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Ludovico Maria Sinistrari, frate france-

scano, teologo, medico, architetto, astro-


logo, esorcista, consultore del Sant'Uffizio
tra la natìa Ameno sul lago d'Orta e Pavia,
Roma, Avignone, Milano nella seconda
metà del Seicento, fu autore di un grande
trattato giuridico morale De delictis et
poenis, oltre a panegirici, poesie, azioni
teatrali; e lasciò manoscritto, nel 1699,
una breve trattazione pure in latino sul
rapporto dell'uomo, soprattutto della don-
na, col demonio: immaginosa elaborazio-
ne della pacifica certezza che il diavolo in
varie forme, attive o passive (incubo o
succubo), insidia i poveri mortali di cui
s'invaghisce, per il proprio piacere e per
la loro dannazione, senza dar tregua fin-
ché non abbia raggiunto i suoi scopi. Con-
cezione d'incredibile impegno concettuale,
appoggiata ai testi biblici e ai teologi mag-
giori o agli esperti stregonisti contempo-
ranei, e sostenuta dalla narrazione di au-
tentici casi di corteggiamenti e assalti de-
moniaci, il trattatello del Sinistrari costi-
tuisce il modello perfetto dei sacri canoni
e dei pregiudizi applicati alla schizofrenia,
all'inquietudine, alla fantasia erotica o an-
che solo alla burla; condotto con convin-
zione di materia, di metodo e di circostan-
ze, nella stratosfera dell'esegesi e della lo-
gica e insieme nella convinzione di verità
concrete.

In copertina:

Volta della Camera della Badessa del Correggio


(particolare). Parma, Convento di San Paolo.
La diagonale
9
Ludovico Maria Sinistrari

Demanialità
ossia possibilità, modo e varietà
dell'unione carnale dell'uomo col demonio

A cura di
Carlo Carena

Sellerio editore
r986 © Sellerio editore via Siracusa 50 Palermo

Titolo originale: Daemonialitas


Indice

Introduzione di Carlo Carena 9

Demanialità
Sommario 23
Demonialità 33
Prova della demoni ali tà 95
Pene 98

Note 99

Nota al testo 107

7
Introduzione
di
Carlo Carena
Ludovico Maria Sinistrari era nativo di un villaggio della
sponda orientale del lago d'Orta, di radicate tradizioni ecclesia-
stiche e noto per un convento di Francescani.
La Riviera del Cusio - o di San Giulio come preferivano chia-
marla dal nome del patrono i suoi storici clericali e anche laici -
si fregia va sin dai tempi di Otone I del privilegio di essere un
feudo del vescovo di No vara, incuneato fra i possessi assai mo-
bili, incerti e meno avventurati di Francesi, Spagnoli e Piemon-
tesi, che in fasi alterne premevano dalla Lombardia o dal Pie-
monte. Le acque del lago erano, cosl, abbastanza tranquille e
sui pendii rivieraschi la gente menava una vita agricola e pesche-
reccia non lauta, come tutti i Prealpini, ma nemmeno troppo
miserabile, per i tempi.
A metà Seicento, Cappuccini e Minori si dividevano in quel
gregge pio le festività, le quaresime, le questue in conventini
arroccati su modeste cime o collegati a modesti luoghi di de-
.
voz1one.
Questi i punti cardinali entro cui nasce e dopo una brillante
carriera sarebbe tornato il Sinistrati nel declino della vita. Egli
stesso ne offre all'inizio della sua opera maggiore questo qua-
dretto animato e non del tutto superato: 1
Il luogo, remoto dalle ville mondane, è privo dei fastidi che ne
derivano. La salubrità del clima e la composizione equilibrata del-
1'aria di cui gode sono prodigiose. I colli digradano dolcemente e
su una cima, coronata da una cinta di mura, sorge un convento da
cui si gode una vista da ogni parte meravigliosa. Verso oriente un
fiume pescoso, l'Agogna, lambisce le falde dell'altura. A mezzogiorno
si stende la pianura lombarda con cui confina, ed offre a chi la ri-

1 De delictis et poenis, Ad Lectorem benevolum.

II
guarda la veduta di Milano, Novara, Vercelli, di città e villaggi quasi
incalcolabili, disseminati su quel suolo fertilissimo. A occidente il
lago di San Giulio con l'isola, capitale di tutta la Riviera, adorna
a sua volta di molti paeselli e rocche che le fanno corona, proscenio
piacevolissimo di quello spettacolo. A settentrione appaiono in una
profonda arcata poggi coltivati a vite e frutteti e, alle loro falde, il
pianeggirare di prati, campi, boschetti qua e là sparsi, che nel loro
grembo accolgono un abitato di nome pari all'amenità del luogo:
Ameno.
Principale biografo del Sinistrari sarà il nipote Lazaro Ago-
stino Cotta, causidico a Milano fra Sei e Settecento, storico del
lago d'Orta, poligrafo e antiquario ambizioso, amico del Mu-
ratori.2 Nella Stanza seconda (Letterati), pagine 219-24, del suo
Museo novarese (Novara 1701 ), egli ne delinea il profilo narran-
do come lo zio fosse nato ad Ameno il 26 (in realtà 27) 3 feb-
braio del 1632 e prendesse l'abito dei Minori Osservanti Rifor-
mati a Pavia. Lì studiò, anche da autodidatta, fino a divenire
professore assai ascoltato di Teologia, Geometria, Architettura
militare, « Astrologia in ordine alla medicina », Matematica, sl
che nel I 667 fu chiamato all'insegnamento nell'Università. Ac-
colto nell'Accademia degli Affidati,4 vi assunse il nome di Panfilo
e l'impresa « Ad omnia ». Quale consultore del Sant'Uffizio, nel
1670 scopri e fece condannare l'eretico Girolamo Rivarola, che
finì bruciato sul rogo a Roma per sentenza dell'Inquisizione. 5

2Vedi, sul Cotta, C. Carena, in L. A. Cotta, Corografia della Riviera


di San Giulio, Milano 1980, pp. XVII sg.; e in « Lo Strona», a. v, n. 3,
pp. 2-4; VII, 1-2, pp. 7-10.
3 Vedi l'atto battesimale, col nome di Giuseppe, riferito in G. Pagani,
Notizie storiche del Convento di Mesima, Novara 1912, p. 71, nota 1, e
tuttora leggibile nel primo dei registri parrocchiali di Ameno. Il Cotta fu
probabilmente ingannato da un attestato rilasciato più tardi allo zio ed ora
conservato fra le sue carte, con altri, alla Biblioteca Molli della Fondazione
Marazza di Borgomanero (Ms 98), in cui veniva dichiarato battezzato il 27
febbraio 1632 ma nato il giorno precedente.
4 L'Accademia degli Affidati, con sede a Pavia, era considerata fra le
più illustri e antiche d'Italia; suo motto era « Utraque felicitas », a indicare
la vita attiva e la contemplativa. Cfr. M. Maylender, Storia delle Accademie
d'Italia, I, Bologna 1926, pp. 72-82. È da aggiungere l'appartenenza del Si-
nistrati anche alla più modesta Accademia di San Luca di Corconio sul
lago d'Orta: dr. Statuti ecc., ms 88, Biblioteca Molli presso la Fondazione
Marazza di Borgomanero; C. Carena, Giorgio Bonola pittore, Milano 1985,
p. 26.
5I repertori non dànno notizie di questo personaggio. Vedi comunque
G. Pagani, Notizie storiche del Convento di Mesima, cit., p. 72; M. Manni,

