Sei sulla pagina 1di 12

Benvenuti nel ‘Capitalismo di

Sorveglianza’, il nostro nuovo,


terrificante ordine economico
Il nuovo libro della professoressa di Harvard Shoshana Zuboff, “Il
capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei
nuovi poteri” (edito in Italia da Luiss), ci avverte che la Silicon Valley
sta accumulando i nostri dati affinché l’intelligenza artificiale possa
sovvertire ogni nostro diritto, libertà e pensiero cosciente.

Di Paul Rowan Brian, The Federalist, 12/04/2019


Traduzione di Federico Nicola Pecchini, Ottobre 2020

Le nuove tecnologie non stanno solo sfuggendo al nostro controllo, ma


vengono anzi utilizzate proprio come strumento di controllo. Questo, in
sintesi, è il messaggio del nuovo libro di Shoshana Zuboff “Il capitalismo
della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, dove la
professoressa emerita e business analyst di Harvard sostiene che Big
Tech sia determinata a mercificare, controllare e cooptare ogni
esperienza umana trasformandola in dato comportamentale grezzo da
utilizzare per accrescere ancora di più i propri profitti ed il proprio potere.

In altre parole, Zuboff sostiene che il capitalismo di sorveglianza


consista nel monitorare, analizzare e modificare costantemente il
comportamento umano per il profitto dei giganti della tecnologia, che
investono in quelli che lei definisce “mercati comportamentali futures”
dove il sapere in anticipo cosa faranno le persone domani o l’anno
prossimo diventa un’informazione di enorme valore per chi vuole
vendergli un prodotto o un servizio.

Il capitalismo di sorveglianza elabora il comportamento umano


monitorando, misurando ed analizzando ogni cosa dal tuo smartphone
alla tua smart home, dalla navigazione Internet ai messaggi privati, fino
alle e-mail coi colleghi. Questa nuova e pervasiva forza si intromette
attraverso i cookie e le autorizzazioni per la privacy che, nella maggior
parte dei casi, devono essere accettate per poter accedere al servizio o
perché esso funzioni correttamente, come nel caso di molti sistemi di
sicurezza domotici di ultima generazione.

Zuboff distingue fin dall’inizio il capitalismo di sorveglianza dal


capitalismo dell’informazione. Mentre il capitalismo dell’informazione si
arricchisce attraverso le informazioni che tu stesso gli fornisci, il
capitalismo di sorveglianza si maschera dietro ad accordi intimidatori sui
termini di servizio e in realtà manipola il tuo comportamento in vari modi
affinché tu faccia ciò che esso vuole, perpetuando un ciclo di feedback
di controllo predatorio e spionaggio emotivo attraverso meccanismi
sofisticati di apprendimento automatico e programmazione algoritmica.

“Si stima che il giro d’affari globale per i prodotti e i servizi di intelligenza
artificiale aumenterà di ben 56 volte, da 644 milioni di dollari nel 2016 a
36 miliardi di dollari nel 2025”, osserva Zuboff, e sarebbe quindi ora di
dare a questo tema lo spazio che merita all’interno del dibattito pubblico.

Un nuovo ordine economico


Secondo Zuboff, il capitalismo di sorveglianza è “un nuovo ordine
economico che rivendica l’esperienza umana come materia prima
gratuita” oltre che “una logica economica parassitaria in cui la
produzione di beni e servizi diventa subordinata ad una nuova
architettura globale di modificazione comportamentale”.

Zuboff sostiene che il problema principale del capitalismo di


sorveglianza è che ci rende meri oggetti le cui esperienze di vita in ogni
più intimo dettaglio devono essere analizzate e previste a beneficio -
effettivo o potenziale - di qualcun’altro. Come scrive Zuboff, “l’essenza di
questo tipo di sfruttamento è la rappresentazione delle nostre vite come
un aggregato di dati comportamentali, in modo da permettere un
migliore controllo di noi da parte degli altri”.

