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CAPITOLO 1 - Che cos’è la sociologia?

Il senso comune sociologico

Ognuno di noi è portatore di un sapere, sin dalla nascita, quando abbiamo iniziato a comunicare per
soddisfare il nostro stato di bisogno in modo che qualcuno si preoccupasse di alimentarci; quando abbiamo
imparato a relazionarci nei rapporti sociali (famiglia; gioco; scuola…) e a nutrire aspettative negli altri.
Questo sapere ingenuo e quotidiano è il sapere sociologico comune… un sapere parziale, legato alle
esperienze, al vissuto del presente che ci fornisce le conoscenze minime per affrontare la vita quotidiana.

Invece, la sociologia, come scienza sociale, dispone di qualche strumento in più per decodificare e
interpretare la realtà, formula domande e cerca risposte sulla base di informazioni raccolte
sistematicamente. Può dare solo «ragionevoli certezze» più affidabili di quelle del senso comune, ma
provvisorie ed esposte a critica e revisione.

Oggetto della sociologia

La sociologia è lo studio scientifico della società, quindi la società è l’oggetto della sociologia. Ma questa
definizione non è soddisfacente perché il concetto di società è usato in contesti diversi e eterogenei (ad es.,
la società degli aristocratici francesi alla corte di Luigi XIV; la società contadina; la società operaia; la società
della globalizzazione…). Inoltre, la sociologia è nata nell’epoca in cui si è affermato lo stato nazionale
moderno, intorno alla metà del XIX secolo ed il riferimento è alla società di uno stato nazionale, mentre
oggi si assiste al tramonto dello stato nazionale. Ed infine, di società s’interessano anche altre scienze
sociali che si sono sviluppate prima o quasi contemporaneamente alla sociologia: l’economia, la scienza
della politica; l’antropologia culturale, la psicologia sociale….

In che modo la sociologia si differenzia dalle altre scienze sociali? Sono state date varie risposte che girano
intorno a tre elementi fondamentali: la soluzione gerarchica; la soluzione residuale; la soluzione analitica o
formale.

• La soluzione gerarchica (risale ad Auguste Comte 1798-1857) assegna alla sociologia una posizione
privilegiata, proprio perché è nata ultima, è destinata a completare il processo evolutivo per
affrontare la complessità. Oggi, la sociologia non ambisce a essere la regina delle scienze, ma vuole
essere accolta nella loro famiglia;
• La soluzione residuale, il sociologo inglese Walter G. Runciman (1970) sostiene che rientra nel
campo di studio della sociologia tutto quanto non è, o non è ancora, oggetto di un’altra scienza
sociale specializzata (ad es., tutto quanto si riferisce a comunità troppo grandi o piccole per essere
studiate dall’antropologia);
• La soluzione analitica o formale, risale a Georg Simmel (1858-1918) secondo cui la sociologia non è
definibile sulla base di una classe di oggetti ma piuttosto in base ad una prospettiva analitica, studia
le relazioni, le forme, ad esempio, del conflitto, della divisione del lavoro, le forme della
rappresentanza.

Formulare una definizione rigorosa e condivisa della sociologia non è semplice e forse bisogna rassegnarsi
all’idea che oggi i confini tra la sociologia e le altre discipline sono sfumati e mutevoli nel tempo.

Le origini

Si parla di sociologia intorno alla metà del XIX secolo. Come mai? Bisogno fare riferimento a tre rivoluzioni:
l’ avvento della scienza moderna (la sociologia segue le altre scienze moderne che si sono separate dal
pensiero filosofico e hanno acquisito una propria autonomia); la rivoluzione industriale (le scienze sociali
sono un prodotto della rivoluzione industriale che riflettono sulle trasformazioni sociali e cercano di
interpretare le interdipendenze tra i vari gruppi sociali coinvolti nel processo economico); la rivoluzione

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francese (segna uno spartiacque decisivo nella storia delle società europee. Dalla caduta di un ordinamento
politico fondato sul principio dinastico al potere del popolo).

Temi e dilemmi: teorici: ordine, mutamento, conflitto, azione e struttura

Paradigmi delle scienze naturali e della scienza sociali.

Thomas Kuhn (1922-1997) storico della scienza americano ha proposto di chiamare paradigmi scientifici gli
assunti di base teorica e metodologica dove gli scienziati in un determinato campo si ritrovano quasi tutti.
Nella scienza sociale questo modello è difficilmente applicabile perché ci troviamo di fronte a pluralità di
paradigmi.

Paradigma dell’ordine.

Che cosa unisce e divide la società, ovvero che cosa fonda l’ordine o il disordine sociale? Prima l’ordine
sociale appariva assicurato dalla credenza essenzialmente religiosa, ma una volta infranta la credenza nella
sacralità della tradizione, il fondamento dell’ordine sociale doveva ricercato altrove, non al di fuori ma
all’interno della stessa società. Thomas Hobbes parlò di un patto di soggezione dove gli uomini erano
sottoposti all’autorità coercitiva dello Stato anche per controllare spinte egoistiche, violente e disgregatrici.

I modelli organistici

Adam Smith vide nel mercato e nella «mano invisibile» che regola gli scambi l’elemento che tiene insieme
individui e gruppi. Stato e mercato sono due risposte al problema dell’ordine sociale. Tuttavia, per i primi i
sociologi, queste risposte non sono più sufficienti. L’ordine sociale deve trovare fondamento all’interno di
un processo che operi nella struttura dell’organismo sociale. Infatti, i modelli organicistici di società sono
una delle prime proposte di soluzione del problema dell’ordine avanzate dalla sociologia. Per Spencer e
Comte, la società è concepita come un organismo le cui parti sono intrecciate tra loro da una rete di
relazioni di interdipendenza e l’equilibrio che si genera tra le parti è in costante evoluzione.

Da Spencer in poi la divisione del lavoro è diventata una delle questioni della teoria sociologica. La divisione
del lavoro produce differenziazione sociale con vari compiti e funzioni e gli esseri umani diventano sempre
più diversi l’uno dall’altro e sempre più interdipendenti per soddisfare le proprie esigenze.

Anche per Emile Durkheim (1858-1917) il problema dell’ordine che tiene insieme la società è il problema
centrale della sociologia ed egli lo affronta individuando un nesso forte tra forme della divisione del lavoro
e forme della solidarietà sociale.

Il problema del mutamento, rappresenta l’altra faccia del problema dell’ordine. Per Ferdinand Tonnies
(1855-1936) organica è la comunità che emerge in forme embrionali nella famiglia tra madre e figlio, tra
moglie e marito per poi estendersi ai rapporti di vicinato e di amicizia, improntati a intimità, riconoscenza,
condivisione, reciprocità, abitudini, spazi… Nulla di tutto questo avviene nella società dove gli individui
vivono isolati o in tensione gli uni con gli altri, ognuno persegue il proprio interesse personale e nulla viene
fatto senza aspettarsi una contropartita sia nei rapporti interpersonali e sia nei rapporti tra individui e
istituzioni.

Il paradigma del conflitto, non tutto si spiega con la società e la solidarietà, alcuni autori hanno tematizzato
il conflitto sociale. Il riferimento è a Karl Marx (1818-1883).

Marx e la lotta di classe

Per Marx, in ogni società i rapporti sociali fondamentali sono quelli che si instaurano nella sfera della
produzione e distribuzione dei beni e servizi che servono alla società stessa per funzionare e riprodursi. I
rapporti tra servo della gleba e signore fondiario nell’età feudale; tra lavoratore salariato e capitalista nella

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fase storica della grande industria determinano la struttura di classe. Sono essenzialmente rapporti di
dominio e sfruttamento e quindi conflittuali in quanto gli interessi delle classi contrapposte sono
antagonistici.

Le idee politiche, religiose, filosofiche e le stesse istituzioni giuridiche svolgono una funzione ideologica e
sono riconducibili agli interessi di classe: esse sono viste come mere sovrastrutture. La storia, scrivono Marx
ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, è stata finora una storia di lotta di classe. Il
conflitto di classe è la grande forza della storia, il motore del mutamento sociale. Il proletariato industriale
è il prodotto del sistema capitalistico, ma anche il fattore che condurrà alla sua distruzione e
all’instaurazione di una società senza classi dove verranno meno anche le ragioni del conflitto… Quello che
accade oggi.

Weber: conflitto e ordinamenti sociali.

L’altro grande impianto teorico che pone il conflitto al centro dell’analisi sociale è quello weberiano. A
differenza di Marx, per Max Weber (1864-1920) il conflitto non si riduce alla lotta di classe, le classi non
sono l’unica struttura intorno alle quali si organizzano gli interessi in conflitto. Esse nascono dalla
contrapposizione di interessi economici che si scontrano laddove si formano dei mercati. La sfera
economica non è l’unica dove si manifesta il conflitto, vi sono le sfere della politica, del diritto, della
religione, dell’onore e del prestigio. Quindi gli interesse in conflitto possono essere molteplici. Per Weber, il
conflitto non è una condizione patologica della società ma la sua condizione normale, non conduce alla
disgregazione della società ma alla creazione di strutture istituzionali, che Weber chiama gli ordinamenti
sociali che esprimono i rapporti di forza. Non c’è in Weber, come invece in Marx, un esito finale dove i
conflitti si placano e regna l’armonia. Il conflitto genera sia ordine che mutamento; l’ordine è l’assetto delle
istituzioni che regolano temporaneamente il conflitto, il mutamento trasforma le istituzioni esistenti.

Il paradigma della struttura, parte dal tema che per spiegare i comportamenti umani bisogna collegarli alle
coordinate sociali nelle quali si manifestano. Ogni persona nasce in un determinato contesto sociale e
ambientale che condiziona valori, comportamenti, credenze, pensieri, abitudini, preferenze, idee politiche.
La sua esistenza e la sua struttura è in un percorso largamente prevedibile. Ciò non vuol dire che l’individuo
non sia libero di compiere delle scelte, ma la sua libertà resta confinata nei limiti ristretti consentiti dalla
struttura sociale.

Anche se i nostri genitori e ancor prima i nostri nonni, hanno fatto conti, tra l’altro, con tre importanti
differenze: 1) tra chi ha e tra chi non ha; 2) tra chi sa e chi non sa; 3) tra chi riesce a dare senso scopo
dignità alla propria vita e chi non lo riesce a dare.

Il comportamento dell’individuo deriva dalla struttura sociale di appartenenza. Prendiamo ad esempio, i


comportamenti devianti… se si va a scavare nella sua biografia, nella sua famiglia, nel suo contesto sociale,
per capire i fatti che possono averlo indotto sulla via del crimine.

Quando intervisto persone che hanno commesso terribili reati… penso chi erano i suoi genitori, suo
parroco, suoi vicini…

I modelli di spiegazione utilizzati da Marx e Durkheim sono classificabili nell’ambito del paradigma della
struttura. Quando Marx analizza i rapporti tra le classi parla di «sfruttamento» dei lavoratori salariati da
parte dei capitalisti e non pensa che le due classi, capitalisti e lavoratovi possono comportarsi
diversamente. Durkheim teorizza che le società viene prima degli individui, che i fatti sociali possono essere
spiegati solo da altri fatti sociali e che non si può partire dal comportamento degli individui per arrivare alla
società. La sua polemica contro le spiegazioni psicologiche dei fatti sociali, raggiunge il culmine nello studio
del suicidio. Durkheim mostra che nel suicidio operano cause sociali, che certo non possono spiegare in
modo completo il caso di suicidio, ma possono spiegare come in certe condizioni sociali dove si riducono i
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livelli di opportunità e integrazione di una persona, aumenta la probabilità che la stessa persona giunga alla
decisione di togliersi la vita.

Le teorie funzionalistiche operano anch’esse con un modello di tipo strutturale, dove le parti sono spiegate
in relazione alle funzioni che svolgono per il tutto. La teoria dei ruoli, spiega il comportamento degli
individui in base alla posizione, lo status che occupa nella società. I ruoli sono strutture normative che
determinano aspettative, diritti e doveri di chi occupa una determinata posizione sociale. Insomma, è la
società che spiega gli individui e non viceversa. Non sono gli individui che scelgono la posizione sociale ma è
la struttura sociale che selezione e forma gli individui adatti a ricoprire ruoli e funzioni.

Il paradigma dell’azione, nasce in Germania con Max Weber che ha posto i fondamenti. Egli sostiene che
per spiegare i fenomeni sociali è sempre necessario ricondurli ad atteggiamenti, credenze, e
comportamenti individuali. I principi del paradigma dell’azione sono due: 1) i fenomeni macroscopici
devono essere ricondotti alle loro cause microscopiche (le azioni individuali); 2) per spiegare le azioni
individuai è necessario tenere contro dei motivi degli attori.

Il riferimento all’agire individuale in Weber si colloca nella teoria dell’individualismo metodologico che
considera la società il risultato dell’agire congiunto degli individui.

Sul secondo principio per spiegare i motivi dell’attore, Weber usa l’espressione senso intenzionato, vale a
dire che bisogna mettere in campo un processo di comprensione dell’atteggiamento degli individui che
partecipano alle formazioni sociali. L’uomo compie cammini e elabora strategie per dare un senso alla sua
azione.

Secondo Weber, la comprensione raggiunge il massimo grado di evidenza nel caso delle azioni razionali: a)
razionali rispetto allo scopo: il primo tipo di razionalità si riferisce a quelle forme di comportamento che
sono orientate intenzionalmente verso uno scopo (in questo caso vi è coincidenza tra senso e scopo
dell’azione; ad es., l’agire economico o tecnico); b) razionali rispetto al valore: il secondo tipo riguarda
invece i comportamenti conformi a scelte che l’attore ha adottato come criteri assoluti di orientamento
dell’azione, a prescindere dalle conseguenze che tali comportamento potrebbero derivare (ad es., il
comportamento di un martire della fede e, in genere il comportamento dettato da valori morali). In
definitiva l’accento posto da Weber sulla razionalità non implica una concezione dell’uomo come essere
razionale, perché l’uomo non è un essere razionale, ma un essere capace di agire razionalmente, ogni sua
azione può avvicinarsi o discostarsi dal modello dell’azione razionale ed essere quindi interpretabile.

Compatibilità tra i paradigmi.

I paradigmi della struttura e dell’azione sono compatibili? Il paradigma della struttura vede nella società
l’elemento della costrizione e gli individui come essere che devono, nonostante tutto, adattarsi alle
circostanze che vengono loro imposte. Le metafore usate sono quelle del «teatro dei pupi» dove le
marionette sono mosse da chi tiene i fil della situazione, oppure del teatro dove gli attori, generalmente,
recitano un copione che non hanno contribuito a scrivere. All’attore, quindi, viene lasciato nessuno o poco
spazio.

Il paradigma dell’azione, al contrario, concede spazio all’attore, non solo nel senso che può scegliere
diversi corsi di azione, pur nell’ambito di vincoli posti, ma con la sua azione pone in essere la struttura
stessa. Il passaggio dall’azione alla struttura è importante ed in questo rientra il concetto di effetto non
intenzionale. Esempi di effetti non intenzionali si ritrovano nella letteratura sociologia: Vilfredo Pareto
(1848-1923) riprende da Smith l’esempio dei commerciante che abbassa i prezzi per sottrarre clienti alla
concorrenza, obbligando quest’ultima a fare altrettanto a vantaggio del consumatore. Oppure Roberto K.
Merton, richiama il caso della diffusione di voci infondate circa la solvibilità di una banca, che induce i
clienti a ritirare i propri depositi provocando così il fallimento della banca.
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La categoria degli effetti non intenzionali (desiderabili o indesiderabili) sono importanti per due ragioni:

1) da una parte mettono in luce come sia frequente il caso di azioni individuali che producono effetti
diversi (e spesso contrari) alle intenzioni degli attori;

2) dall’altro spiegano come da una molteplicità di azioni individuali si generino strutture istituzionali che
nessuno attore ha voluto intenzionalmente, ma che una volta consolidatesi, costituiscono un vincolo per gli
attori stessi.

Teoria e ricerca empirica

In tutte le discipline scientifiche si determina una sorte di divisione del lavoro tra chi si dedica alla ricerca
teorica e chi invece è impegnato nella ricerca empirica. Questa divisione è inevitabile, ma può avere aspetti
positivi (quando l’elaborazione teorica produce input, domande e ipotesi per la ricerca empirica e riceve da
queste conferme o smentite) e negativi (quando teoria e ricerca non si arricchiscono reciprocamente). La
scienza sociali non fanno eccezione. In sociologia teoria e ricerca empirica possono interagire tra loro in
modo positivo, oppure percorrere strade separate.

Che cos’è una teoria? Se ci riferiamo alla definizione di teoria proposta da Talcott Parsons (1902-1979), «è
un corpus di concetti generalizzati, logicamente interdipendenti, dotati di un riferimento empirico».

Adottando la terminologia di Karl Popper (1902-1994), possiamo dire che una teoria è rilevante sul piano
empirico se ad essa possiamo ricavare delle congetture passibili di confutazione.

La difficoltà o l’impossibilità di sottoporre a prova empirica teorie molto generali, ha indotto Merton a
sostenere che la sociologia debba orientarsi verso la formulazione di teorie a medio raggio, cioè di teorie il
cui ambito di applicazione sia limitato a fenomeni specifici entro coordinate spazio-temporali definite.

Gli interrogativi che emergono dal rapporto fra teoria e ricerca, rinviano al problema della possibilità di
sviluppare una conoscenza scientificamente valida dei fenomeni sociali, in quando descrizione, spiegazione,
previsione di essi.

Hempel ha indicato che la conoscenza scientifica dovrebbe avere due obiettivi specifici: a) la descrizione dei
fenomeni particolari che hanno luogo nel mondo dell’esperienza; b) la definizione di principi generali che
consentano di spiegare e prevedere quegli stessi fenomeni.

L’ambito conoscitivo della sociologia sono le interazioni tra i soggetti, in quanto costitutive di unità sociali
(gruppi, organizzazioni, istituzioni, sistemi sociali), nel loro rapporto con le forme di mediazione simbolica
(linguaggio, rappresentazioni, valori, norme, istituzioni, ecc..) e con le condizioni materiali dell’esistenza
(ambiente, modi di produzione, risorse e loro distribuzione, ecc.).

La ricerca sociologica si configura, pertanto, come analisi delle condizioni specifiche che garantiscono la
stabilità e la prevedibilità delle aspettative (valori condivisi, norme, ruoli, istituzioni, meccanismi di
controllo, ecc.); dei diversi condizionamenti strutturali dell’agire sociale; degli effettivi processi di
costruzione della realtà sociale; delle dinamiche di potere.

Se il ricercatore si lascia guidare soltanto da ipotesi teoriche precostituite è probabile che trovi soltanto
quello che cerca, invece, è consigliabile che il ricercatore adotti una disposizione che lasci spazio alla
possibilità di ‘sorprendersi’ di fronte a casi o dati anomali, inattesi. Per designare questo effetto sorpresa,
Merton ha usato il termine serendipity. Si narra che i principi di Serendip, l’antico nome di Ceylon, fossero
dotati di una straordinaria capacità di osservazione che consentiva loro di dedurre da particolari
apparentemente insignificanti una complessità di dati. Il rapporto fra teoria e ricerca empirica in sociologia
si articola come un rapporto di reciprocità dove la teoria alimenta la ricerca e la ricerca pone nuovi
interrogativi. Ad ogni modo la teoria senza la ricerca empirica è vuota e la ricerca senza la teoria è cieca.
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Capitolo 2 - Le origini della società moderna in Occidente

L’idea di mutamento
Se pensiamo che nelle società agrarie la grande maggioranza della popolazione era fatta di contadini e che
la vita quotidiana di una famiglia contadina europea fino a due secoli fa non era poi così diversa dalla vita di
un’analoga famiglia di 2 o 3 mila anni addietro, ci rendiamo conto di che cosa volesse dire vivere in una
società statica. I concetti di società statica e di società dinamica sono evidentemente concetti relativi.
Nessuna società è in se statica o dinamica, ciò che cambia è la velocità del mutamento, che può essere
molto lento, e quindi quasi impercettibile nell’arco della vita media di un uomo, oppure molto accelerato.
Tra il XVI e il XIX secolo le società occidentali sono oggetto di un processo di trasformazione, che investe la
sfera:
• economica
• politica
• giuridica
• culturale

Trasformazioni nella sfera economica: la nascita del capitalismo


Il concetto di capitalismo è stato formulato per la prima volta dal Karl Marx, una figura di grande rilievo nel
pensiero sociale del XIX secolo, studioso e militante rivoluzionario. Egli sostiene che per capire una società
bisogna prima di tutto rendersi conto di come in essa gli uomini provvedono a soddisfare i loro bisogni e
quali rapporti si instaurano tra di essi nella sfera della produzione. Nella storia si sono succeduti diversi
sistemi economici: il comunismo primitivo, il modo di produzione antico o schiavistico, il modo di
produzione feudale e il modo di produzione capitalistico. Ognuno di essi è caratterizzato da una
combinazione tra forme di divisione del lavoro e competenze tecniche, da un lato, e forme di proprietà e
rapporti tra le classi, dall’altro. Nella terminologia di Marx si parla di «forze produttive» per indicare il
primo elemento e di «rapporti sociali di produzione» per indicare il secondo.
Il modo di produzione capitalistico si distingue da quelli che lo hanno preceduto per il fatto che in esso
dominano i detentori del capitale (costituito da fabbriche, macchinari, materie prime, fondi per pagare i
lavoratori, ecc.) che pongono al loro servizio il lavoro salariato (composto da una massa di lavoratori la cui
unica ricchezza è la forza lavoro).

Werner Sombart (1863-1941), un economista, sociologo e storico tedesco che si colloca nella scia di Marx
sostiene: «Per capitalismo intendiamo un determinato sistema economica con le seguenti caratteristiche: è
un’organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due diversi gruppi di
popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione, che contemporaneamente hanno la direzione… , e i
lavoratori nullatenenti e che è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico».
Vediamo gli elementi di questa definizione:
a) il capitalismo è un’economia di scambio e in particolare un’economia monetaria (dove cioè gli scambi
non avvengono in natura, ma attraverso la mediazione del denaro);
b) sul mercato non si scambiano solo merci, ma anche prestazioni lavorative tra una classi di capitalisti, che
hanno bisogno di lavoro per far funzionare le loro imprese, e una classe di proletari, che per vivere non
hanno altro da vendere se non la loro forza lavoro;
c) l’orientamento delle mete dei capitalisti è verso l’accumulazione del profitto come fine in sé e il suo
reinvestimento nell’ambito dell’impresa;
d) l’organizzazione della produzione e la gestione d’impresa sono improntate a criteri di razionalità
economica, mediante le applicazioni tecnologiche della scienza e l’uso di moderne procedure contabili.
Queste caratteristiche si sono affermate rivoluzionando la struttura dell’economia feudale e la mentalità
stessa degli attori economici in ogni settore di attività.

L’emergere e l’affermarsi del capitalismo nella società moderna è il frutto di una serie di trasformazioni, in
seno a diversi settori di attività economica:
- agricoltura

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- artigianato
- attività mercantile

Le trasformazioni dell’agricoltura
La struttura dell’agricoltura feudale presenta da un lato una grande moltitudine di famiglie contadine legate
alla terra che coltivano e dall’altro una cerchia più o meno ristretta di signori fondiari che traggono dalla
rendita fondiaria, in ultima analisi quindi dal lavoro dei contadini, la fonte principale della loro ricchezza. I
signori feudali non hanno né le competenze tecniche né la volontà di occuparsi della condizione dei fondi, il
loro unico interesse consiste nello spremere il più possibile la popolazione contadina al fine di incrementare
il flusso della rendita. I contadini stessi non hanno alcun interesse a migliorare la resa delle coltivazioni
poiché sanno che l’eventuale maggior prodotto andrebbe ad esclusivo vantaggio dei proprietari fondiari.
Non sempre e non ovunque la terra era coltivata e regolata da rapporti di tipo feudale: su molte terre,
soprattutto boschi e prati, i villaggi esercitavano diritti comuni di legnatico e di pascolo; vi è stata una classe
di contadini indipendenti che coltivavano terre sottratte agli obblighi feudali e sulle quali esercitavano un
diritto di proprietà, i fondi allodiali.

Questo quadro di staticità di tipo feudale, ossia un’agricoltura estensiva, a basso livello di produttività dove
sono scarse le innovazioni produttive, si infrange, prima in Inghilterra e poi nel continente europeo, a
partire dal XVII secolo, allorquando si genera una crescente domanda di manufatti e derrate che si genera
su un mercato in formazione di dimensioni internazionali.
Parallelamente, per una serie di concause, comincia un processo di espulsione dei contadini della terra a cui
corrisponde la nascita di una nuova classe di capitalisti agrari che, a differenza dei proprietari feudali,
hanno tutto l’interesse a introdurre innovazioni nelle coltivazioni e nell’allevamento per aumentare la
produttività e quindi i profitti: si migliorano i metodi di irrigazione, si selezionano le colture a seconda della
natura dei suoli, si introducono nuove coltivazioni, si perfezionano le tecniche e si crea una rete di
comunicazioni per fare affluire i prodotti sui mercati. Nasce, in sostanza, l’agricoltura moderna che, quanto
più è progredita, tanto meno richiede la presenza di una vasta popolazione agricola.

Il ruolo delle attività mercantili


Sul ruolo del commercio nella transazione dal feudalesimo al capitalismo si delineano tra gli studiosi due
posizioni:
- la formazione di un ricco ceto di grandi mercanti e la creazione di un mercato di dimensioni mondiali sono
stati il vero fattore di dissoluzione e disgregazione dei rapporti economici feudali;
- le attività mercantili non sono incompatibili con un’economia feudale. Non si dà passaggio al modo di
produzione capitalistico, se non quando le trasformazioni avvengono nella sfera della produzione.
Queste controversie non possono essere risolte sul piano della pura teoria; solo l’analisi di concreti casi
storici può portare argomenti a sostegno dell’una o dell’altra ipotesi. Non c’è dubbio che spesso il
capitalismo mercantile ha preceduto e creato le condizioni per il capitalismo industriale, mentre in altri casi
ciò non è avvenuto.

L’Italia, ad es., ha visto uno sviluppo mercantile molto precoce. I banchieri e i mercanti fiorentini, genovesi,
lombardi e veneziani hanno dominato il commercio e la finanza in Europa fin dai secoli XIV e XV. I più
importanti istituti del diritto commerciale e della contabilità razionale (le società commerciali, la cambiale,
la partita doppia, ecc.) che sarebbero diventati decisivi nello sviluppo dell’impresa capitalistica, nascono in
Italia in epoca medievale e rinascimentale. Eppure, questo straordinario sviluppo del capitalismo mercantile
non ha trascinato con sé un analogo sviluppo nell’ambito della produzione agricola e industriale.
Ben diversa fu invece, due tre secoli più tardi, la penetrazione del capitale mercantile nelle attività
industriali nelle regioni dell’Inghilterra e dell’Europa settentrionale. Il sistema del lavoro a domicilio
costituisce in proposito un’importante forma di transizione all’impresa capitalistica. Ecco come funzionava:
il mercante girava per i villaggi di campagna, portava con sé un carico di materia prima, ad es., di lana, e
qualche semplice attrezzo e macchinario per la filatura e la tessitura. Distribuiva il tutto nelle case
contadine, forniva le specificazioni tecniche su come dovesse essere svolta la lavorazione e si impegnava a
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ritirare il prodotto finito a una scadenza prestabilita dietro il pagamento di un compenso in denaro. Il
mercante, in definitiva, forniva il capitale di esercizio e la famiglia contadina (donne, bambini e anziani) il
lavoro.
Quindi, fondamentale, intorno al XVII secolo, la penetrazione del capitale mercantile nelle attività
industriali, prima con il diffondersi del sistema del lavoro a domicilio e poi con la nascita delle prime
manifatture.

Le trasformazioni dell’artigianato
Le corporazioni erano delle organizzazioni monopolistiche il cui scopo era innanzitutto quello di assicurare
l’esercizio esclusivo di un mestiere o di un’arte ai soli associati nell’intero territorio della città. Lo spirito
dell’artigianato delle corporazioni era infatti improntato al divieto della concorrenza nessun artigianato
poteva cercare di accaparrarsi le materie prime ai prezzi più convenienti, nessuno poteva assumere un
numero di apprendisti e lavoranti maggiore di quello consentito, nessuno poteva cercare di allargare il
proprio giro d’affarii facendo pubblicità ai propri prodotti
L’aumento della domanda di mercato di beni mette in crisi il sistema delle corporazioni. La stabilità di
questo sistema richiedeva una condizione fondamentale: la domanda dei singoli beni fosse limitata.
Allorquando questa diviene più vivace e vi è una più elevata richiesta di beni, di qualità più standardizzata,
è abbastanza inevitabile che alcuni artigiani riescano ad accaparrarsi una quota maggiore di altri di questa
domanda aggiuntiva.
Lo spirito del capitalismo, fondato sull’intraprendenza, sulla concorrenza, sull’innovazione, comincia a fare
breccia anche nel mondo tradizionale dell’artigianato.

La formazione dell’imprenditorialità
Abbiamo visto che a partire dall’Inghilterra e poi dall’Europa, nobili e ricchi agricoltori, mercanti e artigiani
hanno spezzato le catene della tradizione e hanno cominciato a fondare imprese, a conquistare mercati, ad
accumulare fortune e a mettere al proprio servizio competenze: ingegneri, impiegati, tecnici e un immenso
esercito di lavoratori salariati.
La nascita del capitalismo è innanzitutto l’opera di «uomini nuovi», gli imprenditori, che provengono da
strati e ceti diversi. Essi sono degli «innovatori»: nei prodotti, nelle tecniche di lavorazione e di gestione,
nella raccolta di capitali, nei metodi di commercializzazione, nella ricerca di nuove materie prime e di nuovi
mercati di sbocco.
Il capitalismo speculativo dei banchieri e dei mercanti medievali non è ancora capitalistico, perché non
produce un nuovo orientamento sistematico e razionale verso l’attività economica. Del resto, la massima
aspirazione dei ricchi era quella di farsi costruire sontuosi palazzi e di condurre una vita di lusso, sul modello
dei ceti aristocratici.
L’imprenditore razionale, invece, non è orientato al consumo, all’ozio e ai piaceri della vita. Al contrario lui
e la sua famiglia conducono una vita sobria e il profitto deve essere accumulato per essere reinvestito
nell’impresa.

Due tesi a confronto


- Marx inserisce il problema della nascita del capitalismo nell’ambito della sua concezione
materialistica della storia: per capire una società bisogna innanzitutto rendersi contro di come in
essa gli uomini provvedono a soddisfare i loro bisogni e quali rapporti si instaurano tra loro nella
sfera della produzione.
Ogni sistema economico (modo di produzione) è caratterizzato da una combinazione tra forme di
divisione del lavoro e competenze tecniche (forze produttive) da un lato, e forme di proprietà e
rapporti tra le classi (rapporti sociali di produzione) dall’altro.
Vi sono periodi in cui si generano conflitti tra classi portatrici di interessi antagonistici. In queste
fasi, un modo di produzione diviene instabile e si prepara la transizione al domino del modo di
produzione successivo. Il capitalismo è nato dalle contraddizioni interne al modo di produzione
feudale.

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- Weber ha formulato l’ipotesi che l’origine dello spirito del capitalismo non abbia solo fondamenti
economici, ma esprime anche una mentalità e un’etica economica che ha chiamato «spirito del
capitalismo». A fondamento dello spirito del capitalismo vi è un atteggiamento di tipo ascetico,
un’ascesi mondana che non fugge dalle cose terrene, ma opera attivamente nel mondo per
dominarlo e trasformarlo.Lo spirito del capitalismo trae origine dagli effetti che ha prodotto, sul
piano dell’agire economico, l’etica dei protestanti, influenzate dalle dottrine di Calvino e in
particolare dal dogma della predestinazione.
Questa dottrina afferma che Dio, nella sua volontà, ha stabilito dall’eternità chi sarà salvato e chi,
invece, sarà dannato. Dio è per i calvinisti un’entità assolutamente trascendente e le azioni
dell’uomo non possono influenzarne la volontà.
Di fronte all’angoscia derivante dall’incertezza in merito al proprio destino eterno, i credenti hanno
cercato nel successo terreno un segnale di salvezza; una vita attiva, lontana dall’ozio e dal lusso,
impegnati a glorificare Dio attraverso una condotta di vita ascetica che non fugge dalle cose
terrene, ma opera attivamente nel mondo per dominarlo e trasformarlo.

Le trasformazioni nella sfera politica


Nello stato feudale dove fondamentale era la dimensione locale, i signori feudali esercitavano molti poteri:
riscuotevano la «rendita» dalla popolazione contadina; amministravano la giustizia; imponevano tasse e
pedaggi su coloro che attraversavano le loro terre; organizzavano e conducevano le campagne militari e
assicuravano, per quanto possibile, la protezione dei loro sudditi di fronte alle costanti minacce esterne.
Avevano anche obblighi, per lo più, militari e talvolta anche fiscali, nei confronti dei poteri più elevati
(rapporto di vassallaggio), in particolare nei confronti del re e dell’imperatore.
Le tendenze centralistiche, tuttavia, erano deboli rispetto alle tendenze localistiche. Il mondo feudale è un
mondo di poteri locali. La relativa debolezza dei poteri centrali, incapaci di imporsi ad una grande quantità
di poteri locali fortemente autonomi, spiega come nel mondo feudale dominava una costante situazione di
guerra.
La guerra era l’occupazione principale dei signori feudali, spesso in conflitto con i suoi vicini, che
avanzavano pretese sui loro possedimenti, con un gioco di scontri e alleanze sempre mutevoli. Il loro
potere e la loro ricchezza dipendevano in primo luogo dall’ampiezza del territorio e dal lavoro delle
popolazioni che riuscivano a sottomettere.
Questo sistema di rapporti durò in Europa per secoli, fino a quando, dalle guerre e dal gioco diplomatico
delle alleanze e dei matrimoni tra dinastie e casate diverse, emerse un potere capace di sottomettere i
poteri concorrenti
In altri termini, il passaggio dallo stato feudale (in cui dominava una dimensione localistica e uno stato
perenne di guerra) allo stato assoluto si realizza attraverso un processo di unificazione territoriale e di
pacificazione che coincide con l’instaurarsi del «monopolio della violenza legittima» nelle mani del sovrano.
Il monopolio della violenza legittima, formulato da Weber (1922) è il diritto esclusivo di usare la forza (cioè
le armi) da parte del potere sovrano. L’instaurazione di tale «monopolio» è il presupposto della formazione
dello stato moderno.
Il processo di unificazione/pacificazione di vaste aree territoriali fu accompagnato da una serie di momenti
decisivi che determinarono la creazione del:
- monopolio militare
- monopolio fiscale
- monopolio monetario
- monopolio dell’amministrazione della giustizia

• Monopolio militare era costituito dalla creazione di grandi eserciti formati da soldati e da un corpo
di ufficiali selezionati, reclutati, equipaggiati e stipendiati dallo stato.
• Monopolio fiscale. Con la formazione dello stato moderno, il ruolo del funzionario cambia
radicalmente: la sua retribuzione è posta a carico dell’erario, il suo operato viene sottratto
all’arbitrio dei rapporti di natura personale per essere sottoposto alla regolamentazione di norme

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astratte che, almeno in linea di principio, si applicano indifferentemente a tutti coloro che vivono
sul territorio stesso.
• Monopolio monetario. Lo stato avocò a sé il diritto di battere moneta e il monopolio del conio della
moneta e, successivamente, della stampa della moneta cartacea
• Monopolio dell’amministrazione della giustizia. E’ lo stato a garantire la protezione giuridica ed è il
potere giudiziario che distribuisce ragioni e torti, premi e punizioni.

I poteri di decidere sulla pace e sulla guerra, di reclutare un esercito, di riscuotere imposte e di battere
moneta, di emanare leggi vincolanti per tutti e di amministrare la giustizia su un territorio delimitato,
costituiscono il nucleo centrale del concetto moderno di sovranità.
La prima forma di stato moderno si afferma nell’epoca dell’assolutismo: il sovrano concentra nelle sue mani
questi poteri e li esercita legittimamente nei confronti dei propri sudditi in virtù del principio dinastico.
Si può comandare con la forza e si può ubbidire per paura, perché si teme di subire la violenza di chi
detiene il potere. IN questo caso il potere non è legittimo. Il potere, diventa legittimo quando chi ubbidisce
lo fa perché ritiene che chi comanda abbia il titolo per farlo.
L’ascesa della borghesia nelle attività economiche, la crescita di un apparato di funzionari pubblici dotati di
competenze tecniche e giuridiche, le idee dell’Illuminismo sono elementi che hanno minato alle
fondamenta il potere assoluto del sovrano.
L’idea che nel rapporto tra governanti e governati quest’ultimi non siano dei sudditi ma titolari di diritti,
non è in sé un’idea moderna. Si pensi, ad es. alla democrazia ateniese che ha conosciuto il concetto di
«diritti di cittadinanza», sia pure limitati ad una parte ristretta della popolazione: in particolare, il diritto di
partecipazione al processo delle decisioni della gestione della cosa pubblica.
Nello stesso stato basato sui ceti che precede in molte parti d’Europa la formazione dello stato moderno, vi
è il riconoscimento da parte di re e principi dei diritti di autogoverno di diversi «corpi» (ceti): l’assemblea
dei nobili; le comunità cittadine; le associazioni di mestiere di mercanti e artigiani e di altre figure
professionali (giudici, notai, medici, avvocati, ecc.), le corporazioni ecclesiastiche e le università.

Le grandi rivoluzioni del XVII e XVIII secolo (inglese, americana, francese) segnano l’avvento di una nuova
concezione dello stato, che vede nell’insieme dei cittadini, e non più solamente nel monarca, la fonte della
«sovranità».
I diritti di cittadinanza che si affermano con queste rivoluzioni. presentano dei caratteri sostanzialmente
nuovi, rispetto al passato: la cittadinanza diventa prerogativa degli individui, in quanto membri del popolo,
che è il depositario della sovranità dello stato.
Invece, nell’antichità la cittadinanza era una condizione goduta dagli individui in quanto membri di una
famiglia (e legata in genere alla proprietà della terra), nel Medioevo era legata all’appartenenza ad uno
«stato» o ad una corporazione.
Il parlamento è l’organo nel quale si esprime la sovranità popolare. Fondamento del potere autonomo del
parlamento è il principio della separazione dei poteri.

Il rapporto tra governanti e governati viene sottoposto all’imperio di una «legge suprema», la Costituzione,
che vincola entrambe in un gioco di diritti e doveri. In questo modo i diritti dei cittadini costituiscono un
limite del potere dei governanti, i quali possono perseguire i loro fini solo nelle forme e nei limiti della
legge.
Nasce così l’idea dello stato di diritto, vale a dire una forma di organizzazione politica in cui tutti gli organi
dello stato, e ogni loro atto, sono vincolati al rispetto della legge.
Il cittadino, nello stato di diritto, è chiamato ad ubbidire (ad es., a prestare servizio militare, a pagare le
tasse, a compiere tutte quelle azioni che rientrano nel concetto di «obbligo politico»), ma lo fa perché, e
nella misura in cui, ritiene che chi comanda di fare queste cose ha il titolo per farlo in virtù delle procedure
(delle leggi).
La cultura della modernità
Abbiamo visto le trasformazioni di ordine economico e politico che segnano le origini della società
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moderna. Tali trasformazioni generano altre trasformazioni che riguardano la sfera della cultura, la
concezione del mondo, dei valori, dei rapporti tra uomo e società. L’individualismo e il razionalismo sono le
correnti culturali più strettamente connesse alla formazione della società moderna.

Individualismo
L’avvento della società moderna pone il riconoscimento della libertà di autorealizzazione dell’individuo
come valore dominante.
Quello che si comincia ad essere apprezzato in un essere umano non sono più soltanto le caratteristiche
che lo rendono uguale o simile agli altri membri del gruppo a cui appartiene, ma le caratteristiche che lo
distinguono, che ne fanno un esemplare unico e irripetibile della specie.
In passato la posizione che una persona occupava nella società (il suo status sociale) era in modo
prevalente determinata alla nascita dalla sua origine: lo status ascritto, lo status acquisito alla nascita,
prevalente sullo status acquisto, lo status raggiunto in base ai meriti e alle capacità.
La Riforma protestante, l’avvento del capitalismo e le trasformazioni rivoluzionarie nella sfera della politica
sono tutti fattori che convergono, pur con diverse accentuazioni, nell’esaltare l’autonomia e l’indipendenza
dell’individuo di determinare il suo destino.
In campo religioso, la religiosità individuale prende il sopravvento sulla religiosità di chiesa: quello che
conta è il rapporto immediato tra l’individuo e la divinità, il suo modo di sentire, credere e agire.
In campo economico, si ha il pieno riconoscimento del diritto di disporre della proprietà individuale in
modo che sia il mercato a premiare con il successo individuale chi è dotato di iniziativa, chi sa assumersi il
rischio di impresa….
In campo politico, si ha il riconoscimento del diritto di associarsi, esprimere le proprie opinioni e,
soprattutto di partecipare attraverso i propri rappresentanti al controllo e all’esercizio del potere di
governo.
I valori di uguaglianza e libertà sono alla base dell’affermazione del valore dell’individuo.
Per uguaglianza non si intende che tutti gli uomini debbano ricevere uguali ricompense, ma che tutti gli
uomini hanno alla nascita uguale dignità e uguali diritti, a prescindere dalla famiglia, dal ceto, dalla classe,
dalla confessione religiosa.
Per libertà non si intende «arbitrio», ma autonomia e indipendenza nel governare la propria esistenza,
avendo come unico vincolo il rispetto della libertà altrui.
L’uomo viene al mondo come soggetto titolare di diritti che non derivano dalla società, ma sono originari,
cioè «naturali» attribuiti della specie umana.
L’idea moderna del diritto naturale, distinto dal diritto sovrannaturale di origine divina e dal diritto positivo,
(cioè, dal diritto messo in opera dallo stato) e l’idea, ad esso legata, di contratto sociale, inteso come patto
stabilito tra uomini liberi, che consensualmente limitano la propria libertà per dar vita allo stato,
costituiscono i fondamenti filosofico-politici dell’individualismo moderno.

Razionalismo
Con l’avvento della società moderna la ragione (e la razionalità) diventano valori sociali dominanti.
L’uomo viene concepito come un essere dotato della facoltà di procedere alla scoperta della verità e di
trovare in se stesso il centro di orientamento del suo agire.
Alla fede, come fonte della verità (una verità, appunto, rivelata), si sostituisce la ragione, alla quale gli esseri
umani possono fare affidamento per diventare padroni del proprio destino.
La ragione diventa, per riprendere un’espressione di Weber, una «potenza rivoluzionaria» capace di
liberare gli uomini dall’errore, dalla superstizione e dalla sottomissione ai poteri tradizionali della Chiesa e
dell’aristocrazia. Per i filosofi dell’Illuminismo, che hanno esaltato il culto della ragione, questa è una luce
che vince l’oscurantismo, su cui si reggevano il dominio sulle coscienze degli esponenti dell’antico regime.
Le scienze sociali non si occupano di ragione, ma di razionalizzazione e di razionalità.
Razionalizzazione si intende un processo storico che investe e trasforma gli ordinamenti sociali.
Razionalità si intende un attributo specifico dell’azione umana.
Il processo di razionalizzazione è stato l’oggetto di studio di Weber. Per Weber, l’Occidente ha avuto
un’evoluzione particolare rispetto ad altre culture mondiali perché il processo di razionalizzazione è

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progredito al punto di investire globalmente i sistemi di credenza, le strutture familiari, gli ordinamenti
giuridici, politici ed economici, la scienza e le attività artistiche.
Altrove vi sono stati sviluppi del processo di razionalizzazione, ma mai il processo è stato così radicale e
pervasivo come in Occidente.
La ragione principale di questo sviluppo singolare risiede per Weber nel fatto che in Occidente si è
sviluppato un sistema che, ponendo il sacro, la divinità su un piano trascendente rispetto al mondo, ha
consentito di guardare alla realtà naturale e umana come ad una realtà oggettiva, priva di significati magici.
L’ordine sociale, nelle istituzioni, nelle condotte di vita è liberato dalla sacralità della tradizione ed ha
potuto cosi subire un processo di radicale trasformazione nella direzione della modernità. Un ruolo decisivo
è stato svolto dalla scienza.
Come attributo dell’azione umana, la razionalità presuppone che l’uomo è un essere dotato della capacità
di agire in modo coerente rispetto ai valori che ha liberamente scelto (razionalità rispetto al valore) e di
agire nel modo più efficace per realizzare i fini che si è prefissato (razionalità rispetto allo scopo, o
razionalità strumentale).
Il postulato della razionalità non afferma che l’uomo è un essere necessariamente razionale (anche se molti
«razionalisti» la pensano proprio così), ma soltanto che è capace di agire in modo razionale, vale a dire di
valutare il grado di coerenza tra valori diversi, tra fini e valori, tra fini diversi e di scegliere per realizzare i
propri fini.

Il problema del motore dei cambiamenti


Nella storia del pensiero sociale abbiamo avuto varie correnti che hanno di volta in volta, attribuito all’una
o all’altra sfera, economica, politica, culturale, un’importanza decisiva nel determinare o condizionare lo
sviluppo delle altre.
Possiamo dire schematizzando molto che:
a) concezioni «materialistiche» tendono ad evidenziare il ruolo fondamentale delle trasformazioni che
avvengono nella sfera economica;
b) concezioni «idealistiche» tendono a privilegiare come fondamentali i cambiamenti nel mondo delle idee
e della cultura.
Per le prime, il fondamento delle società umane è da ricercarsi nelle strutture economiche, cioè nei modi
con i quali gli uomini provvedono al soddisfacimento dei loro bisogni, alla produzione e riproduzione della
loro vita quotidiana, ai rapporti sociali che si instaurano nell’ambito del lavoro e della produzione e
circolazione dei beni.
Per le seconde, invece, sono le idee e i valori che guidano e condizionano i comportamenti umani a
produrre in definitiva le istituzioni e le strutture economiche e politiche della società.
Il materialismo storico che si rifà a Marx, rientra prevalentemente nella prima categoria, mentre le analisi di
Weber rientrano prevalentemente nella seconda.
Però, questa contrapposizione è eccessivamente semplicistica, non rende giustizia alla complessità di questi
due pensatori. Il compito della sociologia è quello di sviluppare un approccio multidimensionale e
integrato allo studio del mutamento sociale.
Quali strumenti teorici e concettuali la sociologia ai suoi albori ha costruito per caratterizzare la nascita
della società moderna:
- modello evoluzionistico
- modello dicotomico
- teorie della modernizzazione

Modello evoluzionistico
Le società possono essere considerate alla stregua di organismi, nei quali le parti che formano il tutto sono
tra loro interdipendenti.
Le società che riescono ad adattarsi meglio al loro ambiente crescono di dimensioni.
L’aumento delle dimensioni comporta invariabilmente l’esigenza di differenziare le funzioni e quindi un
cambiamento di struttura, cioè di relazioni tra le parti le quali, da un lato, diventano sempre più dissimili le
une alle altre e, dall’altro, dipendono sempre più strettamente le une dalle altre.

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Tale interdipendenza risulta dal rapporto organico tra le parti e il tutto. Come nell’uomo ogni organo è
indispensabile alla salute dell’intero organismo e se una malattia colpisce il fegato anche il cuore e in
definitiva tutto il corpo ne risentono negativamente, così quanto più una società è differenziata ogni parte
contribuisce al buono o al cattivo funzionamento generale.

Modelli dicotomici
Gli autori che rientrano in questo modello non cercano di individuare le cause che hanno determinato il
cambiamento, ma si preoccupano di descriverne le dimensioni e nel fare ciò hanno sviluppato dei modelli
«dicotomici», dei modelli cioè che isolano alcune caratteristiche ritenute essenziali e procedono a un
confronto tra società premoderne e società moderne.
Il primo modello dicotomico la quale fare riferimento è stato sviluppato da Maine (1822-1888). Al centro
dell’attenzione di Maine sono le leggi che regolano i rapporti tra gli uomini. Tali leggi si possono classificare
in due grandi categorie: lo status e il contratto.
Le prime traggono origine dalla famiglia in cui i rapporti sono regolati da una serie di diritti e doveri
reciproci che dipendono dalla posizione (lo status) che i vari membri occupano indipendentemente dalla
loro volontà. Lo stesso vale per tutti i rapporti di potere e di privilegio, come il rapporto tra servo e
padrone, la cui asimmetria dipende dalla definizione delle posizioni reciproche, definizioni che gli individui
coinvolti non possono modificare.
Alla seconda categoria, invece, appartengono le leggi che regolano i rapporti che nascono dal libero
accordo tra le persone, vale a dire le obbligazioni reciproche che le persone si assumono quando stipulano
tra loro un contratto. Quest’ultimo tende sempre più a pervadere la società moderna.
Nel 1893, Durkheim pubblica La divisione del lavoro sociale, opera considerata uno dei classici della
letteratura sociologica. Egli contrappone solidarietà organica e solidarietà meccanica.
Società premoderne, Durkheim ritiene che la preponderanza della coscienza collettiva, come «insieme delle
credenze e dei sentimenti comuni nella media dei membri di una stessa società», caratterizza la solidarietà
meccanica propria delle società tradizionali, nelle quali gli individui sono simili tra loro, condividendo valori
e regole comuni.
Società moderne, con l’affermarsi del principio della divisione del lavoro, viene invece a formarsi un diverso
tipo di solidarietà, la solidarietà organica, nella quale diventano preponderanti i vincoli funzionali che
intercorrono tra individui che, lavorando a una impresa comune, hanno reciprocamente bisogno ciascuno
dell’attività dell’altro. In questo caso, i valori e le regole condivise diventano meno importanti e può essere
dato più ampio spazio alle diversità degli attori sociali, dando così anche luogo al fenomeno storico-
culturale dell’esaltazione dell’individualismo.

Tonnies
Distingue i concetti di comunità e di società.
• La comunità, organica, è fondata su rapporti di intimità, riconoscenza, condivisione, condivisione di
linguaggi, significati, abitudini, spazi, ricordi ed esperienze comuni, come i rapporti tra madre e
bambino, tra moglie e marito, tra fratelli e sorelle, tra amici. La comprensione affettiva e la
solidarietà aveva un ruolo centrale e costituiva anche il contesto nel quale, in assenza dello scambio
di mercato, si svolgevano le attività economiche e produttive (lavorazione della terra, artigianato,
piccoli commerci, ecc.).
Nella comunità, la famiglia rappresentava il modello di riferimento privilegiato per la vita e per le
strutture del villaggio o della piccola città, dove le norme erano soprattutto fondate sul costume,
sulla tradizione e sulla religione.

• La società, è fondata sul rapporto di scambio e l’interesse personale che mette in relazione non gli
individui nella loro totalità, ma soltanto le loro prestazioni. In essa prevale la volontà
convenzionale, ovvero il prodotto delle intenzionalità individuali di tipo riflessivo ed egocentrico,
orientate dalla razionalità di tipo strumentale (la weberiana «razionalità in vista di uno scopo»),
dagli interessi e dal principio della concorrenza. Nel regime della società, le relazioni sono artificiali,
basate sul contratto e sul diritto, sullo scambio di mercato, nel riferimento comune al valore del

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denaro. In tale regime prevalgono quindi la separazione dei beni, i valori utilitaristici, il calcolo e la
speculazione.
In questo contesto, la famiglia perde il suo primato e la solidarietà familiare cede il passo
all’individualismo e ai gruppi di interesse economico. Lo sviluppo della forma societaria comporta
una distruzione progressiva delle forme di vita comunitaria, con una perdita riguardo alla ricchezza
dei vincoli affettivi e alle certezze morali.

Teoria della modernizzazione


Mentre i modelli dicotomici proposti dai classici della sociologia vengono elaborati in riferimento alla
vicenda storica delle società occidentali, le teorie della modernizzazione, fanno riferimento prevalente alle
trasformazioni delle società in via di sviluppo e ai percorsi di uscita dalle condizioni di arretratezza, per
avvicinarsi alle condizioni sociali, economiche e culturali dei paesi più sviluppati.
Sottolineano l’interdipendenza dei processi economici, politici e culturali e mettono in evidenza i ritmi e i
tempi diversi delle trasformazioni nelle diverse sfere sociali.
Utilizzano come unità di analisi le società nazionali e tentano di descrivere e spiegare i processi endogeni ed
esogeni che favoriscono e rallentano la modernizzazione.
In conclusione: si può parlare ancora di «modernizzazione», ha ancora un senso? Gli studiosi ritengono che
è terminato il tempo della modernità, per cui oggi le società cosiddette «avanzate», in particolare quelle
dell’Occidente, si troverebbero a vivere in un’epoca di postmodernità.
Con la caduta della «grandi narrazioni» (Lyotard 1979), viene a mancare un orientamento capace di dare
ordine e unità ai processi di mutamento: tutto cambia, ma in modo frammentato e senza progetto. Altri,
invece, in particolare Habermas (1985), ritengono che il progetto della modernità sia ancora
fondamentalmente incompiuto e che sia necessario risalire alle sue radici nell’Illuminismo europeo,
rinnovando la tradizione di un razionalismo critico.

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Capitolo 3 - Forme elementari di interazione
Azione, relazione e interazione sociale.
La società è formata da individui che si influenzano reciprocamente, agendo ‘l’uno per l’altro, con l’altro e
contro l’altro’ (Simmel 1908). L’azione sociale è un primo concetto di base della sociologia. Secondo Weber,
per azione sociale «si deve intendere un agire che sia riferito - secondo il suo senso, intenzionato
dall’agente o dagli agenti - al comportamento di altri individui, e orientato nel suo corso in base a questo».
Per ‘agire’ deve intendersi un fare, un tralasciare o un subire, qualunque atteggiamento, attivo, passivo, che
però deve avere un senso soggettivo, cioè un significato intenzionale che l’attore dà al proprio
comportamento.
La tipologia dell’azione sociale di Weber, distingue quattro tipi ideali fondamentali dell’azione:
1) azioni razionali rispetto allo scopo, quando chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che
si propone, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi
scopi possibili e i loro rapporti;
2) azioni razionali rispetto al valore, quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere,
dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che ritiene giusta, senza badare alle conseguenze della
sua azione;
3) azioni determinate affettivamente, quando l’azione è determinata prevalentemente da affetti, emozioni,
manifestazioni di gioia, gratitudine, vendetta o stati attuali del sentire (ad es., il comportamento di un
innamorato);
4) azioni tradizionali, quando l’azione è determinata prevalentemente espressione di abitudini acquisite
(ad es., dalle regole della buona educazione), reazioni abitudinarie a stimoli ricorrenti, comportamenti che
si ripetono senza interrogarsi su possibilità alternative e sul loro vero valore o senza porsi il problema se ci
sarebbero altri modi per raggiungere gli stessi risultati.
I quattro tipi ideali, come osserva Weber, non esauriscono tutti i modi di orientamento delle azioni e
accade raramente, inoltre, che una azione sia orientata esclusivamente dall’uno o dall’altro modo: nella
realtà dell’agire medio, gli orientamenti sono generalmente di tipo ‘misto’ ma, si può quasi sempre
cogliere, nel caso concreto, una prevalenza di un orientamento sull’altro. I tipi ideali sono quindi strumenti
concettuali utili dal punto di vista conoscitivo, anche se soltanto il risultato può dimostrare l’opportunità
per noi.
In questo quadro, se poniamo l’attenzione su due o più soggetti contemporaneamente, si individuano altre
unità elementari dell’analisi sociologica:
a) definizione della situazione. Secondo Thomas, «una situazione definita dagli attori come reale, diventa
reale nelle sue conseguenze». Se, ad es., si sparge la voce che una banca è in difficoltà, chi vi ha depositato i
suoi risparmi si affretterà a ritirarli, spesso senza sentire ragioni, con la conseguenza che la banca avrà
davvero difficoltà, anche se prima non ne aveva;
b) relazione sociale, si ha quando due o più individui orientano reciprocamente le loro azioni. Le relazioni
sociali possono essere:
- stabili e profonde, come quelle tra genitori e figli;
- transitorie e superficiali, come quelle tra conoscenti;
- cooperative, nel senso di essere orientate al raggiungimento di uno scopo comune a almeno
compatibili;
- conflittuali, ossia orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro quella degli altri.
c) interazione sociale è il processo secondo il quale due o più persone in relazione fra loro interagiscono
reagendo alle azioni degli altri. La relazione è il supporto dell’interazione che si può avere anche nel caso
che di due persone che si incontrano causalmente. I processi di interazione sono fondamentali nella

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strutturazione della società.

I gruppi sociali e le loro proprietà


Il gruppo sociale è un insieme di persone fra loro in interazione con continuità, secondo schemi
relativamente stabili, che si definiscono membri del gruppo e sono definite come tali da altri.
Una categoria sociale, come i giovani o i migranti, non è un gruppo; non lo è neppure una classe sociale,
come i borghesi o gli operai. L’appartenenza a una categoria o una classe può però essere la base per la
formazione di gruppi di vario genere.
Possiamo individuare gruppi di amici, religiosi, di lavoro, di attività per il tempo libero; sono gruppi
un’associazione per la lotta alla droga, un sindacato, una gang di criminali. In altre parole, possiamo trovare
delle proprietà che riguardano l’interazione relativamente stabile e continuativa di due o più persone.

Proprietà relativa alla dimensione


Interazione diretta/indiretta: l’interazione può essere diretta, faccia a faccia, come nel caso della famiglia,
oppure in parte diretta e in parte indiretta, come si verifica ad es., in un’azienda; qui si hanno rapporti
faccia a faccia con i compagni di lavoro e il caporeparto o il capoufficio e indiretti con la direzione, nei modi
previsti dalla struttura organizzativa.
Si possono trovare gruppi di dimensioni. E’ il caso delle diadi e delle triadi, studiate da Simmel
La diade è un gruppo formato da due persone. Caratteristiche:
- se uno dei membri decide di uscire dalla relazione, il gruppo scompare. Ad es., un marito che non fa una
cosa per la moglie, se la famiglia è composta da loro due non può dire ci penserà la famiglia, mentre nei
gruppi grandi si pensa qualcuno lo farà
- fragilità strutturale e forte personalizzazione
- forte coinvolgimento psicologico e affettivo nella relazione
- norme culturali rigide (v. amore, amicizia)
Le triadi sono gruppi formati da tre individui. A seconda del tipo di relazione che si stabilisce tra loro, si
determinano diverse configurazioni di interazione:
mediatore, quando un terzo non direttamente coinvolto in una disputa, dialogando separatamente, con un
minoro carico emotivo e con argomenti più razionali, è in grado di coinvolgere gli altri a un accordo
tertius gaudens, quando il terzo approfitta per i propri scopi di una divergenza fra gli altri, secondo due
schemi principali: due in conflitto cercano l’alleanza del terzo, oppure due cercano di ottenere il favore del
terzo entrando in competizione fra loro. Questo è il caso, ad es., di due venditori che abbassano i prezzi per
conquistare un cliente
divide et impera, la vecchia massima dell’impero romano, quando un terzo fa sorgere o alimenta
intenzionalmente una discordia a proprio vantaggio

Proprietà relative ai confini


I criteri di appartenenza a un gruppo possono essere più o meno chiari e definiti. I gruppi formali
prevedono regole precise sui requisiti, sulle procedure per l’ammissione e sui comportamenti da tenere per
continuare a far parte del gruppo: è il caso, ad es., dei dipendenti di un’impresa. Questi criteri sono invece
taciti nei gruppi informali, come un gruppo di amici. A questo riguardo, si riscontra una singolare proprietà
dei gruppi informali per cui confini non ben definiti sono spesso una condizione importante della loro
stabilità; per un certo periodo, alcuni possono non frequentare il gruppo, avendo perso interesse alla
partecipazione, ma se non vengono formalmente espulsi è possibile una facile ripresa della partecipazione
in circostanze mutate.
Un carattere importante del gruppo è il suo grado di completezza. Si riferisce al rapporto fra membri che
fanno realmente parte del gruppo e persone che hanno i requisiti richiesti per l’appartenenza. Un sindacato
operaio che abbia poche centinaia di iscritti in un paese dove esistono milioni di operai ha una scarsa
completezza.
La definizione di un gruppo definisce anche categorie diverse di non appartenenti. Merton (1949) ha
proposto una tipologia di non membri, costruita in riferimento al possesso o meno dei requisiti di
appartenenza e a diversi atteggiamenti nei confronti dell’appartenenza al gruppo.

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Per i candidati all’appartenenza, il gruppo costituisce un gruppo di riferimento: essi ne condividono i fini,
sentono di accettare le sue regole, hanno criteri di valutazione e di preferenze simili a quelli dei membri.
l’uomo marginale, la categoria individua figure che si sono staccate da un loro gruppo del quale non
condividono più obiettivi e regole
membri potenziali, sono coloro ai quali il gruppo deve rivolgere la sua attenzione se si desidera aumentare
la propria completezza
non membri neutrali, sono coloro che sono sullo sfondo sociale del gruppo
non membri autonomi, sono pericolosi per il gruppo perché impediscono la completezza
non membri antagonisti, pur potendo, rifiutano di partecipare al gruppo; per loro è stato detto: «chi non è
con me è contro di me».

