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Presentazione

Cotton Malone non ha dubbi: il video arrivato via email è autentico, e la persona atterrita e stremata che lo implora di salvarle la vita è proprio lei,
Cassiopea Vitt. Rapita da un commando di mercenari mentre stava indagando sulla scomparsa del figlio di uno scienziato russo emigrato in Cina,
la donna è infatti in possesso di un misterioso reperto, rinvenuto nel più importante sito archeologico cinese: la tomba dell’imperatore Qin Shi
Huang, protetta dal celebre Esercito di Terracotta. E, pur di non cedere alle sevizie dei suoi aguzzini, ha deciso di mentire, sostenendo di aver
affidato a Malone l’antichissimo manufatto. Aiutato da Stephanie Nelle – il suo ex capo al dipartimento di Giustizia –, l’uomo si lancia allora in
soccorso dell’amica e riesce a individuare il luogo in cui viene tenuta prigioniera. Ma, in realtà, l’incubo è appena cominciato. Perché Cotton dovrà
non soltanto scoprire il segreto del reperto, ma anche trovare il bambino svanito nel nulla: è lui la chiave per fermare un devastante complotto che
mira a sconvolgere il fragile equilibrio che lega Stati Uniti, Russia e Cina. Un complotto in cui sembra implicata persino Stephanie Nelle...

Steve Berry è da oltre vent’anni uno stimato avvocato nella Camden County. Spinto da due grandi passioni, la Storia e la narrativa, agli inizi degli
anni ’90 comincia a dedicare gran parte del suo tempo e delle sue conoscenze alla stesura di romanzi e racconti. Dopo aver venduto i diritti del
Terzo segreto e della Profezia dei Romanov in tutto il mondo, Berry si è confermato un autore di bestseller internazionali grazie al clamoroso
successo dei romanzi che raccontano le avventure di Cotton Malone, un ex agente operativo del dipartimento di Giustizia americano che si è
trasferito a Copenhagen per gestire una libreria antiquaria.
NARRATIVA
450
Titolo originale
The Emperor’s Tomb

ISBN 978-88-429-1926-1

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del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita:
www.illibraio.it
www.infinitestorie.it

In copertina: cover design © blacksheep-uk.com;

cover photograph © SuperStock


Grafica: Rumore Bianco

© 2010 by Steve Berry


This translation published by arrangement with Ballantine Books,
an imprint of Random House Publishing Group,
a division of Random House, Inc.
© 2011 Casa Editrice Nord s.u.r.l.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Prima edizione digitale 2011


Realizzato da Editype s.r.l.
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
L’esercito fantasma
A Fran Downing, Frank Green, Lenore Hart,
David Poyer, Nancy Pridgen,
Clyde Rogers e Daiva Woodworth,
insegnanti extraordinaires
«Studia il passato, se vuoi prevedere il futuro.»
CONFUCIO

«La storia è una fanciulla che puoi


vestire secondo i tuoi desideri.»
Proverbio cinese

«Tutti i Paesi, grandi e piccoli,


soffrono di un difetto comune:
governanti che si circondano di persone indegne.
Quanti dovrebbero controllare chi governa,
sono i primi a scoprirne le paure e i desideri segreti.»
HAN FEI TZU, III secolo a.C.
RIFERIMENTI STORICI CITATI NEL ROMANZO

1765-1027 a.C. Dinastia Shang (la più antica storicamente attestata).


770-481 a.C. Periodo delle Primavere e degli Autunni.
551-479 a.C. Anni in cui è vissuto Confucio.
535 a.C. Gli eunuchi di corte acquisiscono influenza e potere politico.
481-221 a.C. Periodo degli Stati Combattenti e nascita del legalismo.
200 a.C. Prime perforazioni per l’estrazione del petrolio.
221 a.C. Qin Shi unifica gli Stati Combattenti e diviene Primo Imperatore.
210 a.C. Morte di Qin Shi; l’esercito di terracotta è ultimato e viene sepolto col Primo Imperatore nel mausoleo imperiale.
146 a.C.-67 d.C. La casta degli eunuchi diventa la maggiore forza politica dell’impero.
89 a.C. Sima Qian porta a termine le Memorie Storiche (Shiji).
1912 L’ultimo imperatore è costretto a lasciare il trono; abolizione della casta degli eunuchi; nascita della Repubblica Cinese.
1949 Rivoluzione Comunista; nascita della Repubblica Popolare Cinese.
1974 Ritrovamento dell’esercito di terracotta.
1976 Morte di Mao Tse-tung.
PROLOGO
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PARTE PRIMA

TRE GIORNI PRIMA


1

Copenhagen, Danimarca,
martedì 15 maggio, ore 12.40

Cotton Malone digitò l’indirizzo Internet con dita tremanti. Un messaggio anonimo non portava mai niente di buono, come un telefono che squilla
nel cuore della notte.
Il biglietto era arrivato due ore prima, mentre lui era uscito dalla sua libreria per una commissione, ma l’impiegata che aveva ritirato la busta
priva di scritte si era ricordata di darglielo soltanto qualche minuto prima.

«Quella donna non ha detto che era urgente», si difese lei.


«Quale donna?»
«Una signora cinese, aveva una favolosa gonna di Burberry. Ha detto di consegnarlo esclusivamente a lei.»
«Ha fatto il mio nome?»
«Due volte.»

All’interno c’era un foglio grigio di carta da lettere fine, su cui era stampato l’indirizzo di un sito Internet con estensione .org. Lui si era precipitato
su per le quattro rampe di scale che portavano al suo appartamento sopra la libreria e aveva acceso il portatile.
Dopo aver digitato l’indirizzo, attese; lo schermo si annerì, poi apparve una nuova immagine: un player video, pronto per trasmettere in live
streaming. Stabilita la connessione, apparve un corpo disteso supino, le braccia sopra la testa, caviglie e polsi legati strettamente a quella che
sembrava una tavola di compensato. La persona era collocata con la testa leggermente più in basso dei piedi. Il volto era coperto da un
asciugamano, ma la sagoma era chiaramente femminile.
«Mr Malone, la stavamo aspettando. A quanto pare non ha molta fretta. Ho una cosa da mostrarle.» La voce era alterata elettronicamente,
altezza e tono del tutto camuffati.
Sullo schermo apparve una sagoma incappucciata con un secchio di plastica in mano. Mentre lui guardava, l’acqua veniva versata
sull’asciugamano che copriva il viso della donna legata. Il corpo si contorceva e lei cercava di divincolarsi.
Lui capì quello che stava succedendo.
Il liquido penetrava attraverso l’asciugamano e finiva tutto nella bocca e nel naso della donna. Inizialmente si riusciva a rubare qualche boccata
d’aria – con la gola compressa, inalando una parte dell’acqua – ma si resisteva soltanto per pochi secondi. Poi subentrava il riflesso naturale della
deglutizione e si perdeva il controllo. La testa era piegata verso il basso, cosicché la forza di gravità prolungava l’agonia. Era come annegare
senza essere sommersi.
L’uomo smise di versare acqua.
La donna continuava a divincolarsi.
Quella tecnica risaliva ai tempi dell’Inquisizione. Era tra le preferite, dal momento che non lasciava segni, ed era tanto intensa che la vittima
confessava immediatamente qualsiasi cosa. Malone l’aveva anche sperimentata su di sé, anni addietro, durante l’addestramento per diventare
agente della Sezione Magellano. Tutte le reclute vi si dovevano sottoporre, era incluso nel programma della scuola di sopravvivenza. Il tormento
era stato amplificato dalla sua insofferenza alla reclusione. I legacci, insieme con l’asciugamano bagnato, avevano provocato una claustrofobia
insopportabile. Ricordò il dibattito pubblico di qualche anno prima a proposito del waterboarding, se si potesse considerare una forma di tortura.
Caspita se lo era.
«Ecco perché l’ho contattata», disse la voce.
La videocamera strinse sull’asciugamano che copriva il viso della donna. Una mano entrò nell’inquadratura e strappò via il panno inzuppato,
scoprendo Cassiopea Vitt.
«Oh, no», farfugliò Malone.
Si sentì punzecchiare la pelle da aghi di paura. Era completamente frastornato.
Non può essere.
No.
Lei batté le palpebre, che spruzzarono acqua, e altra ne sputò dalla bocca, poi riprese fiato. «Non dargli un accidente, Cotton. Niente.»
L’asciugamano zuppo le fu nuovamente sbattuto in faccia.
«Questa non sarebbe una mossa furba. Certamente non per lei», disse la voce computerizzata.
«Mi sente?» disse lui nel microfono del portatile.
«Certo.»
«È proprio necessario tutto questo?»
«Per lei, Malone? Credo di sì. Lei è un uomo di tutto rispetto. Ex agente del dipartimento di Giustizia, altamente qualificato.»
«Sono un libraio.»
La voce ridacchiò. «Non insulti la mia intelligenza e non metta ulteriormente in pericolo la vita di questa donna. Voglio che lei capisca
chiaramente quello che c’è in gioco.»
«E lei deve capire che io posso ucciderla.»
«A quel punto la signorina sarà morta da un pezzo. Perciò piantiamola con le sbruffonate. Voglio quello che le ha dato Miss Vitt.»
Cassiopea ricominciò a divincolarsi, girando la testa di scatto da un lato all’altro sotto l’asciugamano. «Non dargli niente, Cotton. Dico sul serio.
Te l’ho dato perché lo custodissi. Non mollarlo.»
Versarono altra acqua. Sforzandosi di prender fiato, lei smise di protestare.
«Porti l’oggetto al parco di Tivoli, alle due in punto, di fronte alla pagoda cinese. La contatteremo. Se non si fa vedere... Be’, le lascio
immaginare le conseguenze.»
La connessione s’interruppe.
Malone si appoggiò allo schienale.
Non vedeva Cassiopea da oltre un mese. Non le parlava da due settimane. Gli aveva detto di essere in partenza per un viaggio, ma come suo
solito non si era dilungata in dettagli. La loro relazione non poteva neanche dirsi tale, in realtà. Era una semplice attrazione fisica, tacitamente
riconosciuta da entrambi. Stranamente, la morte di Henrik Thorvaldsen li aveva avvicinati, e nelle settimane successive al funerale avevano
trascorso parecchio tempo insieme.
Lei era dura, sveglia e aveva fegato.
Ma... il waterboarding?
Non pensava che Cassiopea avesse mai provato una cosa simile.
Vederla sullo schermo lo aveva straziato. Di colpo si rese conto che, se fosse successo qualcosa a quella donna, la sua vita non sarebbe mai
più stata la stessa.
Doveva trovarla.
Ma c’era un problema.
Evidentemente, lei era stata costretta a fare qualunque cosa fosse necessaria, per sopravvivere. Stavolta, però, forse aveva fatto il passo
decisamente più lungo della gamba.
Non gli aveva lasciato un bel niente da custodire.
Malone non aveva idea di ciò di cui stessero parlando, lei e il suo rapitore.
2

Chongqing, Cina,
ore 20.00

Karl Tang assunse un’espressione che non tradiva minimamente i suoi pensieri. Era diventato maestro in quell’arte, dopo tre decenni di pratica.
«E perché è venuto, stavolta?» gli chiese la dottoressa. Era una donna dal volto ferreo, con corpo rigido e capelli neri dritti tagliati corti.
«Vedo che è ancora arrabbiata con me.»
«No, ministro. Nel corso della sua ultima visita ha lasciato intendere chiaramente che è lei il responsabile, benché questa struttura appartenga a
me.»
Lui ignorò il tono sprezzante. «E il nostro paziente come sta?»
Il Primo Ospedale per le Malattie Infettive, situato alla periferia di Chongqing, aveva in cura quasi duemila pazienti affetti da tubercolosi o
epatite. Era una delle otto strutture sparse per il Paese, tutti truci fabbricati di mattoni grigi circondati da palizzate verdi, luoghi in cui gli individui
contagiosi potevano essere messi facilmente in quarantena. Ma la sicurezza offerta da quegli ospedali li rendeva anche perfetti per ospitare
qualunque detenuto malato del sistema penale cinese.
Come Jin Zhao, che dieci mesi addietro aveva avuto un’emorragia cerebrale.
«È nel suo letto, come dal giorno in cui l’hanno portato qui», rispose la dottoressa. «Si tiene aggrappato alla vita. Ha subito danni enormi. Ma –
sempre come da suoi ordini – non gli abbiamo prestato nessuna cura.»
Tang sapeva quanto lei odiasse quella situazione. Non era più tempo degli obbedienti «medici scalzi» di Mao che, secondo il mito ufficiale,
vivevano per libera scelta tra le masse e curavano scrupolosamente i malati. E, sebbene la dottoressa fosse l’amministratore capo dell’ospedale,
Tang era il ministro nazionale della Scienza e Tecnologia, membro del Comitato Centrale, primo vicepremier del Partito Comunista Cinese e
primo vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese, secondo soltanto al presidente e al premier, quanto a potere. «Come ho precisato
l’ultima volta, dottoressa, non si trattava di un mio ordine, ma della direttiva del Comitato Centrale, al quale io, e anche lei, dobbiamo fedeltà
assoluta.» Aveva pronunciato quelle parole a beneficio non soltanto di quella stupida donna, ma anche dei tre membri del suo staff e dei due
capitani dell’Esercito Popolare di Liberazione in piedi alle sue spalle. Ciascuno dei militari indossava una divisa verde ben stirata con la stella
rossa della madrepatria a decorare il berretto. Uno di loro era certamente un informatore – che con ogni probabilità riferiva a più di un benefattore
– perciò Tang voleva che ogni relazione su di lui fosse entusiastica. «Ci porti dal paziente», ordinò con calma.
Attraversarono corridoi rivestiti con un intonaco color lattuga incrinato e bitorzoluto, illuminati da fievoli lampade a fluorescenza. Il pavimento era
pulito ma ingiallito da infiniti passaggi di straccio. Le infermiere, i volti nascosti da mascherine chirurgiche, si occupavano di pazienti in pigiami a
strisce bianche e blu; qualcuno portava una vestaglia marrone e aveva tutta l’aria del detenuto.
Varcarono una porta a vento metallica e si ritrovarono in un altro reparto. Il locale era spazioso, sufficiente per almeno una dozzina di pazienti,
ma ce n’era soltanto uno, sdraiato nell’unico letto della stanza, tra lenzuola ingrigite.
Nell’aria aleggiava un tanfo tremendo.
«Vedo che non avete toccato la biancheria del letto.»
«È stato lei a ordinarmelo.»
Altro punto a favore di Tang, che l’informatore avrebbe riferito. Jin Zhao era stato arrestato dieci mesi prima ma, durante l’interrogatorio, aveva
avuto un’emorragia cerebrale. In seguito era stato accusato di tradimento e spionaggio, processato in un tribunale di Pechino e incarcerato, tutto
in absentia, dal momento che era sempre rimasto lì, in coma.
«È esattamente come lo ha lasciato», disse la dottoressa.
Pechino si trovava quasi mille chilometri a est e probabilmente ciò aumentava l’audacia di quella donna, pensò lui. Si possono privare i Tre
Eserciti del loro comandante in capo, ma non si può privare il più umile contadino della sua opinione. Le solite idiozie di Confucio. Il governo, in
realtà, poteva farlo, e quella stronza insolente avrebbe fatto meglio a stare ben attenta. Fece un cenno e uno degli uomini in divisa la condusse
dall’altra parte della stanza.
Lui si avvicinò al letto.
L’uomo devastato che vi giaceva era tra i sessanta e i settant’anni, capelli sporchi e spettinati, corporatura emaciata e guance scavate, da
cadavere. Il volto e il petto erano chiazzati di lividi e da entrambe le braccia serpeggiavano i tubicini delle flebo. Un respiratore automatico gli
insufflava ed espelleva l’aria dai polmoni.
«Jin Zhao, sei stato riconosciuto colpevole di tradimento contro la Repubblica Popolare Cinese. Ti è stato offerto un processo, per il quale hai
presentato un appello. Sono spiacente d’informarti che la Corte Suprema del Popolo ha approvato la tua esecuzione e respinto l’appello.»
«Non può sentire neanche una parola», disse la dottoressa dall’altra parte della stanza.
Tang teneva gli occhi fissi sul letto. «Può darsi, ma devono essere dette. È la legge, e lui ha diritto a un procedimento corretto.» Si voltò a
guardarla.
«Lo avete processato e lui non c’era nemmeno. Non avete mai ascoltato quello che aveva da dire», sbottò lei.
«Al suo rappresentante è stata offerta l’opportunità di presentare prove a discarico.»
La dottoressa, pallida d’odio, scosse la testa disgustata. «Ma si sente? Il rappresentante non ha mai neppure avuto l’opportunità di parlare con
Zhao. Quali prove avrebbe potuto presentare?»
Tang non riusciva a capire se gli occhi e le orecchie dell’informatore appartenessero a un membro del suo staff o a uno dei capitani
dell’esercito. Era diventato quasi impossibile sapere qualcosa per certo. Sapeva soltanto che lui non sarebbe stato l’unico a riferire al Comitato
Centrale, sicché decise di mettere le cose in chiaro. «Ne è sicura? Zhao non ha mai comunicato niente, nemmeno una volta?»
«È stato quasi ammazzato di botte. Ha il cervello distrutto. Non si risveglierà mai dal coma. Lo teniamo in vita soltanto perché l’ha ordinato lei...
no, scusi, il Comitato Centrale.»
Lui colse il disgusto negli occhi della dottoressa: un’altra cosa che gli capitava di vedere sempre più spesso, specie da parte delle donne. Il
personale dell’ospedale, medici e infermiere, era composto quasi interamente da donne. Avevano fatto parecchia strada dalla Rivoluzione
Culturale maoista, ma Tang continuava ad attenersi all’adagio che gli aveva insegnato suo padre: Un uomo non parla di affari dentro casa, e una
donna non parla di affari fuori casa.
Quell’insignificante dottoressa, dipendente di un piccolo ospedale statale, era incapace di comprendere l’enormità del compito che gli era stato
affidato. Pechino governava un territorio che si estendeva per cinquemila chilometri da est a ovest e per oltre tremila da nord a sud. In gran parte
erano montagne inabitabili e deserto – una tra le regioni più desolate del mondo – e soltanto il dieci per cento del Paese era coltivabile. Contava
quasi un miliardo e mezzo di persone, più di America, Russia ed Europa messe insieme, ma soltanto sessanta milioni facevano parte del Partito
Comunista Cinese: meno del tre per cento del totale. La dottoressa era membro del Partito da oltre un decennio. Lui aveva controllato. In caso
contrario, la donna non avrebbe mai potuto raggiungere una posizione dirigenziale tanto alta: soltanto i cinesi Han membri del Partito ottenevano
uno status del genere. La larga maggioranza della popolazione era Han, la piccola percentuale rimanente si divideva in cinquantasei minoranze. Il
padre della dottoressa era un importante funzionario del governo provinciale locale, fedele membro del Partito che aveva partecipato alla
Rivoluzione nel 1949 e aveva conosciuto personalmente Mao e Deng Xiaoping.
Tuttavia occorreva che Tang parlasse chiaro: «Jin Zhao doveva lealtà al governo del Popolo. Ha deciso di aiutare i nostri nemici...»
«Che male poteva fare al governo del Popolo un geochimico sessantatreenne? Me lo dica, ministro. Vorrei saperlo. Che cosa avrebbe mai
potuto farci?»
Lui guardò l’orologio. Un elicottero lo aspettava per portarlo a nord.
«Non era una spia e non era un traditore. Che cosa faceva in realtà, ministro? Come si giustifica riempire di botte un uomo tanto da fargli
sanguinare il cervello?» domandò ancora lei.
Tang non aveva tempo di discutere quanto era già stato stabilito. L’informatore avrebbe deciso la sorte di quella donna. Entro un mese avrebbe
ricevuto un ordine di trasferimento – nonostante i privilegi del padre – e molto probabilmente l’avrebbero spedita qualche migliaio di chilometri a
ovest, all’estrema periferia del Paese, dove si seppellivano i problemi.
Si voltò verso l’altro uomo in divisa e gli rivolse un cenno.
Il capitano estrasse l’arma dalla fondina, si avvicinò al letto e sparò un colpo in fronte a Jin Zhao.
Il corpo ebbe un sussulto, poi restò immobile.
Il respiratore continuava a insufflare aria nei polmoni morti.
«La sentenza è stata eseguita. Alla debita presenza di rappresentanti del governo del Popolo, delle forze armate... e dell’amministratore capo di
questa struttura.» Tang fece segno che era ora di andare. A pulire il macello avrebbe pensato la dottoressa.
Si avviò verso la porta.
«Ha appena sparato a un uomo indifeso. A questo si è ridotto il nostro governo?» urlò la dottoressa.
«Dovrebbe essere grata», replicò lui.
«Di che cosa?»
«Che il governo non detragga il costo del proiettile al budget di gestione dell’ospedale.» E se ne andò.
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4

Anversa, Belgio,
ore 14.05

Ni Yong si accomodò sulla sedia nera laccata, una riproduzione del periodo Qing. Conosceva bene le linee eleganti e le bellissime curve; quello
era un ottimo esempio di artigianato cinese anteriore al XVIII secolo, una falegnameria di qualità e accuratezza tali da rendere superflui chiodi e
colla.
Il suo austero ospite sedeva su una poltrona di bambù, il viso più allungato della media cinese, gli occhi più rotondi, fronte alta, capelli radi e
leggermente mossi. Pau Wen indossava una giacca di seta color giada e pantaloni bianchi.
«La sua casa è elegante», commentò Ni nella loro lingua madre.
Pau annuì, accettando il complimento con l’umiltà che ci si può attendere da un uomo prossimo ai settant’anni. Troppo giovane per essere stato
con Mao nel 1949, quando la Rivoluzione Comunista aveva spazzato via Chiang Kai-shek e i suoi Nazionalisti spedendoli a Taiwan, Ni sapeva
che il ruolo di Pau era cresciuto d’importanza negli anni ’60 ed era rimasto importante anche dopo la morte di Mao, nel 1976.
Poi, dieci anni dopo, Pau aveva lasciato la Cina.
E, tra tutti i posti al mondo, era andato a finire proprio lì, in Belgio.
«Volevo che il luogo in cui abito mi ricordasse il mio Paese natale», spiegò Pau.
La casa, qualche chilometro fuori Anversa, aveva una struttura semplice, con alti muri neri, tetti sovrapposti, gronda svasata e due torri che
incorporavano tutti gli elementi fondamentali – spazio chiuso, simmetria, gerarchia – dell’architettura cinese classica. L’interno era luminoso,
arioso, e rifletteva colori e stili dell’arredamento classico, sebbene non mancassero tutti gli apparecchi moderni: condizionatore d’aria,
riscaldamento centralizzato, impianto antifurto, televisione satellitare.
Ni conosceva quello stile.
Una siheyuan.
Il simbolo indiscutibile della ricchezza cinese: una residenza multifamiliare con un cortile centrale racchiuso fra quattro edifici, generalmente
abbellita da un giardino pavimentato. Un tempo dimore destinate alla nobiltà, ora soltanto ufficiali dell’esercito, alti papaveri del Partito o gli
abominevoli nuovi ricchi potevano permettersi case simili.
«Mi ricorda una residenza che ho visitato di recente nel Nord-est, di proprietà di un sindaco del posto», disse Ni. «Ci abbiamo trovato nascosti
duecentocinquanta lingotti d’oro. Niente male, per un uomo che guadagnava appena qualche migliaio di yuan all’anno. Naturalmente, essendo il
sindaco, controllava l’economia locale e, a quanto sembra, col benestare degli industriali della zona e degli investitori stranieri. L’ho arrestato.»
«E poi lo avete giustiziato. In fretta, senza dubbio.»
Ni si rese conto che Pau doveva conoscere bene il sistema giudiziario cinese.
«Mi dica, ministro, cosa la porta qui da me in Europa?»
Ni era a capo della Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina del Partito Comunista Cinese. Sotto il diretto controllo del Congresso
Nazionale, allo stesso livello dell’onnipotente Comitato Centrale, il suo compito era sradicare corruzione e illeciti.
«Non vorrei avere un funzionario come lei tra i miei nemici. Mi hanno detto che lei è l’uomo più temuto della Cina», continuò Pau.
Anche a lui era giunta voce di quell’etichetta.
«Secondo altri, lei potrebbe anche essere l’uomo più onesto della Cina.»
Neppure quella gli giungeva nuova. «E lei, Pau Wen, è ancora un cittadino del nostro Paese. È un diritto al quale non ha mai rinunciato.»
«Sono orgoglioso del mio retaggio cinese.»
«È una parte di quel retaggio che sono venuto a reclamare.»
Sedevano in un salotto che si apriva su un cortile interno disseminato di alberi in fiore. Le api ronzavano da un bocciolo fragrante all’altro, unico
rumore udibile oltre al gorgogliare della fontana. Una portafinestra ornata con tende di seta li separava da uno studio adiacente.
«A quanto pare, quando ha lasciato la madrepatria, ha deciso che qualcuno dei nostri manufatti sarebbe venuto via con lei», disse Ni.
Pau rise. «Ha idea di come funzionavano le cose quand’era vivo Mao? Mi dica, ministro, nella sua posizione elevata, in qualità di custode della
coscienza del Partito, conosce la nostra storia?»
«Al momento, m’interessa soltanto il suo furto.»
«Ho lasciato la Cina vent’anni fa. Perché il mio ’furto’ è diventato improvvisamente importante?»
Lo avevano messo in guardia su Pau Wen, storico esperto, abile oratore e maestro nel volgere qualsiasi avversità a proprio vantaggio. I suoi
talenti erano stati sfruttati tanto da Mao quanto da Deng Xiaoping. «Il suo crimine è giunto alla mia attenzione soltanto di recente.»
«Un informatore anonimo?»
Annuì. «Siamo fortunati ad averne.»
«E voi facilitate parecchio le cose. Avete perfino un sito Internet. Non c’è che da inoltrare un’e-mail senza nome né indirizzo, carica di accuse. Mi
dica, ci sono ripercussioni per chi presenta una relazione falsa?»
Ni non sarebbe caduto in quella trappola. «Entrando dal portone d’ingresso ho notato un cavallo di terracotta della dinastia Han, una campanella
di bronzo del periodo Zhou, una statuetta della dinastia Tang. Tutti originali, rubati da lei.»
«Come può saperlo?»
«Lei è stato il sovrintendente di diversi musei e collezioni, era semplice per lei impadronirsi di qualunque cosa desiderasse.»
Pau si alzò. «Posso mostrarle una cosa, ministro?»
Perché no? Aveva voglia di vedere il resto della casa.
Seguì il vecchio in cortile, il quale gli fece tornare in mente la sua casa avita nel Sichuan, una provincia di colli verde giada e campi ben coltivati.
I Ni avevano vissuto lì per settecento anni, dentro un boschetto di bambù che contornava fertili risaie. Anche quella casa aveva un cortile. Ma con
una differenza: non era lastricato di mattoni ma era in terra battuta.
«Vive qui da solo?» domandò Ni. Una casa tanto grande doveva necessitare di cure costanti, e tutto appariva immacolato. Tuttavia non aveva
visto né udito nessuno.
«L’investigatore che c’è in lei non demorde. Cominciamo con le domande?»
«Mi pare una semplice curiosità.»
Pau sorrise. «La mia è una vita di solitudine autoimposta.»
Non era una vera risposta, ma Ni non se l’era aspettata.
Procedettero a zigzag tra vasi di ibisco e tassi nani e raggiunsero il lato opposto del cortile, dove un’alta porta nera con un disco rosso si aprì su
una sala spaziosa, sostenuta da massicce colonne che si levavano sotto una griglia intagliata dipinta di verde. Scaffali pieni di libri facevano
mostra di sé su una parete, pergamene con calligrafia cinese su un’altra. Dalla carta alle finestre si spandeva una luce tenue. Ni notò l’accurato
lavoro di falegnameria, la tappezzeria di seta, le vetrinette, i tavoli di legno duro, gli oggetti esposti come in un museo.
«La mia collezione», spiegò Pau. «È vero, ministro. Entrando in casa mia lei ha visto preziosi oggetti d’arte. Quelli sono pezzi di valore, ma il
vero tesoro è questo.» Fece un cenno e i due si addentrarono nella stanza. «Questo, per esempio: una statuina in ceramica vetrificata. Dinastia
Han, 210 a.C.»
Ni studiò la scultura, fatta di una pietra di color verde acido: un omino che girava la manovella di quella che sembrava una macina.
«Mostra una cosa davvero interessante», disse Pau. «Il grano si versava in un recipiente aperto sulla sommità e la macina separava la pula e gli
steli. Questo tipo di macchina è rimasto sconosciuta in Europa fino a quasi duemila anni più tardi, quando i marinai olandesi l’hanno importato
dalla Cina.»
Su un altro piedistallo faceva mostra di sé una figura a cavallo in ceramica, con accanto una staffa.
Pau si accorse dell’interesse del ministro. «Quello è un pezzo della dinastia Tang. Tra il VI e il VII secolo d.C. Osservi il guerriero a cavallo: ha i
piedi nelle staffe. I cinesi avevano inventato le staffe da molti secoli, mentre in Europa sono arrivate soltanto nel Medioevo. L’idea del cavaliere
medievale a cavallo, armato di lancia e scudo, non sarebbe stata concepibile senza le staffe cinesi.»
Ni osservò i manufatti nella stanza, forse un centinaio o più.
«Li ho raccolti di paesino in paesino, di fossa in fossa», spiegò Pau. «Molti provengono da tombe imperiali scoperte negli anni ’70. E lei ha
ragione, ho potuto scegliere da musei e collezioni private.» Indicò un orologio ad acqua che, a suo dire, risaliva al 113 a.C. Una meridiana, canne
di fucile, porcellane, ogni invenzione era una prova della creatività cinese.
Un oggetto curioso attirò l’attenzione di Ni: un mestolino appoggiato su una piastra di bronzo liscio su cui si vedevano delle incisioni.
«La bussola», fece Pau. «Ideata dai cinesi duemilacinquecento anni fa. Il mestolo è fatto di magnetite e si ferma sempre puntando a sud.
L’uomo occidentale riusciva a malapena a sopravvivere, mentre i cinesi imparavano a navigare con questo strumento.»
«Tutto ciò appartiene alla Repubblica Popolare», disse Ni.
«Al contrario: sono cose che ho salvato dalla Repubblica Popolare.»
Quel gioco lo stava stancando. «Si spieghi meglio, vecchio.»
«Durante la nostra gloriosa Rivoluzione Culturale, una volta ho visto un cadavere vecchio di duemila anni, rinvenuto in condizioni perfette, a
Changsha, gettato a marcire al sole dai soldati, coi contadini che gli tiravano le pietre. Stesso destino per milioni dei nostri oggetti culturali. Pensi
alle informazioni scientifiche e storiche andate perdute per tanta idiozia.»
Ni si era imposto di non prestare troppo orecchio al discorso di Pau. Come aveva insegnato ai suoi sottoposti, un buon investigatore non si
lascia mai influenzare da un interrogato.
Il suo ospite indicò un pallottoliere di legno e ottone. «Quello ha millecinquecento anni, veniva usato come calcolatore in una banca o in un
ufficio. L’Occidente ha conosciuto uno strumento simile solo diversi secoli più tardi. Il sistema decimale, lo zero, i numeri negativi, le frazioni, il
valore del pi greco: questi concetti – tutto quello che c’è in questa stanza – sono stati concepiti dai cinesi per primi.»
«Come lo sa?» domandò Ni.
«È la nostra storia. Purtroppo, i nostri gloriosi imperatori e la Rivoluzione Popolare di Mao hanno riscritto il passato per adeguarlo alle loro
esigenze. Noi cinesi sappiamo ben poco delle nostre origini, o di quello che abbiamo realizzato.»
«E lei invece lo sa?»
«Guardi là, ministro.»
Ni vide quella che sembrava una lastra tipografica, coi caratteri pronti a essere inchiostrati su carta.
«La stampa a caratteri mobili fu inventata in Cina nel 1045, molto tempo prima che Gutenberg compisse la stessa impresa in Germania. Siamo
stati i primi anche a fabbricare la carta. Il sismografo, il paracadute, il timone, alberi e vele, tutto è di origine cinese.» Pau allargò le braccia a
comprendere l’intera stanza. «Questo è il nostro retaggio.»
Il ministro rimaneva attaccato alla sua verità. «Lei resta comunque un ladro.»
Pau scosse la testa. «Non sono i miei furti ad averla portata qui da me. Io sono stato onesto con lei. Perciò mi dica, perché è venuto qui?»
I modi bruschi erano un altro tratto caratteristico di Pau, che li usava per pilotare la conversazione. Ni era stufo delle prese in giro, sicché si
guardò intorno sperando d’individuare il manufatto. Secondo la descrizione era alto circa trenta centimetri e lungo cinque, testa di drago, corpo di
tigre e ali di fenice. Era fatto di bronzo ed era stato trovato in una tomba del III secolo a.C. «Dov’è la lampada del drago?»
Sul volto rugoso di Pau si disegnò un’espressione curiosa. «È la stessa cosa che ha chiesto lei.»
Non era la risposta che si aspettava. «Lei?»
«Una donna. Spagnola, con qualche tratto marocchino, direi. Decisamente bella. Ma impaziente, come lei, ministro.»
«Chi è?»
«Cassiopea Vitt.»
«E che cosa le ha detto?»
«Le ho mostrato la lampada.» Pau indicò un tavolo dalla parte opposta della stanza. «Stava proprio lì. Assai preziosa. L’avevo trovata in una
tomba, dell’epoca del Primo Imperatore. Scoperta nel... 1978, credo. Ho portato con me la lampada, e tutti questi oggetti, quando ho lasciato la
Cina, nel 1987.»
«Dove si trova ora la lampada?»
«Miss Vitt voleva acquistarla. Mi ha offerto una cifra impressionante, ed ero tentato, ma ho rifiutato.»
Ni aspettava una risposta.
«Lei ha tirato fuori una pistola e me l’ha rubata. Non ho avuto scelta. Non sono altro che un vecchio che vive qui da solo.»
L’altro aveva i suoi dubbi. «Un vecchio ricco.»
Pau sorrise. «La vita è stata generosa con me. E con lei, ministro?»
«Quando è stata qui?»
«Due giorni fa.»
Doveva trovare quella donna. «Ha detto qualcosa di sé?»
Pau scosse la testa. «Si è limitata a puntare la pistola, prendere la lampada e andarsene.»
Un imprevisto inquietante. Ma non insormontabile. La si poteva rintracciare.
«Ha fatto tutta questa strada per quella lampada? Mi dica, la cosa ha qualche relazione con la sua prossima guerra politica contro il ministro
Karl Tang?» domandò Pau.
La domanda lo lasciò interdetto. Pau mancava dalla Cina da molto tempo. Gli avvenimenti interni non erano segreti di Stato, ma neppure di
dominio pubblico... Non ancora, almeno. «Che cosa ne sa, lei?»
«Non sono un ignorante. Lei è venuto perché sapeva che Tang voleva quella lampada», rispose Pau, quasi in un sussurro.
Nessuno ne era al corrente al di fuori del suo ufficio. La preoccupazione s’insinuò in lui. Quel vecchio era molto meglio informato di quanto
avesse immaginato. Ma gli venne in mente un’altra cosa. «La donna ha rubato la lampada per Tang?»
Pau scosse la testa. «La voleva per sé.»
«E le ha permesso di prenderla?»
«Ho pensato fosse meglio così, piuttosto che vederla nelle mani del ministro Tang. Avevo previsto una sua possibile visita, e sinceramente non
sapevo proprio che cosa fare. Quella donna ha risolto il problema.»
Ni si sentì vorticare la testa, mentre valutava la situazione. Pau Wen lo scrutava con occhi che certamente avevano visto molto. Il ministro era
venuto pensando che una visita a sorpresa a un anziano ex cittadino cinese gli avrebbe offerto un’opportunità semplice. Ovviamente non era stato
Pau a sorprendersi.
«Lei e il ministro Tang siete i due principali contendenti per la presidenza e il premierato. Il titolare è vecchio, il suo tempo sta per scadere. Tang
o Ni: tutti dovranno scegliere da che parte stare», disse Pau.
«Lei da che parte sta?» volle sapere Ni.
«L’unica che abbia importanza, ministro. Quella della Cina.»
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6

Provincia dello Shaanxi, Cina,


ore 22.00

Karl Tang osservava il vasto spazio recintato. Il viaggio in elicottero verso nord, da Chongqing attraverso i monti Qinling, era durato quasi due ore.
Aveva preso il volo da Pechino non soltanto per supervisionare personalmente l’esecuzione di Jin Zhao, ma anche per occuparsi di altre due
questioni, di pari importanza; la prima lì nello Shaanxi, culla della cultura cinese. Una volta un archeologo del ministero della Scienza gli aveva
detto che in quella regione, piantando una pala in un punto qualunque, certamente si sarebbe dissotterrato qualche reperto cinese vecchio di
seimila anni.
L’esempio perfetto era di fronte a lui.
Nel 1974, dei contadini che scavavano un pozzo avevano scoperto un enorme complesso di cripte che alla fine avevano svelato ottomila soldati
di terracotta a grandezza naturale, centotrenta cocchi e seicentosettanta cavalli, disposti in compatta formazione da battaglia: un esercito
silenzioso, rivolto verso est, ogni figura plasmata e realizzata oltre duemiladuecento anni prima. Erano a guardia di un complesso di palazzi
sotterranei, progettati appositamente per i defunti, al cui centro stava la tomba imperiale di Qin Shi, l’uomo che aveva posto fine a cinque secoli di
discordia e conflitti, assumendo infine l’eminente titolo di Shi Huang.
Primo Imperatore.
Nel punto in cui era stato scavato quel pozzo, ora sorgeva il Museo dell’Esercito di Guerrieri e Cavalli di Terracotta della Dinastia Qin, il cui
cuore era costituito dalla sala espositiva che si apriva per oltre duecento metri di fronte a Tang, sormontata da un’imponente volta di pannelli di
vetro. Una serie di terrapieni divideva la scena degli scavi in undici file orizzontali, pavimentate di mattoni antichi. Le tettoie di legno, sostenute da
massicce travi e traverse, erano scomparse da tempo ma, per evitare l’umidità e preservare le statue dei guerrieri in basso, i costruttori avevano
saggiamente rivestito l’area con stuoie e uno strato d’argilla.
L’esercito eterno di Qin Shi era sopravvissuto.
Tang scrutava quel mare di guerrieri.
Ciascuno di essi indossava una tunica a trama larga, cintura, mollettiere e sandali a punta quadrata con lacci di pelle. Erano stati individuati otto
tipi fondamentali di volti, ma non ce n’erano due identici. Qualcuno aveva le labbra serrate e lo sguardo fisso in avanti, a mostrare fermezza e forza
di carattere. Altri esprimevano vigore e fiducia in sé. Altri ancora sembravano immersi in una profonda riflessione, a suggerire la saggezza del
veterano. Era sorprendente come quelle pose immobili, ripetute innumerevoli volte in una data gamma di atteggiamenti definiti, generassero in
realtà un senso di movimento.
Tang era già stato in visita e aveva camminato tra gli arcieri, i soldati e i cocchi trainati da cavalli, inspirando l’odore della ricca terra dello
Shaanxi, immaginando il tonfo ritmico dei piedi in marcia.
Lì si sentiva potente.
Qin Shi in persona aveva calpestato quel suolo sacro. Per duecentosessant’anni, fino al 221 a.C., sette regni – Qi, Chi, Yar, Zhao, Han, Wei e
Qin – si erano contesi il dominio. Qin Shi aveva posto fine al conflitto, conquistando i vicini e fondando un impero che accentrava in lui ogni
autorità. Infine anche la terra prese il suo nome. Una deformazione del modo in cui gli stranieri avrebbero pronunciato Qin.
Cin.
Cina.
Per Tang, era difficile non rimanere impressionato da risultati tanto grandiosi e, anche se Qin Shi era vissuto in un tempo remoto, l’eco delle sue
gesta risuonava ancora. Era stato il primo a dividere il territorio in prefetture, ciascuna delle quali era composta da unità più piccole che aveva
chiamato contee. Aveva abolito il sistema feudale ed eliminato i signori della guerra aristocratici. Sotto di lui erano stati standardizzati i pesi, le
misure e la moneta. Aveva introdotto un codice uniforme di leggi. Aveva fatto costruire strade, una muraglia per proteggere il confine
settentrionale, e città. E, fatto ancor più determinante, le varie grafie locali – che generavano molta confusione – erano state sostituite da un unico
alfabeto scritto.
Ma il Primo Imperatore non era perfetto.
Applicava leggi severe, imponeva tasse pesanti e requisiva migliaia di persone per il servizio militare e le opere di costruzione. Durante il suo
regno erano morti in milioni. Dare il via a un’impresa non è semplice, ma mantenere il successo è ancora più difficile. I discendenti di Qin Shi
non avevano imparato la lezione del Primo Imperatore e avevano permesso che le rivolte contadine si diffondessero, tramutandosi in una ribellione
generalizzata.
Nel giro di tre anni dalla morte del fondatore, l’impero si era sgretolato.
Era seguita una nuova dinastia: quella degli Han.
I cui discendenti dominano ancora oggi.
Tang era un Han, della provincia dell’Hunan, uno dei tanti luoghi caldi e umidi del Sud, patria di pensatori rivoluzionari, tra i quali spiccava Mao
Tse-tung. Aveva frequentato l’Istituto di Tecnologia dell’Hunan, per poi trasferirsi alla Scuola di Geologia di Pechino. Dopo la laurea, aveva
lavorato come tecnico e istruttore politico nella squadra di rilevamento geomeccanico, quindi era diventato primo ingegnere e capo della sezione
politica dell’Ufficio Geologico Centrale. Era stato allora che il Partito l’aveva notato e gli erano stati assegnati posti di rilievo nella provincia del
Gansu e nella regione autonoma del Tibet, dove si era guadagnato una reputazione tanto come scienziato quanto come amministratore. Alla fine
Tang era tornato a Pechino, dove da assistente era stato nominato direttore dell’ufficio generale del Comitato Centrale. Tre anni dopo era stato
promosso al Comitato Centrale stesso. Adesso era primo vicepremier del Partito, primo vicepresidente della Repubblica, a un passo dal vertice
del triangolo politico.
«Ministro Tang.»
Udendo il proprio nome, si voltò.
Il direttore del museo gli si avvicinò.
Dal passo rigido e dall’espressione dell’uomo, Tang capì che qualcosa non andava. Si trovava sulla passerella protetta da una ringhiera che
circondava la fossa 1, quindici metri sopra le figure di terracotta. La sala espositiva di sedicimila metri quadrati era chiusa per la notte, ma
l’illuminazione del soffitto di quello spazio simile a un hangar era rimasta accesa, come aveva ordinato lui.
«Mi hanno detto che era arrivato.» Il direttore aveva una catenella al collo da cui pendevano gli occhiali, come un ciondolo.
«Prima di andare alla fossa 3, volevo fermarmi qui per qualche istante. La vista di questi guerrieri non mi delude mai», disse Tang.
Fuori, nel buio, si ergevano altre sei sale, oltre a un teatro, banchetti di libri e una babele di negozi e chioschi che l’indomani avrebbero
spacciato souvenir a una piccola parte dei due milioni di persone che accorrevano lì ogni anno per vedere quella che molti definivano «l’ottava
meraviglia del mondo».
Lui, a quel titolo, ci sputava sopra.
Per quanto lo riguardava, quella era l’unica meraviglia del mondo.
«Dobbiamo parlare, ministro.» Il direttore era un intellettuale conservatore, appartenente a una minoranza Zhuang; ciò significava che non
avrebbe mai raggiunto una posizione più elevata. L’intero sito di Qin Shi dipendeva dal ministero della Scienza di Tang, sicché lui sapeva
esattamente a chi doveva la sua lealtà. «Ho qualche problema a controllare la situazione.»
Tang rimase in attesa di ulteriori spiegazioni.
«La scoperta è stata fatta due giorni fa. L’ho avvertita immediatamente. Ho dato ordine che nessuno ne parlasse, ma temo di non essere stato
preso sul serio. Girano... voci tra gli archeologi. Già in diversi sanno che siamo entrati in un’altra sala.»
Il ministro avrebbe preferito non sentirlo.
«Mi rendo conto che voleva mantenere segreta la scoperta. Ma la cosa si è rivelata difficile.»
Quello non era il luogo adatto, sicché Tang appoggiò una mano rassicurante sulla spalla dell’uomo e disse: «Mi porti alla fossa 3».

Uscirono dall’edificio e attraversarono uno spiazzo buio raggiungendo un’altra ampia costruzione illuminata dall’interno.
La fossa 3 era stata scoperta venti metri a nord della fossa 1 e centoventi metri a est della fossa 2. Era il più piccolo dei tre scavi e occupava a
malapena uno spazio di cinquecento metri quadrati. Era a forma di U e al suo interno erano stati ritrovati soltanto sessantotto figure di terracotta e
un cocchio tirato da quattro cavalli, non disposti in formazione di battaglia.
Poi avevano capito.
L’abito, i gesti e la formazione dei guerrieri suggerivano che la fossa 3 costituisse il centro di comando dell’esercito sotterraneo, riservato ai
generali e ad altri alti ufficiali. Lì, i guerrieri erano stati trovati collocati con le spalle al muro, equipaggiati con aste di bronzo senza lama, un’arma
unica, utilizzata soltanto dalle guardie d’onore imperiali. Inoltre la posizione del locale, nell’estremo angolo nordorientale, assicurava che fosse ben
protetta dagli eserciti delle altre due fosse. In vita, Qin Shi aveva comandato un milione di soldati corazzati, mille cocchi e diecimila cavalli per
conquistare ed «esultare sul mondo intero». Evidentemente aveva avuto ambizioni analoghe anche da morto.
Tang discese la rampa in terra battuta che portava sul fondo della fossa 3.
La scena surreale era illuminata dalle luci brillanti fissate sul soffitto. La prima rientranza era occupata da una stalla e un cocchio. Due brevi
corridoi, l’uno a sinistra e l’altro a destra della stalla, comunicavano con due ambienti più in profondità.
Tang attese che si trovassero entrambi sotto il livello del terreno, prima di affrontare il problema col direttore. «Contavo su di lei per mantenere
riservata la scoperta. Se non riesce a gestire la cosa, forse dovremmo affidare l’incarico a qualcun altro.»
«Le assicuro, ministro, ora è sotto controllo. Volevo soltanto farle sapere che la sua esistenza non è nota soltanto ai tre autori della scoperta.»
«Mi ripeta ancora quello che avete trovato.»
«Abbiamo notato un punto debole. Laggiù. Pensavamo fosse in corrispondenza del confine della fossa, ma ci sbagliavamo.» Il direttore indicò
alla sua destra, dove c’era un buco aperto nel muro di terra battuta, con accanto un mucchietto di terra smossa. «Non abbiamo fatto in tempo a
ripulire i detriti. Dopo l’ispezione iniziale, ho fatto sospendere gli scavi e l’ho chiamata.»
Da alcune scatole metalliche e da un trasformatore appoggiato a terra spuntava una giungla di cavi piatti.
«È una nuova stanza, ministro. Fino a oggi sconosciuta», disse il direttore.
«E l’anomalia?»
«È dentro, la sta aspettando.»
Un’ombra danzava lungo le pareti interne.
«È stato qui tutto il giorno, come da suoi ordini. A lavorare», disse il direttore.
«Indisturbato?»
«Come aveva chiesto.»
7

Anversa

Ni studiava Pau Wen, irritato con se stesso per aver sottovalutato quell’uomo ambiguo.
«Si guardi intorno: qui ci sono segni della grandezza cinese risalenti a seimila anni fa. La civiltà occidentale era appena cominciata e la Cina
fondeva il ferro, combatteva con le balestre e tracciava carte geografiche», disse Pau.
La sua pazienza si era esaurita. «Qual è il succo di questo discorso?»
«Si rende conto che l’agricoltura in Cina era più avanzata nel IV secolo avanti Cristo di quanto non fosse in Europa nel XVIII secolo? I nostri
antenati avevano compreso le coltivazioni a filari, la necessità di estirpare le erbacce, la seminatrice, l’aratro di ferro e l’uso efficace dei finimenti,
secoli prima di ogni altra civiltà del pianeta. Eravamo talmente in anticipo che non ha neppure senso fare paragoni. Mi dica, ministro: cosa è
successo? Perché non siamo più in quella posizione di superiorità?»
La risposta era ovvia – e Pau, naturalmente, se ne rendeva conto –, ma Ni non intendeva pronunciare parole sovversive e si domandava se
nella stanza, o sul suo ospite, non ci fossero microspie.
«Qualche decennio fa, uno studioso inglese ha analizzato il fenomeno e ha concluso che oltre metà delle invenzioni e delle scoperte
fondamentali su cui si basa il mondo moderno viene dalla Cina. Ma chi lo sapeva? I cinesi stessi lo ignorano. La storia dice che quando i
missionari gesuiti, nel XVII secolo, hanno mostrato per la prima volta ai cinesi un orologio meccanico, questi rimasero estremamente
impressionati, non sapendo che erano stati i loro stessi antenati a inventarlo, mille anni prima.»
«Tutto questo è irrilevante», chiarì Ni, recitando per il pubblico che poteva essere in ascolto.
Pau indicò una scrivania in legno di sequoia addossata a una parete. Intorno a un computer portatile erano disposti in bell’ordine gli strumenti
per la calligrafia: inchiostro, pietra, pennelli e carta.
Vi si avvicinarono.
Pau toccò la tastiera e lo schermo si animò.

L’uomo era dritto in piedi. Sembrava sui trent’anni, tratti più mongoli che cinesi, capelli neri raccolti in una pettinatura morbida. Indossava una
giacca bianca con le maniche ampie e una striscia verde chiaro sul colletto. Lo circondavano altri tre uomini, in pantaloni neri e lunghe tuniche
grigie sotto giacche corte color indaco.
L’uomo si tolse la veste.
Era nudo, un corpo muscoloso e pallido. Due assistenti cominciarono a stringergli bende bianche intorno all’addome e alle cosce.
Terminata la fasciatura, l’uomo rimase immobile mentre un terzo assistente gli puliva il pene e lo scroto.
Il lavaggio fu ripetuto tre volte.
L’uomo prese posto su una sedia in posizione semiadagiata, le gambe allargate e tenute ben ferme dai due assistenti. Il terzo partecipante
andò a un tavolo laccato e prese da un vassoio un pugnale ricurvo con un manico d’osso incrinato.
Si avvicinò all’uomo sulla sedia e domandò con voce chiara e imperiosa: «Hou huei pu hou huei?»
Questi rimase fermo mentre rifletteva sulla domanda – Lo rimpiangerai o no? – poi scosse la testa: no, senza mostrare la minima traccia di
paura o incertezza.
L’assistente annuì. Poi, con due rapidi fendenti, amputò lo scroto e il pene dell’uomo, tagliando vicino al corpo, senza lasciare sporgenze.
L’uomo non emise un suono.
I due assistenti gli tennero ferme le gambe tremanti.
Il sangue sgorgava, ma il terzo uomo agì sulla ferita, provocandogli un intenso dolore, ma ancora lui non emise suono. Il volto era contorto
da una sofferenza lancinante, ma l’uomo pareva riprendere il controllo di sé.
Sulla ferita fu applicato qualcosa che pareva carta zuppa d’acqua, composta di diversi strati, finché non smise di sanguinare.
L’uomo fu aiutato ad alzarsi; tremava visibilmente, il volto metà eccitato, metà timoroso.

«Lo hanno fatto camminare per la stanza nelle due ore successive, prima di permettergli di sdraiarsi», spiegò Pau.
«Che... che cos’era?» domandò Ni, senza sforzarsi di nascondere lo choc che quel video gli aveva provocato.
«Una cerimonia che si è ripetuta nella nostra storia centinaia di migliaia di volte.» Pau esitò. «La creazione di un eunuco.»
Ni sapeva degli eunuchi e del complesso ruolo da loro giocato in Cina per duemilacinquecento anni. Gli imperatori erano considerati depositari
di un mistico «mandato celeste», e tale concetto santificava ufficialmente il loro diritto a governare. Per preservare un’aura di sacralità, la vita
privata della famiglia imperiale era protetta, in modo tale che nessuno potesse osservarne le manchevolezze umane. Soltanto gli eunuchi
effeminati, la cui esistenza dipendeva dall’imperatore, erano giudicati abbastanza umili da potervi assistere. Il sistema funzionava talmente bene
che si era radicato, ma un rapporto tanto frequente e intimo offriva agli eunuchi una facile occasione. Essendo sterili, non avrebbero dovuto ambire
a un potere politico né aver bisogno di ricchezze, poiché non avrebbero potuto trasmetterli ai figli.
Ma si era dimostrato che così non era.
Gli imperatori avevano finito col divenire trastulli nelle mani di quei paria, che erano diventati più potenti di qualunque ministro. Molti imperatori
non incontravano mai gli amministratori del governo; piuttosto, le decisioni viaggiavano dentro e fuori dal palazzo tramite gli eunuchi, senza che
nessuno sapesse chi in realtà riceveva o emetteva i decreti. Soltanto i governanti più diligenti e coscienziosi evitavano la loro influenza, ma erano
pochi e infrequenti. Infine, all’inizio del XX secolo, quando l’ultimo imperatore era stato cacciato dal palazzo imperiale, quel sistema era stato
abolito.
«Gli eunuchi non esistono più», dichiarò Ni.
«Cosa glielo fa pensare?»
Ni dimenticò la paura di essere registrato. «Chi è lei?»
«Sono una persona che apprezza i nostri antenati. Uno che ha assistito alla distruzione indiscriminata di tutto quanto abbiamo ritenuto sacro per
migliaia di anni. Sono un cinese.»
Il ministro sapeva che Pau era nato nella provincia settentrionale di Liaoning, e aveva studiato in Francia, quando ancora ai giovani cinesi era
permesso frequentare l’università all’estero. Uomo di vaste letture, autore di sei trattati storici pubblicati, era riuscito a sopravvivere a tutte le
purghe di Mao, e non doveva essere stato impresa semplice, pensava Ni. Alla fine, Pau aveva avuto il permesso di lasciare il Paese – caso più
unico che raro – portando con sé molte ricchezze personali. Tuttavia... «Lei parla di tradimento della patria», chiarì.
«Dico la verità, ministro. E credo che pure lei sospetti la stessa cosa.»
Ni scrollò le spalle. «Allora si sbaglia.»
«Perché è ancora qui? Perché continua ad ascoltarmi?»
«Perché mi ha mostrato quel video?»
«Di fronte alla morte, colui che è pronto a morire sopravvivrà, mentre colui che è deciso a vivere morirà. Questo pensiero è stato espresso in un
altro modo: Shang wu chou ti.»
Ni aveva già sentito quella frase.
Dopo essere salito, butta giù la scala.
«Secondo l’interpretazione più comune, si tratta di attirare il nemico in trappola e poi impedirgli la fuga», spiegò Pau. «Avversari diversi si
attirano in modi diversi. L’avido si adesca con la promessa del guadagno. L’arrogante con un segno di debolezza. L’inflessibile con uno
stratagemma. Lei quale di questi è, ministro?»
«Chi mi sta attirando?»
«Karl Tang.»
«In effetti, sembra che sia più lei a farlo. Non ha risposto alla mia domanda. Perché mi ha mostrato quel video?»
«Per dimostrarle che lei sa poco di quanto le succede intorno. La sua moralistica Commissione passa il tempo a indagare su funzionari corrotti
e membri del Partito disonesti. Lei dà la caccia ai fantasmi mentre è insidiato da una minaccia reale. Perfino all’interno del suo sacrosanto
mondo, che si vanta di essere la coscienza del Partito, lei è circondato. Gli eunuchi esistono ancora, ministro.»
«Lei come fa a sapere queste cose?»
«Perché io sono uno di loro.»
8

Cassiopea fu gettata nuovamente nella stanza che era stata la sua prigione negli ultimi due giorni. Aveva la camicia inzuppata, i polmoni dolenti
per aver cercato di respirare nonostante l’acqua.
La porta si chiuse con violenza.
Soltanto allora le fu permesso di togliersi la benda dalla faccia.
La sua cella era grande all’incirca quattro metri per due, ed era stata ricavata da un sottoscala, immaginava lei, vista la pendenza del soffitto.
Era una stanza senza finestre, la luce proveniva da una lampadina da pochi watt che non veniva mai spenta. Niente mobili, solo un materasso
sottile appoggiato su un pavimento di assi di legno. Lei aveva cercato di memorizzare quello che poteva, nei brevi intervalli di tempo in cui veniva
spostata. Apparentemente si trovava in una casa, da lì alla stanza della tortura c’erano solo pochi passi, e in mezzo un bagno, che aveva visitato
due volte.
Ma dove si trovava?
Due giorni prima era ad Anversa.
Cassiopea si chinò in avanti, le mani sulle ginocchia. Aveva le gambe molli, il cuore che martellava ed era scossa dai brividi.
Due volte l’avevano legata alla tavola, sbattendole l’asciugamano in faccia. Credeva di essere capace di resistere a qualunque cosa, ma la
sensazione di annegare con braccia e piedi legati, la testa più in basso delle gambe, si stava rivelando troppo dura. Una volta aveva letto che la
violenza psicologica non ha bisogno di pugni.
Ci credeva.
Dubitava di poter sopportare un’altra sessione.
Durante la prima, verso la fine, aveva coinvolto Malone, e le era sembrata una buona mossa. Nelle poche ore intercorse tra il momento in cui era
uscita dalla casa di Pau e la sua cattura, avrebbe potuto facilmente consegnargli il manufatto.
E, apparentemente, le avevano creduto.
Cotton era tutto ciò che aveva.
E non poteva dare a quelle persone quello che volevano. L’avrebbero uccisa? Improbabile, almeno finché non avessero preso contatto a
Copenhagen.
E dopo?
Non voleva pensare alle possibilità.
Era orgogliosa di non aver implorato, piagnucolato o essersi compromessa.
Ma aveva compromesso Cotton.
D’altra parte, lui gliel’aveva detto tante volte: se mai avesse avuto bisogno di qualcosa, non doveva esitare, e sembrava proprio quel genere di
situazione.
Negli ultimi due giorni si era tenuta occupata con giochi mentali, ricordando date storiche, costringendosi a scacciare i pensieri. Aveva
moltiplicato numeri fino a cinque cifre.
Ma anche pensare a Malone l’aveva aiutata.
Lui era alto e bello, con quei capelli biondi e i vivaci occhi verdi. Un tempo lo aveva creduto freddo, privo di emozioni, ma quell’anno aveva
capito che non era così. Ne avevano passate tante insieme.
Si fidava di lui.
Il respiro si era regolarizzato. Il cuore aveva rallentato.
I nervi si erano calmati.
Cassiopea si alzò e si massaggiò i polsi dolenti.
Alla soglia dei quarant’anni, eccola in un altro casino. Che come al solito si rivelava più importante di qualunque altra cosa potesse immaginare
di fare. In realtà, il suo progetto di ricostruire un castello francese del XIV secolo usando soltanto strumenti e materiali disponibili settecento anni
prima stava facendo progressi. Qualche settimana addietro il suo sovrintendente ai lavori le aveva riferito che la costruzione era già arrivata al
dieci per cento. Lei aveva intenzione di dedicarsi maggiormente a quell’impresa, ma una chiamata dalla Cina aveva cambiato tutto.