Sebbene Zuboff sostenga nel libro che la tecnologia e le sue scoperte


non sarebbero di per sé malvagie qualora i dati non venissero condivisi
ed utilizzati in modo inappropriato, afferma anche che i capitalisti della
sorveglianza vedono sostanzialmente nella tecnologia stessa una sorta
di giustificazione per il suo utilizzo manipolatorio su una popolazione in
larga parte inconsapevole ed ubbidiente.

Nonostante tutta la sofisticazione futuristica dell’odierna tecnologia


digitale, il messaggio delle aziende del capitalismo di sorveglianza
differisce appena da quanto enunciato nel motto trionfalistico della Fiera
mondiale di Chicago del 1933: “La Scienza Scopre - L’Industria Applica -
L’Uomo si Conforma”, scrive Zuboff.

Zuboff sostiene provocatoriamente che proprio come il capitalismo


industriale ha devastato l’ambiente nel diciannovesimo e nel ventesimo
secolo, il capitalismo di sorveglianza minaccia ora direttamente la natura
e le relazioni umane, trasformandoci in inermi insetti che possono esser
condotti senza fatica dove le aziende (o i governi) desiderano portarci.

L’obiettivo del capitalismo di sorveglianza, per Zuboff, è di imporre


all’umanità un nuovo ordine collettivista fondato sull’efficienza dei sistemi
di intelligenza artificiale, togliendo progressivamente alle persone i diritti,
le libertà e persino il pensiero cosciente, limitando intorno a noi
l’architettura di scelta e vincolandoci concettualmente entro canali
sempre più strettamente controllati di mentalità, decisione ed azione.

Mentre cercano su Google o pubblicano su Facebook, le persone non si


rendono conto di essere esse stesse cercate e catalogate, non solo per i
loro interessi, emozioni e convinzioni, ma anche per tutti quei dati
appena percettibili ma estremamente preziosi che sono riuniti in inglese
sotto il termine “data exhaust”, come ad esempio le esitazioni nel
cliccare, i modi di formulare le domande, i tempi di ricerca, i modelli
predittivi delle emozioni, i modi di reagire ai contenuti e molto, molto altro
ancora: tutte informazioni queste che consentono agli inserzionisti di
schedare le persone con altissimi livelli di precisione e permettono poi ai
comportamentisti di isolare psicometricamente il "tipo" di ciascun
individuo per predirre le sue potenziali reazioni a determinate situazioni
o prodotti con livelli di accuratezza incredibilmente elevati.

“Il fondatore della rivista Wired, Kevin Kelly, ha detto in un’occasione


che, sebbene Google sia in apparenza impegnata a sviluppare un
sistema di intelligenza artificiale per migliorare il proprio motore di
ricerca, è più probabile invece che Google utilizzi il motore di ricerca
come mezzo per formare ed evolvere continuamente il proprio sistema
di intelligenza artificiale. Questa è l’essenza del progetto di
apprendimento automatico (o machine learning). In definitiva,
l’intelligenza delle macchine dipende dalla quantità di dati che gli
vengono forniti”, scrive Zuboff.

“Tirannia Sanificata”
Zuboff afferma fin dall’inizio di non essersi concentrata solo su una
società, ma piuttosto sul fenomeno complessivo nella sua “realtà di
mercato”. Ciononostante, il libro è in gran parte incentrato su Google,
che lei ritiene abbia inaugurato il capitalismo di sorveglianza nei primi
anni 2000, e sui tentativi a ruota di Facebook, Amazon, Verizon ed altre
società di diventare la nuova Google acquisendo sempre più dati su
sempre più persone per venderli ad un prezzo sempre più alto in un ciclo
di “tirannia sanificata e temperata” che fa sembrare il capitalismo di
Smith e Hayek come una pappa per bambini. Perlomeno, sostiene
Zuboff, Hayek e Smith esaltavano un sistema in cui i lavoratori
guadagnavano abbastanza da poter alimentare un’economia di
consumo intorno ai prodotti che essi stessi producevano.

