneva la certezza del diritto, ma hanno anche importanza prelettera-
ria come primo documento di prosa organizzata.
a do

La cronaca La redazione annuale degli Annales e la loro riunificazione in 80 libri con il titolo
di Annales Maximi fornisce la storia del popolo romano.
L’oratoria È l’unica attività intellettuale degna di un patrizio, perché necessaria per fare car-
riera. Appio Claudio Cieco (sec. IV a.C.), il primo oratore di cui ci è giunta noti-
nza

zia, convinse il Senato a respingere la pace con Pirro con una famosa orazione
(280) che era ancora letta ai tempi di Cicerone.
in lice

LA POESIA Il più antico verso romano è il saturnio e il primo componimento di cui si ha me-
moria è il carmen. Di questo genere sono i più antichi inni religiosi: il Carmen Sa-
liare e il Carmen Arvale; il primo cantato dai sacerdoti Salii in primavera e in au-
tunno per l’apertura e la chiusura della guerra; il secondo dai sacerdoti Arvali per
propiziare la fertilità dei campi. Profani sono i carmina convivalia e triumphalia e
cesso

le neniae.

LE ORIGINI DEL TEATRO Forma primitiva di poesia teatrale sono i versi fescennini, battute licenziose che
i contadini si scambiavano durante le feste, e la satura, rappresentazione più
complessa, di origine etrusca, con canto, recitazione, danza e gesticolazioni mi-
miche. Decisamente più importante per il teatro è l’atellana, farsa di origine osca
n

recitata su un canovaccio da maschere fisse, quali Pappus, Maccus, Bucco e


o

Dossennus.
o c
Titol

17
2 Il teatro
Il contatto sempre più intenso con la civiltà ellenistica dell’Italia meridionale apre
ai romani le porte della letteratura e del pensiero greco. Quando Livio Andronico nel
240 a.C. mette in scena una tragedia ispirandosi ai modelli greci, non solo
scrive un’opera d’arte nella lingua di Roma, ma dà inizio a un teatro diverso, con
novità che il pubblico, sia plebeo sia aristocratico, è pronto a recepire e a seguire in
massa.

I rapporti col mondo greco


I rapporti col mondo greco erano già stabiliti nei primi se-
I Libri Sibillini coli della storia di Roma come confermano i Libri Sibillini,
che la tradizione romana faceva risalire all’epoca di Tarqui-
nio il Superbo (sec. VI a.C.). Autrice della raccolta di oraco-
li era considerata la Sibilla, profetessa del santuario della co-
lonia greca di Cuma. Fattore decisivo per la nascita della let-
teratura latina fu l’intensificarsi dei contatti, nel III sec. a.C.,
con la fiorente civiltà ellenistica dell’Italia meridionale. Gli
Influenza del stessi romani riconobbero l’essenzialità dei modelli gre-
teatro greco ci per lo sviluppo della loro cultura: il poeta Orazio dice che
“la Grecia conquistata conquistò a sua volta il vincitore an-
cora rozzo e introdusse le arti nel Lazio contadino”. Non fu
certo un caso che Livio Andronico (vedi a pag. 22) venisse
da Taranto anch’essa colonia greca.

La fabula
Nel periodo arcaico il termine latino fabula designava qual-
on
siasi rappresentazione teatrale tragica o comica. Il genere
oc
Teatro
e politica
ebbe un grande sviluppo: il teatro rappresentava un mo-
T
mento di intrattenimento collettivo a carattere popolare e,
itol
in quanto tale, a Roma era organizzato, a spese dello Stato,
dagli edili e dal pretore urbano durante le cerimonie reli-
giose. La popolarità che esso arrecava poteva infatti tradur-
si facilmente in un vantaggio per la carriera politica, così
che talvolta erano gli stessi magistrati ad assumersi l’onere
delle spese dei ludi scaenici, che si tenevano durante le fe-
ste religiose (feriae), nelle quali, oltre alle cerimonie sacra-
li, si disputavano gare sportive (ludi circenses) e si teneva-
no spettacoli di vario genere.

■ I ludi pubblici
La rappresentazione di tragedie e di commedie avveniva du-
18
2 - Il teatro

rante le feste religiose principali, che a Roma erano quattro:


in aprile, in onore della dea Cibele, la Magna Mater, si tene-
vano i ludi Megalenses, istituiti nel 191 a.C.; in luglio i ludi
Apollinares, fondati nel 212 in onore di Apollo; in settem-
bre i ludi Romani in onore di Giove Ottimo Massimo, che
erano i più antichi perché risalivano al 364; infine, in no-
vembre, i ludi Plebeii, iniziati nel 220 in onore di Giove. A
queste feste si devono aggiungere anche i ludi Floreales,
iniziati nella seconda metà del sec. III, ma celebrati con re-
golarità dal 173 a. C., e altre feste di carattere straordinario,
come quelle per il trionfo di un generale.

■ Lo spazio scenico, attori e autori


Prima del 55 a.C., anno in cui fu costruito il primo teatro per-
manente in pietra, quello di Pompeo, le rappresentazioni
erano tenute su un palcoscenico in legno (pulpitum) prov- Il palcoscenico
visorio, montato in una via o in una piazza, soprattutto al
Circo Massimo e al Circo Flaminio. La scena era rappresen-
tata da pannelli mobili dipinti, provvisti di porta per con-
sentire l’ingresso degli attori. Una serie di sedili mobili per-
metteva ai patrizi e, forse, anche ad altri spettatori di assi-
stere alla rappresentazione seduti, mentre il resto del pub-
Ti
blico stava in piedi.
to
Le parti femminili erano recitate da attori maschi, riu- Gli attori e gli autori
lo
niti in compagnie (greges) dirette da un capocomico (do-
minus gregis). Gli attori bravi diventavano famosi e gua-
co
dagnavano bene, ma erano quasi tutti schiavi o liberti. Gli
nc
autori stessi non erano di elevata condizione sociale e
es
nessuno di loro era nato a Roma. Quando nel 207 a.C.
venne fondato il collegium scribarum histrionumque, Il collegium
s o
cioè una specie di corporazione degli autori e degli at- scribarum
tori, con sede sull’Aventino nel tempio di Minerva, nes- histriomumque
in

sun libero cittadino romano ne entrò a far parte. Tutta-


lic

via l’istituzione di questo collegium stava a indicare non


en

solo l’importanza che il teatro aveva assunto nella città,


ma anche l’esistenza di altri scrittori di cui non è rimasto
za

il nome, oltre a Livio Andronico e a Gneo Nevio; uno di


questi compose il Carmen Priami, un altro il Carmen
Nelei.
Sulla scena gli attori indossavano maschere e parrucche in I costumi scenici
modo che gli spettatori potessero riconoscere immediata-
mente il tipo di personaggio: il vecchio, il giovane innamo-
rato, il parassita, l’avaro, il soldato fanfarone, la matrona, lo
schiavo, il padrone e altri ancora. Non si sa se le maschere
fossero già in uso all’epoca di Andronico, ma lo era senz’al-
tro nel sec. II a.C.
19
2 - Il teatro
li ol
a f
I GENERI TEATRALI
r o
ad
Palliata (fabula palliata). Era la commedia
di ambientazione greca (pallium è infatti
chiaramente più popolare della comme-
dia greca; metteva in scena il mondo de-
za
il termine latino che designa il mantello
n gli umili, dei contadini, degli artigiani, con
greco indossato dagli attori), che si ispi- grande varietà di tematiche, con intrecci
ice
rava dichiaratamente ai testi degli autori
l meno complicati e con un minor nume-
della commedia nuova, quali Filemone,
n ro di personaggi. La togata venne anche
oi
Difilo e, soprattutto, Menandro, dei quali chiamata tabernaria, quando metteva in
ss
assume intrecci, ambienti e personaggi,
e scena il mondo delle osterie e delle bot-
con libertà creativa e spesso col procedi- teghe. Restano solo scarsi frammenti di
nc
mento della contaminatio. Introdotta da autori quali Titinio, Lucio Afranio, il più fa-
Livio Andronico (vedi a pag. 22) e da Gneo co moso, e Tito Quinzio Atta.
o
Nevio (vedi a pag. 23), ebbe i maggiori in- Coturnata (fabula cothurnata). È la trage-
terpreti in Cecilio Stazio (vedi a pag. 47), tol
dia di ambientazione greca, che prende
Ti
in Plauto (vedi a pag. 30) e in Terenzio (ve- come modelli Eschilo, Sofocle, ma, so-
di a pag. 48). A un prologo, in cui erano prattutto, Euripide. Il nome deriva dal co-
esposti l’antefatto, la trama e la richiesta turno, l’alto calzare a forma di stivaletto
agli spettatori di essere indulgenti, segui- con spessa suola, tipico degli attori greci.
vano una protasi, uno svolgimento e un fi- Pretesta (fabula praetexta). È la tragedia
nale. Le parti recitate erano i diverbia, le di ambientazione romana, di carattere
parti cantate i cantica; un flautista inter- patriottico e nazionale, che esalta avve-
calava brani musicali. Si estinse a causa nimenti importanti o eminenti figure po-
dell’eccessiva uniformità degli intrecci. litiche. Il termine deriva dal nome dell’a-
Togata (fabula togata). Era la commedia bito (toga praetexta) indossato dai magi-
di ambientazione romana, così chiamata strati romani e orlato da una striscia di
dalla toga, la veste romana che indossa- porpora. La prima rappresentazione di
vano gli attori. Ebbe inizio dopo la scom- cui si ha notizia risale all’ultimo decennio
parsa della palliata. Aveva un carattere del terzo secolo.

 Tragedia e commedia
La tragedia Le tragedie erano scritte in un linguaggio solenne, lontano
da quello quotidiano, almeno da quanto si desume dai po-
chi frammenti pervenuti, nonostante il genere fosse molto
rappresentato in tutta l’età repubblicana.
La commedia Le commedie usavano, invece, una lingua più familiare e
prevedevano parti recitate e cantate con grande varietà di
metri e un ricco accompagnamento musicale, eseguito da
un flautista. I temi trattati erano quelli della famiglia, del de-
naro, della gelosia, dell’amore contrastato, dello scambio di
personaggi dovuto alla somiglianza. Qualsiasi riferimento
alla vita politica e sociale contemporanea era escluso, an-
che perché le autorità esercitavano sulla fabula una censu-
ra preventiva, controllando ciò che si metteva in scena. Non
vigeva certo la libertà di espressione di cui godevano gli au-
tori greci.

20
2 - Il teatro
Tit
olo
Il mimo con
Era uno spettacolo, di origine greca, in cui venivano paro-
ces
diate situazioni, figure, aspetti della realtà quotidiana. Era so Un intrattenimento
una forma di intrattenimento popolare che si alternava al- in l comico
l’atellana e che godeva di un pubblico assiduo e attento, in
ice
quanto la rappresentazione non richiedeva allo spettatore
nza
nessuno sforzo mentale. Aveva come scopo quello di susci-
ad
tare la risata e questo era affidato all’abilità e alla vena co-
ora
mica degli attori, che improvvisavano su un canovaccio una
satira pesante e spesso oscena, entrando in scena senza ma-
foll
schera e a piedi nudi (planipedes). Il fatto più notevole era
ina Nel mimo recitavano
che nel mimo recitavano anche le donne, in genere corti-
,8 anche le donne
giane e schiave, guidate da un’archimima. La prima rappre-
45
15
sentazione, di cui si abbia notizia, risale all’ultimo decennio
,o
del sec. III; in seguito si diffuse anche l’uso di recitare mimi
rdicome intermezzo o farsa terminale (exodium) nelle rap-
n presentazioni sceniche più impegnative. Il genere assunse
dignità letteraria all’epoca di Cesare, con Decimo Laberio e
con Publilio Siro.
Le donne recitavano e danzavano anche nel pantomimo, Il pantomimo
una danza, in genere licenziosa, in cui esperti ballerini mi-
mavano l’azione senza parlare. Durante il balletto, un coro
raccontava la trama. Non si conosce invece quasi nulla del-
la tragicommedia o Fabula Rhintonica, così detta dal poe- La Fabula Rhintonica
ta greco Rintone di Taranto (secc. IV-III a.C.), che cercava di
divertire gli spettatori, parodiando tragedie e commedie fa-
mose, in cui erano protagonisti eroi e anche divinità.

SCHEMA RIASSUNTIVO
IL TEATRO Grande fortuna ha in Roma la fabula, termine generico che può essere riferito a
qualsiasi tipo di testo teatrale; la rappresentazione avviene nelle pubbliche feste
religiose, durante i ludi scaenici. Il teatro è costituito da un palcoscenico provvi-
sorio in legno, collocato in una piazza o in una via.

ATTORI E AUTORI Gli attori indossano la maschera e guadagnano bene, ma sono quasi tutti schia-
vi o liberti. Anche gli autori non godono di alta posizione sociale: alla loro corpo-
razione non aderisce nessun cittadino romano.

I GENERI Palliata e cothurnata sono rispettivamente le commedie e le tragedie di ambien-


tazione greca; togata e preaesta le commedie e le tragedie di argomento roma-
no. Molta fortuna hanno anche il mimo e il pantomimo, di carattere decisamen-
te più popolare.

21
3 Livio Andronico
e Gneo Nevio
Livio Andronico è il primo scrittore di rilievo della letteratura latina.
Ha il merito di aver dato inizio al teatro introducendo la palliata e la cothurnata,
di ambientazione greca. La sua traduzione in latino dell’Odissea di Omero aprì
la strada a Gneo Nevio, che compose il Bellum Poenicum, il primo poema
epico originale di argomento storico romano. Quest’ultimo è anche il creatore
della praetexta, la tragedia di ambiente romano.

Livio Andronico
Anche traducendo e imitando testi greci, l’originalità di Li-
vio Andronico fu quella di aver voluto fare opera d’arte in la-
tino e di aver introdotto i versi senario giambico e settena-
rio trocaico; egli senz’altro contribuì anche al raffinamento
della lingua.

■ La vita
Nato nella colonia greca di Taranto, Andronico fu condot-
to a Roma come prigioniero di guerra in seguito alla con-
quista della città da parte dei romani nel 272 a.C., duran-
te la guerra contro Pirro, re dell’Epiro. Fu schiavo di un
Livio Andronico certo Livio Salinatore, di cui educò i figli come precettore
un grammaticus e di cui assunse il prenome quando venne affrancato. Tra-
scorse la vita insegnando lettere latine e greche ai giova-
ni delle famiglie altolocate, presso le quali era in voga so-
stituire per i figli l’educazione paterna con quella di pe-
dagoghi greci. La fama procuratagli dall’attività letteraria
crebbe tanto che il Senato nel 207 affidò a lui, già vecchio,
durante la seconda guerra punica, un partenio, un carme
propiziatorio in onore di Giunone, cantato da ventisette
fanciulle. È forse proprio per onorare il poeta che fu isti-
tuito il collegium scribarum histrionumque e gliene fu af-
fidata la direzione. Morì probabilmente verso la fine del
sec. III.

■ La traduzione dell’Odissea
Per le sue necessità di insegnante e forse anche per far cono-
cesso scere e stimare ai giovani i capolavori della letteratura greca,
Titolo con nonché per iniziarli al gusto artistico, il poeta tradusse in ver-
si saturni l’Odissea di Omero, opera che, per il suo conte-
nuto avventuroso e fantastico, riteneva più adatta all’ambiente
22
it
Ist
3 - Livio Andronico e Gneo Nevio

ne
romano dell’Iliade. Non è possibile sapere quanto questa

rdi
traduzione (Odusia), primo esempio di epica in latino, fos- La traduzione latina

,o
se fedele all’originale, in quanto sono pervenuti solo una dell’Odissea
trentina di frammenti per altrettanti versi; l’opera ebbe però

15
una grande importanza storica, perché insegnò ai romani ad
apprezzare non solo l’epica, ma anche la tragedia e la com-

45
media, tanto che essa rimase a lungo come libro di testo nel-

,8
le scuole. Non fu comunque apprezzata dagli autorevoli scrit-
tori del I sec. a.C.: Cicerone, per esempio, pur riconoscen-

ina
done la grande forza e vitalità, la reputava grossolana e pri-
mitiva, come una statua di Dedalo, cioè la rigida scultura gre-

oll
ca arcaica. Il primo verso tramandato da Gallio (Virum mihi
f
Camena insece versutum, narrami, oh Camena dell’astuto
ora
eroe) dà chiaramente l’idea della volontà del tarantino di tra-
sportare l’esametro greco nell’insufficiente verso saturnio.
ad

■ La produzione teatrale
za

La tradizione romana fa risalire a Livio Andronico l’inizio


della letteratura latina. Nel 240 a.C., sotto il consolato di
en

Gaio Claudio e di Marco Tudebano, gli venne affidato l’in-


lic

carico di scrivere e allestire per i ludi romani, la rappre-


sentazione di un dramma, tradotto dal greco e adattato al Il teatro di Livio
in

gusto del pubblico romano, nell’ambito delle solenni ceri- Andronico


so

monie per celebrare la vittoria nella prima guerra punica.


A questo, seguirono altri drammi di cui sono pervenuti so-
es

lo una cinquantina di frammenti. Si conoscono tuttavia i ti- Le tragedie


nc

toli di 8 tragedie, ispirate in parte al ciclo troiano che mol-


to interessava il pubblico per le vicende di Enea, l’eroe lega-
co

to alle origini di Roma Achilles, Aegisthus, Aiax mastigòpho-


rus (Aiace con la frusta) Equos Troianus, Dànae, Andròme-
olo

da, Tèreus, Hermiona, e di 3 palliate di incerto argomen-


Tit

to Gladiolus, Ludius, Virgus. Oltre che autore fu anche at-


tore. Con molta probabilità Andronico rimaneggiò libera-
mente opere greche, ricorrendo anche alla contaminatio.

Gneo Nevio
Gneo Nevio (ca 275-201 a.C.) fu con Livio Andronico il più La vita
antico poeta latino. Di origini plebee e cittadino romano,
nacque in Campania, forse a Capua. Combattè come solda-
to nella prima guerra punica e assistette anche alla seconda
guerra punica. Spirito libero e indipendente, avversò fie- Spirito libero
ramente l’aristocrazia che attaccò con un linguaggio ag- e indipendente
gressivo; i suoi strali pungenti contro la potente famiglia dei
Metelli, probabilmente in una commedia, gli costarono la
prigione. Morì, forse esule a Utica, in Africa.
23
Titolo concesso in lice
3 - Livio Andronico e Gneo Nevio

■ Il drammaturgo
Si affermò come autore drammatico a partire dal 235 a.C.,
cinque anni dopo la messa in scena del primo dramma di
Livio Andronico (vedi a pag. 23). Della sua attività teatrale
Palliate e tragedie rimangono una trentina di titoli di commedie palliate,
genere congeniale allo spirito caustico del poeta, e di sei
tragedie di argomento greco; due delle quali, Danae e
Equos Troianus, hanno lo stesso titolo delle opere di Livio
Andronico. Fra gli scarsi frammenti, il più significativo ap-
Le commedie partiene alla commedia Tarentilla (La ragazza di Taranto),
vivace ritratto di una cortigiana intenta a civettare con i suoi
amanti. Nevio, secondo la testimonianza di Terenzio, fu il
primo scrittore di palliate a introdurre la contaminatio
(la presenza di più generi letterari in un testo), ma fu an-
che il primo a far rappresentare delle praetextae, cioè le
tragedie di argomento storico romano: Romulus, sulle ori-
gini leggendarie di Roma, e Clastidium in cui celebrava la
vittoria di Casteggio (222 a.C.) del console Marco Claudio
Marcello sui Galli Insubri.

■ Il Bellum Poenicum
Un poema epico La sua opera maggiore, scritta, secondo Cicerone, in tarda
sulla prima età, fu il Bellum Poenicum (La guerra punica), di grande
guerra punica importanza storica perché fu il primo poema epico della
letteratura latina. Trattava della prima guerra punica, usan-
do probabilmente il procedimento degli annalisti, ma in-
troduceva con grande originalità gli inizi mitici di Roma,
come la leggenda di Enea, capostipite dei romani. Dei cir-
ca 4000 versi saturni originali rimangono solo una ses-
santina; fu diviso successivamente in sette libri dal gram-
matico Ottavio Lampadione. I giudizi e le ampie citazioni,
lasciati dagli scrittori latini venuti dopo di lui, indicano che
il suo poema rimase a lungo famoso presso i romani, ben-
ché fosse considerato rozzo per la lingua arcaica. Essen-
ziale fu comunque l’introduzione delle gesta storiche e la
trasformazione della storia stessa in mito, uso che divenne
poi caratteristico della letteratura latina, da Ennio a Virgi-
lio.

24
3 - Livio Andronico e Gneo Nevio

SCHEMA RIASSUNTIVO
LIVIO ANDRONICO Livio Andronico (sec. III a.C.), padre della letteratura latina, era di origine gre-
ca. Condotto a Roma da Taranto come schiavo, fu affrancato da un certo Livio
Salinatore. Rimangono frammenti della sua traduzione in latino, in versi satur-
ni, dell’Odissea di Omero; molto apprezzata dai romani, fu a lungo libro di testo
nelle scuole. Delle sue palliate e cothurnatae sono pervenuti alcuni titoli e po-
chi versi.

GNEO NEVIO Di origine campana, Nevio (ca 275-201 a.C.) fu il primo a usare la contamina-
tio. Rimangono pochi frammenti delle sue opere drammatiche, ma pare che ab-
bia introdotto per primo la tragedia praetexta, di ambiente romano. Cantò, nel
poema epico Bellum Poenicum, la prima guerra punica contro Cartagine, alla
quale aveva partecipato.

, 84 515
l l i n a
or a fo
ad
lic enza
o in
concess
Titolo

25
4 Plauto
Plauto è con Terenzio il più importante commediografo della
letteratura latina, la cui influenza è arrivata fino al teatro più recente
(Machiavelli, Shakespeare, Ben Johnson, Molière, Giraudoux, fra gli altri).
Plauto si ispira ai modelli greci, ma rivela autonomia, operando una sintesi
geniale e originale con elementi presi dalla vita quotidiana romana e dalla
tradizionale farsa italica. È il primo scrittore dell’età arcaica di cui sono
pervenute opere complete.

La vita
Le notizie sulla vita di Plauto sono scarse: era di origine um-
bra, nato nel territorio dell’attuale Romagna prima del 250
a.C., ma la data di nascita è puramente congetturale e si ri-
cava da Cicerone che lo definisce senex (vecchio; quindi per
i romani era almeno sessantenne) quando scrisse lo Pseu-
dolus, la cui prima rappresentazione avvenne nel 191. An-
che il nome è stato a lungo oggetto di discussione: nelle edi-
zioni fino all’Ottocento appare come Marcus Accius (o At-
Le origini del nome tius) Plautus, in seguito venne corretto in Titus Maccius
Plautus. Maccius è una chiara derivazione da Maccus, la ma-
schera dell’atellana, mentre Plautus, forma romanizzata
dell’umbro Plotus, significa secondo i filologi “dai piedi piat-
ti” o “dalle orecchie lunghe e pendenti”. Plauto era cittadi-
Ti

no romano sicuramente libero. È leggenda dei biografi an-


to

tichi la notizia che, dopo aver perduto i guadagni realizzati


lo

con la sua prima attività di attore, fosse ridotto a condizio-


co

ne servile e costretto a girare la macina di un mulino.


La cronologia delle Dubbia è la cronologia delle opere: oltre alla data dello
nc

opere Pseudolus (191 a.C.) si conosce solo quella dello Stichus (200
es

a.C.); un’allusione contenuta nel testo permette di colloca-


re la rappresentazione della Casina dopo il 186 a.C. Sicura
so

invece è la data della morte, desunta sempre da Cicerone,


in

avvenuta a Roma nel 184.


li

Le commedie varroniane
Plauto fu un autore di grande successo ed è probabile che
impresari con pochi scrupoli facessero passare come sue
opere teatrali scritte da altri. Quando nel sec. I a.C. M. Te-
renzio Varrone affrontò con rigore il problema dell’autenti-
cità, a Plauto erano attribuite ben 130 palliate. Il grammati-
26
tu
Isti
4 - Plauto

e
co ne distinse un gruppo di 20 sicuramente autentiche, un Le commedie

din
altro di 19 incerte, altre 90 decisamente spurie. Le comme- autentiche
die autentiche, dette appunto Fabulae Varronianae, sono

, or
conservate, tranne la Vidularia (La commedia del baule) di
cui sono rimasti solo frammenti; altre presentano qualche

515
lacuna.
Amphitruo (Anfitrione). È definita nel prologo tragicom- Amphitruo
media. Giove, innamorato di Alcmena moglie del re di Tebe,

, 84
assume le sembianze del marito Anfitrione, che si trova lon-
tano, e passa con lei, ignara, un notte d’amore. Lo aiuta Mer-
curio travestito da Sosia, il servo del sovrano. Il ritorno im-

ina
provviso dei veri Anfitrione e Sosia innesca una serie di spas-
sosi equivoci, che terminano quando il re degli dei annun-

foll
cia ad Anfitrione che Alcmena ha partorito miracolosamen-
te due gemelli, uno figlio del re, l’altro, Ercole, figlio di Gio-

a
ve.

dor
Asinaria (La commedia degli asini). Argirippo è innamora- Asinaria
to della cortigiana Filenio. Il padre Demeneto gli procura il
a
denaro per riscattare la sua bella, sottraendo alla moglie, con
l’assistenza di un astuto servo, il ricavato della vendita di al-
nza

cuni asini. In compenso il vecchio libertino vorrebbe pos-


sedere a sua volta Filenio, ma viene scoperto e picchiato dal-
lice

la moglie.
Aulularia (La commedia della pentola). Il vecchio avaro Eu- Aulularia
clione, ossessionato dalla paura di essere derubato di una
o in

pentola piena d’oro trovata in casa, vive con la figlia Fedra


nella più grande miseria. La pentola finisce per sparire; sarà
ess

utilizzata dal giovane amoroso, con l’aiuto dello schiavo, per


ottenere le nozze con l’amata Fedra, che è la figlia di Eu-
clione.
onc

Bàcchides (Le Bacchidi). Protagoniste della commedia, che Bàcchides


ha un intreccio vivace e pieno di spassosi equivoci, sono due
lo c

cortigiane gemelle e omonime, le Bacchidi. Mnesiloco e Pi-


stoclero ne diventano gli amanti. I brillanti inganni del fur-
Tito

bo schiavo Crisalo, ai danni del padre di Mnesiloco, procu-


rano la somma necessaria per riscattare una delle sorelle dal
soldato Clomaco.
Captivi (I prigionieri). È una commedia priva di personag- Captivi
gi femminili e dall’intreccio poco vivace. Filepolemo è cat-
turato in guerra dagli Elei e il padre Egione vuole scambiar-
lo con due schiavi, un padrone e un servo, che ha apposita-
mente acquistato. Trattenendo come ostaggio il padrone, in-
via in patria il servo Tindaro, per effettuare il riscatto. Ma i
due si sono scambiati le parti. La commedia si conclude non
solo con il ritorno di Filepolemo, ma anche con la scoperta
che Tindaro è suo fratello, rapito da bambino.
27
4 - Plauto

Càsina Càsina (La sorteggiata). Padre e figlio ricorrono al sorteg-


gio per possedere una trovatella, Càsina, cresciuta in casa.
Prevale il padre che, per non farsi scoprire dalla moglie Cleo-
strata, fa sposare al suo intendente la fanciulla, per abusar-
ne in seguito. Cleostrata scopre tutto e fa indossare gli abi-
ti nuziali a uno scudiero che sostituisce Càsina. Il vecchio si
trova così nel letto un maschio al posto della giovane. La vi-
cenda si conclude con le nozze del figlio di Cleostrata con
Càsina, riconosciuta come figlia di un vicino.
Cistellaria Cistellaria (La commedia della cesta). Prende il titolo da
una cesta, in cui sono conservati alcuni giocattoli che per-
metteranno alla giovane Selenio, una trovatella allevata dal-
a, la cortigiana Melenide, di essere riconosciuta dai genitori e
lin di poter così sposare il suo innamorato Alcesimarco, cui il
fol padre aveva destinato un’altra ragazza.
Curculio ra Curculio (Il «gorgoglione», che è un verme del grano). Lo
o scaltro parassita Gorgoglione escogita tutta una serie di rag-
ad giri per procurare al proprio padroncino Fedromo i denari
necessari per il riscatto della bella Planesio, posseduta da un
za
lenone e già promessa a Terapontigono Platagidoro, un sol-
n
ice
dato sbruffone. Nell’inevitabile lieto fine i due innamorati si
l
sposano perché si scopre che la giovane è nata libera.
n
Epìdicus oi
Epìdicus (Epidico). L’astuto servo Epìdico mette in atto tut-
ss
ta una serie di inganni ai danni del padrone Perifane, per
e
procurare al figlio di lui il denaro per acquistare due schia-
nc
ve di cui si è successivamente innamorato. Gli inganni sono
o c
scoperti, ma il riconoscimento di una delle schiave come fi-
olo
glia di Perifane salva Epìdico dall’inevitabile punizione e gli
fa ottenere la libertà. Tit
Menaechmi Menaechmi (I Menecmi). È la commedia degli equivoci pro-
vocati dalla somiglianza perfetta e dall’omonimia di due ge-
melli. A Epidamno giunge Menecmo II alla ricerca del fra-
tello scomparso da bambino. Il continuo scambio di perso-
na genera una serie di esilaranti equivoci che coinvolgono il
cuoco, l’amante, il parassita, la moglie e il suocero di Me-
necmo I. Tutto si chiarisce quando i due gemelli, conside-
rati ormai pazzi da tutti, si trovano finalmente insieme.
Mercator Mercator (Il mercante). La commedia è incentrata sulla ri-
valità in amore tra il padre Demifone e il figlio Carino per
una bella schiava acquistata dal giovane in terre lontane con
i suoi guadagni di mercante. Il vecchio ordisce un intrigo
per possederla, mascherando le sue intenzioni sotto l’a-
spetto dell’amore paterno e coniugale, ma alla fine viene
svergognato dalla moglie e la giovane schiava sarà restitui-
ta al figlio.
Miles gloriosus Miles gloriosus (Il soldato fanfarone). Pleusicle ama l’etera
28
to
4 - Plauto

u
stit
Filocomasio che Pirgopolinice, un soldato smargiasso, ha ra-
pito portandola a Efeso. Nella città sbarca Pleusicle, che al-

e I
loggia da Periplectomeno, un simpatico vecchietto, la cui ca-

in
sa confina con quella di Pirgopolinice. Un’apertura nella pa-

rd
rete divisoria e la fertile fantasia dello schiavo Palestrione
permettono a Filocomasio prima di vedere spesso Pleusicle

,o
e poi di ricongiungersi definitivamente con lui, mentre il sol-

15
dato, ripetutamente ingannato, viene bastonato dai servi di
Periplectomeno, nella cui casa si era introdotto per una av-

5
ventura galante.

84
Mostellaria (La commedia del fantasma). Approfittando Mostellaria
dell’assenza del padre, Filolachete ha riscattato l’etera File-

a,
matio con denaro preso a usura. Il genitore torna, mentre il

lin
figlio sta banchettando con la cortigiana e gli amici. Ma lo

fol
schiavo Tranione gli impedisce di entrare col pretesto che la
casa è disabitata per la presenza di uno spettro, raccontan-

ra
dogli che Filolachete ne ha perciò acquistata un’altra, inde-
bitandosi con un usuraio. L’inganno viene scoperto, ma tut-
o
ti sono perdonati.

ad
Persa (Il persiano). Lo schiavo Tossillo ha riscattato Lemni- Persa
selene dal lenone Dordalo con il denaro prestatogli dallo
za
schiavo Segaristione. Per rientrare in possesso della somma,
Tossillo escogita un piano ai danni del lenone: Segaristione, n
travestito da persiano, finge di volergli vendere una bellalice
schiava araba, che in effetti è la figlia del parassita Saturio-
ne. Il raggiro riesce: Dordalo sborsa il denaro per l’acquisto,
in
ma Saturione si riprende la figlia e lo cita in tribunale per
aver comperato una nata libera.
sso
Poenulus (Il cartaginese). Agorastocle ordisce con il servo Poenulus
Milfione una trappola giudiziaria per ottenere l’amata Adel-
ce

fasio, schiava del lenone Lica insieme con la sorella. L’arrivo


on

del cartaginese Annone, che riconosce nelle sorelle le figlie


rapite da bambine e in Agorastocle un nipote, permette ai
c

due innamorati di sposarsi.


o

Psèudolus (Il mentitore). Protagonista di questa commedia, Psèudolus


ol

considerata uno dei capolavori di Plauto, è il furbissimo e spa-


Tit

valdo schiavo Pseudolo. Il lenone Ballione vende a un solda-


to, dietro versamento di una caparra, la cortigiana Fenicio,
gettando nella disperazione Calidoro. I due innamorati po-
tranno ricongiungersi e sposarsi per merito di Pseudolo, che
ordisce una serie incredibile di inganni ai danni di Ballione,
del messo del soldato venuto a saldare il debito e a prendere
la fanciulla, e dello stesso padre del suo padroncino.
Rudens (La gomena). Due fanciulle, Palestra, di cui è inna- Rudens
morato Pleusippo, e Ampalisca, naufragate su una spiaggia
presso Cirene, si rifugiano prima nel tempio di Venere, poi
29
45 ,8
4 - Plauto i n a
foll
ora
in casa dell’ateniese Demone per sfuggire al lenone Labra-
d
aa
ce. Demone riconosce in Palestra la figlia rapita da bambina,
z
grazie ai ninnoli contenuti in un baule legato a una gomena.
en
l i c
Un doppio matrimonio conclude la commedia.
Stichus in
Stichus (Stico). Due sorelle, Panegiri e Panfila, attendono fi-
so
duciose il ritorno dei loro mariti, partiti ormai da tre anni
es
onc
per commerciare, senza piegarsi alle insistenze del padre
c
che cerca di indurle al divorzio. I mariti ritornano salvi e ric-
lo
chi. La vicenda si conclude con lo schiavo Stico che ban-
chetta con l’amico Sagarino.
Tito
Trinummus Trinummus (Le tre monete). Callicle compera la casa del-
l’amico Carmide, messa in vendita in sua assenza dal figlio
Lesbonico, perché l’amico gli ha rivelato che in essa è na-
scosto un tesoro. Lisitele chiede in moglie la sorella di Le-
sbonico e Callicle la fornisce di dote, fingendo però che es-
sa provenga da Carmide, affinché Lesbonico non intuisca il
segreto del tesoro. La vicenda si chiude con l’arrivo di Car-
mide e con il perdono del figlio.
Truculentus Truculentus (Lo zoticone). La commedia prende il titolo dal-
lo zotico schiavo Truculento, ma protagonista è l’astuta Fro-
nesio, che sfrutta contemporaneamente tre amanti, Diniar-
co, Strabace e Stratofane.

Il rapporto con i modelli greci


Le commedie di Plauto sono palliate, ambientate quindi in
Palliate Grecia e recitate in costume greco. Gli intrecci sono quel-
e contaminatio li caratteristici della commedia nuova attica, che si carat-
terizzava per il passaggio dalle tematiche sociali alle proble-
matiche dell’individuo. A questi modelli Plauto attinge, ser-
vendosi anche della tecnica della contaminatio; tale fusio-
ne di parti di testi analoghi in una sola è però molto libera,
perché serve per vivacizzare l’azione e ottenere l’applauso
Le fonti greche del pubblico. Sicuramente si è ispirato a Menandro (342-
291 a.C.), a Difilo (360-280 a.C.), a Filemone (360 ca-263
a.C.), ma anche ad autori minori. Plauto non mostra pre-
ferenze letterarie: la conoscenza diretta di ciò che piace al
pubblico gli fa scegliere di volta in volta i modelli. Si leggo-
Vortere barbare no, in alcuni prologhi, le parole vortere barbare (tradurre
dal greco in latino) e l’indicazione della fonte; ma quanto
Plauto sia fedele ai modelli è un problema irresolvibile per
l’impossibilità di mettere a confronto i testi latini con quel-
li greci, praticamente del tutto perduti.

■ L’autonomia dalle fonti


È comunque ormai universalmente riconosciuta la grande
30
D
co
4 - Plauto

rafi
autonomia del poeta dalle fonti e, in generale, dalla com- Allusioni al mondo
media greca. La coerenza di stile delle varie opere plautine romano

eog
male si concilia con modelli di testi e di autori diversi. Inse-
rite nell’ambiente greco si trovano continue allusioni al

to G
mondo romano, ai suoi costumi e alla sua vita, al pubblico
in teatro; e poi metafore, una lingua vivace e popolaresca, La lingua
del tutto personale, toni decisamente più buffoneschi di

titu
quelli riscontrabili nel teatro greco, così pieno di sottile
umorismo. Lo stesso si può dire per l’incongruenza e l’e-

e Is
sagerazione di certi intrecci; anche i nomi greci dei prota-
gonisti sono inventati da Plauto e raramente si ripetono nel-
le varie commedie.

din
■ La struttura delle commedie

or
Le commedie non sono divise in atti (la scansione attuale Originalità di Plauto
è dovuta al periodo umanistico) e, a eccezione di quello dei

15,
marinai nel Rudens, sono prive di coro, presente nella com-
media nuova attica, anche se ridotto a semplice intermezzo

845
musicale tra due scene. Decisamente innovativo è l’ampio
spazio riservato alla musica e al canto, monodico corale: Musica e canto
dà vitalità alla scena e probabilmente era apprezzato dal pub-
na,
blico. Le parti recitate (diverbia) e le parti cantate (canti-
ca) si alternano con grande libertà compositiva, senza ob-
folli

bedire a uno schema fisso. La ricchezza e la varietà dei me- La metrica


tri sono uno degli aspetti peculiari e più interessanti del tea-
tro plautino: settenari trocaici e senari giambici per il reci-
ora

tato; per il canto, bacchici, dimetri cretici, anapesti e altri an-


cora. I prologhi espongono l’antefatto e alludono allo svi-
ad

luppo della trama e al finale.

Il mondo poetico
nza

L’anticipazione nel prologo delle linee essenziali della vi-


lice

cenda, lo squilibrio di certe parti rispetto ad altre, la man-


canza di coerenza e organicità nell’azione indicano che l’in- L’interesse non è
teresse di Plauto non è rivolto all’intreccio. Il più delle rivolto all’intreccio
o in

volte esso ricalca schemi stereotipati: la rivalità amorosa tra


due personaggi, un vecchio e un giovane, il riscatto di una
ess

cortigiana in possesso di un lenone da parte di un innamo-


rato, scambi di persona, equivoci, improvvisa soluzione di
situazioni apparentemente inestricabili e altrettante repen-
onc

tine rivelazioni d’identità (agnizione): come per miracolo


lo schiavo è riconosciuto uomo libero; la trovatella figlia le-
lo c

gittima; la cortigiana donna virtuosa; si ritrovano gemelli


che ignoravano la reciproca esistenza e il lieto fine è scon-
tato.
Tito

31
4 - Plauto

■ I personaggi
I tipi I personaggi sono quelli tipici della commedia greca: il vec-
chio libertino, la dama raffinata, il giovane sempre innamo-
rato, scavezzacollo e squattrinato, la cortigiana interessata ma
in fondo buona, il lenone avido, il soldato sbruffone, che nar-
ra gloriose azioni militari compiute solo con la fantasia, il pa-
rassita pigro, pieno tuttavia di spirito e di iniziativa per pro-
curarsi un pranzo; e poi cuochi, mercanti, artigiani e anche
donne e uomini onesti, pieni di buon senso. Su tutti emerge
Risalto dello schiavo lo schiavo, il deus ex machina della commedia plautina, il
servus briccone e furbo, cinico e smaliziato, spavaldo ed egoi-
sta, ma fedele al suo padroncino. Spesso è lui il vero prota-
gonista, quello che ordisce intrighi uno dopo l’altro, risolve i
problemi con spregiudicata fantasia, coraggio, inesauribili tro-
vate, ed è una fonte continua di risate. L’esempio più brillan-
te è rappresentato dallo Pseudolo dell’omonima commedia

■ Una comicità farsesca


Un mondo di Le palliate di Plauto non contengono satira di costume
farsa popolaresca o ammiccamenti alla vita contemporanea romana e, tan-
to meno, l’atteggiamento pensoso e malinconico dell’ate-
niese Menandro, che impronta gran parte del teatro di Te-
renzio (vedi a pag. 48). Il suo è un mondo di farsa popo-
laresca, incalzante e aggressiva, corposa e grottesca, di ci-
nismo spregiudicato e di assoluta amoralità, in cui si fanno
largo solo gli astuti e gli imbroglioni: quello che conta è
Assenza di raggiungere lo scopo prefissato. L’autore non si cura mi-
valutazione etica nimamente di dare valutazioni etiche o messaggi esi-
stenziali. Alcuni dei personaggi più riusciti sono moral-
mente condannabili: si pensi alla spassosa e cinica malva-
gità del lenone Ballione nello Pseudolus o alla vanteria sen-
za limiti del soldato nel Miles gloriosus, che ha avuto tan-
ta eco nella produzione comica di ogni epoca. Non vi so-
no presupposti culturali o filosofici né problemi psicologi-
Il puro divertimento ci: lo scrittore vuole solo divertire il pubblico, cosa del
resto non facile in un teatro che è composto da un palco-
scenico posto in una piazza, con il pubblico in piedi e per-
ciò più facilmente soggetto alla distrazione. L’invito scher-
zoso, che l’autore spesso rivolge agli spettatori, di seguire
la rappresentazione in silenzio, mantenendo l’ordine e l’at-
tenzione, aiuta a comprendere quale doveva essere l’at-
mosfera delle rappresentazioni teatrali nell’antichità. Gli
Il teatro nel teatro attori, lo schiavo in particolare, dialogano spesso con il
pubblico, gli chiedono di aiutarli nel loro compito, rac-
contano ciò che sta accadendo dietro le quinte: è il cosid-
detto metateatro, il teatro nel teatro.
Tit

32
lo o
4 - Plauto

■ La versatilità linguistica
La grandezza di Plauto è dovuta alla vivacità dei dialoghi, Vivacità dei dialoghi
dei monologhi, alle caricature grottesche, all’irresistibile co-
micità delle trovate sempre nuove, al ritmo scoppiettante
degli espedienti e agli improvvisi cambiamenti di situazio-
ne, per cui la risata sgorga spontanea e l’attenzione si fa più
intensa. Si può parlare di un clima romanzesco, di spiritosa do
Spiritosa parodia ra fo
e divertente parodia della vita reale, in cui sembrano cre-
lice nza a
della vita quotidiana
o in
dibili le avventure più illogiche e strambe. In un mondo si-
n cess
mile, il linguaggio riveste un ruolo fondamentale. La lingua La lingua
lo co
di Plauto è un capolavoro, una delle più versatili e ricche popolaresca: un
Tito
della letteratura latina; i periodi prevalentemente paratatti-
ci (cioè fortemente coordinati) e la presenza di molti ana-
capolavoro
coluti (errori voluti) contribuiscono a dare l’immediatezza
del parlato, che si adatta perfettamente ai personaggi rap-
presentati. Lingua popolaresca, con frizzi, con arguzie sa-
laci, doppi sensi, in cui risuonano squillanti risate e urla
roboanti di dolore; il tutto contrasta con espressioni tratte
dal linguaggio tragico o epico, con chiari intenti di parodia.
La deformazione grottesca è data da iperboli, onomatopee
e ridondanze.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA Plauto (Sarsina, prima del 250-Roma 184 a.C.). Scarsi sono i dati sulla vita del
più famoso commediografo dell’età arcaica, che era di origine umbra (Sarsina) e
sicuramente nato libero.

LE OPERE Sono giunte praticamente complete 20 commedie palliate (Fabulae Varronianae)


e frammenti di una ventunesima: Amphitruo, Asinaria, Aulularia, Bàcchides, Cap-
tivi, Càsina, Cistellaria, Curculio, Epìdicus, Menaechmi, Mercator, Miles glorio-
sus, Mostellaria, Persa, Poenulus, Psèudolus, Rudens, Stichus, Trinummus, Tru-
culentus e Vidularia.

FONTI E STRUTTURA DELLE Le trame e i personaggi si ispirano a quelli della “commedia nuova” ellenistica,
COMMEDIE ma il poeta crea un’opera originale e autonoma dalle fonti, sia nella lingua, sia
nel nome dei personaggi, sia nella struttura, sia per le allusioni al mondo roma-
no. La commedia, infatti, non è divisa in atti, non ha cori, dà ampio spazio al can-
to e alla musica, manca di coerenza e organicità.

IL MONDO POETICO L’interesse di Plauto non è rivolto all’intreccio (spesso anticipato nei prologhi), né
vuole lanciare messaggi morali o caratterizzare psicologicamente i personaggi:
il suo scopo è solo divertire il pubblico. Il suo è un mondo di farsa popolaresca e
di irresistibile comicità, di cinismo e di amoralità, in cui sembrano credibili le vi-
cende più grottesche. Il tutto è espresso in una lingua versatile e ricca, con l’an-
damento del parlato.

33
5 Ennio e i suoi continuatori
Considerato dagli stessi antichi il “padre” della poesia, Ennio è il maggiore
poeta dell’età arcaica. Con lui si impone definitivamente nella letteratura
latina il modello greco e con lui si fa sempre più stretto il legame fra artisti
e potere politico-economico. Per primo usa l’esametro negli Annales,
il poema nazionale di Roma repubblicana e un modello di stile
per i poemi successivi di Lucrezio e di Virgilio. Suoi continuatori
Ti
nella tragedia sono Pacuvio e Accio, quest’ultimo il più famoso
to
tragediografo latino, che però concedono al romanesco e al patetico.
lo
co
Ennio - La vita
nc
es
Ennio (239-169 a.C.) nacque subito dopo la prima guerra pu-
so
nica, a Rudiae, nella regione che gli antichi chiamavano Ca-
in
labria e che corrisponde all’attuale Puglia meridionale. Qui
si incrociavano la cultura osca, la greca e la latina: Ennio com-
lic
Le tre anime: osca, prese perfettamente l’importanza di conoscere tre lingue
en
greca e latina e per questo si vantò di avere tre “anime”. È probabile che
za
si sia formato nell’ambiente culturale di Taranto, ma in ef-
a fetti non si sa nulla di lui fino al 204, anno in cui Catone il
do Censore lo condusse con sé a Roma dalla Sardegna, luogo
ra in cui prestava servizio militare a fianco dei romani, forse co-
fo me centurione. Stabilitosi definitivamente nella capitale, si
L’insegnamento
llin dedicò all’insegnamento, affermandosi quindi come au-
e il teatro
a, tore di teatro. Allontanato per la sua posizione culturale da
Catone, si legò in amicizia con persone importanti, soprat-
8 tutto con i potenti Scipioni, come lui favorevoli all’espan-
sione della cultura greca. Nonostante la familiarità con gli
Scipioni, continuò a vivere modestamente sull’Aventino, co-
me tramanda San Gerolamo, in una stanza del collegium
scribarum histrionumque, di cui assunse la direzione. Nel
Lo scrittore 189 accompagnò in Etolia il generale Marco Fulvio Nobilio-
agiografo re con l’incarico di scrittore e ne celebrò le imprese belli-
che, culminate nella conquista di Ambracia. Catone con-
dannò duramente, come contraria alla tradizione romana,
l’usanza tutta ellenizzante di farsi accompagnare nelle cam-
pagne militari da un poeta. All’avvenimento, infatti, Ennio
dedicò un’opera agiografica, probabilmente una praetexta,
non pervenuta. Il legame tra letterati e potere politico-eco-
nomico diventa con Ennio decisamente stretto. Nel 184, se-
guì nel Piceno Quinto Fulvio Nobiliore, figlio di Marco, là re-
catosi per fondare alcune colonie militari; ottenne un pic-
34
d
aa
5 - Ennio e i suoi continuatori

enz
colo podere e la cittadinanza romana, un riconoscimento
pubblico dei suoi meriti di poeta. Ennio ne era così fiero che
scrisse: “Io sono cittadino romano, io che prima fui cittadi- La cittadinanza

n lic
no di Rudiae”. romana
Quinto Ennio morì di gotta a Roma, nel 169; secondo la tra-

so i
dizione, gli Scipioni gli avrebbero innalzato una statua nel
sepolcro di famiglia, fuori Porta Capena, accanto a quella di
Scipione l’Africano. L’intensa attività poetica di almeno un

es
trentennio sfociò in una produzione imponente e variega- Imponente
ta indice della vastità dei suoi interessi. Quanto la sua fama produzione poetica

onc
durasse a lungo presso i romani lo testimoniano i numero-
sissimi frammenti pervenuti per via indiretta, come citazio-

lo c
ni di scrittori dei secoli successivi.

Gli Annales

Tito
La notorietà di Ennio è dovuta agli Annales (Annali), il poe- Poema epico-storico
ma epico cui dedicò gli ultimi anni della sua vita. Lo stesso
autore pubblicò i 18 libri dell’opera man mano che veniva-
no composti. Di circa 30 000 versi ne rimangono appena 600
sparsi e frammentati. Da quanto è possibile ricostruire nel-
le linee generali, gli Annales celebravano la storia di Roma Cronologia
in ordine cronologico, dalle origini leggendarie con l’arri- celebrativa di Roma
vo di Enea, agli avvenimenti contemporanei alla vita del poe-
ta.

■ Fonti e metrica
Fonti di Ennio furono con tutta probabilità gli annalisti, tra
cui Fabio Pittore, i documenti ufficiali dello stato, quali gli
Annales Maximi e i Commmentarii, il Bellum Poenicum di Annalisti e Nevio
Nevio. Ennio non stimava molto quest’ultimo, ma entrambi
avevano composto il loro poema, animati dall’ammirazione
per quel popolo romano che li aveva accolti e di cui si sen-
tivano parte. Ennio si distinse da Nevio per l’ampiezza del-
la trattazione storica e per l’uso dell’esametro dattilico, il ver-
so dell’epica greca.
Proprio l’uso di questo metro pose a Ennio una serie di pro- L’esametro
blemi linguistici. Il saturnio dell’Odissea di Livio Androni-
co (vedi a pag. 22) e del Bellum Poenicum di Nevio, il se-
nario giambico, il settenario trocaico o altri metri usati in
teatro, erano versi piuttosto liberi. Così non è l’esametro.
Ennio dovette perciò predisporre norme ben precise e co-
stanti, che lo costrinsero a studi grammaticali e ad audaci
sperimentalismi. Da ciò la presenza di neologismi e parole
di gusto arcaico, onomatopee, parole troncate e costrutti
alla greca.
35
a
a
5 - Ennio e i suoi continuatori nz
l ice
in poetica
■ La
Eroica esaltazione o
Ennio volle esaltare il popolo romano, la cui grandezza era
sper lui frutto dell’intervento divino. Tutto il poema è immer-
del popolo romano
e s
nc
so in un’atmosfera eroica; per dare forma epica ad avveni-
co
menti storici, si servì del modello omerico, dal concilio degli
dei all’avventura di Enea, dell’agiografia ellenistica, ma anche
t olo dell’annalistica tipicamente romana per il progredire della nar-
Ti razione. I condottieri si comportano come eroi dei tempi ome-
rici e anche gli avvenimenti contemporanei sono avvolti in un
alone mitico. I versi rimasti mostrano una poesia vigorosa e
appassionata, ma anche capace di assumere aspetti meditati-
Lo stile vi e di trattare con lievità temi delicati. Lo stile è solenne e ma-
gniloquente, intriso di grecismi e similitudini, con esametri in-
teramente composti da dattili o da spondei, con frequenti al-
litterazioni, come la famosa o Tite, tute, Tati, tibi tanta, ty-
ranne, tulisti (O Tito Tazio, tu, tiranno, hai portato a te tanto
grandi sventure). Grande fu l’influenza che gli Annales hanno
esercitato sull’opera di Lucrezio e di Virgilio.
Ennio ebbe un alto concetto di sé: afferma di essere la rein-
carnazione di Omero e narra di essere stato trasportato in
sogno sul Parnaso, dove gli appare l’ombra del grande Ome-
L’autocelebrazione ro. Questo illumina sulla consapevolezza che il poeta ebbe
della propria grandezza e della funzione della sua opera. E
non è l’unico autocompiacimento: è sufficiente, per esem-
pio, pensare agli epigrammi autocelebrativi da lui composti.

Le opere teatrali
Le tragedie Oltre al capolavoro degli Annales, Ennio fu celebrato co-
me autore di tragedie che egli scrisse nel corso di tutta la
vita, l’ultima l’anno della sua morte. Queste furono ammi-
rate e rappresentate per tutto il secolo seguente e anche
oltre: Cicerone lo apprezzava per la sua produzione dram-
Le cothurnatae matica. Sono pervenuti i titoli di 22 cothurnatae e circa
200 frammenti per poco più di 400 versi, la maggior parte
dei quali citati proprio da Cicerone. Gli argomenti preferi-
ti sono quelli del ciclo troiano: Alexander (Alessandro, al-
tro nome di Paride), Andromacha aechmalotis (Andro-
maca prigioniera), Iphigenìa (Ifigenia), Telamo (Telamo-
ne), Hècuba (Ecuba), Achilles (Achille), Aiax (Aiace). Ispi-
randosi soprattutto a Euripide, Ennio però prende come
modelli anche Sofocle, Eschilo e altri autori tragici greci mi-
nori. A giudicare dai frammenti, egli va alla ricerca di ef-
Effetti drammatici fetti drammatici e patetici per toccare la sensibilità degli
e patetici spettatori, in uno stile alto, con un linguaggio elaborato,
colmo di artifici retorici e linguistici.
36
oc
5 - Ennio e i suoi continuatori

Titolo
Rimangono anche i titoli di due praetextae, tragedie di ar- Le praetextae
gomento romano: Sabinae (Le Sabine), in cui metteva in
scena il famoso ratto, e Ambracia, che trattava della con-
quista di questa città dell’Epiro da parte di Marco Fulvio No-
biliore.
Scrisse anche commedie, genere in cui sembra essere stato
meno versato: il teatro comico inoltre era dominato prima
da Plauto e poi da Cecilio Stazio (vedi pag. 47). Sono rima-
sti i titoli e 5 versi di due palliate: Caupuncula (L’ostessa) e Le palliate
Pancratiastes (Il vincitore del pancrazio).

Le opere minori
I pochi frammenti rimasti dei 4 libri di Saturae (Le satire) chia-
riscono soltanto la varietà dei temi e dei metri che le caratte-
rizzavano. Ennio è l’iniziatore della satira letteraria ed è per- La satira letteraria
tanto grave la perdita dell’opera, visto lo sviluppo che il gene-
re ebbe nei secoli successivi. Lo stesso si può dire per gli epi-
grammi, un altro genere che ebbe molta fortuna. Di altre ope-
re sono rimasti solo i titoli: Scipio (Scipione), un poemetto en- Opere di cui sono
comiastico per il vincitore di Zama; Sota, dal nome del poeta rimasti solo i titoli
Sotade di Maronea che scrisse versi licenziosi; Hedyphagèti-
ca (Il mangiare bene), trattatello di culinaria, forse da un poe-
metto del greco Archestrato di Gela; Protrèpticus (Protretti-
ca), che riguardava la morale e argomenti filosofici; Epichar-
mus (Epicarmo) e Euhèmerus (Evemero), il primo intitolato
all’omonimo commediografo siracusano (secc. VI-V a.C.), il se-
condo probabile traduzione o riduzione della Storia sacra del-
l’erudito greco Evemero da Messina (secc. IV-III a.C.), spiega-
zione razionalistica dell’origine umana degli dei.

STRUTTURA DEGLI ANNALES


Si è cercato di ricostruire la materia tratta- già esposta da Nevio, esposta più diffusa-
ta negli Annales, che è stata alla fine di- mente invece la seconda, che deciderà il
stribuita nei vari libri secondo il seguente destino del Mediterraneo, condotta dall’e-
schema: libri I-III: proemio, arrivo nel La- roe prediletto di Ennio, Scipione l’Africano;
zio di Enea, ospite del re Latino, Romolo e libri XI-XII: guerra macedonica, con la vit-
Remo, fondazione della città di Roma, rat- toria (364) di Flaminino a Cinocefale su Fi-
to della Sabine, i sette re e la cacciata di lippo; libri XIII-XIV: guerra di Siria contro
Tarquinio il Superbo; libri IV-V: nascita del- Antioco e vittoria di Magnesia; libro XV:
la repubblica, guerre contro gli italici; libro sconfitta della Lega etolica e trionfo di Mar-
VI: Appio Claudio Cieco, guerra a oltran- co Fulvio Nobiliore; libri XVI-XVIII: avve-
za e vittoria su Pirro, intervenuto in difesa nimenti successivi, come la guerra istrica
di Taranto; libri VII-X: guerre puniche, la e le lotte contro i liguri, i sardi e i corsi, pro-
prima trattata per sommi capi in quanto babilmente fino alla morte del poeta.

37
5 - Ennio e i suoi continuatori

La tragedia dopo Ennio


Anche Pacuvio e Accio, i poeti tragici continuatori di En-
nio, si ispirano ai grandi modelli greci, rielaborandoli con
grande originalità. Cicerone li apprezzava come dramma-
turghi, ma ne deplorava la lingua, troppo magniloquente,
piena di costrutti artificiosi e di audaci grecismi. Entrambi
ricercano effetti patetici e introducono trame romanze-
sche e, soprattutto Accio, risvolti orridi e truci. Lucio Accio
è l’ultimo dei grandi tragici: dopo di lui la tragedia deca-
de. Del resto il grande pubblico preferiva altri generi di in-
trattenimento, come l’atellana, il mimo o i combattimenti
di gladiatori.

■ Pacuvio
La vita Marco Pacuvio nacque a Brindisi nel 220 a.C. Libero di na-
scita, figlio di una sorella di Ennio, fu introdotto dallo zio
nell’ambiente ellenizzante degli Scipioni. Oltre che poe-
ta fu anche pittore: secondo Plinio il Vecchio dipinse le pa-
reti del tempio di Ercole nel Foro Boario. Morì novantenne
(130) a Taranto, città in cui trascorse gli ultimi anni della sua
vita. Non è rimasto nulla delle sue Saturae (Le satire) che,
probabilmente, avevano temi e metri vari, come quelle di
Ennio. Divenne famoso come autore di cothurnatae, tra-
gedie di argomento greco, in cui pare prevalesse l’influsso
di Euripide.
Le tragedie Della sua produzione rimangono 12 titoli, che indicano una
cothurnatae predilezione per il ciclo troiano: Antiopa (Antiope), Armo-
rum iudicium (Il giudizio delle armi), Chryses (Crise), Du-
lorestes (Oreste schiavo), Hermione (Ermione), Iliona (no-
me di una figlia di Priamo), Niptra (Il bagno), Teucer (Teu-
cro), Atalanta, Periboea (Peribea), Pentheus (Penteo), Me-
dus (Il persiano) e frammenti per circa 450 versi. Di soggetto
romano era invece la praetexta Paulus (Paolo), che cele-
brava Lucio Emilio Paolo vincitore a Pidna (168) dell’ultimo
re di Macedonia Perseo. Le sue tragedie furono rappresen-
Ti

tate per tutto il periodo repubblicano, ma Cicerone e Mar-


to

ziale lo giudicarono severamente accusandolo di scarsa pa-


lo

dronanza della lingua.


co

■ Accio
nc

Lucio Accio (170-85 ca a.C.) è il più famoso autore latino di


es

tragedie, nacque a Pesaro nel 170 a.C. da genitori liberti e


visse a Roma dove si legò a Decimo Giunio Bruto Gallego e
so

all’aristocrazia tradizionalista, estraneo quindi al “circolo sci-


in

pionico”. Nel 140, fece un viaggio in Asia Minore, forse a sco-


lic

38
en
za
5 - Ennio e i suoi continuatori

po di studio. Di carattere fiero e ambizioso, entrò in com-


petizione con Marco Pacuvio (vedi pag. 38) e Gaio Lucilio
(vedi pag. 55). Dominò la scena teatrale fino alla morte,
avvenuta a Roma (84 a.C.) un anno dopo aver conosciuto il
giovane Cicerone. Acquistò fama soprattutto come autore Le tragedie
di cothurnatae, di cui rimangono 45 titoli. Attinse al ciclo cothurnatae
troiano (Achilles, Achille; Armorum iudicium, Il giudizio
delle armi; Hecuba, Ecuba; Astyanax, Astianatte; il figlio di
Ettore, ecc.), a quello spartano (Aegisthus, Egisto; Atreus,
Atreo; Clytaemnestra, Clitennestra; Chrysippus, Cresippo
ecc.) e a quello tebano (Antigones, Antigone; Phoenissae, le
Fenice; Alphesiboea, Alfesibea, ecc.). Accio manifestò una
chiara preferenza per le vicende romanzesche, sanguigne
e sinistre, pennellate a tinte fosche, con personaggi gran-
diosi, straripanti di energia.
Il ripetersi degli stessi titoli nelle tragedie dei vari autori in-
duce a ritenere che gli stessi gareggiassero tra loro nel trat-

do
tare il medesimo argomento con maggiore originalità. Sono
noti i titoli di due sole praetextae: Brutus, rappresentato Le due praetextae

a
nel 136 e Decius. Di tutta la sua vasta produzione sono per-

za
venuti frammenti per circa 750 versi, che presentano quadri
dal forte impatto emotivo, come i tori svegliati al mattino

en
presto per i lavori sui campi o la grandiosa descrizione di

lic
una nave fatta da un contadino.
Accio possedette una notevole capacità di invenzione lin- Invenzione
guistica, con termini altisonanti, dotti e arcaici, un tono spes-
in
linguistica solenne
so
so sentenzioso, uno stile originale, solenne e vigoroso, ar- e retorica
es

ricchito da preziose figure retoriche, come parallelismi e al-


litterazioni. Uomo con molteplici interessi si cimentò anche
nc

nell’epica, componendo gli Annales (Annali) in esametri, L’epica


co

nella critica letteraria con i Didascalica e i Pragmaticon li-


bri. Per i suoi studi grammaticali e ortografici Varrone gli de-
lo

dicò l’opera De antiquitate litterarum.


to
Ti

39
5 - Ennio e i suoi continuatori

SCHEMA RIASSUNTIVO
ENNIO Nato a Rudiae nel 239 a.C., Ennio arriva a Roma nel 204 al seguito di Catone il
LA VITA Censore e si stabilisce in città fino alla sua morte nel 169 a.C. Entra a far parte
dell’ambiente degli Scipioni e nel 189 segue M. Fulvio Nobiliore nella campagna
militare in Etolia. Nel 184 ottiene la cittadinanza romana.

GLI ANNALES È l’opera più famosa, poema epico di 18 libri in esametri, in cui celebra la storia
di Roma dalle origini ai tempi suoi. I 600 versi rimasti testimoniano una poesia
vigorosa e appassionata e uno stile solenne e magniloquente.

LE TRAGEDIE Delle tragedie cothurnatae di argomento greco, spesso riprese dal teatro di Eu-
ripide, sono rimasti 22 titoli e pochi frammenti che mostrano la ricerca di effetti
drammatici e patetici. Scrisse anche due praetextae e alcune palliate.

LE OPERE MINORI Delle opere minori, si conoscono solo i titoli. Saturae, epigrammi, Scipio, Sota,
Hedyphagetica, Protrepticus, Epicharmus, Euhemerus, che testimoniano i nume-
rosi interessi del poeta e la vastità dei suoi studi.

PACUVIO (Brindisi, 220-Taranto 130 a.C.). Nipote di Ennio, Pacuvio è autore di tragedie
cothurnatae. Della sua produzione restano frammenti per circa 450 versi. Le sue
tragedie furono rappresentate per tutto il periodo repubblicano.

ACCIO (Pesaro, 170-Roma, ca 85 a.C.). Lucio Accio è il più famoso autore di tragedie.
Della sua produzione rimangono 45 titoli di tragedie cothurnatae, 2 di praetextae
e frammenti per circa 750 versi. Predilige vicende fosche con personaggi san-
guigni, di forte impatto emotivo, facendo sfoggio di invenzione linguistica. Ben-
ché non sia pervenuto altro della produzione letteraria, gli Annales, i Didascalica
e i Pragmatica testimoniano la vastità dei suoi interessi.
Titolo concesso in licenza

40
6 La prosa e Catone il Censore
Nell’età arcaica predomina la poesia; solo nel corso del sec. II a.C. si fa strada
una prosa letteraria, come strumento espressivo della classe colta.
L’influsso della raffinata prosa greca e della poesia drammatica ed epica sono
determinanti su questi primi tentativi nel campo dell’eloquenza e della
storiografia, i cui scrittori appartengono tutti al ceto dirigente. Sopra tutti
si innalza la grande figura di Catone il Censore.

L’oratoria
L’eloquenza ebbe in Roma una lunga tradizione, che risaliva
almeno ad Appio Claudio Cieco (secc. IV-III a.C.). Con la sto-
riografia del resto essa era l’unica attività intellettuale degna di
un aristocratico, necessaria per fare carriera nella vita politica.
Non è giunto nulla delle orazioni di Cornelio Cetego (il pri- I primi oratori
mo di cui si ha testimonianza), censore nel 209 e console nel
204, di Scipione l’Africano Maggiore (236-183 a.C.), del con-
sole L. Emilio Paolo, il vincitore di Perseo a Pidna (168 a.C.),
ma è probabile che l’oratoria si attenesse strettamente ai fatti,
poco curandosi della forma espositiva. Dalla seconda metà del
sec. II a.C. si moltiplicarono le occasioni di pronunciare di- Un fondamentale ine
scorsi: le frequenti campagne militari, l’accesa lotta politica, la strumento politicoo r d
questione agraria e i frequenti processi costrinsero gli uomi- 5 ,
ni politici, per ottenere consenso, a meglio curare l’esposi-
zione che diventò sempre più elegante e raffinata. Non è ri- 4 51
8
masto però nulla di Cornelio Scipione l’Emiliano, il distrut-
tore di Cartagine (146 a.C.), del suo amico Gaio Lelio (ca 235- in a,
l
fol
160 a.C.), dei due tribuni della plebe Tiberio (162-133 a.C.) e

o ra
Gaio Gracco (154-121 a.C.), di Emilio Scauro, console nel 115,
a eccezione di qualche sintetico giudizio di Cicerone, il quale
ad
sostiene che l’eloquenza aveva raggiunto la maturità con Mar-

n za
co Antonio (143-87 a.C.) e L. Licinio Crasso (115 ca-53 a.C.).
Quest’ultimo, di tendenze conservatrici, come censore aveva
ice
fatto chiudere nel 92 a.C. la scuola di retorica di Prozio Gallo,
l
n
perché troppo democratica. Probabilmente alla scuola era le-
oi
gata la Retorica ad Herennium, di autore ignoto, il cui testo
ss
è giunto completo in ogni sua parte.
e
nc
co
La storiografia
o lo
Frutto intellettuale del ceto dirigente, come l’oratoria, la sto-
Tit
riografia arcaica fu di tipo annalistico (con avvenimenti espo-
41
to tu
6 - La prosa e Catone il Censore

sti
Carattere sti in ordine cronologico) e nacque per fini politici; fu so-

e I
agiografico prattutto agiografica e del tutto priva di analisi critica.

d in
■ Gli annalisti in lingua greca

r
I primi annalisti romani scrissero in greco, forse perché in-

o
fluenzati dalla raffinata prosa letteraria ellenica, forse perché

, 5
volevano rivolgersi ai lettori non latini delle rive del Mediter-

51
raneo. I pochi frammenti rimasti degli autori più importan-
ti sono insufficienti per esprimere un giudizio di merito.
Fabio Pittore 4 8
Quinto Fabio Pittore (ca 260-ca 190 a.C.), della gens Fabia,
fu senatore e combattè contro i Galli e contro Cartagine. Do-
a,
po la sconfitta di Canne del 216 fu inviato a consultare l’o-
in
racolo di Delfi sulla sorte della città. I suoi Annales, dall’ar-
oll
rivo di Enea alla battaglia di Zama, godettero di buona fama
f
e furono una fonte di notizie per gli storici successivi.
ora
Cincio Alimento Lucio Cincio Alimento. Di lui si sa solo che fu pretore nel 210
a.C. e che fu preso prigioniero nella seconda guerra punica.
d
La storia trattata nei suoi Annales doveva avere un contenu-
a
to analogo a quella di Fabio Pittore, ma non ne ebbe ugual fa-
a
ma, anche se Polibio gli riconosceva una certa obiettività.
nz

■ Gli annalisti in lingua latina


e
lic
Pochi frammenti rimangono delle opere degli annalisti in lin-
Valerio Anziate gua latina, successori di Catone. Valerio Anziate era già no-
in

to presso gli antichi per la superficialità e le esagerazioni sto-


riche, che compilò ben 75 volumi di Annali fino a Silla. Inol-
so

tre citiamo L. Cassio Emina e L. Calpurnio Pisone, le cui


s

opere arrivavano alla distruzione di Cartagine, Cornelio Si-


e

senna (morto nel 67 a.C.), oratore e sostenitore di Silla, la


nc

cui opera, Historiae, in 23 libri, fu apprezzata da Sallustio e


o

Cicerone.
c
olo

■ La monografia storica
All’epoca dei Gracchi (sec. II a.C.) incominciarono ad affer-
i t

marsi l’interesse per gli avvenimenti contemporanei, o co-


T

munque non troppo lontani nel tempo, e la necessità di un


metodo serio di analisi. Nacque così la monografia storica,
che vide come maggiori rappresentanti Celio Antipatro,
Sempronio Asellione, Cornelio Sisenna.
Celio Antipatro Lucio Celio Antipatro (sec. II a.C.), di origine plebea, fu il
primo ad abbandonare lo schema annalistico della storia ge-
nerale e cercò di dare alla narrazione una veste artistica. Ri-
mangono una sessantina di frammenti della sua monografia
in 7 libri sulla seconda guerra punica.
Sempronio Asellione Sempronio Asellione, tribuno militare nella guerra numan-
tica agli ordini di Scipione l’Emiliano, narrò “le vicende cui
42
6 - La prosa e Catone il Censore

era stato presente”. Fu il primo a usare un vero metodo sto- L’influenza di Polibio
rico, ispirandosi al razionalismo dello storico greco Polibio
(202-120 ca a.C.); ricercò così le cause degli avvenimenti, cu-
rando di esporli in forma elegante.

■ La Retorica a Erennio
La Retorica ad Herennium è un manuale pratico di reto- Manuale pratico
rica in 4 libri. L’ignoto autore, si propone di insegnare l’ar- di retorica
te dell’eloquenza agli aspiranti oratori: il I e il II libro tratta-
no dell’inventio, cioè come trovare gli argomenti più con-
vincenti per la causa, il III della dispositio, della memoria e
dell’actio, cioè come elaborare il discorso, memorizzarlo,
impostare la voce e i gesti; il IV dell’elocutio, cioè la scelta
dello stile adatto al discorso. Quest’ultimo libro è il più im-
portante dal punto di vista letterario, perché l’autore si di-
lunga a illustrare le figure retoriche, ben 64, e insiste in par-
ticolare sulla metafora. Nell’opera viene per la prima volta
formulata la dottrina dei tre stili (figura): alto (gravis), me-
dio (mediocris), dimesso (estenuata).

Catone il Censore
La lunga vita di Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), il pri- Il primo grande
mo grande storico e oratore dell’età arcaica, abbraccia l’ar- oratore
to co di tempo in cui Roma conquista il bacino del Mediterra-
Ti neo e si trova alle prese con un’inarrestabile evoluzione so-
ciale, politica e culturale. In opposizione alla corrente mo-
dernizzante e filoellenica, rappresentata in particolare dal
circolo degli Scipioni (vedi a pag. 45), Catone rappresenta
in senato l’elemento di punta dell’ala agraria e conserva- Il difensore del
trice che si oppone ai cambiamenti in nome del mos maio- mos maiorum
rum, degli onesti e morigerati costumi nazionali.

■ La vita
Marco Porcio Catone nacque a Tusculum (oggi Frascati) da
una famiglia plebea di agricoltori benestanti, in un’epoca in
cui la plebe poteva ormai raggiungere le massime magistra-
ture dello stato. Partecipò giovanissimo alla seconda guerra
punica, combattendo in Campania, in Sicilia e nella battaglia
del Metauro (207). Homo novus percorse tutta la carriera
politica (il cursus honorum), parteggiando per il gruppo La carriera politica
conservatore. Fu tribuno militare; come questore nel 204, al
seguito di Publio Cornelio Scipione in Africa, provocò un’in-
chiesta in senato contro il condottiero; nello stesso anno
condusse a Roma Ennio. Fu edile nel 199; nel 198 pretore in
Sardegna, quindi console nel 195 e censore nel 184 insieme
43
6 - La prosa e Catone il Censore

a Lucio Valerio Flacco, il patrizio che lo appoggiò nella car-


riera politica. Come console governò la Spagna, come cen-
La censura sore esercitò la carica con un rigore e una severità che gli
valsero il soprannome di Censore. La sua attività politica
fu sempre ispirata a un’intransigenza inflessibile contro quel-
le che considerava degenerazioni del costume romano. Si
oppose così all’affermazione di ogni tendenza individua-
listica nella vita pubblica e alla cultura ellenizzante (più
precisamente fu contrario a quelle idee pericolose per i prin-
cipi della morale tradizionale); contrastò quei patrizi che si
arricchivano illecitamente all’ombra dello stato, e ne fece
espellere alcuni dal senato per improbità. Sostenne che si
doveva pensare all’agricoltura e ai rapporti con il resto del-
l’Italia, prima della conquista di paesi lontani. Si oppose te-
nacemente all’abrogazione della lex Oppia, che impone-
va limiti austeri alle spese private, specie quelle sullo sfar-
zo dell’abbigliamento femminile. Nel 155 ottenne l’espul-
sione dei tre filosofi greci Carneade, Diogene, Critolao, in-
viati da Atene a Roma come ambasciatori, perché conside-
rava insidioso il loro influsso sui giovani, specialmente quel-
La terza guerra lo di Carneade. Promosse la terza guerra punica, soste-
c punica nendo in senato la necessità della distruzione di Cartagine
c on (Carthago delenda est): la spedizione iniziò l’anno della sua
lo morte, (149) e così non potè assistere alla caduta della città.
Tito Sia pure pensando di agire in buona fede nell’interesse del-
lo Stato, Catone attaccò con troppa leggerezza, forse per ge-
losia, patrizi dotati di benemerenze quali gli Scipioni, i Cor-
La politica culturale neli, i Claudi, i Semproni; Scipione l’Africano fu da lui co-
tradizionalista e stretto all’esilio. Ma questo ebbe conseguenza, data la sua
antiellenica origine plebea, di aumentare il prestigio di quella osteggia-
ta classe oligarchica, soprattutto degli Scipioni, perché l’im-
presa contro Cartagine fu proprio affidata con successo a
Scipione l’Emiliano.

■ Le Origines
Rimangono pochi e brevi frammenti dei sette libri delle Ori-
gines (Le origini), la prima opera di storiografia scritta in la-
Storia di Roma e dei tino, alla quale Catone si dedicò dal 168 fino alla morte. L’ar-
popoli dell’Italia gomento è la storia di Roma, dalla fondazione alla spedi-
zione di Sulpicio Galba in Spagna (151). La novità delle Ori-
gines consiste nel fatto che la storia di Roma non è sentita
solo come quella della città, ma di tutti i popoli della peni-
sola; oltre al primo libro, dedicato alla fondazione di Roma,
il secondo e il terzo narrano le origini delle città italiche: da
qui il titolo dell’opera. La narrazione è concisa e scarna, per
sommi capi, come scrive Cornelio Nepote, e guarda alla
44
6 - La prosa e Catone il Censore

realtà dei fatti e non alla forma letteraria; lo stile è sempli- Stile disadorno
ce e disadorno. L’opera si stacca nettamente da quelle de-
gli annalisti precedenti che scrivono in greco ed esaltano il
nome dei condottieri secondo la moda ellenistica. Catone
non indica mai per nome i suoi personaggi, scrive in lingua
latina e per questo l’opera contribuì molto alla formazione
di una coscienza nazionale.

■ L’oratore
Catone fu oratore abile ed efficace, più preoccupato della Oratore abile
sostanza delle cose che dell’eleganza della formulazione. ed efficace
Una famosa massima sintetizza le idee di Catone in fatto di
Titolo concesso
retorica: rem tene, verba sequentur (abbi ben chiaro il con-
tenuto, e le parole verranno da sé). Scrisse orazioni per tut-
in licenza a do
ta la vita a causa del suo impegno politico: l’ultima arringa
fu pronunciata in senato contro Servio Sulpicio Galba nel
149, l’anno della morte. Cicerone sosteneva di conoscerne
150; sono pervenuti però solo un’ottantina di titoli. I circa Linguaggio vivace
250 frammenti testimoniano un linguaggio vivace e appas- ed appassionato
sionato, spesso mordace e ironico, termini volutamente ar-
caici, espressioni rozze, tipiche della parlata contadina.
Del tutto perduti sono i Praecepta ad filium (Insegnamen- L’enciclopedia per il
ti al figlio), un’enciclopedia di medicina, oratoria, arte mili- figlio
tare, agricoltura, commercio, morale ecc., con la quale Ca-
tone si proponeva di educare il figlio personalmente, per
evitare gli influssi grecizzanti che si andavano affermando al-

IL CIRCOLO DEGLI SCIPIONI


La conquista del bacino del Mediterraneo la cultura greca, aprendolo ai valori di al-
diffonde ulteriormente la conoscenza del- tre civiltà. Dall’incontro dello spirito ro-
la cultura greca nella classe altolocata e mano con la filosofia ellenica, appunto at-
colta della società romana. L’arrivo in città traverso Panezio, nasce l’humanitas, cioè
dello storico greco Polibio (ca 202-120 la concezione dell’uomo considerato in
a.C.) come ostaggio e, in seguito, del filo- ogni suo aspetto e la conseguente idea di
sofo Panezio (185-110 a.C.) di Rodi è un una missione morale e politica assegna-
fatto determinante, perché vivono en- ta al dominio universale di Roma. Si esal-
trambi in stretta familiarità nella casa de- ta la virtus romana che ha saputo trasfor-
gli Scipioni. Scipione l’Emiliano, Lelio, Lu- mare un popolo in un insieme di uomini
cilio, Rutilio Rufo e altri formano un grup- coraggiosi, austeri, capaci di sacrificio.
po culturale filoellenico, il cosiddetto cir- Nel circolo degli Scipioni si afferma la con-
colo degli Scipioni, al quale si oppone fer- vinzione che vivere, sentire e pensare ret-
mamente Catone, contrario a ogni inno- tamente comporta anche la capacità di
vazione in difesa della severa tradizione recte loqui, di parlare in modo elegante,
degli antenati. Si realizza la necessità di e perciò il circolo stesso diventa un cen-
ampliare il mondo spirituale romano con tro attivissimo di cultura letteraria.

