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Modulo 5

Il pomerio: tra mito, realtà e manipolazione storiografica

Antiquissimum autem pomerium, quod a Romulo institutum est, Palatini


montis radicibus terminabatur
(Messalla, Gell., N.A., XIII, 14, 2)

La narrativa sul mito fondativo di Roma è popolata da ritualità la cui sopravvivenza è stata a lungo
ricondotta all’integrità del mos maiorum: un apparato di tradizioni, riti e gestualità fittamente
narrate e tessute coi fili della coerenza e della razionalizzazione. Il pomerium viene tipicamente
presentato come una linea di demarcazione adottata all’atto di fondazione della città per indicare il
confine sacro e inviolabile delimitante il territorio dedicato alle abitazioni dei vivi. La manualistica
scolastica accoglie ormai con regolarità la definizione, la geografia e la storia del pomerium romano
consolidando così un’idea, tuttora non scalfita, che tale demarcazione sia da attribuire all’epoca
romulea e, quindi, al mito primigenio della fondazione dell’Urbe.
Invero l’argomento assume caratteristiche ben diverse e molto meno stabili andando a confrontare
le fonti antiche. Esse appaiono innanzitutto esigue e, in parte, contraddittorie, ma non per questo
poco eloquenti. Benché l’estesa quantità di notizie sulla costruzione delle mura e sulla definizione
degli spazi intra urbem ed extra urbem, il dibattito sull’etimologia del pomerium pare non risalire
oltre gli scritti di Varrone. Varrebbe la pena ipotizzare allora che o l’interdipendenza tra il pomerio
e le mura fosse già acquisita, oppure, ed è il caso di vagliare quest’ultima, che tale associazione si
debba far risalire proprio a quel periodo1.
Innanzitutto i due elementi (le mura e il pomerio) sono accomunati dalla condivisione del rito del
sulcus primigenius il quale ha dato adito a una sovrapposizione tra i due; pertanto le celebri mura
apparse nel IV sec. a.C dovevano apparire agli osservatori dell’epoca come il pomerio della città e,
inoltre, come il pomerio dello stesso re che le aveva ordinate: Servio Tullio 2. È tuttavia opportuno
osservare come attorno alla figura del re etrusco convergano molti elementi che andranno poi a
costituire e a legittimare veri e propri poteri, come il diritto del sovrano di poter allargare i confini
del confine sacro (ius proferendi pomerii) e che quindi sia possibile attribuire a Servio Tullio un
tentativo di retrodatazione artificiosa dell’istituto in esame.

1 G. DE SANCTIS in Solco, 512, sostiene che la definizione varroniana pare unire le nozioni di solco e di
pomerio, piuttosto che distinguerla da altre.
2 È bene notare in questa sede che il sulcus primigenius e il pomerium non sono la stessa cosa; infatti il
pomerio non è mai definito rispetto al solco originario, ma sempre rispetto alla cinta muraria di riferimento.
È quest’ultima, invece, ad essere tracciata sulla base del solco il quale ne stabilisce anche gli accessi e i
varchi nei suoi punti di interruzione. Il pomerium, al contrario, corrisponde a una linea continua,
distinguendosi pertanto dal tracciato del solco primigenius.
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Quello che è accaduto, con una discreta probabilità, è che durante il regno del sovrano etrusco si
fosse imbastito un processo di retrodatazione del pomerium fino alla figura di Romolo e che, quindi,
l’allargamento della cinta muraria nel IV sec a. C. si configurasse come un “semplice” allargamento
ad opera del re, da cui l’attribuzione di un vero e proprio ius. L’associazione delle Mura serviane
all’istituto del pomerio troverebbero inoltre nella ricostruzione para-etimologia di quest’ultimo la
propria spiegazione3.
A tale ipotesi è possibile aggiungere dunque che il pomerio di Servio Tullio sia il risultato di un
trasferimento di attribuzione compiuto a danno di Tarquinio Prisco a cui, invece, andrebbe ascritta
l’introduzione della prima forma di pomerio quale rituale squisitamente etrusco. Durante il governo
di Tarquinio Prisco, primo re della dinastia etrusca, vennero istituite a Roma alcune formule,
cerimonie e costruzioni dal forte valore simbolico e dai forti legami con la cultura etrusca di
origine. Tra queste si distinguono: la pompa trionfale, processione rituale legata ai riti di passaggio
e alla purificazione, la fondazione del tempio capitolino di Giove Ottimo Massimo, le opere di
bonifica delle zone paludose nel Foro, infine la prima costruzione di una cinta muraria in pietra 4. Le
opere appena ricordate partecipano tutte al progetto, a quanto pare evidente, di “rifondazione” di
Roma e del suo apparato ritualistico; non da ultimo lo stesso intervento in campo politico sulla
(re)introduzione della “costituzione” romulea pone Tarquinio Prisco in una posizione peculiare nei
confronti dell’identità di Roma5. Si può allora ipotizzare invero, grazie anche alla conferma
archeologica, che l’introduzione del pomerium e il relativo processo di retrodatazione sia da
attribuire al re di stirpe etrusca.
La tradizione antiquaria successiva recepì e codificò il percorso del pomerio romuleo disponendolo
attorno e ai piedi del colle Palatino. Fonti eminenti come quelle di Tacito, infatti, trovano riscontro
nella tradizione augurale di Messalla e di Varrone6.
In particolare quest’ultimo, dal quale potrebbe poi dipendere Claudio secondo l’interpretazione del
Levick, racconta dell’esistenza di cippi pomeriali e offre una ricostruzione para-etimologica che in
questa sede si cercherà di analizzare per confrontarla con l’assunto di partenza. Nel De Lingua
Latina l’autore romano racconta che cippi pomeri stant et circum Ariciam et circ[o]um Romam,
lasciando poco spazio all’immaginazione. Tale osservazione dunque ci permette di affermare che
tra il 47 e il 44 a.C. nella città di Roma si potevano scorgere dei cippi pomeriali i quali, secondo
l’ipotesi che stiamo seguendo, sarebbero da attribuire all’epoca silliana 7. Del resto le fonti letterarie