Proprietà strutturali
I gruppi hanno forme che possono essere osservate
Forme durevoli di interazione, che permettono di definire un gruppo, sono possibili quando il
comportamento delle persone è in una certa misura reciprocamente prevedibile e atteso.
Il termine ruolo sta a indicare l’insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si aspetta da
una persona, che del gruppo fa parte. Nella famiglia, ad es., ci si aspetta che i genitori procurino cibo,
vestiti, educazione, affetto ai figli; così come il ruolo del figlio maggiore può essere distinto da quello di
figlio minore e il ruolo di padre da quello di madre. Il contenuto di questo ruolo cambia da cultura a cultura,
da un’epoca all’altra, ma resta il fatto che nella famiglia è individuabile un insieme di ruoli tipici.
Il ruolo all’interno di un gruppo ha contenuti molto vari, ma si distinguono due tipi fondamentali:
- specifico, riguarda un insieme di comportamenti limitato e precisato. Ad es., l’operaio addetto alla
catena di montaggio.
- diffuso, riguarda un insieme di comportamenti più ampio e meno definito. Ad es., diffuso è il ruolo
di madre.
- In un gruppo sociale i ruoli possono essere più o meno differenziati. La differenziazione dipende
anche dalla densità sociale, cioè dalla concentrazione spaziale delle persone e dal volume delle loro
interazioni: quanto più aumentano le dimensioni e la densità sociale tanto più è probabile
riscontrare una differenziazione dei ruoli.

Durkeim, nell’ambito della sua concettualizzazione del cambiamento sociale, ha utilizzato questo punto di
vista per lo studio delle società nel loro complesso, distinguendo fra società segmentali, nelle quali gli
individui hanno ruoli simili (ad es., gli uomini sono quasi tutti cacciatori) e società a divisione del lavoro,
quali le moderne società industriali.
Un individuo ha diversi ruoli: può essere figlio, operaio, iscritto ad una associazione. Se consideriamo i
gruppi in relazione a questo fatto possiamo distinguerli:
- Gruppi primari, gruppi di piccole dimensioni, a ruoli diffusi, con contenuti affettivi e molto
personalizzati
- Gruppi secondari, gruppi di grandi dimensioni, a ruoli specifici, relazioni più fredde e
spersonalizzate
- Gruppo formale, gruppo basato su uno statuto o regolamento esplicito in vista di certi scopi
- Gruppo informale, gruppo che si forma in modo spontaneo, senza che siano state fissate regole
precise per il suo funzionamento
Gruppi totalitari, impegnano tutti i ruoli o quasi di un individuo
Gruppi segmentali, impegnano alcuni o anche uno dei ruoli di un individuo.

Potere e conflitto,
Non esiste un accordo generale sul concetto di potere, ma la più nota definizione è quella di Weber,
secondo la quale «potere è la possibilità di trovare obbedienza… ad un comando che abbia un determinato
contenuto».
Weber costruisce anche i suoi tipi di potere, distinguendo tra: potere tradizionale, quando la legittimazione

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del potere è fondata sulla credenza nel carattere sacro di tradizioni ritenute valide da sempre (es.,
monarchie ereditarie); potere carismatico, quando la legittimità è fondata sulla carisma o segno di elezione
che compete, come una qualità personale, a un particolare individuo; potere legale, quando la
legittimazione poggia sulla credenza nella legalità di ordinamenti giuridici razionalmente costituiti e nel
diritto attribuito a determinate persone di esercitare il potere sulla base di tali ordinamento (es., varie
forme di democrazia).
Autorità, il potere legittimato. Riguarda relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e doveri di
ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori.
Conflitto, azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza
altrui. Può essere pacifico, quando manca l’esercizio della violenza fisica (concorrenza più o meno regolata),
oppure violento, quando si rifiutano le regole e viene meno la dimensione di reciprocità, al limite fino
all’annientamento della vita dell’avversario.
Il conflitto svolge alcune funzioni per il gruppo:
- stabilisce e mantiene i confini del gruppo rispetto all’esterno;
- aumenta la coesione interna;
- è più intenso tra i gruppi che richiedono un impegno totale della personalità, ma se questi esplodono
tendono a essere di particolare intensità e potenzialmente distruttivi delle relazioni di gruppo;
- può generare nuovi tipi di interazione fra antagonisti

Il comportamento collettivo, un insieme di individui sottoposti a uno stesso stimolo, che reagiscono e
interagiscono fra loro in situazioni senza sicuro riferimento a ruoli definiti e stabilizzati. Ad es., le mode nel
vestire; frequentare certi locali piuttosto che altri; le reazioni collettive a disastri, come i terremoti o le
alluvioni; le ondate di violenza e pregiudizio
• Panico, reazione collettiva spontanea, che si manifesta di fronte al rischio di subire gravi danni da
un evento in corso o annunciato come immediato. Il pericolo può essere reale, come un incendio o
un naufrago, o solo immaginato.
• Follia, insieme di persone riunite in un luogo, che sviluppano umori e atteggiamenti comuni, ai quali
possono seguire forme di azione collettiva
• Pubblico, insieme di persone che si confrontano con uno stesso problema, hanno opinioni diverse
su come affrontarlo e discutono fra loro a questo riguardo. La differenza con la folla è che il
pubblico esprime più opinioni e atteggiamenti, mentre la folla ne esprime uno solo; la folla ha
funzioni espressive o dà luogo ad azioni collettive, mentre un pubblico forma delle opinioni.

• La società può essere vista come il prodotto di una miriade di azioni di persone in interazione fra
loro.
• Le reti sociali sono quella cerchia di persone con le quali un soggetto è in contatto e frequenta.
• I legami fra le persone collegate nelle reti variano per:
- intensità
- frequenza
- contenuto

Secondo Goffman, nell’interazione ciascuno è impegnato in una «rappresentazione di sé».


L’interazione è come un gioco che si svolge su una scena, dove gli attori (la compagnia) cercano di
controllare le idee che gli altri (il pubblico) si fanno di loro, per presentarsi nella migliore luce possibile e in
un modo che sia credibile. Essi agiscono nella ribalta e nel retroscena e recitano ruoli che possono anche
essere tra loro incongruenti.
Nell’interazione esistono regole di etichetta e rituali e si misurano la possibilità e i limiti di un reciproco
coinvolgimento. Anche la più anonima e fugace delle relazioni, un incontro con un estraneo per strada, è
già un’interazione molto complicata, nella quale si scambiano numerosi messaggi: è un tipo di rituale che
Goffman chiama disattenzione civile.
Nella società moderna, dove il contatto, la relazione, l’interazione sono la norma per poter accedere a
qualsiasi servizio o soddisfare semplici bisogni, gli individui hanno dovuto imparare a coordinare le loro
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interazioni, creando apposite strutture artificiali nelle quali cooperare. Tale processo viene definito
organizzazione sociale.
L’organizzazione sociale non riguarda solo i gruppi formalo, bensì comprende anche quei tipi di relazione e
interazione che rappresentano il tessuto intimo della società.
Il concetto di capitale sociale, il patrimonio di relazioni di cui dispone una persona e che questa può dunque
impiegare per i suoi scopi. L’esempio più banale che viene subito alla mente è che se una persona ne
conosce molte altre ha più opportunità di operare e realizzare scelte di una che non conosce nessuno.
Il capitale sociale, ci permette di capire il problema complesso dell’organizzazione sociale.

Capitolo 4. I gruppi organizzati: associazioni e organizzazioni


Fino a un secolo fa, quasi tutta la vita sociale si svolgeva nell’ambito di piccoli gruppi primari. Oggi il
paesaggio sociale è dominato da associazioni e organizzazioni grandi e impersonali, che influenzano la
nostra vita fin dalla nascita. In entrambi i casi si stratta di gruppi progettati per raggiungere alcuni limitati
scopi, basati su regolamenti chiaramente stabiliti, al contrario dei piccoli gruppi informali come un gruppo
di amici.
Cosa hanno in comune fra loro i gruppi che chiamiamo associazioni? Si può rispondere considerando il
motivo per cui le persone partecipano al gruppo e si adattano alle sue regole. Nelle associazioni questo
avviene perché se ne condividono i fini, sentendoli come propri, dal momento che corrispondono a propri
ideali o interessi. Un insieme di persone che ritiene di avere interessi o ideali simili può dar vita a
un’associazione per difenderli o realizzarli insieme. Una volta associate, in genere, le persone si
distribuiscono fra loro alcuni compiti necessari alla vita dell’associazione: un socio, ad es., è incaricato di
riscuotere le quote; un altro di spedire le circolari, ecc… In riferimento a questo aspetto si dice che
l’associazione si è data una sua organizzazione.
Organizzazioni sono gruppi progettati per raggiungere alcuni limitati scopi, che si basano su regolamenti
stabiliti e in cui la partecipazione dei soggetti è strumentale (lavoro in cambio di denaro).
Associazioni sono gruppi progettati per raggiungere alcuni limitati scopi, che si basano su regolamenti
stabiliti e in cui la partecipazione dei soggetti è volontaria, libera e gratuita.
Società civile è lo spazio che le libere associazioni occupano facendosi largo fra le istituzioni portanti della
società: in particolare, fra lo Stato e i gruppi ai quali si appartiene per nascita, come la famiglia.
Lo studio delle associazioni ha importanti radici nell’opera del nobile francese Alexis de Tocqueville (1805-
1859), che studio le conseguenze per l’organizzazione politica della fine dell’antico regime ad opera della
rivoluzione francese. Questo interesse è anche sullo sfondo del suo primo importante lavoro, La
democrazia in America, dedicato a un paese nuovo, nato senza re e senza nobili. Una delle differenze con
l’Europa che più colpirono Tocqueville fu appunto la diffusa presenza in America di associazioni volontarie.
Gli abitanti degli Stati Uniti, egli osserva, imparano da piccoli che bisogna contare su se stessi, e dunque che
ci si appoggia all’autorità pubblica solo quando ciò è indispensabile. Da questo spirito nasce una spinta ad
associarsi per i fini più diversi: commerciali, politici, letterari, religiosi, ricreativi.
Per Tocqueville la differenza fondamentale tra l’Europa e gli Stati Uniti era legata proprio al maggior
numero di associazioni presenti in quel paese. Cosi, egli arriva a dire che se dietro un’iniziativa importante
c’è in Francia lo Stato, in Inghilterra un signore, in America si trova un’associazione.
Le associazioni dovevano essere considerate un segno di vitalità della società e un antidoto contro un
pericolo interno alla democrazia.
Se Tocqueville può essere considerato il riferimento classico per lo studio delle associazioni volontarie,
Weber è il punto di partenza per lo studio delle organizzazioni. Il termine che Weber usa per definire la
forma moderna di organizzazione è burocrazia. (governo da parte di un ufficio) basata su principi
universalistici e di razionalità.
La parola burocrazia richiama subito alla mente l’organizzazione pubblica, ma secondo Weber non esistono
differenze significative fra questa e le tendenze di organizzazione in altri ambiti della società; in particolare
non ci sono differenze con l’organizzazione di un’impresa.

Per Weber, i caratteri distintivi della burocrazia sono:

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- una divisione stabile e specializzata di compiti, studiata esclusivamente in vista degli scopi
dell’organizzazione e stabilita da regole che prescrivono come comportarsi a seconda delle situazioni; ogni
problema simile viene trattato allo stesso modo e le soluzioni previste dalle regole non devono essere
reinventate ogni volta;
- precisa struttura gerarchica , con una catena di comando ben definita. Chi occupa una posizione ha i
poteri per compiere gli atti che a quella posizione competono; dà gli ordini a coloro che dipendono da lui (e
controlla che tali ordini vengano eseguiti); riceve ordini dai suoi superiori;
- competenza specializzata per ogni posizione; questa richiede una preparazione adeguata di chi quella
posizione occupa, l’esercizio a tempo pieno e continuativo della professione, un’assegnazione alla posizione
per mezzo di un meccanismo di concorso, come garanzia di competenza e successivamente di meccanismi
di carriera;
- remunerazione in denaro per le prestazioni effettuate, pagata dall’organizzazione e mai dai clienti di
questa; nessuna possibilità di appropriarsi del posto definitivamente, di cederlo ad altri o passarlo in
eredità.
Secondo Weber, la burocrazia è il modo più efficiente per affrontare le richieste della complessa società
moderna, in quanto essa si fonda su un’organizzazione razionale, dove potere e controllo sono esercitati
sulla base della conoscenza e della competenza.
MA
Chi ha studiato empiricamente le organizzazioni si è accorto che tale principio è spesso disatteso e la
burocrazia molto spesso non è efficace e neppure efficiente.
Efficacia, indica la capacità di un’azione di raggiungere i risultati che si propone.
Efficienza, indica la capacità di valutare il dispendio di risorse impiegate per ottenere i risultati voluti.

Perché spesso la burocrazia è inefficiente?


I sociologi hanno sviluppato diverse interpretazioni del fenomeno, costruendo modelli teorici di spiegazioni
più o meno complicati:
- formalismo burocratico (Merton)
- giochi di potere (Crozier)
Il formalismo burocratico
La struttura burocratica esercita una pressione costante sul funzionario affinché sia metodico, prudente,
disciplinato.
In tali condizioni, chi lavora nell’organizzazione tende a sviluppare una caratteristica deformazione
professionale: i regolamenti, che erano stati concepiti come strumenti per raggiungere certi scopi,
diventano per lui dei fini in se stessi; seguire con precisione e con scrupolo le regola diventa più importante
e più gratificante che ottenere risultati.
Atteggiamenti di questo genere ostacolano in particolare la capacità di adattamento alla grande varietà di
situazioni particolari, che non sono state previste nei regolamenti generali. Di conseguenza, proprio le
condizioni che normalmente portano all’efficienza, in situazioni particolari e specifiche producono
inefficienza.
Chi di noi si è trovato di fronte a un funzionario che si irrigidiva su questioni formali relative a una pratica e
gli ha detto «ma ci vuole una mentalità un po’ più elastica!», senza svilupparlo nei dettagli ha fatto il
ragionamento di Merton.

I giochi di potere
Nelle organizzazioni esistono relazioni di potere, vale a dire la possibilità di interferire sul comportamento
di altri al di là degli ambiti di autorità previsti dell’organizzazione.
Questo si verifica in quando il comportamento di ciascuno non è mai perfettamente previsto e visibile ogni
incertezza nella regolamentazione di un ruolo organizzativo comporta l’esistenza di un certo potere
discrezionale nella mani di chi quel ruolo svolge. Potere che può essere da lui utilizzato per «contrattare» la
propria partecipazione nell’organizzazione, in vista di vantaggi particolari. Ad esempio, un progettista può
cercare di ottenere nuovo personale al suo reparto, non essendo facile provare che non è indispensabile;
oppure può cercare di imporre i propri ritmi di lavoro a quelli di un altro ufficio affermando che questo è

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necessario, senza che altri siano in grado di controllare l’affermazione perché non hanno la conoscenza
tecnica per farlo.
Il gioco, che si svolge in genere a livello di gruppo, consiste per
i «privilegiati» nel cercare di conservare le fonti di incertezza alla base del loro privilegio;
I danneggiati nel tentativo di sottometterle a controllo.

Forme diverse di organizzazione


La burocrazia di Weber si basa su un principio fondamentale: la prevedibilità dei comportamenti ottenuta
attraverso la loro standardizzazione. Per conseguire un determinato risultato (produrre automobili,
rilasciare certificati, ecc…) è possibili individuare una serie di operazioni successive, ognuna delle quali è
standardizzata, vale a dire è fissata nei dettagli una volta per tutte; potrà e dovrà allora essere ripetuta
senza errori da una persona alla quale compete secondo lo schema organizzativo, ovvero secondo
l’organigramma.
Questo principio si scontra con due difficoltà:
• in primo luogo gli individui non si comportano come macchine, ma interagiscono con
l’organizzazione mettendo in gioco propri fini anche in concorrenza con quelli dell’organizzazione.
In altre parole, le persone non sono mai completamente prevedibili;
• in secondo luogo, è possibile progettare uno schema di comportamenti standardizzati se i problemi
che l’organizzazione incontra nel realizzare i suoi compiti sono semplici e si presentano senza
grandi variazioni da un momento all’altro, o a seconda dei clienti.
Proprio per questo il principio fondamentale di Weber è rispettato solo fino ad un certo punto;
d’altro canto, i consulenti aziendali e gli studiosi delle organizzazioni arrivano anche a suggerire
soluzioni molto lontane dai caratteri della burocrazia descritti da Weber.

Direzione per obiettivi


Un esempio è la direzione per obiettivi raccomandata da Peter F. Drucker (1964). In questo schema, più che
alle regole bisogna fare attenzione agli obiettivi, fissati a grandi linee e non nei dettagli; gli obiettivi sono in
certa misura contrattati fra superiori e inferiori, ciò che implica un’ampia possibilità di discuterli senza
tenere conto della gerarchia nel valutare le proposte; in successive riunioni gli obiettivi possono essere
ridefiniti e ricontrattati; i rapporti sono più personalizzati, la carriera per anzianità è prevista, ma si deve
soprattutto tener conto dei risultati che una persona ottiene e dei contributi che essa dà alla soluzione dei
problemi. Secondo Drucker, un’organizzazione basata su questi principi motiva maggiormente le persone a
impegnarsi, porta alla luce le zone di inefficienza e i giochi di potere consentendo di affrontarli, è più
capace di adattarsi a un ambiente poco prevedibile.

Teoria delle cinque configurazioni organizzative di Henry Mintzberg (1983) che tengono conto delle
dimensioni, della tecnologia impiegata e della prevedibilità dell’ambiente:
• struttura semplice, dove il controllo è esercitato direttamente dal vertice, il quale accentra tutte le
funzioni di direzione. Una piccola azienda artigiana è l’esempio tipico
• burocrazia meccanica, coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia. E’ in
sostanza la burocrazia di Weber, che diventa efficiente se l’ambiente è stabile, se si tratta di
produrre beni o servizi in grande serie, ad es., con una tecnologia che permetta di standardizzare le
attività, come la catena di montaggio;
• burocrazia professionale, coordina i dipendenti con un lungo tirocinio di formazione esterno
all’organizzazione; una volta assunti, verificata la loro capacità professionale, questi hanno
un’ampia discrezionalità nello svolgimento del loro lavoro. Sono poco controllati e spesso lo sono
più dagli utenti che dall’organizzazione perché operano a stretto contatto con il pubblico: è il caso
degli insegnanti di una scuola, dei professori di un’università, dei medici di un ospedale;
• struttura divisionale, si avvicina alla direzione per obiettivi di Drucker; il coordinamento si ottiene
fissando obiettivi generali e compatibili fra loro a settori con funzioni diverse (le divisioni), che poi
sono indipendenti nelle loro scelte sul come raggiungerli
• Adhocrazia, il termine è stato inventato con riferimento all’espressione latina ad hoc che significa
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«espressamente per questo»; esso indica gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone
che si conoscono bene e lavorano insieme fidandosi delle rispettive competenze, senza vincoli dii
gerarchia e regole precise, ai quali sono assegnati compiti che richiedono alta professionalità, ma
anche capacità di inventarsi procedure e regole, perché si tratta di battere strade nuove; ne è un
es., un gruppo di scienziati costituito ad hoc per studiare un fenomeno ancora sconosciuto.

Weber sostiene che l’organizzazione moderna - la burocrazia- è razionale.


Il concetto di razionalità limitata, mira a ottenere non i massimi risultati possibili in astratto, ma risultati
soddisfacenti, semplificando la realtà in modelli, che trascurano la catena delle cause e degli effetti oltre un
certo orizzonte, limitandosi cioè ad alcuni aspetti che un attore considera più rilevanti ed essenziali.
La razionalità limitata è la razionalità possibile e concretamente perseguibile in normali condizioni di
incertezza. Solo selezionando un numero ragionevole di alternative, acquisendo un certo numero di
conseguenze più dirette della scelta è possibile per un’organizzazione calcolare con sufficiente precisione i
mezzi rispetto agli obiettivi, stabilire delle procedure continuative per il lavoro da fare, coordinare per un
lungo periodo l’attività di molte persone, mettere in opera dei sistemi di controllo per osservare se gli
obiettivi si stanno raggiungendo, ottenendo così efficacia ed efficienza.

Assumendo il concetto di razionalità limitata si può distinguere fra:


• razionalità sinottica, consiste nel poter fare inizialmente delle scelte che tengano conto di tutti i
dati rilevanti, in relazione a obiettivi condivisi e chiari, predisponendo i mezzi necessari ai fini
• razionalità incrementale o strategica, si riferisce ad attori che, come spesso succede, non hanno
all’inizio idee assolutamente chiare ed esattamente coincidenti sulle strategie da mettere in atto.
Essa riconosce, definiti alcuni obiettivi di massima, la necessità di aggiustamenti progressivi, la
possibilità di trovare in un momento successivo mezzi e occasioni che prima non si vedevano o non
erano disponibili, di cambiare dunque anche obiettivi per strada, cercando accordi e soluzioni
soddisfacenti.;
• razionalità individuale (o delle persone) e la razionalità collettiva (o dell’organizzazione). La
razionalità di una decisione individuale o di una decisione dell’organizzazione sono dello stesso
genere: sia l’attore individuale sia quello collettivo devono avere sufficiente informazione, chiarire
le alternative, essere coerenti rispetto ai propri obiettivi. Se si vuole che tanto l’organizzazione,
come attore collettivo, quanto le persone, come attori individuali, siano razionali, «l’organizzazione
dev’essere tale da permettere che una decisione soggettivamente razionale rimanga razionale
quando è riesaminata dal punto di vista del gruppo» (Simon 1957).
• razionalità funzionale è quella che si adatta a ordini ricevuti eseguendoli senza errori, o a procedure
e obiettivi stabili, senza discuterli;
• razionalità sostanziale è quella di chi cerca di comprendere come diversi aspetti di una situazione
siano collegati fra loro, interrogandosi sul loro significato e valutando in base ai propri criteri di
giudizio, anche rispetto altre possibilità.

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Capitolo 5 - Valori, norme e istituzioni
Che cosa sono i valori?
Nel linguaggio comune si parla di valore per indicare:
• qualcosa che non appartiene al mondo delle cose reali, ma alla sfera degli ideali e dei desideri;
• qualcosa di reale di cui si teme la perdita.
Nel linguaggio della filosofia e della scienza sociali, il concetto di «valore» assume diversi significati.
Semplificando molto, potremmo dire che in filosofia morale il valore incarna l’idea del bene, in
contrapposizione al male; in estetica il valore corrisponde a qualche ideale di bellezza; in antropologia
culturale i valori indicano tutto ciò che in una cultura è ritenuto buono, giusto e apprezzabile; in economia è
valore tutto ciò che è desiderabile e richiede uno sforzo, un impegno, quindi un costo, per essere realizzato
o acquisito.
Quindi, Il concetto di valore è polisemico e il suo linguaggio varia a seconda dell’uso, da una disciplina a
un’altra e all’interno di ogni singola disciplina.

Anche in sociologia troviamo una pluralità di significati. In tal senso i valori sono:
• orientamenti dai quali discendono i fini delle azioni umane. Valori e fini (oppure, mete o scopi) sono
legati tra loro come in una catena. Ad es., se l’azione è orientata, al valore della salvezza dell’anima,
è necessario che ci ponga il fine di raggiungere lo stato di grazia, il quale a sua volta è perseguibile
attraverso la preghiera, oppure una condotta di vita conforme alle prescrizioni divine;
• trascendenti rispetto all’esistente, indicano un dover essere che va la di là dell’essere, una tensione
verso uno stato di cose ritenuto ideale e desiderabile ma che non è, o non è ancora, realizzato.
Pertanto, l’orizzonte in cui si collocano i valori può essere sia terreno, sia ultraterreno. Nel primo
caso, i valori stimolano l’impegno per la loro realizzazione su questa terra per difenderla e
migliorarla; nel secondo caso, i valori favoriscono invece un atteggiamento passivo nei confronti del
mondo, la perfezione può essere raggiunta soltanto attraverso la fuga dalle cose mondane e i valori
trovano la loro realizzazione compiuta solo «nel regno dei cieli»;
• fatti sociali in quanto, e solo in quanto, vengono fatti propri da individui o gruppi sociali, i quali
orientano in base a essi il loro agire. I valori sono forze operanti, perché forniscono le motivazioni
dei comportamenti;
• I valori vengono fatti propri, adottati, da individui e gruppi mediante processi più o meno
consapevoli di scelta . Individui e gruppi scelgono i valori che guidano il loro agire. In questo senso i
valori sono sempre «soggettivi» in quanto esistono perché vi sono dei soggetti che li scelgono, ma
sono anche «oggettivi» poiché i valori sono prodotti da dinamiche sociali e all’agire di una pluralità
di soggetti.
• In sociologia, in sostanza, si è soliti definire i valori l’insieme di idee e opinioni condivise da una
collettività riguardo a ciò che è giusto, buono, apprezzabile. Il valore indica un criterio di
valutazione.

I valori universali:
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• Sono valori di «tutti», ovvero sono quei valori nei quali una civiltà si riconosce e chi non li accetta si
mette ipso facto al di fuori di essa.
• Il valore della pace ad es., è diventato universale dopo che l’umanità è emersa dalla seconda guerra
mondiale; da allora l’esaltazione della guerra come valore sul quale si misurano la virtù, la dignità e
l’onore dei popoli – presente nella cultura europea della prima metà del Novecento – non è più
sostenuta neppure dagli esponenti del potere militare; le stesse forze armate interpretano il loro
ruolo come «forza di pace»
• Sono i valori che definiscono i confini del vivere civile, la natura del «patto sociale»
• Sono il risultato di processi di lungo periodo, intessuti di lotte condotte storicamente, e con alterne
vicende, da gruppi umani concreti.

Pluralismo dei valori


Le società moderne, data la loro complessità e differenziazione, sono caratterizzate dal pluralismo dei
valori. Ciò era vero anche per la società del passato, ma non nella stessa misura. In una piccola società
rurale in epoca preindustriale la maggior parte degli abitanti aveva, prevalentemente, gli stessi bisogni, gli
stessi interessi e gli stessi valori. Ciò non è più vero per società differenziate e complesse ed è quindi
importante analizzare se e come i diversi valori «stiano insieme», cioè facciano parte di un medesimo
ordinamento.
In ogni società o epoca vi può essere un unico sistema di valori, imperante e dominante, oppure ve ne
possono essere vari in irrimediabile conflitto tra loro. Weber parla in proposito di «politeismo dei valori»,
oppure i diversi sistemi possono coesistere pacificamente l’uno accanto all’altro
Nelle società moderne si pone sempre più il problema dell’integrazione dei valori. Per Parsons le società
«stanno insieme» perché sono «tenute insieme» da sistemi di valori sufficientemente integrati e coerenti.
Tuttavia non sempre ciò si verifica.
Quando sistemi di valori o singoli valori sono in conflitto tra loro, i gruppi che ne sono portatoti entrano essi
stessi in conflitto.
Lo stesso individuo può far propri valori, tra loro in linea di principio incompatibili, e trovarsi quindi di
fronte a situazioni di dilemma etico. Nella nostra società, ad es., è frequente che i valori di solidarietà nei
confronti dei più deboli e della giustizia entrino in conflitto. Ad es., un medico potrà senz’altro avere
interiorizzato il valore della sincerità che impone di dire sempre la verità, eppure si troverà spesso in
situazioni in cui si chiederà se sia opportuno o meno dire al paziente tutta la verità in merito alla gravità
della sua malattia.

Mutamento nella sfera dei valori


Analizzando l’importanza e il ruolo rivestito dalla religione nella società attuale, si nota come questa abbia
perduto la posizione di predominanza assunta nel passato. Il processo di perdita di rilevanza della religione
nella vita sociale è detto secolarizzazione. Il processo di secolarizzazione, che ha fortemente indebolito
l’ancoraggio dei sistemi di valori nelle credenze religiose, nonché il declino delle grandi costruzioni
ideologiche (le «grandi narrazioni») fondate su qualche filosofia della storia, hanno indotto alcuni, a partire
da Nietzsche (1886) a parlare di «morte dei valori».
Un esempio illuminante dell’operare del processo di secolarizzazione lo si riscontra nel significato del
lavoro. Nella tradizione religiosa ebraico-cristiana la concezione del lavoro contiene elementi tra loro anche
fortemente contrastanti: si va dalla dannazione biblica del lavoro come pena e fatica, punizione del peccato
originale («lavorerai con il sudore della fronte»), alla valorizzazione del lavoro nell’etica protestante come
strumento di realizzazione della volontà divina, che assegna ad ogni uomo un compito specifico. Weber ha
messo bene in luce come la concezione del lavoro come «vocazione» sia risultata un fattore fondamentale
nell’orientare gli individui verso un’attività operosa e sistematica, indispensabile alla nascita di un’economia
capitalistica.
Al giorno d’oggi, tuttavia, sembra che questi motivi religiosi abbiano perso largamente la loro efficacia: gli
uomini e le donne lavorano per guadagnarsi da vivere o per autorealizzarsi, senza nella maggior parte dei
casi attribuire al loro agire nella sfera lavorativa un significato religioso.
Nel processo di secolarizzazione lo sviluppo della scienza moderna ha senza dubbio un ruolo decisivo.
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Religione e scienza si sono spesso trovate a combattere su fronti opposti; la scienza, e gli scienziati, hanno
spesso eroso credenze tradizionali che erano diventate oggetti di tutela da parte di qualche religione e
organizzazione ecclesiastica. Emblematico del conflitto tra fede e scienza resta il processo intentato dal
Santo Uffizio (una sorta di «tribunale» istituito per combattere le idee eretiche) contro Galileo Galilei, reo di
sostenere, contraddicendo l’interpretazione canonica delle Sacre Scritture, la «rivoluzionaria» tesi
copernicana che la terra è una sfera che ruota intorno al sole.
Antichi valori restano accanto a nuovi valori emergenti, la dinamica della sfera dei valori è continuamente
alimentata da nuovi movimenti sociali, capaci di mobilitare energie e di formulare nuovi criteri per
distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Ad es., si pensi ai valori legati alla tutela della terra; ai valori
del rispetto del «diverso» e dei migranti.
Nelle società moderne e avanzate, si possono formulare le seguenti ipotesi per lo studio del mutamento dei
valori:
• si sta allargando il grappolo dei valori universali, vale a dire dei valori che sono condivisi dalla
grande maggioranza della popolazione;
• i sistemi di valori si frammentano (complessità, differenziazione, secolarizzazione, fine grandi
narrazioni) e al loro posto si creano nuovi valori nel quotidiano e a livello planetario;
• si assiste a un processo di «presentificazione» dell’orizzonte di realizzazione dei valori in cui ogni
individuo cerca di realizzare il proprio ideale di «vita buona» nel qui e ora o, almeno, nell’arco della
propria stessa esistenza.

Molto spesso, non si traccia una distinzione tra «valori» e «norme»


• Norme sono quasi sempre interpretabili come mezzi che prescrivono o vietano dei comportamenti
in vista di qualche fine/valore. Possiamo intendere le norme come dei vincoli che prescrivono o
vietano certi comportamenti (obbligazioni) e che ne consentano altri (permissioni)
• Valori sono intesi come delle guide capaci di orientare i comportamenti nell’ambito consentito
dalle norme.
Nella vita quotidiana abbiamo continuamente la possibilità di interagire con gli altri il cui
comportamento ci risulta largamente prevedibile. Le aspettative che nutriamo nei confronti degli altri,
e che gli altri nutrono nei nostri confronti, sono all’origine di questa prevedibilità: non sappiamo
precisamente come gli altri si comporteranno, ma, almeno nella maggior parte dei casi, sappiamo la
gamma dei comportamenti possibili in quella data situazione è ristretta entro un numero limitati di
alternative. Ad es. se invitiamo a cena un amico, non sappiamo se e cosa ci porterà in segno di
ringraziamento, ma sappiamo che non ci porterà in regalo copia delle lettere di una sua vecchia zia, a
meno che io non sia uno storico e che quelle lettere non abbiano un valore come documenti storici. I
comportamenti sono, quasi sempre, entro certi limiti, prevedibili perché seguono la regolarità.

Molte regolarità sono riconducibili ad abitudini meccaniche:

- ci si comporta in un certo modo perché in situazioni analoghe ci si è sempre comportati così e, senza
quasi pensarci, si continua a farlo;

- in altri casi la regolarità dipende dal conformismo: ci si comporta in un certo modo perché la
maggioranza si comporta proprio in quel modo;

- in altri casi mettiamo in atto un certo comportamento perché quello è un modo tecnicamente
adeguato per raggiungere un determinato scopo: se ho il raffreddore mi soffio il naso con un
fazzoletto; se devo appendere un quadro prendo chiodi e martello, ecc.. (in questo caso si dice che si
segue una norma tecnica).

A differenza delle abitudini, del conformismo o delle norme tecniche, le norme sociali sono uno strumento
che rende prevedibile il comportamento altrui entro un numero limitato di alternative.

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Le norme sociali sono tali in quanto i comportamenti che da esse si scostano incontrano invariabilmente
qualche forma di sanzione e in ogni società la conformità alle norme viene mantenuta attraverso l’uso o la
minaccia di sanzioni.
Le sanzioni possono assumere le forme più diverse: dalla blanda disapprovazione sociale che si esprime con
la semplice astensione dal saluto nei confronti dei vicini di casa che violano il codice della cortesia, alla pena
capitale che in certi ordinamenti giudiziari colpisce che ha commesso un grave delitto.

Le sanzioni si distinguono in:


• positive, ricompensano chi rispetta la norma;
• negative, puniscono chi non rispetta la norma. Per semplicità, quando parliamo di «sanzioni»,
intendiamo sempre «sanzioni negative», cioè qualcosa che comporti privazione, sacrificio o perdita
per colui che da esse viene colpito;
• formali, se applicate da specifiche autorità a ciò preposte;
• interne, quando le norme sociali sono state interiorizzate e quindi trasformate in norme morali.
Il tribunale interno, che giudica le nostre azioni e ci fa sentire in colpa quando deviamo da una norma
sociale, è spesso assai più efficace di qualsiasi sanzione. Perché il tribunale interno funzioni, però, è
necessario che le norme sociali siano fatte proprio dall’individuo, siano state cioè interiorizzate e quindi
trasformate in norme morali. L’interiorizzazione delle norme avviene nel corso del processo di
socializzazione e dipende dagli insegnamenti, dalla educazione, dai modelli, dalle esperienze, dall’ambiente
in cui vive.

Legalità interiore: non è solo non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te…
1) Educarsi alla prosocialità: agire gratuitamente per il bene dell’altro. Mussen e Eisenberg (1985) lo
definiscono come quell’insieme di “azioni dirette ad aiutare o beneficiare un’altra persona o un gruppo di
persone, senza aspettarsi ricompense esterne”. Successivamente Roche (1995) pone la questione del
rispetto dell’autonomia sia di colui che agisce sia del beneficiario dell’aiuto proponendo la seguente
definizione: “quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne, favoriscono altre persone,
gruppi o fini sociali e aumentano la probabilità di generare una reciprocità positiva, di qualità, solidale
nelle relazioni interpersonali o sociali conseguenti, salvaguardando l’identità, la creatività e le iniziative
degli individui o gruppi implicati, sia che essi offrono o ricevano aiuto”; imparare a conoscere, imparare a
fare, ad essere e a vivere insieme;
2) farsi prossimo al prossimo;
3) integrazione fra legalità che è uno strumento e la giustizia che è l’obiettivo da perseguire;
4) vuol nutrire attenzione a sé; attenzione agli altri; attenzione all’ambiente;
5) creare armonia tra mente, corpo, emozioni: un tutto inseparabile, con una relazione molto stretta…
perché cambiando uno, cambiano anche gli altri creare un collegamento, un equilibrio, un legame profondo
tra parti differenziate. Quali sono quelle due importanti qualità per accordare mente, corpo, emozioni?
Osservare e ascoltare
6) imparare ad essere cittadini:
1) responsabili;
2) corresponsabili;
3) impegnarsi nel territorio.

Tipi di norme
Il complesso delle norme che vigono in un dato momento in ogni società è vario. Un primo criterio,
proposto dal filosofo americano John Rawls (1967), distingue tra:

- regole costitutive pongono in essere delle attività che non esisterebbero all’infuori delle regole
stesse, non ammettono eccezioni e la loro applicazione non richiede in genere un apparato
preposto alla loro interpretazione. Ad es., le regole del gioco, quelle del gioco degli scacchi: se a
qualsiasi giocatore venisse in mente di muovere il cavallo in modo diverso da quello prescritto dalle
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regole, egli si porrebbe automaticamente al di fuori del gioco e la partita non potrebbe continuare;

- regole regolative invece, indicano ciò che è prescritto o ciò che è vietato nell’ambito di un’attività
già costituita, ammettono eccezioni e consentono in genere ampio spazio all’interpretazione.
Avvocati, giudici, arbitri devono la loro esistenza al fatto che, salvo poche eccezioni, l’applicazione
delle norme richiede un’opera di interpretazione.

Un secondo criterio distingue il sottoinsieme delle norme giuridiche (le leggi). Le leggi sono emanate
dall’autorità (potere legislativo), presuppongono un apparato per la loro applicazione (potere giudiziario) e
per l’amministrazione delle sanzioni da esse previste (istituzioni penali).
• I sistemi giuridici variano moltissimo da società e società e, variano nel tempo nell’ambito della
stessa società.
• Norme implicite (galateo, buone maniere) sono quell’insieme di norme e regole di comportamento
che seguiamo quotidianamente e che diamo per scontate.
Norme che valgono soltanto per gli appartenenti a determinati gruppi sociali e regolano i rapporti sia
all’interno del gruppo, sia con soggetti esterni. Un esempio di tali norme, o meglio, di tali sistemi
normativi, sono i codici deontologici degli ordini professionali (medici, notai, avvocati, ragionieri,
commercialisti, agenti di cambio, ecc..) che stabiliscono i principi e le modalità ai quali si devono
attenere gli appartenenti nell’esercizio delle loro attività professionali, sulla base di specifiche etiche
professionali.

Anche se in genere gli individui nella maggior parte delle situazioni sanno che cosa è vietato e che cosa è
permesso fare, sanno cioè quali sono i vincoli che le norme sociali pongono al loro agire, non è infrequente
che si verifichino situazioni nelle quali:
vi è un eccesso di norme. Ad es., il cittadino di fronte al modulo della dichiarazione dei redditi, solo con il
ricorso agli esperti riesce a districarsi nei meandri della legislazione;
vi sono norme contraddittorie per cui la stessa azione è nello stesso tempo prescritta da una norma e
vietata da un’altra. Ad es., lo scienziato che scopre una cura efficace contro il cancro, è diviso se, come
prescrive il codice deontologico, divulgare subito la sua scoperta, o non divulgare, sempre secondo il codice
deontologico, notizie che farebbero crescere speranze ancora infondate nei malati di cancro. Di fronte a
imperativi contraddittori, egli dovrà stabilire una gerarchia per individuare quale norma, nel caso concreto,
ha il sopravvento sulle altre. E’ il caso del dilemma etico;
vi è una carenza di norme e quindi l’azione non trova chiari punti di riferimento normativi. Durkheim
descrive il concetto di anomia (dal greco a-nomos, privo di leggi) per indicare situazioni nelle quali, per
effetto di rapidi cambiamenti sociali (sviluppo economico, crisi, spostamenti dell’attore sociale da un tipo di
società a un altro , ecc.), i valori e i modelli di comportamento validi nella situazione d’origine non sono più
adeguati alla nuova situazione, determinando nell’attore sociale un diffuso disorientamento.
Nel linguaggio comune per istituzione si intende generalmente un apparato preposto allo svolgimento di
funzioni e compiti che hanno a che fare con l’interesse pubblico: educazione dei nuovo membri, istituzioni
scolastiche; la cura della salute, istituzioni sanitarie; l’amministrazione della giustizia, istituzioni giudiziarie;
la difesa del territorio, istituzioni militari, ecc..
Nelle scienze sociali per istituzione si intendono modelli di comportamento che in una determinata società
sono dotati di cogenza normativa.
Se per organizzazione si intende un insieme coordinato di risorse umane e materiali, per istituzione si
intende l’impianto di regole che rende possibile tale coordinazione.
Rispetto al linguaggio comune, il concetto sociologico di «istituzione» assume significato
più ampio perché riguarda in generale tutti i modelli di comportamento e non solo quelli che si manifestano
in apparati e organizzazioni (istituzioni sono, ad es., anche il tabù dell’incesto, il digiuno rituale, il
fidanzamento, il linguaggio, ecc.);
più preciso perché sottolinea come, affinché un modello di comportamento possa essere considerato
un’istituzione, sia necessaria la presenza di un elemento normativo in qualche misura vincolante.
Le varie istituzioni si possono ordinare lungo un continuum, a seconda del grado di istituzionalizzazione
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raggiunto.
Il grado di istituzionalizzazione di un sistema di regole dipende da diversi fattori:
- dalle forme flessibili o rigide del controllo sociale che ne garantiscono l’osservanza;
- dal grado di informazione in merito alla loro esistenza che ne hanno gli attori coinvolti;
- dal grado di accettazione di tali regole da parte della società nel suo complesso;
- dal tipo e dall’intensità delle sanzioni che premiano la conformità o puniscono la trasgressione;
- dal grado di interiorizzazione nei codici morali individuali;
- dal grado in cui le norme vengano di fatto osservate oppure no.
Un caso particolare di elevata istituzionalizzazione è costituito da quelle istituzioni (e dalle relative
organizzazioni) che esercitano un controllo pervasivo e costante sui comportamenti (ma spesso anche sui
«pensieri») dei loro membri. Si parla in questo caso di istituzioni totali (Goffman 1961), per indicare che
esse restringono fino a quasi ad annullarli, i gradi di libertà degli individui coinvolti. Rientrano in questa
categoria le prigioni (Foucault 1975), i campi di concentramento, gli ospedali psichiatrici, le caserme, i
conventi e, in genere, tutte quelle istituzioni che tendono a cancellare i segni dell’individualità e a
trasformare in numeri coloro che volontariamente o più, spesso, involontariamente, ne fanno parte.
Altre istituzioni, invece, sono il prodotto dell’azione di movimenti sociali che si pongono degli obiettivi e
mobilitano delle risorse per conseguirli.
Quindi, il concetto di «istituzione», così come viene utilizzato nelle scienze sociali, si colloca ad un livello
elevato di generalizzazione e applicabile ad una categoria molto ampia di fenomeni.

Ogni sistema sociale per esistere deve soddisfare quattro requisiti fondamentali:
1) formulare dei fini. Al primo requisito corrisponde sostanzialmente la funzione economica (assicurare
l’approvvigionamento di beni e servizi, vale a dire la loro produzione, circolazione e distribuzione);
2) adattare i mezzi ai fini. Al secondo la funzione politica (garantire la sicurezza esterna e interna, regolare i
conflitti d’interesse, definire gli interessi generali);
3) regolare le transazioni tra le sue parti. Al terzo la funzione normativa (definizione dei diritti e doveri dei
singoli e delle parti, formulazione, interpretazione e applicazione delle norme);
4) mantenere nel tempo i propri orientamenti di fondo. Al quarto la funzione di riproduzione biologica e
culturale (mantenimento dell’identità, dei valori e degli orientamenti di fondo).

Alle varie funzioni corrispondono istituzioni diverse, anche se molte istituzioni svolgono una pluralità di
funzioni. Cosi, ad es., famiglia, scuola e religione sono istituzioni specializzate nella funzione della
riproduzione culturale, ma svolgono anche funzioni politiche ed economiche, la famiglia ha storicamente
ceduto gran parte delle sue funzioni educative alla scuola, la religione ha ceduto funzioni regolative al
diritto e alla politica, le istituzioni giuridiche sono specializzate nella funzione normativa, ma condividono
con le istituzioni politiche la formulazione delle leggi, e così via.
Una caratteristica importante delle istituzioni da un punto di vista sociologico è la loro durata temporale. Le
istituzioni, come ogni prodotto dell’attività umana, sono soggette a nascere e a scomparire; tuttavia il loro
ciclo di vita è in genere notevolmente più lungo di quello degli individui che di volta in volta si trovano ad
agire nel loro ambito.
Simmel (1908) è l’autore classico che per primo ha sottolineato l’importanza del fatto che individui e
istituzioni si muovono su orizzonti temporali diversi. Delle istituzioni, così come degli individui, è possibile
scrivere la biografia nell’arco di un ideale ciclo di vita che va dalla nascita allo sviluppo, alla maternità e,
infine, alla morte.
Tuttavia, le origini di molte istituzioni si perdono nella notte dei tempi e la loro morte non è prevedibile. Il
matrimonio, ad es., come istituzione che sancisce l’unione più o meno stabile tra un uomo e una donna, ha
senz’altro origini molto remote, è passata attraverso forme molto variabili in epoche e culture diverse e,
anche se alcuni sostengono che sia destinata ad estinguersi, nessuno è in grado di dire se e quando ciò
possa avvenire.
Quindi, nella dinamica delle istituzioni si possono distinguere due tipi fondamentali di processo:
- da un lato le istituzioni nascono, si sviluppano e muoiono per effetto di processi spontanei, vale a dire non
intenzionalmente voluti e prodotti dalle azioni di individui e gruppi identificabili effetto di composizione o

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emergente;
- dall’altro lato, invece, tali eventi e processi sono imputabili alla volontà specifica di qualche attore.
La vita e il mutamento delle istituzioni dipende dalla loro capacità di rispondere efficacemente alle sfide
che provengono:
- dall’ambiente esterno, ad es., per un’impresa, dalle sue capacità di rispondere alla trasformazione dei
mercati nei quali opera);
- dall’ambiente interno, ad es., dal modo di affrontare le tensioni e i conflitti che si sviluppano al loro
interno.
Per restare nell’esempio dell’impresa, i mutamenti possono essere indotti dal riassetto dei rapporti tra
proprietà e controllo, oppure dalla rinegoziazione dei rapporti di lavoro dipendente e questi mutamenti
potranno a loro volta influire sulle strategie di mercato.
In linea di principio, due possono essere i tipi di risposta strategica alle sfide ambientali:
- una risposta rigida, tendente a conservare l’identità e l’integrità dell’istituzione di fronte alla
turbolenza interna o esterna;
- una risposta flessibile in grado di modificare la propria struttura interna, di ridefinire i confini con
l’ambiente e quindi l’identità stessa dell’istituzione.

Capitolo 6. Identità e socializzazione


Ogni società deve assicurare la propria continuità nel tempo.
E’ necessario, quindi, che essa disponga di pratiche e istituzioni, atte a trasmettere almeno una parte del
patrimonio culturale che ha accumulato nel corso delle generazioni.
La socializzazione è lo strumento attraverso il quale il patrimonio culturale della società viene appreso dagli
individui.
Nel mondo animale, le azioni e i comportamenti sono trasmessi per lo più per via genetica attraverso un
cospicuo bagaglio istintuale, cioè da informazioni che sono state loro trasmesse per via genetica e che
appartengono al patrimonio genetico di quella specie particolare. Ad es., nessuno ha insegnato alle api le
proprietà geometriche dell’esagono, tuttavia esse si comportano come se fossero a conoscenza di tutto
questo e di fatto lo sono perché si tratta di informazioni che hanno ricevuto per via genetica.
Il mondo umano, ha bisogno di un lungo periodo di apprendimento, visto lo scarso bagaglio istintuale. Si
può affermare che la differenza fondamentale tra gli animali e l’uomo consiste nel fatto che l’uomo ha una
capacità di apprendimento straordinariamente maggiore alla quale si accompagna una dotazione istintuale
assai meno specifica.
Il patrimonio culturale, di cui stiamo parlando, è l’insieme dei valori, norme, atteggiamenti, conoscenze,
capacità, linguaggi, che consentono alla società di esistere, di adattarsi al suo ambiente esterno e di
modificare a sua volta se stessa e il suo ambiente.
Nelle società differenziate e complesse, una parte del patrimonio culturale, cioè quella parte che va a
formare le competenze sociali di base, deve essere trasmessa a tutti i membri della società, mentre una
seconda parte, che comprende le competenze sociali specifiche, va distribuita a seconda del grado e del
tipo di divisione sociale del lavoro.
Le competenze sociali di base:
- sono largamente indipendenti dalla posizione che gli individui occupano nella società; si tratta di acquisire
un livello minimo di competenza comunicativa: capacità di usare il linguaggio per scambiare informazioni
con gli altri membri;
- sviluppo della capacità di entrare in rapporto con gli altri, scambiando affettività, prestazioni, risorse, che
consentano lo sviluppo di legami sociali e di forme di cooperazione indispensabili all’esistenza stessa della
società.
Le competenze sociali specifiche:
- sono quelle che consentono agli individui di svolgere ruoli particolari e comportano la capacità di usare
linguaggi e di disporre di conoscenze condivise soltanto da parte di chi è coinvolto nell’esercizio di tali ruoli.
La socializzazione, è il processo mediante il quale i nuovi nativi diventano membri della società.
L’insieme dei processi volto ad assicurare la formazione delle competenze sociali di base è chiamato
socializzazione primaria che avviene durante i primi anni di vita fino al raggiungimento dell’età scolare;

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mentre con l’espressione socializzazione secondaria si indica l’insieme dei processi di formazione delle
competenze specifiche richieste dall’esercizio dei vari ruoli sociali. Si svolge nella fase successiva e prosegue
per tutto l’arco di vita.
Per quanto ogni percorso esperenziale sia assolutamente individuale, è possibile tuttavia fissare alcune fasi
tipiche del processo di socializzazione primaria:
- attaccamento affettivo
- reciprocità del rapporto adulto-bambino
- determinazione di modelli o regole di comportamento

Le modalità e gli esiti di una fase condizionano modalità ed esiti della successiva
- Attaccamento affettivo, si sviluppa un rapporto carico di affettività tra la madre, dispensatrice di
soddisfazioni, e il bambino, che manifesta «attaccamento» nei suoi confronti in un rapporto di
totale dipendenze.
(Molte ricerche hanno dimostrato che, se questo rapporto è positivo, il bambino sviluppa fiducia
nell’ambiente e in se stesso, maggiori capacità di autonomia e di apprendimento. In caso contrario, si ha un
arresto o comunque un rallentamento delle capacità comunicative, motorie, affettive.)
- Reciprocità dell’interazione bambino-adulto è il rapporto che intercorre tra genitore e bambino ed
è un rapporto dialettico, nel senso che si cresce insieme. Infatti, i bambini trasformano con sé
l’intera famiglia e hanno sulle loro famiglie lo stesso potere che quelle hanno su di loro.
- Determinazione di regole o modelli di comportamento, nell’interazione tra adulto e bambino si
vengono a stabilire delle regole, attraverso un meccanismo di premi e punizioni.

George H. Mead (1934), uno psicologo sociale americano, ha influenzato lo sviluppo della sociologia con il
concetto di altro generalizzato, che corrisponde largamente a quel processo di decentramento che
l’epistemologo e psicologo svizzero Jean Piaget (1896-1980) pone alla base dello sviluppo intellettuale e
morale del bambino.
Altro generalizzato, il bambino, man mano che cresce e si trova ad agire in una cerchia di persone allargata,
opera un’astrazione e generalizzazione dai ruoli e atteggiamenti delle figure parentali ai ruoli e agli
atteggiamenti in generale.
In questo modo, i valori, le norme e le conoscenze che il bambino ha ricevuto dai genitori vengono
rafforzate e sostenute dagli altri e assumono quindi una generalità sempre più ampia fino a includere la
società nel suo complesso.
La formazione dell’altro generalizzato e di una capacità di giudizio autonoma indica che il bambino non si
identifica e si confronta più con altri concreti, ma con una generalità di altri che rappresentano l’intera
società.
La formazione dell’identità personale corre parallela alla scoperta e all’elaborazione cognitiva del mondo
sociale, i cui confini si allargano per cerchi successivi (dalla famiglia alla scuola, al gruppo di pari, ecc.) e che
appare sempre più differenziato e complesso. Ad ogni stadio il soggetto assume ruoli nuovi che si
aggiungono e si diversificano dai ruoli precedenti e così anche la sua identità diventa nello stesso tempo più
differenziata e specifica.
• Identità personale è l’immagine che l’individuo ha di se stesso;
• Identità sociale è l’insieme dei ruoli svolti dal soggetto nelle varie sfere della vita alle quali
appartiene.
Si possono distinguere due componenti nel processo di formazione dell’identità:
- una componente di identificazione: il soggetto fa riferimento alle figure rispetto alle quali si sente uguale
o simile e con le quali condivide determinati caratteri. L’identificazione conduce alla formazione del senso
di appartenenza a un’entità collettiva definita come «noi» (la famiglia, il gruppo dei pari, la comunità,
l’intera umanità);
- una componente di individuazione: il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli
altri, sia dagli altri gruppi ai quali non appartiene, sia dagli altri membri del proprio gruppo, rispetto ai quali
il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una storia individuale (biografia)
che è sua e di nessun altro.
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Per rendersi conto della natura dei processi, i sociologi usano l’espressione socializzazione secondaria, per
indicare l’insieme dei processi di formazione che consentono agli individui di assumere ed esercitare ruoli
adulti. Poiché tali ruoli sono vari e differenziati, il compito della socializzazione secondaria consiste nella
formazione delle capacità sociali specifiche necessarie all’esercizio dei ruoli stessi.
Nelle società moderne, altamente differenziate, ogni individuo ricopre nella società una pluralità di ruoli
(role set) i quali si collocano in sfere di vita separate tra loro. Ad es., vi è la sfera dei ruoli familiari, dove
nello stesso tempo un individuo può essere figlio dei propri genitori, marito o moglie del proprio coniuge,
padre o madre dei propri figli, nonno e zio dei propri nipoti e cosi via.
E’ in tale quadro che assume importanza la socializzazione secondaria, come processo di apprendimento
attraverso cui l’individuo si dota delle competenze che attengono ai ruoli che, nel corso della sua vita, egli
via via occupa.

Agenti di socializzazione
- famiglia, socializzazione primaria, sviluppo dell’identità
- scuola, inizio socializzazione secondaria, rapporti e norme impersonali e oggettivi. Ad es.,
nell’interazione con l’insegnante il bambino impara prima di tutto modelli di comportamento
adeguati ad una situazione definita in termini di rapporti di autorità assai più impersonali di quelli
esperiti nella situazione familiare;
- lavoro, formazione professionale;
- gruppo dei pari, rapporti simmetrici, assenza di autorità e di subordinazione. Di «socializzazione» si
può parlare, anche nei rapporti tra pari, cioè tra individui che sono formalmente sullo stesso piano
e tra i quali non esiste un rapporto sanzionato di autorità o di subordinazione. Fratelli e sorelle sono
pari nei confronti dei genitori; gruppi amicali, associazioni e volontariato dove quindi prevalgono
relazioni simmetriche tra le persone che fanno parte di tali gruppi,
- media, influiscono non solo nella trasmissione di informazioni e conoscenze, ma anche nella
formazione di atteggiamenti, opinioni e comportamenti relativi alle più diverse sfere di attività, che
possono rafforzare o indebolire l’efficacia dell’azione degli altri agenti di socializzazione (famiglie,
scuola, organizzazione, gruppi, ecc.)

La socializzazione è un processo continuo e tutt’altro che lineare.


Non solo non vi è coerenza tra i vari agenti che concorrono alla socializzazione di un individuo, ma l’azione
di ognuno di essi può non essere, e in genere non è, internamente coerente.
In questo quadro l’individuo è agente della propria socializzazione:
- sceglie nell’ampia gamma di opportunità di socializzazione;
- deve farsi carico di gestire l’inevitabile conflitto che, in una società altamente differenziata, si
produce tra le varie agenzie di socializzazione.

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Capitolo 7. Linguaggio e comunicazione
Interrogarsi sulle origini del linguaggio equivale a interrogarsi sulle origini dell’uomo e quindi sulla
creazione. La questione è profondamente legata alla dimensione religiosa. Non a caso nella tradizione
ebraico-cristiana, Dio è il “verbo” e la parola è ciò che rende l’uomo simile a Dio. Stando alla narrazione
biblica, abbiamo diversi es: Adamo dopo essere stato creato diede un nome a tutte le cose, le piante e gli
animali del giardino dell’Eden; quando gli uomini vogliono innalzare una torre che raggiunga il cielo, Dio
interviene per punire la loro arroganza confondendo i loro linguaggi in modo che da quel momento in poi
non parleranno più la stessa lingua. Da allora la torre di Babele è diventata la metafora
dell’incomunicabilità e dell’incomprensione tra gli uomini; nel Nuovo Testamento, lo Spirito Santo discende
sugli apostoli e li mette in grado di parlare le lingue dei popoli tra i quali dovranno diffondere la nuova fede.
Al di là della religione, possiamo dire che la riflessione sul rapporto tra parole, concetti e cose è il tema
centrale della filosofia dalle origini ai nostri giorni.
A parte la narrazione biblica, gli studiosi si sono posti il problema se le tante lingue che si parlano ora sulla
terra (se ne contano circa 5 mila) non derivino tutte da una stessa lingua comune originaria.
Prima questione: origine del linguaggio
- Ipotesi monogenetica le lingue attuali sono prodotte per differenziazione da un’unica lingua;
- Ipotesi poligenetica sostiene la pluralità dei ceppi linguistici originari.
Le ipotesi sono diverse: alcuni sostengono che l’uomo sia comparso in un solo punto, probabilmente in
Africa, e di lì si sia diffuso e differenziato; altri propendono per l’ipotesi della comparsa indipendentemente
in aree diverse.
Non c’è dubbio che le lingue attualmente parlate siano il risultato di un processo di differenziazione
linguistica che è avvenuto nel corso degli ultimi millenni.
Seconda questione: il linguaggio è
- innato
- acquisito
Se ammettiamo come plausibile l’ipotesi unitaria del linguaggio si rafforza anche la tesi di coloro che
sostengono che il linguaggio è innato nella specie umana, una sorta di «caratteristica» del patrimonio
biologico della specie umana formatasi gradualmente nel corso del processo di evoluzione. Quanto estesa
sia questa base, quanto ci sia di innato e quanto di acquisito nelle competenze linguistiche, è una
questione a cui, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile dare una risposta.
Secondo un grande linguista americano, Noam Chomsky (1968) le analogie che si riscontrano in tutte le
lingue fanno ritenere che vi sia una grammatica universale innata, fatta di regole che permettono di
collegare il numero limitato di fonemi (cioè, di successioni di suoni) che gli organi vocali della specie umana

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sono in grado di produrre. Sulla base di questa sintassi-grammatica universale si svilupperebbero poi, per
processi secondari di differenziazione, le grammatiche delle singole lingue particolari.
Chomsky è riluttante ad attribuire un fondamento biologico alla capacità umana di generare una
grammatica universale e di formulare la sua teoria nei termini della teoria dell’evoluzione, mentre i biologi
evoluzionisti considerano il linguaggio come un processo di selezione naturale, che avrebbe fornito alla
specie umana un decisivo vantaggio evolutivo rispetto ad altre specie animali.
La considerazione teorica riguarda appunto il problema dei vantaggi evolutivi, cioè di quei tratti che
pongono coloro che li posseggono in una posizione di vantaggio, aumentando la probabilità che riescono a
sopravvivere e a riprodursi.
Seguendo lo schema proposto da Lieberman (1984): il linguaggio verbale è un’invenzione dell’homo
sapiens.
Pinker (1994), studiando alcuni disturbi del linguaggio ha riscontrato la loro ereditarietà e ha avvalorato
l’ipotesi che ci siano determinati geni, alla cui presenza è da attribuire l’acquisizione delle determinate
competenze linguistiche, la cui assenza spiega l’insorgenza di queste forme di patologie del linguaggio.
Tre idee importanti:
a) il linguaggio nasce insieme al pensiero;
b) le prime parole usate dagli uomini sono costruite imitando i suoni naturali;
c) nei bambini possiamo rintracciare i modi di esprimersi di un’umanità ricacciata a uno stadio primitivo
dopo il diluvio universale.
Possiamo pensare che i primi uomini che guardano attoniti un cielo con dei lampi, emettono suoni simili al
tuono per indicare la potenza misteriosa che li sovrasta.
L’idea dell’esistenza di uno stretto legame tra pensiero e linguaggio, dove il pensiero contribuisce alla
formazione del linguaggio e questo a sua volta arricchisce gli strumenti del pensare, è stata al centro
dell’attenzione di filosofi, linguisti, psicologi e, recentemente, anche di sociologi.