45
Tito
6 - La prosa e Catone il Censore lo c
onc
ess
lora nell’istruzione. Non è rimasto nulla anche delle Epistu-
o in
lae (Lettere) al figlio né del Carmen de moribus.
lice
nza
a do ■ De agri cultura
ra fo Il trattato De agri cultura del 160 a.C. è il testo di prosa la-
llina tina più antico che ci sia giunto intero, anche se poco signi-
, Manuale agricolo ficativo dal punto di vista letterario. È un manuale pratico
del perfetto proprietario terriero. Sotto forma spesso pre-
cettistica e sentenziosa, in una prosa semplice e arida, il trat-
tato dà indicazioni sulle varie attività agricole, dal come te-
nere la casa alle ricette di cucina, dai lavori agricoli stagio-
nali ai sacrifici agli dei, alla produzione dell’olio e del vino,
alle malattie degli animali e delle piante.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA PROSA I primi tentativi di prosa letteraria si hanno nel sec. II a.C. e sono legati all’orato-
ria e alla storiografia, i cui scrittori provengono dal ceto dirigente.

L’ORATORIA Non è rimasto quasi nulla dei maggiori oratori dell’età arcaica: Scipione l’Africa-
no ed Emiliano Gaio, Gaio Lelio e i fratelli Tiberio e Caio Gracco. È probabile che
si attenessero strettamente ai fatti e curassero meno la forma dell’esposizione.

LA STORIOGRAFIA La prima storiografia è di tipo annalistico. Quinto Fabio Pittore e Cincio Alimento
scrivono in lingua greca; Valerio Anziate, Cassio Emina, Calpurnio Pisone e Cor-
nelio Sisenna in lingua latina.

LA MONOGRAFIA All’epoca dei Gracchi incomincia ad affermarsi la monografia con Celio Antipatro
e Sempronio Asellione. Quest’ultimo fu il primo a usare un vero metodo storico.

CATONE IL CENSORE Catone il Censore (Tusculum, 234-Roma, 149). Homo novus di origine contadina per-
corse tutto il cursus honorum: tribuno militare, questore, edile, pretore, console e
censore. Fu il massimo rappresentante della tendenza conservatrice e antiellenica,
intransigente contro quelle che considerava le degenerazioni dei costumi e della tra-
dizione romani. Il soprannome di Censore è dovuto alla severità con cui esercitò
quella carica.
Le opere Pochi frammenti rimangono dei 7 libri delle Origines, la prima opera storiografi-
ca in latino, che trattava la storia non solo di Roma, ma di tutte le città italiche.
In uno stile conciso e scarno, gli avvenimenti sono narrati per sommi capi, sen-
za citare i nomi dei condottieri. Della sua attività politica ci rimangono solo un’ot-
tantina di titoli di orazioni e 250 frammenti, che testimoniano la sua abilità ed ef-
ficacia nei discorsi. Nulla è pervenuto dei Praecepta ad filium, né delle Epistulae,
nè del Carmen de moribus.
L’unica opera giunta è De agri cultura (L’agricoltura), una specie di manuale per
l’agricoltura di scarso valore letterario.

46
Ti
7 Evoluzione
to
lo
c
della commedia:
Stazio
on e Terenzio
c es
La fabula palliata si trasforma con Cecilio Stazio e raggiunge la massima
so
espressione con Terenzio: le sue commedie diventano sempre più raffinate,
in
adatte a un pubblico colto, capace e desideroso di cogliere le finezze letterarie.
lic
en
Cecilio Stazio za
a
Cecilio Stazio (230 ca-168 a.C.) era un gallo insubre origina- La vita
do
rio dell’Italia settentrionale, nato forse a Mediolanum, l’o-
dierna Milano. Condotto a Roma come schiavo di guerra do-
ra
po la battaglia di Casteggio (222) da un tale Cecilio, ne pre-
fo
se il nome dopo essere stato affrancato. Amico di Ennio, fe-
ce probabilmente parte del Collegium scribarum histrio- llin
numque. Per un quindicennio, tra la morte di Plauto (184) a,
e la prima opera di Terenzio, fu il commediografo preferi-
to dal pubblico raffinato. Morì, secondo la tradizione, nel
84
168, un anno dopo Ennio. 51
Cecilio fu autore di palliate; rimangono 44 titoli, alcuni dei Le commedie5,
quali sono Andria (La donna di Andro), Epistathmos (L’in- or
quilino), Gamos (Il matrimonio), Androgynos (L’ermafrodi- di
ta), Dardanus (Il troiano), Epicleros (L’erede), Epistola (La ne
lettera), Obolostates Faenerator (Lo strozzino). La maggior
parte di queste palliate indica chiaramente che egli si ispirò Is
tit
alle opere del greco Menandro. Alcune commedie hanno
infatti titolo greco, altre latino, altre ancora sia greco che la-
u
tino. La più nota è Plocium (La collana), di cui Aulo Gellio
ha riportato un brano, mettendolo a confronto con il corri-
spondente testo di Menandro.

■ Il significato del suo teatro


I frammenti per circa 300 versi giunti sono insufficienti per Un autore molto
dare una seria valutazione del poeta. Stazio piaceva sicura- apprezzato
mente a Orazio e a Varrone, meno a Cicerone, che aveva qual-
che riserva sulla purezza del suo uso latino. Il poeta Volcacio
Sedigito nel suo canone, cioè nella classifica di merito dei poe-
ti latini compilata nel 100 a.C., lo pone al primo posto. Dal
confronto dell’erudito di Aulo Gellio si ricava l’autonomia di
Cecilio, che rielaborò con grande libertà inventiva i modelli Libertà dei modelli
greci. Fu senz’altro un autore di alto livello, la cui produzio- greci
ne si collocava in una posizione intermedia tra quelle di Plau-
to e di Terenzio. Restano la vena farsesca e le trovate piro-
47
7 - Evoluzione della commedia: Stazio e Terenzio

tecniche del predecessore, ma attenuate ed esposte garbata-


mente e, soprattutto, una maggiore attenzione alla coerenza
degli intrecci, alla raffinatezza dei particolari. Nell’imporre il
suo teatro a un pubblico colto ottenne l’aiuto del capocomi-
co e impresario Lucio Ambivio Turpione, fautore di un teatro
intellettuale.

Terenzio
Come Plauto, anche Terenzio ha subito l’influsso della com-
media nuova greca, anche se il suo rispetto a quello plauti-
no è un teatro più raffinato negli intrecci, nella caratterizza-
zione dei personaggi e nella lingua.

■ La vita
Le scarse notizie sulla vita di Publio Terenzio Afro (190-160 ca
a.C.) si ricavano da una biografia scritta da Svetonio, riporta-
ta dal grammatico Elio Donato insieme a un prezioso com-
mento alle sue commedie. Originario di Cartagine in Africa,
fu condotto a Roma in giovane età come schiavo, con il no-
me di Afer (Africano), dal senatore Terenzio Lucano, che pri-
ma gli dette una buona educazione e poi lo affrancò. Come
era consuetudine, assunse il nome dell’ex padrone. Per inge-
gno e per cultura fu accolto tra il patriziato romano, diven-
Le amicizie colte e tando amico soprattutto di Gaio Lelio e di Scipione l’Emi-
Titolo conc

influenti liano, nel cui circolo si coltivavano gli aspetti più innovativi
della cultura filoellenica del tempo, con l’affermazione di quel
L’humanitas valore di humanitas che fu poi centrale anche nel mondo
poetico del commediografo. Fu da loro incoraggiato a diven-
tare autore di commedie: la prima, l’Andria, fu rappresenta-
ta nel 166. La sua relazione con quei giovani aristocratici det-
te adito a maldicenze, tese a screditarne la figura morale. Fu
Le maldicenze persino messa in dubbio la paternità delle sue commedie, a
esso

sulla paternità cui Scipione e Lelio avrebbero largamente collaborato; ma le


delle sue opere smentite di Terenzio non furono particolarmente decise, for-
se perché tali voci risultavano gradite ai potenti protettori.
Forse per conoscere meglio gli usi e i costumi della Grecia, vi
in

si recò in viaggio dopo il 160 a. C. e non ne fece più ritorno.


li

I dettagli sulle circostanze della sua morte (annegamento) so-


c

no poco credibili: si pensa a un voluto accostamento alla mor-


e

te per annegamento di Menandro, suo ispiratore.


n z

■ Le commedie e le loro fonti


a

Le sei commedie composte da Terenzio sono pervenute in-


a dora

tegre. Esse sono: Andria (166), che secondo una dubbia tradi-
zione, Terenzio lesse al grande commediografo Cecilio Stazio;
48
fo
7 - Evoluzione della commedia: Stazio e Terenzio

LE TRAME DELLE COMMEDIE DI TERENZIO


Andria (La ragazza di Andro). La ragazza Eunuchus (L’eunuco). L’etera Taide ha
Titolo concesso in licenza a d
venuta da Andro è Glicerio, abbandona- due amanti, Fedria e Trasone, un solda-
ta da bambina e allevata da una cortigia- to fanfarone. Da quest’ultimo riceve in
na. Di lei si innamora Panfilo, ma il loro dono come schiava, Panfila, una fan-
sembra un amore impossibile perché il ciulla con cui Taide era cresciuta. Che-
padre, Simone, lo ha fidanzato alla figlia rea, fratello di Fedria, innamorato di Pan-
di Cremete, Filomena, a sua volta amata fila, penetra nella casa di Taide travesti-
da Carino, amico di Panfilo. La vicenda si to da eunuco e seduce la giovane schia-
complica per i maldestri tentativi dello va. La vicenda si conclude col matrimo-
schiavo Davo, ma il lieto fine giunge con nio dei due, perché Panfila è ricono-
il riconoscimento di Glicerio come figlia sciuta libera cittadina, mentre Fedria tie-
di Cremete. ne per sé Taide.
Hècyra (La suocera). È un dramma sen- Phormio (Formione). L’astuto parassita
timentale privo di comicità, incentrato su Formione, aiutato dal proprio schiavo Ge-
una suocera ideale, Sostrata, il cui figlio ta, riesce con un cavillo giuridico a far
Panfilo ha sposato Filumena. Al ritorno da sposare il suo giovane protettore Antifo-
un viaggio, Panfilo non trova la moglie che ne con la povera Fanio, che poi viene ri-
si sarebbe rifugiata a casa dei genitori a conosciuta appartenere a una buona fa-
causa dei maltrattamenti della suocera, miglia. Formione in seguito procura a Fe-
almeno così pensano tutti. In realtà Filu- ria, cugino di Antifone, la somma neces-
mena sta per partorire un bimbo, frutto saria per riscattare una suonatrice di cui
di un atto di violenza subito prima del ma- è innamorato.
trimonio da uno sconosciuto, che poi si Adèlphoe (I fratelli). I due fratelli Ctesifo-
scopre essere proprio Panfilo. Sostrata e ne ed Eschino, sono educati con metodi
la cortigiana Bacchide contribuiscono al- diversi: il primo severamente in campa-
la riconciliazione della coppia. gna dal padre Demea, il secondo libera-
Heautontimorùmenos (Il punitore di se mente in città dallo zio paterno Micione.
stesso). Protagonista della commedia è il Eschino, considerato dal padre uno sca-
vecchio Menedemo, che si autopunisce pestrato, rapisce la cortigiana Bacchide,
con una dura vita da contadino per aver confermando il giudizio paterno negati-
spinto il figlio Clinia ad arruolarsi come vo. In realtà il giovane, innamorato di Pan-
mercenario, non approvando il suo amo- fila, ha compiuto il rapimento per il fra-
re per la bella ma povera Antifila. Il figlio tello Ctesifone. Dopo varie vicende la
ritorna e potrà sposare l’innamorata che commedia si conclude con il matrimonio
è riconosciuta come figlia da Cremete, un dei due giovani, con il ripensamento sui
amico di Menedemo. Intrecciata con que- metodi educativi da parte di Demea, che
sta storia vi è quella d’amore del figlio di concede a Ctesifone di tenere in casa
Cremete per la cortigiana Bacchide. Bacchide.

Hècyra (La suocera), la cui prima rappresentazione del 165 fu


un totale fallimento, perché sembra che gli spettatori avessero
abbandonato il teatro, preferendo uno spettacolo di saltim-
banchi, e solo la terza messa in scena (160) ebbe successo; Heau-
tontimorùmenos (Il punitore di se stesso), al cui successo nel
163 contribuì il capocomico Ambivio Turpione; Eunuchus (L’eu-
nuco) e Phormio (Formione), entrambe rappresentate con suc-
cesso nel 161 e, infine, Adèlphoe (I fratelli) nel 160 a.C.
49
7 - Evoluzione della commedia: Stazio e Terenzio

Le fonti Secondo la tradizione della palliata, Terenzio trasse i suoi


soggetti dalla nuova commedia greca trasferendone per-
sonaggi, situazioni e intere scene. Si ispirò a Menandro per
quattro delle sue commedie e ad Apollodoro di Caristo per
Phormio e Hecyra (inizio sec. III); in una è evidente l’in-
fluenza di Difilo (ca 360-280 a.C.). Anche per Terenzio, co-
me del resto per Plauto, il problema dell’autonomia nei con-
fronti dei testi greci non è di facile soluzione, perché non
sono pervenute le opere da cui trasse spunto. Solo a Teren-
Commedia zio, tuttavia, e non a Plauto o ad altri poeti comici, venne
nuova greca rimproverata dai contemporanei autori drammatici la
e contaminatio contaminatio, l’uso cioè di intrecciare liberamente in uno
stesso testo situazioni, brani di autori diversi o anche di di-
verse opere dello stesso scrittore.

■ Il mondo poetico
Gli intrecci delle commedie terenziane non si discostano
da quelli di Plauto e della palliata in generale: intrighi amo-
rosi, conflitti tra giovani e vecchi, specialmente tra padri e
figli, astuzie di schiavi e capricci di cortigiane, equivoci che
si risolvono felicemente per capovolgimenti della sorte o per
improvvisi riconoscimenti. Ma Terenzio non è Plauto, non
Le differenze con ha i suoi ritmi incalzanti, la sua prorompente comicità, il gu-
il teatro di Plauto sto per il fantasioso e per le accentuazioni grottesche e pa-
radossali. È senz’altro meno brillante e vivace, però è dota-
to di buon gusto e di cultura raffinata. Le trovate pirotec-
niche di Plauto si smorzano in Terenzio in una misura di più
disteso equilibrio. A un’azione teatrale movimentata, scris-
se Elio Donato, ne subentra una statica. La commedia che si
era già trasformata con Cecilio Stazio giunge con Terenzio
al culmine della sua evoluzione.
Il teatro da semplice intrattenimento popolare diventa
Un teatro d’élite un teatro d’élite. Terenzio rinuncia ai doppi sensi, alle
espressioni scurrili, ai lazzi volgari; il suo è un linguaggio fi-
ne e accurato, ispirato ai canoni della regolarità. Del resto
Eleganza formale la purezza del linguaggio e l’eleganza formale erano le
doti che già gli riconoscevano gli scrittori antichi, da Cice-
rone a Cesare a Elio Donato: non è un caso che le sue com-
medie fossero lette nelle scuole. La lezione implicita nella
sua opera fu, da allora, una presenza costante nella cultura
teatrale europea.

■ L’umanità dei personaggi


Verosimiglianza I personaggi sono presentati secondo le regole della vero-
psicologica simiglianza psicologica e spesso analizzati nel loro carat-
tere con una umana partecipazione: ciò conferisce loro de-
50 Titolo c
oncesso
in l
7 - Evoluzione della commedia: Stazio e Terenzio

licatezza, sensibilità morale e i tratti di una grande lealtà. La


tolleranza, la comprensione reciproca, l’approfondimento
dei rapporti umani, che i personaggi di Terenzio rivelano,
non solo aderiscono al modello menandreo, ma obbedi-
scono soprattutto a quella misura di humanitas elaborata Humanitas
da quell’ambiente patrizio ed ellenizzante, in cui era avve-
nuta la sua formazione. Questa humanitas si sintetizza nel
celebre verso dell’Heantontimorumenos: “Homo sum; hu-
mani nihil a me alienum puto”. “Io sono uomo; e nulla di
ciò che è umano ritengo a me estraneo”, che doveva colpi-
re profondamente sant’Agostino e che sarebbe stato assun-
to come emblema dell’atteggiamento interiore del poeta.

SCHEMA RIASSUNTIVO
CECILIO STAZIO Cecilio Stazio (230 ca-168 a.C.). Nato forse a Milano, fu condotto a Roma come
schiavo e poi liberato. Fu amico di Ennio.
Le commedie Della sua produzione rimangono circa 300 versi e il titolo di 44 palliate, di cui la
più nota è Plocium (La collana). Si ispirò alle opere del greco Menandro. Le sue
commedie dominarono la scena tra la morte di Plauto e la prima palliata di Te-
renzio.
La poetica Rielaborò liberamente i modelli greci. Fu stimato da Orazio e da Varrone, ma cri-
ticato da Cicerone. Le sue opere erano rivolte a un pubblico colto, e questo lo
colloca in una posizione intermedia tra Plauto e Terenzio.

TERENZIO Scarse le notizie biografiche di Terenzio (190 ca-160 ca a.C.). Nato a Cartagine,
. viene condotto a Roma come schiavo e poi liberato. Fa parte del circolo filoelle-
nico degli Scipioni.
Le commedie La sua produzione è pervenuta completa; sono 6 commedie: Adelphoe, Andria,
Eunuchus, Hecyra, Heautontimorumenos, Phormio, i cui soggetti sono tratti dai
greci Menandro e Apollodoro di Caristo.
La poetica Il teatro di Terenzio è meno vivace di quello di Plauto, ma di buon gusto e di cul-
tura raffinata. L’azione teatrale è statica, i personaggi sono analizzati con verosi-
miglianza nella loro umanità. Al centro del suo mondo poetico sta il valore di hu-
manitas, elaborato nel circolo degli Scipioni. Il linguaggio è fine e accurato: con
Terenzio la commedia diventa una rappresentazione d’élite.
Tito
lo c
ce on
sso

51
li in
8
8 Il tramonto della commedia
,
na lli
fo
e il ritorno dell’atellana
a r
do
Raggiunto l’apice dell’evoluzione con Terenzio la palliata inizia la parabola
a
discendente. La mancanza di nuove idee e quindi la ripetitività delle trame
za
ne determinano la scomparsa, nonostante che le opere dei grandi autori
n e
vengano rappresentate per tutto il I secolo a.C. Al declino della palliata
lic
corrisponde il fiorire, nel corso del II secolo a.C., della togata che trova
in
compiuta espressione con Lucio Afranio e Tito Quinzio Atta.
sos
Gli autori minori di palliate
e
nc
Rimangono solo alcuni titoli e pochi frammenti di autori mi-
co
nori, quali Trabea, Atilio, Licinio Embrice, Aquilio, Gioven-
zio, Lucio Lanuvino. lo
Sesto Turpilio to
L’ultimo scrittore di palliate noto è Sesto Turpilio, morto, se-
Ti
condo san Gerolamo, nel 103 a.C. a Sinuessa in Campania. Dai
frammenti e dai 13 titoli greci delle sue commedie pervenu-
te (fra gli altri Canephoros, La portatrice del cesto sacro, Leu-
cadia, La ragazza di Leucade, in cui era ripreso in forma co-
mica la leggenda dell’amore di Saffo per Faone, Paedium, Il
fanciullo) è evidente la sua adesione al modello menandreo.

La togata: Titinio, Afranio, Quinzio Atta


Con il declino della palliata fiorisce nel corso del sec. II la
togata, la commedia di ambiente romano. C’è aria di nuovo
e di originalità nel mettere in scena con vivacità aspetti del-
La vita quotidiana la vita quotidiana del popolino, il mondo del lavoro e le usan-
del popolo ze delle cittadine di provincia. La figura dello schiavo, così
importante nella palliata, quasi scompare e i personaggi fem-
minili diventano spesso protagonisti. Inventata probabil-
mente da Nevio, la togata ha i suoi scrittori maggiori in Titi-
nio, Afranio e Atta.
Titinio Non si conosce nulla della vita di Titinio, il primo autore di
togate, probabilmente contemporaneo di Terenzio. Resta-
no di lui 15 titoli di commedie (tra cui Privigna, La figlia-
stra, Tibicina, La suonatrice di flauto, Gemina, La gemella,
Veliterna, La donna di Velletri) e pochi frammenti per circa
180 versi, che rivelano vena comica di tipo realistico, po-
polaresco e vivacità di stile alla maniera di Plauto. Divenne
famoso per l’analisi dei caratteri dei personaggi, soprattut-
to femminili.
52
8 - Il tramonto della commedia e il ritorno dell’atellana

La togata raggiunge la sua massima espressione con Lucio Lucio Afranio


Afranio, che visse nella seconda metà del II secolo a.C. Am-
miratore di Terenzio e del greco Menandro, si rivolge nel
suo teatro a un pubblico raffinato. I 43 titoli di togate ri-
masti (tra cui Compitalia, Le feste dei Lari; Augur, L’indo- Tematiche legate

Tito
vino; Privignus, Il figliastro; Divortium, Il divorzio; Cri- alla vita familiare
men, L’accusa; Depositum, Il deposito) indicano tematiche
varie, ma soprattutto legate ai rapporti di parentela e ai

o co l
problemi della vita familiare. La sua commedia Incen-
dium era rappresentata ancora all’epoca di Nerone. I fram-
menti rimasti, circa 400 versi, documentano uno stile gar-

n
bato e raffinato. Le sue opere godettero a lungo del favo-

c
re del pubblico.

ess
Anche di Tito Quinzio Atta, l’ultimo autore di togate, mor- Tito Quinzio Atta
to a Roma nel 77 a.C. non si conosce quasi nulla. Restano 12
titoli e frammenti insufficienti per valutare in modo atten-

o
dibile la sua produzione. Le sue togate, come per esempio

in
Aquae calidae (Acque termali), si rappresentavano ancora
all’epoca di Augusto ed erano lodate da Varrone e Fronto-
l i c
ne. Ricorre spesso anche in lui il tema familiare, almeno a
enz
giudicare dai titoli delle sue opere, che non dovevano esse-
re molto originali, ricalcate su quelle di Afranio. Sembra che
gran parte del suo successo di pubblico fosse dovuto al fa-
a

moso attore Roscio.


a do

■ Il ritorno dell’atellana
Nell’età di Silla (100-80 a.C.) rinasce l’atellana (vedi a pag.
ra

16), ma decisamente rinnovata rispetto alla farsa popolare


osca del periodo delle origini, ridotta a fare da intermezzo
fo

alle rappresentazioni teatrali di maggiore impegno. I due Pomponio e Novio


llina

poeti Pomponio e Novio rilanciano il genere, conferen-


dogli dignità letteraria. Nulla è più lasciato all’improvvisa-
zione degli attori, le parti sono completamente scritte e l’a-
,8

zione è ordinata. I numerosi titoli rimasti testimoniano, da


una parte, il legame mantenuto con le antiche maschere
45

(Macco soldato, I due Dossenni, Buccone gladiatore, Mac-


co vergine, Buccone adottato ecc.), dall’altra, l’introduzio-
15,

ne di una grande varietà di argomenti tratti dalla vita citta- Contenuto


dina e contadina e anche dalla mitologia (Il medico, La ra- e maschere
ord

gazza incinta, I pescatori, L’asina, Il processo, Andromaca tradizionali


ecc.).
Dai frammenti si ricava un contenuto sempre farsesco e
n i

osceno e una comicità popolaresca e grossolana. L’atellana


e

attirò in teatro molti spettatori, colti e non, durante tutta l’e-


I

poca repubblicana e anche in quella imperiale, pur con mi-


stitu

nor successo per la presenza dominante del mimo.


53
oG t
8 - Il tramonto della commedia e il ritorno dell’atellana

Tit
Lucio Pomponio Il bolognese Lucio Pomponio (fine sec. II a.C.) coltivò an-

olo
che la togata e la parodia mitologica. Si conoscono 70 tito-
li di atellane e frammenti per circa 200 versi, che rappre-

c
sentano scene di vita quotidiana con linguaggio popolare e

on
pittoresco, di immediata comicità, doppi sensi e oscenità.

c
Novio Della produzione di Novio (sec. I a.C.) rimangono 43 titoli

ess
e frammenti per un centinaio di versi, spesso spassosi per
le invenzioni linguistiche, le allitterazioni, i giochi di parole

o
e le bizzarre metafore.

lice in
SCHEMA RIASSUNTIVO
LA PALLIATA La ripetitività delle trame determina il declino della palliata che inizia la parabo-

n
la discendente. I più importanti tra gli autori minori sono Lucio Lanuvino, famo-

za
so per una polemica con Terenzio sulla contaminatio e Turpilio, che si ispira al
teatro di Menandro.

ad
LA TOGATA La commedia di ambientazione romana fiorisce nella seconda metà del sec. II,

o
in coincidenza con il tramonto della palliata. Diventano importanti i personaggi
r
femminili. Gli autori più noti di togate sono Titinio, che alla vivacità linguistica e
af
popolaresca unisce l’approfondimento dei caratteri femminili; Lucio Afranio, l’au-
tore di togate di maggior successo presso il pubblico, dallo stile elegante che si
ol

ispira a Menandro; Tito Quinzio Atta, le cui commedie dovevano probabilmente


l

ricalcare quelle di Afranio.


in a,

L’ATELLANA Nell’età di Silla (100-80 a.C.) rinasce l’atellana, cui danno una veste letteraria
Pomponio e Novio. Sparisce l’improvvisazione e gli attori seguono parti scritte.
8

Il contenuto rimane farsesco e osceno, la comicità popolaresca e grossolana. Di


4

Pomponio rimangono 70 titoli di atellane e circa 200 versi, di Novio 44 titoli e cir-
51

ca 100 versi.
,o 5
rdi
ne
s t i I
t uto
Ge
og
r afic
oD

54
A e
9 Lucilio e le nuove tendenze
della poesia
Lucilio è il primo a usare la satira per esprimere l’opinione personale
nei confronti della realtà contemporanea. Strumento, ora ironico,
ora sarcastico, di critica morale, politica e culturale, il genere conserverà
nel tempo attraverso Orazio, Persio e Giovenale il tono pressoché
immutato.

Gaio Lucilio
Gaio Lucilio è il primo scrittore latino che si impegna in un Vivace
solo genere, quello della satira. È vivace e anticonformi- e anticonformista
sta; l’indipendenza economica, l’appartenenza al ceto
equestre e la protezione di amici potenti gli consentono
una critica libera, quasi sempre sarcastica, polemica e ag-
gressiva. Usa un linguaggio vario, come dice lui stesso, che
non vuole essere letto né dagli uomini incolti, né dagli uo-
mini troppo dotti, con termini tecnici e specialistici propri
dei vari mestieri e con grecismi. Sia per il tono mordace sia
per l’andamento discorsivo e narrativo dell’esposizione,
Lucilio fu il modello di tutti i poeti satirici posteriori. Ora- Un modello
zio tuttavia gli rimprovera la prolissità e la scarsa cura del- per i poeti satirici
la forma e lo chiama “fangoso” (lutulentum), come un tor- posteriori
rente che scende rovinoso dai monti.

■ La vita
Gaio Lucilio nacque a Sessa Aurunca nella Campania setten- Ti
trionale nel 180 a.C., come sostengono con argomenti atten- to
dibili gli studiosi moderni, e non nel 148 come voleva san Gi- lo
rolamo. Di famiglia benestante e appartenente al ceto eque- co
stre, Lucilio fece parte del circolo degli Scipioni e divenne Il circolo degli
amico di Lelio e di Scipione l’Emiliano, senza però perdere, Scipioni
nc
nonostante il suo spiccato filoellenismo, i tradizionali valori
romani, come del resto tutti gli appartenenti al circolo. Com-
batté in Spagna agli ordini di Scipione l’Emiliano (133 a.C.).
Ritornato a Roma si dedicò per un trentennio alla poesia,
anche se le sue condizioni di nascita e di censo (proveniva da
una famiglia ricca), gli suggerivano di intraprendere la carrie-
ra politica. Nel 106 si trasferì a Napoli, dove morì. I suoi fu-
nerali a spese dello Stato (funus publicum) attestano la con-
siderazione di cui il poeta godeva presso i contemporanei.
55
9 - Lucilio e le nuove tendenze della poesia

■ Lucilio e la satira
La Satira, Lucilio è, secondo Orazio, l’iniziatore della satira, gene-
genere “romano” re che gli scrittori romani sentivano come originale della
letteratura latina, e quindi autonomo rispetto ai modelli
greci. Le parole di Quintiliano “la satira appartiene a noi
soltanto” lo confermano. Lucilio compose 30 libri di Sa-
tire, che probabilmente chiamò sermones, cioè “chiac-
chiere”, quasi a sottolineare il loro carattere colloquiale.
I grammatici del sec. I a.C. raccolsero e ordinarono la sua
produzione non secondo l’ordine cronologico, bensì se-
I metri condo il metro usato. Lucilio scrisse i primi libri, dal XX-
VI al XXX, in senari giambici e in settenari trocaici; passò
poi definitivamente all’esametro dattilico (libri I-XXI), che
si trova già nel XXX libro. Usò infine il distico elegiaco nel
libri dal XXII al XXV, che furono pubblicati dopo la sua
morte e che forse formavano una raccolta a sé, con com-
posizioni anche di carattere non satirico. Dell’opera ri-
mangono frammenti per circa 1350 versi, tramandati
per via indiretta. L’esametro diventerà il verso proprio del
genere satirico da Orazio in poi.

■ La varietà dei temi


La satira di Lucilio prende di mira tutti gli aspetti della Ro-
ma sua contemporanea; cadono sotto i suoi strali la diso- , 8
Critica della Roma
del suo tempo
nestà e la corruzione, la superstizione e la miseria del po-
polino, il lusso sfrenato delle donne e lo sfarzo nei ban- llina
chetti. L’ironia e il sarcasmo colpiscono ogni strato so- fo
ciale: ce n’è per tutti, dice Orazio, grandi e piccini, poveri
ra
do
e ricchi. Esalta però commosso la virtù e i valori morali, lo-
dando soprattutto l’opera politica e il comportamento uma-
no di Scipione l’Emiliano. a
a
nz
I temi Nel I libro Lucilio descrive uno spassoso concilio degli dei,
che si svolge come una seduta del senato romano, convoca-
e
lic
to da Giove per conoscere le cause della corruzione in Roma.
Appurato che la colpa è di Cornelio Lentulo Lupo, gli dei de-
in
cidono di farlo morire di indigestione per aver mangiato trop-

s so
pi “lupi”, pesci pregiati del Tevere. Il II libro contiene la sati-
ra di un processo intentato da Tito Albucio contro Muzio Sce-
e
nc
vola, in cui le arringhe della difesa e dell’accusa riempiono di
ridicolo il querelante. Nel III libro si ha un’esilarante narra-
co
zione in forma epistolare di un viaggio del poeta da Roma in
lo
Sicilia, che Orazio prenderà a modello per il racconto del suo
to
viaggio a Brindisi. Altri frammenti descrivono peccati di gio-
i
T
ventù, episodi di guerra, grammatica e retorica o ostentazio-
ne del lusso nel banchetto di un tale Granio. Compare anche
il tema erotico nel XVI libro, dedicato a una donna, Collyra.
56
9 - Lucilio e le nuove tendenze della poesia

Le nuove tendenze della poesia


Tra la fine del sec. II e l’inizio del sec. I a.C. si manifesta in Una poetica
Roma una nuova tendenza poetica anticonformista, lega- anticonformista
ta alla penetrazione sempre più intensa della poesia ales-
sandrina. Essa rifiuta una letteratura impegnata e speri- Tito
menta forme poetiche più brevi e leggere, come, per esem- lo c
pio, l’epillio, un quadretto epico, o l’epigramma, breve scrit- Epillio ed epigramma
onc
to di carattere erotico, celebrativo o satirico. ess
■ Il circolo di Lutazio Catulo
o in
La personalità di maggiore rilievo fu quella di Quinto Luta-
lice
zio Catulo (150 ca-87 a.C.), che fu console nel 102 e scon-
nza
fisse nel 101 i cimbri ai Campi Raudii a fianco di Mario, del
ad
quale in seguito divenne oppositore. Morì suicida. Fu ora-
ora
tore, storico (scrisse i Commentari autobiografici) e poe-
foll
ta: della sua produzione rimangono solo due epigrammi ero-
ina
tici. Protettore di letterati, ospitò i poeti greci Antipatro di
, 84
515Sidone e Archia di Antiochia. Del suo circolo fecero parte i Gli aderenti al
, poeti Valerio Edituo, Porcio Licinio, Volcacio Sedigito, Le- circolo
vio e Mazio, che anticiparono i neòteroi, i poeti nuovi del-
l’età cesariana, così chiamati per il loro anticonformismo let-
terario e per i primi tentativi di lirica soggettiva, che desse
perciò voce ai sentimenti dell’autore. Dei primi due riman-
gono complessivamente 3 epigrammi d’amore; di Volcacio Volcacio Sedigito
Sedigito un frammento di 13 versi di una storia della lette-
ratura contenente una classificazione dei dieci più grandi
poeti comici latini. Di Levio non si sa nulla: forse è identifi- Levio
cabile con il Levio Melisso citato da Svetonio; compose gli
Erotopaegnia (Scherzi d’amore), una raccolta di versi di te-
ma erotico-mitologico (L’Adone, L’Alcesti, I centauri, La Fe-
nice ecc.), i cui frammenti indicano una poesia dotta e raf-
finata. Neanche di Mazio si hanno notizie, ma restano una Gneo Mazio
decina di frammenti di Mimiambi, brevi quadretti burleschi
di vita quotidiana. Si sono salvati anche 7 versi della versio-
ne in esametri dell’Iliade di Omero, tradotta probabilmen-
te per necessità didattiche.

57
9 - Lucilio e le nuove tendenze della poesia

Tito
SCHEMA RIASSUNTIVO

lo c
LUCILIO (Sessa Aurunca, 180 - Napoli, 102 a.C.). Appartiene al ceto equestre ed entra

onc
La vita a far parte del circolo degli Scipioni. Combatte in Spagna nella guerra di
Numanzia.
Le Satire È autore di 30 libri di Satire, delle quali rimangono frammenti per circa 1350 ver-

ess
si. Lucilio, anticonformista, critica tutti gli aspetti della vita romana sia
pubblica sia privata con un linguaggio ora dotto ora popolano, ricco di termini
tecnici e grecismi.

o in
LA NUOVA POESIA Fra i secc. II e I a.C. si manifestano nuovi modi di comporre poesia, connessi al
diffondersi della cultura ellenistica. I poeti compongono liriche brevi, come

lice
l’epillio o l’epigramma. La personalità di spicco è quella di Lutazio Catulo, del cui
circolo fanno parte Valerio Edituo, Porcio Licino, Volcacio Sedigito, Levio e Ma-

nza
zio.

58
l
to
Ti
L’ETÀ DI CESARE

1 Il periodo classico della


letteratura latina
2 I poëtae novi, o neóteroi
3 Catullo
4 Lucrezio
5 Cicerone
6 Cesare
7 Sallustio
8 Varrone e gli scrittori
minori
Nel corso del I secolo a.C. la res publica visse un profondo
disorientamento degli spiriti, determinato dal logorio stesso
delle istituzioni repubblicane e dalle consistenti trasforma-
zioni sociali in atto. Portate a termine vittoriosamente le guer-
re di conquista, l’intero bacino del Mediterraneo si era venu-
to a trovare sotto la diretta amministrazione di Roma. Un ter-
ritorio immenso, che, per la convivenza di popolazioni diver-
sissime per lingua e tradizioni, poneva problemi organizzati-
vi e gestionali che non potevano essere certo affrontati con
gli strumenti di un tempo, adatti a governare un’area molto
più limitata e quindi facilmente controllabile. La res publica
era ormai divenuta di fatto una potenza mondiale. Segno tan-
gibile di una tale trasformazione fu l’afflusso di ingenti ric-
chezze, destinate però alle tasche di pochi, e di nuove masse
di schiavi, che misero in ginocchio l’economia tradizionale,
fondata sulla piccola proprietà terriera, con una serie di ri-
percussioni a catena su tutta la struttura sociale. Le mutate
condizioni economiche, che segnarono una linea di demar-
cazione sempre più netta tra la classe dominante, detentrice
delle ricchezze, e i piccoli agricoltori e lavoratori nullatenen-
ti, si combinarono in modo lesivo con altri fattori, di varia na-
tura, che avviarono una profonda crisi etica e istituzionale.
Deleteria fu la politica faziosa dei gruppi politici, ovvero la
lotta per il potere tra i cosiddetti optimates e i populares, che
distrusse nell’animo dei Romani ogni residua fiducia nelle isti-
tuzioni. Ambedue questi gruppi non formavano un partito nel
senso moderno della parola, perché non avevano un pro-
gramma politico ben definito. Erano due schieramenti politi-
ci dai contorni alquanto indeterminati, che non costituivano
dei blocchi unitari, rispecchiavano anzi a volte interessi di-
versificati: l’uno e l’altro gruppo politico, a suo modo, affer-
mava di essere il vero protettore delle istituzioni repubblica-
ne. A questo stato di cose si aggiungeva la miope e predato-
ria amministrazione delle province, considerate latifondi
del popolo romano, e talora anche un semplice bottino di
guerra: si assisteva indifferenti al sistematico e selvaggio sfrut-
Titolo

tamento di intere regioni (un metodo che a lungo andare do-


veva risultare controproducente per la stessa classe dirigen-
te). L’emergere, infine, di grandi personalità, che assunsero
tale autorità e prestigio da arrogarsi il diritto di non dover ren-
dere conto del loro operato innanzi alle leggi, rese palese a
conce

tutti l’insufficienza di un apparato statale ormai logoro e di-


sgregato. Prima c’erano stati Mario e Silla, ora, in un primo
momento, Cesare e Pompeo, e poi Ottaviano ed Antonio si
trovarono al centro di vicende drammatiche. Con quelli che
sso in

ormai erano divenuti i loro eserciti personali, si diedero ad in-


60
li
seguire un miraggio di gloria e potere, protagonisti e re-
sponsabili di cruente e fratricide guerre civili.
Dopo la morte di Silla la crisi della repubblica si aggravò ul-
teriormente. Nel 73 a.C., mentre le legioni comandate da Pom-
peo Magno stavano per avere la meglio sull’insurrezione ibe-
rica, guidata da Quinto Sartorio, in Italia esplose una tre-
menda quanto imprevedibile rivolta servile (73–71 a.C.).
Spartaco, uno schiavo della Tracia, aveva raccolto attorno a
sé parecchie migliaia di schiavi ribelli e di malcontenti: fu an-
nientato da Licinio Crasso solo dopo una lunga e difficile lot-
ta. Pompeo e Crasso, ristabilito l’ordine in Spagna e in Italia,
potendo contare sull’appoggio dei loro eserciti si fecero eleg-
gere al consolato e nel 70 abrogarono parte della costituzio-
ne sillana, della quale erano stati dieci anni prima fautori con-
vinti. Questo improvviso mutamento di opinione era un evi-
dente segno che nella vita politica romana prevalevano ormai
l’opportunismo e le ambizioni personali dei generali. Nel 67,
su proposta del tribuno della plebe Aulo Gabinio, furono con-
cessi a Pompeo amplissimi poteri per consentirgli di liberare
il Mediterraneo dalle pericolose incursioni dei pirati e di con-
cludere in modo definitivo la guerra contro Mitridate. Am-
bedue queste missioni, furono da Pompeo portate a termine
con successo, mentre a Roma Cicerone scopriva e annienta-
va un tremendo complotto contro lo Stato, la congiura di
Catilina (63 a.C.). La popolarità di Pompeo giunse a tal cul-
mine che tutti ebbero timore che volesse imporsi come dit-
tatore. Pompeo invece, per accattivarsi le simpatie del sena-
to, con atto di deferenza, sciolse le legioni. Nell’estate del 60
però, non esitò a stringere con Cesare e con Crasso un’inte-
sa personale, (primo triumvirato), che doveva decidere del-
Tit
le sorti della repubblica senza alcun riguardo per le leggi e per
le istituzioni. Degli accordi presi si giovò soprattutto Cesare
olo
che, fattosi assegnare il proconsolato della Gallia Cisalpina e
della Provenza, ne approfittò per conquistare la Gallia indi-
co
pendente e procurarsi prestigio, ricchezze e forze militari:
tutto quanto era necessario per imporre il suo potere perso-
nc

nale. Di lì a poco, nel 49, Cesare varcò il Rubicone. L’inevita-


bile guerra civile non terminò nemmeno con la sua morte (44
a.C.), ma trasse nuovo vigore dagli accordi del secondo triun-
virato (43 a.C.) ed ebbe il suo cruento prosieguo fino alla bat-
taglia di Azio (31 a.C.), quando Ottaviano, sconfitto Anto-
n i o, restò unico arbitro dello Stato e diede avvio al princi-
pato.

61
Tormentata nelle sue vicende politiche, l’età che fu detta
di Cesare vede tuttavia l’affermazione di alcuni grandi
della letteratura: Catullo, Lucrezio, Cicerone e lo stesso
Cesare. Catullo e Lucrezio contribuiscono a creare
la nuova figura dell’intellettuale che rifiuta l’impegno politico
e si isola, dedicandosi interamente alla letteratura. L’otium
di Catullo, inteso cioè come il solo impegno letterario,
è tuttavia confortato dalla passione dell’amore e dal legame
con i neòteroi, con i quali rinnova la poesia, orientandola
verso il decadente ma raffinato gusto dei lirici alessandrini.
L’isolamento di Lucrezio è invece la condizione necessaria
per una ricerca della verità sulle orme di Epicuro, di cui
egli rielabora la filosofia con riflessione personale nei versi
del De rerum natura, nonostante la difficoltà della materia
e l’inadeguatezza lessicale della lingua latina. Giulio Cesare
affida la memoria delle sue imprese di guerra al genere
storiografico dei Commentarii, resoconti di grande rigore
n formale, in cui la volontà di esaltare le proprie conquiste
l ice in Gallia e l’esigenza di rigettare sugli avversari
i n la responsabilità delle guerre civili non ne incrinano
o
l’obiettività. Cicerone fornisce una sintesi completa della vita
ss
n c e
culturale e politica del suo tempo: le sue Orazioni,
co
testimonianza altissima dell’eloquenza latina, riflettono
lo
l’immagine del dibattito politico del tempo; le sue opere
Tito
filosofiche svolgono una funzione essenziale per la diffusione
del pensiero greco; i suoi trattati retorici danno
una sistemazione organica dei problemi teorici
e delle soluzioni tecniche dell’oratoria. Altri autori dell’età
cesariana sono lo storico Sallustio, che racconta la congiura
di Catilina e la guerra giugurtina; l’autore di biografie Cornelio
Nepote; Terenzio Varrone, il maggiore erudito di Roma,
autore di un numero incredibile di opere. Il mimo, infine,
rinnovato profondamente con veste letteraria da Laberio
e da Siro, riempie il teatro di spettatori.
esso in
1 Il periodo classico

Titolo conc
della letteratura latina
L’epoca delle lotte civili tra il partito democratico e quello aristocratico
con la crisi delle istituzioni repubblicane, la successiva dittatura di Cesare
e il principato di Augusto rappresentano il periodo aureo o classico
della letteratura latina. La diffusione dell’ellenismo porta all’unione completa
degli elementi di origine latina con quelli di origine greca: la poesia batte
vie nuove, la prosa raggiunge il culmine della perfezione e dell’armonia.

La lingua letteraria
La lingua letteraria latina fu una creazione degli scrittori che
elaborarono la lingua parlata a Roma dalle classi colte. De-
terminante fu l’influsso dei grammatici greci, che portò Influsso dei
nel corso dei secoli a modificare la fonetica, la morfologia grammatici greci
e la sintassi. La raffinatezza e la coerenza linguistica rag-
giunsero la massima perfezione nel sec. I a. C. con le ope-
re di Cicerone e di Cesare: nacque così quella prosa lette-
raria classica, legata a norme fisse, che diventò un modello
da imitare per i secoli successivi. Il purismo linguistico si Purismo linguistico
affermò sempre di più, perché tutti i personaggi importan-
ti sentivano ormai come obbligo il mostrare la propria cul-
tura, che non era più relegata in circoli esclusivi come quel-
lo degli Scipioni: politici quali Cicerone e Cesare furono uo-
mini di vasta cultura. Ora l’immenso impero romano, al-
meno per quanto riguarda le classi colte, possedeva una lin- Una lingua imperiale
gua uniforme e comune, insegnata in scuole private che uniforme
sorgevano sempre più numerose e alle quali accedevano,
pagando un compenso al maestro, tutti coloro che non po-
tevano permettersi un insegnante in casa. Roma diventò Roma sempre più
del resto una città sempre più cosmopolita, con l’arrivo cosmopolita
massiccio di “provinciali”: per costoro una cultura ampia e
una sicura conoscenza della lingua erano necessarie per rag-
giungere il successo nella capitale, perché erano una via per
entrare in contatto con i potenti.
Meno legata a regole fisse era la lingua poetica, che ave- La lingua poetica
va caratteristiche ed esigenze diverse rispetto alla prosa. La
poesia era molto più libera nella morfologia e nella sintas-
si, conservava arcaismi e creava neologismi; la tradizione
poetica stessa, fissata da Ennio nelle sue linee generali, era,
per lo meno in parte, differente.
63
ic
graf
1 - Il periodo classico della letteratura latina

o
IL LATINO PARLATO

e
to G
Il sermo plebeius o cotidianus era a Ro- diffusa dai soldati, dai magistrati, dai
ma il latino comune e di tutti i giorni, che mercanti e insegnata nelle scuole. Tut-
aveva comunque la stessa struttura di tavia il latino delle zone periferiche del-
quello letterario. Leggermente differen- l’impero risentiva delle lingue su cui si

u
te era invece il sermo rusticus, la lingua era innestato e pertanto esistevano va-

i t
del contado, che presentava alcune di- rietà locali, diverse le une dalle altre e

st
verse caratteristiche fonetiche e lessi- dalla lingua di Roma. Quando le inva-

ine I
cali. Con l’estendersi, infine, del domi- sioni barbariche fecero venir meno il po-
nio romano dalla Gallia alla Spagna e al- tere centrale e il sistema scolastico, che
l’Africa mediterranea, le popolazioni sot- davano una certa uniformità al latino,
tomesse adottarono la lingua romana, nacquero le lingue romanze.

rd ,o
L’eloquenza: asianesimo e atticismo
1 5
Importanza Le accese lotte civili del sec. I a.C. contribuirono, ancor
5
dell’eloquenza più che nell’età arcaica, a dare un peso rilevante all’elo-
84
quenza, politica e giudiziaria, nella vita pubblica romana:
ogni personaggio politico era tenuto a pronunciare di-
a,

scorsi in pubblico. Cicerone nel Brutus ha tramandato i


llin

nomi e le caratteristiche di numerosi oratori, ma non è


pervenuto praticamente nulla delle loro orazioni, perché
ra fo

La scuola di retorica la perfezione di quelle ciceroniane le ha cancellate dalla


asiana e la attica tradizione letteraria. Due scuole di ispirazione ellenistica,
l’asiana e l’attica, si disputavano l’egemonia nel campo
della retorica.
do

■ L’asianesimo
za a

Lo stile asiano, elaborato dai retori greci Egesia di Magnesia


ed Eschilo di Cnido nel sec. III a.C., si impose a Roma dalla
fine del sec. II a.C., in opposizione allo stile sobrio seguito
n

dagli atticisti. La scuola asiana dava ampio spazio agli ele-


e

menti patetici e sentimentali per meglio carpire l’attenzio-


i c

ne e l’approvazione del pubblico, per suscitarne l’emozione


in l

Stile esuberante, e la commozione. Lo stile era ampolloso ed esuberante,


patetico e cercava la musicalità delle frasi con assonanze e parallelismi;
esso

artificioso l’abbondanza di artifici e di regole retoriche distraevano


in parte gli ascoltatori dal contenuto. Grande esponente del-
Quinto Ortensio l’asianesimo fu Quinto Ortensio Ortalo, vissuto tra il 114 e
Ortalo il 50 a.C., tanto creativo e brillante da affascinare il giovane
nc

Cicerone che ne seguì l’indirizzo nelle sue prime orazioni,


o

come egli stesso racconta nel Brutus. Soltanto in un secon-


oc

do tempo Cicerone si allontanò dall’asianesimo per indiriz-


zarsi, sotto l’influenza di Apollonio Molone di Rodi, verso lo
Titol

Lo stile “rodio” stile mediano, detto appunto “rodio”.


64
1 - Il periodo classico della letteratura latina

■ L’atticismo
Alla corrente asiana si contrapponeva quella dell’atticismo,
così chiamato perché erano assunti come modelli di perfe- Gli oratori ateniesi:
zione stilistica da imitare gli oratori ateniesi dei secoli V un modello da
e IV a.C., Lisia, in special modo, che aveva svolto la sua at- imitare
tività in Attica. I seguaci dell’atticismo usavano uno stile
scarno e severo, attento soprattutto a chiarire i concetti Stile scarno
piuttosto che la forma, il che non escludeva però la cura e severo
dell’eleganza espositiva: essi si limitavano piuttosto alla
scelta dei termini più appropriati perché il discorso fluisse
naturale e i fatti fossero esposti in modo chiaro e sem- Chiarezza
plice. La corrente atticista ebbe come rappresentanti, tra gli e semplicità
altri, Licinio Calvo, Marco Giunio Bruto e Giulio Cesare, espositiva
e alla lunga essa si impose per il costante mutamento del
gusto del pubblico.

Il mimo
I generi drammatici tradizionali della commedia e della tra- Nuovi gusti del
gedia, ancora rappresentati in età cesariana, finirono per de- pubblico
cadere completamente perché non riscuotevano più il fa-
vore del pubblico che era venuto a cambiare i propri gusti.
A riempire i teatri furono l’atellana e, soprattutto, il mimo, Il successo di
la rappresentazione drammatica che durò più a lungo a Ro- atellana e mimo
ma. L’antico intrattenimento popolare di origine greca, per
lungo tempo usato come intermezzo o come farsa termina-
le nelle azioni sceniche più ampie, ebbe un ritorno di suc-
cesso e fu rappresentato da solo negli ultimi decenni del pe-
riodo repubblicano, quando Decimo Laberio e Publilio Siro
gli diedero dignità letteraria. Anche se in forma artistica il
mimo mantenne la sua caratteristica originale: far ridere il Far ridere il pubbico
pubblico senza richiedergli alcun sforzo mentale, con un con contenuti
contenuto generalmente piccante e licenzioso, legato alla piccanti
vita quotidiana dei vari ceti sociali, con satira mordace e lin- e linguaggio osceno
guaggio spesso osceno. Gli attori non indossavano la ma-
schera, erano a piedi nudi, o comunque senza calzari spe-
ciali, e recitavano anche le donne. Probabilmente vi erano
parti parlate e parti mimate, con accompagnamento di can-
ti e musica.
Tito
■ Decimo Laberio lo c
onc
Decimo Laberio (106 - 43 a.C.), di ceto equestre, fu il primo
ess
a dare dignità artistica al mimo e osò, anche per dissapori
o in
politici, mettere in caricatura con maliziose allusioni lo Caricatura di Cesare
stesso Cesare. Questi allora lo costrinse nel 46 a.C., duran-
te i ludi trionfali, ad accettare la sfida lanciata da Publilio Si- lice
nza
ad
65
or
1 - Il periodo classico della letteratura latina

ro ai mimografi e a esibirsi sulla scena come attore, con gran-


de vergogna del sessantenne scrittore, a cui era stato co-
munque assicurato che non vi sarebbero state conseguenze
per il suo grado di cavaliere. Decimo Laberio si lamentò del
fatto nel nobile prologo della rappresentazione che è stato
conservato (“… Avrei potuto oppormi, io povero uomo, / a
Opere colui al quale non negarono nulla persino gli dei?”). Di lui si
conservano 43 titoli, fra cui La commedia della pentola, I
gemelli, I pescatori, e un centinaio di frammenti per circa
170 versi.

■ Publilio Siro
Schiavo a Roma Di lui si ignorano la data di nascita e di morte, fu condotto
come schiavo a Roma intorno all’80 a.C. da Antiochia in Si-
ria (da qui il nome di Siro). Si dedicò alla composizione di
Attore di grande mimi di cui fu anche attore ottenendo un successo tale che
successo gli valse il recupero della condizione di libertà, assumendo
il nome del suo ex padrone. Cesare lo mise a confronto sul-
la scena con il vecchio Laberio, che ne uscì sconfitto. Pu-
Contenuti blilio Siro dovette imprimere al genere del mimo maggio-
e linguaggio più re serietà di contenuti e di linguaggio, ma di lui si possie-
serio dono solo due titoli, nemmeno tanto sicuri, e quattro brevi
frammenti. Sono stati però tramandati in una raccolta di età
imperiale, con il titolo di Sententiae, oltre 700 versi singo-
oi

li, solo in parte autentici, di carattere sentenzioso e mora-


le, in senari giambici e ottonari trocaici.
s s
nce

SCHEMA RIASSUNTIVO
co

La lingua letteraria La prosa raggiunge l’apice della raffinatezza nel sec. I a.C.; regole fisse la ren-
dono uniforme e comune per tutto l’impero, modello per i secoli successivi. La
poesia rimane più libera nella morfologia e nella sintassi.
lo

L’eloquenza Nel sec. I un peso determinante assume l’oratoria che a Roma segue due indi-
Tito

rizzi, quello asiano e quello attico: il primo, gonfio, musicale, ricco di formule re-
toriche, ricerca l’effetto sugli ascoltatori; suo massimo esponente è Quinto Or-
tensio Ortalo (114-50 a.C.). Il secondo, scarno e severo, attento a esporre in mo-
do chiaro i concetti, limita l’eleganza espositiva allo stretto necessario; massimi
esponenti: Licinio Calvo, Marco Giunio Bruto, Giulio Cesare.
Il mimo Il mimo domina le scene, per merito di Decimo Laberio (106-43 a.C.) e Publilio
Siro (sec. I a.C.), che gli danno dignità letteraria. Rimangono le caratteristiche di
intrattenimento piccante e licenzioso, con un linguaggio spesso osceno. Deca-
dono commedia e tragedia.

66
2 I poëtae novi, o neóteroi
Negli ultimi decenni del periodo repubblicano si afferma in alcuni ambienti
letterari romani un nuovo gusto estetico di origine greca, quello dei poeti
neóteroi, destinato a rinnovare profondamente la poesia latina.

L’influsso alessandrino
Dopo le tre guerre mitridatiche (88-63 a.C.) di Silla, Lucullo
e Pompeo, aumentò decisamente la penetrazione della cul-
tura ellenistica nel mondo latino. Fu soprattutto il poeta ele- Le teorie estetiche
giaco greco Partenio di Nicea, condotto a Roma come schia- alessandrine
vo, a diffondere le nuove teorie estetiche e le composizio-
ni di alcuni altri poeti greci: Callimaco di Cirene, Apollonio
Rodio, Teocrito, Euforione di Calcide, tutti vissuti nel sec. III
a.C. alla corte dei Tolomei ad Alessandria d’Egitto, centro
principale della cultura greca postclassica. Gli alessandrini, Lirica breve
in particolare Callimaco, erano i sostenitori di una lirica e raffinata
breve, fortemente individuale ed erudita, dalla elaborazio-
ne formale raffinata, che aveva già trovato in Roma, alme-
no in parte, dei seguaci in Lutazio Catulo e negli scrittori del
suo “circolo”.

La nuova sensibilità
Agli alessandrini si ispirò un gruppo di autori, i poëtae no- I poëtae novi, detti
vi (poeti nuovi), che Cicerone chiamò con polemico di- anche neóteroi
sprezzo neóteroi, termine greco che significa letteralmente
“più giovani”, e anche cantores Euphorionis, cioè ripetito-
ri di Euforione, poeta greco di Calcide, amante di dotti neo-
logismi e notoriamente oscuro. Legati da un’amicizia raffor-
zata dall’origine comune (provenivano quasi tutti dalla Gal-
lia Cisalpina) e da una uniformità di intenti e di vita, essi co-
stituirono un cenacolo esclusivo, una èlite fortemente cul- Cenacolo esclusivo
turalizzata volutamente isolata dal pubblico più vasto. Que-
sta “scuola” di giovani poeti, ansiosa di evadere dall’urto del-
Tito
le passioni politiche per dedicarsi al culto di una rinnovata
lo c
poesia, rifiutò l’impegno civile e sociale e i relativi fini e in-
onc Rifiuto dell’impegno
teressi collettivi propri della tradizione letteraria, rappre-
ess civile e sociale
o in
sentata dalla tragedia e dal poema epico. Si allontanò anche
lice dalla poesia a vasto respiro per dedicarsi a liriche brevi, de- Liriche
cisamente personali, di argomento in genere erotico, au- autobiografiche,
tobiografico o mitologico ed eziologico, elaborate in forma mitologiche,
raffinata e impreziosite da notazioni dotte. Del resto vasta erotiche
67
2 - I poëtae novi, o neóteroi

cultura, liriche brevi e disimpegnate, cura speciale della for-


ma erano proprio le caratteristiche esposte da Catullo in un
Nuove forme suo carme. Gli epilli, gli epigrammi, le elegie e i giambi,
s poetiche e che sono i generi della loro produzione, mostrano una for-
sperimentazione
s te sperimentazione linguistica e sono scritti con un tono
ce linguistica
n delicato, leggero, ironico, satirico.
co I poeti neóteroi
lo
to Ad eccezione di Catullo, di gran lunga il più importante (ve-
Ti di pag. 71), poco si conosce degli altri esponenti del grup-
po: Valerio Catone, Furio Bibaculo, Elvio Cinna, Licinio Cal-
vo, Varrone Atacino, Tìcida e Quinto Cornificio, perché di
essi rimangono solo pochi frammenti.

■ Publio Valerio Catone


(nato ca 100 a.C.). Originario della Gallia Cisalpina, in segui-
to alle confische compiute da Silla si stabilì a Roma, dove si
dedicò allo studio e all’insegnamento della grammatica, di-
Maestro ventando un famoso maestro di poesia; trascorse gli ultimi
di grammatica anni della sua lunga vita in povertà, secondo quanto è detto
e poesia in alcuni epigrammi di Furio Bibaculo. Divenne il caposcuo-
la dei neóteroi e compose, oltre a libri di grammatica, due
opere poetiche di cui rimangono solo scarsi frammenti: Ly-
dia, probabile raccolta di elegie d’amore per una donna omo-
nima, e Diana o Dictynia, un epillio di carattere mitologico.
Gli autori antichi lo apprezzavano, ma l’esiguità dei frammenti
pervenuti non consente un giudizio critico obiettivo.

■ Marco Furio Bibaculo


(nato a Cremona ca 103 a.C.). Fu amico di Catullo e di Vale-
rio Catone, come attestano alcuni epigrammi a lui rivolti, di
tono ironico e affettuoso. Compose un perduto poemetto
epico mitologico Aethiopis (Etiopide), sulle avventure del-
l’eroe troiano Mèmnone figlio dell’Aurora, un poema epico-
I poemetti storico sulla guerra gallica (Annales sive Pragmatia belli gal-
lici), di cui restano pochi versi. Questi lavori, probabilmen-
te giovanili, furono criticati da Orazio per il tono magnilo-
Gli epigrammi quente. I contemporanei ricordano i suoi sarcastici epi-
contro Ottaviano grammi contro Ottaviano; resta anche solo il titolo di una
sua opera in prosa forse di carattere erudito Lucubrationes
(Veglie). Morì molto vecchio.

■ Gaio Licinio Calvo


(Roma 87-47 a.C.). Figlio dell’annalista Licinio Macro fu ami-
co di Catullo, che gli dedicò versi affettuosi nel suo Liber.
68
Titolo c 2 - I poëtae novi, o neóteroi
oncesso
in licen
Scrisse epilli, epigrammi, elegie, epitalami (canti di noz- Le opere poetiche
ze), ma della sua produzione rimangono solo pochi fram-
menti. Quasi nulla è rimasto anche dell’epillio Io, che nar-
rava il mito della giovane Io amata da Giove e trasformata in
giovenca da Giunone. Compose degli epigrammi di invetti-
va politica, ma se ne è salvato solo uno satirico contro Pom-
peo, accusato di omosessualità. Quasi nulla resta delle ele-
gie in memoria della moglie morta, Quintilia, commossi e
dolenti canti d’amore tanto ammirati da Properzio. Praticò
anche con grande successo l’eloquenza: le sue orazioni, se- Oratore di successo
condo la testimonianza di Quintiliano erano di grande effi-
cacia e di perfetta eleganza formale, tanto da essere lette per
tutto il sec. I d.C.

■ Gaio Elvio Cinna


(nato forse a Brixia, oggi Brescia, sec. I a.C). Originario del-
la Gallia Cisalpina, fu uno dei maggiori poeti del gruppo
dei neóteroi, almeno secondo gli antichi che lo stimavano
molto. Con l’amico Catullo, seguì il propretore Gaio Mem-
mio in Bitinia (57 a.C.). Per nove anni attese alla composi-
zione del suo capolavoro, Zmyrna (Mirra), un epillio sul mi- L’epillio Zmyrna
to dell’amore incestuoso di Mirra per il bellissimo padre Ci-
nica; di questo poemetto mitologico, oscuro, raffinatissimo
nella forma e di grande erudizione, che fu l’opera più im-
portante dei neóteroi, rimangono solo tre versi. Elvio Cinna
scrisse anche alcuni epigrammi e un Propempticon (“poe-
metto di accompagnamento”) per l’uomo politico e scritto-
re Asinio Pollione (76 a.C.-4 ca d.C.), che si recava in Grecia.

■ Publio Terenzio Varrone Atacino


(82-35 a.C.). Nacque nella Gallia Narbonese (l’odierna Fran-
cia meridionale) sulle rive del fiume Atax, da cui derivò il so-
prannome. Della sua produzione poetica rimangono fram-
menti per poco più di 40 versi. Compose inizialmente un
poema epico-storico di tipo tradizionale, alla maniera di En- Il poema epico
nio, il Bellum Sequanicum, sulla campagna militare del 58
a.C. di Cesare contro i sequani e Ariovisto, e delle Saturae
a imitazione di quelle di Lucilio (vedi a pag. 55). Entrato nel
cenacolo dei neóteroi, si diede allo studio del greco e della
cultura alessandrina; scrisse una raccolta di elegie d’amore Le elegie d’amore
per una certa Leucadia, uno pseudonimo che, secondo le per Leucadia
norme poetiche, doveva essere metricamente uguale al no-
me vero della donna. Suoi sono anche il poemetto didasca-
lico geografico Chorographia (“descrizione della terra”), in
cui trattava dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa, le libere tra-
duzioni delle Argonautiche del poeta e grammatico greco
69
2 - I poëtae novi, o neóteroi

Apollonio Rodio e delle Ephemeris (Effemeridi) del poeta


greco Arato (320 ca-240 a.C.).

■ Tìcida e Quinto Cornificio


Poeti minori Di questi due poeti, minori nel gruppo dei neóteroi, non ri-
mane quasi nulla: il primo cantò poesie d’amore per una non
meglio identificata Metella con lo pseudonimo di Perilla; del
secondo, uomo politico e oratore, si sa che scrisse liriche
d’amore e un epillio, Glaucus (Glauco), sugli amori del re
del mare Nettuno, per Scilla.

SCHEMA RIASSUNTIVO
I NEÓTEROI Per influsso delle teorie estetiche dei poeti alessandrini, di Callimaco in partico-
lare, i neóteroi (o poëtae novi, poeti nuovi) rinnovano nel profondo la poesia lati-
na. Rifiutano l’epica tradizionale, i drammi teatrali, la concezione di una poesia
impegnata civilmente. Propugnano una lirica breve nella composizione, raffinata
nello stile e decisamente erudita, di argomento generalmente erotico, persona-

nza a
le o mitologico. I generi preferiti sono l’epillio, l’elegia, il giambo e l’epigramma.
Gli esponenti Oltre a Catullo, il più grande, i più famosi sono: Valerio Catone, autore di Lydia,
una raccolta di elegie d’amore, e di un epillio, Diana; Furio Bibaculo, autore del-
l’epillio Aethiopis, di un poema epico sulla guerra gallica e di epigrammi contro

o in lice
Ottaviano; Licinio Calvo, scrittore dell’epillio Io e di elegie in memoria della mo-
glie Quintilia; Elvio Cinna, cui si deve il raffinato poemetto mitologico Zmyrna;
Varrone Atacino, autore del poema Bellum Sequanicum, dell’epillio geografico
Chorographia e delle elegie d’amore per una certa Leucadia; Tìcida e Cornificio,
dei quali non resta nulla.

oncess
Titolo c

70
gr
Geo
3 Catullo

uto
Istit
Catullo è il più grande e geniale dei neóteroi e in assoluto uno dei maggiori
poeti latini. Egli pone al centro della sua poesia se stesso e i propri
sentimenti, pronto a cantare con versi eterni le gioie e le delusioni d’amore,

e
ma anche a lanciare pesanti invettive contro gli avversari. Le sue liriche sono lo

rdin
specchio fedele degli ideali di vita e delle nuove tendenze artistiche della
generazione letteraria dei “poeti nuovi”.

5, o
Una vita breve
451

Gaio Valerio Catullo (Verona 87/84-Sirmione 57-54 a.C.) eb-


be una vita breve ma molto intensa, perché trascorsa negli
a, 8

ambienti raffinati e decadenti dell’alta e colta società roma-


na. Le notizie biografiche su di lui sono scarse e per lo più
follin

ricostruibili dai cenni contenuti nelle sue liriche. Nacque Il problema della
nella Gallia Cisalpina e sulla data esistono incertezze: san data di nascita
Girolamo, infatti, che si servì di Svetonio come fonte, riferi-
sce che nacque nell’87 e che morì a trent’anni, nel 57 a.C.;
dora

questa data però non può essere accettata perché alcuni ver-
si del poeta contengono allusioni indiscutibili a vicende de-
gli anni 55-54; la sua morte avvenne quindi intorno al 54 a.C.
e la nascita va pertanto posticipata all’anno 84, se si vuole
za a

mantenere la notizia della morte a trent’anni, oppure la sua


esistenza va ritenuta più lunga di tre anni, se si fa fede alla
data di nascita tramandata da san Girolamo. Era di famiglia La famiglia
licen

aristocratica e facoltosa, che possedeva una villa a Sirmio- aristocratica


ne, una dimora a Roma, beni in Sabina e una villa a Tivoli, e
che si poteva permettere di ospitare personaggi di primo
o in

piano della vita politica contemporanea, come Quinto Ce-


cilio Metello Celere, governatore della Gallia Cisalpina o co-
me lo stesso Cesare quando, proconsole nelle Gallie, sosta-
ess

va nella città dell’Adige. Ricevette un’ottima educazione let- Ottima educazione


teraria, che approfondì in seguito nella capitale, e incomin- letteraria
onc

ciò da giovanissimo a comporre poesie d’amore.


Poco più che ventenne si trasferì a Roma, con ambizioni so- Il trasferimento
lo mondane e intellettuali, non politiche. Per la sua origine fu a Roma
lo c

accettato facilmente dalle famiglie aristocratiche e trascorse


una vita di agi, brillante e dissoluta. Si legò in amicizia con
alcuni giovani poeti, definiti con disprezzo da Cicerone neó-
Tito

teroi (poeti nuovi), come Elvio Cinna e Licinio Calvo, condi- La vita mondana e
videndo con loro una vita d’amore e di spensieratezza. Si ten- gli studi
ne lontano dagli impegni politici e dall’oratoria forense, che
71
3 - Catullo

pure erano sempre l’attività privilegiata dei ricchi intellettua-


li romani. Predilesse quindi la tranquillità degli studi e degli
affetti, in sintonia con il clima di crisi dell’ultima età repub-
blicana, in cui si andavano sgretolando gli ideali austeri dei
costumi degli antenati.

■ L’amore per Lesbia


Conobbe lo storico Cornelio Nepote, l’oratore Ortensio Or-
talo, il politico Gaio Memmio. E, soprattutto, si innamorò
Una donna perdutamente di Clodia, moglie di Q. Cecilio Metello e so-
affascinante e rella del tribuno della plebe P. Clodio Pulcro, una dama del
spregiudicata gran mondo, affascinante, elegante e coltissima, ma di vita
e costumi spregiudicati, che passava da un amante all’altro,
e che Cicerone bollò con espressioni di sarcasmo nella sua
orazione Pro Caelio. Per lei bruciò la sua breve esistenza e
Il primo poeta divenne il primo poeta d’amore della letteratura latina, e
d’amore della anche il primo poeta romantico. Nelle sue liriche chiamò
letteratura latina Lesbia la donna amata, in ricordo della poetessa Saffo, na-
ta appunto nell’isola di Lesbo. Oltre alle vicende legate a que-
sta lacerante passione tra odio e amore, che coinvolse inte-
ramente l’esistenza e la poesia di Catullo, poco altro si sa di
lui. Si allontanò poco da Roma per andare nelle ville di Ti-
Il viaggio in Bitinia voli e di Sirmione; tra il 58 e il 57 compì un viaggio in Biti-
nia, al seguito del propretore G. Memmio (a cui Lucrezio
dedicò il suo poema), nel tentativo di risanare la propria si-
tuazione economica e per visitare, nella Troade, la tomba del
fratello. Al ritorno si rifugiò, cercando pace e riposo, nell’a-
mata Sirmione, dove morì.

Il Liber catulliano
La scoperta del Della produzione poetica di Catullo sarebbero probabil-
Codice Veronese mente rimasti solo pochi frammenti, come è avvenuto per
nel Trecento gli altri “poeti nuovi”, se nel Trecento non fosse stato ritro-
vato un manoscritto con le sue poesie. Il manoscritto, il co-
siddetto “Codice Veronese”, ignorato per secoli, fu copiato
e poi perduto. Le liriche del manoscritto non furono quasi
sicuramente pubblicate dall’autore, ma raccolte dopo la sua
ess

morte in un Catulli Veronensis Liber (Libro di Catullo di


Verona) che comprende 116 carmi per un complesso di
Criterio metrico circa 2 300 versi. I compilatori della raccolta non seguiro-
conc

e stilistico del no un criterio cronologico o di affinità tematica, bensì uno


Codice Veronese metrico e stilistico: all’inizio e alla fine le poesie più brevi, al
centro le più lunghe ed erudite. Si ritiene comunque che sia
in parte diverso da quel lepidum novum libellum (gar-
Titolo

bato nuovo libretto) che Catullo aveva dedicato all’amico


72
3 - Catullo

Cornelio Nepote, come si legge nel primo canto, e che do-


veva essere composto solo da poesie brevi.

■ Le tre sezioni del Liber


Il Liber catulliano viene comunemente ripartito in tre se-
zioni. Alla prima (carmi 1 - 60) appartengono le cosiddette
nugae (bagattelle, cose da nulla), composizioni in genere Le nugae
brevi e in metri vari, come il trimetro giambico, lo scazonte,
il saffico, il coliambo e, prevalentemente, l’endecasillabo fa-
lecio; nella raccolta vi sono ben 14 metri diversi, alcuni dei
quali usati per la prima volta nella letteratura latina.
La seconda sezione (carmi 61 - 68) contiene quelli che gli I carmina docta
studiosi hanno chiamato carmina docta (“poesie dotte”),
sempre in metri diversi, ma di ampiezza e di impegno for-
male maggiori rispetto alle nugae.
Nel terzo gruppo (carmi 69 – 116), infine, si trovano i co- Gli epigrammi
siddetti epigrammi, brevi liriche in distici elegiaci di argo-
mento prevalentemente erotico.

■ I carmina docta
Gli scrittori antichi consideravano Catullo un doctus, come Un poeta “dotto”
tutti i poeti nuovi, cioè un poeta che non solo aveva una per-
fetta conoscenza dei miti, ma anche grande finezza ed ele-
ganza formale, e lo ritenevano grande soprattutto per i car- Gli epitalami
mina docta. I carmi 61 e 62 sono epitalami, cioè inni nu-
ziali con cui si festeggiavano gli sposi la sera del matrimo-
nio. Nel primo epitalamio un corteo di giovani e fanciulle,
al bagliore delle fiaccole e con canti propiziatori al dio Ime-
neo, accompagna al tramonto Vinia Aurunculeia alla casa del
marito, Manlio Torquato. Nel secondo epitalamio, sulla stel-
Tito
lo
la Espero, la prima a sorgere dopo il tramonto, si basa un al-
legro contrasto tra un gioioso coro di giovani, in favore del-
conc
lo sposo, e un coro di lamento di vergini, che paragonano
la sposa a una rosa che sfiorisce se viene colta, mentre i gio-
vani la paragonano alla vite che prospera se si appoggia al
esso

robusto olmo. Seguono poi due epilli. Il primo (il carme Gli epilli
63), in galliambi, versi difficilissimi, è dedicato al mito del Il mito di Attis
giovane Attis che, per odio verso Venere, si reca in Frigia e
si evira nell’esaltazione orgiastica del culto di Cibele, dive-
in

nendone sacerdote. Il secondo (carme 64) canta della nave


Argo che solca il mare verso la Colchide per la conquista del Il mito degli
Vello d’Oro. Le Nereidi emergono a quella vista e uno degli Argonauti
Argonauti, il re tessalico Peleo, si innamora della ninfa del
mare Teti; durante il banchetto delle loro festose nozze le
Parche inneggiano all’eroe Achille (figlio di Teti e Peleo) e
piangono la sua prematura morte.
73
3 - Catullo

La Chioma Dei rimanenti, il carme 66 è la traduzione della Chioma di


di Berenice Berenice del poeta Callimaco, che narra come la regina Be-
renice offra in voto agli dèi una ciocca dei suoi capelli per
salvare il marito Tolomeo, partito per la guerra e tornato sa-
no e salvo; il ricciolo viene quindi trasformato dagli dèi in
una costellazione celeste.
Gli altri carmina Il 65 è la dedica della traduzione all’amico oratore Q. Or-
tensio Ortalo. Il carme 67 è un colloquio, piuttosto oscuro,
tra un viandante e una porta di casa che racconta le vicen-
de piccanti e scandalose della famiglia che abita in quella
casa; il 68, di cui è contestata l’unità, associa elementi au-
tobiografici, come l’amore per Lesbia, la gratitudine per un
amico e il dolore straziante per la morte del fratello, al mi-
to di Protesilào e Laodamìa, il cui amore finisce triste-
mente.

■ Le liriche brevi delle nugae e degli epigrammi


I componimenti della prima e terza sezione sono carmi bre-
vi, schiette espressioni dei sentimenti di Catullo, che mette
La dimensione a nudo il propro animo. Le tematiche sono la sua passione
intima per Lesbia, il suo piccolo universo privato e la vita mon-
dana di tutti i giorni, con le amicizie, i pettegolezzi, le invet-
tive, gli scherzi e le polemiche letterarie, insomma un ritrat-
to di grande vivacità di tutta l’alta società romana che il poe-
ta frequentava.

■ Le liriche per Lesbia


Diario di una Le liriche per Lesbia sono in tutto 25, e costituiscono un bre-
passione amorosa ve, sincero diario dell’impetuosa passione che travolge il
poeta fin dal loro primo incontro. È un amore sensuale, de-
lirante per una donna la cui bellezza vive nei versi di Catul-
lo, anche se non vi è nessun accenno ai suoi tratti fisici. È
gioia di stare insieme, è desiderio di intimità; tutti devono
sapere di questa loro relazione, in modo che gli invidiosi si
consumino per la rabbia e i benpensanti moralisti si turbi-
Felicità e sconforto no. Ma i momenti di felicità si alternano a quelli di sconfor-
to: Lesbia è una donna volubile, che non si sottrae ad altri
uomini; così la relazione più volte si rompe e nascono la
gelosia, l’odio e le invettive contro i rivali in amore; più lei
si allontana, più il poeta si sente attratto. Poi più volte av-
viene la riconciliazione, il ritorno ai momenti appassiona-
ti. Le liriche rispecchiano l’esaltante e dolorosa varietà di sta-
ti d’animo, in cui si alternano tristezza e gioia, riso e pianto,
speranza e delusione, esplosioni di giubilo e tristi pensieri
L’abbandono sull’infedeltà della donna. Infine il distacco definitivo, la
nostalgia e lo straziante rimpianto.
74
Tito
3 - Catullo

■ I carmi vari
Gli altri carmi catulliani, che sono i più numerosi, sono poe- Le poesie
sie d’occasione e presentano le stesse caratteristiche for- d’occasione
mali dei modelli alessandrini adottati da tutti i “poeti nuo-
vi”. Compare sempre lo spirito arguto, malizioso, ma anche Il complesso mondo
pensieroso e malinconico di Catullo, uomo passionale e im- dei suoi sentimenti
petuoso, che mette nelle proprie liriche tutto il complesso
mondo dei suoi sentimenti, dall’amore all’odio, dalla deli-
catezza alla denigrazione.
L’amicizia è uno dei temi principali del canzoniere catul- Tema dell’amicizia
liano, quella soprattutto per i neóteroi, un’amicizia alla qua-
le si abbandona con fresca ingenuità e profondità: ne sono
esempio le parole d’affetto per Elvio Cinna, Cornelio Nepo-
te, Licinio Calvo; l’autoironico invito a una magnifica cena
all’amico Fabullo, a cui il poeta chiede di portare tutte le vi-
vande, perché “la borsa del tuo Catullo è piena solo di ra-
gnatele”; la sua felicità per il ritorno di Veranio da un viag-
gio in terre lontane.
Ma i suoi strali pungenti colpiscono Marrucino, il fratello Gli strali pungenti
di Asinio Pollione che gli ha rubato un tovagliolo, prendo-
no di mira Mamurra, arricchito da Cesare, Cesare stesso e
Pompeo; scherniscono spregevolmente poeti come Suffe-
no e Volusio, i cui manoscritti potrebbero servire solo ad
avvolgere pesci o qualcosa di peggio; beffano il vanesio
Egnazio, che ride perché vuole mettere in mostra i suoi bei
denti. Anche Cicerone è oggetto di una garbata ed ele-
gante canzonatura: “O eloquentissimo fra i nipoti di Ro-
molo, quanti ce ne sono, quanti ce ne sono stati e quanti ce
ne saranno in futuro, o Marco Tullio, ti ringrazia Catullo, il
peggiore tra i poeti, tanto peggiore tra i poeti, quanto tu sei
ottimo avvocato”.
Ci sono poi i pettegolezzi femminili, l’atmosfera delle ta- I pettegolezzi, le
verne e delle orge, la villetta in Sabina ipotecata, che non taverne e le orge
è esposta ai soffi dei venti, “ma a quelli di 15 000 sesterzi,
un vento orribile e pestilenziale”, ma anche le delicate e
commosse parole della lirica scritta in memoria del fra- La lirica per il fratello
tello morto (“Ho viaggiato per molti popoli e vasti mari, ora morto
eccomi a te, fratello mio”) e altre vicende della sua vita, co-
me l’avventura in Bitinia o i soggiorni a Sirmione.

