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II CONVEGNO TEMATICO DI BIOLOGIA E BIOTECNOLOGIE PER I BENI CULTURALI

BIOLOGIA E ARCHEOBIOLOGIA
dalla Conoscenza alla Conservazione Preventiva
19-21 marzo 2015, Palermo

OPERE D’ARTE IN TARTARUGA DAI NATURALIA AL RESTAURO:


NUOVE PROPOSTE PER LA REINTEGRAZIONE DELLE SUPERFICI
M. Sebastianelli1, M. Orlando2, M. Bruno3, M. Vitella4

Museo Diocesano di Palermo – Università degli Studi di Palermo, Laboratorio di restauro, maurosebastianelli@hotmail.com
1

2
Università degli Studi di Palermo
3
Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche (STEBICEF), Scuola delle Scienze di Base e Applicate, Università degli Studi di Palermo
4
Dipartimento di Culture e Società, Scuola delle scienze umane e del patrimonio culturale, Università degli Studi di Palermo

LA RICERCA

La tartaruga è un materiale naturale molto prezioso il quale è stato diffusamente impiegato come elemento costitutivo strutturale o finitura ornamentale nella manifattura di arredi di lusso e altre tipologie di oggetti d’arte decorativa. A partire dagli anni 1580-
1600 fu infatti utilizzata come rivestimento di pregio, trovando i primi centri di produzione nei paesi tedeschi e precisamente ad Augusta in Baviera e ad Anversa nelle Fiandre. In Italia l’affermazione della tartaruga fu determinata dalla presenza sia degli ebanisti
nordici sia delle opere direttamente importate. Nel Meridione, tra la metà del XVI e il XVIII secolo il dominio spagnolo, in continuo scambio con il resto d’Europa sul piano socio-economico e culturale, contribuì fortemente all’importazione e alla produzione
di manufatti artistici in tartaruga quali cornici e arredi sacri. Straordinari esempi di stipi monetieri, cofani da viaggio, leggii, scarabattole e cornici di manifattura locale si ritrovano a Palermo e a Trapani, in particolare alle gallerie regionali di Palazzo Abatellis e
Palazzo Mirto nonché presso il Palazzo Arcivescovile e il Museo Diocesano del capoluogo siciliano (Figg. 1-3).
Dal punto di vista biologico la tartaruga può essere definita come la sostanza cornea che ricopre la parte dorsale (scudo o carapace) e quella ventrale piatta ossea (piastrone) di molte testuggini; sul piano chimico quella naturale, che al microscopio rivela una
struttura variegata con numerose particelle sferiche, è composta principalmente da cheratina, contenente carbonio al 55%, ossigeno, idrogeno, azoto e zolfo, con densità pari a 1,29, indice di rifrazione intorno a 1,55-1,56 e durezza di circa 2,5 della scala Mohs.
Il carapace e il piastrone sono legati allo scheletro e sono tipicamente formati da serie di piastre; in particolare le tredici piastre della parte dorsale denominate il cuore presentano le migliori macchiature e quindi il maggiore valore sul piano artistico. Le specie
da cui venivano ottenute le tartarughe più pregiate sono quelle marine e più specificatamente la Chelonia imbricata, la Chelone mydas o tartaruga verde e la Caretta caretta (Figg. 4-6).
Il processo di lavorazione della tartaruga cominciava con la scomposizione dell’intera corazza e la suddivisione delle due parti principali in placche, a loro volta sfaldate in scaglie; si procedeva poi con la cernita di quelle utili ai fini artistici in base alla trasparenza,
alla bellezza e alle singole macchie (Fig. 7). La cromia e la qualità del foglio dipendevano quindi dalla parte della corazza da cui erano selezionate le scaglie: la varietà più pregiata era la tartaruga bionda, trasparente e dorata, seguita da quelle semibionda, passa,
jaspé e nera. Una volta selezionate, raschiate e pulite le scaglie, la lavorazione prevedeva poi la saldatura delle stesse, ottenuta per sovrapposizione tramite il potere adesivo del materiale, fino a ricavare uno strato da sottoporre a leggera pressione, con apporto di
umidità e calore. Per la rifinitura delle imperfezioni e il ripristino dello spessore desiderato le fonti distinguono la tartaruga tirata a mano, in cui il pezzo è inciso secondo un disegno prestabilito, da quella schiacciata, dove schegge e disomogeneità sono inglobate
nel materiale in un processo di curvatura e sagomatura a caldo (Figg. 8-9). La lavorazione procedeva con la pulitura dei pezzi e l’eventuale applicazione di elementi in materiale prezioso tramite apporto di calore e pressione. La superficie interna infine poteva
essere tinta con toni dal rosso al nero, oppure supportata da fogli di carta colorata o lamine metalliche per esaltare le sfumature naturali della tartaruga e conferire maggiore luminosità (Fig. 10).
Dal punto di vista conservativo le principali forme di degrado sono correlate alla naturale alterazione del materiale, alle tecniche di lavorazione, alla messa in opera e alla destinazione d’uso. Il deterioramento è quindi originato da cause di tipo meccanico nella
fase di adattamento a nuovi vincoli, chimico-fisico in risposta alle variazioni termoigrometriche e agli agenti esterni (lesioni, incrinature, sconnessure, lacune, alterazioni cromatiche), biologico a causa dei biodeteriogeni e soprattutto delle larve di insetti di
Dermestidae, genere Attagenus sp. (fori di sfarfallamento, gallerie, erosioni, mutamenti della colorazione), antropico per incuria, danni accidentali e restauri precedenti (abrasioni, graffi, distacchi, depositi superficiali) (Fig. 11).