Il linguaggio svolge due importanti funzioni:


- cognitiva: pensare il «mondo» verbalmente o mentalmente, cioè stabilire un rapporto tra un
significante e un significato; classificare le cose, cioè stabilire tra loro rapporti di uguaglianza o
diversità, vuol dire raggruppare i «significanti», le parole, in classi omogenee per qualche
caratteristica.
(Ad ogni modo, il linguaggio non serve solo a pensare il «mondo», ma anche a comunicare ad altri il nostro
pensiero e a ricevere dagli altri i messaggi nei quali è formulato il loro pensiero😉
- comunicativa: per comunicare dobbiamo avere qualcosa da comunicare, un’idea, un sentimento,
un’informazione che abbiamo dovuto pensare se non con gli strumenti che ci sono forniti dal
linguaggio. Comunicare il proprio pensiero è un forte incentivo per elaborarli e chiarirlo anche a se
stessi.

Affinché abbia luogo un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi:
- un emittente
- un ricevente
- un canale
- un codice
- un messaggio
L’emittente deve tradurre quello che vuole comunicare in una serie di segni o suoni seguendo le
prescrizioni del codice del canale utilizzato, e confezionare così il messaggio.
Il ricevente, a sua volta, deve utilizzare un codice analogo per decifrare il messaggio.
Perché ci possa essere comunicazione, il codice deve essere condiviso da emittente e ricevente.
Il concetto di condivisione del codice indica che il linguaggio:
- è una convenzione sociale, un patto implicito stabilito all’interno di una comunità;
- ha un carattere normativo, cioè è formato da un insieme di norme (regole), che definiscono quali
sono i modi ammissibili di confezionare i messaggi, affinché questi possano essere recepiti con
successo dal ricevente.

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L’acquisizione delle competenze linguistiche è un fenomeno abbastanza misterioso. Non sappiamo bene
come avvenga, ma sappiamo per certo che l’acquisizione del linguaggio richiede un’assidua prolungata e
costante interazione sociale.
Tutte le lingue presentano caratteristiche strutturali comuni ed hanno delle delle parole particolari per
indicare chi è, o fa, qualcosa, in che modo, come, dove, quando (nomi, pronomi, aggettivi, verbi, soggetti,
predicati, complementi, ecc.). Le strutture grammaticali e sintattiche sono quelle che presentano la
maggiore stabilità nel tempo e uniformità nello spazio.
Partendo da questa osservazione, e sulla base del lavoro del lavoro pionieristico del linguista ginevrino
Ferdinand de Saussure (1857-1913), si è sviluppata una scuola di linguistica che è stata chiamata scuola
strutturalista: primato della sintassi sulla semantica.
Gli appartenenti a questa scuola studiano la lingua «in sé e per sé», come un sistema strutturato di parti
interdipendenti che rispondono a una serie di regole astratte. In ogni lingua vi sono degli elementi stabili, i
tratti fondamentali della grammatica e della sintassi, detti anche universali linguistici, e di elementi di
natura convenzionale e arbitraria.
Ben diversa era invece la prospettiva dei linguisti della scuola romantica: primato della semantica sulla
sintassi.
La scuola è fiorita in Germania e in tutta l’area centro-europea intorno alla metà dell’Ottocento. Essi
vedevano nella lingua l’espressione più genuina dello «spirito» di un popolo, il fondamento della sua
identità collettiva, e quindi erano portati a mettere in evidenza ciò che differenzia una lingua dalle altre
piuttosto che ciò che le rende simili. La semantica prende il sopravvento sulla sintassi. Non è un caso che ai
maggiori esponenti di questa scuola i fratelli Grimm, si debba, oltre a una famosa raccolta di racconti
popolari, la pubblicazione dei primi volumi nel 1854) di un monumentale dizionario della lingua tedesca.

Linguaggio e stratificazione sociale


Il nostro parlare rivela diversi elementi: la nostra identità; cosa crediamo di essere e come vogliamo
apparire agli altri. Tra le varie informazioni che, spesso inconsapevolmente, trasmettiamo vi è anche la
nostra collocazione nello spazio socioculturale, vale a dire nella stratificazione sociale.
William Labov (1966) ha rilevato nelle sue ricerche differenze sostanziali tra appartenenti alla classe media
e appartenenti alla classa operai in relazione:
- agli aspetti fonetici il modo col quale le parole vengono pronunciate;
- al lessico utilizzo di certe parole ed espressioni ricorrenti.
Non solo certe parole o espressioni ricorrono con frequenza diversa a seconda della collocazione sociale dei
parlanti, ma, in generale, la ricchezza lessicale aumenta significativamente salendo la scala sociale, come
pure varia la frequenza d’uso di forme grammaticali e sintattiche più elaborate (ad es., l’uso del congiuntivo
e di proposizioni subordinate).
Basil Bernestein (1971), un sociolinguista inglese che ha dedicato moltissime ricerche allo studio della
variabilità sociale della lingua, ha rilevato una forte discrepanza tra:
- le forme di comunicazione richieste dalla scuola
- le pratiche linguistiche spontaneamente adottate dagli alunni
A tale discrepanza è imputabile, secondo Bernstein, il diverso rendimento scolastico dei bambini di classe
operaia e di classe media, indipendentemente dalle capacità intellettive misurate con i test di intelligenza.
Le varie classi usano infatti codici comunicativi diversi, acquisiti spontaneamente nell’interazione familiare
e nei primi stadi della socializzazione infantile e riconducibili al contesto delle relazioni sociali, connesse alla
posizione occupata dalla famiglia nella divisione sociale del lavoro.
Non dobbiamo pensare che la disuguaglianza è l’unica fonte di variabilità sociale del linguaggio. Qualsiasi
forma di differenziazione sociale, che porta alla formazione di gruppi, si riflette in altrettante varianti
linguistiche, tra questi:
- maschi/femmine linguaggio maschile/femminile;
- città/campagna linguaggio urbano/contadino;
- gruppi professionali linguaggi tecnici (basta ascoltare, ad es., l’arringa di un avvocato in un’aula di
tribunale per rendersi conto che parla in un linguaggio specialistico, comprensibile solo dagli
addetti ai lavori).

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Il linguaggio varia tuttavia anche in relazione alla situazione sociale nella quale avviene la comunicazione.
Ognuno di noi, infatti, cambia registro a seconda dell’interlocutore che ha di fronte, del mezzo che usa e
della specificità del contesto.
Una delle prime distinzioni da fare è proprio quella tra:
- linguaggio privato fra amici, familiari: ciò che conta è farsi capire, non stiamo molto attenti alla
correttezza delle forme grammaticali e sintattiche;
- linguaggio pubblico rivolto a un pubblico e non a una serie di persone ben individuate: maggiore
controllo formale, sia per le scelte lessicali e sia per le forme grammaticali e sintattiche.
Le differenze diventano poi ancora più evidente a seconda che la comunicazione avvenga con il:
• linguaggio orale presenza di elementi metacomunicativi: forniscono all’interlocutore una serie di
messaggi aggiuntivi, con i quali interpretare il significato del messaggio verbale. Per cui, al di là del
contenuto e della forma del messaggio, si aggiunge una serie di elementi metacomunicativi che
sono assenti nella comunicazione scritta. Il tono e l’intensità della voce, il dosaggio della pause e
tutta la gamma del linguaggio gestuale ;
• linguaggio gestuale postura del corpo, movimenti delle braccia e delle mani, direzione dello
sguardo, accompagnano il messaggio verbale e forniscono all’interlocutore una serie di messaggi
aggiuntivi con i quali interpretare il significato del messaggio verbale ;
• linguaggio scritto maggiore controllo formale, maggiore intenzionalità, differimento temporale (la
formulazione del messaggio e la sua ricezione sono quasi differiti nel tempo, salvo nelle chat lines),
assenza elementi metacomunicativi.
Per quanto variabile e soggettiva, la comunicazione verbale segue determinate regole che dipendono:
- dal contesto nel quale avviene l’interazione
• nei contesti altamente formalizzati vigono regole molto precise su chi ha diritto di iniziare,
interrompere, concludere l’interazione.
• vi è una netta asimmetria tra gli interlocutori.
• Ad es., in un’aula di tribunale l’imputato in genere parla solo se interrogato, oppure se chiede
formalmente di fare una dichiarazione; in sede di esame è evidentemente l’esaminatore che fa le
domande e l’esaminato che dà le risposte; quando andiamo dal medico ci aspettiamo che inviti a
parlare dei nostri disturbi e riterremmo assai strano che egli ci parlasse dei suoi.
- dalla posizione sociale relativa degli interlocutori
• Il linguaggio utilizzato varia molto a seconda dello status del nostro interlocutore.
Ad es., nell’interazione tra professore e studente sarà diversa in situazione di esame, oppure nelle
parole che si scambiano alla fine della lezione, oppure in un incontro casuale al bar, e muterà a
seconda che siano presenti altri studenti, oppure altri professori. solo nell’interazione tra pari vige
una vera reciprocità e l’interazione non è deformata dalle differenze di status
Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale riguarda il turno di parola, cioè l’avvicendamento dei
partecipanti in una conversazione. Quando qualcuno sta parlando una norma di cortesia è quella di non
interromperlo e lasciargli, almeno, finire la frase. Alcun «si prendono» letteralmente la parola,
interrompendo chi sta parlando per controbattere le sue argomentazioni, spesso alzando il tono di voce in
modo da «zittire» chi parla o chi per caso volesse intervenire.
Ci possono essere delle strategie per ridurre la probabilità di essere interrotto, ad es., chi parla può
dichiarare all’inizio del suo intervento che ha «tre cose da dire», in modo che gli altri interlocutori siano
scoraggiati ad intervenire prima che abbia concluso di dire la «terza cosa», oppure può evitare di
interrompersi in modo da non dare occasione ad altri di introdursi nella conversazione. Ad ogni modo, oltre
le strategie, valgono le regole dell’educazione e della cortesia.
Analisi conversazionale, è l’analisi dell’interazione verbale all’interno di un gruppo.
Essa è in grado di mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i membri del gruppo, in particolare dei
rapporti di potere, l’esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e le dinamiche che
vengono messe in atto per ristabilire o modificarle.
In contesti informali, ad es., nella conversazione tra amici, tali regole sono per lo più implicite e dipendono
dalle buone maniere dei partecipanti, mentre in situazioni più formalizzate, ad es., nell’assemblea dei soci
di una associazione, è necessario che l’uguaglianza formale dei partecipanti sia garantita da regole esplicite
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e da organi che guidino l’interazione. Vi è in genere un presidente che dà o toglie la parola, al quale bisogna
rivolgersi per chiedere di intervenire e che quindi stabilisce chi, in quale ordine e per quanto tempo ha il
diritto di parlare.
La comunicazione interpersonale non è l’unica forma di comunicazione, e in alcuni casi nemmeno la più
preponderante.
La diffusione, la pervasività, le logiche della comunicazione di massa hanno prodotto un progressivo
interesse sui suoi meccanismi ed effetti. Leggiamo libri, giornali, riviste, andiamo al cinema, ascoltiamo la
radio, guardiamo la televisione, riceviamo cioè messaggi che non sono rivolti a noi personalmente, ma ad
una moltitudine di persone.
Viviamo nell’epoca delle comunicazioni di massa, delle comunicazioni cioè che raggiungono in modo rapido
e simultaneo una pluralità di individui che generalmente vivono in luoghi diversi anche molto distanti l’uno
dall’altro.
La diffusione, la pervasività, le logiche della comunicazione di massa hanno prodotto un progressivo
interesse sui suoi meccanismi ed effetti.
In sociologia vi è un’importante tradizione di pensiero che ha assunto un orientamento critico nei confronti
della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione che la veicolano: questi sono visti essenzialmente come
strumenti di manipolazione in mano a interessi economici e politici, che se ne servono per fini di profitto,
creando «falsi bisogni», o di controllo politico, creando un consenso fondato sulla passività. Gli esponenti di
questa «scuola» sono stati i fondatori di quella che è stata chiamata Teoria critica della società, Horkheimer
e Adorno 1947; Marcuse 1964.

Influenza dei media


Per studiare i media e i loro effetti bisogna coglierne le varie fonti di variabilità. Secondo Harold Lasswell,
per descrivere e spiegare un atto comunicativo, è necessario rispondere alle seguenti domande:
• chi? si riferisce all’emittente
• dice che cosa? riguarda i contenuti dei messaggi trasmessi
• attraverso quale canale? il tipo di mezzo (stampa, televisione, ecc.) e il tipo di linguaggio (parola,
immagine, suono) utilizzati
• chi? la definizione dei destinatari e le loro caratteristiche
• con quale effetto? le risposte comportamentali dei destinatari.

La ricerca sociologica sulle comunicazioni di massa ha affrontato tutte e cinque queste domande. Ci si è resi
conto che gli effetti delle comunicazioni:
- non variano soltanto a seconda della segmentazione del pubblico lungo le consuete dimensioni
sociodemografiche (età, sesso, classe sociale, livello di istruzione, condizione professionale, ecc.)
- ma anche a seconda delle reti di relazione nelle quali gli individui sono inseriti: il pubblico non è
composto da individui atomizzati, ma da individui che vivono in contesti di relazione. In molti casi i
messaggi non arrivano direttamente ai destinatari, ma attraverso la mediazione di amici, parenti,
conoscenti ai quali viene attribuita maggiore o minore credibilità.
La comunicazione quindi circola attraverso le reti sociali e in questa circolazione i contenuti dei messaggi
possono risultare rafforzati o al contrario indeboliti a seconda del tipo di rapporti tra le persone.
Katz e Lazarsfeld 1955 parlano di un flusso di comunicazione a due stadi per indicare che tra emittente e
ricevente vi è spesso un elemento intermedio costituito dalle relazioni di gruppo.
Le persone bene informate sono coloro che ricevono e trasmettono ad altri le informazioni, ma non le
trasmettono così come le hanno ricevute, bensì integrandole con i loro schemi interpretativi. Lazarsfeld e
altri )1944) hanno studiato, ad es., come gli effetti sul comportamento di voto della propaganda elettorale
siano prodotti dalla mediazione dei cosiddetti opinion leaders, da coloro cioè che nell’ambito delle relazioni
informali influenzano i modi di selezione, ricezione e interpretazione dei messaggi e quindi gli stessi
comportamenti elettorali.
Cinema, radio e televisione hanno segnato il mondo della comunicazione del XX secolo; il nuovo millennio
vedrà il dominio della comunicazione digitale mediante telefonia mobile, calcolatori elettronici, ovvero
mediante le Ict (Information and Communication Technologies) sono destinate a modificare non solo i modi
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di comunicare, ma anche i modi di lavorare, apprendere, interagire, aggregarsi.
Caratteristiche fondamentali dei nuovi media:
- selettività, la possibilità per l’utente di selezionare le informazioni alle quali desidera accedere;
- interattività, la possibilità, non soltanto di ricevere, ma anche di inviare comunicazioni;
- multimedialità, la possibilità di combinare sia in entrata sia in uscita vari tipi di messaggi (parole,
suoni, immagini) usando insieme le potenzialità dei computer, della televisione, della telefonia
cellulare.
- virtualità, la possibilità di creare dei mondi artificiali con i quali entrare in rapporti e interagire.
• La navigazione in internet è diventata per una parte crescente della popolazione del mondo
avanzato e soprattutto per i giovani un’importante nuova forma di socialità.

Capitolo 8 -Devianza e criminalità


La devianza indica ogni atto o comportamento (anche se solo verbale) di una persona o di un gruppo, che
viola le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro a qualche forma di sanzione.
Gli studiosi di scienze sociali (sociologi, antropologi, psicologi, storici, criminologi) si servono da molto
tempo di questo termine per descrivere e spiegare alcuni tratti e alcuni atti degli individui e le reazioni che
questi suscitano nella società o in certi suoi strati. Il loro compito non è di pronunciare giudizi morali e
politici sulle varie forme di devianza, ma di raccogliere dati e di elaborare schemi interpretativi che
permettano di capire dove, quando e perché queste forme si manifestano.

Fra gli studiosi di scienze sociali non vi è pieno consenso sul significato di questo concetto. Alcuni ne danno
una definizione ristretta, altri più ampia. Per i primi, deviante è ogni comportamento considerato
inaccettabile dalla maggioranza della gente e che provoca una risposta collettiva di carattere negativo
(Tittle e Paternoster 2000).
Per i secondi, la devianza è un atto, una credenza o un tratto che viola le norme convenzionali della
società e che determina una reazione negativa da parte della maggioranza delle persone (Goode 2001).
Queste due definizioni sono assai simili. Per entrambe, la devianza è qualcosa che nega un valore, viola una
norma sociale, è in contrasto con un’aspettativa. Per entrambe, perché ciò avvenga è necessario che valori,
norme e aspettative siano condivise da un numero significativo di persone (o dalla maggioranza di loro). Per
entrambe, sono queste persone che definiscono qualcosa come inaccettabile, lo disapprovano, lo
condannano.
Ma vi è un’importante definizione:
- per la prima, deviante può essere solo un comportamento: mangiare a tavola senza le posate,
ruttare rumorosamente ad un party, rubare, tradire il coniuge.
- per la seconda, invece, può essere anche una credenza o un tratto di una persona: devianti
sono anche coloro che hanno convinzioni diverse o opposte da quella della maggioranza, hanno
un’altra fede religiosa o non ne hanno nessuna, gli eretici, i miscredenti, o coloro che delle
«anomalie» fisiche, ad es., i nani, gli obesi, Naturalmente, gli studiosi che propongono l seconda
definizione non pensano che sia giusto deridere, condannare ed isolare queste persone. Essi si
limitano a rilevare che questo si verifica ed a cercare di spiegare perché.

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La devianza non è una proprietà di certi atti o comportamenti, ma una qualità che deriva dalle risposte,
dalle definizioni e dai significati attribuiti a questi dai membri di una collettività (o dalla grande maggioranza
di questi).
Questa idea è stata espressa bene da Durkheim «non bisogna dire – egli osservava nel 1893 – che un atto
urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Non lo
biasimiamo perché è un reato, ma è un reato perché lo biasimiamo».
Poiché le risposte della collettività variano nello spazio e nel tempo, un atto può essere considerato
deviante solo in riferimento al contesto socioculturale in cui ha luogo. Ad es., la storia drammatica della
caccia alle streghe, mostra come il concetto di «devianza» cambi storicamente.
Ed ancora, un comportamento considerato deviante in un paese può essere accettato o addirittura
considerato molto positivamente in un altro. Ad es.,, ancora oggi in molti paesi africani, per un uomo avere
due o tre mogli non solo è possibile, ma è ritenuto anche un segno di appartenenza a un ceto sociale
agiato. Invece in Italia, come del resto negli altri paesi occidentali, un comportamento del genere è
espressamente vietato dal codice penale, che all’art. 556 prevede che «chiunque, essendo legato da
matrimonio avente effetti civili, ne contrae un altro pure avente effetti civili, è punito con la reclusione da
uno a cinque anni».
Questa concezione relativistica della devianza è stata sostenuta con forza, negli ultimi anni, da molti
studiosi di scienze sociali. »nulla si vede di giusto o di ingiusto – scriveva alla metà del XVII secolo Blaise
Pascal (1669) – che non muti qualità con il mutar del clima. Tre gradi di latitudine sovvertono tutta la
giurisprudenza; un meridiano decide della verità, nel giro di pochi anni le leggi fondamentali cambiano…. Il
furto, l’incesto, l’uccisione dei figli o dei padri, tutto ha trovato posto tra le azioni virtuose».
Tuttavia è bene tenere presente che questa concezione relativistica non vale nella stessa misura per tutte
le forme di devianza. Vi sono, ad es., popoli, come gli eschimesi, nei quali l’infanticidio e l’uccisione di un
genitore anziano erano ammessi. Ma questo era giustificato da uno dei più importanti postulati alla base
della cultura eschimese («i membri improduttivi della società non possono essere mantenuti»). Questi
principi erano così condivisi che spesso erano gli anziani ad insistere per essere uccisi.
E’ tuttavia sbagliato pensare che tutte le norme sociali e tutte le forme di devianza siano relative. Le
ricerche condotte nell’ultimo secolo dagli storici e dagli antropologi hanno mostrato che, se è vero che il
modo in cui sono stati percepiti e giudicati alcuni comportamenti è variato enormemente nel tempo e nello
spazio, è altrettanto vero che vi sono atti che, salvo rare eccezioni, sono stati condannati sempre e
dovunque (Hobel 1967; Cusson 1983).
Questi atti sono quattro: 1) incesto fra madre e figlio, fra padre e figlia e fra fratello e sorella; 2) furto ai
danni di una persona del proprio gruppo; 3) ratto e lo stupro di una donna sposata; 4) uccisione di un
membro del proprio gruppo.
Da molto tempo ci si interroga sul perché alcune persone, in certe fasi della loro vita, derubano, uccidono o
stuprano. Nell’ultimo secolo, i sociologici, gli psicologici e gli economisti hanno formulato numerose teorie,
per spiegare perché questo avviene. Le principali sono sei.
Tali teorie possono essere distinte in due gruppi, che si rifanno a due correnti di pensiero rivali: la teoria
classica e la teoria positiva.
La prima è sorta alla metà del Settecento e ha avuto come principali esponenti Cesare Beccaria e Jeremy
Benthan, entrata in crisi un secolo dopo, sotto gli attacchi della scuola rivale, ma ha riacquistato importanza
nell’ultimo trentennio.
La seconda si è affermata dopo la metà dell’Ottocento ed è stata fino a poco tempo fa l’incontrastata
dominatrice del campo
La scuola classica considera uomini e donne come esseri dotati di libero arbitrio, razionali, calcolatori,
edonistici, che agiscono seguendo i propri interessi, ricercando il piacere e fuggendo il dolore. Data la loro
natura, per gli esseri umani violare le norme è un fatto naturale, perché è una via rapida per ottenere
quello che vogliono. I reati sono il risultato non di influenze esterne, ma di una azione intenzionale adottata
attivamente dagli individui. Se una persona decide di rubare o di rapinare gli altri è di solito perché pensa
che i benefici siano maggiori dei costi. Inoltre, coloro che si dedicano ad un’attività illecita non sono
sostanzialmente diversi dagli altri, perché motivi che portano ad un’attività illecita sono gli stessi che

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spingono a quella lecita: la ricerca del guadagno, del potere, del prestigio, del potere
La scuola positiva ha invece una concezione deterministica del comportamento umano e di quello
criminale. Una persona commette un reato non perché vuole, ma perché è spinto a farlo, perché agisce per
un impulso irresistibile, che può nascere da fattori biologici, psicologici o sociali. Se una persona commette
furti e rapine è per motivi genetici o perché ha uno scarso autocontrollo o perché si è formato in una
subcultura delinquente oppure perché è mossa dal contrasto fra l’importanza attribuita dalla società in cui
vive a certe mete e i mezzi insufficienti che ha a disposizione per raggiungerle. Fra coloro che violano le
norme e gli altri vi sono forti differenze di natura biologica, psicologica o sociale.

Le principali teorie
1)Le spiegazioni biologiche
Da quando esistono la scienza sociali, sono state elaborate molte teorie che riconducono i comportamenti
devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. Dai sostenitori di queste teorie, i criminali
sono stati spesso considerati individui profondamente diversi dagli altri, «anormali», inferiori. Coloro che
sostenevano queste teorie erano rigidamente deterministi, oggi essi ritengono che la presenza di fatti
biologici faccia solo aumentare la probabilità che una persona commetta dei reati.
Ma uno dei primi studiosi che ha fornito una veste scientifica a questa tesi è stato Cesare Lombroso,
medico, psichiatra vissuto nel secolo scorso (1835-1909), che per lungo tempo considerò la costituzione
fisica come la più potente causa di criminalità (Teoria di Lombroso)
I criminali possono essere identificati da alcune caratteristiche anatomiche
Il «delinquente nato» ha in genere la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi
mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba
rada.
Criticata da molti studiosi, la teoria di Lombroso cadde in disgrazia e anche il suo autore la modificò
profondamente e, negli ultimi anni della sua vita, sostenne che i delinquenti «nati» costituivano solo un
terzo di coloro che infrangevano le norme e che ogni delitto aveva origine in una «molteplicità di cause».
Ma i tentativi di spiegare la criminalità con fattori biologici sono continuati. Uno dei più famosi è quello
compiuto nel 1940 dal medico e psicologo americano William H. Sheldon (Teoria di Sheldon) il quale
sosteneva che vi erano tre tipi fondamentali di costituzione fisica, alle quali corrispondono personalità
diverse:
endomorfo: ha un corpo ben ricoperto di grassi, soffice, tondeggiante, ossa piccole, arti corti,
pelle morbida e vellutata. Ha un temperamento viscerotonico: tende ad essere socievole
accomodante e indulgente con se stesso.
mesomorfo: ha un tronco imponente, un torace robusto e una gran massa di muscoli e di
solide ossa; ha un un temperamento somotonico : attivo e dinamico, è irrequieto, aggressivo,
energico e instabile.
ectomorfo: ha un corpo magro, fragile, delicato, ossa piccole, spalle curve; ha un
temperamento cerebrotonico: è introverso, ipersensibile, nervoso, soffre di insonnia e di
allergie.

2)Teoria della tensione


Durkheim pensava che certe forme di devianza fossero in parte dovute all’anomia, cioè alla mancanza delle
norme sociali che regolano e limitano i comportamenti individuali. Quando questo avviene – egli
osservava – «non si sa più ciò che è possibile e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non è giusto, quali
sono le rivendicazioni e le speranze legittime, quali quelle che vanno oltre la misura… Così, non contenti da
un’opinione disorientata, gli appetiti, non sanno più quali siano i limiti da superare» (Durkheim 1897).
Il termine anomia (dal greco a-nomos, privo di leggi) sta ad indicare, appunto, situazioni nelle quali, per
effetto di rapidi cambiamenti sociali (sviluppo economico, crisi, spostamenti dell’attore sociale da un tipo di
società a un altro, ecc.), i valori e i modelli di comportamento validi nella situazione d’origine non sono più
adeguati alla nuova situazione, determinando nell’attore sociale un diffuso disorientamento.

Robert Merton ha ripreso e riadattato questa idea e mostra che spesso la devianza può essere indotta dai

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modelli culturali e dalle strutture sociali quando si dà un troppo forte divario tra le mete ideali proposte
dal sistema sociale e i mezzi affettivi che quest’ultimo è in grado di fornire per raggiungere tali mete.
Quando, ad es., si pone troppo fortemente l’accento sul valore dei beni materiali e il successo economico, si
può determinare negli attori sociali un sentimento di frustrazione che può essere fonte di comportamenti
devianti e, al limite, delinquenziali.
Gli Stati Uniti, egli osservava, sono ossessionati dall’idea del successo finanziario. Tutti i cittadini di questo
paese non spinti, fin dai primi anni di vita, dalla famiglia, dalla scuola, dai vicini, dai mezzi di comunicazione
di massa a raggiungere una posizione economica agiata. Coloro che ci riescono vengono stimati ed
apprezzati, mentre quelli che falliscono vengono ignorati, screditati, disprezzati, considerati incapaci e
vagabondi.
Nella società americana si dà maggiore importanza al fine che ai mezzi, al successo economico che al modo
con cui lo si raggiunge. L’unica cosa è vincere. Così, una persona che diventa molto ricca con mezzi ambigui
è più stimata di un povero onesto.
Il contrasto fra l’enorme importanza attribuita al successo finanziario e le opportunità effettive di
raggiungerlo (date dalla struttura economica e sociale) provocano una situazione di tensione e di anomia
per tutti, ma soprattutto per le persone delle classi più basse, che sono più svantaggiate. Dunque, per
Merton, «una virtù cardinale americana – l’ambizione- promuove un vizio cardinale americano, il
comportamento deviante».

Per adattarsi ai valori culturali proposti nella situazione prodotta dal contrasto fra le mete e i mezzi per
raggiungerle, gli individui possono scegliere fra cinque diverse forme di comportamento
- Il primo è la conformità, che consiste nell’accettazione sia delle mete culturali che dei mezzi
previsti per raggiungerle;
- Le altre quattro sono devianti
- Il secondo è l’innovazione: la strada scelta da coloro che rubano, imbrogliano o ingannano gli
altri, cioè da chi aderisce alle mete, ma rifiuta i mezzi normativi prescritti;
- il terzo è il ritualismo, che è il modo di adattamento di chi abbandona le mete, ma resta
attaccato alle norme sui mezzi. E’ tipica di coloro che dicono: «io vado sul sicuro», «non faccio il
passo più lungo» della gamba», «mi accontento di quello che ho»;
- la quarta è la rinuncia sia ai fini che ai mezzi. E’ quella dei mendicanti, dei senza fissa dimora,
dei tossicodipendenti, degli etilisti;
- la quinta è la ribellione, che consiste nel rifiuto sia delle mete che dei mezzi e della loro
sostituzione con altre mete ed altri mezzi.

3)Teoria del controllo sociale


Tale teoria si basa sull’idea che le persone generalmente si comportano in maniera conforme alle norme,
perché esistono dei meccanismi di controllo sociale che interdicono l’azione deviante. Essa si basa su una
concezione pessimistica della natura umana, considerata moralmente debole. Essendo l’uomo
naturalmente portato più a violare che a rispettare le leggi, ciò che occorre spiegare è la conformità e non
la devianza. La domanda da cui partire non è «perché alcune persone commettono dei reati?», ma invece
«perché la maggior parte delle persone non li commette». E la risposta data è che ciò avviene perché
queste sono frenate dal farlo.
I controlli sociali che impediscono loro di violare le norme sono di vario tipo:
- esterni: le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare e impedire i
comportamenti devianti.
- interni diretti: si manifestano nei sentimenti di imbarazzo, di colpa e di vergogna che
prova chi trasgredisce una prescrizione sociale.
- interni indiretti: l’attaccamento psicologico ed emotivo sentito per gli altri e il desiderio
di non perdere la loro stima e il loro affetto.

Secondo lo studioso americano Travis Hirschi, il più autorevole esponente di questa teoria, una persona
compie un reato quando il vincolo che lo lega alla società è molto debole, fino quasi a spezzarsi.

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Hirschi individua quattro tipi di vincoli che legano l’individuo alla società, promuovendo così un
comportamento rispettoso della legge:
- l’attaccamento ai genitori o agli insegnanti: quanto più un individuo è legato a queste persone
tanto più difficile è che compia delle azioni che essi disapprovano
- l’impegno nel perseguimento degli obiettivi convenzionali: il successo scolastico, l’affermazione
professionale, la reputazione sociale. Quanto maggiore è l’energia che un individuo ha investito
nel raggiungimento di questi obiettivi, tanto più difficile è che egli rischi di perdere, violando le
norme, tutto quanto ha accumulato in questo campo. In altre parole, se molti di noi non
rubano non è per desiderio di essere onesti, ma per la paura dei costi che la disonestà può
avere.
- Il coinvolgimento nelle attività convenzionali: quanto maggiore è l tempo che una persona
dedica allo studio, al lavoro, allo svago, tanto minore è quello che gli resta per compiere i reati.
- le credenze: la violazione delle norme non è provocata da credenze che la richiedano o la
rendano necessaria ma dalla mancanza di credenze che la vietino.

Secondo Hirschi, questi quattro elementi sono interrelati. Quanto più forte è l’attaccamento di una persona
agli altri tanto più probabilmente è che tale persona si impegni nel perseguimento di obiettivi
convenzionali, sia coinvolta in attività di questo tipo e abbia interiorizzato il sistema dei valori dominante.
Ne consegue che se uno di questi elementi è debole, prima o poi si indeboliscono tutti gli altri.
La teoria di Hirschi è rivolta soprattutto a spiegare il comportamento degli adolescenti. Ma altri due
studiosi americano, Robert Sampson e John Laub (1993), hanno utilizzato la teoria del controllo sociale per
capire cosa avviene anche nelle altre fasi della vita degli individui. Fra l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta
vi sono senza dubbio delle continuità e coloro che violano le leggi da giovani tendono ad infrangerle più
frequentemente degli altri quando diventano adulti.
Fra le diverse fasi della vita vi sono tuttavia anche delle discontinuità, perché una parte dei giovani devianti
cessano di essere tali quando diventano adulti, mentre alcune persone che avevano rispettato
scrupolosamente le norme sociali durante l’adolescenza iniziano a violarle negli anni seguenti. Secondo
Sampson e Laub, queste discontinuità sono riconducibili a mutamenti nelle relazioni fra individuo e società,
al formarsi di nuovo legami sociale ed alle rotture dei precedenti.

4)Teoria della subcultura


Molti studiosi hanno osservato che il contrasto fra la struttura sociale e quella culturale non basta a
spiegare perché alcune persone violino le norme e hanno sostenuto che la devianza, come la conformità, si
apprende dall’ambiente in cui si vive.
Una delle tesi di fondo è che la criminalità è una caratteristica non delle persone, ma dei gruppi a cui queste
appartengono. Sono i gruppi sociali che stabiliscono le regole la cui infrazione costituisce la devianza.
La devianza, come la conformità, si apprende nell’ambiente in cui si vive.
Se una persona commette un reato, è perché si è formata in una subcultura criminale, che ha valori e
norme diverse da quelle della società generale e che vengono trasmesse da una generazione all’altra. A
bere alcol, a fare uso di droga, a rubare e a rapinare si impara dagli altri, da coloro che si incontrano tutti i
giorni e che sono disposti a farlo e lo sanno fare. Da essi, oltre alla competenza tecnica, si imparano i valori,
gli atteggiamenti, le razionalizzazioni favorevoli a queste azioni.
L’idea che la devianza si apprende dall’ambiente sociale in cui ci si forma e si vive è stata presentata per la
prima volta da nel 1929 da Clifford Shaw e Henry McKay, due studiosi americani della scuola di Chicago
fondata da Robert E. Park (1864-1944). Su quella città essi condussero allora un’imponente ricerca,
dividendola in cinque zone e calcolarono il tasso di delinquenza, cioè il rapporto fra il numero degli autori di
reati residenti in un’area e il totale della popolazione di quell’area, e videro che il valore di tale tasso
diminuiva man mano che si allontanava dal centro della città abitato per lo più dagli immigrati di vari gruppi
etnici, e si passava ai quartieri degli operai specializzati e a quelli residenziali dei ceti medi.
Per spiegare questo fenomeno essi sostennero allora che in alcuni quartieri vi erano norme e valori
favorevoli a certe forme di devianza e questo patrimonio culturale veniva trasmesso ai nuovi arrivati
nell’interazione che aveva luogo nei piccoli gruppi e nelle bande di ragazzi.

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Tutto ciò faceva pensare che il tasso di delinquenza delle varie zone fosse dovuto non alle caratteristiche
individuali di coloro che vi abitavano, ma alla struttura sociale di queste ed in particolare al grado di
integrazione e di organizzazione sociale.
Questa teoria è stata ripresa e articolata da uno dei maggiori criminologi americano del Novecento, Edwin
H. Sutherland. Secondo questo studioso, il comportamento deviante non è né ereditario né inventato
dall’attore, ma appreso attraverso la comunicazione con altre persone:
- chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo ambiente. In
questo senso, le motivazioni del suo comportamento non sono diverse da quelle di chi
rispetta le leggi;
- a essere deviante non è l’individuo, ma il suo gruppo di appartenenza. In questo caso
gli individui non violano le norme del proprio gruppo, ma solo quelle della società in
generale;
- il processo di apprendimento avviene di solito all’interno di piccoli gruppi e riguarda sia
le motivazioni per commettere un reato, sia le tecniche per farlo.

5) Teoria dell’etichettamento
Tale teoria si basa sull’idea che per capire la devianza è necessario tener conto non solo della violazione,
ma anche della creazione e dell’applicazione delle norme, non solo dei criminali, ma anche del sistema
giudiziario e delle altre forme di controllo sociale. Il reato (e più in generale la devianza) non sono altro che
il prodotto dell’interazione fra coloro che creano e che fanno applicare le norme e coloro che invece le
infrangono.
Precursore di questa teoria fu Frank Tannenbaum che, in un libro del 1938, descrisse il processo di
«drammatizzazione del male». A suo avviso, vi erano continui conflitti fra i giovani e la popolazione e le
autorità della città in cui vivevano. I primi consideravano le trasgressioni che compivano – gli atti di
vandalismo, i piccoli furti – come semplici passatempi. La popolazione e le autorità giudicavano invece
questi atti come forme di disturbo se non addirittura di delinquenza. Con il passar del tempo, le posizioni
delle due parti diventavano sempre più diverse, lontane, inconciliabili. A poco a poco, la popolazione e le
autorità arrivavano a definire cattivi, maleducati, delinquenti non più solo gli atti, ma anche gli attori. I
giovani arrivavano ad accettare ed a far propria l’immagine che di loro davano gli altri, a cambiare identità,
a finire per considerarsi dei delinquenti.

Il centro dell’analisi non è nell’atto deviante in se stesso, quanto nella reazione che l’atto deviante
suscita. In altre parole, nel fatto che chi compie un atto deviante viene stigmatizzato come tale e tutte le
sue azioni, passate, presenti e future, vengono interpretate secondo tale stigma.
Edwin Lemert, uno dei più autorevoli esponenti di questa corrente, ha scritto: «La sociologia tradizionale…
tendeva a rimanere ancorata all’idea che è la devianza a dar luogo al controllo sociale. Io sono giunto a
credere che l’idea inversa (e cioè che è il controllo sociale a dar luogo alla devianza) è altrettanto
sostenibile e che costituisce una premessa più feconda per lo studio della devianza nella società moderna».
Secondo Lemert, fra coloro che commettono atti devianti e gli altri non vi sono differenze profonde né dal
punto di vista dei bisogni né da quello dei valori. Ne è prova il fatto che, nella nostra società, ad un altissimo
numero di persone succede, almeno una volta nella vita, di violare una norma in modo più o meno grave.
Ma un conto è commettere un atto deviante: mentire, rubare, fare uso di droga. Un altro conto è suscitare
per questo una reazione sociale, venire accusato di essere un deviante: un bugiardo, un ladro, un drogato.
In questo secondo caso, un individuo viene bollato con un marchio, un’etichetta, un ruolo. I suoi
comportamenti vengono riesaminati e reinterpretati alla luce di quelli presenti e si comincia a pensare che
egli si sia sempre comportato così. Di conseguenza lo si guarda in modo diverso dagli altri, con sospetto,
timore, ostilità.

Cruciale è da questo punto di vista la distinzione, introdotta da Lemert, fra devianza primaria e devianza
secondaria.
o Devianza primaria
quando la violazione di una norma, di una pratica, di una regola viene ignorata e/o non

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riconosciuta e la persona che l’ha infranta non si considererà un deviante. Ad es., passare
con il rosso, fumare occasionalmente marijuana. Oppure, uno studente universitario che
ruba, senza essere scoperto, alcuni libri ed alcune penne in un supermercato. Una volta
laureato e diventato un professionista, i furti commessi alcuni anni prima appaiono come
eventi privi di importanza.

o Devianza secondaria
quando la violazione di una norma, di una pratica, di una regola viene riconosciuta e resa
pubblica e la persona che l’ha infranta è etichettata e trattata come deviante. Quindi, quando
l’atto di una persona suscita una reazione di condanna da parte degli altri, che lo considerano
un deviante e questa persona riorganizza la sua identità ed i suoi comportamenti sulla base
delle conseguenze prodotte dal suo atto. Se un individuo viene trovato dalla polizia in flagranza
di reato, mentre sta rubando qualcosa, viene arrestato e processato, Basta questo perché
l’immagine che gli altri avevano di lui cambi radicalmente. La stigmatizzazione che l’ha colpito
lo farà sentire sempre più isolato dal resto della società e questo lo spingerà ad entrare in
contatto con il mondo deviate. Ulteriori sue infrazioni delle norme provocheranno reazioni
sociali sempre più forti che lo indurranno a proseguire la «carriera» di deviante.

Ma tra il 1962 ed il 1996 Howard Becker presentò la versione più matura della teoria dell’etichettamento. A
differenza di Lemert, Becker sostenne che il processo di creazione della devianza inizia non quando le
norme vengono violate, ma quando vengono prodotte.
«I gruppi sociali – scrisse- creano la devianza stabilendo le regole la cui infrazione costituisce la devianza e
applicando queste regole a persone particolari, che etichettano come ousider. Da questo punto di vista, la
devianza non è una qualità dell’azione commessa, ma piuttosto la conseguenza dell’applicazione, da parte
degli altri, di regole e sanzioni al trasgressore. Il deviante è uno cui l’etichetta è stata applicata con
successo; il comportamento deviante è il comportamento così etichettato dalla gente».
Il processo di etichettamento è prodotto dai pubblici (dalle audiences), cioè dalle persone che osservano e
giudicano una azione o una caratteristica di un individuo. Si possono distinguere tre tipi di pubblico: la
società nel suo complesso; dalle persone con le quali in individuo interagisce più frequentemente; dagli
agenti del controllo sociale, dai poliziotti e dai magistrati.

6) Teoria della scelta razionale


I sostenitori della teoria della scelta razionale considerano i reati come risultato non di influenze esterne,
ma di un’azione intenzionale adottata attivamente dagli individui per ricavarne dei vantaggi.
Secondo questa prospettiva, i soggetti sono esseri razionali che scelgono intenzionalmente di violare le
norme e perseguire i propri interessi. Se l’individuo decide di compiere un reato è di solito perché si
attende di ricavarne benefici maggiori di quelli che avrebbe investendo il suo tempo e le sue risorse in
attività lecite. Inoltre, coloro che si dedicano ad un’attività illecita non sono sostanzialmente diversi dagli
altri.
Così, ad es. il criminologo giapponese Hiroshi Tsutomi ha scritto che «le persone commettono reati non
perché sono patologiche o malvagie, ma perché sono normali». I motivi che portano ad un’attività illecita
sono gli stessi che spingono a quella lecite: la ricerca del guadagno, del potere, del prestigio, del piacere.
Ma se è vero che coloro che commettono furti, rapine, stupri e omicidi sono attori razionali, che valutano i
costi ed i benefici delle loro azioni, come è possibile che, per una gratificazione momentanea, alcuni
vengano arrestati e condannati a passare anni della loro vita in carcere? A questa domanda, il sostenitore
della teoria della scelta razionale rispondono che quella degli esseri umani è una razionalità limitata,
perché le loro capacità di ragionare, di prevedere e di pianificare hanno vincoli e limiti. Così, a chi decide di
fare una rapina può succedere di commettere qualche errore e di trovarsi in carcere senza aver preso
neppure un euro.
Molte di queste idee sono state sostenute, alla fine del Settecento, da Cesare Beccaria in Italia e da Jeremy
Bentham in Inghilterra. Esse sono state tuttavia riprese e rielaborate, soprattutto dagli economisti, ma
anche da alcuni sociologi contemporanei. Questi ultimi hanno messo in luce come colui che trasgredisce la

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legge vada incontro a vari tipi di costo: esterni pubblici, esterni privati e interni.
Colui che trasgredisce la legge va incontro a vari tipi di costo:
- esterni pubblici: sono dati dalle sanzioni legali inflitte dallo stato e dalle conseguenze
negative che queste hanno sulla reputazione sociale;
- esterni privati: sono i cosiddetti «costi di attaccamento», che derivano dalle sanzioni
informali degli «altri significati», dalle loro critiche, dalla loro condanna;
- interni: nascono dalla coscienza (dalle norme interiorizzate), che fa provare la
trasgressione dei sensi di colpa e di vergogna.
Molte sono le forme di criminalità e di reato; le principali sono:
- attività predatorie comune (o di strada); omicidi; reati dei colletti bianchi; criminalità
organizzata.
- attività predatorie comune (o di strada)
Con questa espressione ci si riferisce a quell’insieme di azioni illecite condotte con la forza o con l’inganno
per impadronirsi dei beni mobili altrui:
- furti di beni
- furto con violenza

Omicidi
Con il termine omicidio si indicano reati di natura assai diversa e che non vanno confusi. La più importante
distinzione da fare è fra:
- omicidio colposo è l’omicidio «non voluto dall’agente» e che si verifica «a causa di negligenza,
imprudenza, imperizia, o inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline» (art. 43 c.p.). Il
più tipico è quello che viene commesso per la strada, quanto un automobilista distratto investe
un passante uccidendolo.
- omicidio doloso chi agisce con la volontà di uccidere. Quest’ultimo viene a sua volta distinto in
premeditato e occasionale.

Reati dei colletti bianchi


All’inizio, il carattere distintivo della criminalità del colletto bianco viene cercato nell’appartenenza sociale
del soggetto in quanto diversa da quella dei colletti blu, cioè degli operai. La storia del concetto di
criminalità del colletto bianco che si evolve in quello di criminalità economica inizia con Edwin Sutherland,
un criminologo americano che, sul finire degli anni Trenta del Novecento, è alla ricerca di una teoria
generale della criminalità capace di spiegarne le cause. Imbattendosi nei comportamenti criminali di
persone di alta posizione sociale che commettono reati nel corso della loro occupazione, Sutherland scopre
l’atra faccia della criminalità trascurata dagli studiosi di allora.
Sutherland definisce i reati del colletto bianco come quelli commessi da persone rispettabili, di alto livello
sociale, nel corso della propria occupazione, con abuso di fiducia. Gli atti criminali del colletti bianchi sono
quelli degli scandali che compaiono sulle pagine dei giornali: falsità nei rendiconti finanziari di società,
aggiotaggio di borsa, corruzione diretta o indiretta di pubblici ufficiali al fine di assicurarsi contratti e
decisioni vantaggiose, falsità in pubblicità, frode fiscale, scorrettezze in curatele fallimentari e di
bancarotte.

Nei primi anni Settanta Clinard e Quinney (1973), sempre sulle orme di Sutherland alla ricerca di una
formula basata sulle caratteristiche degli autori del reato, elaborano un’importante distinzione. Separano i
reati occupazionali (occupational crimes) dai reati societari (corporate crimes).
- I reati occupazionali, includono comportamenti che possono essere commessi da appartenenti
a tutte le classi sociali. Sono violazioni della legge penale nel corso dell’attività connessa ad
un’occupazione legale. In altre parole, sono perpetrati da singoli individui a proprio beneficio
nell’ambito del loro lavoro e di solito apportano un vantaggio economico ai soggetti che li
attuano, danneggiando la società o le organizzazioni nelle quali essi sono occupati, In questa
categoria si possono far rientrare, ad es., appropriazione indebita, frodi alle spese, false
fatturazioni per ottenere rimborsi non dovuti, corruzione.
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- I reati societari, al contrario, sono quelli commessi da parte di dirigenti di società a favore delle
società ed i reati delle società stesse: sono reati dal colletto bianco realizzati con
l’incoraggiamento e il supporto di un’organizzazione formale al fine di avvantaggiare, almeno in
parte, l’organizzazione stessa. Questa seconda categoria è anche chiamata da alcuni autori
reato organizzativo o dell’organizzazione (organizational crime). Questo termine ha il
vantaggio di far comprendere meglio che nella sfera operativa sono compresi illeciti sia di
società private, sia di soggetti pubblici o istituzionali che agiscono in ambito economico.

Criminalità organizzata
C’è un’apia letteratura che sottolinea la continuità tra criminalità organizzata e criminalità economica,
spiegando perché, dove e come il crimine organizzato tradizionale ed i crimini del colletto bianco si
muovano nella medesima direzione, caratterizzata da una sempre maggiore razionalizzazione ed
organizzazione (Maltz 1976; Smith 1980; Albanse 1982; Savona 1990; Ruggiero 1996). La zona grigia in cui la
criminalità organizzata ed economica si sovrappone va ulteriormente approfondita e spiegata (Di Nicola
2002). Si tratta di un’area in cui le attività criminali e i criminali stessi si confondono con attività legali ed
illegali, imprese e professionisti che operano nell’ambito della legalità. L’ampliarsi di tale area aumenta i
livelli di corruzione ed inquina i sistemi economici nazionali.
A questo proposito, diversi autori, e tra questi Nelken (1994), propongono di studiare più a fondo i rapporti
che intercorrono tra i reati dei colletti bianchi e la criminalità organizzata, soprattutto alla luce degli sviluppi
di transnazionalizzazione, specializzazione e professionalizzazione della criminalità organizzata stessa, per
cui si assiste ad una commistione di servizi legali ed illegali offerti dalle imprese del crimine sia alle
organizzazioni criminali stesse sia ad imprese legali.
Alla luce di alcune ricerche (Bertoni 1997), si parla di imprese criminali, per sottolineare non solo la
capacità di integrarsi con l’economia legale, le risorse e le dimensioni del crimine organizzato, ma anche, e
soprattutto, la capacità di attribuire alla struttura stessa dell’organizzazione un ruolo strategico. Smith e
Alba (1979) riconducono i reati economici e la criminalità organizzata alla variabile «imprenditorialità»,
anziché alla variabile «criminalità», ritenendo che in tal modo risulti più agevole spiegare i comportamenti
illeciti considerati all’interno delle dinamiche del mercato. Si sviluppa così un parallelismo tra attività
economiche illegali e legali, dove si è infiltrata la criminalità organizzata-
Per comprendere le ragioni e i caratteri dei reati, i sociologi studiano le caratteristiche socio-demografiche
di coloro che li compiono:
- la classe sociale; il genere; l’età.
- classe sociale
L’idea che vi sia una relazione inversa fra la classe sociale e la predisposizione a commettere reati è stata a
lungo condivisa dai sostenitori di teorie diverse come quella della tensione, della subcultura o
dell’etichettamento. Negli ultimi decenni, tuttavia, alcuni studiosi, basandosi sui risultati di molte ricerche
condotte negli Stati Uniti, hanno sostenuto che fra classe sociale e criminalità non vi è alcuna relazione o ve
ne è una assai debole.
In Italia, all’inizio del Novecento, analizzando i dati riguardanti dai tribunali, Vincenzo Manzini (1905) è
arrivato alla conclusione che «le classi dei lavoratori dove i salari sono più bassi e la disoccupazione è più
frequente producono dovunque il maggior numero di ladri». D’altra parte le informazioni statistiche ci
dicono che i condannati per furto e per rapina hanno un livello di istruzione assai basso, sono spesso
disoccupati o svolgono dei lavori mal retribuiti e godono di scarso prestigio sociale.
A conclusioni diverse sono giunte le ricerche condotte con la tecnica dell’autoconfessione, intervistando
cioè persone appartenenti a campioni rappresentativi della popolazione e chiedendo loro se hanno
commesso o meno dei reati. Secondo queste ricerche, la relazione fra classe sociale e tendenza a violar le
legge non esiste affatto o è meno chiara di quella che emerge dai dati sui condannati. Contrariamente però
a quanto può sembrare, i risultati di tutte queste ricerche non sono contraddittori. Così, mentre le rapine
vengono commesse soprattutto dalle persone delle classi sociali più svantaggiate, i furti più lievi (es. il
taccheggio) vengono compiuti quasi nella stessa misura dagli appartenenti a tutte le classi sociali.

Genere

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Il genere è una delle variabili più importanti per predire la criminalità. In tutti i paesi, infatti, è molto più
probabile che sia un maschio piuttosto che una femmina a violare una norma penale. Vi sono tuttavia
differenze a seconda del tipo di reato. Quanto più il reato è grave, tanto più è facile che a compierlo sia un
uomo e dunque maggiori sono le differenze di genere. In Italia, ad es., la quota delle donne sul totale delle
persone condannate non raggiunge neppure il 10% nel caso delle rapine o degli omicidi, mentre aumenta
nel caso dei reati meno seri: la frode nell’esercizio del commercio, l’emissione di assegni a vuoto, la truffa.
Questa quota tocca un punto record, quasi il 50% nel caso del taccheggio (o furto nei grandi magazzini).
Molti studiosi hanno sostenuto che, a partire dagli anni settanta, la criminalità femminile è aumentata
molto più di quella maschile. Ma due tesi molto diverse sono state sostenute in proposito:
1)secondi alcuni, questo è avvenuto solo nell’ambito dei reti contro il patrimonio (furto; rapina; scippo;
taccheggio; borseggio; veicoli e furti; furto in appartamento; estorsione; sequestro di persona a scopo
estorsivo; danneggiamento; truffa; usura; ricettazione; riciclaggio) ed è dovuto alle grandi trasformazioni
che vi sono state nell’economia e nella società (e in particolare alla crescita del numero di donne entrate
nel mercato del lavoro) che hanno creato nuove occasioni di illeciti penali;
2)secondo altri, invece, l’aumento dell’attività criminale femminile si è verificato anche nell’ambito dei reati
violenti ed è riconducibile all’affermazione dei movimenti femministi. «Nel momento stesso in cui si
battevano per l’eguaglianza delle opportunità nel campo delle attività legali, le donne si facevano
prepotentemente strada anche nel mondo della criminalità» (Adler 1975).

Età
Nel primo studio sistematico condotto in materia, il belga Adolphe Quètelet (1796-1874) sostenne di essere
riuscito a ricavare dai suoi dati una vera e propria legge «legge di sviluppo» della «tendenza al crimine»,
che valeva per tutti i paesi europei. A suo avviso, questa tendenza «cresce molto rapidamente verso l’età
adulta, raggiunge un massimo e in seguito decresce, ma lentamente, fino agli ultimi anni di vita».
La tendenza a violare le norme penali varia dunque molto a seconda della fase del ciclo di vita. Di solito si
inizia a rubare molto presto, anche a 8-9 anni e si continua a farlo per qualche tempo. Poi, a poco a poco,
una volta uscita dall’adolescenza, la grande maggioranza abbandona questa attività. Coloro che continuano
passano, nel corso degli anni, ad altri tipi di reato contro il patrimonio.
L’aumento della quota dei maschi che rubano o rapinano durante l’adolescenza non sono caratteristiche
solo dell’Italia, ma tutte le ricerche mostrano che lo stesso avviene anche negli altri paesi: Stati Uniti, Regno
Unito, Francia, Germania, Argentina, Israele (Hirschi e Gottfredson 1983).
In ogni società la conformità alle norme viene mantenuta attraverso l’uso o la minaccia di sanzioni.
Le sanzioni si distinguono in:
- positive: ricompensano chi rispetta la norma
- negative: puniscono chi non rispetta la norma, rivolte a scoraggiare atti, credenze o tratti devianti
- formali: applicate da specifiche autorità a ciò preposte, o dello Stato o di altre organizzazioni:
scuola, chiese, impresa, associazioni
- informali: reazioni più spontanee, meno organizzate e non scritte dei gruppi primari: famiglia,
amici, vicinato, ecc.
- severe o lievi: in relazione al livello di gravità dell’infrazione

Grandi differenze vi sono state, fra le varie società, riguardo al tipo di sanzioni usate contro i trasgressori
delle norme:
- sistema della faida (cioè della vendetta da parte della vittima del reato o della sua
famiglia nei confronti del reo)
- espulsione dalla comunità
- pene corporali (punizione fisica del reo, spesso sconfinate in vera e propria tortura)
- sanzioni pecuniarie (multa e ammenda)
- pena detentiva (ergastolo, reclusione e arresto)
- pena capitale (pena di morte).
Poi, abbiamo le misure alternative alla detenzione adottate nei vari ordinamenti. Le principali sono:
- diversion (misura alternativa). In Italia, l’istituto più simile alla diversion è la messa in

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prova del minore prevista dal decreto n. 448 del 1988. Tramite questo istituto si
sospende il processo penale al fine di permettere al minore di evitare il contatto
negativo con il sistema penale e quindi di seguire un percorso di recupero al termine
del quale, in caso di esito positivo della prova, il processo verrà definitivamente
abbandonato.
- mediation (mediazione penale). Strategia di composizione extraprocessuale della
conflittualità fra reo e vittima. In particolare, la mediazione penale è stata ufficialmente
definita come un «processo in cui la vittima e l’autore del reato siano in grado,
acconsentendo liberamente, di partecipare in modo attivo alla risoluzione dei problemi
che nascono dalla commissione del reato, con l’aiuto di una terza parte imparziale»
(Appendice alla Raccomandazione R (99) 19 del Comitato dei Ministri agli Stati Membri
relativa alla mediazione in materia penale).
- probation si identificano una serie di istituti alternativi alla detenzione che variano a
seconda delle esperienze penali considerate. Per es., il prabation può essere costituito
da una serie di obblighi e restrizioni che costituiscono la condizione per la sospensione
della pena; in altri casi, invece, è una sanzione autonoma. In Italia la sanzione più simile
al probation è costituita dall’affidamento in prova ai servizi sociali, sanzione che viene
comminata in alternativa alla pena detentiva.

CAPITOLO 11 - Stratificazione sociale


Nella sua accezione generale, viene indicato come il sistema delle disuguaglianze di una società nei suoi
principali aspetti:

- distributivo, riguardante l’ammontare delle ricompense materiali e simboliche ottenute dagli


individui e dai gruppi di una società;

- relazionale, che ha invece a che fare con i rapporti di potere esistenti fra gli attori sociali.

Si definisce strato un insieme di individui (o di famiglie) che godono della stessa quantità di risorse
(ricchezza, prestigio) o che occupano la stessa posizione nei rapporti di potere. Gli strati hanno assunto
storicamente forme specifiche assai diverse, quali ad es., le caste, i ceti e le classi.

Universalità della stratificazione sociale

Anche nelle società più semplici esistono disuguaglianze strutturate basate sul genere o sull’età. Gli uomini
hanno più prestigio e potere delle donne, le persone anziane più di quelle dei giovani.

Gran parte dei sociologi ritiene che la stratificazione sociale sia un fenomeno universale. Gerhard Lenski
(1966) ha tentato di individuare le condizioni che favoriscono le disuguaglianze sociali, segnalando due
diversi fattori:
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• la produzione di surplus economico;

• la concentrazione di potere.

A parità di altre condizioni, le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza crescono all’aumentare
del surplus. Perché possono iniziare ad esistere famiglie che abbiano una quantità di risorse molto
maggiore delle altre è infatti necessario che si superi la fase dell’economia di sussistenza. E in effetti, fu con
l’avvento delle società agricole che si ebbe un forte aumento della produttività e si iniziò a produrre un
surplus economico, cioè una quantità di risorse superiori a quelle necessarie a mantenere in vita i
produttori diretti e le loro famiglie.

La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza cresce anche all’aumentare della concentrazione del
potere politico. La sua concentrazione raggiunge il massimo nelle società agricole e diminuisce in quelle
industriali. Dunque, se è negli imperi agrari (in Cina, antica Roma o nella Francia medievale) che la
disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è più accentuata è perché queste società presentano un
considerevole surplus economico e ad appropriarsene è quasi esclusivamente l’aristocrazia militare. Se
nella società industriale la distribuzione della ricchezza diventa più equa, è perché si verifica una rivoluzione
politica che attribuisce maggior potere ad una parte consistente della popolazione.

La riflessione sociologica ha maturato diverse interpretazioni e teorie per dar conto del fenomeno
stratificazione, tra queste:

• Teoria funzionalista

• Teoria del conflitto

• Marx

• Weber

• Teoria dello squilibrio di status di Lenski.

Teoria funzionalista

Anche se il padre spirituale è Durkheim, la teoria funzionalista è stata articolata solo dopo la seconda
guerra mondiale. Partendo dall’assunto che non sia mai esistita una società in cui non vi fosse una qualche
forma di stratificazione sociale, i sostenitori della teoria funzionalista hanno cercato di spiegare le sue
caratteristiche universali.

La tesi di fondo di tale teoria di due dei più autorevoli studiosi Kingsley Davis e Wilbert Moore (1945) è che
«la principale necessità funzionale che spiega la presenza universale della stratificazione è precisamente
l’esigenza sentita da ogni società di collocare e motivare gli individui nella struttura sociale».

In sintesi, le argomentazioni principali dei funzionalisti:

- in ogni società non tutte le posizioni e le mansioni presenti hanno stessa «importanza funzionale».
Ad es., lo sono nelle società primitive quelle occupate dagli stregoni o dai sacerdoti e, nelle società
moderne, dai medici o dagli ingegneri;

- in ogni società il numero delle persone che possono occupare le posizioni più rilevanti è limitato e
scarso;

- la conversione delle capacità in competenza implica sacrifici e un lungo periodo di addestramento;

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- per indurre le persone capaci a sottoporsi a questi sacrifici è necessario dar loro compensi
materiali e morali, in modo che godano di un livello di reddito e prestigio superiori.

Teoria del conflitto

I teorici del conflitto negano che la stratificazione sociale svolga una funzione vitale indispensabile alla
sopravvivenza del sistema sociale.

Ritengono, infatti, che le disuguaglianze esistano perché i gruppi sociali che se ne avvantaggiano sono in
grado di difenderle dagli attacchi degli altri, in una situazione di conflitto continuo. Anche fra i teorici del
conflitto vi sono tuttavia due impostazioni, che si richiamano una a Marx, l’altra a Weber.

Le classi sociali secondo Karl Marx

Nonostante fosse stato usato anche prima, il concetto di classe sociale fece ufficialmente la sua prima
comparsa nel 1848, con la celebre affermazione del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels:

«la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotta di classi. Liberi e schiavi, patrizi e
plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve oppressori e oppressi,
furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta;
lotta che ogni volta è finita o con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina
delle classi in lotta» (1848).