Zuboff fa una distinzione tra il totalitarismo, col suo desiderio di


possedere e trasformare l’umanità in un’unità collettivistica intrisa di
ideologia statale, e lo “strumentarismo” del capitalismo di sorveglianza,
che lei descrive come una determinazione a raggiungere la certezza
totale e il potere predittivo sugli affari umani dal punto di vista di uno
sfruttamento economico basato sull’indifferenza morale ed ideologica.
Mentre il totalitarismo trae il suo potere dall’“amministrazione gerarchica
del terrore”, lo strumentarismo trae la sua forza dal “possedimento dei
mezzi di modifica comportamentale”.

Il sistema del capitalismo di sorveglianza è “radicalmente indifferente” al


nostro destino o al nostro benessere. Secondo Zuboff, esso è amorale e
manca di una posizione ideologica a parte un crudo appetito per i dati ed
il controllo, anche se questo sembrerebbe contraddire la sua tesi
secondo cui il capitalismo di sorveglianza vuole venderci dei prodotti e
dei servizi. (Le persone morte di solito non acquistano prodotti o servizi,
e in genere un sistema smette di generare profitti se, ad esempio, cessa
di essere basato sul mercato).

L’intero libro ruota intorno a una domanda che il direttore di uno


stabilimento aveva posto a Zuboff qualche anno fa: “Lavoreremo tutti per
una macchina intelligente o avremo delle persone intelligenti che
lavorano intorno ad una macchina?”

Attraverso la scoperta dei surplus comportamentali (il comportamento


degli utenti in termini di velocità di clic, modelli, tendenze emotive e altri
dati strettamente correlati tra loro) Google ha ottenuto un enorme
vantaggio, che Zuboff chiama "risorse di sorveglianza". Questo
patrimonio di informazioni acquisito da Google per analizzare il
comportamento, il pensiero e gli schemi di azione “diventa la materia
prima fondamentale per il perseguimento di un profitto da sorveglianza”
che viene poi tradotto in un “capitale di sorveglianza” come parte di una
“economia di sorveglianza” che è nata sull’onda di un “eccezionalismo
della sorveglianza” nel mondo post-11 settembre. Se hai la sensazione
che a Zuboff piaccia usare la parola “sorveglianza”, non ti sbagli.

Vita reale Vs. Internet


Secondo Zuboff, coloro che si preoccupano del fatto che le persone
stiano incollate ai loro smartphone o sedute a casa tutto il giorno non
colgono il disegno complessivo. Il futuro immaginato dai nostri signori
della tecnologia è quello in cui, essenzialmente, la vita reale è Internet.

“L’obiettivo finale è una sintesi grandiosa: la raccolta e fusione di ogni


sorta di dato catturato da appositi sensori su ogni canale e dispositivo,
per sviluppare un ‘ambiente di sensori virtuali’ in cui ‘i crawler
attraverseranno costantemente i dati … calcolando il loro stato e
stimando altri parametri derivati ​dai dati stessi’ che saranno raccolti un
po’ dovunque, dagli interni degli uffici ad intere città”.

Big Tech è molto più avanti in termini di sofisticatezza della raccolta dati
di quanto possa rendersi conto la maggior parte della gente, non solo
per gli strani modi in cui esso riesce a ficcare il naso nella nostra
corrispondenza privata e nei nostri quotidiani processi decisionali, ma
anche per il modo in cui utilizza tali informazioni nell’ambito di quel
business estremamente redditizio che è la pubblicità predittiva e in
generale per promuovere la sua visione onnicomprensiva di un futuro
“smart” e “connesso”. Ciò che alcuni film di fantascienza hanno provato
a mostrarci, ma molti si ostinano ancora a non voler capire, è che il
futuro di cui stiamo parlando va ben oltre Internet o i robot domestici.