La poetica e il mondo spirituale


I temi delle liriche catulliane e la loro estensione sono mol- Varietà di temi
T

to diversi, né si può assimilare la brevità incisiva e irridente


ti o

di certe nugae alla complessità compositiva dei carmina


lo

docta o alla lancinante intensità emotiva delle liriche amo-


co
n

75
es c
o s
3 - Catullo

rose: tuttavia l’opera catulliana corrisponde a una visione


nuova della poesia. Tralasciata la concezione della lette-
Voce al sentimento ratura come celebrazione dei valori collettivi della roma-
individuale nità, la lirica di Catullo dà voce al sentimento individua-
le: è una poesia lirica e soggettiva, in cui le passioni si espri-
mono con vigore e immediatezza, con ingenua sincerità o
con freddo realismo. La spontaneità delle sue poesie d’a-
Amore come more non trova eguali nella letteratura latina. E, soprattut-
valenza etica nuova to, l’amore è sentito con una valenza etica personalissi-
ma, che il poeta traduce in termini nuovi rispetto alla tradi-
Foedus, pietas zione. L’amore è foedus (“patto”), fondato sulla pietas (“sen-
e fides timento religioso”) e sulla fides (“lealtà, fedeltà alla parola
data). L’innamorato è legato alla donna amata dallo stesso
vincolo di affetti che lega un padre ai suoi figli; il tradimen-
to di questo vincolo porta il poeta ad amare più erotica-
mente, ma a voler meno bene in senso affettivo.

■ Lo stile e la fortuna
Questa tematica è espressa in uno stile anch’esso profon-
Spontaneità damente nuovo: l’apparente semplicità e spontaneità di
ed eleganza molti carmi catulliani non escludono mai quel gusto per l’e-
leganza che ne è anzi la cifra più caratteristica.
Come gli altri neóteroi, Catullo si richiama agli alessan-
drini, della cui poetica condivide la raffinatezza e il senso
Una lingua originale elitario. Ma la sua lingua è del tutto originale nella com-
mistione di elementi parlati (i diminutivi e i vezzeggiativi
del sermo familiaris, il parlato familiare, e la crudezza di
certi volgarismi) con la ricercatezza di termini volutamen-
te raffinati.
Successo
Ti Le liriche di Catullo ebbero subito un grande successo,
immediato
to nonostante l’opinione di Cicerone, e non influenzarono so-
delle sue liriche
lo lo i poeti elegiaci dell’età augustea, come Tibullo, Properzio
co e Ovidio, ma ne risentirono anche Orazio e Virgilio. L’opera
catulliana fu amata nella cultura italiana da Petrarca, dagli
umanisti, dal Foscolo, che tradusse la Chioma di Berenice
e si ispirò al carme 101 per il sonetto In morte del fratello
Giovanni.

76
3 - Catullo

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA (Verona, 87 o 84 - Sirmione, 54 a.C. ca). Sulla sua breve vita si hanno scarse no-
tizie: di famiglia aristocratica, si trasferisce a Roma, dove trascorre una vita bril-
lante in compagnia degli amici poeti. Si innamora di Clodia che canta con lo pseu-
donimo di Lesbia.

LE OPERE Il Liber catulliano contiene 116 carmi per un complesso di circa 2300 versi in me-
tri vari. È comunemente diviso in tre sezioni: la prima (1 - 60) e la terza (69 - 116),
nugae ed epigrammi, comprendono poesie brevi: le 25 per Lesbia e le altre di oc-
casione, con temi vari. Nella seconda sezione (61 - 68) si trovano i carmi ad am-
pio respiro (carmina docta) tra cui 2 epitalami, due epilli e la traduzione della Chio-
ma di Berenice di Callimaco.

LA POETICA Abbandonata la celebrazione dei valori collettivi, Catullo inizia una poesia nuova,
lirica e soggettiva, in cui prevalgono la passione, le amicizie, le invettive, i pet-
tegolezzi, le polemiche letterarie, gli odi. Ne esce un ritratto vivace e completo
di un uomo e della società romana in cui vive. Al centro della sua opera stanno
la dolcezza dell’amicizia e l’esperienza bruciante di un amore sensuale, sentito
ed espresso in modo personalissimo.

a z
en
lic n
oi s s
ce n o
oc ol
Tit

77
4 Lucrezio
Lucrezio è uno dei più grandi poeti della letteratura classica: egli rielabora
con profonda riflessione personale e originale partecipazione le dottrine
del filosofo greco Epicuro (fine sec. IV-sec. II a.C.) e le traspone
con grandiose immagini poetiche, in cui la natura diventa la protagonista
di un maestoso dramma.

La vita
Una vita solitaria La vita di Tito Lucrezio Caro (98 ca-55 ca a.C.) è avvolta nel
e isolata mistero perché il poeta, preso dagli studi, trascorse l’esi-
stenza in solitudine e in isolamento. Indifferente per na-
tura alla vita pubblica e mondana, non fece nulla per farsi
conoscere e non pubblicò nemmeno il suo poema. Non si
sa se avesse amici, anche se l’importanza data dai suoi versi
all’amicizia fa pensare comunque che ne avesse: uno dove-
va essere quel Memmio propretore in Bitinia e in seguito
condannato all’esilio per brogli elettorali, al quale dedicò il
De rerum natura; probabilmente lo era Cicerone, che do-
L’incertezza po la morte di Lucrezio ne pubblicò il suo poema. Carenti,
dei dati biografici molto posteriori e avvolte in un alone di leggenda sono le
sue notizie biografiche: la fonte principale è rappresentata
da un breve testo della Cronaca di san Girolamo (sec. IV
d.C.) che, accogliendo notizie del De poetis di Svetonio (sec.
II d.C.), afferma che Lucrezio fu colto da follia per aver as- d or
sunto un filtro d’amore e, dopo aver composto negli inter-
n za a
Il suicidio a ce
valli di lucidità la sua opera, si suicidò a quarantaquattro

so in li
quarantaquattro anni anni. La lucida e dura analisi della passione erotica e la con-
danna dell’amore presente nei suoi versi sembrano indica-
es
onc
re che nella vita di Lucrezio ci sarebbe stato un amore sven-
turato.
lo c
Tito
Le congetture L’anno di nascita del poeta è posto da san Girolamo nel 96
sulla data di nascita o 94 a.C: la morte oscillerebbe, quindi, fra il 53 o il 51 a.C.;
e di morte tuttavia in contrasto con quanto si ricava dalla testimonian-
za fornita dalla Vita di Virgilio del grammatico Elio Donato
(sec. IV d.C.), che colloca la morte di Lucrezio nel 55 a.C.:
in questo caso l’anno di nascita verrebbe anticipato. Pertan-
to si può collocare con una certa attendibilità la vita di Lu-
crezio tra il 98 e il 55 a.C., poiché è sicuro l’ultimo dato for-
Le date attendibili nito da san Girolamo, cioè che Cicerone revisionò il poema
di Lucrezio, rivedendone il manoscritto e curandone l’edi-
zione. Di Cicerone, che pure non citò mai Lucrezio negli
scritti filosofici in cui illustra le dottrine epicuree, resta an-
78
sso in lic
4 - Lucrezio

che un giudizio sul poeta contenuto in una lettera al fratel-


lo Quinto del febbraio 54; in tale data il De rerum natura
era già stato letto (si trattava, di certo, di una lettura e non

ce
di una revisione) in vista della pubblicazione postuma, dun-
que Lucrezio doveva essere già defunto. Cicerone, riferen- Giudizio di Cicerone

Titolo con
dosi al poema lucreziano, ne riconosce sia il genio poetico su Lucrezio
sia l’arte con cui è scritto. Del tutto sconosciuto è il luogo
di nascita di Lucrezio, da alcuni collocato in Campania da al-
tri a Roma, e oscure sono la sua estrazione sociale e la for-
mazione culturale; nessun contemporaneo parla di lui, a par-
te Cicerone. Viene ora anche comunemente accettata la no-
tizia, relativa alla follia di Lucrezio, contestata da alcuni stu-
diosi come astiosa invenzione creata ad arte o enfatizzata
dalla propaganda cristiana, ostile al pensiero del poeta.

Il De rerum natura
Il capolavoro di Lucrezio è il poema epico-didascalico, di Poema
7 415 esametri, intitolato De rerum natura (La natura), in epico-didascalico
cui viene esposta la filosofia epicurea, che proponeva il
piacere quale sommo bene fisico e spirituale. L’epicureismo Esposizione della
aveva appena iniziato a penetrare nel mondo romano e il filosofia epicurea
poeta intendeva estenderne la diffusione. Il titolo segue da
una parte la tradizione greca della poesia filosofica di Em-
pedocle (sec. IV a.C.) e Parmenide (sec. V a.C.) e dall’altra
riprende quello della massima opera di Epicuro, Sulla na-
tura delle cose, perduta, alla quale il poeta si ispirò, o leg-
gendo l’originale o le sintesi posteriori curate dai discepo-
li del filosofo. L’opera è dedicata a un certo Gneo Mem- La dedica
mio, da identificarsi con ogni probabilità con il propretore,
dilettante di poesia, che Catullo tacciò di tirchieria.
Il De rerum natura è diviso in 6 libri, che iniziano ciascu- L’articolazione
no con una raffinata introduzione e che si articolano, con del testo
armonioso disegno architettonico, in tre gruppi di due li-
bri ciascuno, rispettivamente dedicati alla fisica, all’antro-
pologia e alla cosmologia. Lucrezio non intende dare una Un’interpretazione
spiegazione fredda e razionale dei fenomeni dell’uni- poetica di fisica,
verso, ma una interpretazione poetica di essi, dell’armo- antropologia e
nioso aggregarsi e disgregarsi degli atomi, per cui tutte le cosmologia
cose nascono e muoiono, compreso l’uomo che fa parte del
tutto, senza dispersione, perché nulla nasce dal nulla e nul-
la muore riducendosi al nulla. Lucrezio stesso chiarisce nel
I libro la ragione per cui ha trattato una materia filosofica Una poesia filosofica
in forma poetica: vi è stato costretto perché altrimenti sa- pensata per i romani
rebbe stata troppo complicata per lo spirito poco specula-
tivo dei romani.
79
4 - Lucrezio
Ti
to
Il metro: l’esametro lo
L’uso dell’esametro era collegato alla tradizione greca
co
della poesia didascalica. Per Lucrezio, Epicuro non fu sol-
tanto il fondatore di una dottrina, ma un maestro di vita:
nc
numerosi passi del De rerum natura contengono un com-
es
mosso omaggio al filosofo, presentato come un libera-
so
L’omaggio a Epicuro tore, un eroico combattente contro l’oscurantismo reli-
contro in
gioso. La prima apparizione della religione nel poema è sim-
lic
l’oscurantismo della boleggiata infatti da un mostro che rivolge la sua terribile
religione en
testa dal cielo verso la terra. Sulle tracce del suo pensiero,

Il materialismo
za
mediante l’analisi lucida e razionale della realtà, che porta
a una visione di coerente materialismo l’uomo può libe-
a
do
rarsi dalle superstizioni, dai pregiudizi e dagli errori, e
quindi dalle inutili angosce che ne derivano: prime fra tut-
te il timore degli dei, che porta alla superstizione quando
ra
La morte e l’aldilà non al delitto, e la paura della morte. La morte è sempli- fo
cemente il momento estremo che chiude un ciclo vitale; llin
essa non presuppone affatto un aldilà di punizioni eterne e a,
di sofferenze, che sono favole di poeti o, al massimo, proie- 84
zioni di angosce terrestri, come le ambizioni, le frustrazio- 51
ni, le passioni, i rimorsi. La vita va abbandonata con la stes- 5,
sa disposizione serena con cui un convitato sazio si leva da
un banchetto, grato per le gioie che ha eventualmente go-
duto o, in caso opposto, rasserenato per la liberazione dal-
le delusioni o dalle sofferenze che ha patito.

IL CONTENUTO DEL DE RERUM NATURA


Il primo libro: la teoria atomica. Si apre con gione e rivelò la verità agli uomini, entran-
un ampio proemio costituito da un so- do nei segreti della natura. Il sacrificio di Ifi-
lenne inno a Venere, forza generatrice del- genia, immolata dal padre Agamennone in
la natura, dea dell’amore, del piacere e del- Aulide, dimostra che la religione fa com-
la fecondità, protettrice e simbolo di pace e piere agli uomini i gesti più infami e mal-
di gioia infinita, perché infonde l’ispirazione vagi. Per porre riparo ai timori e alle osses-
al poeta. L’invocazione alla divinità è un mo- sioni delle pene eterne dell’oltretomba, agli
do convenzionale di introdurre un poema, interrogativi di quale natura sia l’anima, se
non contrasta con le convinzioni del poeta: essa finisca nelle cupe tenebre o trasmigri
gli dei, pur se esistono, non si curano delle in altri esseri, che sono tutte creazioni di
vicende degli uomini. Dopo la dedica a poeti per distruggere la felicità degli uomi-
Memmio segue un commosso elogio a Epi- ni, Lucrezio enuncia quindi il principio fon-
curo, che per primo si elevò contro la reli- damentale delle teorie atomiche: “mai nes-

80
4 - Lucrezio

suna cosa nasce dal nulla per virtù divi- dorato, al gusto. Le diversità che si riscon-
na” e nulla si riduce al nulla, solo si tra- trano nei sensi sono dovute alle varie for-
sforma. La vita è composta da un insieme me dei simulacra e alla differenza dei cor-
di corpi primi, gli atomi, corporei, indivisi- pi riceventi. Simulacra sottilissimi, vaganti
bili e indistruttibili; quando si muore essi si per l’aria, sono all’origine non solo delle idee
disgregano e si muovono nel vuoto di un stesse, ma anche dei sogni, delle illusioni e
universo infinito. Materia e vuoto costitui- delle cose inesistenti. Dopo aver spiegato
scono dunque la natura. False sono le teo- che anche il bisogno di mangiare e di bere
rie dei presocratici, di Eraclito, di Empedo- e la passione amorosa dipendono dagli ato-
cle e di Anassagora. mi, il libro termina con la condanna dell’a-
Il secondo libro: il clinamen. Una stupen- more fisico.
da introduzione esalta la serenità impertur- Il quinto libro: la cosmologia e la vita sul-
babile del filosofo immune dall’ambizione e la terra. Il poeta estende la sua visione a tut-
dal desiderio di ricchezza per i quali è infe- to l’universo: questo non fu creato dagli dei;
lice la maggior parte degli uomini. Lucrezio il mondo non è eterno, è mortale e in esso
tratta quindi delle qualità degli atomi, che non vi è posto per gli dei. Dal caos iniziale
sono in continuo, velocissimo movimento è avvenuta la creazione dei corpi celesti
in un vuoto senza ostacoli. Gli atomi si muo- e della terra. Gli atomi si sono combinati
vono dall’alto al basso e, grazie al clina- secondo il peso e la forma: al centro la ter-
men, cioè all’inclinazione rispetto alla verti- ra, l’aria nella zona superiore e, ancora più
cale, rimbalzano, si incontrano e si aggre- in alto, l’etere. Sono assurde le teorie di co-
gano: la diversità delle loro forme e la mol- loro che sostengono che gli astri, che sono
teplicità delle combinazioni generano la divinità, e il mondo, che è sede degli dei,
varietà delle cose. Questi corpi primi si siano eterni: come hanno avuto un inizio co-
muovono infiniti in uno universo infinito sì essi avranno una fine. Egli espone poi il
creando infiniti mondi; il libro si chiude con sorgere e l’evoluzione della vita sulla ter-
l’immagine di grande vigore poetico, che ra, dai fiori e dagli alberi, agli animali e agli
tutti i mondi sono soggetti al ciclo di nasci- uomini; di grande potenza e solennità poe-
olo
Tit
ta e di morte. tica è il quadro delle origini e del graduale
Il terzo libro: l’anima umana. Dopo un so- incivilimento dell’umanità, le prime unio-
lenne elogio di Epicuro, il poeta espone la ni, il sorgere del linguaggio e poi della so-
dottrina dell’anima umana. Lucrezio con in- cietà organizzata: dallo sgomento dell’i-
calzanti ragionamenti dimostra la sua mor- gnoto e dall’ignoranza del vero nascono la
talità. Essa si distingue in anima, che è il fede negli dei e la credenza religiosa.
principio vitale sparso in tutto il corpo, e ani- Il sesto libro: geofisica e meteorologia.
mus, cioè la mente razionale che ha sede Dopo l’elogio ad Atene che ha accolto Epi-
nel petto; essi sono materiali, perché com- curo, il poeta descrive la formazione ma-
posti da atomi, sia pure sottilissimi e velo- terialistica dei fenomeni metereologici,
cissimi. L’anima e il corpo sono uniti e non come le nuvole, le piogge, gli arcobaleni e,
possono esistere separatamente: insie- in particolare i tuoni, il fulmine e i lampi che
me nascono, crescono e muoiono. Quan- sono attribuiti dall’umanità ignorante e su-
do muore il corpo muore anche l’anima: è perstiziosa alle divinità. Lucrezio tratta infi-
quindi assurdo aver paura della morte e l’ol- ne dei fenomeni terrestri, come l’origine dei
tretomba è una grande fantasia. terremoti o delle inondazioni stagionali del
Il quarto libro: i simulacra. Descrive il mec- Nilo. Il poema termina con la descrizione
canismo delle varie funzioni del corpo, dei della peste di Atene durante la guerra del
sensi, dei desideri, delle idee. Le sensa- Peloponneso (431-404 a.C.): un tetro qua-
zioni sono provocate da gruppi di atomi sot- dro di morte e di umana miseria che con-
tilissimi (simulacra) che si staccano dai di- trasta con la visione epicurea della vita se-
versi oggetti ed entrano nel corpo, dando rena e con quello della primavera e della
origine alla vista, al tatto, all’udito, all’o- nascita nell’iniziale invocazione a Venere.

81
4 - Lucrezio

Il pessimismo lucreziano
Contraddizione tra Il messaggio positivo della poesia di Lucrezio è sembrato
messaggio positivo ad alcuni critici decisamente contraddetto dal pessimismo
e immagini angoscioso evidente in parecchie parti dell’opera: dalla se-
pessimistiche rie allucinata di immagini che accompagnano la visione del-
la morte (benché intesa come pacificazione), alla raffigura-
Natura ostile zione desolata di una natura ostile e maligna, fino al quadro
e maligna finale della peste che flagellò Atene all’epoca di Pericle (sec.
V a.C.), dove l’analisi dello storico greco Tucidide (modello
Un tradimento del del passo lucreziano) è mirabilmente ripresa e trasposta in
materialismo? versi, ma con effetti di surrealistico orrore. Si è voluto de-
durne un “tradimento” del razionalismo e del materialismo
e soprattutto un anelito, non confessato e forse neppure con-
Ti
sapevole, a una dimensione spirituale dell’essere. Ma la com-
to
mozione del poeta sul dolore della vita e l’angosciosa con-
l
o
sapevolezza delle continue sconfitte cui va incontro l’uo-

e nella ragione co
Fiducia nella filosofia mo coesistono sempre con la fiducia ottimistica nella filo-
sofia e nella ragione, salvezza per l’umanità.
nc
Lo stile e la fortuna es
Una grande opera
so
La grandezza del De rerum natura non sta nella sostan-
di poesia in
za filosofica, ma nella poesia, nell’entusiasmo con cui Lu-
lic
crezio accoglie il pensiero di Epicuro, che avrebbe condot-
to lo spirito umano alla vittoria della verità. enz
■ Lo stile e la lingua filosofica a
Problema della resa a
Il problema di Lucrezio fu quello di rendere in esametri la-
stilistica e metrica do
tini la scarna e astratta prosa greca di Epicuro; lo stesso poe-
del linguaggio
filosofico
ta sottolineò del resto ripetutamente sia la difficoltà della
materia, sia il proprio sforzo di riprodurre in poesia la ter- r a
minologia filosofica di cui la lingua latina era carente. Per f
questo egli fu costretto a usare parole come primordia (pri-
mi elementi) per indicare gli “atomi” che compongono la
struttura dei corpi, e concilium (assemblea di persone) per
“aggregazione di atomi”. Ricorse sovente anche a perifrasi,
e, quando necessario, inventò termini nuovi coniati dal
Un’opera non rivista greco. Certe durezze di versificazione, come certe ripeti-
zioni e incongruenze nella disposizione degli argomenti, al-
cune incoerenze di ritmo, aspre elisioni e insolite prosodie
sono probabilmente da imputare alla mancata revisione del-
l’opera per la morte dell’autore. Per lo stile e per il genere
Gli strumenti stilistici letterario fu debitore ai poeti precedenti, a Ennio (vedi a
e retorici pag. 34) in particolare. Usò liberamente allitterazioni, asso-
nanze solenni, onomatopee e omoteleuti, forme arcaiche e
82
84
4 - Lucrezio

,
na
vecchie costruzioni, arditi aggettivi composti. Mostra di co- Lucrezio e la

l i
noscere bene i grandi scrittori greci che spesso riecheggiò, letteratura greca

fo l
come Omero, Eschilo, Euripide, Tucidide e Ippocrate, ma

a
anche il grande interprete dell’alessandrinismo Callimaco. I
o r
suoi esametri si collocano tra quelli di Ennio e quelli di Vir-
gilio. La sua grandezza resta affidata alla lucida tensione
d
dei processi di argomentazione e soprattutto alla concreta
a
e drammatica potenza delle immagini.
za
■ La fortuna
n
ice
Forte fu l’influenza di Lucrezio su Orazio e su Virgilio (spe- Gli autori latini e
cialmente nelle Georgiche), che chiaramente allude a lui Lucrezio
nl
quando in quell’opera afferma essere felice l’uomo che può
capire la causa delle cose. Ovidio scrisse di lui: “Solo il gior-
i

no in cui avrà fine la terra, avranno fine i canti incompara-


sso

bili di Lucrezio”. Tacito, nel Dialogus, attesta che alcuni lo


preferivano a Virgilio, rispetto al quale in effetti Lucrezio è
ce

poeta di maggiore spessore drammatico. Anche Seneca e


n

Quintiliano lo ammirarono. Con le dottrine materialistiche


co

accolte da Lucrezio naturalmente polemizzarono gli autori


cristiani, da Tertulliano a Lattanzio a Girolamo, che pure ne
lo

subirono il fascino di poeta.


o
Tit

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA Sono scarse le notizie su Lucrezio (98 ca - 55 ca a.C.). Trascorse l’esistenza nel-
l’isolamento degli studi.

DE RERUM NATURA È il suo capolavoro: un poema epico-didascalico in 7415 esametri, in cui espo-
ne la filosofia di Epicuro per diffonderla nel mondo romano. È diviso in 6 libri, ar-
ticolati in 3 gruppi di 2, dedicati alla fisica, all’antropologia e alla cosmologia.

IL PENSIERO Lucrezio vuole liberare l’uomo dalla paura della morte, dalle superstizioni, dai pre-
giudizi e dagli errori, perché possa vivere serenamente col sostegno della ragio-
ne e della filosofia.

LA POETICA Lucrezio è grande per la potenza delle immagini poetiche, in cui la natura diven-
ta protagonista di un grandioso dramma. Dà nuovi significati a parole della lingua
latina, ricorre spesso a neologismi, usa liberamente allitterazioni, assonanze, for-
me arcaiche e vecchie costruzioni. Mostra di conoscere bene Omero, Eschilo,
Euripide e Callimaco.

83
5 Cicerone
Cicerone è il più grande esponente dell’oratoria romana e, con Virgilio
e Lucrezio, la figura più rappresentativa della letteratura latina. La
partecipazione alla vita pubblica e politica è integrata in lui dall’otium, cioè
l’attività culturale e intellettuale, conciliando così la tradizione con l’innovazione.
La lingua latina raggiunge con lui il più alto e ampio grado di espressione
ed evoluzione, come testimonia il corpus della sua multiforme opera,
che spazia dalle orazioni ai trattati filosofici, retorici e politici,
alle oltre 800 lettere. Le sue opere hanno trasmesso non solo una conoscenza
analitica dell’epoca in cui egli visse, come interprete tra i più significativi delle
vicende politiche e culturali, ma anche della sua vita pubblica e privata. In
questo senso è lo scrittore latino più completo.

La vita
Homo novus Marco Tullio Cicerone (Arpino 106-Formia 43 a.C.) fu un ho-
mo novus, cioè proveniente da una famiglia in cui nessun
membro aveva mai ricoperto cariche pubbliche.

■ Gli anni di formazione


Nacque ad Arpino, una cittadina del Lazio vicino alla Cam-
pania, da genitori di agiata condizione, appartenenti all’or-
Gli studi dine equestre. Studiò a Roma, con il fratello Quinto, nelle
di grammatica, migliori scuole di grammatica e di retorica; approfondì l’e-
retorica, diritto loquenza, con maestri quali Licinio Crasso e Marco Antonio,
i più grandi oratori del momento, e il diritto. A 16 anni in-
dossò la toga virile; a 17, durante la guerra sociale, militò
contro i marsi e i sanniti, agli ordini di Pompeo Strabone, in-
sieme al di lui figlio, il futuro triumviro. Proseguì poi gli stu-
di con il retore Apollonio Molone di Rodi, con il filosofo ac-
cademico Filone di Larissa e con lo stoico Diodoto, che vis-
L’esordio forense se in casa sua fino alla morte. Esordì a 25 anni sulla scena
forense, in un dibattito di diritto privato, con l’orazione Pro
Quinctio (81 a.C.); nell’80, con l’orazione Pro Roscio Ame-
rino, difese Sesto Roscio di Ameria dall’accusa di parricidio
contro un potente liberto di Silla: una causa decisamente
Ti

più importante e rischiosa, che egli vinse. Nel 79 a.C. si al-


t o

Il viaggio lontanò da Roma per un viaggio ad Atene, Rodi e in Asia


l

ad Atene, Rodi Minore, per motivi di studio e di salute, ma forse anche per
oc

e in Asia Minore sfuggire ai risentimenti del dittatore Silla. Completò la sua


o

formazione con Antioco di Ascalona, Demetrio di Siria e gli


n

epicurei Zenone e Fedro.


c e

84
o ss
5 - Cicerone

■ Il cursus honorum
Tornato a Roma nel 77, sposò Terenzia, da cui ebbe due fi-
gli, e iniziò il cursus honorum come questore a Lilibeo in Si- La questura
cilia (75): cinque anni dopo difese i siciliani contro Verre,
che, per garantirsi un personale arricchimento, aveva go-
vernato l’isola tra furti e violenze d’ogni tipo. Difensore di
Verre era il riconosciuto principe del foro Quinto Ortensio La causa contro
Ortalo, ma Cicerone raccolse una tale quantità di prove con- Verre
tro l’iniquo amministratore e fu così incisivamente persua-
sivo che, dopo la prima arringa (Actio prima), Verre se ne
andò in volontario esilio. L’Actio secunda, divisa in cinque
libri, fu pubblicata successivamente, senza mai essere stata
pronunziata. Le Verrine segnano la raggiunta maturità di Le Verrine
Cicerone oratore e l’inizio di una popolarità sempre cre-
scente, che lo portò alla carica di edile nel 69, di pretore Edile, pretore
nel 66, anno in cui pronunziò il suo primo importante di- e console
scorso politico per il conferimento a Pompeo del comando
nella terza campagna militare contro Mitridate, e infine di
console nel 63 a.C.

■ Il consolato
La sua candidatura era stata appoggiata dai cavalieri come Il programma di
dai patrizi, i cui interessi Cicerone si proponeva di conci- concordia ordinum
liare con un programma politico moderato e rispettoso del-
la legalità, sintetizzato nella formula della concordia or-
dinum (accordo tra i ceti sociali abbienti). Da console si
oppose alla politica dei “democratici”, facendo naufra- Contro i democratici
gare le proposte di distribuzione di terre agli indigenti con
le 3 orazioni De lege agraria contra P. Servilium Rullum.
Difese poi il senatore Rabirio, accusato di omicidio (Pro
i Rabirio). Ma soprattutto sventò la congiura di Catilina, La congiura
un nobile decaduto che, con l’aiuto di ambienti aristocra- di Catilina
sos tici corrotti e di proletari indebitati e probabilmente con la
protezione di Cesare, era accusato di tentare un rovescia-
e
nc
mento dello Stato (in realtà doveva essere solo una mano-
co
vra antioligarchica). Cicerone pronunciò, in breve tempo, Le quattro Catilinarie
quattro orazioni contro Catilina: denunciò la congiura (I
lo
Catilinaria), informò il popolo dell’accaduto (II), fornì le
to
Ti
prove delle sue accuse (III), invocò la necessità della pena
capitale contro i congiurati (IV). Fu il suo momento di Il “padre della
maggior successo politico: “padre della patria” lo chiamò patria”
Catulo.
Negli anni successivi si trovò a dover fronteggiare, in posi-
zione debole insieme al Senato, gli accordi di Cesare, Pom-
peo e Crasso che avevano formato il primo triumvirato. A
causa di una legge fatta votare dal tribuno Publio Clodio,
85
o in
5 - Cicerone

s
nces
L’esilio creatura di Cesare, dovette subire l’esilio nel 58 a.C., pri-
ma a Tessalonica e poi a Durazzo, per aver fatto eseguire la
condanna a morte di cittadini romani senza un regolare pro-

o co
cesso. La sua casa sul Palatino e le ville a Tuscolo e a Formia
furono distrutte.
Il ritorno a Roma Per interessamento di Pompeo ritornò a Roma nel 57 e ri-
vendicò i suoi beni con le orazioni Pro domo sua e De ha-

Titol
ruspicum responso. Si avvicinò quindi ai triumviri (Pom-
peo, Cesare e Grasso) che reggevano le sorti dello Stato,
difendendo personaggi a loro legati, e appoggiò la proro-
ga del comando di Cesare in Gallia (De provinciis consu-
Progetto di laribus). Allargò il suo progetto di pacificazione sociale e
pacificazione sociale lo sintetizzò (Pro Sextio, 56) nella nuova formula di con-
cordia omnium bonorum, patto fra tutti i cittadini one-
sti, in favore del mantenimento dell’ordine contro ogni il-
legalità e sovversione. Ma i contrasti tra nobili e popolari
sfociarono in violenti disordini culminati con la morte del
tribuno Clodio: Cicerone difese senza successo il suo uc-
cisore Milone (Pro Milone, 52), che fu condannato all’esi-
Proconsole in Cilicia lio. Nel 51 a.C. fu nominato proconsole in Cilicia, dove
diede prova di integrità ed efficienza.

■ La guerra civile
Partigiano Scoppiata la guerra civile tra Cesare e Pompeo, Cicerone si
di Pompeo allineò, pur con qualche esitazione, al partito di Pompeo,
contro Cesare seguendolo in Epiro. Dopo la sconfitta dei pompeiani a Far-
salo nel 49 a.C. (battaglia a cui Cicerone non partecipò per-
ché era ammalato a Durazzo) e la morte di Pompeo in Egit-
Riconciliazione con to, si riconciliò con Cesare. Nelle cosiddette orazioni ce-
Cesare sariane (Pro Marcello, Pro Ligario, Pro rege Deiotaro)
chiese e ottenne clemenza per gli sconfitti. Il suo proget-
to politico era stato ormai superato dagli eventi: Cesare an-
dava accentrando nelle sue mani tutti i poteri, giungendo
Difficoltà familiari a proclamarsi dittatore a vita. Colpito da difficoltà fami-
e lutti liari (il divorzio da Terenzia; il matrimonio con Publilia, su-
bito seguito da un nuovo divorzio) e da lutti dolorosi (la
morte della amata figlia Tullia nel 45), trovò conforto nel-
lo studio e nella composizione dei trattati di retorica e di
filosofia.

■ Gli ultimi anni


Sostenitore Morto Cesare (15 marzo 44), Cicerone si illuse di poter ri-
di Ottaviano prendere un ruolo politico importante; appoggiò Ottavia-
no, erede del dittatore, contro Antonio, che di Cesare era
Le quattordici stato il più valido collaboratore e aspirava a sostituirlo. Com-
Filippiche pose contro quest’ultimo 14 orazioni, dette Filippiche, er-
86
4515,
5 - Cicerone

gendosi a strenuo difensore della legalità repubblicana e del-

follina, 8
la dignità del Senato. Ma il secondo triumvirato (43 a.C.) fis-
sò l’alleanza tra Antonio, Ottaviano e Lepido. Incluso nelle
liste di proscrizione, Cicerone fu abbandonato da Ottaviano Ucciso dai seguaci
e decapitato dai partigiani di Antonio, a Formia: affrontò di Antonio
la morte con dignità e coraggio.

a a dora
L’eloquenza ciceroniana
Cicerone scrisse 106 orazioni: 58 sono giunte complete (ve-
di tabella); delle 48 perdute sono rimasti frammenti di 17 e
titoli di una trentina.
Dopo le prime prove giovanili, l’eloquenza ciceroniana si Aldilà
in licenz
pose subito al di fuori delle scuole tradizionali di retorica, dell’asianesimo e
rifiutando sia la magniloquenza paludata dell’asianesimo dell’atticismo
(vedi a pag. 62) sia l’asciuttezza stringata dell’atticismo (ve-
di a pag. 63). Cicerone segue gli insegnamenti del suo mae-
stro Apollonio Molone di Rodi, stile intermedio o rodiese,
ma sente molto l’influenza di Demostene, soprattutto per
la varietà dei registri usati. Ne risulta uno stile del tutto per- Uno stile personale
oncesso

sonale e innovatore; il suo è vario e multiforme, ora so- e innovatore


lenne ora ampolloso, oppure secco ed essenziale, insom-
ma uno stile duttile che si adatta alla psicologia degli ascol-
tatori per carpirne il consenso. Il periodo strutturato sul-
la concinnitas, cioè caratterizzato da simmetria ed equi-
librio, è complesso, con andamento ipotattico, con molte
Titolo c

figure retoriche (anafore, climax, antitesi, enumerazioni, La concinnitas


omoteleuti ecc.). Cicerone usa la parola piegandola a tutti

LE ORAZIONI COMPLETE DI CICERONE


Pro Quinctio (81 a.C.), la prima orazione, Verre di malversazione quando era pre-
di diritto privato, riguarda una causa re- tore dell’isola. Solo le prime due furono
lativa a una proprietà tra Publio Quinzio pronunciate in tribunale (70 a.C.); le re-
e un certo Sesto Nevio. stanti 5 furono scritte e pubblicate per di-
Pro Sexsto Roscio Amerino (80 a.C.), di mostrare la colpevolezza di Verre, utiliz-
diritto penale, in difesa di un giovane di zando le numerose prove raccolte.
Ameria, accusato falsamente di parrici- Pro Tullio, Pro Fonteio, Pro Caecina (69
dio da un prestanome di Crisogono, po- a.C.), orazioni difensive in cause civili, per
tente liberto di Silla. risarcimento danni, concussione ed ere-
Pro Roscio Comoedo (76 ca a.C.), cau- dità.
sa civile in difesa dell’attore Roscio, di cui Pro lege Manilia de imperio Gnei Pom-
Cicerone era ammiratore (solo parzial- pei (66 a.C.), la prima orazione politica,
mente conservata). per concedere a Pompeo poteri straor-
In Verrem, sette orazioni in cui, su man- dinari nella guerra contro Mitridate, re del
dato dei siciliani, Cicerone accusa Gaio Ponto.

87
5 - Cicerone

Pro Cluentio Habito (66 a.C.), in difesa In Vatinium testem (56 a.C.), contro un
di un ricco cavaliere accusato di venefi- certo Vatinio, partigiano di Clodio odiato
cio; la causa finì con l’assoluzione del- dagli ottimati, che aveva testimoniato
l’imputato. contro Sestio.
De lege agraria (63 a.C.), 3 orazioni pro- Pro Caelio (56 a.C.), in difesa di Marco
nunciate contro la riforma agraria propo- Celio Rufo, accusato di furto e di un ten-
sta dal tribuno della plebe Servilio Rullo, tativo di avvelenamento dall’ex amante
di parte cesariana. Clodia, sorella di Clodio.
Pro Rabirio perduellionis reo (63 a.C.), De provincis consularibus (56 a.C.), ora-
tenuta davanti al popolo, in difesa di Ra- zione politica per prorogare il comando
birio, condannato a morte per l’uccisio- di Cesare nelle Gallie, in cui ha dato pro-
ne del tribuno Saturnino nel 100 a.C., va di grande abilità.
considerato delitto contro lo Stato (per- Pro Balbo (56 a.C.), in difesa di Balbo,
duellio). spagnolo di Cadice, amico di Cesare, ac-
Pro Murena (63 a.C.), orazione giudizia- cusato di usurpazione della cittadinanza
ria in difesa di Murena accusato di brogli romana.
elettorali; l’orazione pervenuta non è In Pisonem (55 a. C.), violenta invettiva
quella effettivamente pronunciata. politica contro Pisone.
In Catilinam, le 4 orazioni più famose di Pro Plancio, Pro Scauro e Pro Rabirio
Cicerone, pronunciate nel novembre e Postumo (54 a.C.), orazioni in difesa la
nel dicembre del 63 contro Catilina e i prima di un amico accusato di brogli
suoi seguaci rimasti a Roma. elettorali, la seconda di un governatore
Pro Cornelio Sulla, orazione politica in della Sardegna accusato di estorsione,
difesa di Sulla, che fu assolto dall’accusa la terza di un cavaliere coinvolto in
di aver fatto parte della congiura di Cati- un processo contro l’ex console Gabi-
lina. nio.
Titolo c

Pro Archia poëta (62 a.C.), in difesa del Pro Milone, in difesa di Milone accusato
poeta greco Archia accusato di aver usur- dell’uccisione di Clodio; l’orazione per-
pato il diritto di cittadinanza romana; con- venuta non è l’originale pronunciata da
tiene una celebre esaltazione della poe- Cicerone durante il processo del 54, ma
sia e della letteratura. una successiva trascrizione del 52 a.C.,
Pro Flacco (59 a.C), in difesa del propre- è una delle sue più belle orazioni.
oncess

tore Flacco accusato di concussione du- Pro Marcello (46 a.C.), discorso di rin-
rante il suo mandato in Asia. graziamento a Cesare, pronunciato in se-
Post reditum ad Quirites e Post reditum nato, per aver concesso il perdono a Mar-
in senatu, discorsi di ringraziamento pro- cello, pompeiano in esilio.
nunciati davanti al popolo e in senato do- Pro Ligario (46 a.C.), in difesa di Ligario,
po il trionfale ritorno dall’esilio nel 57 a.C. seguace di Pompeo in esilio, accusato di
o in lice

Pro domo sua ad pontifices (57 a.C.), delitto contro lo stato.


pronunciata dinanzi ai pontefici per otte- Pro rege Deiotaro (46 a.C.), in difesa
nere la ricostruzione della casa che era del re della Galazia ed ex pompeiano,
stata fatta abbattere da Clodio. accusato di aver attentato alla vita di Ce-
De haruspicum responsis (56 a.C.), ora- sare.
zione pronunciata in senato per difen- In Marcum Antonium (44 - 43 a.C.), 14
nza a d

dersi dall’accusa di sacrilegio lanciatagli orazioni contro Marco Antonio per farlo
da Clodio. dichiarare nemico pubblico. Sono note
Pro Sestio (56 a.C.), in difesa del tribuno col nome di Philippicae perché lo stesso
della plebe Sestio, accusato da Clodio di Cicerone, in una lettera a Bruto, le acco-
aver turbato la pace pubblica con azioni stò a quelle pronunciate da Demostene
violente. contro Filippo re Macedonia.
ora foll

88
5 - Cicerone

gli effetti desiderati. Nell’Orator egli illustra le tre qualità Le qualità essenziali
essenziali dell’oratore: docere o probare, delectare, move- dell’oratore
re o flectere. Il primo compito è quello di informare sul fat-
to ed esporre la propria tesi dimostrandone la validità; il
secondo è quello di esporre i fatti piacevolmente, con un
discorso vivace, serio, faceto, ironico, satirico, esemplifi-
cando sempre; l’ultimo infine è quello di coinvolgere emo-
tivamente l’ascoltatore, suscitando via via ira, entusiasmo,
commozione, pietà. Commuovere gli animi degli ascolta- Commuovere
tori è compito soprattutto dell’arringa finale (peroratio), gli animi
culmine dell’orazione. Cicerone afferma di non aver mai tra-
lasciato di ricorrere ad alcun espediente pur di rendere con-
vincente la sua arringa.

T i to
Le opere retoriche

lo
Cicerone fu anche teorico e scrisse parecchie opere fon-

co
damentali sull’oratoria, a cominciare dal trattato giovani-

n
le in due libri De inventione, un manuale scolastico in- De inventione

c es
compiuto (sull’inventio, cioè il modo di reperire gli argo-
menti). Per delineare le doti dell’oratore egli si ispirò al
so
trattato Rhetorica ad Herennium (86-82 a.C.) attribuito a
Cornificio: l’oratore deve contemperare le proprie capa-
in
cità tecniche con la ricchezza della propria cultura filoso-
lic

fica.
e

Sviluppò meglio il suo pensiero nelle opere successive.


n za

■ De oratore
Scritto nel 55 in tre libri, è considerato il suo capolavoro Il suo capolavoro in
a

nel campo della retorica, tanto che l’opera fu studiata e campo retorico
d

per secoli considerata un modello dello stile ciceroniano.


or

È un dialogo, ambientato nel 91 a.C., in cui i principali in-


a

terlocutori sono Marco Antonio, sostenitore dell’impor-


oll f

tanza delle doti naturali e dell’esperienza (ingenium), e Li-


cinio Crasso, il più diretto portavoce di Cicerone, sosteni-
in

tore della preminenza della conoscenza di tutti gli argo-


,8 a

menti: “Nessuno potrà essere riconosciuto oratore perfet- Il perfetto oratore


to se non avrà acquisito la conoscenza approfondita di tut-
4

ti gli argomenti più importanti e di tutte le discipline”. En-


15 5

trambi gli aspetti, secondo Cicerone, vanno comunque fon-


dati sull’onestà (libro I). Il II libro illustra le parti della re- Le parti della
,

torica: l’inventio (la ricerca degli argomenti), la dispositio retorica


rd o

(l’ordine logico in cui si dispongono gli argomenti), la me-


moria (le tecniche di memorizzazione). Nel III libro, Cras-
in

so parla dell’elocutio (lo stile) e dell’actio (la dizione, il to-


e

no della voce e i gesti).


Ist
it

89
ut
o
G
5 - Cicerone

■ Il Brutus e le opere minori


Storia dell’eloquenza Il Brutus, scritto nel 46 e dedicato a Marco Bruto, è un dia-
romana logo tra Cicerone stesso, Pomponio Attico e Marco Bruto. È
una storia dell’eloquenza romana dalle origini fino a Orten-
sio Ortalo e Cicerone, esaltati come i maggiori rappresen-
tanti; vengono decisamente criticati gli atticisti.
I trattati minori Orator (46) è dedicato a Marco Bruto ed è una ripresa dei
temi del De oratore, a cui si aggiunge la trattazione, più tec-
nica, della prosa ritmica.
Di minore importanza sono le Partitiones oratoriae, di da-
ta incerta, trattatello di retorica greca per il figlio Marco; il
De optimo genere oratorum, introduzione alla traduzione
latina delle due celebri orazioni di Demostene ed Eschine,
tenute al processo per la corona, del 330 a.C.; i Topica, com-
posti per un amico nel 44, illustrano i luoghi comuni (tópoi,
in greco) cui può ricorrere l’oratore nel reperire gli argo-
menti.

Le opere filosofiche
La formazione Cicerone coltivò gli studi filosofici fin da giovane ad Atene e
filosofica a Rodi, dove conobbe Fedro, Filone di Larissa, lo stoico Dio-
doto, l’accademico Antioco di Ascalona e fu discepolo di Po-
sidonio; a Roma frequentò Filodemo e Sirone. Riprese a oc-
cuparsi di filosofia in tarda età e compose le sue opere ne-
gli ultimi tre anni della sua vita.
Egli non espose un proprio pensiero originale; i suoi scritti
L’intento divulgativo avevano un intento divulgativo, quello di far conoscere a
Roma il patrimonio della speculazione filosofica greca, per
fornire una larga base culturale alla classe dirigente romana.
Forse anche per questo motivo non aderì ad alcun sistema,
Tit
ma mise a confronto le diverse dottrine del pensiero greco,
olo
riadattandole alla mentalità latina: così facendo creò nella
con
ces
so
LE OPERE FILOSOFICHE DI CICERONE
in l
Paradoxa stoicorum ad M. Brutum (I pa-
ice lismo della nuova Accademia rappre-
radossi degli stoici per M. Bruto), del 46,
nza sentata da Filone di Larissa e Antioco d’A-
illustra sei tesi degli stoici in contrasto con scalona. Fu composta in due redazioni di
ad il buon senso comune, cercando di ren- due e quattro libri: rimangono il 2° della
o derle credibili. prima (Academica priora o Lucullus) e il
Academica, è un’opera dialogica del 45 1° incompleto della seconda (Academi-
con interlocutori Lutazio Catulo e Licinio ca posteriora).
Lucullo; tratta il problema della cono- De finibus bonorum et malorum (I con-
scenza secondo le dottrine del probabi- fini del bene e del male oppure Il som-

90
5 - Cicerone

mo bene e il sommo male), del 45, è un e confutate le teorie filosofiche epicu-


trattato in tre dialoghi in 5 libri dedica- rea e stoica sull’esistenza degli dei e sul-
to a Marco Giunio Bruto. Si incentra sul le loro prerogative. Alla fine del terzo li-
problema fondamentale dell’etica: co- bro, lacunoso, Cicerone sembra pro-
me l’uomo possa raggiungere la felicità. pendere per la teoria stoica, ritenuta più
Nei primi due libri, ambientati nella vil- verosimile.
la di Cicerone a Cuma, gli interlocutori De divinatione (La divinazione), del 44,
del dialogo sono Cicerone stesso e due è un dialogo in 2 libri fra Cicerone e il
amici, Torquato e Triario. Viene esposta fratello Quinto. Lo scrittore critica la di-
la teoria epicurea secondo la quale il vinazione nelle sue varie forme come
sommo bene è costituito dal piacere e superstizione; tuttavia sostiene alla fine
il sommo male dal dolore, e la sua con- che “è doveroso difendere le istituzioni
futazione. Nel III e nel IV il dialogo ha dei nostri antenati, mantenendo in vigo-
come sfondo la villa di Cicerone a Tu- re i riti e le cerimonie” perché ciò è uti- Tito
scolo. Catone, il futuro Uticense, so- le allo Stato.
stiene la dottrina stoica secondo la qua- De fato, è un trattatello scritto dopo la
le la massima felicità consiste nel vive- morte di Cesare (44), giunto lacunoso,
re secondo natura e secondo ragione, illustra il contrasto tra destino e libero
cui segue la confutazione di Cicerone. arbitrio.
Nel V libro il dialogo si sposta ad Ate- Cato maior de senectute (Catone Mag-
ne nella sede dell’Accademia; gli inter- giore ovvero la vecchiaia), è un breve dia-
locutori sono Pupio Pisone, Attico, Ci- logo, dedicato ad Attico, ambientato nel
cerone, il fratello Quinto e il cugino Lu- 150 a.C. tra Catone il Censore, ormai ot-
cio. Sono esposte le dottrine accade- tantaquattrenne, Scipione Emiliano e
miche e peripatetiche, in base alle qua- Gaio Lelio. È un elogio della vecchiaia che
li il sommo bene sta nella perfezione permette all’uomo, al di là della deca-
dell’anima e nella salute del corpo. denza fisica, il conseguimento della mag-
A queste ultime va la preferenza del- giore autorevolezza.
l’autore. Laelius de amicitia (Lelio ovvero l’amici-
Tusculanae disputationes (Discussio- zia), è un breve dialogo, ambientato su-
ni tusculane), del 45-44, sono 5 libri de- bito dopo la morte di Scipione l’Emiliano
dicati ancora a Bruto, in cui l’autore im- (124 a.C.), tra Lelio, suo amico insepara-
magina un dialogo fittizio, tenuto in una bile, Fannio e Muzio Scevola. Definisce
delle sue ville a Tuscolo con un anoni- l’amicizia come comunione di uomini
mo interlocutore, sulla felicità umana e onesti, fondata non già sull’interesse, ma
sugli ostacoli che si frappongono al suo sulla virtù.
conseguimento. Nel I libro contesta il De officiis (i doveri), è un trattato in tre li-
convincimento che la morte sia un ma- bri dedicato al figlio Marco, opera im-
le; il II verte sulla sopportazione del do- portante per gli ideali morali e pedago-
lore, che è sempre attenuabile con la gici di Cicerone. Il I libro tratta dei dove-
ragione; il I I I indica come si possa ri, il II dell’utile, il III delle loro reciproche
mitigare la tristezza; il IV dimostra co- interazioni conflittuali, escludendo, in
me si possano lenire gli altri turbamen- conclusione, che possa sussistere un
ti dell’anima e, infine, il V espone la te- contrasto tra loro.
si che la virtù “basta da sola a dare la Pochi frammenti rimangono della Con-
felicità”. solatio, per la morte della figlia, dell’Hor-
De natura deorum (La natura degli dei) tensius, esortazione alla filosofia; del tut-
del 45-44, è un dialogo in 3 libri, sem- to perduti sono il De gloria, il De virtuti-
pre dedicati a Bruto. Vengono esposte bus e il De auguris.

91
e
rdin
5 - Cicerone

Creazione del lingua latina un linguaggio filosofico che è poi passato a

5, o
linguaggio filosofico tutta la cultura occidentale. Fu ostile all’epicureismo, con-
siderandone pericolosi per la vita pubblica l’ideale dell’otium

451
e la negazione di ogni provvidenzialità nella storia; ma fu so-
spettoso anche nei confronti del rigorismo stoico e inclinò
Incline all’eclettismo all’eclettismo, a cui lo spingeva la finalità educativa della sua

a, 8
opera oltre che la sua propensione naturale.

ollin
I dialoghi politici
Una ricerca non Rifacendosi a Platone, anche Cicerone cerca in due opere, il

ra f
puramente teoretica De repubblica e il De legibus, di trattare da un punto di vi-
sta filosofico i problemi dello Stato e del diritto. A differen-
za di Platone però, Cicerone non cerca di teorizzare uno

a do
Stato ideale, privo di qualsiasi riferimento al concreto, non
si stacca mai dalla storia e dalla realtà dello Stato romano.

nza
■ Il De re publica (La repubblica)
La forma di dialogo Scritto negli anni 54-52 è un dialogo in 6 libri che si imma-
gina avvenga nel 129 a.C. nella villa di Scipione l’Emiliano:
lice
per tre giorni conversano il padrone di casa, Lelio, Furio Fi-
lo, Manlio Manilio e personaggi minori. L’opera, giunta fram-
n

mentaria, fu ritrovata da Angelo Mai nell’Ottocento in un pa-


so i

linsesto vaticano; prima se ne conosceva solo la parte con-


clusiva, il Somnium Scipionis (Sogno di Scipione). Nel I li-
bro Cicerone illustra la teoria, risalente attraverso Polibio ad
s

Aristotele, delle forme fondamentali di governo – monar-


nce

Le forme di governo chia, aristocrazia, democrazia – con le loro degenerazioni –


e le loro rispettivamente tirannide, oligarchia, demagogia. Da tali de-
o

degenerazioni generazioni lo Stato romano è tuttavia immune, perché vi


lo c

coesistono in armonia le tre forme base, rappresentate dal-


le istituzioni del consolato, del Senato e dei comizi popola-
Tito

ri. I libri successivi, giunti incompleti, trattano lo sviluppo


della costituzione romana, della giustizia, della figura del
princeps ideale, un’autorità super partes e non in contrasto
Il sogno di Scipione con il Senato. Nella sezione conclusiva Scipione l’Africano,
apparso in sogno al suo discendente Scipione Emiliano, gli
addita, dall’alto dei cieli, il destino d’immortalità che atten-
de i giusti, benemeriti della patria.

■ De legibus (Le leggi)


Iniziato nel 52 a.C., se ne conservano i primi tre libri, oltre
che frammenti del IV e del V.
Come Platone aveva fatto seguire le Leggi alla sua Repubbli-
ca, così anche alla Repubblica ciceroniana segue questo dia-
logo tra Cicerone, il fratello Quinto e Pomponio Attico, am-
92
5 - Cicerone

bientato sulle rive del Liri e nella villa di Cicerone ad Arpino.


Tit
Cicerone dimostra che le leggi sono insite nella società e Le leggi sono un
olo
che sono un misto di elementi sacri e profani, come i fon- connubio di sacro
damenti della costituzione giuridica romana. Indica il com- e di profano
plesso delle XII Tavole come il migliore fra le leggi di Roma. co
nc
L’epistolario es
s
Le lettere costituiscono una documentazione preziosa e vi- Valore storico
va sia per la conoscenza della personalità di Cicerone sia per dell’epistolario
la ricostruzione degli eventi politici a lui contemporanei. So-
no scritte per lo più con un linguaggio spontaneo e imme-
diato, senza preoccupazioni formali, che riflette il sermo co-
tidianus delle classi colte ed esprimono stati d’animo, en- La lingua quotidiana
tusiasmi, dubbi, incertezze e preoccupazioni. Sono perve- colta
nute 864 lettere, delle quali 90 sono di suoi corrispondenti,
ma il carteggio di Cicerone doveva essere molto più volu-
minoso. È diviso in quattro raccolte:
Epistulae ad familiares (Le lettere ai familiari), tra il 62 e Epistulae
il 43 a. C., in 16 libri; i principali corrispondenti sono Te- ad familiares
renzio Varrone, Dolabella, Cornelio. Il libro XIV contiene le
lettere alla moglie Terenzia, il XVI quelle al liberto Tirone,
suo segretario, l’VIII le lettere di Celio Rufo a Cicerone.
Epistulae ad Atticum (Le lettere a Attico, 68-44), in 16 libri, Ad Atticum
sono indirizzate al dotto amico che aveva curato come edi-
tore alcune delle opere ciceroniane. È la raccolta più nu-
merosa, ben 396 lettere, e la più significativa per valore sto-
rico. In esse Cicerone introduce brani in greco per far pia-
cere all’amico, che amava la Grecia, e testimonia così l’abi-
tudine all’espressione bilingue nella conversazione familia-
re e quotidiana dei romani colti.
Epistulae ad Quintum fratrem (Le lettere al fratello Quin- Ad Quintum fratrem
to, 60-54 a.C.) sono 28 lettere in tre libri; la più importante
è quella in cui dà consigli al fratello, proconsole della pro-
vincia d’Asia, sul modo di reggere il governo con equilibrio
ed umanità.
Epistulae ad Marcum Brutum (Le lettere a Marco Bruto, Ad Marcum Brutum
43 a.C., in due libri), sono lettere, di dubbia autenticità, di
Bruto (il cesaricida) a Cicerone e di Cicerone a Bruto, quan-
do quest’ultimo era in Illiria e in Epiro e si preparava alla
guerra contro i triumviri.

Cicerone poeta
Cicerone fu anche poeta e traduttore. Di questa parte della
sua produzione, di minore importanza, sono pervenuti so-
93
5 - Cicerone

Poesia poco lo frammenti. Scrisse in versi i poemetti mitologici Pontius


apprezzata Glaucus e Alcyones; Uxorius, di argomento scherzoso; l’o-
peretta geografica Nilus; il poema epico Marius; Pratum,
sulla drammatica; De consulatu meo e De temporibus meis
(Sul mio consolato e Sui miei tempi), poemi in 3 libri, già
criticati nell’antichità per il tono enfatico; Limon, una spe-
cie di satura. Tradusse liberamente il poema astronomico Fe-
nomeni del poeta greco Arato di Soli (320 ca-240 ca a.C.).

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA (Arpino 106 - Formia 43 a.C.). Homo novus, frequenta le migliori scuole e i più
famosi oratori e filosofi. A 25 anni esordisce come avvocato. Inizia il cursus ho-
norum come questore nel 75; in seguito è eletto edile, pretore e console nel 63,
l’anno della congiura di Catilina. Esiliato nel 58, ritorna a Roma nel 57, avvici-
nandosi ai triumviri. Nel 51 a.C. è proconsole in Cilicia. Nella guerra civile si schie-
ra con Pompeo, ma dopo la morte di questo si riconcilia con Cesare. Viene ucci-
so dai sicari di Antonio.

Titolo c
LE ORAZIONI Sono giunte complete 58 orazioni il cui stile è personale, adattato alle circostanze
e mirante alla partecipazione emotiva degli ascoltatori. Il periodo è strutturato
sulla concinnitas.

LE OPERE FILOSOFICHE Scritte nei suoi ultimi tre anni di vita, hanno lo scopo di far conoscere alla clas-
se dirigente romana la filosofia greca. Creato nella lingua latina il linguaggio filo-

oncesso
sofico poi passato alla cultura occidentale.

I DIALOGHI POLITICI Nel De re publica e nel De legibus tratta i problemi dello Stato e del diritto da un
punto di vista filosofico. Non teorizza uno Stato ideale, come le omonime opere
di Platone, ma ha sempre come riferimento la storia e la realtà dello Stato ro-
mano. in licenz
L’EPISTOLARIO Le Lettere, divise in quattro raccolte, presentano un linguaggio spontaneo e im-
mediato, il sermo cotidianus delle classi colte di Roma. Costituiscono un prezio-
so documento per la conoscenza della personalità di Cicerone e della politica del-
l’epoca.

LE POESIE Rimangono solo frammenti e titoli.


a a dora
follina, 8

94
4
uto Ge
6 Cesare

s tit
Cesare, condottiero, statista, scrittore e storico, è il vero protagonista

I
dell’ultimo periodo della repubblica e del suo trapasso al principato. La sua

rdine
figura, tra le più celebri del mondo antico (è dal suo nome che derivano i titoli
di imperatore in tedesco, Kaiser, e in russo, zar), ha lasciato una traccia
indelebile non solo nella storia politica e militare dell’Urbe, ma anche nella

4515, o
letteratura latina, in cui occupa un posto di primo piano.

La vita
Gaio Giulio Cesare (Roma 100-44 a.C.) nacque il 13 luglio da Di antichissima
ina, 8
una antichissima famiglia di origine patrizia, la gens Iulia, famiglia patrizia
che si vantava di discendere per via paterna da Iulo, figlio di
Enea e, perciò, da Venere; per via materna, da Anco Marzio.
La madre Aurelia era figlia di Aurelio Cotta, seguace di Silla;
la zia paterna, Giulia, era sposata a Mario e la seconda mo-
o ll

glie dello stesso Cesare, Cornelia, era legata al partito ma-


f

riano, in quanto figlia di Cinna, uno dei capi democratici.


r a

■ Gli anni giovanili


a a do

Sono scarse le notizie sulla sua formazione culturale, che do-


vette comunque essere molto approfondita e accurata. Il suo
atteggiamento antiaristocratico si rivelò subito, quando si op- Atteggiamento
pose al ripudio della moglie Cornelia, impostogli dal dittatore antiaristocratico
licenz

Silla. Già sospettato per i legami familiari (era imparentato con


Mario e con Cinna), Cesare fu incluso nelle liste di proscrizio-
ne e si salvò fuggendo da Roma. Graziato dal dittatore per l’in-
tervento di personalità legate alla famiglia della madre, giudicò
più prudente non ritornare nella capitale e riparò in Asia nell’81, Le esperienze
esso in

dove fece le sue prime esperienze militari. Ritornato a Roma militari in Asia
nel 78, dopo la morte del dittatore, esordì sulla scena politico-
giudiziaria pronunciando, senza successo, un discorso di ac-
cusa per concussione contro Cornelio Dolabella, potente rap-
presentante del partito aristocratico. Si recò quindi a Rodi per Il viaggio d’istruzione
c

un viaggio d’istruzione e seguì le lezioni di Apollonio Molone, a Rodi


n

che era stato anche maestro di Cicerone.


co

■ L’adesione ai popolari
o

Rientrato a Roma, fu eletto pontefice nel 73 e riprese l’attività Pontefice


Titol

giudiziaria sostenendo l’accusa contro Antonio, parente del fu-


turo triumviro. Aderì al cosiddetto partito democratico, di- L’adesione al partito
venendone in breve tempo uno dei capi. Nel 70 sostenne le democratico
leggi, proposte dai consoli Pompeo e Crasso, per ripristinare
95
6 - Cesare

le prerogative dei tribuni della plebe, che Silla aveva esauto-


rato, e richiamare dall’esilio i seguaci di Mario; nel 66 sosten-
ne in Senato la legge Manilia che concedeva a Pompeo pieni
poteri nella guerra contro Mitridate. Cominciò a guadagnar-
Il favore del popolo si il favore del popolo con elargizioni in grano, denaro e spet-
tacoli a proprie spese, al punto da indebitarsi pesantemente.

■ Il cursus honorum
La carriera politica La sua carriera politica fu rapida: questore in Spagna nel 68,
edile nel 65, pontefice massimo nel 63, anno del consolato
di Cicerone e della congiura di Catilina. È discussa la sua par-
tecipazione all’impresa, comunque, una volta fallita, egli si
oppose invano alla condanna a morte dei congiurati contro
La pretura l’intransigenza di Cicerone. Fu pretore nel 62 a.C., propre-
tore nel 61 nella Spagna Ulteriore, dove sottomise i lusitani.
L’amministrazione della Spagna gli procurò fama e ingenti
ricchezze, che usò per acquistare ulteriore influenza a Ro-
ma. Nel 60 si presentò candidato al consolato.

■ Il primo triumvirato
Console Eletto console nel 59 con l’appoggio di Pompeo e di Cras-
so, anch’essi scontenti del senato, stipulò con loro quel pat-
to privato di enorme importanza politica che è noto come
Il triumvirato con primo triumvirato. Rinsaldò la politica di alleanza con Cras-
Pompeo e Crasso so e Pompeo, cui aveva dato in moglie la figlia Giulia nel 60,
e realizzò gli accordi stabiliti con loro, senza che il senato e
l’altro console, Calpurnio Bibulo, potessero opporsi.
La riforma agraria Fece approvare una riforma agraria (Lex Iulia agraria) per
la distribuzione di terre ai veterani dell’esercito di Pompeo
e ottenne la ratifica delle misure da lui prese in Oriente do-
po la guerra mitridatica; per compiacere Crasso costrinse il
senato ad abbonare parte della somma dovuta allo Stato dai
cavalieri per gli appalti in Asia.

■ Il proconsolato in Gallia
e
nc

Si fece affidare per cinque anni il proconsolato dell’Illirico


co

e della Gallia Cisalpina, a cui si aggiunse poi (con la Lex Va-


tinia) quello della Gallia Narbonense. Lasciato il tribuno
lo

della plebe Publio Clodio a Roma per tenere sotto control-


to

La campagna lo il Senato, si recò in Gallia dove, dal 58 al 52 a.C., condusse


Ti

in Gallia con grande successo una serie di campagne militari. Con-


quistò l’intera regione fino al Reno, ottenendo un risul-
tato fondamentale per l’espansione del dominio di Ro-
ma, oltre che per l’accrescimento del proprio potere per-
sonale. La proroga del proconsolato (56) per altri 5 anni lo
trattenne in Gallia fino al 50. A Roma gli anticesariani del
96
6 - Cesare

Senato avevano incominciato a riorganizzarsi, già con il ri-


chiamo di Cicerone dall’esilio nel 57 a.C. La situazione peg-
giorò con la rottura dell’equilibrio fittizio delle forze as- La rottura
sociate nel triumvirato per la morte di Crasso, sconfitto del triumvirato
e ucciso dai parti nella battaglia di Carre nel 53, e con l’uc-
cisione di Clodio (52). Cesare si trovò di fronte solo a Pom-
peo, che si era riavvicinato all’oligarchia senatoria ed era
stato scelto come difensore della legalità repubblicana, per Le mire a un potere
contrastare le mire di Cesare tese a creare un potere mo- monarchico fondato
narchico fondato sulla forza dell’esercito. Pompeo fu no- sull’esercito
minato console unico e incaricato di riportare ordine nella
capitale, dopo i tumulti avvenuti in seguito alla morte di
Clodio.

■ La guerra civile
Benché lontano da Roma, Cesare chiese nel 49 di presen-
tarsi candidato al consolato, rifiutando di congedare l’eser-
cito come ordinatogli dal Senato. Il Senato allora decretò lo
stato di emergenza e affidò a Pompeo i pieni poteri, ma Ce-
sare passò con una legione il Rubicone (10 gennaio 49), Il passaggio
dando così inizio alla guerra civile. Impadronitosi facil- del Rubicone
mente dell’Italia, inseguì Pompeo in Oriente. Lo scontro de-
cisivo avvenne a Farsalo in Tessaglia nell’agosto del 48, La vittoria nella
quando Cesare ebbe ragione dell’esercito senatorio di Pom- battaglia
peo, pur numericamente superiore. Gli ultimi focolai di re- di Farsalo
sistenza, dopo la morte di Pompeo in Egitto, furono annul-
lati in Africa a Tapso (46) e in Spagna, a Munda (45).

■ La dittatura
Padrone di Roma, Cesare varò una serie d’importanti rifor- Le riforme
me: allargò a 900 membri il numero dei senatori, inseren-
dovi suoi ex ufficiali e molti provinciali; aumentò, a garanzia
d’una migliore amministrazione dello Stato, il numero di
questori, edili e pretori; estese la cittadinanza romana agli
abitanti della Gallia Cisalpina; favorì le classi subalterne e in
particolare i suoi soldati con assegnazioni di terre; modificò
il calendario. Ispirandosi a quella moderazione che aveva as- Politica di
sunto come costante riferimento del suo programma politi- moderazione
co, non infierì contro gli ex avversari, evitando condanne
e liste di proscrizione, come avevano fatto Mario e Silla: uno Tit
dei primi ad avvantaggiarsi del perdono fu Cicerone. Con- olo
temporaneamente egli consolidò il suo potere personale Il consolidamento
controllando personalmente la gestione di tutte le magi- co
strature. Il Senato gli assegnò ripetutamente il titolo di con-
del potere personale
e la dittatura a vita
nc
sole (46 e 45), quello di imperator, con cui controllava l’e-
sercito, quello di censore triennale come praefectus morum
97
conc
6 - Cesare

e, infine, la dittatura a vita nel 44. Sebbene avesse rifiutato


Titolo

Cumulo di cariche il titolo di rex, offertogli da Marco Antonio, il cumulo delle


e di onori cariche e degli onori lo rese sempre più inviso all’oligarchia
senatoria che, guidata da Marco Giunio Bruto e da Gaio Cas-
sio, organizzò una congiura in seguito alla quale fu ucciso il
15 marzo del 44.

Cesare scrittore
I Commentarii Delle opere di Cesare sono giunti completi i Commentarii
de bello gallico (La guerra gallica), i Commentarii de bel-
lo civili (La guerra civile), un acuto epigramma in 6 versi sul
commediografo Terenzio: una parte, dunque, della sua va-
sta attività di scrittore.
L’epistolario Delle numerose Epistulae di Cesare, riunite e pubblicate do-
po la sua morte, rimangono solo sette lettere contenute nel-
l’epistolario di Cicerone; sono giunti i titoli di alcune rac-
colte: Al senato, A Cicerone, Ai familiari, A G. Oppio, a C.
Balbo.
Le orazioni Restano scarsissimi frammenti e alcuni titoli delle sue ora-
zioni, ammiratissime dai contemporanei, come Cicerone, e
dai posteri, come Quintiliano e Tacito; probabilmente fu un
atticista, ma da ciò che è rimasto è difficile poterlo dire con
sicurezza.
Il trattato Rari sono anche i frammenti del trattato grammaticale sui
De analogia problemi di lingua e di stile il De analogia (Sulla analogia),
in due libri scritti durante la campagna di Gallia (54) e de-
dicato a Cicerone. Nel dibattito sulla lingua latina tra i so-
Disputa stenitori dell’analogia, cioè del purismo con la regolarità de-
tra “analogia” gli schemi grammaticali, e quelli dell’anomalia, cioè della
e “anomalia” libertà di espressione, si schierò dalla parte dei primi. Sono
perdute tutte le altre sue opere letterarie: l’Anticato (Anti-
catone) del 45, in due libri, era una critica alla figura di quel
Catone l’Uticense che Cicerone aveva celebrato come ulti-
mo “eroe della libertà” e di cui Cesare invece contestò gli at-
teggiamenti e persino la scelta etica del suicidio. In versi era-
no il poemetto Iter (Il viaggio, del 46), che aveva per tema
il viaggio di Cesare da Roma alla Spagna contro i pompeia-
ni; le giovanili Laudes Herculis (Lodi di Ercole) e la tragedia
Oedipus (Edipo); il De Astris (Le stelle) doveva essere un
trattato di astronomia, forse legato alla riforma del calenda-
rio.

■ I commentarii come genere storiografico


Il significato di Il termine commentarii significava propriamente “appunti,
“promemoria” promemoria” e indicava un genere minore di narrazione, in-
98
6 - Cesare

tesa come nuda registrazione di notizie personali, di dati de-


stinati a essere rielaborati da altri nella forma più completa
e artistica, propria del genere storiografico. Cicerone, Silla
e tanti altri personaggi avevano redatto dei commentarii sul
loro consolato.
Cesare era ben consapevole del grande valore artistico del- Consapevolezza
le sue due opere di storia e forse le aveva così chiamate storiografica di
per falsa modestia. D’altra parte con il titolo di commenta- Cesare
rii voleva sottolineare il suo atteggiamento di storico che
raccontava e interpretava cioè solo le vicende a cui ave-
va partecipato, senza sovrabbondanze ed espedienti reto-
rici per renderle più attraenti. Cicerone stesso, che pur non
aveva simpatia per Cesare, escluse che qualsiasi altro po-
tesse mai intervenire su un’opera di ineguagliabile sempli-
cità.

■ Commentarii de bello gallico


La guerra gallica è formata da 7 libri, ciascuno dei qua-
li tratta le vicende di un anno di guerra che portò sotto
il dominio di Roma un’altra importante provincia (58-52).
Il titolo originale dell’opera era probabilmente G. Iulii Cae-
saris commentarii rerum gestarum, completato dal sot-
totitolo “belli gallici”. Secondo la testimonianza del luo-
gotenente Aulo Irzio, sono stati composti da Cesare nel-

Ti
l’inverno del 52-51, e il 51 è anche l’anno di pubblicazio-

to
ne.

lo
co
nc
DE BELLO GALLICO

es
Libro I (58). Dopo una descrizione geo- nervii e altre popolazioni stanziate tra il

s
grafica della Gallia, sono narrate le Reno, la Schelda, la Senna e l’Atlantico
campagne militari di Cesare per bloc- si erano coalizzate contro i romani. Il
care le migrazioni degli elvezi e dei sue- tempestivo intervento di Cesare sotto-
bi. Gli elvezi, in cammino verso la più mette tutto il territorio, dopo una lotta
fertile e ampia Gallia occidentale, mi- accanita. Il libro si chiude con un pub-
nacciavano la provincia romana. Scon- blico ringraziamento agli dei per la vit-
fitti sul Rodano presso Ginevra e poi a toria (supplicatio) di 15 giorni, decreta-
Bibracte, sono costretti a ritornare nei to dal senato.
territori d’origine. Cesare affronta poi la Libro III (56). Si apre con la campagna
tribù germanica dei suebi che, coman- di Servio Galba, luogotenente di Cesa-
data da Ariovisto, si era insediata in Gal- re, contro la ribellione delle popolazio-
lia; sconfitti in una battaglia campale in ni delle Alpi Pennine (57) e tratta della
Alsazia sono costretti a riattraversare il conquista della Gallia occidentale e del-
Reno. l’Aquitania. I veneti della Bretagna,
Libro II (57). È il resoconto della con- sconfitti in battaglie terrestri e navali
quista della Gallia nord-orientale. Belgi, condotte da Tito Labieno, sono deci-

99
6 - Cesare

mati e venduti come schiavi; gli aquita- gioni romane sparse nei vari insedia-
ni, alleati dei veneti, vengono sotto- menti invernali. Gli eburioni, guidati da
messi da Publio Crasso. L’ultima cam- Ambiorìge, annientano 15 coorti ro-
pagna termina a inverno già iniziato con mane.
la sottomissione dei mòrini e dei mè- Libro VI (53). Tratta delle operazioni mi-
napi, stanziati nelle odierne Fiandre. litari contro Ambiorìge e gli alleati trè-
Libro IV (55). Sono raccontate le spedi- viri e menapi. Con 10 legioni, Cesare
zioni contro i germani e contro i britan- inizia la campagna contro gli insorti
ni. Cesare interviene al nord su richie- sconfiggendo i trèviri, i senoni, i mena-
sta dei mènapi il cui territorio era stato pi e altre tribù. Attraversa il Reno per in-
invaso dalle orde germaniche degli usi- timidire i suebi che aiutavano gli insor-
peti e dei tencteri. Annientati presso ti. Nella narrazione introduce un nuovo
Aquisgrana, Cesare, per fare un’azione e più ampio excursus sugli usi, costumi
dimostrativa, insegue i superstiti attra- e ordinamenti dei galli e dei germani.
versando il Reno su un ponte costruito Con assalti continui stermina quindi gli
in soli dieci giorni e devasta il territorio eburoni, senza riuscire a catturare
dei sicambri. È introdotta una breve di- Ambiorìge.
gressione sui costumi dei germani e sul-
Titol
Libro VII (52). Narra la grande insurre-
la loro tribù più potente e bellicosa, i sue-
o co
zione generale dei galli guidata da Ver-
bi.Tornato in Gallia Cesare allestisce una
spedizione oltre la Manica contro i bri- nces
cingetorige, re degli arverni. La situa-
zione dei romani, sparsi nei vari ac-
tanni, che avevano aiutato i galli, ma sen- campamenti, si fa critica. Cesare ac- so in
za molto successo per lo scarso nume-
ro di soldati impiegati e per una tempe-
corre dalla Cisalpina in pieno inverno,
distrugge Cenabum (Orléans) e Avari-
l
sta che distrugge parte delle navi. Do- cum (Bourges), assedia senza successo
po un mese è costretto al ritorno in Gal- Gargovia, capitale degli arverni. Gli edui
lia. aderiscono alla rivolta e Cesare, ricon-
Libro V (54). Tratta della seconda spe- giuntosi con difficoltà con le legioni del
dizione in Britannia. Nell’inverno Ce- luogotenente Labieno, si ritira verso la
sare fa costruire una nuova flotta e in Provenza. Vercingetorige, cercando di
primavera riattraversa la Manica con impedirgli la ritirata, si lascia coinvol-
800 navi, 5 legioni e 2000 cavalieri; gere in una battaglia campale e, scon-
penetra nell’interno dell’isola e scon- fitto, si rinchiude in Alesia (Alise-Sainte
figge ripetutamente le tribù guidate da Reine, in Borgogna) che viene da Ce-
Cassivellauno, spingendole a nord del sare assediata e cinta da poderose for-
Tamigi. Inizia la rivolta delle tribù della tificazioni e alla fine presa per carestia.
Gallia del nordest, che assediano le le- Vercingetorige viene catturato.

■ Commentarii de bello civili


La guerra civile è formata da 3 libri che trattano gli avve-
nimenti degli anni 49 e 48 a.C., dal passaggio del Rubico-
ne all’inizio della guerra alessandrina e alla morte di Pom-
peo. Il titolo dell’opera era probabilmente G. Iulii Caesaris
commentarii rerum gestarum, completato dal sottotitolo
belli civilis. Incerti sono sia il periodo di composizione sia
quello di pubblicazione.
100
Tit
6 - Cesare

DE BELLO CIVILI
Libro I. Nei primi capitoli viene esposta gue la sconfitta e la morte del luogote-
la situazione politica di Roma; segue il nente di Cesare, Curione, nella campa-
passaggio del Rubicone, la conquista gna militare in Africa contro i pompeiani
d’Italia, la fuga di Pompeo. Vengono trat- e il loro alleato Giuba di Numidia.
tati poi l’assedio di Marsiglia, la guerra Libro III. Si raccontano la guerra di Ce-
in Spagna con la vittoria sui legati di sare contro Pompeo, in Epiro e in Tessa-
Pompeo, Afranio e Petreio a Ilerda (og- glia, la battaglia di Farsalo, l’inseguimen-
gi Lerida). to di Pompeo in Egitto, il suo assassinio
Libro II. Si narra la fine dell’assedio di da parte di Tolomeo, l’intervento di Ce-
Marsiglia, la resa delle ultime legioni sare che rimette sul trono Cleopatra e l’i-
pompeiane comandate da Varrone. Se- nizio della guerra alessandrina.