La base delle classi è nella sfera economica, ma ciò non significa che le differenze vadano ricercate nella
«dimensione della borsa», nel livello di reddito, e che tutto si riduca alla contrapposizione fra ricchi e
poveri. In ogni società, l’asse portante delle classi si trova nei rapporti di produzione e nelle relazioni di
proprietà. Un piccolo strumento di persone ha la proprietà dei mezzi di produzione (la terra, gli strumenti
di lavoro, i fabbricati, le macchine, le materie prime), mentre la grande maggioranza della popolazione ne è
esclusa.

Tuttavia la forma di produzione e quella di proprietà variano a seconda del tipo di società. Ad es. nell’antica
Roma la produzione era basata sulla proprietà degli schiavi e le classi principali erano costituite, oltre che
da questi ultimi, dai patrizi che erano i loro proprietari, e dai plebei, che si trovavano in una posizione
intermedia fra gli uni e gli altri, perché non erano né possedevano schiavi; la produzione della società di
antico regime si basava invece sulla proprietà della terra e degli strumenti di lavoro e le due classi principali
erano quelle dei proprietari terrieri (grande e piccola nobiltà) e dei lavoratori della terra (servi, braccianti,
contadini).

Altre classi che Marx prende in considerazione nelle sue analisi storiche è la piccola borghesia (costituita da
artigiani e commercianti) o dei contadini, perché sono classi formate da persone che sono proprietarie dei
mezzi di produzione e acquistano forza lavoro sul mercato, ma che al tempo stesso svolgono un lavoro
manuale.

Altre classi ancora non sono certamente definibili in termini di rapporto di produzione e di proprietà, come
il sottoproletariato che - come scrive Marx - in tutte le grandi città forma una massa nettamente distinta
dal proletariato industriale, nella quale si reclutano ladri e delinquenti di ogni genere, che vivono dei rifiuti
della società - gente senza un mestiere definito, vagabondi, senza tetto e senza scrupoli.

Seconda la teoria di Marx, le classi sono dei raggruppamenti omogenei di persone che hanno lo stesso
livello di istruzione, lo stesso livello di consumo, le stesse abitudini sociali, gli stessi valori e le stesse
credenze, la stessa concezione della vita e del mondo. Sono potenzialmente dei soggetti collettivi, che
vivono e pensano in modo simile, delle forze sociali, degli attori storici, capaci in certe condizioni di azione
unitaria.

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Classi, ceti e gruppi di potere secondo Max Weber

A differenza di Marx, che ha concentrato tutta la sua attenzione sulle classi, Weber ha elaborato una teoria
della stratificazione sociale a più dimensioni. Egli era infatti convinto che le fonti delle disuguaglianze e i
principi fondamentali di aggregazione degli individui vanno ricercati in tre diverse sfere:

• economia, gli individui si uniscono sulla base di interessi materiali comuni, formando classi sociale;

• cultura, gli individui si uniscono seguendo comuni interessi ideali e dando origine ai ceti;

• politica, gli individui si associano in partiti o in gruppi di potere per il controllo dell’apparato di
dominio.

Nella definizione di «classe», Weber non si allontana da Marx, «il possesso e la mancanza di possesso -
scrive - costituiscono le categorie fondamentali di tutte le situazioni di classe» (Weber 19922).

Mentre però per Marx il criterio di fondo dell’appartenenza a una classe è la proprietà o meno dei mezzi di
produzione, per Weber, il criterio di fondo dell’appartenenza a una classe è la situazione di mercato.

I mercati sono tre:

• del lavoro, dove si contrappongono la classe operai (fatta da coloro che vendono la forza lavoro) e
gli imprenditori (che l’acquistano);

• del credito, debitori e creditori;

• delle merci, consumatori e venditori.

Storicamente, l’importanza di questi tre tipi di mercato per i rapporti e i conflitti di classe è mutata:
nell’antica Grecia e nell’antica Roma tali conflitti derivano soprattutto nel mondo del credito; nel Medioevo
da quello delle merci; nella società capitalistica, dal mercato del lavoro.

Weber distingue fra classi possidenti e classi acquisitive, privilegiate positivamente o negativamente.

• Le classi possidenti privilegiate in senso positivo sono costituite da redditieri che ricavano i loro
crediti da schiavi, terre, miniere, impianti di lavoro, navi;

• Le classi possidenti privilegiate in senso negativo sono formate da coloro che non dispongono nulla.

Fra le due vi sono le classi medie, i cui membri hanno o piccole proprietà o un po’ di istruzione o qualche
competenza professionale (contadini, artigiani, funzionari).

Le classi acquisitive privilegiate in senso negativo rientrano i lavoratori;

Le classi acquisitive privilegiate in senso positivo rientrano gli imprenditori di vario tipo o professionisti
forniti di un alto livello di preparazione.

Ceti

I ceti sono comunità di persone con uno stesso stile di vita (stesso gusto, stesse preferenze di consumo) e
un forte senso di appartenenza. Essi si distinguono l’uno dall’altro per il diverso grado di prestigio di cui
godono.

«Definiamo ‘situazione di ceto’, - ha scritto Weber - ogni componente tipica del destino di un gruppo di
uomini, la quale sia condizionata da una specifica valutazione sociale, positiva o negativa dell’«onore», che
è legato a qualche qualità comune di una pluralità di uomini».
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Questo ha importanti conseguenze. «L’onore di ceto si esprime normalmente soprattutto nell’esigere una
condotta di vita particolare da tutti coloro i quali vogliono appartenere ad una data cerchia. Connessa con
ciò è la limitazione dei rapporti sociali» Weber.

Tale limitazione si esprime soprattutto nel connubium e nella commensalità. Ci si sposa e ci si siede a tavola
preferibilmente (o, in certi casi, esclusivamente) con persone dello stesso ceto.

Le relazioni fra classi e ceti sono assai complesse. Se alcuni ceti nascono in seno alle classi, altri le
trascendono. I primi hanno origine dalla divisione del lavoro, dall’articolazione in occupazioni. I secondi
sono invece di origine etnica e religiosa. In genere, comunque, le classi hanno una maggiore eterogeneità
interna dei ceti e dunque sono meno frequentemente comunità morali e più difficilmente si mobilitano per
fini collettivi.

Per migliorare la loro situazione, i ceti seguono la strategia della chiusura sociale, restringendo cioè gli
accessi alle risorse e alle opportunità a uno strato limitato di persone, dotato di certi requisiti. Nella società
di antico regime la chiusura sociale aveva luogo in base a criteri di stirpe e di lignaggio, rifacendosi agli
alberi genealogici delle persone. Nei paesi occidentali oggi, invece, essa avviene attraverso controlli ed
esami, rilasciando quei titoli e quei certificati necessari per esercitare le più importanti professioni.

Lenski (1954) e gli altri sociologi americani hanno proposto il concetto di squilibrio di status sostenevano
che in ogni società vi è una pluralità di gerarchie (di reddito, di potere, di istruzione, di prestigio) e ciascun
individuo occupa una posizione in ognuno di queste gerarchie.

Si parla di equilibrio di status, quando una persona si trova in ranghi equivalenti nelle diverse gerarchie. Ad
es., sono in una situazione siffatta sia l’industriale italiano che, dopo la laurea, avendo conseguito il master
in un’università americana, ricava molto denaro dalla sua attività e sia il bracciante meridionale, analfabeta,
disoccupato molti mesi l’anno, che sopravvie grazie all’assistenza pubblica;

Sistemi di stratificazione sociale

I più importanti sistemi di stratificazione sociale esistiti nella storia dell’umanità sono quattro: schiavitù,
caste, ceti, classi schiavitù, è una forma estrema di disuguaglianza, in cui alcune persone ne possiedono
altre, le fanno lavorare e, possono punirle, venderle e comprarle a loro piacimento.

La schiavitù è esistita nell’antica Atene e nell’antica Roma, ha perso importanza pur senza scomparire
nell’Europa medievale e ha assunto di nuovo dimensioni importanti nelle due Americhe, dall’inizio del XVIII
secolo alla fine del XIX, quando circa 10 milioni di neri vi vennero trasportati a forza dall’Africa.

• Caste esistono in India da almeno 2500 anni, anche se nel corso di questo lunghissimo periodo ha
subito vari cambiamenti. Esso fu usato per la prima volta a proposito dell’India dai portoghesi nel
significato di «razza». Ma viene dal latino, castus, che significa «puro, disinteressato, integro, non
contaminato»

Tre sono le caratteristiche essenziali della casta.

• In primo luogo, essa è - come diceva Weber - un ceto chiuso, ciò significa che si entra in una casta
solo con la nascita, perché i propri genitori ne fanno parte, e vi si resta per tutta la vita. Ma vuol
dire anche che la casta è caratterizzata dall’endogamia, dall’obbligo di sposarsi all’interno del
gruppo;

• In secondo luogo, caratteristica della casta è la specializzazione ereditaria. Tradizionalmente, ogni


casta è legata allo svolgimento di un mestiere o di una funzione rituale. Vi sono ad es., le caste dei
pressatori d’olio, degli orefici, dei vasi, dei lavandai;
51
• In terzo luogo, le caste formano un ordine rigidamente gerarchico, basato sul criterio religioso della
purezza.

• Ceti, la società così articolata esistita in Europa per alcuni secoli prima della rivoluzione francese,
aveva alcune caratteristiche distintive.

• In primo luogo, gli status ascritti, quelli cioè che vanno al di là del controllo dell’individuo. In linea
di principio, ciascuno faceva parte di un ceto fin dalla nascita e vi restava per tutta la vita, quali che
fossero gli sforzi che faceva per uscirne.

• In secondo luogo, fra i ceti vi erano differenze sociali non solo di fatto, ma anche di diritto. Così, ad
es., le norme giuridiche stabilivano che la nobiltà e il clero fossero esenti dagli obblighi comuni in
materie di tasse e di servizi militari e, in alcuni paesi, che monopolizzassero alcune cariche
pubbliche. Inoltre, gli aristocratici potevano essere arrestati solo per alcuni reati e dovevano essere
comunque giudicati dai loro pari e non dai magistrati ordinari.

Sebbene le dimensioni dei ceti variassero, si avevano molte somiglianze fra i vari paesi europei.
Ovunque, oltre ai nobili, vi erano contadini proprietari e affittuari, artigiani e commercianti,
mercanti e professionisti. E ovunque un enorme numero di famigli viveva in povertà.

Nelle città europee vi erano in questo periodo tre cerchi concentrici di persone povere:

• il cerchio interno (dal 4 all’8% della popolazione) era formato dai poveri strutturali, da coloro cioè
che, a causa dell’età o delle condizioni di salute, non erano in gradi di guadagnarsi da vivere e
facevano i mendicanti;

• nel secondo cerchio rientrava uno strato molto più ampio di persone (circa il 20% della
popolazione), che ricevevano occasionalmente elemosine. Erano i poveri congiunturali o della crisi,
lavoratori occasionali o con bassi salari, che si trovavano in serie difficoltà;

• nel terzo cerchio (che raccoglieva talvolta fino al 50% della popolazione) vi erano i poveri non
indigenti, cioè quegli artigiani, piccoli commercianti e impiegati di rango inferiore che, quando vi
era una grave crisi economica (come ad es., quella provocata da un’epidemia di peste) dovevano
fare ricorso alla pubblica assistenza.

Classi, si tratta di un sistema di fatto e non di diritto

Due schemi di classificazione:

• Il primo dei due schemi, che è quello a cui più spesso si rifanno gli studiosi italiani, è stato proposto
dall’economista Paolo Sylos Labini (1974; 1986), basato principalmente sul tipo di reddito percepito
da un individuo.

Vi sono tre grandi categorie di reddito:

a) la rendita (dei proprietari fondiari);

b) il profitto (dei capitalisti, siano essi industriali, agrari o commerciali);

c) il salario (degli operai).

52
Oltre a queste tre, vi sono altre importanti categorie di reddito: i «redditi misti», da lavoro capitale, propri
dei lavoratori autonomi; gli stipendi degli impiegati; i redditi di coloro che hanno occupazioni precarie e
saltuarie.

Sulla base di questa categorie di reddito, Sylos Labini ha distinto cinque grandi classi sociali, ciascuna delle
quali composta da varie sottoclassi:

• borghesia, formata da grandi proprietari dei fondi rustici e urbani (rendite); dagli imprenditori e
dagli alti dirigenti di società per azioni (profitti e redditi misti); da professionisti (redditi misti);

• piccola borghesia relativamente autonoma, composta dai lavoratori autonomi dei tre principali
settori di attività, cioè da coltivatori diretti, artigiani e commercianti (redditi misti);

• classe media impiegatizia, costituita dagli impiegati pubblici e da quelli privati;

• classe operaia, formata dai braccianti e dai salariati fissi in agricoltura, dagli operai dell’industria e
dell’edilizia e da quelli del terziario (salari);

• sottoproletariato, composto da coloro che restano per lunghi periodi di tempo fuori dalla sfera
della produzione, perché disoccupati.

Il secondo schema di classificazione, che viene sempre più frequentemente utilizzato dagli studiosi di molti
paesi europei, è stato proposto dal sociologo britannico John H. Goldthorpe (1980; 1982), si basa su due
criteri: la situazione di lavoro e la situazione di mercato.

La situazione di lavoro, fa riferimento alla posizione nella gerarchia organizzativa (e alle conseguenti
relazioni sociali) assunta dagli individui in quanto occupanti una data posizione occupazionale.

La situazione di mercato, indica, invece, il complesso dei vantaggi e degli svantaggiati simbolici e materiali,
di cui godono i titolari dei vari ruoli lavorativi (ad es., il livello di reddito percepito, le possibilità di carriera,
la stabilità del posto, le caratteristiche dell’ambiente fisico del lavoro).

Incrociando queste due dimensioni si giunge a uno schema a sette classi:

• Classe I, formata da imprenditori, professionisti e dirigenti di livello superiore;

• Classe II, formata da professionisti e dirigenti di livello inferiore;

• Classe III, formata dagli impiegati e addetti alle vendite;

• Classe IV, comprende la piccola borghesia urbana (commercianti e artigiani) e quella agricola;

• Classe V, costituita da tecnici di livello più basso e dai supervisori di lavoratori manuali;

• Classe VI, formata da operai specializzati;

• Classe VII, costituita da operai non qualificati.

Alcuni grandi mutamenti

Trasformazioni di grande rilievo sono avvenute, negli ultimi due secoli, nella stratificazione sociale di tutti i
paesi «occidentali sviluppati» e alcune di queste sono iniziate o sono in corso in molti di quelli dell’Asia e
dell’America Latina.

Esse hanno riguardato:


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• il tipo e il numero delle classi sociali;

• la loro composizione e il loro peso;

• i confini e i rapporti esistenti fra di esse.

Classi che avevano raggiunto un tempo grandi dimensioni si sono poi assottigliate fino quasi a scomparire,
mentre altre sono emerse.

Questi mutamenti sono in parte ricollegabili allo sviluppo, e alternativamente al declino dei diversi settori di
attività economica, allo spostamento cioè della popolazione attiva prima dall’agricoltura all’industria e poi
da questa al terziario e ai servizi.

All’inizio del XIX secolo, in tutta Europa, la maggioranza assoluta della popolazione faceva parte delle due
principali classi agricole:

• quelle dei braccianti e dei coltivatori proprietari.

Poi il processo di industrializzazione ha determinato il declino di queste due classi, facendone nascere
un’altra: quella operaia di fabbrica che è diventata la classe a cui apparteneva la quota più ampia della
popolazione. Però, questa tendenza ha subito una brusca inversione e il peso quantitativo di questa classe
ha cominciato a diminuire.

Questi processi sono avvenuti in tutti i paesi occidentali, ma in tempi diversi. Il declino delle classi agricole,
l’espansione e la contrazione della classe operaia di fabbrica sono iniziati prima in Inghilterra e in altri paesi
dell’Europa settentrionale ed hanno invece avuto luogo più tardi in quella meridionale.

Diverso è stato l’andamento della classe media impiegatizia. Di dimensioni minuscole alla fine
dell’Ottocento, essa ha avuto in tutti i paesi occidentali un rapido e continuo sviluppo, tanto da diventare in
alcuni di essi la classe più numerosa.

Cambiati sono anche i confini e le relazioni fra la classe media impiegatizia e quella operaia industriale. Né
gli operai né gli impiegati possiedono i mezzi di produzione e, per vivere, entrambi devono vendere la
propria forza lavoro sul mercato. Ma la loro condizione di lavoro è diversa fra i colletti blu (gli operai) e i
colletti bianchi (gli impiegati). I primi hanno rapporti con le cose, i secondi con le persone e i simboli.

I primi lavorano nelle fabbriche, alle macchine, svolgono mansioni «sporche», per le quali non è necessario
un lungo periodo di addestramento;

i secondi operano negli uffici e compiono funzioni di direzione, pianificazione, controllo, amministrazione,
che richiedono un buon livello di qualificazione.

Le società occidentali sono state attraversate da processi di:

• proletarizzazione, per indicare il passaggio di una o più persone dalla piccola borghesia al
proletariato, ovvero dalla condizione di lavoratore autonomo, proprietario dei mezzi di produzione
a quella di lavoratore salariato, dipendente da un imprenditore pubblico o privato. L’espropriazione
di un gran numero di piccoli produttori autonomi è stata una delle caratteristiche fondamentali
della nascita del capitalismo. Tali processi hanno riguardato spesso la popolazione agricola, dove, in
certi periodi, moliti contadini hanno perduto la proprietà dei campi, del bestiame, degli attrezzi di
lavoro, diventando così braccianti;

• de-proletarizzazione, per indicare il passaggio della condizione di bracciane o operaio di fabbrica,


privo dei mezzi di produzione, a quello di lavoratore autonomo. In Italia, ad es., questo si è
54
verificato durante il periodo fascista negli anni trenta, o subito dopo la seconda guerra mondiale,
quando i governi hanno promosso la piccola proprietà contadina, rendendo possibile il passaggio di
centinaia di migliaia di famiglie dal proletariato agricolo alla classe dei coltivatori diretti.

La borghesia e il proletariato nei servizi

Nei Paesi Occidentali, dagli anni settanta in poi, la grande maggioranza della popolazione attiva è occupata
nel settore dei servizi.

Tale processo ha polarizzato la struttura occupazionale:

• in alto, si è avuta una continua espansione di quei dirigenti e professionisti che fanno parte della
borghesia;

• in basso, si è formata e si sta espandendo una nuova classe di persone, che svolgono lavori a
bassissimo livello di qualificazione, quelli che negli Stati Uniti sono chiamati Macjobs, da job, che
significa posto di lavoro, e Mac, che si riferisce alla catena di ristoranti fast-food McDonald’s, nella
quale appunto le mansioni di questo tipo abbondano.

L’aumento del numero di questi posti di lavoro a bassa qualificazione non è avvenuto nella stessa misura in
tutti i paesi, esso è stato più forte nei servizi al consumatore (ristoranti, bar, lavanderie, negozi di
parrucchieri) e minore nei servizi sociali (salute, istruzione, cura degli anziani), mente non si è verificato
affatto nei servizi alle imprese (consulenza manageriale, progettazione dei sistemi, servi legali, commerciali,
finanziari), nei quali sono invece moltiplicati i posti di lavoro ad alto livello di qualificazione.

La sottoclasse

Alcuni sociologi hanno tuttavia osservato che negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in altri paesi occidentali si
è formata e si sta sviluppando una nuova classe, che essi chiamano sottoclasse (underclass), che è costituita
da tutte quelle persone che si trovano in uno stato permanente di povertà e che, non essendo in grado di
procurarsi da vivere con un’attività economica legale, dipendono dall’assistenza pubblica.

Vi sono due concezioni prevalenti circa i caratteri e le condizioni della sottoclasse:

• culturalista, la sottoclasse è costituita da tre gruppi (particolarmente diffusi nella popolazione di


colore): ragazze madri, persone espulse dal mercato del lavoro e al welfare state. Questi gruppi
sono disincentivati a emanciparsi da questa loro condizione dalle politiche sociali liberali e dal
welfare state. Lungi dall’aiutare la popolazione povera a darsi da fare per uscire dal suo stato, le
riforme sociali hanno favorito il formarsi nella sottoclasse di atteggiamenti di rassegnazione, di
cinismo e di demoralizzazione;

• strutturalista, la sottoclasse, invece, è frutto non della dipendenza dal welfare state, ma di una
debolezza di fondo dell’economia. Secondo questi studiosi il problema della povertà è quello della
mancanza di posti di lavoro che diano un reddito sufficiente per vivere (declino dell’industria
manifatturiera, che assorbiva un gran numero di lavoratori neri e immigrati).

Il concetto di classe sociale è oggi più che mai oggetto di un contraddittorio tra chi ritiene che:

• il concetto di classe sociale non è più utilizzabile per capire la realtà delle società contemporanee;

55
• il concetto di classe sociale sia ancora utile per l’analisi delle società contemporanee, nonostante gli
enormi cambiamenti avvenuti in questi ultimi decenni.

La povertà in Italia oggi

Quanti sono i poveri oggi in Italia? Economisti e sociologi distinguono tra:

• povertà assoluta, si trovano in questa condizione chi non dispone delle risorse minime necessarie a
soddisfare i bisogni essenziali;

• povertà relativa, si riferisce, invece, alle risorse di cui dispone una famiglia rispetto a quelle della
popolazione di cui fa parte. Secondo la definizione data da Eurostat, sono povere quelle famiglie il
cui reddito è inferiore al 60% del reddito mediano. La povertà relativa è dunque in indicatore di
disuguaglianza nella distribuzione dei redditi.

La distribuzione del reddito

Bisogna tenere distinto il reddito che è quello che gli individui e le famiglie ricavano dalle più varie fonti
(salari, profitti, rendite) dal patrimonio che è costituito da tutti i beni mobili e immobili posseduti dagli
individui o dalle famiglie. Uno dei metodi che le ricerche hanno usato per misurare la disuguaglianza nella
distribuzione delle risorse economiche consiste nel calcolo del cosiddetto coefficiente di Gini (dal nome del
demografo italiano che l’ha proposto), che viene espresso in una scala che va da 0 (perfetta uguaglianza) a
1 (massima uguaglianza).

Fra i Paesi OCSE esistono esistono oggi grandi differenze nella distribuzione dei redditi. le maggiori
disuguaglianze si registrano in Cile e Messico, ma anche in Paesi ricchi come USA, Regno Unito, Portogallo e
Italia. I Paesi nordici e quelli dell’Est europeo hanno invece una distribuzione dei redditi più egalitaria.

Dopo un lungo periodo di diminuzione nelle differenze di reddito, negli ultimi due decenni le disuguaglianze
sono cresciute: negli USA dal 1970, in Gran Bretagna dal 1980, in Italia dal 1991.

Dal 1985 a oggi l’aumento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito si è verificato in ben 17 Paesi.

56
CAPITOLO 13 – DIFFERENZE DI GENERE

A differenza di alcuni animali, per i quali è quasi impossibile distinguere il maschio dalla femmina, gli uomini
e le donne sono sessualmente dimorfi, cioè presentano differenze chiare e visibili di carattere anatomico.

• Dimorfismo sessuale, uomini e donne presentano differenze chiare e visibili di carattere


anatomico. Oltre agli organi sessuali, esse riguardano l’altezza e il peso, le dimensioni delle
superfici pilifere, il rapporto fra i muscoli e il tessuto adiposo.
• Sesso, gli attributi dell’uomo e della donna riconducibili alle loro caratteristiche biologiche.

• Genere, le qualità distintive dell’uomo e della donna sono definite culturalmente.

Le teorie che spiegano le differenze di atteggiamento e di comportamento, riscontrate fra gli uomini e le
donne, possono essere ricondotte a due impostazioni opposte: l’essenzialismo e il costruttivismo sociale:

• Essenzialismo, mette l’accento sul dualismo dei due sessi: le differenze fra mascolinità e femminilità
sono naturali, universali, immodificabili, uomini e donne si nasce;

• Costruttivismo sociale, mette l’accento sulla somiglianza dei generi: le differenze fra mascolinità e
femminilità sono una costruzione sociale, uomini e donne si diventa.

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Le teorie essenzialiste vengono spesso sostenute da studiosi di scienze naturali di sesso maschile.Esse sono
frequentemente di tipo biologico e riconducono la mascolinità e le femminilità a differenze:

• Gli ormoni

- ormonali, la proporzione degli ormoni varia a seconda del sesso e della fase della vita degli individui.
Tuttavia i testicoli secernono più androgeni che estrogeni, mentre le ovaie fanno l’opposto. E’
comunque nella fase della pubertà che le differenze nei livelli ormonali fra i due sessi si accentuano. Le
femmine cominciano a secernere più estrogeni, i maschi più androgeni. Che il comportamento degli
uomini e delle donne risenta anche del livello degli ormoni sessuali è indubbio. Ma la relazione fra
queste due variabili è probabilmente debole e non serve a spiegare la mascolinità e la femminilità;

• Il cervello

- degli emisferi cerebrali: lateralizzazione del cervello o asimmetria emisferica. Nel cervello vi sono due
diversi emisferi, uno destro e l’altro sinistro, connessi da una fascia di fibre nervose detta «corpo
calloso» e ciascuno di questi si specializza in certi compiti.

L’emisfero sinistro, che controlla la parte destra del corpo, è più importante per il linguaggio e per le
attività motorie. L’emisfero destro, da cui dipende la parte sinistra del corpo, è responsabile di alcune
funzioni spaziali come la capacità di visualizzare oggetti; di distinguere una persona dall’altra; di
percorrere mentalmente un labirinto; di capire e utilizzate carte topografiche.

Ora, secondo alcuni studiosi, nella donna prevale l’emisfero sinistro, negli uomini invece quello destro.
Nessuno tuttavia è riuscito finora a dimostrare che l’emisfero sinistro è più sviluppato nel cervello della
donna e il destro in quello dell’uomo;

• Ovuli e spermatozoi

- della diversa capacità riproduttiva, da ciò derivano - secondo i sociobiologi - le principali diversità
esistenti fra gli uomini e le donne negli atteggiamenti e nei comportamenti nei confronti degli
appartenenti allo stesso e all’altro sesso e nella tendenza a quello che viene definito l’investimento
parentale. Con questa espressione i sociobiologi intendono «ogni investimento di un genitore in un
discendente tale da accrescere le probabilità di sopravvivenza di quest’ultimo (e quindi il successo
riproduttivo) a spese della possibilità da parte del genitore di investire in un altro discendente».

L’essenzialismo femminista

Il genere (la mascolinità e la femminilità) è una essenza che esiste indipendentemente dalla definizione
culturale o sociale.

Uomini e donne hanno personalità universalmente diverse, perché radicalmente diverse sono le loro prime
esperienze relazionali.

I primi tendono alla separazione, all’isolamento, al dominio, alla gerarchizzazione.

Le seconde invece all’associazione, all’unione, alla cooperazione, alla cura e all’assistenza degli altri.

Secondo alcune studiose, queste differenze dipendono da fattori biologici (gli ormoni, l’organizzazione del
cervello).

58
Secondo altre invece esse devono essere ricondotte all’esperienza della maternità e al diverso rapporto che
con la madre hanno le figlie e i figli.

Fondamentale, quindi, il ruolo della figura materna nella costruzione dell’identità di genere.

Costruttivismo sociale

Il genere è una costruzione sociale dove le differenze negli atteggiamenti e nei comportamenti degli uomini
e delle donne variano culturalmente e non solo biologicamente.

La divisione sessuale del lavoro

Molte ricerche hanno messo in luce come variano oggi nel mondo le relazioni di genere. Basandosi sui dati
raccolti in quasi 200 società primitive gli antropologi, hanno, da un lato dimostrato che la divisione del
lavoro è un universale culturale, cioè che esiste in tutte queste società. Ma, dall’altro, essi hanno reso
evidente che certi compiti che in alcune società sono considerati propri degli uomini, in altre vengono
invece ritenuti più appropriati per le donne. Ad es., in molte culture sono gli uomini che costruiscono le
case, ma in alcune sono le donne. Nella maggior parte della società a cucinare sono di solito le donne. Ma
in alcune spetta agli uomini.

Per spiegare la divisione sessuale del lavoro sono state formulate tre ipotesi:

• maggiore forza fisica degli uomini;

• compatibilità con l’allevamento dei bambini: le donne svolgono quei compiti che si possono
conciliare con l’allattamento e la cura dei figli;

• spendibilità riproduttiva: gli uomini svolgono i compiti più pericolosi, perché ai fini riproduttivi sono
più sacrificabili delle donne.

Per spiegare la divisione sessuale del lavoro sono state formulate tre ipotesi:

Per quanto non prive di valore, queste ipotesi non bastano da sole a spiegare la divisione sessuale del
lavoro. Ad es., la maggior forza fisica degli uomini ci serve per capire perché la caccia sia di solito attività
maschile, ma in certe società anche le donne cacciano, pescano e svolgono lavori molto pesanti.

Lo status delle donne

Fino a che punto lo status delle donne varia nello spazio e nel tempo?

Oggi sappiamo che il concetto di status delle donne è multidimensionale e che comprende aspetti diversi,
quali il controllo sulle risorse economiche, il potere politico, l’autonomia personale, il grado di deferenza
dovuto agli uomini e altri ancora.

In una società questo status può essere basso riguardo a certe dimensioni ma medio o alto rispetto ad
altre. Così, ad es., vi sono paesi dell’Africa occidentale nei quali le donne godono di una certa indipendenza
economica, ma sono subordinate al marito sotto altri aspetti.

Sappiamo anche, che, nonostante le relazioni di genere variano nello spazio e nel tempo, non è mai esistita
una società nella quale il potere politico fosse nelle mani delle donne.

Sono invece esistite società nelle quali le donne avevano un potere non trascurabile.

Il caso più famoso è quello degli indiani Irochesi, che vivevano nel nord dello stato di New York. In questa
popolazione gli uomini si assentavano spesso, e per lunghi periodi di tempo, dal villaggio, per andare a

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combattere contro altre tribù. Ma anche quando erano a casa non esercitavano alcun controllo sul modo in
cui le donne lavoravano e vivevano.

Prendere le decisioni politiche spettava al consiglio degli anziani, formato esclusivamente da uomini, ma le
donne anziane esercitavano su di loro una notevole influenza, in quanto erano loro ad eleggere i membri
del consiglio e avevano il controllo sul cibo e su molti manufatti (mocassini, pelli, pellicce) e si potevano
rifiutare di darli agli uomini se non erano d’accordo con le decisioni che questi prendevano.

Per spiegare nel tempo e nello spazio, lo status delle donne si possono impiegare tre fattori:

1) il sistema di parentela: l’importanza sociale delle donne è maggiore nelle società con un sistema di
parentela matrilaterale, in quanto:

a) le donne, andando a vivere dopo le nozze nella famiglie dei genitori, conservavano il sostegno
della madre e delle sorelle;

b) esercita un’autorità su di loro non solo il marito, ma anche il fratello, e quando i due non sono
d’accordo finiscono per neutralizzarsi vicendevolmente, dando, in questo modo - senza volerlo -
maggiore autonomia alla donna;

2) la frequenza con cui una società è in guerra: maggiore è la frequenza, tanto più è probabile che le
relazioni fra uomini e donne siano androcentriche;

3) l’entità del contributo che le donne esercitano sulla produzione e controllo delle risorse economiche.

Negli ultime decenni, in molti campi, vi sono stati profondi cambiamenti nelle differenze di genere:

• lavoro

• politica

• salute

Per quanto riguarda il lavoro alcune ricerche hanno messo in luce importanti differenze tra uomini e donne
circa:

• uso del tempo

• istruzione

• tassi di attività

• segregazione occupazionale

• retribuzione

Differenze nell’uso del tempo

Donne

• lavorano in media di più degli uomini;

• hanno meno tempo da impegnare per le cure personali e il tempo libero;

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• occupano un maggior numero di ore nelle varie forme del lavoro non retribuito, soprattutto nelle
attività di cura.

Uomini

• lavorano in media di meno;

• occupano un maggior numero di ore nel lavoro retribuito;

• hanno più tempo libero.

L’uso del tempo

Negli ultimi decenni, nei paesi sviluppati, vi sono stati rilevanti mutamenti nell’uso del tempo. E’ diminuito
quello che gli uomini dedicano al lavoro retribuito, così come il numero delle ore che ogni giorno le donne
investono nelle attività domestiche, in parte perché si è avuta una netta flessione della fecondità, in parte
perché in tutti gli strati sociali si è diffuso l’impiego degli elettrodomestici. E’ aumentato invece il numero
delle donne che svolgono un lavoro retribuito e di conseguenza il tempo che esse vi dedicano. In molti
paesi occidentali le disuguaglianze di genere nella distribuzione del lavoro domestico si sono leggermente
ridotte. Mentre il tempo che le donne spendono nelle attività domestiche è diminuito, quello che vi
dedicano gli uomini è un po’ aumentato (Gershuni e Robinson 1988).

Istruzione

In tutto il mondo, tradizionalmente, la popolazione maschile ha avuto livelli di istruzione più alti di quella
femminile. Oggi, al contrario, in tutti i paese dell’Ocse, con l’eccezione della Svizzera e della Turchia, gli
uomini hanno un titolo di studio inferiore a quello delle donne.

Tassi di attività

In molte parti del mondo si registra una significativa diminuzione delle differenze di genere nella
partecipazione al mercato del lavoro, a causa soprattutto del forte aumento del tasso di attività della
popolazione femminile. In Italia il tasso di attività della popolazione femminile è diminuito continuamente
dall’inizio del Novecento agli anni settanta e poi ha iniziato ad aumentare.

Oggi i paesi nei quali il tasso di attività della popolazione femminile è più basso sono quelli musulmani
(l’Arabia Saudita e l’Algeria) seguiti dagli altri in via di sviluppo. All’altro estremo, i paesi in cui questo tasso
è più alto sono quelli scandinavi o comunisti o ex comunisti (la Cina, la Russia, il Vietnam) seguiti dai paesi
più ricchi (gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone).

Segregazione occupazionale

Anche se il numero delle donne che svolgono un’attività extradomestica è fortemente aumentato, molte di
loro fanno un lavoro diverso da quello degli uomini. In tutti i paesi sui quali abbiamo dati vi è infatti
segregazione occupazionale per sesso. In certi casi, questa segregazione è fisica, nel senso che gli uomini e
le donne sono separati da edifici o, all’interno dello stesso edificio, da pareti. Di solito però essi sono divisi
da classificazioni sociali, che definiscono femminili alcune occupazioni e maschili altre.

Si usa l’espressione «segregazione occupazionale orizzontale» secondo il sesso per indicare la


concentrazione di uomini e donne in lavori diversi. Dai sociologi e dagli economisti essa viene normalmente
misurata attraverso il cosiddetto indice di dissimilarità, i cui valori vanno da 0 a 100. Tale indice è 100

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quando in ciascuna occupazione vi sono solo uomini o solo donne, mentre è 0 quando il rapporto fra gli
appartenenti ai due sessi è perfettamente equilibrato, cioè vi sono metà dei primi e metà delle seconde.

Sebbene il numero delle donne che svolgono un’attività extradomestica sia fortemente aumentato, l’indice
di dissimilarità si attesta a valori ancora importanti.

Si usa l’espressione «segregazione occupazionale orizzontale» secondo il sesso per indicare la


concentrazione di uomini e donne in lavori diversi. Dai sociologi e dagli economisti essa viene normalmente
misurata attraverso il cosiddetto indice di dissimilarità, i cui valori vanno da 0 a 100. Tale indice è 100
quando in ciascuna occupazione vi sono solo uomini o solo donne, mentre è 0 quando il rapporto fra gli
appartenenti ai due sessi è perfettamente equilibrato, cioè vi sono metà dei primi e metà delle seconde.

Sebbene il numero delle donne che svolgono un’attività extradomestica sia fortemente aumentato, l’indice
di dissimilarità si attesta a valori ancora importanti.

Nei paesi più moderni e avanzati, anche se lo sviluppo economico, la modernizzazione e le politiche sociali
egualitarie provocano una riduzione della segregazione, altri importanti processi in corso spingono in senso
opposto:

• dequalificazione delle occupazioni impiegatizie;

• sviluppo del settore dei servizi sociali e personali.

• Retribuzione

Nonostante la situazione sia molto cambiata e migliorata rispetto al passato, le donne guadagnano
mediamente l’80% del salario maschile.

In Paesi come Giappone, Cipro e la Corea del Sud il divario retributivo fra le donne e gli uomini è molto
forte, perché le prime guadagnano oggi solo la metà dei secondi.

Mentre in Francia, Danimarca, Islanda e Austria i salari femminili raggiungono il 90% di quelli maschili.

Questa differenza è in parte dovuta alla segregazione occupazionale e al fatto che di solito la popolazione
femminile svolge occupazioni meno qualificate di quella maschile. Ma in molti casi, anche quando fanno lo
stesso lavoro degli uomini, le donne sono pagate di meno.

Tra le spiegazioni del perché le donne abbiano tassi di attività più bassi, svolgano occupazioni meno
qualificate e guadagnino meno degli uomini:

• teoria del capitale umano

• teoria della socializzazione di genere

• teoria della discriminazione statistica

• teoria delle barriere

Teoria del capitale umano

Gli individui compiono scelte razionali dal punto di vista economico e decidono se andare o meno a scuola
per un certo numero di anni, se iscriversi all’università, se se scegliere un’occupazione invece di un’altra
sulla base delle retribuzioni. Poiché le donne sono fortemente orientate verso la famiglia, si aspettano di
lasciare il lavoro quando diventano madri. Per tale ragione:

- non investono in quella formazione che permette di far carriera;


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- scelgono occupazioni che consentono una certa flessibilità, possono essere svolte in modo
intermittente, non richiedono lavori straordinari e imprevisti, lunghi viaggi e una forte mobilità
geografica.

Teoria della socializzazione di genere

Le donne sono orientate più verso la famiglia, perché dalla nascita in poi, negli anni dell’infanzia e
dell’adolescenza, la famiglie, il gruppo dei pari, la scuola e i mezzi di comunicazione di massa insegnano loro
il modo appropriato di parlare, di vestirsi, di passare il tempo e suggeriscono le aspirazioni scolastiche e
professionali più adatte.

Teoria delle barriere

Vi sono delle barriere formali di accesso alle professioni e alle scuole, che forniscono i titoli per accedere a
tali professioni. Barriere che riducono le opportunità di cui dispongono le donne di scegliere il lavoro che
preferiscono.

Teoria della discriminazione statistica

Gli imprenditori trattano gli individui sulla base delle proprie credenze riguardo all’intera categoria, a cui
questi appartengono. Così, ad es., essi si rifiutano di assumere donne in età feconda partendo dall’idea che
esse si assentano spesso dal lavoro e sono meno produttive degli uomini.

La politica

Nell’ultimo secolo (e in modo ancor più rapido nell’ultimo trentennio), le disuguaglianze di genere sono
sicuramente diminuite anche in questo campo da quando le donne hanno ottenuto il diritto di voto.

Nonostante questo, le donne sono ancora fortemente sottorappresentate ai vertici delle organizzazioni e
delle istituzioni politiche. Nei 159 stati appartenenti alle Nazioni Unite, le donne sono solo 3,5% dei ministri.

Genere e salute

In questo campo le donne sembrano essere avvantaggiate rispetto agli uomini; in Europa e negli Stati Uniti
vivono mediamente sette anni in più rispetto agli uomini.

Le spiegazioni di questo fenomeno sono di ordine:

- biologico

- ambientale e sociale

In molte regioni del terzo mondo, invece, il tasso di mortalità femminile, in certi classi di età, supera quella
maschile.

In quei paesi in cui le donne non svolgono lavori retribuiti, non hanno proprietà personali e non controllano
risorse economiche: le donne ricevono meno cure degli uomini.

Le minori cure ricevute dalle donne dipendono dal sottosviluppo economico. La mortalità infantile per
parto è sempre diminuita quando vi è stato un forte sviluppo economico e si sono creati migliori servizi
ospedalieri. Ma questa spiegazione non è sufficiente. Vi sono nel mondo numerosi paesi poveri nei quali la
mortalità femminile è inferiore a quella maschile.

La spiegazione più importante delle minori cure che le donne ricevono in alcuni paesi del Terzo Mondo è di
ordine sociale e culturale. Alcune ricerche hanno mostrato che quanto più alto è lo status delle donne tanto
maggiori sono le loro speranze di vita in confronto a quelle degli uomini (Ram 1993). Le donne ricevono
infatti minori cure nelle regioni nelle quali (come nell’India settentrionale) non svolgono un lavoro
63
retribuito e quindi non dispongono di un reddito esterno alla famiglia; non hanno proprietà personali e non
controllano risorse economiche.

In questi paesi sono fermamente convinti che sia meglio avere un figlio che una figlia in quanto:

1) è solo al maschio che possono essere trasmessi il nome e le proprietà della famiglia;

2) è dai figli maschi che essi si attendono di ricevere un sostegno economico una volta diventati
vecchi, dal momento che in questi paesi si segue la regola di residenza patrilocale e dopo le nozze
le figlie escono di casa, mentre i figli portano la moglie in famiglia;

3) il matrimonio di una figlia è molto più costoso di quello di un figlio, dal momento che alla prima
devono dare una dote, mentre il secondo porta in casa la dote della sposa;

4) è solo ai figli maschi che è consentito celebrare i riti ancestrali per il padre dopo la sua morte.

I paesi nei quali la preferenza per i maschi è molto forte raggiungono alti tassi di mortalità femminile
attraverso varie strade.

• In primo luogo, i genitori fanno talvolta ricorso all’infanticidio femminile, testimonianze e dati
di vario tipo provano che nell’India settentrionale ciò è avvenuto per molto tempo, in particolar
modo nelle caste più elevate (Miller 1981).
• Ma in Cina questo si è verificato anche in tempi più recenti, dove nel 1979, il governo ha
inaugurato una nuova politica demografica che, attraverso incentivi e disincentivi riguardanti le
retribuzioni, la casa e l’assistenza sanitaria, punta a far sì che ogni coppia abbia un solo figlio.
Ciò significa che ogni anno sono scomparse alcune centinaia di migliaia di bambine. Il motivo è
semplice: non potendo avere che un figlio, quando sanno che è di sesso femminile, una parte
dei genitori lo sopprime.
• Talvolta ricorrono all’aborto selettivo, cioè appena saputo qual è il sesso del nascituro, non
permettono alle figlie di vedere la luce.

• In secondo luogo, i genitori dedicano meno tempo e meno risorse all’allevamento delle femmine. I
bambini vengono allattati al seno più a lungo delle loro sorelline. I primi ricevono un’alimentazione
più abbondante e più ricca di proteine e di ferro delle seconde. E’ anche per questo che fra le
donne vi è un’incidenza più alta di anemia, che le rende più vulnerabili alle complicazioni della
gravidanza e del parto. In caso di malattia, sono ancora i figli maschi ad essere più spesso e meglio
curati.

64
CAPITOLO 15 – RAZZE, ETNIE E NAZIONI

Per «razza» si intende un insieme di esseri umani che condividono alcune caratteristiche somatiche. Per
certi studiosi le «razze» umane fondamentali sono tre o quattro (i bianchi, i neri, i gialli, ai quali alcuni
aggiungono gli amerindi, cioè i pellerossa), poiché assumono come criterio discriminante il solo colore delle
pelle, per altri invece il numero sarebbe più elevato.

Le differenze somatiche sono il prodotto dell’adattamento dei gruppi umani all’ambiente in cui vivono.

Le differenze genetiche tra singoli individui di una stessa «razza» sono più importanti di quelle che si
vedono tra gruppi razziali.

In tal senso il concetto di razza è:

- dal punto di vista biologico, un concetto irrilevante;

- dal punto di vista sociologico, uno strumento per significare altre differenze di ordine morale,
intellettuale e comportamentale, quindi, per giustificare forme di disuguaglianze e di dominio.

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Le credenze razziste cominciano a circolare verso l’inizio del XIX secolo in concomitanza con l’espansione
coloniale.

Queste dottrine si fondano su una serie di credenze:

- che vi sia corrispondenza tra caratteristiche somatiche e tratti mentali e morali, che quindi, questi
ultimi siano trasmessi per via ereditarie e siano sostanzialmente immodificabili;

- che l’organizzazione sociale rifletta la divisione dell’umanità in razze;

- che vi sia una gerarchia naturale tra le razze;

- che sia lecito il dominio e lo sfruttamento da parte delle razze che si autodefiniscono superiori
sulle razze definite come inferiori.

Le dottrine della razza si fondano su un forte determinismo biologico in base al quale il comportamento di
individui, gruppi e intere civiltà risulta determinato dall’appartenenza razziale.

Per i sostenitori di queste dottrine, quello che conta per spiegare le differenze tra gli uomini non sono tanto
la storia, la cultura o l’esperienza individuale, ma il fatto di far parte per nascita di una «razza» i cui caratteri
e destini sono iscritti nell’ordine naturale.

In realtà i fattori ambientali sono decisivi per determinare l’esito di qualsiasi processo biologico. Se
prendiamo due fratelli gemelli monozigotici (nati dallo stesso ovulo e quindi dotati dello stesso patrimonio
genetico) e li alleviamo in circostanze e in culture molto diverse, potremmo scommettere che cresceranno
due persone molto diverse.

Barriere di ordine fisico o sociale possono determinare due processi distinti:

• deriva genetica;

• selezione sessuale.

Deriva genetica

Se è difficile che membri di due popolazioni diverse si incontrino, è anche difficile che possano scambiarsi
dei geni. Popolazioni che vivono geograficamente isolate e i cui membri si accoppiano esclusivamente tra
loro tendono a diventare anche geneticamente omogenee per un processo che i biologi chiamano di deriva
genetica.

Selezione sessuale

Le barriere sociali sono anche più efficaci delle barriere fisiche e geografiche; la divisione di una società in
caste, che pure vivono nello stesso territorio, è in grado di ostacolare gli incroci genetici quanto e anche più
di una catena montuosa. In questo caso fattori di ordine socioculturale, influenzando la scelta del partner,
influenzano anche la distribuzione dei caratteri genetici. Questo processo prende il nome di selezione
sessuale.

Il riconoscimento del fatto che, accanto alle differenze economiche, sociali e culturali esistano tra gli uomini
anche differenze genetiche, non giustifica affatto le disuguaglianze tra popolazioni di «razza» diversa sul
piano morale e giuridico. Il fatto che esistano delle differenze non implica che, sulla base di tali differenze,
sia legittimo negare diritti e opportunità ai gruppi che ne sono portatori.

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Definiamo razziste quelle dottrine, atteggiamenti e pratiche che discriminano, sulla base dell’appartenenza
razziale, l’accesso all’esercizio di diritti e a determinate opportunità e posizioni sociali.

Il riconoscimento del fatto che, accanto alle differenze economiche, sociali e culturali esistano tra gli uomini
anche differenze genetiche, non giustifica affatto le disuguaglianze tra popolazioni di «razza» diversa sul
piano morale e giuridico. Il fatto che esistano delle differenze non implica che, sulla base di tali differenze,
sia legittimo negare diritti e opportunità ai gruppi che ne sono portatori.

Una dottrina è razzista, quando assume la «razza» come fattore determinante dei rapporti umani,
dell’organizzazione sociale e dei comportamenti dei singoli. Non si potrebbe spiegare però la relativa
fortuna di queste dottrine, se ad esse non facessero riscontro atteggiamenti e comportamenti
discriminatori largamente diffusi, che si manifestano nel fatto che i membri di un gruppo trattano come
inferiori i membri di un altro gruppo in virtù della sola appartenenza razziale.

Parliamo di discriminazione razziale quando in una società ai membri di una popolazione identificata per le
sue caratteristiche, reali o presunte, di razza, viene negato l’accesso all’esercizio di una serie di diritti.

La varietà di forme che la discriminazione razziale può assumere è molto grande. Alcune sono forme legali,
nel senso che fanno riferimento a divieti sanciti dalla legge, in altri casi invece si tratta di discriminazioni di
fatto. Ciò si verifica quando l’impedimento all’esercizio dei diritti è costituito da comportamenti
discriminatori fondati su atteggiamenti e opinioni ostili.

Anche se in molte società contemporanee le forme «legali» sono state abolite, le forme di «fatto»
mantengono spesso inalterata la loro efficacia.

Esse riguardano restrizioni che possono andare dall’impossibilità di diventare proprietari di terra o di altri
beni immobili, di decidere liberamente dove fissare la propria residenza, di accedere a determinati mestieri
e professioni, di esercitare diritti civili e politici, di frequentare scuole e locali pubblici e di usufruire degli
stessi servizi ai quali accedono liberamente gli altri abitanti.

Questi divieti o impedimenti di fatto creano attorno al gruppo oggetto di discriminazione delle barriere che
producono isolamento e segregazione sia fisica sia sociale.

In sintesi, quindi, possiamo dire che le forme legali sono le discriminazioni su basi legali, mentre le forme di
fatto sono le discriminazioni che fanno riferimento all’intensità del pregiudizio che esistono sul piano dei
comportamenti a livello individuale, collettivo, strutturale.

Taguieff (1987) distingue tra:

- auto-razzizzazione: un conto è quando il concetto di «razza» viene applicato in prima istanza al proprio
gruppo per affermare la superiorità e, soprattutto, garantire la purezza;

-etero-razzizzazione: un conto è quando la «razza» viene intesa come sinonimo di civiltà inferiore e
arretrata.

Auto-razzizzazione

Coloro che non appartengono alla «razza» vengono percepiti come un pericolo alla sicurezza, integrità e
purezza del gruppo stesso.

Nei loro confronti viene scatenata una reazione di rigetto che, nei casi limite, arriva fino al genocidio.

Etero-razzizzazione

Le razze considerate inferiori diventano oggetto di sfruttamento e di segregazione e, in alcuni casi, di


tentativi di assimilazione alla cultura dominante.
67
L’esempio più evidente del primo tipo di razzismo è l’antisemitismo nella sua forma estrema, culminata
nell’Olocausto; nel secondo caso rientrano casi tra loro molto eterogenei, come il fenomeno dell’apartheid
che ha caratterizzato il rapporto tra la minoranza bianca e la maggioranza nera in Sudafrica fino al 1993.

Quattro casi di discriminazione razziale:

1) antisemitismo;

2) dilemma americano;

3) il Sudafrica dall’apartheid alla convivenza;

4) l’immigrazione.

1) Antisemitismo

Il termine antisemitismo è in parte improprio e relativamente recente. Improprio perché anche gli arabi, e
non solo gli ebrei, sono una popolazione semitica. Recente, perché fu adottato in Germania solo verso la
fine del XIX secolo dai circoli nazionalisti che si opponevano al riconoscimento agli ebrei di uguali diritti di
cittadinanza.

Originariamente popolo di beduini semiti, gli ebrei si trasformarono dapprima in agricoltori e quindi nel
primo, e per molto tempo unico, popolo urbano e letterato della storia umana; si parla infatti degli ebrei
come «popolo del libro o della scrittura».

In seguito, essi si trovarono a vivere, attraverso secolari vicende di migrazioni, di fughe e di deportazioni,
dalla distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. fino all’età moderna, tra popolazioni
prevalentemente agricole e per lo più analfabete nei confronti delle quali finirono per sviluppare un
sentimento di superiorità.

Questa singolare posizione sociale, economica e culturale trovava un potente sostegno nella religione. La
religione ebraica fu la prima religione monoteista, fondata cioè sulla credenza in un unico dio che aveva
riservato al popolo ebraico la posizione privilegiata di «popolo eletto».

Popolo senza territorio, e quindi senza stato, minoranza tra popolazioni di religione diversa, sottoposti alla
pressione delle autorità politico-religiose che mal ne tolleravano la presenza, esposti a periodiche cacciate e
a frequenti eccidi (i pogrom), gli ebrei hanno tuttavia mantenuto nei secoli una loro identità collettiva per
effetto di un duplice processo di esclusione e di auto-esclusione nei confronti delle società che li
«ospitavano».

Nel tardo Medioevo e alle soglie dell’età moderna, esclusi di fatto o di diritto sia dalla proprietà della terra,
sia dall’esercizio dei mestieri e delle professioni organizzate in corporazioni, gli ebrei si specializzarono
nell’unico mestiere che era, almeno in linea di principio, interdetto ai cristiani: il prestito ad interesse (cioè,
l’usura). Ciò li poneva in una posizione ad un tempo «centrale» perché permetteva loro di avere rapporti
con le corti, i ceti dominanti e i nascenti centri dell’attività finanziaria e «marginale» perché li escludeva
dalle più importanti attività produttive e dalla rete delle relazioni nella sfera socioculturale.

Questa posizione trova espressione nelle diverse forme di segregazione spaziale delle comunità ebraiche e,
soprattutto, nell’istituzione del ghetto. La tendenza alla concentrazione abitativa degli ebrei in vie e
quartieri particolari all’interno delle città si manifesta in Europa già all’inizio del Medioevo.

Con la nascita del ghetto, un quartiere circondato da mura nel quale gli ebrei erano obbligati a risiedere e le
cui porte venivano chiuse ogni sera, la segregazione spaziale da fenomeno difensivo di autoseparazione
assume il significato di strumento di reclusione volto ad evitare il «contagio» e a impedire l’integrazione
sociale e l’assimilazione culturale delle comunità ebraiche.
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Agli ebrei venivano attribuite le colpe delle ricorrenti situazioni di crisi che accompagnavano le
trasformazioni sociali indotte dall’industrializzazione; essi divennero il capro espiatorio per eccellenza, la
potenza oscura alla quale imputare tutti i mali, le sofferenze e gli sconvolgimenti che affliggevano le società
europee.

Queste tendenze culminarono nel tentativo sistematico di sterminio perpetrato durante la seconda guerra
mondiale dal regime nazista nei campi di concentramento. La persecuzione subita rafforzò molto il
movimento sionista che era nato verso la fine dell’Ottocento per dare al popolo ebraico un territorio e uno
stato; si arrivò così nel 1948 alla fondazione in Palestina dello stato di Israele verso il quale emigrarono per
ondate successive molti ebrei. Ciò aprì tuttavia un nuovo fronte di lotta tra Israele e il mondo islamico che
produsse una lunga catena di guerre fino ai nostri giorni.

Tale conflitto ha aperto anche la questione palestinese: più si va avanti negli anni, più la politica degli
insediamenti israeliani, condannata più volte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, crea ostacolo
alla creazione di un futuro Stato palestinese e al ritorno dei rifugiati palestinesi nelle loro terre.

2) «Dilemma americano»

L’abolizione della schiavitù, proclamata nel 1863 alla fine della guerra civile pur segnando una tappa
importante nel processo di emancipazione, non aveva radicalmente modificato la condizione della
popolazione nera negli Stati Uniti. I neri restavano lo strato più povero della società in quanto subivano di
fatto forme di discriminazione sia dal punto di vista residenziale e abitativo, sia nell’accesso al mercato del
lavoro e alle opportunità educative, sia nell’esercizio stesso dei diritti politici. Il diritto di voto, attivo e
passivo, non era riconosciuto in modo automatico, ma veniva di fatto ostacolato dalla necessità di iscrizione
nelle liste elettorali, che la maggioranza bianca in molti casi cercava di ostacolare con ogni mezzo, inclusa la
minaccia e la violenza.

Gli Stati Uniti, come è noto, sono una società di immigrati; cacciata dalle sue terre e rinchiusa in riserve, la
popolazione originaria degli indiani d’America rappresenta un’esigua minoranza. Le successive ondate
migratorie, provenienti dall’Europa, dall’America Latina e dall’Asia si sono gradualmente integrate nelle
società americana. Per spiegare questi processi, alcuni sociologi hanno parlato della società americana
come di un «crogiolo» (melting pot) in cui si fondono in una nuova sintesi culture diverse (Glazer e
Moynihan 1963).

Questa interpretazione trova però un limite proprio nella mancata, o comunque difficile, integrazione della
minoranza nera. Se non fosse per la discriminazione razziale, non si spiegherebbe come mai la minoranza
nera, che pure è la minoranza di più antica immigrazione sia rimasta costantemente ad occupare gli strati
più bassi della scala sociale.

Non è difficile spiegare come i pregiudizi e gli stereotipi che attribuiscono ai neri caratteristiche negative
(pigrizia, apatia, trasandatezza, immoralità, propensione al vizio e alla criminalità) siano più radicati negli
strati più bassi della popolazione bianca, in genere nei gruppi di più recente immigrazione. Per questi gruppi
i neri vengono percepiti come minaccia, sia perché competono negli stessi segmenti più bassi del mercato
del lavoro, sia perché sono spesso localizzati in zone contigue nelle aree urbane.

Non si deve tuttavia pensare che la condizione dei neri in America non si sia sostanzialmente modificata nel
corso del tempo. Le spinte ai cambiamenti sono venute sia dal basso sia dall’alto.

Dal basso per effetto dei movimenti collettivi che hanno mobilitato in varie forme la popolazione nera per
l’affermazione della parità di diritti e opportunità; dall’alto per effetto di una legislazione, a livello

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soprattutto federale, volta a rimuovere gli ostacoli all’integrazione prodotti dalle diverse forme di
discriminazione.

Solo nel 1964, sotto la spinta del movimento nonviolento guidato da Martin Luther King (un pastore
battista che verrà assassinato alcuni anni dopo dagli estremisti bianchi del Ku Klux Klan), il Congresso
approvò il Civil Rights Act che poneva fine, almeno formalmente, a ogni forma di discriminazione su base
razziale.

La legislazione sui diritti civili rappresentò senz’altro un grande passo avanti. Tuttavia, nell’accesso
all’istruzione, al lavoro e alla residenza, così come nei rapporti con le forze dell’ordine e la giustizia,
permasero, e permangono tuttora, forti discriminazioni di fatto.

Per contrastare queste persistenti tendenze furono adottate, nel corso degli anni settanta e ottanta, misure
volte a correggere e riequilibrare lo svantaggio iniziale dovuto all’appartenenza a una minoranza
discriminata e a promuovere processi di mobilità e integrazione sociale.

Queste misure vanno sotto il nome di azioni positive e consistono nel riservare agli esponenti delle
minoranze (non solo ai neri, ma anche alle donne e a tutti i gruppi in qualche modo svantaggiati) una quota
di posti nell’ammissione alle scuole e alle università, nell’assunzione negli impieghi pubblici e privati e, per
quanto riguarda le imprese, nell’assegnazione di appalti pubblici.

La grande maggioranza della popolazione nera, però, resta ancorata al fondo della società, segregata in
quartieri fatiscenti con altissimi tassi di criminalità e tossicodipendenza, con servizi educativi e sanitari
inesistenti o di bassa qualità e, soprattutto, afflitta da tassi di disoccupazione assai più elevati del resto
della popolazione.

Le periodiche esplosioni di rivolta nei ghetti neri delle grandi città sono un’indicazione evidente del fatto
che il «dilemma americano» resta un problema aperto.

3) Il Sudafrica dall’apartheid alla convivenza

Anche se le sue origini risalgono alla schiavitù e alle varie forme di segregazione e discriminazione, il regime
dell’apartheid si instaura formalmente solo dopo il 1948, anno in cui prende il potere la corrente più
radicale e conservatrice delle forze politiche espressione della minoranza bianca.

La società dell’apartheid è una società rigidamente gerarchizzata: al vertice vi è la popolazione bianca,


composta, oltre che dai discendenti degli antichi coloni boeri e inglesi, da altri immigrati soprattutto
tedeschi ed ebrei e a sua volta articolata lungo linee di classe («benestanti» e «poveri»), seguono gli indiani,
i malesi e gli altri neri.

Al gradino più basso stanno i lavoratori neri immigrati dalle regioni settentrionali, gli eredi degli antichi
Boscimani e Ottentotti.

In regime di apartheid, i diritti politici (ad es., di elettorato attivo e passivo) sono riservati alla minoranza
bianca, vige una rigida discriminazione nell’accesso ai posti di lavoro, vi è segregazione nei luoghi e nei
servizi pubblici (trasporti, scuole, bar, ristoranti, gabinetti, ecc.), e inoltre, la popolazione nera è sottoposta
a severe restrizioni che ne limitano la stessa mobilità geografica.

In breve, una minoranza bianca (nel 1990 di circa 5 milioni) disponeva di tutti i diritti e i privilegi, mentre la
maggioranza di neri (28 milioni) era sfruttata e oppressa.

Questo regime suscitò all’esterno forti reazioni nell’opinione pubblica internazionale e, all’interno,
movimenti di resistenza e di opposizione della popolazione nera.