12
Nel 1683 il Sinistrari è a Roma e si dà con imprevisto successo
al diritto; compila gli statuti del proprio ordine, è assistente del
ministro generale dei Francescani, consigliere dell'Inquisizione
per le opere a stampa. Nel 1686 passa ad Avignone quale vi-
cario di quell'arcivescovo. Il clima ventoso, poco confacente alla
sua salute (soffriva di gotta), se non il clima politico di quel terri-
torio disputato al papa dal re di Francia, lo induce a tornare a
Roma solo due anni più tardi; finché nel '94, dopo tre lustri di
assenza, rientra per qualche tempo al convento del Mesma sopra
la natia Ameno, poi a Pavia e a Milano quale teologo dell'arci-
vescovo e cardinale Caccia, dedicandosi all'elaborazione del suo
fondamentale testo di pratica criminale. E a Milano, nel con-
vento del Giardino, il Sinistrari muore addì 6 marzo 1701, a
sessantanove anni di età.6
Questo schizzo è completato da altre notizie sparse all'oc-
casione in altri lavori del Cotta, soprattutto, in forma abbastan-
za pulita, nell'elenco dei letterati di Ameno da lui steso per il
quarto libro della sua fondamentale Corografia della Riviera dt
San Giulio. 7 Se ne ricava fra l'altro che, vestito l'abito religioso
il 30 maggio del 1647, il Sinistrari divenne predicatore applau-
dito e in filosofia seguì la scuola - materialistica! - di Democrito
e d'altri, polemizzando con quelle allora correnti di Platone e
Aristotele. Ad Avignone combatté i Giansenisti, a Roma ribatté
su incarico del Sant'Uffizio alle eresie quietiste di Miguel Mo-
linos. Si dilettò di fisiognomica e chiromanzia, di letteratura
ebraica. Esercitò più volte gli esorcismi e in Casale Monferrato,
d'ordine di quel vescovo, istituì un processo contro un demonio
renitente ad ogni intervento. In quell'occasione il demonio stesso
gli avrebbe scritto una lettera, che il frate conservò presso di sé

Memorie storiche-biografiche della Provincia di San Diego in Piemonte,


Varallo 1925, p. 441.
6 Nella Biblioteca Molli di Borgomanero sono conservate, fra le testi-
monianze di condoglianza per il decesso del Sinistrati, una lettera del Mu-
ratori ed un'altra dello Zeno. Quella del Muratori esordisce cosi: « Povero
Milano. In poco tempo egli ha perduto un Maggi, un Basca, un P. Eusta-
chio, un Bianchino, ed ora ha perduto eziandio il nostro P. Lodovico ... ».
7 Testo manoscritto presso la Biblioteca Molli di Borgomanero. Vedi
anche G. Pagani, Notizie storiche del Convento di Mesima, cit., pp. 71-85;
M. Manni, Memorie storiche-biografiche ecc., cit., pp. 441-47. Una crono-
logia manoscritta ancora presso la Biblioteca Molli, Mise. 165, n. 41, precisa
che il Sinistrati fu ordinato sacerdote nel maggio del 1651, a soli 19 anni.

13
senza mai rivelarne né la scrittura né il contenuto. In un altro
processo difese invece un religioso imputato di negromanzia. 8
Coltivò a fondo l'astrologia, ricavandone alcune norme poi pro-
vate per vere, come quella che affinché uno muoia di morte vio-
lenta deve predominare in tale giornata una congiunzione celeste
maligna; 9 predisse in base al suo oroscopo ad un compagno di
studi che a una certa età e certo mese sarebbe stato elevato alla
dignità di generale dell'ordine francescano, ciò che puntualmente
si verificò. Curioso di medicina, con l'osservazione giornaliera
del progredire di due pulcini in due uova fatte covare da una gal-
lina, dimostrò la falsità dell'opinione dei medici del tempo, se-
condo cui è il cuore il primo organo a farmarsi.
L'aspetto fisico di padre Ludovico ci è presentato dalla nota
biografica che precede l'edizione Giannini delle sue opere ( Ro-
ma 1753-54): 10 viene descritto come di grossa corporatura e
statura alta, volto nobile, fronte spaziosa, occhi accesi, colorito
vivace; era conversatore faceto e spiritoso.

La produzione letteraria del Sinistrari supera la trentina di


titoli, diligentemente digesti dal Cotta nel suo Museo. 11 Esordl
ventiquattrenne con un poemetto epitalamico Convito dei fiumi

8 Per rapporti diretti del Sinistrati col demonio vedi anche Daemo-
nialitas, numero 72. Tra i suoi confratelli del convento del Mesma esisteva
una consistente tradizione esorcistica: un intervento è riferito per il I648
dalle Memorie del convento stesso ad opera di un fratello laico, tale Gre-
gorio da Traona, su un'ossessa dei dintorni (dr. G. Pagani, Notizie storiche
del Convento di Mesima, cit., p. 6r).
9 In proposito viene narrato l'episodio secondo cui furono dileggiati
il padre Ludovico e la sua astrologia un giorno che a Pavia venne im-
piccato un reo senza che le congiunzioni stellari gli fossero sfavorevoli: ma
appena deposto in chiesa il cadavere cominciò a respirare e gemere, e so-
pravvisse ancora due giorni, fino ad accreditare quella dottrina.
10 Vol. I, p. xu. Nel convento del Mesma si conserv a tuttora un suo
1

ritratto su tela. Altre brevi biografie del Sinistrati si trovano in G. B.


Finazzi, Notizie biografiche ad illustrazione della bibliografia novarese, No-
vara r890, pp. r26 sg.; J. H. Sbaralea, Supplementum et castigatio ad
Scriptorel- trium Ordinum Sancti Francisci, III, Roma 1936, p. 273; O. M.
Zodio, P. Ludovicus Sinistrari de Ameno O. F. M. in sua vita et operibus,
Roma r945, tesi di laurea dattiloscritta presso la biblioteca della curia
provinciale dei Frati Minori in Torino, pp. 5-r9; Enciclopedia cattolica, XI,
Città del Vaticano 1953, p. 702.
11 Vedi anche il citato brogliaccio borgomanerese, sotto i «Letterati»
di Ameno; e, anche per interpretazioni, G. Pagani, Notizie storiche del
Convento di Mesima, cit., pp. 77-85; O. M. Zodio, P. Ludovicus Sinistrari
ecc., cit., pp. 20-54.