Relatore delle proprie imprese


Pur trattando una materia che lo vede protagonista assolu- Sguardo oggettivo
to, Cesare riesce a mantenere uno sguardo lucido sulle vi- e impassibile,
cende esposte: l’uso stesso della narrazione in terza per- narrazione in terza
sona (secondo l’esempio dello storico greco Senofonte nel- persona
l’Anabasi) è segno della volontà di trattare la materia in
modo obiettivo. È chiara anche la funzione politica dei due Funzione politica
commentari: Cesare sente la necessità di giustificare la sua delle sue opere
opera. Nel De bello gallico presenta l’intervento nelle varie
guerre e la conquista di tutta la Gallia come necessarie alla
difesa del territorio romano minacciato dai nemici esterni.
Nel De bello civili addossa agli avversari la responsabilità di
aver scatenato la guerra per cupidigia e ambizione. La sua
autodifesa, tuttavia, se gli ha suggerito tagli particolari nella Un’autodifesa
presentazione di alcuni episodi e qualche alterazione nella senza falsificazioni
cronologia degli eventi, non ha comportato falsificazioni so-
stanziali della realtà.
La lingua purissima, il nitore dell’espressione, l’elegante Lingua purissima
semplicità ed essenzialità della sintassi, il rifiuto di abbel- ed elegante
limenti retorici dipendono da una scelta di stile: “nudi,
schietti, belli, svestiti di ogni ornamento” così li giudica Ci-
cerone nel Brutus; ma essi riflettono anche la lucidità in- Lucidità intellettuale
tellettuale di Cesare e il suo dominio sulla complessità
della forma. Nei commentari non vi sono analisi psicologi-
che particolari, né discorsi, né racconti pittoreschi, ma l’e-
sposizione nuda e cruda delle vicende che, raccontate con
straordinaria efficacia drammatica, tengono sempre vivo Interesse
l’interesse del lettore. Di grande importanza sono le noti- documentario
zie sugli usi militari dei romani, sulle loro opere di inge- su usi e costumi
gneria, come costruzioni di ponti, di navi e di fortificazioni;
rilevante è la presentazione delle caratteristiche geografiche
101
6 - Cesare

delle regioni e degli aspetti etnici della diverse popolazioni


dell’Europa nord-occidentale: galli, germani, britanni. La de-
Strategia e tattica scrizione delle battaglie evidenzia l’eccellenza della strate-
militare gia e della tattica militare di Cesare, che sarà oggetto di
studio nei secoli. E su tutto domina la figura di Cesare, la
moderazione con cui presenta i propri successi, la cordialità
e la simpatia con cui parla dei suoi soldati e dei suoi ufficia-
li, specie quelli di grado subalterno, come i centurioni, evi-
denziando i loro atti di eroismo, la disciplina, la devozione
verso il generale.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA (Roma 100 - 44 a.C.). Cesare fa le prime esperienze militari in Asia ed esordisce
come oratore a 22 anni. Aderisce al partito democratico e, dopo una veloce car-
riera politica, diventa console nel 59, con l’aiuto di Pompeo e Crasso coi quali ha
stipulato il primo triumvirato. Con una serie di campagne militari (58 - 52) con-
quista tutta la Gallia e poi sconfigge Pompeo nella guerra civile. Ormai padrone
di Roma, viene assassinato alle idi di marzo.

Commentarii Composti nell’inverno del 52-51, narrano la conquista della Gallia in 7 libri, uno
de bello gallico per ogni anno di guerra.

Commentarii Trattano in 3 libri, due anni di guerra civile, dal passaggio del Rubicone alla mor-
de bello civili te di Pompeo, in Egitto.

LO SCRITTORE Cesare tratta la materia in modo impersonale e obiettivo, narrando di sé in ter-


za persona. La lingua purissima, l’eleganza espressiva, la semplicità della sin-
Titolo co
tassi, l’efficacia drammatica della narrazione tengono sempre vivo l’interesse del
lettore e fanno di Cesare uno dei maggiori prosatori latini.

LE OPERE PERDUTE Non sono pervenute le orazioni, ammirate dai contemporanei, il trattato gram-
maticale De analogia, l’Anticato, l’Iter, il De Astris, le Laudes Herculis e la trage-
dia Oedipus.

102
7 Sallustio
Sallustio, di cui rimangono gran parte delle opere, è il primo grande storico
romano, nel senso proprio del termine. Personalità complessa e contraddittoria,
con la sua opera indaga sul progressivo disgregarsi delle antiche istituzioni
nel periodo di crisi dell’ultima età repubblicana e nascita del principato,

Ti t
alle cui vicende politiche partecipa attivamente dalla parte di Cesare.

La vita olo
co
Gaio Sallustio Crispo (Amiternum, Sabina 86-Roma 35 a.C.) Di famiglia plebea
nc
era di famiglia agiata, probabilmente di origine plebea. Il benestante
fatto di non appartenere alla classe dirigente influenzò
es
senz’altro i suoi giudizi storici. Si sa poco della sua forma-
so
zione culturale: dai suoi scritti si rileva che tra gli autori lati-
ni conoscesse bene Catone e, tra i greci, senz’altro Tucidide.
in

■ La carriera politica
lice

Per completare la sua educazione si recò a Roma, dove in-


traprese la carriera politica da homo novus. Sostenitore del-
nz

le esigenze dei “provinciali”, sempre più coscienti della pro-


pria importanza, entrò nel partito democratico e fu fedele
aa

seguace di Cesare, che aveva impostato una politica tesa a Fedele seguace
valorizzare le classi dirigenti di tutta la penisola. Probabil- di Cesare
do

mente fece esperienze militari tra gli anni 70 e 60. Debuttò


nella politica come questore (55 o 54), entrando così in Se-
ra

nato e nel 52 divenne tribuno della plebe. In quell’anno


Clodio, fedele a Cesare era stato ucciso dai sicari dell’ari- Tribuno della plebe
fol

stocratico Tito Annio Milone; Sallustio, anche per inimicizia


lina

personale, attaccò violentemente Milone, che fu processato L’attacco contro


e condannato, nonostante fosse difeso da Cicerone con una Milone e Cicerone
,8

celebre orazione. Si attirò l’ostilità degli ottimati e nel 50 fu


espulso dal Senato sotto la generica accusa di vita scostu- L’espulsione
45

mata, accusa probabilmente pretestuosa, che intendeva pri- dal Senato


vare Cesare di un risoluto sostenitore.
15
,o

■ La guerra civile
Raggiunse allora in Gallia Cesare, che gli affidò incarichi im-
rdi

portanti durante la guerra civile contro Pompeo. Reintegrato


nel Senato (49) e posto al comando di una legione, Sallustio Le attività militari
ne

compì nel 49 un’azione militare contro i pompeiani che asse-


diavano Dolabella e Antonio nell’isola di Curicta, nelle acque
Ist

del Quarnaro, ma l’impresa non ebbe l’esito sperato. Nel 48 Nuovamente


itu

divenne nuovamente questore; nel 47 come pretore designa- questore


oGt

103
e
7 - Sallustio

to per l’anno successivo fu inviato a sedare un ammutinamento


delle truppe di Cesare in Campania, di nuovo senza successo.
Come pretore fece la campagna d’Africa nel 46; al comando di
una parte della flotta conquistò l’isola di Cercina presidiata dai
pompeiani, impadronendosi di ingenti scorte di frumento. Do-
Governatore po la vittoria di Tapso (46), venne nominato da Cesare, col ti-
dell’Africa Nova tolo di proconsole, governatore dell’Africa Nova, la provin-
cia appena formata da gran parte del regno di Numidia, il cui
re Giuba si era schierato dalla parte di Pompeo. Qui rimase fi-
no al 45 o all’inizio del 44.

■ Il ritiro dalla vita politica


Le accuse Al ritorno a Roma fu accusato di malversazione per aver
di malversazione depredato la provincia da lui amministrata. Le prove erano
dubbie, ma la cattiva amministrazione delle province da
parte dei governatori per arricchirsi era un fatto consueto
Titolo c
ed è probabile che l’accusa anonima di rapacità lanciatagli
avesse una base di verità. È certo, comunque, che aveva
accumulato un’immensa fortuna, ma non fu processato
per intervento di Cesare; si ritirò però per sempre dalla
vita pubblica, o perché fu costretto dal venir meno del fa-
vore di Cesare assassinato, oppure volontariamente, come
o

egli sostenne. La sua ricchezza gli consentì di acquistare la


n c

villa di Cesare a Tivoli e di farsi costruire uno palazzo a Ro-


e

Lo “splendido” ritiro ma, nella valle tra il Quirinale e il Pincio, circondato da va-
s

sti e splendidi giardini, gli horti Sallustiani. In questo lus-


s

suoso ritiro si dedicò alla composizione delle opere stori-


o in lice

La morte che. Morì, secondo la testimonianza di san Girolamo, nel


35-34 a.C. Non si sa se egli avesse avuto una crisi di co-
scienza, ma il fervore morale per l’onestà e per la virtù, l’im-
pegno per il bene del popolo, che appaiono nei suoi scrit-
ti, contrastano in modo evidente con la sua censurabile
condotta di vita.
a a dora nz

Le opere
Le due monografie Le monografie sono conservate intere due sue monografie
composte tra il 43 e il 40, La congiura di Catilina o La guer-
ra di Catilina (De Catilinae coniuratione o Bellum Catili-
nae) e La guerra giugurtina (Bellum Iugurthinum). Le Sto-
rie (Historiae) sono andate quasi completamente perdute;
follina,

incerta è la paternità delle due Lettere a Cesare sul governo


della Repubblica (Epistulae ad Caesarem de republica), del
50 e del 46 a.C., pervenute anonime, ma comprese in un co-
dice del sec. IX contenente altre opere di Sallustio, e della In-
vettiva contro Cicerone (Invectiva in Ciceronem). Secondo
84515

104
7 - Sallustio

una notizia dubbia, lo scrittore avrebbe composto anche un


poema, non pervenuto, Empedoclea, sul pensiero di Empe-
docle.

■ La Congiura di Catilina
La Congiura di Catilina è il primo lavoro storico di Sallustio, La narrazione
una breve monografia in 62 capitoli, scritta tra il 43 e il 42, che delle vicende
narra le vicende della rivolta di Catilina contro le istituzioni
repubblicane per impossessarsi del potere che non era riu-
scito a conseguire legalmente. Il moto rivoluzionario era so-
stenuto non solo da alcuni membri dell’aristocrazia, ma anche
da veterani e plebei impoveriti e sovraccarichi di debiti. La
congiura è scoperta soprattutto per l’azione di Cicerone; i
congiurati rimasti a Roma sono arrestati e condannati a mor-
te, e, infine, nella battaglia di Pistoia, muore lo stesso Catilina.
La prima parte della monografia è dedicata all’indagine sulle L’indagine sulle
cause morali, psicologiche e storiche della congiura e pre- cause
senta un quadro assai vivace della società romana decadente
e corrotta. I ritratti psicologici dei personaggi sono vivi: Sem- I ritratti psicologici
pronia, Cesare, Catone e, soprattutto il protagonista, Catilina,
la cui figura domina per malvagità, coraggio e intelligenza.

■ La Guerra giugurtina
Titolo co
Più vivace e artisticamente valida è la seconda monografia,
in 114 capitoli, che ha come argomento la guerra contro
Giugurta, re di Numidia (111-106 a.C.). Scritta negli anni 41-

RIASSUNTO DELLA CONGIURA DI CATILINA


Dopo l’introduzione Sallustio traccia un sconfitta di Catilina alle elezioni conso-
profilo psicologico di Catilina e, pren- lari, che lo mette decisamente sulla via
dendo spunto dalla decadenza morale, della rivolta, i pieni poteri conferiti a Ci-
espone una breve storia di Roma in cui cerone (cap. 26-29). Cicerone pronun-
si rimpiangono i tempi antichi (cap. 1-13). cia in Senato la prima delle 4 orazioni
In questa situazione di degrado, Catilina contro Catilina, il quale lascia Roma per
si circonda di simpatizzanti, che per vari raggiungere in Etruria il complice Man-
motivi, bramano un cambiamento delle lio e il suo esercito (cap. 30-36). I com-
istituzioni; li lega a sé con molteplici plici rimasti in città sono arrestati; vi so-
espedienti e li infiamma con un discorso no poi i discorsi di Cesare e Catone che
(cap. 14-20). L’aristocrazia subodora il sono posti da Sallustio a confronto; i con-
complotto e affida il consolato ad Anto- giurati sono condannati a morte e giu-
nio e a Cicerone, un homo novus; Cati- stiziati (cap. 37-55). Gli ultimi 6 capitoli
lina prosegue i suoi preparativi e raduna narrano della fuga di Catilina e dei suoi
un esercito a Fiesole (cap. 21-24). Se- seguaci verso la Gallia Transalpina, la sua
guono un ritratto di Sempronia, una del- sconfitta e la morte nella battaglia pres-
le donne che partecipa alla congiura, la so Pistoia.

105
7 - Sallustio

40, presenta complessità e articolazione maggiori rispetto


alla Congiura di Catilina. A un’introduzione di carattere
Il ritratto di Giugurta morale, segue il ritratto del coraggioso ma privo di scru-
poli Giugurta, pronto ad assassinare i parenti, a corrompe-
re a Roma i senatori e in Africa il console Calpurnio Bestia,
inviato con l’esercito contro di lui, per ottenere una pace fa-
Le vicende vorevole. La guerra riprende con l’incorruttibile Cecilio Me-

Tito
della guerra tello che, riorganizzato l’esercito, sconfigge una prima vol-
ta il re di Numidia. Alleatosi con Bocco di Mauretania, Giu-

lo c
gurta riprende la lotta, ma è sconfitto dal console Gaio Ma-
rio, un homo novus, già legato di Metello. Attirato in un tra-
nello da Silla e da Bocco, che ha chiesto una pace separata,

onc
Giugurta viene consegnato a Mario. La narrazione è conti-
Numerose nuamente interrotta da varie digressioni: discorsi, lettere,

ess
digressioni ritratti di personaggi, descrizioni geografiche e racconti
mitici. Questi excursus precisano il carattere dei protago-

o in
nisti e definiscono le idee politiche e i criteri seguiti dal-
l’autore. A questo proposito grande rilievo hanno i discorsi
di Memmio, il tribuno che aveva condotto a Roma Giugur-

lice
ta perché testimoniasse contro i senatori corrotti, e di Ma-
Violento attacco rio, nei quali si ha un violento attacco all’aristocrazia che,
all’aristocrazia prolungava una guerra redditizia per le tasche dei senatori

nza
dissanguando le casse dello Stato e il popolo. In contrap-
Esaltazione posizione, Sallustio esalta i democratici “uomini nuovi”, e il

ad
di Mario trionfo di Mario, il migliore dei populares, rappresenta per
e dei popolari lo storico l’inizio di una possibile nuova era. La guerra in
Africa e la lotta dei partiti a Roma si intersecano e forma-

ora
no un quadro del momento storico. Come Catilina, anche
Un quadro Giugurta è un personaggio negativo, ma non è statico come

fo
complesso del Catilina che rimane sempre uguale a se stesso: Giugurta è
momento storico figura più complessa, la cui personalità si delinea e si svi-
luppa via via nel corso dell’opera.

■ Le Storie
I 5 libri delle Storie (Historiae) furono scritti da Sallustio do-
po La guerra giugurtina, nel pieno della sua maturità di sto-
rico e artista, per questo è grave la loro perdita. Egli lasciò
lo schema monografico per una trattazione ad ampio re-
La forma annalistica spiro e in ordine cronologico, proseguendo l’opera di Cor-
nelio Sisenna, dalla morte di Silla (78) alla terza guerra con-
tro il re del Ponto Mitridate (67). Rimangono un proemio,
4 discorsi, 2 lettere e frammenti. Sallustio opera una sin-
tesi tra lo schema annalistico e quello monografico; dai fram-
menti pervenuti si nota infatti come la narrazione fosse vi-
vacizzata dall’introduzione di discorsi diretti, di lettere che
ponevano in risalto i protagonisti.
106
7 - Sallustio

La storiografia di Sallustio
Nell’introduzione delle opere su Catilina e Giugurta Sallustio
sostiene che la conoscenza della storia è fondamentale per La storia
un uomo politico; per questo egli si è messo a scrivere ope- indispensabile
re storiche, quando ha lasciato la vita attiva a causa della cor- alla politica
ruzione dilagante, che aveva ormai messo in crisi la società e
le istituzioni repubblicane. Giustifica così con ragioni di ordi-
ne etico il suo ritiro dalla politica per dedicarsi all’otium del- Fare storia è etico
lo scrittore, fatto che poteva sembrare prematuro ai romani,
che “anteponevano l’agire al parlare”. A prescindere dalle Hi-
storiae, nelle quali espone le vicende in una narrazione con-
tinua, secondo il tradizionale criterio annalistico, Sallustio nel-
la Congiura di Catilina e nella Guerra giugurtina mette su-
bito in mostra la sua originalità di storico con la scelta del La novità della storia
genere monografico. La caratteristica principale della mo- monografica
nografia è quella di mettere a fuoco un singolo problema, che
emerge da uno sfondo storico organico. È proprio questo che
fa Sallustio: le sue due monografie ritagliano, nel percorso sto-
rico della repubblica romana, due episodi per lui densi di si- Episodi come
gnificato, uno vicino nel tempo e uno un po’ più lontano, in- paradigmi storici
dagati nella loro circoscritta autonomia e assunti come pa-
radigmatici. Solo un ventennio separava la stesura della pri-
ma monografia dalla congiura di Catilina (63), che aveva rap-
presentato un pericolo senza precedenti per la repubblica. La
Guerra giugurtina riguardava un episodio della fine del sec.
II, una guerra protrattasi per ben 6 anni per incompetenza e
corruzione. Entrambi gli avvenimenti sono assunti da Sallu-
stio come meritevoli di indagine, in quanto sintomatici di
quella degenerazione del costume politico che era ormai Degenerazione del
esplosa, durante la vita dell’autore, nell’ultima grave crisi so- costume politico
ciale e istituzionale della repubblica. Per Sallustio le premes-
se di tali crisi erano da ricercarsi nella vittoria definitiva su La vittoria
Cartagine; la distruzione della città punica aveva eliminato un su Cartagine
pericoloso nemico esterno, la cui esistenza aveva agito da col- causa della crisi
lante per la comunità. Dalla definitiva sconfitta di un nemico della repubblica
così temuto era iniziata la decadenza di Roma per la caduta
della tensione morale, in particolare dell’aristocrazia, che si
era accompagnata all’eclisse dei valori del mos maiorum. E
Sallustio, un “democratico”, assegna una parte di rilievo nel
processo di decadenza al dittatore aristocratico Silla.
ss o
Il metodo e lo stile
n c e
Sallustio prende come modello di metodo lo storico greco Tucidide, modello di c o
o l o
it
Tucidide, ma si distingue da lui sia perché ricerca le cause dei metodo storico
T 107
ice
7 - Sallustio

n l
processi storici e delle azioni dei singoli in motivi di ordine

i
sso
etico, sia per la visione cupamente pessimistica degli avveni-
menti, che lo induce a digressioni “archeologiche” sul bel tem-
Cause dei fatti po passato. Ma, come Tucidide mette a fuoco le cause degli

ce
e analisi psicologica avvenimenti e l’analisi psicologica dei protagonisti.

n
La sua visione severamente etica si traduce in una scrittura

co
L’inconcinnitas rapida ed essenziale basata sull’inconcinnitas, cioè pro-
prio il contrario della ricercatezza di simmetria e dei perio-

lo
di ampi ed equilibrati che costituivano la concinnitas di Ci-

o
cerone. Lo stile sallustiano presenta una sintassi libera, in

Tit
cui compaiono asimmetrie, antitesi, grecismi, termini dotti
Uno stile e antichi. È uno stile vigoroso e appassionato, austero e
appassionato e maestoso, che ha il modello nel Catone delle Origines.
austero Incisivi e vibranti sono i discorsi: splendidi, nella Congiura
di Catilina, quelli contrapposti di Cesare e Catone: il primo
contrario, in nome della legalità, all’immediata condanna a
morte dei congiurati, il secondo favorevole a essa in nome
del rigore morale. Intensi e psicologicamente penetranti so-
no poi i ritratti dei protagonisti, tra cui celeberrimo è quel-
lo di Catilina.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA Gaio Sallustio Crispo (Amiternum 86 - Roma 35 a.C.) nasce da famiglia plebea
agiata e inizia la carriera politica come homo novus diventando seguace di Ce-
sare. Questore e poi tribuno della plebe, nella guerra civile comanda una legio-
ne e compie missioni con alterna fortuna. Nominato governatore dell’Africa No-
va, al suo ritorno a Roma viene accusato di malversazione; si ritira così dalla po-
litica per dedicarsi alla storiografia.

LE OPERE Rimangono complete le due monografie La congiura di Catlina, che narra in 62


capitoli il tentato colpo di stato contro le istituzioni repubblicane da parte di Ca-
tilina, e La guerra giugurtina, in 114 capitoli, che narra l’azione militare contro
Giugurta, re della Numidia. Rimangono frammenti delle Storie, su 12 anni di sto-
ria romana, dal 78 al 67 a.C.

LO STORIOGRAFO L’uso della monografia fissa l’attenzione su due singoli episodi della storia, che
diventano paradigmatici della degenerazione del costume politico del tempo.

LO STILE E IL METODO Sallustio si ispira a Tucidide: la scrittura è rapida ed essenziale, basata sull’anti-
concinnitas, il metodo storico mette a fuoco le cause e la psicologia dei prota-
gonisti, divergendo dallo storico greco per il pessimismo e la ricerca delle cause
dei processi in motivi etici.

108
8 Varrone e gli scrittori minori

T itolo
Notevole è l’influenza esercitata sulla cultura latina dall’eclettica e singolare

co
figura di Varrone, scrittore di vastissima erudizione e di tendenze
n
enciclopediche, una delle personalità più significative dell’età cesariana.
ce
Di lui san Girolamo disse “uno degli uomini più acuti, e di sicuro il più colto,
ss

che siano mai nati”.


o

Una lunga vita


in

Marco Terenzio Varrone (Rieti 116-Tuscolo 27 a.C.) è sopran-


lice

nominato Reatino, dalla città d’origine, per distinguerlo dal-


l’omonimo poeta della scuola dei neóteroi (vedi a pag. 65).
n

Veniva da una benestante famiglia di proprietari terrieri di ce-


za

to equestre. Ebbe un’accurata educazione a Roma con il fi- L’educazione


lologo Lucio Elio Stilone e perfezionò la sua formazione cul-
ad

turale con il tradizionale viaggio in Grecia, ad Atene, dove se-


guì nella Nuova Accademia il filosofo Antioco di Ascalona. In- La carriera politica
ra o

traprese la carriera politica e militare aderendo al partito oli- e militare, come


garchico: fu questore, tribuno della plebe, pretore. Seguì seguace di Pompeo
Pompeo in Spagna nella campagna contro Sartorio, in Orien-
te in quella contro i pirati e contro Mitridate, nella guerra ci-
vile. Dopo la battaglia di Farsalo ottenne il perdono di Ce- Il perdono di Cesare
sare, che gli affidò l’ambito incarico della costituzione e del-
l’organizzazione in Roma della prima biblioteca pubblica, che
però non fu realizzata per la scomparsa del dittatore. Incluso
nelle liste di proscrizione da Antonio e da Ottaviano, evitò la
morte per l’intervento dell’amico Fufio Caleno, che lo nasco-
se in casa propria. Graziato in seguito da Ottaviano e ritirato-
si a vita privata, si dedicò interamente agli studi fino alla mor-
te, che avvenne, forse nella sua villa di Tuscolo, a novant’an-
ni nel 27 a.C., anno in cui Ottaviano diventava Augusto.
Varrone godette presso i contemporanei di grande fama e Fama di dotto
della considerazione di dotto insuperabile; come sistema- insuperabile
tore delle tradizioni culturali di Roma egli influenzò gli scrit-
tori successivi fino al Medioevo.

Le opere pervenute
Studioso infaticabile, si occupò di discipline diverse, dal- Una produzione
la letteratura alle antichità e dalla retorica alle scienze, che vastissima e
trattò in 74 opere per un complesso di oltre 600 libri. Del- pluridisciplinare
l’immenso corpus varroniano sono pervenuti: De re rusti-
ca, il solo integro, un trattato sull’agricoltura, certo non una
109
8 - Varrone e gli scrittori minori

delle sue opere più importanti; 2 libri interi e sezioni fram-


mentarie di altri 4 del De lingua Latina, un trattato di morfo-
logia e sintassi latina in 25 volumi; circa 600 versi delle Sa-
turae Menippeae e pochi frammenti delle altre opere.

■ De re rustica
Trattato Il Rerum rusticarum libri è un trattato sull’agricoltura,
sull’agricoltura che Varrone scrisse a 80 anni, nel 37, quando Virgilio si ac-
cingeva a comporre le Georgiche. La materia, esclusiva-
mente tecnica, è divisa organicamente in 3 libri, cui corri-
spondono 3 dialoghi tenuti in date, luoghi e con interlocu-
Primo libro tori diversi, di cui uno è sempre Varrone. Il primo libro è
dedicato alla moglie Fundania, che aveva acquistato una
proprietà terriera, e tratta della fattoria, della coltivazione
della terra, degli strumenti di lavoro, delle vigne, degli uli-
Secondo libro veti (De agricultura). Il secondo libro, dedicato a Turra-
nio Nigro, ha come oggetto l’allevamento del bestiame: bo-
Tito
vini, cavalli, suini, pecore, capre ecc. (De re pecuaria). Il
lo c
Terzo libro terzo libro è dedicato a Quinto Pinnio e parla dell’alleva-
mento nelle grandi villae degli animali da cortile e di altre
onc
specie pregiate, come lepri, caprioli, cinghiali, pesci e api
ess
(De villaticis pastionibus).
o in
Destinato ai grandi Destinatari dell’opera di Varrone non sono i piccoli pro-
lice
latifondisti prietari terrieri, ma i grandi latifondisti, che posseggono va-
nza
ste coltivazioni e allevamenti, amanti della vita lussuosa e
perciò attenti ai cospicui profitti.
ad
La forma dialogica oraLa forma dialogica indica in Varrone una certa ambizione let-
foll teraria: è briosa e spigliata, quando non è schiacciata dallo
ina sfoggio di erudizione; lo stile è semplice, poco elegante, in-
, 84 farcito di termini arcaici, tecnici e di derivazione greca.
51 ■ De lingua latina
Trattato di È un trattato di grammatica e sintassi latina, composto tra
grammatica il 47 e il 45, in 25 volumi, i primi quattro dedicati a Publio
e sintassi Settimio e gli altri a Cicerone. Dopo il I libro introduttivo,
l’opera era divisa in parti: la prima dedicata all’etimologia
delle parole (II - VII), la seconda all’analogia (VIII - XIII), la
terza alla sintassi (XIV - XXV). Dei libri rimasti (V - X), tre trat-
tano dell’etimologia e tre dell’analogia. Poiché non esiste-
va ancora lo studio della fonetica e delle sue leggi, Varrone
compie grossolani errori etimologici; nella questione tra
Anomalia e analogia anomalia e analogia (vedi il riquadro a pag. 111), pur rite-
nendo più valide le ragioni di quest’ultima, egli sembra pro-
pendere per una via mediana. L’opera è molto importante
La prima perché rappresenta la prima esposizione sistematica della
grammatica latina grammatica latina.
110
8 - Varrone e gli scrittori minori

ANALOGIA E ANOMALIA
Durante tutto il sec. I a.C. si svolse a Ro- perciò caratteristiche di purezza e di re-
ma un vivace dibattito sulla questione golarità e rifiuta i neologismi. La dottri-
della lingua tra gli analogisti, che segui- na dell’anomalia asseriva invece che la
vano la scuola di Alessandria d’Egitto, e lingua è un fatto spontaneo, condizio-
gli anomalisti, seguaci della scuola di nato dal suo uso vivo, e che si modifica
Pergamo, in Asia. La dottrina dell’analo- ed evolve con il passare delle genera-
gia sosteneva che la lingua è un pro- zioni e il mutare delle idee; pertanto era-
dotto razionale e non naturale e che il no ammesse la più ampia libertà di
suo uso corretto si fonda su regole espressione personale e la presenza di
grammaticali fisse; una buona lingua ha neologismi.

Le opere poetiche ed erudite perdute


Ingente fu la produzione poetica di Varrone. Le Saturae Me- La produzione
nippeae, in 150 libri, erano un misto di prosa e di versi alla poetica e le Saturae
maniera del filosofo cinico greco Menippo di Gadara (sec. III Menippeae
a.C.); dai 600 versi e dai circa 70 titoli rimasti si arguisce l’at-
teggiamento critico dell’autore verso i vizi dei contempora-
nei e nostalgico verso il passato. Altri scritti poetici erano i
10 libri di Poemata, i 6 di Pseudotragoediae e i 4 di Saturae.
Numerose opere testimoniano l’attenzione di Varrone per Le opere
gli studi grammaticali e di storia letteraria: De Sermone la- grammaticali
tino, De antiquitate litterarum, De poetis, De comoedis e critiche
plautinis ecc.
Di carattere storico ed erudito erano le Antiquitates, mo- Le opere storiche
numentale repertorio di antichità romane: 25 libri di Rerum ed erudite
humanarum, che trattavano degli uomini, dei luoghi, dei
tempi e degli eventi, 16 libri di Rerum divinarum, che trat-
tavano dei templi, dei riti, delle cerimonie e degli dei. Di que-
st’ultima parte si possiedono citazioni dovute soprattutto ai
padri della Chiesa, specie sant’Agostino. I 76 libri di Logisto-
rici erano probabilmente dialoghi per lo più di argomento
morale e filosofico. Un’opera enciclopedica erano le Disci- L’enciclopedia
plinae, in 9 libri, sulle nove arti liberali, dalle quali nel Me- Disciplinae
dioevo derivano le sette arti componenti il trivio e il quadri-
vio. Pure di carattere enciclopedico erano i 15 libri delle Ima-
gines, raccolta di 700 ritratti di uomini illustri, sia greci sia la- I ritratti di uomini
tini, riuniti in serie di sette (Hebdomades); ogni immagine illustri
era seguita da un elogio in versi e da notizie biografiche.
Tit
Cornelio Nepote
olo
con
Più che tra gli storici Cornelio Nepote (Gallia Cisalpina 100 ca Un erudito biografo
ces
- dopo il 27 a.C.) va annoverato tra gli eruditi compilatori di
so
in l 111
ice
nza
o in
8 - Varrone e gli scrittori minori

s
nces
biografie e di cronologie. Sua è l’idea di mettere a confron-
to gli illustri personaggi romani con quelli stranieri.

■ La vita

o co
Scarse le notizie Sono scarse le notizie sulla sua vita: si ignora anche il pre-
biografiche nome. Nacque forse a Pavia o a Ostiglia e passò tutta la vi-
ta (moralmente irreprensibile, come sostenevano i con-

Titol
Dedito agli studi temporanei) a Roma, dedicandosi agli studi e tenendosi
lontano dalla vita pubblica. Da giovane si dilettò di poesia
leggera e il conterraneo Catullo gli dedicò il lepidum novum
Le amicizie libellum. Strinse amicizia con Tito Pomponio Attico, che lo
intellettuali introdusse nella ricca e colta società della capitale: a lui de-
dicò una delle sue migliori biografie. Fu in relazione episto-
lare con Cicerone e molto stimato da Varrone. Morì sotto il
principato di Augusto.

■ De viris illustribus
Il De viris illustribus (Gli uomini illustri) è la sua opera più
Le biografie vasta e ambiziosa, è una raccolta in almeno 16 libri di bio-
grafie suddivise in una quindicina di categorie: condottieri,
storici, re, poeti ecc. Ognuna aveva una parte dedicata ai ro-
Novità della mani e una agli stranieri. Questa contrapposizione è una no-
contrapposizione vità che sarà poi ripresa, in modo del tutto originale e con
maggiore pregio artistico dallo scrittore greco Plutarco (secc.
I-II d.C.) nelle sue Vite.
Il libro dei Rimangono: il Liber de excellentibus ducibus exterarum
condottieri gentium (Libro sugli eccellenti generali dei popoli stranie-
ri), che comprende biografie di 19 personaggi greci, tra i qua-
li Aristide, Alcibiade, Epaminonda, il persiano Datame, i due
cartaginesi Amilcare e Annibale, e in più, cenni sui re che
Le vite di Tito, guidarono gli eserciti; le vite di Tito Pomponio Attico e di
Pomponio Attico Catone il Censore, appartenenti alla sezione degli storici
e Catone il Censore latini. Forse l’intento di Cornelio Nepote era quello di por-
re a confronto personaggi di civiltà diverse, ma molto più
probabilmente era di natura informativa e pedagogica: l’au-
Definizione morale tore appare infatti interessato ai particolari aneddotici e al
del personaggio profilo morale dei suoi personaggi più che alla veridicità
storica delle vicende illustrate. La biografia più riuscita è for-
se quella di Attico, del quale è narrata la vita privata, dedita
agli affari e alle amicizie importanti, anche se lontana dalla
Stile chiaro ma vita politica attiva. Lo stile è semplice e chiaro, ma la man-
monotono canza di vivacità lo rende monotono.

■ Le opere perdute
La Chronica È andata perduta la Chronica (Cronaca), una storia univer-
sale in 3 libri, che trattava soprattutto degli avvenimenti ro-
112
a z
en 8 - Varrone e gli scrittori minori
lic
mani e greci, apprezzata da Catullo che vantava la dottrina
in
e l’impegno dell’amico. Era comunque la prima opera di que-
o
sto genere nella letteratura latina. Fu scritta prima del 54
s
Aulo Gellio e da Solino.
es
a.C.; rimangono solo 6 frammenti, tramandati soprattutto da
c n
Non sono pervenuti neppure gli Exempla, probabilmente Gli Exempla
co
in 5 libri, raccolta di notizie, aneddoti, curiosità di vario ge-
nere, miranti a colpire la fantasia dei lettori. lo
to
Pomponio Attico e Nigidio Figulo Ti
Tito Pomponio Attico (Roma 109-32 a.C.) fu meno dotto di Tito Pomponio
Varrone, ma erudito più elegante e fine. Di famiglia ricchis- Attico
sima, non partecipò alla vita politica attiva e durante le guer-
re civili lasciò Roma e visse per ben 23 anni ad Atene, per cui
fu soprannominato “Attico”. Aderì alla filosofia epicurea; al
suo ritorno a Roma si dedicò all’attività di mercante d’arte, Mercante ed editore
di banchiere e, soprattutto, di editore, servendosi di nu-
merosi copisti. La sua casa divenne un punto di incontro di
studiosi e letterati. Fu consigliere ascoltato di molti uomini
politici, fra cui Ottaviano, e soprattutto fu amico fraterno
di Cicerone, che ebbe con lui un’intensa corrispondenza
epistolare (i 16 libri delle Lettere ad Attico). Pubblicò tutte
le opere di Cicerone e di molti altri autori. Come studioso
si dedicò soprattutto alla storia e compilò il Liber annalis, Soprattutto storico
un classico e apprezzato manuale di cronologia della storia
universale e romana, una genealogia di famiglie romane, un
componimento in greco sul consolato di Cicerone ed epi-
grammi con ritratti di grandi personaggi. Di tutta la sua pro-
duzione rimangono solo scarsi frammenti.
Anche Publio Nigidio Figulo (Roma 98 ca-45 a.C.) fu un eru- Publio Nigidio Figulo
dito; nella guerra civile parteggiò per Pompeo e per questo
fu mandato da Cesare in esilio, durante il quale morì. Scris-
se opere di argomento grammaticale, filosofico, astrologico,
meteorologico ecc., di cui rimangono solo scarsi frammen-
ti di derivazione indiretta e per lo più di difficile interpreta-
zione.

113
8 - Varrone e gli scrittori minori

SCHEMA RIASSUNTIVO
TERENZIO VARRONE (Rieti 116 - m. 27 a.C.). Di famiglia equestre, fu questore, tribuno della plebe e
La vita pretore. Seguace di Pompeo, dopo la battaglia di Farsalo ottenne il perdono di
Cesare, ma incluso nelle liste di proscrizione di Antonio e Ottaviano, evitò la mor-
te ritirandosi dalla vita pubblica per dedicarsi agli studi.
Le opere Scrittore enciclopedico di vastissima erudizione, compose 74 opere per oltre 600
libri. Sono pervenuti solo il De re rustica, un trattato sull’agricoltura; appena 6 li-
bri lacunosi del trattato De lingua latina; circa 600 versi dei 150 libri di Sature
Menippeae. Sono perdute altre opere erudite.

CORNELIO NEPOTE (Gallia Cisalpina 100 ca - dopo il 27 a.C.). Si tenne lontano dalla politica, dedi-
La vita candosi allo studio. Fu amico di Catullo e di Pomponio Attico, e in relazione epi-
stolare con Cicerone.
Le opere Rimangono 19 biografie del Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium e
le vite di Pomponio Attico e di Catone il Censore, che facevano tutte parte della
sua opera più famosa, il De viris illustribus. Lo scrittore si interessa più ai parti-
colari aneddotici e al profilo morale dei suoi personaggi che alla verità storica.
Sono perdute una Chronica e gli Exempla, raccolta di notizie, aneddoti e curio-
sità vari.

POMPONIO ATTICO Tito Pomponio Attico (Roma 109 - 32 a.C.). Di famiglia ricchissima, erudito fine
ed elegante, fu l’editore di Cicerone e di altri scrittori. Delle sue opere rimango-
no scarsi frammenti; lo scritto più famoso è un trattato di storia universale (Li-
ber annalis).

NIGIDIO FIGULO Publio Nigidio Figulo (Roma 98 - m. 45 a.C.). Erudito enciclopedico, seguì Pom-
Tito

peo e fu esiliato da Cesare. Delle sue numerose opere rimangono solo scarsi
frammenti.
l o c oncesso
in licen
z a a dora fol

114
li
L’ETÀ DI AUGUSTO

1 Società e cultura
sotto il principato
di Augusto
2 Virgilio
3 Orazio
4 L’elegia d’amore:
Tibullo e Properzio
5 Ovidio 8 4 515
l l i n a,
6 Livio foa
d or
a
nza
in lice
o
c ess
c on
l o
Tito
Il ritorno della pace, dopo il lungo periodo di guerre civili,
Titol

la saggia politica di distensione di Augusto aprono


il periodo di maggiore splendore della civiltà romana.
Tutti i personaggi più importanti di Roma partecipano
o

in prima persona alla vita culturale, a partire dallo stesso


co

Augusto, oratore e scrittore. La letteratura trova perciò


nces

le condizioni più favorevoli per il suo sviluppo, sotto


la protezione dei collaboratori del principe; a loro è affidato
l’ambizioso progetto politico-culturale di fondere i tempi
so

nuovi con il recupero delle tradizioni avite.


L’accentramento del potere nelle mani di un solo uomo,
in l

pur nel rispetto formale della costituzione repubblicana,


ha come risultato la decadenza dell’oratoria politica
che si riduce al campo giudiziario. I più grandi scrittori
dell’epoca si esprimono in piena autonomia, anche
se condividono nel complesso le linee generali del disegno
di Augusto. In Virgilio la lezione della poesia greca,
da Omero agli alessandrini, si fonde con il recupero
della tradizione e la coscienza della grandezza di Roma,
in una visione permeata da una profonda sensibilità
religiosa che si interroga sul significato della vita dell’uomo
e del suo destino. Senso della misura, ironia, indulgenza
umana si esprimono con assoluta perfezione formale
in Orazio, la cui lirica riflette brillantemente la nuova età.
Sorge e fiorisce anche l’elegia, genere già in uso
nel mondo ellenistico, ma profondamente rinnovato
e originale nei contenuti, specie nell’erotismo languido
di Tibullo e in quello appassionato di Properzio.
I versi di Ovidio sono ispirati da una gamma amplissima
di contenuti, dalle galanterie amorose e senza inibizioni
alle fantasie caleidoscopiche del mito. Livio, il massimo
prosatore dell’età augustea, seguendo il genere
annalistico, ripercorre nella sua opera vastissima tutta
la storia di Roma, ricercando le premesse della grandezza
del presente nella venerabile maestà del passato.
c fi
gra
1 Società e cultura sotto
Geo
il principato di Augusto
o
tut sti
Terminate le guerre civili e rappacificati gli animi per l’accorta politica
I
di distensione attuata da Augusto, la civiltà e la letteratura romana
e
raggiungono il periodo di massimo splendore.
in
Il senso patriottico e il culto della storia di Roma diventano l’ispirazione di
rd
fondo a cui il “principe” richiama gli intellettuali del suo tempo.
,o
Messalla e Mecenate danno vita a circoli intorno ai quali ruota tutta la
15
produzione letteraria e artistica.
5
84

La politica di Augusto
a,

La battaglia di Azio (31 a.C.), con la sconfitta di Antonio, con-


lin

clude la lunga fase delle guerre civili e consegna nelle mani di


fol

Ottaviano e delle sue legioni tutto l’impero romano. A ecce- Regime monarchico
zione della breve dittatura di Cesare, il regime di Augusto, so-
ora

stanzialmente monarchico, rappresenta un fatto nuovo per i


romani. Ottaviano vuole ottenerne il consenso presentando-
d

si non solo come il restauratore della pace e dell’ordine, ma


soprattutto come colui che fa risorgere le libertà repubblica- Ritorno al mos
a

ne e ripristina quei valori morali tradizionali, la cui degenera- maiorum con


za

zione aveva dato inizio alle lotte civili. Egli cerca così la legit- legittimazione
n

timazione del nuovo regime nel passato, con il ritorno al mos


lice

maiorum, ai valori di una società formata da contadini e sol-


dati. Augusto realizza varie iniziative per risollevare l’agricol-
tura depressa da anni di guerra, restituisce dignità alla famiglia
in

e alle antiche cerimonie religiose che andavano scomparendo Un innovatore


sso

per l’arrivo di nuovi culti di origine orientale. È insomma un conservatore


innovatore che vuole apparire conservatore, così nulla deve
essere in contrasto con la tradizione.
ce
on

■ Una blanda opposizione


La politica di pacificazione, il ritorno del benessere economi-
c

co e della sicurezza dai nemici esterni hanno un ruolo im-


o

portante per ottenere il consenso al regime. I nostalgici del-


ol

la repubblica manifestano una opposizione blanda anche Rispetto formale


Tit

perché Augusto rimane formalmente rispettoso della co- della repubblica


stituzione repubblicana: non abolisce le tradizionali magi-
strature sempre appannaggio dell’aristocrazia senatoria, nei
confronti della quale, al contrario di Cesare, egli si mostra sem-
117
n
co
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto

lo
Tutto il potere nelle pre deferente, tutelandone gli interessi. Tutto il potere però

to
mani di Augusto si concentra gradatamente nelle sue mani: l’imperium pro-

Ti
consolare maius lo pone a capo delle legioni, con la tribu-
nicia potestas ottiene l’inviolabilità, la facoltà di convocare i
comizi popolari e il diritto di veto, come princeps senatus e
pontefice massimo diviene la personalità più importante del-
Il titolo di “Augusto” la politica e della religione romana, il titolo di Augustus (da
augere, accrescere) infine conferisce alla sua supremazia
un carattere sacrale.

La cultura e l’arte
Le date dell’età L’età di Augusto abbraccia la produzione letteraria dal 43 a.C.,
augustea data della morte di Cicerone e della nascita del secondo
triumvirato (con Ottaviano, Antonio e Lepido), al 17 d.C.,
anno della morte di Ovidio e di Livio (Augusto era già mor-
to nel 14 d.C.). Per realizzare il processo di riassetto e svi-
luppo dello Stato romano, Augusto si circonda di validissi-
I collaboratori: mi collaboratori, che sono anche amanti delle lettere. A Cil-
Messalla e nio Mecenate e a Valerio Messalla affida la promozione
Mecenate delle arti e della cultura; Roma è abbellita con costruzioni
come l’Ara Pacis, il Pantheon, il Foro di Augusto; statue del
princeps e di altri importanti personaggi decorano la capi-
tale e tutte le città dell’impero. Nel 39 a.C. Asinio Pollione
La prima biblioteca fonda la prima biblioteca pubblica, cui segue, nel 28 e nel
pubblica 23 a.C., l’inaugurazione di altre due, una annessa al tempio
di Apollo Palatino, l’altra nel portico di Ottavia.

■ Le linee letterarie
Augusto affida implicitamente ai collaboratori anche il com-
pito di conquistare il favore degli intellettuali, che vengo-
no stimati, ammirati, incitati e fatti oggetto di particolari be-
Ruolo degli scrittori nefici. La letteratura di tutto il periodo fiorisce intorno a
Mecenate e a Messalla: essi non chiedono agli scrittori un
atteggiamento adulatorio verso il princeps né l’abbassamen-
to a un’arte mercenaria, bensì una letteratura pervasa di spi-
rito patriottico, esaltante la grandezza di Roma e il nuovo as-
Adesione setto politico. L’adesione dei letterati al programma di Au-
al programma gusto fu certamente sincera; del resto i poeti della prima ge-
augusteo nerazione iniziarono a scrivere prima della nascita del prin-
cipato e molti furono coetanei di Augusto. Virgilio e Orazio,
per esempio, si avvicinarono a Mecenate e al partito di Otta-
viano molto prima che questi divenisse padrone di tutto l’im-
pero e ottenesse dal senato il titolo di Augusto.
Una straordinaria Nel volgere di pochi anni si ha una fioritura irripetibile di
fioritura di capolavori capolavori, i più significativi dei quali sono composti nella
118
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto

prima parte del lungo principato, saldandosi così con le im-


portanti opere della fine dell’età precedente. Se si escludo-
no le opere di Virgilio, Orazio, Tibullo, Properzio, Ovidio e
Livio, quasi nulla è pervenuto della produzione di tanti altri
scrittori, dei quali rimangono soltanto i nomi e un arido elen-
co di titoli.
Spentasi ormai da tempo la grande letteratura drammati- I generi letterari
ca comica e tragica, anche l’eloquenza viene relegata al so-
lo ambito giudiziario per il dissolversi dello stato repubbli-
cano. Prosperano tuttavia le scuole di retorica perché si con-
vertono in palestre di eloquenza, dove si tengono le decla- Le declamationes
mationes (declamazioni), non più come esercizi prope-
deutici all’oratoria, ma come esibizione dell’abilità di mae-
stri e studenti davanti a un pubblico di appassionati. Per ot-
tenere l’applauso degli spettatori, ritorna in uso lo stile ri-
dondante e virtuosistico dell’asianesimo, che soppianta
quello sobrio dell’atticismo. Diventano di moda le recita- Le recitationes
tiones, cioè letture pubbliche da parte dei poeti delle pro-
prie poesie. Assoluta dominatrice del periodo è la poesia, Dominio della poesia
da quella lieve e raffinata, iniziata dai neòteroi, a quella ele-
vata: coesistono insieme l’epica e la lirica, la satira e l’elegia,
genere quest’ultimo del tutto nuovo in Roma.

■ Augusto scrittore
Anche Augusto si dilettò di letteratura, come tutti i grandi Modeste capacità di
personaggi di Roma, ma fece dell’ironia sulle sue modeste scrittore
capacità di scrittore. Perduti sono il poemetto Sicilia, un li-
bretto di epigrammi, un’autobiografia in 13 libri, una rispo-
sta polemica all’esaltazione di Catone l’Uticense fatta da Bru-
to, una biografia di Druso e la tragedia Aiax (Aiace), forse
incompiuta. Di lui però è rimasto l’Index rerum a se ge-
Titolo concesso in lic
starum, cioè un elenco delle sue imprese, dei risultati ot-
tenuti, delle cariche ricoperte per volontà del senato e del
popolo romano, dei doni e dei benefici elargiti. Lo scritto è
noto anche con il titolo di Monumentum Ancyranum, per- Il Monumentum
ché è stato trovato ad Ancyra in Galazia (l’odierna Ankara), Ancyranum
redatto nelle lingue latina e greca. Questo documento pro-
pagandistico, di grande interesse storico, è composto da 35
brevi capitoli, in uno stile conciso e solenne. Venne inciso
su tavole di bronzo e collocato davanti al mausoleo di Au-
gusto; ne furono inviate copie in tutte le città dell’impero
per ordine del senato e di Tiberio.
Sotto Augusto sorsero alcuni cenacoli promossi da eminen- I circoli letterari di
ti personalità della nobiltà romana, che si circondarono di Mecenate, Messalla
artisti e letterati, offrendo loro protezione oltre che l’occa- e Pollione
sione di incontro e scambio culturale. Fra questi Mecenate
119
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto

fu il più celebre e potente: non a caso dal suo nome è deri-


vato il vocabolo “mecenatismo” come sinonimo di protet-
tore e benefattore degli artisti e dei letterati. Altri circoli as-
sai frequentati furono quelli di Messalla e Pollione.

■ Mecenate
Caio Cilnio Mecenate (Arezzo 70 ca - 8 a.C.) nacque da una
famiglia di ceto equestre discendente da lucumoni etruschi.
Abile uomo politico, esperto diplomatico e amministratore,
Il maggior coltissimo e favolosamente ricco, fu il maggior collaborato-
collaboratore re di Augusto, anche nell’attuazione della sua politica cultu-
di Augusto rale; non occupò mai cariche ufficiali e rimase un semplice
cavaliere per tutta la vita. Intorno alla figura di Mecenate
Protettore di letterati ruotarono i maggiori poeti dell’età di Augusto, da lui pro-
tetti, beneficati e orientati nell’ispirazione verso una lettera-
tura nazionale, idealmente impegnata a celebrare la gran-
Il circolo dei poeti dezza di Roma e del principato. Nel suo circolo entrarono
Virgilio e Orazio, Properzio e Vario Rufo, Domizio Marso, Plo-
zio Tucca e Quintilio Varo: con essi Mecenate visse in comu-
Lo scrittore nione di pensiero e in affettuosa familiarità.
Fu anche scrittore: delle sue poesie, leggere e scherzose, so- Tit
no giunti brevi frammenti riportati da Seneca, restano inve- ol
ce solo i titoli delle due opere Symposion e De cultu suo.
L’immortalità della sua fama si deve ai letterati del suo cena-
colo: Virgilio gli dedicò le Georgiche, Orazio gli Epodi, le Sa-
tire e i primi tre libri delle Odi, Properzio il secondo libro del-
le elegie.

■ Messalla Corvino
Il ruolo del suo Anche Marco Valerio Messalla Corvino (64 a.C. - 8 d.C.) pro-
circolo letterario mosse e protesse le lettere e costituì un importante circo-
lo letterario, autonomo rispetto alle tendenze della mag-
gior parte degli scrittori riuniti intorno a Mecenate. Ne fe-
cero parte Tibullo, l’esponente di maggior spicco, Ligdamo,
la poetessa Sulpicia, il giovane Ovidio e altri minori.
Nato della nobilissima famiglia Valeria, Messalla ebbe una for-
La formazione mazione culturale molto accurata; in occasione del tradizio-
nale viaggio di studio in Grecia incontrò Orazio e Cicerone.
Politico di tendenze repubblicane, seguì Bruto e Cassio a Fi-
lippi; dopo la sconfitta si accostò prima ad Antonio e poi, nel
38 a.C., a Ottaviano. Al seguito di quest’ultimo partecipò alla
battaglia contro Sesto Pompeo, comandò una parte della flot-
ta ad Azio e, nel 30 a.C., sconfisse in Gallia i ribelli aquitani e
celebrò il trionfo. Il legame con Augusto non gli impedì di
mantenere una certa indipendenza, come quando nel 26, as-
sunse la carica di prefetto della città (praefectus urbis), dalla
120
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto
1 5
84
quale si dimise dopo soli sei giorni, perché non riteneva di
poterla esercitare in piena autonomia. Fu acuto critico lette- Critico, autore
, a
rario, oratore ammirato da Tacito e da Quintiliano per la sua e poeta
llin
grazia e per la cura formale; scrisse versi leggeri in latino e in
fo
greco. Della sua produzione non è rimasto nulla.
a
or
■ Asinio Pollione
d
Promotore di cultura fu anche Gaio Asinio Pollione (Roma
a
76 a.C. - 4 d.C.), di nobile famiglia di origine marrucina
a
(abruzzese). Fu seguace prima di Cesare, poi di Antonio.
z
en
Quando fu incaricato della distribuzione delle terre ai vete-
rani egli restituì il podere a Virgilio, il quale celebrò la sua
lic
ascesa al consolato (40 a.C.) nella IV ecloga e nell’VIII parlò
in
della sua spedizione in Dalmazia contro i partini. Con il bot-
o
tino della campagna militare aprì (39 a.C.) la prima biblio- La prima biblioteca
s
teca pubblica a Roma. Tenutosi in disparte nel conflitto tra pubblica a Roma
es
Ottaviano e Antonio, si ritirò a vita privata, mantenendo sem-
c n
pre una decisa posizione di autonomia nei confronti di Au-
co
gusto. Pollione fu un oratore apprezzato, un finissimo uo- Oratore e protettore
mo di cultura, protettore di artisti e letterati, anche se il di artisti
o l
suo cenacolo non era paragonabile a quelli di Mecenate e di
ito
Messalla. Sono giunti alcuni suoi pungenti giudizi critici su
T
Cicerone, Sallustio, Cesare; Livio, per esempio, fu accusato
di patavinitas, cioè di avere uno stile dialettale di gusto pa-
dovano. A lui risale l’introduzione delle recitationes (let- Le recitationes
ture pubbliche) organizzate in sale private o pubbliche, in
cui i poeti leggevano e declamavano le proprie opere da-
vanti a spettatori. Avvenimenti tra il culturale e il mondano,
le recitationes si diffusero per tutto il sec. I d.C., alimenta-
te dalla passione letteraria dei personaggi dell’alta società;
contro questa moda si scagliarono gli strali satirici di Orazio,
Persio e Giovenale. Scarsi frammenti sono rimasti della sua
opera più importante, Historiae (Storie), 17 libri sugli av- Le Historiae
venimenti dal primo triumvirato (60 a.C.) alla battaglia di Fi-
lippi (42 a.C.). Lo scritto fu lodato da Orazio e servì come
fonte per gli storici seguenti. Del tutto perdute sono le sue
poesie di tendenza neoterica e le sue tragedie, lodate da Ora- Poesie e tragedie
zio e Tacito, probabilmente destinate più alla lettura che al-
la rappresentazione.

Gli scrittori minori


Oltre ai capolavori dei sei grandi autori, che caratterizzano
l’età di Augusto, poco è giunto della vastissima produzione
di poeti e prosatori minori, ricordati anche da Ovidio, Quin-
tiliano e Seneca.
121
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto

Titolo ■co nceMacro


Emilio
ssnacque
Emilio Macro o in aliVerona
cenze morìa nel
una spedizione in Asia Minore. Fuaamicoddio16 a.C. durante
ra foTibullo
Virgilio, llin
I poemetti e Ovidio. Compose tre poemetti didascalici, di cui riman-a, 84
didascalici gono pochi frammenti: Theriaca, sui serpenti velenosi, De
herbis, sulle erbe curative, Ornithogonia, sugli uccelli. Le
sue fonti furono alessandrine. Fu lodato da Ovidio e Quin-
tiliano e i suoi testi ebbero un certo successo.

■ Albinovano Pedone
Albinovano Pedone (sec. I a.C. - sec. I d.C.), del quale non
Il poema si hanno notizie biografiche, è autore di un poema epico-
epico-storico storico, che celebrava la spedizione di Germanico contro i
germani. È pervenuto solo un frammento di pochi esame-
tri, che descrive una tempesta marina e mostra uno stile en-
fatico e retorico. Perduti sono il poemetto Theseis (Tesei-
de), ricordato da Ovidio, e gli epigrammi ammirati da Mar-
ziale.

■ Marco Manilio
Della vita di Marco Manilio (sec. I a.C. - sec. I d.C.) non si sa
Astronomica: nulla; è autore del poema didascalico Astronomica (Gli
astronomia e astronomici) che ci è giunto completo e che fu tenuto pre-
astrologia sente da Lucano e Giovenale. È in 5 libri, di cui solo il primo
tratta di astronomia, mentre gli altri riguardano le creden-
ze astrologiche: i caratteri e le proprietà dei corpi celesti, i
modi per compilare gli oroscopi, gli influssi delle costella-
zioni sulla natura e sul destino degli uomini. Iniziato presu-
mibilmente negli ultimi anni del principato di Augusto, l’o-
pera fu portata a termine sotto quello di Tiberio. Il poema
Dottrina della si richiama al De rerum natura di Lucrezio, ma segue la dot-
provvidenza trina stoica della provvidenza invece della concezione epi-
curea di un universo governato dal caso. È un’opera di fred-
Fredda erudizione da erudizione, non sempre chiara anche per la difficoltà
dell’argomento; i periodi lunghi e complessi, il tono spesso
solenne, la lingua zeppa di arcaismi le impediscono di rag-
giungere livelli poetici accettabili.

■ Vario Rufo
Lucio Vario Rufo (n. 75 ca a.C.) fu membro del circolo di Me-
cenate e amico di Virgilio e Orazio, che lo ricorda più di una
volta nelle sue satire e che gli attribuisce il merito di averlo
introdotto presso Mecenate. Scrisse una tragedia Thyestes
(Tieste), un Panegyricus Augusti (Elogio di Augusto). Com-
pose anche un poemetto epico, De morte (La morte) di
ispirazione epicurea. Delle sue opere restano solo alcuni
122
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto

frammenti tramandati da Quintiliano. Insieme a Plozio Tuc-


ca curò per incarico di Augusto la pubblicazione postuma Editore di Virgilio
dell’Eneide di Virgilio.

■ Pompeo Trogo
Non sappiamo nulla della vita di Pompeo Trogo (sec. I a.C.),
a parte il fatto che era originario della Gallia Narbonese e
che suo padre militò sotto Cesare.
Oltre a due opere perdute di storia naturale, De animali-
bus (Gli animali) e De plantis (Le piante), che furono una
delle fonti di Plinio il Vecchio, scrisse le Historiae Philippi- Le Storie filippiche
enza a
cae (Storie filippiche), una storia universale da Nino e Se-
sso in lic
miramide di Babilonia fino alla conquista del regno mace-
olo conce
done e di tutto l’Occidente da parte di Roma. L’originalità
Tit
dell’opera consiste nel fatto che Trogo mette in primo pia-
no il regno macedone e non Roma. Dei 44 libri sono per-
venuti solo i prologhi di ogni libro e alcuni frammenti. È
giunto però un compendio, redatto da Marco Giustino nel
sec. III d.C., famoso nel Medioevo perché era l’unica storia
universale che si possedeva: da questo si ricava che l’opera
di Trogo aveva carattere annalistico, con abbondanti notizie
strane e fantasiose.

■ Vitruvio
Vitruvio Pollione (sec. I a.C.) fu architetto e ingegnere mi-
litare, combattè con Cesare e collaborò con Augusto, pro-
gettando la basilica di Fano. Scrisse De architectura (L’ar- De architectura
chitettura) in 10 libri, composti tra il 40 e il 25 a.C. e dedi-
cati ad Augusto. È un trattato in cui l’esperienza tecnica si
fonde con vaste conoscenze scientifiche, di geometria, me-
dicina, acustica, e persino di filosofia. L’opera, l’unica nel
suo genere pervenuta, è di estremo interesse per la cono-
scenza delle metodologie costruttive oltre che dei cano-
ni architettonici dell’antichità romana. La materia, com-
pletata da disegni andati perduti, era ripartita nei vari libri
come segue: formazione dell’architetto e considerazioni ge-
nerali sulle città (I); materiali da costruzione (II); edilizia sa-
cra e ordini architettonici (III e IV); edilizia pubblica (V);
edilizia privata (VI); rifinitura e decorazione degli edifici
(VII); opere idrauliche (VIII); costruzioni di meridiane (IX);
macchine da costruzione e da combattimento (X). È uno Scarso valore
scritto importante per l’ingegneria, ma poco significativo letterario
dal punto di vista letterario, nonostante gli intenti del-
l’autore. Ebbe grande fortuna già nell’antichità e soprattut-
to nel Rinascimento e fu preso a modello per i trattati di ar-
chitettura.
123
l
to
Ti
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto

■ Igino
Gaio Giulio Igino (60 a.C. - 10 d.C.) era nativo della Spagna
e fu portato a Roma come schiavo, divenendo poi liberto di
Augusto e prefetto della biblioteca palatina. Fu un erudito
di vastissimi interessi; compose numerose opere di argo-
Il commento mento storico, geografico, religioso, oltre a un Commenta-
su Virgilio rii in Vergilium (Commento su Virgilio), andate tutte per-
dute. Sotto il suo nome sono pervenuti un trattato di astro-
nomia (De astronomia) e una raccolta di 277 leggende, un
vero e proprio manuale mitologico a uso scolastico, che tut-
tavia gli studiosi più recenti attribuiscono a un altro Igino,
vissuto nel sec. III d.C.

■ Seneca il Vecchio, o il Retore


Lucio Anneo Seneca, detto il Vecchio o il Retore (Cordova
55 ca a.C. - Roma 40 ca. d.C.), era padre del filosofo omo-
nimo e apparteneva a una famiglia equestre; trascorse a Ro-
ma gran parte della sua lunghissima vita.
Libri sugli oratori e i Scrisse, in almeno 11 libri, Oratorum et rhetorum sen-
retori tentiae divisiones colores – pensieri, tracce e ornamenti
degli oratori e dei retori – di cui rimangono 5 libri di con-
troversiae, esercitazioni relative a una causa su argomenti
tratti dal mito e dalla storia, e uno di suasoriae, discorsi de-
liberativi, che sono testimonianza di una retorica diventa-
ta uno spettacolo pubblico. Rimangono estratti dei libri per-
duti.

124
1 - Società e cultura sotto il principato di Augusto

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA POLITICA CULTURALE Augusto, anch’egli autore del Monumentum Ancyranum, un elenco delle sue im-
DI AUGUSTO prese di pace e di guerra, si avvale di validissimi collaboratori cui affida la prote-
zione delle arti e delle lettere e, implicitamente, il compito di avvicinare gli intel-
I circoli letterari lettuali al nuovo regime. In questo senso sono determinanti i circoli letterari di
Mecenate (Arezzo ca 70 - Roma 8 a.C), il maggior collaboratore di Augusto, del
quale entrano a far parte i maggiori poeti dell’età augustea (Virgilio, Orazio, Pro-
perzio); di Messalla Corvino (64 a.C. - 8 d.C.), che accoglie, fra gli altri, Tibullo,
il giovane Ovidio, Ligdamo e la poetessa Sulpicia; di Asinio Pollione (Roma 76
a.C. - 4 d.C.), al quale si devono la prima biblioteca pubblica di Roma e l’intro-
duzione delle recitationes, pubbliche letture di poesie.
Nel volgere di pochi anni si ha una serie irripetibile di capolavori, in cui la poesia
è la dominatrice assoluta. Terminata la stagione drammatica, anche l’eloquenza
decade. Sono di moda le declamationes e le recitationes.

GLI SCRITTORI MINORI Emilio Macro (m. 16 a.C.) è autore di tre poemetti didascalici, Theriaca, De her-
bis, Ornithogonia;
Albinovano Pedone (secc. I a.C. - I d.C.) scrive un poema storico sulla spedizio-
ne di Germanico;
Marco Manilio (secc. I a.C. - I d.C.) è autore del didascalico ed erudito Astro-
nomica, in 5 libri;
Vario Rufo (n. 75 ca a.C.) autore della tragedia Thyestes, del Panegyricus Augu-
sti e del poemetto De morte;
Pompeo Trogo (sec. I a.C.) scrive una storia universale, Historiae Philippicae, an-
data perduta, ma di cui esiste un compendio redatto da Giustino nel sec. III d.C;
Vitruvio (sec. I a.C.), architetto e ingegnere militare, compone De Architectura,
importante trattato sulle metodologie e sui canoni architettonici romani;
Igino (60 a.C. - 10 d.C.) nativo della Spagna, è autore di un trattato di astrono-
mia e 277 miti, successivamente attribuiti a un Igino del sec. III d.C.
Seneca il Vecchio (55 ca a.C. - 40 ca d.C.) scrive Oratorum et Rhetorum senten-
tiae divisiones colores, sugli oratori e retori in 11 libri, di cui restano 5 di contro-
versiae e 1 di suasoriae.

o in
e ss
c
c on
lo
T ito

125
2 Virgilio
Virgilio è uno dei più grandi poeti dell’antichità classica e tra i maggiori
di ogni tempo, e fu l’interprete più significativo dell’età di Augusto. Dante lo
definì “Maestro di color che sanno” e il suo grande poema, l’Eneide, rigenera
la poesia epica e professa miti di cui la cultura occidentale si è a lungo nutrita.

La vita
La fonte più attendibile di notizie sulla vita di Publio Virgilio
Marone (Andes 70 - Brindisi 19 a.C.) è il grammatico Elio Do-
nato, che attinge i dati da Svetonio. Altre notizie sono rica-
vabili dalle sue stesse opere e da quelle degli scrittori con-
temporanei.
Titol■oGlicanni di formazione
oncesso
Publio Virgilio Maroneinacque
n lice presso Andes, l’odierna Pie-
Una famiglia di tole nei sobborghi di Mantova. Al n
di z a adelladleggenda
fuori po-
proprietari terrieri co si sa del suo ceto; apparteneva probabilmente oraa unaf o lfa-li
miglia di medi proprietari terrieri, il cui reddito era comun- na, 8
que tale da consentirgli un’accurata istruzione a Cremona e
a Milano, il maggiore centro culturale dell’Italia settentrio-
nale. Secondo le fonti, intorno ai 16 anni incominciò a scri-
vere, subendo l’influenza della dotta e raffinata corrente dei
Gli studi a Roma poetae novi. Sui 20 anni si recò a Roma, dove fu discepo-
e a Napoli lo del retore Epidio, e poi a Napoli. Abbandonò quasi subi-
to l’arte oratoria, cui era destinato, per dedicarsi alla poesia
e agli studi filosofici presso il dotto epicureo Sirone, che in-
segnava a Napoli, città che rimase sempre la preferita dal
poeta. In quegli anni si legò in amicizia con personaggi del-
Gli amici letterati la cultura del tempo, come Orazio, Plozio Tucca, Quintilio
Varo e Lucio Vario, e completò la sua formazione lontano
dalla vita politica e quindi dalle lotte civili.

■ La confisca del podere


Dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.) Ottaviano compensò i ve-
terani per i lunghi anni di guerra con l’assegnazione di terre
nella Gallia Cisalpina, terre che furono confiscate soprattutto
La confisca a favore nel Cremonese e nel Mantovano. Virgilio, che era tornato nel-
dei veterani di la sua proprietà fin dal 45, fu certamente coinvolto in que-
Augusto sto dramma, che si svolse con alterne vicende, impossibili da
ricostruire con esattezza. Sembra che in un primo tempo egli
riuscisse a evitare la confisca dei propri campi per l’interven-
to di Asinio Pollione, governatore della Cisalpina, e che in un
126
2 - Virgilio

secondo tempo ne fosse privato; forse gli vennero restituiti


un’altra volta. Fu comunque un’esperienza dolorosa, della
quale si trovano tracce nelle Bucoliche composte tra il 42 e il
39. La poesia già matura delle Bucoliche fa pensare che esse
non siano la prima opera di Virgilio; della produzione prece-
dente resta solo l’Appendix Vergiliana, la cui attribuzione è
però molto dubbia. Partì per Napoli nel 40 ca, andando ad abi-
tare in una villa forse ereditata da Sirone.

■ Alla corte di Mecenate


Comunque Virgilio uscì senza danni dalla vicenda della con-
fisca dei suoi poderi, perché più tardi fu indenizzato con pro-
prietà in Campania, in Sicilia, a Taranto e con una casa sul-
l’Esquilino, ma crebbe anche nella considerazione dei po-
tenti dopo l’uscita delle Bucoliche. L’opera gli attirò le sim- Il successo delle
patie e la protezione dello stesso Ottaviano e di Mecena- Bucoliche
te, nel cui circolo il poeta entrò, divenendone presto una
delle figure di maggior spicco. Nel 37 a.C., insieme con Ora-
zio e con altri, seguì il potente ministro in una missione di-
plomatica a Brindisi e a Taranto per preparare il terreno in
vista di una conferenza di pace fra Ottaviano e Antonio.

■ Il viaggio in Grecia
Il resto della sua vita trascorse senza avvenimenti particolari
tra la capitale e i lunghi soggiorni nella città partenopea; un’e- z a
sistenza quieta e ritirata, intenta alla composizione dei quat- en
tro libri delle Georgiche (37-30) e del capolavoro, il poema Le Georgiche lic
epico Eneide (29-19). Sobrio nel cibo e di salute cagionevo- in
le, ebbe un carattere timido e impacciato: candido, come scris-
se l’amico Orazio; a Napoli lo chiamavano benevolmente par- so
es
tenias (la verginella). Nel 19 intraprese un viaggio in Gre- Il viaggio in Grecia
c
cia, forse, dice la tradizione, per documentarsi meglio ri- n
guardo al suo poema. Ad Atene incontrò Augusto e, nono-
co
stante il clima torrido delle estati elleniche, volle proseguire La morte a Brindisi
lo
to
verso l’interno del paese. Ammalatosi a Megara nel 19 a.C.,
Ti
ebbe solo il tempo di raggiungere la nave e di approdare a
Brindisi, dove morì il 21 settembre. Fu sepolto a Napoli.

Le Bucoliche
I Bucolica (sottinteso carmina, cioè canti di pastori) furo-
no scritti tra il 42 e il 39 a.C., e rappresentano la prima ope-
ra sicuramente virgiliana. La datazione è confermata dai da-
ti ricavabili dall’opera stessa. Sono 10 brevi componimen- Dieci ecloghe
ti o ecloghe (in greco “poesie scelte”) in esametri, disposti in esametri
secondo un criterio estetico e non cronologico, la maggior
127
2 - Virgilio

parte dei quali è in forma dialogica. Il termine bucolica, de-


rivato dal greco, si richiama direttamente al modello ales-
sandrino e precisamente agli idilli pastorali di Teocrito.

■ Arte e poesia delle Bucoliche


Arcadia senza tempo La maggior parte delle ecloghe è ambientata in Arcadia, la
e storia regione montuosa all’interno del Peloponneso, scelta da al-

RIASSUNTO DELLE BUCOLICHE


I ecloga È un dialogo tra due pastori, Me- triste morte di Dafni; Menalca celebra l’a-
libeo, espropriato dai propri campi per far poteosi di Dafni, assunto in cielo con gli
posto ai veterani delle guerre civili, e Ti- altri dei, la gioia delle campagne e l’isti-
tiro, che ha conservato il possesso dei tuzione di cerimonie per la nuova divinità.
suoi per l’intervento di un “giovane” di Ro- VI ecloga Narra la vicenda di Cromide e
ma. Alla serenità di Titiro, intento a can- di Mnasillo che, trovato Sileno addor-
tare la sua Amarillide, corrisponde l’an- mentato ed ebbro, con l’aiuto della bel-
goscioso lamento di Melibeo costretto, lissima naiade Egle, lo legano per obbli-
come tanti altri agricoltori, a lasciare la garlo a cantare. Sileno, svegliatosi, rac-
casa per un triste destino di esule. conta la nascita del mondo e alcuni miti
II ecloga Coridone, innamorato senza antichi. Il poeta inserisce tra le leggende
speranza del giovane Alessi, schiavo di un elogio per l’amico Gallo.
un ricco cittadino, grida il suo disperato VII ecloga Melibeo narra una gara poe-
canto d’amore alla natura. Si convince tica tra i pastori Tirsi e Coridone, che ot-
infine che Alessi non è adatto alla vita tiene la vittoria. Degna di nota è la de-
agreste. scrizione del paesaggio agreste manto-
III ecloga È un dialogo tra Dameta e Me- vano, solcato dal fiume Mincio.
nalca, in cui uno mette in dubbio le ca- VIII ecloga I due pastori Damone e Al-
pacità poetiche dell’altro. Da qui nasce fesibeo, gareggiano nel canto: il primo si
una gara, in cui i due si alternano a reci- lamenta per l’infedeltà della bella Nisa e
tare versi (forma amebèa, cioè alterna). dichiara di voler morire, il secondo narra
La vita pastorale, l’amore e la poesia so- le pratiche magiche di una donna per ri-
no i temi toccati; Palemone fa che il giu- conquistare il suo amante.
dice dichiari pari la gara. Deliziosa è l’im- IX ecloga Il vecchio Meride, mentre con-
magine fuggente di Galatea, innamorata duce dei capretti al suo nuovo padrone,
di uno dei due. un ex soldato, narra a Licida come Me-
IV ecloga Ha un tono profetico e nulla a nalca sia stato cacciato dalle proprie ter-
che fare col mondo pastorale. Virgilio, ri- re. Licida, addolorato, ricorda le piacevoli
volgendosi al console Asinio Pollione, an- poesie che erano soliti sentire dalla voce
nuncia l’avvento di un nuovo ciclo co- di Menalca.
smico, che riporterà nel mondo la mitica X ecloga È un canto consolatorio che i
età dell’oro. L’inizio dell’era coincide con pastori, il dio Pan e tutta la natura ele-
la nascita di un “fanciullo” prodigioso, che vano per alleviare il dolore di Gallo, ab-
durante la sua vita realizzerà una rinno- bandonato dalla sua Licoride. Il poeta si
vata età di pace e di felicità. illude inutilmente di trovare la pace nei
V ecloga Il pastore Menalca invita Mo- paesaggi d’Arcadia; fuori di metafora
pso a una gara di canto in forma amebèa. egli non lascia l’elegia d’amore per la
Mopso eleva un disperato lamento per la poesia bucolica.

128
Titolo concesso in licenza
2 - Virgilio

lora per secoli nella cultura occidentale come paesaggio em- Paesaggio ai limiti
blematico della poesia pastorale, dell’amore, della pace, pae- dell’irreale
saggio senza tempo e senza storia, ai limiti dell’irreale. La
lontananza (Teocrito aveva scelto la Sicilia a lui più familia-
re) consente al poeta di velare qualunque riferimento alla
storia e alla cronaca, ogni notizia autobiografica, sino quasi
a occultarli o renderli percepibili soltanto a pochi.

■ La I e la IX ecloga
Eppure, nel sapiente ordinamento che Virgilio scelse nel
pubblicare l’opera, due ecloghe, la prima e l’ultima (la IX, se
si consideri la X soltanto un “congedo”), non hanno nien-
te a che vedere con l’Arcadia: vi si parla di Roma, Cremo- Il tema di Roma
na, Mantova e del Mincio; i personaggi sono uomini altolo-
cati oppure gli esuli espropriati del Mantovano; c’è chi, re-
catosi a Roma, ottiene “qualcosa” e chi non ha mai cono-
sciuto le vie della capitale, ma soltanto quelle dell’esilio.
Cammina per le strade del Mantovano chi deve portare il suo
tributo di greggi al proprietario della terra che un tempo gli
apparteneva e racconta di asprezze, soprusi, rischi mortali
subiti. Compaiono inoltre i nomi di poeti romani contem- I poeti e i
poranei (Vario, Cinna), di importanti uomini politici (Alfeno contemporanei
Varo, colui che “gestì” le confische). Ma il residuo di Arcadia
che in queste due ecloghe permane, ancorché molto tenue
(i nomi greci dei personaggi, l’enfasi posta sull’attività pa-
storale, accenni all’amore e al canto), è decisivo e, grazie an-
che a sapienti ambiguità, a riferimenti solo accennati, im-
pedisce ai moderni di ricostruire ad personam proprio gli
eventi cui Virgilio si riferisce, le vicende che lo riguardaro-
no. Sarebbe ingenuo e pericoloso utilizzare le due eclo- Gli spunti
ghe come documenti storici; la sola realtà “biografica” che autobiografici
il poeta vuol fare intuire è la sua personale devozione ver-
so uno iuvenis citato nella prima ecloga: l’unico iuvenis che
potesse comportarsi come un divus e come tale essere rin-
graziato era Ottaviano.

■ Le altre ecloghe
L’ambiente dell’Arcadia torna a essere lo sfondo in cui si
muovono i protagonisti della II, III, VII e VIII ecloga: queste,
tranne la II, hanno in comune il tema della gara poetica. Nel- La gara poetica
la VIII ha forte rilievo il tema del mare, un tema “pertur-
bante” in Arcadia e non casualmente collegato alla volontà
Titolo
di suicidio di uno dei due personaggi. Enigmatica e gran-
diosa, intonata su note profetiche, è l’ecloga IV, che con Il Virgilio “cristiano”
l’annuncio di un “fanciullo prodigioso” (inteso poi come
Cristo dagli autori cristiani) contribuì per secoli all’im-
129
2 - Virgilio

La III ecloga magine di un Virgilio “cristiano”. La III ecloga è dotta e an-


ch’essa enigmatica in alcune parti: Sileno, ambigua divinità
boschereccia, intona un carme cosmogonico seguito dalla
rievocazione, apparentemente confusa, di miti primordiali,
fra cui quelli di Deucalione, di Prometeo, di Pasifae e del suo
folle amore, dell’età dell’oro. In posizione centrale, la V eclo-
ga è un lamento a due voci (non in gara, ma in rispettosa so-
lidarietà reciproca) sulla morte violenta di Dafni, il perso-
naggio simbolo d’Arcadia. In questo caso non è forse arbi-
trario identificarlo con Giulio Cesare e la sua morte vio-
lenta.

■ Grandezza delle Bucoliche


I temi La grandezza dell’opera risiede nell’intensa partecipazione
di Virgilio alla propria materia. Egli esalta la serenità e la pa-
ce della vita bucolica, il senso profondo dell’amicizia, che
però si scontrano con la realtà amara della vita e con l’a-
more inteso come passione sconvolgente. Da questo con-
Angoscia per fronto scaturisce un senso di angoscia per l’infelicità de-
l’infelicità umana e gli uomini, di cui i personaggi sono simboli. Unico confor-
conforto dalla poesia to all’infelicità è entrare nel mondo della poesia, che è
piacere e serenità.
Per tutto questo le Bucoliche sono un’opera originale, che
è lontana dai modelli di riferimento, pur avendo ben pre-
senti sia Teocrito, in particolare, sia Lucrezio sia i poeti neò-
teroi, in quanto poesia dotta e raffinata. Virgilio usa un lin-
La lingua guaggio semplice ma nello stesso tempo elegante, evita i
termini ricercati; la costruzione sintattica procede con pe-
riodi brevi e paratattici: complessivamente ottiene un ef-
fetto di coerenza e di unità stilistica.