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A parte le pressioni internazionali e la crescita del movimento nero di opposizione, altri fattori
contribuirono a mettere in crisi il regime dell’apartheid. Tra questi due elementi importanti:

1) l’impossibilità di trasmettere alle nuove generazioni le tradizioni arcaiche di una nuova società di coloni;
in effetti, molti giovani sudafricani bianchi erano esposti attraverso viaggi e studi all’influenza delle idee
democratiche dell’Occidente, nonché alla penetrazione delle idee socialiste e marxiste;

2) l’esperienza del paese confinante della ex Rodhesia che, ottenuta l’indipendenza dalla Gran Bretagna e
trasformatasi in Zimbabwe, aveva dimostrato come non fosse impossibile una convivenza abbastanza
pacifica di una minoranza bianca e di una maggioranza nera.

Con il repentino e inatteso cambiamento di rotta del presidente De Klerk, con la liberazione, dopo 23 anni
di prigione del leader dell’African National Congress Nelson Mandela, avvenuta nel 1990, con le prime
elezioni libere fondate sul principio one man one vote e con la successiva elezione prima dello stesso
Mandela e successivamente di Mbeki a presidente della Repubblica, il Sudafrica ha voltato pagina, posto
fine ad uno dei regimi più totalitari e repressivi che la storia moderna ricordi e iniziato uno degli
esperimenti sociali più grandiosi del nostro tempo: la convivenza pacifica, su un piano, almeno
formalmente, di parità, tra popolazioni che per secoli sono state legate soltanto da un rapporto di
sfruttamento e di oppressione.

L’immigrazione

Con la fine delle ondate migratorie dei primi decenni del Novecento e con la conclusione del processo di
decolonizzazione negli anni sessanta, l’Europa ha cessato di essere area di emigrazione e si è trasformata in
area di immigrazione. In un primo tempo i flussi migratori si sono diretti soprattutto dalle ex colonie verso
le ex potenze coloniali (Gran Bretagna, Francia e, in parte, Portogallo, Belgio e Paesi Bassi), in seguito, dalla
metà degli anni ottanta, i flussi si sono rivolti anche verso paesi, come la Germania e l’Italia, senza
connessione con il loro passato coloniale.

Due fattori di ordine strutturale sono all’origine di questa più recente corrente migratoria verso l’Europa:

1) l’esplosione demografica in molti paesi del Terzo mondo, che ha rotto un già precario equilibrio tra
popolazione e risorse;

2) lo straordinario periodo di sviluppo delle economie dei paesi dell’Europa occidentale, la cui opulenza
esercita una forte attrazione per tutti coloro che sono afflitti dalla miseria e dalla fame.

Ogni paese dell’Europa occidentale ha oggi una popolazione composita, in cui coloro che vivono e lavorano
in un paese diverso da quello nel quale sono nati sono diventati una cospicua minoranza. I paesi dell’Europa
occidentale stanno quindi diventando società multietniche e multirazziali? La risposta è positiva.

Dovremmo quindi imparare a convivere con persone che hanno alle spalle una storia diversa, che parlano
lingue diverse, che hanno stili di vita e abitudini che non ci risultano familiari.

Certamente i fenomeni migratori tendono invariabilmente a produrre tensioni e conflitti; già vediamo come
nelle nostre società si generino episodi di intolleranza, talvolta anche veri e propri casi di violenza,
pregiudizi, come si sviluppino movimenti e in certi casi anche partiti politici che fanno della lotta
all’immigrazione la loro bandiera, alimentando l’odio e la paura.

Di fronte a queste tensioni, negli ultimi anni i paesi dell’Unione Europea hanno adottato politiche di
contenimento e di controllo tendenti a porre un freno all’immigrazione.

In Italia il fenomeno dell’immigrazione è stato per lo più inatteso e ha colto di sorpresa sia le autorità sia
l’opinione pubblica. Il numero degli immigrati in Italia suscita allarme… ingiustificato

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Molti si chiedono come mai un paese come l’Italia, che ha una quota consistente di disoccupati, dia lavoro a
diverse centinaia di migliaia di immigrati. In realtà, la forza lavoro immigrata è solo marginalmente
concorrenziale con la forza lavoro disoccupata locale. Nella maggior parte dei casi, gli immigrati occupano
posti di lavoro per i quali l’offerta di lavoro locale è inesistente o comunque carente.

Sono pochi gli italiani e le italiane che si offrono come netturbini o «badanti». Questo fatto, tuttavia, stenta
a penetrare nelle opinioni delle persone e molti ritengono che gli immigrati «portino via» posti di lavoro ai
disoccupati locali.

Migranti: miti e realtà…

La storia delle persone

Tra la repressione e i diritti esiste una terza via: far parlare le storie delle persone, comprenderle dentro,
interrogare i saperi, cogliere le interpretazioni, capire i cambiamenti delle diverse origini e identità.

L’area del mediterraneo, per es., ha avuto un processo forte di destabilizzazione con una relativa azione di
contrasto pari a zero. Senza alcun giustificazionismo, dobbiamo fare i conti con le culture nate in condizioni
difficilissime nei loro paesi d’origine: Sarajevo, Mostar, Beirut, Tangeri, Tripoli, Marrakech e così via, in altre
parole saper leggere quali processi di destrutturazione ci sono stati e ci sono tuttora.

In questi paesi l’educazione sentimentale è stata «mercificata»: con i corpi, le anime e le cose. Pensiamo,
ad es., agli abitanti della Bosnia, ben consapevoli, durante tutto il periodo bellico e di guerra etnica, di non
rappresentare alcuna dignità umana (stupri di massa, cancellazione e distruzione fisica delle diverse
etnie…).

Il concetto di «razza» fa riferimento a differenze somatiche che si trasmettono geneticamente di


generazione in generazione; il concetto di etnia rimanda invece a differenze di ordine culturale, che si
trasmettono anch’esse di generazione in generazione, attraverso, però, i meccanismi della trasmissione
culturale.

Si parla di etnia o un gruppo etnico quando:

- i membri di un gruppo designano se stessi, e sono designati da altri, mediante un nome che li
contraddistingue;

- si è prodotto il mito di una comune origine o discendenza;

- si è creata una comunità che condivide certe memorie comuni, tradizioni, e vi è chi si preoccupa di
trasmetterle alle generazioni future;

- vi è una cultura condivisa (fatta di linguaggio, credenze religiose, costumi, alimentazione, espressioni
artistiche e letterarie, ecc. ), che presenta caratteri distintivi rispetto alle popolazioni geograficamente
vicine;

- vi è un territorio (o, in certi casi, soltanto un luogo simbolico) che i membri del gruppo considerano
«proprio» per diritto storico anche quando vivono dispersi o separati

- si sviluppa un sentimento di solidarietà particolaristico tra i membri del gruppo che non si estende ai
membri di altri gruppi (Smith 1986).

Gli elementi che costituiscono un’etnia si modificano nel tempo per effetto di fattori sia endogeni sia
esogeni, che possono rafforzare o indebolirne la coesione.

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Fattori endogeni riguardano la presenza/assenza di:

• un’elite letterata (scribi, sacerdoti, intellettuali), atta alla conservazione e trasmissione delle
tradizioni;

• di conflitti interni di natura religiosa, politica o sociale, che minano la solidarietà.

Fattori esogeni sono, ad es.:

• il contatto con culture etniche;

• lo stato di guerra con etnie vicine.

Nel lessico delle scienze sociali (e anche nel linguaggio comune) vi è spesso confusione tra i concetti di
etnia e gruppo etnico, nazionalità e nazione.

Le ragioni di questa confusione dipendono dal fatto che gli stessi termini vengono usati con significati
diversi.

Si possono distinguere due significati sostanzialmente diversi a seconda del rapporto che si instaura tra
etnia, nazione e comunità politica (stato nazionale).

Il concetto di nazione designa una collettività (un popolo) che si richiama a una discendenza comune, ai
vincoli creati dalla lingua, dai costumi e dalle tradizioni comuni e che, in virtù di tale comunanza, rivendica a
sé il diritto di organizzarsi, su un dato territorio, in forma di stato sovrano. In questo caso, la nazione si
fonda sull’etnia ed entrambe, etnia e nazione, precedono la formazione dello «stato nazione».

In altre parole, la nazione nasce attraverso la mobilitazione dei sentimenti di appartenenza etnica in vista
della fondazione di uno stato.

Questi due concetti di «nazione» rimandano ai diversi processi di formazione degli stati nazionali:

• alcuni sono nati dalla trasformazione di stati dinastici preesistenti per effetto di processi di
modernizzazione che hanno coinvolto le varie sfere della vita sociale, economica, politica,
amministrativa, militare, educativa. E’ il caso della Francia, della Gran Bretagna, della Spagna, dei
Paesi Bassi, della Svezia, della Russia, ecc.
La nazione si è formata o perché un’etnia è diventata dominate o perché si è formata una coscienza
nazionale che ha messo in secondo piano le varie etnie o nazionalità preesistenti sul territorio, le
quali sono state a seconda dei casi cancellate, oppresse, oppure mantenute in posizione
subordinata o garantite da statuti di autonomia.
Si pensi al caso degli occitani o dei bretoni in Francia, degli scozzesi e dei gallesi in Gran Bretagna,
dei catalani e dei baschi in Spagna, dei finlandesi o degli eschimesi in Svezia;

• altri stati nazionali sono nati dalla disgregazione di stati dinastici, imperi o federazioni
multinazionali attraverso la rivendicazione di gruppi etnici (o, più precisamente, delle loro èlite
politiche e intellettuali) di darsi un’organizzazione statuale: si pensi agli stati nati dalla
disgregazione dell’impero asburgico e, più recente, da quella dell’Unione Sovietica, della
Cecoslovacchia, della Jugoslavia. In questi casi gli stati nazionali nascono sulla base di un’etnia
preesistente;

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• la Germania e l’Italia, rappresentano dei casi particolari di formazione dello stato nazionale, il
quale risulta dall’unificazione di una pluralità di stati regionali sotto la spinta egemonica di uno di
essi, il Piemonte nel caso dell’Italia, la Prussia nel caso della Germania;

• infine, il caso di quegli stati nei quali si sviluppa una coscienza nazionale (la consapevolezza di
appartenere a una «nazione») sulla base di una pluralità di origine etniche e di nazionalità.

Si tratta di stati a base multietnica e multinazionale. Ad es., prendiamo il caso degli Stati Uniti. Molto simile,
da questo punto di vista, è il caso dell’Australia.

CAPITOLO 16 - FAMIGLIA E MATRIMONIO

Nei paesi occidentali il concetto di famiglia si usa per indicare quell’insieme di persone unite fra loro da
legami di parentela, di affetto, di servizio o di ospitalità, che vivono insieme sotto lo stesso tetto.

Il concetto di parentela sta ad indicare tutti coloro che, sia che convivono o meno, sono legati da vincoli di
filiazione, matrimonio e adozione.

Gli antropologi distinguono due sistemi principali di discendenza:

• Cognatico : Nel sistema cognatico, il gruppo di parentela (chiamato «parentado») è formato da tutti
i discendenti di una persona, sia attraverso la linea maschile che quella femminile;

• Unilineare : Nel sistema unilineare la parentela è formata da tutti coloro che discendono da un
antenato comune esclusivamente attraverso la linea maschile o quella femminile.
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Inoltre siamo soliti distinguere tra:

• - sistema patrilineare, quando l’anello di congiunzione è solo maschile (e le relazioni sono dette
«agnatiche»). Ciò non significa che di questo gruppo facciano parte solo uomini, ma semplicemente
che nella definizione delle relazioni di parentela contano solo le linee maschili. Così, ad es.,
appartengono ad un gruppo di discendenza patrilineare un antenato maschio, i suoi figli e le sue
figlie, i figli e le figlie dei suoi figli (ma non quelli delle figlie, che rientrano nei gruppi dei loro
mariti), il padre, il fratello e la sorella di questo;

• - sistema matrilineare, quando l’anello di congiunzione è esclusivamente femminile (e le relazioni


sono dette «uterine»). In questo caso, una persona appartiene al clan della madre, non del padre.
Fra i suoi parenti vi sono la madre, i fratelli e le sorelle, i figli e le figlie di queste ultime. La
trasmissione dei beni e dei principali ruoli sociali ha luogo tra il fratello della madre e i figli di
quest’ultima.

La figura maschile di maggior rilievo è infatti il fratello della madre. Il marito di quest’ultima ha in questo
gruppo di discendenza solo la funzione di procreatore.

Un’altra importante distinzione è quella tra:

• Endogamia: Si usa il termine endogamia per indicare le norme sociali che prescrivono la scelta del
coniuge all’interno di un gruppo;

• Esogamia : si usa il termine esogamia per riferirsi alle norme che vietano di spostarsi con una
persona dello stesso gruppo.

Questi due termini dovrebbero essere però sempre usati in riferimento ad un gruppo ben definito: il nucleo
familiare, un clan o un lignaggio, un villaggio, un gruppo religioso, una casta.

Tabù dell’incesto: proibisce i rapporti sessuali nell’ambito di certi rapporti di parentela

Quindi, nelle società occidentali le relazioni sessuali e i matrimoni fra sorella e fratello, madre e figlio e
padre e figlia sono definiti incesto e condannati.

Nelle società esistite nella storia dell’umanità vi sono state notevoli differenze riguardo alle categorie di
consanguinei fra i quali il matrimonio non è consentito. Nessuna cultura tollera il matrimonio tra padre e
figlia e tra madre e figlio. Quello invece tra fratello e sorella è stato ammesso e perfino incoraggiato in
alcune società, come l’antico Egitto. Cleopatra, ad es. regina d’Egitto, era il risultato di undici generazioni di
concepimenti fra consanguinei stretti.

Il divieto di incesto presenta evidenti vantaggi sociali e culturali: esso previene le rivalità e il conflitto
all’interno della famiglia, perché il padre non deve entrare in competizione per un partner sessuale con i
figli e la madre con le figlie; rafforza l’unione fra marito e moglie; cementa la società perché moltiplica i
matrimoni fra non consanguinei.

Inoltre, le unioni fra consanguinei sono biologicamente pericolose perché generano figli con minori
probabilità di sopravvivenza.

Le norme sociali prescrivono anche quanti coniugi si possono avere; in tal senso distinguiamo:

- monogamia quando non è permesso avere più di una moglie o di un marito per volta;

- poligamia quando si può essere sposati nello stesso momento con due o più persone;

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- poliandria quando è una donna ad avere due o più mariti.

- poliginia quando è un uomo ad avere due o più mogli. E’ ancora diffusa nei paesi dell’Africa
subsahariana.

Le più note e studiate sono quelle del Tibet e dei Toda dell’India, dove è diffusa la famiglia poliandrica
fraterna o adelfica, che si forma quando una donna sposa contemporaneamente due o più fratelli e va a
vivere con loro. Una volta sposati, questi fratelli hanno gli stessi diritti coniugali e gli stessi obblighi. Devono
tuti lavorare per sostenere i figli e la moglie, mentre quest’ultima deve svolgere i compiti domestici per
tutti. Quando al problema dei rapporti sessuali, la moglie trascorrere a turno una notte con ciascuno dei
fratelli;

Frèdèric Le Play, fu autore delle prime indagini empiriche sulla famiglia in Europa. Elaborò uno schema di
classificazione, che prevedeva tre tipi ideali di famiglia:

• famiglia patriarcale nella quale tutti i figli sposati convivono sotto lo stesso tetto con in genitori,
sottoposti all’autorità del padre;

• famiglia instabile caratterizzata dalla piena libertà di decisione dei figli, i quali raggiunta una certa
età lasciano la casa dei genitori;

• famiglia ceppo si forma quando un solo figlio maschio, scelto dal padre, porta la moglie a casa dei
genitori.

Oggi si parla di regola di residenza:

• matrilocale quando il marito va ad abitare con i genitori della moglie;

• patrilocale quando la moglie va ad abitare con i genitori del marito: se tutti i figli seguono questa
regola, si ha la famiglia patriarcale; se lo fa solo un figlio maschio, si ha la famiglia a ceppo;

• bilocale quando i due coniugi possono scegliere se abitare con i genitori di lui o di lei;

• avunculocale quando ci si attende che i due coniugi risiedano nella famiglia dello zio materno del
mariti;

• neolocale quando si preferisce che marito e moglie mettano su casa per conto proprio.

Questa tipologia di Le Play è stata ripresa da alcuni sociologi del Novecento. Tuttavia vi è stata una
notevole imprecisione terminologica e una certa confusione concettuale.

Peter Laslett (1972) ha elaborato una tipologia familiare in cinque tipi, che è ormai utilizzata da quasi tutti
gli studiosi di scienze sociali:

1) nucleare è la famiglia formata da una sola unità coniugale, sia questa completa (marito, moglie,
con o senza figli) oppure incompleta (ad es., madre e vedova con figli), detta anche
«monoparentale»;

2) senza struttura coniugale è definita la famiglia priva di un’unità coniugale, formata cioè da
persone con altri rapporti di parentela (ad es., fratelli non sposati);

3) del solitario è la famiglia costituita da un’unica persona (con o senza servitori);

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4) estesa è la famiglia costituita da una sola unità coniugale e uno o più parenti conviventi. A
seconda del rapporto di questo con il capofamiglia si parla di estensione verticale (ad es., padre del
capofamiglia) o orizzontale (ad es., il fratello);

5) multipla sono le famiglie con due o più unità coniugali. A seconda del legame fra queste si parla
di:

• multiple verticali (ad es., marito, moglie, figlio e moglie di quest’ultimo);

• multiple orizzontali (ad es., due o più fratelli che vivono con le rispettive mogli ed eventualmente
figli).

In generale si parla di famiglie complesse quando si considera la famiglia estesa e multipla. Oltre che
per la struttura, le famiglie possono essere distinte anche a seconda dei rapporti di autorità e di affetto
fra coloro che ne fanno parte.

Da questo punto di vista distinguiamo la famiglia:

• patriarcale, si intende un tipo di famiglia caratterizzata da una rigida separazione dei ruoli fra i suoi
membri, sulla base del sesso e dell’età, e da relazioni di autorità fra marito e moglie, genitori e figli,
suocere e nuore, fortemente asimmetriche. In questo tipo di famiglia, inoltre, i genitori influiscono
considerevolmente sulla scelta del coniuge e, anche dopo il matrimonio, il legame fra lo sposo e
genitori conserva una straordinaria importanza;

• coniugale intima, è invece definita quella famiglia che presenta un sistema di ruoli più flessibile,
meno legato al sesso e all’età, e in cui le relazioni di autorità sono più simmetriche. In questa
famiglia, inoltre, la scelta del coniuge è più libera e il legame coniugale assume un’importanza
maggiore di quello fra lo sposo e i suoi genitori.

John Hajnal (1965; 1983) ha sostenuto che nelle società preindustriali vi erano due diversi modi di
formazione della famiglia:

• sistema europeo nord-occidentale, tipico di molti paesi dell’Europa nord-occidentale si basava su


tre regole:

1) sia gli uomini che le donne si sposavano abbastanza tardi;

2) gli sposi mettevano su casa da soli creando una famiglia nucleare;

3) prima delle nozze un’alta quota di giovani passava alcuni anni fuori casa, a servizio in un’altra
famiglia.

• Sistema non europeo, tipico di tutti gli altri paesi e in particolare di quelli asiatici, si basava su tre
regole:

1) ci si sposava abbastanza presto;

2) la nuova coppia in genere andava a vivere a casa dei genitori del marito, formando una famiglia
multipla;

3) non vi era l’uso di andare a servizio fuori casa qualche anno prima di sposarsi.

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Per quanto riguarda l’Italia, se andiamo indietro nel tempo troviamo entrambi i sistemi di formazione della
famiglia.

Insieme a questi vi sono stati nel nostro paese altri due sistemi di formazione della famiglia:

• il primo ha dominato per lungo tempo nell’Italia meridionale. In Sicilia scriveva Giovanni Lorenzoni
(1910) l’età al matrimonio «preferita per l’uomo» era 28 anni, per la donna 18. «E’ raro assai -
aggiungeva - che i giovani sposi coabitano con i genitori e suoceri. Di solito il figlio sposandosi esce
di casa». E in effetti la popolazione femminile si sposava in giovanissima età. I due sposi seguivano
la regola di residenza neolocale e mettevano su casa per proprio conto;

• il secondo sistema di formazione della famiglia era seguito, nel corso del Sette-Ottocento, nelle
campagne delle regioni classiche della mezzadria: in Toscana e in Emilia, nelle Marche e in Umbria.
Dopo le nozze si seguiva la regola di residenza patrilocale e si andava a vivere in famiglie multiple
orizzontali o verticali. Ma, a differenza di quanto avveniva nel contado fiorentino nel XV secolo, la
popolazione femminile si sposava in età avanzata, a 24-25 anni.

La nascita della famiglia moderna

Il periodo dell’industrializzazione costituisce il grande spartiacque fra la famiglia tradizionale e quella


moderna.

Almeno dalla metà del Cinquecento, nell’Europa centro-settentrionale, la grande maggioranza della
popolazione ha sempre seguito la regola di residenza neolocale e dunque la famiglia nucleare ha
preceduto di secoli l’industrializzazione.

Diversa la situazione dei paesi dell’Europa meridionale in particolare l’Italia dove le famiglie multiple erano
molto diffuse, soprattutto nelle regioni centro-nord-orientale e in quelle del nord. Tuttavia anche in Italia vi
sono state delle zone in cui la famiglia nucleare ha preceduto di secoli l’industrializzazione. Dopo il 1951 il
peso delle famiglie complesse è diminuito, mentre è aumentato quello dei solitari e delle famiglie nucleari.

Mutamenti nelle relazioni familiari

In tutti i ceti sociali, nelle famiglie multiple come in quelle nucleari, dominava un modello di autorità
patriarcale, una gerarchia di posizioni e di ruoli definiti in base all’età, al sesso e all’ordine di nascita.

Un caso di famiglia patriarcale reso famoso da un romanzo di Giovanni Verga è quello dei Malavoglia. La
famiglia era «disposta come le dita della mano». Prima di tutti veniva lui, che era il dito grosso. Poi c’era suo
figlio Bastiano, che nonostante fosse grande e robusto «filava diritto alla manovra comandata e non si
sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli avesse detto «soffiati il naso» tanto che s’era tolta in moglie la
Longa quando gli avevano detto «pìgliatela». Poi veniva appunto la Longa, «una piccina che badava a
tessere, salare le acciughe, e far figliuoli, da buona massaia». Infine c’erano i nipoti, in ordine di anzianità.

Il modello patriarcale entrò in crisi a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento ed emerse il nuovo tipo di
famiglia coniugale intima.

Diminuzione del numero delle prime nozze

E’ iniziata in tutti i paesi occidentali nel corso degli anni sessanta e settanta, a breve distanza l’uno
dall’altro. Questa diminuzione è continuata fino ad oggi ed è stata molto forte. Ovunque la flessione è stata
accompagnata da tre diverse tendenze:

1) si è verificato un forte aumento del numero di giovani che vivono da soli;

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2) è aumentata la propensione dei giovani a restare sempre più a lungo nella casa dei genitori;

3) la diminuzione della nuzialità è stata accompagnata dalla diffusione delle convivenze more
uxorio o famiglie di fatto, cioè di quelle che si formano quando due persone di sesso diverso
abitano insieme come coniugi senza tuttavia essere unite dal matrimonio.

La diffusione delle convivenze more uxorio:

• convivenze prenunziale, si presenta non come un’alternativa, ma come una fase di preparazione
alla famiglia legittima. Chi sceglie questa strada non rifiuta il matrimonio: si limita a rimandarlo. La
convivenza prenunziale sta dunque prendendo il posto che aveva il fidanzamento nel vecchio
sistema di formazione della famiglia;

• unioni libere, cioè le famiglie di fatto che si pongono in alternativa a quelle legittime fondate sul
matrimonio. Esse durano più a lungo, sono feconde e non sfociano nelle nozze;

• famiglie di fatto, vi è chi sceglie di convivere more uxorio per motivi di principio, per rifiuto del
matrimonio e ostilità verso lo stato o per timore che l’istituzionalizzazione del rapporto finisca per
danneggiare la qualità della relazione di coppia. Ma vi è anche chi convive con un’altra persona
perché la legge impedisce di sposarla o perché il matrimonio presenta degli svantaggi di ordine
economico.

Nel nostro paese appartengono al primo caso coloro che ottengono la separazione legale, che devono
attendere tre anni per avere il divorzio e dunque per potersi risposare, e che nel frattempo convivono more
uxorio con un altro partner.

Appartengono invece al secondo caso quelle donne divorziate che convivono con un uomo evitando le
nozze perché perderebbero il diritto all’assegno di mantenimento del coniuge.

Nascita di nuovi tipi di famiglia. Mutamenti nel costume e mutamenti nelle norme giuridiche

Questi mutamenti nel costume hanno provocato dei cambiamenti anche nelle norme giuridiche. L’adulterio
non è più considerato un reato. I figli naturali, nati fuori dal matrimonio (un tempo chiamati «illegittimi»),
hanno ormai gli stessi diritti di quelli legittimi riguardo sia al mantenimento e all’educazione sia all’eredità
dei genitori. In alcuni paesi si tende all’equiparazione tra famiglia naturale e famiglia legittima anche nel
delicato campo dei rapporti patrimoniali.

Un forte aumento delle separazioni legali e dei divorzi. E’ da mettere in correlazione con:

• la religione, quanto più forte è stata in un paese l’influenza della chiesa cattolica, tanto minore sarà
il numero dei divorzi;

• il tasso di attività della popolazione femminile, quanto più alto è il numero delle donne che svolge
un’attività extradomestica, tanto più spesso i matrimoni termineranno con una sentenza di
tribunale. Perché, per un certo numero di donne, ottenere un lavoro extradomestico retributivo
vuol dire superare un’importante barriera che impediva la separazione o il divorzio.

In tutti i paesi occidentali divorziano più frequentemente coloro che:

• si sono sposati molto giovani;

• non appartengono ad alcuna confessione religiosa;

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• hanno avuto genitori che si sono separati;

• appartengono ai ceti sociali più bassi (l’Italia in questo senso rappresenta un’eccezione).

Inoltre, l’aumento dell’instabilità coniugale è stato accompagnato, da grandi mutamenti del diritto di
famiglia. Nel 1970 il divorzio è stato introdotto per la prima volta in Italia, nel 1981 in Spagna, nel 1977 è
stato esteso ai matrimoni cattolici in Portogallo.

L’aumento delle separazioni legali e dei divorzi ha moltiplicato i tipi di famiglie:

• famiglie di persone sole;

• famiglie nucleare incompleta o monoparentale, costituite da un solo genitore, di solito la madre e


dai figli;

• famiglie ricostituite, formate con le seconde nozze.

Quella ricostituita è il tipo di famiglia più nuovo fra i tanti che sono comparsi negli ultimi quarant’anni.
Famiglie similari sono esistite anche in passato, quando le persone rimanevano vedove abbastanza giovani
e molte di loro si risposavano. Ma le famiglie ricostituite di oggi, nate dal divorzio, sono in realtà molto
diverse sia da quelle create dopo la vedovanza sia dalla famiglia coniugale classica.

Mentre un tempo la ricostituzione della famiglia significava la sostituzione del genitore scomparso, oggi
essa comporta l’aggiunta di uno o due nuovi genitori ai due già esistenti. Dopo il divorzio, in nove casi su
dieci i figli vengono affidati alla madre. Anche se oggi con l’affido condiviso l’art. 337-ter del codice civile,
impone al giudice di valutare «prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i
genitori», in modo da realizzare al meglio il diritto della prole a «mantenere un rapporto equilibrato e
continuativo con ciascuno di essi».

Una caratteristica di fondo della famiglia ricostituita dopo un divorzio è di avere dei confini più incerti e
ambigui di quella coniugale, in termini sia spaziali sia biologici o giuridici. Far parte di una famiglia
coniugale significa vivere insieme agli altri nella stessa casa e portare lo stesso cognome. Per i figli vuol dire
anche avere nelle vene lo stesso sangue dei genitori. Altrettanto non si può dire di una famiglia ricostituita.
Quelli che ne fanno parte non vivono sempre nella stessa casa e non hanno tutti lo stesso cognome. Quanti
ai figli, non tutti hanno lo stesso sangue nelle vene.

Le ricerche finora condotte mostrano che le seconde nozze sono ancora più fragili delle prime, cioè che le
persone divorziate che si risposano divorziano nuovamente e con una frequenza maggiore di quelle che si
sposano per la prima volta. Questo è spiegato con due diverse ipotesi:

1) se le persone che si risposano divorziano più frequentemente è perché esse sono diverse dalle
altre, cioè sono più secolarizzate e sono più disposte a ricorrere al divorzio nel caso in cui il loro
matrimonio sia infelice;

2) le differenze vanno ricercate non nelle persone che si risposano ma nella qualità del rapporto
che nasce con le seconde nozze. E questo rapporto è molto più difficile di quello delle prime nozze
sia perché le famiglie ricostituite sono strutturalmente più complesse e hanno confini più ambigui
sia perché esse non sono ancora pienamente istituzionalizzate. A differenza cioè di chi fa parte di
una famiglia coniugale, chi vive in una famiglia ricostituita non ha di fronte a sé modelli di
comportamento socialmente accettati e condivisi da seguire e da utilizzare per affrontare i vari
problemi che si trova di fronte.

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Il più grande mutamento nella vita famigliare dei Paesi occidentali riguarda le coppie di coloro che si
definiscono «omosessuali», «lesbiche» e «gay».

Alla fine del 2011 dieci Paesi, oltre alla Città del Messico e sette degli stati americani, avevano legalizzato il
matrimonio tra partner dello stesso sesso.

Il primo paese che ha fatto questa scelta sono stati i Paesi Bassi, che il 1 aprile 2001 ha modificato il codice
civile aggiungendo questo comma: «il matrimonio può essere contratto da due persone di sesso diverso o
dello stesso sesso»; seguiti dal Belgio nel 2003; il Canada e la Spagna nel 2005, il Sudafrica nel 2006, la
Norvegia e la Svezia nel 2009.

Complessivamente si sono sposate finora oltre 100.000 coppie di gay e lesbiche. In altri 32 Paesi le norme
giuridiche prevedono il riconoscimento e la registrazione delle coppie formate da persone dello stesso
sesso.

CAPITOLO 18 – ECONOMIA E SOCIETA’

• Economia: definizione sostanziale : l’insieme delle attività orientate alla produzione, alla
distribuzione e al consumo di beni e servizi per la sussistenza dell’uomo;

• Economia: definizione formale: l’insieme di attività, organizzazioni e istituzioni specializzate nella


produzione di beni e servizi, distribuiti attraverso vendite e acquisiti per mezzo di denaro, cioè
attraverso scambi di mercato.

La vera e propria sussistenza che corrisponde al bisogno di coprirsi o di alimentarsi per sopravvivere, è solo
un aspetto, o una parte dei fenomeni dell’alimentazione o del vestire, i quali hanno anche altri scopi o
funzioni. Proseguendo il ragionamento non solo le attività orientate alla sussistenza hanno altri aspetti non
economici, ma anche che nelle azioni non economiche, che non riguardano cioè direttamente la
sussistenza, si deve tenere conto dei materiali necessari a realizzarle. Anche un gioco di ragazzi ha un
aspetto economico, che consiste ad es., nel procurarsi un pallone.

Così il concetto di economia si allarga, comprendendo gli aspetti relativi alle attività, all’organizzazione o
all’associazione che riguarda il procurare mezzi materiali per i fini che ci si propone.

Razionalità economica, un comportamento che, di fronte alla relativa scarsità dei mezzi per realizzare
determinati fini, è orientato a ottenere il massimo risultato con i mezzi a disposizione, o un dato risultato
con il minimo di mezzi.

Nel XVIII secolo, a partire dall’Inghilterra, si sviluppa in Europa la rivoluzione industriale. Questa svolta della
storia è così importante che spesso le economie precedenti sono considerate «preindustriali», essendo
semplici le tecniche di produzione utilizzate, la produttività del lavoro, vale a dire la quantità di un prodotto
che in media di una persona può produrre in un certo tempo, era in generale più bassa. Ne derivava che
una parte importante del prodotto era destinata alla sussistenza degli stessi produttori, ovvero
all’autoconsumo.

Le società hanno affrontato in modi diversi i loro bisogni di sussistenza con l’uso della terra, così come in
forme diversissime sono stati combinati e organizzati i fattori di produzione: la terra e le altre risorse
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naturali, gli attrezzi e le tecniche di produzione, il lavoro dell’uomo. Questo processo di differenziazione
comincia nella preistoria e cresce nel corso della storia, con una società che diventa via via più complessa,
con istituzioni, ruoli differenziati e specializzati.

Pur essendo immensa la varietà delle economie concrete, antiche e moderne, si individuano soltanto tre
modi fondamentali di integrazione:

• reciprocità,

• redistribuzione,

• scambio di mercato.

Reciprocità

si intende la prestazione di servizi o la cessione di beni materiali, con la previsione di avere successivamente
una restituzione di servizi o bene in modi, quantità e tempi fissati da norme culturali.

Si distinguono due tipi essenziali di reciprocità (Sahlins 1972):

1) la reciprocità generalizzata, non ha contenuti precisi non fissa limiti di tempo e non richiede che
ciò che viene restituito abbia lo stesso valore economico di quanto è stato dato. Di questo tipo
sono i rapporti all’interno della famiglia, dove si dà e si riceve senza fare di conto, dove i nuovi nati
solo ricevono e poi solo danno ai genitori vecchi;

2) la reciprocità bilanciata, riguarda relazioni all’esterno della famiglia, nella cerchia della parentela
allargata e tra famiglie all’interno della stessa comunità. Qui lo scambio prevede una restituzione
equivalente in valore, calcolata con molta precisione, in tempi definiti e di solito brevi. Lo scambio
di lavoro tra famiglie contadine o una festa alla quale si invitano i vicini in occasione dell’uccisione
di animali allevati sono esempi di reciprocità bilanciata.

Le relazioni descritte assomigliano più al dono che a uno scambio economico, nel senso moderno del
termine, e proprio come i doni esse esprimono e servono a confermare dei legami sociali.

L’attesa di una restituzione, per chi ha dato, e l’essere tenuto a restituire secondo modi dovuti, per chi ha
ricevuto, mantiene aperta la relazione fra persone e famiglie e la riproduce nel tempo, stabilendo delle
aspettative ricorrenti. D’altro canto, chi non rispetta gli obblighi della reciprocità nella famiglia è
disprezzato e isolato; il non rispetto degli obblighi della reciprocità bilanciata, secondo la consuetudine,
produce la rottura della relazione tra le famiglie e magari una vendetta che può apparire anche
sproporzionata rispetto al valore economico limitato dello scambio, ma che si comprende perché sancisce
appunto una rottura totale della relazione.

Infine la reciprocità negativa, è il contrario e la negazione della reciprocità: in molte società arcaiche,
guerra, furto e rapina sono ammessi nei confronti degli esterni, e sono considerate attività che
conferiscono onore.

Redistribuzione

è uno schema di integrazione dell’economia nella società, che comprende un trasferimento di risorse di
produzione, di lavoro, di beni di sussistenza a un «centro», e successivamente un’allocazione e ripartizione
di risorse e beni fra i membri della società.

Assomiglia alla reciprocità all’interno della famiglia, ma se ne discosta perché riguarda strutture sociali più
complesse, dove un capo tribù o, in società più diversificate, un signore, con l’aiuto di un apparato
amministrativo, raccoglie e conserva i prodotti consegnati dai contadini e dagli artigiani, ne trattiene per sé,
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e li redistribuisce in modo egualitario o più spesso per quote diverse ai componenti di diversi strati sociali. Il
signore dispone della terra e di altre risorse che assegna perchè vengano lavorate, esige tributi e impone ai
sudditi lavori obbligatori periodici

• La redistribuzione riguarda strutture sociali complesse

• è parte di un rapporto politico che lega in generale dei sudditi a un potere centrale, il quale offre
protezione, servizi collettivi e organizzazione della società;

• si riconosce dunque al signore il potere di governo, si trasferiscono a lui i prodotti, si lavora ai suoi
ordini perché si ritiene che questo faccia parte di un obbligo di fedeltà nei suoi confronti e perché si
teme il suo potere di coercizione.

In generale, lo schema della redistribuzione, nella sua forma pura, serve a definire un’economia regolata da
un potere politico centrale. Normalmente, sia nell’antichità sia in epoca moderna, il principio della
redistribuzione è combinato con altre forme di integrazione, in particolare con il mercato.

In epoca contemporanea, la redistribuzione, riguarda i modi diversi in cui uno stato regola l’economia con
leggi e atti amministrativi, raccoglie risorse con l’esazione fiscale per pagare i suoi funzionari e dare
attuazione alle leggi, redistribuisce fra la popolazione sussidi e servizi che direttamente organizza.

Scambio di mercato

Il mercato, nel senso più concreto del termine, è un luogo dove si vende e si compra. La compravendita che
avviene in questo luogo, ovvero lo scambio di mercato, è il trasferimento di un bene che ha un valore
economico da un venditore a un compratore, in cambio di denaro. Un bene comprato e venduto è detto
merce.

Quando andiamo al mercato rionale, sappiamo le discussioni: chi compra cerca di pagare meno che può, e
chi vende resiste senza abbassare più di tanto il prezzo. I due finiscono per accordarsi su un prezzo che solo
loro hanno fissato, ma i margini entro i quali hanno contrattato sono in realtà limitati: chi vende non può
rimetterci e chi compra non può spendere più di quello che ha.

I vincoli per loro poi cambiano di giorno in giorno, e ciò fa capire che alle spalle dei due che contrattano alla
bancarella ci sono altre relazioni economiche di produzione e scambio, altri mercati e contrattazioni: il
commerciante ha comprato la frutta all’ingrosso, contrattandone il prezzo ai mercati generali, questi sono
stati forniti da imprese agricole dove braccianti hanno lavorato nei campi e hanno raccolto la frutta,
contrattando il salario, poi, ogni impresa agricola ha in precedenza comprato da una grande impresa
chimica i fertilizzanti che questa aveva prodotto comprando all’estero materia prime necessarie, e così via.

Quindi il termine mercato viene usato con due definizioni:

• Mercato l’insieme delle relazioni economiche di produzione e di scambio di merci

• Mercato particolare meccanismo di regolazione complessiva dell’economia, basato sulla


formazione di prezzi fluttuanti a seconda della domanda e dell’offerta.

Lo scambio di mercato si è diffuso gradualmente, fino a diventare il modo dominante di integrazione


dell’economia nelle società sviluppate. Oggi tutti viviamo lavorando, per chi ha un lavoro, in cambio di
un salario o di uno stipendio, con il quale compriamo quasi tutto ciò che ciò di cui abbiamo bisogno, o
destinando alle nostre spese una parte del profitto che ci deriva da un’attività commerciale o da una
professione.

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Con l’affermazione del mercato si compie la differenziazione strutturale dell’economia e il rapporto
economia- società si pone in modo nuovo:

• l’economia non è più incapsulata nella società come parte di rapporti culturali e politici e da questa
regolata, ma diventa autoregolata mediante il meccanismo di formazione dei prezzi.

• Il mercato come meccanismo regolatore dell’economia

Gli economisti spiegano il meccanismo attraverso il quale l’economia è autoregolata attraverso la


formazione dei prezzi.

Le quantità di una merce che vengono offerte e domandate sul mercato variano al variare del loro prezzo. I
compratori hanno denaro in quantità limitata rispetto a bisogni diversi; se si comportano come attori
razionali ognuno cercherà di spendere in modo calcolato, distribuendo le sue risorse per acquisti di merci
diverse. Se una merce è cara, una persona ne comprerà una piccola quantità, e in generale pochi ne
compreranno. A prezzi più bassi, una persona sarà disposta a comprarne una quantità maggiore e la
domanda complessiva aumenterà in proporzione.

Dal punto di vista del venditore, supponendo per semplificare che venda beni che lui stesso ha prodotto.
Pochi venditori possono offrire merce a un basso prezzo. Infatti, il ricavato della vendita deve almeno
coprire le spese di produzione: il lavoro, le materie prime, le macchine. Gli altri che progressivamente
producono a costi più elevati non possono scendere sotto un certo prezzo che è via via più elevato.
L’offerta aumenta dunque all’aumentare del prezzo.

Quindi il punto dove si incrociano domanda e offerta è chiamato prezzo di equilibrio.

L’economia regolata dal mercato si basa sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sul fatto che
anche il lavoro è fornito per un compenso fissato dalle parti con una contrattazione di mercato.

Il mercato regola anche la distribuzione del lavoro alle varie attività

Si chiama capitale una somma di denaro investito per produrre o commercializzare delle merci, in vista di
un profitto.

Una maggiore o minore prospettiva di profitto, segnalata dalla tendenza dei prezzi di mercato, spinge a
investire in una produzione piuttosto che in un’altra; se chi ha realizzato il profitto invece di spendere la
somma in consumi la reinveste, si innesca un processo di accumulazione del capitale che il proprietario
gestisce, e in generale l’economia si sviluppa. In questo modo l’imprenditore industriale o commerciale
diventa una figura sociale specializzata, che ha nella società la sola funzione di produrre e vendere,
motivata dal profitto e indirizzata dal meccanismo di mercato.

E’ innanzitutto la stessa economia che si incarica di controllarlo perché assolva alla sua funzione,
distribuendo premi o sanzioni: a seconda dei suoi comportamenti, l’imprenditore guadagna, perde, fallisce.

L’istituzione fondamentale della produzione e del commercio è l’impresa, esclusivamente orientata


all’attività economica e distinta dalla famiglia e dalla politica: le merci non sono prodotte su ordine
dell’autorità costituita e le quantità e i prezzi non fissati per decreto.

Le banche sono organizzazioni che operano su un mercato particolare: quello del denaro. Anche il denaro
ha un suo prezzo, e può essere prestato a costi diversi, che variano nel tempo.

Il mercato, infine, regola anche la distribuzione del lavoro alle varie attività: un settore in espansione che
non trova operai può aumentare le paghe offerte, per invogliare nuove persone ad offrirsi; l’alto prezzo di

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un lavoro specializzato deriva dal fatto che gli specialisti in questione sono pochi, e viene così stimolata la
loro formazione.

Un sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, sulla concorrenza economica
fra imprese e sul lavoro libero pagato a un prezzo di mercato è chiamato capitalismo.

Raccordo fra economia di mercato e società

Se l’economia è diventata un insieme specializzato di attività e regole di comportamento, che svolge la


funzione di procurare i mezzi per fini diversi, si pone il problema del suo raccordo con il resto della società.

Per cui, l’economia pur avendo un proprio ambito di autonomia, è raccordata al resto della società in
relazione a due aspetti:

• 1) il rapporto fra istituzioni economiche e sistema istituzionale complessivo della società;

• 2) gli interventi politici di regolazione dell’economia.

1) Economia e sistema istituzionale

Commerciare, investire nella produzione, lavorare per guadagnare un salario sono considerati nella nostra
società modi legittimi e normali per procurarsi mezzi per i più diversi scopi; detto in termini sociologici:
l’economia e il mercato sono stati istituzionalizzati (Parsons e Smelser 1964).

I comportamenti economici che oggi consideriamo normali non devono essere considerati naturali; essi
sono emersi e stati accettati lentamente, nel corso dei secoli, come frutto di una complessa elaborazione
culturale e sociale.

La storia dell’ istituzionalizzazione del commercio è molto istruttiva. Nel Mediterraneo orientale, all’epoca
della civiltà cretese-micena fra il 2000 e il 1200 a.C., il commercio di prodotti come il vino, l’olio, il
vasellame era già ben affermato. La prima tradizione orale su questo è stata raccolta dall’Iliade e
dall’Odissea, dove si trovano giudizi molto negativi su commercio e commercianti. Il saccheggio e la guerra,
non il commercio, erano considerati modi giusti di arricchirsi.

Per molto tempo, in tutto il bacino del Mediterraneo, il commercio non è stato nella mente delle persone
ben distinto dalla rapina o dal furto, anche perché chi andava per mare, a seconda delle occasioni,
scambiava merci o rubava. Non è un caso che nella mitologia greca Ermes sia protettore insieme dei ladri e
dei mercanti e, lo stesso vale per il Mercurio dei romani (Curtin 1984).

Il disprezzo per i mercanti poco a poco si mutò in sospetto e cautela, e le città greche finirono per accettare
il commercio che ritenevano oramai indispensabile, ma elevando barriere rigide. Ad Atene i mercanti non
erano uomini liberi, ma stranieri chiamati «meteci», un gradino intermedio nella scala di stratificazione
prima degli schiavi.

In Europa, verso la fine del Medioevo, i centri di maggior sviluppo sono le città italiane; i tre padri fondatori
della nostra letteratura mostrano bene come stessero cambiando gli atteggiamenti verso il commercio in
quel giro di anni: Dante disprezza i commercianti; una generazione dopo, Petrarca li ignora; ancora pochi
anni, e per Boccaccio saranno nuovi eroi intraprendenti, che sulla scena prendono il posto di cavalieri e
guerrieri (Gurevic 1987).

E’ appunto con lo sviluppo del primo capitalismo delle città italiane, fra Medioevo e Rinascimento, che in
Europa il commercio e il mercato cominciano a trovare un posto più stabile e riconosciuto nella società.

85
Vincendo gli ostacoli il mercato è stato istituzionalizzato, ma la resistenza culturale nei suoi confronti deve
considerarsi permanente; ciò deriva dal fatto che pur essendo riconosciuto utile per la sua efficienza
economica, tuttavia è anche considerato invadente, perché l’economia di mercato, lasciata a se stessa,
tende a regolare ambiti sempre più ampi di relazioni sociali. Da qui deriva la necessità di controllarne la
portata, che è espressa culturalmente nella nostra resistenza o cautela, per la salvaguardia di valori che si
ritiene non debbano essere compromessi.

2) Regolazione politica dell’economia

Intervento dello stato che, in virtù della sua autorità e dell’erogazione di risorse fiscali, sancisce e disciplina
le condizioni ai comportamenti di mercato e al suo funzionamento, e per qualche aspetto si sostituisce al
mercato. Per indicare questi interventi pubblici nell’economia di mercato usiamo l’espressione regolazione
politica dell’economia.

Mercato e stato possono essere visti come due estremi di un segmento, ovvero come due poli di un
continuum. A un polo si colloca un’economia di puro mercato, all’altro un’economia interamente regolata
dalla politica.

Il polo del puro mercato può essere definito economia del laissez-faire, dall’espressione francese che
significa «lasciate fare». Anche questa economia richiede elementi di regolazione da parte dello stato: ad
es., l’emanazione di una legislazione commerciale e l’azione amministrativa per far rispettare le leggi, con la
sanzione di chi non rispetta i contratti. Tuttavia, in questa economia, l’intervento dello stato è comunque
limitato e riguarda condizioni generale perché il gioco economico si possa svolgere con il minor numero
possibili di vincoli.

Il polo opposto è quello di un’economia interamente regolata dalla politica, parliamo dell’economia
pianificata, che è l’economia socialista, basata sulla proprietà statale dei mezzi di produzione e sulla
destinazione delle risorse tramite decisioni politiche e amministrative. Importanti paesi a economia
socialista sono stati nel Novecento l’Unione Sovietica e la Cina.

L’economia concreta è generalmente la combinazione di regolazione di mercato e politica.

Gli assetti keynesiani e i differenti capitalismi nazionali

Le nuove politiche erano motivate dalla considerazione che il mercato, lasciato a se stesso, non raggiunge
una piena efficienza ed è incapace di risolvere problemi di equità, relativi a evidenti disparità nella
ripartizione dei costi e dei vantaggi economici. E’ vero che nel mercato l’offerta è orientata dalla domanda,
ma ci sono persone che non sono in grado di pagare i beni e i servizi di cui hanno bisogno; la domanda di
questi beni e servizi non compare sul mercato.

Le forme di regolazione politica keynesiana si basano su due aspetti essenziali:

1) l’intervento del governo sull’economia per stabilizzare i cicli economici, in quanto il mercato lasciato a sé
stesso tende a formare un equilibrio che non è di pieno impiego dei fattori produttivi, in particolare di
pieno impiego del lavoro. Per vincere la disoccupazione, lo stato deve perciò stimolare l’economia con la
spesa pubblica;

2) sviluppo dei sistemi di sicurezza sociale, sostenuti pubblicamente per garantire a tutti:

• pensioni e sussidi in caso di malattie, invalidità, disoccupazione;

• sistemi sanitari nazionali;

• cure essenziali;

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• istruzione pubblica.

Questi principi sono stati diversamente seguiti e sviluppati nei diversi paesi, e sono a loro volta parte di un
insieme più vasto di caratteristiche organizzative e istituzionali dell’economia che distingue differenti
capitalismi nazionali. A grandi linee si sono potute distinguere due forme tendenziali di assetti istituzionali
(Albert 1991; Crouch e Streeck 1996):

• a) quella anglosassone (Inghilterra e Stati Uniti), che ha conservato una maggiore regolazione di
mercato;

• b) quella europea continentale (e giapponese), dove l’intervento pubblico è stato maggiore.

Deregolazione: la svolta degli anni ottanta

Dagli anni settanta le politiche nazionali di controllo dell’economia funzionano meno bene: i salari sono
cresciuti, ma l’inflazione, vale a dire la perdita di capacità di acquisto della moneta nel tempo, crea il
disordine economico e malcontento sociale, perché erode la capacità di consumo di chi ha redditi fissi. La
disoccupazione intanto cresce, ma ottenere la piena occupazione sembra un problema tornato in secondo
piano rispetto a rimettere in moto l’economia. Una vera svolta nei rapporti fra politica ed economia si
registra all’inizio degli anni ottanta: ci si allontana decisamente dagli assetti keynesiani, lasciando di nuovo
spazio alla regolazione di mercato

Il termine deregolazione è usato per indicare politiche dirette a eliminare vincoli ai mercati dei capitali e del
lavoro, e in generale nel mondo della produzione e degli affari. Questo con l’idea che si possa così ottenere
maggiore efficienza economica. In tal senso si può dunque parlare di «svolta liberalista».

Nei paesi anglosassoni la svolta liberista è particolarmente decisa, sostenuta da forti interessi finanziari e
nuove teorie economiche.

La famosa affermazione del primo ministro inglese Margaret Thatcher, «la società non esiste», diventa uno
slogan che richiama alla responsabilità e all’iniziativa individuali. Negli anni successivi le economie più
liberiste risulteranno meglio assestate, ma dalla seconda metà degli anni novanta, le cose si complicano di
nuovo, mentre nuovi paesi si affacciano sulla scena, Cina e India in particolare, con tassi rapidissimi di
crescita.

Nei paesi anglosassoni la svolta liberista è particolarmente decisa, sostenuta da forti interessi finanziari e
nuove teorie economiche.

La famosa affermazione del primo ministro inglese Margaret Thatcher, «la società non esiste», diventa uno
slogan che richiama alla responsabilità e all’iniziativa individuali. Negli anni successivi le economie più
liberiste risulteranno meglio assestate, ma dalla seconda metà degli anni novanta, le cose si complicano di
nuovo, mentre nuovi paesi si affacciano sulla scena, Cina e India in particolare, con tassi rapidissimi di
crescita.

Perché le politiche keynesiane e gli assetti del capitalismo regolato non funzionano?

Non c’è una risposta semplice a questa domanda, perché ci sono diversi fattori in gioco. Fra questi il costo
crescente dei sistemi di sussistenza, ad es., con l’invecchiamento della popolazione; in generale la spesa
pubblica ha raggiunto quote importanti del Pil, sottraendo risorse agli investimenti produttivi. Va anche
considerato che con l’apertura internazionale delle economie, e la comparsa di nuovi grandi protagonisti, la
concorrenza si è fatta più forte e i processi si sono accelerati; inoltre la stessa apertura consente
decentramento di attività e capitali in altri paesi, per più favorevoli condizioni di costo del lavoro o per altre

87
opportunità, e diminuisce l’efficacia delle politiche economiche nazionali, mentre quelle sociali sono
ostacolate.

La progressiva finanziarizzazione dell’economia, un altro aspetto, e forse il più significativo, della


deregolazione, ha accentuato queste tendenze.

Restano dunque aperti gli interrogativi sull’efficienza e l’equità dell’economia spostata verso la regolazione
di mercato. In effetti, sono apparse presto conseguenze sociali negative con la crescita delle disuguaglianza
sociale. Parliamo, appunto, di conseguenze sociali.

Ralph Dahrendorf (1998) ha sintetizzato bene il passaggio dai vecchi assetti di regolazione al nuovo
capitalismo deregolato, riferendosi a una coppia di concetti:

• provisions, che significa «disponibilità di beni»;

• entitlements, che riguarda la possibilità legittima di accedere ai beni.

Negli assetti precedenti provisions ed entitlements crescevano insieme, mentre oggi sembrano procedere
separati. L’economia è tornata per un certo periodo a crescere, ma insieme è cresciuta la disuguaglianza
sociale.

Tre sono i caratteri fondamentali che l’economia ha assunto nelle società sviluppate:

1) la differenziazione dal resto della società, con la costituzione di un sistema di azione


specializzate, regolato essenzialmente dal mercato, nel quale cioè le scelte di produzione e di
consumo sono orientate da prezzi formati in libere contrattazioni;

2) lo sviluppo di specifiche organizzazioni, le imprese, orientate al profitto, che utilizzano


dipendenti salariati;

3) lo stabilirsi di raccordi fra economia e resto del sistema, tramite elaborati complessi di norme, in
particolare di norme giuridiche.

Questi elementi consentono di ridefinire con precisione:

• l’economia formale, i processi di produzione e scambio di beni e servizi regolati dal mercato e
realizzati tipicamente da imprese di produzione e commerciali orientate al profitto, che agiscono
sottomesse alle regole del diritto commerciale, fiscale, del lavoro e, in generale, nel quadro delle
leggi e delle disposizioni con cui lo stato regola e orienta l’azione economica;

• l’economia informale, tutti quei processi di produzione e scambio che tendono a sottrarsi, per uno
o più aspetti, ai caratteri distintivi indicati.

• La questione forse più interessante sulla quale può attirare l’attenzione è che aspetti formali e
informali sono spesso strettamente intrecciati in determinate strutture di azione. Il lavoro senza
copertura assicurativa e non dichiarato al fisco che si compie in una piccola impresa, può, ad es.,
essere svolto alla sera, come secondo lavoro, da un operaio con rapporto di lavoro regolato e
copertura assicurativa in una grande impresa.

Non sempre i diversi tipi di economica informale (alcuni dei quali sono anche chiamati economia nascosta o
sommersa) vengono distinti con cura, e non sempre sono stati studiati gli intrecci fra economia formale e
un certo tipo di economia informale.

Il problema dello sviluppo

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Il tema dello sviluppo interessa gli studiosi da tre punti di vista:

1) i caratteri sociali e culturali che in una data situazione lo favoriscono o lo ostacolano e le sue
conseguenze sociale;

2) i limiti dello sviluppo;

3) la sostenibilità dello sviluppo.

Lo sviluppo costituisce, pertanto, un problema in due sensi:

a) richiama le grandi differenze di condizioni economiche esistenti nel mondo, e riguarda lo sviluppo dei
paesi poveri;

b) riguarda lo sviluppo in quanto tale, vale a dire i modi in cui la crescita è avvenuta e avviene: è il problema
dei limiti dello sviluppo e della possibilità di uno sviluppo sostenibile, compatibile con lo stato delle risorse
planetarie e capace di contrastare il degrado dell’ambiente fisico.

Si può paragonare lo sviluppo delle economie di diversi paesi confrontando i valori del rapporto fra
ricchezza prodotta e abitanti. In generale il dato usato per misurare la ricchezza prodotta in un paese è il
prodotto interno lordo (Pil), cioè il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti, riferito di solito a
un anno.

Se le economie sviluppate si pongono di mantenere elevati i consumi, proseguendo la loro crescita


economia, il problema per le economie più arretrate è innescare un processo di crescita in grado di vincere
povertà, fame, malattie.

In riferimento al problema dello sviluppo, i sociologi hanno studiato soprattutto i caratteri sociali e culturali
che in una data situazione lo favoriscono o lo ostacolano, e le sue conseguenze sociali: come nascono gli
imprenditori e come cambia la struttura di classe, ad es., come la religione e i valori tradizionali influenzano
le motivazioni economiche, le funzioni economiche della famiglia, la formazione del mercato del lavoro, i
processi di mobilità territoriale e sociale, i rapporti tra economica formale e informale (Smelser 1976;
Trigilia 1996).

Si sono individuati alcuni tipici ostacoli sociali allo sviluppo, che spiegano le difficoltà persistenti di molti
paesi; fra questi: l’esplosione demografica causata da una diminuzione della mortalità anticipata rispetto al
grado di sviluppo, mentre persiste alta natalità; la concentrazione urbana più rapida dell’industrializzazione,
con la formazione di ampie fasce di popolazione in condizioni di povertà; la crescita eccessiva delle attività
terziarie, che nasconde disoccupazione o che espande troppo velocemente i servizi moderni, con crescita
prematura degli strati medi urbani non produttivi rispetto al grado di sviluppo (Germani 1971).

Limiti dello sviluppo

Il tema dello sviluppo è emerso anche in riferimento a un nuovo ordine di problemi, che riguarda l’idea
stessa e i modi della crescita. In questa prospettiva si parla dei limiti dello sviluppo. E’ un problema che
riguarda i modi possibili dello sviluppo in paesi più arretrati, ma anche quelli ad alto grado di sviluppo.

I ricercatori che hanno ripercorso la ricerca «I limiti dello sviluppo» (1972) vent’anni dopo hanno
confermato che:

- l’impiego di molte risorse essenziali e la produzione di inquinanti ha già superato tassi fisicamente
sostenibili con prevedibili cali in un futuro prossimo di produzione industriale, consumo di energia e
produzione di alimenti pro capite;

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- il declino può essere evitato a condizione che la crescita della popolazione e dei consumi materiali
sia controllata;

- deve diffondersi un nuovo modello culturale che sostituisca il valore della crescita quantitativa di
produzione e consumo con orientamenti a equità e qualità della vita.

L’ultimo punto apre una nuova prospettiva. Le conseguenze dei guasti ambientali e la necessità di nuovi
orientamenti di equità e qualità della vita possono infatti essere considerate insieme ad altri aspetti delle
condizioni di vita e delle opportunità delle persone. Si è così in cerca di concetti e di indicatori di sviluppo
che non siano appiattiti sulla ricchezza economica prodotta sul Pil, ma che misurano la ricchezza di un
paese sui bisogni soddisfatti e sulle opportunità offerte ai cittadini, che considerino ad es., lo stato di
salute o le possibilità di accesso all’istruzione.

A metterci in guardia dal prodotto interno lordo (Pil), che per decenni ha rappresentato e rappresenta
ancora la «stella polare» della politica economica, fu proprio il suo inventore, Simon Kuznets, che già negli
anni ’30 affermava che il benessere di una nazione non si può desumere da una misura del reddito
nazionale, esso può essere fuorviante qualora lo si intenda come misura del benessere sociale e non venga
accompagnato da altri indicatori. Tra i più rilevanti limiti del Pil, oltre all’assenza di valutazione della qualità
della crescita economica, rientra la mancata considerazione della disuguaglianza, ovvero di come si
distribuiscono i suoi benefici e misurare il benessere mentale delle persone.

Infine, nel dibattito del tema dei limiti dello sviluppo rientrano sia la necessità di una crescita zero con una
prospettiva non semplice e sia la pratica di uno sviluppo sostenibile per tutelare e valorizzare le condizioni
ambientali. La ricerca di fonti di energia rinnovabili o tecnologie che risparmiano energia sono esempi di
pratiche di sviluppo sostenibile.

CAPITOLO 19 – IL LAVORO

La divisione del lavoro: concetti di base e termini di uso corrente

Lavoro, ogni attività che produce reddito, diretta a trasformare risorse materiali per produrre beni e servizi
necessari alla sussistenza dell’uomo. Si tratta dunque dell’attività economica per eccellenza;

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Occupazione, indica il lavoro remunerato svolto in un dato momento o periodo da una persona;

Popolazione attiva, l’insieme delle persone che hanno un’occupazione o che ne cercano attivamente una.
Nelle statistiche economiche come sinonimo di popolazione attiva si usa l’espressione «forze di lavoro»,
che sono ovviamente sempre più degli occupati;

Popolazione non attiva, chi non si offre sul mercato, come i bambini e i ragazzi non ancora in età di lavoro,
gli anziani, chi studia, chi vive di rendita, chi non è in grado di lavorare a causa di un’invalidità, le casalinghe;

Disoccupazione, l’insieme delle persone che cercano attivamente una occupazione e non la trovano;

Professione, o attività professionale, indica il tipo di attività normalmente svolta per ricavare un reddito,
indipendentemente dal fatto di essere occupati o disoccupati;

Professionalità, maggiore o minore contenuto di esperienza, specializzazione, capacità necessarie per un


determinato compito;

Lavoratori indipendenti, imprenditori agricoli, industriali o dei servizi, coltivatori diretti, piccoli
commercianti, artigiani, liberi professionisti, lavoratori autonomi che si impegnano a eseguire un’opera o
un servizio senza vincolo di subordinazione;

Lavoratori dipendenti, operai, impiegati, dirigenti.