Come disse l’ex presidente esecutivo di Google Eric Schmidt a Davos


nel 2015, “Internet scomparirà. Ci saranno così tanti indirizzi IP … così
tanti dispositivi, sensori, cose che indossi, cose con cui stai interagendo,
che non lo percepirai nemmeno. Farà parte della tua esistenza in ogni
momento. Immagina di entrare in una stanza e la stanza è dinamica”.

Sebbene i giornali abbiano frainteso l’affermazione di Schmidt, ciò che


stava dicendo era molto profondo e si basava sulle idee dell’informatico
Mark Weiser, che in un influente documento del 1991 aveva scritto che
“le tecnologie più radicali sono quelle che scompaiono. Si intrecciano nel
tessuto della vita quotidiana fino a rendersi indistinguibili da essa.” Egli
descriveva un nuovo modo di pensare “che consenta ai computer stessi
di svanire sullo sfondo … Nuove macchine che si adattano all’ambiente
umano invece di costringere gli umani ad entrare nel loro renderanno
l’uso di un computer rinfrescante come una passeggiata nel bosco”.

In altre parole, come possiamo già vedere con le “città intelligenti”, il


potere immagina un futuro di totale integrazione ed interattività, con
informazioni che fluiscono in ogni momento e tutti collegati alla rete.

“I capitalisti della sorveglianza hanno capito che la loro ricchezza futura


dipenderà da questi nuovi canali di approvvigionamento che si
estendono alla vita reale sulle strade, tra gli alberi, in ogni parte della
città. Vogliono raggiungere il tuo flusso sanguigno e il tuo letto, la tua
conversazione di prima mattina, il tuoi spostamenti quotidiani, la tua
corsetta, il tuo frigorifero, il tuo garage, il tuo soggiorno”, scrive Zuboff.
Colonialismo digitale
Più avanti, Zuboff paragona il capitalismo di sorveglianza all’abuso di
potere coloniale, scrivendo che “questi invasori del ventunesimo secolo
non chiedono il permesso; vanno avanti, facendo terra bruciata con
pratiche di falsa legittimazione:

Invece di cinici editti monarchici, offrono cinici accordi sui termini di


servizio le cui clausole sono altrettanto oscure ed incomprensibili.
Costruiscono le loro fortificazioni, difendendo ferocemente i territori
rivendicati, mentre raccolgono le forze per la prossima incursione.
Infine, erigono le loro città all’interno di intricati ecosistemi di
commercio, politica e cultura dove viene proclamata la legittimità e
l’inevitabilità di tutto ciò che hanno appena realizzato”.

E noi, proprio come gli indigeni sulle spiagge del Sud America quando
arrivarono per la prima volta gli spagnoli, non siamo tanto sopraffatti
dalla loro forza quanto dall’impatto di qualcosa che non ha precedenti:

“Il nostro caso non è semplicemente quello di cadere in un


agguato o di essere sopraffatti da una maggior potenza di fuoco.
Siamo stati colti alla sprovvista perché non potevamo immaginare
questo tipo di invasione ed espropriazione, non più di quanto il
primo, ignaro cacicco Taíno potesse prevedere i fiumi di sangue
che sarebbero scaturiti dal suo inaugurale gesto di ospitalità verso
quegli uomini pelosi, sudati e mugugnanti, quegli adelantados che
apparirono dal nulla sventolando lo stendardo dei monarchi
spagnoli e del loro papa mentre arrancavano lungo la spiaggia”.

Il sottile confine tra interessi commerciali e politici


Quindi, riassumendo: dovresti leggere questo libro? Sì. Questo libro ha
dei difetti? Sì.