LA SPERIMENTAZIONE

La fase sperimentale dello studio ha avuto come obiettivo la ricerca di una soluzione concreta e operativa alla principale problematica da affrontare per la conservazione dei manufatti in tartaruga: la reintegrazione delle mancanze e delle lacune attraverso materiali
e metodi conformi ai principi scientifici del restauro moderno. Dal momento che le varie specie di tartaruga sono protette dall’UE e che il carapace non è più un materiale reperibile, la sperimentazione ha quindi mirato allo studio di sistemi alternativi ai metodi
antichi, basati sull’applicazione di elementi sostitutivi, mediante la realizzazione di lastre sottili ad imitazione di quelle naturali composte esclusivamente da prodotti sintetici.
Per la produzione in laboratorio delle nuove superfici sono stati selezionati materiali già in uso nell’ambito del restauro delle opere d’arte tra quelli caratterizzati da ridotti livelli di tossicità, allo scopo di realizzare delle lastre sintetiche riconoscibili, reversibili e
compatibili dal punto di vista sia chimico-fisico che estetico con i rivestimenti originali. I modelli per la reintegrazione della tartaruga sono stati eseguiti attraverso la sovrapposizione di numerosi strati di diversi materiali fino all’ottenimento di un “sandwich”
flessibile, adatto ad essere tagliato e sagomato con precisione e quindi inserito in aree ben definite (Figg. 12-14). Lo studio ha poi previsto la realizzazione di specifiche indagini scientifiche per il controllo e la verifica di efficacia delle lamine sintetiche sottoponendo
i campioni sperimentali a test di invecchiamento artificiale e prove di resistenza meccanica. Infine la ricerca ha reso possibile una prima applicazione delle nuove lastre sottili ad imitazione del carapace naturale su una novecentesca cornice lignea con rivestimenti
in tartaruga appartenente ad una collezione privata di Palermo.

Le lastre L’analisi dinamico-meccanica (DMA)


Strato A: strato di base con resina epossidica stesa su un foglio di PET, polietilene tereftalato mono siliconato trasparente. Per le indagini scientifiche sono stati selezionati tre campioni sperimentali da sottoporre a prove di trazione al fine di
Strato B: film pittorico ottenuto con stesure di colore a vernice applicate a imitazione delle sfumature tipiche della tartaruga verificarne la resistenza meccanica (Fig. 15). Dalla misurazione del modulo di Young e del carico di rottura è emerso un
naturale; per la sperimentazione si sono prodotti diversi campioni con dimensioni pari a 1,2 x 6 cm. comportamento differente dei tre provini: il sistema invecchiato si presenta leggermente più rigido e meno deformabile
Strato C: strato uniforme di resine naturali, gommalacca e colofonia, al fine di riprodurre la tonalità di fondo. rispetto al corrispondente campione non sottoposto ad invecchiamento artificiale; inoltre per raggiungere la stessa capacità
Strato D: foglia metallica d’argento applicata sullo strato di resine naturali le cui proprietà adesive ne assicurano l’incollaggio. di flettersi il modello sintetico dovrebbe essere più spesso di quattro volte rispetto alla tartaruga naturale; per determinarne
Strato E: stesura a pennello della resina acrilica Paraloid B72 disciolta in acetone alla concentrazione del 10% con funzione la deformazione quest’ultima richiede quindi una forza maggiore di quella necessaria per la lastra sintetica che, avendo
protettiva; la superficie garantisce inoltre la reversibilità dell’intervento. minore resistenza meccanica, riduce il rischio di tensioni potenzialmente dannose per il materiale originale (Fig. 16).

DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA

Figg. 1-3 Esempi di utilizzo della tartaruga per la manifatura di arredi di lusso, come gli stipi monetieri, o per la realizzazione di svariate tipologie di oggetti
d’arte decorativa di destinazione sia sacra che profana, quali leggii e cornici, eseguiti da maestranze meridionali tra il XVII e il XIX secolo. Gli esempi Fig. 12 Rappresentazione schematica del modello sintetico di tartaruga.
illustrati mostrano l’applicazione della tartaruga in combinazione con materiali preziosi come legni pregati (ebano), madreperla, argento e avorio.

Fig. 13 Sequenza di campioni sperimentali che mostra le diverse fasi della Fig. 14 Campioni di resina dopo l’applicazione
Fig. 4 G. Caldesi, Osservazioni anatomiche intorno alle Tartarughe Marittime, d’Acqua dolce, e Terrestri, stesura del film pittorico tramite velature di colori a vernice applicati sulla della foglia d’argento.
Firenze 1687, tav. 1. superficie in resina ad imitazione delle sfumature della tartaruga naturale.
Fig. 5 Rappresentazione schematica del piastrone e del carapace di un chelone.
Fig. 6 Esemplare di Chelonia imbricata.

Fig. 15 Per le prove scientifiche sono stati selezionati tre campioni


delle seguenti dimensioni: 16 mm di lunghezza; 2 mm di larghezza;
0,3 mm di spessore. L’immagine mostra la misurazione dello spessore
dei provini realizzati mediante un calibro millesimale. Le lastre inoltre
risultano così formate:
campione 1: lastra di resina sintetica composta dagli strati A-B-C-D.
campione 2: analoga lastra precedentemente sottoposta a
fotoinvecchiamento mediante esposizione ai raggi UV all’interno di
una camera chiusa per un intervallo di tempo di tre mesi con parametri
costanti e valori di 22 ºC per la temperatura e 55% per l’umidità relativa.
campione 3: frammento di lastra di tartaruga naturale.

Fig. 7 Nomenclatura delle placche dorsali di tartaruga secondo il gergo impiegato dagli artigiani: a, schiene;
b-c, ali; d-e-f-g, pale; h-i, quadrelli; l, unghie. Fig. 16 Curve stress/strain dell’analisi
Fig. 8 Gusci di carapace di Chelonia imbricata allo stato grezzo e dopo l’operazione di raschiatura. DMA che mostrano l’andamento
Fig. 9 Particolare di un cofanetto con disegno in rilievo realizzato con la tartaruga. dello stress, ovvero la forza applicata
al campione (rettificata per la sua
geometria), in funzione della variazione
percentuale della sua lunghezza, strain.
Il campione 2 presenta un modulo
Fig. 10 Particolare della lastra di tartaruga di uno di Young di 656 MPa inferiore a
stipo monetiere conservato presso la Galleria quello del campione 1 e un carico
Inerdisciplinare Regionale della Sicilia - Palazzo di rottura superiore di 5,2 MPa; il
Mirto di Palermo: è possibile osservare le linee di valore percentuale della deformazione
giunzione della foglia metallica. massima è diminuito dello 0,0003%.
Fig. 11 Larva di un esemplare di insetto della La curva del campione 3 mostra invece
famiglia delle Dermestidae. Osservazione al un modulo di Young pari a 3098 MPa,
microscopio digitale con ingrandimento 40 x. un carico di rottura di 28,4 MPa e una
deformazione massima dell’1%.

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