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Arta Rostami - Teoria dell’Architettura - S. A. 2009-10 - Prof. C. Frank - Ass. C.

Mazzarella

Il connubio di teoria e pratica


nel De Architectura di Vitruvio

ELABORATO DI FINE CORSO

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Arta Rostami - Teoria dell’Architettura - S. A. 2009-10 - Prof. C. Frank - Ass. C. Mazzarella

L’architetto romano Vitruvio Pollione (di cui si hanno poche e


frammentarie notizie) compose l’unico trattato di architettura
dell’antichità che sia stato tramandato fino a noi, il De architectura libri
decem, verosimilmente fra gli anni 30 e gli anni 10 del primo secolo a.
C., ossia in età augustea: quest’opera in latino ha rappresentato un
fondamento imprescindibile per architetti e teorici dell’architettura nei
secoli successivi, in quanto essi poterono rintracciare nello scritto di
Vitruvio il primo documento in cui fossero applicate delle leggi nel
campo dell’architettura, dei codici che l’autore elabora, spiegando così
le origini e le caratteristiche dell’architettura, le qualità che l’architetto
deve avere, le regole da applicare alla progettazione degli edifici, degli
spazi pubblici e delle infrastrutture. Il trattato in dieci libri contiene
specifici passaggi che avranno moltissima fortuna presso la teoria
architettonica successiva, come l’individuazione del prototipo di ogni
edificio, la capanna, oppure l’associazione fra armonia compositiva alle
proporzioni (e simmetria) del corpo umano, concetto che ebbe
notevole risalto nelle numerose interpretazioni grafiche dell’uomo
vitruviano, di cui la più celebre è sicuramente quella di Leonardo da
Vinci.

Vitruvio non fu però solamente un teorico, ma della sua attività come


costruttore, come progettista, si ricorda la Basilica di Fano: infatti il De
architectura si apre, dopo la prefazione con dedica all’imperatore, con
la descrizione delle caratteristiche e capacità di un architetto, ed in
seguito con l’elencazione e la spiegazione dei campi e delle sezioni
dell’architettura. Nella prefazione si esprime la gratitudine
all’imperatore, come da consuetudine dell’epoca, per le commissioni e i
benefici ricevuti, soprattutto per quanto riguarda l’operato di Vitruvio
nel campo della macchine da guerra come baliste e scorpioni: il De
architectura è però idealmente composto con la volontà di esprimere
delle regole valide a livello generale per la professione dell’architetto,
con il tentativo (seppure marginale) di assicurarsi ancora la futura
protezione (e magari incarichi di costruzione) da parte dell’imperatore,

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visto dall’autore come personaggio attento al tema della costruzione e


la gestione degli edifici pubblici e privati.

Segue alla prefazione un capitolo dedicato all’educazione professionale


di un architetto, che deve riunire in un’unica personalità le
caratteristiche sia pratiche che teoriche (i termini latini sono fabrica e
ratiocinatio); in sostanza egli deve sapere ugualmente operare dal
punto di vista manuale o tecnico, sia da un punto di vista teorico,
riflettendo sul proprio lavoro e sulla sua eventuale divulgazione.
Questo professionista ha la necessità di studiare e applicarsi in molte
discipline differenti, le quali contribuiscono a garantirgli una cultura
generale, ma deve anche essere cosciente che l’esperienza è un fattore
fondamentale per il proprio successo: infatti un architetto non
raggiungerà la fama, l’approvazione e una posizione di prestigio se si
eserciterà soltanto nella pratica o se farà affidamento solo sulla
preparazione teorica; in quest’ultimo caso saremo di fronte a qualcuno
che ha seguito un’ombra, invece che vivere nella realtà. Bisogna quindi
impugnare tutte le armi a nostra disposizione per padroneggiare
questa attività, seguendo le metafore che lo stesso Vitruvio descrive.
Appare poi come scontato il fatto che chi voglia cimentarsi
nell’architettura abbia in qualche modo del talento, che sia portato
naturalmente. Segue un elenco delle discipline basilari nella cultura di
un buon architetto: una preparazione letteraria, l’abilità nel disegno,
nella geometria, la conoscenza di vicende storiche, della filosofia, la
musica, nozioni fondamentali di medicina, di diritto e dell’astronomia.
Ecco in dettaglio i benefici che l’architetto può trarne:

preparazione letteraria: Vitruvio si limita a indicare l’allenamento


della memoria come risultato principale, aiutandosi magari con degli
appunti, presumibilmente per divulgare e spiegare la propria opera e i
propri progetti

abilità nel disegno: chiaramente senza la capacità di esprimere le


proprie idee su carta non ci sarebbe possibilità per progettare

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abilità nella geometria: di supporto al disegno per il progetto,


introduce all’uso di strumenti come la riga e il compasso, all’utilizzo
appropriato degli angoli (soprattutto quelli retti) e delle linee curve
(vedi la quasi ossessione per il cerchio e il quadrato, presenti anche
nella figura dell’uomo vitruviano). Con l’ottica si impara invece a
gestire l’uso della luce e dell’illuminazione in un edificio, mentre
l’aritmetica si rivela utile in ogni situazione di calcolo, dalle spese nella
costruzione, alle misurazioni e i rilevi (cfr. Palladio, il quale realizzò
nuovi rilievi dei monumenti antichi, sintomo dell’influenza esercitata su
di lui dall’antichità classica e di riflesso, da Vitruvio)

conoscenza di vicende storiche: sembra che l’allusione sia alla


conoscenza di episodi salienti soprattutto legati alla storia
dell’architettura, che rendano l’architetto capace di spiegare la
particolare origine di alcuni elementi architettonici, fra i quali ad
esempio le Cariatidi, le figure femminili che talvolta sostituiscono le
colonne con funzione portante, derivate, secondo Vitruvio, dalla
sconfitta della città di Caria contro i Greci, schieratisi con i nemici
Persiani: in segno di punizione queste donne furono idealmente
sottoposte a sopportare il peso dell’architrave sulla propria testa

conoscenza della filosofia: in realtà più che ad una conoscenza di


nozioni filosofiche si fa riferimento ai principi di onestà e correttezza
nella professione che lo studio della filosofia dovrebbe
automaticamente far scaturire in coloro che vi si applicano. La ricerca
della ricchezza è condannata, mentre un corretto e buon professionista
sarà moralmente imparziale e godrà di ottima reputazione. Una branca
aggiunta della filosofia è lo studio della natura, la fisiologia, utile per
quanto riguarda i principi della fisica, applicati ad esempio nella
progettazione delle canalizzazioni dell’acqua, di cui gli acquedotti
romani rappresentano quasi la perfezione

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conoscenza della musica: non ci sono riferimenti espliciti alla musica


in sé, ma sono considerati di utilità i rapporti armonici insiti nella
musica, che, riferiti a sistemi matematici, aiuteranno un architetto a
regolare macchine da guerra e di assalto, le stesse con cui Vitruvio ha
lavorato, e che lui cita nella prefazione. Anche per l’acustica dei teatri
sarà possibile comprendere meglio le possibilità di miglioramento e
amplificazione ad esempio delle voci degli attori

nozioni di medicina: gli effetti del sole, dell’aria e dell’acqua sulle


persone contribuiscono a determinare meglio un progetto, soprattutto
nella scelta dei luoghi adatti in cui posizionare determinate funzioni o
su cui fondare nuove città

nozioni di diritto: già nella Roma dell’epoca di Vitruvio la città era


regolata da norme concernenti le fognature, le pareti degli edifici, le
finestre, l’uso del suolo... Stipulare un contratto corretto, che non rechi
danni né all’architetto né al committente o al costruttore sarà quindi
fondamentale, anche per assicurarsi la necessaria protezione giuridica

nozioni di astronomia: utile per capire l’orientamento e utilizzate per


lo sviluppo degli orologi (si considerino anche le meridiane)

Terminato questo passaggio, viene ribadito come l’architetto attinga ai


campi della conoscenza menzionati in maniera generale, ma
interconnettendo queste conoscenze. L’architettura è una disciplina
molto vasta e per raggiungere degli alti livelli sono necessari tempo ed
esperienza; non si può improvvisarsi architetti, il risultato sarebbe
impietoso. Come a ribadire che questa professione è, nonostante la
mole dei requisiti, comunque intraprendibile avendo del talento
naturale ed una buona disposizione allo studio e alla disciplina, Vitruvio
si affretta a precisare che non c’è bisogno di avere una conoscenza
specializzata in tutti questi campi, poiché allora non saremmo più di
fronte ad un generalista ma ad uno specialista: solo i saggi o sapienti
potrebbero riuscire nell’impresa di unire cultura specializzata e cultura