«Lo hanno preso, Cassiopea. È sparito.» Lev Sokolov non era tipo da lasciarsi prendere dal panico. Era in realtà un individuo brillante,
intelligente e conciso. Nato e cresciuto nella vecchia Unione Sovietica, era riuscito a scappare e aveva scelto come rifugio proprio la Cina.
«Mio figlio stava giocando al banco della verdura di sua nonna», continuò in russo, con voce rotta. «Un vicino di casa passava di lì e si è
offerto di portarlo a casa, visto che era di strada, e la nonna glielo ha permesso. È successo otto settimane fa.»
«Che mi dici di questo vicino?»
«Siamo andati subito a bussare alla sua porta. Ha detto che, dopo avergli dato dei soldi per comprarsi le caramelle, lo ha lasciato davanti
alla nostra palazzina. È un bugiardo schifoso. Lo ha venduto, Cassiopea. Lo so. Non c’è altra spiegazione.»
«Che cosa ha fatto la polizia?»
«Il governo non vuole parlare di bambini rubati. Per loro è un fatto isolato e sotto controllo. Non è vero. Ogni giorno scompaiono duecento
bambini.»
«Non può essere.»
«Invece sì. Ora mio figlio è uno di loro.»
Lei non seppe che cosa rispondere.
«Abbiamo poche scelte», disse Sokolov, con voce disperata. «TV e giornali sono troppo vicini al governo per fare qualcosa. La polizia non
parlerà con noi. Perfino i gruppi di sostegno per genitori con problemi come il nostro devono riunirsi in segreto. Abbiamo tappezzato di
manifesti tutta la provincia, ma la polizia ha minacciato di arrestarci se avessimo continuato. Nessuno vuole ricordare un problema che
ufficialmente non esiste.» S’interruppe. «Mia moglie è a pezzi. Non riesce quasi a connettere. Non so da che parte girarmi. Ho bisogno del tuo
aiuto.»
Era una richiesta che non poteva respingere.
Cinque anni prima, Lev Sokolov le aveva salvato la vita, ed era in debito con lui.
Così si era procurata un visto turistico per trenta giorni, aveva comprato un biglietto per Pechino ed era volata in Cina.
Era sdraiata a pancia in giù sul materasso e fissava un muro di gesso non finito. Ne conosceva ogni crepa e fenditura. Un angolo era occupato
da un ragno, e il giorno prima l’aveva visto intrappolare una mosca.
Aveva provato compassione per quella mosca.
Impossibile sapere quanto tempo aveva prima che la mandassero di nuovo a prendere. Dipendeva tutto da Cotton.
Era stanca di stare in gabbia, ma un bambino di quattro anni confidava in lei.
E lei aveva fatto un casino.
Passi fuori dalla porta: stava arrivando qualcuno. Insolito.
Erano venuti da lei solo cinque volte. Due volte per la tortura, una terza per lasciarle un po’ di riso e cavolo bollito, altre due per portarla bendata
in un bagno nel corridoio, neanche a un metro da lì.
Avevano scoperto che Cotton era in un vicolo cieco?
Tese le braccia sopra la testa e appoggiò i palmi sul pavimento di legno, che vibrava a ogni passo in avvicinamento.
È ora di fare qualcosa, anche se è sbagliato.
Conosceva la procedura. La serratura sarebbe scattata, la porta si sarebbe aperta sui cardini cigolanti e avrebbero gettato una benda nella
stanza. Nessuno sarebbe entrato finché lei non avesse fissato per bene l’elastico intorno alla testa. Cassiopea immaginava che il suo rapitore
fosse armato e chiaramente non da solo, dal momento che con lei c’erano sempre state almeno due persone. In entrambe le occasioni in cui era
stata sottoposta alla tortura, un uomo l’aveva interrogata, lo stesso che aveva parlato a Malone via computer con voce brusca e priva di accento.
Una chiave s’infilò nella serratura.
Lei chiuse gli occhi mentre la porta si apriva. Nessuna benda fu gettata dentro. Sollevò appena le palpebre e vide apparire una scarpa. Poi
un’altra. Forse era ora di mangiare? L’ultima volta che le avevano lasciato il cibo, lei stava dormendo, assopita per pura e semplice spossatezza.
Forse i suoi carcerieri pensavano che fosse troppo esausta per costituire una minaccia?
Era davvero stanca, le dolevano i muscoli, le braccia, le gambe.
Ma un’occasione era sempre un’occasione.
L’uomo entrò nella stanza.
Premendo le mani sul pavimento, Cassiopea si tirò su e lo fece inciampare.
Un vassoio con pane e formaggio cadde tintinnando.
Lei scattò in piedi e colpì in faccia l’uomo con la suola di uno stivale. Qualcosa si ruppe, probabilmente il naso. Gli sbatté il tacco in faccia
ancora una volta. Lui batté la nuca sul pavimento e rimase immobile.
Un altro calcio nelle costole la fece sentire meglio.
Ma l’aggressione aveva fatto rumore. E c’era almeno un’altra minaccia annidata lì vicino. Frugò il vestito dell’uomo e trovò una pistola in una
fondina da spalla. Estrasse l’arma e controllò il caricatore.
Pieno.
Era ora di andare.
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10

Provincia dello Shaanxi

Tang disse al direttore di restare nell’edificio della fossa 3 e fare la guardia in superficie, per assicurarsi di non essere disturbato. Non che si
aspettasse qualcosa del genere: era il secondo uomo più potente della Cina, anche se, per quanto risultasse irritante, qualcuno aveva cominciato
a considerare allo stesso modo pure Ni Yong.
Lui era stato contrario alla nomina di Ni, ma il premier aveva respinto tutte le obiezioni, sostenendo che Ni Yong era un uomo di carattere, una
persona capace di temperare il potere con la ragione e, stando a tutte le relazioni su di lui, era esattamente ciò che Ni aveva fatto.
Ma Ni era un confuciano.
Nessun dubbio, su quello.
Tang era un legalista.
Quele due etichette definivano la politica cinese da quasi tremila anni. A ogni imperatore era stata appiccicata l’una o l’altra. Mao aveva preteso
di eliminare la dicotomia, insistendo sul fatto che la Rivoluzione Comunista non era una faccenda di etichette, eppure nulla era cambiato, in realtà.
Il Partito, come in precedenza gli imperatori, predicava umanità confuciana mentre esercitava il potere implacabile di un legalista.
Etichette.
Erano problematiche.
Ma potevano pure rivelarsi utili.
Tang sperava che i minuti successivi potessero aiutarlo a determinare quale delle due opzioni sarebbe stata decisiva per l’imminente battaglia
contro Ni Yong.
Attraversò il portale provvisorio.
L’umido locale in cui immetteva non era più grande di cinque metri quadrati ed era stato scavato nella terra e sigillato secoli or sono con argilla
e pietra. All’interno erano state installate luci artificiali. Il silenzio e gli strati di fuliggine fecero sentire il ministro un intruso che viola una tomba di
cose morte da tanto tempo.
«Notevole», gli disse l’uomo all’interno.
Tang aveva bisogno di una valutazione affidabile, e di quell’accademico asciutto e dalla mascella corta ci si poteva fidare.
Sopra tre tavole di pietra coperte da spessi strati di terra erano appoggiate quelle che parevano fragili foglie brunite accatastate l’una sull’altra.
Sapeva cos’erano.
Un vero tesoro: teli di seta coperti di caratteri e disegni appena distinguibili.
Altre pile erano composte da listelli di bambù legati insieme, ciascuno coperto di caratteri incolonnati. All’epoca in cui quei pensieri erano stati
fissati, la carta non esisteva, e i cinesi non avevano mai usato il papiro, soltanto seta e legno, circostanza che si dimostrava fortunata dal momento
che entrambi duravano nei secoli.
«È la biblioteca perduta di Qin Shi?» domandò Tang.
L’altro annuì. «Direi di sì. Ci sono centinaia di manoscritti. Trattano ogni argomento: filosofia, politica, medicina, astronomia, ingegneria,
strategia militare, matematica, cartografia, musica, perfino tiro con l’arco ed equitazione. È assai probabile che qui ci sia la maggior
concentrazione di conoscenza di prima mano sull’epoca del Primo Imperatore che sia mai stata trovata.»
Nel 1975 erano state scoperte oltre mille strisce di bambù della dinastia Qin. Gli storici avevano proclamato che quello era il ritrovamento più
importante, ma in seguito gli esami avevano insinuato dubbi sulla loro autenticità. Alla fine si era stabilito che risalivano per la maggior parte a
un’epoca successiva a Qin Shi, quando le dinastie seguenti avevano rimodellato la realtà. Quel deposito, invece, era rimasto per secoli a meno di
un chilometro dalla tomba del Primo Imperatore, parte del suo grandioso mausoleo, sorvegliato dal suo esercito eterno.
«La cosa pazzesca è che riesco a leggerle», disse l’esperto.
Tang capiva il suo stupore: la caduta di una dinastia regnante era sempre considerata come una rinuncia al mandato celeste e, per evitare
maledizioni, ogni nuova dinastia doveva censurare la precedente. Di conseguenza si ricorreva a purghe tanto radicali da modificare perfino il
sistema di scrittura, rendendo assai più difficile, col passare del tempo, decifrare ciò che era venuto prima. Soltanto negli ultimi decenni alcuni
studiosi, come l’esperto che era con lui, avevano imparato a leggere quelle grafie perdute.
«Vorrei mostrarle quello che ho trovato.» L’esperto sollevò uno dei fragili pezzi di seta.
Ciuffi di polvere piroettarono nell’aria come fantasmi arrabbiati.
Lo stesso Qin Shi aveva voluto assicurarsi che nessuno scritto del suo tempo sopravvivesse quando aveva ordinato che tutti i manoscritti, salvo
quelli che trattavano di medicina, agricoltura o divinazione, fossero bruciati. L’idea era «far sì che il popolo fosse ignorante» e prevenire «l’uso del
passato per screditare il presente». Soltanto all’imperatore si poteva destinare una biblioteca, e la conoscenza doveva essere monopolio
imperiale. Gli studiosi che osavano sfidare tale decreto venivano giustiziati. In particolare qualunque cosa scritta da Confucio era soggetta a
distruzione immediata, dato che quanti insegnavano direttamente andavano contro la filosofia del Primo Imperatore.
«Ascolti», disse l’esperto. «Molto tempo fa, Confucio morì e le parole sottili andarono perdute. I suoi settanta discepoli perirono e la grande
verità fu distorta. Pertanto gli Annali si divisero in cinque versioni, le Odi in quattro e il Libro dei mutamenti fu trasmesso in tradizioni varianti.
Diplomatici e persuasori hanno dibattuto su quello che era vero o falso, e le parole del maestro divennero un’accozzaglia caotica. Ciò
disturbava l’imperatore, sicché diede fuoco agli scritti per far sì che la gente comune restasse nell’idiozia. Egli però conservò i pensieri originali
del maestro, rinchiusi nel palazzo, ed essi lo accompagnarono nella morte.»
Ciò significava che tutti e sei i grandi manoscritti confuciani dovevano trovarsi lì.
Il Libro dei mutamenti, un manuale di divinazione. Il Libro della storia, che riportava discorsi e gesta dei leggendari re-saggi dell’antichità. Il
Classico della poesia, contenente più di trecento versi densi di significati nascosti. Gli Annali delle primavere e degli autunni, una storia
completa dello Stato natale di Confucio. Il Libro dei riti, che spiegava il giusto comportamento di ciascuno, dal contadino al sovrano. E infine il
Libro della musica, dal contenuto ignoto, dal momento che non ne esisteva nessuna copia.
Tang sapeva che gli Han, succeduti al Primo Imperatore con una propria dinastia durata quattrocentoventicinque anni, avevano cercato di
riparare al danno fatto da Qin Shi, riassemblando molti testi confuciani. Ma nessuno sapeva se quelle edizioni più tarde riflettessero gli originali
accuratamente. Il ritrovamento di una serie completa di testi, intonsi, poteva essere una cosa enorme. «Quanti manoscritti ci sono in realtà?»
domandò a bassa voce.
«Ho contato oltre duecento testi.» L’esperto tacque per un istante. «Ma nessuno è di Confucio.»
Le paure del ministro crescevano.
«Confucius» era l’etichetta latina attribuita dai gesuiti del XVII secolo a un saggio che i suoi discepoli, nel V secolo a.C., conoscevano come
Kong Fu-Zi. Le sue idee erano sopravvissute in forma di aforismi, e il concetto centrale pareva essere la convinzione che l’uomo dovrebbe cercare
di vivere in modo buono, comportandosi sempre con umanità e cortesia, lavorando diligentemente, onorando la famiglia e il governo. Confucio
poneva l’accento su «il modo dei sovrani passati», esortando il presente a trarre forza e saggezza dal passato. Sosteneva una società
estremamente ordinata, ma l’ordine non si doveva conseguire attraverso la forza, bensì attraverso la compassione e il rispetto.
Qin Shi non era confuciano.
Il Primo Imperatore aveva abbracciato il legalismo, una contro-filosofia secondo cui la forza bruta e il terrore costituivano l’unica base legittima
per il potere. I suoi strumenti fondamentali erano monarchia assoluta, burocrazia centralizzata, dominio dello Stato sulla società, legge come
strumento penale, sorveglianza, informatori, persecuzione dei dissidenti e coercizione politica.
Entrambe le filosofie aspiravano a uno Stato unificato, un sovrano potente e una popolazione in assoluta sottomissione ma, laddove i legalisti
procedevano a mazzate in testa, i confuciani insegnavano il rispetto, l’obbedienza data dal popolo per propria volontà. Quando il Primo Impero
legalista era caduto, nel III secolo a.C., il confucianesimo lo aveva sostituito ed era rimasto in auge, in una forma o nell’altra, fino al XX secolo,
quando i comunisti erano tornati al legalismo.
Il pensiero confuciano, però, aveva riacquistato popolarità. Il popolo s’identificava coi suoi principi pacifici, specie dopo sessant’anni di rigida
oppressione. Ancor più allarmante era l’ascesa della democrazia, una filosofia ancora più pericolosa del confucianesimo.
«Ci sono buone notizie. Ho trovato ulteriori conferme sull’altra faccenda», disse l’esperto.
Tang seguì l’uomo a un altro tavolo di pietra.
«Questi rotoli di bambù sono una sorta di relazioni annuali del Primo Impero.»
Tang sapeva che gli antichi cinesi compilavano rapporti dettagliati quasi su tutto, specie sui fenomeni naturali. Per quanto riguardava la sua
specializzazione, la geologia, classificavano la roccia in minerali grezzi, non metalli e argille. Prendevano nota di durezza, colore e lucentezza, oltre
che della forma. Inoltre sapevano identificare le sostanze che si formavano nel profondo della terra e avevano elaborato sistemi affidabili per
trovarle.
«Qui si parla di esplorazioni con trivellazione, in modo dettagliatissimo», continuò l’esperto.
Il ministro aveva già scorto altre pezze di seta. Mappe. «Il nostro sito è segnato?»
L’uomo annuì. «Si vede l’intera zona. Ma, senza punti di riferimento geografici, è impossibile saperlo per certo.»
Gli antichi avevano impiegato la bussola e la cartografia, ma non il concetto di latitudine e longitudine, una delle poche idee rivoluzionarie che i
cinesi non avevano sviluppato per primi.
«Porta via e conserva le mappe e qualunque altra cosa sia in rapporto diretto con la nostra ricerca.»
Il suo esperto annuì.
«Il resto non ha importanza. Ora veniamo all’altro problema. Fammi vedere.»
L’uomo infilò una mano nella tasca della giacca e gli porse un oggetto d’argento.
Un orologio da polso.
Sembrava di produzione industriale, con quadrante e cifre che brillavano al buio. Da un lato sporgeva la corona di carica e la parola SHANGHAI
ne indicava il luogo di fabbricazione.
«È vecchio di qualche decennio», disse il ministro.
«Lo hanno trovato qui dentro, quando sono entrati. È questo che ha messo in agitazione gli archeologi del museo, ancor più dei manoscritti.»
Ora Tang capiva la gravità del problema di contenimento del direttore. «Qualcuno era già stato qui?»
«Evidentemente. Non c’erano orologi da polso all’epoca di Qin Shi. Lo giri.»
Sul retro era incisa una serie di caratteri cinesi. Il ministro si avvicinò alla luce e lesse.

SERVI IL POPOLO
1968

Tang aveva già visto un orologio con quell’iscrizione. Erano stati donati a membri selezionati del Partito in occasione del settantacinquesimo
compleanno di Mao Tse-tung. Nulla di pretenzioso o costoso, il semplice ricordo di una grande occasione.
26 dicembre 1968.
Pochi eccelsi tra quei leader della prima generazione erano ancora in vita. Pur godendo di una posizione speciale nel pantheon comunista,
molti erano caduti vittime delle purghe di Mao e altri erano morti di vecchiaia. Uno, però, era ancora attivo nel governo.
Il primo ministro, che di tanto in tanto esibiva il dono del Presidente.
Tang aveva bisogno di saperlo con certezza. «Allora qui non ci sono testi confuciani? Ne sei sicuro?»
L’esperto scosse la testa. «Sono stati portati via tutti da questa stanza. Dovrebbero esserci, ma sono scomparsi.»
Pareva che i piani del ministro fossero minacciati su tutti i fronti: Jin Zhao, Lev Sokolov, Ni Yong.
E, adesso, quello.
Fissò l’orologio che aveva in mano.
E capì a chi era appartenuto.
11

Cassiopea si scostò dall’uomo che giaceva immobile sul pavimento e si avvicinò alla soglia. Finalmente era partita all’offensiva, e avrebbe
sparato a chiunque si fosse messo tra lei e la libertà.
Sbirciò con cautela nel corridoio stretto. A due metri di distanza, la porta del bagno era semiaperta. Un’altra, a un metro circa sull’altro lato, era
chiusa. Il corridoio terminava con quello che sembrava un ingresso bene illuminato.
La donna uscì.
Le pareti erano di un rosa sporco, l’intonaco del soffitto aveva bisogno di una mano di bianco. Un appartamento, senza dubbio. Una casa in
affitto. Certamente fuori mano, con una comoda stanzina senza finestre sotto una scala.
Cassiopea indossava gli stessi jeans e la stessa camicia di due giorni prima. La giacca gliel’avevano presa il primo giorno. Interessante: aveva
ancora con sé portafoglio e passaporto. Tutto quanto puzzava di sudore, e una doccia bollente le avrebbe fatto bene, anche se il pensiero di avere
ancora acqua che le scorreva sulla faccia le diede un senso di nausea.
Stava attenta a camminare piano, con passi leggeri, la pistola lungo il fianco, il dito sul grilletto.
In fondo al corridoio, stava per avvicinarsi alla porta d’ingresso, ma fu bloccata da un mormorio.
Si fermò ad ascoltare.
Qualcuno stava parlando. Poi, silenzio. Quindi ancora la stessa voce, come se stesse parlando al telefono. Lei continuò ad ascoltare ed ebbe la
conferma: era una persona sola. Decise di dover saldare il debito anche con quel figlio di puttana: aveva già sfogato la sua ira sull’uomo che era
entrato nella cella, dunque perché non finire il lavoro?
Individuò il punto da cui proveniva il mormorio: in fondo a un altro breve corridoio che finiva con una porta socchiusa. Prima di avventurarsi da
quella parte, Cassiopea si spostò lentamente verso una finestra e guardò fuori, ma non vide altro che alberi e pascoli. Si trovavano in mezzo alla
campagna, ma quale? Era stata trasportata nel bagagliaio di un’auto, bendata. Aveva valutato la durata del viaggio in mezz’ora circa e quindi,
partendo da Anversa, poteva trovarsi tanto in Belgio quanto in Olanda o in Francia.
Davanti alla casa era parcheggiata una Toyota scura. Cassiopea si domandò se le chiavi fossero nel cruscotto o se le avesse uno dei suoi
rapitori.
La voce attutita continuava a parlare al telefono.
Tanto valeva approfittare della privacy che i suoi rapitori si erano così opportunamente assicurati. Doveva scoprire per chi lavoravano quelle
persone. Forse l’avrebbero aiutata ad arrivare al figlio scomparso di Lev Sokolov. Trovarlo era la sua unica preoccupazione. Grazie al cielo era
stata previdente e aveva coinvolto Cotton.
Altrimenti lei sarebbe morta, e il bambino sarebbe stato perduto per sempre.
Si fermò fuori dalla porta, con gli occhi piantati sulla striscia di luce proveniente dall’interno della stanza.
Quella voce le stuzzicava in qualche modo la memoria.
Non aveva idea di quante persone l’aspettassero in quella stanza, ma non gliene fregava niente. Aveva i nervi a pezzi, la pazienza esaurita.
Era stanca, sporca, affamata e incazzata.
Afferrò la pistola, piantò il piede sinistro sul pavimento e sbatté il tacco destro contro il legno.
La porta si aprì verso l’interno e si fracassò contro il muro.
Lei si tuffò in avanti e vide subito un solo uomo, che parlava al cellulare.
E che non mostrò la benché minima sorpresa nel vederla entrare.
Si limitò a chiudere la comunicazione e dire: «Era ora».
Lei lo fissò in viso, come se avesse visto un fantasma.
E in un certo senso era proprio così.

Malone non aveva mai davvero sentito usare la parola «eunuco» in una conversazione prima di allora. «Cioè, un maschio castrato?» domandò.
«Ce ne sono di altro tipo? È brutta gente.» Ivan allargò le braccia corte. «Si stendono, aprono le gambe, zac, zac, tutto sparito.» Alzò un dito. «E
non fiatano. Neanche un pigolio gli esce da labbra.»
«E per quale ragione lo fanno?»
«Onore. Supplicano per farselo fare. Sai che fanno con parti tagliate? Le chiamano pao, tesoro, le mettono in barattoli su scaffale più alto. Il kao
sheng. Posizione alta. Simboleggia raggiungere posizione elevata. È tutta una pazzia.»
Malone era d’accordo.
«Però lo fanno, continuamente. Ora gli eunuchi sono pronti a prendere la Cina.»
«Comecomecome?»
«È modo di dire del Sud? So che tu vieni da sud di Stati Uniti. Il nome Cotton viene da lì.»
«Vieni al punto, per la miseria.»
Ivan sembrava divertirsi a far credere agli altri di essere stupido, ma non lo era affatto. «Il Ba. Organizzazione segreta cinese. Esiste da duemila
anni. La versione moderna non è meglio dell’originale. L’obiettivo è potere. Niente di buono per mio Paese o per tuo. Questa è brutta gente.»
«Che cosa c’entra con Cassiopea?»
«Non lo so precisamente. Ma c’è il collegamento.»
Allora Cotton capì che l’altro mentiva. «Sono tutte stronzate.»
Ivan ridacchiò. «Mi piaci, Malone. Ma io non piaccio a te. Molta negatività.»
«Quei due a terra non sentono molta positività.»
«Non ti preoccupare di loro. Ammazzarli toglie mondo da due problemi.»
«Allora siamo stati tutti fortunati che c’eri tu in servizio.»
«Malone, abbiamo problema serio.»
Lui si tuffò in avanti, afferrò Ivan per il bavero e lo sbatté contro i mattoni alle loro spalle. Portò il viso a pochi centimetri da quello del russo.
«Direi che questo è vero. Dove diavolo è Cassiopea?» Sapeva che molto probabilmente i rinforzi stavano per reagire. Lui era pronto a girare sui
tacchi e affrontare entrambi. Sempre che non decidessero di sparare per primi, naturalmente.
«Abbiamo bisogno di questa rabbia», disse Ivan a bassa voce, il fiato pesante.
«Chi sono questi noi?»
«Lui e io, Cotton.»
La voce era venuta dalla sua destra. Una voce nuova. Femminile. Familiare.
Avrebbe dovuto saperlo.
Mollò la presa e si girò.
A tre metri da lui c’era Stephanie Nelle.

Cassiopea alzò il cane della pistola e puntò l’arma dritto su Viktor Tomas.1 «Disgraziato figlio di...»
«Non dire cose di cui ti pentiresti.»
La stanza pareva una specie di saletta per riunioni: c’erano una poltrona su cui stava Viktor, altre tre sedie vuote, qualche tavolo e alcune
lampade. Dalle finestre sulla facciata della casa lei scorse la Toyota. «Mi hai torturato.»
Scrollò le spalle. «Avresti preferito che non fossi io? Ho fatto in modo che l’esperienza fosse almeno sopportabile.»
Cassiopea sparò alla base della poltrona foderata, mirando a un punto tra le gambe dell’uomo. «È così che la definisci? Sopportabile?»
Lui non trasalì neppure, gli occhi da gufo, inespressivi. «Ti sei sfogata?»
Era passato un anno dall’ultima volta che Cassiopea aveva visto quell’uomo: all’epoca serviva un dittatore dell’Asia centrale. A quanto pareva,
aveva trovato un nuovo impiego. «Per chi lavori adesso?»
Viktor si alzò. «Per il primo vicepremier cinese Karl Tang.»
Lei fu sopraffatta dall’ira. «Dammi una buona ragione per non ammazzarti.»
«Che ne dici di questa: so dove tengono il figlio di Lev Sokolov.»
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13

Copenhagen

Malone era seduto a un tavolo del Café Norden, rannicchiato accanto a una finestra aperta del primo piano. Fuori, Højbro Plads vibrava di folla.
Anche Stephanie Nelle e Ivan si erano accomodati. I due gorilla di Ivan erano di sotto, a un tavolino esterno.
«Qui fanno una zuppa di pomodoro favolosa», disse a entrambi.
Ivan si massaggiò la pancia. «I pomodori mi fanno gas.»
«Allora evitiamo, per carità», disse Stephanie.
Malone conosceva Stephanie da molto tempo. Lui era uno dei dodici agenti originari nella Sezione Magellano, ed era stata lei a creare
quell’unità del dipartimento di Giustizia, reclutando personalmente dodici uomini e donne, ognuno con proprie competenze speciali. Quella di
Malone era stata la carriera nella marina militare, dove aveva raggiunto il grado di capitano di fregata; era capace di pilotare aerei e di cavarsela
in situazioni pericolose. La laurea in legge alla Georgetown e la fama di principe del foro arricchivano il suo curriculum. La presenza di Stephanie lì
in Danimarca, in quella splendida giornata, non poteva significare che guai. Il fatto che fosse con Ivan peggiorava la situazione: lui sapeva come la
pensava lei sul lavorare coi russi.
Soltanto se è indispensabile.
E lui era d’accordo.
I tavoli del caffè erano affollati, la gente saliva e scendeva i gradini sull’angolo, molti coi sacchetti della spesa. Malone si domandò perché
dovessero parlare in pubblico, ma immaginava che Stephanie sapesse quello che faceva. «Che sta succedendo?» le domandò.
«Qualche giorno fa ho saputo dei contatti di Cassiopea con Sokolov. E anche dell’interesse dei russi.»
Lui era ancora incazzato per i due omicidi. «Ivan, hai ammazzato quei due che stavo seguendo per fare in modo che noi dovessimo trattare con
te, vero? Non potevi permettere che sapessi qualcosa da loro.»
«Sono brutta gente. Brutta, brutta gente. Si meritano quello che hanno.»
«Io non sapevo che sarebbe successo, ma non dovrei esserne sorpresa», gli disse Stephanie.
«Voi due vi conoscete?» le chiese.
«Ivan e io abbiamo già avuto a che fare l’uno con l’altra in passato.»
«Io non chiedo voi di aiutare. Questo non riguarda America», disse Ivan.
Ma Malone capì che Stephanie si era inserita in quella faccenda mettendo in pratica il vecchio adagio: Tieni vicini gli amici, e ancora più vicini
i nemici.
«Cotton, Cassiopea si è infilata in una faccenda molto più grossa di quanto lei non sospetti. La Cina è nel bel mezzo di una lotta interna per il
potere. Karl Tang, il primo vicepremier, e Ni Yong, capo del dipartimento anticorruzione del Partito Comunista, si preparano a combattere per
prendere le redini del Paese. Noi stiamo osservando la battaglia da un po’, e sta rapidamente diventando una vera e propria guerra. Come
dicevo, ho saputo che Cassiopea era entrata in gioco solo qualche giorno fa. Poi, continuando a scavare, abbiamo scoperto che pure Ivan era
interessato...»
«Perciò sei saltata su un aereo per la Danimarca.»
«È il mio lavoro, Cotton.»
«Ma non è il mio. Non più.»
«Nessuno di noi vuole che Tang vinca. È una specie di Mao, solo che è peggio», disse Ivan.
Malone puntò un dito contro il russo. «Mi hai parlato di un bambino scomparso e di un certo Lev Sokolov.»
«Sokolov è il geologo. È russo, ma lavora per cinesi. Diciamo che ha informazioni che è meglio lui non ha», replicò Ivan.
«Ecco perché sarebbe meglio se fosse morto», precisò Malone.
Ivan annuì.
«Quali sarebbero queste informazioni?»
Ivan scosse la testa. «Meglio tu non sa.»
Malone guardò Stephanie. «Spero che tu lo sappia.»
Lei non disse niente.
«In che cosa è inciampata Cassiopea di così maledettamente importante da farla torturare?» Era davvero arrabbiato.
Stephanie continuava a non rispondergli, pur essendo chiaro che sapeva tutto. Rivolse invece lo sguardo a Ivan. «Diglielo.»
Il russo parve riflettere, e improvvisamente Malone si rese conto che lui non era un agente sul campo; era uno che prendeva decisioni.
Come Stephanie.
«Cassiopea è a caccia del manufatto», disse Ivan. «Una lampada che Karl Tang vuole. Quando Sokolov non collabora, Tang rapisce suo figlio.
Allora Sokolov fa due cose che Tang non si aspetta: chiama Cassiopea e scompare. Ora nessuno vede Sokolov da due settimane.» Schioccò le
dita. «Sparito.»
«Sicché Karl Tang ha preso Cassiopea», concluse Malone.
«Direi di sì», confermò Ivan.
«Cos’è successo là fuori oggi, Cotton?» volle sapere Stephanie.
Lui le disse del biglietto, del waterboarding, di come aveva improvvisato. «Mi sembrava la mossa migliore. Naturalmente, non sapevo di avere
un pubblico.»
«Ti assicuro che avevamo intenzione di seguire quei due per vedere dove ci portavano. Poi ti avrei informato... Ucciderli non faceva parte dei
miei piani», disse lei.
«Voi americani mettete naso nei miei affari e poi volete dirmi come farli», disse Ivan.
«Siamo realisti: hai ammazzato le due persone che potevano portarci da qualche parte, in modo che dipendessimo di più da te», ribatté
Malone.
Ivan scrollò le spalle. «Le cose brutte succedono. Prendete quello che c’è.»
Malone avrebbe voluto mollare un pugno in faccia a quell’irritante figlio di puttana, ma il buonsenso prevalse. «Perché è tanto importante quella
lampada?»
«Viene da vecchia tomba. Sokolov deve prenderla per accontentare Karl Tang.»
«Dove si trova?»
«Anversa. È per questo che Cassiopea ci è andata quattro giorni fa. Due giorni dopo, scomparsa.»
Malone si domandò che cosa diamine potesse interessare così tanto ai russi da fargli mettere in piedi un’operazione d’intelligence su vasta
scala, inviando un operativo di livello medio-alto, e da arrivare persino a sparare a due persone nel centro di Copenhagen pur d’intralciare gli
americani. Una voce dentro di lui urlava che quella era una faccenda importante. E perché Washington era tanto interessata da mettere in campo
la Sezione Magellano? Di solito, Stephanie entrava in gioco soltanto quando i canali d’intelligence convenzionali non erano più praticabili.
Certamente Cassiopea era incappata in qualcosa di così importante da indurre qualcuno a torturarla. Forse lo stavano facendo ancora, proprio in
quel momento? Quei due stecchiti davanti all’Hotel d’Angleterre non avevano fatto rapporto, perciò quelli che avevano inviato il video certamente
sospettavano che la consegna fosse andata storta.
«Dovrei raggiungere il mio computer. Forse cercheranno di contattarmi ancora», disse lui.
«Ne dubito. Quando Ivan ha deciso d’improvvisare, potrebbe essere stato segnato il destino di Cassiopea», replicò Stephanie.
Era una cosa che lui non voleva sentire, ma lei aveva ragione. E ciò lo fece arrabbiare ancora di più. Rivolse un’occhiataccia a Ivan. «Non
sembri preoccupato.»
«Ho fame.» Il russo attirò l’attenzione di un cameriere e indicò un vassoio di røget in una vetrinetta, mostrando cinque dita.
L’uomo fece cenno di aver capito quanto pesce affumicato doveva portare.
«Ti faranno gas nella pancia», disse Malone.
«Ma sono gustosi. I danesi sono bravi a fare pesce.»
«Allora è un’operazione Magellano in piena regola?» domandò l’americano a Stephanie.
Lei annuì. «Col botto.»
«Cosa vuoi che faccia?» Cotton indicò Ivan. «Il sergente Schultz, qui, non sa niente, non vede niente, non sente niente.»
«Chi lo dice? Io mai detto. Io so un sacco di cose. E mi piace molto Gli eroi di Hogan.»
«Sei solo uno stupido russo.»
L’omone sorrise. «Ah, capisco. Vuoi farmi arrabbiare. Irritare, giusto? Uomo grosso e scemo perde pazienza e dice più di quanto dovrebbe.»
Agitò un dito tozzo. «Guardate troppo CSI alla televisione. O NCIS. Quella serie piace da matti. C’è Mark Harmon che fa il duro.»
Malone decise di tentare un’altra strategia. «Che cosa doveva succedere una volta che Cassiopea avesse trovato la lampada?»
«Doveva dare a Tang, che restituisce bambino.»
«Tu però non ci credi.»
«Io? No. Karl Tang non è onesto. Quel bambino è andato. Lo so io. Lo sapete voi...»
«... Lo sa Cassiopea», concluse Stephanie.
«Esatto. Così lei ha nascosto la lampada. E, quando l’hanno presa, ha detto che l’avevo io, per guadagnare tempo», concluse Malone.
«Non so molto di lei. È in gamba?» domandò Ivan.
Forse non abbastanza, a pensarci bene. «Ivan, qui, mi diceva che gli eunuchi hanno intenzione d’impadronirsi della Cina. I Ba, li ha chiamati.»
Stephanie annuì. «Sono una fronda radicale. Hanno grandi progetti, e nessuno che vada bene a noi né a nessun altro. Il dipartimento di Stato li
riteneva innocui, ma si sbagliava. Sono venuta anche per un’altra ragione, Cotton.»
Lui capì quale fosse il suo dilemma: russi o cinesi? Un’emicrania o un mal di stomaco? Ma sentiva che c’era dell’altro, più di quanto lei volesse
discutere in quel momento.
Il cameriere portò i cinque pesci odorosi come appena pescati.
«Ah, meraviglioso. Sicuri che non volete?» chiese Ivan.
Malone e Stephanie scossero la testa.
Ivan prese a masticare rumorosamente. «Vi dirò che ci sono cose grosse di mezzo. Importanti. E non vogliamo fare sapere a cinesi.»
«E agli americani?» domandò lui.
«Neanche a voi.»
«E Sokolov ne ha parlato ai cinesi?»
«Non so. È per questo che dobbiamo sapere della lampada.»
Malone gettò uno sguardo fuori. La sua libreria era dall’altra parte della piazza. La gente entrava e usciva a frotte dall’ingresso, sciamando per
la piazza come api intorno all’alveare. Avrebbe dovuto stare là a vendere libri. Il suo lavoro gli piaceva: aveva assunto quattro persone del posto
che tenevano gli scaffali ben riforniti, era orgoglioso della sua attività. Ormai aveva un certo numero di clienti affezionati che acquistavano da lui
edizioni da collezione. Negli ultimi tre anni si era guadagnato la reputazione di libraio capace di trovare ciò che volevano. Un po’ come nei dodici
anni in cui era stato uno degli agenti di Stephanie Nelle.
In quel momento, Cassiopea aveva bisogno di una consegna da lui. «Vado ad Anversa», disse.
Ivan stava divorando un altro pesce. «E quando arrivi cosa fai? Sai dove cercare?»
«E tu?»
Ivan smise di mangiare e sorrise.
Pezzetti di pesce si erano incastrati fra i denti ingialliti. «Io so dov’è Cassiopea Vitt.»
14

Cassiopea soppesava quello che Viktor aveva detto a proposito del figlio scomparso di Lev Sokolov. Tornò a domandare: «Per chi lavori?»
«Quando ho lasciato la Federazione Centroasiatica, sono andato a est e sono finito in Cina. Ho trovato parecchie opportunità di lavoro, lì.»
«Specie per un figlio di puttana bugiardo e doppiogiochista come te.»
Lui scosse la testa. «Non riesco a credere che la pensi così. Quello che facevo in Asia centrale era il mio lavoro. E lo facevo bene. Tutti gli
obiettivi della missione sono stati realizzati.»
«E io sono stata quasi ammazzata. Due volte.»
«Ecco la parola chiave: ’quasi’. Ripeto, ho fatto il mio lavoro.»
Cassiopea sapeva che lui stava eludendo la domanda. «Per chi lavori?»
«Karl Tang. È la verità.»
«Sei un po’ in calo. Dal presidente supremo della Federazione Centroasiatica al comandante in seconda della Cina.»
«Paga bene, ho diritto a un’assicurazione, spese odontoiatriche comprese, e tre settimane di ferie pagate. L’anno prossimo comincia il
programma di pensionamento.»
Le battute di spirito non le interessavano. «Sei stato tu a farmi prendere da quegli uomini due giorni fa?»
Viktor annuì. «Non potevamo permetterti di lasciare il Belgio con quella lampada.»
«Perché? Tang la voleva.»
«Non ha nessuna intenzione di restituire il figlio di Sokolov. Perciò ha deciso d’impadronirsi della lampada qui.»
«Perché non è andato lui da Pau Wen? O non ha mandato te? Perché io?»
«Sinceramente non lo so.»
Lei continuava a tenere la pistola puntata. «’Sinceramente’? Non credo faccia parte del tuo vocabolario.» Lo fissò dritto negli occhi. «Mi hai
torturata.»
«Ho fatto in modo che non ti torturassero.»
«Non è il mio punto di vista.»
I lineamenti del viso di lui si addolcirono. «Avresti preferito un waterboarding da qualcuno che facesse sul serio?»
Era cambiato, rispetto a un anno prima. Era sempre basso e tarchiato, ma la zazzera di capelli scarmigliati era stata sostituita da un bel taglio
ordinato sopra le orecchie. Il naso largo e gli occhi infossati, di origine slava, erano ancora lì, ma la pelle era più scura. Aveva passato da poco i
quaranta e aveva rinunciato agli abiti larghi che all’epoca nascondevano spalle e braccia chiaramente ben allenate, per un paio di pantaloni più
eleganti e attillati e una camicia firmata.
«Dov’è il bambino?» gli chiese.
«Sokolov ha preso in giro i russi, ora sta prendendo in giro i cinesi. E non si scherza con nessuno dei due, specie coi cinesi. Uccidono senza
subirne conseguenze, dato che la legge sono loro.»
«Non siamo in Cina.»
«Ma Sokolov sì. Tang lo sta cercando. Immagino che tu lo abbia nascosto, ma è solo questione di tempo. Tang ha decine di migliaia di spie,
tutte desiderose di compiacere il primo vicepremier, candidato a diventare il prossimo presidente della Cina. Nello schema complessivo, tu o io
non abbiamo importanza, in realtà.»
Lei ne dubitava. «Che cosa fai per lui?»
«Tang mi ha ingaggiato lo scorso autunno. Aveva bisogno di un agente operativo che non fosse cinese, e io ero disponibile. Non intendeva
assegnarmi questa particolare missione, finché non ho sentito fare il tuo nome. Quando gli ho spiegato il legame tra noi – coi ritocchi necessari –
Tang mi ha mandato qui.»
Lei abbassò la pistola; le sue emozioni correvano su una lama sottile. «Hai idea di quello che mi hai fatto passare?»
«Non avevo scelta. Tang dà gli ordini. Ieri, quando ti ho fatto portare da mangiare, ti ho offerto un’occasione di fuga, ma tu dormivi. Poco fa ti ho
mandato il mio compatriota, sperando che stavolta avresti agito.» Indicò la pistola. «E a quanto pare l’hai fatto. Ero qui ad aspettarti.» Accennò al
telefono appoggiato sul tavolo. «La chiamata era finta.»
«E cosa ti ha fatto credere che non me ne sarei andata e basta?»
«Perché sei arrabbiata.»
Quell’uomo la conosceva bene. «Hai altri collaboratori in giro?»
«Solo quello nella tua stanza. Gli hai fatto male?»
«Resterà il segno.»
«Cassiopea, Karl Tang vuole quella lampada. Perché non gliela dai e chiudiamo l’incidente?»
«E perdere il bambino? Come hai detto tu stesso, quella lampada è l’unico elemento che possiedo per contrattare. Hai detto di sapere dove lo
tengono. Dimmelo.»
«Non è così semplice. Non ci arriveresti neanche vicino. Lasciati aiutare.»
«Io lavoro da sola.»
«Per questo hai messo in mezzo Malone? Sapevo che mentivi, su quello, ma Tang mi ha ordinato di mettermi in contatto con lui.»
«Cos’è successo a Copenhagen?»
«Non ho avuto notizie dei due ingaggiati per il lavoro. Ma, trattandosi di Malone, di sicuro è successo qualcosa di brutto a entrambi.»
Cassiopea doveva chiamare in Danimarca. Ma non da lì. «Dove sono le chiavi della macchina là fuori?»
«Nel cruscotto.» Viktor si alzò. «Lasciami venire con te. Non posso restare. Qualunque cosa io dica, Tang mi riterrà responsabile della tua fuga.
Il mio lavoro con lui è finito. Ho buone informazioni sulla sua operazione, potrebbero rivelarsi preziose.»
Lei rifletté sulla proposta. Era sensata, in effetti. Comunque la pensasse su Viktor Tomas, di sicuro era un tipo pieno di risorse. L’anno passato
era abilmente riuscito ad arrivare vicinissimo al presidente della Federazione Centroasiatica. Adesso era vicino a Karl Tang, che aveva in mano la
chiave per riunire Lev Sokolov e suo figlio. Lei aveva certamente combinato un casino. Doveva recuperare la lampada e poi mediare un accordo.
Perché, allora, non avvalersi di una piccola mano dall’uomo che poteva entrare in contatto diretto con Tang?
E che sapeva dove si trovava il figlio di Sokolov.
«D’accordo. Andiamo.» Si fece da parte e permise a Viktor di uscire per primo.
Lui prese il cellulare e se lo mise in tasca. Non appena le passò davanti, diretto alla porta, lei alzò la pistola e gli abbatté il calcio sulla base del
collo.
Dalle labbra gli uscì un gemito, mentre alzava una mano.
Cassiopea gli sbatté sulla tempia sinistra il metallo duro della pistola.
Lui roteò gli occhi al cielo e crollò a terra.
«Figurati se credo a quello che dici.»
15

Provincia dello Shaanxi, ore 23.40

Tang gironzolava tra i guerrieri di terracotta, immersi nella loro guardia eterna. Aveva lasciato la fossa 3 ed era tornato alla fossa 1. Il suo esperto
se n’era andato. Il fatto che la cripta della fossa 3 non contenesse i sei testi la diceva lunga. Come pure l’orologio d’argento, che aveva ancora in
mano.
Aveva sospettato che trent’anni prima fossero accadute molte cose.
Ora ne aveva la certezza.
All’epoca, quella regione della contea di Lintong era un enorme terreno agricolo. Tutti sapevano che il Primo Imperatore giaceva sotto il tumulo
simile a una collina che si ergeva lì da duemiladuecento anni, ma nessuno era a conoscenza dell’esercito sotterraneo, e la sua scoperta aveva
provocato scavi frenetici. Per anni, gli operai avevano sgobbato giorno e notte per rimuovere strati di terra, sabbia e ghiaia; per fotografare e
catalogare centinaia di migliaia di frammenti. Poi altri operai avevano rimesso insieme le figure sminuzzate, un pezzo per volta, e ora Tang poteva
ammirare il frutto delle loro rigorose fatiche.
L’esercito di terracotta era ormai considerato una monumentale espressione dei talenti collettivi cinesi, simbolo di uno Stato unificato, di una
cultura creativa e remissiva, di un governo che lavorava per e col suo popolo.
Un simbolismo quasi perfetto.
Una delle poche occasioni in cui Tang aveva accettato di usare il passato per giustificare il presente.
Ma, apparentemente, nel corso di tutti quegli scavi, era stato trovato anche un cumulo di documenti: la biblioteca perduta del palazzo di Qin Shi.
Tuttavia non era stato rivelato a nessuno.
E restava un oggetto a ricordare quell’omissione: un orologio da polso.
Lasciato di proposito?
Chissà.
Ma, considerato colui che quasi certamente era stato l’autore della scoperta, Tang non poteva escludere nulla.
Pau Wen.
Consulente speciale del Comitato Centrale, consigliere sia di Mao Tse-tung sia di Deng Xiaoping, uomo erudito il cui valore derivava dalla sua
capacità di far ottenere i risultati desiderati: nulla assicurava i privilegi come il successo. Né Mao né Deng erano stati amministratori efficaci.
Entrambi governavano a spessi colpi di pennello su tele enormi, lasciando i dettagli a uomini come Pau. Tang sapeva che Pau aveva organizzato
molti scavi archeologici in tutto il Paese e, a un certo punto, aveva supervisionato quelli dei guerrieri di terracotta.
Era di Pau l’orologio che aveva in mano.
Doveva esserlo.
Tang si fermò di fronte a uno dei guerrieri, all’avanguardia dell’esercito. Lui e i suoi compagni sarebbero stati i primi a piombare sul nemico,
seguiti da innumerevoli ondate di altri uomini terrificanti.
Apparentemente interminabili. Indistruttibili.
Come la Cina stessa.
Ma la nazione era arrivata a una svolta. Trent’anni di modernizzazione senza precedenti avevano prodotto una generazione impaziente,
insensibile alle pretese di un regime comunista, concentrata sulla famiglia, sulla vita culturale ed economica più che sull’amor di patria. La
dottoressa di quell’ospedale sembrava un ottimo esempio.
La Cina stava cambiando.
Ma non c’era stato un solo regime in tutta la storia cinese che avesse ceduto il potere senza spargimento di sangue, e il Partito Comunista non
sarebbe stato certo il primo.
Il piano di Tang per conquistare il potere richiedeva audacia, ma sperava che quanto stava cercando di dimostrare potesse dare una certa
sicurezza, un’aura di legittimità, forse perfino una fonte d’orgoglio nazionale.
Udì qualcosa muoversi di fianco a lui.
Se lo aspettava.
Cinque metri sopra la sua testa, dietro la ringhiera, apparve una sagoma ammantata di nero, poi un’altra. Erano entrambe snelle e muscolose,
capelli corti, volti privi di emozioni.
«Quaggiù», disse piano Tang.
I due uomini scomparvero.
Quando aveva chiamato il suo esperto dall’Occidente, aveva ordinato che fosse accompagnato da altri due uomini. Avevano atteso lì la sua
chiamata, fatta mentre risaliva dalla fossa 3.
Gli uomini apparvero all’estremità opposta della fila di guerrieri e si avvicinarono in perfetto silenzio, fermandosi a pochi metri da lui.
«Bruciate tutto», ordinò lui. «Ci sono cavi elettrici e un trasformatore, potremo dare la colpa alle luci.»
I due s’inchinarono e se ne andarono.

Malone e Stephanie attraversarono Højbro Plads. Il sole del tardo pomeriggio si era ritirato dietro il profilo frastagliato dei tetti di Copenhagen. Ivan
se n’era andato un’ora prima, dicendo che certe faccende richiedevano la sua attenzione. Malone si fermò a una fontana e sedette sul bordo
umido. «Un paio d’anni fa, proprio qui, ti hanno rubato la borsetta.»
«Ricordo. Ha dato il via a una bella avventura.»
«Voglio sapere esattamente cos’è questa storia.»
Lei tacque.
«Devi dirmi cosa c’è in gioco. Tutto quanto. E non si tratta solo di un bambino scomparso o del prossimo presidente della Cina.»
«Ivan crede di no, ma noi sappiamo tutto.»
«Illuminami.»
«La faccenda è notevole, davvero. E s’incentra su una cosa che Stalin era venuto a sapere dai nazisti.»
Finalmente si faceva qualche progresso.
«Durante la seconda guerra mondiale, buona parte del petrolio tedesco proveniva dalle raffinerie di Romania e Ungheria. Nel 1944, quelle
raffinerie sono state tutte bombardate e rase al suolo e, non a caso, poco dopo la guerra è finita. Dopo aver visto la Germania che restava
letteralmente senza benzina, Stalin ha deciso che la Russia doveva rimanere sempre autosufficiente; vedeva la dipendenza dal petrolio come una
catastrofica debolezza da evitare a ogni costo.»
Fin lì niente di scioccante. «Lo penserebbe chiunque, no?»
«A differenza del resto del mondo, noi compresi, Stalin aveva trovato una soluzione. La risposta gli era venuta da un professore di nome Nikolai
Kudryavtsev.»
Lui attese.
«Kudryavtsev aveva ipotizzato che il petrolio non ha nulla a che vedere coi fossili.»
Malone sapeva che, secondo l’opinione diffusa, nel corso di milioni di anni un antico groviglio primordiale di piante e animali, dinosauri
compresi, era stato sommerso da depositi sedimentari. Altri milioni di anni di calore e pressione avevano finito per comprimere la miscela
creando il petrolio, che aveva preso il nome di «combustibile fossile».
«Secondo Kudryavtsev, il petrolio non sarebbe di origine biotica, bensì abiotica: una semplice materia primordiale che la terra forma e trasuda
incessantemente.»
Lui colse immediatamente le implicazioni. «È inesauribile?»
«Questa è la domanda che mi ha portato qui, Cotton. Quella cui dobbiamo rispondere.» Gli parlò delle esplorazioni petrolifere sovietiche degli
anni ’50, durante le quali erano state scoperte enormi riserve di petrolio a varie centinaia di metri di profondità, a livelli molto inferiori rispetto a
quanto ci si sarebbe aspettato secondo la teoria del combustibile fossile. «E potrebbe essere successa la stessa anche a noi, nel golfo del
Messico. Nel 1972 è stato trovato un giacimento a oltre un chilometro e mezzo di profondità. Le riserve calavano con una lentezza sorprendente.
Così come è accaduto in diversi siti sul North Slope dell’Alaska. I geologi ne sono sconcertati.»
«Stai dicendo che i pozzi si reintegrano da sé?»
Lei scosse la testa. «Mi hanno detto che dipende dalla generazione di faglie nella roccia circostante. Nel sito del golfo, il letto dell’oceano è
inciso da crepe profonde. Teoricamente, questo permetterebbe al petrolio pressurizzato di spostarsi verso la superficie. E c’è anche un’altra
cosa.»
Malone notò che pure stavolta Stephanie era ben preparata.
«L’età geologica del greggio proveniente dai pozzi che ti ho detto, quelli che sembrano ’ricaricarsi da sé’, è diversa rispetto a vent’anni fa.»
«Sarebbe a dire?»
«Il petrolio arriva da una fonte diversa.»
Lui afferrò anche quella. Non da piante o dinosauri morti.
«Cotton, il petrolio biotico è superficiale. Al massimo a qualche centinaio di metri di profondità. Quello abiotico è molto più in profondità. Non
esiste una spiegazione scientifica per la presenza di materiale organico tanto al di sotto della superficie, perciò quello deve avere un’altra origine.
Stalin pensava che l’Unione Sovietica potesse ottenere un enorme vantaggio strategico se quella nuova teoria sulla disponibilità del petrolio si
fosse potuta dimostrare. Già nei primi anni ’50 aveva previsto che il petrolio sarebbe diventato politicamente importante.»
A quel punto Malone aveva afferrato le implicazioni, ma c’era ancora una cosa che voleva sapere. «Perché non ne avevo mai sentito parlare?»
«Stalin non aveva motivo di dividere ciò che aveva scoperto coi suoi nemici, specialmente con noi. Tutto quello che è stato pubblicato
sull’argomento è in russo, lingua che all’epoca pochi sapevano leggere, fuori dell’Unione Sovietica. L’Occidente è rimasto inchiodato alla teoria
del combustibile fossile e qualunque alternativa è stata rapidamente scartata come stravagante.»
«Allora cosa è cambiato?»
«Non pensiamo più che sia stravagante.»

Tang si allontanò dalla fossa 1 del museo e uscì nella notte tiepida. Il piazzale che includeva il complesso storico si profilava immobile e silenzioso.
La mezzanotte era vicina.
Il suo cellulare vibrò.
Prese l’apparecchio e osservò il display: Pechino. Rispose.
«Ministro, ci sono buone notizie. Abbiamo trovato Lev Sokolov», gli dissero.
«Dove?»
«Lanzhou.»
Poche centinaia di chilometri a ovest.
«È sotto stretta sorveglianza e non sa che siamo lì.»
Ora poteva procedere. Ascoltò i particolari, poi ordinò: «Continuate a tenerlo d’occhio. Arrivo domattina. Presto».
«C’è dell’altro», aggiunse il suo assistente. «Ha chiamato il supervisore del sito di trivellazione. Ha lasciato un messaggio, dice che lei
dovrebbe affrettarsi a raggiungerlo.»
Il Gansu si trovava duecento chilometri a nord. L’ultima tappa di quel viaggio. Il suo elicottero aspettava nelle vicinanze, col serbatoio pieno,
pronto a partire. «Digli che entro due ore sarò lì.»
«E un’ultima cosa. Il ministro Ni è all’interno della residenza di Pau Wen da tre ore.»
I suoi sottoposti si erano dati da fare. «Avete saputo se il viaggio di Ni era stato autorizzato ufficialmente?»
«Non ci è stato possibile scoprirlo. Ha prenotato personalmente il volo due giorni fa ed è partito all’improvviso.»
Ciò non faceva che confermare che Ni Yong aveva delle spie nell’ufficio di Tang. Come avrebbe saputo di dover andare in Belgio, altrimenti?
Non c’era da stupirsi, ma la consistenza della rete informativa di Ni lo preoccupava. Ben pochi nel suo staff si rendevano conto del peso che aveva
Pau Wen. «Ni è ancora all’interno della residenza?» domandò.
«Fino a dieci minuti fa sì.»
«Fai eliminare Ni e Pau.»
16

Ni si concentrò sull’interessante parola usata da Pau Wen: orgoglio.


«Un tempo eravamo la più grande nazione della terra», disse il vecchio. «In possesso di una innegabile superiorità. Durante la dinastia Tang, se
un residente straniero prendeva una moglie cinese, non gli era consentito lasciare la Cina. Era giudicato impensabile portare una donna oltre i
confini della civiltà, in un regno inferiore.»
«E allora? Nulla di tutto ciò ha più importanza.» Si sentiva frustrato, e si vedeva. «Lei se ne sta qui tranquillo e sicuro in Belgio, mentre noi
combattiamo in Cina. Lei parla del passato, come se fosse facile farlo tornare. Il mio compito è molto più difficile di quanto lei non immagini.»
«Ministro, il suo compito non è diverso da quello di molti venuti prima di lei. Ai miei tempi non c’era scampo da Mao. Non c’era edificio pubblico
senza una sua statua o un suo busto. Ritratti incorniciati ovunque: su scatole di fiammiferi, calendari, taxi, autobus, aerei. Sulle autopompe e sulle
locomotive campeggiavano sue foto giganti contornate di bandiere rosse. Eppure, come ora sappiamo, era tutta una menzogna. Mao con una
faccia perfetta, rosea e in salute? Quell’immagine non somigliava minimamente alla persona. Lui era vecchio e malato, coi denti anneriti. Era
brutto, dall’aspetto debole.» Pau accennò alla boccia di vetro coi pesciolini. «Allora, e anche ora, la Cina era come un pesce tra gli alberi:
totalmente smarrita. Fuori posto. Senza speranza di sopravvivere.»
Ni era disorientato. Le mosse previste dopo il ritorno in patria non sembravano più fattibili. Aveva programmato di dare il via alla caccia al
premierato. Molti erano pronti ad aiutarlo. Avrebbero avviato il processo, reclutando altri alla loro causa. Ma era sorta una nuova minaccia, che
poteva anche preconizzare il fallimento.
Guardò il cortile intorno a sé, ricordando gli insegnamenti di suo nonno sul feng shui.
Il luogo in cui uno sceglie di abitare è molto importante. Il modo in cui la casa è orientata può essere ancora più importante. Che guardi a sud.
Scegli bene, e i colli saranno dolci, le acque chiare e il sole splendido.
Era saggio, suo nonno.
In mezzo alla confusione, c’è pace. In mezzo alla pace, gli occhi sono aperti.
Ni cercò di tener presente quella lezione e di rimettere ordine nei pensieri, dicendosi di non perdere il controllo.
«Karl Tang comprende la confusione di cui è preda la Cina», disse Pau. «E capisce anche il valore dell’orgoglio nazionale. Quello è la cosa più
importante, ministro. Anche quando si verifica un cambiamento, nessuno può perdere la faccia, men che meno il Partito.»
«E questa lampada fa parte del piano?»
Pau annuì. «Tang è molti passi avanti a lei.»
«Perché mi sta dicendo questo?»
«La spiegazione richiederebbe troppo tempo, si accontenti di sapere che le sto parlando con sincerità.» La mano callosa di Pau si allungò a
toccare il braccio di Ni. «Ministro, lei deve correggere il suo modo di pensare. È un bene che abbia saputo dell’interesse di Tang e sia venuto fin
qui, ma la minaccia alla Cina è più grande di quanto lei immagini.»
«Lei cosa vorrebbe che facessi?» Si odiò per aver chiesto a quel ladro di guidarlo.
«È un uomo rispettato. Un uomo fidato. Approfitti di questo.»
L’adulazione di Pau non lo impressionò. Avrebbe preferito la verità.
«Poche ore dopo aver lasciato questa casa, Cassiopea Vitt è stata presa prigioniera da Tang. È riuscita a nascondere la lampada prima di
essere catturata, e io so dov’è. Pensavo di riprendermela, ma ora dovrebbe essere compito suo.»
Ni si rese conto di quanto Pau fosse falso: l’aveva ingannato fin dal principio. E a lui la cosa non piaceva. Ma non aveva scelta. «Perché quella
lampada è così importante?»
«Il fatto che lei non conosca la risposta dimostra quanto si trovi indietro rispetto a Karl Tang.»
Non poté ribattere. «Come faccio a guadagnare terreno?»
«Recuperi la lampada, torni in Cina e poi rintracci un certo Lev Sokolov. Lavora per il ministero dello Sviluppo Geologico, a Lanzhou, ma al
momento è sparito. Tang gli ha rapito il figlio e lo sta usando come leva per ottenere la sua collaborazione. Mi è stato detto che Sokolov è la
persona in grado di spiegare l’importanza della lampada.»
«Collaborazione per cosa?»
«Sta a lei scoprirlo.»
Però Ni aveva la sensazione che Pau Wen lo sapesse bene. «La mia rete d’informatori è estesa, specie riguardo a Tang. Quando ho saputo
che la lampada gli interessava, sono venuto qui personalmente. Eppure non mi era mai giunto all’orecchio nulla di ciò che lei mi ha detto.»
«Questo dovrebbe farla riflettere a proposito del suo staff. Forse c’è una spia tra loro? Ben presto avrà la lampada. Torni a casa e trovi
Sokolov.»
«E che mi dice di quegli eunuchi che mi circondano? Quelli che secondo lei dovrei temere.»
«Si faranno vivi.»
«Mettono in pericolo anche Tang?»
«Ovviamente no.»
«Come faccio a sapere chi sono?»
Pau sogghignò. «Un tempo, la nostra voce sarebbe cambiata in uno sgradevole falsetto. Eravamo glabri, diventavamo grassi e molli, con poca
forza. Con l’età perdevamo peso e i nostri volti si riempivano di rughe profonde. La mancanza di testosterone si manifestava anche con emozioni
strane, eravamo inclini alla rabbia e alle lacrime. Oggi non c’è più nulla di tutto questo. I moderni integratori mascherano tutti gli effetti collaterali,
specie se l’uomo viene castrato in età adulta, come accade di solito. Sappia che per lei sarà praticamente impossibile riconoscerci, senza
un’ispezione.»
«Tang sta cercando Sokolov?»
Pau annuì. «Con tutte le risorse che può mettere in campo.»
Ni doveva verificare tutto ciò che aveva appreso, prima di fidarsi completamente. «Dov’è nascosta la lampada?»
«Dentro il museo Dries Van Egmond, ad Anversa. Contiene una collezione privata d’arte e mobili del XVII e del XVIII secolo. Cassiopea ha
nascosto la lampada al terzo piano, in un boudoir decorato in stile cinese, contenente qualche ordinaria porcellana Ming. L’ho visitato anch’io.
Forse Cassiopea ha pensato che sarebbe passata inosservata, almeno per qualche giorno. O che, se l’avessero notata, il personale del museo
l’avrebbe custodita. Non è stata una cattiva decisione, considerato che aveva pochissima scelta.»
Il fatto che Pau gli avesse rivelato il nascondiglio gli parve una riprova del fatto che il vecchio era finalmente sincero. «Dovrei andare.»
«Prima devo mostrarle un’ultima cosa.»
Ni riaccompagnò in casa il suo ospite, seguendo un lungo corridoio fino a una porta nera laccata. Dall’altra parte, una scala di legno a
chiocciola saliva in una torre rettangolare. In cima alle scale si vedeva il vano aperto di una porta, oltre il quale splendeva la luce pomeridiana, il cui
calore entrava dalle nude intelaiature di finestre che coprivano tutte e quattro le pareti.
«Resti qui, accanto al vano. Così non saremo visibili dall’esterno», disse Pau.
Il ministro si domandò a che servisse quel sotterfugio.
«Se vuole dare un’occhiata dietro l’angolo, avrà un’ottima vista del vialetto di fronte. Più avanti, all’altezza della strada, vedrà un veicolo
parcheggiato nel bosco, all’incirca a cinquecento metri dall’ingresso principale.»
Lui obbedì, stringendo le palpebre per proteggere gli occhi dal sole forte, e individuò un’auto a malapena visibile tra il fitto degli alberi.
«Gente incauta», commentò Pau alle sue spalle. «Lavorano per Tang. Sorvegliano la casa. Non sempre, vanno e vengono, ma negli ultimi due
giorni sono stati qui spesso.»
«Per questo ha sospettato che Tang sarebbe venuto a prendere la lampada?»
«Mi è parso logico.»
In lontananza, Ni vide la mascherina anteriore di un’altra auto frenare accanto a quella parcheggiata. Da ciascuna di esse uscirono due uomini,
caricandosi in spalla fucili d’assalto.
La paura gli pizzicò la spina dorsale.
Gli uomini avanzavano verso i muri grigi, camminando verso il cancello d’ingresso aperto.
«Questo è alquanto inaspettato», disse Pau con calma.
Stavano arrivando dei tizi armati di fucili, e tutto ciò che quell’uomo riusciva a dire era «inaspettato»?
Ni era preoccupato.
Parecchio.
17

Malone valutava le stupefacenti informazioni che Stephanie gli stava fornendo.


«Per la mentalità occidentale, il petrolio è un combustibile fossile», gli disse. «Ricordi che negli anni ’60 tutti i distributori Sinclair avevano come
marchio un dinosauro? Nelle pubblicità televisive c’erano dinosauri che morivano, si decomponevano e si trasformavano in petrolio. Se provi a
chiedere a dieci persone da dove viene il petrolio, tutte quante risponderanno: dai dinosauri morti.»
Malone ricordava quelle pubblicità e doveva ammettere di essere stato anche lui indottrinato. Il petrolio era un combustibile fossile, una risorsa
limitata.
«Prova a immaginare, Cotton, se il petrolio fosse inesauribile. La terra ne produce continuamente, come risorsa rinnovabile. I russi ci credono
da tempo.»
«Stephanie, che cosa c’entra tutto questo con Cassiopea?» Il freddo si era insinuato nell’aria del tardo pomeriggio. Ivan sarebbe tornato di lì a
poco, e sarebbero tutti partiti per Anversa. Voleva vederci chiaro prima di allora.
«Mai sentito parlare del bacino del Dnieper-Donets, nell’Ucraina orientale?»
Lui scosse la testa.
«Negli anni ’50 hanno rinunciato a utilizzare l’area per le trivellazioni. ’Nessun potenziale per la produzione di petrolio’, è stata la conclusione
della squadra di rilevamento. Lo sappiamo perché un trivellatore americano, un certo J.F. Kenney, faceva parte della squadra che studiava il sito
coi russi. Non hanno trovato nessuna traccia di combustibili fossili.» S’interruppe per qualche istante. «Oggi, quel bacino contiene oltre
quattrocento milioni di barili di scorte garantite, trovate a grande profondità. L’uomo che ha determinato questa situazione è Lev Sokolov. Era un
esperto russo della teoria abiotica del petrolio.»
«Come facciamo a sapere che la squadra di rilevamento negli anni ’50 non si era semplicemente sbagliata, e che il petrolio non è sempre stato
lì?»
«È successo di nuovo. Sulla penisola di Kola, nella Russia settentrionale. Altro luogo senza prospettive di produzione, secondo la teoria del
combustibile fossile; eppure i russi hanno trivellato fino a dieci chilometri di profondità e hanno trovato gas metano. Nessuno avrebbe mai creduto
di trovare il metano a una tale profondità nella roccia granitica. Con la teoria del combustibile fossile non si sarebbe potuto prevedere il
ritrovamento, ma il gas era proprio lì dove Sokolov aveva indicato.»
«E ora Washington finalmente s’interessa della faccenda.»
«Decisamente. Questo potrebbe cambiare gli equilibri di potere del mondo, il che spiega l’interesse di Karl Tang. Ivan ha ragione: Tang è una
minaccia per tutti noi. Se assumesse il controllo della Cina, le conseguenze sarebbero enormi, per tutto il mondo. Specie se Tang avesse a
disposizione riserve illimitate di petrolio.»
«Il presidente Daniels vuole che sia fermato?»
«Cotton, in realtà lo vogliamo morto.»
Malone capì l’enormità di quell’affermazione. L’America non assassinava le persone, ufficialmente.
Ma succedeva.
«E tu speri che facciano tutto i russi?»
Lei scrollò le spalle. «È già tanto che mi sia infilata nei loro affari. Ivan non è stato contento di vedermi. È già abbastanza brutto che Sokolov sia
vivo: di sicuro non voleva che c’immischiassimo.»
«Come sapeva di me?»
«Da quei due corrieri, direi. I suoi uomini stavano sorvegliando la donna che è entrata nel tuo negozio.»
Aveva tralasciato una cosa. «E tu dov’eri?»
«Li sorvegliavo anch’io. Ma Ivan mi ha informato del tuo incontro a Tivoli solo quando tu ci stavi già andando.»
«Sicché sapevi già qualcosa di quello che ti ha detto prima Ivan al caffè?»
Lei annuì. «Sì. Ho pensato che ci saremmo fatti una chiacchierata.»
«Che cosa sapevi di Cassiopea?»
«Non avevo idea che la stessero torturando.»
Lui le credette.
«Abbiamo fatto due più due, Cotton. Se Tang diventasse premier, cancellerebbe cinquant’anni di combattutissima diplomazia. Lui ritiene che la
Cina sia stata bistrattata da tutti e vuole vendicarsi: riaffermerà la supremazia cinese in tutti i modi possibili. In questo momento teniamo a bada la
Cina grazie alla sua dipendenza dall’estero per l’energia. Noi abbiamo una scorta di petrolio per sessanta giorni, il Giappone per cento. La Cina
ne ha a malapena per dieci giorni. Un blocco navale potrebbe facilmente strangolare il Paese e costringerlo alla resa. L’ottanta per cento del
petrolio importato dalla Cina passa per lo stretto di Hormuz o lo stretto di Malacca. Sono parecchio lontani dalla destinazione e li controlliamo
entrambi.»
«Perciò, sapendo quello che potremmo fare, si comportano bene.»
«Qualcosa del genere, anche se la minaccia non è mai esplicita. Sarebbe un’insolenza, trattando coi cinesi. Non amano che gli si ricordi la loro
debolezza.»
Malone era contento di non essere un diplomatico.
«Se Tang avesse riserve di petrolio perenni, perderemmo quel po’ d’influenza che abbiamo. La Cina oggi ha praticamente il controllo dei
mercati valutari mondiali, ed è il nostro primo creditore. Anche se non ci piace ammetterlo, ne abbiamo bisogno. Se i pozzi di petrolio cinesi
fossero inesauribili, loro sarebbero in grado di espandere la propria economia a piacimento, senza curarsi dell’opinione di nessuno.»
«E questo rende nervosi i russi.»
«Abbastanza da voler fare fuori Karl Tang.»
Okay, Malone era convinto: la faccenda era seria.
«Forse mi riterrai sciocca. Ma, credimi, ho considerato i pro e i contro. Non mi fido al cento per cento di Ivan. Però...»
«Ti serve un po’ di aiuto extra.»
«Qualcosa del genere.»
«Immagino significhi che dobbiamo trovare Sokolov prima che lo trovi Ivan. E Cassiopea sembra essere la via più breve.»
Lei annuì. «Facciamo il gioco dei russi e troviamola. Se Ivan riesce a fermare Tang cammin facendo, buon per noi. Altrimenti mi servirà il tuo
aiuto per togliere Sokolov dalle loro grinfie.»
Malone aveva capito la situazione. Anche se Tang avesse vinto assumendo il controllo della Cina, se l’Occidente aveva Sokolov, sarebbe
soltanto cambiata la moneta di scambio. «Spero solo che Cassiopea resista fino al nostro arrivo.»