Le Georgiche
Le Georgiche sono un poema epico-didascalico di 2183 esa-
metri in 4 libri, incentrato sulle attività agricole. Il titolo
Georgica è tratto dal verbo greco georgéin (“lavorare la
Lunga gestazione campagna”). L’opera richiese un lungo periodo di com-
posizione nella tranquillità della dimora napoletana, dal 37
al 29 a.C., anno in cui Virgilio, insieme a Mecenate, la lesse
a Ottaviano. Del resto gli antichi sapevano bene che il poe-
ta curava con scrupolo quasi maniacale la perfezione di ogni
Lavoro di lima minimo particolare, con un continuo lavoro di lima. Le
Georgiche sono dedicate a Mecenate che ne fu l’ispirato-
re e il suggeritore (nel III libro lo stesso Virgilio accenna
agli haud mollia iussa, cioè alle forti insistenze del suo pro-
tettore), in un momento in cui il ministro di Ottaviano, con
130
Tito
lo
2 - Virgilio

i RIASSUNTO DELLE GEORGICHE


l
o i n Libro I Dopo la dedica a Mecenate e la Libro III Tratta gli animali: sono esposte
s
rituale preghiera agli dei agresti, vengo-
s le regole fondamentali da seguire per
nce
no date raccomandazioni sui modi, luo-
ghi e tempi del coltivare e del seminare.
o l’allevamento, la riproduzione e la salute
degli armenti. Dapprima si parla del be-
oc
Segue l’esposizione della legge che Gio-
o l stiame di grossa taglia, bovini ed equini;
ve ha dato agli uomini: il progresso va
t vi è pure la necessità di tenere sotto con-
Ti
conquistato solo attraverso la fatica e il trollo la potenza della passione amorosa
lavoro. Si illustrano poi gli attrezzi del con- anche tra gli animali. Poi, intorno ad un
tadino e le tecniche per preparare l’aia e idilliaco quadro della vita dei pastori li-
conservare i semi. In seguito si tratta dei bici e sciti, si parla delle pecore e delle
presagi desumibili dagli astri, delle ore, capre. Infine, dopo l’esposizione dei me-
dei giorni, delle stagioni migliori per se- todi per proteggere gli animali da ser-
minare. Il libro si chiude con il ricordo dei penti e malattie, viene descritta la terri-
segni premonitori che precedettero le bile pestilenza che decimò gli animali
guerre civili dopo la morte di Cesare. sulle Alpi noriche.
Libro II All’iniziale invocazione a Bacco Libro IV Riguarda esclusivamente l’api-
segue l’elencazione dei vari tipi di piante coltura: vengono esposte le tecniche
e dei modi per aumentarne la produtti- per costruire gli alveari, per trattare e, in
vità, a cominciare dal terreno e dal clima caso, curare gli sciami. L’organizzazione
più adatti a ciascuna. Vengono poi esal- sociale delle api fa pensare che esse sia-
tate l’Italia e la sua fertilità. Quindi è trat- no partecipi della celeste anima divina.
tata la coltivazione della vite: vengono Vi sono poi i consigli per prendere il mie-
elencate tutte le cure e le precauzioni che le, per eliminare i parassiti e le malattie
questa pianta richiede. Vi sono poi no- e anche le indicazioni nel caso in cui lo
zioni sulla coltura dell’ulivo, più semplice sciame venga distrutto: il modo per rifor-
di quella della vite, e di altri alberi da frut- marlo viene indicato con la narrazione
to. Il libro conclude con un appassionato del mito di Aristeo, al cui interno viene
elogio della vita del contadino, tranquilla raccontata anche la favola di Orfeo e Eu-
e lontana dalle lotte di potere. ridice.

un’avveduta politica agricola, cercava di riportare all’amo-


re per la terra sia i vecchi piccoli proprietari sia i nuovi dei
fondi confiscati. Virgilio curò due edizioni dell’opera: una
intorno al 29 e una dopo il 26 a.C.; nella seconda sostituì Le due edizioni
con il mito di Aristeo, o con la sola favola di Orfeo e Euri-
dice, l’elogio per Gallo, che si era suicidato in Egitto dopo
aver perso il favore di Augusto. Questa ultima è l’edizione
che è giunta.

■ Arte e poesia delle Georgiche


Il capolavoro virgiliano è il poema didascalico per eccel- Poema didascalico
lenza di tutta la letteratura latina. La sua architettura è mol-
to semplice: ogni libro tratta un’attività specifica del conta-
dino. I quattro libri sono divisi in due coppie, dedicate ri-
spettivamente alla coltivazione e all’allevamento. All’interno La struttura e i temi
della prima coppia, il primo libro è dedicato al lavoro dei
131
2 - Virgilio Titolo
conc
esso
campi, il secondo alla coltivazione delle piante, in partico-
in lic
lare di quelle tipiche del paesaggio mediterraneo, come la
enza
vite e l’ulivo; all’interno della seconda coppia, l’allevamen-
a do
to del bestiame “nobile”, bovini ed equini, è trattato sepa-
ra fo
ratamente rispetto a quello del bestiame “minuto” (le api:
tema esclusivo del IV libro è l’apicoltura). Domina la sim- llina
metria: ogni libro inizia con un prologo e si conclude con
una favola mitologica.
Iniziale fine Il genere letterario didascalico era ritenuto privo di alcuna
propagandistico utilità pratica. Questa scelta, nelle intenzioni di Mecenate,
aveva un fine ultimo di propaganda, ma Virgilio crea un’o-
pera di pura poesia. Tuttavia si documentò seriamente sul-
la bibliografia specifica e non si accontentò di consultare il
Le fonti De agri cultura di Catone o l’appena pubblicato De re ru-
stica di Marrone, ma risalì fino alle Opere e i Giorni del poe-
ta greco Esiodo, alle Georgiche del poeta greco Nicandro,
all’Economico dello storico greco Senofonte. Nato in Gre-
cia con Esiodo, il poema didascalico aveva assunto un suo
stile particolare, elevando a linguaggio poetico quello che
era un idioma tecnico specifico.

■ Il mondo delle Georgiche


Messaggio politico Le Georgiche contengono un chiaro messaggio politico e
e ideologico ideologico, fondato sui valori tradizionali della concordia,
della pace, della sobrietà, della laboriosità, della devozione
Valori del religiosa, della castità e del patriarcato, i valori propri del
mos maiorum mos maiorum. La campagna è il luogo in cui questi valori
trovano l’attuazione pratica, poiché essa richiede un lavoro
continuo per non essere sterile. Il poeta è consapevole del-
l’aspra fatica che la vita del contadino richiede e l’attribui-
sce alla volontà di Giove che non vuole infecondi e pigri i
Il mondo reale suoi regni. In quest’opera la campagna è colta nella sua
è la campagna concretezza, nelle fatiche umili e quotidiane: è un mondo
reale e non di fantasia come quello delle Bucoliche. Accan-
to al tema del “lavoro” è sviluppato anche quello del ritor-
no all’età dell’oro, perché Virgilio intende la vita rustica co-
me la più consona alle esigenze dell’uomo e come tale la
idealizza.

■ Vivacità espositiva
Il poeta alterna passi prettamente didascalici con altri senti-
mentali, scaturiti dal profondo del suo animo, e mitologici,
prodotto della sua fervida fantasia: ne consegue una tratta-
zione molto vivace, che non ha nulla della freddezza e del-
Tono dell’idillio la monotonia della precettistica rurale. Alcune di queste di-
celebrativo gressioni hanno il tono dell’idilllio celebrativo, come, nel
132
2 - Virgilio

II libro, l’esaltazione dell’Italia, l’inno alla primavera (uno dei


passi più belli del poema), di cui dà intensa e fantasiosa rap-
presentazione, e la beatificazione della vita dei campi, inte-
sa come mezzo potente di restaurazione sociale e civile. Al-
tri brani sono caratterizzati da una maggiore inquietudine, Inquietudine e
come i presagi della morte di Giulio Cesare, con le incer- presagio
tezze della situazione politica instabile, nonostante il pote-
re emergente di Ottaviano. Altrove fatica e idillio trovano un
compiuto equilibrio, come nella descrizione della vita quo-
tidiana, dura ma tranquilla, di un vecchio di Corico che, tra-
sferitosi nei dintorni di Taranto, coltiva con meravigliosi ri-
sultati un piccolo podere che ha reso fertile con opera assi-
dua e intelligente.

■ L’amore e la morte
Scomparso del tutto l’idillio, nel III libro si impongono gran-
diosi scenari di potenza e di tragedia. Dominano i temi del- Dal mondo animale
l’amore e della morte nel mondo animale. La descrizione all’uomo
della grande pestilenza di animali nell’ultima parte del libro
contiene un messaggio diretto alla stessa condizione uma-
na, così come l’amore tra gli animali è come l’amore fra gli
uomini. In tutto il poema piante e animali sono sentiti co- Piante e animali
me esseri simili all’uomo: a loro il poeta conferisce senti- simili all’uomo
menti e passioni tipicamente umane. Nel libro sulle api la
parte didascalica è ridotta al minimo, mentre grande rilievo
è dato alla favola di Orfeo e di Euridice. Virgilio la inserisce La favola di
nel “mito cornice” di Aristeo, che ha perso tutto il suo al- Orfeo ed Euridice
veare perché ha cercato di possedere Euridice, provocan-
done involontariamente la morte. Il poema è una grande
raccolta di liriche, in cui passi didascalici e di pura poesia
si fondono armoniosamente: come in un mosaico, ogni par-
ticolare concorre alla bellezza dell’insieme. La lingua di La lingua e lo stile
Virgilio è semplice, senza termini rari o tecnici; lo stile è ele-
vato, con periodi ben costruiti, che appaiono spontanei, ma
sono invece il frutto di un sapiente lavoro di lima. Con le
Georgiche Virgilio ha creato l’opera di più alta perfezione
di tutto il mondo classico.

L’Eneide
L’Eneide è un poema epico in esametri di 12 libri che nar-
ra le peregrinazioni di Enea e gli scontri da lui sostenuti
contro i latini per dare vita a un nuovo popolo, che avreb-
be in seguito fondato Roma. L’opera fu composta nell’ulti- Opera non rifinita
mo decennio di vita di Virgilio, dal 29 al 19 a.C., e rimase
incompiuta perché la morte del poeta troncò il lavoro di
133
Ti
to
l
2 - Virgilio

RIASSUNTO DELL’ ENEIDE


Libro I Enea, con la flotta troiana decima- Libro VII Enea è ormai alla fine del viag-
ta da una tempesta suscitata da Giunone, gio: giunto alle foci del Tevere, risale il fiu-
approda alle coste africane. Ospitato a me fino a Laurento, dove Latino, re del La-
Cartagine, da poco fondata da Didone, zio, lo accoglie amichevolmente, gli con-
esule da Tiro, trova quasi tutti i compagni cede di fondare una città e gli promette in
che credeva morti. Per intervento di Ve- sposa la figlia Lavinia. Giunone, tramite la
nere, madre di Enea, la regina si innamo- furia Aletto, fomenta contro i troiani Ama-
ra dell’eroe e gli chiede di raccontare la fi- ta, la moglie di Latino, e il principe dei ru-
ne di Troia. tuli Turno, promesso sposo di Lavinia.
Libro II Enea narra la finta ritirata dei ne- Scoppia la guerra.
mici, l’abbattimento delle mura per intro- Libro VIII Su suggerimento del dio Tiberi-
durre l’enorme cavallo di legno nella città, no, Enea si reca a chiedere aiuto al re di Pal-
la fuoriuscita nella notte dal suo ventre dei lanteo, Evandro, che mette a sua disposi-
guerrieri achei, la strage, la morte del re zione dei cavalieri, guidati da suo figlio Pal-
Priamo e l’incendo della città. Solo Enea, lante; un altro sostegno gli viene dai popo-
con il padre Anchise, il figlio Ascanio e po- li etruschi. Dalla madre Venere poi riceve
chi compagni, si salva dal disastro e salpa un’armatura forgiata da Vulcano, che sullo
in cerca di una nuova patria. scudo racconta le future vicende di Roma.
Libro III I fuggiaschi giungono in Tracia, da Libro IX Comincia la battaglia: i troiani so-
dove ripartono su consiglio di Polidoro, tra- no in difficoltà per l’assenza di Enea e de-
sformato in arbusto. Dopo aver consulta- cidono di cercarlo. Incaricati della missio-
o to l’oracolo di Delo, sbarcano a Creta, ma ne sono i due giovani volontari Eurialo e
Tit sono costretti a riprendere il mare a cau-
sa di una pestilenza. Sbarcano alle Strofa-
Niso che vengono uccisi mentre stanno fa-
cendo una strage nel campo nemico. Tur-
di, dove si scontrano con le Arpie, in Sici- no riesce a penetrare nel campo troiano,
lia, nell’isola dei Ciclopi e a Drepano, luo- ma costretto alla fuga, si salva gettandosi
go in cui muore Anchise; infine la tempe- nel Tevere.
sta che li porta a Cartagine. Libro X Giove ordina agli altri dei di non
Libro IV In seguito a un accordo tra Giu- intervenire nella contesa. Intanto ritorna
none e Venere, Enea si unisce a Didone; Enea, che risolleva le sorti della battaglia.
ma Giove, invocato da Iarba che aspira al- L’uccisione di Pallante, da parte di Turno,
la mano della regina, ordina al troiano di fa infuriare il troiano che, non riuscendo a
andarsene. Didone, dopo aver invano pre- trovare il principe dei rutuli, uccide il suo
gato Enea di restare, si toglie la vita, men- più forte alleato, il tiranno Mesenzio.
tre guarda le navi troiane allontanarsi. Libro XI Il momento della tregua per sep-
Libro V Gli esuli ritornano a Drepano, do- pellire i caduti dura poco. Turno manda al-
ve tengono dei giochi in onore di Anchi- l’attacco la cavalleria sotto il comando di
se. Giunone brucia loro le navi, ma una Messalo e di Camilla, regina dei volsci; ma
pioggia mandata da Giove spegne l’in- la morte della fanciulla fa disunire i latini
cendio. Enea riparte, lasciando a terra i ed Enea riesce facilmente a giungere con
compagni stanchi di errare per mare. Du- gran parte dell’esercito fino a Laurento.
rante la navigazione Palinuro cade in ac- Libro XII Turno sfida Enea a duello; du-
qua di notte e muore. rante la tregua la ninfa Diuturna, incitata da
Libro VI Sbarcato a Cuma, Enea si reca dal- Giunone, fa riaccendere la battaglia, nella
la Sibilla che gli consiglia di scendere nel- quale Enea è ferito e guarito da Venere.
l’oltretomba. Qui incontra le anime di Deifo- Tornato nella mischia, egli assalta la città
bo, Didone, Palinuro e, nei Campi Elisi, di di Laurento: la regina Amata, disperata, si
Anchise. Il padre gli mostra i futuri eroi ro- toglie la vita. Accorre Turno, che era stato
mani, tra cui Cesare e Augusto. In seguito allontanato con un trucco, affronta Enea,
riprende il mare alla volta di Gaeta. ma è sconfitto e ucciso.

134
n licen
2 - Virgilio

rielaborazione e rifinitura. Virgilio aveva espresso, per

i
questo, la volontà che l’Eneide fosse distrutta dalle fiam-

o
me, ma Vario Rufo e Tucca, gli esecutori testamentari, la

s
consegnarono ad Augusto, il quale ordinò che fosse pub- Pubblicata per

s
blicata senza alcuna correzione, nonostante qualche in- ordine di Augusto

once
coerenza e 58 versi incompiuti, e avesse la massima divulga-
zione possibile: l’Eneide rappresentava infatti il poema da
lui tanto atteso.

c
La composizione fu lunga e travagliata perché Virgilio non Le fonti
possedeva una tradizione alla quale potesse rifarsi e perciò storico-letterarie

Titolo
doveva scegliere fra le molte versioni del mito, narrare il crol-
lo di una città antenata di Roma, creare un “padre fondato-
re”, esule ed errante. Era necessario rappresentarlo come
un combattente e accettare la tradizione secondo la quale
una guerra sanguinosa era stata combattuta fra i progenito-
ri di Roma e quelli che sarebbero stati i suoi alleati storici, i
latini. Nella sua struttura simmetrica l’Eneide riprende, gros-
so modo, in dimensione minore, i poemi omerici: l’Odis- I poemi omerici
sea nei primi sei libri e l’Iliade nei secondi sei.

■ La leggenda
Quasi certamente sollecitato da Augusto a comporre il poe-
ma, Virgilio intuì che seguire lo svolgimento dei fatti anno
per anno, secondo il metodo di Ennio, o concentrare la ma-
teria epica su un solo episodio, secondo quello di Nevio,
avrebbe potuto portarlo a comporre semplicemente un pa-
negirico di Augusto, perché doveva necessariamente evita-
re l’esaltazione di un secolo di guerre civili. Per questo Vir-
gilio si stacca dal presente, risale alla leggendaria caduta di
Troia, alla quale fa risalire la ancor lontana fondazione di Ro-
ma, ma dominante e certa nelle profezie. La guerra di Troia
è pertanto narrata per giustificare un unico esito voluto Esito voluto
dagli dei: Roma. Virgilio innova decisamente il poema epi- dagli dei: Roma
co: Omero aveva composto un poema tutto mitologico, in
Ennio il mito è solo un antefatto alle vicende storiche, in
Nevio è una digressione: Virgilio ambienta il suo poema in
un’età mitica e introduce la storia come digressione, sotto Il mito di Enea
l’aspetto di visione profetica. La leggenda di Enea già era
sorta nel IV secolo ed era divenuta dalla fine del sec. II in
poi di attualità per la conquista dell’universo greco del Me-
diterraneo, che rappresentava la rivincita dei discendenti
troiani sui greci. Con Virgilio essa assume una forma più
coerente e complessa: quello di Enea è un ritorno all’an- Ritorno
tiqua mater, alla terra degli avi perché dall’Italia, e preci- all’antiqua mater
samente dall’etrusca Cortona, era partito Dardano, il capo-
stipite dei troiani.
135
2 - Virgilio

La mitica origine Inoltre il poeta perfezionava la tradizione mitica della no-


della famiglia Giulia bilissima famiglia Giulia, e cioè di Cesare e Augusto, che
si gloriava di discendere da Iulo o Ascanio, figlio di Enea, a
sua volta figlio della dea Venere. Virgilio faceva così coinci-
dere la storia di Roma, fin dalle sue origini, con quella del-
la famiglia che comandava nella città e in tutto l’impero. Il
Celebrazione VI libro non ha nulla di omerico: è la celebrazione di Au-
Tito
di Augusto gusto attraverso la sfilata dei suoi antenati.
lo c
■ I personaggi
onc
Nell’Eneide Virgilio non crea figure di eroi esuberanti e bal-
ess
danzosi, dotati di una vitalità prorompente, come Omero; i suoi
o in
Eroi umani e non personaggi hanno carattere più sfumato, sono approfonditi psi-
divini lice cologicamente, spesso dipinti con atteggiamento dolente e me-
nza ditativo. Sono personaggi umani e non eroi divinizzati come
ad quelli di Omero. Enea non è un guerriero come Achille o Et-
or tore, o un eroe come Ulisse: egli è colui che accetta con rasse-
gnazione il destino e obbedisce, talvolta con dolore, al Fato.
Quando è necessario egli manifesta doti di valoroso guerriero;
quando uccide Turno non compie un atto di crudeltà, ma un
indispensabile finale già deciso dal destino per dar vita alla fu-
tura Roma. Le sue caratteristiche sono la pietas, cioè il senso
La pietas, senso del del dovere e la capacità di sacrificio. Il “pio” Enea è il riflesso
dovere e sacrificio della personalità del poetastesso, che rifugge dalle tinte cruen-
te e dai sentimenti forti: il suo carattere è raccolto, incline alla
meditazione, dotato di sensibilità delicata, ed egli lo trasferisce
nei personaggi e nelle situazioni dell’Eneide, dove il tono ele-
Frequente tono giaco compare spesso. Virgilio osserva sempre con commos-
elegiaco sa attenzione i sentimenti e gli stati d’animo di chi è coinvolto
nelle imprese eroiche; interviene direttamente nel racconto
Riflessioni personali con commenti e riflessioni personali o, indirettamente, me-
diante l’uso degli aggettivi; se poi i personaggi sono protago-
nisti di episodi sanguinosi o patetici li segue con un senso di
profonda pietà. Si sofferma molto sui personaggi secondari,
come Polidoro, Eurialo, Niso, Camilla, morti nel fiore dell’età,
ai quali va tutta la sua personale e intensa simpatia. Il poeta è
Partecipe dei suoi partecipe dei suoi personaggi e li interpreta con intenso sen-
personaggi timento. Così piange la profonda delusione d’amore di Dido-
ne, che Enea è costretto dal Fato ad abbandonare e ne rappre-
senta drammaticamente il suicidio con intenso pathos. La re-
gina di Cartagine è una delle figure più complete di tutto il poe-
ma, presentata prima nella piena forza del sentimento amoro-
so, poi nella crudezza della morte e, infine, nell’odio inestin-
guibile, oltre la vita, per l’amante che l’ha tradita.
Epica, dramma ed Con lui si uniscono e si alternano nell’epica il dramma e l’e-
elegia legia. Pur essendo Omero il punto di riferimento, l’Eneide ri-
136
2 - Virgilio

sulta un’opera complessivamente diversa e del tutto originale.


La preoccupazione di Virgilio è quella di cantare Roma, arri-
vata al culmine della sua potenza e di esaltarne la missione. È La grandezza
la grandezza di Roma che commuove Virgilio, non il trionfo di Roma
di Enea, del quale mostra solo l’anima triste per l’ineluttabile
volgere degli eventi. Per primo introduce nell’epica forme
drammatiche e liriche.

L’Appendix Vergiliana
Sono pervenuti, attribuiti a Virgilio, otto piccoli componimenti,
a cui fu dato nell’umanesimo il titolo di Appendix Vergiliana,
che però la critica contemporanea è quasi unanime nel ritenere
apocrifi e risalenti al sec. I d.C., esercizi di imitatori o componi-
menti di scuola. Oggi si ritiene che soltanto un paio di epigram-
mi (il V e l’VIII) dei 14 compresi nell’Appendix, possano, con Gli unici componenti
buona probabilità, esser considerati autenticamente virgiliani. Di autentici
particolare interesse il V, che proclama la conversione dalla re-
torica alla filosofia epicurea. Qualche possibilità di autenticità
esiste per il X, brillante parodia del quarto carme di Catullo.
Anche il Culex (La zanzara) ha una certa probabilità di essere di Culex
Virgilio, perché vari autori del sec. I d.C., come Lucano, Stazio
e Marziale, lo ritenevano opera giovanile del poeta. È un epillio
di circa 400 esametri in cui una zanzara rimprovera in sogno un
pastore di averla uccisa e di non averla sepolta.
La Ciris (L’airone bianco) è un epillio di 540 esametri sulla Ciris
leggenda di Scilla che, avendo tradito per amore il padre,
viene trasformata in un uccello marino.
Le Dirae (Le imprecazioni) sono due carmi di circa 100 ver- Dirae
si: nel primo un pastore inveisce contro il proprio podere
che gli è stato confiscato, nel secondo un pastore lamenta
l’assenza della donna amata.
Il Copo (L’ostessa) è un breve idillio in distici elegiaci in cui Copo
un’ostessa invita i viandanti a entrare nel suo locale.
Il Moretum (La focaccia) è un poemetto in 122 esametri in cui Moretum
Tit un contadino si prepara la colazione prima di recarsi nei campi.
L’Aetna (L’Etna) è un poemetto didascalico di 645 esametri Aetna
sulle eruzioni dei vulcani.
Le Elegiae in Maecenatem sono due carmi, in distici ele- Elegiae in
giaci, di compianto per il ministro di Augusto. Maecenatem

La fortuna
Il poeta di Mantova fu riconosciuto ancora in vita come un clas-
sico e come tale fu imposto, e si impose, appena dopo la mor-
te, quale argomento di studio, discussione, insegnamento per
137
2 - Virgilio

tutta l’antichità, il Medioevo e l’era moderna. Ogni epoca lo


lesse partendo dalla propria prospettiva culturale e ognuna
vi ritrovò, o credette di ritrovarvi, i propri valori. Fu annove-
“Maestro di color rato da Dante fra i “maestri di color che sanno”: accanto al
che sanno” poeta, e forse in misura ancora maggiore, nel volgere delle epo-
che si vide in lui il sommo oratore, l’erudito, il vertice di ogni
conoscenza umana, il vate di nascoste verità. Fin dai primordi
del cristianesimo Virgilio apparve come il preannunciatore del
Messia, dotato quindi di virtù profetiche; fu il “mago” della tra-
dizione popolare. Maestro di stile nell’Umanesimo, punto di ri-
ferimento fondamentale per la scienza filologica, Virgilio con-
tinua a dominare come il più significativo testimone dell’ideo-
logia augustea, il rigeneratore della poesia epica, il fondatore
di generi letterari che nutrirono sino a ieri la cultura occi-
dentale: l’Arcadia, la poesia pastorale, l’idealizzazione della vi-
Dal mito alla reale ta agreste. Si può forse dire che, dopo il grande lavoro della fi-
grandezza storica lologia dell’800, soltanto nella seconda metà del ’900 Virgilio
sia uscito definitivamente, e quasi a ogni livello, dal mito, per
esser recuperato nella sua difficile, talvolta contraddittoria,
grandezza storica.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA Publio Virgilio Marone (Andes 70 - Brindisi 19 a.C.), nasce da una famiglia di pro-
prietari terrieri, studia a Milano, Roma e Napoli. Dopo la confisca del podere si
stabilisce a Roma e a Napoli. Protetto da Ottaviano, entra nel circolo di Mece-
nate. Muore di ritorno da un viaggio in Grecia.

LE BUCOLICHE Sono 10 componimenti (ecloghe) in esametri di genere pastorale, per lo più am-
bientati in Arcadia, e ispirati agli idilli del greco-siracusano Teocrito. Emerge un
senso di angoscia per l’infelicità degli uomini: unico conforto è la poesia, che dà
serenità e piacere. Ti
to
LE GEORGICHE lo
È un poema didascalico in 4 libri in esametri, incentrato sulle attività agricole (la-
voro dei campi, coltivazione delle piante, allevamento e apicoltura). È opera di
co
alta poesia, una delle più pregevoli del mondo classico: la natura e gli animali nu-
nc
trono sentimenti simili a quelli dell’uomo.
es
L’ENEIDE so
È il poema epico per eccellenza della romanità, narra in 12 libri le peregrinazioni
di Enea e le lotte da lui sostenute contro i latini. I personaggi di Virgilio sono uma-
in
ni e non eroi divinizzati come quelli omerici; la pietà, il senso di sacrificio e del
lic
dovere dei suoi eroi riflettono la personalità di Virgilio.
en
FORTUNA Creatore di generi letterari e di miti che hanno nutrito la letteratura occidentale fi-
za
no al ’700, considerato a lungo “precursore” del cristianesimo, solo nell’800 - ‘900
a
Virgilio è stato recuperato alla sua grandezza letteraria liberata dalla mitolo-
do gia celebrativa.
ra
138 fo
llin
a
3 Orazio
Orazio con Virgilio è il più grande poeta dell’età augustea e in assoluto una
delle personalità più significative di tutta la cultura classica.
La sua poesia si ispira all’aurea mediocritas, l’equilibrio etico e dei sentimenti
proposto dalla filosofia epicurea. È un sublime maestro di stile:
l’espressione sintetica ed essenziale, la lingua nitida e precisa, la struttura
compositiva ordinata e diretta confluiscono in una poesia di grande chiarezza
e rigore formale, raffinata da un continuo “lavoro di lima”.

La vita
La biografia di Quinto Orazio Flacco (Venosa 65-Roma 8 a.C.)
è ricostruibile dai numerosi riferimenti personali sparsi nel-
la sua opera e da notizie ricavabili da una Vita tramandata
insieme ai suoi testi e risalente probabilmente al De poetis
di Svetonio.

■ Gli anni di formazione


Orazio nacque in una colonia militare romana al confine tra Le origini modeste
Puglia e Lucania, vicino al fiume Ofanto, da un liberto pro-
prietario di un piccolo podere, esattore nella vendita alle aste
pubbliche, incarico redditizio, anche se socialmente poco sti-
mato. Trasferitosi a Roma, il padre volle che Orazio avesse Gli studi a Roma
un’accurata istruzione, come i giovani di famiglie aristocrati-
che. Studiò con il grammatico Lucio Orbilio Pupillo, da lui de-
finito nelle satire plagosus (manesco), a causa della bacchetta
usata sugli allievi distratti. In seguito, non si sa se prima o do-
po il viaggio in Grecia, frequentò a Napoli il circolo epicureo
di Filodemo e di Sirone. Come i giovani dell’aristocrazia ro- Approfondì le sue
mana si recò ad Atene per approfondire le sue conoscenze fi- conscenze filosofiche
losofiche e retoriche, frequentando le lezioni di maestri come e retoriche
l’accademico Teomnesto e il peripatetico Cratippo di Perga-
mo. Incominciò a scrivere i primi versi in lingua greca.
li cenza a
I primi versi in greco do
con c e s s o in
Portato dai suoi studi a ideali di libertà repubblicana, come
Titolo
tanti altri giovani romani, nel 44 si arruolò nell’esercito che
Marco Giunio Bruto stava raccogliendo in Grecia e in Ma-
cedonia per affrontare i triumviri Ottaviano, Lepido e Anto- A fianco di Bruto
nio; col grado di tribunus militum comandò una legione, contro Ottaviano
ma fu travolto con l’uccisore di Cesare nella battaglia di Fi-
lippi (42). Il fatto che, costretto alla fuga, avesse vilmente
gettato lo scudo, è forse più che un dato storico un topos
letterario, ripreso dai greci Archiloco e Alceo.
139
3 - Orazio

■ La confisca del podere


L’amnistia Dopo il ritorno in Italia nel 41, godette di un’amnistia, ma
si vide confiscare il podere in Puglia per la distribuzione
delle terre ai veterani. Costretto dalle precarie condizioni
economiche, trovò allora per vivere un impiego come ar-
chivista addetto ai questori (scriba quaestorius), con l’in-
Le prime satire carico di compilare i registri della pubblica contabilità. Ini-
e i primi epodi ziò a scrivere le prime satire e i primi epodi, composizioni
di carattere polemico che lo fecero apprezzare da poeti fa-
mosi come Virgilio e Vario con cui strinse amicizia; furono
proprio loro che lo presentarono nel 38 a Mecenate.

■ Nel circolo di Mecenate


Il potente collaboratore di Augusto, dopo un breve periodo
L’amicizia e l’affinità di attesa e di prova, accolse Orazio nel suo circolo; una profon-
spirituale con da amicizia, fondata su una affinità spirituale li unì per tut-
Mecenate ta la vita; con lui condivise gusti letterari e occupazioni di ogni
giorno, scherzi e malinconie. Nel 37 accompagnò con Virgi-
lio il suo protettore in un viaggio a Brindisi, in seguito al qua-
le fu stipulata un’effimera intesa tra Ottaviano e Antonio: il
viaggio è descritto in una famosa satira. Da Mecenate il poe-
ta ebbe in dono nel 33 una villa con un piccolo podere in Sa-
bina, nella cui quiete spesso trovò rifugio, proteggendo la pro-
pria autonomia e le aspirazioni alla tranquillità, che lo indus-
sero persino a rifiutare, pur con devota gratitudine, l’impor-
tante incarico di segretario personale offertogli da Augu-
sto. Nel 17 Augusto gli conferì l’incarico di comporre l’inno a
Il Carmen saeculare Diana e Apollo per i ludi saecolares di Roma (il Carmen sae-
culare). Nessun avvenimento degno di nota, a eccezione del-
la pubblicazione delle sue varie raccolte poetiche, segnò il re-
sto della sua vita, che si chiuse, come profeticamente aveva
La morte cantato il poeta stesso, il 27 novembre dell’8 a.C., due mesi
dopo quella di Mecenate. Fu sepolto sull’Esquilino, vicino al-
la tomba del grande amico. Come Virgilio non si sposò e non
ebbe figli; era “piccolo di statura, incanutito precocemente,
abbronzato dal sole”, scrisse di se stesso il poeta nella vente-
sima Epistola del I libro.

Le opere
Nonostante le date di composizione indichino l’alternarsi di
I tre periodi opere di vario genere, nell’attività poetica di Orazio si posso-
no individuare tre periodi, che sono indice di una evoluzio-
ne che è insieme intellettuale, poetica e umana. A una fase di
polemiche e di sfoghi giovanili, di cui sono frutto le Satire
e gli Epodi, segue una seconda più matura, di raffinato clas-
140
Ti
to
conc
3 - Orazio

sicismo e di perfetta elaborazione formale, rappresentata dal-

Titolo
le Odi e, infine, l’ultima, in cui si dedica alle Epistole. Non
compreso nelle raccolte citate è il Carmen saeculare; auto-
noma, anche se posta in molte edizioni a conclusione del II
libro delle epistole, è l’Ars poetica o Epistola ai Pisoni.

Gli Epodi
La prima raccolta poetica di Orazio è costituita dagli Epodi
(Epodon libri) alla cui composizione attese dal 41 al 30 cir-
ca. I 17 componimenti degli Epodi, di carattere satirico, si suc-
cedono secondo criteri non cronologici né tematici, ma sem-
plicemente metrici: il termine stesso di epodo (ritornello) in- Schema dell’epodo:
dica uno schema metrico formato da distici (o giambi) in cui il distico giambico
a un verso lungo segue uno più breve. Orazio si vanta di es-
sere stato il primo a introdurre nella letteratura latina que-

CONTENUTO DEGLI EPODI


I Orazio dichiara con fermezza di essere X Augurio al poetastro Mevio, che criti-
pronto a seguire l’amico Mecenate nella cava gli scritti di Virgilio e di Orazio, di far
guerra contro Antonio e Cleopatra. naufragio in mare.
II In 33 distici fa un elogio entusiastico del- XI Confessione a Pettio in cui dichiara di
la serenità della vita agreste, messo ironi- non poter più scrivere versi perché pre-
camente in bocca a un usuraio ipocrita. so da amore per la giovane Licisca.
III Il poeta rimprovera Mecenate di aver- XII Invettiva contro una vecchia prostitu-
lo quasi avvelenato a una cena con una ta insaziabile di piaceri.
pietanza fortemente agliata. XIII Probabilmente il primo epodo a es-
IV Invettiva contro un liberto arricchito, sere composto; è un invito ai compagni
giunto alla carica di tribuno in virtù della d’arme a brindare sotto la tenda alla vi-
rivoluzione sociale, che ostenta per Ro- gilia della battaglia di Filippi e ad ap-
ma il suo denaro. profittare di questa gioia perché la vita
V Invettiva contro la maga napoletana Ca- è breve.
nidia, macchiatasi di delitti orrendi per XIV È una lettera di scuse a Mecenate cui
preparare le sue pozioni magiche. non ha inviato una poesia promessa, per-
VI Invettiva contro un poeta che diffa- ché l’amore per Frine gli ha impedito di
mava i deboli e non osava attaccare scrivere.
Orazio, conoscendone la violenza dei XV Triste constatazione del tradimento di
giambi. Neera che, dopo avergli giurato fedeltà,
VII Rimprovero ai cittadini romani per si è data a un altro uomo.
aver ripreso le lotte civili dopo l’uccisio- XVI Invito ai concittadini, che hanno di
ne di Cesare; condanna della guerra. nuovo ripreso la lotta fratricida, a lascia-
VIII Contro una vecchia donna lussurio- re Roma per recarsi alle isole Fortunate,
sa e corrotta, cui il poeta scaglia ingiu- dove gli uomini non sono mai arrivati a
riosi oltraggi. portare disgrazie.
IX Invito rivolto a Mecenate, rimasto a Ro- XVII Invettiva ancora contro la fattuc-
ma, di festeggiare la vittoria su Cleopatra, chiera Canidia, cui Orazio finge di chie-
di cui compaiono chiari indizi. dere perdono.

141
l
in
3 - Orazio

sso
sto tipo di strofa. I primi 10 epodi hanno un trimetro seguito

e
nc
da un dimetro giambico; altri 6 uniscono dattili e giambi; l’ul-
Le fonti timo è un trimetro giambico continuato, cioè non epodico.

co
Sempre scrupoloso nel citare le fonti greche, quasi a nobilita-
re la sua opera alla luce di un’ascendenza illustre, Orazio dice

olo
di aver mutuato da Archiloco e da Ipponatte i metri e l’ispira-
t
zione, non gli argomenti. Altre fonti del poeta latino furono gli
Ti
epigrammisti ellenistici e il Callimaco dei Giambi. E in questo
modo, iambi, li chiamò Orazio: il termine Epodi comparve
per la prima volta in Quintiliano.

■ Tematiche e stile
Passionalità e gusto Alla composizione degli Epodi il poeta sarebbe stato spinto
per l’inventiva dalla “sfrontata povertà”: in essi domina la passionalità, il
furore giovanile, il gusto per l’invettiva, che sono talora
espressione di sdegno e di rancore, ma più spesso raffina-
to gioco puramente letterario. Gli strali di Orazio si ap-
puntano contro la vanità dei nuovi ricchi o dei cattivi poeti,
I temi contro la laida oscenità di qualche vecchia lussuriosa, ma an-
che, con voluta dissonanza tra l’enfasi della scrittura e la mo-
destia dell’episodio, contro l’offerta inopportuna, fattagli da
Mecenate, di una pietanza condita con troppo aglio. Alcuni
componimenti si ispirano a temi politici, in altri prevalgono
riflessioni morali. Nell’epodo più noto, il II, il commosso elo-
gio della vita campestre è contraddetto a sorpresa, nei ver-
si finali, dall’ambiguità di chi lo pronuncia: un usuraio.

Le Satire
Iniziate come gli Epodi in un momento di preoccupazioni
finanziarie e di amarezza in seguito alla caduta degli ideali
repubblicani a Filippi (42), le Satire (Saturae) furono com-

IL CONTENUTO DELLE SATIRE


Libro primo Satira III Poiché tutti hanno difetti, il poe-
Satira I È dedicata a Mecenate e, ta invita a essere indulgenti verso i pec-
prendendo lo spunto dell’incontenta- cati degli altri, non applicando il rigorismo
bilità di cui è causa l’avarizia, tratta del stoico secondo il quale tutte le colpe so-
“giusto mezzo”, seguendo il quale l’uo- no ugualmente gravi.
mo dovrebbe accontentarsi della pro- Satira IV È una difesa del genere satiri-
pria sorte. co, che Orazio mutua dai poeti greci Eu-
Satira II Si combattono gli eccessi amo- poli, Aristofane e Cratino e dal latino Lu-
rosi, specialmente l’adulterio, che sono cilio, che però ritiene “fangoso” e poco
fonte di tormenti e di rischi, e si consiglia attento al “lavoro di lima”. Contiene inte-
di non avere avventure con le si donne ressanti notizie autobiografiche riguar-
sposate di classe elevata. danti l’educazione ricevuta dal padre.

142
ollin
3 - Orazio

ra f
Satira V È una vivace descrizione del Satira II Orazio, tramite Ofello, modesto

o
viaggio, di 15 giorni, da Roma a Brindisi, possidente terriero di Venosa, condan-

d
fatto nel 37 con Virgilio per accompa- nando i bagordi, esalta la vita semplice
gnare Mecenate, inviato da Ottaviano a della campagna e la tradizionale tempe-

a
Taranto, per siglare un accordo con An- ranza del popolo latino.

za
tonio. Spassosi e impensati incidenti ac- Satira III È la più lunga, 326 versi; Ora-
cadono durante le varie tappe. Il model- zio finge di ricevere la visita di un certo

licen
lo è la satira del viaggio da Roma in Sici- Damasippo che, economicamente rovi-
lia di Lucilio. nato e pronto al suicidio, era stato salva-
Satira VI Orazio ringrazia Mecenate per to dallo stoico Stettino con una disserta-
l’amicizia accordatagli nonostante le sue zione sulla pazzia universale. Il poeta
prende lo spunto dalla sentenza stoica

so in
umili origini, mettendo in risalto la propria
disinteressata devozione verso il suo pro- che ogni vizio è pazzia e tutti sono pazzi
tettore. È quasi un’autobiografia e anche tranne il sapiente.
qui ricorda l’educazione morale ricevuta Satira IV Dialogo tra il poeta e un certo

onces
dal padre. Cazio, che descrive una serie di raffinate
Satira VII È la descrizione brillante e co- e complicate ricette di cucina, apprese
mica dello scontro in tribunale (43), da- da un esperto, forse Cazio Milziade, li-
vanti al propretore d’Asia Marco Bruto, tra berto e scrittore di arte culinaria, ricor-
il romano Publio Rupilio Re e il greco Per- dato da Cicerone.

c
sio, ricco levantino di Clazomene. Forse Satira V È rivolta contro i cacciatori di te-
Orazio aveva veramente assistito all’epi- stamenti. Il poeta immagina un incontro

Titolo
sodio. agli Inferi tra Ulisse e l’ombra dell’indovi-
Satira VIII La statuetta del dio Priapo rac- no Tiresia, che consiglia all’eroe, per ri-
conta in prima persona come egli stesso farsi dalla rovina dei suoi beni sperpera-
abbia messo fine, con uno sconcio ru- ti dai Proci, di farsi nominare erede da un
more, alle repellenti pratiche magiche vecchio ricco e senza figli, non badando
sull’Esquilino di due fattucchiere, Canidia a scrupoli morali.
e Sagana, già ricordate dal poeta negli Satira VI È divisa in tre parti: nella prima
Epodi. il poeta esprime a Mecenate la sua gioia
Satira IX In forma dialogica il poeta rac- per il dono della villa e descrive con vi-
conta come sia stato importunato, lungo vacità i fastidi della vita cittadina; nella se-
la pubblica via, da un seccatore, che chie- conda esalta la tranquilla vita di campa-
deva con insistenza una raccomandazio- gna; nella terza narra la favola del topo di
ne presso Mecenate. Nello stesso tem- città e del topo di campagna.
po, loda l’illustre amico che sa ben di- Satira VII In un giorno delle feste Satur-
stinguere negli uomini i veri pregi. nali di dicembre, in cui veniva concessa
Satira X È una polemica letteraria contro libertà agli schiavi, Davo, servo di Orazio,
coloro che esaltavano Lucilio a suo dan- fa la predica al suo padrone. Gli rimpro-
no e un’esposizione delle idee del poeta vera tutte le contraddizioni della sua vita,
riguardo all’arte poetica. Il poeta attenua servendosi di precetti appresi dal portie-
il duro giudizio pronunciato in preceden- re del filosofo stoico Crispino.
za su Lucilio. Satira VIII Il poeta Fundanio descrive a
Orazio una cena offerta da Nasidieno
Libro secondo Rufo, un volgare arricchito. Fra i convi-
Satira I Il poeta difende il genere satiri- tati ci sono, fra gli altri, il poeta Vario e
co, rispondendo al giureconsulto Gaio lo stesso Mecenate. L’ospite pretende
Trebazio Besta, suo amico, che lo mette- di essere un raffinato signore, mentre
va in guardia contro i rischi, in sede giu- non manifesta che rozzezza e maledu-
diziaria, derivanti dalle sue satire. cazione.

143
3 - Orazio

La struttura poste tra il 41 e il 30 ca. Sono poesie di carattere satirico in


esametri, ripartite in due libri, rispettivamente di 10 e di 8
componimenti. Il primo, dedicato a Mecenate, fu pubblica-

e
to tra il 35 e il 33, il secondo nel 30, insieme con gli Epodi.

oG
■ La poesia delle Satire
Andamento L’autore stesso definì Sermones (discorsi) le sue Satire, qua-

ut
discorsivo si a sottolinearne l’andamento discorsivo e apparente-

Istit
mente dimesso. Definì anche pedestris (senza slancio) la
propria ispirazione poetica e giunse al punto di negare al ge-
Un genere letterario nere satirico la dignità di vera poesia, mentre invece i latini

ine
originale lo sentirono come proprio genere originale. Rivendicò però
l’importanza del suo predecessore Lucilio, al quale attribuì

, ord
l’invenzione del genere, di cui si sentì erede: da lui apprese
l’aggressività dei toni e, soprattutto, l’intervento essenziale
dell’esperienza personale, della testimonianza autobio-

515
grafica, ma non nascose pure quanto c’era da eliminare e da
limare nelle opere di Lucilio. La dichiarata modestia delle in-
tenzioni del poeta è consapevolmente smentita dalla gran-

, 84
Lo stile de abilità stilistica con cui usa il verso esametro, che Ora-
zio sa modulare con arte squisita, piegandolo a tutti gli ef-

llina
fetti desiderati, passando dal tono colloquiale, a quello co-
mico, a quello polemico.

■ I temi ra fo
La vita quotidiana Gli argomenti sono tratti dall’osservazione della vita quo-
tidiana, nella quale si stigmatizzano i comportamenti, i vi-
a do

zi e le manie degli uomini: appunti di viaggio, cene, incon-


tri più o meno graditi. Non sono trattati con lo sfogo pas-
sionale dei Giambi, ma con un misurato equilibrio: infatti
Riflessione morale il tutto è filtrato sempre attraverso una riflessione morale,
nza

che si caratterizza non tanto per l’amarezza o il sarcasmo


della denuncia quanto per l’indulgenza della condivisione
lice

Distaccata ironia o, al massimo, per il distacco di un’ironia sorridente. Mol-


sorridente ti spunti sono tratti dalla filosofia epicurea, altri dalla pole-
mica stoico-cinica; talvolta il poeta si scaglia direttamente
o in

contro l’astratto rigorismo degli stoici; in ogni caso, i temi


filosofici sono proposti con la semplice naturalezza di un
accostamento in prima persona. Nella VI satira del primo li-
ess

Cenni biografici bro, come nella corrispondente del secondo, l’autore par-
la direttamente di sé, della propria modesta origine, della
onc

propria educazione, dei rapporti con Mecenate: ne emer-


ge, oltre che il ritratto cordiale e insieme pudico nell’uomo,
il senso della sua moralità, fondata sui valori della misura e
lo c

Misura e dell’autosufficienza, la greca autàrkeia, cioè l’autosuffi-


autosufficienza cienza interiore.
Tito

144
3 - Orazio

Le Odi
Le Odi (Carmina) furono pubblicate in due momenti di-
versi: i primi tre libri nel 23, il quarto probabilmente nel 17.
Nel complesso sono 103 odi: 38 nel primo libro, 20 nel se- La struttura
condo, 30 nel terzo e 15 nel quarto. I primi tre libri furono
dedicati a Mecenate. I lettori contemporanei accolsero con
grande entusiasmo l’uscita dell’opera; per tutti valga il giu- Il giudizio di Ovidio
dizio di Ovidio: “Orazio con i suoi ritmi perfetti affascinò le
mie orecchie, mentre faceva risuonare i suoi canti raffinati
sulla cetra italica”.

■ La lirica
Orazio nelle Odi rappresenta se stesso più che nelle Satire.
Emergono il suo mondo interiore, le sue aspirazioni, la sua La visione della vita
visione della vita, i sentimenti verso se stesso e gli altri. Le del poeta
con
Odi tuttavia risultano, più che una confessione intima o un
lo
monologo interiore nel senso moderno del termine, l’e-
Tito
spressione di un colloquio con gli altri; spesso, infatti, Ora- Colloquio con gli altri
zio si rivolge a un interlocutore, un amico, una donna o co-
munque un personaggio ora fittizio, ora storicamente defi-
nito. Pur nella variegata pluralità dei temi, gli 88 carmi com-
presi nei primi tre libri costituiscono un insieme unitario: I carmi costituiscono
non a caso la raccolta si apre con la declamazione, fatta a Me- un insieme unitario
cenate, della propria “vocazione” di poeta lirico e si chiude,
nell’ultimo carme del III libro, con l’orgogliosa affermazio-
ne “di aver per primo portato il carme eolico nei ritmi itali-
ci”, la grande lirica greca cui si è ispirato, quella soprat- Ispirazione della
tutto di Alceo, Saffo, Anacreonte, Simonide e Mimnermo; da lirica greca
loro mutua spunti, temi, metri e persino alcuni incipit. An-
che Pindaro è un modello ideale, ma la sua forza impetuosa
non si adatta alle scelte artistiche di Orazio, che richiedono
un’accurata elaborazione e un incessante lavoro di lima. La
sua poesia si sviluppa poi in modo assolutamente originale,
sia nella configurazione tipicamente latina sia nella peculia-
rità del suo percorso sentimentale. Il IV libro, uscito dopo il Il IV libro raccoglie
I delle Epistole, raccoglie i componimenti più tardi e ri- componimenti più
flette sentimenti e pensieri della senilità, per questo stac- tardi
candosi dai primi tre.

■ I temi
La fantasia del poeta spazia senza limiti, creando immagini
che hanno sempre la caratteristica dell’immediatezza, per-
ché nascono dalla sua personale esperienza. La poesia sca- La poesia scaturisce
turisce da particolari precisi e concreti, con un’incredi- da particolari precisi
bile varietà di temi, spesso anche sapientemente intreccia- e concreti
145
3 - Orazio

ti tra loro. Gli argomenti sono molteplici e variano da quel-


Amicizia, lo dell’amicizia, con i suoi legami affettivi, a quello della
convivialità, amore convivialità, con il classico motivo del vino, gioia del cuo-
re e rimedio per gli affanni. L’amore poi non è mai un sen-

T
timento intenso come nel liber di Catullo o elegiaco come

ito
in Tibullo e in Properzio; è innamoramento, gelosia, ab-

lo
bandoni, personificato in una galleria di figure femminili –
Le donne Lidia, Lalage, Cloe, Mirtale, Leuconoe... –, fanciulle acerbe,

co
donne sensuali, quando non proterve, che sotto un nome

nc
fittizio forse celano persone realmente esistite nella vita del

e
Il fluire del tempo: poeta. Frequente è anche il tema del fluire inarrestabile

s
carpe diem del tempo, con la prospettiva inevitabile della vecchiaia e

so
della morte, il cui brivido inquietante si placa nell’accetta-

in
zione serena del destino e dell’imperativo del carpe diem,
un invito a godere del tempo presente. È presente anche il

lic
Politica tema patriottico-politico, non solo nell’ode in cui esalta la
en
vittoria di Ottaviano su Antonio e Cleopatra (I, 37) – “ora
z
si può bere e si può danzare”, perché è finito l’incubo del-
a

la guerra –, ma anche nelle prime 6 composizioni del libro


a

Le Odi romane III, le cosiddette Odi romane, e in alcune liriche del libro
do

IV. In queste odi, l’adesione al programma culturale di Au-


ra

gusto si rivela, più che nella diretta celebrazione delle ge-


sta dell’imperatore, nell’esaltazione dei valori tipici del mos
fo

La natura maiorum. E ancora c’è il tema della natura, nella bellezza


llin

delle sue stagioni: l’inverno con la cima del Soratte inne-


a,

vata e il mare in tempesta (I, 9), l’estate con il sole dell’ar-


84

dente canicola (III, 13), gli zefiri primaverili e l’autunno con


Poeta consapevole i suoi frutti (IV, 7). Orazio ha coscienza del proprio valo-
5

re poetico: nell’ultima ode del III libro si gloria “di aver


1

del proprio valore


5,

eretto un monumento più durevole del bronzo, più alto


della mole regale delle piramidi”, destinato a vincere il tem-
r o

po, sicuro che “non tutto perirà” di lui, “divenuto potente


d i

da umile”.
ne
Is

■ Lo stile e i metri
tit

Ordine metrico La disposizione dei carmi obbedisce, oltre che a una esigenza
u

di equilibrio interno, a criteri di ordine metrico: non è cer-


t

to casuale che i primi nove componimenti del I libro pre-


sentino nove forme diverse di metrica, come a sperimen-
tarne tutte le possibilità oltre che a dar prova di grande pe-
24 tipi di versi rizia tecnica. Orazio usa ben 24 tipi di versi, che associa in
modo diverso: nel complesso dell’opera, le strofe alcaiche,
numericamente prevalenti, si alternano alle saffiche e ai si-
stemi asclepiadei. Lo stile, sobrio e limpidissimo, costituisce
La lingua l’espressione più matura del classicismo latino: la sempli-
cità del lessico si alterna al gioco raffinato di inediti ed espres-
146
3 - Orazio

sivi accostamenti, in un periodare che unisce la naturalezza


con la stesura sempre attentamente disciplinata, con la qua-
le il poeta controlla sentimenti e passioni.

Le Epistole
Dopo i primi tre libri delle Odi, Orazio si dedicò alle Epistu- Lettere poetiche ad
lae, lettere rivolte ad amici o conoscenti, e in questo sta la amici e conoscenti
ragione del titolo. Il primo libro, di 20 componimenti, dedi-
cato a Mecenate, fu pubblicato nel 20; il secondo libro di 3 let-
tere, composto presumibilmente tra il 19 e il 13, fu raccolto
dopo la sua morte. A conclusione di quest’ultimo, a sé stan-
te è l’Epistola ai Pisoni, detta comunemente Arte poetica. L’Arte poetica
Non compreso nelle raccolte citate è il Carmen saeculare, Il Carmen saeculare
scritto per incarico di Augusto nel 17 con lo scopo di pro-
piziare e ringraziare le divinità e destinato a essere cantato
da due cori di 27 giovinetti e fanciulle per celebrare la con-
clusione dei ludi secolari.

GLI ARGOMENTI DELLE EPISTOLE


Primo libro ferma con garbo la sua esigenza di libertà
T

Epistola I a Mecenate: giustifica l’abban- e autonomia.


i t

dono della lirica con il nuovo interesse per Epistola VIII a Celso Albinovano: dichiara
olo

la filosofia e dichiara di non seguire nes- di trovarsi in un periodo di crisi spirituale e


suna dottrina in particolare: il sapiente è li- si congratula per il suo nuovo incarico.
c

bero e onorato. Epistola IX a Tiberio: è un biglietto di rac-


o

Epistola II a Massimo Lollio: rivolge al gio- comandazione per l’amico Settimio, del
nc

vane amico consigli di virtù che si posso- quale mette in buona luce le qualità.
no ricavare dalla lettura di Omero. Epistola X ad Aristio Fusco: sostiene che la
e

Epistola III a Giulio Floro: chiede al giova- felicità consiste nella vita agreste e nell’ac-
ss

ne notizie sui letterati che avevano ac- contentarsi di poco.


oi

compagnato Tiberio in Asia e lo esorta al- Epistola XI a Bullazio: gli consiglia di trova-
lo studio della filosofia. re uno scopo nella vita, senza cercare lon-
n

Epistola IV ad Albio Tibullo: è una lettera tano la tranquillità dello spirito che forse è
lic

spiritosa, in cui esorta l’amico poeta a go- vicina.


dere la vita e lo invita ad andare a tro- Epistola XII a Iccio, amministratore dei be-
en

varlo. ni di Agrippa in Sicilia: è una lettera di rac-


Epistola V a Torquato: invita il famoso av- comandazione in favore di un amico, Pom-
a z

vocato, la sera precedente il compleanno peo Grospo.


di Ottaviano, a casa sua per una cena fru- Epistola XIII a Vinio Asina: gli affida l’inca-
ad

gale, ma allietata da sereni conversari. rico di consegnare ad Augusto i volumi del-


Epistola VI a Numicio: tratta il tema del- le sue Odi.
o

l’imperturbabilità e lo consiglia a tenere l’a- Epistola XIV dedicata al fattore della sua vil-
r

nimo libero dalle passioni o, almeno, di es- la in Sabina, che desiderava vivere in città:
sere coerente nel perseguire l’ideale di vi- tratta della bellezza della vita di campagna
ta scelto. rispetto a quella della capitale.
Epistola VII a Mecenate: si giustifica per Epistola XV a Numonio Vala: chiede infor-
la sua prolungata assenza da Roma e riaf- mazioni sul clima di Salerno e Velio, perché

147
3 - Orazio

segue
gli è stato consigliato di andarvi per ragioni conto dei loro difetti e descrive lo svi-
di salute. luppo della letteratura latina contem-
Epistola XVI a Quinzio Irpino: ribadisce poranea; si scusa infine di essere inca-
la serenità della vita di campagna e lo pace di celebrare degnamente le gesta
esorta a essere virtuoso e saggio. di Augusto.
Epistola XVII a Sceva: gli dà una serie Epistola II a Giulio Floro: è una specie
di consigli sul come comportarsi con i di commiato dalla poesia perché ha rag-
potenti, esortandolo a non rinunciare giunto una certa agiatezza e preferisce
alla propria libertà e offre se stesso co- dedicarsi allo studio e alla meditazione
me esempio. filosofica nella quiete della sua casa di
Epistola XVIII a Lollio: tratta ancora del campagna.
modo di comportarsi con i grandi e gli Epistola III ai Pisoni o De arte poetica:
consiglia di valutare i vantaggi e gli è un trattato organico sulla poesia, che
Tito
svantaggi, di essere cauto e discreto. illustra il pensiero estetico oraziano se-
Epistola XIX a Mecenate, in difesa del-
lo c condo la concezione di Aristotele, al
la sua poesia lirica contro imitatori e de-
onc quale il poeta si riferisce, soprattutto
trattori. ess per il genere epico e drammatico: tra-
Epistola XX è un congedo rivolto dal-
o in gedia, commedia e dramma satiresco,
l’autore alla sua opera e una racco- del quale non è pervenuto nulla. Fonte
licemandazione all’attenzione dei lettori. delle teorie furono, con buona proba-
nz Secondo libro bilità, gli scritti del peripatetico Neotto-
Epistola I ad Augusto: è una lunga let- lemo di Pario, vissuto nel sec. III a.C. Il
tera di 270 versi nella quale Orazio la- poeta ribadisce anche la sua concezio-
menta che i lettori preferiscano i poeti ne di una poesia raffinata, frutto di un
arcaici a quelli viventi senza rendersi paziente labor limae.

■ Stile e temi
Stile discorsivo Orazio torna a usare lo stile discorsivo tipico dei Sermo-
nes; usa in prevalenza l’esametro e tratta temi più elevati
fra i quali prevale quello moraleggiante, anche se alcune di
queste Epistole possono sembrare niente più che lettere di
amicizia. In corrispondenza di un atteggiamento di delu-
sione e di stanchezza il poeta, che sente l’avvicinarsi della
vecchiaia ed è più insofferente verso gli impegni della vita
sociale, si ripiega sulle sue irrisolte inquietudini, rinuncia ai
Autonomia toni comici e talvolta aggressivi delle Satire e accentua in-
di pensiero vece i momenti pensosi e didascalici. Orazio vanta ora la
propria autonomia di pensiero rispetto al dogmatismo
delle scuole filosofiche: l’epicureismo gli sembra insuffi-
ciente e accoglie elementi del pensiero stoico. Le sue in-
Intenti didascalici tenzioni didascaliche si accentuano nel II libro che com-
prende due lunghi componimenti – ad Augusto e a Gaio Flo-
ro – in cui sono trattati argomenti autobiografici e soprat-
tutto letterari, con un confronto tra la poesia arcaica e quel-
la moderna. A essi viene aggiunta la famosa Epistola ai Pi-
soni, sull’arte poetica.
148
3 - Orazio

La fortuna di Orazio
Orazio ebbe nel tempo non tanto imitatori quanto estima- Estimatori, ma non
tori; Ovidio ne riconobbe la perfezione tecnica e Quintilia- imitatori
no sostenne che era l’unico poeta degno di essere letto. En-
trò presto nel numero degli autori studiati nelle scuole e fu
commentato nei primi secoli dell’era volgare. Nel Medioevo
fu apprezzato come poeta didascalico: Dante lo citò come
“Orazio satiro” e lo collocò nel Limbo con i grandi poeti clas-
sici, Omero, Ovidio e Lucano. Nell’Umanesimo e nel Rina-
scimento la sua poesia fu assunta come modello di classi-
cità, e anche l’Ars poetica fu un esempio autorevole. L’ope-
ra oraziana venne apprezzata per l’eleganza e la raffinatezza
nell’epoca illuministica; restò estranea alla cultura romanti-
ca, ma Leopardi ne riconobbe la superiorità e ritenne im-
prescindibile lo studio delle sue opere anche per la sua età,
in quanto rappresentative della cultura classica.
Ti
SCHEMA RIASSUNTIVO tolo
LA VITA co
Quinto Orazio Flacco (Venosa 65 - Roma 8 a.C.) studia a Roma, Napoli e ad Ate-
nc
ne; milita come tribuno militare nell’esercito di Bruto a Filippi. Entra a far parte,
es
presentato da Virgilio, del circolo di Mecenate, con il quale stringe una profonda
e duratura amicizia. Nel 17 a.C. compone su incarico di Augusto il Carme seco-
lare. Trascorre il resto della vita tra Roma e la villa in Sabina.
so
in
Epodi o Giambi
(41-30)
È la prima raccolta poetica, di 17 ecloghe, in cui dominano il furore e la passio-
nalità giovanili, autentici o espressione di raffinato gioco letterario. Il poeta si van- lic
ta di aver introdotto l’epodo nella letteratura latina.
Satire (41-30) Sono 18 poesie di carattere satirico in esametri, ripartite in 2 libri che trattano in
modo discorsivo vari argomenti, anche di carattere autobiografico, filtrati attra-
verso una riflessione morale e una sorridente ironia.
Odi Sono 103 carmi in 24 tipi di versi, suddivisi in 4 libri, nei quali il poeta espone il
proprio mondo interiore e la personale visione della vita. I temi: l’amicizia, l’a-
more, la convivialità, la natura, il fluire inarrestabile del tempo, il patriottismo. È
un capolavoro che costituisce per lo stile limpidissimo una delle espressioni più
mature del classicismo latino.
Epistole Sono 23 lettere in esametri indirizzate ad amici e conoscenti. In stile discorsivo
trattano vari argomenti, spesso filosofici, letterari e autobiografici. La più famo-
sa è l’Epistola ai Pisoni sull’arte poetica.

149
4 L’elegia d’amore:
Tibullo e Properzio Tito
lo c
Nell’età di Augusto fiorisce l’elegia d’amore, genere presente nel mondo greco
onc
fin dall’epoca del poeta greco Mimnermo di Colofone (secc. VII-VI a.C.),
ess
ma profondamente rinnovato e originale nei contenuti. I poeti latini esprimono
o in
direttamente i loro sentimenti alla donna amata, non attraverso il mito, sia
lice
pure quello raffinato e dotto degli ellenisti. È opera di Cornelio Gallo il
nza
passaggio dalla elegia mitico-erudita a quella soggettiva latina, che ha la sua
ad
maggiore espressione nell’erotismo languido di Tibullo, in quello appassionato
ora
di Properzio e nella genialità artistica di Ovidio.
foll
ina
, 84
515 Cornelio Gallo
, L’amicizia con Caio Cornelio Gallo (Forum Iulii 69-26 a.C.) nacque nella
Virgilio Gallia Narbonese, presso l’odierna Fréjus, tra Nizza e Marsi-
glia, da famiglia appartenente al ceto equestre. A Roma fu
amico di Virgilio e del filosofo Partenio e frequentò l’am-
biente dei neòteroi. Seguace fin da giovane di Ottaviano,
combattè al suo fianco contro Antonio e Cleopatra e fu no-
minato governatore della prefettura d’Egitto. Caduto in di-
sgrazia presso Augusto, condannato alla confisca dei beni
e all’esilio, si uccise nel 26 a.C.
Virgilio gli dedicò la X ecloga e, forse, la parte conclusiva del-
le Georgiche, sostituita poi, quando l’amico cadde in di-
sgrazia, con il mito di Orfeo ed Euridice.
Gli Amores Rimangono solo una decina di versi lacunosi dei 4 libri de-
gli Amores (Gli amori), poesie elegiache di carattere eroti-
co per Licòride, pseudonimo della mima Volumnia, che la-
sciò il poeta per seguire un ufficiale di Agrippa sul Reno. Ovi-
dio considerava Gallo l’iniziatore del genere elegiaco in Ro-
L’iniziatore del ma e i frammenti della sua opera lasciano intravedere alcu-
genere elegiaco ni temi della lirica soggettiva, che saranno caratteristici del
a Roma genere, come la donna ispiratrice e destinataria del canto e
la subordinazione dell’amante all’amata.

Tibullo
Sulla vita di Albio Tibullo (60/54-19/18 a.C.) si hanno scarse
notizie ricavabili, oltre che da cenni sparsi nelle sue elegie e
negli scritti di altri autori, da una Vita anonima. Ignoto è il
150
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

suo prenome, incerti sono il luogo e la data di nascita. Egli


è uno dei poeti più rappresentativi della letteratura latina e
di quell’elegia, intrisa nel suo caso di erotismo, destinata a
diventare genere tipicamente latino.

■ La vita
Tibullo nacque forse a Gabii o a Pedum, cittadine del La-
zio tra Tivoli e Palestrina. La famiglia, di ordine equestre,
era di agiate condizioni economiche e possedeva proprietà
nella zona, sebbene pare che alcune terre le fossero state
confiscate in favore dei veterani di guerra. A Roma entrò a Nel circolo di
far parte del cenacolo culturale di Valerio Messalla Cor- Messalla Corvino
vino, divenendone il più importante esponente. Nel 30 se-
guì il potente amico in una spedizione militare in Aquita- Le spedizioni militari
nia per reprimere una rivolta e nel 28 in Asia Minore, che
non raggiunse perché costretto a tornare a Roma, dopo es-
sersi ammalato a Corfù, come egli stesso scrisse nella III
elegia del I libro. Trascorse l’ultima parte della vita nei Il ritiro in campagna
suoi possedimenti di Pedum, dove Orazio, di cui fu ami-
co, lo rappresenta malinconico e isolato. Un epigramma
del poeta Domizio Marso ci informa che Tibullo morì in
giovane età, poco dopo la scomparsa di Virgilio.
esso in lic enza a
■ Il Corpus Tibullianum Titolo conc
Con il nome di Corpus Tibullianum è pervenuta una rac- Raccolta di elegie
colta di elegie, ripartite in tre libri, l’ultimo dei quali fu di-
viso in età umanistica in due parti. Con certezza sono di Ti-
bullo i primi due libri (vedi riquadro a pag. successiva). Il Delia
primo libro, Delia, l’unico sicuramente pubblicato dall’au-
tore nel 26 o 25 a.C., contiene 10 elegie, 5 delle quali dedi-
cate a Delia, pseudonimo greco della donna amata dal poe-
ta, il cui vero nome era, secondo la testimonianza di Apu-
leio, un più popolano Plania. Delle 6 elegie, che costitui-
scono il secondo libro, Nemesi, 3 sono composte per una Nemesi
donna avida, non meglio identificata, chiamata Nemesi, no-
me che in greco significa “vendetta” e che allude, forse sim-
bolicamente, a una nuova passione del poeta, come rivalsa
per l’abbandono di Delia che ha scelto un vecchio danaro-
so. Il contenuto del terzo libro non è del tutto attribuibile a
Tibullo.

■ La poetica di Tibullo
Nonostante che la finzione letteraria comporti il ricorso al Immedesimazione
repertorio canonico della poesia d’amore (incontri, abban- in un’esperienza
doni, gelosie, tradimenti), il mondo sentimentale di Tibullo vissuta
nasce da una esperienza autenticamente vissuta, come è
151
sso
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

ce
on
I PRIMI DUE LIBRI DEL CORPUS TIBULLIANUM
Libro primo ché lo ha abbandonato per un uomo più

lo c
Elegia I È una delle elegie più belle e fa- ricco, contro il quale scaglia violente in-
mose: il poeta dichiara a Messalla di pre- giurie.

Tito
ferire la vita serena con la donna amata, Elegia X Il poeta deplora la guerra e l’a-
Delia, alla gloria delle imprese di guerra. vidità di ricchezza che di essa è causa;
Dice poi a Delia di voler vivere con lei fi- loda in seguito i tempi antichi e chiede
no alla morte nella tranquillità della cam- agli dei una vita serena in campagna a
pagna. fianco della donna amata.
Elegia II È un lamento del poeta davanti
alla porta chiusa di Delia, invitandola ad Libro secondo
avere coraggio e a introdurlo furtiva- Elegia I Inizia con una descrizione della
mente in casa. festa agreste degli Ambarvalia, per im-
Elegia III Il poeta pensa all’amata, men- plorare dagli dei la fecondità della terra,
tre giace ammalato a Corfù, e loda l’età e prosegue con elogi di Messalla e della
di Saturno, nella quale gli uomini viveva- vita campestre.
no senza guerre; segue poi una vivace Elegia II Invito al Genio natale, nel gior-
descrizione dell’oltretomba, con i Campi no del compleanno dell’amico Cornuto,
Elisi e il Tartaro. a esaudire i desideri del giovane di stare
Elegia IV È una richiesta a Priapo di in- sempre vicino alla donna amata e di ave-
segnargli il modo di conquistare gli re numerosi figli.
adolescenti, ma tutto si rivela vano e il Elegia III È la prima delle tre elegie de-
poeta, innamorato di Marato, non tro- dicate a Nemesi: il poeta esprime il do-
va pace. lore per la lontananza di Nemesi e per la
Elegia V Il poeta, preso dalla gelosia, sfo- sua cupidigia, lanciando invettive contro
ga il suo dolore per il tradimento di De- il ricco liberto che lei gli ha preferito.
lia che gli ha preferito un ricco amante. Elegia IV Nemesi non ama i versi, ma i
Elegia VI Come nella precedente, parla doni e il poeta, che non sa staccarsi da
dell’abbandono di Delia, della speranza una donna così avida, è disposto a di-
del suo ritorno, indicandole quale triste ventare ladro per procurarglieli.
fine Venere riservi alle donne infedeli. Tre Elegia V All’inizio si ha un elogio a Mes-
poesie sono per il giovane sdegnoso di salino, figlio di Messalla, per la sua no-
nome Marato, amato dal poeta. mina al collegio sacerdotale dei quinde-
Elegia VII. È un elogio a Messalla per il cemviri sacris faciundis; seguono una rie-
suo compleanno, dopo il trionfo decre- vocazione della leggenda di Enea e del
tatogli nel 27 per la guerra contro gli aqui- primitivo Lazio bucolico e la descrizione
lani. delle antiche feste pastorali delle Palilie.
Elegia VIII Il poeta chiede a Foloe di non Elegia VI Tibullo afferma la sua speran-
far più soffrire Marato e di accogliere le za nell’amore di Nemesi e maledice l’an-
sue proposte d’amore. cella che gli nega l’accesso alla donna
Elegia IX È un rimprovero a Marato per- amata.

del resto tipico per gran parte dell’elegia latina. In contra-


sto con le tonalità sensualmente appassionate di Properzio
e le galanterie superficialmente brillanti di Ovidio, la sensi-
bilità tibulliana si esprime di preferenza in toni malinconi-
Sfumata malinconia ci e sfumati. Nelle elegie di Tibullo, dopo l’annuncio del te-
ma che viene poi ripreso solo alla fine, caratteristica origi-
152
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

nale è quel muoversi in un mondo quasi di sogno, in cui le


immagini si succedono le une alle altre per evocazione e per
analogia, senza un filo logico. Assente il gusto per l’erudi-
zione mitologica, peculiare di Tibullo è lo sfondo campe- Sfondo campestre
stre, rappresentato con vive immagini, un mondo ideale su
cui il poeta proietta il suo desiderio di pace e di vita sem-
plice e serena. Lo stile, di apparente semplicità nel suoi rit- Lo stile terso ed
mi fluidi e armoniosi, con i suoi toni delicati e leggeri, è in- elegante
vece estremamente raffinato e sorvegliato. Già Quintiliano
ne aveva colto la purezza lessicale e insieme la disciplina, de-
finendo Tibullo poeta “terso ed elegante”, giudizio del tut-
to condiviso dalla critica moderna.

■ Il terzo libro del Corpus Tibullianum


Il terzo libro delle elegie giunte sotto il nome di Corpus Ti- Le due elegie
bullianum, raccoglie 20 componimenti, di cui sono sicu- di Tibullo
ramente suoi gli ultimi due. Nel XIX il poeta promette eter-
no amore a una fanciulla della quale non dice il nome; il XX
è un epigramma sulle voci che si mormorano riguardo alla
fedeltà della sua fanciulla.
Le prime sei elegie sono di un imitatore del poeta, un certo Le sei elegie
Ligdamo, che canta il suo amore per Neèra. Questo autore, di Ligdamo
che usa uno pseudonimo di origine greca, è stato variamente
identificato dagli studiosi con Cassio Parmense o con Vario
Rufo o con un figlio di Messalla o con Tibullo stesso, cosa al-
tamente improbabile, oppure con Ovidio giovane, ipotesi Le ipotesi
quest’ultima sostenuta dal fatto che nel testo è citato l’anno sull’identità
di nascita dell’autore, il 43, che coincide con quello di Ovi- di Ligdamo
dio e, per di più, è espresso con un verso che ritorna pro-
prio nel poeta di Sulmona.
Segue il Panegirico a Messalla, un lungo componimento elo- Il Panegirico a
giativo in 212 esametri, di incerta attribuzione, in cui si esal- Messalla
tano le sue doti oratorie e le sue campagne militari.
Cinque elegie, sugli amori di Sulpicia e Cerinto, sono rite- Le elegie di Sulpicia
nute da gran parte degli studiosi autenticamente tibullia-
Titolo con

ne; di mano della stessa Sulpicia, invece, si pensa che siano


i rimanenti 6 brevi carmi, quasi dei “biglietti” amorosi, per
complessivi 40 versi, inviati all’innamorato. Della vita di Sul-
picia non si hanno notizie precise: forse fu nipote del giuri-
sta Servio Sulpicio Rufo e figlia di una sorella di Messalla, di
cui divenne pupilla dopo la morte del padre, entrando nel
circolo letterario animato dallo stesso Messalla. Sono poe-
c

sie di un amore bruciante, intenso e sincero, interessanti an-


esso in lic

che per la storia del costume nella Roma d’Augusto. In que-


sto caso Sulpicia sarebbe dunque l’unica poetessa di cui si
ha testimonianza nell’ambito della letteratura latina. Indi-
153
e
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

pendentemente dallo loro identità, i vari poeti del corpus


sono vicini a Tibullo per stile e per ambiente culturale, quel-
lo del circolo di Messalla.

Properzio
Con Tibullo e Ovidio, Sesto Properzio (Assisi? 49/47-16/15 a.C.)
è il maggior esponente dell’elegia nell’età augustea.

■ La vita
Nacque in Umbria e rimase da fanciullo orfano di padre. I be-

Ti
ni della famiglia, di ordine equestre, andarono perduti du-

to
rante la guerra di Perugia (41-40) e in seguito alle confische

lo
imposte da Ottaviano: è pertanto probabile che la famiglia

co
Trasferimento a avesse sostenuto Antonio. Si trasferì a Roma, dove forse in-
Roma tendeva dedicarsi all’attività forense e alla vita pubblica, ma,

nc
entrato in contatto con gli ambienti mondani della capitale,

e
si occupò soltanto di poesia. Fece amicizia con Gallo, Pon-

sso
tico e con Tullo: a quest’ultimo indirizzò la poesia di apertu-
ra del suo primo libro di elegie, nel quale la maggior parte

in
dei componimenti erotici è dedicata alla donna amata con lo
L’amore per Cinzia lic
pseudonimo di Cinzia, il cui vero nome era Ostia, secondo
la testimonianza di Apuleio. L’amore per la colta, raffinata e
e n

spregiudicata Cinzia durò 5 anni. Pubblicato nel 28, il volu-


za

Nel circolo di me ebbe fortuna e gli valse l’attenzione e la stima di Mece-


Mecenate nate, del cui circolo poetico entrò a far parte. Negli anni
a

successivi compose altri tre libri di elegie, il primo dei quali


d

fu dedicato a Mecenate. Conobbe e ammirò molto Virgilio,


o ra

divenne amico di Ovidio, al quale leggeva le sue poesie; me-


no stretti furono i suoi contatti con Orazio, che non sembra
f o

nutrisse particolare stima per lui. Nessun altro avvenimento


lli

della sua vita è noto. Forse si sposò ed ebbe un figlio: Plinio


na

il Giovane, in una lettera, scrive che il poeta Paolo Properzio


,

era suo discendente. Gli ultimi riferimenti cronologici con-


84

tenuti nelle sue opere riguardano il 16 a.C.: probabilmente


5

quello, o il seguente, fu l’anno della morte.


15,

Le Elegie
or
d

Le elegie Properzio scrisse 4 libri di elegie la cui datazione è piuttosto


ine

incerta e si fonda unicamente su alcuni riferimenti cronolo-


Le date dei quattro gici rilevabili dalle sue poesie. Il primo libro, detto alla greca
I

libri Monóbiblos, cioè “libro singolo”, risale agli anni 30-29 e fu


s

pubblicato nel 28; non si hanno notizie sicure sulla composi-


it tu

zione e sulla pubblicazione del secondo e del terzo libro, ma


to

due elegie del secondo sono databili, quella per l’inaugura-


G

154
e ogr
a
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

zione del portico del tempio di Apollo sul Palatino (28) e quel-
la per il suicidio del poeta Cornelio Gallo. Nel terzo è ricor-
data la morte di Marcello, nipote di Augusto, avvenuta nel 23.
Il quarto libro contiene riferimenti all’anno 16 e fu probabil-
mente pubblicato postumo.