Divisione del lavoro

Divisione sociale del lavoro indica, nelle economie regolate dal mercato, la distinzione fra lavoratori
indipendenti proprietari di mezzi di produzione e dipendenti non proprietari;

• Divisione del lavoro sociale indica il grado di specializzazione settoriale e differenziazione delle
imprese e delle attività lavorative;

• Divisione tecnica del lavoro indica il livello di suddivisione e di coordinamento dei diversi compiti e
mansioni in seno all’unità produttiva e in base alle diverse capacità e professionalità.

Tasso di attività, il rapporto fra la popolazione attiva e la corrispondente popolazione di riferimento


(popolazioni fra i 15 e i 64 anni), per i paesi europei.

Diversi sono le condizioni che incidono sul tasso di attività:

• Ie caratteristiche dell’economia e della domanda di lavoro ovvero la quantità e qualità dei posti
offerti;

• la struttura per età della popolazione;

• i fattori culturali;

• la legislazione del lavoro;

In genere i paesi ad alto tasso di sviluppo hanno anche elevati tassi di attività.

Occupazione per settore di attività

L’occupazione si distribuisce per settore di attività:

• agricoltura (che comprende la pesca);

• industria;
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• servizi.

L’ultima di queste categorie, quella dei servizi, mette insieme attività fra loro eterogenee; si tratta di una
categoria residua di attività che non sono né agricoltura, né industria: per questo si parla di terziario e nelle
tavole statistiche si usa la dizione «altre attività».

- Terziario, settore dei servizi comprende un sistema di professioni molto diverse, che vanno da
un’altissima specializzazione a una forte dequalificazione:

• attività di trasporto e comunicazione;

• attività commerciali;

• alberghi e ristoranti;

• attività finanziarie delle banche e delle assicurazioni;

• pubblica amministrazione;

Il mercato del lavoro

Le forze di lavoro occupate comprendono i lavoratori autonomi, i liberi professionisti, gli imprenditori che
impiegano lavoratori dipendenti e i lavoratori dipendenti che hanno trovato un lavoro

• I disoccupati sono invece coloro che non hanno trovato un’occupazione corrispondente alla loro
offerta.

Condizioni di lavoro

• Occupazione tipica, occupazione dipendente stabile a tempo pieno, in un’azienda o in un ente


pubblico;

• Occupazione atipica, circa un quarto delle occupazioni (dati 2003). I lavori atipici, si sono
differenziati nel tempo, e ne sono comparsi di nuovi: si è arrivati in Italia a una quarantina di tipi,
diversamente regolati dalla legge.

• Tra questi sono compresi:

• part-time che può essere permanente o temporaneo;

• apprendistato;

• contratti di formazione-lavoro;

• lavoro interinale (molto flessibile per l’impresa, perché il lavoratore è assunto da un’agenzia che poi
lo colloca per un certo tempo in un’impresa che lo richiede);

• lavoro a domicilio;

• telelavoro;

• lavoro di chi condivide lo stesso posto con un altro (job-sharing);

• lavoro saltuario a chiamata (job-on-call);

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Una forma di lavoro atipico è il lavoro permanente a tempo parziale (part-time), che oggi per l’Italia è
valutato nel 15% del totale degli occupati dipendenti, percentuale di poco inferiore a quella media
europea (17,7%). Essa è molto diffuso in paesi ad alto grado di sviluppo, come Danimarca, Germania,
Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia; in generale riguarda più le donne che gli uomini (nei Paesi Bassi su
dieci donne che lavorano sei sono occupate a tempo parziale).

• Il lavoro a tempo determinato o temporaneo che comprende tutti i tipi diversi di contratti a
termine e assicura flessibilità all’impresa, è la «forma atipica che più svolge la funzione di
«cuscinetto» per le imprese» (Reyneri 2011) . La percentuale di lavoratori assunti a tempo
determinato sul totale degli occupati non è elevata in Europa. La media è del 14%, tra un minimo
in genere nei paesi dell’Europa dell’Est a valori poco più alti nel Regno Unito, in Austria, in Belgio, in
Danimarca e in Irlanda, a un massimo in Polonia, in Spagna e in Portogallo, dove sono circa un
quarto. L’Italia, con un valore del 12,8% è poco sotto la media. L’Italia, fra i paesi europei, ha la
maggiore quota di occupazione indipendente. Nelle attività extra-agricole, il lavoro indipendente
particolarmente diffuso nel commercio e nei servizi alle imprese (40%), nell’edilizia (oltre 37%) in
ristoranti e alberghi (circa un terzo degli occupati).

Esistono ragioni culturali, altre relative alla scarsa mobilità di carriera nelle organizzazioni
produttive, ma l’osservazione comparata di diversi paesi porta alla conclusione che in Italia si
concentrano comunque due condizioni che lo favoriscono:

• - evasione fiscale facile per redditi da lavoro dipendente;

• - forte capitale sociale familiare (Italia e Giappone sono i due paesi sviluppati dove più spesso le
attività indipendenti si tramandano di padre e figlio).

Un ultimo importante tipo di lavoro indipendente che dobbiamo considerare è quello formalmente
indipendente, ma per molti aspetti simile a quello dipendente. Non è un fenomeno solo italiano, ma da noi
assume una particolare rilevanza e caratteri particolari. Si tratta dell’insieme del lavoro parasubordinato: le
collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co) e le collaborazioni a progetto (co.co.pro.), al quale si
possono aggiungere le cosiddette «false partite Iva» .L’espressione lavoro nero è usata in genere per
indicare l’attività di chi non risulta a libro paga dell’imprenditore. Il lavoro nero può essere considerato il
caso limite del lavoro non-normale. Si tratta dunque di lavori più o meno saltuari e occasionali, non
regolarizzati contrattualmente e non tutelati.

Un caso di lavoro nero è costituito dal secondo lavoro.

E’ il caso di chi, avendo già un’occupazione garantita, svolge una seconda attività nascosta. Il fenomeno è
molto diffuso in Italia: secondo le stime i bioccupati sono grosso modo tanti quanti i disoccupati.

Il lavoro dei migranti

L’occupazione di stranieri in Italia è in costante aumento. Nel quinquennio 2005-2010 è passata da 1


milione a oltre 2 milioni.

In quali settori lavorano i migranti?

oltre la metà dei migranti maschi occupati lavora nell’industria, manifatturiera o delle costruzioni; questo
significa che il 10% dell’occupazione manifatturiera e quasi il 20% di quella dell’edilizia sono lavoratori
migranti;

Una tipologia del lavoro dei migranti ha individuato quattro modelli (Ambrosini 2011):

93
• 1) Il modello a economia diffusa di piccola impresa delle regioni centro e nord-orientali, dove la
presenza maschile nell’industria e nei servizi collegati è molto importante, affiancata da una
crescente presenza femminile soprattutto nel lavoro di cura;

• 2) il modello metropolitano, a Roma, Milano, ma anche in altri centri, comprese grandi città
meridionali; il lavoro è diffuso nel basso terziario, in edilizia, nei servizi alle persone e alle famiglie
(in particolare donne); un fenomeno interessante è la crescita di attività indipendenti come
l’apertura di negozi e ristoranti;

• 3) il modello delle attività stagionali, diffuso nel Mezzogiorno, specie in agricoltura ma anche
nell’industria alberghiera; si tratta di un lavoro in prevalenza irregolare e precario, che con difficoltà
è in cerca di maggiore stabilizzazione, e che ha dato luogo in certi casi anche a movimenti di
protesta per le condizioni di sfruttamento;

• 4) il modello delle attività temporanee in alcune aree centro-settentrionali, a volte più


istituzionalizzate, a volte meno. Un caso interessante è quello del Trentino-Alto Adige, che ha un
sistema di quote di ingresso per lavoro stagionale per l’agricoltura e le attività turistico-alberghiere.

Inoltre, molti migranti con formazione media o superiore si adattano a mansioni non corrispondenti;

oltre il 30% dei migranti con titolo universitario raggiunge comunque un’occupazione da dirigente, o in
attività professionale intellettuale o tecnica.

In generale spesso i migranti sono occupati in attività a bassa produttività del lavoro, dove le condizioni
sono peggiori, con lavori pesanti, pericolosi, precari, poco pagati, penalizzati socialmente.

Come funziona il mercato: due modelli interpretativi.

Dualismo del mercato del lavoro

• mercati di vendita stabili e prevedibili

• mercati di vendita instabili e imprevedibili

• mercati interni del lavoro

• mercati esterni del lavoro

Mercati di vendita stabili e prevedibili

imprese che soddisfano una domanda relativamente stabile e standardizzabile sono abbastanza sicure per
poter rischiare investimenti tecnologici che migliorino la loro efficienza e possono di conseguenza pagare
salari più elevati; investimenti tecnologici; possono far ricorso alle «quote forti» del mercato del lavoro:
uomini, nelle fasce centrali di età, già con qualche esperienza lavorativa, ai quali garantiscono un salario più
elevato.

Mercato interno

si intendono procedure all’interno di un’organizzazione per spostare gli occupati da un posto all’altro e per
stabilire dei percorsi di carriera. Il termine «mercato» è dunque improprio, perché si tratta piuttosto di
processi organizzativi.

Mercato esterno

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è il vero e proprio mercato sul quale si offrono, in concorrenza fra loro, persone ancora non occupate o in
cerca di un posto per loro migliore.

In situazioni diverse un’impresa può ricorrere all’uno o all’altro dei mercati.

I modelli dualistici, quindi, sono tentativi di tenere conto del fatto che non esiste un unico mercato del
lavoro, ma si potrebbe introdurre un numero maggiore di distinzioni, sviluppando l’idea della
segmentazione del mercato del lavoro.

Il gioco resta comunque quello di individuare parti stabilmente differenziate del mercato del lavoro, nelle
quali sono richieste e offerte figure sociali diverse, che si muovono con risorse e vincoli radicati nella
struttura della società.

La disoccupazione

Gli economisti distinguono tre tipi di disoccupazione (Samuelson e Nordhaus 1985):

1) disoccupazione frizionale dovuta al fatto che continuamente ci sono persone che cercano un
lavoro perché ad es, si spostano da una città all’altra, o perchè passano dalla scuola al lavoro, e così
via. Anche nel caso ci fosse la piena occupazione ci sarebbero sempre casi di questo genere;

2) disoccupazione strutturale dovuta a una cattiva corrispondenza fra domanda e offerta: certe
professionalità non sono più richieste, mentre per altre richieste non c’è sufficiente offerta;

3) disoccupazione ciclica dovuta a una domanda di lavoro più bassa in tutta l’economia, in
corrispondenza appunto di una fase ciclica recessiva quando la spesa e la produzione diminuiscono.

Disoccupazione di lunga durata (disoccupazione che dura da oltre un anno)

non è vero che misure di sostegno pubblico siano un incentivo a non cercare un nuovo lavoro; più è lungo il
periodo di disoccupazione, più aumentano i disoccupati con reti segregate, vale a dire reti di amicizia fra
disoccupati separate da reti di occupati.

Ciò deriva dal fatto che i disoccupati non sono in grado, non avendo le risorse, di stabilire relazioni di
reciprocità nei rapporti sociali con persone in condizioni migliori. Sono meccanismi come questi che
tendono a cronicizzare la disoccupazione; la ristrutturazione industriale a seguito di innovazione
tecnologica crea disoccupazione strutturale; infine, difficoltà ripetute incontrate nel trovare lavoro possono
avere la conseguenza di smettere di cercarlo.

Si genera così la figura del lavoratore scoraggiato, che esce dalle statistiche della popolazione attiva.

In alcuni casi, le condizioni di lavoro sono così precarie, oltre che mal pagate, faticose e sgradevoli che
emerge un paradosso della disoccupazione: l’immigrazione da paesi poveri in presenza di forte
disoccupazione nazionale.

Ciò si verifica perché le condizioni di lavoro scendono al di sotto della soglia accettata da una popolazione e
garantita dalla legislazione del lavoro, dai sistemi di welfare, dal sostegno familiare o da altri meccanismi
che offrono risorse di sussistenza al disoccupato che cerca lavoro, ma non un lavoro a tutti i costi.

L’organizzazione del lavoro

L’evoluzione del lavoro industriale

Quali sono stati i cambiamenti organizzativi che hanno accompagnato la crescita e le trasformazioni che
hanno subito il lavoro industriale, ovvero l’attività di produzione di molte persone coordinate fra loro in
grandi organizzazioni?

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come si differenziano, si coordinano e cambiano i compiti e le capacità professionali di chi lavora in
fabbrica?

Per valutare le grandi novità del lavoro in fabbrica, si può inoltre metterlo a contrasto con il tradizionale
lavoro artigiano.

• L’artigiano, è un imprenditore che conduce la sua impresa prevalentemente con il lavoro proprio e
dei suoi familiari, con l’assunzione eventuale anche di dipendenti.

• Putting-out system, è il coordinamento di artigiani che lavorano a domicilio, (ad es., tessitori) ai
quali un imprenditore-mercante ricorreva a seconda delle richieste del mercato. Le prime
concentrazioni di manodopera in uno stesso luogo, sotto la direzione e il controllo di un
imprenditore (l’organizzazione di fabbrica, ovvero il factory system opposto al putting-out system)
non cambiano radicalmente il modo di lavorare, gli strumenti, le gerarchie. Comincia tuttavia una
trasformazione che, attraverso maggiori investimenti in macchinari, l’evoluzione di questi, la
crescente concentrazione di mezzi e persone conduce anche a rivoluzionare l’organizzazione del
lavoro.

In fabbrica si introducono le prime macchine utensili anch’esse flessibili come i vecchi utensili, e perciò
chiamate macchine universali.

Le macchine universali possono essere adoperate per diverse operazioni, adattate dall’operatore; una volta
azionate, esse eseguono la lavorazione senza altro intervento diretto. L’operatore deve conoscere le
diverse possibilità della macchina, predisporla per l’esecuzione e intervenire con altri attrezzi per
completare o rifinire il pezzo.

Un esempio di macchina utensile universale è la fresatrice, che lavora il metallo con l’uso di attrezzi rotanti
diversi, da angolature variabili.

L’uso di macchine utensili universali caratterizza una prima fase dell’organizzazione del lavoro di fabbrica
(Touraine 1955). L’imprenditore sceglie cosa produrre e assicura le condizioni generali della produzione, ma
l’esecuzione del prodotto è in larga misura lasciata all’autonomia e all’abilità professionale degli operai
nell’uso delle macchine, organizzati in squadre.

Queste sono composte da operai più esperti e anziani, da apprendisti più giovani che stanno imparando, e
da molti manovali non qualificati che eseguono i lavori più semplici. Gli operai dotati di professionalità in
questa fase (pochi rispetto ai manovali) sono chiamati operai di mestiere.

Taylorismo organizzazione scientifica del lavoro

Uno stesso lavoro poteva richiedere tempi di attuazione differenti a seconda delle squadre, essere fatto in
modi diversi, essere diversamente remunerato a seconda degli accordi del caposquadra con gli operai che
lui stesso assumeva, e così via.

Da considerazioni come queste nacque l’idea di introdurre un metodo nell’organizzazione del lavoro. La
proposta più compiuta fu la cosiddetta organizzazione scientifica del lavoro (Scientific Management),
ideata in America da Frederick W. Taylor (1911).

I metodi a lui ispirati costituiscono il taylorismo.

Taylor partì dall’idea che per acquistare efficienza era necessario progettare un’organizzazione
centralizzata, nella quale fossero rigidamente divisi i compiti di decisione e pianificazione del lavoro
(spostati alla direzione) da quelli di esecuzione.

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Il processo complessivo di lavorazione doveva essere smontato in una serie di operazioni, ognuna (o una
serie limitata) delle quali definisse un posto di lavoro.

Le singole operazioni potevano poi essere standardizzate, fissandone tempi e metodi, tenuto conto dello
sforzo necessario e di un corretto metodo di esecuzione; così esse diventavano esattamente prevedibili.

Opportune tecniche di selezione e valutazione avrebbero trovato l’«uomo giusto al posto giusto»,
diversamente remunerato secondo quello che veniva valutato il suo apporto alla produzione.

Il sistema organizzativo complessivo era la ricomposizione di tali attività standardizzate, adattate le une alle
altre e controllabili.

Riepilogando, gli elementi del Taylorismo:

• organizzazione centralizzata;

• parcellizzazione del processo complessivo di lavoro;

• standardizzazione delle singole operazioni con tempi e metodi;

• selezione e valutazione dell’uomo giusto al posto giusto;

• diversa remunerazione in base alla produzione.

Fordismo produzione di serie e di massa

Una nuova fase si apre con l’avvio della grande produzione di serie, basata sull’introduzione estesa di un
nuovo tipo di macchine: le macchine speciali. Queste compiono poche o una sola operazione, non
richiedono importanti e diversi interventi di regolazione e funzionano con continuità: sono dunque veloci e
non flessibili.

La conseguenza è che gran parte del lavoro richiesto è più semplice di quello dell’operaio di mestiere. In
questa nuova fase aumentano infatti gli operai non o poco qualificati: un breve tirocinio li rende capaci di
svolgere la loro mansione.

Nel caso più spinto, la nuova divisione tecnica del lavoro è organizzato come lavorazione a catena: «un tipo
di organizzazione del lavoro per cui le diverse operazioni, ridotte alla medesima durata o ad un multiplo o
sottomultiplo semplice di tale durata, vengono eseguite senza interruzione tra loro e in un ordine costante
nel tempo e nello spazio» (Touraine 1955).

La catena di montaggio fu applicata da Ford alla produzione di auto in grande scala, a partire dal 1913. Da
qui anche l’uso dell’espressione «fordismo» per questa nuova fase dell’organizzazione industriale, dove la
fabbrica è interamente progettata a partire dal sistema delle macchine.

Il fordismo accentuò la segmentazione del lavoro e finì per cancellare il «mestiere». Per molti si trattò di
«lavoro in briciole», senza senso e ripetitivo.

Cominciavano però a nascere anche nuove funzioni intermedie di controllo e gestione, e in ambito operario
nuove qualificazioni nei reparti di attrezzaggio e manutenzione (Bonazzi 2008).

Come ha osservato (Touraine 1955), «la scomposizione del lavoro, intensificandosi, si nega da se stessa. Si
affidano alla macchina, che progressivamente li raggruppa, i compiti elementari che si erano separati in
seguito alla scomparsa dei vecchi mestieri unitari».

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Dopo il mestiere e il taylorismo-fordismo, si apre allora per il lavoro una terza fase, nella quale nuove
qualificazioni necessarie per operazioni di controllo tecnico, manutenzione, riparazione aumentano, mentre
i lavori di esecuzione diretta e passiva tendono a diminuire.

I robot che agiscono con movimenti simili al braccio umano, e macchine di controllo numerico che svolgono
da sole lavorazioni diverse sulla base di programmi inseriti in un calcolatore sono esempi delle nuove
tecnologie.

• Riepilogando gli elementi del Fordismo:

• macchine speciali;

• catena di montaggio;

• mansioni semplici;

• operai facilmente addestrabili.

Toyotismo produzione just in time

Il sistema Toyota, ha rivoltato come un vestito vecchio l’organizzazione che ai suoi tempi aveva pensato
Henry Ford. Non si capisce il cambiamento organizzativo senza riportarlo ai cambiamenti del mercato.

E’ finita l’epoca della grande crescita e i mercati sono diventati più limitati, più differenziati e più instabili: la
produzione di massa era basata sull’idea che si sarebbero trovati clienti per tutto ciò che si produceva;nella
nuova situazione si tratta di avvicinarsi alla condizione di produrre soltanto quello che è già richiesto da un
cliente.

Ciò rende necessaria una rivoluzione organizzativa.

Nel fordismo le decisioni su che cosa e quanto produrre sono fissate dalla direzione «a monte»: i
componenti, prodotti in fabbrica o da fornitori esterni (ingranaggi, sedili, e cosi via), affluiscono a
magazzini, e da qui passano all’assemblaggio lungo la catena.

Se le auto non si vendono subito, vengono parcheggiate in piazzali in attesa di esserlo, mentre i
componenti, prodotti in eccesso si accumulano: nelle nuove condizioni di mercato questo avveniva spesso.

Rovesciando lo schema organizzativo, è l’ordinazione di un certo numero di auto pervenuta agli uffici
commerciali che mette in moto lungo la linea produttiva la richiesta di diversi componenti, i quali vengono
allora prodotti solo nella quantità necessaria.

In fabbrica non circola nessun componente che già non si sappia a che auto è destinato:

è la cosiddetta produzione just in time, espressione di solito non tradotta con la quale si intende che «nel
corso dell’assemblaggio dell’automobile ciascun componente arriva alla linea di montaggio nel preciso
momento in cui ce n’è bisogno e solo nella quantità necessaria» (Hono 1978).

Il cambiamento di ottica si accompagna a molte altre innovazioni organizzative:

• il principio dell’«autoattivazione», applicato alle macchine, agli operai e alle linee produttive: in
caso di errore la macchina che sta operando si ferma automaticamente;

• allo stesso modo, in caso di anomalie riscontrate in una fase di lavorazione manuale il lavoratore
interrompe la linea.
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• I controlli di qualità non sono dunque solo alla fine di una linea produttiva, che funziona sempre
senza interrompersi.

• L’autoattivazione permette di intervenire senza che gli errori si ripetano e accumulino, con
tempestività e alla radice.

Il sistema Toyota, meno sprecone e più capace di adattarsi al mercato, richiede un attento gioco di squadra
da parte di tutti.

Macchine automatiche, robot e macchine a controllo numerico sono utilizzate perché permettono
elasticità,ma fattori di elasticità sono anche uomini addestrati a più compiti, in grado di percepire e
realizzare direttamente i continui aggiustamenti necessari ai processi di produzione, e le squadre che
gestiscono autonomamente le singole aree di produzione, coordinandosi fra loro secondo i principi del just
in time.

Il sistema Toyota richiede molta responsabilizzazione e partecipazione da parte di tutti; la garanzia del
posto di lavoro «a vita»; e differenziali fra paghe di operai e di dirigenti più bassi che in Occidente sono
due esempi delle motivazioni a partecipare che lo rendono possibile.

Riepilogando gli elementi del Toyotismo:

• principio di «autoattivazione» applicato alle macchine, agli operai e alla linea produttiva;

• elasticità del processo organizzativo e produttivo;

• responsabilità e partecipazione di tutti;

• posto di lavoro «a vita»;

• differenziali fra paghe di operai e di dirigenti più bassi che in Occidente.

Lavoro specializzato e lavoro dequalificato nei servizi

Nei servizi sono comprese molte cose diverse. A seconda dei paesi i diversi settori dei servizi si
distribuiscono in modi differenti.

• I vari settori:

• commercio;

• trasporti;

• alberghi e ristoranti;

• servizi per le imprese;

• pubblica amministrazione;

• scuola e sanità;

• servizi sociali e personali.

Nei servizi troviamo lavori molto specializzati e ben remunerati accanto ad altri dequalificati e poco pagati:
le due categorie aumentano insieme. L’economia dei servizi staccati dalla produzione sono:

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• servizi al consumatore, che comprendono ristoranti, bar, lavanderie, parrucchieri, ecc.;

• servizi sociali (salute, istruzione, ecc.);

• servizi alle imprese (consulenze, programmazione di sistemi, servizi legali, commerciali,


finanziari, ecc.).

Possiamo chiamare postindustriali questi settori dei servizi che sono in espansione.

I servizi al consumatore si espandono con il lavoro fuori casa delle donne e l’aumento del tempo libero,
tanto più quanto meno sono costosi:

• un mercato liberalizzato, con popolazione non protetta dalla legislazione sociale e non
rappresentata sindacalmente, e dunque con soglie basse di accettazione delle condizioni di lavoro
ha permesso l’espansione di lavori poco remunerati in questi servizi, ad es., negli Stati Uniti,
sovente di immigrati appartenenti a minoranze etniche.

• Le relazioni industriali

• I processi di contrattazione collettiva fra organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro (o anche
singole imprese) per stipulare accordi relativi a salari e condizioni di lavoro costituiscono le relazioni
industriali (Accornero 1994).

• I normali rapporti all’interno di un’azienda sono insieme di collaborazione e conflitto. Le relazioni


industriali permettono di esprimere le divergenze di interessi fra imprenditore e diverse categorie
di dipendenti, e attraverso la contrattazione collettiva di ricomporle in contratti che diventano
obbligati fra le parti, valevoli per un certo periodo.

Contratti firmati dai rappresentanti delle grandi confederazioni nazionali dei lavoratori e degli
imprenditori hanno valore generale, ad es., per tutti i lavoratori dell’industria.

A questi si aggiungono i contratti collettivi nazionali di settore, che riguardano categorie di lavoratori
grandi, come i metalmeccanici, oppure piccole, come i doganieri.

Miglioramenti dei contratti collettivi possono però essere contrattati a livello di zona o di singola azienda.

La contrattazione riguarda i salari e la cosiddetta «parte normativa»: orari, condizioni di lavoro, permessi e
così via.

La minaccia dell’una o dell’altra parte di rompere la trattativa sposta la contrattazione verso rapporti più
conflittuali, che possono sfociare nella dichiarazione di uno sciopero: astensione dall’attività di lavoro da
parte di un gruppo di lavoratori dipendenti. Riconosciuto come diritto dalla Costituzione. L’astensione è in
genere dichiarata da un’organizzazione sindacale, ma può esserlo anche da un’assemblea spontanea di
lavoratori sul luogo di lavoro.

Speculare allo sciopero è la serrata da parte dell’imprenditore, che consiste nella chiusura dell’azienda per
un certo periodo.

L’ordinamento italiano non prevede la serrata come un diritto, ma in casi particolari questa è stata
considerata legittima in sede di giudizio.

Lo studio sociologico degli scioperi è molto complesso.

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Due interpretazioni principali hanno cercato di comprendere le determinanti principali del fenomeno che
spiegano quando diventa probabile che uno sciopero si verifichi:

• il modello economico;

• il modello politico-organizzativo (Snyder 1975).

Secondo il modello economico, la probabilità degli scioperi aumenterebbe e diminuirebbe in relazione


all’andamento del ciclo economico.

Questo perché in una fase di espansione aumentano le aspettative salariali, ma soprattutto aumenta la
forza dei lavoratori sul mercato del lavoro in quanto molti sono occupati, con difficoltà dunque delle
imprese a reperire nuova manodopera; il contrario si verifica nelle fasi depressive.

Secondo il modello politico-organizzativo, la conflittualità aumenta se il sindacato ha un’organizzazione con


una elevata capacità di mobilitare i suoi iscritti e i lavoratori in genere.

Questa capacità può dipendere a sua volta da diversi fattori come l’alta sindacalizzazione dei lavoratori, o
un forte cemento ideologico che li unisce.

Infine, le contrattazioni possono avere due forme:

• 1) la forma di concertazioni «triangolari», che vedono allo stesso tavolo sindacati padronali,
sindacati dei lavoratori e rappresentanti del governo.

Un sistema di relazioni industriali allargato al governo che tipicamente produce queste forme di
regolazione è chiamato neocorporatista (o neocorporativo) (Regini 1991). I paesi scandinavi e
l’Austria sono i casi più tipici nel dopoguerra di relazioni e regolazione neocorporatiste;

2) la forma della contrattazione decentrata. Mentre nei primi anni novanta in diversi paesi, fra i
quali Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, Norvegia, Finlandia, si assiste a una ripresa della contrattazione
centralizzata; ciò accade anche in Italia, con lo strumento dei «patti sociali» relativi alla
flessibilizzazione del lavoro e a riforme concordate del sistema del welfare state.

Svezia e Danimarca, dove è molto forte era il coordinamento centralizzato consensuale


dell’economia, vedono invece una tendenza a maggiore decentramento e deregolazione.

Successivamente, alla fine del secolo, per il mutare dei caratteri della crisi economica, la forte
disoccupazione e le difficoltà a creare nuovo lavoro, la concertazione ha minore spazio, e si
diffondono inoltre forme più decentrate di contrattazione.

I sindacati

Sindacati, sono associazioni di lavoratori che si uniscono per tutelare i propri interessi professionali. Queste
danno vita a organizzazioni che agiscono stabilmente nei confronti dei datori di lavoro, a loro volta in
genere rappresentati da organizzazioni;

• sindacati associativi, tutelano gli interessi di iscritti e di categorie ristrette;

• sindacati di classe, tutelano gli interessi di una rappresentanza estesa.

Per fare due esempi, il sindacato americano è piuttosto del primo tipo, quello svedese del secondo.

Parti sociali, i sindacati, i datori di lavoro e lo Stato.

101
Mentre negli Stati Uniti le parti sociali (così spesso sono definiti i sindacati di lavoratori e le organizzazioni
padronali quando si rapportano alla politica) chiedono ai poteri pubblici soltanto di fissare e garantire
regole di contrattazione, in Europa più spesso esse sollecitano l’intervento dello stato in quanto regolatore
dell’economia attraverso la spesa pubblica e la legislazione sociale, industriale, del lavoro.

In altre parole: mentre in America i sindacati sono attori collettivi dell’economia, in Europa stanno piuttosto
fra economia e politica.

CAPITOLO 20 - PRODUZIONE E CONSUMO

Imprenditori e imprese
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Imprenditore, chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione e
dello scambio di beni e servizi (art. 2082 codice civile). L’imprenditore è una persona che prende decisioni,
studia, introduce innovazioni, sostiene il rischio. Poi è un organizzatore, che costituisce l’azienda e un
dirigente che la dirige.
Impresa, attività organizzata svolta al fine della produzione e dello scambio di beni e servizi.
Azienda, è l’organizzazione dell’impresa, vale a dire il complesso di beni e le relazioni fra le persone che
consentono l’impresa (consentono ad es., di fabbricare e vendere automobili).
Imprenditività, l’imprenditore, per ottenere buoni e continui risultati economici, deve essere capace di
introdurre innovazione nel sistema economico: nuovi beni, nuovi metodi di produzione, l’esplorazione di
nuovi mercati, nuove fonti di materie prime, nuovi modelli organizzativi.
I giuristi pongono molta attenzione al rischio economico, perché la responsabilità per le perdite è
individuata dal titolare dell’impresa.
Per aumentare l’apporto di capitale e per dividere i rischi è prevista la formazione di imprenditori collettivi,
vale a dire le società.
Società: è un attore artificiale distinto dai singoli che la costituiscono: non solo ha un nome, ma compra,
vende, è titolare di crediti. In termini giuridici si dice che è un «soggetto del diritto».
• Società di capitali, la responsabilità dei soci si limita al capitale, che hanno conferito alla società; in
altre parole, i soci non rispondono con altri loro averi di eventuali perdite. In questo senso dice che
le società hanno «autonomia patrimoniale».
• Società per azioni, è il tipo più complesso di società di capitali, posseduta da un numero anche
molto grande di persone che detengono quote anche piccole del patrimonio sociale (le azioni). Il
termine inglese per società per azioni è corporation.
• Società commerciale, dal punto di vista sociologico è un tipo particolare di associazione, che per
svolgere la sua attività dà vita a un’organizzazione (l’azienda). La società commerciale è dunque, in
un certo senso, la figura che assume l’imprenditore moderno.
Le società con le loro aziende sono viste come attori collettivi che agiscono sul mercato, prendendo
decisioni sulla base di coalizioni di interessi che si formano fra i vari soggetti che ne fanno parte.

Produzione di massa e specializzazione flessibile


Al centro dell’economia vi sono grandi imprese che si contendono e dividono il mercato.
Un’ipotesi esattamente opposta è quella di un mercato con un solo produttore: si parla allora di «mercato
monopolistico» e di monopolio.
Di solito però, le grandi imprese si trovano in una situazione di mercato che non corrisponde né all’uno né
all’altro modello: sono infatti in concorrenza con poche altre imprese.
In tal caso, si parla di «mercato oligopolistico» e di oligopolio (dal greco oligos che vuol dire «poco»
e polein «vendere»).
Anche la concorrenza oligopolistica «talora… assume la forma di una guerra dei prezzi per un certo ambito
di prodotti, ma di solito si concentra nel disegno di nuove varietà di merci e nell’applicazione di nuovi
metodi di produzione» (Robinson 1967).
Spesso la nascita della grande impresa è supportata dalla tecnologia.
Le macchine costituiscono parte del lavoro umano e consentono una più alta velocità di produzione, i costi
per unità di prodotto si abbassano.
Si può anche dire che con l’introduzione di macchine aumenta la produttività del lavoro, e cioè la quantità
prodotta (o il valore delle merci prodotte) per addetto.
In questo modo si sviluppa una produzione in grande serie di beni standardizzati (produzione di massa o di
grande serie), che per diventare economicamente conveniente richiede mercati abbastanza
grandi: l’impresa ottiene complessivamente dei profitti non vendendo a caro prezzo poche unità di
prodotto, ma a poco prezzo molte unità.
Mercati in espansione e capacità tecnologica sono dunque due condizioni di fondo per lo sviluppo della
grande impresa.

103
Una ulteriore condizione cruciale è la relativa stabilità dei mercati. Con riferimento al problema della
stabilità, è stato sviluppato un modello analitico chiamato del dualismo produttivo che distingue due
settori dell’economia:
a) settore centrale, dove operano imprese più grandi e più stabili;
b) settore periferico, composto di piccole imprese più instabili.
Con la nascita della grande imprese cambia l’organizzazione del lavoro e si hanno importanti conseguenze
sociali.
Al vertice, una classe di dirigenti di professione (manager) sostituiva il proprietario nella gestione
dell’impresa. Si può allora fare l’ipotesi che i due gruppi dei proprietari (gli azionisti) e dei dirigenti abbiano
interessi almeno in parte differenziati.
In particolare gli azionisti sono maggiormente interessati a massimizzare i profitti nel breve periodo, che
consentono più dividenti, mentre i dirigenti puntano piuttosto alla crescita
dell’organizzazione, che conferisce loro maggior prestigio e potere.
Fra le conseguenze sociali bisogna indicare la concentrazione di potere in alcuni gruppi che controllano, con
il possesso di azioni importanti, grandi industrie. Questi gruppi non solo sono in grado di condizionare con
le loro decisioni parti rilevanti dell’economia, ma hanno capacità di influenza politica, di orientamento
dell’opinione pubblica, di incidenza sull’evoluzione delle abitudini e delle condizioni di vita delle persone.
Dal punto di vista strettamente economico, la legislazione antitrust è orientata a limitare l’accesso di
concentrazione che sottrae le imprese al controllo della concorrenza. Ma il controllo del potere sociale
delle grandi concentrazioni industriali è un più complesso problema politico e culturale.

Mercato e gerarchia: l’impresa-rete


La grande impresa ha internazionalizzato attività che in precedenza erano svolte o che comunque
avrebbero potuto anche essere svolte da singole, più piccole imprese indipendenti. Per fare un es.:
un’impresa che produce automobili può avere un’unità che produce ingranaggi, oppure può comprare
ingranaggi da un’impresa che li produce. In questo secondo caso i rapporti fra le due imprese sono
compravendite basate su accordi (dette anche transazioni) di mercato.
Importante, allora, la questione delle dimensioni di impresa nelle economie contemporanee. Mercato e
organizzazione (ma spesso si usa il termine «gerarchia») possono essere pensate come alternative
che dipendono dai costi di transizione (Williamson 1986). Le dimensioni di un’impresa dipendono da
numerose variabili, tra cui la scelta dell’impresa di: rivolgersi al mercato per «comprare» alcuni beni o parti
del processo produttivo (alternativa di mercato); realizzarli da sé (alternativa gerarchica).
La scelta dipende dai costi di transizione e varia nel tempo e nello spazio.
Lo schema dell’alternativa mercato-gerarchia si presta anche a essere pensato come un continuum.
In altre parole, possiamo individuare delle condizioni che spingono a soluzioni intermedie, a forme di
coordinamento fra le imprese che non sono propriamente di mercato, ma neppure direttamente
organizzative (si parla infatti in questi casi di quasi-mercato o di quasi-organizzazione).
Si tratta di uno sviluppo importante dello schema, perché apre all’analisi dei sistemi di impresa.
Forme tipiche che può assumere l’organizzazione di un sistema di imprese indipendenti sono i consorzi (per
la vendita o l’acquisto), i contratti di lunga durata, i contratti con clausole particolari che prevedono,
ad esempio, variazioni dei prezzi ai quali un’impresa compra da un’altra se il costo del lavoro al suo interno
aumenterà o se muteranno altre condizioni:
• Le joint-venture, contratti con cui le imprese diverse decidono di collaborare alla realizzazione di un
prodotto o di un’opera, coordinando le loro capacità e dividendo per quote investimenti e profitti.
• Il franchising, contratti con i quali un’impresa concede a una catena di altre, a un prezzo in parte
proporzionale alle vendite, di rivendere un suo prodotto sotto il suo controllo, utilizzando un
marchio comune e garantendo l’assistenza tecnica.
Dal secondo dopoguerra la grande impresa a produzione di massa entra in crisi e compaiono: impresa-rete,
è una grande impresa che coordina una rete di imprese minori, collegate da rapporti di quasi-mercato o
quasi-organizzazione e che sfrutta le nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Più precisamente, si devono
considerare gli effetti dell’applicazione della microelettronica ai processi produttivi della telematica nel
controllo dei sistemi di imprese (Antonelli 1988).

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Laspecializzazione flessibile, indica il tipo e i modi di produzione meno standardizzata che
consentono alle imprese di adattarsi e di rispondere alle diverse domande di mercati diversificati e
instabili.
E’ in questo quadro che si comprende la persistenza e il successo, oggi più che ieri, delle piccole imprese,
che rispondono all’esigenza di una produzione meno standardizzata, specializzandosi, le piccole
imprese conquistano nicchie di mercato che sono, talvolta, molto sicure:
• parliamo di imprese con piccole serie di produzione in settori come l’abbigliamento,
• la pelletteria,
• i mobili,
• l’arredamento.
Secondo il modello del dualismo produttivo, i settori e le fasce di produzione esposte all’incertezza sono
lasciati o decentrati dalla grande impresa a piccole imprese più instabili; ma più in generale, un’impresa
maggiore può decentrare stabilmente lavorazioni semplici che possono essere realizzate a costi più bassi
in imprese piccole dove il sindacato non è presente.
Il successo delle piccole aziende si spiega anche a fronte di due fenomeni sempre più diffusi, di cui sono
responsabili le grandi imprese:
• decentramento produttivi, un’impresa decentra stabilmente lavorazioni, che vengono realizzate a
costi più bassi in imprese piccole;
• decentramento di specialità, un’impresa decentra a subfornitori specializzati lavorazioni o
componenti di un processo più complesso, per le quali non ha interesse ad attrezzarsi.

Distretto industriale
Gli economisti hanno usato il concetto distretto industriale, introdotto da Alfred Marshall nell’Ottocento,
per indicare e studiare queste forme territoriali di divisione del lavoro fra piccole imprese con produzioni
di piccola serie, il cui spazio è aumentato. (Becattini 1979).
Quindi, il distretto industriale è un sistema di piccole imprese, localizzate vicine le une alle altre, che si
specializzano nella produzione di determinati beni/prodotti.
Lo sviluppo dei distretti industriali ha avuto luogo soprattutto nelle zone che presentavano una serie di
risorse culturali, sociali, economiche, che le metteva in condizioni di sfruttare le nuove possibilità
della specializzazione flessibile.

I distretti industriali di piccole imprese non sono una novità, né in Italia, né in altri paesi. Piuttosto, sono
un’originaria possibilità di organizzazione sociale dell’industria che è stata, per così dire, bloccata
dall’avvento dell’industrializzazione di massa, e che ora ha ripreso fiato, al cambiare di certe circostanze
(Sabel e Zeitlin 1982). Si tratta però anche di economie in movimento, che per tenere il passo devono
continuamente modernizzate i loro impianti e migliorare la loro gamma di prodotti. In tutte le tipiche
regioni italiane di piccole imprese c’è stato il passaggio:

• dalla crescita estensiva che deriva cioè da un crescente impiego di nuova manodopera,
relativamente poco pagata, con scarse attrezzature tecnologiche;
• alla crescita intensiva con investimenti tecnologici che aumentano la produttività del lavoro e con
paghe mediamente più elevate.
Gli imprenditori devono fare i conti con alcuni problemi: la tecnologia usata è più complessa e si impara
meno per imitazione del vicino; sono necessari maggiori capitali per gli investimenti; bisogna sempre più
essere in grado di interagire velocemente con imprese e su mercati sparsi in tutto il mondo.
Alcuni distretti sono entrati in crisi, ma i molti che resistono bene, anche in tempi difficili dell’economia,
mostrano che continua a essere possibile il flessibile gioco di squadra fra imprese a livello locale anche se,
più di prima, si richiede un’azione concordata fra attori pubblici e privati, per favorire in modo diffuso
attrezzature e beni di cui le imprese hanno bisogno e che non si trovano più semplicemente nella cultura
tradizionale condivisa.
Da questo punto di vista, lo sviluppo dei distretti è possibile se continua a essere un’impresa collettiva, ma
questa sarà sempre più costruita consapevolmente: i distretti non crescono come funghi, sono

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sempre meno autosufficienti, sempre più hanno bisogno di stabile reti esterne per l’accesso a risorse di
conoscenza, commerciali, finanziarie. Fra le maggiori tendenze di evoluzione si riscontrano il fatto che
i distretti sono diventati importanti generatori di medie imprese, o che la produzione di alcuni distretti
viene decentrata all’estero, ad es., in paesi dell’Europa orientale dove il costo del lavoro è inferiore, e
questo vale in particolare per settori o lavorazioni ad alta intensità di lavoro.
D’altro canto, si osserva un’evoluzione più generale, verso la formazione di sistemi locali di produzione a
diversa dimensione e composizione economica, nella produzione e nei servizi, con lo sviluppo di
più differenziati clusters (grappoli) locali di attività, più aperti all’esterno, ma al tempo stesso con
convenienze che derivano dalla vicinanza degli operatori. In un certo senso i distretti hanno fatto scuola.

Finanza e produzione: la finanziarizzazione dell’economia


Attività finanziaria è la raccolta di capitali per investimenti in imprese o per il fabbisogno dello stato o delle
famiglie.
Un’impresa costituita come società per azioni dispone innanzitutto dei capitali investiti dai suoi azionisti.
Questi possono essere grandi azionisti, anche membri di famiglie di capitalisti proprietari, magari da
più generazioni (si parla di capitalismo familiare).
Le azioni di una società possono però essere anche molto disperse fra piccoli azionisti. Non è necessario
possedere più della metà delle azioni per controllare una società: proprio perché esistono azioni diffuse fra
molti piccoli azionisti che non partecipano alle assemblee, basta in genere una quota anche molto
inferiore.

Public company è una società con proprietà delle azioni molto diffusa i cui dirigenti hanno un peso sulle
scelte di gestione. Le azioni, una volta emesse, possono essere comprate e vendute: la borsa è il mercato
dove questo avviene.
Inoltre, la borsa funziona anche come termometro dello stato di salute delle imprese e, di riflesso,
dell’economia nel suo insieme.
I piccoli risparmiatori possono rivolgersi, per comprare azioni, a enti di intermediazione finanziaria, come
i fondi comuni di investimento. Questi raccolgono i risparmi di una grande massa di risparmiatori
e diversificano l’investimento (e dunque anche il rischio) in azioni e obbligazioni di imprese diverse, che
gestiscono per conto dei clienti, rispondendo alle loro esigenze di ragionevole sicurezza e remunerazione. I
fondi comuni sono chiamati investimenti istituzionali, fra cui vi sono anche le banche, le società di
assicurazione o i fondi pensione (che gestiscono rilevanti capitali accantonati).

L’intreccio tra finanza e produzione


Le banche sono imprese commerciali che raccoglie e impresta denaro. Per loro necessità finanziarie, le
imprese possono ricorrervi per prestiti a breve o a medio e lungo termine.
La legislazione sui rapporti fra banche e imprese è diversa nei vari paesi, e in parte diverse sono i tipi di
banche e le pratiche dei finanziamenti.
Un tipo di banca sono le merchant bank o banche d’affari, istituti che si incaricano di collocare azioni e altri
titoli di un’impresa; Inoltre, esse possono anche direttamente prestare denaro a lungo termine, e
acquistare quote del capitale sociale di imprese diverse. I maggiori soggetti imprenditoriali che
interagiscono negli strati alti della finanza sono grandi imprese conglomerate e holdings.
Le conglomerate sono grandi imprese che controllano un gruppo di altre imprese in settori diversi
attraverso partecipazioni azionarie.
Una holding è una società finanziaria senza funzioni produttive dirette che controlla un insieme di altre
imprese.
Le imprese controllate possono produrre cose simili, o avere produzioni fra loro collegate per tecnologia o
per la possibilità di essere vendute insieme, o altro.
Possono però anche essere molto diverse fra loro, alcune di produzione, altre di servizio: una holding che
controlla una società produttrice di auto può così controllare anche grandi magazzini, un giornale, una
banca o una società di assicurazioni.
Spesso si costituiscono delle catene di imprese, ognuna delle quali possiede il controllo di un’altra.

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Il Gruppo è il termine più generico per indicare un insieme di imprese sottoposto al controllo diretto o
indiretto di uno stesso vertice, per mezzo di catene di partecipazioni.
I rapporti finanziari fra le imprese sono dunque un fatto cruciale per comprendere l’economia e bisogna
anche rilevare una conseguenza importante dei fenomeni di gruppo: l’azione imprenditoriale finisce infatti
in questi casi per collocarsi su un crinale; da un lato l’imprenditore può cedere o acquistare altre imprese
allo scopo di rafforzare le funzioni produttive proprie del gruppo; dall’altro può sviluppare strategie
essenzialmente finanziarie, comprando e vendendo aziende per giochi speculativi sul loro valore.

La finanziarizzazione dell’economia
Consiste nella crescita di peso delle attività finanziarie sia all’interno dell’impresa sia nell’economia nel suo
insieme. E’ andata di pari passo con i processi di globalizzazione e deregolazione, favorita anche dalle nuove
tecnologie.
Generare rendite finanziarie può diventare un’attività molto più remunerativa che non produrre valore
aggiunto, vale a dire aumentare il valore di beni e servizi offerti sul mercato con i processi di
produzione nell’impresa (Gallino 2005).
Per innovare e sperimentare nuove opportunità di produzione le imprese devono attuare investimenti
ingenti, con rese differite nel tempo:
c’è dunque bisogno di finanziamenti a lungo termine, di capitale «paziente» che tradizionalmente, in
particolare nelle economie europee, si constatava nei rapporti collaborativi tra banche e imprese.
Questi sistemi nazionali di rapporti fra economia e finanza hanno subito «l’intrusione dei mercati finanziari
e dei capitali concentrati sulla monetizzazione e su profitti a breve termine» (Ingham 2008).
Nel nuovo clima di deregolazione, i mercati finanziari sono cresciuti all’interno dei paesi, soprattutto negli
Stati Uniti e nel Regno Unito, con nuove attività delle banche, e i capitali hanno cominciato a viaggiare
nel mondo speculando, e introducendo così anche forti elementi di fragilità nel sistema.
Una significativa fonte di fragilità è stata l’espansione di prodotti finanziari speculativi, i cosiddetti derivati:
si tratta di contratti con i quali ci si impegna ad acquistare o vendere, a una scadenza e a un prezzo pattuito,
una merce (ad es., petrolio o caffè) o titoli finanziari (ad es., azioni o obbligazioni) il cui valore cambia al
variare del valore della merce o dei titoli finanziari cui si riferiscono (deriva da questo);

I futures, si distinguono dai contratti a termine perché possono essere subito trasferiti (anche più volte
nella stessa giornata), e si prestano dunque a giochi speculativi vertiginosi, puntando sulle evoluzioni
del prezzo sui mercati. E si tratta di giochi disinvolti , che non si curano delle conseguenze sull’economia
reale.

Dal capitalismo dei manager al capitalismo degli investitori


I manager che gestivano la produzione in epoca fordista assicuravano un tornaconto all’azionariato, ma si
sentivano impegnati a soddisfare esigenze più generali (fornire prodotti affidabili a prezzi
ragionevoli, promuovere l’innovazione, assicurare condizioni di lavoro decenti).
Nel capitalismo finanziario, diversi tipi di azionisti e investitori, che comprendono banche, banche d’affari,
ingenti fondi di pensione, fondi di investimento, società di assicurazione, puntano all’aumento del valore
delle azioni, in veloci giochi finanziari che inseguono il massimo di rendita nel breve periodo.
Quindi, la crescita di funzioni finanziarie all’interno delle grandi imprese e delle attività finanziarie nel
sistema economico è stata letta come il passaggio da un capitalismo dei manager a un capitalismo
degli investitori.

Da questi orientamenti, produzione e ricerca per lo sviluppo sono penalizzati, mentre si diffondono
strategie di crescita dell’impresa tramite rapide sequenze di acquisizioni e fusioni, l’uso di risorse per
acquisire azioni proprie, produzione di servizi finanziari.

Nell’organizzazione aumentano dunque il potere e le remunerazioni dei manager del settore finanziario,
premiati dai proprietari se sostengono la redditività sul breve periodo, mentre i manager di produzione, le
ragioni e gli interessi di cui sono portatori, indietreggiano; ma insieme indietreggiano e subiscono

107
condizioni peggiori i dipendenti e gli operai in particolare, e all’esterno tutti coloro che direttamente
o indirettamente vedono interessi o valori sacrificati.
Per valutare l’aggressività della finanza speculativa bisogna ancora ricordare che questa è arrivata a
speculare sul debito pubblico di stati nazionali, fra i quali il nostro, fortemente indebitato, che deve
ricorrere a periodici prestiti sempre più onerosi per mantenere il suo equilibrio
finanziario; l’espressione debito sovrano è usata appunto per indicare il debito accumulato, per questo
scopo, da uno stato nel tempio, ricorrendo ai mercati finanziari.
Uno stato, soggetto alla speculazione orientata dalle agenzie di rating, rischia il fallimento finanziario
(default), ovvero l’impossibilità di onorare il debito e, di conseguenza, di trovare sostegno sui mercati
finanziari.
Inoltre, le conseguenze sociali toccano con evidenza l’aumento della disuguaglianza sociale, la crescita della
volatilità dell’occupazione, la perdita di capacità progettuale delle organizzazioni produttive.

Stati nazionali e organismi internazionali hanno cominciato a reagire, per stabilire controlli più severi e
nuove regole; prima timide, ma già interessanti proposte sono, ad es., l’idea di tassare le
transazioni finanziarie per scoraggiare le continue transazioni speculative (la Tobin-tax, proposta già molti
anni fa dall’economista James Tobin); o separare nettamente le funzioni del normale credito bancario
orientato ai bisogni delle famiglie e delle imprese, rispetto alle operazioni sui mercati finanziari, lasciate alle
banche d’affari che si assumono tutta la responsabilità in caso di insuccesso per speculazioni disinvolte,
senza prevedere aiuti pubblici. Ma il cammino è lungo e in salita.

Ricerca, sviluppo e alta tecnologia


Ricerca scientifica di base e ricerca applicata alla produzione di beni o servizi ampliano con continuità le
conoscenze. Università, laboratori pubblici e privati, apposite divisioni delle grandi imprese dedicate
a Ricerca e Sviluppo (R&S, R&D in inglese) producono con continuità nuove conoscenze.
L’applicazione delle conoscenze alla produzione di nuova tecnologie è pervasiva. Alcuni settori sono però
considerati high-tech, cioè ad alta tecnologia avanzata:
Information and Communication Technologies (Ict) è usato per indicare lo sviluppo delle apparecchiature
informatiche (hardware) e di programmi di calcolo ed elaborazione di informazioni che queste consentono
(software), ma anche la televisione e i sistemi multimediali, la telefonia fissa e mobile, internet - la rete che
permette di collegarsi, con poca spesa, a uffici, istituzioni, aziende, amici in tutto il mondo, e così via.

Nuovi campi si aprono poi insieme alla ricerca scientifica e alle applicazioni economiche: senza i nuovi
potenti strumenti di calcolo, ad es., non si sarebbe ancora arrivati alla mappatura del genoma umano e alle
possibili applicazioni biotecnologiche che ne derivano a scopi terapeutici.
Per quanto nuove tecnologie si diffondono ampiamente in tutta l’economia, ci sono settori considerati
ad alta tecnologia (high-tech), perché qui, in proporzione, si investe molto di più sulla ricerca, utilizzata poi
nella produzione.
Non esiste un criterio unico per classificare i settori di alta tecnologia e per definire quali siano le alte
tecnologie che li contraddistinguono; possiamo comunque ricordare, fra le principali di una
classificazione stilata dalla U.S. National Science Foundation:
• Ict;
• tecnologie aeronautiche e aerospaziali;
• tecnologie mediche e biotecnologie;
• nuovi materiali e nuove fonti di energia;
• tecnologie ambientali e dell’agricoltura.

Conseguenze sociali del progresso tecnologico


Nei settori ad alta tecnologia in crescita e in buona salute, ma più in generale nel sistema produttivo,
i lavoratori della conoscenza, che operano su processi immateriali, costituiscono ormai un insieme molto
numeroso (Butera 2008).

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Tuttavia, non solo constatiamo che le diverse economie nazionali riescono ad accedere diversamente alle
possibilità di innovazione, tecnologica o di altro genere, ma anche solo considerando i paesi avanzati, gli
assetti generali dell’economia in epoca di de-regolazione delineano un quadro per molti aspetti negativo.
Il progresso tecnologico tende a generare disuguaglianza strutturata, separando lavori ad alta e bassa
produttività. E’ una costante di fondo, delicata da gestire nella regolazione complessiva con politiche contro
la disuguaglianza, e che richiede azioni di redistribuzione.

Inoltre, la finanziarizzazione dell’economia ha fatto il resto peggiorando le cose, aumentando l’instabilità ed


entrando in conflitto con la produzione e le sue esigenze.
Ciò ha significato anche, sul piano sociologico, uno spostamento di potere da manager a proprietari di vario
genere, da manager finanziari a manager di altri comparti nelle aziende; le dislocazioni di interessi e le
pratiche di comportamento relative hanno aumentato ulteriormente la disuguaglianza dei redditi, la
volatilità dell’economia, le condizioni di lavoro precarie.
Il regolamento di conti tra finanza e produzione è ancora aperto, in attesa di nuove regole, che solo in
parte sono cominciate a comparire.
Dagli esiti di questo conflitto dipenderanno molte conseguenze sociali,e in caso di un riequilibrio a favore
della produzione, certamente una minore volatilità di sistema, e dunque una minore precarietà delle
imprese e dei lavoratori.

Il consumo di massa
John K. Galbraith afferma che le grandi imprese riescono a controllare i loro mercati e a indurre il
comportamento di consumo. Egli distingue due sequenze:
1) che il flusso di istruzioni su cosa e quanto produrre non va in genere dal consumatore al mercato al
produttore che chiama sequenza ritenuta,
2) ma dal produttore al mercato al consumatore che chiama sequenza aggiornata.
Le grandi imprese riescono a controllare i loro mercati e a indurre il comportamento di consumo
(Galbraith 1967).
Quando con la produzione di massa, sostenuta dalla pubblicità, si amplia l’offerta di beni di consumo
durevole, nasce il termine consumismo, per indicare «la ricerca di felicità attraverso l’accumulazione di beni
di consumo» (Hirschman 1982).
Il tenore di vita di strati sempre più larghi di popolazione aumenta, con l’incremento generalizzato della
capacità di spesa, ma questa stessa crescita desta anche reazioni di delusione o di critica.
I crescenti consumi corrispondono davvero a bisogni «reali»?
Mentre si espandono consumi «inutili», non vengono sacrificate necessità elementari?
La rincorsa a consumi sempre più diversificati non significa anche crescita di consumi «non necessari»?
Su questi interrogativi si sviluppa lo studio del consumo di massa e la critica al consumismo.
Ed allora, nella società contemporanea, sotto la spinta dei potenti mezzi pubblicitari, il soggetto è sempre
più determinato verso «consumi inutili» e «non necessari».
Il consumismo, la ricerca di felicità attraverso l’accumulazione di beni di consumo, spinge il soggetto a:
rinchiudersi nella sfera privata; allontanarsi dall’impegno pubblico;essere culturalmente e politicamente
passivo (Hirschman 1982).
Nella letteratura, si trovano due ipotesi rispetto all’evoluzione dei consumi:
1) chi pensa a un futuro mondo alla McDonald’s, vale a dire di consumatori standardizzati (Ritzer 1996);
2) e chi all’opposto vede emergere nuovi consumatori, capaci di reagire selezionando con intelligenza le
loro scelte, e di inventare forme di consumo alternative: consumatori imprenditori (Rochefort).

Il consumo come comportamento collettivo


Il consumo come comportamento collettivo è un fenomeno sociologicamente assai interessante.
Un tema classico al riguardo sono i meccanismi della moda. Un certo modo di vestirsi o frequentare un
certo locale diventa moda se si diffonde fra un numero crescente di persone.
Ma una moda è anche passeggera e destinata in un tempo rapido a essere sostituita da un’altra.

109
Gli stimoli al comportamento di moda rapido ci vengono dall’osservare gli altri, dalle vetrine dei negozi,
dalle riviste illustrate.
Quali sono però i meccanismi sociali che spingono a uniformarsi a una tendenza, per poi poco tempo dopo
abbandonarla? Ovvero: quali sono i meccanismi che fanno apparire questo tipico comportamento
collettivo?
Per Georg Simmel con un saggio intitolato La moda (1985), ha evidenziato che nella sua essenza, la moda è
una delle forme in cui si esprimono due esigenze contrastanti e compresenti del vivere dell’uomo in
società: la prima si esprime psicologicamente con l’imitazione, la tendenza alla «fusione con il nostro
gruppo», che dà sicurezza e solleva da responsabilità di scelta personale; come tale è elemento di
continuità e stabilità e appaga il bisogno di appoggio sociale; contro la stabilità, gioca invece
la differenziazione individuale, il distinguersi rispetto agli altri, marcare la nostra individualità, appaga il
bisogno di diversità elemento di cambiamento e differenziazione.

Consumo e stili di vita


Il consumo è una sorte di linguaggio con il quale continuamente si comunica con gli altri, per definire
appartenenza di gruppo e distinguere un gruppo da un altro attraverso la distribuzione del prestigio.
Il consumo è parte di un più generale stile di vita.
Con questa espressione si intende un insieme coerente e distinto di scelte di consumo, ma anche delle
modalità di consumo: fanno parte di uno stile di vita anche le regole da seguire a tavola o i modi di dividere
il proprio tempo in attività di tipo diverso.
Fra gli studiosi che hanno influenzato la sociologia del consumo come componente di stili di vita, bisogna
ricordare Thorstein Veblen. Il suo modello del consumo vistoso, come componente essenziale dello stile di
vita di quella che chiama la classe agiata, è ricco di intuizioni vivaci (1899).
Lo studio di Veblen sulla funzione latente del consumo vistoso è quello di accrescere il proprio status agli
occhi del mondo.
Inoltre, come Marx, Veblen crede che la società moderna sia caratterizzata dal conflitto tra opposti gruppi
economici: la classe industriale, che produce le merci, e la classe agiata, che gestisce la finanza e il
commercio e, agli occhi di Veblen, ha carattere parassitario, in quanto vive sull’innovazione e la
produttività del resto della popolazione.
Veblen si è interessato anche alle costanti della natura umana che stanno alla base dei comportamenti
sociali.
Egli sostiene che gli individui desiderano intensamente la considerazione altrui, oggetto di costante
competizione. Secondo Veblen i comportamenti degli individui, in particolare gli stili di consumo e di uso
del tempo libero, possono essere spiegati in larga misura come lotta per acquisire prestigio agli occhi degli
altri. Su consumi e stili di vita come distinzione sociale è stata svolta in anni più recenti in Francia un’ampia
ricerca da Pierre Bourdieu (1979).
Questa mette in relazione le condizioni di vita definite dalla classe sociale e specifici stili di vita e di
consumo che, sulla base di rilevazioni empiriche, possono essere appunto considerati
tendenzialmente tipici di determinate classi.
Esistono più classi o frazioni di classe che devono essere considerate, fondate sulla disponibilità di mezzi di
produzione oppure di capacità culturale, espressione con cui l’autore intende le risorse culturali in genere
formate con gli studi.
Gli stili di vita sono differenziati e resi operanti da criteri di gusto: il sapido e l’insipido, il bello e il brutto, il
distinto e il volgare.
Gli stili di vita non sono il semplice riflesso della posizione di classe, ma conseguenza di un gioco di
classificazioni culturali operate e subite dai diversi gruppi. I criteri sono impliciti nelle scelte e nei
comportamenti quotidiani delle persone, e non hanno bisogno di essere riconosciuti o ostentati per essere
attivi.
Con questa rete concettuale sono stati organizzati dati statistici nazionali sui consumi e altri raccolti con
questionari, che naturalmente riguardano il caso francese.
In fatto di musica: il loro gusto sta tra quello più esigente dei professori e quello più facile degli
imprenditori: gli imprenditori citano e amano Il bel Danubio blu di Strauss, i professori prediligono Il

110
clavicembalo ben temperato di Bach. Il gioco della distinzione e le coerenze dei sistemi di gusto si
rivelano dunque anche in particolari come questi.
Non per niente a volta basta un dettaglio per distinguere subito un nuovo ricco in un salotto altoborghese:
come amava ripetere Walter Benjamin «il buon Dio si manifesta nel dettaglio».
Dall’insieme risulta che gusti nell’alimentazione, nel modo di vestirsi, nell’arredamento e nell’uso della
casa, nei consumi culturali, nelle attività sportive e così via individuano stili di vita propri dell’alta borghesia,
dei professori universitari, dei funzionari pubblici, dei dirigenti del settore privato, della piccola borghesia,
del commercio, o degli operai.
Ad es., ai livelli alti della stratificazione, imprenditori del commercio o dell’industria hanno consumi e stili di
vita che possono essere considerati opposti rispetto a quelli dei professori universitari e dei funzionari
pubblici, fra loro simili.