14
(Milano 1660) sotto lo pseudonimo anagrammatico di Clodoveo
Farvamondi; nello stesso anno compose una prima orazione sa-
cra e una Praxis astrologica, addentrandosi in dispute con la « pic-
cante e arguta » Cometa semper cometa ( 166 5 ). Nel 1666 scrisse
un elogio funebre di Filippo IV di Spagna e nel 1689 un altro per
Innocenzo x1; numerosi i panegirici recitati con successo in
chiese e santuari e poi stampa ti.
Più curiosa La Pirlonea, « commedia fantastica, faceta, e ri-
dicola», pubblicata una prima volta a Milano nel 1666 e anche
poi nelle numerose edizioni successive sotto il nome del nipote
Lazaro Agostino Cotta, certamente per essere quello uno « sfogo
lepido, et ingegnoso [ ... ] d'età giovanile », come dichiara il Cotta
stesso in una sua nota manoscritta. 12 Il titolo deriva all'opera, in
cinque atti ambientati a Ferrara, dal protagonista Dottor Pirlone
(= Girone) e si presenta col consueto canovaccio di matrimonio
arruffato, in un'irta mescolanza di dialetti parlati dai vari perso-
naggi, fra cui un fracassa napoletano (Capitan Rinoceronte), un
servo bergamasco (Schioppetto), la figlia di Pirlone (Placidia) e
il suo innamorato (Aquilino).
Ma la fama più soda del Sinistrari fu affidata in vita e dopo
morte a quel complesso di tre grossi testi in cui ideò di offri-
re, rispondendo alle sollecitazioni del suo ordine, un commento
generale al diritto penale: la Practica criminalis illustrata, Roma
1693, Milano 17022, trattato esplicativo di procedura penale per
gli ecclesiastici; il Formularium criminale, prontuario delle for-
mule ricorrenti nel processo penale, collegato e stampato come
volume secondo della Practica, ma ancora a sé in quinta edi-
zione nel 1760; il De delictis et poenis, titolo auspicatissimo,
contenente l'analisi delle colpe e relative sanzioni, esteso al di
fuori della tematica ecclesiastica verso la civile, utile soprattutto
ai giudici e avvocati del foro ecclesiastico, a prelati, frati e con-
fessori, ma anche a laici; lavoro iniziato al Mesma, completato a

12 Nel brogliaccio della Biblioteca Molli, al luogo cit. Figura regolar-


mente sotto il nome del Sinistrari nel Museo Novarese, p. 221; così la ca-
talogano anche il Quadrio, Della storia e della ragione di ogni poesia, III 2,
Milano 1744, p. 234, secondo cui tale fu la fortuna e tanto numerose le
edizioni dell'opera, che vi si aggiunsero via via numerose interpolazioni con
pretesa di facezia, ma « poco dicevoli »; il Vallauri nella sua Storia della
poesia in Piemonte, I, Torino 1841, p. 466; e il Melzi nel Dizionario di
opere anonime e pseudonime di scrittori italiani, 1, Milano 1848, p. 263.

15
Milano negli ultimi anni di vita dell'autore, 13 e uscito a Venezia
nel 1700 poco prima della sua morte, poi, con i due precedenti
volumi, nella grande edizione in tre tomi dell'editore Giannini,
a Roma, nel 1753-54.14
Il De delictis et poenis si suddivide in nove Titoli, per nove
generi di reati, ciascuno suddiviso in paragrafi per ogni singolo
reato. Data ogni volta la definizione e i problemi che ne deriva-
no, si passa alla ripartizione e alla varietà del genere, analizzando
la natura morale e teologica del reato stesso e indicando i suoi
riflessi, le sanzioni canoniche e le pene relative.

Il trattato, tuttavia, escludeva con ogni verosimiglianza dal


suo contenuto altro materiale ancora più ampio che in fase pre-
paratoria l'autore aveva elaborato. Questo almeno è quanto si
può pensare 15 di un testo dal titolo Daemonialitas expensa, hoc
est De carnalis commixtionis Hominis cum Daemone Possibili-
tate, Modo, ac Varietate Dissertatio quam sub S[ anctae J R[ oma-
nae J E[ cclesiae] ac Theologorum censura Eruditorum Orbi Ve-
litando exhibet Fr[ ater] Ludovicus Maria Sinistrarius de Ameno

13 Il Sinistrati attese successivamente ad un trattato De incorregibiliu1n


expulsione, sull'espulsione dall'ordine dei frati ribelli e recidivi alle pene
comminate, opera rimasta interrotta e compiuta e pubblicata poi a Milano
nel 1704 dal padre Fabrizio Agazzino, conterraneo e parente del Sinistrari.
Compare anche nell'opera omnia al volume II dopo il Formularium criminale.
14 Il De delictis figura in questa edizione purgato, a cura del padre
Raffaele da Lugagnano, di talune proposizioni che avevano attirato l'atten-
zione, la censura e la messa all'Indice dell'opera nell'aprile del 1704 e nel
marzo nel 1709. Fra le dieci proposizioni condannate (nessuna riguarda la
sezione « De daemonialitate »), una ammetteva il furto da parte dei frati
non nutriti a sufficienza dal loro superiore; un'altra dava come lecita e non
peccaminosa la conversazione con le monache; altre concedevano l'introdu~
zione di donne nelle sacrestie e nei giardini dei conventi, attribuivano la fa-
coltà ai religiosi di assolvere dal crimine di aborto, permettevano la cele-
brazione di più messe nello stesso giorno ai preti indigenti. Vedi O. M.
Zodio, P. Ludovicus Sinistrari ecc., cit., pp. 53-108; e già L. A. Cotta, in
Miscellanea novarese, parte II, mss t. II 2, foll. 152-55, dove le proposizioni
condannate risultano essere quindici. Nell' I ndex librorum prohibitorum si
legge ancora la condanna donec corrigatur del 1704 e il permesso per l'edi-
zione romana, emendata, del 175_3-54. In complesso si ha anche qui l'impres~
sione di un orientamento liberaleggiante - o lassista - del Sinistrati. Sue
pagine
. assai aperte e personali figurano nella Daemonialitas, ad es. nu-
men 41 sg.
15 Cfr. O. M. Zodio, P. Ludovicus Sinistrari ecc., cit., p. 28. Che il
testo s'innestasse nel De delictis si può dedurre da riferimenti immediati
a quell'opera nei numeri 2, 114, 119, 121.

16
Novarien[ sis J I6 99, che si trova manoscritto presso la Biblioteca
Ambrosiana di Milano nel coacervo di testi manoscritti e a stampa
adunati in vita dal nipote Cotta e ora presso quella biblioteca. 16
Al sommario, di 115 numeri, e nei titoli correnti esso appare
come una sezione del De delictis, dove la voce « Daemonialitas »
occupa il paragrafo 13 del titolo quarto (ediz. 1701, pp. 173-77;
ediz. 1754, vol. III, pp. 249-54), con la corrispondenza fra il te-
sto manoscritto e a stampa dei numeri 1-27, di 112-15 a 28-31,
di 116-21 a 32-37, mentre l'ampia parte centrale, più personale
e argomentativa, risulta nel solo manoscritto. Ad esso l'autore ha
riservato tutta la documentazione e discussione storica, teologica
ed esegetica, e l'approfondimento della natura demoniaca, quale
interviene nel rapporto con creature umane.
Lo stesso testo compare anche 17 in un manoscritto attual-
mente alla Biblioteca Casanatense di Roma; e una terza copia cor-
reva ancora nel secolo scorso in Inghilterra e dava luogo alle
prime edizioni a stampa fuori d'Italia dell'opuscolo del Sini-
strari, capace d'incuriosire per 1'argomento e la trattazione i
cultori delle bibliotechine galanti.
Nel r 8 7 5 appariva infatti a Parigi un volumetto in 8°
di 224 pagine, pubblicato da Isidore Liseux, stampatore in Rue
Bonaparte 2 e noto bibliofilo, col titolo De la Démonialité et
des animaux incubes et succubes, où l'on prouve qu'il existe sur
terre des créatures raisonnables autre que l'homme ayant camme
lui un corps et une ame, naissant et mourant camme lui, ra-
chetées par N. S. ]ésus-Christ et capables de salut ou de damna-
tion, par le R. P. Louis-Marie Sinistrari d'Ameno. [ ... J Ouvrage
inédit, publié d' apres le manuscript origina! et traduit du latin, par
Isidore Liseux, contenente, con la traduzione francese, il testo
latino a fronte. Nella curiosa e si direbbe immaginosa introduzio-
ne, viene detto fra l'altro che il Liseux un giorno dell'anno I 8 7 2
a Londra, presso il libraio antiquario Mr Allen in Euston Road,
s'imbatté in un manoscritto dal titolo De Daemonialitate, et
I ncubis, et Succubis, manoscritto italiano seicentesco ottima-