Tang guardava dal vetro dell’elicottero che si alzava in volo nella notte. Scorse qualche lampo di luce tremula dall’edificio della fossa 3 e capì che
quanto restava del tesoro di manoscritti di Qin Shi stava bruciando. Bastavano pochi istanti per polverizzare tutti i rettangoli di seta e incenerire il
fragile bambù. Quando fosse scattato un allarme, ormai non sarebbe rimasto nulla. La causa? Un cortocircuito, impianto elettrico difettoso,
trasformatori mal funzionanti, quello che vi pare. Nulla avrebbe fatto pensare a un incendio doloso. Un altro problema risolto, ancora un po’ di
passato estirpato.
Ora lo preoccupava quello che stava accadendo in Belgio.
Il copilota attirò la sua attenzione e accennò a un paio di cuffie lì accanto.
Tang le indossò.
«C’è una chiamata per lei, ministro.»
Attese, poi una voce familiare disse: «È andato tutto bene».
Viktor Tomas dal Belgio. Era ora. «Cassiopea si sta muovendo?» domandò Tang.
«È scappata, proprio come avevo previsto. Comunque è riuscita a mettermi fuori combattimento, prima di andarsene. Mi fa male la testa.»
«Puoi rintracciarla?»
«Solo finché tiene con sé quella pistola. Finora l’impulso inviato dal segnalatore interno funziona.»
«Davvero lungimirante. È stata contenta di vederti?»
«Non particolarmente.»
«Devi sapere che Pau Wen ha un ospite, proprio in questo momento. Ho ordinato un’incursione.»
«Pensavo di avere io il controllo, qui.»
«Cosa può averti dato questa impressione?»
«Non posso assicurare la riuscita, se mi scavalchi. Qui ci sono io, non tu.»
«Ho ordinato un’incursione. Fine del discorso.»
Dopo un istante di silenzio, Viktor disse: «Mi muovo per rintracciare Cassiopea. Quando ci saranno sviluppi, riferirò».
«Non appena avrai la lampada...»
«Non preoccuparti, lo so. Cassiopea non sarà lasciata viva. Ma faccio a modo mio. D’accordo?»
«Come hai detto, tu sei lì e io sono qui. Gestiscila a modo tuo.»
PARTE SECONDA
18

Cassiopea inserì la prima, mollò la frizione e la Toyota partì a razzo sulla statale. Altri due scatti ed era in terza. Non aveva una meta precisa,
sapeva solo di volersi allontanare da Viktor Tomas.
Davvero aveva pensato che lei l’avrebbe portato con sé?
Guardò nello specchietto retrovisore: nessun’auto in vista. La strada si snodava lungo un paesaggio senza alberi, la cui monotonia verde era
rotta solo da una mandria al pascolo e dalle guglie sottili di alcune chiese lontane. Lei aveva già concluso di trovarsi da qualche parte nel Belgio
centrosettentrionale, dal momento che le valli boscose e gli alti pianori si trovavano esclusivamente nel Sud. Sapeva che nei pressi del confine
tedesco c’erano paludi e acquitrini, e lì non se ne vedevano. E neppure l’oceano, che segnava l’estremo confine a nord.
Cassiopea inserì la quarta, lanciando un’occhiata all’orologio digitale: 17.20. L’indicatore di livello della benzina diceva che il serbatoio era
pieno per tre quarti.
Incredibilmente opportuno.
Viktor aveva mandato la guardia nella sua cella sapendo che lei l’avrebbe messa KO, poi, fingendo di telefonare, aveva aspettato che lei lo
affrontasse.
Cassiopea ripensò all’Asia centrale, l’ultima volta che Viktor aveva detto di stare dalla sua parte.
«Neanche per idea», disse.
Pigiò sul freno.
La Toyota fece un testa-coda e si fermò di colpo. Allora Viktor aveva interpretato un ruolo, cambiando costantemente bandiera: prima con gli
asiatici, poi con gli americani, e viceversa. Sì, alla fine si era schierato dalla sua parte e l’aveva aiutata, però... Che cosa avrebbe fatto ora?
Viktor voleva che lei prendesse la macchina.
Okay, Cassiopea l’aveva presa, ma non per andare dove pensava lui. Il museo Dries Van Egmond di Anversa era certamente chiuso a
quell’ora. Avrebbe dovuto aspettare il buio per recuperare la lampada.
E non poteva condurre là Viktor.
Inserì la prima e riprese a guidare. Due chilometri più avanti si trovò a un incrocio. Un cartello informava che Anversa era venti chilometri a ovest.
Si diresse a tutta velocità da quella parte.

Ni scese le scale e seguì Pau Wen nel cortile, dove il suo ospite batté le mani tre volte. Una porta si aprì scorrendo e apparvero quattro giovani
cinesi, tutti in tuta grigia e scarpe da ginnastica nere.
Ni ne riconobbe immediatamente uno: era l’uomo del video.
«Sì, ministro. Lui è al mio servizio», disse Pau.
I quattro avanzarono con passo saldo da atleti e si fermarono in fila davanti a Pau, sull’attenti, occhi duri e inespressivi, volti immobili.
«Quattro uomini armati si avvicinano al cancello. Sapete cosa fare.»
I giovani annuirono simultaneamente e lasciarono il cortile.
«Pensavo vivesse da solo», osservò Ni.
«Non l’ho mai detto, in realtà.»
Ni lo prese per un braccio. «Sono stanco delle sue menzogne. Con me non si gioca.»
Chiaramente, Pau non apprezzò l’aggressione. «Ne sono sicuro. Ma, mentre lei fa sfoggio della sua importanza, alcuni uomini armati si
avvicinano a questa casa. Ha considerato la possibilità di essere il loro obiettivo?»
Ni mollò la presa.
No, non ci aveva pensato.
Pau lo condusse in casa, in una piccola anticamera spoglia, fatta eccezione per un tappetino rosso ovale e due armadietti neri laccati. Tirò fuori
dalla tasca una chiave e ne aprì uno. Conteneva pistole assortite, appese a ganci d’argento. «Scelga, ministro.»
Ni prese una Glock.
«Il caricatore è pieno. I ricambi sono nel cassetto», disse Pau.
Ni controllò l’arma per sicurezza e recuperò tre caricatori.
La pistola gli dava una bella sensazione.
Pau gli strinse una spalla. «Mandiamo un messaggio a Karl Tang: la battaglia non sarà facile.»

Cassiopea arrivò alla periferia di Anversa. Conosceva la città, che aveva visitato varie volte. Un lato era fiancheggiato dal fiume Scheldt, gli altri tre
protetti da una serie di viali i cui nomi ricordavano le forze alleate che avevano combattuto per la libertà delle Fiandre durante la prima guerra
mondiale. Il centro storico si apriva a ventaglio intorno a una cattedrale dalle guglie aguzze, un municipio rinascimentale e un minaccioso castello.
Era una città attiva e fiorente, piena zeppa di testimonianze del periodo in cui era stata uno dei centri più influenti del continente.
Cassiopea raggiunse la stazione centrale, un’orgia di marmo, vetro e ferro battuto, e parcheggiò a un isolato di distanza, in zona chiaramente
contrassegnata come vietata. Se Viktor seguiva le sue tracce con l’auto, la pista sarebbe finita lì. Sperava che la polizia locale rimuovesse in fretta
la vettura.
Infilò la pistola alla cintola, nascondendola sotto la camicia. Era sul punto di crollare, mentalmente e fisicamente. Aveva bisogno di dormire. Ma
doveva anche liberarsi di Karl Tang, almeno finché non fosse stata pronta a negoziare.
Attraversò la strada e passò sotto un subbuglio di alberi in fiore, in direzione del giardino zoologico. Tra la stazione e il Museo di Storia Naturale
si stendeva un parco invaso dal fogliame. Un posto tranquillo, specialmente dopo la chiusura dello zoo. Cassiopea trovò una panchina libera dalla
quale poteva vedere l’auto parcheggiata duecento metri più in là, col beneficio extra di un tronco d’albero alle sue spalle.
Si stese sulla panchina, la pistola sopra l’ombelico, sotto la camicia.
Mancavano almeno tre ore al buio.
Fino ad allora avrebbe riposato.
E osservato.
19

Provincia del Gansu, Cina,


mercoledì 16 maggio, ore 02.10

Tang scese dall’auto ed esaminò il sito ben illuminato. La piattaforma trasportabile sosteneva una torre di trivellazione rossa e bianca da quaranta
metri. Quando aveva requisito l’attrezzatura dal ministero del Petrolio, sapeva che sarebbe stato necessario un impianto meccanico da almeno
seicento cavalli, dotato di un sistema interno di circolazione e raffreddamento ad acqua, capace di trivellare almeno fino a tremila metri. Lui aveva
segretamente spedito via terra l’attrezzatura adatta nel Gansu, dove un tempo era stato funzionario provinciale. Secondo la leggenda, quella
regione aveva dato i natali a Fu Xi, mitico patriarca di tutti i cinesi, e scavi recenti avevano confermato che effettivamente lì si trovavano tracce di
vita umana risalenti fino a diecimila anni prima.
Durante i novanta minuti di volo, Tang aveva dormito, per prepararsi a ciò che lo aspettava. Le successive quarantotto ore sarebbero state
cruciali. Bisognava calcolare al millimetro ogni mossa, massimizzare ogni opportunità senza commettere errori.
Ascoltava il fragore di turbine diesel, generatori elettrici e pompe di circolazione. Il Gansu era una miniera di risorse naturali, piena zeppa di
carbone, ferro, rame e fosforo. Anche i suoi antenati lo sapevano. Nei documenti sopravvissuti, e in altri trovati nella camera appena aperta della
fossa 3, erano annotati minuziosi inventari di metalli e minerali preziosi. Lui aveva ordinato quella determinata esplorazione alla ricerca di una di
quelle risorse in particolare: il petrolio.
Un tempo, il terreno su cui si trovava aveva ospitato uno dei principali giacimenti cinesi. Purtroppo, i pozzi del Gansu si erano prosciugati più di
duecento anni addietro.
Si avvicinò il sovrintendente del sito, un uomo con una faccia sottile, una fronte alta e ciuffi di capelli neri simili a spago, pettinati all’indietro.
Lavorava alle dipendenze dirette del ministero della Scienza, mandato da Tang insieme con una squadra fidata. Il governatore del Gansu aveva
contestato l’attività non autorizzata, ma gli avevano semplicemente risposto che era un’esplorazione del ministero e, se tutto fosse andato bene, i
risultati avrebbero potuto rivelarsi economicamente vantaggiosi.
Ed era la verità.
Solo, più vantaggiosi per loro che per il governatore.
«Mi fa piacere che fosse in zona», strillò il sovrintendente per sovrastare il rumore. «Non credo che sarei riuscito a contenerlo ancora per
molto.» Sulle labbra sottili dell’uomo apparve un sorriso. «Ce l’abbiamo fatta.»
Il significato di quell’affermazione era chiaro.
Il sito era stato specificamente selezionato undici mesi prima, non dai geologi ma dagli storici. Avevano sgomberato e livellato l’area, aprendo
poi una via di accesso attraverso la foresta vicina. Per trovare il luogo avevano seguito le indicazioni di una mappa vecchia duemiladuecento anni,
scoperta nel Gansu nordoccidentale. La mappa, disegnata su quattro tavole di pino identiche, riproduceva la divisione amministrativa, la geografia
e l’economia della regione all’epoca di Qin Shi. Ottantadue località erano indicate per nome, insieme con fiumi, montagne e foreste. Uno di quei
fiumi c’era ancora, a cinquecento metri da lì. Anche le distanze delle strade imperiali erano chiaramente specificate. Mancando le coordinate di
longitudine e latitudine, si era rivelato difficile trasporre nella realtà attuale quelle località, ma qualcuno ci era riuscito.
Jin Zhao.
Prima di essere arrestato, prima dell’emorragia, prima del processo, della reclusione e dell’esecuzione, Zhao aveva trovato quel sito.
«Abbiamo raggiunto la profondità tre giorni fa», riferì il sovrintendente. «Ho aspettato di essere sicuro prima di chiamare. Aveva ragione.»
«Fammi vedere.»
Si recarono alla piattaforma di trivellazione, dove gli operai erano al lavoro. Tang si era volutamente servito di una squadra molto ridotta.
«Siamo arrivati alla sabbia bituminosa cinque giorni fa», riferì il sovrintendente sovrastando il rumore intenso.
Tang sapeva che cosa significava: quando il fango che veniva estratto mostrava presenza di sabbia bituminosa, il petrolio non era lontano.
«Abbiamo calato sensori nel foro, controllato la pressione ed estratto le carote. Pareva tutto a posto. Allora abbiamo cominciato a isolare.»
Il ministro sapeva che cosa avevano fatto dopo: dovevano aver calato piccole cariche esplosive per aprire fori nel tappo appena installato. Poi
dovevano aver fatto passare dai fori il tubaggio e sigillato le eventuali perdite. In cima al tubaggio, sarebbero state fissate col cemento le
multivalvole. Il petrolio che sprizzava fuori da un pozzo con un’eruzione gigantesca era l’ultimo dei desideri di chiunque. «Domare il greggio» con
un flusso calcolato era decisamente meglio.
«Stiamo pompando acido da ieri. Ho fermato qualche ora fa per aspettare il suo arrivo», disse il sovrintendente.
L’acido si usava per dissolvere gli ultimi centimetri di pietra calcarea fra il pozzo coperto e il petrolio. Spariti quelli, il petrolio pressurizzato si
sarebbe spinto verso l’alto, controllato dalle valvole.
«Purtroppo era un po’ troppo tardi quando ho fermato l’acido. Un’ora fa è successo questo.» Il sovrintendente girò una valvola e versò greggio
nero in un barile.
Tang notò subito la pressione. «È forte.»
L’uomo annuì. «C’è parecchio petrolio lì sotto. Specie per un giacimento che si è prosciugato due secoli fa.»
Il ministro si scostò dal foro, restando sotto la torre di trivellazione rossa e bianca. Cominciava a pensare da scienziato più che da politico,
considerando le implicazioni.
Incredibile.
Jin Zhao aveva ragione.
20

Belgio

Ni avanzò verso la parte anteriore della casa, stringendo la Glock. Entrò nell’ingresso, che aveva pareti di mattone grigio, in parte rivestite con
quello che immaginò essere bambù artificiale. Le scale portavano giù all’entrata principale, dove gorgogliava una fontana di pietra. Un paravento
di seta verde ostruiva in parte la visuale del portone di rovere. I quattro lacchè di Pau erano spariti e anche il suo ospite era svanito, dopo avergli
detto di proteggere l’entrata principale.
Fuori si udirono quattro raffiche.
Spari.
Non gli interessava buttarsi nella mischia, ma le parole di Pau gli echeggiavano in testa: Ha considerato la possibilità di essere il loro
obiettivo?
Altri spari. Più vicini, stavolta.
Ni tenne gli occhi piantati sulla porta.
Le pallottole colpirono il legno spesso, poi lo trapassarono e rimbalzarono sulle pareti e sul pavimento. Lui si tuffò a nascondersi dietro una trave
lucidata che sosteneva il tetto.
Il portone si spaccò.
Due uomini con fucili automatici irruppero nella stanza.
Ni si acquattò in posizione difensiva e fece fuoco.
Gli uomini si dispersero.
Lui era un paio di metri sopra di loro, ma quelli avevano robusti fucili d’assalto e lui soltanto una pistola.
Dov’era Pau? E i suoi uomini?
Una sventagliata di spari automatici scheggiò il legno che lo riparava. Decise che era il caso di battere in ritirata, quindi si addentrò nella casa.
Oltrepassò un mobiletto di legno alto, che gli offrì una momentanea protezione.
Un proiettile gli fischiò vicino all’orecchio.
Un lucernario illuminava il corridoio, ma non c’era modo di raggiungerne l’apertura, ad almeno dieci metri d’altezza. Alla sua destra, oltre una
serie di porte a vento coi battenti a reticolo, quasi tutte aperte, scorse del movimento in un cortile: un altro uomo armato di fucile automatico e
senza tuta grigia.
Le sue alternative erano in rapida diminuzione. Pareva proprio che quei quattro ce l’avessero con lui, non con Pau. Diede un’occhiata alla
sagoma nel cortile e scorse un bagliore metallico: l’uomo stava prendendo la mira attraverso le porte a reticolo. Lui si appiattì sul pavimento,
strisciò sul legno verniciato mentre i proiettili esplodevano attraverso le assicelle ad appena un metro sopra di lui.
Si sentiva pulsare la testa.
Era un militare di carriera, ma non si era mai davvero trovato sotto tiro. Nonostante l’addestramento, la confusione assoluta di quella situazione
aveva annichilito la sua capacità di reagire.
Era una follia.
Rotolò verso una pesante poltrona di legno e la rovesciò, in modo da ripararsi dietro le parti più massicce.
Un’ombra guizzò attraverso la stanza. L’uomo nel cortile avanzava.
Ni si mise in ginocchio e sparò tre colpi attraverso il reticolo.
Un tonfo di carne e ossa sulla pietra.
La reazione arrivò all’istante, sotto forma di proiettili.
I due dell’ingresso erano arrivati.
Ni sparò un paio di colpi verso di loro, poi schizzò verso la porta a reticolo esterna, scostando il legno scheggiato e cercando ulteriori pericoli.
Il cortile era vuoto.
L’uomo col fucile automatico giaceva sul lastricato: non era stato ucciso dai proiettili, ma da una freccia che gli sporgeva dalla spina dorsale.
Ni udì un movimento alle sue spalle e capì cosa stava per arrivare, quindi cercò riparo dietro una fioriera di pietra. Un’altra raffica di spari
attraversò sibilando il cortile; qualche proiettile raggiunse l’enorme vasca di vetro, che andò in mille pezzi, e una cascata d’acqua e pesci rossi si
abbatté sul lastricato.
Lui non conosceva granché del resto della casa, a parte la sala espositiva, la cui porta si profilava a dieci metri di distanza. Se fosse riuscito ad
arrivarci, forse avrebbe potuto scappare da una delle finestre della stanza.
Ma ogni speranza di salvezza svanì quando apparve un uomo con un fucile puntato dritto contro di lui.
Due in casa, uno morto a pochi metri da lui, il conto dei quattro aggressori tornava.
«Alzati. Butta a terra la pistola», ordinò l’uomo, in cinese.
Gli altri due aggressori vennero fuori dalla casa.
Lui gettò la pistola e si alzò.
I pesci rossi disperati avanzavano schiaffeggiando le pietre bagnate. Ni capiva il loro terrore: anche lui faticava a respirare.
Studiò i tre. Tutti cinesi, asciutti e forti. Prezzolati. Lui ne impiegava diverse migliaia di quel tipo, sparsi per la Cina.
«Avete già ucciso Pau?» domandò.
Uno di loro scosse la testa. «Prima tu.»
Due sibili annunciarono l’arrivo delle frecce. Due uomini cominciarono a rendersi conto che un’asta con la punta piumata aveva perforato loro il
petto. Prima di poter prendere fiato un’ultima volta, i loro corpi si accartocciarono a terra, mentre le armi cadevano lontano.
Tre uomini in tuta grigia si materializzarono dai lati del cortile, ciascuno con una freccia incoccata nell’arco teso, pronti a tirare contro l’ultimo
aggressore.
«Forse riuscirai a sparare un colpo, due, forse tutti e tre. Ma non puoi fermarci tutti», disse la voce incorporea di Pau.
L’uomo parve riflettere sulle sue chance, decise che non voleva morire e abbassò il fucile.
Pau e il quarto uomo uscirono dalla sala espositiva. Due guardie di Pau si presero carico dell’ultimo intruso, portandolo via in punta di freccia.
«Pensava di lasciare che mi uccidessero?» strillò Ni a Pau.
«Per ogni trappola serve un’esca, ministro.»
Ni era furioso e alzò l’arma, ma Pau si limitò a ignorarlo e fece un cenno agli altri due giovani, che posarono gli archi e raccolsero in fretta i
pesci dal lastricato, svanendo nella casa.
«Quei pesci rossi li ho visti nascere. Spero che lo choc non li uccida», disse Pau.
A Ni non poteva importare di meno. «Si rende conto di quello che è appena successo? Quegli uomini sono venuti per uccidermi.»
«Proprio la possibilità cui avevo accennato prima che arrivassero. A quanto pare Tang li ha mandati per eliminarci entrambi.»
Ni sentiva in bocca il sapore acre dell’adrenalina. Il cuore batteva all’impazzata. «Devo tornare a casa.»
«E la lampada? Credevo la volesse», disse Pau.
«Non è importante quanto ciò che mi attende là.»
«Non ne sia così sicuro. Le risposte che lei cerca sono qui, credo, e so esattamente come ottenerle.»
21

Provincia del Gansu, ore 03.20

Tang era seduto da solo. Il suo elicottero era partito per fare rifornimento in un aeroporto cinquanta chilometri a sud. Avrebbe avuto bisogno dei
serbatoi pieni, per essere pronto a volare entro quattro ore. Poi avrebbe trattato con Lev Sokolov. Le case mobili usate come dormitori dalla
squadra di trivellazione erano collocate a duecentocinquanta metri dalla torre, e il sovrintendente aveva offerto il suo camper. La stanza era in
ordine, il fornello elettrico e il frigorifero erano puliti e c’era una piccola pila di piatti di plastica accanto a un forno a microonde. Non era la sua
sistemazione consueta, ma era perfetta per quelle poche ore. Non aveva sonno; il breve riposino sul volo dal museo era stato efficace.
Apprezzava quella solitudine, e meditava sul fatto che tutto ciò che lo circondava era stato, un tempo, parte fiorente del Primo Impero di Qin Shi.
Incredibile quello che avevano realizzato in un tempo così remoto.
I suoi antenati avevano inventato l’ombrello, il sismografo, il filatoio a mano, la porcellana, la macchina a vapore, gli aquiloni, le carte da gioco, il
mulinello da pesca, perfino il whisky.
Ma il sale! Quello era il balzo più sorprendente di tutti.
Cinquemila anni prima, gli abitanti della costa facevano bollire l’acqua di mare per produrre sale. Ma, quando avevano cominciato a insediarsi
sempre più nell’interno, il sale, importantissimo come conservante, essenziale per la loro sopravvivenza, era divenuto più raro e il suo trasporto per
centinaia o migliaia di chilometri si era dimostrato scoraggiante. Occorreva trovare un’altra fonte, e la scoperta di falde saline – luoghi in cui le
acque freatiche ad alta salinità filtravano dal sottosuolo – aveva risolto il problema.
La prima scoperta documentata era avvenuta all’epoca del Primo Imperatore, non lontano da dov’era seduto Tang in quel momento. Inizialmente
i pozzi erano bassi, scavati a mano, ma le esplorazioni a maggior profondità avevano portato all’invenzione della trivellazione.
Le prime punte erano fatte di ferro pesante, il condotto e la piattaforma di bambù. Uno o più uomini stavano su una tavola di legno fatta come
un’altalena, in modo da sollevare la punta che, una volta lasciata cadere, polverizzava la roccia. Il procedimento si ripeteva, centimetro per
centimetro. In seguito gli storici avevano teorizzato che l’idea era nata dalla pratica di pestare il riso per farne farina.
La tecnica si era affinata notevolmente, ed erano state perfezionate soluzioni efficaci per molti dei problemi tuttora comuni nelle trivellazioni:
cedimenti, attrezzi perduti, pozzi deviati, rimozione dei detriti. Pozzi profondi fino a cento metri erano comuni all’epoca di Qin Shi. In nessun’altra
parte del mondo esisteva una tecnologia paragonabile a quella, fino a oltre duemila anni più tardi. Nel 1100 d.C., i pozzi fino a quattrocento metri
erano la norma e, mentre nel XIX secolo gli americani riuscivano a malapena a perforare fino a cinquecento metri, i cinesi andavano oltre i mille
metri.
Quei primi innovatori, che scavavano pozzi in cerca di falde saline, avevano scoperto anche qualcos’altro.
Un’emissione inodore, altamente combustibile.
Gas naturale.
Avevano appreso che si poteva bruciare, producendo una fonte di energia pulita e caldissima che scioglieva la soluzione salina permettendo di
estrarre il sale.
E avevano trovato anche il petrolio.
Un materiale melmoso – «grasso e appiccicoso, come il succo della carne», notava un osservatore dell’epoca – che traboccava da pozzi più
profondi. Inizialmente quella fanghiglia nero-verdastra era un mistero, ma presto avevano capito che pure quella si poteva bruciare, producendo
una fiamma brillante e di lunga durata. Poteva anche far girare più veloci gli assali dei loro carri. Il petrolio era divenuto in breve la sostanza degli
imperatori, che alimentava le lampade dei loro palazzi e ne illuminava le tombe, oltre a fornire un’arma fiammeggiante capace di devastare il
nemico.
Tang era ammirato da quei risultati.
Sapeva che i suoi antenati, mentre inventavano la meccanica della trivellazione, avevano anche scoperto i luoghi migliori per perforare, creando
la scienza della geologia. Erano divenuti esperti nell’individuare le incrostazioni saline sulle rocce di superficie e nel riconoscere l’odore pungente
della soluzione salina nascosta. Avevano appreso che l’arenaria gialla era indice di soluzione salina ricca di acido solfidrico. Naturalmente non ne
conoscevano la composizione chimica, ma avevano capito come individuare e utilizzare efficacemente quei composti.
Il suo ministero aveva studiato dettagliatamente la storia delle perforazioni cinesi per estrarre sale. Esisteva anche un museo a Zigong, che
raccontava la storia alle masse. Per quanto sembrasse incredibile, negli ultimi due millenni erano stati scavati quasi centotrentamila pozzi, di cui
alcune centinaia all’epoca del Primo Imperatore.
In particolare, una di quelle perforazioni era avvenuta a duecentocinquanta metri da lui.

«Come fai a saperlo?» domandò a Jin Zhao.


Quell’irritante geochimico si rifiutava di collaborare, così infine Tang ne aveva ordinato l’arresto.
«Ministro, io non so niente. È tutta teoria.»
Aveva già sentito quella scusa. «È più di una teoria. Dimmelo.»
Ma il prigioniero taceva.
A un cenno di Tang, il soldato fermo a un metro da lui si avvicinò a Zhao, lo tirò via dalla sedia e gli sferrò due pugni nello stomaco. Zhao
cadde in ginocchio, senza fiato, stringendosi l’addome.
Con un lieve cenno del capo, il ministro segnalò che due colpi erano sufficienti.
Zhao si sforzava di respirare.
«Andrà sempre peggio. Dimmelo.»
Zhao si calmò. «Non mi colpite più. Basta, vi prego.»
«Dimmi quello che sai.»
Tang aveva svolto accurate indagini su Jin Zhao e sapeva che non era membro del Partito, non era collegato a nessuna attività del Partito e
spesso denigrava il governo. Il suo nome appariva regolarmente su una lista di controllo locale, e varie volte gli era stato intimato di cessare le
attività dissidenti. Tang l’aveva protetto in più di un’occasione, impedendone l’arresto, ma a condizione che collaborasse.
Zhao si tirò su da terra. «Non dirò niente.»
Il soldato gli sferrò un pugno alla mascella, un altro colpo raggiunse il petto, un terzo si abbatté sul cranio.
Zhao crollò.
Dalla bocca semiaperta sgorgò il sangue.
Aveva perso due denti.
Un calcio nello stomaco, e Zhao si rannicchiò in posizione fetale, braccia e gambe strette al corpo.

Pochi minuti dopo, Jin Zhao era scivolato in uno stato d’incoscienza da cui non si sarebbe più svegliato. L’emorragia cerebrale aveva protetto tutto
ciò che sapeva, ma la perquisizione della sua casa e del suo ufficio aveva rinvenuto una documentazione sufficiente perché Tang apprendesse
che proprio lì, duemiladuecento anni prima, qualcuno aveva scavato in cerca di sale e aveva trovato il petrolio. E, mentre Jin Zhao giaceva in terra
implorando aiuto, urlando che la testa gli scoppiava di dolore...

«Dimmi questo. Una cosa sola, semplicissima, e io chiamerò il medico. Sarai curato. Niente più botte.»
Negli occhi del vecchio brillò la speranza che fosse vero.
«Lev Sokolov ha trovato il marcatore?»
Zhao annuì: sì.
Prima lentamente, poi veloce.
22

Anversa, ore 21.05

Cassiopea percorreva in fretta la via in cerca di un luogo in cui nascondersi. Tre uomini la seguivano da quando aveva lasciato l’albergo.
Teneva la lampada sotto il braccio sinistro. La portava con cautela, avvolta in una busta di plastica piena di carta appallottolata.
Era circondata da costruzioni in mattoni rossi e case imbiancate a calce, poste a guardia di un dedalo di viuzze acciottolate. Cassiopea
attraversò di corsa una piazza silenziosa, coi tre uomini alle calcagna, a cinquanta metri da lei. Non si vedeva nessun altro. Non poteva
permettere che le prendessero la lampada: perderla significava perdere il figlio di Sokolov.
«Quaggiù», udì.
Dall’altra parte della strada c’era Cotton Malone.
«Ho ricevuto il tuo messaggio. Eccomi.» Cotton le faceva cenno con la mano di raggiungerlo.
Lei corse, ma quando arrivò all’angolo lui era scomparso.
I tre uomini tenevano il passo.
«Qui.»
Lei scrutò in fondo a un vicolo. Cotton era a cinquanta metri e continuava a farle segno di andare avanti. «Cassiopea, stai commettendo un
errore.»
Lei si voltò.
Apparve Henrik Thorvaldsen. «Non puoi aiutarlo», le disse.
«Ho la lampada.»
«Non fidarti di lui», le disse ancora; poi il danese scomparve.
Cassiopea scrutò la strada e gli edifici. I tre uomini non erano più vicini e Cotton continuava ad agitare le mani per farsi raggiungere.
Lei si mise a correre.

Cassiopea si svegliò.
Era sdraiata sulla panchina del parco. La luce si era affievolita, ora il cielo aveva il colore dell’inchiostro sbiadito. Aveva dormito per un po’.
Diede un’occhiata dietro il tronco dell’albero: la Toyota era sempre parcheggiata e non c’erano poliziotti né nessun altro in giro. Cercò di schiarirsi
la mente, ancora stordita. Era più stanca di quanto non credesse. La pistola era sempre sotto la camicia, il sogno fisso nella memoria.
Non fidarti di lui, aveva detto Thorvaldsen.
Di Cotton?
Non c’era nessun altro lì.
Era a trenta minuti buoni di cammino dal museo Dries Van Egmond. La passeggiata le avrebbe permesso di assicurarsi di non essere seguita.
Cercò d’indurre le proprie emozioni ad acquietarsi, la mente a smetterla di farsi domande, ma non poteva. La comparsa di Viktor Tomas l’aveva
innervosita.
Henrik si era riferito a lui, forse?
Scorse una fontana, la raggiunse e assaporò qualche lungo sorso.
Si asciugò la bocca e si ricompose.
Era il momento di chiudere quella faccenda.

Malone scese dall’elicottero della NATO in un piccolo aerodromo a nord di Anversa. Ivan seguì Stephanie sulla piazzola. Stephanie aveva
organizzato il rapido volo da Copenhagen. Quando si furono allontanati dalle pale, l’apparecchio ripartì nel cielo notturno.
Due auto con autisti li aspettavano.
«Servizi segreti, da Bruxelles», spiegò Stephanie.
Ivan aveva parlato poco durante il viaggio, solo chiacchiere su televisione e film. I russi sembrano ossessionati dal mondo dello spettacolo
americano.
«D’accordo, siamo qui. Dov’è Cassiopea?» chiese Malone.
Una terza auto si avvicinò dal lato opposto del terminal, passando accanto a file di costosi aerei privati.
«La mia gente. Devo parlare con loro.» Ivan si avvicinò con passo goffo all’auto, che si fermò.
Ne uscirono due uomini.
Malone si avvicinò a Stephanie e le chiese: «Ha qualcuno dei suoi, qui?»
«A quanto pare.»
«Non abbiamo proprio nessun servizio d’informazioni indipendente, su questa cosa?»
Lei scosse la testa. «Non c’era tempo. Perché abbia in mano qualcosa c’è da aspettare come minimo domani.»
«Quindi siamo con le chiappe al vento, voliamo alla cieca.»
«Non è la prima volta.»
In effetti.
Mentre tornava verso di loro, Ivan disse: «Abbiamo un problema».
«Perché la cosa non mi sorprende?» borbottò Malone.
«Cassiopea è in movimento.»
«E perché questo sarebbe un problema?» domandò Stephanie.
«Fuggita da suoi rapitori.»
Malone era sospettoso. «Come lo sai?»
Ivan indicò i due in piedi accanto all’auto. «Loro guardano e vedono.»
«Perché non l’hanno aiutata?» Ma conosceva già la risposta. «Volete che vi porti alla lampada.»
«Questa è operazione di servizi segreti. Ho lavoro da fare», disse Ivan.
«Lei dov’è?»
«Vicino. Sta andando a un museo. Dries Van Egmond.»
Malone era sempre più furioso. «Come diavolo fai a saperlo?»
«Andiamo.»
«No», obiettò lui.
Il volto di Ivan s’indurì.
«Ci vado io. Da solo», chiarì Malone.
Il viso tirato del russo si aprì in un sorriso. «Mi avevano avvertito, ti chiamano il Lupo Solitario.»
«Allora sai che devi starmi fuori dai piedi. Troverò Cassiopea.»
Ivan affrontò Stephanie. «Adesso voi subentrate? Pensate che io lo permetto?»
«Ascolta, se vado solo, ho più probabilità di scoprire quello che volete», fece Malone. «Se spunti tu con la banda di picchiatori, otterrai zero.
Cassiopea è una professionista. Troverà il modo di nascondersi.»
Almeno lo sperava.
Ivan gli piantò l’indice sul petto. «Perché dovrei fidarmi di te?»
«Mi chiedevo la stessa cosa.»
Il russo si tolse di tasca un pacchetto di sigarette e ne infilò una tra le labbra. Trovò i fiammiferi e l’accese. «Questo non piace.»
«Oh, che peccato. Vuoi che il lavoro venga fatto? Io lo faccio.»
«Okay», disse Ivan soffiando il fumo. «Trovala. Prendi quello che vogliamo.» Indicò l’auto. «Ha navigatore per fare strada.»
«Cotton, ti organizzo un po’ di privacy», fece Stephanie. «La polizia di Anversa è al corrente di quello che sta succedendo, solo non sanno dove.
Devo garantire che non ci saranno distruzioni di proprietà, salvo forse una finestra o una porta rotta. Prendila, vieni via e basta.»
«Non dovrebbe essere un problema.»
«Me ne rendo conto, ma la tua fama ti precede.»
«Questo non è un sito dell’UNESCO, vero? Distruggo solo quelli, pare.»
«Dentro e subito fuori, okay?»
Lui si rivolse a Ivan. «Non appena avrò preso contatto, chiamo Stephanie. Ma dovrò capire come la pensa Cassiopea. Forse non vuole un
partner.»
«Forse non vuole, ma li avrà, i partner. Questa faccenda è più grossa di un bambino di quattro anni.»
«Precisamente per questo tu resti qui. Se sente pronunciare queste parole una sola volta, non la vedi più.»
Malone non intendeva commettere lo stesso errore fatto a Parigi con Thorvaldsen. Cassiopea aveva bisogno del suo aiuto e lui gliel’avrebbe
dato. Senza condizioni e senza segreti.
E Ivan poteva andare al diavolo.
23

Ni, ancora scosso per l’attacco, osservava la scena disgustato. Il quarto uomo, catturato da Pau Wen, era stato condotto dalla casa a un granaio
cinquanta metri dietro il complesso, in mezzo a un bosco. I quattro accoliti di Pau lo avevano spogliato, legato con una corda pesante e sollevato a
mezz’aria, sospeso a una gru di legno a L.
«Ho cavalli e capre. Usiamo l’argano per stivare il fieno sotto il tetto del granaio», gli aveva spiegato Pau.
La gru si ergeva per dieci metri, fino a una porta a due battenti che si apriva nel timpano. L’uomo del video era in piedi nel vano. Gli altri tre –
tutti con indosso una lunga veste verde senza maniche – erano di sotto e alimentavano, usando come carburante legna secca e fieno. Anche a
dieci metri di distanza, il calore era intenso.
«Dev’essere rovente. Altrimenti lo sforzo potrebbe dimostrarsi infruttuoso», aveva detto Pau.
Era scesa la notte, nera e tetra. L’uomo legato penzolava vicino alla cima dell’argano, la bocca chiusa col nastro isolante, ma alla luce tremula
Ni vide il terrore sul suo volto. «A che scopo?» domandò a Pau.
«Abbiamo bisogno di procurarci informazioni. Gliele abbiamo chieste gentilmente, ma non ha risposto.»
«Avete intenzione di arrostirlo?»
«Niente affatto. Sarebbe una barbarie.»
Ni stava cercando di rimanere calmo, dicendosi che Karl Tang aveva ordinato la sua morte. Intrighi, purghe, arresti, tortura, processi,
incarcerazioni, anche le esecuzioni erano comuni in Cina.
Ma un evidente omicidio politico?
Forse Tang pensava che, dal momento che l’assassinio sarebbe avvenuto in Belgio, si poteva giustificare. L’improvvisa scomparsa di Lin Biao,
il successore che Mao aveva scelto, non era mai stata documentata appieno. Si presumeva che Biao fosse morto in un incidente aereo in
Mongolia mentre cercava di fuggire dalla Cina, dopo essere stato accusato di un complotto per rovesciare Mao. Ma l’unica versione sui fatti era
stata quella rilasciata dal governo. Nessuno sapeva dove, come o quando Lin Biao fosse morto, solo che era sparito.
E Ni continuava a dirsi che l’uomo appeso alla gru era venuto per ucciderlo.
Uno degli uomini fece cenno che il fuoco era pronto.
Pau allungò il collo e diede il segnale.
Il suo uomo nel fienile fece ruotare l’argano di modo che non fosse più parallelo ma perpendicolare all’edificio. In tale maniera, i piedi nudi
dell’uomo si trovarono a penzolare tre metri sopra le fiamme.
«Non permettere mai al fuoco di toccare la carne. Troppo intenso. Troppo veloce. Controproducente», disse piano Pau.
Ni si chiese il perché di quella lezione sulla tortura. A quanto pareva, quel vecchio era un intenditore. Ma, stando a tutto ciò che lui sapeva di
Mao, l’intero regime era stato maestro in quell’arte. Pau restava immobile, con la sua lunga veste di garza bianca, e guardava l’uomo legato che
cercava di divincolarsi. «Vuoi rispondere alle mie domande?» gridò.
L’uomo continuò a divincolarsi in silenzio.
«Vede, ministro, il calore è di per sé atroce, ma c’è qualcosa di peggio», gli disse Pau.
A un piccolo scatto del polso di Pau, uno degli uomini gettò tra le fiamme il contenuto di un secchio. Un forte sibilo, seguito da un’ondata di
calore, vomitò verso l’alto la polvere che si vaporizzò, avvolgendo il prigioniero in una nube cocente.
L’uomo prese ad agitarsi sempre più.
Ni avvertì un odore nuovo nell’aria notturna.
«Peperoncino tritato», spiegò Pau. «Il fumo rovente basta a provocare un dolore incredibile, ma il vapore aumenta l’intensità del calore sulla
pelle. Se lui non chiudesse gli occhi, rimarrebbe cieco per diverse ore. I fumi irritano le pupille.»
Gli uomini gettarono un altro secchio di peperoncino in polvere.
Ni immaginava quello che stava passando il prigioniero.
«Non lo compatisca: è dalla parte di Karl Tang, il suo nemico. Voglio soltanto che ci confessi tutto quello che sa.»
A dire il vero, lo voleva anche Ni.
Il fuoco continuava a bruciare, le fiamme stavano certamente cominciando ad abbrustolire i piedi dell’uomo.
Il prigioniero cominciò a scuotere il capo, per segnalare che si arrendeva.
«Non ci è voluto molto.» Pau fece un gesto, e l’uomo nel fienile spostò il corpo lontano dal fuoco. Gli strapparono il nastro isolante dalla bocca.
Un urlo straziante squarciò la notte.
«Nessuno può sentirti. I miei vicini di casa stanno a chilometri da qui. Dimmi quello che vogliamo sapere, altrimenti si ricomincia.»
L’uomo carpì qualche respiro e parve ricomporsi. «Tang... vi vuole morti. Anche il ministro Ni.»
«Continua», gridò Pau.
«Sta cercando di... prendere... la lampada. In questo preciso istante.»
«E Cassiopea?»
«La vuole... anche lei. Le hanno... permesso... di fuggire. La stanno... seguendo.»
Pau sussurrò: «Vede, ministro? Ecco perché la tortura persiste: funziona. S’imparano moltissime cose fondamentali.»
Il senso di nausea di Ni aumentava. Non c’erano regole, nessun confine, nella sua moralità? Che cosa era successo alla sua coscienza?
Pau fece ancora un cenno e il prigioniero fu fatto scendere a terra.
Uno degli uomini con la lunga veste estrasse subito una pistola e sparò in testa all’uomo legato.
Ni rimase in silenzio, infine domandò: «Era necessario?»
«Che cosa voleva che facessi? Che lo lasciassi andare?»
Non rispose.
«Ministro, come farà a guidare la Cina se non ha lo stomaco per difendere se stesso?»
Non apprezzò quel rimprovero. «Io credo nei tribunali, nella legge, nella giustizia.»
«Lei sta per imbarcarsi in una battaglia in cui soltanto uno sopravvivrà. Nessun tribunale, legge o giustizia deciderà di quel conflitto.»
«Non sapevo che sarebbe stata una lotta all’ultimo sangue.»
«Karl Tang ce lo ha appena fatto capire chiaramente, no?»
Pare proprio di sì, pensò Ni.
«Tang non ha scrupoli. Ha mandato i suoi uomini a finire la battaglia ancor prima che cominciasse. Quale sarà la sua reazione, ministro?»
Le ultime ore in quel luogo lo avevano fatto sentire stranamente vulnerabile, mettendo in dubbio tutto ciò che pensava di sapere su se stesso.
Non aveva mai ordinato direttamente la morte di nessuno, anche se aveva arrestato molti che alla fine erano stati giustiziati. Per la prima volta
sentì sulle spalle il peso dell’enormità di quanto stava per fare. Forse Pau aveva ragione: governare la Cina richiedeva forza. Ma era dubbioso.
Sarebbe stato capace di uccidere con lo stesso freddo distacco esibito da Pau Wen?
Probabilmente no.
«Dobbiamo andare. È solo un giretto in macchina.»
Ni sapeva dove.
Al museo Dries Van Egmond.
Prima che fosse troppo tardi.
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25

Anversa

Cassiopea si avvicinò al museo, diretta alla stessa entrata posteriore che aveva individuato due giorni prima. Si era imbattuta nel Dries Van
Egmond sul dépliant di un albergo mentre cercava di decidere quale fosse il miglior nascondiglio per la lampada. Le sue sale contenevano una
collezione di oggetti d’arte olandesi, francesi e fiamminghi. Ma il boudoir cinese, al terzo piano, aveva veramente attirato la sua attenzione.
Sperava che la lampada fosse passata inosservata.
Aveva incrociato coppie che tornavano a casa e gente che passeggiava sprofondata in se stessa, ma nessuno che filasse a nascondersi dietro
una porta o che la tallonasse. Dai negozi chiusi gridavano le pubblicità che tappezzavano le vetrine. Ma lei aveva ignorato ogni distrazione.
Doveva riprendersi la lampada, poi mettersi in contatto con Sokolov, tramite una coppia che col russo divideva il dolore atroce della perdita di un
figlio e che aveva accettato d’inoltrare qualunque messaggio e-mail in codice proveniente dal Belgio.
Cassiopea si domandava che cosa fosse successo a Malone. Viktor le aveva detto di non aver saputo niente da Copenhagen ma, trattandosi di
lui, l’affermazione aveva ben poco valore. Forse lei sarebbe partita per la Danimarca, esaurito quel compito. Cotton avrebbe potuto aiutarla a
decidere il da farsi.
Il treno era la cosa migliore.
Niente controlli di sicurezza.
E avrebbe potuto dormire.

Malone individuò il museo, strizzato in una fila di costruzioni che alternavano vecchio e nuovo. Alcuni particolari della facciata suggerivano un
motivo italiano. C’era poco traffico per le strade di Anversa, soltanto luci su marciapiedi vuoti, la città che si appisolava preparandosi alla notte.
Studiò le intelaiature scolpite delle finestre dell’edificio, piazzate l’una sopra l’altra, di forma variabile: quadrati, cerchi e rettangoli. Nessuna di
esse era accesa.
Aveva parcheggiato a due isolati da lì e si era avvicinato a passo lento. Non sapeva bene che cosa stesse per succedere. Come pensava di
entrare Cassiopea? Di straforo? Certo non da lì. L’ingresso principale era protetto da un cancello di ferro chiuso a chiave, le finestre erano
sbarrate. Stephanie aveva chiamato dicendo di aver fatto in modo che il sistema d’allarme fosse disattivato, dal momento che l’Europol e la
polizia lavoravano con lei. La collaborazione dei locali di solito significava che a dirigere la musica c’era gente molto più in alto di Stephanie. E ciò
rinforzava la convinzione che ci fosse di mezzo molto più di un bambino di quattro anni scomparso.
Malone si tenne vicino al fianco di un edificio e rimase nell’ombra, evitando l’accensione improvvisa di un lampione vicino. Sbirciò dietro
l’angolo, sperando di scorgere Cassiopea.
Ma non vide altro che tre uomini che stavano per uscire da un’auto parcheggiata.
Quando le portiere si aprirono non si accese nessuna luce; la cosa lo incuriosì.
Erano a cinquanta metri buoni da lui, celati dalla notte.
Il gruppo compatto di sagome scure salì sul marciapiede, si avviò senza fare rumore verso l’ingresso del museo e saggiò il cancello di ferro.
«Sul retro. Lei è sicuramente qui. Prendete la roba, non si sa mai», sentì dire in inglese a uno di loro.
Gli altri due uomini tornarono verso l’auto e ciascuno ne estrasse un enorme barattolo, poi raggiunsero insieme l’angolo più vicino e voltarono a
destra. Malone immaginava che dovesse esserci un altro accesso all’edificio, dal retro, dalla parte del caseggiato accanto. Quindi attraversò la
strada e decise di avvicinarsi dalla direzione opposta.

Ni era fermo nell’oscurità, oltre il giardino del museo Dries Van Egmond, con Pau Wen accanto. Erano arrivati dalla campagna ad Anversa e
avevano parcheggiato a diversi isolati da lì, avvicinandosi all’edificio dal lato posteriore. Pau aveva portato uno dei suoi uomini, che aveva appena
finito il giro di ricognizione. «Vicino all’edificio c’è una donna, che sta per entrare. Dal lato opposto della strada si stanno avvicinando tre uomini.»
Pau considerò quelle informazioni, poi disse a fior di labbra: «Tieni d’occhio gli uomini».
L’ombra si allontanò in fretta.
Si trovavano in posizione adiacente a un vialetto che correva dietro il museo, tra gli edifici dell’isolato accanto. Un piccolo parcheggio coperto di
ghiaia si estendeva per la lunghezza di una fila di alte siepi che separavano il giardino dal vialetto. Da un cancello aperto incorniciato d’edera si
entrava in un cortile, circondato su tre lati dal museo. Ni cercava di concentrarsi, ma altre immagini gli attraversavano la mente, e nessuna
piacevole. Uomini trafitti da frecce, l’uomo legato cui Pau aveva sparato in testa... Si disse che, almeno per il momento, era di nuovo all’offensiva.
Pau sembrava essere dalla sua parte, ma Ni rimaneva alquanto sospettoso.
Apparvero tre sagome, due delle quali con dei contenitori in mano. Attraversarono il portale e scomparvero nel giardino sul retro.
«Cassiopea è tornata per la lampada. Ma è venuto anche Tang», sussurrò Pau.
«Come lo sa?»
«Non c’è altra spiegazione. Quegli uomini lavorano per lui.»
Apparve un’altra sagoma, stavolta dalla direzione opposta. Un tipo solitario. Alto, spalle larghe, mani vuote. Entrò a sua volta nel giardino. Ni
avrebbe voluto più luce, ma la luna era tramontata e di fronte a loro si allungava solo una densa fascia di tenebra.
«E quello chi è?» domandò a Pau.
«Ottima domanda.»

Malone aveva messo insieme i suoi sospetti e ora credeva di aver capito: i tre uomini stavano seguendo Cassiopea. Due di essi indossavano
passamontagna e abiti neri, aderenti sui corpi magri, guanti e scarpe scure. Anche il terzo uomo era vestito di scuro, ma aveva giacca e pantaloni.
Era più basso, un po’ più corpulento e sembrava essere il capo. Aveva un piccolo apparecchio in mano, che teneva all’altezza della vita,
seguendone il segnale.
Avevano messo un segnalatore addosso a Cassiopea.
Si domandò se lei lo sapesse.
Il capo fece un cenno e loro si misero in moto nell’oscurità, correndo verso una porta a vetri che si apriva su una terrazza. La facciata posteriore
dell’edificio era venata dall’edera. Malone immaginò che un tempo, quando il museo era una residenza, la terrazza fosse il luogo per riunirsi e
godersi il giardino. Era interessante notare che, a differenza dell’ingresso principale, la porta posteriore non era sbarrata. Forse anche quello
grazie a un intervento di Stephanie. Incredibile quello che poteva fare l’arrivo di un paio di russi.
Il capo allungò la mano attraverso il vetro rotto della porta e aprì il chiavistello dall’interno, apparentemente proprio come aveva fatto Cassiopea.
I tre sparirono all’interno dell’edificio.
Malone passò in mezzo alle tenui fragranze e ai colori delicati delle aiuole fiorite, verso la porta.
Tirò fuori la sua Beretta.
26

Provincia del Gansu

Tang digitò la password che completava la connessione video. Preferiva la cyber-comunicazione agli incontri faccia a faccia. Se si procedeva con
la giusta cifratura, la sicurezza era pressoché infallibile. Sempre che uno dei partecipanti alla conversazione non permettesse una violazione.
Ma in quel caso non c’era da preoccuparsi.
Tutti i partecipanti avevano prestato giuramento ed erano vincolati dalla fratellanza, tutti membri fedeli e devoti del Ba.
Accarezzò il touchpad e lo schermo del portatile si suddivise in dieci riquadri. In ciascuno apparve il volto di un uomo con lineamenti da cinese
Han, tutti tra i cinquanta e i sessant’anni, come lui. Operavano in zone diverse. Uno era un giudice della Corte Suprema del Popolo. Alcuni erano
rispettati capi di dipartimento. Due erano generali dell’esercito. Tre erano membri dell’onnipotente Comitato Centrale. Erano saliti di rango,
proprio come Tang – con costanza e discrezione – ed erano diventati i capi della divisione Ba. Uomini che sorvegliavano altri fratelli, sparsi in tutti
i governi e le forze armate nazionali e locali. Il numero complessivo era limitato, poco più di duemila, ma sufficiente a realizzare il loro obiettivo.
«Buongiorno», disse nel microfono del portatile.
La Cina, benché si estenda per cinquemila chilometri in larghezza e occupi cinque fusi orari, mantiene ovunque l’ora di Pechino. Lui non ne
aveva mai capito la logica, dal momento che portava a irritanti differenze negli orari di lavoro, ma ciò spiegava la varietà di abbigliamento degli
uomini sullo schermo.
«Volevo riferire che la salute del premier si sta deteriorando rapidamente», disse. «Pare che gli resti meno di un anno. Naturalmente la notizia
resterà segreta. Ma è imperativo mantenersi costantemente pronti.»
Tutti annuirono.
«Il Comitato Centrale è preparato. Abbiamo una solida maggioranza per ottenere il premierato.»
Il Comitato Centrale era composto da centonovantotto persone. Tang ne aveva coltivate ben più di un centinaio, uomini che non appartenevano
al Ba, ma che come lui credevano che la Cina dovesse imboccare una strada più affine a quella di Mao che a quella di Deng Xiaoping.
«E cosa ci dici di Ni Yong?» gli domandò uno. «Gode di un sostegno crescente.»
«Ci stiamo occupando della questione. Un funerale di Stato in suo onore mobiliterà enormemente il popolo in nostro favore.»
«È proprio necessario?»
«La maniera più semplice di eliminare il problema è eliminare il candidato. È stato discusso e approvato.»
«Con riserva», aggiunse in fretta un altro. «Come ultima spiaggia. La morte di Ni potrebbe avere conseguenze, dipende da come avviene il
trapasso. Non vogliamo un martire.»
«Non succederà. La morte sarà attribuita a una delle sue tante indagini andata terribilmente storta. Avverrà fuori dal Paese.»
Molti erano d’accordo, ma non tutti.
«Ni gode di un forte supporto tra i militari. La sua morte non sarà ignorata», disse uno dei generali.
«Non dovrebbe esserlo. Ma, nel quadro generale, sarà dimenticato in fretta mentre gli eventi si compiono. La dipartita del premier sarà
inaspettata: inevitabilmente, ciò provocherà incertezza, e il popolo non permetterà che una simile condizione duri a lungo. Avranno un fortissimo
desiderio di sicurezza, e noi gliela daremo.»
«Con quali tempi ci muoveremo?»
«Con tutta la velocità che la Costituzione ci consente. Ho predisposto le cose in modo che le province chiedano il voto immediato.
Naturalmente, finché non accadrà, io come primo vicepresidente sarò temporaneamente in carica. Assumere il controllo dovrebbe essere
questione di settimane.»
Poi sarebbe iniziato il lavoro vero, a partire da una fulminea marcia indietro sulla democratizzazione volta a favorire la scomparsa del Partito. E
la Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina non sarebbe stata più necessaria: la corruzione si sarebbe affrontata privatamente. Allo
stesso modo, ogni dissenso sarebbe stato soffocato con le punizioni appropriate. Molti osservatori mondiali avevano predetto o
l’occidentalizzazione della Cina o la fine del Partito Comunista e, se il corso attuale si fosse mantenuto, quasi certamente si sarebbero realizzate
entrambe. Il suo obiettivo era alterare quel corso di centottanta gradi.
Qin Shi, gli imperatori successivi e Mao, tutti l’avevano fatto.
Ora toccava a lui.
Tutti i cinesi hanno un’irrazionale paura del caos e del disordine.
«Offriremo alla nazione esattamente ciò che brama: stabilità, ordine. Una volta che questi si saranno affermati, il popolo ci concederà molte
libertà», continuò Tang.
«Non siamo numerosi. Mantenere l’ordine potrebbe rivelarsi difficile», osservò un altro.
«Ecco perché dobbiamo avere in mano il premierato. È una carica che garantisce potere senza limitazioni. Da lì, potremo facilmente
rimodellare la nazione.» Quando parlava coi fratelli, stava sempre attento a usare la prima persona plurale. In teoria, il loro era uno sforzo collettivo,
e lui si rendeva conto di non poter realizzare il suo obiettivo senza l’aiuto di ognuno di loro. «Dobbiamo star pronti ad agire con un preavviso breve.
Per parte mia, al momento sto lavorando su una tattica che potrebbe migliorare enormemente la nostra posizione, forse perfino garantirci un ruolo
dominante nella politica globale. L’Occidente non detterà legge sul modo di vivere della Cina, non ci farà la morale su ciò che è giusto o sbagliato,
non deciderà del nostro futuro.»
«Sembri sicuro di te.»
«I loro missionari e educatori hanno cercato di modernizzarci e cristianizzarci, i giapponesi volevano conquistarci, gli americani hanno cercato
di democratizzarci, i sovietici hanno provato a insinuare il loro controllo. Hanno fallito tutti. Peggio ancora: noi abbiamo fatto esperimenti su noi
stessi e abbiamo fallito a nostra volta. Siamo una grande civiltà.» S’interruppe. «Torneremo a essere ciò che eravamo.»
Gli uomini all’altro capo della connessione erano d’accordo con lui.
«E che cosa ci dici del maestro? Non abbiamo più avuto sue notizie», disse infine uno di loro.
«Statene certi, è con noi», chiarì lui.
27

Anversa

Cassiopea attraversò l’ennesimo salottino del museo; ricordava la disposizione delle stanze dalla sua prima visita. Al pianterreno erano situate
intorno a una sala centrale da cui partivano le rampe spaziose di una scalinata di marmo. Passò davanti a una pendola inglese e a due bacheche
in stile cinese contenenti costose rarità. Alla sua destra si apriva una galleria di porcellane, con tavoli del XVIII secolo ingombri di oggetti d’avorio,
smalti e alcuni oggetti da collezione della Adelgade Glasvaerker del XIX secolo. In fondo a una sala principale, divisa da quattro colonne ioniche,
trovò una scalinata posteriore, molto probabilmente usata, un tempo, dal personale della casa.
Cominciò a salire.
Entrare era stato facile. Sapeva che molti di quei vecchi palazzi non erano dotati di allarme. Il sistema di sicurezza preferito era invece costituito
da sensori di movimento interno ma, durante la sua prima visita, non ne aveva notati. Forse pensavano che lì dentro i ladri non avrebbero perso
tempo a rubare nulla, o forse era un problema di costi.
Lei procedeva con passo leggero, i sensi in allerta, la pistola al fianco. Si fermò sul primo pianerottolo e guardò giù verso il pianterreno,
tendendo le orecchie; ma non udì nulla.
Si scrollò di dosso l’apprensione.
Prendi la lampada, esci e basta.

Malone non aveva idea di dove stesse andando, ma i tre uomini davanti a lui non avevano quel problema. Si muovevano per le stanze secondo un
percorso preciso, seguendo il localizzatore che uno di loro aveva ancora in mano. Lui restava indietro, nascondendosi dietro i mobili e stando
attento alle suole di gomma sul pavimento di marmo. Era in una galleria, di giorno probabilmente luminosa e ariosa grazie ai bovindi affacciati sul
giardino posteriore.
Sbirciò dentro quella caverna tenebrosa e vide soffitti di smalto e legno intagliato. Alla sua sinistra si apriva una stanza con le pareti rivestite di
materiale che sembrava cuoio. Sentiva ancora il profumo di rose, gigli e biancospino dalla porta della terrazza. Era accovacciato dietro una
poltrona imbottita con lo schienale alto, in attesa che i tre si addentrassero nel museo.
Alla sua sinistra, un movimento attirò la sua attenzione.
Altri tre uomini entrarono dalla porta del terrazzo.
Lui rimase nascosto nel buio.
Due dei nuovi arrivati stavano ritti, a testa alta. Uno si muoveva con la lentezza dell’età e, grazie ai minuscoli lampi di luce proveniente
dall’esterno, Malone ne scorse il volto: un uomo anziano, decisamente.
Uno di loro portava un arco e una faretra di frecce a tracolla. Non è roba che si veda tutti i giorni.
Tutti e tre si mossero furtivamente, in silenzio, poi si fermarono; il più anziano indicò la strada a quello con l’arco, che scomparve rapidamente
nel palazzo. Gli altri due esitarono, poi lo seguirono.
Malone lasciò la stanza varcando un secondo portale, lontano da dov’erano andati gli altri, e si diresse verso la parte anteriore del museo, fino a
trovare l’ingresso principale.
Dietro un piccolo tavolo che sembrava fungere da biglietteria c’era il negozio di souvenir. Vi entrò, badando a non distogliere l’attenzione da
quanto poteva accadere alle sue spalle, ma non udì nulla.
Scorse un libriccino che descriveva il palazzo in diverse lingue, tra cui l’inglese. Lo prese e si avvicinò a una finestra. In terza di copertina c’era
una mappa dei quattro piani. Notò tre scalinate e molte stanze. Al terzo piano c’era uno spazio denominato BOUDOIR CINESE. Non c’erano altre
stanze dal nome simile.
Era lì che Cassiopea aveva nascosto la lampada?
Malone si orientò e decise di usare una delle scale secondarie.