Uno dei difetti di questo libro è che si focalizza principalmente


sull’intersezione tra tecnologia e commercio. Sebbene Zuboff accenni
alla Cina in un sottocapitolo intitolato “La Sindrome Cinese”, il libro
perlopiù evita di toccare l’argomento.
La Cina sta implementando una rete incredibilmente sofisticata di
sorveglianza e controllo con sistema integrato di punizioni e premi per i
suoi cittadini, e merita sicuramente una discussione approfondita a parte
in quanto il promotore di tale progetto è lo stesso stato cinese, invece
che un gruppo di imprese private. Come osserva Zuboff, “il sistema tiene
traccia dei comportamenti ‘buoni’ e ‘cattivi’ per una serie di attività
finanziarie e sociali, assegnando automaticamente punizioni e
ricompense per indirizzare in modo decisivo il comportamento” verso
modelli ritenuti virtuosi nella vita economica, sociale e politica.

Il sistema cinese è tanto più rilevante vista la decisione di Google di


tornare in Cina accettando di censurare il proprio servizio Dragonfly.
Google ha anche annunciato che aprirà proprio in Cina un centro di
ricerca sull’intelligenza artificiale, in quanto l’assenza di leggi sulla
privacy darà loro massima libertà per sperimentare a piacimento.

Le rivelazioni riguardo alla decisione di Google sul caso Dragonfly sono


trapelate da un dipendente che ha detto: “Sono contrario a che grandi
aziende e governi collaborino nell’oppressione della propria gente.”
Zuboff scrive che “Nel contesto cinese, lo stato controllerà e gestirà
l’intera faccenda, non come un progetto di mercato ma come un progetto
politico, come una soluzione meccanica per plasmare una nuova società
di comportamenti automatizzati al fine di garantire determinati risultati
politici e sociali: la sicurezza senza il terrore”.

È difficile capire cosa intenda Zuboff con l’espressione “senza il terrore”,


considerato che ad oggi la Cina gestisce diversi campi di
concentramento e centri di rieducazione dove vengono utilizzate
tecniche di tortura e lavaggio del cervello su circa 1 milione di
musulmani cinesi uiguri internati a causa della loro etnia e fede. Certo, “Il
Capitalismo della Sorveglianza” si concentra soprattutto sugli Stati Uniti
e sulla nascita del dominio privato-corporativo delle informazioni, ma
Zuboff parla del mondo nel suo insieme e della tendenza in atto verso la
creazione di una rete di controllo globale, il che renderebbe necessaria
una maggior considerazione del caso cinese dove a dominare non è
tanto il potere corporativo quanto l’ideologia e la repressione statale (In
Cina, ad esempio, le aziende ottengono l’esenzione dalle tasse se
accettano di essere gestite dallo stato).

Sarebbe interessante se Zuboff scrivesse un seguito del libro in cui


affrontasse in modo più completo la possibilità che i regimi autoritari di
sorveglianza utilizzino le nuove tecnologie per controllare ed opprimere
la loro popolazione, incluso, potenzialmente, un futuro governo degli
Stati Uniti. Siamo onesti: l’Unione Sovietica avrebbe pagato tutto ciò che
aveva per poter usufruire del tipo di tecnologia che Zuboff sta
descrivendo, e la Bielorussia, la Corea del Nord e numerosi altri paesi
stanno già facendo del loro meglio per far sembrare Stalin e Co. dei
dilettanti della sorveglianza.

Il quasi-esonero da parte di Zuboff della fusione cinese tra sorveglianza


e potere statale solo perché “non è una democrazia” ci appare,
francamente, miope e un po’ elitario, sebbene lei sia pronta a
riconoscere che “forse l’elemento più scioccante di tutta la questione non
sia tanto l’agenda del governo cinese, quanto le similitudini col percorso
che la stessa tecnologia sta intraprendendo altrove”.

Inoltre, dal momento che Zuboff ammette che l’11 settembre ha


notevolmente facilitato l’ascesa del capitalismo di sorveglianza e che “le
istituzioni statali e quelle di mercato dimostrano un impegno condiviso
nello spianare la strada verso risultati prestabiliti”, perché poi nel libro si
concentra solo sugli interessi commerciali, quando invece gli interessi
governativi al controllo, al dominio militare e alla sorveglianza
costituiscono di fatto una spiegazione logica e motivazionale ancora più
convincente per spiegare l'impiego di queste diavolerie tecnologiche?