16 Vedi G. Pagani, Miscellanea novarese di Lazaro Agostino Cotta, estr.


dal « Bollettino storico per la Provincia di Novara», parte 111, p. 42; e in
Notizie storiche del Convento di Mesima, cit., pp. 80 sg., nota.
17 Per l'analisi della tradizione manoscritta vedi più avanti la Nota
al testo.
mente conservato, di 86 pagine, frontespizio e prima pagina di
mano dell'autore (un vegliardo), il resto di altra mano ma re-
datto sotto la sua guida e con molte note e correzioni ancora
autografe. Il volu1ne era pervenuto all'Allen in un'asta presso
Sotheby dell'anno precedente, durante la quale erano stati ven-
duti i libri del barone Seymour Kirkup, deceduto a Firenze.
Solo in un secondo tempo il prefatore riuscì a collegare l'au-
tore dell'opuscolo con quello del De delictis et poenis e a valu-
tarne al confronto l'originalità, quindi procedere alla pubblica-
zione. Il volume fu ristampato l'anno successivo e ancora nel
1882 senza latino. 18 Sempre a Parigi, nel '79, e sempre a cura
del Liseux si ebbe anche una traduzione inglese, col latino (Demo-
niality or Incubi et Succubi etc.). 19 Assai più tardi, nel 1927, ap-
pariva a Londra (The Demoniality, Fortune Press) una nuova
traduzione sul testo latino di Liseux, con ampia introduzione
e note, a cura del reverendo Montague Summers, l'editore mo-
derno del Compendium maleficarum del Guaccio, tanto caro al
Sinistrari.

La Daemonialitas ha più che mai bisogno di essere inquadrata


nel suo secolo di forti suggestioni demoniache e stregonesche e,
accanto alla fantasiosità barocca e al legame tuttora stretto coi
sacri testi biblici, di forti ambizioni razionalistiche. Il suo di-
scorso si muove su due binari: da un lato il fondamento e l'ana-
lisi deduttiva da testi di significato del tutto ignoto, trasmessi
attraverso molteplici mediazioni ideali e linguistiche; dall'altro
l'immersione nel mondo dell'oscuro, della nevrosi e della favola,
impiegati a sproposito e sempre con inquinamento mitologico,

18 Un'operazione analoga il Liseux compi poco dopo, nel 1883, pub-


blicando la traduzione francese della sezione sulla Sodomia (IV. 11) del De
delictis et poenis, il cui testo latino aveva già dato nel '79 con una plaquette
della Petite collection elzévirienne.
19 Un estratto della Demoniality di Liseux (i passaggi novellistici dei
numeri 28, 71 sg., 77) compare in appendice dei Submundanes or the Ele-
mentaries of the Cabala di Montfaucon de Villars, Bath 1886; e certo
dall'uno o dall'altro di questi due testi trasse lo spunto il Rolfe, o « Baron
Corvo», per inserire « il Sinistrati d'Ameno» fra gli scrittori di scienze
occulte e demoniache frequentati dal suo futuro papa in Adrian the Seventh
(1914, trad. it. Milano 1964: devo la segnalazione alla cortesia e alla cul-
tura di Pierangelo F rigerio). In Italia, S. Fellini diede nel 1907 poco più
del sommario, dal manoscritto Ambrosiano, in « Classici e neolatini»~ a.
III, n. 4, pp. 570-86.

18
con pochissimi anche se significativi elementi scientifici, che pur
fanno qua e là capolino nel mare dell'assurdo più assoluto.
Le contraddizioni, le confusioni del suo tempo e della sua
propria mente si ripercuotono sull'oscura esplorazione del Sini-
strari: che non si occupa, occorre sottolineare, di Satana e dei
diavoli canonici, ma di quelle creature, a suo dire, razionali,
non immateriali, passionali e sensitive, che si aggirano nel mondo,
non necessariamente malvage e certo non infernali, capaci di
rapporti, particolarmente sessuali, con creature umane. Questi
«incubi» appaiono come esseri dotati anche loro di anima e di
corpo, un corpo più sottile ed aereo, tale da attraversare oggetti
materiali, dannati dal peccato e redenti come l'uomo, e come
l'uomo capaci di perdersi o salvarsi, particolarmente lubrichi e
avidi: non dunque il Diavolo luciferino, nemmeno il dafmon 20
socratico, ma piuttosto i satiri o fauni libidinosi della classicità
o i folletti e nani maliziosi delle fantasie nordiche.21
I problemi teologici, morali o semplicemente fisici suscitati
dall'esistenza di esseri cosl configurati e dalla loro indubitata
congiunzione con donne e uomini ingombrano il pensiero e lo
scritto del Sinistrari; che se nel suo maggior trattato non acco-
glie, logicamente, che gli aspetti giuridici, etici e religiosi del
rapporto carnale col demonio, qui ne affronta impavidamente
tutti gli aspetti, le interpretazioni e implicazioni, esempio sublime
di letteratura seicentesca, di mentalità controriformistica e di
pretesa monastica.
In questo senso sono pagine esemplari. Si caratterizzano se
mai per certa bonomia e arguzia tipiche di un frate dotato, come
s'è visto sopra, di conversazione sapida; lepido negli abbondanti
excursus di autentico novelliere; acrobatico nella ricerca di solu-
zioni impossibili, sottile nello sfruttamento delle Scritture e ben
dotato di cultura anche classica, a cui si abbandona volentieri
nel citare Livio o Gellio, Curzio Rufo o Ovidio accanto a san
Giovanni e Gerolamo.

20 'Daemonialitas ' ricorre nel latino medievale; fra le lingue moderne


riferisce ' demoniality ' l'Oxford English Dictionary come « The nature of
demons; the realms of demons, demons collectively », citando la versione
inglese r879 della Demoniality di Sinistrati; in italiano il vocabolo è regi-
strato nel Grande dizionario di S. Battaglia (vol. IV, Torino r967, p. 172),
col rinvio al Papini, Storia di Cristo, p. 408 («la demanialità degli Erodi»).
21 Vedi qui numero 27.