111
CAPITOLO 21 – LO STATO E L’INTERAZIONE

Nel linguaggio corrente il termine «politica» è usato anche in senso ampio, ad es, è politica l’azienda
che si espande sui mercati mondiali;è politica l’associazione che s’impegna con i migranti; noi stessi
facciamo politica.
In tutti questi casi, il termine si riferisce a fini, obiettivi, scelte.
In un senso più ristretto, quando si parla di «politica», ci si riferisce però a una sfera particolare della
società,o nel linguaggio sociologico, a un ambito istituzionale distinto, dove troviamo lo stato e la sua
organizzazione, i partiti e la competizione elettorale, i movimenti sociali e i gruppi di interesse.
Fini e obiettivi ritornano però con l’idea che la politica abbia a che fare con il governo, l’organizzazione
e la regolazione della società nel suo insieme. In altre parole, l’azione politica in senso stretto tende a
governare e regolare non una singola associazione o organizzazione, ma la vita in società
(Lagroye 1993).
In questo senso la politica appare svolgere per l’organizzazione sociale funzioni particolarmente
delicate e importanti.
Per arrivare a una definizione corretta della politica occorre partire dal concetto di potere politico
Distinguiamo tre tipi di potere in riferimento ai mezzi, ovvero alle risorse di cui un’organizzazione o un
attore può disporre (Bobbio 1983):
• potere economico, chi possiede certi beni materiali o risorse finanziare può indurre chi non li
possiede ad accettare una determinata condotta, ad es., svolgere un certo lavoro;

• potere ideologico, la capacità di influenzare i comportamenti della gente con idee espresse da
persone alle quali è riconosciuta un’autorità al riguardo (un predicatore, un giornalista, un
intellettuale);
• potere politico che può utilizzare una risorsa soltanto sua: il controllo degli strumenti
attraverso i quali si esercita la forza fisica. Ponendosi proprio da questo punto di
vista, Weber diceva che lo stato - la principale istituzione politica, attorno alla quale ruota la
politica moderna - ha il monopolio dell’uso legittimo della forza (1922).
Questo non significa che la politica sia per sua natura violenza o sopruso; significa che chi cerca
e detiene il potere politico cerca di ottenere il controllo della forza, della quale allora potrà
disporre per scopi e con motivazioni diverse, anche eventualmente fino a essere violento
e tiranno. A questo riguardo, nella definizione di Weber tutto si gioca
sull’aggettivo legittima che accompagna la forza: un potere riconosciuto legittimo si trasforma
in autorità.
Il monopolio dell’uso legittimo della forza significa due cose:
- lo stato sottrae a qualsiasi altro gruppo l’uso della forza. Questo è il primo e fondamentale
modo in cui la politica regola la società;
- lo stato è in grado di utilizzare la forza per ottenere obbedienza.
Il modo tipico in cui il potere politico in definitiva si esplica consiste in comandi vincolanti,
direttamente o indirettamente, per tutti: leggi, decreti, disposizioni, provvedimenti, sentenze.
La minaccia dell’uso della forza è a garanzia che questi comandi siano obbediti.
Questo potere rende necessario che la stessa politica debba, con le sue leggi, fissare i propri
confini, al fine di non invadere gli spazi della società civile.

112
Con questa espressione, in generale, si intendono quelle relazioni, istituzioni, associazioni che
non sono politiche, ma culturali o economiche.
Naturalmente le diverse sfere istituzionali si condizionano a vicenda, e si può anche ad es.,
sostenere - come Marx - che le relazioni sociali nell’economia condizionano in modo decisivo
lo spazio della politica,o che invece sono i valori culturali a dare coerenza ultima alla società,
come sostiene Parsons.Ma il tema dei confini della politica sono importanti. Un nuovo aspetto
delicato e in certi casi pericoloso della politica consiste allora nella tendenza di questa a essere
invadente nei confronti della società civile.
Prendiamo due significativi es: economia e cultura.
Sappiamo che l’economia, come ambito istituzionale relativamente autonomo regolato dal
mercato, è nato di recente. Il confine fra politica ed economia resta fluttuante ovunque nelle
economie sviluppate, e la regolazione politica dell’economia, in certa misura presente
ovunque, è considerato un problema delicato; con riferimento alla cultura, quando ad es., i
partiti o quelli che restano, sono ancora forti e le associazioni culturali dipendono spesso
dal sostegno di uno di essi o di un determinato personaggio politico per ottenere finanziamenti
pubblici, finendo per esserne condizionate, mostriamo un esempio dell’invadenza della politica
nel terreno della cultura. Ma la pretesa politica di dettare regole per tutte le attività sociali
rilevanti può essere molto estesa, entrando perfino a fondo nella vita privata e nei modi della
vita quotidiana. La politica di totale controllo della produzione culturale e per molti
aspetti della vita privata da parte degli stati totalitari in questo secolo sono esempi limite della
possibile invadenza da parte della politica. Quindi, il problema principale sollevato spesso da
filosofi e teorici è quello dei limiti della politica e della disciplina dell’accesso al potere politico
e del suo uso. Impedire l’accumulazione nelle stesse mani di potere politico, economico e
culturale, e differenziare all’interno dello stato diversi poteri e funzioni, sono stati riconosciuti
nell’epoca moderna come criteri fondamentali del buon governo.
Alla visione un po’ cupa della politica come esercizio del potere di comando, si contrappone
l’idea solare della politica come esercizio della libertà. Sono stati i greci, nel mondo antico, a
sviluppare per primi questa idea.
Nella città-stato dell’antica Grecia - la polis, che dà il nome alla politica - la produzione
economica era organizzata su base familiare, con la partecipazione anche di schiavi. Questa
«sfera privata» delle relazioni familiari ed economiche cominciò a essere distinta dalla vita
pubblica, una sfera e un tipo di relazioni che andavano crescendo con caratteri opposti, e che
vennero chiamate «politiche».
Hannah Arendt (1958) ne ha ricostruito i caratteri, sottolineando tre punti:
1) Nella vita pubblica si decideva con la persuasione e la parola, non con la forza o la violenza.
Costringere e comandare erano per i greci metodi pre-politici di trattare con gli uomini.
Comandare ed eventualmente costringere apparteneva al mondo della famiglia, dove il
capofamiglia esercitava un potere assoluto, ed era anche degli imperi barbari dell’Asia, regimi
dispotici paragonati proprio all’organizzazione della famiglia.
2) La politica allora è la sfera nella quale si accede alla libertà, in due sensi:
a) perché non si è sottomessi;
b) perché se la famiglia e l’economia sono il regno della necessità, dove si svolgono le funzioni
necessarie al mantenersi in vita, in politica ci si può sentire se stessi, interagendo con gli altri
per azioni e imprese liberamente scelte.
3) Nella polis infine si è fra eguali, mentre i rapporti in famiglia e nell’economia sono
rigorosamente fra ineguali. La polis è invece composta di eguali, nel senso di uomini
egualmente non sottomessi ad altri uomini.
Ci sono due dimensioni della politica, che hanno radici nella polis greca e che consentono di
collocare istituzioni e interazioni politiche:
• dimensione verticale, relativa al potere e al controllo;
113
• dimensione orizzontale, relativa alle scelte liberamente prese discutendo e convincendo gli
altri (Sartori 1987).

Politica e stato
La politica moderna ruota intorno allo stato, ma questo non esaurisce la politica. Un partito, ad es.,
lotta per conquistare la maggioranza in parlamento e per influire così sulla formazione delle leggi, ma
non diciamo che «fa parte» dello stato. Lo stato è un’organizzazione, ma particolarmente importante,
perché è attraverso lo stato che nelle società moderne viene istituzionalizzato, vale a dire sottomesso
a regole e disciplinato, il potere politico. In questo senso è esso stesso un’istituzione.
Per Weber era un’ «impresa istituzionale»; nel suo linguaggio, questa espressione definisce in gruppo
che statuisce regole e riesce a imporle in determinati campi di azione.
Ciò che distingue lo stato dalle altre imprese istituzionali è il «monopolio della coercizione fisica
legittima». E’ questo che ne fa il fondamentale gruppo politico.
Sappiamo che Weber esitava a definire in positivo le funzioni della politica, con riferimento ai fini,
perché gli sembravano tutte imprecise.
In termini un po’ generici noi abbiamo però definito le funzioni politiche come organizzazione e
regolazione della società nel suo insieme.
Possiamo dunque, in conclusione, considerare lo stato come un’organizzazione politica
particolarmente complessa che governa, organizza e controlla nel suo insieme una società stabilita in
un certo territorio.
Gli stati sono molto diversi fra loro per dimensioni, modelli organizzativi, capacità di esercitare
effettivamente il monopolio della forza, e più o meno indipendenti nei fatti da altri stati.
Essi organizzano differenti società in spazi differenti.
Stato moderno, o anche correttamente «stato nazionale», che ha preso forma in Europa in un lungo
arco di tempo e si è poi diffuso altrove.
Se torniamo abbastanza indietro nel tempo, non solo non troviamo nel nostro continente uno stato
come quello al quale siamo abituati, ma ci imbattiamo in una sorprendente confusione e varietà di
forme di potere coattivo organizzato. Un elenco approssimativo di queste potrebbe comprendere:
imperi, città-stato, federazioni di città, gruppi di signori fondiari,chiese, ordini religiosi, leghe di pirati,
bande di guerrieri e molte altre, in concorrenza fra loro per stabilire il controllo su un territorio e
il predominio su altre organizzazioni (Tilly 1990).

Caratteri dello stato moderno


Lo stato è un’organizzazione politica particolarmente complessa, che governa, organizza e controlla nel
suo insieme una società stabilita in un certo territorio. I caratteri che sono andati affermandosi sono:
• differenziazione
• sovranità
• centralizzazione
• nazionalità e cittadinanza
• legittimazione democratica

Differenziazione
Lo stato non è la società, anche se a volte nell’uso corrente si trovano modi di esprimersi che
confondono le acque. L’uso della coppia concettuale «stato/società civile» serve appunto per stabilire
questa distinzione. D’altro canto è vero che lo stato organizza la società nel suo insieme: proprio
questo è il punto delicato, che rivela la natura potenzialmente invadente e «pericolosa» della politica.
Il carattere della sovranità attiene al fatto che lo stato non deriva da nessun altro ente o
organizzazione la facoltà di governare e controllare una società in un certo territorio, e che non
spartisce con nessun altro questa facoltà. Non possono esistere due stati sullo stesso territorio, e
la minaccia di limitare la sovranità di uno stato da parte di un altro conduce alla guerra. In linea di

114
principio, la contraddizione si risolve chiarendo che lo stato regola in generale e in astratto i
comportamenti dei cittadini, ma riconosce e tutela il loro diritto a perseguire fini privati e di interesse
generale, associandosi liberamente in ambiti e per attività intese come «non politiche».

Sovranità
Si tratta dell’uso legittimo della forza della quale lo stato acquisisce il monopolio in un territorio. Uno
stato che ha il controllo politico di una società, vale a dire la facoltà di governarla e organizzarla nel suo
insieme, con la risorsa in ultima istanza del monopolio della coercizione legittima, è uno stato sovrano.
Centralizzazione
Il consolidamento dello stato ha comportato ovunque una progressiva omogeneizzazione di regole e
una forte centralizzazione del potere politico: lo stato è diventato un’organizzazione unitaria, con un
governo «centrale» e organismi «periferici», sottraendo autonomia alle sue province.
Con riferimento alla centralizzazione, i giuristi distinguono dagli stati unitari gli stati federali. Gli stati
federali nascono da più stati che decidono di cedere la loro sovranità a un ordinamento superiore che
li comprende. Solitamente ciò comporta una ripartizione del potere legislativo fra stato centrale e stati
membri, a seconda delle materie, mentre si riservano allo stato centrale funzioni come la politica
estera e quella militare.
Un’inedita forma di coordinamento fra stati nazionali, che avvicina per passi progressivi i caratteri di
uno stato federale senza pienamente raggiungerli, è l’Unione Europea.
Si tratta di un grande esperimento storico, iniziato dopo la fine della seconda guerra mondiale, per
assicurare un futuro di pace e cooperazione.

Cittadinanza
E’ l’insieme di diritti e doveri che definiscono la condizione di appartenenze a uno stato. La
trasformazione dei sudditi in cittadini è un passo fondamentale verso lo stato moderno come stato di
diritto.
Marshall ha individuato tre fasi di sviluppo della cittadinanza:
1) prima si è affermata la cittadinanza civile, che riguarda i diritti necessari alla libertà
individuale: libertà personali, di parola, di pensiero, di fede, di possedere cose in proprietà e di
stipulare contratti validi, il diritto di ottenere giustizia.
Il grosso di questi diritti si afferma in Inghilterra nel XVIII secolo.
2) Nel secolo successivo prende forma la cittadinanza politica, che riguarda il diritto di eleggere
ed essere eletti, e dunque di partecipare all’esercizio del potere politico.
3) Infine, nel Novecento, compare la cittadinanza sociale, che stabilisce diritti ad accedere a
certi standard di consumi, salute, istruzione, in modo, come diceva Marshall, da «vivere la vita
di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società».

Nazionalità
La dimensione culturale di un popolo riguarda comuni radici storiche, religiose, di costumi, di lingua.
Con una sola parola queste radici sono definite «etniche».
Una nazione è allora una comunità di appartenenza alla quale si sente legato un popolo che ha comuni
radici etniche e che continua a costruire la sua storia come comunità politica che esercitano
liberamente i loro diritti e che si riconoscono doveri reciproci.
Lo stato moderno è dunque uno stato di cittadini che appartengono a una stessa nazione. In questo
senso è chiamato «stato nazionale».

Legittimazione democratica
Non esiste stato nazionale moderno che non affermi solennemente di essere democratico. Come
recita la nostra Costituzione, «la sovranità appartiene al popolo», che la esercita sulla base dei diritti
politici riconosciuti a ogni cittadino e nelle forme previste dalla Costituzione stessa.
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Democrazia, in sostanza, è un regime politico basato sul consenso popolare e sul controllo dei
governanti da parte dei governati.
Consenso e controllo possono essere assicurati in modi diversi, e la democrazia è un risultato più o
meno raggiunto dagli stati che si dichiarano tali.
Il punto importante è tuttavia che oggi tutti gli stati sentono il bisogno di dichiararsi democratici e di
costruire istituzioni che consentano partecipazione e controllo politico dei governati. Questo carattere
può essere definito «legittimazione democratica»
Resta da stabilire quali siano i caratteri che, al di là delle affermazioni di principio, distinguono uno
stato come realmente democratico. Secondo la formulazione del politologo
americano Robert Dahl (1971), si può parlare di «democrazia» se le istituzioni politiche sono
congegnate in modo da garantire:
• libertà di associazione;
• libertà di espressione;
• diritto di voto;
• eleggibilità alle cariche pubbliche;
• diritto di competere per il sostegno elettorale;
• fonti alternative di informazione;
• elezioni libere e corrette;
• esistenza di istituzioni che rendono le scelte del governo dipendenti dal voto e da altre
espressioni di preferenza.
L’opposto della democrazia è l’autocrazia, un regime in cui un dittatore o un gruppo ristretto
detengono il potere assoluto, e governano con pugno di ferro controllando o sopprimendo la
formazione e l’espressione del dissenso.
La forma più tipica di autocrazia in epoca contemporanea è il totalitarismo.
I regimi totalitari, anche quando sembrano introdurre elementi tipici della democrazia, lo fanno in
forme che ne negano la sostanza: è ammesso un unico partito, che inquadra e organizza la società
seconde direttive dall’alto, le assemblee sono nominate o elette senza reali garanzie di
libera espressione, un uso ampio e monopolistico dei mezzi di comunicazione assicura indottrinamento
più che informazione, e così via.Oltre alla negazione dei diritti politici, nei regimi totalitari si verifica
quella generale invadenza della politica nella società civile e nella sfera personale.

Il problema della legittimazione


Il potere deve essere legittimato. In quanto legittimato, il potere si trasforma in autorità: la
legittimazione riguarda quell’intimo convincimento dei governati che ci comanda ha il diritto di farlo e
che è giusto obbedire
In termini astratti, si possono distinguere tre tipi di potere legittimo - o autorità - a seconda della tipica
«pretesa di legittimità» (Weber 1922):
• potere tradizionale;
• potere carismatico;
• potere razionale.

Il potere tradizionale, si basa sulla credenza del carattere sacro delle tradizioni che valgono da tempo
immemorabile e che sanciscono anche il diritto a esercitare il potere da parte di un signore, egli pure
designato in base alla tradizione.

Il potere carismatico, si basa sulla credenza del carattere straordinario di un capo, considerato un eroe
o comunque dotato di virtù o capacità esemplari; carisma significava in origine «dono della grazia», e
chi ha «carisma» ottiene disponibilità a obbedire sulla base della fiducia che ispira come persone.

116
Il potere razionale, infine, si basa sulla credenza che un certo sistema di norme statuite (ad es., le leggi
che si rifanno alla Costituzione) è valido. Chi occupa il potere ne ha il diritto, perché correttamente
nominato o eletto secondo criteri previsti dalle norme.
La tipologia di Weber individua dei tipi puri di potere legittimo. Nella realtà bisogna immaginare delle
combinazioni.
Ad es., Weber pensava che le moderne democrazie - e tipicamente quella americana e inglese -
fossero basate su forme razionali di potere, ma che insieme - con meccanismi come l’elezione diretta
del presidente - lasciassero uno spazio importante all’emergere di figure carismatiche, capaci di
suscitare fiducia e adesione emotiva.

Questo garantiva governi stabili e capaci di sostenere un loro progetto innovativo, essendo basati, per
così dire, su un’ampia apertura di credito personale a un leader.
Weber parlava in questi casi di «democrazia plebiscitaria», anche se forse sarebbe meglio dire
«democrazia con un leader» (Cavalli 1992); ciò per poter riconoscere anche nelle democrazie il
significato del carisma politico (la capacità di convincere e di suscitare emozione e fiducia per
dote personale): il termine «plebiscitario» richiama infatti nell’uso corrente un tipo di adesione
massiccia, spesso anche senza garanzie democratiche nelle procedure elettorali e nella formazione
dell’opinione pubblica.
La questione che spesso è stata sollevata riguarda la possibilità di distinguere il potere carismatico
all’interno di istituzioni democratiche dal potere carismatico totalitario; la possibilità, ad es., di
valutare diversamente figure come De Gaulle o Kennedy, da un lato, e Hitler , Mussolini, Stalin,
dall’altro.
Per la Germania del suo tempo, Weber pensava che solo una una democrazia plebiscitaria avrebbe
potuto lasciare spazio all’innovazione, alla proposta di nuovi valori e mete collettive, contro la forza
bloccante e spersonalizzante degli apparati di partito e della burocrazia.
E pensava, per la Germania, a un tipo molto radicale: dopo aver nominato in modo plebiscitario il
leader, i suoi seguaci avrebbero dovuto «rinunciare alla propria anima», vale a dire sostenerlo per
senso di dovere, lasciando a lui la piena responsabilità delle sue scelte e solo alla fine del
mandato valutare il suo operato e riconoscere se ancora meritasse fiducia.
Non è difficile osservare che si tratta di un’architettura istituzionale che lascia non ben difeso il confine
tra democrazia e regimi non democratici (Mommsen 1974).
La tipologia di Weber insomma è un utile strumento per l’analisi, che però va utilizzato con attenzione
e ricorrendo anche ad altri strumenti.
In particolare, possiamo notare che i concetti di Weber sono molto spostati verso l’asse verticale del
campo della politica.
Poco spazio è lasciato all’idea di «politica» come libera autodeterminazione da parte del popolo
sovrano. Pertanto, bisogna spostare l’attenzione anche sulla questione degli spazi della partecipazione
politica.

Perché si prende parte a un’azione collettiva?


Consideriamo una persona inserita in una relazione. Se per qualche motivo questa avverte una
difficoltà nella sua condizione, ha sostanzialmente due possibilità di reazione attiva: interrompere
la relazione oppure farsi sentire, far valere il suo punto di vista.
Albert O. Hirschman (1970) chiama queste due possibili opzioni exit e voice ( in italiano «uscita» e
«protesta»).
A seconda delle circostanze non entrambe le opzioni sono possibili o ugualmente facili.
Ad es., non si esce senza traumi da una famiglia. D’altro canto, la voice può essere un’opzione difficile:
ci si può ad es., inimicare un superiore criticando il suo operato.
A volte sia exit sia voice sono escluse: è il caso di un regime politico totalitario, dove non si può far
sentire la propria voce e dal quale non si può fuggire.
117
In quanto opzioni di azione e meccanismi regolatori, exit e voice sono «due ingredienti fondamentali e
complementari delle libertà democratiche» (Hirschman 1986).
L’ Exit è un meccanismo più tipico dell’economia: il modello puro del mercato di libera concorrenza
mostra la tendenza all’equilibrio come effetto del comportamento di attori pronti ad adottare questa
opzione;un compratore infatti si sposta immediatamente da un venditore a un altro a seconda del
prezzo richiesto. Questo comportamento risente spesso del fatto che si tratta di decisioni che le
singole persone prendono separatamente le une dalle altre, sulla base di un calcolo di interesse a
breve termine.
La Voice esprime in una relazione un punto di vista politico che consiste nel discutere e convincere il
proprio interlocutore, piuttosto che costringere mettendo gli altri davanti a fatti compiuti.
Il modello di democrazia plebiscitaria che Weber immaginava per la Germania del suo tempo era
regolato da un meccanismo di exit (nomina del leader - dover di obbedienza - verifica finale).
I modelli democratici adottano in genere forme più continuative di partecipazione, vale a dire di
organizzazione e istituzionalizzazione della voice.
Rispetto all’exit, la voice ha almeno tre caratteristiche importanti:
• In primo luogo trasmette un maggiore contenuto di informazioni su che cosa va o non va della
relazione.
• In secondo luogo, l’effetto aggregato di un insieme di decisioni di exit risente spesso del fatto
che si tratta di decisioni che le singole persone prendono separatamente, sulla base di un
calcolo di interesse a breve termine.
Nessuna di loro tiene conto di un eventuale «male pubblico» che può derivarne: temendo la crisi di
insolvibilità di una banca, ognuno pensa a sé e ritira i suoi soldi, con un effetto complessivo disastroso
che avrebbe magari potuto essere evitato da un’azione concordata dai creditori. La voice invece mira a
vantaggi che si possono ottenere senza traumi, correggendo la situazione e investendo di più su un
lungo periodo.

• Infine,la terza caratteristica è in parte collegata alla seconda. In genere, perché la voice sia
efficace deve essere espressa da un certo numero di persone che si uniscono, concordando i
loro comportamenti; l’efficacia dipende, in altre parole, dalla possibilità di azione collettiva.
L’identità collettiva produce programmi, idee che definiscono e giustificano fini e interessi
collettivi di lungo periodo, fornisce simboli che servono per riconoscersi come membri di una
certa collettività, e linguaggi per comunicare e concordare l’azione collettiva.
In questa prospettiva si capisce anche che partecipare non è semplicemente un costo da
pagare per l’azione collettiva;
piuttosto è un valore in sé, perché sancisce l’appartenenza a un gruppo, a un movimento, a
un’associazione, allo stato;
sancisce cioè l’identificazione di una persona, in quanto questa viene riconosciuta dagli altri
come membro di quel gruppo.
Senza una qualche forma di partecipazione non può esservi identificazione.
Un’identità politica ha anche l’effetto di produrre lealtà nei confronti della linea scelta per
l’azione collettiva, e più in generale lealtà al gruppo.
La lealtà normalmente contrasta l’exit e favorisce la pratica della voice.
L’identità collettiva spiega perché molti individui partecipano all’azione collettiva, pur se sarebbe più
utile un comportamento da free rider, ovvero del «libero battitore» (Olson 1965), cioè il
comportamento opportunistico di chi defeziona e non partecipa all’azione collettiva, ma ne gode dei
vantaggi ottenuti da quell’azione di voice.

La partecipazione politica
Nei sistemi democratici la partecipazione politica è il «coinvolgimento dell’individuo nel sistema
politico a vari livelli di attività, dal disinteresse totale alla titolarità di una carica politica» (Rush 1992).
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La partecipazione politica può essere rappresentata da una scala piramidale: per ognuno dei gradini,
una normale analisi sociologica si chiede non solo quanti partecipano in una data popolazione,
ma chi, per quali ragioni, utilizzando quali risorse, e così via; in questo modo si identificano le variabili
che influenzano la partecipazione, a diversi livelli di età, genere, professione, reddito, religione, ecc.
Votare è la forma di partecipazione politica più diffusa.
Da alcuni anni tuttavia anche da noi l’affluenza al voto è in diminuzione: un aspetto della disaffezione
per la politica…
Molti esprimono un generico interesse per la politica, una pratica che ha carattere più continuativo
rispetto al comportamento di voto, e un po’ meno persone discutono abitualmente di politica in casa o
sul luogo di lavoro.
Ai gradini successivi compaiono le forme associative e le organizzazioni politiche.
I partiti politici sono associazioni di cittadini, dotate in genere anche di più o meno robuste
organizzazioni con funzionari stipendiati…
I partiti competono fra loro per sostenere candidati alle cariche pubbliche e per promuovere
determinate idee e interessi nell’esercizio del potere politico, su una gamma vasta di temi e attività.
Altre associazioni e organizzazioni hanno invece un’attività politica più specifica continuativa o anche
solo occasionale, o parziale.
Si parla allora di gruppi di interesse, o anche di gruppi di pressione: in un quartiere, ad es., può
nascere un comitato per affrontare il problema della mancanza di servizi, che cerca su questo di
influenzare l’azione dell’amministrazione cittadina. Nella scala della partecipazione politica di Rush, i
partiti e i gruppi di pressione con attività esclusivamente politica sono indicati come organizzazioni
politiche, gli altri gruppi di pressione come organizzazioni semi-politiche.

In cima alla scala c’è il gradino che raggiungono coloro che ricoprono una carica politica (ad es., quella
di senatore).
Le cariche politiche si raggiungono in generale attraverso elezioni, anche se non mancano casi limitati
di altri metodi: ad es., in Italia alcuni senatori a vita sono nominati dal presidente della Repubblica, con
le stesse prerogative di quelli eletti.
In linea di principio, nelle moderne democrazie tutti sono eleggibili alle cariche politiche, con il solo
vincolo di un limite minimo di età e a meno che non abbiamo commesso certi reati.

Comportamento di voto: una tipologia


Il voto può essere classificato sulla base delle caratteristiche formali della relazione che lega votante e
votato.
Abbiamo tre tipi di voto:
- di opinione
- di appartenenza
- di scambio

Voto di opinione, è orientato dai programmi politici presentati dai partiti. E’ formalmente razionale.

Voto di appartenenza, in un un certo senso opposto al precedente. Più che sancire una scelta
testimonia e ribadisce un’identità. E’ altamente stabile.

Voto di scambio, è una transazione nella quale si ha un votante che avanza una richiesta personale da
soddisfare e per la quale è pronto a barattare il voto, e un candidato, che ha la risorsa e la possibilità,
una volta eletto, di soddisfare la richiesta.
Ad es: un voto può essere barattato confidando, con ragionevole sicurezza, sulla promessa che
si otterrà una pensione di invalidità, anche senza averne i requisiti.
Si tratta di un voto personalizzato in due sensi:
119
1) perché chi lo offre non pensa il suo interesse come parte di un interesse collettivo;
2) perché il candidato che offe il favore non è genericamente un partito, ma un candidato ben
visibile o al quale si può accedere attraverso reti di conoscenza diretta, del quale ci si può
perciò fidare (si parla anche di voto clientelare).
Si tratta dunque di un voto pronto a cambiare da un’elezione all’altra, da un candidato all’altro,
a seconda delle convenienze.

Attività dei partiti politici


Possiamo riconoscere due principali attività dei partiti politici, che riguardano il rapporto politico-
società (Pizzorno 1980):la prima è la formazione, l’aggregazione e la trasmissione
della domanda politica: i partiti raccolgono e definiscono in modo diversi i problemi di una società, ne
rappresentano i valori, proteggono interessi e bisogni che possono essere soddisfatti da leggi o altri
provvedimenti vincolanti per tutti;
la seconda è l’organizzazione della delega politica: si tratta del processo per cui i membri di una società
si identificano con determinati partiti, considerandoli loro rappresentanti sulla scena politica, e dunque
anche del processo di formazione e selezione dei candidati a cariche pubbliche.

Cleavage sociali e partiti


Le società sono attraversate da linee di frattura lungo le quali corrono i confini sociali, che a loro volta
vengono mediati dai partiti che aggregano e rappresentano nelle istituzioni i valori e gli interessi di
differenti gruppi sociali.
L’espressione «linea di fattura» (in inglese cleavage) è ripresa dalla mineralogia, dove è usata per
indicare appunto la proprietà che certi minerali cristallini hanno di rompersi in modi tipici e netti.
Quattro linee di frattura, sono stati importanti nella formazione dei partiti moderni:
• centro-periferia, relativa all’esistenza di diverse etnie e culture con basi locali diverse;
• stato-chiesa, che assume importanza a partire dalla rivoluzione francese, in riferimento a
problemi come il controllo dell’educazione di massa;
• città-campagna, ovvero interessi industriali e interessi agricoli, in relazione a questione come
le tariffe per i prezzi dei prodotti dell’agricoltura;
• capitale-lavoro, ovvero il conflitto socioeconomico con l’affermarsi dei capitalismo industriale.
Evoluzione storica dei partiti politici:
I partiti compaiono nella prima metà dell’Ottocento in Inghilterra, con l’allargamento del suffragio che
estende la partecipazione attiva ai ceti commerciali e industriali.
Prende allora forma e si estende poi in Europa in momenti diversi, il cosiddetto partito di notabili.
Costituiti su base locale, senza un’organizzazione stabile e coordinamenti superiori, si trattava in
pratica di comitati per l’elezione di un rappresentante che poteva permettersi, per le sue condizioni
economiche, di svolgere attività politica senza «vivere di politica», come diceva Weber.
Successivamente, a cavallo del secolo e sotto la spinta di un crescente movimento operaio, compare
il partito di massa: le prime organizzazioni di questo tipo sono i partiti socialisti.
Come tipo generale, il partito di massa è legato alla possibilità di mobilitare la popolazione secondo
netti cleavages sociali, che toccano in modi simili grandi masse, caratterizzate da forti identità. Ciò
comporta adesione associativa allargata, militanza volontaria, l’accento su ideologie. In Italia, il Pci e la
Dc sono stati due tipici partiti di massa.
Alcuni pensavano che il partito di massa sarebbe diventato il tipo «normale» nella nostra società
(Duverger 1951). Al contrario, è ovunque in ridimensionamento o crisi, anche se non è ancora chiaro
da cosa sarà sostituito.
120
Diversi modelli teorici cercano di riconoscere le tendenze di cambiamento, individuando nuovi tipi di
partito con nomi diversi, ma indicandone caratteri simili.
Qui ci riferiamo a uno di questi tipi ricostituiti, il partito elettorale ( o anche professionale-elettorale)
(Panebianco 1982).
Questo partito si contrappone a quello precedente perché non ha grandi strutture burocratiche, ma
ricorre a professionisti di vari campi e problemi, e si mobilita in particolare a scopi elettorali; fa appello
a un voto di opinione, cercando di rappresentare valori e interessi di un elettorato variegato, senza
riferimento esplicito a una classe specifica.

I movimenti sociali
I sistemi democratici hanno istituzionalizzato il conflitto sociale e rendono possibile l’espressione di
domande nuove e crescenti.
In precedenza è stata introdotta la distinzione fra due stati fondamentali del
sociale: movimento e istituzione.
Questa distinzione concettuale richiama l’idea weberiana, ma anche di Durkheim, che la società pulsa
fra momenti di fluidità, instabilità, creatività e fasi di ordine istituzionale stabilizzato.
I movimenti sociali sono forme di azione collettiva non istituzionalizzata, che propongono cambiamenti
delle regole, dei valori, dei ruoli e degli obiettivi sociali, della allocazione delle risorse.
Un movimento sociale non è un fenomeno esclusivamente politico e neppure necessariamente
politico. Spesso, ha obiettivi politici espliciti o impliciti, ad es., una nuova normativa su un dato tema.
La definizione di «movimento sociale» mette un’enfasi particolare su questi come attivatori di
cambiamento, ma non è comunque necessariamente associato al mutamento.

Tipi di movimenti sociali


Un’altra distinzione corrente mette l’accento sul fatto che i cambiamenti perseguiti possono essere
piuttosto relativi all’allocazione delle risorse e a regole all’interno di un sistema di valori non messo in
discussione, oppure relativi proprio ai valori sociali: i movimenti del primo tipo sono detti riformatori,
quelli del secondo tipo rivoluzionari, ma nella pratica la distinzione è tutt’altro che facile.
Quindi abbiamo:
• movimento di restaurazione, è una reazione a un precedente orientamento di cambiamento
sociale;
• movimenti rivoluzionari, mettono in discussione i valori sociali in una società, cercando di
affermarne degli altri;
• movimenti riformatori, perseguono un cambiamento nell’allocazione delle risorse o di valori,
ma all’interno del sistema stesso.

La struttura del potere


Esistono due importanti linee teoriche per studiare la distribuzione del potere, ovvero l’interpretazione
della struttura del potere:
• teoria elitista
• teoria pluralista
La teoria elitista è stata sviluppata in modi diversi, da Gaetano Mosca (1896), Vilfredo Pareto (1916) e
da Roberto Michels (1911).
E’ la prospettiva adottata da Floyd Hunter (1953) per lo studio del potere locale, e da uno dei maggiori
sociologi americani del dopoguerra, Charles Wright Mills (1956) in una ricerca sul potere negli Stati
Uniti. In sintesi, chi si pone in una prospettiva elitista assume che in tutte le società solo poche
persone prendono le decisioni fondamentali.
Per dirla in un altro modo: in tutte le società esistono pochi governanti e molti governati.
121
Mosca e Michels, sviluppano l’idea che una minoranza al potere può facilmente organizzarsi e
perpetuarsi, mentre la maggioranza non è organizzata e ha difficoltà a farlo.
Ne deriva che la minoranza organizzata è in grado di imporre la sua volontà e i suoi interessi alla
maggioranza.
Negi anni cinquanta, Wright Mills, parla per l’America di un’èlite al potere, formata dai vertici delle
gerarchie economiche, militari e politiche, che provengono dagli stessi ambiti sociali, hanno uno
stesso stile di vita e sono intercambiabili. Per Wright Mills, l’èlite ha dunque le radici nel potere che si
forma negli ambiti istituzionali che sono i più importanti in una specifica società.

Alle teorie elitiste si contrappongono le teorie pluraliste.


Queste si sono misurate sia in riferimento generale alla società sia nello studio della politica in società
locali.
Le ricerche sulla struttura del potere di comunità cominciano con lo studio di Hunter in una città
americana di mezzo milione di abitanti chiamata convenzionalmente «Regional City».
Interrogando una serie numerosa di persone in posizione tale da poter conoscere il mondo degli affari,
la politica, le associazioni civiche e le attività sociali, Hunter riuscì a individuare una rosa di nomi che
con maggior frequenza venivano indicati come persone influenti; lo studio attento di queste e della
loro vita sociale e professionale permise l’ulteriore individuazione di un gruppo più ristretto di
persone particolarmente influenti.
Isolato questo gruppo (dodici persone) il ricercatore ricostruì il suo ruolo nella vita della comunità.
Le principali conclusioni cui giunse furono: il fatto che il gruppo riusciva a controllare tutte le decisioni
importanti; il fatto che, all’interno del gruppo, i leader economici erano i più influenti e riuscivano a
strumentalizzare ai loro fini altre istituzioni; il fatto dunque che essere investiti formalmente di
autorità politica non significava anche, necessariamente, esercitare il corrispondente potere. In
sostanza, Hunter aveva scoperto l’esistenza di un’èlite del potere.
Gli studi sul potere di comunità si moltiplicano.
Una quindicina di anni dopo, sono disponibili sufficienti studi empirici da tentare un bilancio. Diverse
strutture del potere sono riconoscibili. Per Walton (1966) le strutture riscontrate sono riconducibili a
uno dei seguenti tipi:
• piramidale: monolitica, monopolistica, in mano di un’èlite; è il caso di Regional City;
• di fazione: nella quale si riscontrano almeno due fazioni stabili, in lotta per la preminenza;
• di coalizione: struttura caratterizzata da fluide coalizioni di interesse, varianti in genere a
seconda dei problemi;
• amorfa: nel caso di assenza di qualsiasi persistente modello di leadership (di questa si
ritrovano pochi casi).
Sul piano metodologico, l’attenzione è stata posta fra l’altro sulle tecniche di rilevazione.
Hunter è stato criticato per aver utilizzato il metodo reputazionale. Hunter si basa sulle opinioni che
alcune persone hanno circa il potere di altre, ma la reputazione del potere non è necessariamente il
potere. Meglio sarebbe stato isolare alcune importanti decisioni prese nella comunità, e analizzare a
fondo chi in quelle decisioni avesse effettivamente esercitato influenza.
Solo le persone così individuate dovevano essere considerate leader. Questa seconda strategia di
ricerca è chiamata metodo decisionale.
La critica al metodo utilizzato da Hunter è stata avanzata da Dahl (1961), che ha introdotto lo studio
delle decisioni in una ricerca sul potere di comunità.
Lo studio è importante perché in modo diretto si espone come critica della teoria elitista, e perché
permette di ricondurre le conclusioni nell’ambito più generale della teoria pluralista della
democrazia, sviluppato nella sociologia classica da Schumpeter (1942).
Secondo questa prospettiva, la democrazia deve essere considerata un metodo per giungere a
decisioni politiche.

122
In una società grande e complessa non è possibile la democrazia diretta, dove tutti partecipano a tutte
le decisioni. Nei fatti, più élite entrano in concorrenza fra loro per ottenere il suffragio degli elettori e
l’investitura a governare. Siccome devono essere rielette, esse diventano sensibili all’influenza
dell’elettorato e, in questo senso, sono controllate.
Nella sua ricerca, Dahl individua una struttura di questo genere:
1. innanzitutto, a seconda del tipo di decisioni (la ricerca ha studiato la politica urbanistica, la
pubblica istruzione, la scelta dei candidati alle elezioni) sono élite ristrette ad avere un peso
decisivo, sostenendo proposte o ponendo un veto;
2. inoltre, le persone influenti in un tipo di decisioni non lo sono in un altro;
3. infine, le élite sono effettivamente influenzate dagli elettori, in particolare dalla parte di
quelli più attivi, che maggiormente partecipano e si fanno sentire.
Questi problemi, come si dice, non entrano nell’agenda politica.
La ricerca continua, ma la conclusione alla quale possiamo arrivare è che le strutture di potere possono
essere effettivamente diverse fra loro e non necessariamente elitiste.
Anche lo studio di Dahl è stato criticato: non esiste solo il potere che si esercita nelle decisioni, ma che
un potere meno visibile che consiste nel fatto che certe decisioni non sono neanche proposte, perché
difficili da gestire o perché metterebbero in questione interessi molto stabili, così come si esercita
potere anche in decisioni ricorrenti, che non vengono discusse perché considerate modi ovvi di fare.

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CAPITOLO 22 – GOVERNO E AMMINISTRAZIONE PUBBLICA
Nello stato moderno il governo della società si realizza attraverso poteri differenziati e distribuiti.
Questo principio comincia ad affacciarsi nell’organizzazione politica inglese verso la fine del XVII
secolo. E’ però un francese, Charles-Louis de Secondat barone di Montesquieu, il primo a definirlo con
chiarezza nel secondo successivo. A metà Ottocento diventa lo schema di organizzazione istituzionale
accettato da ogni stato progredito, per garantire libertà politica ai cittadini.
• potere legislativo, produce leggi sui diritti e la sicurezza degli individui;
• potere esecutivo, attua concretamente delle leggi e tutela, nei limiti previsti, alcuni interessi
generali della collettività;
• potere giudiziario, risolve le controversie tra privati e garantisce il rispetto della legge, punendo
chi la viola.
Perché ci sia libertà, argomentava Montesquieu, è necessario che il governo sia organizzato in modo
che chi fa le leggi non sia anche quello che dà a queste esecuzioni e che controlla che non siano
violate: «tutto sarebbe perduto se un’unica persona, o un unico corpo di notabili, di nobili di popolo
esercitasse questi tre poteri… Presso i Turchi, dove sono riuniti nella persona del sultano, regna uno
spaventoso dispotismo» (1750).
La divisione dei poteri individua l’architettura istituzionale dei sistemi di governo moderni, costruite in
forme diverse nei diversi paesi. Chiariamo l’uso dei termini.
Governo, può essere usato in un senso generale per indicare l’insieme dei tre
poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Il termine viene però anche comunemente usato in senso più
ristretto per indicare l’esecutivo.
Tutti i paesi democratici hanno parlamenti eletti dal popolo, sedi della funzione legislativa.
In Italia è composto dalla Camera dei deputati e dal Senato: una legge è definitivamente approvata
dopo esserlo stata da entrambe le Camere nell’identica forma.
Avendo perso significato la distinzione fra monarchie e repubbliche, si distinguono dal XIX secolo due
fondamentali forme di governo:
• governo presidenziale, in questa forma di governo, legislativo ed esecutivo sono più
nettamente distinti.
Il popolo (l’elettorato) elegge tanto il parlamento quanto direttamente il presidente, ovvero il
capo dell’esecutivo, che a sua volta ne nomina gli altri membri.
Gli Stati Uniti d’America sono l’esempio più importante di governo presidenziale.
• governo parlamentare, in questa forma di governo, il popolo elegge il parlamento, il quale poi
esprime a maggioranza la sua fiducia a un capo dell’esecutivo e al suo governo. Il governo resta
in carica finché dura la fiducia.
• L’Italia, il Regno Unito, la Germania sono esempi di governi parlamentari. Sono anche forme
intermedie fra le due indicate, come il presidenzialismo francese.

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La funzione giudiziaria, o giurisdizione, che assicura l’imparziale attuazione delle leggi in casi concreti, è
organizzata da procedure e in uffici distinti, che assicurano gradi diversi di giudizio (le sentenze
possono essere impugnate presso un giudice di secondo grado).
Accanto alla magistratura ordinaria divisa in:
• civile, che riguarda le controversi fra privati;
• penale, che riguarda i reati ovvero le violazioni delle leggi per le quali sono previste pene;
si distinguono giudici speciali, come ad es., i tribunali amministrativi che si occupano dei diritti e
degli interessi legittimi dei cittadini violati dalla pubblica amministrazione.
L’autogoverno della magistratura ne assicura l’indipendenza di questa, o, come anche si dice,
dell’ordine giudiziario dagli altri poteri: in Italia, il Consiglio superiore della magistratura, eletto per
due terzi dagli stessi giudici e per un terzo dal parlamento, regola le carriere e i trasferimenti
dei magistrati.
All’ordine giudiziario si accede per concorso, ma in alcuni ordinamenti i giudici sono anche eletti.
Oggi si riconosce che la libertà dipende più che da una netta e rigida ripartizione dei tre poteri in organi
distinti, da meccanismi che consentono a organi investiti di poteri diversi di controllarsi e bilanciarsi fra
loro.
La Costituzione è la legge fondamentale di uno stato che stabilisce i diritti individuali e l’assetto dei
poteri, alla quale tutte le altre leggi devono conformarsi.
In molti paesi, un’alta corte, la Corte costituzionale in Italia può abrogare e bloccare l’emanazione di
una legge, se non è conforme alla Costituzione;risolve i conflitti fra differenti poteri dello stato;di fatto
esercita anche un potere di indirizzo politico e influenza lo stato delle leggi, perché in ultima istanza la
legge è ciò che la Corte conferma che sia;svolge la funzione di controllo su altri poteri.

Modelli di governo
Nel XX secolo le funzioni dello stato, sono ovunque aumentate: basti ricordare la regolazione
dell’economia e lo sviluppo dei sistemi di welfare.
Uno stato più interventista richiede una produzione continua di norme, in campi e temi diversi, e
soprattutto un loro coordinamento in modo che sia garantita, in un programma complessivo, la
compatibilità degli interventi e l’equilibrio finanziario generale.
Pertanto, lo spasmodico aumento delle funzioni dello stato ha prodotto un sostanziale spostamento in
seno allo schema di divisione dei poteri.
Se in passato il fulcro del sistema istituzionale era costituito dal potere legislativo, oggi il potere
esecutivo è diventato il «motore» della macchina statale.
Questo spostamento si coniuga in maniera diversa a seconda del modello di governo.
Bisogna, quindi, porre il problema in modo distinto per il caso del governo parlamentare,
o parlamentarismo, e per quello del governo presidenziale, o presidenzialismo.

Governo parlamentare o parlamentarismo: il caso classico di parlamentarismo è quello del Regno


Unito, dove già intorno alla metà del XIX secolo l’esecutivo aveva raggiunto la posizione centrale nel
sistema. In questo che è chiamato anche modello Westminster di democrazia, dal nome del palazzo
del parlamento inglese, si verifica una quasi completa fusione di esecutivo e legislativo;
il governo è guidato dal leader di un partito di maggioranza compatto, che ha il sostegno della Camera
dei comuni, e ha dunque ampiamente assicurata l’approvazione delle leggi che propone. Di fatto,
l’attività legislativa è cosi concentrata e centralizzata nell’esecutivo. Per sottolineare questo aspetto si
parla di cabinet government;al Parlamento restano funzioni di critica, controllo, educazione
politica: l’opposizione prepara qui l’alternanza al governo in occasione di nuove elezioni;
Il partito che ottiene la maggioranza dei seggi acquisisce il potere di indirizzare, con suoi uomini, tutta
la politica legislativa ed esecutiva: per questo si parla anche di governo di partito (party government);
in pratica sono influenti due soli partiti e quasi mai si ha un governo di coalizione;i partiti sono
vincolati al programma presentato agli elettori;il partito esprime una responsabilità collettiva che
125
assicura unità e continuità di governo; la stabilità dei governi e la relativa chiarezza sono i pregi
principali del sistema, ma è interessante notare anche un altro aspetto.
I collegi elettorali sono uninominali, in ognuno cioè si elegge il solo candidato che ha ottenuto la
maggioranza dei voti; il rapporto alla persona è quindi importante, ma in realtà è il partito che si vota,
con il suo programma.
Il modello Westminster non è la sola soluzione possibile del parlamentarismo: Svizzera e Belgio sono
casi molto tipici di democrazia consensuale o consociativa; gli altri sistemi possono essere immaginati
fra i due estremi.

Democrazia consensuale o consociativa : Si basa sul principio di non escludere le minoranze


dall’elaborazione delle decisioni politiche; si caratterizza dunque per «grandi coalizioni», nelle quali
tutti i maggiori partiti partecipano al governo, che ha dunque una fiducia molto allargata.

In Svizzera i membri dell’esecutivo sono eletti dal parlamento per 4 anni e in tale periodo l’assemblea
non può esprimere mozioni di sfiducia. Potere esecutivo e legislativo diventano così più indipendenti e
il parlamento ha maggiori possibilità di critica, in quanto non responsabile della permanenza
dell’esecutivo.
In Belgio, invece, l’esecutivo non è così forte come nel Regno Unito, perché dipende continuamente
dalla fiducia di un insieme di partiti, e si stabilisce allora una continua contrattazione fra esecutivo e
parlamento. Ne deriva che i governi del Belgio hanno avuto in passato in genere, una breve durata.
Italia: bipartitismo imperfetto (negli scorsi decenni) e consociativismo imperfetto (anni ‘70 e ‘80)
Sulla base della Costituzione del 1948, anche in Italia, abbiamo un caso di governo parlamentare,
caratterizzato da un esecutivo relativamente debole in rapporto a un parlamento con ampie possibilità
di iniziative legislativa; un sistema elettorale proporzionale, voluto per rappresentare una
società diversificata culturalmente ed economicamente, ha storicamente portato alla necessità di
governi di coalizione in presenza di molti partiti.
La pratica di continue contrattazioni fra i diversi partiti che componevano la maggioranza ha avuto la
conseguenza di indebolire l’azione di governo e ha prodotti esecutivi di breve durata;
l’elettorato era tendenzialmente polarizzato attorno a due grandi partiti: la Democrazia Cristiana e
il Partito Comunista, che però raggiungevano nelle elezioni nazionali solo una maggioranza relativa,
senza quel 50% dei voti che consentiva di governare da soli; inoltre, vi era
la Conventio ad excludendum, la più importante norma non scritta, basata sul tacito accordo,
raggiunto nel 1948, tra i partiti centristi del nostro sistema con il quale si escludeva
pregiudizialmente ogni tipo di coalizione di governo con i partiti delle sinistre.
Il PCI, quindi, non era riconosciuto dagli altri partiti come un possibile alleato di governo, a causa della
sua ideologia ritenuta rivoluzionaria dell’ordine costituito, e dei suoi collegamenti con l’Unione
Sovietica, un paese che non faceva parte del sistema di alleanze al quale l’Italia partecipava, costituito
proprio per controllare la forza espansiva del blocco sovietico.
La conseguenza era dunque che neppure si potevano formare coalizioni con partiti minori intorno al
Pci, alternativa a quelle intorno alla DC: questa è dunque rimasta per decenni ininterrottamente al
governo.
Il bipartitismo imperfetto ha irrigidito la politica italiana, limitando il ricambio ai vertici del potere
politico.
Negli anni settanta e ottanta il sistema politico italiano evolve verso un modello consociativo,
un consociativismo imperfetto.
Non si formano infatti governi di «grande coalizione», il PCI resta formalmente all’opposizione, ma si
diffonde la pratica di decisioni e di distribuzione di risorse concordate fra maggioranza e opposizione.
La funzione di controllo che questa normalmente esercita ne risulta indebolita, e diminuisce la
chiarezza delle procedure di formazione delle decisioni.

126
Dopo il crollo a seguito della vicenda di Mani pulite - l’azione dei magistrati contro la corruzione
politica - il sistema politico italiano sembra orientato a un bipolarismo, attorno a partiti nuovi o
rinnovati.
La prospettiva è quella di una più netta divisione fra maggioranza e opposizione, di un rafforzamento
dell’esecutivo, e di un’alternanza di governo, senza avvicinamenti al modello consociativo.
Per questo si è parlato di «Seconda Repubblica».
In realtà si è trattato di un processo complicato e confuso, in mancanza anche di un riassetto
istituzionale.
Non solo esistono diversi partiti rappresentati in parlamento, ma altri al di fuori hanno influenza
sull’opinione pubblica, e i gruppi parlamentari, che organizzano stabilmente l’azione e l’orientamento
comune di insieme di deputati o senatori, e che non necessariamente devono per
regolamento corrispondere ai partiti che si sono presentati alle elezioni, si sono moltiplicati.

Presidenzialismo ( modello americano): In modo diverso si pone la questione dei rapporti fra poteri nel
caso del presidenzialismo, di cui quello americano è l’esempio tipico. Il presidente, capo dell’esecutivo,
è eletto direttamente dal popolo.I poteri esecutivo e legislativo sono così nettamente divisi.Anche
negli Stati Uniti esistono partiti (repubblicano e democratico), e i presidenti sono presentati come
candidati dai partiti, ma nel tempo si è verificato un loro ridimensionamento nella vita politica. I partiti,
in realtà, organizzano poco l’elettorato.In pratica, il presidente mette in piedi una sua stabile
organizzazione, una specie di «partito del presidente» orientato alla sua elezione e poi rielezione, che
ne sostiene le decisioni e le proposte legislative in riferimento alla percezione degli umori della
popolazione con largo utilizzo dei massi media e di sondaggi.

La pubblica amministrazione
La pubblica amministrazione è una complessa organizzazione, o un insieme di organizzazioni, che
attraverso attività specifiche hanno il compito di dare esecuzione alle decisioni politiche di governo,
traducendo regole generali in decisioni che riguardano casi singoli (Peters 1989). Questa
organizzazione è chiamata correntemente burocrazia.
L’organizzazione della pubblica amministrazione è diversa da paese e paese, e la burocrazia può essere
distinta a seconda degli enti pubblici ai quali fa capo.
In Italia la parte più importante è quella statale, che fa capo direttamente al governo in senso stretto,
vale a dire all’esecutivo. Il governo è organizzato in ministeri, diretti da ministri politicamente
responsabili di fronte al parlamento.
Da ogni ministro dipende un direttore generale, dal quale dipendono diverse divisioni, con a capo
responsabili, dai quali dipendono altri uffici e funzionari, e cosi via a cascata secondo un principio
gerarchico.
La burocrazia ha infatti caratteri simili al modello di organizzazione che Weber indica con questo
nome, ma può anche discostarsene, come vedremo.
Accanto alla burocrazia statale troviamo poi le burocrazie degli enti territoriali autonomi: la regione, la
provincia, il comune.
Inoltre, esistono le burocrazie dei cosiddetti «enti pubblici funzionali», come l’Istituto nazionale della
previdenza sociale (Inps).
Quando si parla di «pubblica amministrazione» a volte ci si riferisce soltanto alla burocrazia statale, a
volte si danno significati più allargati.
La definizione data stabilisce una separazione fra attività politiche e attività amministrative in un
rapporti di reciproca interdipendenza.
Le prime riguardano scelte discrezionali fra possibilità alternative: discutere e decidere, ad es., il
contenuto di una nuova legge che varrà per tutti e tutte le volte che si presenterà una situazione
tipica.
127
Le seconde sono le attività che quella legge applicano nei casi concreti.
In altre parole: gli obiettivi sono fissati in modo generale e astratto nella legge, e fare la legge è
un’attività politica; quella amministrativa è invece un’attività tecnica, che coordina e applica mezzi per
ottenere un certo obiettivo, nel modo più efficiente possibile, ma che non mette i fini ai quali l’azione
tecnica si applica, e i modi indicati in generale per realizzarli.
Nelle società complesse, altamente differenziate, la burocrazia tende a divenire un elemento sempre
più preponderante acquisendo un potere non solo relativo all’esecuzione di decisioni, ma anche in
relazione alla loro preparazione. Infatti, bisogna considerare che i funzionari amministrativi non
solo eseguono decisioni o applicano norme, ma preparano la formazione di decisioni e di norme.
Per questo motivo essi influenzano in modo a volte rilevante la formazione delle stesse decisioni
politiche: come aveva già notato Weber, il politico in genere è un «dilettante» riguardo ai problemi che
deve affrontare in un certo campo, mentre il burocrate è un «professionista», per via della conoscenza
che dei problemi ha e della sua esperienza e competenza professionale nel modo di affrontarli.
Il politico dunque ascolta i suggerimenti del funzionario, dipende dalle informazioni che questo gli
trasmette, e tutto ciò influenza le sue scelte. Anche questa capacità di influenza è andata crescendo
con l’aumento e la differenziazione dei compiti che il governo e il settore pubblico si sono assunti.
Non esiste dunque una completa separazione e distinzione fra attività amministrativa e attività politica
e si pone un problema importante di controllo democratico dell’azione amministrativa. Tuttavia è
corretto mantenere distinte le due attività.

Il personale della pubblica amministrazione


I pubblici dipendenti, ovvero i burocrati, costituiscono una categoria sociale particolare: la «gente del
pubblico» è per molti aspetti diversa dalla «gente del privato».
• Investiti dell’autorità da parte del principe e suoi delegati, essi nascono con particolari doveri e
privilegi, fino a costituire un ceto sociale con un particolare stile di vita. Con il tempo la loro
condizione cambia, ma restano elementi che li distinguono nelle relazioni di lavoro, anche se meno e
forse non più come ceto.

Relazioni di lavoro
Tradizionalmente, il dipendente pubblico è considerato servitore dello stato, tenuto a determinati
obblighi di fedeltà alle istituzioni, di indipendenza e di neutralità. Ad es., per i dipendenti pubblici vi
sono limiti all’esercizio di diritti politici: in alcuni paesi, non possono scioperare, mentre in altri sono
prescritte limitazioni; un particolare tipo di reato, con pene severe - la concussione -, è previsto per
funzionari pubblici che approfittano della loro posizione per ottenere denaro o altri vantaggi
minacciano indebitamente un danno a un privato.
In Germania, in Italia, in Francia si è nominati a tempo indeterminato, in linea di principio per tutta la
durata della vita lavorativa. I licenziamenti in diversi paesi europei sono possibili, ma di fatto molto
rari. Bisogna tuttavia distinguere due categorie di dipendenti pubblici:
1. quelli assunti stabilmente, che con espressione usata in Francia e in Germania possiamo
chiamare funzionari pubblici;
2. e altri impiegati con contratti a tempo limitato, o in genere atipici.

La proporzione fra i due gruppi varia da paese a paese, ma in Germania, ad es., i funzionari sono meno
della metà dei dipendenti pubblici: solo per loro vale la stabilità dell’impiego. In Italia una parte molto
importante dei contratti atipici riguarda proprio la pubblica amministrazione.
Tali particolarità vanno considerate sullo sfondo di un punto di diritto fondamentale: il rapporto di
lavoro pubblico è disciplinato in modo diverso da quello privato.
Esso non si costituisce per mezzo di nomina da parte dell’autorità pubblica, così come l’insieme dei
diritti e dei doveri previsti è stabilito da una legge (non da un contratto collettivo). Tuttavia, possiamo

128
proprio partire da considerazioni circa l’evoluzione in corso su punto per osservare più in generale un
ravvicinamento fra impiego pubblico e impiego provato.
Consideriamo in particolare il caso dell’Italia, anche se il fenomeno è generalizzato. Qui è in corso un
processo di «privatizzazione» del pubblico impiego che ha individuato tre aree di regolazione
del rapporto di lavoro:
1. sull’organizzazione degli uffici, il reclutamento, l’organico e le responsabilità degli impiegati
sono stabiliti esclusivamente dall’autorità;
2. il trattamento economico è contrattato fra sindacati e un’apposita agenzia pubblica per le
relazioni sindacali;
3. sull’organizzazione del lavoro, la gestione del personale e altre materie l’amministrazione
consulta il sindacato, se possibile si trova un accordo, ma in mancanza di questo è
l’amministrazione ad adottare in modo autonomo regolamenti e atti di gestione.
Un altro aspetto importante del riavvicinamento fra impiegati pubblici e provati tocca la limitazione del
diritto di sciopero. In molti paesi europei questa riguarda ormai solo restrizioni in settori particolari (ad
es., la polizia), o semplicemente prevede procedure preliminari di conciliazione. Ma in Irlanda e
Danimarca, dove lo sciopero è vietato, di fatto si è finito per non applicare la legge contro chi sciopera.

Reclutamento
Le procedure di reclutamento dei dipendenti pubblici meritano particolare attenzione. Se ne
distinguono due tipi fondamentali: la selezione per competenza e la nomina politica.
Nel primo caso l’assunzione avviene per concorso, riferito esclusivamente a competenze tecnico-
professionali e all’accertamento delle capacità relative del candidato. Gli stessi criteri di
«competenza neutrale» valgono per la progressione di carriera, che è gestita dalla stessa
amministrazione.
Nel secondo, invece, il politico che ne ha per legge la prerogativa, nomina direttamente il dipendente, con
margini ampi di discrezionalità nella scelta .
Formazione
Esistono diverse tradizioni nazionali relative alla professionalità richiesta per la funzione
amministrativa, e ai modi di formarla. In particolare le differenze si notano per gli alti
gradi dell’amministrazione. I diversi criteri possono essere bene esemplificati confrontando la Gran
Bretagna, la Germania e la Francia.
In Gran Bretagna si ritiene, tradizionalmente, che una buona preparazione umanistica e letteraria sia
la dotazione culturale migliore per dirigenti che, opportunamente informati dai loro sottoposti e capaci
di selezionare le informazioni, saranno in grado di valutare serenamente i pro e i contro di una
decisione da prendere, per quanto difficile e riguardante materie specifiche.
Lo stato moderno è basato su complessi sistemi di diritto, e la conoscenza giuridica è diventata una
fondamentale specializzazione professionale del funzionario. Questo tipo di formazione è considerato
particolarmente importante nella tradizione tedesca. In Germania due terzi degli alti funzionari hanno
una laurea in giurisprudenza.
Con l’ampliarsi e il differenziarsi dei compiti dello stato, si sente ovunque il bisogno di specializzare la
formazione dei funzionari, differenziandola oltre i limiti della sola cultura giuridica. La Francia è il paese
che ha più curato, affidandola allo stato, la formazione diretta dei futuri quadri dell’amministrazione,
con un sistema di istituzioni di formazione chiamate Grandes Ecoles che, in particolare, prepara gli
specialisti della finanza, della gestione, del diritto. Si accede con concorsi molto severi, dopo
aver frequentato corsi preparatori in prestigiose istituzioni.