Più suggerimenti, meno retorica


Opporsi al capitalismo di sorveglianza non è facile e il libro di Zuboff fa
un ottimo lavoro nel mostrare a tutti il potere pervasivo dei nostri nuovi e
non tanto benevoli padroni. Il libro manca tuttavia quasi completamente
di consigli, e se cerchi indicazioni su come fermare il tracciamento dei
cookie o limitare il modo in cui il tuo smartphone ti spia, guarda altrove.
Nonostante riconosca che le normali restrizioni e normative servano a
poco e saranno facilmente aggirate da Big Tech, delineando così una
visione terrificante di futuro distopico, Zuboff accenna solo vagamente
alla possibilità che una vera “democrazia” partecipativa o un’istanza
collettiva che rivendichi il diritto di “costruire un futuro a misura d’uomo”
possano davvero opporre resistenza all’invasione di questa matrix
totalitaria. Tra le altre cose, spende anche alcuni apprezzamenti per il
Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati dell’UE entrato in
vigore nel maggio 2018.

Nonostante tutti gli elogi che quest’opera ha ricevuto sui media


mainstream, va detto che l'autrice si ripete spesso e che il libro non
soddisfa lo scopo enunciato nel titolo di dirci qualcosa sulla battaglia per
un futuro umano contro il capitalismo di sorveglianza. Invece, il libro
parla fino alla nausea del problema stesso, finendo ironicamente per
rafforzare proprio quel senso di “inevitabilità” riguardo al progresso
strisciante della tecnologia che Zuboff si proponeva di denunciare.

Sebbene sia chiaro che Zuboff desideri enfatizzare alcune questioni, ci


sono diversi casi in cui delle spiegazioni o riflessioni alquanto prolisse
ripetono molto semplicemente ciò che era già stato detto, in dettaglio,
almeno cinque volte nei capitoli precedenti. Anche se questo potrebbe
non essere un problema per dei ricercatori, accademici o intellettuali,
rappresenta però un potenziale ostacolo per quei lettori interessati a
capire qual’è il vero problema con questa tecnologia fuori controllo.
Costoro rischiano invece di rimanere invischiati nei lunghi e ripetitivi
trattati della Zuboff, pieni di distinzioni filosofiche e teorie economiche.

Un’altra cosa di cui questo libro potrebbe fare volentieri a meno è un po’
di linguaggio enfatico e di retorica.

“È l’unica idea ad emergere dalla lunga storia di oppressione umana che


insista sul diritto inalienabile di un popolo a governare sé stesso. La
democrazia può essere sotto assedio, ma non possiamo permettere che
le sue numerose ferite ci sviino dalla fedeltà alla sua promessa”, scrive
Zuboff, lanciandosi in una filippica in stile Corey Booker. Se uno dovesse
inventarsi un gioco alcolico per ogni volta che Zuboff usa parole come
“rispetto”, “democrazia” e “valori”, ne uscirebbe più ubriaco di Boris
Eltsin dalla sua dacia nel fine settimana.

E, francamente, bisognerebbe essere davvero ubriachi per non essere


di tanto in tanto infastiditi dalla prosa eccessivamente prolissa della
Zuboff o dalle esortazioni vaghe in stile baby-boomer ai “giovani” di
“resistere” a Big Tech in qualche modo, ad esempio indossando
bandane anti-sorveglianza o sostenendo progetti universitari che mirano
ad inibire le tecnologie di riconoscimento facciale attraverso l’utilizzo di
maschere per il viso o dreadlock stilizzati (non sto scherzando).