19
Per il resto, lasciamo ai tecnici la valutazione più specifica
del trattatello e delle idee, nel grande mare della letteratura de-
moniaca e stregonesca, sottolineando ancora una volta la pecu-
liarità della visione del Sinistrari sugli amabili, beffardi, sensuali
ma poco peccaminosi esseri che attentavano alla castità umana
senza commettere o far commettere, poi, peccati eccessivi se il
dotto moralista conclude (numero I 14) che il demonio incubo
« in quanto spirito razionale e immortale, è pari all'uomo; in
quanto poi al suo corpo, più nobile e sottile, è più perfetto e rag-
guardevole dell'uomo. Perciò l'essere umano che si congiunge
con un incubo non avvilisce la propria natura, ma l'esalta ». Fi-
nale degno di un sofista libertino più che di un moralista in-
quisitori aie.
CARLO CARENA

Vacciago di Ameno, gennaio z986

20
Demoniali tà
Sommario

1. La scoperta della parola « demonialità » dovuta a Giovan-


ni Caramuele. - Col nome di bestialità si trova presso i teologi
l'accoppiamento con cosa di specie diversa.
Come va intesa la definizione della bestialità data da san
2.
Tommaso.
3. L'accoppiamento col demonio differisce dalla bestialità. -
Perché i peccati contro natura differiscono tra loro per la specie.
4. L'accoppiamento con un demonio è secondo alcuni accop-
piamento con un cadavere. - La demanialità differisce per specie
dalla bestialità.
5. L'emissione innaturale di seme nei peccati contro natura
costituisce un genere, ma i soggetti passivi di tale emissione co-
stituiscono la differenza.
6. Solo le circostanze che alterano la specie devono essere di-
chiara te in confessione.
7. Quanti siano i peccati contro la religione che si commet-
tono col demonio.
8. L'accoppiamento con un demonio è più grave di quello
con un bruto. - La gravità dell'accoppiamento col demonio de-
sunta dall'irreligiosità.
9. Alcuni credono una fantasia l'accoppiamento di esseri uma-
ni coi demoni. - Opinione di taluni, secondo cui le streghe non
intervengono fisicamente ai convegni notturni coi demoni.
10. Talvolta le streghe intervengono solo nell'immaginazione
ai convegni coi demoni, ma di solito il loro intervento è fisico e
fisicamente s'accoppiano col demonio. - Conferma autorevole di
sant'Agostino.
11. Duplice accoppiamento del demonio con l'uomo.
Il demonio non si accoppia con le streghe se non dopo
I 2.
che hanno fatto professione di servirlo. - Formula e rito della
professione delle streghe.
13. Primo: patto reciproco fra la strega e il demonio.
14. Secondo: la strega abiura la fede di Cristo.
r 5. Terzo: la strega rigetta la corona della beata Vergine
Maria eccetera.
16. Quarto: giura obbedienza al diavolo.
17. Quinto: promette di addurre altri alla setta.
18. Sesto: è nuovamente battezzata dal diavolo.
r 9. Settimo: offre al diavolo parte dei propri indumenti.
20. Ottavo: all'interno di un cerchio, giura nuovamente.
2 I. Il suo nome viene inscritto nel libro del diavolo.
22. Promette sacrifici al diavolo.
23. Il demonio la segna con un marchio, impresso dalla sua
unghia. - La strega rinnova le promesse fatte al diavolo. - Il dia-
volo le assegna un « maestrino », col quale si accoppia.
24. Opinione di taluni circa l'accoppiamento del demonio con
un essere umano.
I demoni incubi cercano solo d, accoppiarsi, non di essere
2 5.
adorati da donne o uomini. - Fatti storici a proposito del demonio
succubo.
26. Il demonio incubo cerca di accoppiarsi con donne, e an-
che con bruti.
Certi demoni, detti « falletti », si fanno beffe degli esor-
2 7.
cismi e degli oggetti sacri.
28. Storia meravigliosa di una donna corteggiata da un incubo.

24
29. I demoni incubi inducono solo a peccare contro la castità,
non contro la religione.
30. Nascita occasionale di uomini dall'accoppiamento di un
incubo con una donna. - Storie di molti uomini nati da incubi. -
Il modo della loro generazione secondo il V allesio.
3 r. Contro la spiegazione addotta sulla generazione umana dal
demonio incubo. - La vitalità del seme umano risiede nello spiri-
to. - La generazione è un atto vitale. - Se nella generazione umana
concorre una duplice causalità, materiale ed efficiente.

3 2. Contro l'opinione del Vallesio. - La grandezza del feto de-


riva dall'abbondanza di spiriti nel seme. - I nati dai demoni in-
cubi non sono sempre di grande statura. - Così non tutti si se-
gnalano per particolare viziosità. - Nascita dei giganti dagli incubi.
33. Prova dell'impossibilità della generazione dei giganti me-
diante seme umano.
34. Opinione secondo cui l'incubo genera l'uomo col proprio
seme.
35. Non si può condannare un'opinione senza aver smontati
i suoi fondamenti.
36. È articolo di fede l'esistenza di creature puramente spi-
rituali. - Opinione di alcuni, secondo cui la natura spirituale de-
gli angeli non è articolo di fede.
3 7. Secondo san Tommaso non possono esservi più angeli
della medesima specie. - Stabilito il parere dell'autore, ne viene
la concordanza delle definizioni di due concili generali. - La defi-
nizione del settimo sinodo generale sulla corporeità degli angeli.
3 8. Vari interventi dei teologi per conciliare la definizione del
sinodo citato con quella contraria del Concilio Lateranense.
39. Gli interventi ora citati dei teologi non risolvono la con-
traddizione fra i due concili. - Il settimo sinodo parlò di una spe-
cie di angeli, il Concilio Lateranense di un'altra.
40. Angelo è il nome dell'ufficio, non della natura. - Anche
gli uomini mandati da Dio vengono chiamati angeli.

25
41. La filosofia nota agli uomini non svela tutti i misteri del-
la natura. - Ogni giorno si scoprono nuove meraviglie.
42. La Sacra Scrittura tramanda quanto serve per credere,
sperare e amare. - È stolto negare l'esistenza di una cosa per il
solo fatto che non se ne parla nella Sacra Scrittura.
43. Nulla contraddice la possibilità dell'esistenza di creature
razionali a metà fra gli angeli e gli uomini.
44. Meglio si stabilisce la possibilità di tali creature smon-
tando le argomentazioni contrarie; ovvero interrogativi al ri-
guardo.
4 5. Primo interroga ti vo: tali crea ture sono animali razionali?
46. Risposta affermativa.
47. Secondo interrogativo: quando furono create?
48. Risposta: se di fatto esistono, furono create all'inizio del
mondo.
49. Terzo interrogativo: furono procreate da una sola come
l'uomo, o create in molte come i bruti?
50. Risposta: è possibile l'uno e l'altro caso.
5r. Quarto interrogativo: quale sarebbe la forma dei loro
corpi?
52. Risposta: logicamente dovrebbero riprodurre la forma
del corpo umano. - Il corpo umano è il più perfetto, superiore a
tutti i bruti.
53. Obiezione contro gli argomenti precedenti.

54. Obiezione risolta. - Rassegna delle diverse trasformazio-


ni del vino.