Cassiopea arrivò in cima alla scalinata e si diresse rapidamente verso il boudoir cinese. Le pareti erano coperte di specchi coi bordi dorati, e il
pavimento da un pregiato parquet. C’erano porcellane orientali appoggiate su cassapanche intarsiate. Era stata una di quelle, un mobiletto rosso
laccato con eleganti finiture, a risolvere il problema di Cassiopea. Aveva pensato che di certo quei mobiletti non venivano regolarmente
ispezionati. A quanto le era stato dato di capire, si trattava di un museo minore, di scarsa importanza, fatto soltanto per preservare il gusto
ricercato di un proprietario che era stato ricco, e che almeno per pochi giorni poteva costituire un buon nascondiglio.
Rientrò velocemente nel boudoir, andò al mobiletto e lo aprì. La lampada era esattamente dove l’aveva lasciata. Cassiopea non aveva un posto
dove riporla. Pensò che avrebbe trovato una borsa più tardi, e prendere un treno diretto per Copenhagen cominciava a sembrarle una buona idea.
Una volta lì, avrebbe potuto decidere la mossa successiva.
Sollevò la lampada.
Una testa di drago su un corpo di tigre alata. In casa di Pau Wen aveva notato che la lampada conteneva un liquido di qualche tipo, l’apertura
sigillata con la cera.
Alle sue spalle, un rumore.
Si girò.
Nel buio tutto sembrava congelato.
A tre metri da lei, sotto l’arcata che portava all’ingresso, apparvero due sagome. Una terza si materializzò bloccando l’altra uscita a sinistra di
Cassiopea.
Spuntarono i profili di pistole puntate su di lei.
«Posa quella lampada», disse uno dei due, in inglese.
Lei considerò la possibilità di uscire sparando all’impazzata, poi decise che era una sciocchezza.
Non poteva sfuggire a tutti e tre.
«Anche la pistola», aggiunse la voce.
28

Non appena ebbe raggiunto la sommità della scalinata, Malone udì una voce: un uomo che parlava di una lampada e di una pistola. A quanto
pareva, uno dei sei individui che si trovavano nel museo aveva trovato Cassiopea. Lui ricordò dalla mappa che il boudoir cinese era alla sua
sinistra, dopo una galleria di ritratti con una collezione di miniature, la prima porta lungo il corridoio.
Attraversò la galleria, passando tra sagome scure, attento a non urtare nulla. Arrivato a una porta d’uscita, una rapida occhiata confermò che nel
corridoio c’erano due uomini, rivolti verso un’altra stanza.
Erano entrambi armati.
Le pareti erano costellate di elaborati dipinti in spesse cornici, mentre il pavimento era di legno e non di marmo come quello su cui Malone
aveva camminato fino a quel momento; ciò significava che avrebbe annunciato la sua presenza. Dal momento che doveva fare qualcosa e non
c’era tempo di andare tanto per il sottile, decise per l’approccio diretto. «Scusate», disse.
I due girarono sui tacchi.
Uno alzò la pistola e sparò.

Ni era al piano di sotto con Pau Wen. In quella situazione non c’era nulla che gli piacesse. Era un funzionario di alto rango del governo cinese – un
uomo irreprensibile, per cui la reputazione era tutto – ed eccolo lì, a entrare di nascosto in un museo belga.
Udì una voce dall’alto della scalinata principale.
Poi un’altra.
E uno sparo.
Pau disse qualcosa al terzo uomo – che era tornato un attimo prima –, quindi lo congedò con un breve scatto del polso.
Lui schizzò su per le scale.
«La situazione potrebbe aggravarsi. Lo confesso: pensavo che non ci sarebbe stato nessuno, qui. A quanto pare mi sbagliavo. Dobbiamo
andarcene», disse Pau.
Echeggiarono altri spari.
«Lassù è in corso un bello scontro», osservò Ni.
Pau lo prese per un braccio e si diressero verso la porta del terrazzo. «Motivo in più per andare via. Possiamo tornare dov’eravamo prima,
lontano dal giardino, e osservare. Il mio socio farà il possibile per assicurarsi la lampada. Lui è...»
«Sacrificabile?»
«Pensavo soltanto abile. Ma è certamente tutte e due le cose.»

Cassiopea udì qualcuno dire: «Scusate», vide i due uomini reagire e decise di approfittare di quel momento di distrazione per occuparsi del tipo
alla sua destra. Aveva appoggiato a terra la lampada ma, invece di lasciare la pistola come le era stato ordinato, si girò e sparò al terzo uomo.
Il vano della porta era vuoto.
Raccolse la lampada proprio mentre i due sotto l’arcata aprivano il fuoco. Se non fosse stata una persona di buonsenso, avrebbe giurato che
quella era la voce di Cotton. Ma sarebbe stata una coincidenza troppo grande perfino da sperare.
Spararono altri colpi, ma non diretti a lei.
Decise che, essendo gli altri due occupati, il terzo uomo costituiva la minaccia più grande. Quindi schizzò verso la soglia, sbirciò nella stanza
successiva e non colse nessun movimento. La stanza era piena di sagome scure, mobili e arazzi. A dieci metri da lei si apriva un’altra uscita, e in
mezzo c’erano molti nascondigli.
Tutti problemi.
Ma non aveva scelta.

Malone era intrappolato in una tempesta di fuoco. Aveva una Beretta completamente carica, ma un solo caricatore di ricambio, perciò resistette
all’impulso di rispondere al fuoco.
Fortunatamente aveva previsto l’attacco e si era infilato nella stanza accanto, subito dopo aver distratto la loro attenzione da Cassiopea.
Almeno ora erano concentrati su di lui.
I proiettili frantumavano i vetri e scheggiavano il legno. Alla sua sinistra, un vaso aggiunse i propri grossi frammenti alle macerie di porcellana sul
pavimento.
Stephanie lo avrebbe ammazzato, ma quello che stava succedendo non era colpa sua. Nessuno lo aveva avvertito che poteva diventare un
remake della Sfida all’OK Corral.
Ora basta, decise, e rispose con tre colpi. Almeno ora sapevano che era armato. Sentì che stavano cambiando posizione. Sparò altre due volte
e abbandonò il nascondiglio, lanciandosi lungo il corridoio, verso il punto in cui prima c’erano i due uomini.
Ma erano spariti, certamente stavano ripiegando verso la scala principale.
Era tempo di trovare un alleato. «Cassiopea, sono Cotton!»

Cassiopea udì Malone che la chiamava, ma non poteva rispondere. Il terzo uomo era vicino. Ne avvertiva la presenza, nell’arco di pochi metri,
nascosto nel dedalo di mobili che si stendeva davanti a lei. Aveva approfittato del rumore degli spari per spostarsi lentamente verso l’arcata che
conduceva all’esterno.
Ma la sua nemesi stava probabilmente facendo lo stesso.
Si accovacciò dietro una poltrona con lo schienale alto e raggiunse la soglia, avanzando con la lampada in una mano e la pistola nell’altra.
Facendo il giro da quella parte, avrebbero potuto prendere gli uomini tra due fuochi, Cotton da una parte del corridoio e lei e dall’altra.
Malone schizzò da una stanza alla successiva, attraversando il corridoio. I due uomini erano davanti a lui, o almeno lo credeva, e il fuoco era
cessato.
Il che era un problema.
Udì un rumore come di metallo piegato.
Un odore gli riempì le narici.
Gli tornarono in mente i due contenitori che il primo gruppo di uomini aveva trasportato all’interno: si era domandato che cosa contenessero.
Cosa aveva detto il loro capo?
Non si sa mai.
Malone scorse qualcosa di melmoso che rifletteva la fievole luce proveniente dall’esterno e che colava sul pavimento di legno verso di lui.
Colse un odore dolce.
Benzina.
Capì quello che stava per succedere e riuscì a buttarsi indietro proprio mentre una raffica di vento si scagliava verso di lui, seguita dalla luce
accecante e dal calore intenso delle fiamme.
29

Ni e Pau Wen scapparono dal giardino del museo, attraversarono il vialetto posteriore e il parcheggio coperto di ghiaia e cercarono rifugio tra le
ombre degli edifici dell’isolato accanto. Gli spari erano cessati e Ni si sarebbe aspettato di udire sirene in avvicinamento. Qualcuno aveva
certamente chiamato la polizia.
«Non dovremmo andarcene?» domandò a Pau.
«Dobbiamo vedere che cosa succede.»
Tornò a guardare il museo e colse un bagliore alle finestre del terzo piano. «Va a fuoco!»
Raggi di luce tagliavano l’oscurità mentre il terzo piano del museo avvampava.
«Questo potrebbe essere un problema, sotto numerosi punti di vista», disse Pau, gli occhi piantati su quella devastazione.
Ni non voleva sentirlo. «Le dispiace spiegarsi?»
«Speriamo che il mio fratello ce la faccia. E in fretta.»

Cassiopea barcollò per l’inattesa esplosione di calore. Le bruciavano gli occhi per il lampo di luce generato dalle fiamme. Il suo campo visivo era
invaso da puntini e si sforzava di distinguere quello che aveva davanti e dietro di sé.
Il corridoio stava bruciando.
Malone era da qualche parte in fondo, oltre la stanza cinese. Inutile andare per il sottile, ormai. «Cotton!»
Nessuna risposta, e il suo silenzio era intollerabile quanto il calore.
Alla sua sinistra scendeva la scala principale, preceduta da un pianerottolo stretto. Il pavimento di legno del corridoio, rovere vecchio di secoli,
ardeva con vigore e l’intonaco del muro stava per unirsi alla festa.
Doveva andarsene di lì.
Ma non senza Cotton.
Sapeva che c’era un’altra via per scendere, la scala che aveva usato per salire, ma in quella direzione le fiamme bloccavano completamente la
strada. Aveva ancora la lampada e la pistola, e decise di vedere se per caso Cotton fosse venuto avanti, passando per le stanze collegate sul lato
opposto del corridoio.
Nessun segno dei tre uomini.
Si voltò e vide l’origine del problema: due barattoli di metallo rovesciati sul pavimento, entrambi in fiamme.
Cassiopea arrivò in fondo al corridoio, dove si apriva la balaustra di marmo della scalinata principale che voltava a destra e scendeva al
secondo piano. Il corridoio non si estendeva oltre l’inizio delle scale, e lei si trovò di fronte un muro di pietra. Sbirciò con cautela e non vide
movimenti nel bagliore delle fiamme. Qualcosa dietro di lei si spezzò e crollò: il soffitto del corridoio cedeva, la vecchia casa si stava rapidamente
arrendendo. Forse i tre uomini erano fuggiti? Non avevano motivo di trattenersi lì, a parte il fatto che volevano la lampada. Ma potevano aspettarla
fuori.
Le scale cominciavano a cinque metri da lei.
Schizzò in avanti.
Stava per girare in direzione delle scale, quando qualcosa la colpì dietro le ginocchia. Un paio di braccia le strinse le gambe. Lei cadde in
avanti, sbattendo contro il muro di marmo.
Un uomo l’aveva afferrata.
Cassiopea dimenò le gambe, picchiando la pistola sulla testa dell’aggressore. Era nerboruto e forte, ma lei riuscì a liberarsi e a scivolare via.
La lampada e la pistola le sfuggirono di mano.
Un calcio fece volare la sua arma verso la balaustra, dove scomparve oltre il bordo tra due colonnine spesse.
Cassiopea balzò in piedi.
Il suo aggressore era vestito di nero, il volto incappucciato in un passamontagna di lana. Pesava all’incirca quindici chili più di lei. Cassiopea si
tuffò, lo colpì con la spalla in pieno petto e lo spedì contro il muro.

Malone si sentì chiamare da Cassiopea, ma decise di non rispondere. Aveva visto tre sagome avanzare rapidamente nel buio, tutte dirette verso
la scala principale. Era riuscito ad avvicinarsi furtivamente, attraversando l’infilata di stanze, attento a muoversi tra le figure scure. Il fumo si stava
addensando; sia respirare sia vedere stavano diventando un problema.
Udì rumori di colluttazione e vide qualcosa scivolare sul pavimento in fiamme. Corse alla soglia e individuò l’oggetto: piccolo, lungo una trentina
di centimetri e alto circa cinque.
Una testa di drago su un corpo di tigre alata.
La lampada?
Si chinò per raccoglierla ma mollò subito la presa. L’esterno in bronzo era rovente. Con la scarpa la fece scivolare via dalle tavole di legno
ardenti spostandola nella stanza in cui si trovava lui, che aveva ormai tre pareti su quattro in fiamme.
Doveva proprio andarsene.
Gettò uno sguardo nel corridoio, verso la cima delle scale, e vide Cassiopea con un uomo vestito di nero.
Stavano lottando.

Ni guardava bruciare il museo Dries Van Egmond. I due piani più alti erano ormai in fiamme, lingue rosse che ruggivano fin oltre il tetto, andando a
lambire la notte. Il calore e la pressione infrangevano le finestre, che vomitavano vetro nel giardino.
«Gli antichi cinesi erano molto più bravi nella produzione del vetro. Una qualità assai superiore a quella che l’Europa abbia mai prodotto»,
commentò Pau.
Ni si domandò quanto fosse opportuna quella lezione di storia, visto lo spettacolo che avevano di fronte.
«Sapeva che nella fossa dei guerrieri di terracotta abbiamo scoperto che le armi sulle statue – spade e pugnali emersi dalla terra affilati, lucenti
e per nulla ossidati – erano fatti di materiali capaci di prevenire la ruggine? Alla fine abbiamo scoperto che si tratta di una lega di rame e stagno
combinata con altri undici metalli come cobalto, nichel, cromo e magnesio. Riesce a immaginarlo? Oltre due millenni fa, i nostri avi avevano capito
come proteggere il metallo.»
«E con quella tecnologia ci siamo massacrati a vicenda», replicò Ni.
Pau teneva lo sguardo fisso sul fuoco. «Lei non è molto favorevole alla violenza, vero?»
«Non serve mai a conseguire obiettivi a lungo termine.»
«Uno Stato efficiente impartisce sette punizioni ogni tre ricompense. Uno Stato debole impartisce cinque punizioni ogni cinque ricompense. È
dimostrato.»
«Se la vita di una persona non ha valore, allora la società che forgia quella vita non ha valore. Come si potrebbe credere altrimenti?»
«Gli imperi, per loro natura, sono repressivi.»
«Non la preoccupa che in quell’incendio potrebbero morire delle persone? Una di queste è un suo uomo.»
«Deve proteggere se stesso, è suo dovere.»
«E lei non si addossa nessuna responsabilità?»
«Naturalmente. Mi addosso il peso del suo fallimento.»
Ni non poteva – e non voleva – permettersi di avere così poco riguardo per la vita altrui. Non si dovrebbe mai mandare a morte una persona con
leggerezza. Lui non conosceva l’uomo che era lì dentro, ma era preoccupato per la sua incolumità.
Tutti i leader dovrebbero pensarla così.
O no?
«Lei è un uomo singolare», disse a Pau Wen.
«Lo ammetto. Ma non è stata una bella coincidenza per lei incontrarmi?»
30

Cassiopea si allontanò dal suo aggressore. Il calore dell’incendio, che infuriava a pochi metri da lì, era cresciuto d’intensità e le fiamme si stavano
facendo strada verso il pianerottolo. Fortunatamente, in quel punto i muri e il pavimento erano di marmo. Il fumo però si addensava, ogni singolo
respiro diventava un’impresa. Lei doveva trovare la lampada, ma c’era la questione dell’uomo in nero, che si alzò agilmente, pronto a un nuovo
round. Il cuore di Cassiopea martellava, battiti pesanti che le scuotevano le costole. Era spossata, aveva i muscoli indeboliti. Due giorni di tortura e
senza mangiare si facevano sentire.
L’uomo si tuffò su di lei.
Cassiopea lo schivò, gli afferrò il braccio e lo piegò all’indietro, cercando di buttarlo giù. Lui scalciava selvaggiamente e lei rischiava di perdere
la presa; l’uomo riuscì a capovolgere la situazione e a spingerla in avanti, contro la balaustra. Al di là della fitta ringhiera, si apriva un salto di dieci
metri.
Cassiopea rotolò in modo tale da trovarsi con la schiena premuta contro la ringhiera.
L’uomo la schiaffeggiò col dorso della mano, poi cercò di farla cadere. Lei sentì l’odore acre del sangue. Una scarica di adrenalina l’attraversò
mentre gli piantava il tacco dello stivale nell’inguine.
Lui si piegò in due, portando entrambe le mani al centro del dolore.
Cassiopea gli sferrò una ginocchiata in faccia e l’uomo vacillò all’indietro.
Lei avanzò stringendo il pugno.

Malone usò un lembo della camicia per avvolgervi la lampada, la cui superficie esterna era ancora calda. Sembrava compatta, con un’unica
apertura sulla testa da drago. Alla luce tremolante, vide pendere dal bronzo pezzetti della cera fusa che aveva sigillato la bocca. Colse un odore
familiare e avvicinò la lampada.
Petrolio.
Agitò il recipiente. Sembrava pieno per metà.
Vide dei caratteri cinesi incisi sulla superficie e immaginò che potesse essere la scrittura a rendere quell’oggetto tanto importante. Gli era già
capitato di vederlo: messaggi dal passato, d’importanza fondamentale ancora oggi. Ma, qualunque cosa fosse, lui doveva urgentemente levarsi
da quell’inferno di fuoco, finché era possibile.
Si voltò.
Un uomo era a un paio di metri da lui e bloccava l’unica uscita. Teneva una pistola all’altezza della vita e la puntava dritto davanti a sé.
«Deve far caldo sotto quel passamontagna», disse Malone.
«Dammi la lampada.»
Lui sollevò il manufatto. «Questa? L’ho appena trovata nel fuoco. Niente di speciale.»
«Dammi la lampada.»
Parlava inglese con un accento asiatico. Il fuoco ardeva tutto intorno a loro; non violento, ma si espandeva, nutrendosi del mobilio. Nuove dita
roventi si accendevano sul pavimento di legno tra lui e l’altro uomo.
Si avvicinò.
L’altro sollevò di più la pistola. «La lampada. Buttala qui.»
«Non credo che sarebbe una buona...»
«Buttala.»
Malone abbassò lo sguardo sulla testa del drago con la cera che gocciolava dalla bocca. Sentiva ancora l’odore del petrolio e decise che, se
quel tizio voleva la lampada, l’avrebbe avuta.
Scagliò il recipiente in aria e, mentre mollava la presa, lo fece ruotare con uno scatto del polso, badando a imprimergli appena la velocità
sufficiente a farlo cadere pochi passi più in là, così il suo aggressore avrebbe dovuto farsi avanti per afferrare la preda.
Osservò la testa del drago puntare verso terra e scorse le prime gocce di liquido che uscivano dalla bocca. Quando vennero a contatto col
calore del pavimento, con un sibilo e un lampo, il fuoco poté godersi un pasto soddisfacente.
L’uomo armato si fece avanti e afferrò la lampada per le ali, capovolta, a testa in giù, rovesciando il petrolio.
Sul pavimento divamparono altre fiamme mentre il combustibile si vaporizzava.
Il fuoco si alzò a cercarne ancora e, quando trovò la lampada, una sfera di calore e luce sbocciò tra le mani dell’uomo.
Un grido trafisse l’aria bollente e i vestiti dell’uomo presero fuoco. Lui lasciò cadere la lampada e la pistola e cominciò a sbattere le braccia
mentre gli indumenti si disintegravano.
Malone trovò la Beretta a terra e gli sparò due colpi al petto.
Il corpo incendiato crollò a terra.
Cotton si avvicinò e gli piantò un ultimo colpo in testa. «È più di quanto tu avresti fatto per me», borbottò.

Cassiopea colpì violentemente in faccia il suo aggressore. Era indebolito dal colpo all’inguine, stordito dal dolore e completamente senza fiato. Si
mise a tossire, boccheggiando alla ricerca di un po’ d’aria tra tutto quel fumo.
Ancora un pugno e crollò, restando immobile.
Il fuoco aveva ormai consumato il corridoio alla sua sinistra – pavimento, pareti e soffitto – e il fumo si diffondeva rapido. Anche lei tossì per
svuotare i polmoni dal fumo.
Due spari echeggiarono dal fondo del corridoio.
«Cotton!» chiamò lei.
Un altro sparo.
«Cotton, per amor di Dio, rispondi!»
«Sono qui», strillò lui.
«Puoi arrivare alle scale?»
«No. Esco da una finestra.»
Avrebbe dovuto andare ad aiutarlo. Lui l’avrebbe fatto, per lei.
«Ce la fai a uscire?» gridò lui sovrastando le fiamme.
«Qui la via è libera.» Cassiopea teneva gli occhi fissi sul corridoio del terzo piano, ormai completamente invaso dal fuoco. Si sentiva pulsare le
nocche e le dolevano i polmoni. Il calore era soffocante. Si rese conto di non avere scelta. Doveva andarsene. Ma... «Mi serve la lampada», gridò.
«Ce l’ho io.»
«Vado!» gli disse.
«Ci vediamo fuori.»
Cassiopea si voltò verso le scale, ma al piano di sotto qualcosa attirò la sua attenzione. Sul pianerottolo c’era un uomo dal viso smunto, gli occhi
neri piantati nei suoi. Stringeva fra le mani un arco con una freccia incoccata e tesa.
Lei non aveva più la pistola. Non c’era nessun posto in cui scappare.
L’uomo la teneva sotto tiro, le sue intenzioni erano chiare.
Era venuto per ucciderla.
31

Ni udì il rumore di un’altra finestra del terzo piano che andava in pezzi, seguito da qualcosa che volava fuori nella notte. Vide una sedia cadere nel
giardino sfasciandosi, poi un movimento di ombre all’interno dell’edificio. Venne gettato giù qualcos’altro. Un oggetto più piccolo ma pesante, che
cadde rapidamente, atterrando su un vialetto di ghiaia.
«Potrebbe essere quello che stiamo cercando», disse Pau.
Un uomo stava tentando di uscire, aggrappandosi ai rampicanti che venavano la facciata posteriore del museo. Non era dell’altezza e della
corporatura giuste per essere uno dei tirapiedi di Pau.
«È quello che è entrato dopo i tre.»
Lo pensava anche Ni.
Le sirene erano in avvicinamento. Presto la zona sarebbe stata piena di personale di soccorso.
«Dobbiamo vedere se quella era la lampada prima che quell’uomo tocchi terra», fece Pau.
Ni era d’accordo con lui. «Vado io.»
«Presto.»
Ni lasciò il loro nascondiglio e attraversò le tenebre per tornare al giardino. Teneva d’occhio l’uomo e notò che scendeva con agilità
aggrappandosi ai rampicanti. Il ministro decise di avvicinarsi con discrezione, avanzando non lungo i vialetti coperti di ghiaia tagliati con
precisione in mezzo alla flora profumata, ma lungo il bordo, per camminare sul terreno soffice e nascondersi nella fila di alti cipressi.
Oltrepassò la sedia in pezzi, poi cercò il punto in cui poteva essere atterrato l’oggetto piccolo e individuò una sagoma scura in mezzo a uno dei
sentieri.
Alzò gli occhi e vide l’uomo intento a scendere lentamente, alle prese coi rampicanti. La testa e gli occhi sembravano occupati a trovare appigli,
così Ni approfittò del momento e si avvicinò di soppiatto all’oggetto.
Lo prese in mano: era caldo.
Una testa di drago su un corpo di tigre con ali da fenice.
La lampada.

Malone si aggrappò agli steli e si spinse giù. Era riuscito a recuperare nuovamente la lampada dal fuoco, poi l’aveva buttata in giardino. Prima
aveva notato che la ghiaia di sotto era fine, come cuscinetti a sfera, perciò avrebbe dovuto garantire un atterraggio morbido.
Non gli dispiaceva che il tipo nel museo fosse morto. Se anche gli avesse consegnato la lampada, senza dubbio quello gli avrebbe sparato.
Si mantenne concentrato sui rampicanti, grato che fossero così rigogliosi, con gli steli carnosi ben agganciati al muro esterno. Il secondo piano
non aveva ancora preso fuoco, e il fumo saliva verso l’alto, lontano da lui. Lì sotto era decisamente più fresco e si respirava meglio.
Guardò giù per vedere quanta strada aveva ancora da fare e scorse un’ombra che strisciava accanto alla sedia distrutta. Vide la sagoma
raccogliere in fretta la lampada. «Non è tua», gridò.
La figura esitò un istante, guardò in su e poi schizzò via di corsa verso l’uscita dalla parte opposta.
Per osservare il ladro, Malone dimenticò i rampicanti. Allungò la mano alla cieca per afferrare un nuovo appiglio e la pianta cedette con uno
schianto.
Cadde di schiena.
E continuò a cadere.

Ni corse via dal giardino ma si guardò indietro quando sentì il rumore di qualcosa che si spezzava. Vide l’uomo cadere per dieci metri. Non c’era
modo di sapere se si era fatto male o si sarebbe alzato e l’avrebbe inseguito.
Ma lui non sarebbe rimasto lì per scoprirlo.
Varcò di corsa il cancello, attraversò il viale e raggiunse Pau Wen.
«Dobbiamo andarcene», disse il vecchio.
Decisione che Ni non poteva contestare: avevano corso abbastanza rischi, non poteva farsi scoprire lì.
«Mi rendo conto che lei è preoccupato per le persone all’interno del museo. Ma torneremo a casa e aspetteremo mio fratello. Allora
conosceremo la situazione.»

Cassiopea si rese conto che non c’era modo di fuggire. L’arciere avrebbe avuto campo libero per tirare finché lei non avesse raggiunto un
corridoio in fiamme che non offriva vie di fuga. Inoltre non sarebbe riuscita affatto ad avvicinarsi all’arciere, poiché la freccia l’avrebbe raggiunta
molto più velocemente di quanto lei potesse muoversi.
Game over.
Sperava che Cotton fosse riuscito a scappare. Lui le era mancato, ma soltanto in quel momento, guardando la morte in faccia, si rese conto di
quanto. Perché non glielo aveva mai detto? Mai nemmeno una parola. Perché si erano lasciati coinvolgere in quella danza in cui nessuno dei due
voleva impegnarsi, eppure nel momento del bisogno si rivolgevano sempre l’uno all’altra?
Rimpianse di non essere riuscita ad aiutare Lev Sokolov. Si domandò che cosa sarebbe accaduto a suo figlio: molto probabilmente non lo
avrebbero visto mai più. Lei ci aveva provato, aveva fatto tutto quello che poteva.
Ma non era stato sufficiente.
Strani, i pensieri di una persona di fronte alla morte. Forse c’era un istinto che portava a galla ogni rimpianto. Era quello che Henrik Thorvaldsen
aveva sperimentato a Parigi? Se era così, forse Cotton aveva ragione e il loro amico era davvero morto pensando di essere stato tradito. Che
cosa terribile. Specie perché non era vero. Finalmente capiva l’angoscia di Cotton, i suoi rimpianti per non aver sistemato le cose, e anche lei
avrebbe desiderato un’altra occasione.
«Tou qie zhu ren de zei bi si wu yi», disse l’arciere.
Lei non capiva il cinese, quelle parole non significavano nulla. «Falla finita», gridò, in attesa dello schiocco della corda dell’arco, e poi della
freccia che le avrebbe perforato la carne.
Avrebbe sentito dolore?
Non per molto.
Due detonazioni la fecero sobbalzare. L’arciere barcollò e lei vide che gli avevano sparato. Cassiopea si tuffò a destra nell’istante in cui lui
scoccava la freccia, che non trovò altro che il marmo.
Lei si tirò su e guardò oltre le colonne della balaustra.
Un uomo era salito dal piano inferiore e si era fermato sul pianerottolo dove il corpo dell’arciere giaceva scosso da spasmi violenti.
Un altro sparo, e ogni movimento cessò.
Viktor Tomas si girò verso di lei.
Il suo sguardo non le piacque. Di certo era arrabbiato per essere stato aggredito in quella casa; eppure era lì, con la pistola di lei, quella che le
era caduta, e gliela puntava dritta in faccia, stringendola con le due mani.
Cassiopea si trovò davanti lo stesso dilemma che aveva affrontato con l’arciere.
Nessuna via di fuga.
Viktor sparò.
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33

Si stese sulla panca imbottita e si preparò. Le gambe divaricate, i genitali esposti. Secoli prima esisteva un posto, un ch’ang tzu, situato fuori
dai cancelli del palazzo, dove il servizio veniva eseguito da specialisti per la modesta somma di sei tael. Insegnavano anche la tecnica ad
apprendisti, trasformando così una professione in una tradizione. Lo specialista che aveva di fronte adesso era abile quanto quegli artigiani,
anche se lavorava soltanto per i fratelli.
L’ultima pulizia era finita.
L’acqua calda pepata pizzicava.
Lui era rimasto rigido mentre i due assistenti gli avvolgevano strettamente l’addome e le cosce con le bende. Riusciva a malapena a
respirare, ma capiva perché lo facevano.
Avrebbe sofferto?
Scacciò dalla mente quel pensiero.
Il dolore non aveva importanza: soltanto il suo giuramento contava. Il vincolo. I fratelli. Loro erano tutto per lui. Il suo insegnante lo aveva
introdotto nel Ba e ora, dopo tanti anni di studio, sarebbe entrato a farne parte. Che cosa avrebbero detto suo padre e sua madre? Sarebbero
stati mortificati. Ma loro erano nullità incapaci di vedere. Strumenti da usare, come una pala o un rastrello, e da gettare quando si rompevano o
non erano più necessari. Lui non voleva essere così.
Lui voleva comandare.
Lo specialista annuì e lui si sistemò sulla sedia, allargandogli ancora di più le gambe. I fratelli gliele bloccarono. Parlare, ammettere
l’imminenza del dolore, sarebbe stato un segno di debolezza, e nessuno dei fratelli poteva essere debole.
Soltanto i forti erano ammessi.
Vide il coltello, piccolo e curvo.
«Hou huei pu hou huei?» gli fu domandato.
Scosse lentamente la testa. Non lo avrebbe mai rimpianto.
Accadde in fretta. Due fendenti, e lo scroto e il pene erano stati tagliati.
Lui attese il dolore. Sentiva sgorgare il sangue dalla ferita, la pelle bruciare, le gambe tremare. Ma nessun dolore.
Guardava gli organi che venivano posti su un vassoio d’argento, con un cerchio di sangue intorno alla carne, quasi fosse un piatto ben
guarnito al ristorante.
Poi il dolore arrivò. Acuto. Amaro. Straziante.
Lo strazio esplose nel cervello. Il corpo era tutto scosso.
I due uomini continuavano a trattenerlo con forza. Lui tenne la bocca chiusa. Le lacrime traboccavano, ma lui si morse la lingua per
riprendere il controllo.
Il silenzio era l’unica reazione accettabile.
Un giorno avrebbe guidato i fratelli, e voleva dicessero che aveva accettato la sua iniziazione con coraggio.

Tang ripensò a quel giorno di trentasei anni addietro. Era rimasto immobile mentre coprivano la ferita di carta bagnata, strato su strato, finché
l’emorragia non era cessata. Aveva combattuto lo choc che si propagava nei nervi, mantenendo una blanda presa sulla realtà. I tre giorni seguenti
erano stati un’ulteriore prova, con lo strazio della sete e l’impossibilità di urinare. Ricordò di aver sperato che il quarto giorno il liquido scorresse.
E così era stato.
Era in piedi nel camper silenzioso, ricordava, si preparava a lasciare il sito di trivellazione. Ormai ripensava di rado a quel giorno, ma quello era
un momento speciale.
Il suo telefono satellitare squillò.
Trovò l’apparecchio e osservò il numero sul display: intercontinentale, prefisso del Belgio. Conosceva bene quel numero: la residenza di Pau
Wen.
«Ho seguito le tue istruzioni alla lettera. Ho ordinato l’assalto a Ni Yong, mentre era lì a casa tua», esordì Tang.
«E io ho sventato l’assalto, come da programma. Il ministro Ni era pieno di gratitudine e ora mi crede suo alleato.»
«Dov’è adesso?»
«Tra breve sarà in viaggio per la Cina. Con la lampada.»
«La lampada doveva essere mia.»
«Non ha più importanza. Il petrolio è andato. Bruciato», disse Pau.
«Mi avevi assicurato che avresti preso la lampada.» Il tono di voce si era alzato. «Avevi detto che mi sarebbe stata consegnata intatta, non
appena Ni avesse lasciato il Belgio.»
«E tu non avresti dovuto disturbare Cassiopea Vitt. Avrebbe dovuto portarti la lampada», ribatté Pau.
«Non potevamo fidarci.»
«Quindi l’hai rapita, sperando di conquistarti la preda con la forza?»
«Ho fatto ciò che credevo meglio.»
«E dovevi soltanto attaccare Ni Yong. Non uccidere me», aggiunse Pau con calma.
Tang si controllò.
«Abbiamo ucciso tre degli uomini che hai mandato, e catturato il quarto. Non voleva assolutamente collaborare, ma alla fine mi ha detto che lui e
gli altri avevano avuto ordine di uccidere il ministro Ni e me. Nella mia residenza nessuno doveva restare vivo. Ha detto che i tuoi ordini in
proposito erano chiari. Naturalmente non era un fratello, soltanto un uomo pagato per fare un lavoro che non è riuscito a fare.»
Il momento era arrivato. «Di te non abbiamo più bisogno», disse a Pau.
«Da queste parole devo dedurre che hai assunto il controllo della fratellanza? Il Ba ora risponde a te?»
«È così da un decennio. Sono l’unico maestro che conoscano.»
«Ma io sono l’Egemone. Il loro leader regolarmente eletto.»
«Che ha abbandonato noi, e il nostro Paese, da anni. La tua partecipazione non è più richiesta.»
«Sicché hai ordinato la mia morte?»
«Perché no? Sembrava la giusta linea d’azione.»
«Sono stato io a concepire quest’impresa. Sin dal principio. Tu non eri che un giovane iniziato, un novellino.»
«È stato quando hai trovato i testi di Confucio nel sito dei guerrieri di terracotta?»
«Che cosa ne sai, tu?»
«La cripta è stata riscoperta pochi giorni fa. Dentro hanno trovato il tuo orologio.»
«Allora l’avevo davvero perduto lì... L’ho sospettato a lungo. Ma come ovvio avevo intenzione di tornare ed esaminare ulteriormente quella
camera. Purtroppo non ne ho mai avuto l’occasione.»
«Perché hai sottratto soltanto i testi confuciani?»
«Per preservarli. Se i ricercatori e gli archeologi di Mao li avessero scoperti, non sarebbero mai sopravvissuti. Mao disprezzava Confucio.»
«La biblioteca è andata. Bruciata.»
«Non sei migliore di loro.»
Il tono insolente lo infastidì. «Non sono più un giovane iniziato. Sono il primo vicepremier della Repubblica Popolare Cinese. Pronto a diventare
il prossimo premier e presidente.»
«Tutto grazie a me.»
L’altro ridacchiò. «Per niente. Tu sei sparito da tanto tempo. Abbiamo messo in atto il tuo piano senza il tuo aiuto. Perciò resta pure nel tuo
rifugio al sicuro in Belgio: la Cina non sa cosa farsene, di te.»
«Però la tua nemesi sta tornando a casa molto più saggia. Ora il ministro Ni sa del Ba. Potrebbe benissimo ostacolarti.»
«Ni non è alla mia altezza.»
«Ma io sì.»
«Non puoi rientrare in Cina legalmente. Non verrà rilasciato nessun visto. Su questo, ho il controllo assoluto. Anche ai pochi fratelli che hai a tua
disposizione sarà impedito di ritornare.»
«Non tutti ti sostengono», lo avvertì Pau.
Tang sapeva che quello avrebbe potuto rivelarsi vero, ma contava sul successo per conquistarsi gli eventuali indecisi. «Ne ho abbastanza. Ti
auguro una vita breve, Pau.»
Chiuse la comunicazione.
Non c’era altro da dire.
Gli venne in mente una lezione appresa tanto tempo prima, durante l’addestramento per diventare un fratello.
Non mostrare mai le tue intenzioni.
Sorrise.
Non necessariamente.
34

Ni passeggiava per la sala espositiva di Pau Wen, aspettando il ritorno del suo ospite. Quand’erano tornati al complesso, Pau si era scusato e lo
aveva lasciato solo. Mentre rientravano da Anversa in auto, Ni aveva chiamato Pechino e parlato col suo primo assistente, chiedendogli un
rapporto immediato sulle attività di Karl Tang. Contrariamente a quanto Pau Wen poteva pensare, Ni teneva d’occhio Tang da qualche tempo,
grazie a spie bene inserite nell’ufficio del primo vicepremier. Eppure nessuno aveva mai parlato di eunuchi o del Ba.
Sapeva già che Tang aveva lasciato la capitale il giorno prima, all’apparenza per incontrare funzionari locali a Chongqing, ma il vero scopo del
suo viaggio era stato sovrintendere all’esecuzione di un certo Jin Zhao, la cui condanna per tradimento era stata recentemente confermata dalla
Corte Suprema del Popolo. Ni aveva incaricato il suo assistente capo di raccogliere notizie sul caso Zhao, e sull’interesse di Tang per la morte
dell’uomo.
La vibrazione del cellulare lo fece sobbalzare. Il suo staff era stato veloce, come al solito. Rispose, sperando che Pau tardasse almeno qualche
minuto ancora, giacché quella conversazione doveva svolgersi in privato.
«Jin Zhao era un geochimico sperimentale che lavorava per il ministero dello Sviluppo Geologico», riferì il suo assistente. «Si suppone che
abbia passato ai russi informazioni riservate sulle esplorazioni petrolifere.»
«Che tipo d’informazioni?»
«La documentazione è muta. Segreto di Stato.»
«E l’agente russo?»
«Nessun cenno.»
«Queste informazioni sono state passate davvero?»
«No. Un tentativo è fallito, o almeno così risulta agli atti del processo. Comunque pure il nome che mi ha dato, Lev Sokolov, è venuto fuori
durante il procedimento.»
Ni aveva seguito il consiglio di Pau e chiesto al suo ufficio un dossier e informazioni sui movimenti attuali di Lev Sokolov.
«È un russo che lavorava con Jin Zhao in un centro di ricerche petrolchimiche a Lanzhou, un laboratorio sotto la giurisdizione diretta del
ministero dello Sviluppo Geologico.»
Valeva a dire che il centro era controllato da Karl Tang. «Zhao e Sokolov erano colleghi?»
«Lavoravano a un progetto sperimentale riguardante esplorazioni petrolifere avanzate. Questo è ciò che rivela il bilancio del centro. Non
conosciamo altri dettagli.»
«Scopriteli, allora.» Ni sapeva che i sistemi c’erano, specialmente nel suo dipartimento.
L’assistente gli riferì dell’intensa notte di Tang, del suo viaggio da Chongqing al sito dei guerrieri di terracotta. Curiosamente, parte di una delle
fosse del museo era stata distrutta da un incendio, attribuito in prima battuta a un cortocircuito elettrico. Tang era già andato via al momento del
disastro; aveva raggiunto in aereo un sito di esplorazione petrolifera nel Gansu del Nord. Nulla di straordinario fin lì, dal momento che Tang
sovrintendeva l’intero programma di esplorazione petrolifera della Cina. «Ora è nel Gansu. Lì non abbiamo occhi od orecchie, ma non è
necessario. Conosciamo la sua prossima destinazione: Lev Sokolov è scomparso da due settimane. Gli emissari di Tang l’hanno trovato ieri a
Lanzhou. Il ministro ci sta andando in aereo.»
«Abbiamo uomini là?»
«Cinque. Pronti.»
Ricordò quello che aveva detto Pau Wen: Rintracci un certo Lev Sokolov... è la persona in grado di spiegare l’importanza della lampada.
«Voglio che arriviate a Sokolov prima di Tang.»
«Sarà fatto.»
«Io sto tornando.» Aveva già prenotato un volo da Bruxelles, che aveva confermato durante il viaggio in auto. «Sarò lì tra una quindicina di ore.
Mandami un’e-mail con tutto quello che verrai a sapere su Sokolov e Zhao. La leggerò in aereo. Voglio sapere che collegamento c’è tra loro e
perché Tang è così interessato a tutti e due.» Oltre la porta aperta scorse Pau Wen che attraversava il cortile diretto verso di lui. «Devo andare.»
Chiuse la chiamata e nascose il telefono.
Il vecchio entrò nella stanza. «Si è concesso un’altra occhiata alle mie meraviglie?»
«M’interessa di più la lampada.»
Quand’erano arrivati, Pau aveva consegnato il manufatto a uno dei suoi uomini. «Temo sia stata scalfita dal fuoco, e il liquido che conteneva non
c’è più.»
«Voglio riportarla in Cina.»
«Naturalmente, ministro. La prenda pure. Le chiedo soltanto di tenerla lontana da Karl Tang. Ho anche una notizia inquietante.»
Lui attese.
«Tang ha condotto una riunione virtuale con membri del Ba qualche ora fa. Un convegno notevole, mi dicono. Si stanno preparando per l’assalto
finale.»
Ni decise che era stufo di accettare con fiducia cieca tutto ciò che gli diceva quell’uomo. «Dov’è Tang?»
Pau lo soppesò con un’occhiataccia curiosa. «È un test, ministro? Per vedere se sono davvero così informato?» Il vecchio s’interruppe.
«D’accordo. Capisco il suo scetticismo anche se, dopo quello che è successo al museo, avevo sperato che stessimo facendo progressi. Ma
essere cauti è un bene. Aiuta a vivere molto più a lungo.»
«Non ha risposto alla domanda.»
«È in un sito di esplorazione petrolifera, nel Gansu settentrionale.»
Proprio quello che gli aveva riferito il suo assistente.
«Ho superato il test?»
«Cos’è questo assalto che sarebbe iniziato?»
Pau sorrise, lieto di constatare che aveva ragione. «Il Ba è tornato in vita, dopo decenni di sonno autoimposto.»
«Parto per la Cina.»
Il vecchio annuì. «La lampada è impacchettata e pronta.»
«E lei ancora non ha idea di quale sia la sua importanza?»
«So soltanto che la volevano sia il ministro Tang sia Cassiopea Vitt. Sulla superficie sono incisi dei caratteri. Forse sono importanti. Lei ha
certamente esperti capaci d’interpretarli.»
Li aveva sì, ma quel vecchio stava mentendo e Ni lo sapeva. Non importava. In Cina lo aspettava una guerra, e stava perdendo tempo. «Che
cosa è successo al museo?» Aveva davvero bisogno di saperlo.
«Sono stati estratti tre corpi. Immagino che uno appartenesse al mio fratello. Miss Vitt e altri due uomini sono stati portati via dalle autorità.»
«Che cosa succederà ora?»
«A lei, ministro? Niente. Per me, questo significa che Cassiopea Vitt tornerà qui.»
«Come lo sa?»
«Anni di esperienza.»
Ni era stanco della pedanteria di quell’uomo, sapendo ormai che il volto grigio e le parole scaltre mascheravano una mente dura e calcolatrice.
Pau era un espatriato che, chiaramente, era tornato a mettere il naso nella politica cinese. Ma stava in Belgio, ben lontano dal campo di battaglia.
Fuori dal gioco. Un punto, però, lo incuriosiva. «Che cosa farà quando tornerà Cassiopea Vitt?»
«Forse è meglio che lei non lo sappia, ministro.»
Ni era d’accordo con lui.
Forse era meglio.
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37

Belgio

Malone fissava l’uomo. Pur essendo mezzanotte passata, nero come la pece fuori e segni evidenti di spari all’ingresso, l’uomo anziano che aveva
aperto il portone – gambe corte, torace stretto, occhi orlati di rosso, appannati ma vigili – non sembrava turbato.
Un lieve sorriso gli affiorò alle labbra. Malone riconobbe quel volto.
Al museo, con altri due, uno dei quali portava arco e frecce.
Cassiopea aveva ragione: Pau Wen aveva davvero la lampada.
Lei non diede a Pau il tempo di reagire. Estrasse la pistola, la stessa che Viktor aveva usato per rintracciarla, e spinse la canna nel collo
dell’uomo. Con uno spintone, allontanò Pau dalla soglia e lo mandò a sbattere contro un muro di pietra, inchiodando qualche stelo di bambù
artificiale tra la sua vestaglia di seta e la parete. «Lei ha mandato quell’arciere a uccidermi», gli disse.
In cima a una breve rampa di larghi scalini apparvero due cinesi più giovani. Malone estrasse la Beretta e la puntò verso di loro, scuotendo la
testa per dire di non interferire. I due si fermarono, quasi sapessero che Cassiopea non avrebbe premuto il grilletto.
Buon per loro, se lo pensavano; lui non ne era così sicuro.
«Lei è entrata in casa mia e ha rubato la lampada minacciandomi con una pistola. Non avevo forse il diritto di recuperare la mia proprietà?»
Cassiopea armò il cane dell’arma.
I due in alto fecero per reagire, ma Malone li tenne al loro posto con la Beretta.
«Lei non ha mandato quell’uomo a uccidermi per via della lampada. Lei voleva che io prendessi quell’accidenti di cosa», disse Cassiopea.
«È stato il ministro Tang, non io, a cambiare questa situazione.»
«Forse dovremmo lasciarlo parlare, e può darsi che si sentirà più propenso a farlo se gli togli quella pistola dalla gola», consigliò Malone.
«Oggi sono venuti degli uomini per ammazzare anche me. Mandati da Tang. Vedete i segni su quella porta? Purtroppo per loro, sono morti nel
tentativo», disse Pau.
«E niente polizia?» domandò Malone.
Pau sorrise.
Cassiopea abbassò la pistola.
Il vecchio si lisciò la veste senza maniche e congedò gli altri due uomini con un cenno della mano.
«Lei sapeva che saremmo venuti.» Malone aveva letto quella certezza negli occhi dell’uomo.
«Lei, no. Ma Miss Vitt... ho capito che sarebbe stata qui prima del sorgere del sole.»

Ni aspettava d’imbarcarsi sull’aereo da Bruxelles a Pechino. Aveva usato il suo passaporto diplomatico per portare la lampada insieme col
bagaglio di bordo, e ritrovarla ad aspettarlo al terminal dopo l’atterraggio in Cina. Aveva già telefonato al suo ufficio, e in aeroporto ci sarebbe
stata un’auto pronta a condurlo direttamente lì. Sperava, per allora, di saperne di più sul Ba e sui legami che aveva con Karl Tang. Pareva che
nelle ultime ore niente fosse andato per il verso giusto, però adesso lui era decisamente più informato, e quello era un punto a favore. Pau Wen si
era dimostrato utile, forse anche troppo, ma ora a preoccupare Ni era soprattutto Tang.
Si udì l’annuncio: i passeggeri della prima classe potevano imbarcarsi.
Aveva prenotato quel posto di lusso per due ragioni: aveva bisogno di riposare, e poi la linea aerea offriva la connessione Internet durante il volo
ai passeggeri della prima classe, e lui doveva restare in contatto col mondo.
Si alzò.
Sentì vibrare il telefono in tasca e rispose.
«Non abbiamo Sokolov. I nostri uomini sono scomparsi. Nessun contatto da due ore», lo informò il suo assistente.
«Tang è a Lanzhou?»
«Ora è con Sokolov.»
Pensò in fretta. Avevano perso l’elemento sorpresa.
«Vuole che mandi altri uomini?»
La via da seguire sembrava chiara: ritirarsi, riesaminare, quindi decidere. «No. Teniamoci bassi. Ritiriamoci.»
«E Sokolov? Per lui potrebbe rivelarsi fatale.»
«Dobbiamo sperare che non sia così.»

Cassiopea seguì Malone e Pau Wen in una delle sale riunioni. Lei notò nuovamente le pareti in legno, i pannelli e i graticci, come pure gli arazzi di
seta antichi e le lanterne. Anche Malone si stava guardando intorno, senza dubbio concludendo, come aveva fatto lei durante la sua prima visita,
che quel luogo esprimeva ricchezza e gusto. L’illuminazione tenue a incandescenza diffondeva un caldo bagliore simile al lume di una candela,
che le calmava i nervi.
Una mappa aveva attirato l’attenzione di Malone, e l’aveva notata anche lei. Lunga un paio di metri e alta un metro, dipinta su seta fine, rigida e
a trama ruvida. Una serie di simboli cinesi ne incorniciava i quattro lati. Cassiopea ne ammirò i colori: cremisi, zaffiro, giallo e verde, tutti sbiaditi
da un sottile strato vitreo giallastro.
«Impressionante», commentò Malone.
«È la riproduzione di una cosa che ho visto una volta. Un’antica rappresentazione della Cina. Con qualche modifica», spiegò Pau. «Gli altipiani
del Gansu e del deserto del Qinghai a ovest. A sud fino al Guangdong e al Guangxi. Il mare a est, e a nord la Muraglia dei Diecimila Li’.»
A quell’espressione, Malone sorrise.
«I cinesi non la chiamano Grande Muraglia», precisò Pau.
La mappa era assai dettagliata, mostrava laghi e fiumi e, a quanto sembrava, strade che collegavano tra loro le città, tutte rappresentate da
pittogrammi.
Pau indicò alcune località. «Quella lì in fondo è Ling-ling, la città più meridionale. Chiu-yuan, accanto alla lunga muraglia, proteggeva il Nord.
Ch’i-fu e Wu difendevano il Mar Giallo. I fiumi che vedete sono il Wei, il Giallo e lo Yangtze.»
«È precisa?» domandò Malone.
«I cinesi erano ottimi cartografi. Sono stati loro a elaborare la tecnica, in realtà. Perciò, sì, è piuttosto precisa.»
Malone indicò l’estrema porzione sudoccidentale e quella che pareva una rappresentazione di montagne. I simboli indicavano un luogo in
particolare. «È un avamposto isolato.»

Pau annuì. «La Sala per la Conservazione dell’Armonia. Un antico sito che in realtà esiste tuttora, uno delle migliaia di templi della Cina.» Il loro
ospite accennò a due divanetti in rattan, e sedettero. Pau di fronte a loro su una poltrona cantonese.
Malone, evidentemente ricordando i ragguagli di Stephanie al telefono, ridusse al minimo i fatti e non accennò ai russi. Però disse: «Abbiamo
capito che la lampada non è importante; quello che Karl Tang voleva era il petrolio che vi era contenuto. Lei per caso sa dirci perché?»
Gli occhi di Pau rimanevano inespressivi e duri.
Durante la sua prima visita, Cassiopea non era consapevole delle capacità manipolatorie di quell’uomo, aveva creduto di controllare la
situazione. Ora vedeva un po’ più chiaro.
«So soltanto che Tang aveva bisogno di un campione di petrolio antico, per qualche scopo.»
«Lei è un bugiardo», affermò lei.
Pau si accigliò. «E se anche fosse? Voi che cosa avete da offrire per le informazioni che cercate?»
«Lei che cosa vuole?» Malone indicò la stanza. «È chiaro che non ha bisogno di soldi.»
«È vero, sono un uomo facoltoso. Ma di una cosa ho bisogno. Mi lasci fare una domanda a Miss Vitt: intende tornare in Cina?»
«Lei sa di Sokolov, del bambino, di Tang. Sa tutto quanto, giusto?»
«Può rispondere alla domanda?»
«Non intendevo tornarci. Ma adesso sì.»
«E il governo cinese non sarà al corrente del vostro rientro, immagino.»
«Credo che sarebbe la cosa migliore», disse Malone.
«Voglio accompagnarvi.»
«Perché dovremmo anche soltanto prendere in considerazione la sua richiesta?» domandò lei.
«So dove trovare un altro campione di petrolio di duemiladuecento anni fa.»

Tang aveva in mano un secchio di metallo che si era procurato sul sito di trivellazione, prima di andarsene, insieme con alcuni altri oggetti. Il suo
uomo era tornato con due ratti, uno dei quali di dimensioni ragguardevoli, trovati nel vicolo dietro l’edificio. Sapeva che non sarebbe stato difficile:
le costruzioni come quella ne erano infestate.
Sentiva le bestiacce sgambettare avanti e indietro in uno scatolone usato come gabbia improvvisata. Si rese conto che non ci avrebbero messo
molto a scoprire di poterci fare un buco. Grazie alle sue indagini sul passato di Sokolov, aveva scoperto che il russo soffriva di una terribile fobia
per i ratti, e ciò rendeva ancor più strano che avesse scelto un simile rifugio. Ma, date le circostanze, probabilmente non aveva molte possibilità.
Forse aveva pensato di andare sul sicuro, nascondendosi tra il milione e mezzo di abitanti di Lanzhou.
Tang tornò dove Sokolov era stato immobilizzato su una sedia con del nastro adesivo robusto, mani e piedi ancora legati. Aveva ordinato che
gli togliessero la camicia, lasciandolo a petto nudo. Dietro la sedia, sul pavimento, c’erano due pezzi di corda lunghi circa due metri, che aveva
portato lui.
Sokolov non aveva ancora visto i ratti, anche se certamente li aveva sentiti squittire.
A un cenno di Tang, la sedia fu rovesciata. Ora Sokolov si trovava a guardare il soffitto, la schiena sul pavimento, i piedi in aria. Lo scatolone fu
aperto e Tang buttò i ratti nel secchio. Il metallo scivoloso non offriva presa ai loro artigli, ma cercavano invano di arrampicarsi.
Si avvicinò a Sokolov. «È ora che tu capisca fino a che punto faccio sul serio.»
38

Belgio

Dalla telefonata con Stephanie, Malone aveva sentito abbastanza da sapere che qualche giorno prima Pau Wen aveva manovrato Cassiopea, e
ora ci stava riprovando. «Perché vuole tornare in Cina? Mi hanno detto che è scappato dal Paese decenni fa.»
«E qual è la sua parte in questa faccenda?» domandò Pau.
«Io sono il suo agente di viaggi. Quello che può prenotarle il biglietto, ammesso che lei mi stia simpatico», rispose Malone.
Pau sogghignò. «Una rivoluzione è imminente. Forse anche sanguinosa. In Cina, i mutamenti di potere sono sempre andati di pari passo con
morte e distruzione. Karl Tang ha intenzione di assumere il controllo del governo, in un modo o nell’altro.»
«Perché gli serve un campione di petrolio vecchio di secoli?» volle sapere Cassiopea.
«Conoscete la storia del Primo Imperatore, Qin Shi?» chiese loro Pau.
Malone aveva letto qualcosa: vissuto duecento anni prima di Cristo, cento anni dopo Alessandro Magno, aveva unificato in un impero diversi
Stati in guerra, formando quella che in seguito avrebbe preso da lui il nome di Cina. Il primo a farlo, dando inizio a una serie di dinastie che
avevano governato fino al XX secolo. Autocratico, crudele, ma anche visionario.
«Potrei leggervi una cosa?» domandò Pau.
Lui e Cassiopea non obiettarono. In realtà, Malone desiderava sentire ciò che quell’uomo aveva da dire, ed era contento che pure lei
sembrasse pensarla allo stesso modo.
Il vecchio batté due volte le mani e uno degli uomini più giovani che avevano sorvegliato l’incontro al portone d’ingresso apparve con un vassoio
su cui era appoggiata una pila di fragili fogli di seta. Posò il vassoio sul grembo di Pau e si ritirò.
«Questa è una copia delle Memorie storiche o Shiji, come viene chiamato. Doveva essere un trattato sull’intera storia dell’umanità, da un punto
di vista cinese, fino all’epoca della morte del suo autore, nel 90 avanti Cristo. È la prima opera storiografica cinese.»
«È lei, guarda caso, ne possiede un originale? Qui pronto a mostrarcelo?» disse Malone.
«Come ho già detto, sapevo che lei sarebbe venuta.»
Malone sorrise. Quell’uomo era in gamba.
«L’autore dello Shiji era il grande storico della dinastia Han, Sima Qian. Si presume che abbia consultato gli archivi imperiali e che abbia molto
viaggiato, traendo le sue informazioni da documenti privati, biblioteche e ricordi personali. Purtroppo, alla fine Qian era uscito dalle grazie del suo
imperatore. Venne castrato e imprigionato, ma dopo la sua liberazione tornò segretario di palazzo e completò la sua opera.»
«Era un eunuco?» domandò Malone.
Pau annuì. «E anche parecchio influente. Questo manoscritto gode tuttora di prestigio immenso e ammirazione universale. Resta in assoluto la
miglior fonte esistente sul Primo Imperatore. Due dei suoi centotrenta capitoli trattano specificamente di Qin Shi.»
«Scritti più di un secolo dopo la sua morte», osservò Malone.
«Vedo che conosce la storia.»
Malone si batté un dito sul cranio. «Ho memoria per i dettagli.»
«Lei ha ragione. È stato scritto molto tempo dopo la morte del Primo Imperatore. Ma è tutto ciò che abbiamo.» Pau accennò al primo foglio di
seta, brunito e macchiato come se qualcuno vi avesse rovesciato sopra il tè. Si vedevano caratteri sbiaditi, incolonnati. «Posso leggervi una
cosa?» chiese ancora.

E il Primo Imperatore fu sepolto presso il monte Li.


Da quand’era salito al trono, Qin Shi aveva incominciato gli scavi e le costruzioni presso il monte Li e, una volta radunato nelle sue
mani tutto l’impero, più di settecentomila operai erano stati inviati a faticare in quel luogo.
Avevano scavato attraverso tre fonti sotterranee, e gettato bronzo fuso per fare la bara esterna e per i modelli dei palazzi, dei padiglioni e
degli uffici governativi di cui la tomba sarebbe stata riempita.
E vi erano meravigliosi strumenti e gioielli preziosi e oggetti rari venuti da lontano. Agli artigiani era stato ordinato di costruire trappole
con balestre, in modo tale che chiunque violasse la tomba andasse incontro a morte istantanea.
Con l’argento vivo essi avevano creato i cento fiumi della nostra terra, il Fiume Giallo e lo Yangtze, e il vasto mare, e vi erano macchine
che tenevano in movimento le acque. Le costellazioni dei cieli erano state riprodotte in alto, e le regioni della terra in basso.
Furono preparate torce con l’olio destinate ad ardere per lungo tempo. Alle concubine che erano senza figli fu ordinato di seguire
l’imperatore nella morte, e tra gli artigiani e gli operai neppure a uno fu consentito di uscire vivo da sottoterra.
Fu piantata vegetazione in modo tale che avesse l’aspetto di una montagna.

«Nessun sovrano, né prima né dopo, ha mai creato un monumento commemorativo di simile grandezza», disse Pau. «C’erano giardini,
recinzioni, cancelli, torri d’angolo e palazzi immensi. Perfino un esercito di terracotta, migliaia di figure a montare la guardia, in formazione da
battaglia, pronte a difendere il Primo Imperatore. La circonferenza totale del complesso è di oltre dodici chilometri.»
«E quale sarebbe il punto?» domandò Cassiopea, con voce impaziente. «Ho colto il riferimento alle torce fatte con un olio che doveva bruciare
per lungo tempo.»
«Quel tumulo esiste ancora, ad appena un chilometro dal museo dei guerrieri di terracotta. Ora è alto solo cinquanta metri – si è eroso per metà
– ma all’interno c’è ancora il mausoleo di Qin Shi.»
«Dove il governo cinese non consente che siano fatti scavi», intervenne Malone. «Ho letto qualche articolo: il sito è pieno di mercurio. Argento
vivo, come diceva. L’hanno usato per simulare fiumi e oceani sul pavimento della tomba, e qualche anno fa i test hanno confermato la presenza di
grandi quantità di mercurio nel terreno.»
«È esatto. E sono stato io, qualche decennio fa, a scrivere la relazione che ha portato al divieto di scavi.» Pau si alzò e attraversò la stanza per
raggiungere un altro ritratto su un arazzo di seta: un uomo corpulento con una lunga veste. «Questa è l’unica rappresentazione di Qin Shi che ci sia
rimasta. Purtroppo risale a qualche secolo dopo la sua morte, sicché la sua precisione è dubbia. A sopravvivere è la descrizione di uno dei
consiglieri più vicini a Qin: ’Egli ha la proboscide di un calabrone e occhi grandi, che tutto vedono. Il suo torace è come quello di un uccello rapace
e la voce come quella di uno sciacallo. Egli è spietato, con un cuore da tigre o da lupo’.»
«E perché ci serve sapere tutto questo?» domandò Malone.
Il volto anziano di Pau Wen prese un’aria soddisfatta. «Io sono stato nel mausoleo di Qin Shi.»
39

Lanzhou

Tang mostrò a Lev Sokolov ciò che si agitava nel secchio. Il russo sbarrò gli occhi.
«Sono tipi vivaci», disse Tang.
Sokolov era ancora a terra, legato alla sedia, le gambe piegate, gli occhi fissi sul soffitto, come un astronauta nella sua capsula. Cominciò a
scuotere la testa avanti e indietro, supplicando che finisse tutto. Il sudore gli imperlava la fronte.
«Mi hai mentito per l’ultima volta», esordì il ministro. «E io che ti ho sempre protetto! I funzionari qui nel Gansu volevano farti arrestare: io l’ho
impedito. Volevano bandirti dalla provincia: io mi sono opposto. Ti hanno dato del dissidente e io ti ho difeso. Non sei stato altro che un problema.
Peggio: mi hai causato imbarazzo personale. E una cosa simile non posso lasciarla correre.»
I suoi tre uomini erano in piedi accanto alla sedia, due vicini alle gambe, uno alla testa. A un cenno di Tang, afferrarono Sokolov per tenerlo
fermo. Tang si avvicinò in fretta e gli rovesciò addosso il secchio di metallo, tenendo i ratti intrappolati, che ora sgambettavano sul petto nudo di
Sokolov. La testa del russo scattava a destra e a sinistra, con gli uomini che la tenevano stretta, gli occhi serrati nel tormento.
Tang premette il petto contro il fondo del secchio per tenerlo fermo e tirò su le corde appoggiate a terra per legarlo al corpo di Sokolov. Si fermò
un momento per far calmare il russo, che però continuava a dibattersi. «Ti suggerirei di stare fermo. Si agiteranno di meno.»
Sokolov parve riacquistare un briciolo di controllo e smise di dimenarsi, ma i tre uomini continuavano a tenerlo bloccato.
Tang andò al tavolo e prese uno degli ultimi due oggetti che aveva portato con sé dalla piattaforma petrolifera: una piccola torcia portatile ad
acetilene, ad accensione istantanea. Il genere di utensile utilizzato per riparazioni rapide negli impianti. Aprì la valvola d’ottone. Dalla punta il gas
uscì con un sibilo. Appoggiò la torcia dritta sul tavolo, prese l’ultimo oggetto, un acciarino, e innescò la torcia.
Regolò la fiamma sul blu rovente.
Si accovacciò e lasciò che il calore lambisse il fondo del secchio, poi passò la fiamma come un pennello anche sui bordi. «Man mano che si
scalda, istintivamente i ratti evitano il metallo. Presto sentiranno il bisogno disperato di uscire dalla loro prigione. Ma non c’è via d’uscita. Tutto
resiste ai loro artigli, tranne la tua carne.»
Udì i ratti sbattere contro i bordi del secchio e squittire.
Sokolov gridò da sotto il nastro adesivo, ma non si udì che un mormorio. Il corpo bloccato del russo era un nodo di tensione e bagnato di
sudore. Tang continuava a scaldare il secchio, attento a non esagerare, abbastanza da indurre i ratti ad attaccare la carne.
Il viso di Sokolov era contorto dall’angoscia. Gli occhi si erano riempiti di lacrime.
«I ratti scaveranno fino allo stomaco. Ti faranno un tunnel nella carne per cercare di sfuggire al calore.» Continuava ad accarezzare il metallo con
la fiamma. «Non possiamo fargliene una colpa, qualunque creatura farebbe lo stesso.»
Sokolov gridò ancora, un mormorio lungo e profondo, attutito dal nastro adesivo.
Tang immaginava ciò che stava avvenendo: i ratti che grattavano furiosamente, aiutandosi coi denti, ammorbidendo la carne che forse avrebbe
permesso loro di scappare più in fretta.
Il trucco, come avevano insegnato al ministro, stava nel sapere quando fermarsi. Troppo tempo, e la vittima avrebbe subito ferite gravi, forse
anche fatali per via delle infezioni trasmesse dai ratti. Troppo poco, e la lezione sarebbe stata inefficace; inoltre, ripetere il tutto sarebbe stato
problematico, a meno che la sopravvivenza del soggetto fosse poco importante.
In quel caso, era importante.
Ritirò la torcia.
Con occhi gentili come la sua voce, disse: «Naturalmente c’è un’alternativa a questo, se sei disposto ad ascoltare».
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PARTE TERZA
41

Baia di Ha Long, Vietnam,


giovedì 17 maggio, ore 07.00

Malone fissava il magnifico scenario.