■ Contenuto delle elegie


Il primo libro comprende 22 elegie, di cui 10 indirizzate a Il primo libro
Cinzia e 12 ad amici e rivali. La relazione con Cinzia domina
tutto il volume, anche nelle elegie non dedicate a lei. Il poe-
ta invita l’amata ad evitare il lusso e crede di essere padro-
ne del suo cuore (II, III), ma in effetti diventa suo schiavo
(VI); si rode di gelosia per un suo soggiorno a Baia (XI), la
rimprovera per la sua indifferenza (XV), ha paura che lei fug-
ga in Illiria con un altro amante (VIII). Nonostante tutto il
poeta persiste nel suo amore: “Cinzia fu la prima e Cinzia
sarà l’ultima” (XII): ripensa alla donna amata durante una
tempesta (XVII), lontano da Roma rievoca la sua figura, chia-
mando a testimoni gli alberi e gli uccelli della sua fedeltà
(XVIII), e immagina che l’amata pianga per la sua morte
(XIX). Le ultime due poesie del libro, brevissime, sono le più
antiche: la XXI riporta le parole di un moribondo durante la
guerra di Perugia e, nella XXII, il poeta dichiara di essere na-
to in Umbria e ricorda le guerre civili.
Titolo concesso in licenza a dor
Il secondo libro contiene 34 elegie; il poeta introduce la mi- Il secondo libro
tologia erudita sul modello della poesia alessandrina: l’a-
more per Cinzia è ancora protagonista incontrastato. Pro-
perzio ne esalta la bellezza (II, III), si lamenta della sua cru-
deltà e della sua leggerezza (IV, V), soffre di gelosia per il ri-
torno del rivale pretore dall’Illiria (XVI) e per i viaggi di lei
a Tivoli, Tuscolo, Preneste (XXXII). Ora gioisce per una ri-
conciliazione (XIII, XIV, XV), ora desidera morire, perché la
donna amata lo ha abbandonato (VIII, IX), e si propone di
dimenticarla (XI). Vi sono anche elegie di altro argomento:
nella I si scusa con Mecenate garbatamente di non poter ce-
lebrare le gesta di Augusto, perché non è il suo genere di
poesia; nella XXXI celebra l’inaugurazione del portico del
tempio di Apollo sul Palatino; la più interessante è però l’ul-
tima (XXXIV), nella quale Properzio elogia la poesia amoro-
sa e loda Virgilio come il solo degno di celebrare le gesta di
Augusto.
Il terzo libro contiene 25 elegie nelle quali l’amore per Cin- Il terzo libro
zia si alterna ad altri argomenti. La donna è gelosa del poe-
ta (VI), che è costretto a raggiungerla di notte a Tivoli (XVI);
Properzio cerca consolazione dei tradimenti nel vino (XVII)
e invano le chiede di sposarlo (XX). Ormai la sua relazione
155
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

amorosa volge al termine e il libro si chiude con l’addio a


Cinzia. Di tono moraleggiante sono le elegie contro la diso-
nestà e l’avidità dei romani, contro il lusso delle donne e la
loro corruzione (XIII, XIV, XIX); nell’elegia di apertura il poe-
ta si dichiara continuatore dei poeti greci Callimaco e Filita
e preannuncia la sua eterna gloria (II). In altre, di carattere
civile e celebrativo, elogia Augusto e Mecenate (III, IV), rie-
voca la vittoria di Azio e le vicende di Antonio e Cleopatra
(XI) e tesse le lodi di Roma e dell’Italia (XXII); vi è poi il can-
to funebre per la morte del giovane Marcello (XVIII).
Il quarto libro Il quarto libro è composto da 11 elegie, di cui solo due so-
no dedicate a Cinzia. Properzio, libero dalla passione amo-
rosa e sollecitato da Mecenate, si dedica ora a celebrare Ro-
ma attraverso le antiche leggende. Nella I egli descrive in pri-
ma persona le origini di Roma e si proclama il “Callimaco ro-
Le elegie “romane” mano”. Le 5 poesie, cosiddette “elegie romane”, hanno per
argomento leggende, monumenti antichi ed episodi della
storia di Roma. Nella II il simulacro del dio etrusco Ver-
Titolo c tumno, posto nel foro, racconta la sua storia; nella IV si nar-
ra la leggenda di Tarpea, che per amore di Tito Tazio, tradì
Roma; la VI rievoca la battaglia di Azio e la costruzione del
tempio di Apollo sul Palatino; nella IX il poeta tratta l’origi-
ne dell’Ara Massima e la leggenda di Ercole che uccide Ca-
co; nella X celebra il santuario di Giove Feretrio, dove Ro-
molo, Cornelio Cosso e Claudio Marcello avevano consa-
crato le spoglie di un comandante nemico da loro ucciso.
Nell’ultima elegia Cornelia, figliastra di Augusto e moglie di
Lucio Emilio Paolo, morta nel 16, ricorda la sua virtuosa vi-
ta di sposa e di madre e invita il marito a non piangere per
lei. In due elegie torna il tema d’amore per Cinzia che, mor-
ta, gli appare in sogno e lo rassicura che il suo amore durerà
anche nell’oltretomba (VII).

■ L’itinerario poetico di Properzio


Influenze Il mondo poetico di Properzio nasce da una sintesi di ele-
ellenistiche, menti culturali diversi, in cui sono presenti influssi dell’epi-
neoteriche gramma e dell’elegia ellenistica accanto a suggestioni ripre-
se da Catullo, dai neòteroi, da Cornelio Gallo. Properzio at-
tua una completa fusione tra l’elegia romana e quella ales-
Mito e autobiografia sandrina, nella quale miti ed elementi autobiografici si uni-
scono in un’opera di perfetta armonia. Tuttavia, come è ti-
Esperienza d’amore pico dell’elegia latina – a differenza di quella ellenistica, pre-
autenticamente valentemente mitologica ed erudita – il canzoniere di Pro-
vissuta perzio nasce da un’esperienza d’amore autenticamente
vissuta. Essa, pur nell’adesione ai temi caratteristici della
poesia erotica, quali l’innamoramento, i capricci della don-
156
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

na, le gelosie, i tradimenti, assume una valenza del tutto per-


sonale nell’accentuazione sensuale e drammatica delle si-
tuazioni e, quindi, nelle tonalità dense e impetuose della
scrittura. Pur nelle molte concessioni all’erudizione mi-
tologica e alle convenzioni letterarie, il canzoniere tratteg- Erudizione
gia una storia psicologicamente reale: in essa domina la mitologica e storia
personalità della donna amata, bella, raffinata, colta ed ele- psicologicamente
gante, ma nello stesso tempo spregiudicata e volubile, che reale
impone al poeta, nella continua alternanza degli slanci e de-
gli abbandoni, una schiavitù amorosa cui egli non sa e non
vuole sottrarsi e di cui, anzi, fa consapevolmente il centro
della sua vita e della sua poesia. È un appassionato ed esclu- Amore, sorgente
sivo amore, che si identifica con la stessa vita di Properzio di poesia
e diventa la sorgente inesauribile di poesia, la quale è sfo-
go all’infelicità e mezzo per avvicinare l’amata.

■ L’elegia civile
Il contatto con il circolo di Mecenate portò Properzio ad ac-
costarsi a temi civili, secondo le indicazioni culturali sugge-
rite dal regime augusteo. Nel secondo libro, in corrispon-
denza con l’incrinarsi del suo rapporto amoroso con Cinzia,
si fanno più frequenti i temi celebrativi e nel quarto appaio-
Ti

no le cosiddette “elegie romane”, mentre quelle dedicate Le elegie romane


to

alla donna amata sono solo due. Properzio illustra le cause


lo

di culti, nomi e riti di Roma, evocando antichi eroi e leg-


c

gende, come farà Ovidio, a distanza di pochi anni, nei Fasti.


o

L’adesione al programma augusteo di recupero dei valori


nc

Adesione
della tradizione, presente in forme diverse anche in Virgilio al programma
e

e in Orazio, si attua nel poeta nei modi che più gli sono con- augusteo
ss

geniali, cioè nella fedeltà ai canoni della poetica alessandri-


o

na e di Callimaco in particolare; di lui Properzio riprende


in

non solo il genere eziologico, ma anche il gusto per l’erudi-


lic

zione e la grandissima raffinatezza formale.


nz e

■ Lo stile di Properzio
a

La poesia di Properzio è di difficile comprensione; nu- Poesia difficile


merose metafore e analogie, costruzioni sintattiche com-
a

plesse e particolari la rendono talvolta volutamente oscura.


do

A questo contribuisce anche il pensiero che non segue uno Un pensiero legato
ra

svolgimento logico; i concetti procedono uno dopo l’altro al sentimento


fo

senza un collegamento, seguendo i moti imprevedibili del


suo animo. Certe elegie danno l’impressione di essere una
llin

giustapposizione di temi isolati. Anche il linguaggio è ar- La lingua allusiva


a,

duo: allusivo, ricco di significati, con poche parole quoti-


diane e molte rare e preziose, grecismi, sia lessicali sia sin-
4 8

tattici.
157
4 - L’elegia d’amore: Tibullo e Properzio

SCHEMA RIASSUNTIVO
L’ELEGIA D’AMORE Fiorisce, profondamente rinnovata e originale rispetto a quella greca perché l’a-
more è espresso direttamente e non attraverso il mito.

CORNELIO GALLO (Forum Iulii 69-? 26 a.C.). Amico di Virgilio e seguace di Ottaviano, quando cade
in disgrazia si uccide. Restano una decina di versi degli Amores in 4 libri.

ALBIO TIBULLO (? 60/54-?19-18 a.C.). A Roma entra nel circolo di Messalla Corvino. Trascorre
l’ultima parte della vita nel podere di Pedo. Opere: 2 libri di elegie, il primo dedi-
cato a Delia, il secondo a Nemesi. Un terzo libro gli è solo in parte attribuito; al-
cune poesie sono sicuramente opera di Ligdamo e di Sulpicia, l’unica poetessa
nota della letteratura latina. Poetica: la poesia di Tibullo nasce da un’autentica
esperienza di vita. Preferisce i toni malinconici e sfumati. Suo mondo ideale è
quello campestre. Lo stile è terso ed elegante, lessicalmente puro e raffinato.

SESTO PROPERZIO (? Assisi, 49/47-? 15 ca a.C.). Vive a Roma, entra nel circolo di Mecenate, si de-
dica solo alla poesia. Opere: 4 libri con 92 elegie, la maggior parte delle quali è
dedicata a Cinzia, la donna amata. Cinque elegie di argomento civile, sono det-
te “romane”, e illustrano le cause di culti, nomi e riti di Roma. Poetica: Properzio
fonde armoniosamente l’elegia latina e quella alessandrina. È ispirato dalla sua
esperienza d’amore, autenticamente vissuta. Lo stile è spesso oscuro, con me-
tafore e sintassi complessa.

Titolo c
oncess
o in lice
nza a d
ora foll
ina,

158
li n
oi
5 Ovidio

s s
ce n o
Ovidio, l’ultimo dei grandi poeti elegiaci dell’età di Augusto, rispecchia

oc
con la sua vasta e raffinata produzione la società mondana frivola

l
e spensierata di quell’epoca. La sua indagine del cuore umano, dei sentimenti,

o
Tit
è condotta con sicuro virtuosismo tecnico e con grande finezza psicologica.

La vita
Publio Ovidio Nasone (Sulmona 43 a.C.-Tomi, Mar Nero 17 Di ricca famiglia
d.C.) nacque da una ricca famiglia appartenente al ceto eque- equestre
stre. A 12 anni venne inviato con il fratello a Roma, dove fre-
quentò le scuole dei retori più famosi del tempo, Arellio
Fusco e Porcio Latrone. Completò la sua formazione ad Ate-
ne, come tutti i giovani di buona famiglia; in seguito visitò
l’Asia Minore, l’Egitto e la Sicilia. Tornato a Roma, iniziò, co-
me era desiderio dei genitori, la carriera pubblica, limitan- Una carriera politica
dosi tuttavia a magistrature minori, con il compito di far ese- senza rilievo
guire le pene capitali e risolvere le cause di cittadinanza. Ma
la politica non faceva per lui: Ovidio amava la vita brillante
e la poesia, alla quale si dedicò interamente.

■ Nel circolo di Messalla Corvino


La facilità a comporre versi si era svelata fin dal suo arrivo a Ro- Poeta di successo
ma: com’era di moda li recitava con successo in pubblico. Que-
sto talento lo portò a entrare nel circolo culturale di Valerio
Messalla Corvino. Frequentò i migliori poeti del tempo, da
Orazio a Properzio e a Tibullo; conobbe, anche se solo mar-
ginalmente, Virgilio. Aveva già composto una tragedia, Medea, Le prime elegie
ora perduta, ma fu la pubblicazione delle prime sue elegie amo- amorose
rose, gli Amores e le Heroides, che gli procurò immediata-
mente, a circa trent’anni, un largo successo, facendolo diven-
tare il poeta prediletto degli ambienti mondani, interprete Poeta prediletto del
della loro vita elegante e disimpegnata, lontana ormai dai tra- bel mondo
vagli delle guerre civili. Seguirono l’Ars amatoria, i Remedia
amoris e i Medicamina faciei femineae. Successivamente, do-
po la morte di Messalla nel 3 d.C., Ovidio cambiò la sua pro-
duzione, dedicandosi, con i Fasti e le Metamorfosi, a una poe-
sia meno frivola e più impegnata. Si sposò tre volte, ma solo
l’ultimo matrimonio, con Fabia, fu duraturo.

■ L’esilio a Tomi
La vita di Ovidio cambiò radicalmente nell’8 d.C., quando L’allontanamento da
Augusto lo relegò a Tomi (oggi Costanza), luogo inospita- Roma
159
5 - Ovidio

51 4 le sul Mar Nero e lontanissimo dalla vita agiata di Roma, sen-


,8 za il conforto della famiglia e degli amici. I motivi di questo
na i provvedimento, che fu un soggiorno obbligato più che un
foll vero e proprio esilio, dato che non ci fu un processo, non
Le cause ra
sono accertabili con precisione: lo stesso Ovidio attribui-
o
ad
sce la causa a duo crimina, carmen et error (due colpe,
una poesia e un errore). Il carmen era forse l’accusa di im-
za
moralità mossa alla sua Ars amatoria (che, tuttavia, al tem-
n
lice
po del confino, era già stata pubblicata da molti anni), e l’er-
in
ror era probabilmente un coinvolgimento del poeta nello
o
scandalo che travolse la nipote di Augusto, la spregiudi-
ess
cata Giulia Minore (19 a.C.-28 d.C.). I suoi libri furono tolti
c
on
dalle biblioteche. A Tomi Ovidio scrisse i Tristia, le Epistu-
lo c
lae ex Ponto e l’Ibis. Tutti i tentativi di ottenere la grazia, suoi
o
La morte in esilio
Tit
e della moglie, teneramente amata, furono respinti da Au-
gusto. Nel vuoto caddero anche, dopo la morte di Augusto
(14 d.C.), le speranze di clemenza poste in Germanico e in
Tiberio. Morì a Tomi e lì fu sepolto, nonostante il suo desi-
derio di essere sepolto a Roma.

La cronologia delle opere


La produzione poetica di Ovidio è molto vasta ed è giunta
quasi completa. Si può ripartirla in quattro periodi: i primi
due comprendono le elegie amorose, in distici elegiaci.
Il primo periodo Del primo periodo giovanile (dal 25 al 13 a.C.), sono gli
giovanile Amores (Amori), 49 elegie per un totale di quasi 4500 versi,
dedicate a una donna chiamata Corinna, pubblicati in un pri-
mo tempo in 5 libri e, in una seconda edizione, in 3 libri.
Sempre a questo periodo appartengono le Heroides o Epi-
stulae (Eroidi), 21 lettere d’amore poetiche per circa 4000
versi, per la maggior parte di donne ai loro mariti o amanti.
Il secondo periodo, Il secondo periodo, dal 13 a.C. al 3 d.C., comprende l’Ars
delle opere erotiche amatoria (l’Arte di amare), carme didascalico sull’arte di
conquistare le donne e gli uomini, in 3 libri di circa 2300 ver-
si. Seguono i trattatelli Remedia amoris (I rimedi d’amore),
dall’ 1 a.C all’ 1 d.C., appendice dell’opera precedente, che
descrive i modi per liberarsi dall’amore, e i Medicamina fa-
ciei femineae (Medicamenti del volto femminile), di cui ri-
mangono solo 50 distici, che tratta della cosmesi delle don-
ne.
Il terzo periodo, delle Del terzo periodo, dal 3 all’8 d.C., è il Metamorphoseon li-
Metamorfosi bri (Metamorfosi), poema in 15 libri per complessivi 12 000
esametri, in cui vengono narrate circa 250 metamorfosi. Se-
guono i Fasti, poema dedicato a Germanico, che l’autore in-
terruppe dopo 6 dei 12 libri previsti, uno per mese.
160
Titol
5 - Ovidio

Nel quarto periodo, quello dell’esilio, Ovidio compone i Il quarto periodo,


Tristia (Tristezze), 50 elegie per complessivi 3500 versi ri- dell’esilio
partite in 5 libri, le Epistulae ex Ponto (Lettere dal Ponto),
46 composizioni indirizzate alla moglie e agli amici, in 4 li-
bri, per un totale di 3200 versi, l’Ibis, poemetto di 322 disti-
ci, elenco di invettive e imprecazioni contro un nemico non
meglio identificato, infine Halieutica, un poemetto dida-
scalico di 35 esametri sulla pesca e sui pesci, l’ultima fatica
del poeta, secondo Plinio il Vecchio.
Non sono pervenuti la tragedia Medea, il poema epico Gi- Le opere perdute
gantomachia, il poema astronomico Fenomeni e i carmi in
morte di Augusto e in lode di Tiberio. Sicuramente spuri so-
no l’elegia Nux (La noce), i Priapea (Carmi priapei), 890 li-
riche in vari metri e la Consolatio ad Liviam (Consolazione
a Livia), rivolta alla moglie di Augusto in occasione della mor-
te di Druso.

Amores
Ovidio si sentì erede dei primi grandi poeti elegiaci, Corne- Una tematica
lio Gallo, Albio Tibullo e Sesto Properzio. Con loro ebbe in amorosa senza
comune le forme poetiche e la tematica amorosa (incon- intensità
tri, gelosie, abbandoni, sofferenze e il ricorso agli esempi mi- sentimentale
tologici), ma non l’intensità sentimentale. Se per Catullo,
prima ancora che per Tibullo e Properzio, la donna amata
costituisce il centro di tutta la vita affettiva oltre che dell’i-
spirazione poetica, per Ovidio l’amore è gioco galante, con- Amore come gioco
templato con distacco sorridente quando non con ironia, galante
e talvolta anche con autoironia, come nell’epigramma in-
troduttivo. Alcuni motivi tipici sono rovesciati dal poeta con
gusto gioioso del paradosso: non implora l’amata di esser-
gli fedele, ma di fingere di esserlo; non odia il marito della
donna, ma anzi lo invita a proteggerla meglio, perché “ciò
che è permesso non piace, ciò che è proibito accende una
passione ardente”. La Corinna cui sono dedicati gli Amo- Corinna sintesi
res non è una donna reale, ma piuttosto la sintesi di più di più donne
immagini femminili, tutte ugualmente vagheggiate da un
poeta che confessava di sentire attrazione per tutte le don-
ne pur che fossero belle. Corinna è un personaggio lettera-
rio, un elemento unificatore delle varie elegie.

Heroides o Epistulae
Con le Eroidi (cioè eroine mitiche) Ovidio passò dall’ele- Elegia
gia erotico-soggettiva a quella erotico-mitologica, intro- erotico-mitologica
ducendo un genere della cui originalità andò orgoglioso:
161
5 - Ovidio

quello delle fantastiche 21 lettere poetiche di argomento


amoroso. Nelle prime 15 lettere alcune eroine della lettera-
Le eroine letterarie tura si rivolgono ai propri amanti o mariti: Penelope a Ulis-
se; Fillide a Demofonte; Briseide ad Achille; Fedra a Ippoli-
to; Enone, una ninfa del monte Ida; a Paride; Ipsipile, regi-
na di Lemno, a Giasone; Didone a Enea; Ermione a Oreste;
Deianira a Ercole; Arianna a Teseo; Canace a Macareo, un
amore incestuoso; Medea a Giasone; Laodamia a Protesilao;
Ipermestra a Linceo; Saffo (l’unica figura storica e non mi-
tologica, ma divenuta leggendaria per il suo infelice amore)
Gli eroi a Faone. Le ultime 6 lettere sono a coppie, 3 lettere di eroi
a cui è abbinata la risposta: Paride a Elena, Leandro a Ero,
Aconzio a Cidippe. La materia del mito diventa in lui fon-
te di sentimenti quotidiani ed è piegata al servizio di un gu-
sto patetico – è frequente il tema dell’abbandono da parte
dell’uomo – che sa modulare con finezza ogni aspetto del-
l’indole e della psicologia femminile.

L’arte di amare
Precettistica L’amore cantato da Ovidio si trasforma da passione in un’ar-
amorosa te, che può essere insegnata con una precettistica minu-
ta. Il poeta sviluppa così l’aspetto didascalico presente nel-
la poesia elegiaca, scrivendo questo poemetto, L’arte di
amare, perché, come è annunciato nei primi due versi, chi
lo legge possa amare da esperto. I primi due libri sono in-
dirizzati agli uomini.
Il primo libro: Il primo libro è dedicato alla conquista della donna, a co-
la conquista minciare dai luoghi dell’incontro, i teatri, il circo, le passeg-
della donna giate, i Portici di Pompeo, dove le donne vanno per vedere
ed essere vedute; come ottenerne i favori, sostenendo che
si possono conquistare tutte le donne: basta saper tendere
bene i lacci.
Il secondo libro: Il secondo libro insegna come si può, una volta conquista-
come conservare ta una donna, conservarne l’amore: sono necessari intelli-
l’amore di una genza, amabilità, assecondarne i desideri; è inutile scrivere
donna versi, perché “la poesia si loda, ma si preferiscono i grandi
doni: purché sia ricco, piace anche un barbaro”; nasconde-
re i propri tradimenti e fingere di non conoscere quelli del-
aa dora
licenz
l’amata.

so in
Il terzo libro rivolto Il terzo libro è rivolto alle donne, perché anch’esse impa-
alle donne
ces
rino a conquistare e conservare l’amore di un uomo: cura-

Titol o con
re la propria persona (acconciatura, trucco, vestiti), na-
scondere i difetti, amare la poesia, il canto, la danza e i poe-
ti che non corrono dietro al guadagno. Poiché tutte le don-
ne sono conquistabili, l’austera severità della matrona ro-
162
5 - Ovidio

IL CONTENUTO DELLE METAMORFOSI


Dopo una breve invocazione agli dei per- e i suoi misfatti (VII); i buoni vecchi File-
ché siano propizi all’impresa, il poema mone e Bauci diventati alberi; il volo
inizia con la genesi della terra dal caos sventurato di Dedalo e Icaro (VIII). Se-
originale, la creazione degli animali e de- guono la drammatica morte di Ercole e
gli uomini, le quattro età del mondo, la la sua apoteosi (IX); Orfeo ed Euridice e
metamorfosi del malvagio Licaone in lu- il loro infelice amore; Pigmalione inva-
po, il diluvio universale e il ripopola- ghito della sua bellissima scultura che,
mento per opera di Deucalione e Pirra. per intervento di Venere, diventa donna
Ai miti cosmogonici seguono le leggen- viva e lo sposa; Atalanta, invincibile nel-
de connesse con gli dei e gli eroi, le lo- la corsa, e il marito Ippomene trasformati
ro passioni, odi, gelosie morbose, ripic- in leoni da Cibele per aver profanato un
che e abbandoni. Alcuni miti sono cele- tempio (X); Mida, che tramuta in oro tut-
bri: Dafne trasformata in alloro da Apol- to ciò che tocca; le nozze di Peleo e Te-
Tit
lo e Io in giovenca da Giunone (I); Fe- olo ti (XI). Ovidio narra poi la guerra di Troia,
tonte che precipita dal carro del sole;
co le imprese di Achille e la battaglia tra i
Callisto mutata in orsa e trasportata da
nc Lapiti e i Centauri (XII); Glauco tramuta-
Giove in cielo come costellazione (II); At-
es to in dio; la contesa tra Aiace e Ulisse
teone trasformato in cervo da Diana per
so per le armi di Achille; Scilla trasformata
averla vista nuda e sbranato dai suoi ca- in mostro marino da Circe (XIII); le pere-
in
ni; Narciso innamorato di se stesso (III). grinazioni e la divinizzazione di Enea, la
lice
E ancora Priamo e Tisbe, con il loro amo- fondazione di Roma e l’apoteosi di Ro-
re tragico; Perseo che salva Andromeda
nz molo, la cui moglie Ersilia diviene la dea
da un mostro marino (IV); il rapimento di
aa Hora, associata a Quirino-Romolo. Nel-
do Proserpina da parte di Plutone (V); Aracne l’ultimo libro vi è il lungo discorso del fi-
ra tramutata in ragno e Niobe in rupe per losofo Pitagora a Numa Pompilio sulla
aver osato sfidare rispettivamente Mi- metamorfosi, l’apoteosi di Cesare, as-
nerva e Latona; Procne e Filomena mu- sunto in cielo come costellazione e l’e-
tate in rondine e in usignolo (VI); Medea logio di Augusto.

mana, fulcro della famiglia, sulla cui sacralità Augusto aveva


fondato il recupero dei valori della tradizione, è, per espli-
cita ammissione del poeta, lontanissima dalla sua fantasia. Il Libro scandaloso ai
libro fece scandalo, ma, pur nella sua indiscutibile spregiu- tempi, ma pieno di
dicatezza, è una squisita opera intrisa di umorismo, redat- umorismo
ta da un libertino di raffinata sensibilità. L’analisi attenta del-
la psicologia femminile, le similitudini, le azzeccate digres-
sioni e gli esempi illustrativi dei precetti fanno dei libri di
Ovidio una deliziosa opera d’arte.

Le metamorfosi
Le metamorfosi, capolavoro di Ovidio e una delle opere più Il capolavoro di Ovidio
significative della letteratura latina, nascono da un’ambizio-
ne più ampia. L’autore intende tracciare attraverso la se- Le trasformazioni
quenza di circa 250 trasformazioni – da uomo a pianta o ad come storia del
animale o a statua o ad altra diversa forma inanimata – una cosmo
163
eI
5 - Ovidio

n
rdi
sorta di storia del cosmo, dal caos originario fino all’apoteo-

,o
si di Cesare e alla glorificazione di Augusto. L’ampiezza del-
Carmen perpetuum l’opera, l’uso dell’esametro, la struttura stessa di carmen per-

15
petuum (poesia ininterrotta) svelano l’intenzione di Ovidio

45
Le fonti di riprodurre la grandezza dell’epos nel campo della mitolo-
gia e non in quello della solennità eroica. Oltre all’Esiodo del-

,8
la Teogonia, le fonti sono prevalentemente alessandrine, da
Nicandro a Eratostene e soprattutto Callimaco; tra i latini, Ovi-

ina
dio ebbe presenti i neòteroi e Virgilio.
Dottrina pitagorica La concezione di fondo è tratta dalla dottrina pitagorica, con
foll
cenni stoici e platonici, e tuttavia l’intento dottrinale è conti-
nuamente sopraffatto dalla suggestione del poeta di fronte
ora
alle immagini dei miti che si susseguono in continuazio-
ne. La visione cosmica svela forse l’intento di gareggiare con
ad

Lucrezio, la cui strenua analisi razionale è tuttavia agli anti-


Coloritura patetica podi della coloritura intensamente patetica di molte pagine
ovidiane. All’interno dell’unità, costituita dalle metamorfosi,
za

le leggende sono accostate tra loro secondo criteri geo-


n

grafici o genealogici e talora, per le parti che hanno rela-


ice

zione con la storia di Roma, anche cronologici. La loro suc-


cessione, tuttavia, sembra obbedire soprattutto alle necessità
in l

interne della poesia, che ora privilegia l’esigenza della varietà


e dell’antitesi, ora quella dell’analogia e della contiguità dei
so

Soggetto principale, temi. Soggetto principale è ancora l’amore, se pure traspo-


l’amore sto dagli ambienti mondani della Roma del tempo alla lonta-
ces

nanza favolosa del mito.


con

I Fasti
Calendario poetico, I Fasti sono una specie di calendario poetico, in distici ele-
olo

del programma giaci, delle feste e dei riti romani, distribuiti mese per mese
augusteo e analizzati nelle loro origini: è un omaggio consapevole al
Tit

programma augusteo di recupero dei valori della religione


e delle tradizioni avite. I libri composti riguardano i primi sei
mesi dell’anno ed elencano i vari giorni secondo il nuovo ca-
Storie di feste lendario giuliano, con le loro feste religiose e le varie ri-
religiose e ricorrenze correnze, spiegandone le origini, l’etimologia, gli usi e i
riti corrispondenti. Sono esposti anche i miti riguardanti
Le divinità romane le divinità prettamente romane, quali Giano, Flora e Car-
menta, e le costellazioni caratteristiche di ogni mese. Ovi-
dio inserisce vivaci episodi narrativi e descrittivi, legati al-
le ricorrenze e alle costellazioni e numerosi elogi ad Augu-
sto e ai suoi familiari. L’autore si riallaccia alla tradizione del-
la poesia eziologica di Callimaco, autore degli Àitia (Le cau-
se), e fa sfoggio di erudizione antiquaria, dedotta da Varro-
ne, Verrio Flacco, Igino e Tito Livio. Non portò a termine il
164
5 - Ovidio

progetto dei 12 libri preventivati, forse perché distolto dal- Opera incompiuta
le vicende dolorose dell’esilio o perché il carattere religio-
so e nazionalistico-celebrativo dell’opera si rivelò sostan-
zialmente estraneo alla sua più autentica ispirazione.

Le opere dell’esilio
Relegato ai confini dell’impero, in una terra “barbara” i cui
abitanti non parlavano neppure latino, Ovidio divenne lui Le tematiche
stesso il protagonista della sua poesia e vi espresse il rim-
pianto per il successo di un tempo, la nostalgia per gli affetti
perduti e per i suoi cari lontani, le speranze di ritorno, le
suppliche ad Augusto, la constatazione di condurre ormai
un’inutile esistenza in un luogo orrendo, la sofferenza per
la durezza della vita presente. Sono questi i temi che ricor-
rono, talora ossessivamente, nelle ultime raccolte di elegie
i Tristia (Tristezze) e le Epistulae ex Ponto (Lettere dal Pon- Tristia ed
to), dirette alla moglie e agli amici. Nelle ultime raccolte do- Epistulae ex Ponto
mina in genere l’aspetto melodrammatico e l’enfasi, an-
che se nei Tristia non mancano spunti felici, quali la descri-
zione della drammatica notte in cui è arrivato l’ordine di esi-
lio, con il patetico accenno al pianto straziante della sua spo-
sa, la rigidità dell’inverno a Tomi, in cui gelano mari e fiumi,
il vento rade al suolo alte torri e scoperchia i tetti, e l’arrivo
della primavera con le “folate di Zefiro che attenuano il fred-
do”, con “i prati che si coprono di fiori variopinti” e la spe-
ranza che da Roma arrivi qualche nave. Celebre è la decima
elegia del quarto libro, in cui Ovidio racconta per sommi ca-
pi la propria vita. Tito
lo c
onc
La fortuna
ess
o in
Ovidio ebbe un grande successo già in vita; nelle età suc-
lice
cessive fu studiato e imitato per la brillantezza dei temi e il
virtuosismo nel comporre versi. Quintiliano lo giudicò con Una fama seconda
severità, ma sia la tarda antichità sia il Medioevo lo conside- solo a Virgilio
rarono un modello di poesia, secondo solo a Virgilio. Dan-
te lo collocò nel Limbo, tra i grandi poeti del passato, insie-
me a Omero, Orazio e Lucano. Il suo influsso fu fondamen-
tale sulla poesia trobadorica e sulla cultura francese dei se-
coli XII e XIII: Chrétien de Troyes tradusse l’Ars amatoria.
Anche il Rinascimento, non solo italiano, amò la poesia di
Ovidio che del resto, per la raffinata evidenza della sue im-
magini, lasciò tracce anche nella cultura pittorica di tutta Eu-
ropa. La sua fama decadde solo con il Romanticismo, poco
incline ad accettare la brillante facilità del poeta latino.
165
5 - Ovidio

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA Publio Ovidio Nasone (Sulmona 43 a.C - Tomi 17 d.C.), di ricca famiglia equestre,
compie gli studi a Roma e il tradizionale viaggio d’istruzione ad Atene, fa una bre-
ve carriera politica, si dedica infine alla poesia entrando nel circolo di Messalla
Corvino, divenendo il poeta prediletto degli ambienti mondani. Coinvolto forse
T nello scandalo che travolge la nipote di Augusto, è relegato fino alla morte a To-
mi sul Mar Nero.

LE OPERE La produzione di Ovidio fu molto vasta. Minori sono I rimedi d’amore, I medica-
menti del volto femminile e le opere dell’esilio Tristezze e Lettere dal Ponto.

AMORI Gli A m o r i, 3 libri di elegie d’amore in cui l’amore appare un gioco galante da con-
templare con distacco sorridente e ironia.

EROIDI Le Eroidi, 21 lettere poetiche di argomento erotico-mitologico da parte di eroine


della letteratura ai propri mariti o amanti.

ARTE DI AMARE L’Arte di amare, opera di precettistica minuta diretta agli uomini per conqui-
stare le donne e viceversa, che fece scandalo, ma rivela raffinata sensibilità e
umorismo.

LE METAMORFOSI Le metamorfosi, il capolavoro di Ovidio, un poema mitologico, in 15 libri in esa-


metri, in cui si narrano circa 250 metamorfosi sul tema dell’amore.

FASTI F a s t i, una sorta di calendario poetico delle varie ricorrenze e festività romane,
di cui Ovidio spiega le origini, l’etimologia, gli usi e i riti per celebrare il program-
ma culturale di Augusto.

166
6 Livio
Livio è lo storico di Roma per eccellenza. Nella sua opera la virtus romana
viene celebrata con sincera commozione e ne nasce una storia etica, civile e
religiosa che, pur se manifesta limiti metodologici, non manca di esercitare
un profondo fascino. Patriota conservatore, severo e rigoroso, sacrifica
volentieri l’obbiettività propria dello storiografo a vantaggio di un utile
ammaestramento morale. I grandi personaggi del passato balzano fuori dalla
sua pagina con intensa vitalità, espressione dei più autentici valori della
tradizione e garanzia del futuro destino imperiale della città.

La vita
Tito Livio nacque a Padova, nel 59 a. C., da nobile famiglia. La
città natale dello storico vantava le stesse origini di Roma, che,
secondo la leggenda, risalivano al troiano Antenore. La città
sso in licenz
lo conce
era inoltre di sentimenti repubblicani e favorevole agli otti-
Tito
mati: nacquero così in Livio quelle tendenze conservatrici e
repubblicane, che non scomparvero neppure quando, ancor
molto giovane, si trasferì a Roma. Qui si dedicò a studi di re- Da Padova a Roma
torica e filosofia, scrisse dialoghi e cominciò a scrivere la sua
grande opera storica. Il suo ingegno e la solida preparazione
culturale lo misero ben presto in vista. Fu grande la sua fa- L’amicizia con
miliarità con Augusto, del quale fu ospite e consigliere. Augusto
Tuttavia l’amicizia dell’imperatore non costituì un ostacolo al-
le sue convinzioni ed idealità: tant’è vero che nel trattare del-
le guerre civili poté ugualmente colmare di lodi Pompeo, ad-
dirittura ricordare onorevolmente Bruto e Cassio, gli ucciso-
ri di Cesare, e perfino sollevare dubbi sull’utilità, per lo Stato
romano, dell’operato di Cesare. La cosa non deve poi stupi-
re più di tanto. Da una parte, infatti, Livio, turbato per i gravi
sconvolgimenti appena finiti, era convinto della necessità di
un ordine nuovo, che garantisse una serena vita civile (ed ac-
cettava in Augusto il garante di quella pace e quell’ordine, che
tutti auspicavano), d’altra parte, Augusto stesso, era sì l’inno-
vatore che voleva rifondare lo Stato, ma era anche colui che
intendeva restaurarne le antiche forme repubblicane, che si I sentimenti
era assunto il compito di ricondurre in Roma le antiche tra- repubblicani
dizioni, che voleva ripristinare l’antica religione: sentiva, quin-
di, di potersi giovare dell’opera di quel patriota conservato-
re, severo e moralmente rigoroso. Alla morte di Augusto (14
d.C), Livio, ricco di fama e di onori, tornò nella città natale,
ove continuò ad attendere con instancabile lena alla stesura
167
6 - Livio

della sua opera, che, però, non portò a termine: la morte lo


colse nel 17 d. C.

L’opera
L’opera che gli diede la fama si intitola Ab urbe condita libri
e consta di ben 142 libri, sui 150 che l’autore aveva previsti, di-
visi in decadi (gruppi di dieci). Livio cominciò a scriverla ver-
so il 25 a. C. Si tratta di un’opera gigantesca, in cui narrò la mi-
racolosa storia di Roma, assurta da umili origini alla gloria del
più grande impero che mai fosse esistito. L’opera doveva giun-
gere alla morte di Augusto (14 d. C.), invece si fermò al 9 a.C
(morte di Druso). Un’opera di così vasta mole non poteva reg-
gere al logorio del tempo e andò, infatti, perduta in gran par-
te. Così ci sono rimasti solo 35 libri:
– la prima decade, dalla fondazione di Roma alla terza guer-
ra sannitica, con la battaglia di Sentino (293 a. C.);
– la terza decade, che comprende la seconda guerra puni-
ca, dalla presa di Sagunto (218 a. C.), alla vittoria e alla pace
di Zama (201 a. C.);
– la quarta decade, dal 201 alla morte di Filippo V di Mace-
donia (I79 a. C.);
– metà della quinta decade, dal 178 alla vittoria del conso-
le Lucio Emilio Paolo a Pidna nel 169 a. C., che pose fine al-
la III guerra macedonica.
Di tutti i 142 libri, tranne il 136 e il 137, ci sono rimaste però
Strutture delle storie le periochae, sommari che un anonimo autore compilò al
principio dell’era volgare, forse nel IV secolo, verosimil-
mente per esigenze di scuola. Queste, comunque, tranne
quando si fanno semplici indici della materia trattata, non
mancano di utili indicazioni. Abbiamo poi dei compendi me-
no aridi e impersonali, le epitomae. Quelle più degne di
Ti
menzione, sono quelle di Floro e Granio Liciniano (II sec.),
to
Eutropio e Rufo Festo (IV sec.), e Paolo Orosio (V sec.).
lo
co
■ Significato e valore delle storie
nc
Livio seguì il sistema tradizionale annalistico, ovvero divise la
sua esposizione anno per anno, non esitò, però, a troncare la
es
narrazione di un avvenimento per seguire gli sviluppi di altri
so
eventi verificatisi in quello stesso anno. Quanto alle fonti, con-
in
Sommari e sultò gli Annales pontificum, i Commentarii magistratuum,
commenti resoconti dei magistrati, gli Acta diurna, nonché gli storiografi
lic
precedenti (Fabio Pittore, Celio Antipatro, Polibio…) e persi-
en
no i poeti, come Nevio, Ennio, Accio. Nel registrare e valutare
za
i fatti sceglie la versione più probabile e, in caso di dubbio, pre-
a
do senta anche più di una versione, per dar prova di lineare im-
168 ra
fo
ll
6 - Livio

parzialità. Segue i parametri soliti della storiografia preceden-


te, ci fornisce, pertanto, scarsi accenni alla vita culturale dei Ro-
mani e non mostra particolari interessi di tipo giuridico, am-
ministrativo, economico. La stessa sua competenza militare è
, 5

modesta. Dedica invece molta cura all’elencazione di sogni,


51

prodigi, la cui narrazione rende suggestive molte delle sue pa- Le fonti
gine. Ai prodigia mostra di non credere, ma ammette che in
84

casi eccezionali la volontà divina si manifesti anche con segni


portentosi. Il suo spirito è profondamente religioso e vede
,
na

che le azioni umane sono regolate dagli dèi, che è d’obbligo


rispettare: da qui muovono le sue lodi alla semplice e sana re-
l i

ligiosità del buon tempo antico e, di contro, la sua condanna


fo l

per la noncuranza dei valori religiosi (neglegentia deum) in at-


to nel presente. Al di sopra della volontà degli dèi e degli uo-
ra

mini, per Livio, però, si erge l’incontrovertibile forza del De-


o

stino (vis Fati). È però compito dell’uomo condurre una vita


d

operosa, perché le sue virtù sono il fattore determinante per


a

orientare gli eventi in positivo: il successo non è un evento for-


za

tuito. Anche se non particolarmente scrupoloso nel riportare


i fatti, con gli occhi sempre rivolti ai Romani, trascurando con
n

una certa disinvoltura gli altri popoli, ha dato tuttavia vita ad Gli uomini e gli déi
ice

un’opera che, ispirata dall’orgoglio di sentirsi romano, sacrifi-


nl

ca volentieri l’imparzialità al fine di un utile ammaestramento


morale: una storia condotta criticamente, con severo control-
i

lo delle fonti, non rientrava, pertanto, nei suoi programmi. Li-


sso

vio è stato un geniale ricostruttore, in pagine immortali, degli


eventi di cui fu protagonista il popolo più famoso della terra.
ce

Ha scritto le sue storie con l’intento di consegnare ai posteri


le memorie di un periodo glorioso, che possano servire da gui-
on

da e da ammonimento alle età future, e di preservare un pa-


c

trimonio morale e civile di grande valore, a cui la sua prosa ha


o

ridato vita e dimensione eroica.


l o
Tit

Arte e stile
Livio è scrittore di ampie qualità narrative. Con naturale sem-
plicità di dizione, lontana da ogni vuoto esercizio retorico, rie-
sce in un’espressione efficace, ma non scarna. Non mancano,
comunque, dei momenti di stanchezza, cadute stilistiche pe-
raltro inevitabili in un’opera di così generose dimensioni. Nel
complesso il suo periodare, maestoso e scorrevole, si richia-
ma alla compatta rotunditas ciceroniana, piuttosto che alla
breviloquenza della prosa sallustiana, più tagliente e incisiva,
ma meno consona alla solennità della sua visione storica, che
è tutt’uno con la grandezza di Roma, con la forza delle sue an-
tiche virtù. Quintiliano (Institutio orat., X, 1, 32; 101) ha va-
169
6 - Livio

lutato con cura i caratteri essenziali del linguaggio di Livio e lo


ha definito di “meravigliosa piacevolezza” (mirae iucundita-
tis), di “luminosissima eleganza” (clarissimi candoris) e ha di
“stile ampio e pastoso” (lactea ubertas). Asinio Pollione, in-
vece, lo accusò di patavinitas, ma noi non siamo in grado di
capire in che cosa consista questo presunto suo difetto. Ep-
pure, anche Sallustio finisce per essere il modello di Livio: al
I modelli: Cicerone, suo grande predecessore lo accomuna il gusto per il cromati-
Sallustio smo espositivo. All’imitazione sallustiana Livio deve vari espe-
dienti narrativi: il ricorso ai proemi per rilasciare le proprie ri-
flessioni etiche; l’abilità nel ritrarre il profilo psicologico di
molti uomini illustri; l’uso dei discorsi, che egli mette in boc-
ca ai personaggi per sintetizzare un dato momento od una cer-
ta situazione e che si adattano al carattere dei personaggi e li
fanno sembrare reali; l’intensità drammatica di certe descri-
zioni (discesa di Annibale dalle Alpi; battaglia di Canne; la mor-
te degli eroi…).

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA Visse fra il 59 a.C. e il 17 d.C. Appartenente all’aristocrazia provinciale romana, eb-
be sentimenti moderatamente repubblicani, al punto che Augusto, affabilmente ma
non senza ironia, lo chiamava Pompeianus. Il rapporto con Augusto, pur non sem-
pre facile, fu sempre sincero e corretto e comunque gli consentì di applicarsi dili-
gentemente, per circa 40 anni, alla composizione della sua immensa opera storica.
Tornò a Padova, sua città natale, a tarda età. Della sua vita non sappiamo altro.

L’OPERA Sono andati perduti alcuni suoi scritti morali, ai quali fanno allusione sia Seneca
(Ep. ad Luc., C, 9) e che Quintiliano (Inst. or., X, 1, 39). La sua opera storica Ab Ur-
be condita libri (o Annales ab Urbe condita) è un grandioso monumento letterario:
vi si narra la storia di Roma dalla sua fondazione al 9 d.C. (morte di Druso). Non
sappiamo se la divisione in decadi sia stata opera dello stesso Livio. Oggi possia-
mo leggere solo 35 libri dei 142 di cui constava l’intera opera: i libri che narrano
dalle origini sino alla II guerra Sannitica e dall’inizio della II guerra Punica alla fine
della III guerra macedonica (169 a.C.). Già all’epoca di Marziale dell’opera circola-
vano dei compendi. Dei libri mancanti abbiamo le periochae, dei sommari che ci
danno utili indicazioni, e le epitomae, compendi di più complessa elaborazione, me-
no aridi e impersonali, composte da autori provvisti anche di buone qualità lette-
rarie (Floro, Eutropio…).

LO STILE Livio è scrittore di ampie qualità narrative. Nel complesso il suo periodare, mae-
stoso e scorrevole, si richiama alla compatta rotunditas ciceroniana, e risulta con-
sono alla solennità della sua visione storica. Quintiliano (Institutio orat., X, 1, 32;
101) del suo linguaggio dice che è di “meravigliosa piacevolezza” (mirae iucundi-
tatis), di “luminosissima eleganza” (clarissimi candoris) e del suo stile che è “am-
pio e pastoso” (lactea ubertas). Asinio Pollione, invece, lo accusava di patavinitas,
ma noi non sappiamo con certezza a quale difetto si riferisca, supponiamo che si
tratti di una patina linguistica provinciale.
o in lic enz
on c e s s
170 Titolo c
Titolo concesso in lice
L’ETÀ GIULIO-CLAUDIA

1 Seneca
2 Lucano e la poesia
minore
3 Petronio e la prosa
minore
4 La satira:
Persio
Dopo molte esitazioni Tiberio assunse, nel 14 d.C., la cari-
ca di princeps, che mantenne fino alla morte, nel 37. Tibe-
rio era stato un valente e popolare generale, e ora, quasi ob-
bligato dagli eventi, doveva ricoprire in un ruolo che non
sentiva suo: aristocratico conservatore e, quindi, fautore del-
l’antica libertas senatoria. Ossequioso della tradizione, più
che come mediatore tra l’ordine senatorio e quello eque-
stre, secondo il programma augusteo, si presentò come so-
stenitore del senato e ritenne opportuno rinunciare a tutte
quelle onorificenze che potessero essere giudicate culto del-
la personalità. Tale atteggiamento filosenatorio mutò dopo
alcuni anni, quando, per riaffermare un prestigio che anda-
va scemando, instaurò un vero e proprio regime poliziesco.
Sempre più schivo, nel 27, Tiberio si ritirò a Capri, lascian-
do, in modo decisamente avventato, tutto il potere nelle ma-
ni di Seiano, l’ambizioso prefetto del pretorio, che divenne
il vero arbitro delle sorti dell’impero. Per aver osato cospi-
rare contro lo stesso principe, Seiano fu condannato a mor-
te. Un clima di sospetto e di paura, inasprito dal frequente
ricorso a condanne per lesa maestà, caratterizzò l’ultima fa-
se del principato di Tiberio, che, comunque sempre da Ca-
pri, prese a governare lo Stato con più energia. Alla sua mor-
te gli successe il nipote Gaio, figlio di Germanico. Gaio Ce-
sare, soprannominato Caligola (la madre da piccolo gli fa-
ceva spesso calzare le scarpe in dotazione ai soldati, le cali-
gae), nei pochi anni del suo mandato (37–41 d.C.), si rivelò
una personalità di fragile equilibrio psichico, facile ad impeti
di follia, smaniosa di protagonismo. Questi aspetti furono in
abbondanza sottolineati dalla storiografia antica, ostile ad un
principe per niente incline ad una politica di collaborazione
con la nobilitas. Intenzione di Caligola era di avviare una di-
spotica concentrazione del potere nelle proprie mani, sem-
pre più modellando lo Stato sul tipo delle monarchie elle-
nistiche. I rappresentanti delle più cospicue famiglie (forte-
mente provati nei propri interessi per la politica di tassazio-
ne, a volte predatoria, a cui correntemente erano sottopo-
sti), organizzata una congiura, a cui non restarono estranei
Tit
i pretoriani, si liberarono con la violenza del principe: Cali-
olo
gola venne assassinato con la moglie e la figlia. Claudio
co
(41–54 d.C.), un uomo di cinquant’anni, vissuto sempre un
nc
po’ appartato dalla vita pubblica, piuttosto dedito a studi
es
eruditi, venne acclamato imperatore dai pretoriani. Il nuo-
so
vo principe tornò all’indirizzo di Augusto, ma solo esterior-
mente: in effetti condusse a termine un accentramento bu-
in
rocratico dei poteri. Riorganizzò l’amministrazione impe-
lic
en
riale e la cancelleria e, poco fidandosi della classe dirigente
za
172 ad
ora
tradizionale, ne dette la direzione a liberti (Pallante, Narci-
so, Polibio…), posti direttamente alle sue dipendenze. Av-
viò una politica di conquiste e aprì le porte del senato a nuo-
vi elementi provenienti dalla Spagna e dalla Gallia (le pro-
vince più romanizzate); fece approvare alcune leggi intese a
impedire un’eccessiva penetrazione in Italia di motivi orien-
tali. Claudio con i suoi provvedimenti diede prova di note-
vole senso pratico; meno capace fu nel disimpegnarsi nelle
faccende private: fu nel complesso succubo delle donne del-
la domus imperiale, prima Messalina e poi Agrippina minor.
Proprio quest’ultima, donna spregiudicata e avida di pote-
re, gl’impose di adottare un suo figlio di prime nozze, L. Do-
mizio Enobarbo, il futuro imperatore Nerone. Improvvisa-
mente, nel 54, Claudio morì, forse avvelenato dalla stessa
Agrippina, che volle così affrettare l’elezione al trono del fi-
glio di soli 17 anni. Questi seguì per alcuni anni (il cosid-
detto quinquennio felice) una politica filosenatoria, lascian-
dosi guidare dal suo maestro, il filosofo Seneca, rappresen-
tante della nobilitas, e dal prefetto del pretorio Afranio Bur-
ro, che tutelava gli interessi della classe equestre. Ma poi,
svincolatosi dalla tutela dei due e dalle pesanti interferenze
politiche della madre Agrippina, che ad un certo punto fe-
ce uccidere (59 d.C.), Nerone riprese la politica di concen-
tramento monarchico del potere, che già era stata di Cali-
gola. Prese a sostegno del suo principato la classe popolare,
il cui tenore di vita cercò di elevare con provvedimenti vari,
tra cui un’importante riforma monetaria che colpiva i ceti
abbienti: sempre più si definiva il profilo di una monarchia
ellenistica La nobilitas fu colpita con condanne e confische
di beni, con le quali il principe tentò di toglierle le impor-
tanti leve economiche di potere di cui ancora disponeva. Se-
neca, visto fallire il suo disegno di educatore (fare di Nero-
ne un principe illuminato), preso anche da un moto di di-
sgusto per la torbida atmosfera di corte, si allontanò dalla
domus. La reazione del ceto di governo contro questa poli-
Titolo concesso in lice

tica antisenatoria si fece sempre più forte. Nel 65 d.C. si coa-


gulò intorno alla figura del nobile Calpurnio Pisone una po-
derosa congiura (congiura dei Pisoni). Nerone, venutone a
conoscenza, scatenò la sua vendetta: Seneca, Lucano, Pe-
tronio ne furono le vittime illustri. Il carattere dispotico del
principe s’inasprì ancora di più, finché un più vasto com-
plotto non pose fine all’annoso dissidio: messo alle strette
e dichiarato nemico pubblico dal senato, Nerone si tolse la
vita.

173
Dalla morte di Augusto (14 d.C.) in poi, si può dire fino
all’età di Traiano (117 d.C.), la poesia entra in una fase
di involuzione, per cui anche le opere geniali e di maggior
spicco sembrano prive di ispirazione interiore,
se confrontate con quelle dei grandi autori dell’età
precedente. Ne è causa il cambiamento del gusto, che
segna il trionfo della retorica, fondamento dell’educazione
e della cultura. La poesia tende in genere a imitare modelli,
a ripetere schemi fissi e all’erudizione tecnica.
La moda delle recitationes, nello stesso tempo
intrattenimento e sfoggio di abilità personale, induce
ad abusare di artifici retorici per ottenere il consenso
del pubblico. Scompare l’elegia, mentre l’epica dà grande
spazio alla digressione, alla rappresentazione retorica dei
personaggi, con pezzi di bravura che appaiono spesso
inseriti di forza nel contesto. La prosa, retorica e filosofica,
in un moderno spregiudicato arianesimo raggiunge vette
eccellenti.
Seneca, diviso tra le incombenze di governo e la ricerca
filosofica, esamina con acume le inquietudini
Titolo
e le contraddizioni dell’animo umano. L’epica di Lucano
è intenzionalmente antivirgiliana nell’argomento,
nella concezione della storia e nello stile, in cui si alternano
conc
enfasi e pathos, produce, però nuove categorie
espressive. Le Satire dello stoico Persio, nel loro rigorismo
morale, sono lontane dal sorriso indulgente e bonario di
esso

Orazio. Grande e problematica è la personalità di Petronio,


il cui Satyricon (romanzo o parodia di romanzo) offre
un quadro realistico della società dell’epoca, colta con
sguardo irridente e presentata con un impasto linguistico
in lic

assolutamente originale.
enza
a do
ra fo
llina,
8
1 Seneca
Seneca, filosofo e uomo politico, è da considerare, per la vastità dei suoi
interessi, la bellezza e duttilità della sua prosa, l’acume e la profondità con cui
esplora le inquietudini e le contraddizioni dell’animo umano, una delle
personalità più grandi della cultura latina, nella quale impresse un’impronta
fortissima.

La vita
Lucio Anneo Seneca (Cordoba 4 ca a.C. – Roma 65 d.C.) nac-
que da Seneca il retore e da Elvia, secondogenito di tre fi-
gli. Si recò da bambino a Roma, dove frequentò le miglio- L’educazione
15 ri scuole di retorica e quelle dei principali maestri della raffinata
, 845
filosofia, quali lo stoico Attalo e Papirio Fabiano, vicino al-
l l i n a
ra fo
la scuola stoico-pitagorica dei Sestii, caratterizzata da inte-
do za a
ressi naturalistici e da un forte rigorismo morale. Dopo un
n licen
lungo soggiorno in Egitto (26-31 d.C.), che arricchì la sua
oi
curiosità filosofica e scientifica, intraprese a Roma la car-
o n cess
riera forense e il cursus honorum e conseguì la carica di Il cursus honorum
lo c
questore. Tito
■ L’esilio in Corsica
Fu decisamente inviso a Caligola che, forse per una contro-
versia giudiziaria, lo condannò a morte nel 39 d.C.; fu salva-
to solo per l’intervento di una donna, amante dell’impera-
tore. Con Claudio la sua posizione si aggravò: nel 41 d.C.
venne accusato da Messalina, moglie dell’imperatore, di aver Le condanne
commesso adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola e degli imperatori
figlia minore di Germanico, e condannato all’esilio in Cor-
sica. Seneca vi restò otto anni, finché Agrippina Minore, la
nuova moglie di Claudio, gli fece revocare l’esilio e lo ri-
chiamò a corte. La sua carriera politica riprese con la carica
di pretore; il suo prestigio politico aumentò quando Agrip-
pina lo scelse come pedagogo del figlio di primo letto, Lu- Maestro di Nerone
cio Domizio Nerone, destinato, nei progetti materni, alla
successione di Claudio, da cui era stato adottato.

■ Al fianco di Nerone
Nel 53 d.C. divenne imperatore Nerone e Seneca fu al suo
fianco, condividendo con il solo Afranio Burro, prefetto del
pretorio, il ristrettissimo “consiglio del principe”. Con tutta Nel consiglio
la prudenza possibile cercò di guidare nei primi anni del del principe
principato la politica e la vita del giovanissimo principe: è il
175
1 - Seneca

periodo del buon governo, in cui venne attuata una diffici-


le politica di equilibrio tra il potere imperiale e quello del-
l’aristocrazia senatoria, cui apparteneva lo stesso Seneca. I
provvedimenti tendenti a restituire il prestigio al Senato e a
Gravi compromessi ottenere il favore della plebe indicano che la politica di Se-
politici neca ebbe successo, non senza però gravi compromessi
da parte del filosofo. Nulla dicono le fonti circa una sua cor-
responsabilità nell’avvelenamento di Britannico, fratellastro
dell’imperatore e da questi fatto uccidere, ma neppure esi-
ste traccia di una sua opposizione. Del matricidio perpetra-

Tit
to da Nerone (59 d.C.) il filosofo dovette essere, per lo me-

olo
no, il regista nelle fasi difficili, quando si trattò di costruire
una copertura autorevole di fronte al Senato.

co
■ Il suicidio

nc
La morte di Burro (62) e l’ascesa di Tigellino, nuovo prefet-
to del pretorio, orientarono la politica di Nerone sempre più

es
Fine dell’influenza in senso antisenatorio e segnarono la fine dell’influenza di

so
di Seneca Seneca, il cui ruolo divenne insopportabile per l’imperato-
re. Nello stesso anno fu congedato dalla corte e la medita-

in
zione sulla morte, che sempre aveva scandito la sua rifles-

lic
sione, divenne da allora il suo più assiduo esercizio nelle
La congiura composizioni e nella vita. Quando nel 65 fu scoperta la con-

en
dei Pisoni giura antineroniana dei Pisoni, Seneca, coinvolto e condan-

za
nato a morte, si tolse la vita: quel suicidio “stoico”, di cui
resta testimonianza in una pagina mirabile di Tacito, doveva
assumere significato esemplare di autonomia spirituale e in-
tellettuale nei secoli successivi, soprattutto nel mondo cri-
stiano.

Le opere
Seneca fu uno scrittore molto prolifico sia in prosa sia in poe-
sia; della sua vasta produzione sono pervenuti i Dialoghi,
raccolta in 12 libri di argomento morale; il De clementia,
trattato in 3 libri, di cui sono giunti il primo e l’inizio del se-
condo; il De beneficiis, in 7 libri sulla beneficenza e sulla gra-
titudine; le Naturales quaestiones, di carattere scientifico
sui fenomeni atmosferici e celesti; le Epistulae morales ad
Lucilium, 124 lettere raccolte in 20 libri; 9 tragedie; il Ludus
de morte Claudii, scritto satirico per la morte dell’impera-
tore Claudio; una settantina di epigrammi, molti dei quali di
dubbia autenticità. Di altre numerose opere sono giunti so-
lo i titoli o rari frammenti per via indiretta: si tratta di scrit-
ti di scienze naturali e di filosofia, orazioni, lettere al fratel-
lo Novato, una biografia del padre.
176
1 - Seneca

■ I Dialoghi
I Dialoghi (Dialogorum libri) sono una raccolta di 10 scrit-
ti filosofico-morali che la tradizione manoscritta distribui-
sce in 12 libri. Ognuno si rivolge esplicitamente a perso- Stoicismo
naggi ben precisi, ma il tono è piuttosto quello della dia- ed epicureismo
triba stoica, non senza importanti “aperture” verso l’e-
picureismo, che sono una costante della riflessione di Se-
neca. La struttura dialogica è più letteraria che dramma-
tica: spesso è un monologo in cui interviene, per vivaciz-
zare l’esposizione, un interlocutore fittizio presente – il de-
stinatario stesso – cui sono affidate obiezioni già pronte
per essere superate.
La data di composizione dei dialoghi è incerta; qui di segui-
to essi vengono esposti secondo il probabile ordine crono-
logico.
Consolatio ad Marciam: è dedicato a Marcia, figlia dello Consolatio
storico Cremuzio Cordo, per consolarla della morte del fi- ad Marciam
glio Metilio; sono già presenti temi caratteristici, come quel-
lo della labilità delle cose e della precarietà della vita.
De ira: è un trattato in 3 libri, dedicato al fratello Novato; De ira
pubblicato dopo la morte di Caligola, tratta della genesi del-
le passioni, in particolare dell’ira, e del modo di dominarle.
Si chiude con una invettiva contro Caligola.
Consolatio ad Helviam: è dedicato alla madre Elvia, per Consolatio
Titoad Helviam
consolarla del dolore che le ha provocato l’esilio del figlio
in Corsica. lo c
Consolatio ad Polibium: scritto in Corsica, è dedicato a Po- o
Consolatio
ad Polibiumnc
libio, potente liberto di Claudio, per consolarlo della morte
di un fratello. Le numerose adulazioni presenti mirano a ot-
ess
tenere il richiamo dall’esilio. oi
De brevitate vitae: è dedicato a Paolino, prefetto dell’an- De brevitate vitae
nona; tratta della vita, che è apparentemente breve per chi
non sa utilizzarla con saggezza.
De constantia sapientis: è dedicato a Sereno e tratta del- De constantia
l’imperturbabilità del sapiente, per il quale non esiste né in- sapientis
giuria né offesa.
De vita beata: è dedicato al fratello Novato, che aveva as- De vita beata
sunto il nome di Gallione dal padre adottivo; tratta della fe-
licità e della ricchezza ed è una risposta a coloro che lo ac-
cusavano di incoerenza fra ciò che sosteneva nei suoi scrit-
ti e il suo comportamento, che gli aveva procurato un im-
menso patrimonio.
De tranquillitate animi: dedicato a Sereno, svolge il tema De tranquillitate
della serenità e della coerenza del sapiente. animi
De otio: dedicato a Sereno, è una giustificazione del suo ri- De otio
tiro dalla vita pubblica e un’esaltazione della vita appartata.
177
follina, 84515,
1 - Seneca

De providentia De providentia: è dedicato a Lucilio e tratta della provvi-


denza secondo la dottrina stoica e del male inflitto ai buoni
per fortificare la loro virtù.

■ De beneficiis
Il De beneficiis (I benefici) è un trattato in 7 libri dedicato
a Ebuzio Liberale, composto negli ultimi anni della vita. L’o-
pera affronta la casistica legata all’atto del beneficio, sia di

in licenza a dora
chi lo elargisce sia di chi lo riceve, e ne sottolinea l’impor-
tanza sociale. Preoccupazione costante di Seneca è svinco-
lare il beneficio dai legami della materialità, dell’interesse e
di elevarlo da prassi a valore.

■ De clementia
Il De clementia (La clemenza) è un trattato politico-filoso-
fico in 3 libri, dedicato a Nerone e scritto nel primo anno del
suo principato; dell’opera sono rimasti il primo libro e 7 ca-
Il programma pitoli del secondo. Traccia il programma politico per il gio-
politico per Nerone vane imperatore, fondato sul valore della clemenza e della
moderazione come caratteristiche del principe ideale. Se-
neca legittima la costituzione di uno Stato monarchico che

Titolo concesso
è più corrispondente alla concezione stoica; in un tale regi-
me, però, l’importante è avere un buon sovrano e dunque
Filosofia alla base si rivela fondamentale la filosofia come base della direzio-
della direzione ne dello Stato. Proprio il continuo riferimento alla clemen-
dello Stato za come virtù cardinale di un principe denota la consape-
volezza, da parte del filosofo, di doversi predisporre ad af-
frontare un probabile despota.

■ Naturales quaestiones
Le Naturales quaestiones, composte dopo il suo ritiro dal-
la vita politica, sono dedicate all’amico e discepolo Lucilio
(cui è anche indirizzato l’epistolario), magistrato di ordine
equestre e procuratore in Sicilia nel 63-64 d.C. Dopo una
Le manifestazioni prefazione in cui dichiara il proposito di giungere alla co-
di Dio nel mondo noscenza di Dio, immanente nel mondo attraverso le sue
manifestazioni, Seneca articola il discorso in 7 libri, secon-
do un criterio non sempre evidente, basato sui quattro ele-
menti – aria, terra, acqua, fuoco –, ma palesemente squili-
Gli elementi, i brato a favore dei fenomeni atmosferici, i sublimia, che ri-
fenomeni guardano la regione tra terra e cielo: i fuochi celesti, i tuo-
meteorologici, ni, i fulmini e i lampi, le nubi e i venti. Tre libri sono dedica-
l’astronomia ti ai fenomeni terrestri, le acque, le inondazioni del Nilo e i
terremoti; uno soltanto all’astronomia: le comete. Ogni ar-
Riflessioni morali gomento si conclude con riflessioni di natura morale: la
degenerazione delle epoche umane, la meditazione sulla
178
r
follina, 84515, ordine Istituto Geog
1 - Seneca

morte, i cicli cosmici che segnano la storia dell’umanità, la


polemica contro il commercio, le guerre, la stasi della ricer-
ca filosofica. Le Naturales quaestiones sono la testimonian-
za della versatilità di Seneca e del suo interesse verso le scien-
ze, anche se l’aspetto etico prevale su quello scientifico.

■ Epistulae morales ad Lucilium


Le Epistole morali a Lucilio sono il capolavoro di Seneca, Capolavoro
la sua opera più ricca di vita interiore. Lo scrittore le com- di Seneca
pose negli anni del ritiro a vita privata e le indirizzò a Lucilio.
Probabilmente non sono pervenute tutte; Aulo Gellio testi-
monia la presenza di un XXII libro. Sono 124 lettere, divise
in 20 libri, che espongono la riflessione filosofico-morale di
Seneca su temi fondamentali quali l’immortalità dell’anima, I temi fondamentali
il sommo bene, la funzione della filosofia, la divina provvi-
denza, le passioni, l’amicizia, il problema della morte, la schia-
vitù; non mancano anche osservazioni sulla vita dell’epoca, Osservazioni
commenti su avvenimenti di particolare interesse, critiche ri- e commenti sulla
guardanti la letteratura. Formalmente esse rispettano, alme- vita dell’epoca
no in parte, i canoni del genere epistolare; non sono però
lettere private, non danno e non chiedono notizie, ma piut- Lettere
tosto sollecitano la meditazione e un dialogo a distanza, che che sollecitano
non prevede l’obbligo formale della risposta scritta. la meditazione
Le Epistole morali costituiscono la summa del pensiero fi-
Titolo concesso in licenza a dora

losofico di Seneca, concepito più come indagine su se stes-


so ed esortazione all’amico che come sistema organizzato.
Esse non trattano mai di politica né di fatti politici e per que-
sto non assumono l’importanza documentaria dell’epistola- Esclusa la politica
rio di Cicerone. Il filosofo infatti tace quasi completamente
sulla sua vita passata e sulle sue eccezionali esperienze: il ri-
cordo è diventato riflessione ed essa coinvolge una proble-
matica più ampia e complessa che va oltre le persone degli
interlocutori. Ogni lettera è mediatrice di una saggezza in-
quieta, spesso autocritica, mai appagata da una risposta pre- Saggezza inquieta,
costituita. autocritica
Da questo epistolario, redatto da uno stoico, è possibile ri-
cavare un ampio florilegio di sentenze epicuree o della scuo-
la di Epicuro, sovente apposte come sigillo al testo. Lo scrit-
tore mette in secondo piano i contrasti, all’origine radicali,
tra le due filosofie, per trovarne i punti in comune, spe- Etica che media
cialmente nell’etica, a vantaggio di una verità che la com- tra stoicismo
presenza di voci diverse non confonde. Non vi si parla mai ed epicureismo
di Claudio, né di Nerone, ma sempre di Seneca, di un Se-
neca che si ritiene dolorosamente abilitato a parlare di tutti
e per tutti, coinvolgendo impietosamente nella critica la pro-
pria persona: “liberare se stessi di fronte a se stessi”.
179
1 - Seneca

■ Ludus de morte Claudii


Incaricato di pronunciare l’orazione funebre ufficiale in ono-
re di Claudio davanti al Senato, Seneca enfatizzò intenzio-

T
nalmente i toni celebrativi fino al punto di suscitare le risa

ito
dell’uditorio e il defunto imperatore divenne oggetto di de-
o l
risione in un breve componimento, Ludus de morte Clau-
co
dii, (Satira sulla morte di Claudio), più comunemente nota
La zucchificazione come Apocolocyntosis divi Claudii (Zucchificazione del di-
nc

del divo Claudio vo Claudio), che alterna prosa e versi come la satira menip-
e

pea. Il titolo grecizzante di Apocolocyntosis è di solito in-


so s

terpretato come parodia di “apoteosi” e assume il significa-


to, degradante rispetto a divinizzazione, di “zucchificazione”
in

o “inzuccamento”. Claudio vorrebbe essere accolto nell’O-


lic

L’argomento limpo come un dio; invece è deriso e insultato dagli altri dei
en

e sottoposto a un processo, in cui il pubblico ministero, spie-


tato nell’accusarlo, è Augusto in persona. Claudio finirà nel-
l’Averno trascinato da Mercurio, condannato a umili man-
sioni di schiavo-segretario, simili a quelle dei liberti, ai qua-
Satira bizzarra li aveva affidato in vita tanto potere. La satira è una bizzarra
e gustosa e gustosa invenzione letteraria, permeata di feroce sarca-
smo, in uno stile brioso e vivace, che unisce espressioni au-
liche ad altre volgari e popolari.

Le tragedie
Le tragedie attribuite con certezza a Seneca sono nove, an-
che se per l’Hercules Oetaeus esiste ancora qualche dubbio
di autenticità. Sono tutte di soggetto mitologico e non si han-
no sicure date di composizione, per cui fa fede l’ordine in
cui sono state tramandate secondo il codice etrusco-lau-
renziano.

■ Tragedie destinate alla lettura


Le tragedie di Seneca rivestono grande interesse perché so-
Le sole tragedie no le uniche conservate interamente della letteratura ro-
conservate della mana. Benché risentano di un’impostazione filosofica, che
letteratura latina innesta sentenze, temi e riflessioni stoiche ed epicuree nel-
le leggende antiche (si pensi ai frequenti scontri tra il tiran-
no e il suo oppositore, ai conflitti tra passione e ragione),
queste tragedie sono vere e proprie opere letterarie, di poe-
sia drammatica. Le scarse notizie pervenute non permetto-
no di sapere con certezza le modalità di rappresentazione,
la letteratura tragica, in età già anteriore a Seneca, prevede-
va sia la rappresentazione, sia la sola lettura nelle sale di re-
citazione. In considerazione degli aspetti filosofico-morali,
della difficoltà di mettere in scena certi episodi e sulla base
180
1 - Seneca

RIASSUNTO DELLE TRAGEDIE DI SENECA


Herculens furens (La follia di Ercole): per tuno, invocato da Teseo, provoca la mor-
volontà di Giunone, Ercole è colto da fol- te di Ippolito; Fedra confessa la sua col-
lia e uccide la moglie e i figli, rinsavito vor- pa e si uccide.
rebbe uccidersi, ma cambia idea e va ad Oedipus (Edipo): l’indovino Tiresia rivela
Atene per purificarsi. che il colpevole della morte del re Laio è
Troades (Le Troiane): sono evocate la Edipo, il suo stesso figlio che ha poi spo-
morte di Astianatte, figlio di Ettore, e di sato, senza saperlo, la madre Giocasta.
Polissena, la schiavitù di Andromaca e di Edipo, scoperta la verità, si acceca e Gio-
Ecuba, la dispersione delle donne troia- casta si uccide.
ne catturate e deportate dai greci. Agamennon (Agamennone): al ritorno
Phoenissae (Le Fenicie): è incompleta e da Troia Agamennone viene ucciso dalla
non ha più, o non ha mai avuto, i cori e moglie Clitennestra e dall’amante di lei,
,

si compone soltanto di due lunghe sce- Egisto. La figlia Elettra salva il fratello Ore-
15

ne; nella prima Antigone dissuade il pa- ste affinché possa vendicare il padre.
845

dre Edipo, cieco ed esule, dal suicidio, Thyestes (Tieste): tratta della vendetta di
nella seconda Giocasta cerca di impedi- Atreo che, per punire il fratello Tieste che
re lo scontro fra i suoi figli, Eteocle e Po- gli aveva sedotta la moglie, lo inganna
linice. con una falsa riconciliazione e, invitatolo
, na

Medea: narra la vicenda di Medea che, a un banchetto, gli imbandisce le carni


abbandonata da Giasone, in procinto di dei figli.
folli

sposare Creusa, provoca la morte di que- Hercules Oetaeus (Ercole sull’Eta): Deia-
st’ultima e per vendetta uccide i figli avu- nira, per riconquistare Ercole, innamora-
ti dall’eroe. tosi di Iole, gli manda la tunica intrisa del
a

Phaedra: Fedra, moglie di Teseo, si inna- sangue del centauro Nesso, credendo
or

mora del figliastro Ippolito, ma è da lui re- che abbia un potere magico; ma la tuni-
spinta; la regina allora lo fa accusare pres- ca è avvelenata ed Ercole muore; viene
ad

so il padre di aver tentato di sedurla. Net- assunto tra gli dei e Deianira si uccide.
za

di alcune peculiarità stilistiche, gli studiosi ritengono che


en

quelle di Seneca fossero tragedie destinate soprattutto al- Destinate alle


le recitazioni pubbliche o alla lettura privata. Caratteristi-
n lic

recitazioni pubbliche
che salienti sono la frammentazione dialogica, l’enfasi de-
clamatoria nelle sentenze, nelle massime e nei dialoghi stes-
i

si, le tinte fosche e macabre, il gusto per i sortilegi e la ma- Tensione


so

gia, l’esasperazione della tensione drammatica, ottenuta me- drammatica


diante lunghe digressioni, vere e proprie scene autonome esasperata
ces

rispetto al contesto drammatico. Seneca si ispira a Euripide,


soprattutto, e a Sofocle; ma la contaminatio, da lui spesso Le fonti
con

usata, e la ristrutturazione dell’impianto drammatico, mo-


strano la sua grande autonomia rispetto ai modelli.
Alle tragedie di argomento greco si aggiunge una praetex-
o

ta, un dramma cioè di ambientazione romana, l’Octavia, che


ito l

vede come protagonista Ottavia, la prima moglie ripudiata


e fatta uccidere da Nerone, che si era innamorato di Poppea. La tragedia praetexta
T

Seneca ne fu senz’altro l’ispiratore, ma non l’autore, per- contestata


181
dor
1 - Seneca

a
ché in essa vengono narrati, con l’artificio della profezia, par-

nza
ticolari della morte di Nerone, avvenuta nel 68 d. C., troppo
corrispondenti alla realtà, che Seneca, morto tre anni prima,

lice
non poteva ovviamente conoscere. Inoltre lo stesso filosofo
figura tra i personaggi.

n
Lo stile e la fortuna di Seneca

so i
Lo stile di Seneca è affascinante e personalissimo, una del-
le creazioni più originali della letteratura latina. Il cam-

ces
biamento del gusto, l’influsso dell’asianesimo delle scuole
di declamazione portano il filosofo al rifiuto dell’architettu-

con
ra armoniosa e ordinata del complesso periodo ciceronia-
Prosa spezzata, no. La sua è una prosa spezzettata dall’andamento paratat-
concisa, incalzante tico, composta da frasi concise e incalzanti, spesso concluse

lo
da una sentenza, ciascuna dotata di autonomia espressiva,

Tito
collegate da ripetizioni, da antitesi e parallelismi incon-
sueti, con la ricerca di espressioni e concetti inattesi. Sene-
ca è un grande declamatore, che sa esplorare le varie sfac-
cettature dell’animo umano. I critici hanno parlato di stile
Stile “drammatico” drammatico, perché da una parte ricerca l’interiorità, dal-
l’altra vuole comunicare al lettore il suo messaggio morale.
La fortuna Seneca ebbe un immediato successo, alimentato da Quinti-
liano (vedi a pag. 207) e rafforzato, nella tarda antichità, dal
prestigio altissimo acquistato presso i cristiani. Dante nella
Divina Commedia lo colloca nel Limbo, fra gli “spiriti ma-
gni”. Le tragedie ebbero maggior fortuna nel corso del sec.
XIV; dopo aver influenzato il teatro rinascimentale italiano,
esse furono assunte a modello del teatro elisabettiano e da
W. Shakespeare. Successivamente, il teatro classico france-
se, con J. Racine, P. Corneille e Voltaire, quello romantico te-
desco e l’italiano, soprattutto con V. Alfieri, raccolsero la le-
zione di Seneca.

182
i
in l
1 - Seneca

o
ess
SCHEMA RIASSUNTIVO

c
LA VITA (4 ca a.C. - 65 d.C.). Studia a Roma retorica e filosofia; intraprende la carriera

n
politica, diventando questore. Viene esiliato in Corsica da Claudio. Ritornato a

o
Roma, diventa pedagogo di Nerone, di cui guida la politica nei primi anni del prin-

lo c
cipato. Allontanato dalla corte nel 62 d.C., si suicida perché accusato di coin-
volgimento nella congiura dei Pisoni.

Tito
LE OPERE Dialoghi, 10 scritti filosofico-morali (Consolatio ad Marciam, De ira, Consolatio
ad Helviam, Consolatio ad Polibium, De brevitate vitae, De constantia sapientis,
De vita beata, De tranquillitate animi, De otio, De providentia), di incerta crono-
logia, ognuno rivolto a un personaggio preciso; la struttura dialogica è letteraria
più che drammatica.
De beneficiis, trattato sul valore dei benefici elargiti e ricevuti.
De clementia, incompleto, sviluppa per il giovane imperatore Nerone un pro-
gramma politico, fondato sulla clemenza e sulla moderazione.
Naturales quaestiones, trattato sui fenomeni atmosferici e astronomici, di inte-
resse più etico che scientifico.
Epistulae morales ad Lucilium, capolavoro di Seneca che in 124 lettere espone il
proprio pensiero filosofico sui temi fondamentali dell’esistenza.
Ludus de morte Claudii, briosa e sarcastica caricatura dell’imperatore Claudio.
Tragedie: sono 9 di argomento mitologico e sono le uniche pervenute complete
di tutta la letteratura latina; presumibilmente destinate alla lettura e alla recita-
zione.

LO STILE È personalissimo, fatto di frasi brevi e incalzanti, collegate da ripetizioni, paralle-


lismi e antitesi, che danno drammaticità alla sua prosa.

183
2 Lucano e la poesia minore
L’epica latina dell’età imperiale, dopo la mirabile lezione di Virgilio, trova felice
espressione in altre notevoli figure di poeti. Lucano innova in modo originale
il poema epico latino, collocandosi consapevolmente, sia per indirizzo
ideologico sia per gusto poetico, agli antipodi di Virgilio.
Le altre forme poetiche presentano personalità minori che vale la pena
di ricordare, come Germanico, Calpurnio e soprattutto Fedro.

Lucano
Marco Anneo Lucano (Cordova 39 - Roma 65 d.C.) era ni-
pote di Seneca e venne condotto giovanissimo a Roma, do-
La formazione ve divenne allievo del filosofo stoico Anneo Cornuto e
condiscepolo di Persio (vedi a pag. 195). Al ritorno del tra-
dizionale viaggio di studio ad Atene, diventò amico intimo
di Nerone, dal quale ottenne, prima dell’età legale, la cari-
I rapporti controversi ca di questore e l’ingresso nel collegio degli auguri. I rap-
con Nerone porti con l’imperatore si guastarono bruscamente, più o
meno all’epoca in cui anche lo zio lasciava la corte: gli anti-
chi ne indicano la ragione nella gelosia letteraria, benché sia
più probabile che a Nerone non piacesse la nostalgia della
repubblica che appariva nel suo poema. L’inimicizia per Ne-
rone portò Lucano a partecipare alla congiura ordita dagli
aristocratici facenti capo a Pisone. Arrestato dopo la sco-
perta della congiura, dimostrò poco coraggio denuncian-
do altri cospiratori e la sua stessa madre nel tentativo di evi-
Il suicidio tare la condanna. Fu costretto al suicidio nel 65 d.C., a 26

Tito
anni d’età.