5 5. Applicazione del comportamento del vino al caso in di-


.
scuss1one.
56. Quarto interrogativo: tali creature sarebbero soggette
alle sofferenze spirituali e fisiche degli uomini?
57. Risposta affermativa. - Cos'è la malattia. - Gli animali
vivono tanto più a lungo quanto più sono perfetti.
58. Quinto interrogativo: i loro corpi potrebbero penetrare
altri corpi?
59. Risposta: potrebbero penetrare altri corpi attraverso i
pori. - Molti angeli possono trovarsi nel medesimo luogo. - Un
angelo può trovarsi in luogo sempre più piccolo, non tuttavia
infinitamente più piccolo. - Due corpi gloriosi non possono stare
contemporaneamente nel medesimo luogo.
60. Sesto interrogativo: tali creature avrebbero avuto bi-
sogno della redenzione, dei sacramenti eccetera?
6 I. Risposta affermativa in una data ipotesi.
6 2. Argomento con trarlo alla posizione assunta.
6 3. Risposta: un argomento non ha autorità in senso nega-
tivo. - Filosofi, Padri della Chiesa, Sacra Scrittura hanno trasmes-
so la nozione di tali creature. - Definizione platonica del demonio.
64. Dimostrazione dell'esistenza di tali creature. - Dove si
trova una passione, si trova anche la natura da cui deriva. - Do-
ve si trova un'affezione, si trova la forma da cui deriva. - Gli
incubi hanno passioni e affezioni del senso. - Cosl pure organi
. .
corporei e anima.
6 5. Prove delle asserzioni precedenti sugli incubi.

66. Risposta comune sul diavolo in quanto operatore di osce-


nità e simulatore di passioni sensuali al fine di perdere gli uomini.
67. Confutazione della risposta. - Il demonio maligno fugge
o trema se viene pronunciato il nome di Gesù. - Nei sabba del-
le streghe, pronunciato il nome di Cristo, tutte scomparvero.
68. Un agente materiale agisce solo su ciò che è materiale. -
Ivlolte cose materiali che per natura cacciano i demoni. - I tormen-
tati dai demoni possono portare pietre o erbe ma senza usare
incantesimi contro di loro. - Il fumo del cuore del pesce bruciato
da Tobia mise in fuga il demonio che infastidiva Sara.
69. Risposta comune dei filosofi a quanto detto sopra.

27
70. Risposta impugnata. - Il demonio cattivo, ma non l'in-
cubo, invade i corpi umani. - Cacciata degli incubi mediante og-
getti naturali, senza alcuna cerimonia sacra.
71. Storia di una fanciulla in un monastero amata da un in-
cubo. - Esistenza di demoni aerei, ignei, acquei, terrestri e sotter-
ranei. - Cacciata dell'incubo mediante un suffumigio.
72. Storia di un incubo che tormentava un monaco, cacciato
da certe erbe.
7 3. Conclusione addotta dalle due storie: gli incubi sono
cacciati da oggetti naturali.
74. S'impugna l'opinione di chi sostiene che il demonio al-
lontanato da Sara non fu cacciato dal fumo del fegato del pesce. -
Il pesce callionimo preso da Tobia. - Mai bisogna allontanarsi dal
senso letterale della Scrittura se non ne derivino conseguenze as-
surde. - Esame delle parole dell'angelo Raffaele a Tobia.
75. È bestemmia dire che l'angelo poté mentire. - Prova del-
la cacciata del demonio in virtù del fumo del fegato del pesce. -
Incongruenza di un miracolo seguito ad un evento naturale.
76. La cecità di Tobia curata dalla virtù naturale del fegato
del pesce. - Il pesce callonymus in italiano è ' bocca in capo '. -
La virtù dell'angelo Raffaele legò Asmodeo nel deserto dell'Alto
Egitto.
77. Terzo argomento a prova dell'esistenza degli incubi, co-
stituiti di corpo e anima. - Storia di sant'Antonio e del satiro, o
incubo.
78. Questa storia è indubitabile e canonizzata.
79. Esame delle parole del satiro a sant'Antonio, da cui si
deduce l'esistenza di questi incubi. - Fuga del diavolo al segno
di croce.
80. Prova che il satiro era un animale mortale.
8I . Prova che era un animale razionale.
82. Prova che il satiro era capace di beatitudine ma ancora

per via.
8 3. Prova che non era solo ma ne esistevano molti della sua
specie. - Loro vita sociale. - Non sempre abitano nel deserto.
84. Prova che era un demonio incubo.
8 5. Apparizione frequente di nanerottoli nelle miniere. - La
loro apparizione segno di ottimo guadagno.
86. Pietro Tireo nega l'esistenza di nanerottoli sotterranei.
87. Argomenti del Tireo non cogenti e già confutati più
sopra. - Ubicazione della dimora degli incubi.
88. È possibile addurre, per la conclusione raggiunta, l'auto-
rità di molti Padri; per brevità si dànno solo i passi autorevoli
di sant'Agostino. - Prova con nove passi di sant'Agostino.
89. Il parere è corroborato dall'autorità della Sacra Scrittura
(Salmi). - Abituale interpretazione mistica.
90. Ricerca del senso letterale per il salmo, storico e non
profetico.
91. Spiegazione di alcuni del motivo per cui la manna viene
chiamata da Davide « pane degli angeli».
92. Obiezioni alla spiegazione suddetta. - La Sacra Scrittura
chiama il pane ' di qualcuno ' quello di colui che se ne ciba. -
Si può intendere come « pane degli angeli » quello di cui si nu-
trono gli incubi aerei.
9 3. Conclusione approvata. - In che consiste la vita degli
esseri senzienti.
94. Gli incubi urtati dalle cose a loro contrarie e rallegrati
dalle convenienti. - Natura della manna degli Ebrei e sua diffe-
renza dalla nostrana. - Natura della manna che usiamo per me-
dicina. - La manna degli Ebrei sostanza tenue e alimento degli
incubi.
9 5. Altra citazione del Vangelo in appoggio della conclusione
principale. - Spiegazione comune delle pecore dell'altro ovile di
cui parla Cristo, e cioè i Gentili.
96. Insoddisfazione per tale spiegazione. - Unità passata e fu-

29
tura della Chiesa dei fedeli, con a capo Gesù Cristo. - La vera
fede in un Dio trino e uno, e nella sua Incarnazione, passione
e resurrezione rivelata ad Adamo e da lui trasmessa ai suoi figli. -
I molti Gentili di santa vita anteriori a Cristo membri della vera
Chiesa. - Prima di Cristo gli Ebrei fedeli membri di una Chiesa
non diversa da quella dei Gentili fedeli.
97. Cristo vaticinato dai Gentili come dagli Ebrei. - Aspet-
tato dagli uni come dagli altri. - Manifestato ai Gentili come ai
Giudei. - Segni dell'avvento di Cristo manifestati ai Gentili come
agli Israeliti.
98.Conclusione: l'altro ovile di cui parlò Cristo mostra que-
sti incubi capaci di beatitudine e dannazione.
99. Conferma di tale conclusione.
100.A tale conclusione conviene quanto fu detto sopra del
satiro e di sant'Antonio.
101. Altra storia corroborante, riferita dal Baronia.
Conclusione principale di quanto precede: esistono de-
102.
moni corporei detti incubi.
1 o 3.
Gli obiettori saranno tenuti a demolire gli argomenti
addotti, a indicare chi sono i folletti e a render conto dei relativi
fenomeni.
104.Soluzione del problema di come una donna può essere
ingravidata da un demonio. - Concepimento dal seme dell'incubo. -
Tale la generazione dei giganti.
o 5. Conferma della precedente conclusione. - Gli animali
I
generati da genitori di specie diverse non generano.
106. Obiezioni in contrario.
107. Risposta all'obiezione.
108. Nuova obiezione.
109.Risposta all'obiezione, e motivo per cui gli incubi ai
nostri tempi non generano più i giganti come una volta.
1I o. L'aria anteriormente al diluvio non cosl densa come