Conosceva la storia: una volta, un grande drago era corso verso la costa dimenando la coda, scavando valli e crepacci cammin facendo.
Quando la bestia si era immersa nel mare, l’acqua aveva coperto le parti più basse e lasciato monoliti torreggianti, come un gruppo di sculture non
finite, che si levavano verso il cielo l’uno dietro l’altro. In piedi sul molo, mentre ammirava la baia di Ha Long, il cui nome significa «dove il drago
discese nel mare», gli era facile credere a quella leggenda. Le acque tranquille si stendevano per oltre seicento miglia quadrate prima di andare a
riversarsi nel golfo del Tonchino. Tremila isole punteggiavano la distesa turchese, perlopiù blocchi di pietra calcarea grigia disabitati. Erano per la
maggior parte ricoperte di arbusti e alberi verdi, e l’impressionante contrasto di quel colore primaverile con la loro lucentezza opaca non faceva
che rendere la scena più surreale.
Malone, Pau Wen, Cassiopea, Stephanie e Ivan avevano volato su un EC-37 dell’aeronautica militare americana dal Belgio a Hanoi. Il
Gulfstream modificato aveva impiegato poco più di dieci ore, grazie a un permesso di sorvolo dello spazio aereo russo, per gentile concessione
di Ivan. Poi avevano preso un elicottero per un breve volo verso est, verso la costa e la provincia del Quang Ninh. A quanto pareva, la Russia aveva
ottimi rapporti coi vietnamiti, dal momento che al loro ingresso nel Paese erano stati accolti con indiscussa collaborazione. Quando Malone aveva
provato a indagare su quell’accoglienza calorosa, Ivan si era limitato a sorridere.
«Eri già stato qui?» gli chiese Cassiopea.
Erano nei pressi di un gruppetto di case che formavano un villaggio galleggiante. All’ancora c’erano battelli turistici a più piani, come pure molte
giunche, le cui vele a ventaglio non trovavano vento. Apparve una barchetta con un pescatore in piedi, che vogava con due remi incrociati a X.
Malone osservò l’uomo mettersi in equilibrio e gettare in acqua una rete, i cui pesi ne aprirono le maglie come un fiore.
«Una volta, anni fa», rispose. «Durante una missione, ci sono passato mentre andavo in Cina.»
«Come farai oggi.» Ivan studiava il cielo, in cerca di qualcosa. «Confine è meno di duecento chilometri a nord. Ma noi non andiamo da quella
parte.»
«Ho la sensazione che tu lo abbia già fatto», commentò Stephanie.
«Qualche volta.»
Pau Wen era rimasto in silenzio durante il lungo volo, dormendo quasi sempre, come tutti loro, cercando di adattarsi alla differenza di fuso di sei
ore. Anche lui scrutava il mare calmo con la sensazione di essere già stato lì. Una nebbiolina saliva dal pelo dell’acqua, filtrando il sole che
sorgeva. Il cielo blu era punteggiato di nubi color ostrica. «Tran Hung Dao, il gran comandante del Vietnam, affrontò qui l’esercito di Kublai Khan
nel 1288. Piazzò paletti di bambù nei fiumi così, quando le imbarcazioni cinesi arrivarono con la bassa marea, come lui aveva previsto, gli scafi si
perforarono. A quel punto, le sue truppe piombarono a massacrare gli invasori.»
Malone conosceva il resto della storia. «Ma i cinesi tornarono, conquistarono e dominarono questo Paese per quasi mille anni.»
«Questo spiega perché Vietnam e Cina non sono amici. Hanno memoria lunga», disse Ivan.
Durante il volo, Malone aveva letto ciò che Stephanie aveva rapidamente messo insieme a proposito di Pau Wen. Aveva un passato
accademico, esperto di storia, antropologia e archeologia, ma era chiaramente anche un politico consumato. In che modo, altrimenti, sarebbe
potuto diventare il confidente sia di Mao Tse-tung sia di Deng Xiaoping, due personalità completamente diverse, e prosperare sotto entrambi?
«Mio zio faceva il pescatore. Aveva una giunca, da ragazzino andavo in barca con lui», raccontò Pau.
Nella baia galleggiava almeno una cinquantina di quelle caratteristiche navicelle.
«La vela di cotone viene immersa in un liquido ricavato da una pianta simile allo yam», spiegò Pau. «È quello che conferisce il colore rosso
scuro. Serve anche a evitare che marciscano e ammuffiscano. Da piccolo, era compito mio prendermi cura delle vele.» Non si sforzò di
nascondere il tono nostalgico. «L’acqua mi piaceva tanto. Ricordo ancora quando cucivo insieme quei quadrati di cotone ruvido, un punto per
volta.»
«Che cosa sta cercando?» domandò Malone.
«Lei è sempre così diretto?»
«Lei risponde mai a una domanda?»
Pau sorrise. «Soltanto quando voglio.»
Cassiopea raccolse dal molo tre borse. Poco prima si era offerta di cercare da mangiare e da bere, e Ivan le aveva fornito diverse centinaia di
dong vietnamiti. «Bibite e pane. Il meglio che sono riuscita a fare, a quest’ora. Tra un’ora aprirà un caffè dall’altra parte del molo.»
Vicino alla riva si annidava un piccolo villaggio, un gruppetto di costruzioni basse, color pastello, i tetti nudi e silenziosi, poche tenui spirali di
fumo che si alzavano da qualche camino.
Malone accettò una Pepsi e chiese a Ivan: «Vediamo se almeno tu puoi rispondere a una domanda: adesso che cosa faremo, esattamente?»
«Ogni tanto noi ci intrufoliamo in Cina. Hanno radar costieri, ma rocce e montagne fanno da rifugio.»
«Andiamo a bordo di una giunca?»
Ivan scosse la testa. «Non oggi.»
Malone aveva anche chiesto e ricevuto da Stephanie altri tre rapporti. Uno era su Karl Tang, primo vicepresidente della Cina e vicepremier del
Partito. Gli inizi di Tang erano stati semplici: aveva studiato da geologo, poi la sua ascesa all’interno del Partito Comunista era stata costante, e
ora si trovava a un solo gradino dalla cima. Nell’astruso sistema politico cinese, il Partito Comunista era profondamente intrecciato col governo
nazionale. Tutte le principali posizioni governative erano occupate da funzionari del Partito. Ciò spiegava perché il presidente fosse anche il
premier del Partito. Mai a nessuno era stata assegnata una qualunque posizione senza il consenso del Partito, e ciò significava che Karl Tang era
un uomo di grande potere. Eppure aveva tanto bisogno di una lampada a petrolio proveniente da un’antica tomba da rapire un bambino di quattro
anni?
Ni Yong sembrava l’antitesi di Tang. Lo si capiva già dal nome, con l’ordine tradizionale: il cognome per primo. Era cresciuto nella provincia del
Sichuan, in un villaggio in cui quasi tutti si chiamavano Ni. Aveva prestato servizio nelle forze armate per vent’anni e aveva raggiunto un alto grado.
Era anche stato in piazza Tiananmen nel giugno del 1989, quand’erano apparsi i carri armati. In Occidente era considerato un moderato, forse
perfino un liberale, ma erano già stati presi in giro da burocrati cinesi che dicevano una cosa e ne facevano un’altra. L’amministrazione di Ni della
Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina era generalmente considerata ammirevole, una boccata d’aria nuova rispetto alla
consuetudine di Pechino. La speranza era che Ni Yong potesse essere il primo di una nuova razza di leader orientali.
L’ultimo rapporto riguardava Viktor Tomas.
Al di là del contatto diretto tra loro, Malone sapeva poco di lui.
Il loro primo incontro, l’anno precedente in Asia centrale, era stato breve. Viktor aveva lavorato una volta con le forze di sicurezza croate e, non
volendo essere processato per crimini di guerra, aveva cambiato bandiera e aiutato i servizi segreti americani come risorsa occasionale. L’anno
prima, quando si era saputo che Viktor era riuscito a posizionarsi vicino al capo della Federazione Centroasiatica, gli avevano fatto pressioni per
ottenere la sua collaborazione. Poco prima, in aereo, mentre gli altri dormivano, Malone aveva chiesto a Stephanie: «È bosniaco?»
Lei aveva scosso la testa. «Suo padre era americano. È cresciuto un po’ in Bosnia, un po’ in California.»
Il che spiegava la mancanza di accento europeo e la disinvolta parlata gergale.
«È utile, Cotton.»
«È una risorsa occasionale. Nient’altro che una puttana. Dov’è adesso?»
«È tornato con Tang. In Cina.»
«Allora com’è? Sta coi russi? Coi cinesi? Qual è la sua missione?»
Lei non aveva risposto.
«Gli stiamo di nuovo affidando le nostre chiappe, e la cosa non mi piace.»
Stephanie aveva continuato a non commentare, il che la diceva molto lunga.
Ma lui aveva parlato sul serio, a proposito delle risorse occasionali. Nessuna lealtà, in genere mostruosamente spericolati. Non si trattava
soltanto di Viktor, ma pure di altri che aveva incontrato quand’era agente della Sezione Magellano. La missione poteva anche non essere di
cruciale importanza, per loro. Non importavano i risultati; sopravvivere e farsi pagare, era quello che contava.
Malone guardò Ivan, che continuava a studiare la baia di Ha Long. Il sole, la temperatura e la foschia mattutina si erano tutti rapidamente alzati.
«È un sito patrimonio dell’umanità dell’UNESCO», disse Stephanie.
A Malone non sfuggì il brillio che aveva negli occhi. «Quanti danni potrei fare a questa baia?»
«Sono sicura che troveresti un modo.»
«Ecco! Finalmente», disse Ivan.
Malone vide ciò che aveva catturato l’attenzione del russo: un aereo che cascava dal cielo, sopra il mare aperto, diretto verso di loro.
42

Pechino, Cina,
ore 08.40

Ni entrò nella tomba di Mao Tse-tung.


L’edificio di granito sorgeva sul lato meridionale di piazza Tiananmen, una costruzione tozza, contornata da colonne, eretta in poco più di un
anno dopo la morte del Presidente. Pareva che settecentomila lavoratori avessero partecipato alla sua fabbricazione, simbolo dell’amore che i
cinesi nutrivano per il loro Grande Timoniere. Ma era stato tutta propaganda. Quei «lavoratori» erano stati spediti alla capitale su un autobus ogni
giorno: gente qualunque, ognuno costretto a portare un mattone sul sito. Il giorno dopo, un’altra infornata arrivava con un altro autobus e portava via
gli stessi mattoni.
Una follia, ma niente d’insolito per la Cina.
Nell’ultimo anno il mausoleo era rimasto chiuso per restauri. Nella fretta di erigere un memoriale, l’ubicazione era stata poco curata, le regole del
feng shui ignorate. Di conseguenza, negli anni si erano presentati parecchi problemi strutturali, che il nonno di Ni avrebbe potuto facilmente
prevenire.
Sul volo dal Belgio, aveva inviato un’e-mail chiedendo un’udienza immediata col premier. Lo staff aveva risposto in fretta, dicendo che avrebbe
potuto incontrarlo non appena fosse arrivato. Il fatto di riferire direttamente a proposito di un’indagine in corso non era nulla d’insolito, dato che la
Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina rispondeva esclusivamente al premier. Incontrarsi alla tomba di Mao, però, era diverso. Gli
avevano spiegato che il premier si trovava là a fare un’ultima ispezione prima che il sito riaprisse di lì a qualche giorno.
Nel vestibolo del mausoleo, un’enorme poltrona di marmo bianco ospitava una statua di Mao seduto. Alle sue spalle, un murale illustrava la
portata geopolitica del regime postumo del Presidente. Gli uomini della sicurezza formavano un cerchio sul pavimento lucidato. Conosceva la
procedura: due appositi agenti si avvicinarono e lui sollevò le braccia, pronto a farsi perquisire.
«Non occorre», sentì dire a una voce incrinata dalla vecchiaia.
Il premier entrò nel vestibolo. Era un uomo basso e tozzo, con sopracciglia cespugliose che s’impennavano verso le tempie. Indossava il tipico
completo scuro con cravatta scura e camminava appoggiandosi a un bastone laccato di rosso. «Il ministro Ni gode della mia fiducia.» Fece un
cenno col bastone. «Lasciatelo passare.»
Gli uomini della sicurezza si ritirarono, senza confiscargli la pistola nella fondina ascellare. Ni aveva trovato un’arma ad aspettarlo quand’era
sceso dall’aereo. Gli era sembrato saggio, date le circostanze incerte.
«Camminiamo», disse il premier.
Si addentrarono nel mausoleo.
Le tracce dei restauri erano visibili ovunque, tra vernice fresca e pietra scintillante.
«Che cosa c’è di tanto urgente?» domandò il premier.
«Dimmi di Pau Wen.»
Il vecchio si fermò.
Sebbene avesse il fiato corto, la voce debole ed esitante, le mani e le dita ossute, Ni sapeva che la mente di quell’uomo non era affatto lenta.
«È un uomo pericoloso.»
«In che senso?» domandò.
«È un eunuco.»
«E questo cosa significa?»
Il premier sorrise. «Ora non sei onesto con me. Sai esattamente cosa significa.»
Ardevano poche luci nell’interno, cui l’aria condizionata aveva conferito un gelo invernale.
Lui aveva fatto la sua mossa; ora attendeva una reazione.
«Non ci si può fidare di un eunuco. La disonestà è insita in loro. Coi loro tradimenti hanno distrutto una dinastia dopo l’altra», disse il premier.
«Non mi servono lezioni di storia.»
«Forse sì, invece. Quando il Primo Imperatore morì, il suo primo eunuco cospirò per fare in modo che il figlio maggiore, l’erede prescelto, si
suicidasse. Quindi aiutò il figlio minore a diventare Secondo Imperatore, pensando che in realtà sarebbe stato lui a esercitare il potere, dietro le
quinte del trono. Ma quel regno durò soltanto quattro anni. Tutto ciò per cui Qin Shi aveva combattuto – e che era stato creato al prezzo di milioni di
vite – scomparve nel giro di tre anni. E tutto a causa di un eunuco. Quel paria è tuttora ricordato dalla storia come ’uno che poteva, in tutta
sicurezza, descrivere un cervo come un cavallo’.»
A Ni non importava un bel niente. «Devo sapere di Pau Wen e dei tuoi contatti con lui.»
Il vecchio strinse le palpebre, ma senza rimbrotti. «Anche Pau Wen può in tutta sicurezza descrivere un cervo come un cavallo.»
Quello, Ni non poteva metterlo in discussione.
Continuarono a camminare, col ticchettio regolare del bastone laccato sul pavimento di marmo, insieme col fruscio delle suole di cuoio.
«Decenni or sono, Pau Wen e io eravamo amici. Abbiamo fatto molte cose insieme. Entrambi ci siamo disamorati di Mao.» Il premier si fermò,
la faccia contorta, come se si sforzasse di mettere insieme una lunga sfilza di pensieri fino a quel momento slegati tra loro, alcuni dei quali
potevano essere spiacevoli. «Il periodo della Rivoluzione Culturale è stato terribile. Si spingevano i giovani ad attaccare i vecchi, gli stranieri, i
borghesi. Credevamo che fosse tutto giusto, tutto necessario. Ma era una follia, ed è stato tutto per niente. Alla fine, il forte drago ha mostrato di
non essere all’altezza del serpente locale.»
L’altro annuì a quel detto antico.
«La Cina è cambiata. Il popolo è cambiato. Purtroppo, non il governo.»
Ni non poté fare a meno di chiedergli: «Perché mi stai dicendo questo?»
«Perché, ministro, temo che non vincerai l’imminente battaglia con Karl Tang.»
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44

Lanzhou

Tang era contento che la struttura fosse stata protetta. Aveva ordinato ai suoi uomini di occuparsi del laboratorio petrolchimico, mandando a casa
tutto il personale non essenziale e limitando l’accesso. Fortunatamente, nell’edificio lavorava soltanto una dozzina di persone, soprattutto impiegati
e assistenti, e uno solo dei due scienziati ricercatori del laboratorio era ancora vivo.
Lev Sokolov.
Era stato portato lì il giorno prima, dopo che un medico gli aveva curato le ferite. I ratti avevano lasciato il segno, sia fisicamente sia
mentalmente. Uccidere Sokolov non era fuori discussione, ma non prima che Tang sapesse ciò che gli occorreva. Jin Zhao non era stato in grado
di rivelare nulla, se non che Lev Sokolov aveva trovato la prova.
Ma che cos’era?
Sokolov si teneva un braccio sull’addome, a proteggere le bende.
Tang accennò al tavolo d’acciaio inox e al recipiente sigillato che vi stava appoggiato sopra. «Quello è un campione di petrolio estratto ieri da
un pozzo nel Gansu occidentale. Ho fatto trivellare in un punto in cui scavavano gli antichi, all’epoca del Primo Imperatore.» Sokolov sapeva di
cosa stava parlando, glielo lesse in faccia. «Secondo le istruzioni di Jin Zhao. Immaginavo che tu ne fossi al corrente. E ora dimmi che cosa hai
trovato tu. Zhao diceva che avevi individuato un marcatore.»
Sokolov annuì. «Un sistema per averne la certezza.»
Ottimo.
«Il mondo estrae petrolio dalla terra in modo aggressivo da poco più di duecento anni», disse Sokolov con voce bassa e monotona. «Il petrolio
biotico, il combustibile fossile, attende sotto la superficie, a poca profondità. È facile da prendere, e l’abbiamo esaurito tutto.»
«Come lo sai?»
«Perché ho analizzato campioni provenienti da ogni pozzo del pianeta. Sono conservati in un deposito in Europa. Nessuno di quelli contiene
combustibile fossile.»
«Non hai ancora detto come fai a saperlo.»
«Il petrolio abiotico ha lo stesso aspetto e odore di quello biotico, e si comporta allo stesso modo. L’unica differenza è che per procurarselo
bisogna trivellare a maggiore profondità. Ma non sono sicuro che questo abbia ancora importanza. Dov’è mio figlio? Lo rivoglio.»
«E lo riavrai. Quando io avrò ciò che voglio.»
«Sei un bugiardo.»
Lui scrollò le spalle. «Soltanto io posso portarti da tuo figlio. In questo momento, lui è soltanto uno delle migliaia di bambini che scompaiono
ogni anno. Ufficialmente, il problema non esiste nemmeno. Hai capito? Tuo figlio nemmeno esiste.»
Vide la disperazione assoluta sul volto del russo.
«Il petrolio biotico è finito», continuò Sokolov, piano. «Un tempo era abbondante. Fatto di materiale organico decomposto, a poca profondità,
facile da estrarre. Ma, mentre noi pompavamo combustibili fossili dalla terra, questa riforniva alcune di quelle riserve con un petrolio creato a
maggiore profondità nella crosta. Non tutti i pozzi si ricostituiscono. Alcuni sono biotici e per il petrolio abiotico, più profondo, non c’è modo di
salire in superficie, quindi si prosciugano. Altri si trovano sotto fenditure attraverso le quali il petrolio può filtrare dal basso.»
Nella mente di Tang prendevano forma tante domande. Duemiladuecento anni prima era stato trovato per la prima volta il petrolio nel Gansu.
Duecento anni prima quello stesso giacimento si era prosciugato. Lui aveva studiato la geografia sotterranea e sapeva che le fenditure laggiù
erano profonde: canali di terra attraverso cui il petrolio pressurizzato poteva facilmente salire verso l’alto. Jin Zhao aveva teorizzato che il petrolio
abiotico poteva essere trasudato dal basso ricostituendo il giacimento del Gansu. «Come facciamo a sapere che il sito nel Gansu non conteneva
semplicemente una quantità di petrolio maggiore di quanto non si sapesse?»
Sokolov sembrava sofferente. Aveva il respiro affannoso e l’attenzione rivolta più al pavimento che a Tang.
«La tua unica chance di rivedere tuo figlio dipende da quanto sarai disposto a collaborare», chiarì il ministro.
Il russo scosse la testa. «Non ti dirò niente di più.»
Tang infilò una mano in tasca, prese il telefono e compose il numero. Quando risposero, domandò: «È lì il bambino?»
«Posso andare a prenderlo», gli risposero.
«Vai.» Guardò Sokolov dritto in faccia.
«Eccolo», disse la voce al suo orecchio.
«Mettilo al telefono.» Porse l’apparecchio a Sokolov, che non lo prese. «Tuo figlio vuole parlare con te», gli disse.
L’espressione di sfida svanì dal volto del russo. Una mano si alzò lentamente ad afferrare il telefono.
Tang scosse la testa, poi premette il tasto del viva voce.
Una voce emozionata – giovane, acuta – cominciò a parlare, a chiedere se suo padre era lì. Sokolov chiaramente riconobbe quella voce e stava
per rispondere, ma Tang silenziò il microfono premendo un altro tasto. «No.» Riportò il telefono all’orecchio e riattivò il microfono. «Resta in linea»,
ordinò all’uomo all’altro capo. «Se il compagno Sokolov non mi dice esattamente quello che voglio sapere da qui a un minuto, voglio che uccidi il
bambino.»
«Non puoi farlo. Perché?» gridò Sokolov.
«Ho provato la persuasione, poi la tortura, e credevo avessimo fatto progressi. Ma tu insisti con l’atteggiamento di sfida. Quindi ucciderò tuo
figlio e scoprirò altrove quello che devo sapere.»
«Non c’è nessun altrove. Io sono l’unico a conoscere la procedura.»
«L’hai annotata da qualche parte.»
Sokolov fece segno di no. «Si trova esclusivamente nella mia testa.»
«Non ho più tempo da perdere con te. Altre questioni reclamano la mia attenzione. Deciditi.»
Sopra le loro teste ruotava lentamente la pala di un ventilatore da soffitto, smuovendo appena l’aria calda del laboratorio.
Il geochimico annuì, con la sconfitta disegnata chiara in volto.
«Tieni lì il bambino. Potrei richiamare tra qualche istante», disse al telefono. Riattaccò e attese che Sokolov parlasse.
«Se quel campione sul tavolo contiene il marcatore, è la prova che il petrolio è di origine abiotica», disse il russo.
«Quale marcatore?»
«Diamantoidi.»
Tang non aveva mai sentito quel termine.
«Più piccoli della lunghezza d’onda della luce visibile. Minuscoli granelli di diamante che si formano nel petrolio che si crea nel profondo della
crosta terrestre, in presenza di alte temperature e alta pressione. Un milione di particelle starebbe appena sulla punta di uno spillo, ma io le ho
trovate e le ho battezzate ’adamantani’. Dal greco ’diamante’.»
Tang colse l’orgoglio in quelle parole, lo ignorò e domandò: «Come le hai trovate?»
«Riscaldando il petrolio a quattrocentocinquanta gradi Celsius, i composti chimici evaporano. Restano soltanto i diamantoidi, rivelati dai raggi
X.»
Il ministro era davvero colpito.
«Hanno forma di asticelle, dischi, anche cavatappi, e non sono presenti nel petrolio biotico. I diamantoidi si possono formare soltanto nel
profondo del mantello. È la prova definitiva dell’origine abiotica del petrolio.»
«E come sai che è davvero la terra a produrre il petrolio?»
«Proprio qui, in questo laboratorio, ho riscaldato marmo, ossido di ferro e acqua a millecinquecento gradi Celsius a cinquantamila volte la
pressione atmosferica, mimando le condizioni presenti centocinquanta chilometri sotto la superficie. Ogni volta ho prodotto metano e ottano.»
Tang afferrò l’importanza di quel risultato. Il metano era il principale costituente del gas naturale, e l’ottano la molecola d’idrocarburo del petrolio.
Se si potevano produrre in laboratorio, si potevano produrre naturalmente, come pure il petrolio stesso. «I russi lo sanno, vero?» domandò.
«Io personalmente ho trovato più di ottanta giacimenti nel mar Caspio in cui questa teoria è applicata. Qualcuno ancora ne dubita ma, sì, i russi
sono convinti che il petrolio sia abiotico.»
«Ma non hanno nessuna prova.»
Sokolov scosse la testa. «Sono andato via prima di scoprire i diamantoidi. Zhao e io ci siamo riusciti qui.»
«Quindi i russi lavorano basandosi su una teoria non dimostrata?»
«È per questo che parlano poco dell’argomento, pubblicamente.»
Ed era per quello che erano tanto interessati alla vicenda, pensò Tang. Sicuramente volevano riprendersi Sokolov. Magari anche farlo tacere
per sempre. Grazie al cielo, Viktor Tomas lo aveva tenuto informato con precisione di quello che stavano facendo i russi. Ma non accennò a
quell’intrigo. «Ed è anche per questo che alimentano il mito della penuria?»
«Guardano con divertimento il resto del mondo pagare troppo il petrolio, mentre loro sanno che è inesauribile.»
«Ma sono comunque cauti, non avendo le prove che sia vero.»
«È comprensibile. A loro manca quello che voi avete: un campione riscontrato proveniente da un luogo in cui gli antichi trivellavano in cerca di
petrolio. Soltanto i cinesi possono avere un campione simile.» La sua voce si era tinta di disgusto. «Questo è l’unico luogo sulla terra in cui l’uomo
cercava il petrolio due millenni or sono.»
Tang si sentì gonfiare d’orgoglio.
Sokolov indicò il tavolo. «Se in quel campione ci sono i diamantoidi, il petrolio è abiotico. Vi servirebbe soltanto un altro campione, di quelli
antichi, proveniente dallo stesso giacimento, per fare il confronto. Per dimostrare la teoria, quel campione deve risultare biotico, senza
diamantoidi.»
Il ministro apprezzò la semplicità dell’equazione. Prima il petrolio biotico, prelevato con le trivellazioni, sostituito poi da petrolio abiotico. E il
Gansu era probabilmente l’unico luogo della terra in cui si poteva fare un simile confronto. Tutta la documentazione storica superstite illustrava
chiaramente che quei primi esploratori, più di duemila anni addietro, avevano trivellato esclusivamente nelle vicinanze del pozzo del Gansu. Tutto il
petrolio risalente a quell’epoca doveva provenire da quella zona.
Gli serviva soltanto un campione certificato di quel petrolio.
«Mi hai detto che la lampada è sparita. Insieme col suo petrolio. Allora dove prenderai il campione per il confronto?» domandò Sokolov.
«Non c’è da preoccuparsi, compagno. Il campione è già mio e lo avrai presto.»
45

Pechino

Ni aveva capito che il premier si esprimeva in maniera sottile, per tenere sulla corda l’interlocutore. In precedenza c’era sempre stata una scrivania
a separarli, i suoi rapporti investigativi erano sempre stati ricevuti con un barlume d’interesse e pochi commenti. Ma quella conversazione era
diversa.
«Ricordo quando tutti i finestrini degli autobus erano tappezzati di slogan e immagini di Mao», continuò il vecchio. «Stessa cosa per le vetrine
dei negozi. Le radio trasmettevano soltanto musica rivoluzionaria, pensieri di Mao o il notiziario nazionale. Nei cinema si vedeva soltanto Mao che
salutava le Guardie Rosse. Anche il teatro d’opera e il balletto mettevano in scena soltanto opere rivoluzionarie. Tutti noi andavamo sempre in giro
col nostro libretto delle citazioni, perché non si sapeva mai quando poteva capitarti di doverne snocciolare una.» La voce del premier era bassa,
ruvida, come se quei ricordi fossero amaramente dolorosi. «’Servire il Popolo’, era questo il messaggio di Mao. In realtà, tutti noi servivamo
soltanto lui. Questo edificio dimostra che lo facciamo ancora.»
Ni cominciò a capire perché si trovavano lì.
«L’egemonia è la nostra debolezza. Quella riluttanza insita in noi quando si tratta di lavorare con qualsiasi potenza straniera, anche se non c’è
nessuna minaccia. L’egemonia è una naturale espressione del nostro totalitarismo, come le relazioni pacifiche lo sono della democrazia.
Abbiamo sempre creduto di essere il centro geografico e geopolitico del mondo. Per secoli, e specialmente dal 1949, l’unico obiettivo della
nostra politica estera è stato dominare i nostri vicini e poi, alla fine, il resto del globo.»
«Questo è totalmente fuori dalla nostra portata.»
«Lo sappiamo tu e io, ma il mondo lo sa? Ricordo quand’è venuto Kissinger nel 1971, in missione segreta per preparare il terreno ai rinnovati
contatti tra Stati Uniti e Cina. L’uso della parola ’egemonia’ ha confuso i traduttori americani. Non riuscivano a renderne in maniera corretta il
significato. Il concetto era per loro letteralmente sconosciuto...» Il premier indicò la cripta. «Allora Mao ha detto: ’La Cina si è alzata in piedi’.
Voleva comunicare al mondo che nessuno ci avrebbe mai più controllato dall’esterno. Però temo che nessuno stesse ascoltando.»
«Siamo sempre stati ignorati. Ritenuti arretrati, refrattari alla modernità. Peggio: repressivi e dittatoriali», commentò Ni.
«E la colpa è nostra. Non abbiamo mai fatto granché per cancellare quella percezione. Sembra quasi che in realtà godiamo di quella luce
negativa.»
Ni era perplesso. «Perché sei così cinico?»
«Dico semplicemente la verità, e ho il sospetto che tu la conosca bene. La democrazia è la nemesi dell’egemonia. Disperdere il potere tra i
funzionari eletti invece di concentrarlo nelle mani del governante, dando autorità al popolo invece di soggiogarlo... Sono concetti che vanno al di là
della nostra comprensione.»
«Ma non può più continuare così.»
«Ricordo gli anni ’50, quando Mao era all’apice del suo potere. Si disegnavano mappe che mostravano i nostri confini notevolmente spostati a
nord, sud e ovest, in territori che allora non erano sotto il nostro controllo. Venivano distribuite ai funzionari unicamente per motivarli a pensare in
termini così ambiziosi. E funzionava. Alla fine siamo intervenuti in Corea, abbiamo invaso il Tibet, bombardato Quemoy, attaccato l’India e aiutato
il Vietnam, sempre con l’intento di dominare quei territori.» Il premier tacque per qualche istante. «Oggi, soltanto il Tibet rimane sotto il nostro
controllo, e lì abbiamo una presa fragile, basata solo sulla forza.»
Ni ricordò quello che aveva detto Pau. «Stai dicendo che non avremmo dovuto, o non dovremmo ora, avere un orgoglio nazionale?»
«L’orgoglio è tutto ciò che abbiamo, pare. Siamo la cultura più antica del pianeta, eppure guardaci: abbiamo poco da esibire per le nostre
conquiste, a parte una marea di problemi insormontabili. Temo che ospitare le Olimpiadi abbia sortito un effetto simile a quello che avevano un
tempo quelle mappe: motivare gli ambiziosi all’interno del governo a fare sciocchezze.» Per la prima volta, la voce si fece irta di rabbia e gli occhi
lampeggiarono furenti. «Non riusciamo a dimenticare affronti subiti decenni o anche secoli fa. Ci basta il minimo pretesto per vendicarli, per
quanto futili essi siano. È ridicolo, e questa assurdità sarà la nostra rovina.»
«Non tutti la pensiamo a questo modo», disse Ni.
Il premier annuì. «Lo so. Soltanto i vecchi. Ma siamo ancora tanti, e ci sono i giovani pronti a sfruttare le nostre paure.»
Capì perfettamente a chi era indirizzato quel commento.
«Mao giace lì perché noi lo adoriamo. L’imitazione di cera di un leader fallito, un’illusione... Eppure un miliardo e mezzo di cinesi lo venera
ancora», continuò il premier.
«Non io.» Ni si sentì autorizzato a dichiararlo.
«Non farlo. Mai.»
Ni tacque.
«Uomini come Karl Tang sono un pericolo per tutti noi», disse il premier. «Sosterranno la ripresa con la forza di Taiwan, poi di tutta la regione
del mar Cinese Meridionale. Vorranno il Vietnam, il Laos, la Thailandia, la Cambogia, la Birmania, anche la Corea. Ritrovare la nostra grandezza
perduta.»
Per la prima volta, Ni cominciò ad afferrare la gravità dell’imminente battaglia. «E così facendo ci distruggeranno. Il mondo non resterà a
guardare mentre accade tutto questo.»
«Ho tenuto le cose in ordine. Sapevo di non poter cambiare nulla, soltanto mantenere quello che già c’era fino all’arrivo del mio successore, il
quale si troverebbe in una posizione più favorevole per esigere il cambiamento. Sei pronto, ministro, a essere quella persona?»
Tre giorni prima, alla stessa domanda avrebbe risposto di sì. Ora non ne era più tanto sicuro, e qualcosa nei suoi occhi doveva aver tradito il
dubbio.
Il vecchio annuì e disse: «Aver paura è giusto. La paura mantiene umili, e l’umiltà rende saggi. È questo che manca a Karl Tang. È la sua
debolezza».
Tra i due passò qualche momento di silenzio. Una voce interiore avvertì Ni di stare attento a quelle parole, mentre gli tornava in mente un altro
pensiero di Mao.
La Campagna dei Cento Fiori.
Negli anni ’50, periodo in cui la critica al governo era stata incoraggiata, come pure nuove soluzioni e nuove idee, era arrivata una valanga di
milioni di lettere. Alla fine erano apparsi poster nei campus, si erano tenute manifestazioni, pubblicati articoli, tutti a favore di una svolta verso la
democrazia.
Ma era stata una trappola politica, un sistema furbo per stanare i dissidenti. Oltre mezzo milione di persone era stato imprigionato, torturato o
ucciso.
«Conosci la storia degli eunuchi?» domandò il premier, prendendolo alla sprovvista.
Lui annuì.
«Pau Wen e io avevamo entrambi fatto domanda per entrare nel Ba. Ci siamo impegnati durante i due anni di meditazione e istruzione,
preparandoci all’iniziazione. Ci siamo entrambi spogliati, ci siamo fatti bendare l’addome, abbiamo immerso il corpo in acqua bollente pepata. Io
ho trattenuto Pau mentre veniva castrato, ho sentito il tremore delle sue gambe, visto l’angoscia sul suo volto; l’ho osservato accettare la
mutilazione con onore.» La voce si era ridotta a un sussurro. «Però, quando è venuto il mio momento e il Tao ha domandato se avrei avuto dei
rimpianti, io ho risposto di sì.»
Ni lo fissò incredulo.
«Ho avuto paura. Di fronte alla prospettiva di quello che stava per accadere, qualcosa mi ha detto che il coltello non era il mio destino.»
«E quella voce aveva ragione.»
Un’espressione stanca affiorò sul vecchio volto. «Forse. Ma sappi che gli uomini capaci di affrontare il coltello, senza mai emettere un suono,
possiedono una forza che tu e io non possiamo comprendere.»
Ni non lo avrebbe dimenticato.
«La linea ufficiale del Partito, allora come ora, è che Mao avesse ragione al settanta per cento e torto al trenta per cento. Ma non individuiamo
mai quale parte del suo pensiero sia sbagliata e quale giusta.» Dalle labbra sottili del premier sfuggì una risatina. «Che sciocchi siamo.» Accennò
al corpo di Mao. «In apparenza giace su una pietra nera del Tai Shan per ricordare quello che Sima Qian scrisse nello Shiji: ’La vita di un uomo
può essere più pesante del monte Tai o più leggera di una piuma d’oca’. Devi decidere, ministro. Quale delle due?»

Malone manteneva l’aereo a una quota intorno ai millecinquecento metri. Non aveva mai pensato che si sarebbe trovato a svolazzare
tranquillamente attraverso lo spazio aereo vietnamita. Sotto di loro si stendeva un panorama di montagne frastagliate e pendii, molti dei quali
striati da risaie a terrazze, che si ergevano sopra lussureggianti vallate verdi velate dalla foschia.
«Ci stiamo avvicinando al confine», lo avvertì Cassiopea. Aveva studiato la carta fornita da Ivan.
«I funzionari locali nella provincia dello Yunnan hanno buoni rapporti coi loro vicini», disse Pau. «Si trovano di fronte non soltanto il Vietnam, ma
anche il Laos e la Birmania. Pechino è parecchio lontana, quindi la loro lealtà si è sempre espressa più a livello locale.»
«Spero che sia ancora così. Non siamo molto forniti, in fatto di armamenti», commentò Malone.
«Durante le purghe di Mao, molti sono scappati nello Yunnan. È un luogo isolato, che offriva rifugio. Il territorio a nord di qui, in Cina, è simile a
quello che si vede ora sotto di noi.»
Ivan aveva detto loro di seguire la ferrovia Kunming-Hekou, una linea costruita dai francesi nei primi anni del XX secolo, che entrava in Cina
passando per il Vietnam e per le popolose città di Gejiu e Kaiyuan.
«Voi lavorate spesso coi russi?» gli domandò Pau.
«Solitamente no.»
«Quali interessi hanno, qui?»
Cassiopea si voltò a guardare il vecchio. «Come se venissimo a dirlo a lei. Che ne dice di questo? Lei ci spiega perché sta tornando a casa e
noi le diremo perché i russi sono qui.»
«Per fermare una rivoluzione.»
«Per cominciarne una, più probabilmente», ribatté lei.
«È sempre così aggressiva?»
«E lei è sempre così subdolo?»
«A quanto pare, lei non ha mai sentito parlare del guanxi.»
«M’illumini.»
«Nel corso di tutta la nostra storia, per superare i tempi duri, i cinesi si sono sempre affidati agli amici e alla famiglia. Alle persone che possono
essere in grado di aiutare. Si chiama zôu hòu mén, ’dalla porta di servizio’. Naturalmente, se un favore viene offerto e accettato, il ricevente è
obbligato a ricambiarlo. Questo mantiene in equilibrio il guanxi.»
«E cosa le impedisce di spedirci nel bel mezzo di un disastro?» domandò lei.
«Non sono io il nemico. Quel privilegio appartiene a Karl Tang.»
«Vedo il confine», disse Malone.
Cassiopea tornò a osservare dai finestrini.
La ferrovia si snodava verso nord, attraversando una strada statale che, a quanto aveva detto Ivan, ora collegava la Cina col Vietnam. La strada
voltava a ovest, la ferrovia a nord. Il Fiume Rosso era attraversato da un ponte intasato di auto ferme a un posto di controllo.
Malone si abbassò a poco più di trecento metri. «Eccoci.»
46

Ni si precipitò negli uffici della Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina, opportunamente situati fuori dalle mura dello Zhongnanhai, il
complesso con palazzi, padiglioni e laghi che a Pechino serviva da quartier generale sia del Partito sia del governo. Il suo colloquio col premier
era stato inquietante. Non c’era nulla che avesse senso, tutto pareva capovolto. Lui si sentiva lacerato dal dubbio, avvolto da una nube torbida di
emozioni estranee e tormentato dalla domanda del premier.
Qual era la misura della sua vita?
Forza o debolezza?
Aveva chiamato dall’auto, ordinando a tutto lo staff di aspettarlo in sala riunioni. Aveva bisogno di alleati, non di traditori, ed era venuto il
momento di scoprire da che parte stava ciascuno di loro.
Ad attenderlo c’erano quattordici persone, nove uomini e cinque donne. Calmò il trambusto alzando una mano e congedò subito le donne. Poi
disse agli uomini: «Giù i pantaloni».
Tutti lo fissarono increduli.
Estrasse la pistola e la puntò su di loro. «Non fatemelo ripetere.»

Cassiopea scrutava dal finestrino il paesaggio montagnoso. Il sole scaldava l’aria rarefatta. Volavano nello spazio aereo cinese da oltre un’ora
senza problemi. Era contenta di volare con Malone. Anche se Viktor Tomas le aveva salvato la vita due volte, lei si fidava di Cotton.
Totalmente.
In Belgio, quando aveva avuto bisogno di lui, era arrivato; e ciò significava qualcosa.
Lei aveva permesso a pochi uomini di avvicinarla. Tenere per sé le emozioni si era sempre rivelato la scelta migliore. Una volta aveva letto che
le donne con un padre forte sono attratte da uomini forti, e Malone le ricordava decisamente suo padre. Negli affari era stato un gigante, un
miliardario che si era fatto da sé e che aveva goduto di grande considerazione in Europa e in Africa. Molto simile a Henrik Thorvaldsen, che non si
era resa conto di ammirare così tanto, finché lui non se n’era andato. Aveva ancora fresco in mente il pensiero della propria morte, che le
avventure nel museo avevano illustrato a tinte così vivaci. Che sentimenti confusi, che momento di svolta. Presto avrebbe compiuto quarant’anni.
Non aveva un marito, non aveva figli, nessuno con cui dividere la vita. Viveva sola in un’antica residenza di campagna francese, dedicando la sua
esistenza ad aiutare gli altri.
E a ignorare le proprie esigenze.
Forse era ora di cambiare.
Aspettava sempre con ansia di rivedere Cotton, e le dispiaceva separarsi da lui. Stava forse cercando un sostituto del padre, l’unico uomo che
in vita sua non aveva mai sfidato? No, era una spiegazione troppo semplicistica. Sua madre avrebbe detto che gli uomini sono come i campi:
hanno bisogno di essere coltivati con cura, con attenzioni quotidiane, nella speranza che possano un giorno dimostrarsi produttivi. Un tantino
cinico, come approccio.
E per lei non funzionava.
Eccola lì, a sorvolare la Cina meridionale, diretta chissà dove. Ne valeva la pena? Se avesse trovato il figlio di Lev Sokolov, sì.
Altrimenti?
Non voleva pensare a un fallimento.
Quindi cercò di placare la sua ansia pensando a Cotton, e al fatto che forse aveva davvero trovato qualcosa per sé.
Qualcosa che voleva.
Finalmente.

Ni fu soddisfatto di constatare che fra i suoi collaboratori più stretti non c’erano traditori. Ricordava quanto gli aveva detto Pau Wen sui farmaci
moderni, capaci di mascherare gli effetti della castrazione, così aveva svolto l’unico tipo d’indagine che garantisse risultati. Aveva anche ordinato
al suo primo assistente di effettuare immediatamente un’ispezione fisica di ogni maschio presente nell’edificio. Nel frattempo, esaminò le
informazioni che il suo staff aveva accumulato dal giorno prima.
Non c’era il benché minimo riferimento a un’organizzazione chiamata Ba, in nessuno degli incartamenti riservati. Quella documentazione
comprendeva interrogatori di prigionieri, dichiarazioni di testimoni, rapporti d’incidenti, resoconti, qualunque cosa non imponesse il timbro
SEGRETO DI STATO. Gli archivi contenevano milioni di documenti, molti dei quali erano stati digitalizzati, rendendo possibile una ricerca
relativamente rapida. Da un punto di vista storico, il suo staff aveva dissepolto buona parte di ciò che Pau Wen gli aveva già detto sul Ba, che si
era evoluto da un antico movimento legalista, apparentemente uscendo di scena intorno al XVII secolo.
Nulla indicava che l’organizzazione esistesse ancora.
Aveva anche ordinato un accurato controllo su Pau Wen, ma non c’erano documenti ufficiali che rivelassero collegamenti tra Pau, il premier e
Karl Tang.
Eppure era evidente che esistevano, per loro stessa ammissione.
Bussarono discretamente alla porta dell’ufficio, disturbando i suoi pensieri.
Entrò il suo primo assistente. «Sono stati esaminati tutti. Nessun eunuco, ministro.»
«Pensi che io sia pazzo, vero?»
«Non mi permetterei mai di giudicarla.»
Quell’uomo gli piaceva, dignitoso e irreprensibile; per questo l’aveva scelto.
«Non ho potuto parlargliene prima, in presenza degli altri, ma ieri sera abbiamo trovato qualcosa», disse l’assistente.
Ni drizzò le orecchie.
«Il ministro Tang ha ricevuto una chiamata transoceanica sul telefono satellitare. Qualche settimana fa ho ordinato di monitorare le sue linee.
Utilizza diversi telefoni, con numeri che cambiano ogni settimana. Stargli al passo è stato una bella sfida. Non intercettiamo tutte le conversazioni,
ma abbiamo trovato abbastanza.» L’assistente gli porse una chiavetta USB. «Una registrazione.»
Ni inserì la chiavetta nel computer e riconobbe immediatamente le voci di Tang e Pau. Udì la tensione e il conflitto. Avvertì la sfida che quei due
uomini rappresentavano l’uno per l’altro. Il tradimento di Tang, poi la sua affermazione: Non puoi rientrare in Cina legalmente. Non verrà
rilasciato nessun visto. Su questo, ho il controllo assoluto. Anche ai pochi fratelli che hai a tua disposizione sarà impedito di ritornare.
«È questa la prova che cerchiamo?» disse l’assistente.
Lui scosse la testa. «Non è sufficiente.»
Ma almeno sapeva che tutta quella faccenda non era un’invenzione.
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48

Lanzhou

Tang se ne andò dal laboratorio, convinto che il problema di Lev Sokolov fosse risolto; agli uomini lasciati di guardia al complesso aveva ordinato
di reprimere ogni tentativo di fuga. Adesso ne sapeva abbastanza da cominciare, con o senza di lui: il russo poteva soltanto fornirgli un modo più
agevole, ma non l’unico, di confermare la scoperta.
Con le sue enormi implicazioni.
Alla Cina servivano più di trecento milioni di tonnellate di greggio l’anno: la sua produzione industriale – cioè tutta la sua economia – si fondava
sul petrolio. Al momento il Paese ne importava il sessanta per cento dall’Africa, dal Sudamerica e dalla Russia, in modo da non esporsi troppo
all’instabilità politica mediorientale e da non rientrare nella sfera d’influenza americana. Per quale ragione gli Stati Uniti avevano occupato l’Iraq,
se non per monopolizzare le risorse petrolifere in Medio Oriente? A lui non ne venivano in mente altre, e i suoi esperti di affari esteri sostenevano
la stessa cosa. Gli stessi esperti avevano già ripetuto molte volte che gli Stati Uniti avrebbero facilmente potuto brandire l’arma del petrolio
mediorientale: una minima interruzione nelle forniture alla Cina sarebbe bastata a provocare un collasso che il governo non avrebbe mai potuto
sanare. E Tang era stufo di dover trattare con Stati canaglia che nuotavano nel petrolio. Solo poche settimane prima era stato concesso un
prestito, per miliardi di yuan, all’ennesima nazione africana che non lo avrebbe mai restituito, e solo per assicurare alla Cina il primo posto nella
classifica degli acquirenti petroliferi: la politica estera dell’attuale regime – un vertiginoso cocktail di arrendevolezze, contraddizioni, superbia e
atteggiamenti difensivi – aveva ormai da tempo barattato missili balistici, risorse nucleari e preziose tecnologie in cambio della certezza del flusso
di petrolio.
Tutto ciò squalificava la Cina, e ne denunciava un punto debole.
Ma le cose potevano cambiare, se le migliaia di pozzi ora disseminati per il Paese avessero potuto fornire energia in perpetuo. Lui non poteva
certo rivelare come, però poteva sfruttarli, mantenendo intatto il flusso ed eliminando le petroliere che ogni giorno si riversavano nei porti cinesi
cariche di greggio straniero. I risultati generavano il successo, il successo generava orgoglio: e i suoi effetti, debitamente confezionati e distribuiti,
avrebbero rafforzato qualunque regime politico.
Tang sapeva che, secondo la teoria del combustibile fossile, la Cina possedeva solamente il 2,1 per cento delle riserve mondiali di petrolio; gli
Stati Uniti il 2,7, la Russia il 7 per cento, i Paesi mediorientali il 65. «Contro il predominio arabo non si può fare niente», aveva recentemente
affermato uno dei suoi sottosegretari. Lui non era d’accordo: tutto dipendeva da quello che si sapeva.
Gli squillò il telefono.
Tang si fermò e rispose, mentre l’auto lo attendeva.
«L’obiettivo è sul lago», disse Viktor Tomas.
L’idea era quella di attaccare l’aereo di Pau Wen senza dare troppo nell’occhio. Il traffico radio, sorvegliato da un’infinità di agenzie statali,
compresi i funzionari nella provincia dello Yunnan, avrebbe dimostrato che un caccia dell’esercito aveva intercettato un velivolo non identificato;
secondo il protocollo, l’intruso andava abbattuto. «Superstiti?» domandò.
«Tre. In acqua. Il caccia sta effettuando il passaggio finale. Userà le mitragliere per assicurarsi che non raggiungano la riva a nuoto.»
«Sapete cosa fare.»

Malone era a pancia in giù, con l’acqua che gli sciabordava dentro e fuori dalle orecchie e che quasi gli impediva di sentire. Sperava che la vista
dei tre corpi galleggianti bastasse a soddisfare la curiosità del pilota; azzardò una lievissima rotazione del capo e stabilì che il caccia era ancora a
sud, anche se il fragore dei postbruciatori aumentava.
Poi l’aria fu invasa da un altro suono. Da est.
Un sordo e ininterrotto rumore di pale rotanti che fendevano l’aria.
Lui si rigirò e si scosse via l’acqua dalla faccia.
Sopra le cime degli alberi si avvicinava rombando un elicottero. Più grosso degli agili apparecchi da combattimento, pareva più un mezzo da
trasporto armato. Il velivolo prese posizione sopra il lago, rivolto a sud; anche Cassiopea e Pau, a quanto pareva, percepirono un cambiamento e
rimasero fermi a osservare la scena.
«Malone, mi sto mettendo in contatto col pilota, la richiesta è di ritirarsi», disse una voce dagli altoparlanti esterni.
Viktor.
Anche Cotton si era fermato a osservare l’Annihilator che avanzava.
«Sembra che non voglia ascoltare», disse Viktor.
Trascorse qualche altro secondo e poi, in un divampare di fiamme, dalle capsule sotto l’elicottero partirono due missili aria-aria, ciascuno
diretto verso il caccia. Meno di dieci secondi dopo il jet si era disintegrato, coi rottami incendiati che schizzavano fuori da una densa nube di fumo
nero e andavano a ricoprire la sponda più lontana.
«Dobbiamo uscire dall’acqua», gridò Malone.
Si avviarono a nuoto verso la riva.
«Vi serve un passaggio?» domandò Viktor.
L’apparecchio era sospeso sopra di loro.
Ne spuntavano due cavi con imbracature.
«Prendeteli tu e Pau. Io continuo a nuoto», disse Malone.
«Non ti sembra un po’ folle?» fece Cassiopea, mentre lei e il vecchio indossavano l’imbracatura.
«Direi di no.» Li guardò mentre venivano sollevati dalla superficie del lago e trasportati a riva, circa duecento metri più in là.
Sì, l’acqua inquinata del lago lo preoccupava, ma accumulare altri debiti nei confronti di Viktor Tomas gli sembrava peggio.

Ni fissava la lampada del drago. Mentre si trovava col premier sulla tomba di Mao, l’aveva fatta ritirare all’aeroporto e piazzare sulla scrivania.
Karl Tang si era dato un gran daffare per prendersela. Perché? Notò delle incisioni laterali e si domandò che cosa significassero; doveva farla
esaminare a un esperto. Il ronzio del telefono sulla scrivania lo infastidì: aveva detto ai suoi che non voleva essere disturbato.
Pigiò forte il pulsantino lampeggiante.
«C’è in linea l’ufficio del premier.»
L’irritazione svanì. «Passatemelo.»
Qualche secondo dopo, il medesimo roco sussurro udito sulla tomba di Mao disse: «Pochi minuti fa, uno dei nostri caccia J-10 ha colpito un
velivolo anfibio non identificato sul lago Dian. Poi il caccia è stato abbattuto da uno dei nostri elicotteri, pilotato da un cittadino straniero autorizzato
al volo dal ministro Tang».
Ni ascoltava sconvolto.
«L’elicottero proteggeva tre superstiti che si erano buttati nel lago.» Il premier s’interruppe. «Uno di loro era Pau Wen.»
Ni si alzò.
«A quanto pare, ministro, Pau è tornato a casa. Da molti anni tentava d’indurmi a lasciarlo rientrare: quello che ti ha detto è vero: lui e io ci
siamo parlati molte volte, da quando ho assunto l’incarico. Anzi, abbiamo parlato anche di te; si è sempre trattato di conversazioni innocenti, due
vecchi che si lagnavano per le occasioni perdute. Era molto che voleva tornare, ma era meglio che stesse lontano. Sfortunatamente, pare abbia
trovato la strada anche senza il mio consenso.»
Ni fu percorso da un brivido. «Che cosa sta succedendo?»
«Ottima domanda, alla quale dovrai trovare risposta tu. Io davvero non lo so. Ma vorrei proprio capire perché abbiamo perduto una vita umana e
un velivolo da cinque milioni di yuan.»
Lui pure.
«So ormai da lungo tempo che quanti eccellono nella difesa si nascondono nei più profondi anfratti del terreno», continuò il premier. «Mentre chi
eccelle nell’attacco prende le mosse dai più alti pinnacoli del cielo. Pau Wen non agisce mai da una posizione difensiva: è sempre, costantemente
all’attacco.»
Ni pativa il jetlag ed era stanco morto: non era il momento degli indovinelli. «Che cosa devo fare?»
«So che cosa cerca Karl Tang, e so anche perché Pau Wen è tornato.»
«E allora rivolgiti alla sicurezza interna e alle forze armate... Possono occuparsi loro della questione, no?»
«No, ministro Ni. La Cina non può assolutamente permettersi un’aperta guerra civile per il controllo politico. Il caos sarebbe ingovernabile. Il
mondo intero approfitterebbe dei nostri tumulti interni, e questa deve rimanere una questione privata. Fra te e Tang. Non coinvolgerò nessun altro,
né permetterò a te di farlo.»
«Ma Tang ha già coinvolto l’esercito, direi.»
«E io ho preso provvedimenti perché non accada più.»
«Allora io che cosa devo fare?»
«Intanto comincia con l’ascoltare. Devo raccontarti che cosa è successo nel 1977, subito dopo la morte di Mao.»

Cassiopea sganciò l’imbracatura e arrivò a terra con un salto. Era bagnata fradicia, ma fortunatamente l’aria mattutina era tiepida. Pau Wen
atterrò con un balzo accanto a lei, che fu colpita dall’agilità del vecchio.
«Tutto bene?» gli domandò.
«Direi di sì.» Il vecchio prese a lisciarsi la camicia e i pantaloni zuppi.
Si trovavano ai margini di un vasto campo che dalla sponda del lago si estendeva verso est per oltre un chilometro. L’elicottero si spostò di
qualche centinaio di metri e poi toccò terra in una nuvola di polvere. La donna tornò verso la riva, e la raggiunse proprio mentre spuntava Malone.
«Adesso chissà quanti parassiti e batteri mi porto dietro», disse lui sgocciolando.
Cassiopea sorrise. «Dai, non farla tanto lunga.»
«Per te è facile. Non sei tu che tra un paio di giorni ti ritroverai con tre braccia e sei dita dei piedi.»
Pau Wen si avvicinò. «A dire il vero questa porzione di lago è abbastanza pulita. Più a nord, le cose sono molto diverse.»
«E il tuo ragazzo dov’è?» chiese Malone.
Cassiopea non apprezzò il tono, ma capiva il risentimento: Viktor conosceva la loro destinazione perché l’aveva saputa da Ivan, e quindi uno dei
due – se non entrambi – li aveva traditi.
Cosa che però non aveva senso.
I russi avevano tutta l’intenzione di trovare Sokolov. Perché mettere fine alla missione prima ancora che cominciasse?
Cassiopea udì un secco rumore di passi sul terreno riarso alle loro spalle; si voltò e vide Viktor in tuta da volo verde, che veniva verso di loro.
Malone le schizzò davanti e sferrò a Viktor un pugno in faccia.
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50

ore 13.00

Malone sedeva nel vano passeggeri dell’elicottero con Cassiopea e Pau Wen, mentre Viktor pilotava solo in cabina; gli abiti bagnati per il tuffo nel
lago Dian si stavano asciugando. Il gruppetto volava in direzione nord-est, un migliaio di chilometri sopra il cuore della Cina, verso la provincia
dello Shaanxi e la città di Xi’an. Malone rimaneva assolutamente scettico all’idea di dare fiducia a Viktor, perciò fece segno a Cassiopea e Pau di
togliersi le cuffie dalle orecchie.
Poi si rannicchiò vicino a loro. «Voglio scambiare due parole senza che lui senta», disse, mantenendo il tono di voce al di sotto del frastuono
dei rotori.
«Facciamo progressi, Cotton», ribatté Cassiopea. Sembrava irritata.
«Mi rendo conto che il vostro obiettivo è trovare il figlio di Sokolov. Ma voi pensate che qui stia succedendo tutto senza che nessuno lo sappia?»
«Evidentemente no. Però stiamo andando dove vogliamo. E, una volta là, possiamo cambiare la situazione», rispose Pau.
«E scontrarsi con Viktor non faciliterà le cose», aggiunse Cassiopea.
«Hai un debole per lui, vero?»
«Io ho un debole per il figlio di Lev Sokolov. Voglio trovare quel bambino. E per riuscirci mi serve un campione di petrolio antico da dare a Tang.
E, per ottenerlo, dobbiamo arrivare a Xi’an.»
«Ma non penserai davvero che il patto sia ancora valido, eh? A quanto pare Lev Sokolov è in guai grossi.» Vedendola così frustrata, lui non
avrebbe voluto insistere, ma qualcuno doveva pur dirlo. «Tang potrebbe aver già preso Sokolov. E tu potresti non servirgli più.»
«E allora perché siamo ancora vivi?» ribatté lei.
Malone indicò Pau. «Evidentemente, a Tang adesso interessa lui. Mi pare che Viktor sia stato chiaro.»
E poi c’era quello che Ivan non aveva detto. Riguardo a Sokolov. I russi lo rivolevano indietro o in caso non ci fosse stata altra scelta... morto.
Malone guardò Pau. «Che cosa faremo, una volta a terra?»
«Penetreremo nella tomba di Qin Shi, come io ho già fatto una volta. Ma ci serviranno delle torce.» Trovò uno scomparto attrezzi dove ce
n’erano due e le prese. «Quando Qin è morto, la tomba era incompiuta. Suo figlio, il Secondo Imperatore, l’ha completata e vi ha inumato il padre.
Poi è riuscito a portarci con l’inganno i progettisti e alcuni costruttori, e li ha intrappolati sottoterra. Sono morti col loro imperatore.»
«Come lo sa?» chiese Malone.
«Ho visto le ossa. Non appena sono entrato nel mausoleo.»
«Ma sta anche dicendo che c’era un altro modo di entrare e uscire», disse Cassiopea.
Pau spiegò la sfida rappresentata dalle acque sotterranee per i costruttori, poiché i loro scavi erano andati talmente in profondità da incontrare
la falda freatica. Perciò era stato creato un raffinato sistema di drenaggio: il terreno era tutto percorso da canalizzazioni, alcune lunghe fino a
ottocento metri, che impedivano all’acqua d’infiltrarsi nelle varie camere durante la costruzione. Terminati i lavori, gran parte delle gallerie era stata
riempita di terra battuta, a formare una diga.
Ma qualcuna era rimasta aperta.
«Ne ho scovata una per caso, quando ho trovato la biblioteca di Qin Shi. Evita tutte le trappole messe dai costruttori contro i tombaroli, e
probabilmente il suo scopo era proprio questo: a loro serviva un passaggio per controllare di tanto in tanto l’integrità del lavoro, senza esporsi a
pericoli.»
«E allora perché non l’hanno usata per uscire, quando si sono trovati intrappolati all’interno?» chiese Cassiopea.
«La risposta a questa domanda diverrà ovvia quando avrà visto l’ingresso.»
«E il mercurio?» chiese Malone, rammentandosi della conversazione avuta nella residenza di Pau.
«Ho arieggiato la tomba per diversi giorni prima di entrare, e comunque indossavo un respiratore.»
«Mentre ora? Quel posto è sigillato da più di vent’anni», replicò Cassiopea.
«Sono state adottate misure precauzionali.»
Non molto confortante, pensò Malone lanciando un’occhiata alla cabina e al suo altro problema. Fuori del parabrezza, nuvole minacciose
accerchiavano il sole, promettendo pioggia.
«Ci ha salvato la vita. Anche a te. E ci porterà da Tang», gli disse Cassiopea.
«Già. Ma, a Tang, cos’ha impedito di entrare nella tomba di Qin e prendersi personalmente il campione di petrolio? Viktor ormai sa tutto da due
giorni.»
«E come faceva a entrare? La tomba non è mai stata oggetto di scavi», obiettò Pau.
«Lei non lo sa, cosa hanno fatto e cosa no. E noi non sappiamo nemmeno se stiamo andando veramente a Xi’an», ribatté Malone.
«Però la direzione è giusta», disse Pau.
«E se quando atterriamo ci fosse qualcuno ad aspettarci?»
«In quel caso perché non lasciare che il caccia ci abbattesse e basta?» domandò Pau.
Giusto.
«Cosa c’è nella tomba?» gli domandò Cassiopea.
«Non quello che vi aspettate.»
Malone reagì: «Le spiacerebbe spiegarsi meglio?»
«Vedrete coi vostri occhi, quando saremo dentro.»
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52

Attraverso un finestrino striato di pioggia, Malone guardava la tomba di Qin Shi. Il tumulo verdeggiante sorgeva come una pustola sul piatto
paesaggio bruno. Aveva letto spesso di quel luogo, un complesso di cripte sotterranee che si estendeva per oltre cinquanta chilometri quadrati,
perlopiù inesplorato. L’anno precedente aveva persino visitato la mostra londinese dei guerrieri di terracotta, ma non aveva mai pensato che un
giorno sarebbe potuto entrare proprio nella tomba.
L’elicottero si avvicinò da sud, calando sulle colline grigiastre a circa trecento metri. L’acquazzone continuava a inzuppare il terreno. A ovest
sorgevano altre montagne, col fiume Wei che scorreva verso nord. A circa un chilometro e mezzo colse uno scorcio delle altissime sale e degli altri
edifici che componevano il museo, e una moltitudine di persone che affrontavano coraggiosamente la pioggia armate di ombrelli.
«Atterreremo a nord. Mi hanno detto che là c’è una zona adibita a eliporto», disse Viktor in cuffia.
Malone avrebbe voluto portarsi dietro un’arma, e sperò di poter mettere le mani nell’armadietto che aveva intravisto prima ma, quando la
serratura si aprì, lui divenne subito sospettoso. Dentro c’erano quattro pistole assicurate da morsetti; ne prese una e poi, rammentandosi
dell’ultima volta che era stato dentro un elicottero pilotato da Viktor Tomas, controllò il caricatore.
Pieno, venti colpi.
Tolse qualche proiettile e li esaminò. Erano tutti buoni.
Rimise le munizioni al loro posto e passò un’arma anche a Cassiopea. A Pau Wen invece no, e il vecchio non gliela chiese.
Malone s’infilò la pistola semiautomatica sotto la camicia, e Cassiopea fece lo stesso.
I rotori presero a rallentare, e pian piano l’apparecchio perse quota.