■ Le opere
Poeta dalla vena facile, Lucano incominciò fino dall’adole-
scenza a comporre scritti di vario genere; l’unico rimasto è
il poema epico-storico Bellum civile, più noto come Phar-
Farsaglia salia (Farsaglia), di circa 8.000 esametri, diviso in 10 libri.
L’opera, che ha per argomento la guerra civile tra Cesare e
Pompeo, è incompiuta e si interrompe bruscamente, pro-
babilmente per la morte dell’autore, al verso 546 del libro
X, con Cesare assediato nel palazzo di Alessandria. I primi
tre libri sono stati pubblicati nel periodo in cui Lucano era
Le opere minori intimo di Nerone, gli altri postumi. Delle opere minori ri-
mangono solo i titoli: Iliacon, poemetto sulla guerra di Troia;
Catachtonion, “Discesa agli Inferi” di qualche eroe;
Orpheus, epillio su Orfeo; Silvae, 10 libri di liriche varie; Me-
184
2 - Lucano e la poesia minore

dea, una tragedia incompiuta; 14 Fabulae salticae, libretti


per pantomimi.

■ Pharsalia
Soggetto del poema è un fatto storico, la guerra civile tra Ce- La guerra civile tra
sare e Pompeo, ben conosciuto dai contemporanei. Lucano Cesare e Pompeo
si pone così nella linea di Nevio ed Ennio, ma, come uno sto- Titolo c
rico rigoroso, non trascura nessuna delle cause, nessun av-
venimento principale: tutto è scelto con cura ed esposto in
on
ordine cronologico; l’autore è stato anche citato come uni-
ca fonte storica per certi particolari. Non si sa quanta mate-
ria dovesse abbracciare il poema; l’evento capitale, che dà il
titolo all’opera, è la battaglia di Farsalo, collocata nel VII li-
bro. Lucano elimina il tradizionale repertorio mitico e ogni Assenza del mito,
concezione provvidenzialistica della storia; gli dei non in- presenza del
tervengono nelle vicende umane, ma non manca l’ele- fantastico
mento fantastico e meraviglioso: vi sono prodigi, sogni, leg-
gende, magia, astrologia, responsi di oracoli e scene maca-
bre. I personaggi sono talvolta ben delineati nei loro carat-
teri e nei loro pensieri, talvolta abbozzati confusamente e
con scarso rilievo. I frequenti discorsi, orazioni, descrizioni
contribuiscono a drammatizzare l’azione, nella quale in-
terviene continuamente l’autore in prima persona, che
commenta i fatti alla luce della propria ideologia, ora in-
veendo con acrimonia ora esaltando con enfasi.
Il poema si apre con l’elogio di Nerone, ma via via assume
sempre più nitidamente i toni di una denuncia del potere Denuncia del potere
imperiale, di cui Cesare è considerato il perfido antesignano, imperiale
contrapposto alla grandezza ormai puramente ideale di Pom-
peo. L’avvento del potere imperiale non è per Lucano appor-
tatore di elevati destini, ma di decadenza inarrestabile: non Esaltazione dello
per niente la figura più nobile è quella di Catone, che tro- Stato repubblicano
va nel suicidio l’unico margine di libertà consentitogli dalla
rovina ormai imminente dei valori dello Stato repubblicano.
La tesi di fondo pone Lucano in posizione antivirgiliana.

■ Lo stile e la fortuna
Lo spirito anticlassico di Lucano si esprime nella predile-
zione per uno stile ben lontano da quello equilibrato di Vir-
gilio a cui contrappone uno stile drammatico ed espressi- Stile anticlassico:
vo, con la ricerca di effetti sublimi o patetici, con frequen- drammatico
ti aperture al gusto dell’orrido e del macabro; ma lo scrit- e d’effetto
tore sa anche essere sobrio e sintetico specie nelle senten-
ze. La lingua presenta numerose antitesi, iperboli, nessi ver- La lingua
bali arditi e oscuri e periodi complessi, che rendono diffici-
le la lettura diretta.
185
2 - Lucano e la poesia minore

SOMMARIO DELLA FARSAGLIA


Libro I. Cesare, varcato il Rubicone, mar- Libro VI. La lotta in Epiro è sfavorevole a
cia vittorioso su Roma, che è abbando- Cesare, che si dirige in Tessaglia inse-
nata da Pompeo e dai senatori devoti al- guito da Pompeo. La maga Erittone, con-
la causa repubblicana; seguono funesti sultata da Sesto Pompeo, gli rivela la ro-
presagi, sacrifici agli dei e lugubri profe- vina che sta per abbattersi sulla sua fa-
zie. miglia e su Roma.
Libro II. I romani, terrorizzati, ricordano Libro VII. Pompeo, per l’insistenza dei
le lotte tra Mario e Silla; Catone e Bruto suoi seguaci, tra cui Cicerone, nonostan-
si schierano a favore di Pompeo, che si te i presagi sfavorevoli si dirige a Farsa-
Ti

ritira prima a Capua e poi, inseguito da lo; sconfitto nella battaglia campale, fug-
to

Cesare che ha conquistato Corfinio, a ge a Larissa, mentre il suo campo viene


lo

Brindisi, dove si imbarca. saccheggiato.


Libro III. Pompeo approda a Durazzo e Libro VIII. Pompeo rifiuta di continuare la
co

vi raduna i suoi alleati; nel frattempo Ce- guerra, si rifugia in Egitto con la moglie Cor-
sare, entrato in Roma e impadronitosi del nelia e con il figlio Sesto. Qui viene deca-
tesoro pubblico, risale la penisola, pone pitato per ordine del re Tolomeo; un fedele
sotto assedio Marsiglia e si dirige verso seguace ne seppellisce il corpo mutilo.
la Spagna, per combattervi i pompeiani. Libro IX. Catone, assunto il comando del-
Libro IV. Cesare costringe alla resa i pom- le truppe rimaste, attraversa il deserto li-
peiani di Spagna, comandati da Afranio e bico, da Cirene a Leptis, tra orrori e diffi-
da Petreio, dopo averli sconfitti a Ilerda, coltà di ogni genere, per congiungere le
ma gli sono sfavorevoli i combattimenti in sue forze con quelle di Giuba di Maure-
Illiria e in Africa, dove muore il suo luo- tania. Cesare arriva in Egitto e gli viene
gotenente Curione,. presentata la testa di Pompeo.
Libro V. Il Senato, in esilio, affida a Pom- Libro X. Cesare, visitata la tomba di Ales-
peo il comando; il pompeiano Appio, sandro Magno, viene assediato dagli egi-
consulta l’oracolo di Delfi, che dà un re- ziani sollevatisi nel palazzo reale di Ales-
sponso ambiguo. Cesare, ritornato a Ro- sandria, dove stava festeggiando con un
ma e fattosi eleggere console, si dirige a banchetto la riconciliazione tra Tolomeo
Brindisi e passa in Epiro con parte dell’e- e la sorella Cleopatra. Qui il poema si in-
sercito. terrompe.

La fortuna Il poeta godette di grande fortuna nel Medioevo. Dante lo


citò tra gli “spiriti magni” del Limbo e a lui si ispirò per il can-
to XXV dell’Inferno. F. Petrarca si rifece a Lucano per il poe-
ma Africa. Amarono la Farsaglia poeti dell’età preromanti-
ca, quali V. Alfieri e U. Foscolo, nonché G. Leopardi.

La poesia minore dell’epoca imperiale


Cesare Germanico (Roma 15 a.C. - Antiochia 19 d.C.) era ni-
pote e figlio adottivo dell’imperatore Tiberio; fu generale e
Il poemetto Aratea uomo politico. Scrisse il poemetto didascalico Aratea nel
quale tradusse i Fenomeni del poeta greco Arato di Soli (315
ca – 240 a.C.), aggiornandoli secondo le nuove conoscenze
astronomiche. Sono giunti 725 esametri che trattano del cie-
186
2 - Lucano e la poesia minore

lo, degli astri e delle costellazioni dello zodiaco; la precisio-


ne scientifica dei termini si accompagna a versi eleganti e

4515
pieni di grazia. Dei Prognostica, in cui elaborò l’opera omo- I Prognostica
na, 8
nima di Arato, introducendo una visione astrologica estra-
nea al greco, sono rimasti pochi estratti e frammenti.
a folli
nza
Di Calpurnio Siculo (sec. I d.C.), non si hanno notizie bio-a dor
in lice
grafiche, a parte qualche vago cenno nei suoi scritti, come
sso
l o c nce
il riferimento all’apparizione di una cometa nel 54 d.C. Il co-
o
gnome stesso può indicare sia il luogo d’origine, sia il ge-
Tito
nere bucolico, detto anche siculo dal poeta siracusano Teo-
crito. Sono pervenute di lui 7 eclogae, la cui composizione Le eclogae
è da situare nei primi anni del principato di Nerone. Di ca-
rattere prevalentemente pastorale, si ispirano a Virgilio per
contenuto e per forma.
È frequente l’esaltazione del giovane Nerone, il cui princi-
pato (cosa insolita nella letteratura latina) è celebrato come
l’inizio di una nuova età dell’oro. Non è un grande poeta,
ma i suoi versi hanno una certa eleganza. Gli è stato attri-
buito anche il mediocre poemetto encomiastico in esame-
tri, Laus Pisoni, in onore di Calpurnio Pisone, di cui il poe-
ta forse era stato liberto.

Fedro
Fedro (15 ca a.C. – 50 ca d.C.) era di origine tracia; fu con-
dotto a Roma da giovane come schiavo di Augusto, dal quale
fu poi affrancato. Nel titolo della sua opera si legge “favole di
Fedro liberto di Augusto”. Sembra che abbia subito la perse-
cuzione di Seiano, il potente ministro di Tiberio, che gli avreb-
be intentato un processo per presunte allusioni offensive al-
la sua persona: forse ne uscì indenne o invece subì una con-
danna, visto che nel III libro lamenta di essere stato vittima di
un’ingiustizia. Visse almeno fino al regno di Claudio.
L’opera che l’ha reso celebre è la raccolta di Favole in versi.

IL PANTOMIMO
Il cambiamento di gusto della prima età za agli interpreti. Un attore, al massimo
imperiale determina la scomparsa della due, mima l’azione scenica con movi-
commedia e il ritiro della tragedia nelle menti del corpo e gesti delle mani, men-
sale di lettura. Sopravvivono con discre- tre un altro attore, o un piccolo coro, can-
ta fortuna, se pur modificati, l’atellana e il ta il testo di un libretto, la fabula saltica,
mimo. Ora è il pantomimo lo spettacolo accompagnato dalla musica. Poeti di fa-
di maggior successo, quello che riempie ma, come Lucano e Stazio, scrivono fa-
i teatri di spettatori e dà fama e agiatez- bulae salticae, perché ben retribuite.

187
e
lic
2 - Lucano e la poesia minore
in
■ Le favole s so
e
nc
Il corpus originario delle favole di Fedro doveva essere più
Il corpus delle favole esteso di quello pervenuto, che comprende 93 componi-
co
menti in senari giambici, divisi in 5 libri di estensione dise-
lo
guale: 31 nel primo libro, 8 nel secondo, 19 nel terzo, 25 nel
to
Ti
quarto e 10 nel quinto. A queste vanno aggiunte altre 32 fa-
vole della cosiddetta Appendix Perottina, scoperte dall’u-
manista Niccolò Perotti nel sec. XV e che sono ritenute au-
Favola esopica tentiche. Fedro è il primo a introdurre nella letteratura lati-
in versi na la favola esopica in versi come genere autonomo, con il
fine di ammonire e divertire. La forma allegorica della favo-
la, che presenta una massima di valore generale, la morale,
rimarrà inalterata nei secoli. Egli utilizza le raccolte greche
allora diffuse sotto il nome di Esopo, dalle quali rivendica
un’ampia autonomia, consapevole di compiere un’opera-
Protagonisti zione letteraria di grande rilievo. Protagonisti sono quasi
gli animali sempre gli animali e talvolta le piante; eccezionalmente com-
I temi paiono anche personaggi reali del tempo. I temi si ispirano
alla rivendicazione dei diritti degli umili contro i soprusi e
l’ingiustizia dei potenti: in tal senso l’opera di Fedro è an-
che fortemente autobiografica e proprio la carica personale
di sofferenza, umiliazione e fierezza gli dà un’asprezza che
Lo stile lo ha fatto talvolta avvicinare ai poeti satirici. Brevi e vivaci
nello stile, felici nella scelta degli epiteti, le favole di Fedro
hanno però un tono popolaresco e infantile.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LUCANO (Cordova 39 - Roma 65 d.C.). Giunge giovane a Roma, dove è allievo dello stoi-
co Cornuto. Implicato nella congiura dei Pisoni, si suicida per ordine di Nerone.
Opera principale: Pharsalia.
Pharsalia Poema epico sulla guerra tra Cesare e Pompeo, interrotto al X libro; assenti il tra-
dizionale repertorio mitologico e ogni concezione provvidenzialistica della storia,
ma non il meraviglioso. Lo stile è anticlassico, con ripetuto intervento diretto del-
l’autore e ricerca dell’effetto drammatico.

GERMANICO (Roma 15 a.C. - Antiochia 19 d.C.) autore dell’elegante poemetto Aratea in esa-
mentri e dei Prognostica, entrambi libere traduzioni di opere del poeta greco Ara-
to di Soli.

CALPURNIO SICULO (sec. I d.C.) è autore di 7 eclogae di ispirazione virgiliana e forse del poemetto
encomiastico Laus Pisoni.

FEDRO (15 ca a.C. – 50 ca d.C.) di origine tracia, vive a Roma all’epoca di Augusto fino
al regno di Claudio. Per primo introduce nella letteratura latina la favola esopica
come genere autonomo; protagonisti dei suoi 5 libri sono animali e piante, sot-
to i quali si celano gli esseri umani.

188
3 Petronio e la prosa minore
L’enigmatica personalità di Petronio dà con il Satyricon, testo eccentrico
e unico nel complesso della letteratura latina, un quadro vivacissimo
e beffardo della società neroniana.
In questo periodo un notevole numero di scrittori si dedicarono
alla storiografia, all’erudizione, alla geografia, alla medicina, all’agricoltura
e anche all’arte culinaria.

Petronio
Di Gaio Petronio (m. Cuma 66 d.C.) non si sa nulla diretta-
mente della vita e della personalità, ma la critica è praticamente
unanime nell’identificare l’autore del Satyricon con il Petro-
nio Arbitro descritto da Tacito negli Annali, che fu un politico
accorto, proconsole in Bitinia e console verso il 62. Fu famo-
so presso la corte di Nerone soprattutto come intellettuale ed
esteta raffinatissimo, elegantiae arbiter (arbitro di eleganza). Arbiter elegantiae
Sempre secondo Tacito, egli fu all’inizio amico di Nerone, poi
cadde in disgrazia e, per evitare la condanna, si suicidò a Cu-
Titolo concesso in licenza a dora follina

ma tagliandosi le vene e continuando a conversare con gli ami-


ci durante un banchetto allietato da frivoli canti, in modo quin-
di del tutto opposto alle tragiche morti di altri oppositori di
Nerone, primo fra tutti Seneca. Tacito non fa menzione della
sua attività letteraria; ma la raffinatezza intellettuale del per-
sonaggio, la sua spregiudicatezza e stravaganza comunque ben
si accordano con quella dell’autore del Satyricon.

■ Satyricon
Del romanzo resta una lunga sezione che occupava, secondo
i codici antichi, i libri XV e XVI che, pertanto, rappresente-
rebbero solo una piccola parte dell’opera. Vi sono compresi
anche alcuni inserti novellistici – Il lupo mannaro, il fanciullo Novelle e poesie
di Pergamo, la matrona di Efeso – e alcuni brani di poesia, i
più estesi dei quali sono un Bellum civile (La guerra civile) di
295 esametri, che richiama l’opera omonima di Lucano, e una
Troiae halosis (Presa di Troia), di 65 trimetri giambici, che for-
se fanno il verso al poema sulla caduta di Troia cantato da Ne- Problemi: data di
rone. L’opera pone numerosi problemi: la data di composi- composizione
zione, collocata nel sec. III d.C., epoca in cui inizia a essere ci- e titolo
tata, prima che fosse concordemente accettata la sua attribu-
zione al Petronio tacitiano; lo stesso titolo, indicato ora come
Saturae ora come Satyricon. La parola Saturae ricolleghe-
rebbe lo scritto alle Satire menippee, sottolineandone la com-
189
3 - Petronio e la prosa minore

mistione fra prosa e poesia; mentre Satyricon sarebbe da in-


tendersi come un genitivo plurale neutro, in connessione con
un sottinteso libri (quindi Satyricon libri). L’opinione più ac-
creditata è che si tratti, se pure nell’assoluta peculiarità delle
Parodia del romanzo sue forme, di un romanzo e forse della parodia del romanzo
greco ellenista greco ellenistico, di cui ribalterebbe in chiave di crudo reali-
smo gli aspetti più ingenuamente sentimentali.

■ Le caratteristiche del Satyricon


La parte pervenuta del Satyricon (forse quella conclusiva) ha
una trama estremamente complessa, una successione di tan-
te scene apparentemente autonome, ma legate tra loro dal fi-
lo conduttore rappresentato dal protagonista-narratore, En-
colpio. È un insieme di vicende stravaganti, avventure di ogni
genere, pratiche magiche, racconti fiabeschi, storie d’amore
che fanno capo a vagabondi cinici e senza scrupoli, bramosi
solo di godersi la vita. Il Satyricon è il primo esempio di ro-
a nz manzo della romanità che, per la mescolanza di prosa e ver-
Evoluzione della
lice si, si riallaccia alla satira menippea, di cui sembra un’evolu-
greca satira
in zione. L’episodio più esteso, originale e famoso della Cena di
menippea so
Trimalcione, illustra in 52 capitoli con distaccata ironia il con-
cestesto sociale delle classi emergenti dei nuovi ricchi, con la vol-
on
garità dello loro idee e del loro linguaggio. L’autore offre un
c
Ritratto di una
società corrotta
itolo
quadro straordinariamente acuto e ricco della società del tem-
po, corrotta, cinica e avida, soprattutto del sottofondo umile
T
e decadente e laido che fermenta sotto gli orpelli della ricchezza e della
potenza, presentando lucidamente un’epoca torbida in cui
già affiorano i germi della decadenza.
Visione ironica L’originalità di Petronio sta nel rappresentare una visione
complessiva non complessiva del reale, e non solo frammenti di vita quoti-
quotidiana diana, con uno sguardo ironico e beffardo, senza dare un
giudizio morale, come fanno i poeti satirici.
Il carattere realistico si ritrova anche nel linguaggio: il Satyri-
con si segnala per la varietà dei registri espressivi e per le con-
nessioni col parlato. I personaggi si esprimono come nella
realtà, i più dotti – Encolpio, Gitone, Eumolpo – usano una
lingua viva, conforme alle regole linguistiche, mentre i più
umili, come i liberti, usano un idioma ben diverso da quello
letterario, con volgarismi, imprecazioni e con errori gram-
maticali e sintattici di tipo popolaresco. Inoltre i personaggi
usano un linguaggio a seconda della situazione: per esempio,
Encolpio ed Eumolpo passano indifferentemente da volgari-
smi a declamazioni raffinate e classicheggianti. Petronio è uno
sperimentatore: il suo impasto linguistico è una creazione ge-
niale e anche sotto questo aspetto l’opera costituisce un te-
sto unico in tutta la letteratura latina.
190
3 - Petronio e la prosa minore

LA TRAMA DEL SATYRICON


Il giovane Encolpio, colto, dotato di raffi- colpio trova un nuovo compagno nel poe-
nato senso estetico e di ironico distacco, ta vagabondo Eumolpo, un personaggio,
narra in prima persona le sue avventure sudicio ma geniale, che recita una sua
durante i vagabondaggi nelle città dell’I- composizione sulla distruzione di Troia.
talia meridionale, vivendo di espedienti, Gitone si riunisce a loro, ma si rinnovano
ruberie e pranzi scroccati. Suo compa- le liti furibonde e le scene di gelosia. I tre
gno è l’adolescente Gitone, del quale è si imbarcano infine sulla nave di Lica e
innamorato; ai due si affianca nella prima dell’amante Trifena, ma scoppia una furi-
parte del racconto Ascilto, a sua volta at- bonda rissa tra Encolpio e Gitone. La pa-
tratto da Gitone e questo è fonte di ge- ce torna per merito di Eumolpo, che rac-
losia e di liti. Questo terzetto, cinico e conta la novella della Matrona di Efeso,
amorale, affronta con spirito di avventu- una piccante parodia dei propositi di ca-
ra ogni esperienza: barattano un mantel- stità delle vedove. Una tempesta fa nau-
lo rubato con una tunica nella quale so- fragare la nave: Lica muore, Trifena si sal-
no cuciti dei denari; accusati dalla cor- va su una barca e i tre avventurieri sono
rotta sacerdotessa Quartilla di aver pro- gettati su una spiaggia vicino a Crotone.
fanato un sacrificio a Priapo, sono sotto- L’ultima parte del testo è la più lacunosa.
posti a innumerevoli torture erotiche. Par- In città pullulano i cacciatori di testamenti
tecipano quindi alla cena, offerta dal ric- e i cittadini sembrano appartenere a due
chissimo liberto Trimalcione, con altri categorie, gli imbroglioni e gli imbroglia-
nuovi arricchiti e parassiti: nel suo palaz- ti. Per questo Eumolpo, dopo aver reci-
zo arredato in modo grottescamente sfar- tato un poemetto sulla guerra civile tra
zoso, vengono servite innumerevoli por- Cesare e Pompeo, si finge ricco e am-
tate, descritte minuziosamente. In questa malato per sfruttare l’avidità dei crotone-
ostentatamente lussuosa gozzoviglia do- si. Encolpio è adescato dalla bella e ric-
mina la figura del padrone di casa, Tri- ca Circe, ma diviene impotente per l’ira
malcione, ignorante e rozzo che si atteg- del dio Priapo (non si sa perché) e guari-
gia a persona istruita. La scena culmina sce soltanto per intervento di Mercurio,
con la parodia dei funerali di Trimalcione, mentre Eumolpo, per sfuggire ai caccia-
che per il chiasso fa accorrere i vigili di tori di dote, tra cui la matrona Filomena,
quartiere. Nella confusione generale, i tre detta un testamento secondo il quale sol-
compagni si allontanano e riparano in una tanto coloro che mangeranno il suo ca-
locanda dove litigano. Lasciato solo, En- davere potranno ereditare i suoi beni.
Titolo

Gli altri prosatori dell’età imperiale


da Tiberio a Traiano
conce

Gaio Velleio Patercolo (19 ca a.C. - dopo il 30 d.C.) comandò


la cavalleria di Tiberio in Germania, fu questore nel 7 d. C.,
pretore nel 14. Pubblicò una breve Historia romana in due Historia romana
sso in

libri, il primo dei quali è giunto lacunoso, dalle origini al con-


solato di Vinicio. La chiara impronta filoimperiale e l’esalta-
zione di Tiberio, suscitarono la riprovazione di Tacito. Il suo
stile risente delle scuole di declamazione ed è retorico e am- Stile declamatorio
polloso, non privo comunque di vivacità e di notizie utili sul
licenz

piano documentario e letterario.


191
a
3 - Petronio e la prosa minore

Valerio Massimo (sec. I d.C.), forse di modeste condizioni


economiche, godette della protezione di Sesto Pompeo, che
seguì nel 27 d.C. in Asia. Scrisse, tra il 31 e il 32 d.C., 9 libri
Fatti e detti dei Factorum et dictorum memorabilium (Fatti e detti me-
memorabili morabili), dedicati a Tiberio. L’opera è una vasta raccolta di
aneddoti relativi alla religione, alle istituzioni politiche, alla
vita morale e culturale, tratti da fonti greche e romane. L’in-
teresse dello scrittore non è storico, ma morale e letterario
e lo stile è decisamente declamatorio, acceso nella polemi-
ca contro i vizi, enfatico nella presentazione delle virtù e ri-
dondante nell’elogio dei personaggi.
Quinto Curzio Rufo (sec. I d.C.) visse prima di Tacito. Scris-
Storia di Alessadro se una Historia Alexandri Magni (Storia di Alessandro Ma-
Magno gno) in 10 libri, di cui sono andati perduti i primi due, la fi-
ne del quinto e l’inizio del sesto. Attingendo a fonti diver-
se e senza rigorosità scientifica, l’autore costruisce una bio-
grafia di Alessandro Magno, in cui prevale l’aspetto avven-
turoso e fantastico, ai limiti del romanzesco. Interessanti so-
no le notizie sui costumi e sulle civiltà dei popoli barbari.
Lo stile, d’impronta liviana, è chiaro e piacevolmente di-
scorsivo.
Fenestella (Cuma 52 o 35 a.C. - 19 o 36 d.C.) visse all’epoca
di Augusto e di Tiberio e scrisse un’opera in 22 libri, Anna-
Annales les, una storia di Roma di cui sono giunti solo frammenti. Più
che uno storico Fenestella era un erudito che riportava ac-
curate notizie sui costumi, sulle istituzioni e sull’abbiglia-
mento, che furono utili a Plinio il Giovane, a Plutarco e a Sve-
tonio.
Cornelio Celso Aulo Cornelio Celso (sec. I d.C.), forse originario della Gal-
Titolo
lia Narbonese, visse durante l’impero di Tiberio e scrisse Ar-
conc
Opera enciclopedica tes (Le arti), un’opera enciclopedica di vaste proporzioni che
su varie discipline esso
trattava di agricoltura, medicina, retorica, filosofia, giuri-
sprudenza e strategia militare. Sono pervenuti gli otto libriin lic
I libri sulla medicina sulla medicina, materia che Celso fu il primo a esporre in en
modo sistematico. Dopo aver accennato alle scuole greche
degli empiristi e dei razionalisti, senza prendere posizione,
i libri trattano dell’igiene, delle patologie generali, delle ma-
lattie particolari, della farmacologia e terapia clinica, della
chirurgia e dei malanni delle ossa. Essi costituiscono una del-
le fonti principali per la conoscenza della medicina antica
e del metodo ippocratico, al quale lo scrittore si ispirò. Lo
stile è chiaro e particolarmente curato.
Pomponio Mela Pomponio Mela (Tingentera, odierna Gibilterra, sec. I d.C.)
scrisse in tre libri il primo trattato di geografia redatto a Ro-
Il primo trattato ma, De chorographia (Descrizione dei luoghi), che è la più
latino di geografia antica descrizione conosciuta del mondo romano. L’opera,
192
3 - Petronio e la prosa minore

composta probabilmente sotto il principato di Claudio, dà


informazioni geografiche ed etnografiche, sul modello dei
peripli greci, soprattutto sulle regioni costiere del Medi-
terraneo e dell’Atlantico. Lo scrittore si rammarica nella pre-
fazione di non poter far sfoggio di eloquenza, che non si ad-
dice a un trattato scientifico; per questo, forse, dà ampio spa-
zio a colorite descrizioni di zone esotiche e a notizie parti-
colari: ne risulta un tono un po’ fantastico che rende più pia-
cevole la lettura.
Prima di lui il generale di Augusto, Marco Vipsanio Agrip- Vipsanio Agrippa
pa, aveva disegnato un’enorme carta geografica, con dati sul-
le distanze e sulla estensione delle località, di cui però nul-
la è pervenuto.
Marco Gavio Apicio (sec. I d.C.) visse sotto Tiberio; era un Apicio
famoso buongustaio che si suicidò per paura della povertà
e della fame. Dedicò alla sua passione per la cucina e il cibo
il ricettario di culinaria De re coquinaria, in 10 libri. L’ope-
ra è pervenuta manipolata e ampliata in rifacimenti dei sec.
III e del IV d.C.
Sesto Giulio Frontino (35 a.C. - 101 d.C.) fu tre volte con- Frontino
sole, governatore in Britannia, sovraintendente delle acque
di Roma sotto l’imperatore Nerva. Di lui sono pervenuti gli
Strategemata (Gli stratagemmi), in 4 libri – il quarto di dub- Gli stratagemmi
bia autenticità – sulle astuzie tattiche dei generali antichi; il
De aquis urbis Romae (Le acque della città di Roma), in 2 Le altre opere
libri, un trattato con interessanti notizie tecniche. Restano
frammenti del Gromatica, sull’agrimensura, mentre è an-
dato perduto completamente il De re militari, menzionato
da Vegezio.

■ Columella
Lucio Giunio Moderato Columella (Gades, odierna Cadice,
sec. I d.C.) visse all’epoca di Nerone. Fu tribuno militare in
Siria, dove risiedette a lungo, e funzionario in varie parti del-
l’impero. Ritiratosi a vita privata, si dedicò alla cura dei suoi
possedimenti terrieri in Italia. Scrisse De re rustica, 12 libri, Trattato
il più ampio trattato didascalico sull’agricoltura giunto sull’agricoltura
completo dal mondo latino. Columella vi riversò la sua pas-
sione e le sue conoscenze tecniche sul lavoro e la concima-
zione dei campi, sulla piantagione e cura degli alberi, sul mo-
Tit

do di gestire razionalmente la proprietà. Il decimo libro, l’u-


nico in versi (430 esametri), è dedicato ai giardini, tema sug-
olo

gerito dalle Georgiche di Virgilio. L’opera è scritta in uno sti-


le vivace e chiaro. È rimasto di lui anche il De arboribus (Gli
co

alberi), che presumibilmente faceva parte di una preceden-


nc

te edizione dell’opera.
es

193
so
i
3 - Petronio e la prosa minore

SCHEMA RIASSUNTIVO
PETRONIO ARBITRO (m. 66 d.C), non si sa nulla della sua vita; secondo gli studiosi è da identificare
con l’esteta raffinato, arbiter elegantiae, vissuto alla corte di Nerone; caduto in
disgrazia si taglio le vene. Opera principale: Satyricon.
Satyricon Primo romanzo della letteratura latina di cui rimangono solo i libri XV e XVI lacuno-
si. Scritto in prosa e in poesia, narra le avventure di alcuni vagabondi cinici e spre-
giudicati, offrendo un quadro realistico e ironico della corrotta società dell’epoca ne-
roniana, in una lingua originalissima per la varietà dei registri espressivi.

VELLEIO PATERCOLO Titolo concesso in


(19 ca. a.C. - dopo il 30 d.C.), autore di una breve Historia romana pervenuta la-
cunosa.

VALERIO MASSIMO (sec. I d.C.), dedica a Tiberio Factorum et dictorum memorabilium libri, una rac-
colta di fatti e detti memorabili di contenuto morale.

CURZIO RUFO (sec. I d.C.), compone una Historia Alexandri Magni, in cui prevale l’aspetto av-
venturoso e fantastico.

FENESTELLA (52 o 35 a.C. - 19 o 36 d.C.), autore di Annales eruditi di cui sono giunti solo fram-
menti.

CELSO (sec. I d.C.), scrive Artes, opera enciclopedica su varie discipline di cui sono giun-
ti 8 libri sulla medicina.

MELA (sec. I d.C.), autore del primo trattato latino di geografia, De Chorographia.

APICIO (sec. I d.C.), compone il ricettario di culinaria, De re coquinaria, ampliato e ma-


nipolato nei secoli successivi.

FRONTINO (35 ca - 101 d.C.), ricopre varie importanti cariche politiche. Opere: gli Stratagem-
mi, sulle astuzie dei generali, e il trattato tecnico, Le acque della città di Roma.

COLUMELLA (sec. I d.C.), originario della Spagna, scrive De re rustica, in 12 libri, il più ampio
trattato sull’agricoltura pervenuto.

194
li
cesso in
4 La satira: Persio
Erede di Orazio nella satira in esametri è Persio, che riversa nel suo Liber,

n
con audace sperimentalismo linguistico, i concetti morali della filosofia stoica.

o
Il suo mondo poetico risente molto della sua scarsa conoscenza dell’animo

c
umano e non si allontana dai luoghi comuni della diatriba stoico-cinica.

Titolo
La vita
Aulo Persio Flacco (Volterra 34 - Roma 62 d.C.) apparteneva
a una ricca famiglia di ordine equestre. Rimasto orfano di pa-
dre a 6 anni, fu allevato dalla madre Fulvia Sisenna, che gli fe-
ce seguire gli studi a Roma presso il grammatico Remnio Pa-
lemone e il retore Virginio Flavo. A sedici anni diventò allie-
vo del filosofo stoico Lucio Anneo Cornuto, originario di
Leptis Magna e si legò a lui da affetto e grande amicizia. Fu
amico di Lucano, Cesio Basso, Trasea Peto, marito di sua cu-
gina, col quale fece lunghi viaggi e, pur senza partecipare al-
la vita pubblica, frequentò gli ambienti dell’opposizione al re-
gime neroniano. Condusse una vita austera e appartata, de-
dita agli studi, agli affetti familiari e agli amici. Morì a 28 anni
per una malattia di stomaco.

Le opere
Persio non pubblicò nulla in vita. L’amico Cesio Basso curò
l’edizione del libro delle Satire, dopo una revisione di Cor- Le opere perdute
nuto, che aveva sconsigliato la pubblicazione delle altre ope-
re poetiche: una tragedia pretesta, un libro di viaggi e un elo-
gio ad Arria Maggiore, suocera di Trasea Peto, scritti che per-
tanto sono andati perduti. Le Satire sono 6 per un totale di Le Satire
669 esametri dattilici, precedute da 14 versi coliambi, da al-
cuni ritenuti un prologo, da altri un epilogo, in cui Persio si
dichiara un dilettante e polemizza con i poeti esistenti.

■ Le Satire
Le satire di Persio sono ispirate alla dottrina stoica e stigma-
tizzano i vizi dell’uomo: superstizione, ipocrisia, avarizia, ozio, Dottrina stoica
schiavitù delle passioni. Predomina il senso del dovere e della
vita onesta e irreprensibile, di una rigida e severa morale che
non ammette deroghe. Pur debitore di Orazio nella scelta di
molti temi, egli non ne conosce l’indulgenza e la cordialità uma- Intransigente
na, chiudendosi invece in una visione di intransigente e spi- rigorismo e
goloso rigorismo. Più che un poeta, Persio appare un morali- moralismo
195
4 - La satira: Persio

LE SATIRE DI PERSIO
Satira I: è un dialogo tra il poeta e un ami- socratico “conosci te stesso”, in cui So-
co, in cui si biasima il malcostume dei crate incita Alcibiade a prepararsi per la
poetastri del tempo che ricorrono a qual- vita pubblica, deplorando il malcostume
siasi mezzo pur di ottenere nelle pubbli- di giudicare i difetti degli altri senza co-
che declamazioni applausi e ricchezze. noscere profondamente se stessi.
Satira II: in forma di epistola indirizzata Satira V: è la più lunga (190 versi) ed è
all’amico Plozio Macrino per il suo com- dedicata a Cornuto di cui si rievoca af-
pleanno, critica l’ipocrisia di chi in segre- fettuosamente la bontà e l’amicizia. Trat-
to chiede favori materiali con sacrifici agli ta, secondo i dettami stoici, il bene della
dei, che invece dovrebbero essere invo- vera libertà, cioè quella dello spirito che
cati con cuore puro e sincero per mi- si ottiene vivendo onestamente, con de-
gliorare se stessi. sideri moderati, in modo sobrio e sot-
Satira III: sviluppa il tema dell’educazio- traendosi in tempo alle passioni.
ne; il poeta esorta un giovane ricco e Satira VI: epistola contro l’avarizia, diret-
ozioso a seguire lo studio della filosofia ta all’amico Cesio Basso, in cui il poeta
morale per vivere saggiamente. afferma la necessità di seguire il giusto
Satira IV: è un breve dialogo sull’adagio mezzo tra prodigalità e avarizia.

sta intollerante, con una visione pessimistica della società, che


egli giudica da una posizione privilegiata e distaccata.

■ La sperimentazione linguistica
Le Satire mettono in luce un’audace e accurata sperimentazio-
ne linguistica, frutto di una raffinatissima abilità tecnica, in cui le
Stile volutamente parole assumono una molteplicità e ambiguità di significati. È
aspro uno stile volutamente aspro nella connessione dei termini e dei
concetti, denso di metafore, tese a riscoprire il valore primige-
nio dell’immagine, di traslati, di audaci forme sintattiche e figu-
Messaggio spesso re retoriche, che rendono a volte di difficile interpretazione il
oscuro messaggio, tanto da risultare ermetico fino a rasentare l’oscurità.
La sua poesia assume per questo un’impronta del tutto perso-
nale, unica nel panorama della letteratura latina, destinata a un
pubblico ristretto e raffinato. Nonostante ciò, Persio ebbe molta
La fortuna fortuna già presso i suoi contemporanei e, soprattutto nel Me-
dioevo, fu molto ammirato per il rigore morale.

SCHEMA RIASSUNTIVO
nz aad
in lice
PERSIO (Volterra 34 - Roma 62 d.C.). Di agiata famiglia equestre, frequenta a Roma le
migliori scuole di retorica e di grammatica. Conduce una vita austera e apparta-
ta, dedita agli studi e agli affetti familiari.
esso
Le Satire
t o l o conc
Sono giunte 6 satire per un totale di 669 esametri, precedute da 14 versi co-

distaccato moralismo.T i
liambi. Ispirate alla filosofia stoica, condannano i vizi umani con intransigente e

La lingua difficile e le parole rendono talvolta oscuro il suo messaggio; è una poe-
sia fortemente personale, rivolta a pochi raffinati lettori.

196
L’ETÀ DEI FLAVI

1 Marziale
2 Poeti epici
3 Quintiliano
4 Plinio il Vecchio

Titolo
c
t
ine Is
Con la morte di Nerone termina la dinastia Giulio-Claudia,

ord
ma quella duplicità di orientamento politico, che aveva vi-
sto il succedersi di prìncipi inclini o ad un regime dispotico

15,
ellenizzante (cesarismo) o ad una linea politica rispettosa
delle prerogative del senato (diarchia augustea), segnerà
anche gli anni successivi. Si apre nell’anno 69 (anno dell’a-

45
narchia militare) un breve periodo di lotte per la succes-

,8
sione, durante il quale gli eserciti acclamano imperatori i lo-
ro rispettivi generali, mentre da più parti si leva un profon-

a
do risentimento contro le popolazioni privilegiate d’Italia e

n
contro le classi ricche delle province più romanizzate. Si av-

olli
vicendarono così al potere Galba, Otone e Vitellio. Alla fi-
ne su tutti prevalse Vespasiano, che, impegnato fin dal 66,

f
ora
in Palestina, nella repressione della rivolta giudaica, venne
acclamato da tutte le legioni orientali, e, sconfitto e truci-
dato Vitellio, ottenne dal senato i pieni poteri (69). Tito Fla-
a d
vio Vespasiano, proveniente da modesta famiglia della Sa-
bina, ma dotato di acume politico, subito capì che, per re-
za
gnare in sicurezza doveva risolvere i due problemi più im-
portanti legati al governo: legittimare il suo potere nei con-
n
fronti del senato, su di una concreta base giuridica, e risol-
e
vere la crisi militare, per non dipendere dalla volubilità del-
c
in li
le truppe. Suo primo atto fu la promulgazione della Lex de
imperio Vespasiani, con la quale si delimitavano reciproca-
mente (de iure e non solo de facto) i poteri del senato e
so

quelli del principe. Quanto all’esercito, congedò le legioni


italiche, troppo inclini ad interferire nelle faccende politi-
es

che, e provvide ad arruolare nuove truppe nelle province da


onc

più tempo legate a Roma: all’atto dell’arruolamento garan-


tiva, a chi non l’avesse, la cittadinanza romana. La sua poli-
tica si orientò al modello augusteo e, nel corso dei dieci an-
c

ni (69–79) del suo regno, diede frutti di rilievo. In partico-


lo

lare: il principe rinsaldò i confini occidentali dell’impero; im-


Tito

mise nel senato numerosi elementi della classe equestre e


del nuovo ceto medio italico e provinciale (sicché, dopo po-
chi anni del suo governo, l’assemblea risultava profonda-
mente mutata); risollevò lo Stato dalla pesante crisi econo-
mica (il dissesto economico iniziato con gli sperperi di Ne-
rone, si era aggravato a seguito delle recenti guerre civili);
superò l’ormai antiquata distinzione fra italici e provinciali;
promosse opere pubbliche e migliorò le vie di comunica-
zione tra le varie parti dell’impero. Gli successe il figlio Ti-
to, che regnò poco tempo (79–81). Al di là di certi atteggia-
menti orientaleggianti, continuò la politica paterna di paci-
fica coesistenza con il senato, al punto da ottenere buona e
duratura propaganda (basti pensare che Svetonio lo defini-
198
sce amor et deliciae generis umani). Tito si mostrò nel com-
plesso più munifico del padre nelle spese per i giochi del
circo e nelle elargizioni al popolo. Sotto di lui venne, tra l’al-
tro, ultimato il Colosseo, che era stato iniziato per volontà
di Vespasiano. Mostrò tutta la sua generosità nel sovvenire
il popolo in occasione di una pestilenza scoppiata a Roma e
a seguito dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Una svolta si
ebbe con suo fratello Domiziano (81–96). Il nuovo princi-
pe perseguì senza incertezze un indirizzo politico che con-
duceva alla monarchia assoluta. Guadagnandosi il favore del
popolo, con ampie elargizioni, e delle milizie, con l’aumen-
to delle retribuzioni militari (soldo), diede inizio ad una lot-
ta a fondo contro la classe senatoria. Assunse il titolo di do-
minus et deus, per affermare in modo indiscusso il suo pri-
mato, e volle la censura a vita, per colpire i senatori con con-
danne e confische di beni. Ancora, poi, aprì le porte del se-
nato ad elementi nuovi, tra cui anche degli orientali, al fine
di alterare la composizione di quell’assemblea e di compro-
metterne il carattere di oligarchia repubblicana: a questo
punto il senato non risultava più il centro di un potere po-
litico ed economico omogeneo, quindi capace di contrap-
porsi con efficacia alle iniziative assolutistiche del principe.
La lotta iniziata da Domiziano contro la nobilitas assunse
forme persecutorie e suscitò una vasta opposizione, che
portò ad alcune congiure e alla rivolta di Lucio Saturnino
(89), legato della Germania Inferiore. Il tentativo sovversivo
venne prontamente represso, ma la diffidenza del principe
nei confronti di coloro che lo circondavano aumentò: il ri-
sultato fu un ulteriore inasprimento delle misure di sicu-
rezza. Negli ultimi anni del suo governo (i cosiddetti tem-
pora saevitiae) s’instaurò un vero e proprio clima di terro-
re, simile a quello di Tiberio e Nerone, che fu deleterio non
solo sotto l’aspetto politico, per l’inevitabile contrazione, e
addirittura paralisi, delle iniziative di governo, ma anche per-
ché di fatto il principe finì per alienarsi il favore di tutti. Do-
miziano nel 96 cadde vittima di una congiura.
In quest’età non mancano iniziative poetiche di rilievo. Va-
lerio Flacco, Silio Italico e Papinio Stazio si riallacciano al-
l’epica di Virgilio, pur in modo del tutto nuovo. Quintiliano,
teorico dell’oratoria, cerca di recuperare la lezione di Cice-
rone. L’opera di Marziale si inserisce nella tradizione degli
epigrammi e mira a restituire il gusto dell’uomo e della vita,
pur nei limiti di una vena spesso caricaturale. Plinio il Vec-
Titolo concess
chio dà un alto esempio di dottrina.

199
d
a
z a
en
1 Marziale in lic
s o
Gli epigrammi di Marziale hanno per soggetto l’uomo e riflettono la società

c es
di cui rappresentano vizi e difetti con schietto spirito realistico, senza che
il poeta mai si atteggi a maestro di morale.
n
co
lo La vita
to
Ti Marco Valerio Marziale (Bilbilis, odierna Calatayud, Spagna
Tarragonese 40 ca - 104 d.C.) studiò grammatica e retorica
e poi, come tutti i giovani provinciali, fu attratto da Roma,
dove giunse nel 64. Entrò in contatto con la famiglia spa-
gnola degli Annei, a cui appartenevano Seneca e Lucano; è
probabile che questi lo aiutassero a entrare nell’ambiente
letterario. Divenne amico di Plinio il Giovane e di Giovena-
le. Non esercitò alcuna attività retorica né forense: la sua fu
una vita di letterato povero e dalla povertà cercò di uscire
rendendosi gradito agli imperatori Tito, Domiziano e infine
Nerva. Nonostante il successo dei suoi epigrammi, molto ce-
lebri anche nelle province, che gli fruttarono riconoscimenti
economici e l’acquisizione di cariche onorifiche (ebbe il tri-
bunato militare), condusse la vita disagiata e affannosa del
Cliente di famiglie cliente di famiglie ricche e potenti. Riuscì comunque ad
ricche avere una casetta sul colle Quirinale e un piccolo podere nel
Nomentano, doni di qualche protettore. Nel 98, dopo 34 an-
ni di soggiorno, lasciò Roma, povero come vi era giunto, e
tornò in Spagna, anche con l’aiuto materiale di Plinio il Gio-
Il ritorno in Spagna vane che gli donò la somma necessaria. Nella nativa Bilbilis
trovò serenità e relativo benessere per l’aiuto di una ricca
ammiratrice e amica, Marcella, ma nel XII libro degli epi-
grammi lasciò trapelare il suo rimpianto per la vita turbo-
lenta di Roma.

Le opere ovvero epigrammi


Gli spettacoli L’opera completa di Marziale comprende il Liber spectacu-
lorum (Gli spettacoli), 33 epigrammi composti nell’80 per
l’inaugurazione dell’anfiteatro Flavio (il Colosseo) sotto l’im-
peratore Tito, che per questo concesse al poeta lo ius trium
liberorum, cioè gli stessi diritti riservati ai padri di tre figli,
e il titolo di tribuno militare con la dignità di cavaliere; gli
Gli Xenia Xenia (Doni agli ospiti), 124 epigrammi di un solo distico,
destinati ad accompagnare doni alimentari che era uso in-
viare a parenti e amici durante le festività dei Saturnali; gli
200
1 - Marziale

Apophoreta, 223 epigrammi allegati agli omaggi da portar Gli Apophoreta


via, che, estratti a sorte, venivano offerti ai partecipanti ai ri-
cevimenti. Sia gli Xenia sia gli Apophoreta sono composti su
commissione e risalgono agli anni 84 - 85; nell’opera com-
pleta sono indicati con il numero XIII e XIV. Dall’86 al 97 Mar-
ziale compone e pubblica la sua opera maggiore, 11 libri di
Epigrammi propriamente detti, ai quali segue un dodicesi- Gli Epigrammi
mo, scritto in Spagna nell’ultimo periodo della sua vita. Gli
epigrammi sono il frutto dell’osservazione della vita di tut- La vita di tutti
ti i giorni: “Qui non troverai né Centauri, né Gorgoni, né Ar- i giorni
pie: le mie pagine sanno di uomo”. In alcuni Marziale par-
la di sé, delle sue vicende personali, dei suoi ideali di vita
tranquilla e della patria lontana; in altri espone la ragione
delle sue scelte letterarie o deplora la decadenza del mece-
natismo e delle lettere. Sono per lo più satirici e colpisco- Satira e malinconia
no i cacciatori di eredità, i parassiti e i corrotti, i medici igno-
ranti, i liberti arricchiti, le ricche e appassite zitelle, e così
via. Vi sono anche epigrammi malinconici e delicati, come
quelli funerari dedicati a personaggi virtuosi; se ne trovano
altri descrittivi di luoghi, di paesaggi, di animali e di ogget- Gli epigrammi
ti, rievocati con intenso calore e con immagini smaglianti: descrittivi
ora è la villa di Apollinare sulla spiaggia di Formia e della
“quiete viva del mare”, ora un monte candido per la neve,
ora l’acqua gelida e limpida di un ruscello, ora la caccia al
capriolo e i cavalli scalpitanti.
Tit
olo
■ Il carattere degli epigrammi
conL’epigramma era un componimento che aveva una lunga tra-
ce dizione, ma è merito di Marziale avergli dato la struttura che Struttura
è ancora quella di oggi: una sintetica poesia che, a una bre- dell’epigramma
ve presentazione di vicende o di persone, fa seguire una bat-
tuta conclusiva ironica, irridente o satirica. Lo scrittore, con
la scelta esclusiva del genere epigrammatico, si contrappo-
ne volutamente alla poesia dotta dell’epos e della tragedia,
assumendo a tema la vita quotidiana, nella sua varietà sfac-
cettata e nella colorita e sovente grottesca caratterizzazione
dei personaggi di ogni giorno. Il realismo di Marziale non
esclude epigrammi scandalosi o termini osceni: “la mia vita Realismo spesso
è onesta, lascivi sono solo i versi” e, ancora, nel proemio del osceno
I libro: “Catone non entri nel mio teatro, o, se vi entra, assi-
sta allo spettacolo”. Il suo realismo si risolve talvolta in un
bozzettismo di maniera, con il ricorso a forme stereotipe
di comicità caricaturale, come difetti fisici o manie varie. Mar-
ziale è anche prudente: mette in caricatura solo la folla ano- Prudente caricatura
nima, mai un personaggio della Roma importante, mai vi- solo di anonimi
cende della vita politica; usa nomi propri perché sa che at-
201
1 - Marziale

traggono l’interesse dei lettori, ma sono fittizi. Il suo epi-


Assente la morale, gramma non è una satira perché è assente il giudizio mo-
solo divertimento rale: lo scopo di Marziale è divertire. Non vi è penetrazio-
ne psicologica e tutto si ferma alla superficie: fatti e perso-
naggi non sono aspetti propri del mondo romano a lui con-
temporaneo, ma si adattano a tutti i tempi e a tutti i luoghi.
In alcuni momenti Marziale si rivela poeta lirico, capace di
ritrarre con un linguaggio proprio un’umanità osservata con Titolo
La lingua incisiva partecipazione e finezza. Il linguaggio, semplice e
colloquiale, cede spesso al gusto per il termine osceno e al-
la ricerca del particolare sorprendente, per lo più alla fine
I metri dell’epigramma, come è nella tradizione del genere. Nei me-
tri prevalgono i distici elegiaci, alternati ai faleci e ai trime-
tri scazonti. L’amico Plinio il Giovane, dopo la sua morte, lo
giudica in una lettera “ingegnoso, acuto e pungente, che scri-
veva per lo più con arguzia e acrimonia, ma anche con can-
dida schiettezza”.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA Marziale (Bilbilis 40 ca - 104 d.C.) giunge nel 64 a Roma dove conduce una vita
disagiata facendo il cliente di famiglie ricche. Dopo 34 anni ritorna nella città na-
tale.

GLI EPIGRAMMI Marziale ne scrive 15 libri, di cui 12 costituiscono la sua opera maggiore: sono
epigrammi per lo più satirici, che nascono dall’osservazione della vita. I due libri
XIII e XIV, Xenia e Apophoreta, sono invece epigrammi scritti su commissione. A
parte sta il Liber spectaculorum, composto per l’inaugurazione del Colosseo.

Marziale fa dell’uomo il reale protagonista dei suoi epigrammi, non colpisce mai
IL CARATTERE però persone importanti né fatti politici, così talvolta il suo è un bozzettismo di
DEGLI EPIGRAMMI maniera. Non è vera e propria satira, perché egli non fa la morale; suo scopo è
solo quello di divertire.

202
2 Poeti epici
Valerio Flacco, Silio Italico e Stazio si rifanno dichiaratamente a Virgilio,
pur non riuscendo a riproporne l’ispirazione e lo stile. Non mancano ad
orientarli modelli greci tradizionali (Omero) e innovativi (Apollonio Rodio),
ma la poesia resta convenzionale al di là dell’entusiatico apprezzamento
dei contemporanei.

Valerio Flacco
Di Gaio Valerio Flacco Balbo (m. 90 ca d.C.) poco si sa: il La vita e le opere
soprannome Setino lo indica forse originario di Sezze, cit-
tadina nel Lazio; visse al tempo degli imperatori Flavi, ai
quali tributò elogi, e fece parte dei quindecemviri sacris
faciundis; la data di morte è testimoniata da Quintiliano.
Il suo nome è legato alla composizione degli Argonauti-
ca.

■ Argonautica
Il poema epico Argonautica (Gli Argonauti), incompiuto
al verso 467 del libro VIII, era rimasto sconosciuto nel Me-
dioevo e venne scoperto da Poggio Bracciolini nel 1416. Nar-
ra la mitica impresa nella Colchide per la conquista del Vel- La conquista del
lo d’oro da parte degli Argonauti, tra cui Ercole, Peleo, Ca- Vello d’oro
store, Polluce, Orfeo, al comando di Giasone. Nei primi cin-
que libri del poema si narrano le avventure degli eroi nel
lungo viaggio sulla nave Argo, l’arrivo in Colchide e il rifiu-
to del re Eeta di consegnare il Vello d’oro. Nel VI libro entra
in scena Medea, la figlia del re, che si innamora di Giasone Medea e Giasone
e che con la sua magia rende possibile l’impresa. Il poema
si interrompe con Absirto, figlio del re della Colchide, che
insegue Medea, Giasone e gli Argonauti. È probabile che il
Ti

poema dovesse raggiungere i 12 libri.


Il poeta si ispira all’omonima opera in 4 libri dell’alessan- Le fonti
to

drino Apollonio Rodio (sec. III a.C.), ma, a parte gli episo-
lo

di principali, si allontana molto dal modello, con l’introdu-


co

zione di epopee e digressioni geografiche. L’Argonautica


nc

rivela forti influssi virgiliani, sia perché l’impresa, come


quella di Enea, è voluta dal Fato, sia per l’impostazione mo-
e ss

rale del racconto, sia per lo stile, rinnovato secondo il nuo-


vo gusto poetico drammatico ed enfatico. Il personaggio
o

più interessante è quello di Medea per l’analisi psicologica


in

del suo conflitto tra il dovere verso il padre e l’amore per


lic

Giasone.
en

203
za
a
e
nc
2 - Poeti epici

co
lo
Silio Italico

to
La vita e le opere Silio Italico nacque forse a Padova nel 25 ca d.C. e morì in

Ti
Campania nel 101 d.C. A Roma si dedicò all’avvocatura e
alla politica: fu console nel 68, l’ultimo anno di Nerone, e
nel 77 proconsole in Asia. Ricchissimo, si ritirò a vivere in
Campania, dove possedeva numerose e splendide ville, tra
cui quella di Cicerone a Tuscolo e quella di Virgilio a Napo-
li. Nel 101 si lasciò morire di fame per evitare le sofferen-
ze dovute a un tumore allo stomaco. Fu un raffinato culto-
re di poesia e di filosofia, grande ammiratore di Virgilio e
amico dello stoico Cornuto.

■ Il poema Punica
Soggetto Poema epico-storico sulla seconda guerra punica, in 17 libri
per complessivi 12 200 versi, l’opera è dedicata ai Flavi e so-
prattutto a Domiziano, di cui esalta le gesta; racconta le vi-
cende che vanno dall’assedio di Sagunto alla vittoria di Za-
ma, narrando le imprese di Annibale in Italia, la riscossa dei
romani con l’uccisione di Asdrubale al Metauro, lo sbarco in
Intervento divino Africa di Scipione. Ampio spazio hanno gli interventi degli
dei, l’immancabile discesa agli Inferi, con la rassegna dei
grandi personaggi romani, i vaticini e i giochi funebri.
Il poema è composto “con accuratezza più che con inge-
gno”, come scrisse Plinio il Giovane. Elementi dominanti so-
Stile no la retorica e la ricerca dell’effetto; gli eccessivi discorsi
declamatori, le epopee, le digressioni rendono la narrazio-
ne pesante e monotona, appena ravvivata qua e là da alcu-
Le fonti ne drammatiche scene di battaglia. La fonte storica princi-
pale, seguita fin troppo da vicino, è l’opera di Livio, ma il
tentativo di Silio Italico di narrare la storia in versi risulta
scarsamente originale. Il poeta segue strettamente la tradi-
zione virgiliana e omerica, però la sua opera è solo quella di
un colto letterato, buon costruttore di versi.

Stazio
La vita e le opere Publio Papinio Stazio (Napoli 40 ca - 96 d.C.) ricevette un’ac-
curata educazione dal padre, maestro di retorica e poeta. An-
Poeta precoce cor giovanissimo compose versi e vinse un premio ai ludi Au-
gustali della città natale. Stabilitosi a Roma con il padre, che
Il soggiorno a Roma vi aveva trasferito la sua scuola, si dedicò interamente alla poe-
sia e ottenne riconoscimenti e successo, recitando pubbli-
camente i versi della Tebaide. Le sue modeste condizioni
economiche, come riporta Giovenale, lo costrinsero a ven-
dere a un attore una fabula saltica. Entrò nella cerchia di Do-
204
2 - Poeti epici

miziano, dal quale ottenne favori e benefici. Nel 94 con la mo-


glie Claudia ritornò a Napoli, dove morì.
Scrisse dall’80 al 92 il poema epico Tebaide, in 12 libri; tra
l’89 e il 95 le Silvae (il cui titolo significa “miscellanea”); 32
componimenti lirici divisi in 5 libri; il poema epico Achillei-
de, rimasto incompiuto per la morte dell’autore. Sono an-
dati perduti il De bello germanico, un poema sulle gesta di
Domiziano contro i germani, e la pantomima Agave.

■ Tebaide
Stazio, abbandonando l’argomento storico che aveva ispira-
to l’epos di Lucano, ritorna con la Tebaide, come Valerio Flac- Ritorno al tema
co, al tema mitologico, narrando il conflitto tra Eteocle e mitologico
Polinice, figli di Edipo, per il trono di Tebe. L’accordo tra
i due fratelli, secondo il quale si sarebbero alternati al pote-
re ogni anno, viene rotto da Eteocle, che scatena così la guer-
ra tra gli Argivi, sostenitori di Polinice, e i Tebani. I due fra-
telli si uccidono in combattimento, gli Argivi vengono scon-
fitti, la madre Giocasta si suicida, Edipo viene cacciato dalla
città. L’influsso di Virgilio è evidente sia nella struttura del- Influsso di Virgilio
l’opera sia nell’adozione di luoghi comuni, quali l’interven-
to degli dei, i giochi funebri, gli episodi di guerra e d’amo-
re, la discesa agli Inferi, la rassegna dei guerrieri. La materia
è arricchita da suggestioni derivate dai tragici greci, sia clas-
sici sia alessandrini. Nel poema domina la retorica: il gusto
del patetico, dell’enfasi e del virtuosismo tecnico; le con- Patetismo ed enfasi
tinue digressioni, con episodi all’interno di altri episodi, ren- Tito
dono il poema poco unitario e pesante alla lettura. lo c
o
■ Silvae
Le Silvae rappresentano l’unico esempio di poesia lirica Poesia lirica
del primo secolo dell’età imperiale. Sono per lo più com-
ponimenti d’occasione per nascite, matrimoni, anniversari,
manifestazioni diverse. Sono anche frequenti le descrizioni
di ville, giardini, oggetti d’arte, che rendono l’opera pre- Valore anche
ziosa per la conoscenza del gusto e della vita del tempo. documentario
I carmi encomiastici, direttamente rivolti a Domiziano, te-
stimoniano lo sviluppo del culto imperiale, le cerimonie e
le manifestazioni pubbliche. I metri usati vanno dall’esame- I metri
tro ai versi lirici.

■ Achilleide
Dell’Achilleide, poema incompiuto, rimangono il primo li-
bro e l’inizio del secondo, per un complesso di poco più di
mille versi. Stazio narra la giovinezza di Achille, la sua edu-
cazione con il centauro Chirone, il vano tentativo di sottrarsi
205
45
2 - Poeti epici

,8
i na
alla guerra di Troia, il suo matrimonio con Deidamia. Presu-
mibilmente l’opera avrebbe dovuto narrare tutta la vita e le

l
fol
imprese dell’eroe, fino alla sua morte. I versi rimasti mo-
strano grazia, vivacità e un tono romanzesco più che eroico.

ora
■ La fortuna

ad
Considerato con Silio Italico e Valerio Massimo uno degli in-
terpreti più significativi della cultura letteraria dell’età flavia,
Stazio fu molto apprezzato nel Medioevo, in particolare da

za
Dante, che immaginò una sua conversione al cristianesimo, sia

en
pure tenuta nascosta. Le Silvae, sconosciute in età medioeva-
le, furono ritrovate dall’umanista Poggio Bracciolini nel 1417.

lic
in
SCHEMA RIASSUNTIVO

so
es
VALERIO FLACCO (m. 90 ca d.C.) vive al tempo degli imperatori Flavi e scrive il poema epico Ar-
gonautica sul viaggio degli Argonauti alla conquista del Vello d’oro e l’amore di
Medea per Giasone. nc
co
SILIO ITALICO (? Padova 25 ca - 101 d.C.) ricchissimo avvocato e politico si lascia morire di fa-
me; compone il poema Punica, in 17 volumi, sulla seconda guerra punica, domi-
lo

nato dalla retorica e dalla ricerca dell’effetto.


o
Tit

PAPINIO STAZIO (Napoli 40 ca - 96 d.C.) ha successo con le recitazioni pubbliche ed entra nella
cerchia di Domiziano. Opere: Tebaide, poema epico sul conflitto tra Eteocle e Po-
linice per il trono di Tebe, che risente dell’influsso virgiliano; le Silvae, unico esem-
pio di poesia lirica del sec. I d.C., preziose per la conoscenza del gusto e della vi-
ta del tempo; Achilleide, poema incompiuto che narra l’educazione e la giovi-
nezza dell’eroe.

206
3 Quintiliano
Marco Fabio Quintiliano, il maggior maestro e teorico dell’eloquenza
nell’età imperiale, cerca di recuperare, in polemica con Seneca il filosofo,
l’eredità del classicismo ciceroniano. È un personaggio di spicco,
capace di orientare gli interessi culturali della sua età e di sancire,
nell’educazione dei giovani, il primato della retorica sulla filosofia.

La vita
I dati essenziali sulla vita di Quintiliano si ricavano, oltre che
dagli accenni nella sua opera, dalle testimonianze di scritto-
ri, come Marziale e Plinio il Giovane, e dalle notizie fornite
dalla Cronaca di San Girolamo. Marco Fabio Quintiliano (Ca-
lagurris, odierna Calahorra, Spagna 35 ca - Roma 96 d.C.) era
figlio di un maestro di oratoria che lo condusse a Roma per
Tit

completare la sua educazione con il grammatico Remmio


olo

Palemone e con il retore Domizio Afro. Terminati gli studi,


tornò nella città natale, dove esercitò l’attività forense e co-
co

nobbe Galba che, diventato imperatore, lo condusse con sé


a Roma.
nc
es

■ La prima cattedra pubblica di eloquenza


Quintiliano si stabilì definitivamente a Roma, dedican-
so

dosi con successo alla professione di avvocato e di mae- Avvocato e maestro


stro di retorica. Dovette la sua fama soprattutto all’attività di retorica
in

di insegnante: ottenne dall’imperatore Vespasiano, con il


lic

cospicuo compenso di 100 000 sesterzi, la prima cattedra


en

di eloquenza pubblica istituita a Roma, che egli ricoprì


per oltre un ventennio con grande successo, avendo tra i
za

suoi discepoli Plinio il Giovane e, forse, anche Tacito. Do-


po il ritiro dall’insegnamento pubblico, fu incaricato da
ad

Domiziano di curare l’educazione dei suoi nipoti, figli del-


la sorella Flavia Domitilla, ottenendo la dignità consolare.
or

Dedicò gli ultimi anni della vita alla composizione del-


a

l’Institutio oratoria. Maestro stimatissimo e ricco di sod-


fol

disfazioni e riconoscimenti pubblici, tuttavia Quintiliano


lin

fu nella vita privata amareggiato dalla morte della moglie


in giovane età e da quella dei figli, ancora bambini.
a

Dopo la morte, Quintiliano fu dimenticato, ma venne mol- La fortuna


,8

to apprezzato nel Medioevo e nel Rinascimento dopo che


45

venne scoperto, a San Gallo, un manoscritto con le sue ope-


re. Il suo trattato di retorica venne preso a modello per lo
15

studio di questa disciplina.


, or

207
d
3 - Quintiliano

■ Le opere
L’unica opera giunta completa e la più importante è l’Insti-
La formazione tutionis oratoriae libri XII, ovvero la Institutio oratoria (La
dell’oratore formazione dell’oratore), dedicata all’amico Vittorio Mar-
cello e nella quale Quintiliano espone i risultati della pro-
pria riflessione teorica e della sua lunga esperienza di inse-
gnante. Il resto della sua produzione non è pervenuto. Quin-
tiliano non pubblicò i discorsi tenuti in tribunale, a eccezio-
ne di un’orazione andata perduta in difesa di un certo Ne-
vio Arpiniano, accusato di aver ucciso la moglie.
Perduta è la sua prima opera, De causis corruptae elo-
quentiae (Le cause della corruzione dell’eloquenza), in cui
Decadenza Quintiliano, analizzati i motivi della decadenza dell’elo-
dell’eloquenza, colpa quenza e, più in generale, dell’arte del parlare e dello scri-
dello stile corrotto vere, ne individuava le cause nello stile ”corrotto” di Sene-
di Seneca ca e nei maestri incompetenti e dediti alle artificiose e grot-
tesche declamazioni, di moda già alla fine dell’età di Augu-
sto.
Ai discepoli di Quintiliano sono dovuti 2 libri sull’arte reto-
Ars rhetorica rica, Ars rhetorica, contenenti forse dispense del maestro,
pubblicate tuttavia contro la sua volontà.
Declamazioni Le declamazioni tramandate dai manoscritti sotto il suo no-
maggiori e minori me sono spurie: le19 dette “maggiori” sono databili al sec. IV;
le 145 dette “minori” sono superstiti di una raccolta, colloca-
bile fra il I e il II secolo, che ne comprendeva all’origine 388.

LA INSTITUTIO ORATORIA
Titolo c

Libro I: tratta dell’educazione del fan- (confutazione) e peroratio (conclusio-


ciullo in casa e dell’insegnamento di ne).
base, preferibilmente in scuole pubbli- Libro VIII: tratta dello stile dell’orazione.
che. Libro IX: tratta delle figure retoriche e
Libro II: tratta dell’istruzione retorica e di della composizione armonica del pe-
come deve essere impartita; al buon ora- riodo.
oncesso

tore sono necessarie la natura (predi- Libro X: tratta della facilitas (disinvoltura
sposizione) e soprattutto la doctrina (buo- nell’esposizione) e degli autori da legge-
na cultura). re e imitare, fornendone un lungo elen-
Libri III - VII: trattano il lato scientifico co, con giudizi sintetici.
e tecnico dell’eloquenza: la inventio (re- Libro XI: tratta delle tecniche di memo-
perimento degli argomenti), la disposi- rizzazione, dell’arte di intonare la voce, di
tio (collocazione logica degli argomen- gestire e della mimica.
in licenz

ti nel discorso). Infine, le cinque parti Libro XII: tratta della figura dell’oratore
che compongono l’orazione: proemium ideale che deve essere un uomo di alta
e narratio (esposizione dei fatti), proba- moralità, di profonda cultura, di grande
tio (dimostrazione della tesi), refutatio ingegno.

208
aa
3 - Quintiliano

■ Formazione intellettuale e morale dell’oratore


Nel definire la figura dell’oratore ideale, Quintiliano ripren-
de la formula del vir bonus dicendi peritus, cioè dell’uomo
onesto abile nel parlare, già usata da Catone per sottolinea-
re la preminenza delle doti morali sugli aspetti più specia-
listici della disciplina. Quintiliano si richiama soprattutto a
Cicerone, alla sua sistematica capacità di organizzare ed Cicerone come
esporre i propri pensieri nell’ambito dell’eloquenza; da lui modello
mutua l’idea della formazione culturale dell’oratore, che de-
ve essere più vasta e completa possibile, per quanto non ri-
tenga indispensabili gli studi filosofici. Molto polemico, in- Polemico verso
vece, è verso Seneca, cui imputa la responsabilità della de- Seneca
generazione del gusto e quindi della pratica retorica. Lo sti-
le di Seneca, spezzato e nervoso, gli appare l’espressione,
sul piano formale, di un’inquietudine della coscienza e di
una fragilità del sentire dannosi soprattutto per i giovani. So-
stanzialmente trascurato è il rapporto fra l’esercizio dell’e- Eloquenza e politica
loquenza e le condizioni politiche in cui essa si trova a ope-
rare. Nell’affrontare il tema dell’educazione del bambino,
prima nell’ambito familiare e poi in quello scolastico, la
preoccupazione per una pedagogia corretta e rispettosa del-
la natura e delle esigenze del giovane gli detta pagine psi-
cologicamente sottili.
Di grande interesse è anche l’excursus letterario contenu- Excursus letterario
to nel libro X, in cui Quintiliano elenca, dividendoli per ge-

co
neri, gli autori greci e latini la cui lettura è utile alla forma-
zione dell’oratore. Vi si nota la sua predilezione per quelli

olo
più recenti rispetto agli arcaici, l’intento di sottolineare l’o-
riginalità tutta latina di certi generi, soprattutto della satira,
e la formulazione di giudizi critici molto felici, condivisi dal-
la sensibilità moderna.
Tit

SCHEMA RIASSUNTIVO
QUINTILIANO (Calagurris, Spagna 35 ca - Roma 96 d.C.) completa la sua educazione e si sta-
bilisce a Roma facendo l’avvocato. Per vent’anni ricopre, sotto Vespasiano, la pri-
ma cattedra pubblica di eloquenza.
Opere principali: Istitutionis oratoriae libri XII, la più importante, è una specie di
manuale, giunto completo, per intraprendere la carriera di oratore; perduta è in-
vece De causis corruptae eloquentiae.
La formazione dell’oratore: Quintiliano, in polemica con Seneca, si richiama a Ci-
cerone per indicare le caratteristiche principali dell’oratore ideale, che sono l’o-
nestà, la capacità organizzativa ed espositiva, la vasta cultura. Di grande inte-
resse sono l’elenco dei letterati latini e greci e i relativi sintetici giudizi critici.

209
4 Plinio il Vecchio
Infaticabile studioso e scrittore, Plinio il Vecchio è il massimo
rappresentante dell’erudizione nella prima età imperiale.
La sua Storia naturale è una monumentale opera enciclopedica
sulle conoscenze scientifiche del mondo antico.

La vita
Gaio Plinio Secondo, detto il Vecchio (Como 23 - Stabia 79
d.C.), nacque da una ricca famiglia di ceto equestre; le sue
notizie biografiche sono ricavate soprattutto dal nipote Pli-
nio il Giovane: rivestì cariche militari e politiche importan-
ti; fu ufficiale della cavalleria nelle campagne di Germania e,
dopo un breve isolamento sotto Nerone, procuratore im-
periale di varie province al tempo di Vespasiano. Quando
scoppiò l’eruzione del Vesuvio, era comandante della flotta
di Porto Miseno in Campania, intuì la gravità del fenomeno
e sbarcò a Stabia, sia per innata curiosità scientifica sia per
portare soccorso alle popolazioni, trovando la morte, soffo-
cato dai gas velenosi del vulcano.

Le opere
Studioso infaticabile, prendeva appunti su tutto ciò che leg-
geva e vedeva, raccogliendoli in ben 160 volumi. Compose
opere di argomenti vari; l’unica pervenuta è la monumen-
La Storia naturale tale Naturalis historia (Storia naturale), in 37 libri. Gli scrit-
ti perduti, elencati in ordine cronologico, riportati dal ni-
pote in una lettera a Tacito, sono: De iaculatione equestri
Le opere perdute unus, un libro sul lancio del giavellotto da cavallo; De vita
Pomponii Secundi duo, due libri sulla vita del poeta Pom-
Titolo co ponio Secondo; Bellorum Germaniae viginti, 20 libri sulle
nce guerre di Germania; Studiosus, 3 libri sulla formazione del-
l’oratore; Dubii sermonis octo, 8 libri, su questioni gram-
maticali e linguistiche, dei quali sono giunti vari frammenti
in citazioni di grammatici; A fine Aufidi Bassi triginta unus,
31 libri sulla continuazione della storia di Roma di Aufidio
Basso, dalla morte di Claudio a Vespasiano.

■ Naturalis historia
L’imponente Naturalis historia (Storia naturale), dedicata
al futuro imperatore Tito, fu pubblicata postuma da Plinio il
Giovane. È un’enciclopedia in cui lo scrittore riversò tutto il
210
4 - Plinio il Vecchio

frutto delle sue ricerche, tratte da 2000 volumi di 500 auto-


ri diversi tra latini e greci, e dei suoi appunti di viaggio, per
un complesso di 34 000 notizie.
Dopo gli indici generali e bibliografici (libro I), composti dal Struttura
nipote, ma le fonti erano premesse a ogni singolo libro, l’o- dell’enciclopedia
pera tratta di cosmologia (libro II); di geografia ed etnogra-
fia dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia (libri III-VI); di antro-
pologia (libro VII); di zoologia (libri VIII-XI); di botanica (li-
bri XII-XIX); di medicina basata sui farmaci tratti dalle pian-
te e dagli animali (libri XX-XXXII); di mineralogia, con im-
portanti notizie sulle arti figurative (libri XXXIII-XXXVII). L’o-
pera è frutto, oltre che della curiosità, della volontà dell’au- Volontà di essere
tore di essere utile agli uomini, i quali diversamente dagli utile
animali che agiscono per istinto, devono imparare tutto per
poter vivere. Plinio non è uno scienziato, ma un erudito Erudizione non
con senso pratico e serietà morale. Alcuni dati hanno dello scienza
strabiliante e del favoloso; non sempre poi risultano orga-
nizzati secondo criteri di rigorosa sistematicità, anche per-
ché privi di una concezione unitaria di base. Tuttavia la Sto-
ria naturale è considerata fondamentale sia per la ricchez-
za dell’informazione sia come repertorio delle conoscenze
scientifiche del mondo antico.
L’opera non ha grande valore dal punto di vista letterario; Scarso valore
d’altra parte la sua ampiezza escludeva la possibilità di una letterario
rielaborazione stilistica, che non rientrava del resto nella tra-
dizione enciclopedica romana.

SCHEMA RIASSUNTIVO
PLINIO IL VECCHIO (Como 23 - Stabia 79 d.C.) di famiglia ricca, riveste importanti cariche militari e
civili. Muore nell’eruzione del Vesuvio. Opera principale: Naturalis Historia.
Naturalis Historia Una enciclopedia in 37 libri che tratta di cosmologia, geografia, etnologia, antro-
pologia, zoologia, botanica, medicina e mineralogia; Plinio è un erudito non uno
scienziato, pertanto le numerose notizie difettano di sistematicità.

Tit
olo
co
nc
es
so 211
in
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5
51
84
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a
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Ti
L’ETÀ DI NERVA
E TRAIANO

Ti
to
1 Tacito

lo
co
2 La satira: Giovenale

nc
3 Plinio il Giovane

es
so
in
lic
en
z
Dopo l’uccisione di Domiziano ottenne il potere il senato-
re Marco Cocceio Nerva (96–98 d. C.), di 66 anni, esponente
della nobilitas, il quale procedette subito ad una reazione
contro l’indirizzo dell’imperatore precedente: egli diminuì
infatti alcune imposte, concesse al senato una giurisdizione
speciale, ridusse entro limiti più ristretti la lex maiestatis,
annullò gli atti di governo di Domiziano, diede congrui do-
nativi alle truppe e al popolo. Il suo tentativo di restaurare
il potere senatorio era però destinato a fallire: ormai la no-
bilitas non era più il ceto dominante dell’impero, costituito
ora dalla nuova borghesia e dalla classe militare. Dell’ostilità
dell’elemento militare Nerva si rese ben conto. Dovette, in-
fatti, scendere a patti con i Pretoriani, che pretesero prima
la condanna degli uccisori di Domiziano e poi che accettas-
se di adottare e di associare alla dignità imperiale un ufficiale
di origine spagnola, Traiano, molto popolare tra le legioni
occidentali. Per evitare motivi per un nuovo conflitto civile,
con molto senza pratico Nerva accettò le condizioni impo-
ste. Alla morte di Nerva, che fu divinizzato (98), la succes-
sione di Traiano fu riconosciuta immediatamente. La prassi
dell’adozione (adoptio), ovvero della scelta del migliore,
con cui si escludeva la successione dinastica, iniziata con
Traiano restò in vigore per circa un secolo. Marco Ulpio
Traiano (98–117 d.C.), nativo di Italica (Siviglia), fu il primo
principe non italico. Durante il suo ventennale principato
egli curò sempre che i rapporti con la nobilitas si mante-
nessero buoni. Si mostrò così rispettoso del senato da sag-
giarne sempre gli umori prima di prendere qualsiasi deci-
sione: a questo scopo si servì, come intermediari, di alcuni
senatori suoi amici, personaggi di grande prestigio, tra i qua-
li Plinio il Giovane. Anche il senato, dal canto suo, non fece
mai mancare al principe la sua premura e la sua deferenza.
Pur accogliendo molti provinciali nel senato e negli alti gra-
di dell’amministrazione, il principe, con abile mossa, volle
T

mantenere la superiorità dell’elemento italico su quello pro-


ito

vinciale, come era nella tradizione romana e nei desideri del


lo

conservatorismo senatorio. In breve tempo si conquistò fa-


co

ma di liberalità. Anch’egli, particolarmente attento ai pro-


n

blemi sociali, diede un grande impulso all’istituzione assi-


c

stenziale degli alimenta, creata dal suo predecessore, che


aveva il compito di allevare ed educare i giovani delle città
italiane, col contributo dello Stato (in scuole controllate dal
governo), per assicurare in futuro un sufficiente numero di
funzionari e soldati italici. In realtà, però, i provvedimenti
finanziari furono dal principe sempre rivolti a favore dell’e-
lemento militare, della classe popolare e del nuovo ceto me-
214
dio, col risultato che la classe senatoria divenne sempre me-
no necessaria come gruppo dirigente. In effetti, Traiano con
il suo prudente conservatorismo di facciata, senza contrasti
ed aperti dissidi, riuscì ad imporre senza alcun limite la pro-
pria volontà e a garantire quella concordia interna che con-
sentì al regime imperiale di ricompattarsi su nuove basi. Al
di là della sua azione politica Traiano non dimenticò mai di
essere soprattutto un generale e, pertanto, volle ampliare i
possedimenti dell’Impero con la conquista della Dacia (l’at-
tuale Romania), una regione ricca di miniere d’oro e di sal-
gemma. A seguito di una spregiudicata e aggressiva campa-
gna militare, la Dacia, con la sconfitta del suo re Decebalo,
fu ridotta a provincia. In tal modo il principe assicurò all’’im-
pero lo sfruttamento di ricchezze ingenti e anche l’usufrut-
lo to immediato di un enorme bottino di guerra, quale non si
o era più visto dai tempi della vittoria sull’Egitto. Traiano mi-
Tit se rapidamente in circolazione tutto questo denaro, spen-
dendolo in una serie di grandi opere pubbliche (strade e ac-
quedotti, bonifica di zone paludose) feste e donativi per il
popolo e l’esercito. Successivamente, tra il 106 e il 117,
strappò al regno dei Parti vari territori, ricchi e strategica-
mente importanti. I Parti erano rimasti tranquilli per circa
cinquant’anni, perché preoccupati dalla pressione dei Mon-
goli alle loro frontiere, ma ora, sotto la guida del re Pacoro,
avevano ripreso una politica espansionistica verso Occiden-
te, esercitando una pericolosa pressione al confine dell’Eu-
frate. Le armi romane conquistarono in breve l’Armenia, la
Mesopotamia e l’Assiria, che furono subito organizzate a pro-
vince. Traiano morì nel 117, dopo aver rafforzato il prestigio
dell’Impero e lasciando ai suoi successori un chiaro esem-
pio di pragmatismo politico.
In questa età la letteratura, traendo i migliori benefici dalla
temperie di concordia e di pace, trova nuovi e interessanti
stimoli. Le Satire di Giovenale, l’ultima vera voce etica della
spiritualità romana, denunciano degenerazioni e nefandez-
ze dei ricchi e dei potenti, creando una lugubre galleria di
personaggi. Plinio il Giovane, con il suo Epistolario, traccia
con garbata eleganza il quadro della vita sociale e culturale
contemporanea: un documento molto attendibile del suo
tempo, seppure vagliato dall’aristocratico danaroso che si
guarda intorno con occhi sereni e fiduciosi. Tacito, il più
grande storico della Roma imperiale, indaga con lucido pes-
simismo le vicende oscure dei suoi protagonisti e compone
un’opera di intensa tensione drammatica.