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generale. Un architetto dovrà invece riuscire a passare da una


disciplina all’altra con la consapevolezza che il sapere è fatto di vasi
comunicanti, e che una certa flessibilità è fondamentale per affrontare
la pratica dell’architettura: una cultura enciclopedica (da non intendersi
con il significato di “totale”) è allora come un corpo formato da più
membra. Un architetto non sarà il miglior pittore, non sarà il miglior
scultore o musicologo, ma nemmeno ignorante in questi campi; infatti
addirittura non tutti coloro che si dedicano ad un’arte specifica riescono
in questa ad eccellere. Ancora una volta ricorda Vitruvio che i saperi
tecnici sono in realtà composti da parte pratica e riflessione teorica: se
i medici e coloro che studiano la musica hanno alcune nozioni teoriche
in comune (così era al tempo di Vitruvio), ognuno non avrebbe però
dubbi sul fatto che a medicare una ferita sia il medico e non il
musicista, per il semplice fatto di avere anche esperienza pratica.

Il capitolo si chiude con la volontà di Vitruvio di indirizzare la sua opera


sia a chi si occupa di edilizia, quindi agli architetti, sia ad ogni uomo di
cultura interessato, dopo essersi dichiarato anche lui stesso uno
scrittore di medie qualità, in concordanza con quanto precedentemente
scritto.

Nel secondo capitolo del trattato troviamo elencate le sei parti in cui
l’architettura secondo Vitruvio è composta, con i termini latini (e greci)
di ordinatio, dispositio, eurythmia, symmetria, decor e distributio. La
spiegazione delle suddette categorie è stata oggetto di numerosi
fraintendimenti da parte di commentatori e traduttori successivi, data
la poca chiarezza con cui l’autore li tratta:

ordinatio: è l’ordinamento delle varie parti di un edificio e di una


costruzione, che corrisponde a determinati moduli e a proporzioni,
nell’opera finita e in ogni sua parte

dispositio: suddivisa in icnografia, la pianta dell’edificio, ortografia, la


facciata o l’alzato, e scenografia, il disegno prospettico, tre elementi

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che scaturiscono dall’elaborazione dell’intelletto (cogitatio) e dallo


spirito di inventiva (inventio). Si indica quindi in questa categoria
l’intero progetto rappresentato per mezzo del disegno

eurythmia: l’equilibrio nella composizione delle dimensioni e delle


parti di un edificio

symmetria: direttamente collegata con le precedenti due categorie,


concerne l’accordo armonico della totalità dell’opera realizzata, così
come il corpo umano è regolato da un preciso rapporto fra le sue
diverse componenti, come l’avambraccio, la mano e il dito

decor: un edificio deve rispondere a specifiche esigenze di conformità


fra aspetto e funzione, fra apparenza e verità dell’uso. Ad esempio
l’ordine dorico o corinzio saranno adatti soltanto all’uso in alcuni templi
dedicati a dei specifici, in corrispondenza con l’impressione che un
determinato ordine suggerisce

distributio: si sottolinea la necessità di gestire un progetto secondo


chiare e oculate regole economiche, fino alla scelta dei giusti materiali,
evitando importazioni irragionevoli e, in parte riprendendo il concetto
di decor, si afferma che un edificio debba rispecchiare lo status di colui
che lo abita, passaggio questo, che sarà ripreso soprattutto nella
Francia del XVIII secolo, denominando questo principio come
“architettura parlante” (si potrebbe, forse azzardatamente, pensare
alla sua degenerazione nell’edificio a forma di anatra scoperto da
Venturi e Scott-Brown nel New England, in cui si vendono uova di
anatre?)1

Con il terzo capitolo apprendiamo da Vitruvio altre tre suddivisioni


dell’architettura: la costruzione degli edifici, la gnomonica e la
meccanica; gli edifici possono essere poi privati o pubblici (relativi alla

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Venturi, Scott-Brown, Izenour, Learning fron Las Vegas, MIT Press,
Cambridge Mass. 1977, pp. 64 sgg.