Tang uscì dal fabbricato, e si dirigeva verso un’auto che lo aspettava quando notò l’elicottero militare che arrivava da sud. Voleva andare a
cercare Ni Yong, ma capì che doveva lasciar perdere. «Tenete la macchina pronta», ordinò.
Poi rientrò nell’edificio.

Ni si fermò davanti a una recinzione arrugginita che racchiudeva un grappolo di costruzioni diroccate; il premier gli aveva detto che quelle specie
di cottage erano state frettolosamente costruite negli anni ’80. Per quanto ne sapeva il premier, non ci entrava nessuno da vent’anni e, a giudicare
dall’erba alta, dalla vegetazione che si era impadronita di ogni cosa e dalle falle disseminate ovunque sui tetti di paglia, Ni non faticava a credergli.
I fabbricati sorgevano a circa cento metri dalle pendici del tumulo, entro il perimetro di un antico muro che non esisteva più.
Rimase a guardare, tra fascinazione e meraviglia.
Il premier lo aveva anche avvisato che Pau Wen, in tutta probabilità, era diretto alla tomba di Qin Shi.
«Com’è possibile?» aveva chiesto lui.
«Ci sono due modi per entrare, e Pau Wen ne conosce uno. Mentre io conosco l’altro.»

Cassiopea saltò dall’elicottero sul terreno zuppo, seguita da Cotton e Pau. Mentre le pale dell’elica rallentavano sino a fermarsi, Viktor spuntò fuori
dalla cabina e chiese: «Hai trovato le pistole, Malone?»
«Sì, e stavolta ci sono anche i proiettili.»
«Tu sì che porti rancore, eh?»
Nessuno si era avvicinato all’elicottero, che si trovava più o meno a un chilometro e mezzo dal tumulo, e a ottocento metri dal complesso
museale. Cento metri più in là era parcheggiato un altro velivolo.
«Amici tuoi?» domandò Malone.
Viktor scrollò le spalle. «Non saprei.»
«La sicurezza è un po’ fiacca», fece Malone.
«E noi siamo stranieri», sottolineò Cassiopea.
«Ma siete arrivati con un elicottero dell’esercito. È quello che conta», rispose Viktor.
Pioveva a dirotto e Malone si era già infradiciato di nuovo gli abiti ancora umidi. L’aria però era tiepida.
Pau Wen indicò il museo. «Dobbiamo andare. È quasi ora di chiusura.»

Tang osservava il monitor, lieto che Viktor Tomas gli avesse portato Pau Wen, Cotton Malone e Cassiopea Vitt esattamente come promesso.
Divideva la sua attenzione tra l’aerodromo a nord e le mosse di Ni Yong sul lato occidentale del tumulo. La sua era una posizione di assoluto
vantaggio, e ordinò agli addetti alle telecamere di non perdere di vista nessuna delle due scene.
Aveva assunto il comando della sicurezza del museo, consapevole che nessuno avrebbe messo in discussione la sua autorità. E che nessuno
avrebbe contattato Pechino. L’unica persona che poteva dargli ordini era il premier in persona, ma era un’eventualità remota. Ormai il vecchio si
occupava di politica solo di rado, e Tang aveva smesso di sorvegliare la sua attività quotidiana. Non contava più niente.
Ni Yong e Pau Wen.
Loro contavano.
E adesso ce li aveva sotto gli occhi tutti e due.
Rivolse nuovamente lo sguardo allo schermo che mostrava Ni Yong. Lo osservò che si arrampicava su per una malferma recinzione di metallo e
poi saltava giù dall’altra parte: doveva andare laggiù anche lui, e vedere che cosa attirava tanto la sua nemesi. Gli avevano detto che là non c’era
niente, solo dei magazzini deserti, però quel «niente» era recintato, e protetto da un ordine della capitale.
Sull’altro schermo vide Pau e i suoi tre compagni che si avviavano sotto la pioggia verso l’atrio della fossa 3. La stessa dov’era stata localizzata
la biblioteca imperiale. Dov’era stato ritrovato l’orologio.
Interessante.
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56

Tang ispezionò l’interno della casupola diroccata dov’era scomparso Ni Yong. Poco prima, tramite le telecamere a circuito chiuso, l’aveva visto
entrare dalla porta, ma adesso non si vedeva più da nessuna parte.
«È uscito di là», disse Viktor puntando il dito verso il muro posteriore crollato.
Col ministro c’erano altri due uomini, anche loro fratelli del Ba, eunuchi come lui e come i due che aveva lasciato di guardia alla fossa 3, tutti
tenuti da un giuramento a eseguire i suoi ordini. Un prodotto della sua lungimiranza, per la quale si congratulò silenziosamente con se stesso,
specie data la piega che stavano prendendo le cose.
La pioggia era cessata, ma l’aria era sempre umida e fetida. Tang squadrò il muro, dove uno squarcio si apriva a rivelare il canniccio di bambù
al di sotto dell’intonaco. Percorse il pavimento umido, superò gli arnesi arrugginiti e il vasellame rotto e uscì rapidamente.
Gli altri lo seguirono.
Fuori tutto era denso di ombre, il cielo cinerino oscurato da una volta di rami e foglie bagnate. Sotto gli alberi fiorivano le prime viole della
stagione. La recinzione che racchiudeva l’intera area si ergeva cinquanta metri più in là, intatta. Ni avrebbe potuto scavalcarla, ma per andare
dove?
Poi lo sguardo di Tang si posò sul pozzo, e lui si avvicinò.
Niente d’insolito; da quelle parti i pozzi erano ovunque. Anzi nel 1974 proprio lo scavo di un pozzo aveva condotto alla scoperta dell’esercito di
terracotta. Ma lì c’era una piastra di ferro a chiudere l’imboccatura.
Dov’era andato Ni?
Osservò intorno a sé il terreno bagnato, fitto d’alberi, là dove il tumulo cominciava a salire.
Ni era venuto fin lì per un motivo preciso.
Tang sapeva che la recinzione era stata eretta nei primi anni ’90, su ordine di Pechino, e che da allora l’area era off-limits. Perché? Nessuno lo
sapeva. A sentire Viktor, Pau Wen aveva detto a Malone e Cassiopea che conosceva una via d’accesso alla tomba di Qin Shi; dopodiché si era
diretto senz’altro all’appena rinvenuta biblioteca imperiale e aveva mantenuto la promessa, localizzando due passaggi sotterranei, dentro uno dei
quali era scomparso insieme coi due forestieri...
«Ministro», disse Viktor.
Tang tornò al presente.
Viktor indicò da vicino il pozzo. «Vedi le striature di lato? Sono fresche. La piastra è stata alzata e poi rimessa a posto.»
Giusta osservazione. Evidentemente, qualcuno aveva disturbato i licheni bianco-giallastri. Ordinò ai fratelli di sollevare la piastra, e subito vide
l’estremità della scaletta di legno.
Erano arrivati fin lì con un’auto della sicurezza. «Guardate se in macchina ci sono delle torce.»
Uno degli uomini corse subito a controllare.
«Dove porta?» domandò Viktor.
Tang lo aveva capito. «Nella tomba. Dove ci aspetta Ni Yong.»

Malone si avvicinò alla soglia da cui proveniva la luce, fermandosi da un lato del portale socchiuso mentre Cassiopea si piazzava sull’altro.
Avevano spento le torce e se le erano rimesse in tasca. In mano tenevano le armi.
Malone notò delle morse di bronzo a forma di L inchiodate dal loro verso del battente, e altre due a destra e a sinistra del montante. Contro il
muro invece era appoggiato in verticale un grosso ceppo di legno... Facile comprenderne l’utilizzo. Una volta posato quello sulle morse, dall’altro
lato non ci sarebbe stato modo di riaprire la porta.
Cos’era che gli aveva letto Pau? Alle concubine che erano senza figli fu ordinato di seguire l’imperatore nella morte, e tra gli artigiani e gli
operai neppure a uno fu consentito di uscire vivo da sottoterra.
Malone sbirciò oltre l’ingresso, nello spazio illuminato.
La camera sotterranea era lunga circa cento metri. La volta arrotondata era alta dieci o dodici metri, sorretta per l’intera larghezza da archi e
colonne piantate in tutta la sala. C’erano faretti su tutti e quattro i lati, a intervalli di cinque o sei metri, a gettare verso l’alto un bagliore giallo-
arancio che illuminava un soffitto, in apparenza, tempestato di cristalli, perle e gemme sistemati come le costellazioni. Il pavimento invece era
foggiato a mo’ di enorme carta topografica tridimensionale, con fiumi, laghi, oceani, montagne, valli, templi, palazzi e città.
«Porca puttana», mormorò Cassiopea.
Malone concordava. A quanto pareva, i resoconti di Sima Qian erano piuttosto precisi: Le costellazioni dei cieli erano state riprodotte in alto, e
le regioni della terra in basso.
Poi Malone notò la scintillante sfumatura argentea che rappresentava l’acqua.
Mercurio.
Con l’argento vivo essi avevano creato i cento fiumi della nostra terra, il Fiume Giallo e lo Yangtze, e il vasto mare, e vi erano macchine che
tenevano in movimento le acque.
Malone rabbrividì, ma poi rammentò quanto aveva detto Pau. Misure precauzionali. Sperava che il grandissimo stronzo avesse detto la verità
almeno su quello.
Non si vedeva nessuno. Ma allora chi aveva acceso le luci? Pau Wen?
Azzardò un’altra occhiata e stabilì che si trovavano sul lato corto del rettangolo, proprio di fronte a quella che pareva l’entrata principale. Tutte e
quattro le pareti erano in pietra levigata, con bassorilievi di teste di animali e altre immagini arcane che parevano schizzare fuori dalla superficie
lucidissima. Malone distinse una tigre, un cavallo prono, un rospo, una rana, un pesce e un bue. Il colore era ovunque: archi e colonne smaltati di
giallo, mura vermiglie, il soffitto di porpora scura.
Al centro del locale si ergeva un plinto elaborato, più largo alla base che in cima, che sembrava fatto di giada. Due luci servivano a illuminare gli
squisiti ceselli sui lati, ma sopra non c’era niente. Spoglio, come il resto della camera. Le quattro mura erano adorne di piedistalli in pietra alti tre
metri, posti a intervalli di circa sei metri. Malone capì che cosa avessero ospitato un tempo. Furono preparate torce con l’olio destinate ad ardere
per lungo tempo.
Ma in giro non si vedeva neanche una lampada.
Dentro il mausoleo di Qin ci sono centinaia di lampade, piene di petrolio. Ne ho anche accesa una. Un’altra menzogna di Pau Wen.
Malone aveva letto abbastanza sulle tombe imperiali cinesi da sapere che erano tutte progettate come rappresentazioni simboliche del mondo
di ciascun imperatore. Non monumenti, ma riproduzioni della vita tramite le quali il sovrano perpetuava in eterno la propria autorità. Vale a dire che
quella sala avrebbe dovuto essere piena di roba.
Lanciò un’occhiata a Cassiopea; lo sguardo di lei confermò la loro mossa seguente.
Dall’andito buio, Malone entrò nello spazio illuminato. Il pavimento rappresentava le estreme frange sudoccidentali dell’impero di Qin Shi, con
quelle che lui sapeva essere catene montuose scolpite nella giada. Un’area piatta a nord delineava un deserto, che si estendeva a est verso la
capitale dell’impero. Molti metri più in là c’erano vaste pianure, altipiani, coltri d’alberi, monti e vallate. Palazzi, templi, paesini e città, tutti fatti di
bronzo e gemme, spuntavano ovunque, collegati tramite quello che sembrava un sistema di strade.
Malone notò che la lastra di pietra, quella che una volta chiusa bloccava l’ingresso, si fondeva perfettamente nella parete ornata: un ingresso che
si poteva vedere e aprire solo dall’esterno. Dai muri vicini sbucavano draghi acciambellati, visi umani e uccelli con creste e lunghe code.
Accennò con la pistola verso il centro, ed entrambi si mossero cauti, cercando di avanzare sulle porzioni più lisce di pavimento. Malone era
ancora preoccupato per il mercurio e i suoi vapori, perciò si chinò verso uno dei fiumi e vide che nel canale scolpito, largo all’incirca trenta
centimetri e profondo dieci, scorreva proprio il mercurio.
Sopra, però, c’era qualcos’altro. Una patina trasparente, oleosa. Sfiorò con la canna della pistola la superficie lucida, increspandola. Poi guardò
l’estremità dell’arma e azzardò una fiutata, cogliendo una nota di petrolio greggio.
Allora capì. «Olio minerale. Pau ci ha ricoperto il mercurio, per trattenere i fumi», sussurrò. Una volta aveva fatto anche lui la stessa cosa col
sifone di uno scarico nel seminterrato: aveva versato del petrolio sopra l’acqua per rallentare l’evaporazione e controllare le esalazioni fognarie. Si
sentì meglio, all’idea che l’aria non fosse infestata di tossine, ma era ancora preoccupato: non solo di dove fosse andato a finire Pau Wen, ma
anche di chi altri potesse aggirarsi là sotto.
Si diressero verso il plinto centrale, che sovrastava una cospicua piattaforma. Malone aveva visto giusto: l’intera struttura era scolpita nella
giada, e rappresentava innumerevoli figure umane, animali e vegetali. Gli artigiani avevano sfruttato molto abilmente le diverse sfumature della
pietra dura, e lui non poté trattenersi dallo sfiorare dolcemente la superficie traslucida.
«È incredibile. Non ho mai visto niente del genere», disse Cassiopea.
Malone sapeva che per i cinesi la giada era un dono degli dei, la chiave della vita perpetua. Simboleggiava l’eternità, e la si riteneva impregnata
di magiche proprietà che proteggevano dal male e portavano fortuna. Per quello gli imperatori cinesi venivano sepolti in costumi funerari di giada,
cuciti insieme con fili d’oro e adorni di perle.
«Qui giaceva l’imperatore», sussurrò Cassiopea.
Non c’era altra possibilità. Quella era l’espressione definitiva di una cultura che teneva il simbolismo in gran conto.
Ma il plinto era spoglio.
Poi Malone notò che la parte superiore non era liscia, e ospitava invece una serie d’immagini cesellate, incorniciate da una greca
d’ideogrammi.
«È uguale alla mappa a casa di Pau Wen», disse Cassiopea.
Lui aveva pensato la stessa cosa.
Esaminò più da vicino le incisioni e si accorse che erano una replica più compatta del pavimento: l’impero di Qin Shi. Che cosa aveva detto
Pau Wen, a proposito della carta geografica appesa a casa sua? È la riproduzione di una cosa che ho visto una volta, con qualche modifica.
Malone prese l’iPhone e scattò qualche fotografia alla stanza e alla mappa.
«L’imperatore giaceva in cima al suo regno», sussurrò poi.
«Sì, ma adesso dov’è?» domandò Cassiopea.

Ni era rimasto scioccato quando aveva acceso le luci, benché il premier gli avesse riferito dell’allacciamento sotterraneo della corrente elettrica e
dell’installazione dei faretti. La prima incursione aveva il preciso scopo di accertare se anche la tomba poteva essere usata a scopi
propagandistici, insieme coi guerrieri di terracotta. Ma il complesso era stato trovato vuoto: sparito qualsiasi manufatto, imperatore compreso. E
per quello il governo aveva impedito ogni altra esplorazione archeologica. L’imbarazzo? Insostenibile. Le domande? Tutte senza risposta. Quindi
era stato costruito il pozzo sopra l’ingresso di fortuna, l’area era stata recintata, l’accesso vietato.
Chissà se le lampadine funzionano ancora, si era chiesto il premier; per la gran parte sì, e immergevano le tre anticamere ad archi e la sala
funeraria vera e propria in un bagliore di fosforo. Inoltre il vecchio aveva detto a Ni che il mercurio non rappresentava un pericolo, schermato
com’era da uno strato di olio minerale applicato da Pau Wen durante la prima esplorazione.
Ni si chiese se Karl Tang avrebbe trovato la strada. Di certo aveva trovato il pozzo, e lo spostamento della piastra di ferro aveva lasciato un
mucchio di tracce; un rumore di passi che si avvicinavano alle sue spalle, in fondo alla galleria da cui era appena sbucato lui, confermò che
qualcuno era in arrivo.
Poi Ni Yong udì qualcos’altro.
Dei movimenti nella grande sala funeraria.
E vide ombre che danzavano su un muro.
Strano.
Puntò lo sguardo sulle anticamere che si aprivano l’una nell’altra e osservò quelle ombre lontane. Era pronto ad affrontare Karl Tang, pistola alla
mano.
Ma era anche in trappola.
Fra il noto e l’ignoto.
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58

Ni udì i due colpi sparati dall’uomo sulla soglia. I proiettili però gli passarono fischiando sopra il capo e rimbalzarono tintinnando contro i muri. Il
ministro fu costretto ad abbassarsi e proteggersi la testa. L’uomo aveva aggiustato la mira intenzionalmente, puntando in alto.
Lui non sarebbe stato così generoso. Premette il grilletto.
Ma l’uomo se n’era già andato.
Il proiettile, come i due precedenti, non incontrò altro che pietra, rimbalzando giù per i muri e obbligandolo a buttarsi sul pavimento.
Balzò in piedi, senza aiutarsi con le mani, e corse verso l’uscita. Diede una sbirciatina alla porta e un altro proiettile gli venne incontro, facendolo
indietreggiare verso il muro. Perché quell’uomo gli sparava, se non aveva intenzione di colpirlo? E perché con Tang c’era un forestiero?
Ricordò quanto gli aveva detto il premier: Il caccia non si è schiantato. È stato abbattuto da un elicottero, guidato da un forestiero che era stato
autorizzato al volo dal ministro Tang.
Era forse lui?

Tang fuggì dalla sala grande e rientrò nella prima anticamera.


Viktor apparve sotto uno dei tre archi scuri che conducevano all’esterno; camminava all’indietro, con una pistola puntata dietro di lui. «Ho trovato
il ministro Ni.»
Tang fece cenno ai due fratelli di piazzarsi a sinistra e a destra. Entrambi brandivano una pistola, mentre la sua era semiautomatica.
«C’è un’altra uscita?» domandò Tang.
Viktor scosse la testa. «Solo questa.»

Malone osservava con interesse la scena che si stava svolgendo.


«Che cosa credi stia succedendo?» domandò Cassiopea.
Lei non era a conoscenza delle istruzioni di Stephanie, perciò Malone spiegò: «L’uomo che dà gli ordini, là al centro, è Karl Tang». Intravide un
quarto uomo che era entrato nell’anticamera: Viktor. Avrebbe dovuto saperlo. «Credi che stiano dando la caccia a Pau Wen?»
«Può darsi. Ma non mi è parso sorpreso da un’accoglienza così calda.»
«Ciò significa che c’è qualcun altro, qualcuno che a Karl Tang non piace affatto.»
«Il che rende quella persona una nostra alleata.»
«Perciò vediamo di darci da fare.»

Cassiopea afferrò la pistola, tenendosi pronta. Malone scivolò da una parte del plinto, lei dall’altra. Per loro fortuna, il tavolo di giada era
posizionato in senso diagonale, e ciò gli offriva una protezione maggiore.
Malone si alzò. «Qui, coglioni», chiamò.
Tang, Viktor e gli altri due si voltarono di scatto.
Malone sparò verso di loro, non per colpirli ma per attirare la loro attenzione. Funzionò. Tutti e quattro si nascosero, seguiti da due scariche di
colpi.
Cassiopea e Malone si schiacciarono contro il plinto.
«Chiunque sia la persona che abbiamo aiutato, spero che lo apprezzi», disse lei.

Ni sentì qualcuno chiamare, poi udì tre spari. Avanzò in uno spazio più piccolo e poco illuminato che si apriva fra lui e l’anticamera inondata di luce.
Si appiattì contro il muro adiacente alla porta e sbirciò dietro l’angolo. Tang e altri due uomini nella sua stessa posizione, in piedi contro il muro
dell’ingresso alla camera funeraria.
Non vide il forestiero, ma scorse uno degli uomini del ministro che si girava di scatto sparando attraverso l’arcata nella camera funeraria.
Poi un altro fece la stessa cosa.
Qualcosa, lontano da lui, aveva attirato la loro attenzione.
Ni decise di approfittare della situazione.
Prese la mira e sparò.

Tang trasalì: qualcuno aveva fatto fuoco dietro di loro.


Uno dei fratelli gridò, poi si accasciò al suolo, contorcendosi dal dolore.
Tang si girò e vide Ni Yong uscire di corsa da una delle soglie buie, precipitandosi nell’anticamera seguente. Prese la pistola e gli sparò, ma Ni
era sparito sotto l’arcata e aveva trovato rifugio dall’altra parte.
Dov’era Viktor?
Il fratello ferito continuava a lamentarsi, straziato, esposto da tutti i lati.
C’era una cosa sola da fare.
Tang gli sparò in testa.

«Per la miseria! Hai visto?» disse Malone.


«Ha sparato al suo uomo», rispose Cassiopea.
«Quindi avranno poco rispetto per noi.»
Ni non perse tempo. Non appena ebbe premuto il grilletto, si precipitò all’uscita, trovando riparo subito prima che Tang potesse rispondere.
Scappò nell’anticamera successiva, rasentando il muro più distante, lontano dal centro, dove sarebbe stato più vulnerabile, e sparì verso l’ingresso
principale. Se avesse potuto raggiungere il passaggio che conduceva al pozzo, l’oscurità lo avrebbe aiutato.
Sgattaiolò nell’ultima anticamera.
Si schiacciò contro il muro lanciando un’occhiata dietro di sé, cogliendo di sfuggita Tang e l’altro uomo che entravano nella stanza da cui era
appena uscito.
Uno di loro sparò.
Ni si chinò, poi rispose al fuoco, approfittando di quel momento per scivolare nella linea nera fra i due battenti socchiusi. Dall’altra parte
dell’ingresso, era al riparo dai proiettili. Non poteva sprecare un secondo. Al buio, oltre le luci, sarebbe stato al sicuro.
Si voltò per fuggire, ma un uomo gli bloccò la strada.
Il forestiero che prima gli aveva sparato, mancandolo intenzionalmente.
«Non mi conosci, ma non sono tuo nemico», disse l’uomo puntandogli contro la pistola. Fece un altro passo verso la luce, uscendo dall’oscurità.
Sicuramente europeo.
Ni s’impresse il suo volto nella memoria.
Lo straniero gli porse la propria arma, tenendola per la canna corta. «Tramortiscimi, poi levati di torno.»
Non se lo fece ripetere due volte. Prese la pistola e sbatté l’impugnatura metallica sulla tempia dell’uomo.
Poi gettò l’arma e fuggì via nell’oscurità.

Tang uscì dalla porta e vide Viktor steso sul pavimento, la pistola a un paio di metri. Scandagliò l’oscurità che lo circondava, ma non vide e non udì
nulla.
Ni se n’era andato.
Viktor si stava tirando su dal pavimento e si massaggiava la testa. «Lo stavo aspettando, ma il bastardo è stato veloce. Mi ha colpito in testa.»
Tang non aveva tempo per le scuse. Senza piste sicure da seguire, mirò al buio e sparò una raffica di quattro colpi, disegnando un arco col
braccio da destra a sinistra, da un muro all’altro.
I proiettili sibilarono nell’oscurità e rimbalzarono rumorosamente sui muri, facendogli male alle orecchie.
«È andato», disse Viktor calmo.
Tang abbassò la pistola. «Dobbiamo rientrare. Cotton Malone, Cassiopea Vitt e Pau Wen sono ancora lì.»

Malone sentì dei passi che si allontanavano e suppose che i due uomini e Viktor fossero fuggiti. Non aveva idea di che cosa ci fosse dall’altra
parte dell’arcata che portava all’ingresso principale della camera funeraria.
Ma era tempo di agire.
Tornare indietro al pannello segreto attraverso il quale erano entrati era troppo rischioso. C’era troppa strada da percorrere. Perciò si diresse
verso Cassiopea e insieme lasciarono il plinto, attraversando in pochi secondi i trenta metri che li separavano dall’arco d’ingresso. Per fortuna, la
topografia del pavimento era composta soprattutto da pianure e oceani, che erano attraversati da uno stretto camminamento che permise loro di
correre per la maggior parte del tragitto.
Il corpo giaceva immobile, col sangue che colava dalle due ferite.
Malone arrischiò un’occhiata nella camera seguente e individuò tre uomini, fra i quali Viktor e Tang, che rientravano dal lato opposto e si
dirigevano verso di loro. Anche Cassiopea li vide, e insieme decisero che era il caso di ritirarsi.
Ma prima Malone sparò una raffica che sparpagliò gli uomini.
Cassiopea fece strada fino al plinto centrale. Ci arrivarono proprio mentre due nuove scariche si dirigevano verso di loro.
Gli inseguitori sembravano non aver intenzione di andarsene.
Si schiacciarono contro l’altro lato del plinto.
«Ti rendi conto che non possiamo andare da nessuna parte?» disse Cassiopea.
«È un pensiero che ho avuto anch’io.»
59

Ni si alzò. Si era buttato a terra, appiattendosi mentre Karl Tang sparava nell’oscurità, usando come copertura uno dei voluminosi incensieri. Era
rimasto immobile mentre i proiettili rimbalzavano a cascata dal muro, poi aveva osservato i tre aggressori sparire nel buio della tomba. L’uomo
che aveva tramortito lavorava certamente per Tang, ma sembrava che avesse altri programmi.
Ma chi era stato a richiamare l’attenzione su di sé e poi a sparare dalla camera funeraria? Avrebbe dovuto aiutarli? Che cosa poteva fare, a
parte mettersi di nuovo in pericolo?
Farsi uccidere non avrebbe risolto niente.
Doveva andarsene.

Malone vide riapparire le ombre nell’anticamera. Aveva sentito quattro colpi e si chiedeva che cosa stesse succedendo. Sembrava che un
problema fosse stato risolto, o forse non si trattava più di un problema. Invece... «Tocca a noi.» Individuò alcune teste che facevano capolino
intorno all’arcata e perlustravano la camera funeraria.
«Possiamo portarli fuori?» sussurrò Cassiopea dall’altro lato del plinto.
«Non possono sapere che siamo ancora qui. Hanno scoperto pure il buco nel muro alle nostre spalle. Potremmo essere là dentro, per quanto ne
sanno.»
Sfortunatamente si trovavano a una trentina di metri di distanza davanti a uno spazio completamente sgombro salvo per qualche colonna, che
offriva ben poco riparo.
Malone esplorò mentalmente le varie possibilità.
Non erano molte.
Studiò i faretti che illuminavano il plinto. Il suo sguardo seguì un fiume di mercurio che scorreva a qualche decina di centimetri: una
rappresentazione, supponeva, del Fiume Giallo che attraversava l’antico impero da est a ovest. Si ricordò ancora una volta ciò che Pau Wen gli
aveva letto a casa sua. Con l’argento vivo essi avevano creato i cento fiumi della nostra terra, il Fiume Giallo e lo Yangtze, e il vasto mare, e vi
erano macchine che tenevano in movimento le acque. C’era un collegamento coi giacimenti? In ogni caso, ciò che aveva in mente avrebbe
dovuto funzionare. «Stai pronta a muoverti», sussurrò.
«Che cosa vuoi fare?»
«Creare un problema.»

Tang scorse delle ombre sulla piattaforma centrale.


C’era qualcuno. Due sagome.
Ce n’era una a ogni lato del tavolo di giada disposto in diagonale rispetto all’ingresso. Vagliando quello che restava della camera, ebbe la
conferma che non c’erano altri posti dove nascondersi.
Dov’era la terza persona che avrebbe dovuto trovarsi lì?
«Uccidili entrambi», ordinò a Viktor. «E questa volta li voglio morti. Non abbiamo bisogno di ulteriori distrazioni.»
Il russo parve capire che le cose non erano andate per il verso giusto e annuì. «Li sistemiamo noi.»

Malone vide le canne di due pistole, una a ogni lato dell’arcata.


Entrambe spararono.
I proiettili rimbalzarono sulla giada.
Era ora di darsi una mossa.
Si lasciò cadere sul sedere, sollevò la gamba destra e con la suola della scarpa diede un colpo al treppiede che sosteneva le luci elettriche. Il
metallo sottile crollò, le lampadine esplosero in una pioggia di scintille, mentre il calore infiammò l’olio minerale. Malone conosceva qualche
mangiatore di fuoco e sapeva che gli esperti di effetti speciali preferivano l’olio minerale poiché aveva un punto d’infiammabilità elevato e una
bassa temperatura di combustione. Non ci volle molto perché prendesse fuoco, e non durò a lungo una volta acceso.
Produsse un effetto spettacolare, proprio come la carta lampo usata dai maghi.
La camera funeraria fu avvolta da fiamme luminose, mentre l’olio bruciava sul mercurio nei laghi, nei fiumi e nell’oceano, consumandosi. Un
flusso d’aria si propagò per i muri, come un’onda che si precipita verso riva, generando un calore e una luce che si diffondevano in fretta.
Malone non perse tempo, balzò in piedi per raggiungere Cassiopea e percorrere a tutta velocità la breve distanza che li separava dalla breccia
nel muro della camera. Evitarono altri fiumi e altri laghi, ma per fortuna la parte occidentale dell’impero di Qin era composta più che altro da deserti
e montagne.
L’olio si esaurì in fretta, e la luce svanì. Quello che rimase era una nuvola scura che si diffondeva dal pavimento, e lui sapeva che cosa
contenesse quella zaffata letale.
Mercurio.
«Trattieni il respiro», disse.

Tang vide il treppiede schiantarsi a terra e sentì il calore dell’olio minerale che s’infiammava producendo una luce accecante. Sollevò un braccio
per proteggersi gli occhi. Il fratello e Viktor lo imitarono.
Il lampo inatteso lasciò una scia di puntolini neri intermittenti ma, non appena riprese a veder bene, scorse fra le nuvole ascendenti di nebbia
nerastra due figure che correvano dalla parte opposta della stanza, verso la breccia nel muro.
«Non possiamo restare qui», disse Viktor.
Tang sapeva che il fumo era tossico e che le sue esalazioni stavano per raggiungerli, perciò si allontanò dall’arcata.
Un altro crac risuonò nella camera e le luci iniziarono a esplodere. Sentì un’onda di elettricità e qualcosa scoppiò dietro di lui in una pioggia di
scintille.
La scatola di giunzione alimentata dal cavo esterno.
«Sta andando in cortocircuito», gridò Viktor.
Poi il mondo diventò nero.

Cassiopea continuò a correre, intuendo che la corrente elettrica che si sollevava dal mercurio era finalmente tornata indietro.
L’ultima cosa che vide prima che tutte le luci si spegnessero fu il muro, a circa dieci metri di distanza.
Si fermò bruscamente e sentì che Malone faceva lo stesso. «Dobbiamo andare», sussurrò.
«Trova il muro. L’uscita era a circa venti metri, sulla destra», disse Malone. «A questa distanza, potremmo avere circa un minuto di aria buona,
ma dobbiamo sbrigarci.»
Il buio era assoluto. Cassiopea non riusciva neanche a vedersi le mani. Con cautela, brancolò alla cieca e trovò il muro con la punta della
pistola. Aveva ancora in tasca la torcia, ma sarebbe servita soltanto a fare di loro un bersaglio perfetto per una raffica di proiettili attraverso la
nebbia.
«Vai. Svelta», sussurrò Malone.
Dal lato opposto della sala spuntarono raggi di luce che tessevano un sentiero attraverso la nuvola che si trovava, ora, a meno di due metri dal
pavimento e si stava sollevando.
I raggi trovarono il muro e si misero a cercare a destra e a sinistra.
Cercavano loro.

«Devono essere là», disse Tang.


Utilizzavano tutti e tre le torce per analizzare la parte opposta della camera in cerca delle due figure. I raggi erano deboli, ma sufficienti.
«Trovate quel buco! È lì che erano diretti.»
I raggi continuarono la loro danza. Uno di essi individuò la breccia nel muro e, alla sua destra, una sagoma.
Che si muoveva proprio in quella direzione.
«Là! Sparate», ordinò Tang.

«A terra», urlò Malone, sapendo che cosa sarebbe successo.


Il raggio aveva individuato Cassiopea non appena si era messa in salvo. Decise di non regalare occasioni a nessuno.
Mirò attraverso la stanza e sparò al centro delle tre torce.

Tang sentì che la pallottola aveva colpito il fratello. L’uomo fu scagliato indietro dall’impatto; la torcia zigzagò nell’oscurità e il corpo cadde con un
tonfo sui mattoni.
Il ministro si ritirò immediatamente dietro l’arcata, come fece Viktor dall’altra parte. La nuvola di mercurio avanzava verso di loro ed era ormai a
pochi metri di distanza.
Dovevano andarsene.
Ma prima...

Cassiopea vide una torcia cadere e altre due scomparire, probabilmente in cerca di un riparo. Balzò in piedi, trovò con la mano la breccia nel
muro e ci scivolò dentro, mettendo fra sé e altri proiettili una spessa lastra di pietra.
Malone, però, era ancora là fuori.
«Sei entrata?» lo sentì chiedere.
«Sono qui. Tocca a te.»
Le torce stavano ricominciando a perlustrare, puntate sull’apertura. Ma erano molto più deboli a causa della nebbia che si stava infittendo e
avanzava verso il lato della sala occupato da loro.
Altri trenta secondi e sarebbe arrivata.
Le torce si allontanarono e si abbassarono.
Entrambe puntate fisse su Malone.

«Eccolo lì. Sparagli subito», disse Tang a Viktor.


Le pistole fecero fuoco.

Malone individuò la nuvola scura a circa tre metri di distanza. Si appiattì al suolo proprio mentre le pistole sparavano dall’altra parte della sala.
Trattenne il respiro; le torce si fermarono proprio sopra di lui.
Alzarsi, o anche solo rannicchiarsi, sarebbe stato fatale.
Ma doveva andarsene.
Subito.

Cassiopea mirò alla porta di pietra e svuotò il caricatore per la stanza, sparando alle luci. «Porta qua il culo», urlò a Malone.

Malone si rese conto che non era proprio così semplice. I raggi delle torce non si vedevano più a causa del fuoco di fila di Cassiopea – l’idea era
proprio quella, pensò – che gettò la stanza nel buio più totale. Sapeva che il varco era a circa due metri e mezzo, sulla destra. Tuttavia dovette
andare tastoni verso il muro, dirigendosi verso il punto di origine degli spari.
Una serie ripetuta di scatti indicò che il caricatore di Cassiopea era a secco.
Malone trovò il varco, saltò dall’altra parte e tirò il fiato. «Dobbiamo andarcene da questo inferno.»

Tang si rese conto che Cotton Malone e Cassiopea Vitt erano scappati dall’uscita più distante. Poiché la nebbia stava per raggiungerli, non c’era
modo d’inseguirli attraverso la camera.
Arretrò, come aveva fatto Viktor. «Non importa. Ho due fratelli che li aspettano al punto in cui emergeranno dal sottosuolo.»
60

Ni si arrampicò lungo il pozzo e guardò l’orologio: quasi le sei di pomeriggio. Respirò a pieni polmoni qualche boccata d’aria calda e umida.
Aveva smesso di piovere.
Rimise a posto la piastra di ferro.
Tang sarebbe certamente uscito presto, perciò doveva andarsene. Il suo avversario era arrivato preparato, ma anche lui.
Trovò il cellulare e premette un tasto di chiamata rapida. «Ti voglio qui, sul posto, entro quindici minuti.»
Ni aveva portato con sé dodici investigatori, trasportandoli con un altro elicottero che sarebbe arrivato circa mezz’ora dopo il suo. Avevano
ricevuto l’ordine di aspettare a qualche chilometro di distanza finché non fossero stati contattati.
«Stiamo arrivando.»
«Vediamoci al centro di sicurezza, negli edifici amministrativi, a est del museo.» Chiuse la chiamata e se ne andò.

Malone faceva strada mentre lui e Cassiopea se la svignavano nel tunnel, verso il punto in cui erano entrati. Sapeva che c’erano da superare
quattro angoli retti e, dal momento che avevano già girato prima a sinistra e poi a destra, ne rimanevano due. Evitava tutte le soglie che portavano
all’esterno, attento a ripercorrere la strada che avevano seguito per entrare. Quanto sarebbe stato felice di ritrovarsi il cielo sopra la testa!
Aveva ancora la pistola, in cui restavano pochi colpi. Cassiopea era sfinita. Entrambi avevano acceso le torce.
«Grazie per prima», disse lui.
«Era il minimo che potessi fare.»
«Lo sai che Viktor teneva in mano una di quelle torce?»
«Sappiamo pure che nessuno di noi è stato colpito.»
Malone si fermò. «Stai scherzando. Pensi davvero che ci abbia aiutato?»
«Cotton, non so che cosa pensare. Qui sembra tutto un doppio gioco. So solo che un bambino di quattro anni è sparito e non riesco a trovarlo,
non ci sono neppure andata vicina.»
Cassiopea sembrava davvero esasperata e lui attese un altro attacco verbale. Invece lei gli si avvicinò e lo baciò.
Tenero. Dolce. Non una domanda, piuttosto un’affermazione.
«Viktor non è te», gli disse.
«Pensi che io sia geloso?»
«Penso che tu sia umano.»
Malone era molto a disagio. Affrontare le emozioni era un conto, rivelarle era tutto un altro. «Dobbiamo uscire di qui.»
Lei annuì. «D’accordo. Andiamo.»
Imboccarono le ultime due svolte. Lui notò una macchia di luce nel tunnel davanti a loro. Il taglio sul pavimento della biblioteca. Si fermarono
sotto l’apertura e cercarono di dare un’occhiata, riuscendo a scorgere qualcosa per un metro circa.
«Vado io», disse lei.
Prima che Malone potesse obiettare, Cassiopea balzò su, trovò un appiglio e si sollevò.
A metà strada, fu tirata su.
Un uomo si lasciò cadere dall’apertura atterrando in piedi.
Indossava la divisa del personale di sicurezza del museo e aveva una pistola, puntata dritta su Malone.
«Credo vogliano che tu venga su, svelto e zitto», disse Cassiopea dall’alto.

Tang scese dall’auto che aveva portato lui e Viktor dal pozzo all’ufficio della sicurezza. Avevano trovato in fretta la strada per uscire dal mondo
sotterraneo di Qin Shi ed erano fuggiti dall’area recintata. I due fratelli morti erano stati lasciati sottoterra. Si poteva fare poco dei loro corpi,
soprattutto considerato che il luogo, adesso, era contaminato dai vapori del mercurio.
La sua prima preoccupazione era Ni Yong.
Nella tomba aveva avuto l’opportunità perfetta – una privacy inimmaginabile – per porre fine al problema.
Ma se l’era lasciata sfuggire.
O, per essere più precisi, era stato Viktor a lasciarsela sfuggire.
Tenne il dispiacere per sé. Avrebbe facilmente risolto la questione con quel forestiero, al momento buono. «Aspetta qui», gli disse. Si precipitò
nell’edificio climatizzato della sicurezza. I vestiti erano sudici, i capelli arruffati, la gola piena del sapore di aria stantia.
Gli uomini all’interno scattarono sull’attenti.
«Un’ora fa, nella fossa 3, un uomo anziano è uscito dalla recinzione?»
Il supervisore abbaiò ordini; qualcuno si mise a battere sulla tastiera di un computer, apparentemente per cercare i nastri del luogo e dell’ora
indicati. Tang osservava lo schermo su cui era comparsa la fossa 3: i guerrieri che facevano la guardia in piedi, silenziosi, il cocchio, i cavalli, la
breccia nel muro di terra. Era una ripresa angolata da quella che sembrava una telecamera nell’interno del tetto. Vide un uomo anziano spuntare
dalla curva buia che portava al locale della biblioteca, seguito dai due fratelli che aveva lasciato di guardia. Uno era armato e spingeva Pau verso
una scala lì vicino. Salirono tutti e tre sulla passerella. Un altro schermo mostrava l’esterno del museo della fossa 3 e i tre uomini che uscivano
dall’edificio.
Erano più di vent’anni che Tang non vedeva Pau Wen, da quando il vecchio aveva lasciato il Paese, ma non era cambiato affatto. Aveva ancora
lo stesso viso allungato, gli stessi occhi rotondi e la fronte alta. I capelli erano sempre radi, solo che adesso erano più grigi. Uno dei fratelli gli
puntava contro la pistola, e il ministro osservava mentre attraversavano lentamente la piazza vuota. «Dove vanno?» domandò.
Il supervisore fece un cenno col capo e l’addetto passò a un’altra telecamera. «Li abbiamo seguiti per qualche altro minuto, poi abbiamo visto
questo.»
Pau e i fratelli erano nel parcheggio. C’era ancora gente, chi si ammassava sugli autobus e chi se ne andava con la propria macchina. Pau e i
fratelli si avvicinarono a una berlina di colore chiaro. Adesso nessuno impugnava armi. Ognuno dei fratelli abbracciò Pau con affetto, poi tutti e tre
si allontanarono in macchina.
Il viso di Tang non tradì nessuna emozione.
Nessuno disse una parola.
«Altri due individui, un uomo e una donna, dovrebbero essere usciti dalla stessa stanza sotterranea nella fossa 3», disse.
Il supervisore annuì velocemente e schioccò le dita. Con qualche colpetto sulla tastiera, le immagini richieste apparvero su un monitor. «Quando
i due uomini che aveva piazzato se ne sono andati, ho mandato due dei nostri a fare la guardia», spiegò il supervisore.
Almeno qualcuno aveva fatto il suo lavoro. «È stata una decisione giusta.»
L’uomo accettò il complimento con un inchino e fece segno di far partire il video. Tang vide una delle guardie del museo che usciva dalla
biblioteca, seguita da un uomo e una donna e poi da un’altra guardia con la pistola puntata. Ovviamente, se i due fratelli avessero mantenuto la
loro posizione, Cotton Malone e Cassiopea Vitt sarebbero morti, e il problema che rappresentavano sarebbe stato risolto. «Dove sono adesso?»
domandò.
«In arresto.»
«Portami da loro.» Si girò per andarsene.
La porta si spalancò e Ni Yong fece irruzione, seguito da dieci uomini armati. «In nome della Commissione Centrale per l’Ispezione della
Disciplina del Partito Comunista Cinese, assumo il controllo di questa struttura.»
PARTE QUARTA
61

Cassiopea sedeva con le gambe appoggiate sul tavolo guardando Cotton. Anche lui era su una delle sedie di metallo, con le gambe incrociate e
gli occhi chiusi. La stanza in cui erano stati condotti sotto la minaccia delle armi non aveva finestre, e le riportava alla memoria la cella in cui
l’avevano tenuta in Belgio.
«Ci siamo cacciati in un altro bel casino», borbottò Malone.
«Almeno nessuno sa che sei stato tu a dare fuoco a una delle più grandi scoperte archeologiche di tutti i tempi.»
Lui aprì gli occhi. «Le saputelle non piacciono a nessuno.»
Cassiopea sorrise. «Pensi che ci sia qualche cimice, qui dentro?»
«Spero di sì. Ehi, se qualcuno ci ascolta, ho fame. Portateci qualcosa da mangiare.»
Lei chiuse di nuovo gli occhi. Era interessante che Malone fosse l’unico uomo in grado di metterla a disagio, e quel fatto, stranamente, la
metteva a proprio agio. Con Cotton non c’era niente da dimostrare, e lui non era in competizione con lei. Era solo se stesso, e le piaceva così.
«Bella mossa con le luci», gli disse.
Lui scrollò le spalle. «Continuavo a pensare a Tivoli. Là qualche volta ho incontrato un mangiafuoco. Un giorno, parlando, mi ha detto che usa
l’olio minerale per tutti i suoi trucchi. Ovviamente non lo accende sul mercurio.»
«Quella tomba sarà tossica per un po’.»
«Che importa? Tanto non lo saprà nessuno. O l’ha saccheggiata Pau, o l’avevano già fatto altri prima che entrasse lui. In ogni modo, i cinesi non
vogliono che ci entri nessuno. E noi – che fortuna! – siamo riusciti a trovarci nel bel mezzo di una guerra privata fra due giganti politici.»
Lo conosceva meglio di quanto lui sarebbe stato disposto ad ammettere e capì che stava rimuginando su qualcosa. «Che cosa c’è?»
«Chi ha detto che c’è qualcosa?»
«Io.»
«Perché mi hai baciato?»
Stava tergiversando. «Ne avevo voglia.»
«Non è una risposta.»
«Certo che lo è.» Perché lo avesse baciato era un mistero anche per lei, sapeva solo che ne aveva avuto voglia. Diamine, qualcuno doveva fare
la prima mossa. Ma non era il momento per esplorare quel campo minato emotivo. «Rispondimi. Che cosa vede quella tua memoria fotografica?»
«Vorrei che eidetica significasse fotografica. Renderebbe tutto più semplice. Invece il mio cervello pazzo adora ricordare ogni dettaglio inutile.»
Chiuse gli occhi. «E questo è il problema. Ho bisogno di tempo per metterli in ordine.»

Ni era finalmente faccia a faccia con Karl Tang. Erano più o meno alti uguali e della stessa età, Tang aveva un anno o due in più. Ni si rese conto
che si trovavano in un luogo pubblico, pieno di occhi e orecchie, e che il comportamento suo e di Tang sarebbe stato argomento di grandi prese in
giro.
«Non prendo ordini da te», disse Tang.
«Sono qui per ordine diretto del premier. Puoi chiamare il suo ufficio e verificare, ma ti assicuro che ha autorizzato l’operazione. E da lui,
ministro, gli ordini li prenderai.»
I vestiti di Tang erano sudici quanto i suoi; erano entrambi bagnati, sporchi e arrabbiati.
«Sono oggetto di qualche indagine?» domandò Tang.
Ni non sarebbe caduto nel trabocchetto. «Non rivelo informazioni simili neanche al primo vicepremier.»
Tang sembrava solo. Tutti gli altri presenti indossavano le divise del museo. Ni aveva controllato l’esterno in cerca del forestiero che gli aveva
salvato la vita nella tomba, ma non era riuscito a scorgerlo da nessuna parte. Avrebbe voluto interrogarlo.
«Noi due dovremmo parlare. In privato», disse Tang.
Ni vagliò rapidamente i pro e i contro e decise che i vantaggi pesavano più degli ostacoli. Il suo sguardo si fissò sul sovrintendente, che
accennò a una porta sull’altro lato della stanza, alla destra degli schermi.
Lui e Tang si ritirarono nel vano senza finestre e si chiusero dentro.
«Dovresti essere morto», esordì Tang, gli occhi accesi d’odio.
«È la seconda volta che provi a uccidermi senza riuscirci. Non vincerai questa battaglia.»
«L’ho già vinta.»
Quel tono sicuro non gli piaceva. «Potrei farti arrestare.»
«Per che cosa? Non hai prove. E, se conti su Pau Wen, buona fortuna. È l’inaffidabilità fatta persona.»
«E, se ti togliessimo i pantaloni, che cosa troveremmo?»
«Che sono coraggioso», disse Tang.
«Sei orgoglioso di quello che sei?»
«Sono orgoglioso di quello che farò.»
Ni sapeva che era una situazione pericolosa. Non c’erano prove che Tang avesse fatto qualcosa di sbagliato, e rivelare che era un eunuco non
avrebbe risolto niente. Sollevare un’accusa e non essere in grado di sostenerla poteva soltanto minare la sua credibilità. Il suo dipartimento
prosperava perché prendeva le decisioni giuste. Sapeva che molti nel governo aspettavano solo un fallimento catastrofico e un’opportunità per
porre fine all’autonomia decisiva per il successo delle sue indagini. «C’è un pilota morto nella provincia dello Yunnan. Abbattuto da uno straniero
che pilotava uno dei nostri elicotteri. Sei stato tu ad autorizzare il volo.»
«Sì, per impedire a Pau Wen di entrare illegalmente nel Paese. Ma non ho mai autorizzato l’uccisione di un pilota. Hai prove che dimostrano il
contrario?»
«Le avrò quando troverò il forestiero.» Che avrebbe potuto benissimo essere lo stesso uomo che aveva incontrato nella tomba. L’uomo che lo
aveva salvato. Tang ovviamente non aveva idea che il suo presunto alleato era tutt’altro.
O forse sapeva?
Ni decise di non dire niente di quanto era successo. Se l’uomo che l’aveva aiutato stava davvero facendo il doppio gioco, avrebbe potuto
chiedere ancora il suo aiuto. Se l’intera faccenda si fosse rivelata uno stratagemma, allora il silenzio sarebbe stato ancora meglio.
«Siamo io e te. Il vincitore si prende la Cina», disse Tang.
«Conosco la posta in gioco.»
Gli occhi di Tang bruciavano d’odio. «Sappi che non vivrai abbastanza da assistere alla mia vittoria.» Aprì la porta e, passando davanti agli altri
in silenzio, uscì dall’edificio.
Ni ritornò nella stanza. «Voglio vedere tutto quello che ha visto il ministro Tang e voglio sapere tutto quello che gli è stato detto.»

Malone visualizzò nitida nella sua mente la parte superiore del plinto di giada. Una mappa tridimensionale dell’impero di Qin Shi, incorniciata da
una bordatura di simboli. Sia lui sia Cassiopea si erano ricordati del pannello di seta appeso nella residenza di Pau Wen. È la riproduzione di
una cosa che ho visto una volta. Un’antica rappresentazione della Cina. Con qualche modifica.
Malone avrebbe voluto avere ancora il suo iPhone, ma gli era stato confiscato, insieme con le armi, quando le guardie li avevano perquisiti.
Senza non poteva esserne assolutamente sicuro, ma era più che convinto.
La porta si aprì.
Entrò un uomo, fra i cinquantacinque e i sessant’anni, guance tirate solcate di cicatrici, capelli scuri scompigliati e orecchie a sventola.
Gli occhi carichi di una grave determinazione. «Sono il ministro Ni Yong.»
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63

Tang prese posto nell’elicottero che si sollevava nel cielo serale. Viktor era seduto dall’altro lato.
La Sala per la Conservazione dell’Armonia.
Non ci andava da molto tempo.

«Fratelli, questa sarà l’ultima volta che ci parliamo guardandoci in faccia», disse Pau Wen.
Tang stava in piedi con un gruppo selezionato di cinquanta persone. Attraverso le cornici delle finestre aperte colse il profumo dell’aria di
montagna. Benché la veste di seta che indossavano tutti non fornisse un gran riparo contro il gelo del pomeriggio, non sentiva freddo.
«Abbiamo programmato tutto bene», continuò Pau Wen.
La lunga sala era fronteggiata da un elaborato graticcio, a proteggere centinaia di scaffali incasellati che contenevano parole antiche. Ogni
manoscritto era lungo quasi un metro, comprendeva singoli fogli di seta e lino, vecchi di secoli, avvolti nella tela e schiacciati tra due tavole
incise. Lui stesso ne aveva restaurati personalmente parecchi durante il suo apprendistato. Le pareti erano costellate di lampade d’argento,
ma la loro luce non era necessaria, giacché un sole luminoso inondava le due gallerie superiori. Dall’esterno si udì il lamento di una
conchiglia, in cui soffiava un altro fratello, a indicare che erano le tre del pomeriggio.
«Fra tutti i nostri membri, voi siete quelli con le maggiori possibilità di raggiungere posizioni di grande potere e ascendente. Uno di voi
potrebbe anche diventare premier, e questo renderebbe il nostro compito molto più facile. Ho fatto in maniera che tutti voi foste bene avviati.
Ognuno di voi è pronto. Perciò andate. Tou liang huan zhu.»
Sostituisci le travi e i pilastri con legname marcio.
Tang capiva perfettamente il proverbio.
Sabota, distruggi o comunque elimina le strutture fondamentali che sostengono un avversario e sostituiscile con le tue. Rendi inabile
l’antagonista, prendi il potere dall’interno.
«Quando le ruote sono bloccate, il carro non può muoversi. Quando le travi e i pilastri sono stati tolti, la casa cadrà in pezzi», disse ancora
Pau Wen.
Tang era orgoglioso di far parte di quello che stava per cominciare.
«Me ne andrò presto. È necessario per realizzare il nostro scopo. Ma monitorerò e guiderò da lontano il vostro cammino, per mezzo della
voce di fratello Tang.»
Aveva sentito bene? Perché non uno degli anziani? Non aveva ancora trent’anni ed era da poco nel Ba. E ciononostante sarebbe stato al
comando?
«La sua risorsa è la gioventù. Il nostro piano ha bisogno di parecchio tempo. Anche se molti di voi hanno più esperienza di lui, il tempo non
è dalla vostra parte.»
Tang gettò un’occhiata per la sala e si rese conto che nessuno degli altri tradiva la minima reazione. Il Ba non era una democrazia: in realtà,
quello era un concetto ignoto al pensiero legalista. Gli Egemoni prendevano tutte le decisioni, senza discussioni né dibattiti.
«E perché devi partire?» domandò all’improvviso uno degli anziani.
Il viso di Pau rimase inespressivo. «Potrei costituire una distrazione.»
«Ovvero, i tuoi nemici potrebbero interferire.»
«Hai nutrito a lungo delle riserve sulla nostra condotta», disse Pau.
«Questo è falso. Le mie riserve sono solo contro di te.»
Tang sapeva che quell’uomo era di statura quasi pari a Pau Wen. Favorito nella capitale, conosciuto dal Partito. Rispettato. Ma si rendeva
pure conto di quello che Pau stava facendo.
Stana la tigre dalle montagne.
Piuttosto che addentrarsi in territori pericolosi e ostili per confrontare un avversario, è molto meglio farlo uscire a combatterti.
«Ci lasci mano libera per un’ardua battaglia che non intendi combattere con noi. Alcuni di noi possono riuscire, molti non ce la faranno.
Tuttavia così tu non puoi perdere.»
«Che cosa vorresti che facessi?» domandò Pau.
«Come minimo che restassi qui.»
Uno stratagemma intelligente, pensò Tang. Quando un avversario ha il coltello dalla parte del manico, invece di resistergli direttamente,
esaurisci le sue risorse, indebolisci la sua forza. Provoca un errore. Su un uomo di minor levatura, la manovra avrebbe funzionato...
«Ma così non saresti in grado di scalzarmi», disse Pau.
I due non staccavano gli occhi l’uno dall’altro.
«So che cosa stai facendo», dichiarò Pau. «So che, quando me ne sarò andato, usurperai tutto quello che ho programmato. Ecco perché
non sei stato scelto per essere il mio agente. Ecco perché siamo qui, perché tutti sappiano dei tuoi tradimenti.»
L’uomo tenne duro, la schiena rigida come il suo atteggiamento. «Sarai la nostra rovina.»
Pau teneva le braccia conserte sul petto, coperte dalle maniche della veste.
Tang si accorse che il vecchio lanciava uno sguardo a sinistra, e il fratello di fianco all’avversario di Pau avanzò di due passi, afferrò la testa
dell’uomo con entrambe le mani e la ruotò bruscamente.
Uno schianto ruppe il silenzio e il corpo cadde sul marmo.
Nessuno degli altri reagì.
Pau Wen era rimasto immobile. «Dopo aver scritto L’arte della guerra , Sun Tzu ottenne udienza dal re di Wu. Voleva comandare l’esercito
del re, ma quest’ultimo non credeva che si potesse insegnare a qualcuno a diventare un soldato, e sfidò Sun Tzu: insegna alle concubine
imperiali a combattere, e potrai comandare il mio esercito. Sun Tzu accettò la sfida, nominò due donne ufficiali e illustrò loro l’arte della
marcia. Ma, quando i tamburi diedero il segnale, tutte le donne scoppiarono a ridere. Sun Tzu sapeva che, se gli ordini non sono chiari, la
colpa è del generale. Perciò ripeté l’esperimento, ma gli ufficiali e le donne risero ancora. Sun Tzu sapeva pure che, se gli ordini sono chiari
ma non vengono eseguiti, la colpa è degli ufficiali. Perciò ordinò che gli ufficiali – le due concubine preferite del re – fossero decapitati.
Dopodiché, le donne rimaste eseguirono gli ordini alla perfezione e furono bene istruite. Il re, benché disgustato e furibondo, concesse a Sun
Tzu il comando dell’esercito.»
Erano tutti in silenzio.
«I miei ordini sono chiari?» domandò Pau al gruppo.
Tutti annuirono

Tang ricordò quello che era successo dopo il raduno. In tre avevano portato fuori il corpo al luogo sacro, oltre le rocce. Lì gli avevano tagliato gli arti
e avevano fatto a pezzi il resto del cadavere, le pietre usate per triturare carne e ossa in una pasta che fu mischiata a farina d’orzo e latte.
Poi erano stati chiamati gli avvoltoi.
Aveva assistito molte volte allo jhator. La traduzione letterale era «fare l’elemosina agli uccelli», l’unico modo pratico per disfarsi dei resti umani
in un Paese troppo roccioso per scavar tombe e dove il legname era troppo scarso per le cremazioni.
«È un cattivo presagio se è necessario convincere gli uccelli a mangiare o se una parte dell’offerta, anche piccola, è ancora lì dopo che se ne
sono andati», aveva detto una volta Pau.
Ma quel giorno gli uccelli erano andati via solo dopo essersi mangiati tutto.
Tang desiderava poter trattare con Ni Yong con la stessa facilità con cui Pau Wen aveva congedato lo sfidante. La sfacciataggine di Ni era
fastidiosa. Il premier lo aveva davvero autorizzato a trattenerlo? Decise di scoprirlo e ordinò al pilota dell’elicottero di metterlo in contatto con
Pechino. Rispose il suo primo assistente e gli comunicò che il premier aveva lasciato la capitale un paio d’ore prima.
«Dov’è diretto?»
«Regione di Xinjiang. A Kashgar c’è l’inaugurazione di una nuova struttura per il trattamento dell’acqua.»
Non era un’occasione che normalmente avrebbe richiesto la presenza del premier del Partito e del presidente del Paese, perciò espresse la
propria preoccupazione.
«Stavo pensando alla stessa cosa. Ho fatto qualche indagine e mi è stato detto che il governatore è preoccupato per i nuovi tumulti nella
regione», disse l’assistente.
Le zone più occidentali della Cina erano sempre state un problema. Otto Paesi ne condividevano i confini, la cultura era più musulmana e
centroasiatica che orientale. Per diluire una popolazione di cinesi non Han che costituiva quasi il novanta per cento, Mao aveva incoraggiato
l’immigrazione. I governi successivi, compreso quello attuale, avevano continuato tale politica. Di recente, erano aumentate le proteste violente
contro quella che veniva percepita come un’invasione culturale.
«È tutto quello che sei riuscito a scoprire?»
«Hanno iniziato a domandare perché fossi così interessato. Ho risposto che aveva chiesto una riunione.»
Buon espediente.
«Ministro, sono appena stato informato di qualcos’altro.»
Non gli piacque il cambiamento nel tono di voce.
«Il laboratorio di Lanzhou è stato attaccato. Tutti gli uomini sono morti. Hanno preso Lev Sokolov.»
64

Ni fissò Cotton Malone, che era sulla soglia, fiducioso e sicuro. Temerario, anche, a presentarsi in Cina senza preavviso. Aveva cercato altre
informazioni su di lui e su Cassiopea Vitt, ma non ne aveva ancora trovate. Invece aveva appena ascoltato la notizia di una telefonata intercettata
qualche minuto prima: Karl Tang che parlava al cellulare con Pau Wen.
«Mi avevi assicurato che avrei avuto un campione. È essenziale per il nostro piano.»
«Non è più il nostro piano. Hai assunto il controllo: adesso è il tuo piano.»
«Come ve lo siete procurato?» aveva chiesto Malone.
«Controlliamo tutti i numeri che usa il ministro Tang.»
«Tang dov’è?»
«Se n’è andato da qui su un elicottero di Stato. C’è un aereo che lo aspetta a Xi’an, ed è stato registrato uno schema di volo a ovest di
Kashgar.»
Si ricordò del luogo cui Pau aveva accennato durante la telefonata.
Bao he dian.
«Che tipo di aiuto potete fornire?» domandò Ni a Malone.
«So dov’è andato Pau Wen.»
In realtà, lo sapeva anche lui. «E dove sarebbe?»
«La Sala per la Conservazione dell’Armonia.»