215
1 Tacito

ito T
Tacito è il maggior storico della Roma imperiale: la sua visione obiettiva

lo
dell’interpretazione di fatti e personaggi ne fa uno degli esponenti

co
di più alto rilievo della storiografia classica.

nc
e
La vita

so s
Le scarse notizie sulla vita di Cornelio Tacito (56? - dopo 116

in
d.C.) si desumono da cenni sparsi nella sua opera, oltre che
da testimonianze di altri scrittori, tra cui soprattutto Plinio il
lic
Giovane, che allo storico indirizzò alcune lettere. Incerti so-
e
no l’anno e il luogo di nascita, Terni oppure una località del-
nz

la Gallia Narbonese; incerto è anche il praenomen, Publio o


a

Gaio. Studiò a Roma lettere ed eloquenza con Marco Apro,


a

Giulio Secondo e fu forse discepolo di Quintiliano. Esercitò


d

La carriera forense con successo l’attività forense; nel 78 sposò Giulia, figlia del
o

senatore Giulio Agricola, conquistatore della Britannia cen-


ra

La carriera politica trale e poi governatore. Iniziò l’attività politica sotto Vespa-
f

siano: fu questore (79), edile (80), pretore (86), quindecem-


o llin

viro (88), console supplente sotto Nerva (97), proconsole d’A-


sia (112-113). Dal 93 al 96 si tenne in disparte e non venne
a

coinvolto nella repressione dell’aristocrazia attuata da Domi-


,8

ziano. Nel 100 sostenne con Plinio il Giovane l’accusa nel pro-
4

cesso per concussione contro Marco Prisco a nome degli abi-


5

tanti della provincia d’Africa.


15
,

Le opere minori
r o
d

Nulla è giunto dei suoi discorsi da avvocato che, a detta di


ine

Plinio il Giovane, erano eccellenti; forse non furono mai pub-


blicati. È rimasto però uno scritto teorico sull’oratoria, che
è da attribuire a Tacito, anche se tuttora resta qualche dub-
bio, il Dialogus de oratoribus (Dialogo sull’oratoria), che la
tradizione manoscritta ha conservato insieme al De vita et
moribus Iulii Agricolae (Vita e costumi di Giulio Agricola),
pubblicato nel 98, e al pressoché contemporaneo De origi-
ne et situ Germanorum (Origine e sede dei Germani). Se-
guono le opere maggiori: le Historiae (Storie), scritte tra il
100 e il 110, e gli Annales (Annali), pubblicati dopo il 115 e,
probabilmente, interrotti per la morte dell’autore.

■ Il Dialogus de oratoribus
Il Dialogo sull’oraroria, dedicato a Fabio Giusto, si riallac-
216
es s o i
1 - Tacito

cia alla tradizione ciceroniana, soprattutto al De oratore. Ta-


c
cito immagina di aver assistito da giovane (74-75) a una di-
Titolo con
scussione in casa di Curiazio Materno, un avvocato che si era
dato interamente alla poesia, tra lo stesso Materno, Marco
Apicio e Giulio Secondo, avvocati famosi, e Vipstanio Mes-
salla, uomo di profonda cultura e autore di memorie sulla
guerra civile.
Tre sono gli argomenti trattati: se per un uomo di ingegno Oratoria e poesia,
sia più degno dedicarsi all’oratoria o alla poesia; se l’eloquenza raffronto tra
moderna sia pari a quella ciceroniana, giungendo alla con- eloquenza moderna
clusione che quest’ultima è superiore; quali siano le ragioni e Cicerone,
della decadenza dell’oratoria, è questa la parte più interes- decadenza
sante. Tacito ne ravvisa le cause non già nel declino della scuo- dell’oratoria
la e, più in generale, della cultura e nell’incompetenza dei
maestri, fatti che sicuramente si erano verificati, bensì nella
cessazione della funzione primaria per cui l’eloquenza era na-
ta, quella cioè di sostenere il dibattito delle idee e il libero
confronto politico, venuto meno con la fine dell’età repub-
blicana e l’avvento del principato: “la pace interna ha di-
strutto l’eloquenza”. La lucidità dell’analisi e la concezione
stessa del principato, che sarà più tardi ripresa nelle grandi
opere storiche, sono bene attribuibili a Tacito.
Lo stile richiama la concinnitas di Cicerone (vedi a pag. 87), Lo stile
se pur filtrata attraverso la lezione di Quintiliano (vedi a pag.
207) ed è lontano dall’inconcinnitas “tacitiana”delle opere
storiografiche. La maggioranza degli studiosi considera il Dia-
logus opera di Tacito giovane, momento in cui il neocicero-
nianesimo era la tendenza in uso nelle scuole di retorica e
che sarebbe stata pubblicata molto più tardi, dopo la morte
di Domiziano; altri, con maggior ragione, sostengono che il
dialogo sia stato composto dopo l’Agricola e la Germania e
che l’impronta ciceroniana debba unicamente attribuirsi al-
l’argomento retorico del trattato.

■ De vita et moribus Iulii Agricola


Di genere biografico, con elementi derivati dagli elogi fune-
bri, è la Vita e costumi di Giulio Agricola, suocero di Taci-
to, pubblicata nel 98. L’opera, in 46 capitoli, è contempora- Panegirico,
neamente un panegirico, una monografia storica di tipo sal- monografia e
lustiano (vedi a pag. 103) e un manifesto politico. La Vita manifesto politico
tende a delineare la personalità del generale, sottolinean-
done l’alta umanità, la dirittura morale, le doti di funziona-
rio integerrimo e di valente soldato. Dopo aver parlato del-
la sua gioventù e degli studi, Tacito descrive la carriera mili-
tare, la campagna militare in Britannia e il suo governato-
rato: le operazioni di guerra di Agricola offrono l’occasione
217
licen
1 - Tacito

Digressioni per digressioni geografiche e etnografiche della regione,

in
geografiche e che si fondano su ricordi e appunti di Agricola stesso e sui Com-
etnografiche mentarii di Cesare. L’autore narra poi il ritorno del generale a
oncesso Roma, il trionfo decretatogli dal Senato e la fredda accoglien-
za dell’imperatore, geloso della sua gloria, il ritiro a vita priva-
ta e la morte (93) per cause non chiare, secondo alcuni per ma-
no di Domiziano. La biografia dell’illustre personaggio dimo-
stra come fosse preferibile alla sterile rinuncia di molti oppo-
sitori del regime, giunti fino al suicidio, l’atteggiamento di chi,
Titolo c

come appunto Agricola, seppe assolvere fino in fondo al pro-


prio compito, pur sotto la tirannide di Domiziano, cui Tacito
sembra imputare la morte del suocero: il dovere verso Roma
Il dovere verso è più importante dei propri sentimenti di opposizione al
Roma principe. Ampi discorsi mettono a fuoco i personaggi, come
quelli di Calcago, il capo dei ribelli, e di Agricola, che danno vi-
Lo stile vacità alla narrazione; lo stile non è ancora del tutto quello di
Tacito, si sentono forti echi ciceroniani, sallustiani e liviani.

■ De origine et situ Germanorum


Sull’origine e sede dei Germani, opera in 46 capitoli più co-
munemente nota come Germania, nasce da interessi geo-
Le fonti grafico-etnografici. Le fonti di Tacito furono sia letterarie, co-
me Plinio il Vecchio e Cesare, sia orali, come le informazioni
Il contenuto raccolte da prigionieri, soldati e commercianti. Nella prima
parte dell’opera si illustrano i confini della Germania, l’origi-
ne, i caratteri fisici e morali, le armi, il sistema politico e reli-
gioso, l’educazione dei giovani, i costumi, i mezzi di vita, le oc-
cupazioni quotidiane dei germani. La seconda parte passa in
rassegna tribù per tribù, con notizie particolari per ognuna.
Unica opera La Germania è l’unico esempio pervenuto di opera pret-
etnografica tamente etnografica dell’antichità; tuttavia non si deve di-
dell’antichità menticare che, proprio nel periodo della pubblicazione (98),
Traiano, appena proclamato imperatore, si trovava nella Ger-
mania Superiore, intento a rafforzare le frontiere sul Reno. Ta-
cito, mettendo in forte rilievo la forza ancora incorrotta delle
popolazioni situate tra il Reno e il Danubio, così lontana dal-
la raffinatezza decadente della contemporanea società roma-
na, ne sottolinea il pericolo per Roma, ricordando tutte le vit-
torie e le sconfitte romane: “tanto tempo ci vuole per vincere
Lo stile la Germania”. La narrazione non risulta mai monotona per la
varietà degli argomenti, per l’efficacia descrittiva, per l’incisi-
vità dello stile a periodi brevi con un certo colorito poetico.

Le opere maggiori: Historiae e Annales


Le Storie Le Historiae (Storie) dovevano abbracciare le vicende del-
218
1 - Tacito

l’impero dall’avvento di Galba (69) alla morte di Domi-


ziano (96): restano solo i libri I - IV e parte del V. Distri-
buendo la materia secondo la tradizione annalistica, Tacito,
presumibilmente proseguendo una precedente storia, ini-
zia la sua narrazione dal 1° gennaio del 69, pochi giorni pri-

na
ma della morte di Galba. Posteriore è la composizione degli

li
Annales (Annali) che, partendo dal 14, anno della morte Gli Annali

fol
di Augusto (l’opera nei manoscritti che la conservano è in-
titolata Ab excessu divi Augusti, Dalla morte del divo Augu-

ra
sto), dovevano giungere alla morte di Nerone (68), ricon-

do
giungendosi dunque alla materia trattata nell’opera prece-
dente. Degli Annali restano interi i libri I - IV, un frammen-

aa
to del V e parte del VI e i libri XI - XVI, di cui l’XI lacunoso e
il XVI mutilo. Complessivamente Storie e Annali com-

nz
prendevano, stando alla testimonianza di san Gerolamo, 30
libri: non se ne conosce tuttavia l’esatta partizione, perché

lice
secondo alcuni le Storie erano composte di 14 libri e gli An-
nali di 16, e secondo altri rispettivamente di 12 e di 18 libri.

in
■ Lo storico

sso
Accingendosi alla composizione delle Storie, Tacito delinea il Le Storie
fosco scenario della materia che si accinge a trattare – “una
nce
CONTENUTO DELLE STORIE
co

Libro I. Il fatto di poter creare il principe Libro III. Spagna, Gallia e Britannia si di-
anche “altrove che a Roma” genera nel- chiarano per Vespasiano, le cui truppe at-
olo

la capitale e negli eserciti delle varie pro- taccano e sconfiggono gli avversari a Cre-
vince, inquietudine e profonde scissioni. mona, saccheggiata e data alle fiamme.
Tit

Le legioni della Germania acclamano im- A Roma, i seguaci di Vitellio attaccano


peratore Vitellio, rifiutando di giurare fe- quelli di Vespasiano e ne uccidono il fra-
deltà a Galba, che la guarnigione insorta tello Flavio Sabino, mentre il figlio, Domi-
a Roma uccide proclamando poi impe- ziano, si salva a stento rifugiandosi in un
ratore Otone, il primo marito di Poppea. tempio di Iside. Roma cade dopo furi-
Otone muove contro Vitellio, che dalla bondi combattimenti per le vie e Vitellio
Germania sta marciando verso l’Italia. viene trucidato.
Libro II. Si accenna all’Oriente, dove Ve- Libro IV. Scoppiano rivolte in Gallia e in Ger-
spasiano e Tito sono impegnati nella rivolta mania; il Senato elegge Vespasiano e Tito
giudaica. In Italia le truppe di Vitellio e Oto- consoli e Domiziano pretore; Vespasiano si
ne si scontrano a Bedriaco e Otone, scon- reca ad Alessandria, lasciando Tito a pro-
fitto, si suicida. Seguono l’ingresso trionfa- seguire la guerra contro i giudei; alcuni
le di Vitellio a Roma, il saccheggio dell’e- eventi miracolosi nel tempio di Serapide gli
rario per accontentare i soldati, il tentativo preannunciano il destino imperiale.
di mettere ordine nell’impero. Si riapre la Libro V. Tito assedia Gerusalemme e Taci-
guerra civile, perché le legioni di Siria e to, a questo punto, traccia una breve storia
d’Egitto proclamano imperatore Vespasia- dei giudei, partendo da Mosé. Negli ultimi
no, subito confermato dai soldati del Da- capitoli prosegue il racconto della guerra in
nubio e dalla flotta di Ravenna. Germania che sta volgendo alla fine.

219
Ti
1 - Tacito

to
lo
storia densa di vicende, terribile per le battaglie, torbida di se-

co
dizioni, tragica anche nella pace” – e, dopo aver professato

n
l’obiettività della propria visione, esente sia da ostilità pre-
concetta sia da indulgente cortigianeria, dichiara di riservarsi
per la vecchiaia la trattazione del periodo di Nerva e Traiano,
un’età più felice, in cui, per l’inconsueta “fortuna” è lecito
“pensare ciò che si vuole e dire ciò che si pensa”. Invece, ne-
gli Annali, l’autore riprende dagli inizi la storia del princi-
pato romano, concentrandosi sulle sue origini e sui suoi pri-
mi protagonisti: Augusto,Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone.
Nella visione di Tacito il passaggio dalla travagliata età repub-
La visione politica blicana all’età imperiale era stata una necessità storica e po-
sul principato litica per superare i drammatici conflitti determinatisi con le
guerre civili, indispensabile al mantenimento della pace e uti-
le per il benessere delle province: “il corpo immenso del-
l’impero non può stare ed equilibrarsi senza un reggitore”,
scrive nelle Storie. Non resta dunque che sperare in un prin-
cipe illuminato, che si può avere soltanto se la successione
avviene per adozione, come aveva fatto Nerva con Traiano.
Ma con il nuovo assetto si era fatalmente estinta la libertà re-
pubblicana e si era spento via via ogni residuo di dignità mo-
Degenerazione delle rale, sia per la degenerazione del Senato, di cui l’autore fa
istituzioni parte, sia soprattutto per le nefandezze degli imperatori, che
lo storico tratteggia con drammatica forza espressiva in una

CONTENUTO DEGLI ANNALI


Libri I – VI. Trattano il regno di Tiberio (14- tre Claudio è lontano da Roma; il potente
37 d.C.). Dopo aver accennato alla forma liberto Narcisso fa uccidere Messalina al-
del principato di Augusto e descritto la sua l’insaputa dell’imperatore; la seconda mo-
morte, Tacito segue il progressivo inasprir- glie, Agrippina, già madre di Nerone, avi-
si del dispotismo e del carattere sospetto- da di potere e superba, dopo aver fatto
so di Tiberio, l’aumento dei processi per le- adottare il proprio figlio da Claudio, fa uc-
sa maestà, il successo e la caduta del mi- cidere il marito con funghi avvelenati, per-
nistro Seiano, gli innumerevoli intrighi del- ché diventi imperatore Nerone.
la famiglia imperiale, la sempre maggiore Libri XIII – XVI. Trattano il principato di
crudeltà e dissolutezza del principe e, infi- Nerone (54-66). Tacito narra le dram-
ne, la sua morte. L’autore narra anche le matiche e tenebrose vicende di Nero-
imprese di Germanico in Germania, la sua ne, il crescente disaccordo con l’intri-
morte, pare per avvelenamento, e la guer- gante Agrippina, l’avvelenamento di Bri-
ra in Africa contro i numidi. tannico, figlio di Claudio, e il matricidio
Libri XI – XII. Trattano gli ultimi nove anni per mano di un liberto. Seguono gli ec-
dell’impero di Claudio (47-54). L’impera- cessi di dissolutezza e di istrionismo del-
tore è rappresentato come imbelle e va- l’imperatore, il ripudio e l’uccisione del-
nesio, maniaco dell’erudizione, dominato la prima moglie Ottavia, il matrimonio
dalle mogli e dal liberto Narcisso. La pri- con la bellissima Poppea, l’incendio di
ma moglie, Messalina, lussuriosa e folle, Roma, la congiura dei Pisoni e i suicidi
giunge al punto di sposare Gaio Silio men- dei congiurati.

220
1 - Tacito

galleria di tragici profili, dei quali alcuni critici hanno sottoli-


o c
neato l’eccessiva deformazione grottesca: Tiberio sospettoso
e astutamente falso, Claudio imbelle e dominato dalle mogli, I ritratti Titol
Nerone dissoluto e istrione.
Negli Annali la visione tacitiana diventa totalmente pessimi- Visione pessimistica
stica e tragica e non risparmia né i protagonisti, i soli artefici
della storia, né le masse, inconsapevoli, influenzabili, spesso
inclini alla violenza, giudicate dall’alto di una concezione se-
veramente e sprezzantemente aristocratica. Tacito traccia
un’approfondita analisi psicologica dei personaggi attraverso Analisi psicologica
i loro comportamenti e le situazioni in cui si trovano ad agire.

■ Lo stile e la fortuna
La scrittura di Tacito, intensa e di grande suggestione arti- Concisione e
stica, è originalissima; la prosa, concisa e allusiva, predilige varietas
le ellissi, le metafore violente, la varietas (dissimmetria) con
mutamenti inaspettati di struttura e nell’ordine delle paro-
le. Il lessico alterna termini arcaici e solenni, poetici, di ori- Il lessico
gine popolare e introduce nuove sfumature semantiche. I
suoi ritmi, rapidi e spezzati, contrastano con la calibrata eu-
ritmia e perfezione formale del gusto ciceroniano. L’incon-
testata eccellenza artistica dell’autore, comunque, non può
portare a svalutare il significato e la grandezza della sua ana-
lisi del mondo romano, come pure è accaduto da parte di
alcuni critici. Alla lezione di Tacito, storico di un’età di “ti-
ranni”, si richiamò Francesco Guicciardini nei Ricordi.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA (56 ca - dopo 116 d.C.). Avvocato inizia la carriera politica che culmina nel con-
solato e nel proconsolato in Asia.

OPERE Dialogus de oratoribus, in cui Tacito individua la causa della decadenza dell’ora-
toria nella fine del libero confronto politico per l’avvento del principato;
De vita et moribus Agricolae, opera che tratta della vita e delle imprese in Bri-
tannia del suocero Agricola, con ampie digressioni etnografiche;
De origine et situ Germanorum, l’unica opera etnografica latina pervenuta; tratta
delle origini, dei caratteri e dei costumi delle tribù germaniche.
Historiae e Annales: sono le sue opere maggiori: delle Storie ci sono rimasti gli av-
venimenti dalla morte di Galba fino all’avvento di Vespasiano; degli Annali tutto il
principato di Tiberio, nove anni di quello di Claudio e quello di Nerone fino al 66.

LA VISIONE STORICA Per Tacito l’avvento dell’impero è stata una necessità politica. La sua visione del-
la storia è cupa e pessimistica.

LO STILE Lo stile di Tacito è originalissimo, conciso e allusivo, lontano dalla concinnitas ci-
ceroniana; il lessico si avvale di termini arcaici, solenni, popolari, introducendo
nuovi significati.

221
2 La satira: Giovenale
Giovenale, ultimo significativo rappresentante della satira latina,
nella denuncia dei vizi della corrotta società contemporanea esprime
la sua amara visione della vita. La sua indignatio è autentica, la sua forza
espressiva notevole; gli nuoce il reiterato tono aggressivo, con il quale,
senza tregua, incalza i suoi bersagli.

■ La vita
Decimo Giunio Giovenale (Aquino 55 ca - dopo 127 d.C.) fu
il più significativo poeta dell’epoca di Traiano. Le scarse noti-
zie sulla vita si ricavano dai rari cenni autobiografici contenu-
ti nelle sue Satire e da quelli presenti negli epigrammi dell’a-
mico Marziale. Non sono affidabili i dati provenienti da varie
biografie, redatte almeno due secoli più tardi. Nacque da una
famiglia forse non ricca, ma in grado di procurargli una buo-
na educazione. Giunto a Roma in giovane età, sembra che
abbia esercitato l’attività di avvocato fino almeno a qua-
rant’anni, alternandola con quella di declamatore. Non do-
vette ottenere grande successo e rimase povero; si ridusse
per questo a essere cliente, come Marziale, di qualche citta-
dino eminente. Incominciò a scrivere satire in età matura,
forse intorno ai cinquant’anni. Le sue condizioni economiche
forse migliorarono, se è vero che potè acquistare una casa a
Roma e un podere a Tivoli. Poco attendibile è la tradizione an-
tica secondo la quale concluse la sua vita in Egitto, dove sa-
rebbe stato costretto a recarsi per aver offeso un favorito del-
la corte di Adriano. Dalla sua opera si ricava l’indicazione se-
condo la quale era ancora attivo nel 127.

■ Le Satire
Titolo co La produzione poetica di Giovenale è composta da 16 Sati-
re, per circa complessivi 3800 esametri, suddivise in 5 li-
bri di diversa estensione, che comprendono rispettiva-
mente le satire I-V, VI, VII-IX, X-XI, XIII-XVI; dell’ultima sono
giunti solo i primi 60 versi. Non si conosce la data della lo-
ro pubblicazione che, visto il tono, ebbe inizio solo dopo la
morte di Domiziano (96 d.C.); furono composte con tutta
probabilità negli ultimi suoi trent’anni di vita.

■ Tematiche e valore artistico


Bersagli delle satire Gli argomenti delle Satire spaziano dalla condanna dei vizi
– gola, frode, omosessualità, vanità delle aspirazioni umane,
222
2 - La satira: Giovenale

LE SATIRE DI GIOVENALE

Satira I: come introduzione il poeta affer- pioni sportivi o degli attori di grido.
ma che il genere satirico soddisfa piena- Satira VIII: sulla nobiltà di nascita, che
mente le sue ambizioni e che vi è stato in- non ha valore se non è accompagnata
dotto per sdegno contro il malcostume e dalla virtù. Per esempio, i nobili Catilina
la corruzione dilaganti in Roma. Dichiara e Nerone si resero colpevoli di azioni di-
infine di rivolgere le sue satire contro per- sonorevoli, mentre Cicerone e Mario, uo-
sonaggi “che sono sepolti lungo le strade mini nuovi, divennero famosi per i loro
Flaminia e Latina”, per non subire ritorsio- meriti.
ni da parte dei contemporanei. Satira IX: il parassita Nerolo si lamenta,
Satira II: invettiva acerba e realistica con- con un linguaggio molto realistico e cru-
tro l’ipocrisia degli uomini effemminati do dello scarso compenso ottenuto per
che condannano in pubblico le turpitudi- i turpi servizi resi a un ricco effeminato vi-
ni di cui essi stessi sono colpevoli in pri- zioso.
vato. Satira X: sulla vanità dei falsi beni (ric-
Satira III: Umbricio, un vecchio amico del chezza, gloria oratoria e militare, poten-
poeta, disgustato dalla corruzione di Ro- za, longevità e bellezza), che portano ro-
ma, spiega perché si ritira in campagna, vina più che felicità: agli dei si deve do-
presso Cuma: gli onesti e i poveri non mandare soltanto mens sana in corpore
possono più vivere in una città, in cui sano.
trionfa l’affarismo della gente nuova, in Satira XI: condanna dei banchetti lus-
cui la fanno da padroni schiavi e istrioni suosi, che rovinano economicamente, ed
arricchiti e gli immigrati greci sovvertono elogio della sobrietà; il poeta espone poi
gli antichi virtuosi costumi. Segue una co- la lista dei cibi che l’amico Persico troverà
lorita rappresentazione delle strade di sulla sua mensa.
Roma affollate, rumorose, piene di malvi- Satira XII: Giovenale, sotto forma di epi-
venti e pericolose per i continui incendi stola, narra a Corvino il naufragio a cui è
e crolli. scampato l’amico Catullo, padre di tre fi-
Satira IV: descrizione eroicomica della gli, e i sacrifici da lui predisposti come rin-
riunione del consiglio imperiale, voluta da graziamento, senza sospetto di interesse
Domiziano, per decidere sul modo mi- personale.
gliore di cucinare un gigantesco rombo; Satira XIII: il poeta consola un amico truf-
viene proposta la costruzione di una fato di una grossa somma di denaro, co-
grande padella. me caso non raro, visto che i malviventi
Satira V: tratta la condizione umiliante sono numerosissimi, e sostiene che, pur
dei clienti mortificati da patroni ricchi, roz- rimanendo impunito, il colpevole sarà tor-
zi e arroganti, soprattutto durante i ban- mentato dal rimorso.
chetti. Satira XIV: sull’educazione dei giovani,
Satira VI: è la più lunga (661 esametri) e mette in evidenza i cattivi esempi dati dal-
la più nota tra quelle scritte da Giovena- la condotta immorale dei padri; si scaglia
le, che passa in rassegna i vizi delle don- soprattutto contro l’avarizia e l’avidità;
51
a, 84
ne di ogni ceto, soprattutto delle mogli, esalta gli antenati che davano ai figli
la loro infinita immoralità, spinta talora fi-
no al delitto.
esempi di virtù.
f o l l i n
Satira XV: il poeta si scaglia contro la cru-
Satira VII: descrive la misera condizione
ad ora
deltà umana, prendendo spunto da un
morale e materiale di intellettuali, poeti,
e n z a
episodio di cannibalismo, accaduto in
avvocati, retori, insegnanti, costretti a su-
in
bire mortificazioni di vario genere per so- lic
Egitto.
Satira XVI: incompleta, sui privilegi e sui
esso
pravvivere e meno considerati dei cam-
nc
vantaggi della vita militare.

i t o l o co
T 223
so
2 - La satira: Giovenale

es
onc
fanatismo e superstizione – al rimpianto per l’abbandono
delle antiche virtù, all’invettiva contro le classi nuove e i nuo-
vi gruppi emergenti (liberti, orientali), all’invasione dei co-

c
stumi greci, al servilismo, alla miseria del popolo e alla pe-

lo
nosa condizione dei letterati. Nonostante siano chiaramen-

Tito
Sincerità grottesca e te evidenti l’esagerazione, la deformazione grottesca e l’in-
declamatoria flusso della tecnica declamatoria, caratteristica di Giove-
nale è la sincerità: la sua poesia nasce da un senso di retti-
tudine morale, dall’indignazione di fronte alle prepotenze e
alle dissolutezze, di cui è ogni giorno testimone. Fatti e per-
Specchio della realtà sonaggi rispecchiano la realtà e la sua satira, oltre che ge-
sociale nericamente umana, assume l’aspetto di un’invettiva contro
le classi alte della capitale. La lunghissima sesta satira, con
una serie di ritratti caricaturali, è una grottesca e lugubre gal-
Misoginia leria delle nefandezze di tutte le donne, un testo tra i più
misogini espressi dalla letteratura antica. Giovenale è lon-
tanissimo dall’ironia sorridente e benevola di Orazio, non
possiede la serenità moralistica di Cicerone né l’austera fi-
nalità educativa di Persio; la sua poesia nasce da un tempe-
ramento aggressivo e pugnace e riflette piuttosto una visio-
ne amara e sarcastica della vita, con passi di insolita acre-
dine.
Stile Nello stile, pungente e vivace, incisivo ed efficace, preval-
gono la ricerca del colore, il gusto arcaicizzante, i toni epi-
ci, drammatici e declamatori, che non escludono, talvolta,
l’andamento del discorso familiare e popolare, il ricorso al
termine inusitato o volgare.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA (Aquino 55 ca - dopo 127 d.C.) giunge a Roma da giovane e si dedica senza suc-
cesso all’avvocatura e alla declamazione. Inizia a scrivere satire in età matura,
dopo la morte di Domiziano.

Le Satire Sono 16 per circa 3800 esametri, ripartite in 5 libri, con argomenti che vanno dal-
la condanna dei vizi umani, della corruzione dilagante e del servilismo imperan-
te, alla nostalgia per le antiche virtù e alla constatazione delle miserie del popo-
lo e della triste condizione dei letterati.
Giovenale si esprime con aggressiva sincerità e indignazione, anche se la moda
della declamazione lo porta all’esagerazione e al grottesco. La sua è una visione
amara della vita.

224
3 Plinio il Giovane
Plinio il Giovane, una delle figure più caratteristiche dell’epoca di Traiano,
traccia con garbata eleganza un quadro dell’élite colta e mondana della
capitale nel nuovo clima di serenità e di stabilità politica.

■ La vita
Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto il Giovane (Como 61/62
- Bitinia? 113 d.C.), era figlio di una sorella di Plinio il Vec-
chio; rimasto presto orfano di padre, fu adottato dallo zio
materno del quale assunse il nome. Di ricchissima famiglia
del ceto equestre, studiò retorica a Roma con Quintiliano e
con Nicete Sacerdote. A 19 anni esordì nella carriera foren-
se e divenne avvocato di successo; intraprese subito la car- La carriera forense
riera pubblica che fu rapida e fortunata. Fu nominato tri- e politica
buno militare in Siria, comandante di uno squadrone di ca-
valieri e questore. Nel 90 entrò nell’ordine senatorio. Di-
venne poi tribuno della plebe, pretore, prefetto dell’erario
militare e prefetto dell’erario di Saturno, console nel 100,
anno in cui sostenne con l’amico fraterno Tacito l’accusa con-
tro il proconsole d’Asia Marco Prisco, reo di malversazione.
Fu nominato legato imperiale in Bitinia e morì durante l’e-
sercizio di tale funzione o, forse, subito dopo il ritorno in
Italia. Uomo ricchissimo, intelligente, cordiale e simpatico,
fu amico dei più importanti personaggi del mondo politico
e letterario del suo tempo.
Sono andate perdute le orazioni da avvocato e le poesie, di
cui Plinio stesso fa orgogliosamente menzione; restano il Pa-
negyricus Traiano imperatore dictus (Panegirico a Traiano)
e 10 libri di Epistulae.

■ Il Panegirico a Traiano
Ti

È la redazione del discorso pronunciato in senato, nel-


l’anno 100, per ringraziare l’imperatore Traiano della no-
ol t

mina a console; ampliato dallo stesso Plinio, finì per rag-


o

giungere la non comune lunghezza di 95 capitoli. L’orazio-


o c

ne è riportata come prima di una raccolta di panegirici di va-


n

ri imperatori.
e c

Plinio ricorda gli avvenimenti più importanti della vita del- Argomento
l’imperatore: la gioventù, l’adozione da parte di Nerva, le im-
prese militari, le riforme civili, la liberalità, la sobrietà, l’a-
zione moralizzatrice della vita pubblica. Dopo un’invettiva
contro Domiziano, Plinio elogia la moglie e la sorella del-
225
3 - Plinio il Giovane

l’imperatore, ringrazia il principe per l’onore accordato a lui


e al suo collega Tertulo e chiude con una preghiera a Giove
Capitolino.
Tono sincero Nonostante il tono enfatico e adulatorio, il panegirico ri-
ma enfatico specchia la sincerità di sentimenti dell’autore e le reali do-
ti morali e intellettuali dell’“ottimo imperatore”, la cui figu-
Lo stile ra di sovrano illuminato appare in piena luce. Lo stile di Pli-
nio è fluido ed espressivo, con frasi chiare e semplici, anche
se elaborato e ampolloso, come era nella moda dell’epoca.
Titolo concesso in licenza a d
■ Le Epistulae
L’opera più importante e originale di Plinio sono i 10 libri
delle Epistole. I primi nove libri furono pubblicati dall’auto-
re e comprendono 247 lettere di varia lunghezza inviate a
Lettere composte familiari e amici. Nella prima, a Setticio Claro, Plinio dichia-
per la lettura ra di aver riunito le lettere a caso, senza nessuna valutazio-
o la pubblicazione ne critica o di ordine cronologico; ma è solo falsa modestia,
perché esse sono evidentemente composte per la lettura
e la pubblicazione – se non addirittura per i posteri – come
rivela l’accorta alternanza dei temi proposti, ordinati sul pia-
no artistico con lo scopo di evitare la monotonia, e la sem-
plice ma sorvegliata eleganza della scrittura. Non hanno
Modello di Cicerone quindi l’immediatezza talora drammatica delle lettere di Ci-
cerone, cui pure Plinio intendeva fare riferimento. Le lette-
Quadro della vita re offrono un quadro molto particolareggiato della vita
quotidiana di Roma quotidiana di Roma, importante per gli storici e per gli ar-
cheologi: illustrano le occasioni e le manifestazioni cultura-
li, specie le declamazioni e recitazioni poetiche, magnifica-
no le sue numerose ville, parlano della vita familiare e delle
amicizie, fanno cenno ai letterati più famosi, da Marziale a
Silio Italico, da Svetonio a Tacito. Altre sono semplici biglietti
d’invito, di raccomandazione, di condoglianze, di affari. In
alcune lettere Plinio dimostra notevoli capacità descrittive
come in quelle sulle fonti del Clitunno, sull’inondazione del
Tevere o, come nella più famosa, indirizzata a Tacito, in cui
L’eruzione del è descritta l’eruzione del Vesuvio del 79, che distrusse le
Vesuvio città campane di Ercolano, Pompei, Stabia e in cui morì Pli-
Decimo libro: nio il Vecchio. Il decimo libro fu pubblicato postumo, con
corrispondenza con la corrispondenza dell’autore, a quel tempo governatore del-
Traiano la Bitinia, a Traiano – 79 lettere – con 50 risposte dell’impe-
ratore ai quesiti di natura fiscale, politica e amministrativa
postigli dal suo solerte quanto indeciso funzionario. A let-
tere su argomenti di importanza secondaria si alternano al-
tre su temi di grande rilievo, come la 96, che riguarda il pro-
Processi contro blema del comportamento da tenersi nei processi contro i
i cristiani cristiani; molto equilibrata è la risposta di Traiano – lettera
226
3 - Plinio il Giovane

97 – che impone di non tener conto delle denunce anoni-


me e comunque di sospendere i processi contro i cristiani,
qualora questi accettino di sacrificare all’imperatore.

SCHEMA RIASSUNTIVO
LA VITA (Como 61/62 - Bitinia 113 ca d.C.) di ricchissima famiglia, studia a Roma, divie-
ne avvocato e fa una brillante carriera politica fino a diventare console nel 100 e
governatore in Bitinia. Opere principali: Il Panegirico a Traiano, discorso di rin-
graziamento all’imperatore per la nomina a console e Le Epistole.

Le Epistole 9 libri, pubblicati da Plinio, di 247 lettere inviate a familiari e amici che offrono un
quadro dettagliato della vita dell’autore e della Roma imperiale. La più famosa è
indirizzata a Tacito e descrive l’eruzione del Vesuvio del 79 e la morte di Plinio il
Vecchio. Il X libro, postumo, comprende il carteggio tra Plinio, governatore di Bi-
tinia, e Traiano. La più famosa riguarda il comportamento da tenersi nei proces-
si contro i cristiani.

Ti
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za 227
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do
Titolo c
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DALL’ETÀ
DI ADRIANO ALLE SOGLIE
DEL MEDIOEVO

1 La poesia
2 La prosa: Svetonio,
Floro, Frontone, Gellio
3 Apuleio
4 La fine della letteratura
pagana: i prosatori e gli
ultimi poeti
5 Tertulliano e
l’apologetica cristiana
6 La poesia cristiana
7 I Padri della Chiesa
latina
8 Agostino e gli ultimi
prosatori latini

Tit
olo
co
n
Nell’età che va dall’impero di Adriano (117-138) alla
caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), la vita
culturale è orientata allo studio dei modelli antichi; la
curiosità e l’aneddotica sostituiscono l’originalità e un
grigiore uniforme subentra alla varietà. Venute meno le
condizioni che avevano dato vita alle grandi opere
poetiche, storiche e filosofiche dei secoli precedenti,
fioriscono quelle di biografia, di grammatica, di
antiquariato, di scienza e di diritto. Nella vita spirituale
tramontano definitivamente i tradizionali valori religiosi e
sorgono nuove forme di curiositas intellettuale e nuove
aspirazioni mistiche. Nel II secolo operano lo storico
Svetonio, autore di fortunate biografie, il retore ed erudito
arcaicizzante Frontone, Apuleio, lo scrittore più
significativo, autore del singolare romanzo Metamorfosi, e
iniziano la loro attività gli apologisti cristiani difensori
appassionati della nuova religione, i cui esponenti più
significativi – Minucio Felice, Tertulliano, Cipriano, Arnobio
e Lattanzio – vengono dall’Africa, a dimostrazione della a
lin
fol
fertilità intellettuale di quella regione. Nei secoli IV e V, non
essendo più necessario difendere il cristianesimo, si
afferma l’esigenza di una rinnovata esegesi dei testi sacri e o ra
di una sistemazione organica della dottrina. Per dare
ad
za
forma compiuta alla cultura cristiana, i padri della Chiesa
n
ice
attingono alla cultura classica, dopo averne superato
l
l’originaria diffidenza. Ambrogio riprende temi e forme
n
oi
ciceroniane, Girolamo, filologo raffinatissimo, cura la
ss
revisione e la traduzione in latino della Bibbia, Agostino
e
nc
pone le basi di una tradizione di pensiero,
o
che si svilupperà nei secoli seguenti fino all’età moderna.
c
olo
Nell’ambito della cultura pagana, ormai soccombente, nel

Tit
III e IV secolo fioriscono gli ultimi poeti della classicità:
Nemesiano, Ausonio, Rutilio Namaziano e Claudiano.
Ammiano Marcellino, memore della lezione tacitiana,
è l’ultimo grande storico di Roma. Donato e Servio,
commentatori di Virgilio, e Macrobio, con il commentario
al Somnium Scipionis di Cicerone, sono i filologi e gli
eruditi di maggior spicco, mentre Prisciano (VI secolo)
esercita, con la sua Institutio de arte grammatica, un
influsso decisivo sullo studio del latino nel Medioevo.
1 La poesia
La produzione poetica di questo periodo dell’impero entra in una spirale
di decadenza dalla quale non si risolleverà, perché il genere non è più al
centro dell’interesse letterario. Non si esprime quindi più in testi epici,
Ti t
mitologici o storici, né teatrali, né satirici; la poesia sopravvive solo, con
forme languide e leziose, nell’esercizio letterario dei poëtae novelli, che
l o

trattano i temi eterni dell’amore e della natura. Non manca qualche lodevole
oc

eccezione (Pervigilium Veneris), in cui un’arte raffinata sa offrire immagini


o

suggestive, che ci riportano alla migliore produzione neoterica.


ce n

I poëtae novelli
so s

Nel II secolo riscosse un certo successo la scuola dei poëtae Il recupero


novelli (poeti novelli), definizione creata da Terenziano Mau- “arcaicizzante” dei
in

ro (II-III secolo) per indicare un gruppo di poeti così deno- poëtae novi
minati perché si richiamavano ai neóteroi del I secolo a.C. Ri-
ic l

spetto ai predecessori non furono degli innovatori, ma degli


arcaicizzanti. Si distinsero per la delicatezza e tenuità della Delicatezza e tenuità
vena lirica, per la brevità delle loro composizioni e per lo della vena lirica
sperimentalismo metrico e lessicale. Esempi di questo vir-
tuosismo furono i versi reciproci, che si leggevano da sinistra
a destra e viceversa, i rhopalici, in cui ogni verso aveva una
sillaba in più del precedente. Esponenti di questo movimento Anniano e gli altri
furono Anniano Falisco, autore di Carmina Falisca di ispi- novelli
razione agreste e dei Fescennini; Settimio Sereno, autore di
Opuscula ruralia (Poemetti campestri); Alfio Avito, autore
di Excellentes, una raccolta di aneddoti riguardanti perso-
naggi famosi; Mariano, autore, secondo la tradizione, dei Lu-
percalia, riguardanti gli antichi riti religiosi dei Lupercali. Di
tutti questi poeti non ci rimangono che scarsissimi fram-
menti. Altri carmi anonimi presenti nella africana Anthologia
Latina – raccolta di poesie risalente al VI secolo – sono ri-
conducibili a questo movimento poetico. La personalità più
significativa del II secolo fu l’imperatore Adriano, uomo di L’imperatore Adriano
grande cultura, amante delle lettere e poeta lui stesso. Di lui
ci sono rimasti alcuni versi indirizzati a Floro e 5 dimetri giam-
bici in cui Adriano saluta mestamente la sua “animuccia va-
gabonda e carezzevole”.

Pervigilium Veneris
Della Anthologia Latina fa parte il Pervigilium Veneris (La
veglia sacra di Venere), uno dei più notevoli esempi di poe-
231
1 - La poesia

sia lirica dell’ultimo periodo della letteratura latina. Ano-


nimo, databile tra il II e il IV secolo e attribuito ora a Floro,
ora ad Apuleio, ora a Nemesiano, è un grazioso carme in 93
settenari trocaici, in cui i versi, suddivisi in strofe irregolari,
sono intercalati dal ritornello “chi non ha mai amato, do-
Inno a Venere mani amerà, chi amò già, amerà”, chiaro invito all’amore nei
giorni dedicati alla dea. È infatti un inno a Venere, dea del-
l’amore e forza vivificatrice della natura; forse doveva es-
sere cantato da un coro di fanciulle in occasione della festa
notturna (pervigilium) che si celebrava a Ibla, in Sicilia, ai
piedi dell’Etna, per festeggiare l’arrivo della primavera. In
questa occasione si celebravano le nozze di tutti gli esseri,
di cui restano famose quelle delle rose che “sono nate dal
sangue di Venere e dai baci d’Amore”. Il carme si chiude con
un vivace quadro degli animali che sono lieti delle loro re-
centi unioni e con il desiderio espresso dal poeta: “Quando
Temi popolari ed viene per me la primavera?” Suggestivo nella sua apparente
erudizione letteraria semplicità, il carme nasconde nel tono popolare tratti di
arte raffinata e motivi di chiara derivazione greca, echi lu-
creziani e virgiliani. La lingua, postclassica, non è esente da
volgarismi. L’opera è stata considerata talvolta un canto po-
polare, talvolta una produzione dotta.

Nemesiano
Marco Aurelio Olimpio Nemesiano, di origine africana, for-
se nato a Cartagine, fu attivo nella seconda metà del III se-
colo, come testimonia la dedica della sua opera agli impe-
Poemetto ratori Carino e Numeriano. Scrisse Cynegetica, un poe-
didascalico sulla metto didascalico sulla caccia, di cui ci è giunto un lungo
caccia frammento di 325 esametri. Dopo aver dichiarato nel lungo
proemio di non voler trattare triti soggetti mitologici, Ne-
mesiano descrive minuziosamente i preparativi per la cac-
cia, l’addestramento dei cavalli e, soprattutto, dei cani, la
Le ecloghe preparazione delle reti. Di lui ci sono giunte anche 4 eclo-
ghe a imitazione delle Bucoliche di Virgilio, che sono sta-
te conservate, in alcuni manoscritti, insieme a quelle di Cal-
Titol

purnio Siculo, con le quali sono state spesso confuse. Ver-


seggiatore preciso e di buon gusto, Nemesiano non è un
grande poeta perché gli mancano l’originalità e la fantasia,
o co

anche se qualche verso è esteticamente pregevole.


nces
so in

232
li
1 - La poesia

SCHEMA RIASSUNTIVO

Tit
POËTAE NOVELLI Gruppo di poeti che si richiamano ai neóteroi del I secolo a.C. Si distinguono per
la vena poetica delicata e tenue e per lo sperimentalismo metrico e lessicale. I

olo
principali sono Anniano Falisco, Settimio Sereno, Alfio Avito, Mariano e l’impe-
ratore Adriano.

c o
PERVIGILIUM VENERIS È un inno in 93 esametri a Venere, di ignoto, databile tra il II e il IV secolo com-

n
preso nella raccolta africana Anthologia Latina, risalente al VI secolo. Rappre-

ce
senta uno degli esempi più pregevoli di lirica dell’ultimo periodo della letteratu-
ra latina.

ss
NEMESIANO (Seconda metà del II secolo). Di questo poeta, di origine africana, rimangono un

o in
frammento di 325 esametri di un poemetto sulla caccia, Cynegetica, e 4 eclo-
ghe a imitazione delle Bucoliche.

licen
za
ad
ra o
foll
a, in
8 451
, 5
ord
ne i
Is t i t ut
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gr

233
a f ico
2 La prosa: Svetonio, Floro,
Frontone, Gellio
Svetonio, erudito e biografo tra i più apprezzati e famosi della letteratura latina,
esercitò una grande influenza sulla biografia e sulla storiografia dell’età
successiva. La sua opera è un chiaro segno dei mutamenti di gusto in atto: si
perdono di vista, quando non si falsano, i grandi avvenimenti per mettere in
rilievo soprattutto gli aspetti esteriori e l’aneddotica, anche inventata, per
soddisfare la curiosità dei lettori. È l’età in cui si affermano Frontone e
l’atticismo arcaizzante, la modesta duttilità di Floro, che si cimenta anche con
la poesia, i preziosi quanto disordinati interessi antiquari di Gellio.

Svetonio
Gaio Svetonio Tranquillo (70/75 d.C.-140/150) nacque da una
famiglia di ordine equestre. Suo padre, Svetonio Leto, aveva
Titolo

combattuto nella guerra civile negli anni 69-70, come ufficia-


Attività forense le della XIII legione. A Roma si dedicò inizialmente all’attività
forense e divenne in seguito funzionario imperiale con l’ap-
poggio prima di Plinio il Giovane e poi di Setticio Claro. Sot-
conce

Gli incarichi to Traiano fu addetto alle biblioteche pubbliche e gli fu ac-


cordato lo ius trium liberorum; sotto Adriano divenne ma-
gister epistularum, cioè segretario per la corrispondenza per-
sonale del principe, e addetto all’archivio imperiale. Caduto
Venne rimosso dalle in disgrazia insieme con il prefetto del pretorio Setticio Cla-
sso in

sue funzioni ro, venne rimosso dalle sue funzioni nel 122, con la moti-
vazione ufficiale di aver mancato di rispetto all’imperatrice Sa-
bina. Si ritirò allora a vita privata, dedicandosi interamente
agli studi. Si ignora il luogo e l’anno della morte, avvenuta pre-
licenz

sumibilmente tra il 140 e il 150. L’amico Plinio il Giovane lo


definisce in una lettera “uomo probissimo ed eruditissimo”.

■ Le opere
Nulla è pervenuto della sua imponente produzione, in la-
a a do

tino e greco, di carattere erudito. Si ha notizia di due gran-


di opere enciclopediche, Roma e Prata (o Pratum); sono
inoltre giunti numerosi titoli di scritti minori, contenuti so-
prattutto nel cosiddetto lessico bizantino (X secolo) della Su-
ra foll

da, alcuni dei quali dovevano probabilmente essere compre-


si nelle due precedenti miscellanee. Dotato di molteplici in-
Varietà di temi teressi, Svetonio trattò gli argomenti più disparati, dalle fe-
trattati ste pubbliche agli usi e costumi, dai giochi e spettacoli alle
ina, 8

234
4
2 - La prosa: Svetonio, Floro, Frontone, Gellio

cortigiane famose, dal calendario allo studio dei segni critici


impiegati in filologia, dai difetti fisici alle abbreviazioni. Di Sve-
tonio ci sono giunte le biografie: una sezione del De viris il- Le biografie
lustribus e, completo, il De vita Caesarum.

■ De viris illustribus
De viris illustribus (Gli uomini famosi) è una raccolta di bio- Una raccolta di
grafie di letterati, divise per generi: oratori, poeti, filosofi, sto- biografie di letterati
rici, grammatici e retori. Rimane solo la sezione dedicata ai
grammatici e ai retori (De grammaticis et rhetoribus), mutila
delle ultime 11 biografie. Restano le vite di 20 grammatici, dal
greco Cratete di Mallo a Valerio Probo, e di 5 retori. Delle altre
sezioni si hanno solo frammenti sparsi, giunti per via indiretta:
probabilmente dal De poetis derivano, forse parzialmente ri-
maneggiate, le vite di Terenzio, Virgilio, Orazio e Lucano.

■ De vita Caesarum
Praticamente completa è l’opera De vita Caesarum (La vi- La vita degli
ta degli imperatori) in 8 libri, che contiene le biografie dei imperatori
12 imperatori da Giulio Cesare a Domiziano. Dedicata a Set-
ticio Claro, fu pubblicata quando Svetonio era segretario di
Adriano. Sono andati perduti la prefazione e i primi anni del- Titol
la vita di Cesare. I primi sei libri sono dedicati ciascuno a un o co
imperatore della casa Giulio-Claudia: Cesare, Augusto, Ti- nce
berio, Caligola, Claudio e Nerone; il settimo comprende le
vite di Galba, Otone e Vitellio, l’ottavo quelle dei Flavi: Ve-
spasiano, Tito e Domiziano. Nel tracciare i 12 profili l’auto- Schema-tipo delle
re segue uno schema costante: alla presentazione (crono- biografie di Svetonio
logica) degli eventi dalla nascita all’ascesa al trono, segue l’il-
lustrazione per species, cioè per categorie, dei tratti della Non per tempora
personalità, del carattere, dei vizi e delle virtù, dei meriti e sed per species
delle colpe; la biografia si conclude con la descrizione della
morte, delle onoranze funebri e del testamento.

■ Carattere, stile e fortuna delle biografie


Svetonio non è uno storico, perché nelle sue biografie la Non è uno storico
figura del principe compare quasi esclusivamente come uo-
mo, mentre nulla o quasi fa riferimento alla vita e agli even-
ti dell’impero romano. Dei personaggi lo scrittore ci mostra
gli aspetti fisici, il loro modo di vestire, di mangiare, di dor-
mire, le virtù e i vizi, anche i più segreti; le notizie, raccolte
con scrupolo negli archivi pubblici e imperiali, sono riferi- Disinteresse per
te con obiettività, ma senza preoccuparsi dell’ordine cro- l’ordine cronologico
nologico né con l’intenzione di tracciare giudizi o anali- e le analisi
si psicologiche: appunto questi sono i limiti più evidenti psicologiche
dell’opera. La stessa individualità dei protagonisti risulta
235
2 - La prosa: Svetonio, Floro, Frontone, Gellio

frammentata in una serie di curiosità e aneddoti, talvolta


Pettegolezzo e superficiali e al limite del pettegolezzo, soddisfacendo il gu-
demistificazione sto del pubblico dell’epoca. Svetonio riferisce giudizi, sen-
tenze, motti spiritosi pronunciati dai protagonisti, che ne il-
luminano in modo preciso alcuni aspetti dei personaggi, ren-
Ricchezza delle dendoli vivi. L’opera è quindi interessante e preziosa per la
informazioni ricchezza delle informazioni e per le notizie sulla vita pri-
vata degli imperatori.
Linguaggio sobrio, Svetonio usa un linguaggio sobrio ed essenziale, sempli-
semplice e chiaro ce e chiaro, con frequenti costruzioni participiali, neologi-
smi, grecismi e termini astratti, come era d’uso nel linguag-
gio parlato del tempo. Le vite dei Cesari, diventate presto
famose, diventarono un modello per le successive biogra-
fie di imperatori, e furono molto apprezzate durante il Me-
Fortuna delle opere dioevo e nell’Umanesimo. Anche il De viris illustribus go-
dette di ampia notorietà: san Girolamo se ne servì per ar-
ricchire la sua Cronaca e il Petrarca si ispirò a esse per la sua
opera omonima.

Floro
Identità tra il poeta e La critica più recente identifica con Lucio Anneo (o Annio)
lo storico Floro sia l’omonimo poeta e maestro di retorica dell’epoca
di Adriano, autore di versi scherzosi e di epigrammi, sia lo
storico Floro, scrittori che sino a poco tempo fa si conside-
ravano come due persone diverse.

■ La vita e l’opera
Della sua vita si sa solo quel poco che lo stesso Floro dice
nel dialogo, di genere autobiografico, Vergilius orator an
poeta (Virgilio oratore o poeta), di cui è pervenuta la par-
te iniziale. Di origine africana, partecipò a Roma a una ga-
ra di poesia nella quale ingiustamente non fu premiato per
la gelosia di Domiziano. Floro lasciò allora, indispettito, la
capitale e viaggiò a lungo nel Mediterraneo; si fermò in
Spagna, a Tarragona, dove insegnò retorica. Ritornato nel-
Amico di Adriano la capitale, divenne amico dell’imperatore Adriano e si de-
dicò alla poesia e alla storia. Non si conosce l’anno della
morte.

■ Epitoma de Tito Livio


La sua opera storica Epitoma de Tito Livio bellorum om-
nium annorum DCC (Riassunto di 700 anni di guerre se-
condo Tito Livio) ha un titolo probabilmente non auten-
Fonti diverse da Livio tico, perché l’autore, se attinge soprattutto a Livio, se ne
differenzia nello spirito e nell’impostazione e utilizza
236
Tit
o
2 - La prosa: Svetonio, Floro, Frontone, Gellio

ampiamente altre fonti, quali Sallustio, Cesare e Seneca il


Retore, registrando inoltre avvenimenti successivi alla trat- Schema “biologico”
tazione liviana. Floro divide la storia romana in quattro della crescita di
età, come quelle della vita umana, secondo un criterio che Roma
aveva adottato Seneca il Vecchio nelle sue Historiae: il pe-
riodo monarchico (infanzia), l’età repubblicana fino alla
conquista di tutta le penisola italica (adolescenza), la co-
struzione di un impero e la pacificazione di Augusto (ma-
turità), l’età imperiale fino ad Adriano (vecchiaia). L’ope- Un panegirico del
ra è un panegirico, pieno di retorica e di enfasi, del valo- valore militare di
re militare di tutto il popolo romano, di cui esalta le ge- Roma
sta dalle origini. Di Floro poeta ci sono rimasti alcuni epi-
grammi in trimetri trocaici e alcuni versi scherzosi indi-
rizzati ad Adriano con relativa ironica risposta dell’impe-
ratore-poeta.

Frontone
Marco Cornelio Frontone nacque a Cirta in Numidia verso
il 100, da una facoltosa famiglia di origine italica. Trasferito-
si a Roma dopo gli studi all’epoca dell’imperatore Adriano,

follin
divenne il più famoso oratore del suo tempo, tanto che An-
tonino Pio gli affidò, nel 139, l’educazione dei due figli adot-
tivi, i futuri imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero, con i qua-
li mantenne buoni rapporti anche dopo la loro ascesa al tro-

dora
no, benché si rammaricasse che Marco Aurelio avesse la-
sciato gli studi retorici per quelli di filosofia. Ottenne anche
cariche importanti, che culminarono nel 143 con il conso- Le cariche

za a
lato: in questa occasione ringraziò l’imperatore con una ora-
zione pronunciata in Senato. Capo riconosciuto della cor- Il purismo
rente letteraria del purismo arcaizzante, i cui seguaci pre- arcaizzante
licen
sero il nome di “frontoniani”, estese la sua influenza a tutto
il movimento di reazione culturale del II secolo. Morì a Ro-
ma, probabilmente intorno al 170; le ultime notizie di lui so-
no legate alla promessa fatta a Lucio Vero di narrare le cam-
o in

pagne militari da lui condotte contro i parti nel 166.

■ Le opere
s

Della vasta produzione di Frontone, che comprendeva ora-


nces

zioni, esercitazioni retoriche, anche di argomento parados-


sale, saggi storici ed epistole, tanto ammirata dai critici an- Limite della nostra
tichi, non rimaneva quasi nulla fino al 1815, quando il futu- conoscenza di
o co

ro cardinale Angelo Mai ritrovò nella Biblioteca Ambrosiana Frontone


di Milano e, successivamente, nella Biblioteca Vaticana, al-
cuni testi dello scrittore. Le speranze degli studiosi andaro-
Titol

no deluse quando si scoprì che i palinsesti comprendevano


237
2 - La prosa: Svetonio, Floro, Frontone, Gellio

raccolte di lettere, brevi declamazioni e testi narrativi, in gre-


co e in latino, e frammenti di poco conto, ma che non vi era
nessuna delle orazioni che gli avevano procurato tanta fa-
ma, quali le arringhe contro Pelope e contro il retore Erode
Attico e il discorso pronunciato in Senato contro i cristiani,
di cui restano alcuni frammenti tramandati da Minucio Feli-
Le opere ce. Delle esercitazioni retoriche sono conservate, tra le al-
tre, l’Arion, antica favola di Arione, le Laudes neglegentiae
(Elogio della pigrizia), le Laudes fumi et pulveris (Elogio del
so i fumo e della polvere), di cui rimane la parte iniziale. I saggi
onces storici giuntici sono due: il De bello Parthico (La guerra con-
Titolo c tro i parti) e i Principia historiae, una premessa alla narra-
zione delle campagne militari di Lucio Vero contro i parti, in
cui egli enuncia le proprie idee sulla storiografia. La parte
più notevole della produzione di Frontone è composta dal-
le Epistole, indirizzate ad Antonino Pio, Marco Aurelio, Lu-
cio Vero, all’imperatrice Faustina e ad alcuni amici. Gli ar-
gomenti trattati riguardano in genere la retorica e la stilisti-
ca. Nei testi pervenuti Frontone mostra una fredda erudi-
zione, scarso interesse per temi morali, filosofici e politici,
Il culto della parola culto per l’artificio retorico e amore per uno stile puri-
stico, forgiato sull’esempio di Ennio, di Catone e di Sallu-
stio, in cui abbondano termini arcaici e raffinati.

Gellio
Aulo Gellio nacque intorno al 130 probabilmente a Roma, do-
ve studiò con i più celebri maestri del tempo, quali il gram-
matico Sulpicio Apollinare, i retori Tito Castrizio e Antonio Giu-
liano e il filosofo Favorino. Fu amico di Frontone di cui con-
Simpatie per la divise le simpatie per la letteratura latina arcaica. Soggiornò
letteratura latina ad Atene, dove conobbe il retore Erode Attico e il filosofo Tau-
arcaica ro. A Roma intraprese la carriera di giudice, dedicandosi nel
tempo libero agli studi. Incerta è la data della morte.
Le Noctes Atticae, Scrisse le Noctes Atticae (Le notti attiche), in 20 libri, di cui
opera asistematica sono andati perduti l’inizio della prefazione e il libro ottavo.
Il titolo allude alle lunghe serate invernali trascorse in Atti-
ca riordinando l’immenso materiale raccolto. L’opera è, in-
fatti, una miniera di notizie e di questioni tra le più di-
sparate, che spaziano dal diritto alla filosofia, dalla storia al-
l’arte, dalla geometria alla letteratura. Esse sono esposte
senza alcun ordine: “Ho seguito l’ordine fortuito in cui si
trovavano i miei appunti”, scrive nel proemio l’autore. Gel-
lio stesso dichiara anche di voler scrivere in una prosa non
Esposizione elaborata e senza pretese, ma il tono dell’esposizione è pia-
piacevole cevole ed è ravvivato da dialoghi, incontri, episodi spesso
238
2 - La prosa: Svetonio, Floro, Frontone, Gellio

immaginari. Sono soprattutto preziosi i cospicui frammenti


di testi letterari greci e latini – che altrimenti sarebbero an-
dati perduti – che Gellio ci ha trasmesso attraverso le nu-
merose citazioni.

SCHEMA RIASSUNTIVO
SVETONIO Gaio Svetonio Tranquillo (70/75 - 140/150) esercita la professione forense, di-
venta addetto alle biblioteche pubbliche e poi segretario di Adriano. Rimosso dal-
le sue funzioni nel 122, si ritira a vita privata, dedicandosi agli studi.
Le opere De viris illustribus, raccolta di vite di letterati divisa per generi della quale sono giun-
te 25 biografie di grammatici e retori. Pervenuta completa è l’opera De vita Caesa-
rum, 12 biografie di imperatori da Cesare a Domiziano, nelle quali Svetonio segue uno
schema costante. Nulla ci è rimasto delle sue opere di erudizione enciclopedica.
Svetonio non è uno storico, ma un serio raccoglitore di notizie riportate con obiet-
Il biografo tività, ma senza ordine cronologico, giudizi e analisi psicologiche. Preziose per la
ricchezza di informazioni, le biografie sono esposte con un linguaggio sobrio, es-

Titol
senziale e semplice.

FLORO (ca 80 - ca 140). Di origine africana, a Roma diviene amico di Adriano. Scrive l’E-

o
pitoma de Tito Livio bellorum omnium, un riassunto delle opere di Livio, da cui si
differenzia per l’impostazione e per lo spirito. Floro divide la storia in 4 età; l’o-

c
pera è un panegirico del popolo romano.

o n
FRONTONE Frontone (Cirta ca 100-Roma ca 170). Diviene il più celebre oratore di Roma. As-

c
sume l’incarico di precettore dei futuri imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. Ri-

esso
copre cariche importanti che culminano nel consolato. Della sua vasta produzio-
ne non rimangono che alcune esercitazioni retoriche, due saggi storici e le Epi-
stole. Frontone è un erudito cultore dell’artificio retorico e del purismo arcaiz-
zante.

GELLIO
in li
(Roma ca 130 - ?). Amico di Frontone, con cui divide le simpatie per la lettera-
tura arcaica, intraprende la carriera di giudice. Scrive le Noctes Atticae, fonte di
ce
notizie di vario genere esposte senza ordine, ma di piacevole di lettura.
n za
ora ad
follin
a , 8 451

239
5,
3 Apuleio
La curiosa e versatile personalità di Apuleio domina la seconda metà del
II secolo, rivelandosi il più autentico interprete dei gusti e delle nuove tendenze
mistico-religiose. Oratore, filosofo, scienziato, conferenziere, egli scrive l’unico
vero e proprio romanzo della letteratura latina che sia pervenuto integro.

La vita
L’origine africana Il prenome di Apuleio è ignoto; quello di Lucio, traman-
dato dai codici antichi, è verosimilmente derivato dal no-
me del protagonista del suo romanzo. Nacque intorno al
125 a Madaura in Numidia (l’odierna Algeria) da una fa-
miglia agiata che gli permise di trasferirsi prima a Cartagi-
Gli studi ne, per seguire gli studi di grammatica e di retorica, e poi
za licen ad Atene, dove si dedicò all’eloquenza e all’approfondi-
s s o i n mento degli studi filosofici. Avido di sapere, si interessò
e anche di scienze naturali, geometria, astronomia, medici-
nc co
Titolo
na e musica, si vantò infatti di essersi dedicato alle disci-
pline di tutte le Muse. Fu attratto dalle dottrine religiose e
venne iniziato ai misteri di Dioniso, di Iside e di altre divi-
nità. Viaggiatore instancabile (disse di sé viae cupidus et
peregrinationes cupiens, avido di viaggiare e desideroso
di peregrinare), fu a Roma e in molte altre località dell’O-
riente, acquistando la fama di grande conferenziere.

■ Il matrimonio e il processo
Tornato in Africa e stabilitosi a Cartagine, durante un viag-
gio verso Alessandria si fermò a Oea (l’odierna Tripoli), do-
ve fu ospite di Ponziano, suo compagno di studi ad Atene.
Qui, nel 155, si colloca l’episodio più rilevante e più ricco
Il matrimonio di conseguenze della sua vita: il matrimonio con Puden-
tilla, ricchissima vedova madre dell’amico. Dopo tre anni,
infatti, i parenti della donna accusarono Apuleio di aver pla-
giato e sedotto Pudentilla con filtri malefici (mala medi-
camenta) e formule magiche (magici sussurri) e dell’o-
Accusato di magia micidio dello stesso Ponziano. Il processo per il reato di
magia fu tenuto a Sabrata davanti al proconsole romano
Claudio Massimo. Apuleio smontò le accuse mossegli, di-
mostrandone l’inconsistenza, con una difesa tanto artico-
lata e argomentata da mettere in luce non solo la sua vasta
e brillante cultura, ma anche la meschinità e l’ignoranza de-
gli accusatori, come testimonia il testo giunto dell’Apolo-
gia. In seguito Apuleio tornò a Cartagine, dove esercitò
240
3 - Apuleio

la professione forense, quelle di medico, bibliotecario e


conferenziere. Non si sa dove né quando morì, probabil-
mente a Cartagine verso la fine del principato di Marco Au-
relio.

Le opere
Della vasta produzione di Apuleio in prosa e in poesia, in Vasta produzione
Tit
latino e in greco, sono pervenute le opere più significative: letteraria
i trattati filosofici De Platone et eius dogmate, De deo So-
olo
cratis, De mundo; l’antologia Flòrida, l’orazione l’Apologia
co
e il romanzo Metamorphoseon libri. Delle opere perdute si
nc
posseggono alcuni titoli: Naturales quaestiones, Ludiera,
es
Quaestiones conviviales, De re rustica, De arboribus, Car-
so
mina amatoria, una traduzione del Fedone di Platone, tra-
i mandati dallo stesso Apuleio o da altri autori antichi, quali
Cassiodoro, Carisio, Microbio e Fulgenzio. Sono la testimo-
nianza della molteplicità degli interessi dello scrittore, che Molteplicità
andavano dall’astronomia all’agricoltura, dalla filosofia alla di interessi
medicina, dall’aritmetica alla poesia e alla musica.

Il filosofo
Apuleio fu un seguace della corrente del platonismo che “Filosofo platonico”
univa le idee di Platone con le dottrine mistico-religiose
provenienti dall’Oriente; non fu un vero e proprio filo-
sofo, un pensatore razionalista, bensì piuttosto un divul-
gatore di cultura. Il più significativo dei suoi scritti filoso-
fici è il De deo Socratis (Il demone di Socrate), un tratta- De deo Socratis
to tripartito sulla dottrina dei demoni, originale disserta-
zione su una realtà popolata di forze misteriose. Nella pri-
ma sezione sono esaminati i mondi degli dei e degli uomi-
ni, nella seconda si precisa la posizione dei demoni come
intermediari tra i due mondi, la terza è dedicata al demo-
ne di Socrate, voce interiore che spinge il saggio a ricerca-
re la verità. Il De mundo (Il mondo), trattato sulla teolo-
gia cosmica, nonostante una certa pretesa, è solo un af-
frettato e non molto curato rifacimento di un omonimo
scritto pseudoaristotelico. Il De Platone et eius dogmate De Platone et eius
(Platone e la sua dottrina), in due libri, riassume le teorie dogmate
platoniche di filosofia naturale ed etica, basandosi soprat-
tutto su tarde elaborazioni del pensiero del filosofo greco.

L’oratore
I Flòrida (Florilegio) sono una breve antologia di 23 passi Flòrida
241
3 - Apuleio

scelti, tratti da sue conferenze e suoi discorsi raccolti, da un


ignoto compilatore, in 4 libri. Gli argomenti trattati sono
vari e mostrano la raffinata abilità dello scrittore nel narrare
con vivaci e talora fantastiche descrizioni temi di natura fi-
losofica, aneddotica e mitologica: i ginnosofisti e le meravi-
glie dell’India, l’elogio del pappagallo, Apollo e Marsia, un
viaggio di Pitagora, il confronto tra la sua versatilità e l’inge-
gno del sofista Appia.
Apologia L’Apologia, o Apulei Platonici pro se de magia liber, è un’o-
pera per noi molto importante, perché è l’unico esempio
pervenuto di oratoria giudiziaria di età imperiale. Essa è
Riassunto dell’opera una rielaborazione letteraria posteriore – le varie digressio-
ni non sono adatte infatti a una orazione giudiziaria – ma fe-
dele alle argomentazioni sostenute in tribunale nel proces-
so per magia. Apuleio dapprima confuta le accuse minori, ri-
cavate dalla sua persona e dalla sua vita privata, come quel-
la di essere troppo bello per essere un filosofo, di lavarsi i
denti con una pasta dentifricia, di possedere uno specchio,
di aver scritto versi d’amore per due giovinetti. Passa poi a
Apuleio “mago” difendersi dall’accusa principale di essere un mago per aver
creato filtri magici, per possedere uno scheletro che non è
altro che una statuetta di Mercurio. Ricostruisce la sua vita
dall’arrivo a Oea, sostenendo che era stato l’amico Ponzia-
no a spingerlo al matrimonio con la madre, che non era po-
vero, che non aveva toccato la dote della moglie, la quale,
anzi, aveva nominato erede nel testamento il figlio Pudente.
Rielaborazione del L’orazione è una rielaborazione personale ed erudita del Tito
modello retorico modello retorico ciceroniano. Il linguaggio vivace, pieno
ciceroniano di arcaismi, neologismi, volgarismi, sostiene una trattazio-
ne brillante, ironica e scanzonata, in cui mette in ridicolo
i suoi avversari ed esalta la sua condizione di filosofo, di
scienziato naturale e la sua iniziazione ai misteri dei culti
orientali. Il fatto curioso è che Apuleio nega l’accusa di ma-
gia solo in modo indiretto e mai decisamente, cosicché non
riesce a dissipare del tutto il sospetto, tanto che nelle epo-
che successive conservò la fama di mago.

Le Metamorfosi o L’asino d’oro


Apuleio e il romanzo Le Metamorfosi (Metamorphoseon libri) sono un’opera
singolare in 11 libri, capolavoro di Apuleio, l’unico roman-
zo della letteratura latina giunto completo. Presumibilmen-
te esso fu scritto a Cartagine durante la maturità, dopo il pro-
cesso per magia; era noto già al tempo di Agostino con il ti-
tolo L’asino d’oro, con il quale fu tramandato nel Medioevo
e nel Rinascimento. All’inizio Apuleio precisa che l’opera ha
242
3 - Apuleio

in Grecia la sua origine e che si ispira alle Fabulae Mile- Le Fabulae Milesiae
siae, novelle di contenuto erotico ordinate da Aristide di
Mileto (II secolo a.C.) e tradotte in latino da Cornelio Si-
senna; poiché non ci sono giunte, né l’originale né la tra-
duzione, non si sa quale rapporto intercorra tra esse e il ro-
manzo di Apuleio. Le Metamorfosi, poi, sono affini come Le fonti delle
contenuto a Lucio o l’asino, scritto molto più breve che ci Metamorfosi
è pervenuto con le opere del contemporaneo greco Lucia-
no di Samosata, che la critica ritiene apocrifo. È una que-
stione tuttora aperta se Apuleio si sia servito come fonte del-
lo pseudo-Luciano, e per quali parti, o se ambedue le ope-
re derivino da un perduto romanzo dello scrittore greco Lu-
cio da Patrasso, come sostiene il patriarca di Costantinopo-
c onc
Titolo
li, Fozio (IX secolo).

■ Caratteristiche del romanzo


Nelle Metamorfosi fantastiche avventure, amori sensuali e Le Metamorfosi
osceni, bellissime fanciulle e briganti truci, prodigi e ma- come racconto
gie, fiabe soavi e particolari raccapriccianti e scabrosi, mi- esemplare
seria e ricchezza si fondono in un quadro mirabile. Lucio,
narratore in prima persona, è lo spettatore muto di un mon- Una fotografia
do realistico e vivo, sensuale e cosmopolita, colorito e raf- realistica
finato, materialista e spiritualeggiante che è quello della so-
cietà a lui contemporanea. “Stai attento, lettore, ti diverti-
rai”, dice all’inizio Apuleio e l’autore infatti si abbandona con
compiacimento alla fantasia più sfrenata, alla gioia del nar- Gioia del narrare
rare per il narrare. A questa chiave di lettura di tipo fiabe- per narrare
sco e popolare, se ne aggiunge un’altra simbolica e mistica,
in cui il racconto ha valore di ammaestramento: il protago-
nista è coinvolto in vicende nel corso di un vero e proprio
“attraversamento degli Inferi”, durante il quale tocca il fon- Novella popolare
do dell’avvilimento fisico e morale per raggiungere, riac- e racconto
quistando la forma umana, una profonda e intensa tra- mistico-simbolico
sformazione interiore.

Lo stile e la fortuna di Apuleio


Al di là dei significati simbolici o della possibile lettura au-
tobiografica attraverso l’identificazione della curiosità di Lu-
cio con la sete di sapere di Apuleio, l’opera è particolarmente
felice per la vivace fantasia e per la freschezza narrativa che Vivace fantasia e
sa alternare con ritmo incalzante i più diversi generi lette- freschezza narrativa
rari. Pienamente in possesso delle regole della nuova reto-
rica, le utilizza con grande perizia: ritmo, allitterazioni, omo-
teleuti, assonanze, rime, antitesi, giochi di parole e altre ri-
cercatezze rendono interessante la lettura. È uno stile per-
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3 - Apuleio

RIASSUNTO DELLE METAMORFOSI


Il protagonista narratore, Lucio, giovane sivo, infatti, Lucio partecipa alla proces-
colto e spensierato, durante un viaggio in sione in onore di Iside e il sacerdote, su
Tessaglia, ascolta da due viandanti una te- ispirazione della stessa dea, offre all’asi-
nebrosa storia di streghe. Curioso di co- no delle rose: Lucio le mangia e riacqui-
noscere i misteri delle arti magiche, rag- sta il suo aspetto originario. Il sacerdote

Tito
giunge la città di Ipota, dove Panfila, mo- gli spiega poi il significato delle meta-
glie del suo ospite, ha fama di strega, ca- morfosi: vittima della superstizione e del-
pace anche di trasformare i propri aman- la lussuria, attraverso infinite avventure,

lo
ti in animali e in pietre. Durante un ban- egli si è purificato. Lucio, seguendo il vo-
chetto ascolta un’altra storia di magia e, lere della dea, rimane nel tempio e viene

co
sempre più desideroso di penetrarne i se- iniziato ai misteri sacri. In seguito, sempre
greti, assiste di nascosto alla trasforma- su ispirazione di Iside, si reca a Roma e

nce
zione di Panfila in gufo. Nell’intento di imi- viene iniziato ai misteri di Osiride. Ottie-
tarla, con la complicità dell’ancella Foti- ne lauti compensi come avvocato e, infi-

ss
de, si spalma con un unguento, ma sba- ne, diviene pastoforo, cioè portatore del-
glia vasetto e si trasforma in asino, con- l’immagine del dio nelle processioni. Nel-

o
servando tuttavia la ragione umana. Foti- la narrazione sono inserite numerose av-
de lo rassicura che riprenderà il suo venture con altri protagonisti e novelle,

in
aspetto se mangerà delle rose. Ma que- ora tragiche ora comiche ora epiche. La

l
sto non si avvera e hanno inizio le ro- più celebre, sia per la posizione, sia per

i c
cambolesche e tragicomiche avventure la lunghezza, sia per il significato allego-

en
di Lucio-asino. Cade in mano a feroci pre- rico, è la favola di Amore e Psiche. Psiche,
doni, aiuta la bella Carite, una fanciulla da figlia di un re, per la sua bellezza suscita
za
loro rapita, a liberarsi e a sposarsi, viene la gelosia di Venere e viene condannata
venduto a sacerdoti degenerati della dea a essere esposta su un’alta rupe, per di-
ad

Siria. Passa quindi al servizio di un mu- ventare la sposa di un mostro, di cui han-
gnaio, di un ortolano, di un pasticcere e no paura gli uomini e gli stessi dei. Amo-
di un cuoco, questi ultimi due schiavi di re, figlio di Venere, si innamora di lei e la
or

un potentissimo signore che, scoperte le fa portare da un soave vento nel suo pa-
a

sue eccezionali qualità, lo tratta come un lazzo incantato. Si reca da lei nel buio del-
ospite di riguardo. Lucio si esibisce in la notte e la fa sua; lei non dotrà mai ve-
folli

pubblico e ha persino un’avventura amo- derlo in viso, pena terribili sciagure. Psi-
rosa con una matrona innamorata di lui; che, spinta dalle sorelle, con una lampa-
na

viene condotto al teatro di Corinto per ac- da illumina le fattezze di Amore dor-
coppiarsi con una donna condannata per miente, che lei credeva un mostro: il bel-
,8

assassinio. Riesce a fuggire e giunge a lissimo dio fugge via e Psiche erra invano
Cencrea, nel golfo di Salonicco. Dopo una alla sua ricerca. Per poterlo riavere, deve
451

preghiera alla dea Iside, la dea, apparsa- superare terribili prove impostele da Ve-
gli in sogno, gli preannuncia il suo ritorno nere. Alla fine Amore corre in suo aiuto,
alle sembianze umane. Il giorno succes- ottiene per lei l’immortalità e la sposa.
5 , ord

Stile personale sonalissimo e originalissimo, caratterizzato da un vocabo-


e originale lario enormemente ricco di arcaismi e di tonalità arcaiciz-
ine

zanti, di neologismi, di parole gergali della lingua popolare


e di termini tecnici e poetici: ora è un linguaggio alto ed en-
fatico, ora triviale e realistico. Apuleio è abilissimo a mesco-
Is

lare i toni espressivi e si allontana sia dal classicismo sin-


t i t ut

244
oG
za
3 - Apuleio

e n
lic
tattico severo di Cicerone sia dall’incisiva brevità di Sallustio
o di Tacito e adotta una struttura più duttile.
in
Apuleio ebbe, già pre