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difesa, alla religione e all’utilità pubblica), e come tali devono essere


affrontati con approcci differenti, ma tutti sotto il controllo dei punti
chiave della concezione architettonica vitruviana, ossia la firmitas o
stabilità, l’utilitas o utilità e la venustas, bellezza. Soprattutto per
queste tre ultime categorie come discriminante dell’opera
architettonica, e per l’analogia fra armonia del corpo umano e
dell’edificio, il trattato di Vitruvio fu ampiamente preso a riferimento
nelle teorie posteriori fino ad oggi, ricevendo una particolare
attenzione da parte di umanisti e architetti nel Rinascimento: i trattati
di Leon Battista Alberti e di Andrea Palladio non sarebbero stati
possibili senza il De Architectura, senza la raccomandazione di Vitruvio
di unire teoria e pratica.

Leon Battista Alberti nacque a Genova nel 1404, figlio di genitori


fiorentini esiliati dalla città per motivi politici: la sua figura rispecchia
l’ideale rinascimentale dell’uomo universale, l’umanista capace di
dedicarsi a molteplici attività2; infatti Alberti, prima di occuparsi di
progetti di architettura scrisse un numero considerevole di trattati in
svariati campi (anche data la propria esperienza in differenti città, da
Venezia a Padova a Bologna a Firenze a Roma). Fra i suoi scritti si
possono ricordare il De statua (1464), in cui egli si occupa di scultura,
la Descriptio urbis Romae (sulla cartografia), il De pictura, pubblicato a
Firenze nel 1435 e dedicato a Filippo Brunelleschi, e soprattutto il De
re aedificatoria, pubblicato (postumo) a Firenze nel 1485. È
interessante notare che l’attività di Alberti come architetto a Firenze
(Palazzo Rucellai e la facciata di S. Maria Novella), Rimini (il tempio
Malatestiano) e Mantova (chiese di S. Andrea e S. Sebastiano) arrivò
successivamente alla sua decisione di scrivere il fortunato trattato di
architettura. Il De architectura è un riferimento imprescindibile (anche
se direttamente criticato) per la stesura del trattato di Alberti: ad
esempio il numero di libri, dieci, corrisponde con quello di Vitruvio, e
sono ancora riproposti la firmitas, utilitas e venustas come elementi

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vedi Gadol, J., Leon Battista Alberti: universal man of the early Renaissance,
1969

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essenziali di un’opera architettonica; soprattutto anche per Alberti un


architetto è dotato di esperienza e capacità sia pratica che teorica,
necessarie per non rimanere soltanto un artigiano, ma diventare una
figura di cultura. Un potenziale architetto è dotato per talento di
ingegno, ma poi dovrà applicarsi nello studio per poter ottenere
l’approvazione riguardo alle proprie opere, proprio quello che Alberti
farà, seguendo in qualche modo la figura professionale che già Vitruvio
aveva tracciato.

Fra i più fortunati trattati di architettura del Rinascimento, dopo quello


di Alberti, si possono senz’altro elencare le Regole generali di
architettura sopra le cinque maniere degli edifici di Sebastiano Serlio,
pubblicati fra il 1537 e il 1551 a Venezia (opera che codificò i cinque
ordini dell’architettura classica), e I quattro libri dell’architettura di
Andrea Palladio, pubblicato a Venezia nel 1570, e la Regola delli cinque
ordini d’architettura di Giacomo Barozzi da Vignola, probabilmente
pubblicato nel 1562. Sebbene la conoscenza del trattato di Vitruvio e di
Alberti sia per tutti e tre essenziale, soprattutto l’opera di Palladio
appare una meditazione profonda dei predecessori, dai quali mutua ad
esempio le già citate categorie di firmitas, utilitas e venustas.
Oltretutto Palladio è un architetto con un background ampio di
interesse e studio dell’antichità classica (l’utilizzo in Villa Capra la
Rotonda del cerchio e del quadrato in pianta derivano sia dalla
conoscenza di Vitruvio sia del Pantheon a Roma), e grazie anche ai
suoi mecenati durante la formazione, nella sua persona convivono
interesse e conoscenza umanistica e capacità progettuale. Ma egli fa
un passo in più nel trattato, che lo differenzia fortemente per quanto
riguarda le sue motivazioni nella stesura dello stesso: le opere
realizzate da Palladio vengono introdotte ne I quattro libri,
assicurandosi così una possibilità di divulgazione del suo lavoro al
pubblico, cosa che non è presente in trattati precedenti.