Lo studio delle politiche pubbliche

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In italiano abbiamo un’unica parola: «politica», per indicare due fenomeni che in inglese è possibile
distinguere con due termini diversi: politics e policy.
Per riferirsi alla politica, parliamo di elezioni, di partiti, di istituzioni di governo, di legittimazione, di
controllo e partecipazione e cosi via, un inglese o un americano userebbe il termine di politics.
Ma noi diciamo «politica» anche per indicare un programma o una scelta di azione: in tal caso in
inglese si usa policy.
Una politica pubblica (public policy) è un programma d’azione attuato da un’autorità pubblica.
Lo studio delle politiche pubbliche permette dunque di vedere le istituzioni in funzione e ciò che in
concreto fa per la società (Mèny e Thoenig 1989).
Il sistema politico riceve dall’esterno risorse e sollecitazioni (gli input del sistema) e produce, a sua
volta, prodotti particolari, utili per l’organizzazione della società nel suo insieme: leggi, ordine
pubblico, condizioni di vita per categorie di persone e così via (gli output).
Secondo questo schema, le politiche pubbliche sono output del sistema politico, attivato e sostenuto
da input che prevalgono dal resto della società.
I contenuti delle politiche pubbliche sono molteplici. Possiamo ad es., distinguere:
• le politiche istituzionali, come la politica estera, politica militare, politica della giustizia;
• le politiche economiche, come la politica monetaria, fiscale, industriale;
• le politiche territoriali, come la politica urbanistica o quella ambientale;
• le politiche sociali, come la politica sanitaria o quella delle pensioni.
In termini analitici, uno schema molto noto distingue quattro tipi di politiche (Lowi 1972):
• distributive, che forniscono benefici a categorie particolari di persone o di operatori economici
- come i crediti agevolati per le imprese di un certo settore in difficoltà, o gli sgravi fiscali per gli
abitanti di una regione - senza riferimento diretto alla fonte dove attingere le risorse, e
dunque a carico della collettività, tramite il prelievo fiscale generale;
• redistributive (dette anche estrattive), che stabiliscono quali categorie e per quale entità
devono contribuire alla spesa per politiche pubbliche: sono di questo tipo ad es., le misure che
stabiliscono e aumentano la progressività delle imposte sui redditi;
• regolative, disciplinano determinati campi di attività o comportamenti: ad es., le norme che
controllano e garantiscono la concorrenza fra le imprese, ma anche gli orari di apertura dei
negozi o i codici della strada;
• costituzionali, che si stabiliscono le regole e le procedure per le decisioni pubbliche; una legge
elettorale è l’esito di una politica costituzionale.

Nella formulazione e nella selezione delle politiche pubbliche sono coinvolti, oltre gli attori istituzionali
(parlamento, governo), altri tipi di attori:
• partiti politici;
• sindacati;
• burocrazia.
Molti studi hanno attirato l’attenzione sui gruppo di pressione, ovvero sulle lobbies (plurale di lobby,
che significa «corridoio»). Queste sono organizzazioni che operano per contro di associazioni, imprese,
o anche istituzioni come università o grandi comuni.
Esse cercano di orientare le decisioni che politici e amministratori devono prendere, mostrando le
opportunità che deriverebbero da una scelta, presentando a questo scopo documenti o ricerche,
promettendo sostegno elettorale, promuovendo campagne di informazione pubblica, e così via. Un
lobbista è dunque un rappresentante dichiarato di un gruppo di interesse, che ha deciso di costituirsi
come gruppo di pressione per influire sui decisioni politiche.
Lobbisti e gruppi di pressione tutelano interessi particolari, dei quali cercano di mostrare la
connessione con l’interesse pubblico.

130
In questo modo – quando la sua funzione è istituzionalizzata – il lobbismo è un fenomeno associativo
con finalità pubbliche (Graziano 1995).
Si stima che presso uffici e organi dell’Unione Europea operino alcune migliaia di gruppi di interesse.

Stili decisionali
Sono state proposte diverse tipologie per gli stili decisionali: uno stile impositivo e uno
stile consensuale:
• nello stile impositivo, le istituzioni politiche e amministrative hanno capacità di decidere e
imporre una politica, eventualmente anche incontrando resistenza da parte degli interessati
più diretti e organizzati;
• nello stile consensuale, la decisione è frutto di mediazioni concordate.
Si possono poi distinguere:
• uno stile anticipatorio, che definisce e tratta problemi quando ancora non si sono presentati in
modo difficile da affrontare;
• uno stile reattivo, che rincorre i problemi quando si sono manifestati.

Le politiche sociali e i sistemi di welfare state


La politica previdenziale, quella sanitaria e quella assistenziale sono tradizionalmente chiamate
«politiche sociali».
I confini delle politiche sociali sono tuttavia incerti, e possono estendersi fino a comprendere, ad es.,
parte almeno delle politiche di lavoro, dell’abitazione, scolastiche, ambientali.
L’idea che lo stato debba garantire certi standard di reddito, alimentazione, salute e sicurezza fisica,
istruzione e abitazione costituisce l’essenza del cosiddetto welfare state, che significa letteralmente
«stato del benessere» (Wilensky 1965).
Questo è un sistema di politiche sociali che predispongono interventi e introducono diritti nel casi di
eventi prestabiliti, imponendo anche specifici doveri di contribuzione finanziaria.
I diversi paesi europei hanno dato vita a modelli di solidarietà che sono riconducibili a due grandi
famiglie:
• quello universalistico nato in Danimarca che ha introdotto per prima misure universalistiche,
seguita poi dagli altri paesi scandinavi e dai programmi inglesi per fornire un «minimo
dignitoso» di condizioni di vita a tutti i cittadini;
• quello occupazionale nato in Germania come assicurazione obbligatoria che garantiva una
protezione ai lavoratori.
Nel corso degli anni i sistemi si sono però avvicinati, con ibridazioni e formule miste, ad es.,
occupazionali in campo pensionistico e universalistiche in campo sanitario. Esse sono in evoluzione.
La previdenza sociale è un insieme di disposizioni protettive nei confronti di vecchiaia, invalidità,
infortuni, disoccupazione, malattia.
In Italia si basa su un sistema pubblico obbligatorio, che fino ad ora ha lasciato poco spazio a forme
private integrative.
Inoltre, si tratta di misure che riguardano i lavoratori, e sono dunque forme di assicurazioni
obbligatoria finanziate in parte dai lavoratori stessi, con trattenute sui salari, in parte dai datori di
lavoro.
La parte più importante della previdenza è costituita dalle pensioni.
Queste si distinguono in:
• invalidità
• vecchiaia, al raggiungimento di un limite di età, se si è raggiunto un periodo minimo di
contribuzione
• anzianità, che non dipende dall’età, ma da un periodo minimo di contribuzione
• reversibilità, a familiari superstiti.
131
Il finanziamento ha in generale due possibilità:
1. a ripartizione, se i contributi versati dai lavoratori oggi servono a pagare i pensionati di oggi;
2. a capitalizzazione, se un pensionato riceve gli interessi dei capitali che ha progressivamente
accantonato durante la sua vita lavorativa.
In Italia è stato finora seguito il primo modello, ma il sistema è in evoluzione, perché
fortemente scosso dall’invecchiamento della popolazione: il rapporto fra pensionati e
lavoratori è in crescita.

Le politiche sanitarie, seguono tre possibili modelli:


• sistema sanitario nazionale, l’Inghilterra ha introdotto nel dopoguerra il sistema sanitario
nazionale, che garantisce uguali diritti di cura a tutti i cittadini, con prestazione di servizi
organizzati dallo stato stesso. I paesi scandinavi, l’Irlanda, l’Italia seguono questo modello
(l’Itali dal 1978);
• sistema di assicurazione sociale, costituito dai sistemi di assicurazione sociale, nei quali esiste
l’obbligo per datori di lavoro e lavoratori di assicurarsi con una muta, che è un ente di interesse
pubblico che si fa carico delle fasce più deboli. Di questo tipo sono la maggior parte dei sistemi
dei paesi europei continentali;
• sistema sanitario privatistico, nel quale sono solo i privati a erogare servizi sanitari come negli
Stati Uniti. Esistono solo due ristretti programmi per gli anziani e per i poveri.

Le politiche assistenziali possono essere considerate le più antiche politiche sociali: molto presto i
poteri pubblici cominciano a farsi carico di cittadini poveri, senza fonte di sostentamento, anche
perché povertà, mancanza di igiene, rischi di epidemie costituiscono un pericolo per l’ordine sociale.
In questo campo, l’azione pubblica si affianca e acquista spazio rispetto a precedenti iniziative di enti
religiosi, e la regolazione del rapporti fra chiesa e stato passa anche attraverso importanti conflitti
iniziali.
La spesa assistenziale pubblica in Italia è un settore disordinato, nel quale non è facile fare conti
precisi. Le pensioni sociali a chi è privo di reddito, la cosiddetta «integrazione al minimo» di pensioni di
vecchiaia insufficienti, le pensioni di invalidità civile a ciechi, sordomuti e altri pluriminorati
sono esempi di importanti forme di assistenza pubblica.
In generale, si può dire che non esiste in Italia un’esplicita politica contro la povertà e l’esclusione
sociale, anche se si può sostenere che nelle diverse politiche sociali nazionali e locali possono trovarsi
misure che costituiscono, nel loro insieme, delle politiche implicite contro la
povertà (Negri e Saraceno 1996).
E tuttavia in corso un riordino e rilancio di questo settore.
Fra i nuovi strumenti, in alcuni paesi è stato introdotto il cosiddetto reddito minino di inserimento. In
Italia si è attivato il reddito minimo garantito.

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CAPITOLO 24 – L’ORGANIZZAZIONE SOCIALE NELLO SPAZIO

Con la crescita della società e il processo di modernizzazione due importanti cambiamenti sono
avvenuti nella dimensione spazio-temporale dei rapporti sociali:
• il processo di disembedding;
• l’accresciuta mobilità nello spazio.
Un primo cambiamento riguarda il processo che Giddens (1990) ha chiamato
di disembedding (disaggregazione). Il termine è difficilmente traducibile e significa che i rapporti
sociali nella società moderna sono «tirati fuori» da contesti locali di interazione e riallacciati su archi
di spazio-tempo lontani e indefiniti.
Viene posto l’accento sull’importanza dell’interazione indiretta. Le persone perdono capacità di
controllo diretto sulle condizioni delle proprie azioni; le decisioni che possono cambiare anche
radicalmente la vita delle persone sono sempre più prese all’esterno del loro contesto quotidiano
e diretto di interazione.
Disembedding il prodursi, nelle nostre società, di relazioni sempre più slegate dai contesti prossimi e
azioni sempre più condizionate da fattori incontrollabili e sconosciuti (Giddens e Baumann).
Accanto a tendenze di dis-embedding se ne attivano, per reazione, altre di re-embedding, in
conseguenza di azioni orientate almeno in certa misura alla riappropriazione e ridefinizione di
relazioni sociali, ovvero di ricostruzione di legami sociali e culturali e azioni ricollegate anche al
contesto locale; azioni orientate alla riappropriazione e ridefinizione di relazioni sociali.

Vedi duplice processo: globalizzazione e regionalizzazione.


Se l’interazione indiretta ha grandemente aumentato la sua importanza, siamo in sostanza di fronte a
un paradosso così espresso dal sociologo tedesco Niklas Luhmann (1984): la società è fatta in ultima
analisi di interazioni dirette fra persone, ma la società che è cresciuta non è più accessibile alle persone
per mezzo dell’interazione diretta.
Gli elementi primari di un qualsiasi sistema sociale non sono gli agenti principali (uomini), bensì gli
effetti della comunicazione, ovvero comunicazioni che producono altra comunicazione.

Mobilità nello spazio


Un secondo cambiamento importante è l’accresciuta mobilità nello spazio che caratterizza la società
moderna: nelle nostre società le persone si spostano, per lavoro, studio, turismo, assistere a uno
spettacolo, acquisti, frequentemente da un luogo a un altro, da una città a un’altra;nella società
133
moderna si registra un’accresciuta mobilità nello spazio, ma anche con riferimento alla velocità con cui
è possibile spostarsi e dunque l’accessibilità a luoghi distanti: lo spazio è diventato più piccolo. Lo
storico Fernand Braudel dice che nel Cinquecento il Mediterraneo era largo una settimana e lungo un
mese. Oggi per raggiungere il Cairo da Roma, o Barcellona da Istanbul bastano poche ore di aereo;
l’accessibilità non dipende genericamente dallo sviluppo tecnico, ma da scelte economiche e politiche
che attrezzano concretamente vie e mezzi di comunicazione (infrastrutture); internet e la rete possono
essere visti come metafore di questo cambiamento: fili e nodi (ispessimento dei tessuti di relazione in
punti particolari dello spazio). Per i sociologi, i nodi rivelano la persistenza e la rilevanza di società
locali. I geografi usano l’immagine della rete per rappresentare e rendere conto deli flussi di persone,
informazioni, beni, incanalati da strade, ferrovie, telefoni, cavi di fibre ottiche (che permettono di
moltiplicare le informazioni scambiate nell’unità di tempo).
Utilizzando le accresciute possibilità di comunicazione, ogni impresa, ogni istituto di ricerca, al limite
anche ogni persona stabiliti in un certo luogo costituiscono la loro propria diversa reta di relazioni
collegandosi con partner sparsi nel mondo, liberi di cambiarli a seconda delle necessità, saltando
possibili relazioni prossime nello spazio.

La società locale
L’interazione sociale definisce nello spazio delle unità sociali riconoscibili, di diversa ampiezza.
Noi chiamiamo queste unità:quartiere,città,metropoli,regione, ecc. o, in generale, società locali.
In esse l’interazione sociale può essere relativamente debole e povera di contenuti, oppure frequente
e ricca.
Le società locali non ripetono, a dimensioni diverse, un’identica struttura sociale.
Così come la vita quotidiana in un paese è diversa da quella di una metropoli, il modo di organizzazione
delle società locali a differenti scale ha sue particolarità; d’altro canto, a parità di scala, ogni città o
quartiere diventa uno degli infiniti modi possibili di essere della società, che dipende dalle
sue particolari funzioni economiche, dalle specifiche tradizioni culturali, dall’articolazione del potere
politico, dalla conformazione delle classi sociali e della composizione etnica, e così via.
La società locale non è separata dal resto della società: ciò significa che i caratteri generali relativi alla
società contemporanea, o tipici di una società nazionale, influenzano anche direttamente l’interazione,
che si orienta a un contesto locale, e si mescolano con le tipicità economiche, culturali, politiche del
contesto locale: per tale ragione è difficile definire in modo univoco i confini di una società locale.
A causa, infatti, del disembedding le società locali appaiono più aperte e permeabili.
Un modo pratico per tenerne conto è pensare che le società locali tendono a strutturarsi in riferimento
a due assi:
• uno orizzontale,
• l’altro verticale.
Tenere conto dei due assi significa in sostanza che i diversi aspetti culturali, politici, economici della
società locale devono essere visti in relazione fra loro:
• asse orizzontale, relazione fra comunità locali;
• asse verticale, diretta connessione con la cultura, la politica e l’economia nazionale.
Un’ulteriore conseguenza del processo di disembedding è l’impossibilità di definire un modo univoco
i confini di una unità sociale locale, anche se esistono confini amministrativi (comune, province,
comunità montane, regione, ecc.).
Es: definire i confini dell’economia di una città metropolitana;
es: due regioni limitrofe possono essere separate da un confine di stati, pur essendo a cultura ed
economia simile o identica.

Comunità locali
134
Nella sociologia contemporanea l’espressione comunità locale è usata per indicare quel tipo di
collettività «i cui membri condividono un’area territoriale come base di operazioni per le attività
giornaliere» (Parsons 1951).
Il concetto di «comunità» è stato infatti introdotto da Ferdinand Tonnies (1855-1936) il quale usava
la coppia di concetti comunità/società per indicare due tipi polari di relazioni, fondamento a loro volta
di due modelli sociali complessivi con i quali spiegava la svolta verso il mondo moderno.
Quando pensava alla comunità aveva in mente il vicinato e il villaggio tradizionale. Le relazioni nella
comunità locale possono essere di tipo «comunitario» e di tipo «societario».
Secondo il sociologo tedesco Tonnies, la società pre-industriale era di tipo comunitario,
caratterizzata dalla volontà organica, ovvero dal predominio dei vincoli naturali connessi alla vita
biologica, all’istinto, al piacere e al sostrato inconscio dei sentimenti e della memoria.
Nella forma comunitaria la famiglia, in quanto unità fondata sulla comprensione affettiva, sulla
solidarietà di intenti dei suoi membri e sulla proprietà comune, aveva un ruolo centrale e costituiva
anche il contesto nel quale, in assenza dello scambio di mercato, si svolgevano le attività economiche e
produttive (lavorazione della terra, artigianato, piccoli commerci, ecc.).
Nella comunità, la famiglia rappresentava il modello di riferimento privilegiato per la vita e per le
strutture del villaggio o della piccola città, dove le norme erano soprattutto fondate sul costume, sulla
tradizione e sulla religione.

Nella società invece prevale la volontà convenzionale, ovvero il prodotto delle intenzionalità
individuali di tipo riflessivo ed egocentrico, orientate dalla razionalità di tipo strumentale, dagli
interessi e dal principio della concorrenza.
Nella forma della società, le relazioni sono artificiali, basate sul contratto e sul diritto, sullo scambio di
mercato, nel riferimento comune al valore del denaro.
In tale forma prevalgono quindi la separazione dei beni, i valori utilitaristici, il calcolo e la
speculazione.
In questo contesto, la famiglia perde il suo primato e la solidarietà familiare cede il passo
all’individualismo e ai gruppi di interesse economico.
Lo sviluppo della forma societaria comporta una distruzione progressiva delle forme di vita
comunitaria, con una perdita riguardo alla ricchezza dei vincoli affettivi e alle certezze morali
(Tonnies 1887).
Riepilogando:
• La comunità è organica, fondata su rapporti di intimità, riconoscenza, condivisione e in cui gli
individui si sentono uniti gli uni agli altri. Si adatta meglio a società locali di piccole dimensioni.
• La società è meccanica, fondata sui rapporti di scambio e l’interesse personale che mettono in
relazioni non gli individui nella loro totalità, ma soltanto le loro prestazioni. Oggi siamo
consapevoli del fatto che questa distinzione non è assoluta nel senso che le relazioni nella
comunità locale possono essere di tipo «comunitario», ma possono essere anche di tipo
«societario».

Le relazioni di vicinato
Vivere vicini dà luogo a un tipo di relazioni meno intense della parentela e dell’amicizia, ma in potenza
molto coinvolgenti. Un vicino ci può aiutare in caso di bisogno, con lui possiamo scambiarci visite nel
tempo libero, ma comincia a seccarci se di notte tiene alto il volume della televisione o se vuol sapere
troppo dei fatti nostri.
Le relazioni di vicinato si stabiliscono secondo regole che al tempo stesso devono garantire
l’interazione e la distanza, la comunicazione e la riservatezza.
Si tratta di regole non scritte, ma i regolamenti di condominio contengono alcune norme scritte per il
buon vicinato.

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Anche gli aiuti o i regali fra vicini sono scambiati secondo regole: ad es., un dono eccessivo che non
possa essere ricambiato non sarà gradito, perché stabilisce una dipendenza personale.
Le ricerche hanno mostrato che esistono forme tradizionali e forme moderne di vicinato:
in contesti stabili, isolati, omogenei, economicamente incerti, tendono a manifestarsi rapporti intensi e
solidaristici,mentre se esistono forme di assistenza pubblica a basso costo e maggiori possibilità di
movimento le relazioni sociali si stabiliscono in ambiti più dispersi.Gli scambi di servizio e i bisogni
espressivi sono comunque alla base di relazioni di vicinato.
L’architettura può favorire o rendere impossibile l’equilibrio difficile fra comunicazione e riservatezza:
ottenere questo equilibrio è forse il problema principale da affrontare nella progettazione di un
grande condominio.
I grandi condomini sono i principali contesti di vicinato.
Aumentando la distanza della residenza, gradualmente le relazioni si fanno più superficiali:
incontrando il vicino di pianerottolo si scambiano parole, un altro inquilino lo si saluta, a chi abita in
fondo alla strada si fa qualche volta un cenno del capo.
Gradatamente il rapporto di vicinato si trasforma nella relazione più superficiale che si possa
immaginare nello spazio: la relazione di traffico, del tutto anonima, eppure anch’essa una
relazione tipica, le cui regole possono essere studiate; il comportamento sull’ascensore ne è un
esempio.
Per quando non sia del tutto corretto, il vicinato è spesso inteso sinonimo di quartiere. In realtà, i
rapporti di quartiere si definiscono fra quelli di vicinato e quelli superficiali e anonimi nella città.
In certi casi i rapporti di vicinato sono il punto di partenza per la formazione di un quartiere: un primo
nucleo di residenti chiama altri conoscenti e via via la cerchia si allarga.
E’ il fenomeno chiamato catena migratoria, che ha prodotto i quartieri etnici nelle grandi metropoli: ad
es., Little Italy e Chinatown a New York.
Il quartiere può avere solo funzioni residenziali o anche produttive, la composizione può
essere omogenea, in termini etnici o di classe sociale, oppure eterogenea, i residenti possono essere
stabili o cambiare; un quartiere può così mutare in modo radicale nel tempo i suoi caratteri sociali,
come quando un gruppo di immigrati trova una migliore collocazione sociale e residenziale e la zona
che aveva occupato viene lasciata a una ondata migratoria,o quando un quartiere tradizionale di
artigiani e operai viene a poco a poco colonizzato da professionisti e intellettuali, che trovano
piacevole abitare in un ambiente non troppo modernizzato, in questo caso si parla di villaggi urbani.

Studi di comunità nel Mezzogiorno


Le comunità agricole in zone arretrate sono state spesso studiate per comprendere i meccanismi di
uscita dalla società tradizionale o di resistenza allo sviluppo. Uno studio influente è stato, nel
dopoguerra, quello dell’antropologo americano Edward Banfield (1958), su una piccola comunità della
Lucania convenzionalmente chiamata «Montegrano»: un paese isolato di contadini e braccianti, fra i
più poveri del mondo occidentale.
Banfield fu colpito dal fatto che non esistesse qui una vita associativa, e si chiese perché di fronte agli
evidenti problemi sociali, nessuno si desse da fare per cambiare le cose.
La risposta fu cercata nel familismo amorale, un tratto culturale di questa comunità agricole
arretrate, secondo il quale gli abitanti di Montegrano cercano soltanto di massimizzare i vantaggi
materiali e immediati del nucleo familiare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo
stesso modo.
La prospettiva di investire risorse ed energie in beni collettivi e un’azione organizzata per
realizzarla sono per questo fuori dall’orizzonte delle possibilità.
Quindi nessun investimento di risorse ed energie in beni collettivi e nessun tipo di azione organizzata
a tal fine. La spaventosa miseria, il senso di umiliazione, la paura del futuro, sono il terreno sul quale
il familismo amorale è cresciuto, ma i montegranesi sono ora prigionieri della loro morale centrata

136
sulla famiglia. La ricerca di Banfield ha destato un dibattito serrato, al quale ha partecipato, tra gli
altri, Alessandro Pizzorno, uno dei grandi sociologi.
Egli ha sostenuto che il familismo non spiega fino in fondo il comportamento dei montegranesi:
piuttosto che come una particolare cultura tradizionale, che pure è influente attraverso la
socializzazione e il controllo sociale, la rinuncia a un’azione collettiva per contribuire al
cambiamento può essere infatti anche interpretata come una scelta date le condizioni di vita.
Le condizioni sono quelle della marginalità economica e politica rispetto ai centri del processo di
sviluppo.
Data la marginalità, innescare un’azione collettiva richiederebbe uno sforzo tale per ottenere risultati
talmente incerti e limitati (compresa la necessità di vincere la diffidenza degli altri) che nessuno è
disposto a rischiare facendo la prima mossa.
Quindi, sia per comprendere la società locale sia per cercare vie d’uscita, si tratta di definire i problemi
in relazione a un sistema più ampio, guardando insieme dentro e oltre Montegrano.
Ed allora, gli abitanti di Montegrano non sono per natura dei familisti amorali (Pizzorno 1967).
Diverse sono state le critiche al familismo amorale (E. Ferragina) tra queste:
• il familismo amorale fosse il risultato dell’isolamento storico del Mezzogiorno e non l’origine
del problema (Pizzorno 1996- 1971);
• incompatibilità tra un caso studio di un caso isolato e la generalizzazione da esso derivante
(Marselli 1963);
• l’eccessiva semplificazione delle abitudini culturali italiane (Cancian 1961);
• la dubbia adozione di Montegrano come caso tipico per descrivere tutto il Mezzogiorno
(Silverman 1968);
• la mancanza di attenzione per la figura dei «padrini» (Moss e Cappannari 1960);
• (Colombis 1976) si soffermò sulla terminologia, la metodologia e la povertà di contenuto del
libro di Banfield, sottolineando la semplicistica associazione tra familismo ed egoismo e la
totale inadeguatezza del questionario usato a Montegrano;
• la formazione dell’identità individuale e lo sviluppo socio-economico della società non si
integrano funzionalmente se la famiglia diventa l’unica «risorsa istituzionale» di cui gli individui
dispongono per l’intero arco della loro vita (Gribaudi 1993).
Per cui si può affermare che Banfield ha legato familismo amorale e meridione perché
a Montegrano la famiglia era la sola istituzione funzionante, tuttavia il suo ruolo preponderante non
sembra essere il prodotto di un habitus culturale ma piuttosto uno stato di necessità. Altre critiche alla
tesi di Banfield: sul diverso livello di partecipazione associativa nelle regioni italiane proposta da La
Valle 2006: i settentrionali sono più coinvolti nelle associazioni di volontariato dei meridionali e il
livello di scolarizzazione è il fattore predittivo più importante.
La Valle ha anche enfatizzato l’importanza di includere lo status occupazione tra le variabili
indipendenti per interpretare il livello di partecipazione sociale.
L’inclusione di questo fattore aiuterebbe a spiegare il differenziale di partecipazione fra meridionali e
settentrionali, suggerendo un’interpretazione della mancanza di azione collettiva nel Mezzogiorno più
legata a variabili socio-economiche che culturali; altre macro-ricerche
(Catanzaro 1983; Pizzorno 1971) hanno messo in risalto come la mancanza di azione collettiva non
possa essere spiegata esclusivamente attraverso fattori socio-economici o culturali.
Il carattere del Mezzogiorno dovrebbe essere analizzato in una prospettiva più ampia che comprenda,
insieme alle variabili interpretative socio-economiche e culturali, il ruolo della storia.
Quindi, escludendo soluzioni legate ad un singolo fattore e confermando che il familismo amorale non
sembra un habitus peculiare dei meridionali.
In conclusione si può sostenere che:
• la teoria del familismo amorale ha validità generale, ma non spiega la mancanza di
propensione all’azione collettiva tra i meridionali;

137
• Banfield ha correttamente messo in risalto il ruolo dell’habitus culturale per spiegare la
mancanza di azione collettiva (Putnam 1993; Fukuyama 1995), tuttavia l’integrazione di questa
interpretazione con le tradizionali teorie socio-economiche non può essere elusa;
• nel Mezzogiorno il nucleo familiare è la sola istituzione che supporta gli individui per l’intero
arco della vita, è una forma di solidarietà «obbligata», lì dove tutto il resto manca.
• Per questa ragione, la centralità della famiglia appare una necessità piuttosto che una scelta
dettata da un habitus culturale radicato (Mingione e Magatti 1997).
• L’analisi multi campionaria dimostra che il familismo amorale è più importante per spiegare la
mancanza di propensione all’azione collettiva fra gli altri cittadini europei piuttosto che fra i
meridionali;
• l’assenza di azione collettiva tra i meridionali deve essere spiegata rivolgendosi a fattori socio-
economici, culturali e storici,partendo dal livello di scolarizzazione e le discriminazioni di
genere.
Questo risultato rafforza la conclusione che la teoria di Banfield non è applicabile al contesto per la
quale fu originariamente messa a punto.
Pertanto, la teoria di Banfield ha valenza generale ma non sembra essere una caratteristica peculiare
dei meridionali, piuttosto l’esistenza di una lettura stereotipata del Mezzogiorno.
Negli anni successivi lo studio del sottosviluppo meridionale ha dato meno importanza agli aspetti
culturali nella spiegazione dei problemi, e si è misurato con i cambiamenti indotti dalla crescita
economica nazionale e dalla politica per lo sviluppo.
Inoltre, è diventata evidente la necessità di distinguere differenti tipi di comunità tradizionali e
differenti tipi di cambiamento a partire dalle diversità originarie.
Un programma di studi comparati in tre comunità della Calabria può essere considerato significativo di
questi orientamenti (Piselli e Arrighi 1985; Piselli 1981; Arlacchi 1980).
Le tre comunità sono rappresentative di altrettante forme originarie di società tradizionale, si tratta di
• una comunità di contadini e affittuari;
• una comunità a economia agricola di piccola e media impresa;
• un caso di latifondo a grande conduzione con salariati.
Le tre comunità sono rappresentative di altrettante forme originarie di società tradizionale, si tratta di
La comunità a economia agricola di piccola e media impresa (più instabile) per l’esportazione, ma
dove i rapporti di mercato si mescolano a consuetudini e rapporti tradizionali di produzione e
scambio.
E’ altamente instabile, perché ha un’economia soggetta a forti variazioni stagionali e con accessi
difficili ai mercati di vendita lontani: annate buone e fallimenti si susseguono, con una continua e forte
mobilità ascendente e discendente.
Il mercato ha da tempo cancellato gli equilibri dell’economia tradizionale di autoconsumo e
reciprocità, ma non è capace di regolare la società locale. Questa allora finisce per essere stabilizzata
da un complicato equilibrio tra famiglia, clientela e mercato con un accentuarsi della presenza
della mafia, che assume funzioni di regolazione sociale controllando gli accessi alle attività
economiche, redistribuendo risorse, fissando prezzi. ll caso di latifondo a grande conduzione con
salariati (più rigida), dove i possidenti controllano la società locale e il mercato del lavoro
impedendo l’organizzazione dei braccianti con la violenza di un esercito privato.
Il confronto tra la ricerca di Banfield e quelle dell’Università della Calabria mostra possibili direzioni di
sviluppo di studi di comunità nel Mezzogiorno, che hanno peraltro una lunga tradizione (Rossi
Doria 2007).
Più di recente, un nuovo interessante filone di ricerca ha portato alla luce casi di distretti industriali, o
più in generale sistemi locali, vale a dire di economie di piccola e media impresa, di produzione o di
servizi, capaci di conquistarsi spazi di mercato esterni, partendo da condizioni locali diverse da quelle
che hanno caratterizzato le regioni del centro e del nord-est tipiche in Italia per questa forma di
economia;questo si è realizzato valorizzando risorse disponibili sul territorio, anche remando
138
controcorrente, vale a dire superando difficoltà che spesso bloccano lo sviluppo nel Mezzogiorno
(Asso e Trigilia 2010).
Per concludere il tema della comunità, oggi, più che mai, abbiamo bisogno di fare comunità… essere
comunità…
Fare comunità, essere comunità, praticare la comunità, più che parlarne, assumere la comunità come
modello.
Che cosa significa comunità? Mettersi a disposizione dei miei fratelli, delle persone.
Comunità è una parola dimenticata, più frequentemente diciamo società.
Siamo comunità, anche se non ci vogliamo bene, anche se non ci volessimo bene.
Supponiamo che siamo in una grande casa, un grande condomino, in cui viviamo accanto gli uni agli
altri senza mai guardarci in faccia. Ipotizziamo che qualcuno si dimentichi di chiudere il gas e salta
l’intero condominio.
Nel momento in cui salta l’intero condominio, chi non aveva mai guardato l’altro, si accorge, nel
disastro, che la sua vita era legata a quella dell’altro. Dovremmo ogni sera fidarci che ognuno non si
dimentichi di chiudere il gas, ne possiamo immaginare che ognuno vada nelle stanze delle case degli
altri ad accertarsi che abbiano chiuso il gas.
Quelli che stanno in un condominio costituiscono una comunità, anche se non lo sanno, anche se non
si vogliono bene, anche se non si guardano mai in faccia.
Ed ancora, cos’è la città?
La città non è un aggregato di case. La città è la civitas termine in cui in latino si esprime la nozione di
«città».
«I romani vedono fin dall’inizio che la civitas è ciò che viene prodotto dal mettersi insieme sotto le
medesime leggi di persone al di là di ogni determinatezza etnica o religiosa. Questo è un tratto
assolutamente caratteristico e straordinario della Costituzione romana rispetto a tutta la storia delle
città greche ed ellenistiche precedenti» (Massimo Cacciari 2004).
Comunità significa che nel momento in cui siamo insieme, ci sono alcuni comportamenti miei che
possono danneggiare gli altri, possono produrre dei danni agli altri. Ossia con certi miei comportamenti
posso fare in modo che un altro non viva bene.
Dal momento in cui mi accorgo che dal mio comportamento deriva la vita di un altro, io imparo ad
essere comunità.
La Costituzione ci insegna che siamo in una comunità anche se non ce ne accorgiamo.
Come quando si sta in una nave. Coloro che stanno su una nave, la prima percezione che hanno è che
sono una comunità viaggiante. Se uno si mettesse a forare la nave metterebbe a rischio anche la vita
degli altri.
Si può avere l’idea di giustizia se si ha l’idea di comunità. Per dire giustizia non basta dire che siamo in
comunità. Spesso diciamo “facciamo giustizia se la maggioranza sta bene”. Ma l’idea della comunità è
l’idea che ognuno di noi è una persona, un bambino-adulto-anziano, che vive bene secondo i
suoi bisogni di verità, autenticità, bontà, bellezza. Ognuno di noi deve esprimere questi bisogni.
Questo, nel linguaggio della Costituzione Italiana, significa diritti fondamentali, ovvero quei bisogni che
non possono essere cancellati da nessuno, nemmeno dalla maggioranza.
Se noi come maggioranza del popolo italiano decidiamo con una legge che, ad es., i bisogni di Giorgio
non debbono essere soddisfatti, questa legge è incostituzionale. Il diritto fondamentale significa
tutelare il bisogno di ogni persona singolarmente presa.
Per dire se la comunità è giusta o non giusta, io devo vedere se c’è anche uno solo che sta male, che è
malato, che non riesce a realizzare i suoi bisogni. Se c’è anche una sola persona che non riesce a
esprimere tutte le sue capacità, il diritto di quella persona non è assolto, ciò significa che se anche
viviamo in una legalità, questa legalità non è costituzionale.
La legalità, la legge deve essere costituzionale, e la Costituzione a sua volta anch’essa deve essere
sottoposta al principio della persona.
Ci sono articoli che non possono essere cambiati, quali sono?
139
Sono gli articoli che riguardano i diritti fondamentali e i bisogni delle persone. La persona non è la
persona in astratto, ma è, ad es., Luigi, Renato…
A una lettura attenta ci accorgiamo che questi diritti sono anche doveri.
Nel momento in cui dico che ho questi bisogni e la Costituzione mi consente di realizzarli, io sto
dicendo che sono anche i tuoi bisogni che devono essere realizzati e quindi nel momento in cui dico “io
devo poter studiare” sto dicendo che anche tu devi potere studiare, e anche lui deve potere studiare, e
anche l’altro deve poter studiare.
Perciò, quello che io dico essere un diritto è anche un dovere. Capiamo così che i diritti e i doveri
fondamentali sono in relazione. Ma a quali condizioni possono stare insieme i diritti e i doveri
fondamentali?
Soltanto a condizione che noi sappiamo di essere una comunità, in cui in uno solo vale la vita di tutti.
Perché, se uno solo sta male, significa che il corpo della comunità è ammalato.
Questo principio sta anche nel Vangelo. Nel Vangelo di Luca leggiamo che Gesù rivolgendosi ai dottori
della legge e ai farisei: “E’ lecito o no curare di sabato?” Ma essi tacquero.
Gesù prese per mano un ammalato, lo guarì. Poi disse loro: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade
nel pozzo, non lo tirerà subito fuori il giorno di sabato?”.
La stessa legge è meno importante dell’uomo, perché la legge è al servizio dell’uomo.
Leggiamo la parabola del buon pastore, di chi ha cento pecore e va in cerca di quella che si è persa.
Se noi ragionassimo con il principio della maggioranza dovremmo dire “ne ho novantanove, che
m’importa della centesima?”.
Invece, il pastore va a cercare la centesima pecora, perché la centesima vale come le altre
novantanove.
E senza quella centesima pecorella tutto il gregge è malato.
Quindi,il principio della comunità è un principio per il quale non vale il principio della maggioranza e
nemmeno dei tre quarti. Vale il principio della totalità.
Questo principio è scritto nella Costituzione. E’ il principio per cui dobbiamo guardare alle persone una
alla volta e una ciascuna.
Tornando al tema: cos’è una città?
Il termine «città» è usato dai sociologi, quando però si priva a chiarirlo e a definirlo ci si accorge che
non è facile.
La definizione più citata si trova in un articolo di Louis Wirth (1938): la città è un insediamento
relativamente vasto, denso e duraturo di persone socialmente eterogenee. Grosso modo, dimensione,
densità,eterogeneità della popolazione.
La definizione lascia aperte diverse questioni:
• Partiamo dalla dimensione: si devono contare solo i residenti che dormono in città o anche i
pendolari per lavoro, o chi viene in città per certi servizi?
• Quanto alla densità, che riguarda il rapporto popolazione-territorio, dobbiamo pensare a una
soglia che vale in generale, oppure variabile a seconda delle densità media?
• Per ciò che concerne l’eterogeneità, bisogna mettere in che ne esistono di tipi diversi: una
dipende, ad es., dall’immigrazione di persone di etnie diverse, un’altra molto significativa dalla
divisione del lavoro.
In conclusione si può fare riferimento in prima approssimazione alla definizione di città di Wirth, ma
bisogna essere consapevoli che questa lascia aperte molte questioni per l’analisi.
In realtà, a seconda dei problemi di ricerca si possono dare definizioni diverse di città. Weber, ad es.,
ha tagliato corto dicendo che non si può decidere quando un luogo può essere considerato una città
con riferimento alla dimensione (Weber 1922).
Per Weber, la città è una completa società locale che arriva a essere perfettamente strutturata solo
quando si dà da se stessa i suoi ordinamenti, senza dipendere da poteri politici superiori (Weber dice è
«autocefala»)

140
Nel nuovo millennio le cose sono più complesse: la conurbazione, cioè il territorio edificato con
continuità, e i bacini di pendolarismo si estendono oltre i confini amministrativi delle vecchie città,
senza che l’area metropolitana, la vera città della nuova epoca, abbia necessariamente un’identità
amministrativa.
In pratica ciò significa che l’agglomerazione così rilevata, ovvero l’area urbana (è l’espressione usata),
coincide con l’immagine continua che di una città si coglie illuminata di notte sorvolandola con una
aereo (Demographia 2011).
Le città non sono egualmente distribuite, alcune zone o paesi hanno un tessuto di città più fitto di
altre, e la popolazione può essere più o meno concentrata in una capitale nazionale o regionale.
La concentrazione della popolazione si accompagna alla concentrazione dei poteri amministrativi e
delle funzioni economiche che stabiliscono gerarchie:
• il modello parigino, è quello di città molto grande che domina un’area vasta e poco
urbanizzata.
Parigi si configura infatti come una grande concentrazione all’interno di un vasto territorio
dove nessun altro centro ha potuto svilupparsi più di tanto per la forte dominanza della città
centrale;
• il modello renano, opposto al precedente, è caratterizzato da un tessuto diffuso di città, vale a
dire da una trama fitta di città meno ineguali.
Si ritrova tipicamente in Germania, lungo il bacino del Reno, e nelle Fiandre;
I caratteri del secondo modello sfumano in un terzo molto simile: il modello intermedio,
caratteristico in particolare dell’Italia centrale e nord-orientale, per cui è ben visibile sulla carta
quel corridoio popolato da città che da sud a nord attraversa la zona centrale dell’Europa;
• il modello periferico, si ritrova ad es., nella Francia occidentale, nel Mezzogiorno italiano, o in
zone della Germania a est del corridoio che identifica le città del modello intermedio. Tolosa,
Bordeaux, Napoli, Palermo, Monaco, Norimberga sono casi di grandi capitali regionali, lontane dalla
capitale nazionale, che hanno mantenuto un’influenza gerarchica su un territorio relativamente
vasto.

Il governo locale
Una città, in quanto società locale,è anche un luogo specifico dell’attività di governo,
un soggetto dell’attività politica e un oggetto del governo urbano (Mela 1996).

La città come luogo specifico dell’attività di governo


La città è una società con suoi caratteri e problemi diversi da quelli di ogni altra città, che combinano
in modo particolare tendenze e tratti generali della società complessiva.
Se la politica è in generale l’organizzazione della società, c’è bisogno dunque anche di interventi
specifici per l’organizzazione di una società locale, ovvero di un governo locale.
Nel preambolo del Trattato di Maastricht, che ha dato vita nel 1992 all’Unione Europea, si raccomanda
che «le decisioni siano prese il più possibile vicino ai cittadini».
Si tratta di un’affermazione del principio di sussidiarietà, per cui un livello di governo superiore
dovrebbe poter intervenire se e soltanto se è in grado di risolvere meglio e in modo più efficace
problemi di interesse generale.
Il principio riconosce, in via generale, non solo l’opportunità, ma anche un fondamento legittimo alla
pretesa di autogoverno locale.

La città come soggetto dell’attività politica


Il comune è, nel nostro ordinamento, l’unità politico-amministrativa di base;
Il comune è l’istituzione della città in quanto soggetto politico, ma bisogna tenere presente che sul
funzionamento e lo sviluppo di una città incidono decisioni delle amministrazioni provinciali, regionali,
nazionali, e che possono anche stabilirsi conflitti fra i diversi livelli di governo.

141
La città come oggetto dell’attività di governo urbano
Infine la città è oggetto di governo. Il governo urbano agisce per garantire sicurezza, infrastrutture,
servizi per i cittadini, e più in generale per favorire lo sviluppo della società locale.
Molti problemi sociali, i quali hanno radici nella struttura e nel funzionamento della società
complessiva, finiscono poi per presentarsi come problemi urbani:
• povertà,
• carenza di abitazioni,
• sicurezza,
• degrado ambientale.

La vita urbana
All’inizio del Novecento George Simmel ha tracciato un profilo dell’uomo che vive in grandi città. Per
descrivere la particolare psicologia, egli attira l’attenzione sul fatto che in questo ambiente l’uomo
della metropoli è sottoposto: a un continuo sovraccarico di stimoli di ogni genere; reagisce agli stimoli
crescenti piuttosto con la mente che con il cuore; la razionalizzazione delle relazioni individuali è
favorita dal più diffuso uso del denaro, che è la fonte e l’espressione della razionalità
e dell’intellettualismo metropolitano ed è qualcosa di assolutamente impersonale, è un livellatore,
riduce qualsiasi valore qualitativo ad una base quantitativa, e dalla necessità di calcolo nelle relazioni
di lavoro e della vita quotidiana, scandite da orologi; le relazioni comprendono anche stabilire distanze
e separazioni dagli altri, che vanno dall’indifferenza, al riserbo, al sospetto, fino all’ostilità. La
relativa dissociazione dagli altri è in realtà la condizione che rende possibile la vita di relazioni in città
(Simmel 1903).
Il denaro per Simmel è la migliore dimostrazione del carattere simbolico del sociale. La preminenza
assunta nella società moderna dalla dimensione del denaro ha avuto dirette conseguenze sullo stile di
vita, favorendo il carattere astratto e anonimo dei rapporti intersoggettivi, la presa di distanza nei
confronti delle cose e della natura, l’accelerazione dei ritmi di vita e la mobilità spaziale.
I rapporti tra gli individui mossi da interesse non sono infatti più legati alla realtà locale e appaiono
indipendenti dai vincoli familiari. Il denaro ha così provocato un aumento della complessità sociale,
creando dei problemi di insicurezza negli individui, che hanno la sensazione di non avere più
il controllo delle conseguenze delle loro azioni.
A differenza dell’artigiano di una volta, l’operaio industriale generalmente non conosce la destinazione
ultima del prodotto del suo lavoro. Ne consegue che se il denaro, da un lato, favorisce
l’affermarsi dell’individualismo, dall’altro provoca «la continua oggettivazione dei rapporti,
l’eliminazione di ogni tinta e di ogni orientamento personali» (Simmel 1900).
La preminenza dello scambio economico astratto ha inoltre una diretta influenza sulla percezione della
mancanza «di qualcosa di definitivo nel centro dell’anima», che spinge a cercare sempre nuove
soddisfazioni momentanee, nuovi stimoli ed emozioni, creando condizioni di instabilità e di incostanza
nei gusti, negli stili, nelle convinzioni e nei rapporti (Simmel 1900). Quando gli oggetti del desiderio
appaiono svuotati di ogni valore intrinseco, basato sui sacrifici che siamo disposti a fare per ottenerli,
ma hanno valore solo in base al denaro, diventa più difficile per l’individuo percepire il nesso tra valore
e desiderio, in quanto il valore viene oggettivato nel prezzo di mercato. La relazione sociale tende
allora a perdere ogni significato, a trasformarsi in «una relazione senza copione» (Dal Lago 1978).
Il ritratto dell’uomo della metropoli ha esercitato molta influenza ed è stato ripreso e sviluppato da
numerosi studiosi.
Qualche decennio dopo dopo Simmel, Wirth 1938, a partire dalla definizione di «città» che abbiamo
ricordato, ha osservato che in relazione alla divisione del lavoro, alla residenza, all’etnia e così via si
appartiene a molti gruppi diversi: venendo a contatto con persone diverse nei vari gruppi, con la
conseguenza che la comunicazione viene limitata a cose che si pensa siano di interesse generale in

142
ogni specifico contesto; in riferimento alla società nel suo insieme, le istituzioni e i mezzi
di comunicazione di massa producono una cultura media, livellatrice delle differenze culturali.
Inoltre, Wirth ha ribadito: la difficoltà di rapporti veramente personali, sostituiti da rapporti fra
ruoli specializzati, ha indicato nella tendenza all’associazionismo una forma di compensazione e nella
crescita della devianza un fenomeno tipicamente urbano.
Simmel e Wirth ci hanno fornito strumenti per guardare criticamente alla città, che tuttavia vanno
usati con attenzione.
• In primo luogo, ci si è chiesti se e in che misura le conseguenze culturali individuate siano da
attribuire al fatto urbano in sé (alle dimensioni dell’insediamento, alla densità e
all’eterogeneità, come diceva Wirth), o non siano piuttosto tipiche della città occidentale, più
direttamente da attribuirsi all’organizzazione capitalistica, con variazioni a seconda
delle diverse matrici culturali della società alla quale le città appartengono, dei tipi e delle
funzioni delle città.
• In secondo luogo, non bisogna banalizzare gli schemi interpretativi proposti.
Proprio Simmel del resto segnalava che se le nuove relazioni sociali in città comportano rischi
per la personalità e la cultura, esse sono però anche la condizione per adattarsi al
cambiamento sociale e promuoverlo. Così, è vero che per i bisogni della loro vita i cittadini
entrano a contatto diretto o indiretto con molte più persone degli abitanti della campagna,
e che questo comporta rapporti più superficiali; tuttavia, ciò significa anche dipendere meno
da persone singole per una gamma molto vasta e indistinta di bisogni: questa è la condizione di
base essenziale per superare i rapporti sociali tradizionali ascritti, per aumentare le possibilità
di scelta dei soggetti, per rendere più mobili le risorse della società in vista di
nuove combinazioni. Nell’insieme dei suoi lavori, piuttosto che sugli effetti
necessariamente negativi dell’urbanesimo Simmel ragiona sulle sue ambivalenze e
sulle possibilità che questo apre. Da questo punto di vista si può osservare
che l’urbanizzazione è di fatto da lui considerata come parte del più generale processo di
modernizzazione.
• In terzo luogo, è vero che nelle città entriamo continuamente a contatto con sconosciuti, che
viviamo esperienze di relazioni segmentate, che per difenderci dall’eccesso di stimoli
semplifichiamo e rendiamo più superficiale la nostra vita di relazione, e che questi tratti di una
cultura urbana; nondimeno, la ricerca ha mostrato che anche nella città gli abitanti sono capaci
di tessere relazioni strette, durevoli, personali, a dispetto della quantità di relazioni quotidiane
di segno opposto.
Si riscontra che nella città tendono a formarsi anche subculture particolari, condivise con
maggiore o minore stabilità da persone che hanno comuni appartenenze o che sono
accomunate da scelte appunto culturali. Anche nelle città si strutturano dunque delle identità,
più o meno forti e stabili.
L’antropologo Ulf Hannerz (1980), ha proposto una sorprendente definizione di «città» in prospettiva
culturale: un luogo dove è possibile trovare una cosa mentre se ne sta cercando un’altra. Certo questo
significa che nella città ci si può facilmente perdere. Ma la possibilità di scoprire qualcosa per caso è
forse uno dei meccanismi più caratteristici della vita urbana, che spiega come la città sia stata
sempre un grande crogiuolo di innovazioni culturali.
Di nuovo, la dimensione è solo relativamente importante. E’ soprattutto l’esperienza della diversità a
esserlo.
Un città grande, ma troppo semplice e poco differenziata, o anche dove le differenze sono segregate in
mondi sociali che non entrano in contatto, non è da questo punto di vista una vera città.

Globalizzazione
Il sociologo americano Daniel Bell (1972) ha fatto un’affermazione che è poi stata spesso ripetuta: «lo
stato nazionale è diventato troppo piccolo per le grandi cose, e troppo grande per le piccole».
143
L’affermazione di Bell ci dice che gli stati hanno relativamente diminuito la loro capacità organizzativa,
che il raggio di strutturazione dei fenomeni sociali per certi aspetti è diventato più grande e per altri
più piccolo.
Se guardiamo nella prima direzione incontriamo il processo di globalizzazione; nella seconda , quello di
regionalizzazione.
Con il termine globalizzazione si intende che le relazioni sociali sono sempre più spesso stabilite a
grande distanza e che la società, come dice Giddens, è ormai «stirata» su tutto il mondo.
Il principale organizzatore della società nello spazio, lo stato nazionale, era stato capace di tenere «in
squadra», vale a dire allineati lungo uno stesso asse, su un dato territorio, un’economia, una cultura
e un sistema politico-amministrativo con caratteri congruenti e fra loro integrati; le società
contemporanee hanno invece problemi di integrazione con riferimento alla loro organizzazione
spaziale.
All’origine di tutto ciò stanno anche le implicazioni spaziale della new economy organizzata su scala
planetaria.
Con riferimento all’economia, si individuano tre processi principali, non nuovi, ma tutti in
accelerazione negli ultimi anni:
• l’internazionalizzazione dei mercati dei prodotti, beni, e servizi: in Italia possiamo comprare
un’auto giapponese piuttosto che americana o svedese, così come possiamo rivolgerci alla
filiale di una banca tedesca nelle nostre città, ed è probabile che alla sera ci venga proposti
un telefilm americano;
• l’internazionalizzazione dei mercati finanziari: l’Eurotunnel sotto la Manica è stato finanziato
con prestiti di banche giapponesi così come, la giapponese Sony emette obbligazioni a Zurigo;
c’è poi il settore disordinato degli speculatori, che giocano d’azzardo spostando velocemente
capitali da una borsa all’altra, da Tokyo a Londra o New York. La loro azione secondo una logica
di redditività a breve termine provoca seri problemi all’ordine economico internazionale;
• lo sviluppo di imprese multinazionali, con filiali operative e reti di fornitori in paesi diversi, in
cerca di condizioni locali più profittevoli di produzione, relativa ad es., al costo del lavoro, alla
pressione fiscale, ma in genere a fattori favorevoli e risorse della società locale.
Questi cambiamenti hanno avuto come condizione importante lo sviluppo delle nuove tecnologie
dell’informazione e la crescita di nuove forme e tipi di produzione, la crescita della new economy e le
pressioni degli interessi economici sulle istituzioni politiche per l’abbattimento dei
vincoli di regolazione del mercato.
L’azione politica degli stati nazionali è messa in difficoltà: essi non influiscono più in modo autonomo
sugli effetti a lungo termine dell’economia, non riescono a operare redistribuzioni, a
sviluppare politiche di riequilibrio e così via.
Quindi, pur se in ritardo e in maniera limitata, è in atto una globalizzazione politica, che corrisponde a
un numero crescente di istituzioni transnazionali, che legano per materie più o meno limitate insieme
diversi di paesi.
Per intendere la portata del processo di globalizzazione è opportuno considerare che esso tocca in
profondità e in generale l’organizzazione sociale, perché sta cambiando la logica del rapporti dei
fenomeni sociali con lo spazio, e non soltanto le relazioni economiche:
• lo spazio dei luoghi, vale a dire le relazioni stabilizzate e ravvicinate, entra in concorrenza con
lo spazio delle reti, vale a dire di relazioni a distanza e mutevoli.

Globalizzazione/regionalizzazione
Ma gli scompensi e i rischi che derivano da un’economia libera da legami sulla scena planetaria non
sono ancora compensati da efficaci istituzioni sovranazionali, dotate di sufficiente potere politico.
Ne deriva, in termini generali, che «piuttosto che a iniziative e intraprese globali, il nuovo termine
(globalizzazione) si riferisce principalmente a effetti globali - che non son né voluti né anticipati»
(Bauman 1998).
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L’idea di un processo non controllato, trainato dai meccanismi automatici dell’economia di mercato,
suggerisce l’immagine delle conseguenze sulle persone, sui loro modi di vita e di pensare.
Flessibilità, capacità, di assumersi rischi, autonomia d’azione sono le parole d’ordine della nuova
economia.
Quella globalizzata è una società del rischio e dell’incertezza, con una possibile radicalizzazione
della tendenza alla individualizzazione, tipica della modernità fin dalle sue origini.

Regionalizzazione
Dobbiamo ora fare i conti con un apparente paradosso: il processo di globalizzazione sembra
accompagnato da un processo parallelo di regionalizzazione.
Il termine regionalizzazione si riferisce a fenomeni di ricentraggio di economia e società su diverse
scale, e con diverse e nuove funzioni, nel contesto della globalizzazione. Possiamo anche dire che
acquistano visibilità e significato società o, come si dice correntemente, «sistemi locali» di diversa
dimensione, nodi nello spazio delle reti della nuova società globale.
La globalizzazione dell’economia va di pari passo con la persistenza di quelle vecchie e la formazione
di nuove aree economiche regionali:
• lo sviluppo tende a concentrarsi in certe zone piuttosto che in altre,
• maggiore autonomia dei governi regionali,
• decentramento dei poteri,
• ridefinizione fra stati e regioni.
Global cities e global city region
Conviene partire da un tipo particolare di città, le global cities (Sassen 1994). Si tratta di poche città,
centri nevralgici della globalizzazione, dove si concentrano e operano i grandi attori che danno impulso
e controllano l’economia globale: New York, Tokyo, Londra, Toronto, Miami, San Paolo, Sydney.
Qui troviamo grandi istituzioni finanziarie, sedi della maggiori corporations, di grandi società di
certificazione, di marketing, i più importanti studi di avvocati specializzati nel commercio
internazionale e così via.
Un’estensione del concetto - global city region - ha permesso di individuare invece le aree dove
emergono importanti concentrazioni di attività produttive, che potevano essere considerate i
motori dell’economia globalizzata.
Nello studio che propone il nuovo concetto (Scott 2001), sono state censite circa trecento città-regioni
globali; fra questa è compresa l’Italia del Nord.
L’economista francese Pierre Veltz (1996) usa un’immagine efficace per far capire il gioco incrociato
della globalizzazione e della regionalizzazione economica: le imprese (ma anche i capitali e le persone)
una volta erano radicate nelle economie e nelle società locali, ora sono ancorate a queste:
oggi hanno vantaggi ad essere collegate ad una rete di relazioni economiche e sociali locali, ma sono
comunque meno dipendenti dalle risorse del contesto locale e possono con più facilità salpare
l’ancora per spostarsi altrove.
Nel suo famoso saggio sulla città, Weber (1920-1921) osserva che questa, nella storia, acquista
autonomia e capacità di iniziativa politica quando i poteri superiori si indeboliscono o diventano
confusi.
Così, come abbiamo visto la crisi del feudalesimo ha dato spazio in Europa ai liberi comuni, che hanno
perse successivamente la loro autonomia con l’avvento degli stati nazionali. Non ci dobbiamo
dunque stupire se la globalizzazione, e nel nostro caso anche il processo di costruzione dell’Unione
Europea, comportano una maggiore capacità di azione politica delle città, in particolare delle capitali
regionali, e per le stesse ragioni una maggiore autonomia dei governi regionali.
Quindi, i processi di decentramento e di ridefinizioni dei rapporti tra stato e regioni, in atto in molti
paesi a tradizione centralista, rappresentano parziali fenomeni di riorganizzazione sociale dello
spazio.

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I dilemmi culturali della globalizzazione
I processi di regionalizzazione non riguardano solo l’economia.
Il fatto che sempre più le relazioni sociali sono slegate da contesti prossimi e riallacciate a distanza, con
la conseguenza che sempre più dipendono da decisioni che altri che non conosciamo prendono chissà
dove, provoca un «senso di insicurezza» (Giddens 1990); lo stesso effetto hanno la rapidità con cui le
relazioni sociali cambiano e la varietà di situazioni con cui ci si confronta.
Questo non significa che anche nelle città e perfino nelle grandi e confuse metropoli non siano possibili
relazioni strette, profonde e durevoli.
Huntington (1996) ha in particolare sostenuto la possibilità che si producono veri e propri scontri di
civiltà, basati su fondamentalismi religiosi, vale a dire su una radicalizzazione culturale delle
identità religiose: cristiana, islamica, confuciana, indù.
Però accanto alla valorizzazione di culture identitarie localistiche, religiose e al rischio di grandi fratture
fondamentaliste, vi sono anche spinte in direzione opposte che delineano un processo
di globalizzazione culturale, ovvero della costituzione di una cultura globale intesa come
l’interconnessione di differenti culture locali o come lo sviluppo di culture che non sono ancorate ad
alcun territorio. Questa possibilità comporta la formazione di nuove subculture e la rivitalizzazione di
identità tradizionali e locali e di grandi aggregazioni culturali storiche.
L’identità nazionale può apparire un contenitore culturale troppo grande e generico, anche se non
necessariamente in conflitto con quella regionale, e in questo senso Bell (1972) parlava di «stato
troppo grande per le piccole cose». In ogni modo, questo è un primo esempio degli effetti esercitati
dalla globalizzazione sui fenomeni culturali.
Gli scossoni all’organizzazione sociale da parte della globalizzazione economica sembrano però
esercitare effetti culturali anche in una direzione opposta, verso la rivitalizzazione di storiche
aggregazioni culturali.
C’è infatti chi sostiene che con la fine della grande contrapposizione politica seguita al crollo del blocco
comunista e dunque dell’ordine mondiale stabilizzato dalla grande frattura fra paesi totalitari con
regimi democratici e con economia di mercato, da un lato, e paesi totalitari con economia
collettivizzata, dall’altro, la principale linea di frattura alla base dell’organizzazione politica stia
diventando appunto quella culturale.
Tuttavia non bisogna confondere la globalizzazione dei flussi e delle reti culturali con la formazione di
un unico sistema di valori e di norme, di significati e di identità.
Questa continua elaborazione di nuova cultura, date le possibilità crescenti di contatti fra culture
diverse, potrà assumere la forma di ibridi culturali, una sorta di creolizzazione della cultura.
Il termine creolizzazione deriva da concetti assimilabili come meticcio, ibrido, mulatto, sincretismo.
In questo quadro possiamo pensare forse a una pacifica convivenza di culture diverse, ma anche - e
questo è più interessante - a confronti riflessivi tra differenti valori e credenze.
Possiamo pensare a forme di globalizzazione della cultura, qualora vi fosse un confronto razionale su
credenze e valori tale da far acquistare loro una validità verificata intersoggettivamente
(Raymond Boudon 1995).

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