Malone tornò nella stanza, seguito da Ni Yong. Era chiaro che la risposta era esatta. Ni aveva immediatamente congedato il suo aiutante e aveva
fatto cenno di tornare dentro. Cassiopea era sempre comodamente seduta coi piedi appoggiati al tavolo, ma lui sapeva che lei l’aveva sentito.
«Che cosa sapete di questa sala?» domandò Ni.
Malone si mise a sedere. «Prima le cose importanti. Non siamo noi il suo problema.»
«Non so chi siate.»
«Siamo qui a causa di un bambino di quattro anni.» Cassiopea raccontò a Ni Yong la storia del figlio di Lev Sokolov.
L’uomo ascoltò, con aria genuinamente preoccupata. «È un problema che riguarda tutta la Cina. Ogni giorno scompaiono centinaia di
bambini.»
«E voi che cosa fate al riguardo?» domandò Malone.
Ni lo guardò irritato. «Io non faccio niente. Però sono d’accordo. Qualcuno dovrebbe fare qualcosa.»
«Non siamo spie», affermò Cassiopea.
«Forse no. Ma avete portato qui Pau Wen, e lui costituisce una minaccia per questo Paese.»
«Questo lo credo anch’io», disse Malone.
«Come potete aiutarmi?» domandò Ni.
«Ho bisogno del mio iPhone.»
Ni sembrò valutare la richiesta, poi aprì la porta e pronunciò qualche parola in cinese. Qualche secondo dopo, il telefono era appoggiato sul
tavolo.
Malone sollevò l’apparecchio, diede qualche colpetto sul display e trovò le sue foto. «Questa l’ho scattata in Belgio, quando siamo andati a
trovare Pau Wen a casa sua. È la mappa di seta che ha riprodotto e che è stato così fiero di mostrarci.» Accarezzando il telefono col dito, Malone
fece scivolare sul display un’altra fotografia. «Questa è stata scattata dentro la tomba, sopra il plinto dove avrebbe dovuto trovarsi Qin Shi.»
Ni studiò la nuova immagine. Malone aspettava un commento, ma l’uomo non disse nulla. Invece Ni avvicinò il display continuando a guardare
due foto, passando dall’una all’altra. Poi posò il telefono e prese il proprio, premette un tasto di composizione rapida e attese. Quindi latrò qualche
ordine in cinese, aspettò, disse ancora poche parole e poi chiuse la chiamata.
Malone cercava di valutare Ni Yong, ricordandosi quello che aveva letto sull’aereo durante il volo dal Belgio. Sapeva, per esperienza, che i
cinesi erano persone difficili da interpretare. Si esercitavano, come se si trattasse di una forma d’arte, in una strategia dell’inganno, facendo stare
in guardia non solo i nemici, ma anche gli alleati. Quell’uomo, tuttavia, non era un agente di basso livello. Al contrario, era a capo dell’istituzione più
temuta di tutta la Cina. Poteva letteralmente far crollare chiunque in qualsiasi momento. Stephanie gli aveva detto che gli Stati Uniti, da un punto di
vista politico, consideravano Ni un moderato in una nazione di fanatici. Era di gran lunga preferibile a Karl Tang come nuovo leader. I russi, dal
momento che a quanto pareva avevano ordinato a Viktor Tomas di badare a Ni, sembravano pensarla allo stesso modo. Ma Stephanie aveva
anche fatto notare che il dipartimento di Stato temeva che Ni non fosse abbastanza duro per governare la Cina.
Un altro Gorbaciëv, aveva detto.
Il telefono di Ni prese a suonare.
Lui premette un tasto, aspettò un secondo, poi si mise a studiare il display. «Quando viene assegnata una carica importante, le persone portano
con sé oggetti di valore. Questi beni personali appartengono solo a loro. Perciò, per accertarsi che non ci siano malintesi riguardo alla
provenienza, il mio dipartimento produce una documentazione fotografica.»
«Quindi porti con te solo le cose che avevi quando sei arrivato», disse Malone.
Ni assentì. «Quando mi ha mostrato la foto, mi sono ricordato di una cosa. Nella residenza presidenziale c’è uno studio privato usato solo dal
premier, che lo ha arredato con pezzi che ha portato nove anni fa, quando ha assunto la carica. Mobili in palissandro, vasi, pergamene, paraventi
di legno intarsiato. Sono stato parecchie volte in quella stanza.» Posò il telefono accanto a quello di Malone. Benché il display fosse più piccolo di
quello dell’iPhone, l’immagine era altrettanto chiara.
Una mappa di seta.
«Questa è appesa su quel muro.»
Malone e Cassiopea si avvicinarono.
«Sono identiche», osservò lei.
Malone si rese conto all’istante di quello che implicava.
«Il premier mi ha detto la stessa cosa che Pau ha riferito a lei. Si tratta della riproduzione, fatta da lui, di una carta geografica antica che gli era
piaciuta molto», spiegò Ni.
«Tang e Pau sono eunuchi. Il Ba», fece Malone.
E ciò che non era stato detto rimase sospeso nell’aria.
E il premier?
«Gliel’ho chiesto. Sostiene di non essere un eunuco. Ha rifiutato di farsi operare», disse Ni.
«Gli crede?» domandò Cassiopea.
«Non so più a che cosa credere.»
«C’è dell’altro.» Malone accennò ai telefoni. «Osservate la bordatura che circonda la mappa nello studio del premier.»
«Numeri cinesi.» Ni indicò la parte in alto a sinistra. «Tre, quattro, sei, otto, due, cinque, uno, sette.»
Malone passò dolcemente il dito sul carattere due righe più in alto, sul lato verticale di sinistra. «Nove. Quassù. Nella fila superiore. Due sopra.
Quattro.» Spostò l’attenzione sull’immagine della casa di Pau. «Sono identiche. Ma guardate qua.» Colpì lo schermo col dito e zoomò sulla parte
superiore del plinto. «Simboli diversi in posti diversi.» Guardò Ni, intento a valutare il fatto. «Questi non sono numeri. Sono caratteri.»
Il pensiero parve venire in mente a tutti contemporaneamente.
Da una mappa antica che ha visto una volta.
Con qualche modifica.
«Pau è stato in quella tomba», disse Malone.
«E anche il premier», aggiunse Ni.
«È così che le luci sono arrivate fin là?» domandò Malone.
Ni assentì.
Malone tracciò due linee immaginarie sopra lo schermo. Una che scendeva dal quattro. Un’altra che saliva dal nove. «È una griglia. Proprio
come quelle che si usano sulle mappe in tutto il mondo. Hanno usato il quattro e il nove. Fortuna e sfortuna. Pau me l’ha fatta vedere nella stanza
della biblioteca. Scommetto che il punto in cui quelle linee s’intersecano dev’essere fondamentale.» Sollevò il telefono e ingrandì la parte rilevante
della foto.
Le linee s’intersecavano davvero in un punto determinato. Come lo aveva definito Pau? Un «avamposto isolato» nelle montagne occidentali.
Indicato da tre simboli.

«So che cosa significano. ’Di fianco alla capitale’», disse Ni.
«Non possiamo vederlo sulla piccola immagine del suo telefono», disse Malone. «Ma, se ingrandissimo la foto che ha lei, scommetto che quegli
stessi tre simboli sarebbero nella medesima posizione.»
Ni fece un’altra telefonata, e in pochi secondi ebbe la conferma.
Nel cervello di Malone i puntini si stavano collegando.
Il telefono di Ni squillò nuovamente. Sollevò l’apparecchio, premette un tasto e lesse.
Malone colse il terrore sul viso dell’uomo. Lui e Cassiopea ascoltarono mentre Ni spiegava di una telefonata che lui e i suoi avevano intercettato
poco prima, fra Tang e Pau.
«C’è un certo disaccordo tra loro», rivelò Ni. «Pau Wen ha adescato Tang, e ora vuole che li raggiunga. Qualche anno fa abbiamo aperto un sito
web per consentire agli informatori di denunciare la corruzione via Internet. Pau lo sa e mi ha mandato un messaggio tramite il sito: Informate il
ministro Ni che lo aspetto nella Sala per la Conservazione dell’Armonia. Lì si trova la maggior parte della corruzione. Dite a Cassiopea Vitt che
pure quello che cerca lei è lì.»
«Il bastardo sapeva fin dall’inizio dov’è il bambino», esclamò lei.
Malone scosse la testa. «La sua rete d’informazioni dev’essere molto valida. Pau sa che siamo sopravvissuti e che siamo nelle sue mani.»
«Spie», disse Ni.
«Dobbiamo andare là», disse Cassiopea.
«Karl Tang si sta dirigendo a ovest, mentre parliamo», fece notare calmo Ni.
«Cassiopea ha ragione. Dobbiamo andare», replicò Malone.
Ni scosse la testa. «Non posso permetterlo.»
Cassiopea non voleva sentire quelle parole. «Perché no? Scommetto che lei sa tutto sul Ba. Sembra pure che sappia parecchio su Pau Wen.
Non conosco Karl Tang, ma la mia esperienza recente mi fa pensare che sia pericoloso. Non si può sapere fin dove arriva questa minaccia. La
Russia e l’America sono abbastanza preoccupate da lavorare insieme per fermarli. So che avete un problema con Viktor Tomas, e non giustifico
ciò che ha fatto con quel pilota, ma vi ha salvato il culo. Ora potrebbe essere coinvolto il premier stesso. Lei, ministro, non ci conosce affatto, ma
siamo gli alleati più fidati che possa avere. Questa storia sta per finire...» Indicò la mappa che era ancora visibile sul display di Malone. «... proprio
lì.» Guardò l’orologio. «Sono quasi le sette. Dobbiamo andare.»
L’espressione di Ni si addolcì. «Prima deve succedere una cosa. Ne sono appena stato informato, qua fuori.»
Malone aspettò.
«Abbiamo trovato Lev Sokolov. Sta venendo qua.»
65

Kashgar, regione autonoma dello Xinjiang,


venerdì 18 maggio, ore 01.00

Tang scese dal jet che il giorno era appena iniziato. Il volo verso ovest sul deserto del Taklamakan era stato calmo, l’aria tranquilla. Notò che gli
orologi fuori dall’aeroporto segnavano due ore in meno, il che costituiva una sfida ufficiosa al decreto secondo il quale tutta la Cina doveva seguire
il fuso di Pechino. Il governo attuale aveva tollerato simili negligenze, ma lui non sarebbe stato altrettanto generoso. I disordini e le agitazioni che
serpeggiavano nella parte occidentale del Paese sarebbero stati repressi, le inclinazioni separatiste sarebbero state punite. Se necessario,
avrebbe raso al suolo ogni moschea e giustiziato pubblicamente ogni dissidente per mettere bene in testa a tutti che quella terra avrebbe
continuato a far parte della Cina.
Viktor lo seguì fuori dall’aereo. In volo avevano parlato poco, entrambi avevano dormito qualche ora per prepararsi a ciò che li aspettava.
Il russo doveva parlare col suo ufficio, ma non era riuscito a mettersi in contatto.
Un elicottero militare li aspettava a un centinaio di metri di distanza, con le pale dell’elica già in moto. Il volo verso sud, fra le montagne, era di
appena trecento chilometri e non ci sarebbe voluto molto.
A un suo cenno, lui e Viktor trottarono verso l’elicottero.

Cassiopea era molto contenta di vedere Lev Sokolov. L’avevano aspettato al campo di volo di Xi’an. Il suo amico aveva l’aria stanca e debole, ma
sembrava su di morale. Non appena Sokolov arrivò, Cassiopea, Malone, Sokolov e Ni Yong salirono a bordo di un turboelica cinese, requisito alla
Sichuan Airlines. Poteva trasportare sessanta persone e loro erano solo in quattro, perciò avevano potuto stendersi un po’, dormicchiare, e
persino mangiare qualcosa, dato che la cambusa era stata rifornita prima della partenza. Prima di attraversare il deserto del Taklamakan, si erano
fermati una volta per far rifornimento di carburante.
Durante il volo avevano ascoltato Sokolov che spiegava la sua cattura da parte di Tang, le torture subite e la prigionia presso il laboratorio. Poi
gli uomini di Ni avevano preso d’assalto la base, sorprendendo le guardie, e l’avevano liberato, uccidendo due uomini di Tang. L’unica
preoccupazione di Sokolov sembrava essere il figlio e perciò si rincuorò quando Cassiopea gli disse che probabilmente sapevano dove si
trovasse.
«Perché sei così importante per Karl Tang?» domandò Ni.
«Vi odio, voi cinesi», esclamò Sokolov stizzito.
«È qui per darci una mano. Tang ha cercato di ucciderci», spiegò Cassiopea.
«Capisco il tuo risentimento. Ma non ero obbligato a portarvi con me, né a venire a liberarti. Ho deciso di fare entrambe le cose, e questo
dovrebbe spiegare le mie intenzioni», aggiunse Ni.
L’espressione di Sokolov si ammorbidì, i suoi occhi si calmarono. «Ho scoperto che il petrolio è inesauribile.»

Tang ascoltò con l’auricolare i suoi subordinati riferirgli che cosa era successo a Xi’an dopo che se n’era andato, e quanto era accaduto nel
laboratorio di Lanzhou.
«Sokolov è stato portato in aereo a Xi’an. Il ministro Ni sta andando a ovest, con due stranieri e Lev Sokolov», affermò il suo primo assistente.
«Sappiamo dove?»
«No, signore. Non hanno registrato la rotta.»
«Localizzate l’aereo. La Sichuan Airlines ha i transponder. Voglio sapere dove atterreranno.»
L’assistente confermò di aver ricevuto l’ordine.
Era ora di prendere misure preventive.
«Passatemi il ministro della Difesa pakistano. Subito», disse al subordinato.
Viktor stava ascoltando la conversazione con l’auricolare. Mentre Tang aspettava di essere messo in contatto telefonico, disse: «Ni ha deciso di
utilizzare Malone e Cassiopea. Di allearsi con loro».
Viktor assentì. «Mossa intelligente. Ma Malone è un problema. Ni non capisce con che cosa abbia a che fare.»
A Tang la cosa non piaceva affatto. Lo stavano costringendo a compiere passi sempre più arditi. Finora era riuscito a restare nei confini della
segretezza del Partito e nessuno gli aveva rivolto domande. Ma quella non era Pechino.
Si sentì vulnerabile.
«Vuoi che mi occupi di Malone e Cassiopea?» domandò Viktor.
«No. Questa volta lo farò io stesso.»

«Spiegati meglio», disse Ni a Lev Sokolov.


«Il petrolio è inesauribile. Viene da profondità della terra e si può ricostituire. Le sue origini sono abiotiche. Il petrolio biotico si è consumato
molto tempo fa.»
«È per questo che Tang voleva la lampada?» domandò Cassiopea.
Il russo annuì. «Ho bisogno di campione per fare test comparativi che dimostrerebbero teoria. Petrolio prelevato da sottosuolo tanto tempo fa, in
punto ben definito.»
A Ni girava la testa. «Tang lo sa?»
Sokolov annuì. «Ecco perché preso mio figlio. Perché» – si toccò con delicatezza la camicia sopra l’addome – «mi ha torturato.»
«Hai modo di dimostrare che il petrolio è infinito?» domandò Malone.
«Sì. Ci lavoro da tutta la vita. Mio amico Jin Zhao è stato ucciso per questo.»
Ecco spiegato perché Karl Tang aveva mostrato tanto interesse per l’esecuzione di Zhao. Ni raccontò a Malone e a Cassiopea le accuse, il
processo e la condanna a morte di Zhao, alla quale Tang aveva sovrinteso personalmente.
«Era un brav’uomo. Massacrato da voi», disse Sokolov.
«Non da me», chiarì Ni.
«Tutto vostro Paese marcio. Niente di buono.»
«Se la pensi così, perché immigrare?»
«Amo mia moglie.»
Ni si domandò quante persone il Partito Comunista Cinese avesse alienato allo stesso modo. Milioni? No. Centinaia di milioni. Senza contare
le decine di milioni che erano state massacrate esclusivamente per nutrire il potere. Gli ultimi giorni gli avevano aperto gli occhi, e quello che
vedeva non gli piaceva affatto.
«La visione cinese del mondo è sempre stata offuscata da una convinzione di superiorità», disse Ni. «Purtroppo i nostri punti deboli vengono
ingigantiti da questa presunzione. Taiwan ne è un esempio: un’isola piccola e insignificante, che tuttavia ha dominato per decenni i nostri pensieri.
I nostri leader hanno dichiarato che dev’essere nuovamente incorporata alla Cina. Sono state minacciate guerre, intensificate le tensioni
internazionali...»
«E il petrolio è il vostro punto più debole. La Cina non potrebbe sopravvivere più di due settimane senza importarne», intervenne Malone.
Ni assentì. «Non è un segreto. Quando Deng Xiaoping ha iniziato la modernizzazione, ci ha resi totalmente dipendenti dal petrolio, per la
maggior parte straniero, e per questa ragione la Cina è stata costretta ad attrarre il mondo. Per produrre i beni da vendere, per ospitare un
miliardo e mezzo di persone, dobbiamo avere energia.»
«A meno che il petrolio che sgorga dalla Cina sia inesauribile», disse Cassiopea.
«Il petrolio della Cina è abiotico. Controllo ogni pozzo. È conforme a teoria», disse Sokolov.
Ni scosse il capo. «Se non dipendessimo dall’estero per l’energia, la nostra politica interna ed estera cambierebbe drasticamente.»
Malone assentì. «E non per il meglio.»
«Adesso contrattiamo per il petrolio. Se sapesse di non dover contrattare, Tang cercherebbe di realizzare i sogni espansionistici che la Cina
sta cullando da secoli.»
«Come Taiwan», disse Malone.
Ni assentì. «Il che potrebbe far scoppiare una guerra mondiale. L’America non permetterebbe che la cosa non avesse un seguito.»
«Davvero mio figlio è dove stiamo andando?» domandò Sokolov.
«Riteniamo di sì», rispose Cassiopea.
«Ma ci stiamo basando su un’e-mail di Pau Wen, un bugiardo patologico», disse Malone.
Ni si sentì in dovere di dire a Sokolov: «Troveremo tuo figlio. Farò tutto ciò che è in mio potere per localizzarlo».
«E ucciderete Karl Tang?» chiese il russo.
Era una domanda che Ni si era posto molte volte, da quand’era fuggito dalla tomba di Qin Shi. Era certo che Tang voleva che lui morisse. Ecco
perché lo avevano attirato sottoterra.
«Devi sapere che i russi sono coinvolti», disse Cassiopea a Sokolov.
Gli occhi stanchi dell’uomo si riempirono di paura.
Lei spiegò che erano entrati in Cina con l’aiuto dei russi.
«Pensavano che fossi morto», fece Sokolov.
«Non necessariamente», disse Malone. «Mi rivogliono?»
Sokolov sembrò cogliere le implicazioni.
E anche Cassiopea. «Viktor è qui per ucciderlo, non è vero?» domandò a Malone.
«Come ho detto, averlo qui è un bene, ma sarebbe ancora meglio cercare di tenere la cosa sotto controllo.»
66

Durante il volo, Tang rimase seduto in silenzio, mentre l’elicottero lottava contro l’aria sempre più rarefatta degli altipiani occidentali.
Probabilmente seguivano la strada del Karakorum, che univa Kashgar e Pakistan attraverso un valico montano a quasi cinquemila metri sopra il
livello del mare. Un tempo era la strada utilizzata dalle carovane che viaggiavano sulla Via della Seta, frequentata solo dai banditi che
approfittavano del terreno accidentato per massacrare e depredare. Adesso era un angolo dimenticato della Repubblica, che rivendicavano in
molti ma nessuno controllava.
Non si era tolto le cuffie non soltanto per proteggersi dal ronzio del rotore, ma anche per non dover parlare con Viktor Tomas. Per fortuna,
quest’ultimo aveva chiuso gli occhi, si era tolto le cuffie e sonnecchiava.
Per un decennio aveva evitato intenzionalmente la Sala per la Conservazione dell’Armonia. Erano pochi i fratelli che vivevano ancora lì,
soprattutto per perpetuare l’illusione di un monastero di montagna che ospitava santi il cui unico desiderio era di starsene in solitudine.
Si disse di essere prudente.
C’era una ragione per tutto quello che accadeva.
«Ministro», disse il pilota nelle cuffie.
«Che cosa c’è?»
«Una chiamata dal suo ufficio.»
Sentì un clic, poi: «Ministro, siamo ragionevolmente convinti di aver scoperto la destinazione di Ni Yong: Yecheng».
Nota anche come Kargilik. Ci era stato una volta, a beneficio delle telecamere della televisione che lo avevano ripreso mentre ammirava la
moschea del XV secolo e le vie secondarie coi muri di mattoni essiccati al sole.
«C’è un piccolo aeroporto a sud della città. Il turboelica requisito dal ministro può atterrare là. È l’unico luogo disponibile sulla loro rotta»,
aggiunse il suo primo assistente.
«Ascoltami bene. Non abbiamo scelta. Se la missione fallisse, ti riterrei personalmente responsabile.»
Il silenzio confermò che l’assistente aveva capito la gravità della questione.
«Trova il comandante della polizia di Yecheng, tiralo giù dal letto e digli che voglio che le persone che si trovano su quel volo siano messe sotto
custodia. Uno di loro, Leo Sokolov, è russo. Voglio che lui e il ministro Ni siano isolati dagli altri e trattenuti finché non verrò a prenderli. Invia per e-
mail o per fax una foto di Sokolov in modo che la sua identità sia certa. Il ministro Ni lo riconoscerà, immagino.»
«Sarà fatto.»
«Un’altra cosa. Non voglio che sia fatto del male a Sokolov o a Ni. Se dovesse succedere, fate sapere al responsabile che il prezzo da pagare
sarà alto.»
«E gli altri due?»
«Nei loro confronti non nutro sentimenti protettivi. Anzi, se dovessero scomparire, il comandante potrebbe ricevere una bella ricompensa.»

Malone allacciò la cintura di sicurezza mentre una turbolenza contrastava la discesa dell’aereo.
«Eviteremo Kashgar. Mi hanno detto che Tang e il premier si sono diretti là. Quest’aereo può atterrare molto più vicino alla nostra destinazione.
C’è un piccolo aeroporto, a circa un’ora di macchina dalla meta, a Yecheng.» Ni aveva una mappa della regione e spiegò che l’Afghanistan, il
Pakistan e l’India, tre vicini instabili, avevano rivendicato il possesso di quelle valli e di quelle montagne. Le catene dell’Himalaya, del Karakorum,
dell’Hindu Kush e del Pamir si congiungevano tutte lì, con cime che raggiungevano anche seimila metri. E, benché i monasteri fossero diffusi più a
est, in Tibet, così a ovest erano relativamente rari. «C’è solo un posto vicino a quello che abbiamo visto sulle mappe di seta. È antico, fra le
montagne, abitato da monaci solitari. Mi dicono che sia un luogo tranquillo, e che non sia mai stato teatro di strane attività.»
«E perché avrebbe dovuto? L’ultima cosa che il Ba potrebbe volere è attrarre l’attenzione», commentò Malone.
«Andare là potrebbe essere molto rischioso. Dovremmo consultare gli esperti del posto.»
«Ci serviranno delle armi», disse Cassiopea.
«Ho portato le vostre pistole e munizioni di scorta.»
«Quanta fiducia!» fece Malone.
Ni parve cogliere il messaggio sottinteso. «Prima di partire da Xi’an ho fatto una telefonata a un amico dell’ambasciata americana: ha
controllato e dice che di lei ci si può fidare. Dice che se lei è qui deve trattarsi di una questione importante.»
«Sa cosa significa ’stronzate’?»
Ni sorrise. «No, Mr Malone. Io credo che lei e Miss Vitt siate molto più vicini a essere alleati che nemici.»
Malone e Ni Yong parlarono della Cina per un’ora. Ni raccolse le domande e rilanciò con risposte dirette.
«Mi dicono che lei potrebbe essere il prossimo premier», disse infine Malone.
«È quello che vuole l’America?»
«Non lavoro per l’America.»
Ni fece un largo sorriso. «Lei è un libraio. È quello che dicono i miei amici all’ambasciata. Anche a me piacciono i libri. Purtroppo, la Cina non la
pensa così. Sapeva che in Cina non sono ammessi i libri che raccontano i fatti di piazza Tiananmen? Tutti i siti web e le pagine in cui anche
soltanto compaiano quelle parole sono censurati. Come se non fosse mai successo.»
A Malone non sfuggì l’espressione sofferente di Ni. «Era presente?»
Ni assentì. «Mi pare di sentire ancora l’odore, il tanfo di feci di un milione di persone. I netturbini avevano cercato di farlo sparire, ma non sono
mai riusciti a tenere il passo. Quando finalmente le persone se ne sono andate, sono rimasti solo i loro rifiuti. Un odore orribile... Reso ancor più
orribile da quello della morte.»
Malone aveva letto del massacro. Aveva visto il video con le file di carri armati che si muovevano pesanti lungo la strada, un giovane in camicia
bianca e pantaloni neri, con le borse della spesa in mano, che ne bloccava l’avanzata. Quando i carri armati avevano fatto uno scarto improvviso,
lui gli era saltato davanti. Gli sarebbero passati sopra? I soldati gli avrebbero sparato? Il duello era continuato per parecchi minuti pieni di
tensione, finché il ragazzo non era stato spintonato via.
Malone disse a Ni quello che si ricordava.
«Io ero là. Ho osservato il loro duello. Molti erano già morti. Molti altri lo sarebbero stati presto. Per tutto il tempo non ho fatto che pensare alla
strada dove stava succedendo: Chang’an, il viale della Pace Eterna. Che ironia.»
Malone concordava.
«Ci sono voluti due giorni per portar via i corpi», continuò Ni, quasi sussurrando. «Quello che l’Occidente non sa è che il governo non ha
permesso che i feriti fossero curati in ospedale. Sono stati mandati via. Non sapremo mai quanti siano morti a causa di quella decisione crudele.»
«Pare che questa storia le sia rimasta impressa.»
«Mi ha cambiato. Da allora non sono più stato lo stesso.»
Malone non stentava a crederlo. Il dolore che aveva visto negli occhi di Ni non poteva essere simulato. Forse quel leader cinese era diverso
dagli altri?
«Chi ha preso mio figlio?» domandò Sokolov.
«Persone molto cattive», rispose Ni. «Eunuchi. Pensavo che non esistessero più. E, se me lo avessero detto quattro giorni fa, avrei replicato
che era impossibile. Ora so quanto mi sbagliavo.»
«Sappiamo altro della Sala per la Conservazione dell’Armonia?» domandò Cassiopea.
«Mi hanno detto che non è aperta al pubblico», rispose Ni. «Ma questo non è strano. In migliaia di luoghi l’accesso è riservato. Questa regione è
contesa. Noi controlliamo il territorio, mentre il Pakistan e l’India se lo disputano a furia di guerre. Finché i combattimenti riguardano il lato
meridionale delle montagne, come avviene di solito, non investiamo molto per difenderlo.»
La potenza dei motori diminuì e cominciarono a perdere quota. Il cielo era nero come la pece.
«E il premier?» domandò Malone.
Ni guardava davanti a sé, sembrava assorto nei suoi pensieri.
L’aereo continuò la discesa.
«È atterrato a Kashgar ore fa.»
Malone sentì un tono scettico nella sua voce. «Che c’è?»
«Odio che mi si raccontino bugie. Pau e il premier mi hanno mentito. Temo che mi stiano usando, tutti e due», disse Ni.
«Non c’è niente di male. Purché lei lo sappia», ribatté Malone.
«Non mi piace comunque.»
Malone fu costretto a replicare: «Si renderà conto che Tang potrebbe sapere dove siamo diretti; non c’è ragione perché non lo sappia». Indicò
Sokolov. «Vorrà riprenderselo.»
Al russo, quell’idea faceva accapponare la pelle.
«Non possono esserci così tanti posti dove atterrare, da queste parti. Tang ha sicuramente controllato», aggiunse Malone.
«Che cos’ha in mente?» domandò Ni.
«Un piccolo inganno anche da parte nostra.»
67

Malone lanciò un’occhiata a Yecheng sotto di lui. La città si stendeva lungo il margine meridionale del deserto del Taklamakan, con le montagne a
sud. Ni gli aveva spiegato che la città aveva circa ventimila abitanti, che godevano della fortunata convergenza di strade e fiumi. Era da lì che,
secoli prima, partivano le carovane per l’India. Oggi la sua unica forza era il mercato, e negli anni ’70 era stato costruito un piccolo aeroporto per
favorire il commercio.
«Pare che la pista sia a pochi chilometri dal centro», disse.
Non c’erano molte luci, la città era praticamente oscurata. Una strada illuminata serpeggiava per il terreno piatto fino a una piccola torre, due
hangar troppo grandi e una pista illuminata. Malone si domandò che cosa li aspettasse a terra, anche se gli abbaglianti che si dirigevano veloci
verso di loro gliene fornirono una verosimile anteprima.
Due veicoli.
A quell’ora di notte?
«Un comitato ci aspetta per darci il benvenuto, a quanto pare.»
Cassiopea era vicina a un altro dei finestrini della cabina. «Li ho visti. Vengono verso di noi.»
«Il ministro Tang è prevedibile», disse Ni.
Sokolov taceva, ma la preoccupazione sul suo viso non si poteva nascondere.
«Stai calmo», disse Malone al russo. «Sapete tutti che cosa fare.»

Il corpo di Ni s’irrigidì. L’atterraggio era andato liscio, e ora rullavano verso la torre. La pista era poco illuminata, ma l’area intorno ai due hangar e
alla torre godeva della luce proveniente dai riflettori sul tetto che gettavano uno splendore oleoso sull’asfalto nero. L’aereo si fermò, coi motori
ancora accesi.
Cassiopea aprì il portello posteriore e saltò fuori.
Ni la seguì.
Camminarono per circa cinquanta metri, aspettando i due veicoli della polizia – una Range Rover e un furgone chiaro – che li raggiunsero
rombando. Ni aveva visto migliaia di mezzi di trasporto come quelli per tutta la Cina, ma non ne era mai stato il bersaglio.
S’irrigidì.
Ora sapeva come si sentivano i soggetti delle sue indagini. Sempre incerti su quello che sarebbe successo, sempre al limite, a soppesare
quello che lui poteva o non poteva sapere. Concluse in fretta che era senz’altro meglio stare fuori dalla gabbia e guardarci dentro.
I due veicoli si fermarono con uno stridore di freni.
Dalla Range Rover scese un uomo basso, emaciato e con lineamenti più tibetani che cinesi Han. Indossava una divisa verde ufficiale e tirava
lunghe boccate da una sigaretta. Il conducente restò nel veicolo. Nessuno scese dal furgone.
Malone aveva spiegato quello che aveva in mente e Ni aveva detto di essere d’accordo dal momento che, dopotutto, avevano poche alternative.
«Ministro Ni. Sono Liang della polizia provinciale. Abbiamo ricevuto l’ordine di trattenere lei e tutti quelli che erano a bordo dell’aereo.»
Ni raddrizzò la schiena. «Da dov’è arrivato l’ordine?»
«Pechino.»
«Ci sono venti milioni di persone a Pechino. Potrebbe essere un po’ più preciso?»
A Liang non piacque il rimprovero, ma mantenne il sangue freddo e aggiunse: «L’ufficio del ministro Tang. Gli ordini erano chiari».
Cassiopea indugiava alla sua destra, osservando. Avevano delle armi, quella di lui nascosta sotto la giacca, quella di lei occultata da un lembo
della camicia.
«Lei sa chi sono io?» domandò Ni in mandarino al poliziotto.
«Conosco la sua posizione.» Il mozzicone della sigaretta fu gettato via.
«E nonostante tutto vuole trattenermi?»
«C’è un russo sull’aereo? Che risponde al nome di Sokolov?»
Ni si accorse che Cassiopea aveva sentito il nome, perciò le disse in inglese: «Vuole sapere se con noi c’è un uomo che si chiama Sokolov».
Lei scrollò le spalle e scosse la testa.
Affrontò Liang. «Non che noi sappiamo.»
«Devo perquisire l’aereo. Dica al pilota di spegnere i motori.»
«Come vuole.» Ni si voltò verso la cabina di pilotaggio e agitò le braccia formando una croce, per mandare un messaggio.
Non accadde nulla.
Si voltò. «Vuole che dica agli altri due uomini sull’aereo di scendere?»
«Sarebbe perfetto. Grazie.»
Guardò Cassiopea e le disse: «Vada a prenderli».

Malone osservava quanto stava succedendo da una trentina di metri di distanza. Aveva – giustamente – immaginato che chiunque Tang avesse
mandato ad accoglierli si sarebbe aspettato quattro persone e perciò, dato che solo due erano scese dall’aereo, a un certo punto avrebbe voluto
vederne altre due.
E Cassiopea stava andando a prenderli.

Ni aspettò che Cassiopea arrivasse alla porta della cabina, che era aperta, e fece un cenno.
Due uomini saltarono giù e si diressero verso di lui e il capo della polizia.
Liang mise la mano in tasca e tirò fuori un foglio ripiegato.
Ni era in apprensione.
Liang dispiegò il foglio e il ministro intravide una foto in bianco e nero, la faccia inconfondibile.
Sokolov.
«Nessuno dei due è il russo. L’altro uomo dovrebbe essere americano. Questi sono cinesi», disse Liang.

Malone aveva capito che le cose non andavano bene.


Dopo che le ruote ebbero toccato terra, mentre l’aereo rullava verso il terminal, lui e Sokolov si erano scambiati di posto coi piloti, che non
avevano avuto voglia di discutere gli ordini del ministro.
Vide Ni che faceva di nuovo segno con le braccia, a quanto pareva per indicargli di spegnere i motori. La polizia non si era fatta fregare.
«Che cosa intendi fare?» domandò Sokolov.
«Non quello che si aspettano.»

Cassiopea sentì i motori dell’aereo andar su di giri, le eliche ruotare più veloci, la fusoliera girare a sinistra e spingersi avanti poco alla volta, verso
di loro. Lang parlava con Ni in tono concitato, e lei non ebbe bisogno dell’interprete per capire che cosa si stessero dicendo.
Il poliziotto puntò il dito e Ni, girandosi con disinvoltura, vide l’aereo che continuava ad avvicinarsi, ma più veloce.
Quaranta metri.
I due piloti furono colti dal panico e corsero verso la torre. Il poliziotto li lasciò andare: evidentemente non erano gli uomini che cercava.
Lo sciabordio delle eliche agitava l’aria secca. Era piacevole. Cassiopea indossava gli stessi vestiti dal giorno prima, aveva fatto il bagno
nell’acqua di un lago cinese, poi si era impolverata con la terra di una tomba vecchia di duemiladuecento anni.
L’aereo aggiustò la rotta.
Trenta metri.
Cotton stava facendo la sua entrata.
Grandiosa, come al solito.
68

Ni era scioccato dalla mossa di Malone. L’americano gli aveva detto che, se lo stratagemma non avesse funzionato, avrebbe coperto loro le
spalle, ma non aveva spiegato come. Non sapeva granché di Cotton Malone, salvo quel poco che il suo staff aveva scoperto, cioè che era stato
uno stimatissimo agente americano, capace e intelligente.
I rotori gemelli dell’aereo erano a meno di venti metri.
«Gli dica di fermarsi! Dove sta andando?» strillò Liang sovrastando il fragore.
Lui guardò il poliziotto con aria indifferente. «Viene qui, a quanto pare.»
Le luci sulle ali e sulla coda illuminarono la notte di rosso e di verde a intermittenza. Il ministro si domandò fin dove volesse arrivare Malone, ma
lui era deciso a tenere il punto e vedere se si fosse arreso prima l’aereo o il poliziotto.

Malone calcolò il tempo di avvicinamento e attese il momento giusto prima di sterzare, usando l’ala e l’elica sinistre come un’arma.
Il poliziotto reagì, tuffandosi sull’asfalto, come pure Ni e Cassiopea.
Tutti e tre scomparvero sotto il carrello. I due piloti se n’erano andati da un pezzo. L’autista della Range Rover rotolò giù dall’auto proprio mentre
l’ala gli passava davanti, l’elica a una trentina di centimetri appena.
Era scoppiato il panico, proprio ciò che voleva ottenere Malone.
Se non per un problema.
L’autista che era spuntato fuori dalla Range Rover aveva una pistola in mano.

Cassiopea rotolò di lato, con le narici piene dell’odore dell’asfalto che si raffreddava, e il rombo assordante dell’elica nelle orecchie. Aveva visto
Ni e il poliziotto appiattirsi a terra, come pure l’autista della Range Rover, che era saltato fuori con una pistola in mano.
Lei trovò la sua arma, si raddrizzò e sparò. Il proiettile raggiunse la portiera dell’auto, dietro la quale si nascondeva l’autista.
Purtroppo, lei era esposta.
Nessun posto dove nascondersi.

Ni udì lo sparo e si accorse che lui e Cassiopea erano vulnerabili. Nessuna protezione da una sicura rappresaglia. Tranne...
Sfoderò la pistola e puntò la canna nel collo di Liang, tenendolo inchiodato a terra, una mano sulla sua spina dorsale e l’altra a premergli la
pistola alla base della nuca.
L’aereo stava completando un intero giro, le eliche adesso erano rivolte dalla parte opposta, la coda che ruotava verso sinistra e il muso che
tornava a fare il giro.
«Dica al suo uomo di stare giù», gridò Ni, affondando più forte l’arma.
L’autista stava prendendo la mira, apparentemente incerto sul da farsi. La situazione era ormai fuori controllo, più di quanto non accadesse
quotidianamente agli uomini di quel dipartimento di polizia provinciale.
L’uomo abbaiò un ordine.
«Si faccia capire bene», insistette Ni.
Un altro comando.
Cassiopea giaceva sull’asfalto, la pistola puntata contro la Range Rover. Ni colse per un istante il suo sguardo e scosse la testa. Lei parve
capire che il ministro stava cercando di negoziare una via d’uscita.
«Gli dica di gettare l’arma», ordinò Ni.
Liang obbedì.
L’autista sembrava voler evitare lo scontro e ottemperò, alzandosi e scostandosi dalla portiera, le mani sopra la testa.

Malone completò l’arco e raddrizzò il muso dell’aereo, trovandosi nuovamente di fronte ai due veicoli. Fu lieto di vedere uno dei poliziotti a terra
con la pistola di Ni puntata nel collo e l’altro con le mani in alto, mentre Cassiopea si alzava. Apparentemente il suo diversivo aveva funzionato.
Ma fu colto da un’ondata di disagio.
E il furgone?
Doveva esserci almeno un autista, dentro, eppure non c’era stata nessuna reazione.
In quel momento, le portiere posteriori del veicolo si spalancarono. Saltarono giù quattro uomini, tutti armati di fucili d’assalto. Presero posizione
a terra, ginocchia piegate, fucili puntati: due verso l’aereo, uno su Ni e uno su Cassiopea.
«Questo è un problema», borbottò Malone.
Aveva corso un rischio, scommettendo che i locali potevano essere sopraffatti o superati in astuzia. A quanto pareva, li aveva sottovalutati.
Le eliche giravano ancora e sarebbe potuto ripartire alla carica, ma sarebbe stato una sciocchezza.
Avrebbero semplicemente abbattuto l’aereo coi proiettili.

Ni teneva la pistola premuta, mentre i rinforzi si mettevano in posizione di tiro.


«Mi lasci alzare», ordinò Liang, vedendo che la situazione era cambiata.
Ma il ministro non si mosse.
«Non può vincere questa battaglia», affermò Liang.
No, non poteva.
Non sapendo fino a che punto si estendeva l’autorità di Tang, e memore di quanto era accaduto nella tomba e dei pericoli successivi, ritirò
l’arma e si alzò.
I motori dell’aereo si spensero.
Evidentemente, Malone aveva avuto lo stesso pensiero.
Avevano perso.
69

Tang scese dall’elicottero saltando giù in un buio prato erboso attiguo alla città di Batang. Conosceva bene il paesaggio che lo circondava: vette
leggendarie, ghiacciai scintillanti, foreste e fiumi limosi alimentati da cascate alte centinaia di metri, perfetti veli d’acqua. Da giovane aveva
visitato molte volte il paesino, facendo il tragitto a piedi dagli altipiani per andare a prendere riso, carne, peperoncini, cavoli e patate, e tutto ciò di
cui la fratellanza aveva bisogno.
Non mancava molto all’alba, ma sugli altipiani la luce era lenta ad arrivare. Tang inspirò l’aria cristallina e riscoprì la forza che aveva acquisito un
tempo in quella terra solitaria. Era un luogo che non conosceva moderazione – notti nere, giorni abbaglianti –, l’aria era pericolosamente rarefatta,
il sole rovente, le ombre pugnalavano la terra come ghiaccio nero.
A cento metri da lì, Batang dormiva. Ci vivevano forse tremila persone, e non molto era cambiato. Costruzioni imbiancate a calce ornate di ocra
rossa, coi tetti piatti. Una città famosa per il suo mercato, affollata di pellegrini, pecore, yak e commercianti. Una delle tante che punteggiavano gli
sporadici tappeti verdi tra le vette grigie, sparse come dadi sul paesaggio. Culturalmente era molto più vicina al Sud e all’Ovest che all’Est.
Davvero un mondo a sé, e proprio per quello il Ba l’aveva eletta a sua dimora, tanto tempo prima.
Tang si mise a camminare sulla terra battuta, con Viktor al fianco.
L’elicottero decollò in un cielo color salmone. I rotori sfumarono e il prato piombò in un silenzio profondo.
Yecheng era appena trenta minuti di volo a nord.
C’era da sperare che tutto sarebbe andato liscio e che l’elicottero sarebbe tornato con Ni Yong e Lev Sokolov. Lui aveva sempre addosso gli
stessi abiti sudici. Sul volo si era costretto a mangiare qualcosa. Era preparato. Pronto per quel giorno, che aspettava con ansia da due decenni.
«Che cosa succederà?» domandò Viktor.
«Non ti riguarda.»
Viktor si fermò. «Non mi riguarda? Ho ammazzato un pilota per te. Ti ho consegnato Cotton Malone, Cassiopea Vitt e Ni Yong. Ho fatto il tuo
gioco, ho seguito alla lettera i tuoi ordini. E la cosa non mi riguarda?»
Anche Tang si fermò, ma senza voltarsi. Lasciò invece vagare lo sguardo sulle montagne distanti, a occidente, oltre Batang e ciò che sapeva
essere lì ad aspettarlo. «Non mettere alla prova la mia pazienza.» Non ebbe bisogno di guardare Viktor per sapere che gli aveva puntato contro
una pistola. Gli aveva permesso di tenere l’arma. «Hai intenzione di spararmi? Potrebbe risolvere parecchi problemi, non ultimo la tua
ingratitudine. È questo che vogliono i russi da te? Che tu mi uccida? Ne sarebbero contenti?»
«Tu paghi meglio.»
«Me l’hai già detto più di una volta.» Decise di usare la diplomazia, almeno finché tutti i rischi non fossero stati eliminati. «Sappi che ho davvero
bisogno della tua collaborazione. Ti chiedo soltanto un po’ di pazienza. Nelle prossime ore ti sarà tutto chiaro.»
«Sarei dovuto andare a Yecheng.» Viktor gliel’aveva chiesto e lui aveva detto di no.
«Non occorreva la tua presenza lì.»
«Perché sono qui?»
«Perché quello che cerco è qui.» E si mise in cammino.

Malone era seduto con Cassiopea su un lurido pavimento di mattoni. Li tenevano separati da Ni e Sokolov, tutti al campo di volo, nel minuscolo
terminal, chiusi in una sorta di magazzino dalle pareti d’acciaio illuminato da una polverosa lampadina gialla.
«È andato tutto storto», disse Cassiopea.
Cotton scrollò le spalle. «È il meglio che ho potuto fare, con un preavviso così breve.» L’aria puzzava come un cassonetto dei rifiuti. Si domandò
che cosa avessero tenuto lì dentro di recente. «Dubito che Sokolov sia in pericolo. Non per ora, almeno. Tang si è cacciato in un sacco di guai per
riprenderselo. Ni, però, è un’altra faccenda: non prevedo nulla di buono per lui.»
Cassiopea si strinse le ginocchia al petto. Sembrava stanca.
Lui lo era certamente, anche se entrambi avevano dormito un po’, durante il volo. Erano seduti lì da oltre un’ora, e da fuori non si udiva il minimo
rumore.
«Adesso che facciamo?» domandò lei.
«Brancoliamo nel buio.»
Cassiopea sorrise. «Sei sempre così ottimista?»
«L’alternativa è decisamente peggio.»
«Noi due abbiamo una questione in sospeso.»
Quello lo sapeva. «Dopo. Okay?»
Lei annuì. «D’accordo. Dopo.»
Ma le parole non dette erano nell’aria, ben chiare: Sempre che ci sia, un dopo.
Un nuovo rumore invase il loro silenzio.
Rotori di elicottero.

Ni sedeva nella stanza illuminata. L’unica finestra era sorvegliata dall’esterno da uno degli uomini coi fucili automatici. Sicuramente ce n’era un
altro dalla parte opposta della porta chiusa. Si domandò che cosa fosse successo a Malone e a Cassiopea. Chiaramente, Tang voleva lui e
Sokolov vivi. Il volto del russo era offuscato dal fallimento, ma non dal panico che Ni si sarebbe aspettato.
«Perché nessun altro ha mai preso in considerazione ciò che hai scoperto?» domandò al russo in mandarino. «Malone dice che i russi sanno
da molto tempo del petrolio inesauribile.»
«Non è così facile per loro. Quanti campioni di petrolio vecchio di duemila anni esistono sul pianeta? Campioni verificabili, comparabili con
campioni attuali estratti dallo stesso giacimento? C’è un solo luogo che ne abbia. Ed è qui, in Cina. Nessun altro era capace di trivellare in cerca
di petrolio in un tempo tanto remoto: soltanto i cinesi. La prova è qui, e in nessun altro luogo.» Sokolov aveva tenuto la voce bassa, quasi fosse
dispiaciuto, in realtà, di avere fatto quella scoperta.
«Tuo figlio starà bene.»
«Come fai a saperlo?»
«Sei troppo prezioso. Tang sa che il bambino è l’unico vero potere contrattuale che ha in mano, con te.»
«Almeno finché non saprà quello che so io.»
«Glielo hai detto?»
«Una parte. Ma non tutto.»
Ricordando il disgusto espresso dal russo in aereo, si sentì obbligato a dire: «Noi non siamo come Karl Tang».
Sokolov alzò lo sguardo per la prima volta. «No, ma siete tutti cinesi. E questo è già un male.»

Tang percorreva l’unica via di Batang, notando che la città era rimasta uguale, un posto di edifici smorti e vicoli senza ombra, tutto coperto dalla
polvere. Carretti di legno ai bordi della via e un paio di furgoni parcheggiati a una strana angolatura. Due ruote di preghiera scricchiolavano a ogni
giro, suonando campanelli. Un enorme mastino schizzò fuori da un vicolo e, arrivato alla fine della corda che aveva legata al collare, si rovesciò sul
dorso. Il cane si alzò e scattò nuovamente, deciso, pareva, ad allungare o spezzare il suo vincolo.
Tang guardò l’animale.
Qualche metro più in là c’era un gong sospeso a travi e lacci di cuoio. Presto avrebbe annunciato l’inizio di un nuovo giorno.
Fu attirato da un piccolo albergo, mezzo diroccato, col portone socchiuso e coi muri incrostati di graniglia e tetraggine. Anche quello era
cambiato poco.
Il cane continuava ad abbaiare.
«Sveglia il proprietario», ordinò a Viktor. Il ministro sapeva che avventurarsi in montagna senza la luce era sciocco. I sentieri erano fragili e
soggetti a frane. La luce del giorno aumentava d’intensità e la foschia diminuiva, cominciando già a evidenziare le cime più distanti.
Non mancava molto.

Ni non aveva più paura. L’interno della tomba di Qin Shi, sottoterra, in un luogo di cui nessuno conosceva neppure l’esistenza, aveva offerto a Tang
uno scenario perfetto per ucciderlo. Ma farlo lì, con tutti quei testimoni, sembrava fuori questione. Neppure il primo vicepremier avrebbe potuto
mantenerlo segreto. Si rese invece conto che sarebbero stati condotti in un luogo isolato, e il rumore dei rotori in avvicinamento indicava che
quella deduzione era probabilmente esatta.
Anche Sokolov reagì al rumore.
«Andiamo da tuo figlio», disse Ni.
«Come lo sai?»
«Tang ha bisogno di noi due, vivi. Di me, soltanto per poco; di te, molto più a lungo. Perciò riunirà te e il bambino, per rabbonirti.»
«Non hai paura?»
«Ho più paura di fallire.»
Sokolov parve capire. «Che ne sarà di Malone e di Cassiopea?»
«Temo che la loro situazione sia molto peggiore.»
70

Malone udì i rotori dell’elicottero andare su di giri e poi svanire. L’apparecchio era rimasto soltanto per pochi minuti, il tempo necessario,
immaginava, per imbarcare Ni e Sokolov.
«Ora tocca a noi», disse a Cassiopea.
Erano entrambi ancora seduti a terra.
«Ma noi, non ci faranno volare via», replicò lei.
«Può darsi di sì, solo che atterreremo in maniera un po’ diversa.»
Erano stranieri, si trovavano lì illegalmente, spie che nessuno avrebbe reclamato, di cui a nessuno importava. Uno dei rischi del vecchio lavoro
di Malone.
Non occorreva dirlo: lei lo sapeva. Avrebbero corso i loro rischi, alla prima occasione, dato che non avevano letteralmente nulla da perdere.
Lo stridore del metallo segnalò che qualcuno stava aprendo la porta d’acciaio. Cassiopea fece per alzarsi, ma lui le posò una mano sul
ginocchio e scosse la testa. Lei rimase sul pavimento.
La porta si spalancò e il capitano di polizia di prima entrò con una pistola in mano. Non sembrava contento.
«Nottataccia?» s’informò Malone.
Si domandò se l’uomo lo capisse. Quella non era Pechino o la Cina orientale, dove l’inglese era diffuso. Quello era un cazzo di buco di culo a
casa del diavolo. L’uomo fece loro cenno di alzarsi e uscire. Fuori li aspettavano altri due agenti con fucili automatici.
Malone li studiò: entrambi giovani, insicuri e smaniosi. Quante altre volte si erano già trovati in quella situazione? Non molte, pensò.
Il capitano ripeté il cenno.
Malone notò che la porta d’acciaio, che si apriva verso l’esterno, non aveva un chiavistello azionato da un pomello, ma soltanto una maniglia e
una serratura che, una volta chiusa, s’innestava in un fermo d’acciaio e si poteva aprire soltanto con una chiave. «Non credo che questa gente
capisca l’inglese», borbottò a Cassiopea.
Il capo mostrava insofferenza per il loro parlottare, ma non sembrava sapere che cosa stessero dicendo. Malone sorrise e con voce calma,
senza smettere di sorridere, disse: «Puzzi come un maiale».
Il capitano lo guardò senza reagire all’insulto, limitandosi a ripetere il gesto con la pistola per invitarli ad andarsene.
Lui si voltò. «Non sa l’inglese per niente. Prima le signore. Stai pronta a muoverti.»
Cassiopea varcò la soglia.
Malone guardò il capo indietreggiare per lasciargli spazio, esattamente come pensava che avrebbe fatto. In quel modo avrebbe potuto reagire
con una contromossa, se avessero tentato qualcosa di strano; la distanza tra loro aumentava la protezione.
Salvo che per una cosa.
Mentre usciva, Malone chiuse la porta con un calcio, intrappolando il poliziotto all’interno. Al tempo stesso, conficcò il gomito sinistro nell’uomo
che aveva più vicino, facendolo sbandare indietro. Cassiopea balzò sul soldato più vicino a lei, sferrandogli un calcio al petto.
Entrambe le guardie erano state colte di sorpresa.
Malone si tuffò avanti e assestò un pugno in faccia al suo uomo. La guardia tentò di reagire continuando a tenere stretto il fucile – brutta idea – e
Malone non le diede il tempo di pensare: altri tre jab di destro, e l’uomo andò al tappeto. Lui lo alleggerì dell’arma e di una pistola che aveva in una
fondina legata in vita.
Si voltò e vide che Cassiopea aveva qualche difficoltà.
«Sbrigati», le disse.
Lei scansò un paio di pugni dell’altro uomo, che aveva già perso l’arma. Cassiopea sferrò un colpo, però si limitò a toccare di striscio la gola
del suo avversario. Allora girò su se stessa e saltò, con la gamba destra tesa in un arco che si abbatté con forza sul petto dell’uomo. Un altro jab lo
mandò a sbattere contro il muro, e Cassiopea concluse con due colpi alla gola; la guardia strisciò a terra.
«Ci hai messo un bel pezzo», commentò lui.
«Avresti potuto darmi una mano.»
«Come se ne avessi bisogno.» Rubò la pistola dell’uomo dalla fondina e recuperò il fucile. Il capo non costituiva una minaccia, rinchiuso in una
camera d’acciaio a battere sulla porta e strillare qualcosa in cinese attutito.
«Prima ce n’erano altri due, coi fucili. Più i due autisti», disse Cassiopea.
Malone aveva già fatto i conti. «Suggerisco di muoverci con cautela.»
Scivolò accanto a una delle finestre, guardò fuori e individuò la Range Rover parcheggiata a meno di cinquanta metri. Il furgoncino non si
vedeva, cosa che lo preoccupò. «Speriamo che le chiavi siano nel quadro.»
Trovarono la porta e l’aprirono lentamente, cauti. La notte incombeva ancora, densa e pesante, il campo d’atterraggio era silenzioso.
«Volevano portarci da qualche parte per ammazzarci, oppure ci avrebbero fatto fuori qui. In un modo o nell’altro, avrebbero avuto bisogno del
furgone», continuò Malone.
Cassiopea stava pensando la stessa cosa. «Non ha senso stare ad aspettare.» Uscì, col fucile d’assalto ad aprire la strada.
Lui la seguì.
Tra loro e la Rover c’era poco meno di cinquanta metri. Malone scrutò nel buio. Pozze di luce dai riflettori sul tetto illuminavano il cammino.
Erano a metà strada quando il rombo di un motore turbò il silenzio e il furgoncino scattò passando davanti a uno degli hangar, diretto verso di loro.
Lui vide un braccio teso uscire dal lato del passeggero, con una pistola in mano.
Cassiopea non ebbe esitazioni: bersagliò il parabrezza con una raffica sparata dal fucile automatico. I proiettili fecero svanire la pistola dal
finestrino e il furgone ruotò su se stesso, sbandando su due ruote mentre eseguiva una svolta troppo secca; finì fuori controllo, scivolò sul fianco e
andò a sbattere contro uno degli hangar.
Lei e Malone corsero verso la Range Rover e saltarono a bordo, lui al volante. Le chiavi erano attaccate al cruscotto.
«Finalmente ne è andata dritta una.» Diede gas e scapparono dalla zona recintata.
«Solo una cosa», disse Cassiopea.
Lui la stava aspettando da un po’.
«Come ci arriviamo? Non possiamo certo fermarci a chiedere indicazioni.»
«Non c’è problema.» Frugò nella tasca posteriore e tirò fuori un involto ripiegato. «Ho tenuto la mappa usata da Ni sull’aereo. Ho pensato che
avrebbe potuto servirci.»
71

Batang, ore 07.00

Tang era in piedi alla finestra e si riparava gli occhi da una striscia di sole dorato che coronava le vette a oriente. Teneva tra le mani una tazza di tè
nero dolce, al profumo di cardamomo. Quasi si aspettava di udire il romantico ululato di una conchiglia di strombo, il tono ascendente come quello
di un corno da nebbia che riecheggia fra i dirupi. Un tempo un fratello, ogni mattina all’alba, suonava quella sirena dalle mura del monastero.
Guardò verso la strada.
Batang si stava animando, un rivolo di persone diventava lentamente un fiume. Quasi tutti indossavano un berretto color zafferano e vesti di lana
con una fascia rossa in vita, lunghe fino alle caviglie e col collo alto, per proteggersi da un vento che premeva sull’edificio e scuoteva le pareti di
legno. Tang sapeva che il tempo lì era mutevole, specie in quella stagione. Nonostante l’altitudine, l’aria della tarda primavera poteva essere
sorprendentemente tiepida, riscaldata dai raggi ultravioletti che l’atmosfera rarefatta contrastava ben poco.
Viktor era di sotto a mangiare. Due ore prima, grazie al telefono satellitare, il ministro era venuto a sapere che Ni e Sokolov erano stati arrestati
e avevano lasciato Yecheng. Lui aveva ordinato all’elicottero di consegnare i prigionieri e poi venire a prenderlo alle sette e mezzo. Era stato
contento di sapere che Malone e Cassiopea fossero stati catturati e che, immaginava, fossero ormai morti.
Finalmente tutte le tessere andavano al loro posto.
Inspirò l’aria tiepida, fragrante del burro che alimentava le lampade. Al di là delle pareti si udiva lo smorzato tintinnio cristallino dei campanelli.
La porta si aprì.
Tang si voltò «È ora che tu vada. L’elicottero tornerà tra poco», disse a Viktor.
Sul letto c’era l’attrezzatura che il russo aveva portato con sé: un po’ di corda, uno zaino, torcia elettrica, pugnale e una giacca foderata in pile.
«Ci vuole poco più di un’ora di cammino», spiegò Tang. «Il sentiero parte a ovest della città e si snoda in salita. La sala si trova dall’altra parte
del crinale, subito dopo un ponte sospeso. I Budda scolpiti nella roccia, oltre il ponte, segnano la strada. Non è difficile da trovare.»
«Cos’è successo a Yecheng?»
«Non è importante.» A quanto pareva, Viktor Tomas continuava a preoccuparsi di Cassiopea. Strano. Per Tang le donne non erano che una
distrazione: gli uomini come Viktor avrebbero dovuto pensarla allo stesso modo. Curioso che non fosse così.
Viktor raccolse la sua attrezzatura e s’infilò una giacca di pelle.
«Prendi il sentiero. Assicurati che nessuno ti segua da qui. Arriva alla sala senza farti notare. Mi hanno detto che sono in pochi, lì, perciò
dovresti riuscire a entrare facilmente. Il cancello esterno è sempre aperto.»
«Ti coprirò le spalle. Ma, ministro, hai un problema più immediato», disse Viktor.
A Tang non piacquero le parole né il tono. «Perché dici questo?»
«Perché Malone e Cassiopea sono appena arrivati in città, in macchina.»

Cassiopea rimase colpita da Batang: muri in mattoni essiccati al sole e imbiancati a calce, lune e soli rossi disegnati sopra le porte, legname e
mattoni di letame accatastati sui tetti: tutti elementi tipici della zona. Un misto di mongoli, cinesi, arabi e tibetani che, a differenza delle popolazioni
dei rispettivi Paesi, avevano imparato a vivere insieme.
Erano appena arrivati dopo quasi due ore di viaggio in auto in mezzo a un paesaggio scarno, denudato fino alle ossa rocciose, su una strada
accidentata.
«Ho ancora le viscere in rivolta per quelle razioni», disse Malone mentre scendevano dalla Rover.
Lungo la strada avevano trovato qualcosa da mangiare in macchina, barrette dure come pietre e latte in polvere misto a qualcosa che
Cassiopea pensava fosse strutto. Sapeva di cartone dolce. Anche lei aveva lo stomaco in subbuglio per le barrette e lo sballottamento. Strano che
avesse patito il mal d’auto – una di quelle debolezze che non amava mostrare o ammettere –, ma la terra ferma sotto i piedi era una sensazione
piacevole. «Ni ha detto che il monastero è a ovest della città. Dovremo chiedere dove si trova esattamente», disse Cassiopea.
Facce guardinghe osservavano Cassiopea e Malone. Guardando in alto, lei scorse due corvi che si lanciavano l’uno sull’altro nel cielo del
mattino. L’aria si era decisamente rarefatta e lei si ritrovò a respirare più rapidamente, per compensare, ma si disse di smetterla poiché non
avrebbe risolto nulla.
«Chiedere non sembra una buona idea», osservò Malone, fermo vicino al cofano.
Lo pensava anche lei. «Non credo che vedano molti stranieri come noi, da queste parti.»

Tang si teneva a distanza dalla finestra sudicia, che ballava nell’intelaiatura. «Pare che tu avessi ragione, su Malone. È una persona degna di
rispetto», disse a Viktor.
«Anche lei.»
«Continui a ricordarmelo.» Era frustrante: pareva che non potesse mai smettere di aver bisogno di quello straniero. «Io devo andare. Tieni
occupati quei due finché non sono fuori città.»
«E dopo averli tenuti occupati?»
«Assicurati che vadano su tra le montagne. Ci sono dei soldati che possiamo utilizzare.»
«E sono lì anche per me, quei soldati?»
«Difficile, dal momento che sai della loro presenza.» Si domandò se Viktor gli credesse. Difficile capire qualcosa di quell’uomo così diffidente.
Sembrava sempre che dentro di lui ci fosse anche qualcos’altro. Come in quel momento. Quand’era entrato nella stanza sapeva già che Malone e
Cassiopea erano arrivati, ma aveva tenuto l’informazione per sé fino a quando non si era sentito pronto a rivelarla.
Grazie al cielo, entro il tramonto si sarebbe sbarazzato di quell’uomo.
E degli altri.

Malone e Cassiopea udirono il rumore nello stesso istante: il tonfo ritmico dei rotori. Basso, uniforme, ipnotico, come un battito cardiaco.
«È un elicottero», disse lui.
«Si sta avvicinando.» Cassiopea scrutò il cielo sempre più chiaro e vide l’apparecchio che calava velocemente da nord, a qualche chilometro di
distanza, per poi allontanarsi dalle vette e puntare su un prato di stelle alpine al di là del margine della città. Il caratteristico colore verde con la
stella rossa che ornava il fianco dell’aeromobile dichiarava senza misteri a chi appartenesse: l’Esercito Popolare di Liberazione.
«È per Tang», disse una nuova voce.
Malone si voltò.
Viktor era a tre metri da loro.

Tang lasciò l’albergo passando da una porta posteriore. Il proprietario era stato estremamente accomodante e Viktor, con qualche centinaio di
yuan, aveva messo a tacere qualunque domanda. Passò davanti a una bottega di falegname, tornitore di legno, fabbro e sarto, seguendo un vicolo
alle spalle della strada che portava dritto a un prato a nord dei confini della città. All’estremità opposta del vicolo si vedevano coloratissime stelle
alpine.
Udì l’elicottero avvicinarsi.
Il fatto che Malone e Cassiopea fossero ancora vivi costituiva un problema. Erano stati un’incognita sin dall’inizio, sfruttati per convenienza, ma
ora si stavano avvicinando troppo. E il tempo si stava esaurendo.
Trovò il telefono e chiamò il suo ufficio, ringraziando i satelliti non influenzati dal terreno montagnoso. Il suo primo assistente rispose subito.
«Di’ ai nostri amici a Islamabad che voglio che facciano quanto ho chiesto», esordì Tang.
«Stanno aspettando l’ordine.»
«Il successo è quello che conta, e nulla di meno. Assicurati che lo capiscano. Garantisci che non dimenticherò il favore.»
«Sempre un bersaglio solo?»
«No, tre. E voglio che siano eliminati tutti.»
72

Malone studiava Viktor: un rotolo di corda su una spalla, zaino sull’altra, un giaccone spesso con la chiusura sul davanti. «Dove sei diretto? Come
se dovessi chiederlo...»
«Che cosa ci fate qui?»
Cassiopea fece un passo avanti. «Tang ha Ni e Sokolov.»
«Lo sa già», disse Malone. «Sei un tipo molto occupato. Prima rapisci Cassiopea, la torturi, la lasci scappare e poi ci conduci in un’imboscata
cinese. Dopodiché sparisci e lasci che quasi ci ammazzino altre due volte. E adesso eccoti qua.»
«Siete ancora vivi, no? Vi ho salvato la pellaccia, in quella tomba.»
«No, hai salvato Ni. Fa parte della tua missione.»
«Tu non sai un bel niente della mia missione.»
Malone vide l’elicottero alzarsi nell’aria del mattino. «Tang sta andando via?»
«Devo andare», disse Viktor.
«Anche noi», replicò Cassiopea.
«I russi vogliono assicurarsi che Ni Yong sia il prossimo premier di questo posto dimenticato da Dio e rivogliono Sokolov.»
«Sii realista, Malone. Credi siano i soli a volerlo? Perché credi che Stephanie Nelle fosse a Copenhagen? Sto lavorando per lei. Sapeva che
avevo io Cassiopea. Aveva approvato lei l’operazione. Voleva coinvolgerti. Non sono io il manipolatore, qui, sono solo una pedina sulla
scacchiera. Come voi due.»
Improvvisamente a Malone fu tutto chiaro: Stephanie l’aveva fregato. Credimi, ho considerato i pro e i contro. Non mi fido al cento per cento di
Ivan.
Ora capiva che cosa voleva dire.
«Faccio soltanto il mio lavoro. Tu fa’ il tuo, oppure togliti dalle scatole», disse Viktor.
Malone afferrò Viktor per un braccio. «Hai messo a rischio la vita di Cassiopea per questo gioco.»
«No, in effetti è stata Stephanie. Ma per nostra fortuna c’eri tu a evitare il disastro.»
Malone diede uno spintone a Viktor, facendogli scivolare corda e zaino dalle spalle.
Ma Viktor non restituì il colpo.
«Ti è piaciuto uccidere quel pilota? Farlo saltare dal cielo. Anche quello era parte della tua missione?» gli domandò Malone.
Viktor restò in silenzio.
«Sei un assassino. Hai ammazzato quel pilota solo per coinvolgerci. Per provare che eri dalla nostra parte. Poi, non appena arriviamo alla
tomba, ecco che spunti e riprovi ad ammazzarci. Una di quelle torce che frugavano nella nebbia era tua.»
Negli occhi di Viktor avvampò la rabbia.
«Ti sei divertito a torturare Cassiopea? E a sfottere me mandandomi quel link... Ci pensavi tu personalmente, a buttarle l’acqua addosso?»
Viktor si catapultò su Malone e finirono entrambi sul cofano della Range Rover. La strada intorno a loro si svuotò mentre rotolavano sulla dura
terra. Malone si liberò dalla presa e scattò in piedi, ma Viktor fu più veloce, si era già alzato e gli sferrò un calcio nello stomaco.
Malone rimase senza fiato.
Quando si riprese, colpì Viktor al petto con un jab travolgente. Poi si azzuffò con l’aria, ansimando pesantemente; la fatica metteva a dura prova
i suoi polmoni e il mondo turbinava. La carenza di ossigeno, insieme col calcio di Viktor, lo avevano stordito più di quanto non si aspettasse.
Riprese il controllo, si concentrò e avanzò.
Viktor manteneva la sua posizione, però Malone era pronto: scansò un colpo, poi un altro, e assestò un gancio destro nell’addome di Viktor.
Fece seguire altri due colpi: come prendere a pugni una pietra, ma non mollò. Un uppercut alla mascella e Viktor vacillò, con le ginocchia molli, poi
cadde. Malone attese che si alzasse, ma l’altro restava giù.
Respirò profondamente. Al diavolo l’altitudine. Si girò e fece per tornare verso Cassiopea.
Non riuscì a capire che cosa lo avesse colpito, ma era duro e lo centrò alla spina dorsale. Il dolore lo fece piegare in due, le ginocchia cedettero.
Un altro colpo alle spalle lo spinse avanti e lui sbatté sul marciapiede, poi rotolò, con Viktor addosso.