3 Per Varrone il termine derivava da post murum, per Messalla pone murum, per Valerio Flacco postmirium.
4 Liv. I, 38, 6; Dionys. III, 67, 4, Strabo, v, 3,7.
5 MARASTONI, Servio Tullio, 162 e n. 60
6 Gell., N.A., XIII, 14, 2
7 Se si accetta A. Maccari in Quid sit Pomerium, 320-322 secondo cui la prolatio del pomerio in epoca
cesariana non ebbe luogo.
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che ne danno notizia appaiono essere così unanimi che sarebbe difficile, o quantomeno insensato,
ritenere il contrario.
Stando alle parole di Messalla, benché non siano esenti da qualche ambiguità 8, traspare un esplicito
intervento del dittatore nel campo del diritto augurale. Lo ius proferendi pomerii, teorizzato nel
momento in cui l’annalistica si era prodigata a retrodatare al tempo di Romolo l’istituzione del
pomerio romano per poter così trasformare l’intervento di Servio Tullio in una prolatio, si applicò
anche in questa circostanza, conferendo pertanto un forte segnale di continuità rispetto al mos
maiorum, oppure di innovazione se tale tradizione appariva ancora incerta e non stabile9.
La prolatio silliana aveva dunque come unico precedente quella del re etrusco Servio Tullio, il cui
pomerio doveva coincidere, come abbiamo visto, con l’omonima cinta muraria. Pertanto
l’estensione di epoca silliana coincideva, nuovamente, con la nuova estensione muraria ad
esclusione, come riporta Messalla, dell’Aventino 10. Pare andare in questa direzione anche la
datazione della pretura di Lucio Sentio e la promulgazione di un particolare divieto il cui testo
riporta: L(ucius) Sentius C(ai) f(ilus) pr(aetor?) de sen(atus) sent(entia) loca /terminanda coer(avit)
/b(onum ) factun) nei quis intra / terminos propius / urbem ustrinam / fecisse velit nive / stercus
cadaver / iniecis(s)e velit11. Secondo l’interpretazione di L. Richardson jr. i cippi pomeriali silliani
sarebbero identificabili come i termini posti dal pretore Lucio Sentio nel suo divieto12.
Nel quadro finora tratteggiato è bene includere anche il fattore etimologico e ciò che potrebbe
contribuire a definire con maggior nitidezza la questione del pomerio romano. Stando alla
ricostruzione para-etimologica condotta da Varrone13 se ne ricava che per l’autore il pomerium
giacesse esternamente alle mura, dando vita a una topografia coerente con quanto riportato da
Messalla e, in parte, Livio 14. Il gioco di prospettive potrebbe trarre in inganno ad una prima lettura,
tuttavia se si considerano le espressioni porticus post scaenam o pone scaenam in riferimento alle
caratteristiche di alcuni teatri, si può risalire con certezza al fatto che il punto di vista privilegiato
fosse quello interno15.

8 Gell., N.A., XIII, 14, 4: Sulla qui proferundi pomerii titulum quaesivit
9 Cfr. l’ipotesi avanzata da S. Marastoni in Servio Tullio, 189-190.
10 Sull’esclusione dell’Aventino una recente ipotesi vedrebbe nell’impronta aristocratica la volontà esplicita
di escludere la plebe dalla costruzione della tradizione urbana, come evidenziato da Seneca nel De Brevitate
Vitae, XIII, 8. Cfr. A. Maccari, Quid sit Pomerium.
11 I.L.L.R.P., 485
12 MARASTONI 2009, pp. 189-190
13 Varr.,L.l, V, 143: Terram unde exculpserant, fossam vocabant et introrsum iactam murum. Post ea qui
fiebat orbis, urbis principium; qui quod erat post murun, postmoerium dictum, † eiusque auspicia urbana
finntur. Cippi pomeri stant et circum Ariciam*? et circ[o ]um Romam.
14 Per Livio il pomerium corrispondeva a un’area individuata sia all’interno che all’esterno delle mura
difensive (Liv., I, 44, 3). Non a caso, nei passi successivi, proporrà una definizione più coerente con la sua
interpretazione: circamoerium.
15 Si ricorda qui che Messalla in Gell., N.A., XIII, 14, 1 definisce il pomerio pone muros.
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Al termine dell’analisi fin qui condotta si può concludere che il pomerium, e l’intero apparato
giuridico e ritualistico, sia andato incontro a un processo di razionalizzazione e retrodatazione
artificiosa. L’esito di questa operazione speculativa ha indotto a ritenere che il pomerio e le mura
fossero naturalmente connesse, il che avrebbe permesso di legittimare il rito etrusco del sulcus
primigenius già conosciuto presso le popolazioni italiche. Secondo tale assunto si farebbero più
chiare le ombre che ancora oggi ruotano attorno alla letteratura sul pomerio, demistificandone
alcuni tratti invalsi talvolta in maniera poco critica e poco fedele a quella realtà storica che, con
tenacia, si tenta di ricostruire.
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Bibliografia

DE SANCTIS 2007 G. DE SANCTIS, Solco, muro, pomerio, in «MEFRA» CIX, 2


(2007), pp. 503-526.

LEVICK 1990 B. LEVICK, Claudius, London 1990.

MARASTONI 2009 S. MARASTONI, Servio Tullio e l’ideologia sillana, Roma 2009.

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