È perfettamente chiaro a tutti che quello che Zuboff sta dicendo è molto
serio. Allora perché ribadirlo cento volte utilizzando il linguaggio fiorito di
quella disdicevole varietà di neoliberismo che fa rabbrividire nell’animo la
gran parte delle persone oneste? Perché parlare della caduta del muro
di Berlino in un passaggio emotivo di tentato parallelismo storico invece
che suggerire modi reali per contrastare il capitalismo di sorveglianza?

Revoca del consenso


Un altro inconveniente è che, mentre cita filosofi conosciuti e rispettabili
come Hannah Arendt ed Emile Durkheim, Zuboff si tira però indietro
dall’affrontare i temi davvero scomodi e controversi come quello delle
reazioni violente al dominio tecnologico. Un tale tipo di violenza,
impersonata da figure come il terrorista americano Ted Kaczysnki
(Unabomber) e oggi di nuovo in auge tra le frange estremiste di sinistra
e di destra sotto forma di eco-militanza o di risposte aggressivamente
nichiliste al progresso tecnologico, non è affatto da sottovalutare.

Non stiamo dicendo che Zuboff debba mettersi a ipotizzare scenari


fantasiosi in cui bande itineranti di ribelli verdi tentano di rovesciare la
possente struttura tecnologica del capitalismo di sorveglianza (“Per il
Green New Deal e Greta Thunberg!” gridano gli insorti, lanciando bombe
molotov), ​ma forse il suo libro sarebbe più incisivo se provasse ad
affrontare la disperazione violenta in cui molti si rifugiano a fronte
dell’insopportabile oppressione combinata di controllo tecnologico,
cambiamenti climatici e senso di disagio post-industriale.
Un’altra tematica scomoda e politicamente scottante che Zuboff si
guarda bene dal toccare è il fatto che Big Tech sia esplicitamente
liberale e agisca punitivamente nei confronti dei gruppi conservatori e
delle persone religiose, in particolare i cristiani. Questo contrasterebbe
con la sua tesi secondo cui a Big Tech fondamentalmente non importa
ciò che pensi fintantoché sa tutto di te e può vendere le tue informazioni
al miglior offerente. Presumibilmente, questo è dovuto al fatto che la
stessa Zuboff ha spiccate simpatie liberali - a un certo punto del libro, ad
esempio, si esprime a sostegno all’aborto - e in generale sostiene una
difesa tipicamente liberale dell’individualismo e della libertà assoluta.

Affrontare la questione dell’anomia della vita moderna in quest’epoca


"condannata" sarebbe fondamentale per capire come sia stato possibile
che un piccolo gruppo di maghi della tecnologia abbia acquisito tanto
potere da arrivare di fatto a gestire le nostre vite (sempre che Zuboff
abbia ragione quando dice che il controllo e la manipolazione non sono
inerenti al progresso tecnologico di per sé stesso). Ad essere onesti, lei
riconosce che “Le conseguenze di questa nuova logica di
accumulazione si sono già diffuse e continuano a diffondersi ben oltre le
pratiche commerciali fin nel tessuto stesso delle nostre relazioni sociali,
trasformando il rapporto che abbiamo con noi stessi e con gli altri”.

In conclusione, il contenuto del libro è profondo e interessante, ma viene


penalizzato da uno stile sovrabbondante, prolisso e anche un po’ ipocrita
oltre che da un abuso di termini in corsivo come questo per esprimere
verbosamente una serie di concetti che si sarebbero potuti formulare in
modo molto più semplice e succinto.

Quindi diciamolo in parole povere: Big Tech è fuori controllo e ha troppo


controllo su di noi e sulle nostre vite. Abbiamo bisogno di elaborare una
nuova legislazione concertata e di revocare in massa il nostro consenso
per invertire al più presto la tendenza in atto e iniziare a produrre un
cambiamento. Lasceremo che altri autori - o forse la stessa Zuboff in
futuro - ci suggeriscano quali sono le strategie politiche più adatte per
riguadagnare l’autonomia dalle macchine.

Potrebbero piacerti anche