30
ora. - Motivo per cui gli incubi aerei non scendono in terra se
non per forza.
111.Differenza fra l'accoppiamento dell'incubo nel proprio
corpo con la donna e quello in un corpo adattato.
112.Valutazione necessaria della gravità dell'accoppiamento
con un diavolo o con un incubo.
113. In quale senso l'accoppiamento delle streghe col dia-
volo sia il massimo dei crimini carnali. - Astrazion fatta dall'apo-
stasia dalla fede eccetera, l'accoppiamento delle streghe si ridu-
ce a semplice polluzione. - Variazione affettiva e differenza dalla
semplice polluzione.
114. Gravità non maggiore della demonialità con un incubo
rispetto alla bestialità, secondo una considerazione.
115. Motivo per cui viene comunemente considerata più
grave.
116. Per la prova del crimine di demanialità occorre di-
.
st1nguere.
117. Indizi probatori dell'accoppiamento di streghe col de-
.
mon10.
1 18. È richiesta la confessione del delinquente per la pro-
va completa.
119. Storia della monaca che aveva commercio con un in-
cubo.
120. In assenza di indizi quali quelli della storia sopra ri-
ferita si può passare alla tortura.
121. Le pene, e la remissione, per le streghe.

31
Demanialità

I. Chi coniò la parola ' demanialità ' fu, per quanto mi


risulta, Giovanni Caramuele 1 nella sua Theologia funda-
mentalis. Prima di lui non mi consta che qualche autore
trattasse di questo crimine come distinto dalla bestialità.
D. Thom., 2.2, quaest.
Sulle tracce di san Tommaso, tutti gli studiosi di teologia 154, art. 11 in corp.
morale considerano sotto lo specifico della bestialità ogni
sorta di « rapporto carnale con un oggetto di specie di-
versa », secondo l'espressione di san Tommaso stesso nel
Caiet., ad 2.2, quaest.
passo a cui ci siamo riferiti. Cosi il Caetano nel com- 154, art. 11, § ad
tertium articulum.
mento a quella questione e a quell'articolo della Summa
pone l'accoppiamento col demonio fra la bestialità, e cosl
Sylvest., v. Luxuria;
dopo di lui il Silvestro, il Bonacina 2 e altri. Bonacin., De matrim.,
quaest. 4, punct. 12,
n. 2 et ibi Philiarc.,
De off. sacerd., tom.
2. Tuttavia san Tommaso in quel passo non pensava 1, par. 2, lib. 3, cap.
all'accoppiamento demoniaco. Come mostreremo più avan- 8, v. Luxuria, n. 6;
Chapeacull., cap. 17,
ti,3 questo non può essere compreso nello specifico esatto v. Ad hanc speciem;
Filliuc., tom. 2, tract.
della bestialità. Per far coincidere con la verità il pensiero 30, cap. 8, n. 161.
del santo Dottore, occorre dire che nel luogo citato, là
dove dichiara che il peccato contro natura « se compiuto
mediante rapporto carnale con un oggetto di specie diver-
sa, ha nome bestialità », nelle parole « oggetto di specie
diversa » egli intese un animale vivente di specie diversa
dall'uomo. Non poteva difatti usare indifferentemente il
termine ' oggetto ' per un oggetto o entità di natura ani-
mata o inanimata. Chi ad esempio si accoppi con un ca-
davere umano, avrebbe rapporto con « un oggetto di spe-
cie diversa» dall'uomo, tanto più per i tomisti, i quali
negano ai cadaveri la forma della fisicità umana; ugualmen-
te per l'accoppiamento col cadavere di una bestia, anche
se non sarebbe bestialità ma depravazione, secondo quanto

33
§ Mollities, nurn. '). abbiamo detto sopra. 4 Dunque san Tommaso volle pre-
cisare il rapporto con un oggetto vivente diverso dall'uo-
mo, cioè bruto, né certo intese l'accoppiamento con un
demonio.

3. Questo dunque, sia il demonio incubo o succubo,5


costituisce la demonialità vera e propria e differisce nella
specie dalla bestialità né costituisce un'unica specie spe-
cialissima con essa, come riteneva il Caetano. I peccati
contro natura differiscono infatti nella specie uno dall'al-
tro, nonostante l'opinione in contrario di alcuni scrittori
Summ. Armill., v. Lu-
xuria, n. 5; Tabien., antichi e del Caramuele, poi del Filliucio e di Crespino
eo v., num. 6; Asten.,
lib. 2, tit. 46, art.
Borgia.6 Questa è l'opinione corrente, mentre la dottrina
7; Caramuel., Theol.
fundament.
contraria viene dannata dalla ventiquattresima delle pro-
posizioni condannate da Alessandro VII, sia perché cia-
scuno di questi peccati comporta una sua turpezza propria
e distinta, opposta alla castità e alla procreazione umana,
sia perché tolgono tutti all'atto venereo, stabilito al fine
della procreazione umana, qualche elemento positivo insi-
to nella sua naturale istituzione, sia perché ognuno ha un
motivo diverso ma sufficiente per escludere, in modi diver-
si, lo stesso bene, secondo l'ottimo ragionamento del
Filliuc., tom. 2, cap.
8, tract. 30, quaest. Filliucio.
3, num. 142; Crespin.
a Borg., Quaest. mo-
ral. select. contra Ca- 4. Ne deriva che la demanialità è di specie differente
ramuel., quaest. 5 per
tot.; Sabell., Summa
divers. trac!., § So-
dalla bestialità. Entrambe oscurano, con una loro pecu-
domia, num. 2, v. liare e distinta turpezza, la castità e la procreazione uma-
Qualiter sodomia.
na, dal momento che la bestialità è la copula con un bruto
vivente e dotato di sensi e mozione propria, mentre la
demanialità è, almeno secondo l'idea comune che esami-
nerò più sotto,7 il congiungimento con un cadavere, privo
di sensibilità e mozione vitale o mosso soltanto per acci-
dente dal demonio. Ebbene, se una sconcezza commessa
con cadaveri d'animali o uomini differisce nella specie dal-
la sodomia e bestialità, altrettanto dovrà dirsi della demo-
nialità, in cui secondo l'opinione comune si attua il rap-
porto di un essere umano con un cadavere mosso acciden-
talmente.

34
5. Se ne ha conferma in questo: nei peccati contro na-
tura l'emissione innaturale di seme, quella cioè che nor-
malmente non può dar luogo a procreazione, costituisce un
genere, ma il soggetto passivo della seminagione è l'elemen-
to differente che costituisce la specie del genere. Per cui la
seminagione fatta in terra o su un corpo inanimato è de-
pravazione; con un essere umano nel condotto posteriore,
sodomia; con un bruto, bestialità: azioni tutte di specie
incontrovertibilmente diversa, dal momento che sono di
specie diversa la terra, il cadavere, l'uomo e il bruto, sog-
getti passivi della seminagione. Ma il demonio non diffe-
risce dal bruto solo per la specie, bensì più che per la spe-
cie, essendo l'uno corporeo, l'altro incorporeo: e ciò com-
porta differenza di genere. Ne consegue che le emissioni
di seme attuate con i demoni differiscono fra loro per spe-
cie, secondo quanto ci proponevamo di dimostrare.