Da Serlio in avanti a più riprese il rapporto con la classicità e con la


storia ha assunto caratteri dogmatici e rigidi, finendo spesso per essere

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una mera applicazione di stili architettonici, esaurendo in questa sfera


ogni possibile dibattito e sperimentazione: ad esempio Edward Barry
nel 1854 suscitò scalpore presentando ad un concorso la versione dello
stesso edificio in quattro stili differenti3; oppure, dal lato opposto, nello
stesso periodo e nei decenni successivi iniziava a venire giudicata
criticamente anche l’opera urbana degli esponenti della scuola
politecnica di Parigi, accusati di essere invece dei tecnocrati nel riferirsi
alla città, senza alcuno scrupolo per un approccio più complesso e
multiforme, che includesse anche caratteristiche non solamente
scientifiche: contro di loro infatti Camillo Sitte scriverà il suo L’arte di
costruire le città4 nel 1889, aggrappandosi allo studio delle piazze e
degli spazi pubblici della città medievale, e a sua volta Le Corbusier,
dopo aver letto entusiasticamente il libro di Sitte e aver progettato un
libro su di lui, rifiutò le sue teorie, in favore della griglia e
dell’ortogonalità5. Ci si può quindi giustamente chiedere quale ruolo
rappresenti oggi Vitruvio e la sua opera.

Le avanguardie del ‘900 sono state generalmente molto critiche nel


loro rapporto con la storia, aspirando spesso a fare tabula rasa per
poter creare sostanzialmente una società migliore e più giusta, e allo
stesso modo il Movimento Moderno, ad esempio nelle figure di Walter
Gropius e in quella più eclettica di Erich Mendelsohn si è
fondamentalmente caratterizzato come anti-storico; tuttavia, oltre a
dover considerare questo aspetto sotto la lente dell’esperienza
tremenda delle due Guerre Mondiali e dello shock di Auschwitz, fatti
che modificarono la sensibilità generale, a ad una generale reazione
all’uso fatto degli stili nell’Ottocento, si potrebbe considerare questo
atteggiamento come una risposta in qualche modo vitale all’eredità
della storia: queste figure infatti non ne sono indifferenti, ma prendono

3
Su questo passaggio vedi Rykwert, J., La seduzione del luogo. Storia e
futuro della città, Einaudi, Torino, 2003, p. 132
4
Sitte, C., Der Städte-Bau nach seinen künstlerischen Gründsätzen, Verlag
von Carl Gräser, Wien, 1889
5
Rykwert, op. cit. p. 149

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nei confronti di essa una posizione, considerandola quindi come


qualcosa con cui confrontarsi, riconoscendone il valore.

Così scrive Elisa Romano:

... il suo trattato [di Vitruvio] ha goduto di una fortuna enorme, e non
solo come testimonianza fondamentale per gli storici dell’arte antica,
come sussidio per la ricerca archeologica, non solo per il suo
insostituibile valore di fonte [...]. Penso soprattutto al dominio
incontrastato, quasi tirannico che Vitruvio ha esercitato nell’ambito
della moderna teoria dell’architettura. [...] Serlio, [...] Francesco di
Giorgio Martini, [...] Leon Battista Alberti, [...] Vincenzo Scamozzi, [...]
Raffaello [...] hanno dovuto fare i conti con il De architectura, tutti
hanno riconosciuto in Vitruvio il primo maestro. 6

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E. Romano, La capanna e il tempio: Vitruvio o dell’architettura, Palermo,
1987, pag. 9

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Bibliografia di riferimento:

Introduzione sulle teorie architettoniche

- Kruft, Hanno-Walter, Storia delle teorie architettoniche: da Vitruvio al


Settecento [trad. di Mauro Tosti-Croce] Roma- Bari: Laterza, 1999

Vitruvio e il De Architettura

- Vitruvius Pollio, Architettura: (dai libri I-VII). Introduzione di Stefano


Maggi ; testo critico, traduzione e commento di Silvio Ferri
Milano : Biblioteca universale Rizzoli, 2002

- Vitruvio, De architectura, a cura di P. Gros, traduzione e note di A.


Corso ed E. Romano, I millenni, Einaudi, Torino, 1997

- E. Romano, La capanna e il tempio: Vitruvio o dell’architettura,


Palermo, 1987

- Vitruvio nella cultura architettonica antica, medievale e moderna Atti


del Convegno internazionale di Genova, 5-8 novembre 2001, a cura
di Gianluigi Ciotta; con la collab. di Marco Folin e Marco Spesso,
Genova: De Ferrari, 2003

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