«Basta», strillò Cassiopea.


Viktor aveva preso una pala appoggiata accanto alla porta di una bottega e aveva colto alla sprovvista Malone. Poi aveva sferrato un altro
colpo. Ora stava a cavalcioni di un Cotton chiaramente stordito, pronto a sbattere la nuca sul marciapiede.
«Lascialo», disse lei, fissando intensamente Viktor.
Lui respirava in ansiti secchi e veloci, gli occhi accesi dalla rabbia.
«Lascialo», ripeté con voce più bassa.
«Te l’avevo detto che la prossima volta sarebbe stato diverso», borbottò Viktor mollando la presa.
Gli spettatori si allontanarono. Incontro finito. Non si vedevano poliziotti in giro: Cassiopea si domandò se ce ne fosse qualcuno, in città. Viktor si
mosse verso lo zaino, se lo rimise in spalla e s’infilò al braccio sinistro il rotolo di corda.
Cotton, ancora a terra, cercava di toccarsi la schiena.
«Tang ha ordinato un attacco contro di voi. Da parte dei pakistani. Il confine è lassù, prima del monastero. Ci sono dei soldati che vi aspettano»,
svelò Viktor.
«Ti rendi conto che probabilmente l’attacco è destinato anche a te?» disse lei.
«Mi è passato per la mente. Ecco perché salirò per primo. Preferirei che nessuno di voi due mi seguisse, ma tanto non mi darete retta, vero?»
«Avrai bisogno di aiuto.»
«Malone ha ragione, ho rischiato la tua vita troppe volte.»
«E l’hai anche salvata.»
«Non ho intenzione di farlo ancora.»
«Che cosa? Rischiarla o salvarla?»
«Nessuna delle due e, dato che so che non resterete qui, il sentiero a ovest della città porta a un ponte sospeso. Dall’altra parte ci sono delle
incisioni che indicano la strada per la sala. Aspettate un’ora, dovrebbe bastarmi per fare qualcosa. Forse posso sviarli.» Viktor indicò Cotton.
«Comunque, prima di allora lui non potrà muoversi.» Fece per andare.
Cassiopea lo afferrò per un braccio e lo sentì rabbrividire. «Che cosa vuoi fare?»
«Perché t’importa?»
«Perché non dovrebbe?» Accennò col capo a Cotton. «Perché in Belgio non mi hai semplicemente detto che lavoravi per Stephanie?»
«Non è il mio stile.»
«Torturarmi invece è il tuo stile?»
«Non pensare che mi sia divertito. Non avevo scelta.»
Lei vide nei suoi occhi il dolore. «Sei leale a qualcosa?»
«A me stesso.»
Ma lei non si lasciava ingannare. «In te c’è più di quanto vuoi lasciar capire.»
Lui ripeté il cenno. «Proprio come lui.»
Allora lei capì. «Volevi uno scontro qui, vero?»
«Dovevo ritardare la vostra partenza. Digli che mi dispiace per il colpo basso, ma sembrava l’unico modo per rallentarvi.»
«Sei venuto per uccidere Tang?»
«Un mucchio di gente ne sarebbe lieta. Proprio poco fa ho avuto l’occasione di sparargli.»
«Perché non l’hai fatto?»
«Troppo presto. Ho bisogno di sapere che succede lassù, tra quelle montagne. Là c’è anche Ni, devo tirarlo fuori.»
«Che ne farai di Sokolov?»
Non le rispose.
«Hai intenzione di ucciderlo?»
Ancora silenzio.
«Dimmelo», gli intimò, alzando la voce.
«Dovrai solo fidarti di me.»
«Mi fido.»
«Allora andrà tutto bene.» E se ne andò.
73

Ni ammirava la sua prigione: la camera da letto era uno spettacolo. Colonne di marmo germogliavano verso un soffitto a cassettoni, con draghi in
bassorilievo serpeggianti dalla base alla cima. Alle pareti, una serie di affreschi illustrava il viaggio di un imperatore: su un muro lasciava il
palazzo, su altri due la processione attraversava le montagne e sul quarto arrivava a un gruppetto di edifici striati di viola, grigio e sfumature di
ocra che si levava dalla spalla della montagna.
Lì. Proprio quel luogo.
Come raffigurato dall’artista, e come Ni aveva visto arrivando in elicottero, i ghiacciai che sovrastavano una valle arida.
Lui e Sokolov erano stati trasportati direttamente da Yecheng. Li avevano trattati bene; erano stati scortati da una piattaforma d’atterraggio fuori
dalle mura da due giovani abbigliati con tuniche di lana, i capelli raccolti sulla sommità del capo e fermati con nappine rosse, e fasce rosse
intrecciate intorno alla vita.
Una lampada a burro grande come un lavabo e fatta di rame battuto ardeva in un angolo, profumando la stanza. Le finestre erano aperte, l’aria
fresca filtrava all’interno, attenuando l’influsso ipnotico della fiamma. Di tanto in tanto si udiva il muggito di uno yak in lontananza. Non c’era
pericolo che i due riuscissero a fuggire, dal momento che le finestre si aprivano su un cortile entro le mura esterne.
Sokolov era su una delle tante sedie laccate, di fattura e modello squisiti. Il pavimento di marmo era ammorbidito da costosi tappeti. A quanto
pareva, il Ba credeva nella vita confortevole.
La porta si aprì.
Ni si girò e si trovò faccia a faccia con Pau Wen. «Me l’avevano detto, che era tornato in Cina», disse al vecchio.
Pau indossava una tunica giallo oro, scelta di colore interessante: come Ni sapeva, simboleggiava il trono. Alle spalle di Pau stavano altri due
giovani, ciascuno con una balestra carica e pronta a scoccare. «Il ministro Tang sta arrivando», ribatté Pau.
«Per me?» domandò Sokolov.
Pau annuì. «La vostra rivoluzionaria scoperta è di fondamentale importanza per i suoi piani.»
«Come sa della mia scoperta?»
«Perché Karl Tang è un fratello del Ba.»
Ni ricordò la conversazione telefonica e lo strappo fra Pau e Tang. «Lei è bravo a mentire.»
Pau sembrò incassare l’insulto. «Ho fatto parte della fratellanza per quasi tutta la mia vita adulta. Mi sono sottoposto al coltello quando avevo
ventotto anni, a quaranta sono assurto al grado di Egemone. Però non deve mai dubitare del mio amore per la Cina, la sua cultura, il suo
retaggio... Ho fatto tutto ciò che potevo per preservarli.»
«Lei è un eunuco, un traditore quanto tutti quelli che l’hanno preceduta.»
«Ma molti di noi hanno fatto grandi cose, hanno compiuto il proprio dovere con abilità e onore. In realtà, ministro, la storia dice che quelli di
questo tipo sono stati molto più numerosi degli altri.»
«E lei di che tipo è?» domandò Ni.
«Non sono un mostro. Sono tornato a casa spontaneamente», rispose Pau.
L’altro non ne fu impressionato. «E per quale ragione?»
«Per vedere chi guiderà la Cina.»
«Sembra che sia già deciso.»
«Il suo cinismo è controproducente. Ho già cercato di avvertirla in Belgio.»
«Dov’è mio figlio? Mi avevano detto che era qui», intervenne Sokolov.
Pau fece un cenno e i due fratelli alle sue spalle si separarono. Un terzo uomo venne avanti tenendo per mano un bambinetto di quattro o cinque
anni, stessi capelli e faccia di Sokolov. Il piccolo vide suo padre e gli corse incontro. Si abbracciarono e Sokolov cominciò a snocciolare parole in
russo, mentre singhiozzavano entrambi.
«Vede? Sta benissimo. È sempre stato qui, ben curato», disse Pau.
Sokolov non ascoltava, intento a soffocare di baci il figlio. Ni, che non era sposato, poteva soltanto provare a immaginare lo strazio patito da
quel padre.
«Mi sono preso parecchio disturbo per attirare tutti qui», aggiunse Pau.
Ni non ne dubitava. «E questo che cosa determinerà?»
«Il destino della Cina, com’è avvenuto varie volte nel corso dei secoli. Ecco che cosa ha reso tanto speciale la nostra cultura, ciò che ci
distingue da tutti gli altri. Nessun imperatore ha mai governato esclusivamente per una questione di discendenza. Era invece sua responsabilità
fissare un esempio morale tanto per il governo quanto per il popolo. Se diventava corrotto, o incompetente, ricorrere alla ribellione è sempre stato
considerato legittimo. Qualunque contadino che riuscisse a mettere insieme un esercito poteva fondare una nuova dinastia. Ed è successo molte
volte. Se dal suo regno veniva prosperità, si riteneva che avesse guadagnato il ’mandato celeste’: ci si attendeva che a succedergli fossero i suoi
eredi maschi, ma anch’essi potevano essere rovesciati, se giudicati inadatti. Il mandato celeste non soltanto va mantenuto, ma occorre
guadagnarselo.»
«E il Partito Comunista se l’è guadagnato?»
«Certo che no. Lo ha falsificato. Ma quell’illusione è diventata fin troppo evidente. I comunisti hanno dimenticato tanto le loro radici legaliste
quanto la morale confuciana. Il popolo li ha giudicati inadatti a governare molto tempo fa.»
«E lei adesso ha messo insieme l’esercito per rovesciarli?»
«Non io, ministro.» Dalla finestra, Pau udì avvicinarsi un elicottero. «È Tang, finalmente.»

Malone sedeva appoggiato allo pneumatico della Range Rover e si massaggiava la schiena. Ricordava chiaramente ciò che era successo l’anno
prima in Asia centrale, la prima volta che lui e Viktor si erano scontrati, e quello che aveva detto Stephanie: Viktor, se mai ti stancassi di fare il
freelance e volessi un posto, fammelo sapere.
A quanto pareva, Viktor aveva preso sul serio l’offerta.
Era infastidito per quello che Stephanie non gli aveva detto, ma era contento che Ivan certamente non sapesse che Viktor lavorava per tutte le
parti.
Ben gli stava, a quel tronfio figlio di puttana.
La strada era tornata alla normalità, la gente aveva ripreso le proprie faccende.
«Mi ha fatto male. Da quanto tempo se n’è andato?» domandò Malone.
Cassiopea gli s’inginocchiò accanto. «Quasi un’ora.»
La testa di Malone si era snebbiata e, anche se gli doleva la spina dorsale, per il resto stava bene.
Si alzò, restando mezzo accovacciato.
«Ha detto di aspettare un’ora prima di seguirlo.»
Lui le rivolse un’occhiataccia. «Ha detto nient’altro?»
«Che gli dispiaceva per il colpo basso.»
Altra occhiataccia.
«E di fidarci di lui.»
«Sì, come no.»
«Credo che stia cercando di aiutarci.»
«Cassiopea, io non so cosa stia cercando di fare. Sappiamo che i russi vogliono riprendersi Sokolov, ma devi renderti conto che in caso di
necessità lo uccideranno, per impedire che l’abbiano i cinesi o gli americani.»
«Se Stephanie sta dando il tormento a Viktor, non può volere Sokolov morto.»
«Non sottovalutarla. Lo vuole vivo, ma neppure lei vuole che lo abbiano i cinesi.»
«Ti rendi conto che Stephanie probabilmente sapeva che mi stavano torturando? Viktor era un suo uomo.»
«No, mi ha detto di aver saputo che Viktor ti aveva presa soltanto dopo che lui si era messo in contatto con me. Le ho detto io della tortura.»
Lesse la frustrazione negli occhi di lei: la stessa che provava lui.
Cassiopea gli disse dei pakistani coinvolti da Tang, che li aspettavano in montagna.
Malone si costrinse ad alzarsi. «Correrò i miei rischi.» Si guardò intorno. «Dobbiamo trovare la strada per salire.»
«Nessun problema.»
«Fammi indovinare: Viktor ti ha detto anche questo.»
74

Tang entrò nel cortile principale. Dalle fessure del lastricato spuntavano sempreverdi piantati nel periodo Ming. Un cancello colossale, che gli
aveva sempre dato l’impressione di aver bisogno di un paio di giganti per muoversi, era aperto, con scolpite sui battenti immagini neolitiche che
raccontavano di una vita avventurosa e vigorosa. Le lastre di pietra sotto i suoi piedi erano state posate secoli addietro, molte di esse recavano
incise poesie, da cui il nome della struttura vetrificata al centro del cortile: Huan yong ting, «padiglione circondato da canti». L’acqua scorreva
lungo il corso accuratamente disegnato di un ruscello creato dall’uomo, attraversato da diversi ponti di legno ricurvi.
Sopra ciascuno degli edifici a più piani che cingevano quello spazio sporgeva una gronda curvata verso l’alto. Agli angoli, sottili colonne di
legno patinate da strati di pittura rossa e lacca splendevano come vetro. I fratelli risiedevano lì da secoli, divisi da una gerarchia basata sull’età e
sul prestigio. Un luogo che era stato sprovvisto di elettricità, assai più adatto agli uccelli che alle persone, era stato trasformato dal Ba in un
santuario.
L’elicottero se n’era andato.
Soltanto i suoi passi, lo scorrere dell’acqua e un frastuono metallico di campane turbavano la serenità.
Due fratelli attendevano in fondo al cortile, in cima a una scala terrazzata; entrambi indossavano una veste di lana con una fascia rossa in vita.
Avevano i capelli rasati davanti, mentre quelli dietro erano legati in una treccia. Gli occhi come olive nere erano fissi, quasi non battevano le
palpebre. Lui andò dritto verso una veranda sostenuta da altre colonne rosso sangue, decorate in argento e oro. Percorse tre quarti della salita e
si fermò alla base della terza terrazza. Alle spalle dei fratelli si apriva un portone a due battenti, con due massicce zanne d’elefante ai lati.
Dal portale uscì Pau Wen.
Finalmente si trovavano faccia a faccia, dopo tutti quegli anni.
Pau scese le scale.
Tang attese, poi s’inchinò. «È andato tutto secondo i tuoi piani.»
«Hai agito bene. La fine è ormai in vista.»
Tang assaporò il senso d’orgoglio. Porse a Pau l’orologio trovato nella camera della biblioteca imperiale. «Ho pensato che ti sarebbe piaciuto
riaverlo.»
Il vecchio accettò il dono con un inchino. «Ti ringrazio.»
«Dov’è Ni Yong?»
«Sta aspettando dentro.»
«Allora concludiamo, e diamo inizio a un nuovo giorno per la Cina.»

«C’è un silenzio pazzesco, quassù», disse Malone.


Fino a quel momento, la camminata era stata tranquilla.
Erano immersi in un oceano di vette frastagliate e nevose. Cos’era che aveva letto, una volta? Una terra di lupi neri e papaveri blu, stambecchi e
leopardi delle nevi. Là dove si radunavano le fate, come aveva annotato un altro osservatore. Forse era anche ciò che aveva ispirato lo Shangri-
La di James Hilton.
Ancora nessun segno di Viktor o dei soldati.
Si udiva ben poco, a parte lo strascichio dei piedi sul sentiero roccioso.
In lontananza si levavano alture dal terreno duro, inondate di verde e striate di rosso. Mandrie di bestiame e tende di nomadi con bandiere gialle
al vento ne costellavano le pendici. In fondo a una gola, Malone scorse la carcassa in decomposizione di un asino che era scivolato giù, verso la
sua morte.
Con la coda dell’occhio colse un movimento, davanti e sopra di loro.
Malone continuò a camminare, come ignaro di tutto, e le sussurrò: «L’hai...?»
«L’ho visto», borbottò lei.
Quattro uomini.
Il sentiero proseguiva addentrandosi fra i pioppi. Cassiopea faceva strada.
«Sta’ pronta a muoverti», mormorò Malone, allungando la mano verso la pistola che aveva sotto la giacca.
Udì un colpo d’arma da fuoco e poi un proiettile gli passò accanto sibilando.

Tang entrò nella stanza e fissò Ni Yong. Pau Wen aveva già portato via Sokolov e il bambino. Auspicabilmente, la riunione padre-figlio avrebbe
calmato il russo e garantito la sua collaborazione.
«La nostra battaglia è finita», disse a Ni.
«E come sarà spiegata la mia morte?»
«Un tragico incidente con l’elicottero. Eri nella provincia dello Xinjiang a indagare su un nuovo caso di corruzione. Non è quello che fai?»
«Il mio staff sa dove stavo andando e perché.»
«Il tuo staff collaborerà o sarà messo a tacere.»
«E la polizia di Yecheng? I due piloti dell’aereo che ho requisito a Xi’an? Loro sanno certe cose.»
L’altro scrollò le spalle. «Si eliminano tutti facilmente. Mi credi così stupido? Sapevo che stavi monitorando le mie chiamate satellitari, e
abbiamo sfruttato la situazione a nostro vantaggio. Ti sei divertito ad ascoltare la disputa tra Pau e me?»
Ni scrollò le spalle. «Niente di trascendentale, per due raffinati bugiardi come voi.»
«Mi hanno tenuto informato di tutto quello che hai fatto. È così che ho saputo del tuo viaggio in Belgio.»
«E l’attentato alla mia vita laggiù?»
«Quello era vero. Speravo di chiudere il problema, ma a quanto pare sei riuscito a schivare gli uomini che avevo mandato.»
«In realtà è stato Pau Wen a salvarmi la vita.»
Aveva sentito bene? Pau? Viktor non era riuscito a scoprire quello che era successo a casa dell’Egemone, dal momento che si trovava ad
Anversa, alle prese con Cassiopea Vitt. Nessuno degli uomini che aveva mandato aveva mai fatto rapporto, e Pau, com’era tipico, non aveva
rivelato nulla. Avrebbe dovuto parlare della faccenda col maestro. Per il momento chiarì: «L’Egemone non teme di versare sangue. Se è
intervenuto, ci sarà stata una buona ragione».
«Parli da autentico legalista. Complimenti per la tua vittoria, ministro: la storia ti ricorderà come l’uomo che infine ha distrutto la Cina.»

Malone si tuffò sul terreno roccioso cercando quel po’ di riparo offerto dai pioppi radi. Cassiopea lo imitò e i due strisciarono sulla ghiaia tagliente
fino a trovare un masso abbastanza grande da proteggerli entrambi.
Arrivavano altri spari.
«La faccenda si fa seria», disse Cassiopea.
«Credi?»
«Non sono cinesi. Li ho intravisti. Pakistani, senza dubbio. Sembra che sappiano dove siamo diretti.»
«Il pensiero ha sfiorato anche me», ribatté lui. «Te l’avevo detto che lui era un problema.»
Cassiopea lo ignorò.
Malone indicò alle loro spalle. «Dobbiamo andare di là. E quei militari sono abbastanza vicini da crearci dei problemi.»
«Dobbiamo credere che se la caverà», disse lei infine.
«La missione era tua, non mia. Vai avanti, ti copro io.» Strinse la pistola cinese a doppia azione.
Anche Cassiopea si preparò, poi se la svignò verso una macchia di ginepro.

Ni rivolse a Tang uno sguardo truce.


Tang si era sforzato di nasconderlo, ma Ni aveva notato la sua sorpresa nell’apprendere che era stato Pau Wen a fermare gli attentatori. Forse
quella loro disputa era stata qualcosa più di una messa in scena?
«Ti abbiamo guidato come un orso al guinzaglio», disse Tang. «Hai ascoltato le nostre telefonate e ti abbiamo propinato esattamente le
informazioni che volevamo. Sei andato fino in Belgio, poi a Xi’an e infine eccoti qui, tutto su nostro invito.»
«Il ’noi’ che stai usando include il premier?»
«Lui non ha nessuna importanza. È un vecchio, presto sarà morto.»
Quella prospettiva lo rattristò. Ni aveva finito per ammirare il premier, un moderato che aveva fatto molto per smorzare il fanatismo comunista.
Non era mai stato sfiorato neppure dall’ombra di uno scandalo.
«Pau Wen è il nostro maestro: tutti i fratelli, me compreso, gli hanno giurato fedeltà», continuò Tang. «Abbiamo pensato che farti credere a una
guerra tra Pau e me ti avrebbe infuso un falso senso di sicurezza. Devo dire, però, che la cosa si sarebbe dovuta svolgere in maniera diversa: tu
saresti dovuto morire in Belgio.»
«E Pau non ha mai menzionato il fatto che ha ucciso lui tutti e quattro gli uomini?»
Tang aveva una faccia di pietra. «Qualunque cosa abbia fatto era giusta.»
«Certamente Cassiopea Vitt e Cotton Malone non rientravano nel tuo piano.»
Scrollò le spalle. «Il maestro doveva servirsi di lei e Malone per fare ritorno in Cina.»
Uno schianto echeggiò, in lontananza, dalle finestre.
Seguito da altri.
«Spari. Per i tuoi alleati», disse Tang.
«Cassiopea e Malone?» Mantenne un tono disinvolto, pur essendo estremamente preoccupato.
«Sono fuggiti da Yecheng, ma ora moriranno qui, tra le montagne, proprio come te.»
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76

Ni seguì Tang attraverso il complesso di edifici. Gallerie dipinte di rosso e di giallo collegavano le varie ali. Elaborate colonne con decorazioni
d’oro non offuscate dal tempo sostenevano gli alti soffitti. Incensieri e bracieri riscaldavano gli ampi locali. Infine entrarono in un’ala cavernosa
sviluppata su tre livelli.
«Questa è la Sala per la Conservazione dell’Armonia, il luogo più sacro per il Ba», spiegò Tang.
Era diversa dagli altri edifici, ancor più elaborata, con tre livelli di gallerie in un alternarsi di rosso e giallo. Una foresta di colonne congiunte da
archi aggraziati copriva tre lati del perimetro. Un arsenale di spade, pugnali, lance, archi e scudi decorava il perimetro del pianterreno, e in mezza
dozzina di bracieri di rame ardeva la carbonella accesa.
Il sole filtrava dalle finestre delle gallerie superiori. Una delle pareti superiori era interamente ricoperta di scaffali disposti diagonalmente, pieni
zeppi di rotoli di carta, mentre quelle restanti erano costellate di lampade d’argento, che però erano spente: la luce veniva da lanterne elettriche
appese al soffitto.
«In quegli scaffali c’è la summa della nostra conoscenza, scritta sulla seta, conservata perché l’Egemone possa consultarla. Non traduzioni o
resoconti di seconda mano: i testi originali», spiegò Tang.
«A quanto pare il Ba è ben finanziato», commentò Ni.
«Benché la nostra origine sia antica, la nostra rinascita è recente. Gli eunuchi dell’epoca dell’ultimo imperatore, agli inizi del XX secolo, hanno
fatto sì che fossimo ben provvisti. Mao ha cercato di ammansirli, ma molti hanno portato qui le loro ricchezze.»
«Mao odiava gli eunuchi.»
«Questo è vero. Ma loro odiavano lui ancora di più.»
«Peccato che non vivrò abbastanza per assistere al tuo fallimento.»
«Non ho in programma di fallire.»
«Come tutti i fanatici.»
Tang gli si avvicinò. «Hai perso la battaglia, ministro. È questo che la storia ricorderà. Proprio come ha perso la Banda dei Quattro. E qualcuno
è anche morto per questo.»
Alle sue spalle, un pannello abilmente nascosto tra gli scaffali si aprì e apparve Pau Wen. «Ministri. Venite, vi prego.»
Ni vide che Tang non aveva apprezzato l’interruzione, sicché decise di rigirare un po’ il coltello nella piaga. «Il tuo maestro chiama.»
Tang gli indirizzò un’occhiataccia. «È proprio questo il problema della Cina: ha dimenticato il timore e il rispetto. Intendo far sì che la nazione
torni a conoscerli.»
«Potresti avere qualche difficoltà a far vivere nel timore un miliardo e mezzo di persone.»
«È stato fatto in passato, si può fare ancora.»
«Qin Shi? Il nostro glorioso Primo Imperatore? Ha governato appena dodici anni, e alla sua morte l’impero si è disintegrato.» S’interruppe.
«Grazie a un eunuco intrigante.»
Tang non sembrava turbato. «Io non commetterò gli stessi errori.»
Attraversarono in silenzio la sala, lunga una cinquantina di metri e larga la metà. Qualche gradino saliva a un piano rialzato.
«Non ero al corrente che vi fosse una porta nel muro», disse Tang.
Ni colse l’irritazione in quelle parole.
«Soltanto l’Egemone e pochi selezionati fratelli sanno di questa stanza», ribatté Pau. «Tu non eri tra questi. Ma ho pensato che fosse un buon
momento per mostrare a entrambi il bene più prezioso del Ba.»

Malone scrutava l’acqua che sferzava le rocce sotto di lui.


Aspettava che Cassiopea venisse a galla.
Ma non la vide.
Fissava le onde ruggenti che trasportavano in una formidabile corrente sedimenti e pietre, fra il sibilo della schiuma. Avrebbe voluto saltar giù
per cercarla, ma si rese conto che era impossibile. Neppure lui sarebbe sopravvissuto alla caduta.
Rimase a guardare, incredulo.
Dopo tutto quello che avevano passato negli ultimi tre giorni.
Lei non c’era più.
Sul lato opposto della gola scorse un movimento. Viktor apparve tra le rocce e si avvicinò all’orlo del dirupo.
La collera di Malone si tramutò in furia. «Miserabile bastardo! Sei stato tu a metterci nei guai. L’hai uccisa.»
Viktor non replicò. Stava tirando su i resti del ponte legandoli con la corda che aveva portato con sé. «Va’. Vedi di arrivare lassù. Io andrò a
cercarla.»
Col cavolo, pensò Malone. Prese la pistola.
Viktor lanciò il ponte oltre la sponda. La corda finì in acqua, l’estremità immersa nel fiume ribollente. Poi fissò Cotton, come a dire: Hai
intenzione di spararmi o di lasciarmi provare a cercarla?
L’elicottero stava scendendo in picchiata per un altro passaggio.
Malone prese la mira.
I colpi di mitragliera tuonarono nella gola. Una scarica mortale di proiettili di grosso calibro rimbalzò sulla pietra a pochi metri da lui,
avvicinandosi con un fragore che continuava ad aumentare d’intensità.
Malone si tuffò al riparo mentre l’elicottero gli saettava davanti.
«Vai! Ni e Sokolov hanno bisogno di te lassù», strillò ancora Viktor prima di cominciare a calarsi.
Che cosa non avrebbe dato per avere anche lui un pezzo di corda! Malone aveva voglia di ammazzare Viktor Tomas, ma quel bastardo aveva
ragione.
Ni Yong e Lev Sokolov.
Doveva trovarli.
Tang seguì Pau Wen e Ni Yong nel locale senza finestre, suddiviso in quattro stanze. Due fratelli aspettavano fuori, ciascuno con una balestra.
Luci tenui illuminavano pareti rosate, il soffitto era di un azzurro intenso punteggiato di stelle dorate. Il centro del locale era dominato da un plinto
bronzeo su cui era appoggiato un costume funerario di giada.
Tang rimase senza fiato: ora capiva come mai la tomba del Primo Imperatore era spoglia.
«Ho recuperato Qin Shi. Sfortunatamente, l’altare di giada su cui giaceva era troppo grande per trasportarlo. Evidentemente era stato costruito
all’interno del tumulo. Questo, però, sono riuscito a portarlo via.» Pau indicò il manufatto. «Le maschere per la testa e per il volto, giacca, maniche,
guanti, calzoni e i rivestimenti per i piedi erano stati fatti su misura per lui. Ciò significa che Qin Shi era alto non più di un metro e settantacinque e
piuttosto magro. Molto diverso dall’immagine dell’uomo imponente e corpulento creata dalla storia.» Esitò, come per lasciare alle sue parole il
tempo di depositarsi. «Duemilasette pezzi di giada, cuciti insieme con un filo d’oro.»
«Li ha contati?» domandò Ni.
«Questa è la scoperta archeologica più importante di tutta la storia cinese: il corpo del nostro Primo Imperatore, racchiuso nella giada. Merita
uno studio approfondito. Stimiamo che, per cucire le pietre, sia stato utilizzato circa un chilo d’oro filato; gli artigiani devono avere impiegato una
decina d’anni per realizzare questo costume.»
«Hai saccheggiato l’intero sito?» volle sapere Tang.
«Ogni oggetto. Qui tutto riposa al sicuro, dentro un dixia gongdian improvvisato. Non proprio un palazzo sotterraneo tradizionale, ma
sufficiente.»
Le restanti tre camere erano piene zeppe di oggetti funerari. Sculture bronzee, vasi di rame, legno laccato e utensili in bambù. Oggetti d’oro,
argento e giada. Strumenti musicali, vasellame e porcellana. Spade, punte di lancia e frecce.
«Duemilacentosessantacinque pezzi», disse Pau. «Perfino le ossa dei costruttori e delle concubine. Ho provveduto alla documentazione
fotografica completa della tomba. La posizione esatta di ogni cosa è registrata con precisione.»
«Davvero gentile da parte sua. Sono certo che un giorno gli storici apprezzeranno tanta perizia», commentò Ni.
«Il sarcasmo la fa sentire superiore?»
«Cosa dovrei fare? Ammirarla? Lei è un bugiardo e un ladro, esattamente come ho detto in occasione del nostro primo incontro. Oltre a essere
un assassino.»
«Si rende conto di quello che Mao avrebbe fatto di queste cose?» Pau accennò al costume di giada. «E gli incompetenti che hanno governato
dopo di lui? Nulla di tutto ciò sarebbe sopravvissuto.»
«I guerrieri di terracotta sono lì», ribatté Ni.
«Vero. Ma per quanto? Il sito si va deteriorando ogni giorno di più. E che cosa stanno facendo? Niente. Ai comunisti non importa niente del
nostro passato.»
«E a lei sì?»
«Ministro, forse i miei metodi non saranno molto convenzionali, ma i risultati sono evidenti.»
Ni si avvicinò al plinto.
Tang si teneva discosto, anch’egli attratto da quella figura surreale che giaceva lì come un robot, rigida, inflessibile. Ma cominciava a sentirsi
impaziente. Voleva sapere perché Pau aveva ucciso quei quattro uomini in Belgio e aveva lasciato in vita Ni. Perché il maestro gli aveva mentito a
proposito delle lampade a petrolio nella tomba di Qin Shi?
«Ha aperto il costume?» volle sapere Ni.
Pau scosse la testa. «Non mi pareva giusto. Qin merita il nostro rispetto, anche nella morte.»
«Quante centinaia di migliaia di persone sono morte affinché potesse governare?» domandò Ni.
«Era necessario, ai suoi tempi», rispose Pau.
«E lo è ancora», si sentì in dovere di aggiungere Tang.
«No», obiettò Ni. «La paura e l’oppressione non sono più meccanismi praticabili. Certamente vedete anche voi che ci siamo evoluti, li abbiamo
superati. Due terzi del mondo praticano la democrazia, e noi non possiamo abbracciare proprio nessuna delle sue qualità?»
«Non finché ci sarò io al comando», dichiarò Tang.
Ni scosse la testa. «Scoprirai, come hanno imparato i nostri padri comunisti, che la forza è soltanto una soluzione a breve termine. Per
sopravvivere, un governo deve avere il sostegno spontaneo del popolo.» Il suo volto s’irrigidì. «Siete mai stati all’Ufficio Petizioni di Pechino?»
«No, mai», rispose Tang.
«Ogni giorno centinaia di persone provenienti da ogni parte del Paese sono lì ad aspettare in fila per presentare i loro reclami. Quasi tutte sono
vittime di qualche angheria: un figlio che è stato picchiato da un poliziotto, una terra espropriata da un costruttore con l’aiuto del governo locale, un
bambino rapito...» Ni esitò, per lasciare sospesa in aria quell’accusa rivolta a Tang. «Se la prendono coi funzionari locali e sono convinti che, se
qualcuno nella capitale ascolterà il loro caso, i torti subiti saranno riparati. Voi e io sappiamo che si sbagliano amaramente: nessuno mai farà
nulla. Ma quella gente capisce l’abc della democrazia. Vuole la possibilità di rivolgersi al governo direttamente. Per quanto tempo pensate che
possiamo continuare a ignorarli?»
Tang conosceva la risposta. «Per sempre.»
77

L’impatto con l’acqua fu violento per Cassiopea, che fu sbalzata avanti da una corrente travolgente, il corpo sballottato come dentro un tornado.
L’acqua era fredda, ma quello era l’ultimo dei suoi problemi. Il suo primo pensiero era respirare, e riuscì a tornare in superficie per prendere una
rapida boccata d’aria prima che l’acqua tornasse ad assalirla.
Doveva smettere di avanzare, o avrebbe finito per essere scaraventata sulle rocce e rompersi un osso o fracassarsi il cranio, se non
ammazzarsi. Era quasi assordata dal rombo profondo dell’acqua e dal turbinio di un trilione di bollicine. Non aveva ancora toccato il fondo.
Rubò un altro respiro e cominciò a intravedere quello che aveva davanti.
Massi, di quelli grandi. I contorni lustri d’acqua che spuntavano dai flutti.
Doveva rischiare.
Con gesti affannati e scomposti, cercò di nuotare più veloceche poteva, ma il suo corpo veniva sbatacchiato senza riguardi: all’acqua importava
soltanto della gravità. Davanti al viso le ribolliva una nube di schiuma marrone. Tenne le braccia tese a fare da battistrada, andando a tentoni
finché non sbatté le mani contro qualcosa di duro.
Ma lei non scappò.
Anzi, lo tenne stretto.
La testa spuntò fuori.
L’acqua le passava sulle spalle rombando, ma almeno lei non si muoveva più.
Inspirò profondamente più volte per schiarirsi le idee e finalmente si rese conto che stava congelando.

Malone seguiva un sentiero fiancheggiato da stupa e muri delle preghiere. Una brezza improvvisa gli portò il fiato gelido dei ghiacciai vicini. Lui
tremava, sia per l’aria pungente sia per un’emozione d’intensità quasi travolgente, i pugni stretti, gli occhi umidi.
Quanti amici avrebbe dovuto perdere ancora?
Conigli grigi attraversavano il sentiero e si tuffavano nelle fenditure. Lui sentiva ancora il rombo dell’acqua alle sue spalle. L’elicottero se n’era
andato. Viktor, presumibilmente, era in fondo alla gola a fare quello che poteva.
Al diavolo quel figlio di puttana.
Non provava una rabbia simile dall’anno prima, quando avevano preso Gary: allora aveva ucciso il rapitore di suo figlio senza l’ombra di un
rimorso.
E avrebbe fatto lo stesso con Viktor.
Ma in quel momento doveva concentrarsi: proteggere Sokolov era fondamentale, così come aiutare Ni Yong. Ovviamente per Stephanie erano
importanti entrambi gli obiettivi; perché, altrimenti, avrebbe usato sia lui sia Cassiopea, e ingaggiato anche Viktor? A Copenhagen si era
domandato come mai Stephanie non fosse eccessivamente preoccupata per la situazione di Cassiopea, e come facesse a sapere tutte quelle
cose sul petrolio abiotico e biotico.
Adesso era chiaro.
Aveva messo in campo Viktor, presumibilmente per prendersi cura di lei.
Ma lui l’aveva fatto davvero?
Quando tutto fosse finito, anche Stephanie avrebbe dovuto affrontare qualche conseguenza.
Malone scorse un altare di pietra illuminato da due lampade e si avvicinò cauto. Più avanti il sentiero deviava a destra, e quello che c’era oltre la
svolta era ostruito da una parete a picco. La luce rimbalzava sulla torreggiante roccia grigia, scomponendosi in bagliori e scintillii. Lui viveva nel
terrore delle emozioni, ne negava l’esistenza, le seppelliva sotto una valanga di responsabilità. Eppure, in realtà, ne era del tutto dipendente... e se
n’era reso conto quand’era ormai troppo tardi.
Cassiopea gli sarebbe mancata più di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
L’aveva amata – sì, amata – ma non si era mai deciso a pronunciare quelle parole.
Perché diavolo non l’aveva fatto?
Un gong risuonò in lontananza.
Le note profonde svanirono e un grande, vuoto e rimbombante silenzio lo invase.

Ni era deciso a non mostrarsi debole. Avrebbe tenuto testa a quei fanatici sino alla fine. «I sovietici asserivano di poter costringere il popolo a
servirli. Un errore che lei stesso, Pau, mi ha fatto notare in Belgio.»
«I sovietici hanno commesso molti errori. Che noi dobbiamo evitare.»
«Ma io non permetterò alla Cina di smarrirsi», dichiarò Tang. «Ogni giorno l’Occidente cerca di promuovere qui i suoi valori e le sue ideologie,
pensando che una qualche campagna di marketing possa destabilizzarci. O la democrazia.»
«Non hai idea dei pericoli che fronteggiamo. Non siamo la Cina dell’epoca di Qin Shi», disse Ni.
«Siamo sempre cinesi. Rovesciare il nostro governo, dall’esterno o dall’interno, sarà molto più difficile di quanto non sia stato in Unione
Sovietica», ribatté Tang.
Ni osservava Tang e Pau Wen. Uomini tanto subdoli da non essere diversi dai despoti che li avevano preceduti. La Cina sembrava davvero
condannata a ripetere un errore dopo l’altro.
Si allontanò dal plinto e guardò nelle altre tre stanze, non grandi come le corrispettive di Xi’an, ma spaziose, tutte piene di manufatti.
Pau si avvicinò. «Alcuni vasi di bronzo sono pieni di liquido. Ho rotto il sigillo di uno e ho gustato un aroma delizioso. I test hanno rilevato la
presenza di alcol, zucchero e grasso... un rum al burro, di oltre duemila anni.»
In qualunque altro momento la cosa lo avrebbe colpito, ma ora Ni cercava di capire come evitare di morire in un incidente di elicottero.
«Quelle lampade di bronzo. Là. Sono le stesse?» domandò Tang.
Ni le aveva già notate, collocate lungo le pareti su piedistalli, scaffali e pavimento. Una testa di drago su un corpo di tigre, con le ali di una
fenice. Forse un centinaio. Identiche a quella che aveva recuperato al museo.
«Sono uguali a quella di Anversa. Tutte riempite di petrolio estratto dal sottosuolo nel Gansu oltre due millenni or sono. Ne ho tenuta una per
ricordo e l’ho portata con me in Belgio», disse Pau.
«Ho bisogno di un campione di quel petrolio», fece Tang.
«Temo che la tomba dell’imperatore non sia più intatta», ribatté Ni. Malone e Cassiopea gli avevano riferito ciò che era successo dopo la sua
fuga. Lo disse a Pau.
«C’è da sperare che il danno sia stato minimo. L’olio minerale che ho lasciato per schermare il mercurio non dovrebbe aver causato grandi
problemi. Però il mercurio è un’altra faccenda: i suoi vapori impiegano tempo a dissolversi», commentò Pau.
«Non ha importanza», disse Tang.
Ni si rivolse a Pau. «Sembra che il passato gli interessi poco, diversamente da lei.»
«Una mancanza cui rimedieremo. Discuteremo l’argomento.»
«Ci sono molte cose che dovremo discutere. Cose che pare tu abbia trascurato di menzionare», puntualizzò Tang.
Pau fronteggiò Tang. «Come il motivo per cui ho ucciso gli uomini che hai mandato a casa mia?»
«Per esempio.»
«Parleremo. Ma sappi che io non do spiegazioni a nessuno.»
Tang chiaramente non apprezzò la replica.
«Fa ancora parte dello spettacolo, questo vostro battibecco?» domandò Ni.
«No, ministro. Stavolta il disaccordo è reale», rispose Pau.

La presa di Cassiopea si stava indebolendo, le articolazioni doloranti per l’acqua gelida. Per la terza volta in due giorni, la morte sembrava vicina.
Dubitava di riuscire a sopravvivere; di sicuro a un certo punto avrebbe incontrato una cascata che scendeva a valle. Una nube di schiuma marrone
le sommerse il viso, costringendola a chiudere gli occhi.
Si sentì afferrare il braccio destro, dall’alto, e strattonare via dalla roccia cui era aggrappata.
Aprì gli occhi e vide Viktor che la guardava dall’alto. Era in equilibrio sopra un masso, la mano serrata sul suo polso. Cassiopea allungò la
sinistra e il suo corpo si sollevò fuori dall’acqua.
Lui le aveva salvato la vita.
Di nuovo.
«Pensavo che non l’avresti più fatto», gli disse, riprendendo fiato.
«O così, o farmi sparare da Malone.»
Lei fu attraversata da un brivido gelido che non riuscì a controllare. Viktor s’inginocchiò sulla roccia, si tolse la giacca e la usò per coprire
Cassiopea. L’abbracciò forte.
Lei non oppose resistenza.
Non poteva.
I brividi erano incontrollabili.
Batteva i denti e si sforzava di calmare i nervi.
Viktor continuava a stringerla a sé. «Ho cercato di distrarre i militari finché tu e Malone non aveste attraversato il ponte, ma non sapevo
dell’elicottero. È arrivato in fretta, evidentemente sapeva dov’eravate diretti. Tang ha organizzato tutto a puntino.»
«Dov’è Cotton?» riuscì a domandare, sperando che i colpi di mitragliera non l’avessero raggiunto.
«Quando ha deciso di non spararmi, gli ho detto di andare. L’elicottero voleva far fuori anche me, ma non riusciva a sparare qui sotto. Quindi se
n’è andato.»
Lei lo fissò negli occhi e vide preoccupazione e rabbia. «Come hai fatto a trovarmi?»
«Sei riuscita ad aggrapparti alla roccia, così ho potuto guadagnare un po’ di tempo. In realtà mi aspettavo di trovare qualche osso rotto.»
«Mio e tuo.» Cassiopea si stava riprendendo, i brividi stavano passando. Lanciò un’occhiata alle sue spalle e comprese il rischio che lui aveva
corso, passo dopo passo, brancolando tra i massi esposti. Una scivolata, e sarebbe stato trascinato via. «Grazie, Viktor.»
«Non potevo lasciarti annegare.»
Lei si liberò dal suo abbraccio e si alzò, ma tenne addosso il giaccone. I suoi vestiti grondavano acqua, aveva le mani blu per il freddo. Era
troppo presto perché la luce diretta del sole riuscisse a scendere lungo le pareti a picco che incombevano su di lei. Ma sapeva che c’era calore,
lassù. «Dobbiamo arrivare a quella sala.»
Viktor indicò la sponda opposta. «C’è un sentiero che riporta su. Ormai Malone dovrebbe essere al monastero.»
«Voi due potrete fare la pace, quando sarà finita.»
«Ne dubito.»
«Sa essere ragionevole.»
«Non quando si tratta di te», replicò Viktor.
«E di te che mi dici?»
Lui indicò le rocce più sicure per raggiungere la riva. «Per arrivare in cima ci vuole almeno una ventina di minuti. Dobbiamo muoverci.»
Lei lo afferrò per un braccio. «Ti ho fatto una domanda.»
«Malone aveva ragione, prima, in città. Ho ucciso quel pilota soltanto per guadagnarmi la tua fiducia, nient’altro.» S’interruppe. «Come dice
sempre Malone, io sono una risorsa occasionale. Sinonimo di ’nessuno’. Vuoi sapere di me? A chi diavolo importa?»
«A Stephanie. Ti ha mandato lei a prendere Sokolov.»
«E Ivan mi ha mandato a uccidere Tang. Eppure eccomi qua a salvare te. Ancora.»
Lei non sapeva che dire, quindi mollò la presa.
E lui saltò sulla roccia più vicina.
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82

Malone sorseggiava tè nero, lasciando che il dolore alla spalla si calmasse. Gli avevano fatto un bendaggio improvvisato per tenere a posto
l’articolazione. Una volta lasciata la roccaforte avrebbe dovuto farsi visitare da un medico.
Erano trascorse tre ore dalla morte di Viktor. Lui aveva passato mezz’ora dentro la ricostruzione della tomba di Qin Shi, ad ammirare un
costume funerario di giada e altri magnifici oggetti sepolcrali.
Ni Yong era seduto con lui sulla terrazza. Al di là del muro basso, il sole pomeridiano tingeva le montagne di sfumature di rosso, nero e giallo.
L’aria era ancora mite; una brezza gentile faceva sventolare alcune bandiere di preghiera lì vicino. Malone continuava a guardare una meridiana di
marmo a un paio di metri da loro: poggiava su una base circolare, retta da quattro pilastri quadrati.
«In Cina tutti i templi hanno una meridiana. Ricorda che la virtù dovrebbe risplendere a tutte le ore, come il sole a mezzogiorno. Un buon
consiglio che da molto tempo preferiamo ignorare», spiegò Ni.
«Lei crede a quanto le ha detto Pau?»
«Non una sola parola.»
«Speravo che non fosse così sciocco.»
«C’è una storia che raccontano a tutti noi durante l’addestramento militare. Un grande guerriero di nome Chao cinse d’assedio con
quarantamila soldati una città difesa da un esercito minuscolo, comandato da un avversario di nome Zhang. Dopo quaranta giorni, gli abitanti della
città cedevano i loro figli in cambio di cibo. Ma Zhang rifiutava di arrendersi, e addirittura faceva decapitare gli ufficiali che glielo proponevano. Alla
fine, l’esercito di Zhang rimase senza frecce, quindi lui ordinò agli abitanti di fabbricare mille fantocci di paglia a grandezza naturale, vestiti di nero.
Una notte fece calare i fantocci dalle mura della città con delle corde. L’esercito di Chao sprecò decine di migliaia di frecce per quelli che credeva
fossero nemici in fuga. I dardi rimasero conficcati nei fantocci di paglia, che vennero issati nuovamente entro le mura. L’esercito di Zhang, che
prima era completamente privo di munizioni, ora ne aveva in abbondanza.»
«Un tipo sveglio.»
«Non è tutto», continuò Ni. «Più tardi, quella stessa notte, Zhang fece scendere con le corde cinquecento dei suoi soldati più coraggiosi. Quelli
di Chao pensarono che fossero nuovamente i fantocci di paglia e non li considerarono. Gli uomini di Zhang presero d’assalto l’accampamento di
Chao e tagliarono la testa ai nemici mentre dormivano. Nell’esercito di Chao scoppiò il caos, e lui batté in ritirata.»
Malone afferrò il concetto.
«Zhang trasformò una posizione passiva in una di potenza; mentre parlavo con Pau Wen, mi sono ricordato di quella lezione. Eravamo rimasti
senza munizioni, così ho calato un’esca e ho indotto Pau a colpire, permettendoci di ricaricare la nostra arma. È ansioso di stare dalla parte del
vincitore, sicché ho sfruttato il suo desiderio.»
Una strategia inattaccabile.
«Ma alla fine ’chiuderò la porta per catturare il ladro’.»
Malone sorrise: conosceva il significato di quel detto. «Accerchia il nemico. Chiudi tutte le vie d’uscita.»
Ni annuì. «È un’altra delle cose che ci hanno insegnato. Ma nel farlo occorre ricordare cinque punti. Primo: per chiudere la porta devi avere una
concentrazione di forze assolutamente superiore. Secondo: dev’esserci una porta da chiudere. Terzo: non puoi aspettare passivamente che il
nemico entri, occorre attirarlo. Quarto: la porta dev’essere chiusa al momento opportuno, così che il ladro resti davvero intrappolato. E quinto:
devono essere chiuse anche tutte le altre vie di fuga.»
Malone capì quello che aveva fatto Ni. «Sicché ha cullato Pau sino a farlo addormentare.»
«Come lui ha cercato di fare con me in Belgio.»
«L’intera faccenda di rifiutare a Tang un campione di petrolio... Stava usando tutti i mezzi a sua disposizione, le ha provate tutte. Non gli
importava un accidenti di lei.»
Ni annuì. «È un bugiardo e un impostore. Io ho semplicemente usato le sue stesse armi contro di lui. Ma che scelta avevo? Siamo sul suo
territorio. Questo è un luogo incerto. Si è offerto di essere mio alleato e io ho accettato. Ma le assicuro che al momento giusto chiuderò tutte le
porte.»
«Che mi dice di tutte quelle chiacchiere sul ’non usare la violenza’?»
«La Cina si sta indebolendo a causa di uomini come Pau Wen. Sono un cancro della nostra società, è ora che ricevano quello che amano dare
con tanta ’generosità’. Il legalismo non è altro che opportunismo: pretende di generare rispetto facendo assegnamento su forza bruta e terrore.
Darò loro qualcosa che già capiscono, che da lungo tempo proclamano essere l’unico modo di governare. Mi sembra più che giusto.»
Malone ne convenne.
«Dovessi anche far calare le brache a tutti i membri del governo e ai militari, epurerò gli eunuchi dalla Cina.»
Malone avvertì un cambiamento in Ni, una sicurezza che prima non c’era, e gli domandò: «Ci sta pensando da molto tempo, vero?»
«Sono rimasto a guardare mentre uomini stupidi, egoisti e meschini distruggevano il nostro Paese. Sono corrotti, dal primo all’ultimo. Questo
deve cessare. Userò il Ba a mio vantaggio, finché non verrà il momento di eliminarlo.»
Malone sperava che quell’uomo potesse davvero fare quanto si proponeva. Ma era curioso, e a Washington sarebbe piaciuto saperlo. «La
democrazia fa parte dei suoi piani?»
«È una parola che ha molte connotazioni negative, qui. Per lungo tempo è stata usata per generare odio. Ma il popolo avrà certamente voce in
capitolo, nel nuovo governo: saremo tutti responsabili, dai vertici in giù.» Ni sorrise. «In effetti la democrazia deve molto a Confucio.»
«Lei sembra pronto.»
Il ministro annuì. «Ho parlato col premier poco fa. Mi farà promuovere alla seconda carica. È contento che Tang non ci sia più e mi sosterrà per
l’eliminazione del Ba, al momento giusto. Pau ha sopravvalutato troppo il proprio valore nella Cina odierna. Il suo tempo è finito.»
«Non è roba per me. Non potrei destreggiarmi in tutti questi giochi», commentò Malone.
Ni sorrise. «È la Cina, Malone. Noi siamo così. Purtroppo la menzogna è sistematica, nel nostro modo di governare. Mi piacerebbe cambiare
anche questo, ma ci vorrà un po’ più di tempo.»
«Sa che Viktor Tomas lavorava per i russi e per gli americani?»
«Non mi sorprende. Ma, essendo morto il loro agente, nessuna di queste due potenze straniere verrà a sapere nulla.» S’interruppe. «Salvo
quello che riferirete lei e Miss Vitt.»
Notò la parola «agente» riferita a Viktor.
Diamine, sì, era un agente. «Che ne sarà di Sokolov?» volle sapere.
Cassiopea era col russo e col figlio, ad accertarsi che stessero bene.
«Sarà riportato a Lanzhou e al suo laboratorio, col campione di petrolio. Dice che collaborerà con me. Naturalmente, la minaccia persistente da
parte dei russi gioca a nostro vantaggio: lui ha capito che lo vogliono morto. Sokolov e suo figlio tornano a Kashgar con me. La moglie è ansiosa
di rivedere il bambino, l’ho fatta mettere su un aereo diretto a ovest, adesso è in volo. Farò tutto ciò che posso per proteggerli e guadagnarmi la
sua fiducia.»
«Lo tenga bene d’occhio.»
«Certamente. Ma, quando dirò al mondo della sua scoperta, dubito che il pericolo esisterà ancora.»
«Ha intenzione di farlo davvero?»
Ni annuì. «È l’unica via. È una consapevolezza che dovrebbe cambiare il mondo, a vantaggio di tutti.»
«E mostrare agli occhi di tutti la Cina sotto una luce diversa.»
«Possiamo soltanto sperarlo.»
E Washington sarebbe stata soddisfatta. Ivan? Un vero peccato. «Che mi dice di Pau Wen e di quei quattro omicidi?»
«Non saranno dimenticati.»
Malone fu lieto di sentirglielo dire. «Perché si è fidato di noi, a Xi’an?»
Ni scrollò le spalle. «Qualcosa mi diceva che lei e Miss Vitt eravate persone su cui potevo contare.»
Malone pensò a Henrik Thorvaldsen e sperò che il suo vecchio amico fosse morto con quello stesso pensiero.
«Tra poco parto per Kashgar, per incontrare il premier. Andremo a Pechino insieme. Farò in modo che un elicottero torni a prendere lei e Miss
Vitt.» Ni si alzò e gli tese la mano. «La ringrazio. Le devo la vita.»
Malone gli strinse la mano e scacciò la sua gratitudine con un gesto, minimizzando. «Pensi a fare quello che ha detto.» Ma c’era un’altra cosa
che desiderava sapere. «Se io non fossi arrivato, avrebbe tagliato la gola a Pau?»
Ni non rispose subito; parve riflettere seriamente sulla domanda. «Non lo so con certezza. Grazie al cielo non abbiamo dovuto scoprirlo.»
Sorrise. «Mi stia bene, Mr Malone.»
«Anche lei.»
Ni tornò dentro e scomparve al di là di una porta aperta.
Malone aveva capito perché lui e Cassiopea non partivano insieme con lui.
Era ora di defilarsi nell’ombra.
Come fanno tutti gli agenti.

Malone aveva letto di un «funerale del cielo»: il cadavere viene tagliato a pezzetti, impastato con farina, tè e latte e la miscela, che rappresenta un
ritorno agli elementi fondamentali dell’uomo – acqua, terra e vento –, è lasciata in pasto agli avvoltoi. Un grande onore.
Lui e Cassiopea rimasero a osservare l’antica cerimonia. Un paio d’ore prima, il corpo di Viktor era stato portato fuori dalle mura, in una valle
vicina, e preparato.
«I nostri fratelli conoscono bene lo jhator. È un rituale che abbiamo compiuto molte volte», disse Pau.
«Ha davvero intenzione di aiutare Ni Yong?» gli domandò Malone.
«Legalismo? Confucianesimo? Comunismo? Democrazia? Un imperatore? O un presidente eletto? Il nostro problema degli ultimi sessant’anni
è che non c’è stato un solo concetto o una sola filosofia dominante. Abbiamo continuato a languire a metà strada, nell’incertezza, con piccole parti
di ciascun elemento a contendersi il controllo. I cinesi temono il caos. Disprezziamo l’incertezza: spesso abbiamo accettato un sistema sbagliato,
nel nome della certezza.» Esitò un istante. «Tang e Ni, almeno, offrivano una scelta chiara. Adesso è stata fatta. Dunque il Ba sarà alleato di Ni.»
«Dove sono cresciuto io c’è un detto: ’Non passare per il buco del culo per arrivare al tuo appetito’. Forse i cinesi possono farne tesoro»,
rispose Malone.
Pau sorrise. «È la saggezza di uno dei vostri grandi filosofi americani?»
«Già, un gruppo di filosofi. Si chiamano ’i buzzurri del Sud’.»
«Che cosa impedisce a qualcun altro di prendere semplicemente il posto di Tang?» domandò Cassiopea. «Avrà di sicuro dei seguaci pronti a
portare avanti la causa.»
«Senza dubbio», disse Pau. «Ma questa non è l’America o l’Europa. Quei seguaci non hanno accesso ai media né alla gerarchia del Partito.
Quelli sono privilegi che occorre guadagnarsi in molti anni di fedele servizio. Qui la politica è un viaggio personale, che richiede un tempo
angosciosamente lungo. Tang ha impiegato quasi vent’anni per la sua ascesa.» Scosse la testa. «No. Ora il ministro Ni è l’unico a essere pronto
per il potere supremo.»
Cosa che Ni sa benissimo, pensò Malone. Gli dispiaceva pensare che lui non sarebbe stato nei paraggi, quando Pau Wen avrebbe ricevuto
una dose della sua stessa medicina.
«Lei sembra fiducioso», disse Cassiopea.
«Il fato è intervenuto a favore della Cina», ribatté Pau.
«Non mi dica che ci crede davvero! Il fato? È stato lei a determinare quasi tutto!» esclamò Malone.
Pau sorrise. «Come si potrebbe spiegare altrimenti tutto il nostro coinvolgimento? Non è singolare che ciascuno di noi si trovasse proprio nel
luogo e proprio nel momento più adatti per determinare l’esito? Che cos’è questo, se non il fato?»
Pareva che Ni avesse ragione, nella sua valutazione di Pau: davvero sopravvalutava il proprio valore. E non occorreva essere un genio per
capire le ramificazioni di quell’errore. Ma quello non era un problema di Malone; il suo lavoro era finito.
Una mezza dozzina di fratelli cantava intorno ai resti di Viktor preparati per la cerimonia, mentre l’incenso si spandeva da vasi di rame.
In cielo, gli avvoltoi erano arrivati.
«Possiamo andare?» domandò Cassiopea.
Si allontanarono prima che gli uccelli calassero, tornando a piedi verso il monastero su rocce e ciottoli disseminati di fili d’erba verde tenero.
Nessuno dei due si voltò per assistere allo spettacolo.
«Mi sbagliavo, su Viktor», disse lui piano.
«Era facile commettere quell’errore. Era un uomo difficile da comprendere.»
«Non alla fine.»
«Si è tolto di mezzo, con Tang, contando sul fatto che gli avrei dato io il colpo mortale», disse lei.
Malone aveva pensato la stessa cosa.
«Ho sentito quello che ha detto quando si è girato», disse Cassiopea.
Prenditi cura di lei.
Malone si fermò.
Anche Cassiopea.
Lui disse: «Abbiamo fatto tanti giochetti».
«Troppi.»
«Adesso cosa facciamo?»
Gli occhi di lei erano pozze d’acqua. «Strano. Noi due a fare questa conversazione, con Viktor morto.»
«Ha fatto la sua scelta.»
Lei scosse la testa. «Non sono così sicura di non averla fatta io al suo posto, quando ho tirato quel coltello. È questo che mi tormenta. Lui ha
interpretato tante parti per tanti spettatori diversi, viene da chiedersi se anche quelle ultime parole facessero parte dello spettacolo.»
Malone conosceva la risposta. Lui aveva visto qualcosa cui Cassiopea non aveva potuto assistere. Nel momento della morte, Viktor Tomas
aveva finalmente espresso la verità.
Prenditi cura di lei.
Sì, certo.
Lei lo fissava, come facendo appello al suo coraggio per convincersi a rivelare qualcosa. Malone la capiva. I suoi pensieri erano altrettanto
confusi. Quando l’aveva creduta morta, un futuro senza di lei gli era parso inimmaginabile.
«Basta coi giochi», disse Cassiopea.
Lui annuì e le prese la mano.
«Cotton...»
Lui la zittì posandole due dita sulle labbra. «Anch’io.»
E la baciò.
NOTA DELL’AUTORE
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RINGRAZIAMENTI
Agli amici di Random House: Gina Centrello, Libby McGuire, Cindy Murray, Kim Hovey, Katie O’Callaghan, Beck Stvan, Carole Lowenstein,
Rachel Kind e tutti gli addetti alla promozione e alle vendite: ancora una volta, grazie.
A Mark Tavani: grazie della tua tenacia di editor.
A Pam Ahearn: per la nona volta, un inchino grato e la mia immutata stima.
A Simon Lipskar: apprezzo immensamente la tua saggezza e la tua guida.
Qualche menzione particolare: Charlie Smith, per la sua apprezzatissima ricognizione in territorio cinese; Grant Blackwood, superbo autore di
thriller che mi ha salvato da una caduta a Denver; Els Wouters, che nonostante il preavviso breve ha messo a disposizione le fondamentali
ricerche svolte sul posto ad Anversa; Esther Levine, per avermi aperto le porte della mostra dell’esercito di terracotta; Bob e Jane Stine, che a
tavola hanno stimolato la mia immaginazione e mi hanno messo in contatto con «Julia» Xiaohui Zhu; James Rollins, per avermi ancora una volta
aiutato a scampare dal disastro; Michele e Joe Finder, dispensatori di saggi consigli; Meryl Moss e il suo fantastico staff; Melisse Shapiro, più
utile di quanto possa mai rendersi conto; e infine Esther Garver e Jessica Johns, che mandano avanti History Matters e le Steve Berry Enterprises.
Voglio anche ringraziare ciascuno dei miei lettori sparsi in giro per il mondo. Vi sono grato del leale sostegno, delle osservazioni acute, del
contagioso entusiasmo e, sì, anche delle critiche. È per voi che continuo a scrivere ogni giorno.
E poi c’è Elizabeth: critica, tifosa, editor, moglie e musa. Pacchetto completo.
Per finire, il libro è dedicato a Fran Downing, Frank Green, Lenore Hart, David Poyer, Nancy Pridgen, Clyde Rogers e Daiva Woodworth. Tutti
insieme mi hanno mostrato come insegnare a me stesso il mestiere di scrittore.
Se io ci sia riuscito oppure no, è tuttora materia di dibattito.
Di chiaro c’è una cosa sola: senza di loro, niente sarebbe mai stato pubblicato.
Note
1.
Vedi Steve Berry, L’ombra del Leone, Casa Editrice Nord, Milano, 2008. (N.d.T.)

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