6. È ben noto anche l'insegnamento dei moralisti, fon-


dato sul Concilio Tridentino e trasmesso dai teologi, se- Conc. Trident., scss.
14, cap. 5; D. Thom.,
condo cui nella confessione si devono dichiarare soltanto le in 4, dist. 16, q. 3,
art. 2; Vasquez, q.
circostanze che alterano la specie dei peccati. Se dunque 91, art. 1, club. 2,
num. 6; Regina!., Va-
demanialità e bestialità sono della medesima specialissima lenz., Medin., Zcrola,
specie, basta dire in confessione: « Ho peccato di bestia- Pesant., Sayr., Sot.,
Pitigian., Henriquez
lità », anche se il penitente è giaciuto con un demonio. apud Bonacin., De Sa-
aam., disp. 5, q. 5,
Non è però così; dunque le due colpe non sono della me- sect. 2, punct. 2, §
.3, difficult. 3, num. 5.
desima specialissima specie.

7. Si potrebbe osservare che in confessione occorre di-


chiarare la circostanza del rapporto col demonio perché vi
si offende la religione. Ma si osservi: il peccato contro
la religione si commette o col culto o con l'ossequio o con
l'invocazione resi al demonio o con un patto di associazio-
ne con lui; ma, come diremo più sotto,8 si trovano incubi D. Thom., 2.2, quaest.
90, art. 2, et quaest.
e succubi che non rientrano in nessuno dei casi predetti, 95, art. 4 in corp.
eppure avviene un rapporto carnale; quindi nel loro caso
non si ha nessuna empietà, e il rapporto non sarà che un
puro e semplice coito. Ora, se la specie fosse quella della
bestialità, basterebbe dichiarare di aver commesso un atto
di bestialità. Ma non è così.

35
8. Inoltre, per ammissione di tutti i teologi morali il
congiungimento col demonio è assai più grave di quello con
qualsiasi altro animale, e all'interno della medesima « spe-
cie specialissima » di peccati non ne esistono di più e me-
no gravi, bensl tutti sono della medesima gravità; accop-
piarsi con una cagna, un'asina, una cavalla eccetera è la
stessa cosa. Ne segue che, posta la maggior gravità della
demanialità rispetto alla bestialità, non appartengono en-
trambe alla medesima specie. Né diremo che la maggior
gravità della demonialità va dedotta dall'empietà o dalla
malizia presenti nei patti col diavolo, secondo quanto scri-
Caiet., ad 2.2, quaest. ve il Caetano. Ciò infatti non si verifica in alcuni rapporti
154, art. 11, § Ad
tertium in fin. con demoni incubi e succubi, come abbiamo detto; 9 e poi,
nella demanialità si riconosce una gravità maggiore rispet-
to alla bestialità nel genere dei vizi contro natura, però una
maggior gravità che non riguarda l'empietà, estranea a ta-
le genere di peccato; dunque essa non rende la bestialità
di per sé più grave all'interno di quel genere di peccati.

9. Abbiamo cosl fissato la differenza specifica della


demonialità dalla bestialità, in modo che sia ben avvertita
la sua gravità in vista della penitenza da comminare, che
è il fine principale di questa nostra trattazione. Ora biso-
gna indagare in quanti modi diversi si verifichi il peccato
di demanialità. Non manca qualche saccente, che nega
quanto hanno scritto i più autorevoli trattatisti e risulta
dall'esperienza quotidiana: cioè che il demonio, sia incubo
o succubo, si congiunge carnalmente non solo con esseri
umani, ma anche con animali. A loro dire, si tratta di fan-
tasie umane, corrotte da visioni perverse del demonio, ov-
vero di trucchi del demonio stesso: come avviene alle stre-
ghe e alle fattucchiere, le quali per il solo turbamento del-
la loro fantasia, operato dal demonio, credono di assistere
a scherzi, danze, imbandigioni, convegni notturni, o di
unirsi carnalmente col demonio, mentre in realtà il loro
Cap. Episcopus, 26, q.
corpo non si sposta in quei luoghi né compie quelle azio-
3; Concil. Ancyran.,
cap. 24; Concil. Ro-
ni, siccome hanno dichiarato testualmente un capitolo e
man. 4 sub Damaso, due concili.
cap. 5 apud Layr.,
Epitom., v. Saga.
10. Non si vuol negare che a volte qualche giovane
donna, sedotta da un demonio, creda di partecipare fisica-
mente ai sabba delle streghe, mentre ciò accade solo nella
sua immaginazione, cosl come a volte si sogna di giacere
con una donna e viene emesso davvero il seme, senza tut-
tavia che quello sia un rapporto reale, bensl solo immagi-
nario, abitualmente procurato da inganno diabolico. In
questo hanno indubbiamente ragione il capitolo e i con-
cili citati sopra; ma non è sempre cosi. Molte volte le
streghe si recano davvero ai sabba notturni e si congiungo-
no davvero carnalmente col corpo di un demonio, cosl co-
me i maghi si accoppiano con demoni succubi. Tale è il
parere dei teologi e dei giuristi cattolici, abbondantemente
citati da fra Francesco Maria Guaccio 10 nel suo Compen- Grilland., Remig.
Petr. Damian., Syl-
dium maleficarum; parere rafforzato da diciotto esempi vest., Abulcn., Caret.,
Alphons. a Castro,
colà riportati e riferiti da studiosi veritieri, superiori ad Sixt. Senen., Crespet.,
Spina, Anani. apud
ogni sospetto. Essi comprovano che maghi e streghe con- Guacc., Compend. ma-
lefic., cap. 25, v. Al-
vengono fisicamente ai sabba e - orrore! - si uniscono :fisi- tera quam veris~ima,
fol. m. 69, lib. p.
camente con demoni succubi e incubi. Basta per tutti l'au-
torità di sant'Agostino. Parlando del congiungimento de- D. August., lib. 15
De civit. Dei, cap. 23.
gli uomini coi demoni egli si esprime cosi: « È credenza
diffusissima, e molti asseriscono di averne avuto esperien-
za o averne sentito parlare da persona di sicura fede ed
esperienza diretta, che i Silvani e i Fauni, ben noti come
incubi, hanno spesso infastidito le donne, cercato e otte-
nuto di giacere con loro; alcuni demoni poi, i Dusi dei
Galli, tentano e attuano normalmente questa oscenità: lo
affermano tali e tante persone, che negarlo sarebbe stol-
to ». Cosl Agostino.

1 I. In parecchi autori si legge che numerose esperien-


ze comprovano il doppio modo in cui un demonio si uni-
sce carnalmente con un essere umano: ossia con le maghe
e le streghe, e con persone estranee a qualsiasi sortilegio.

12. Nel primo caso l'unione del demonio con streghe


e maghe non avviene che dopo una solenne promessa, con
cui questi esseri nefandi si pongono al suo servizio. Se-
condo parecchi autori, che riferiscono le ammissioni fatte

37
da streghe sotto tortura durante il procedimento penale,
Guacc ., Compend. e che Francesco Maria Guaccio ha sintetizzato, la promes-
malefic., cap. 7 per
tot, lib. p. sa consiste in undici punti.

13. Primo: i contraenti sottoscrivono espressamente


col demonio, o altro mago o fattucchiere agente in nome
del demonio e alla presenza di testimoni, un patto per cui
si pongono al servizio del diavolo. A sua volta il demonio
Guacc., loc. cit., fol. promette loro onori, ricchezze e piaceri carnali.
m. 34.

14. Secondo: abiurano la fede cattolica, abbandonano


la sottomissione a Dio, rinunciano a Cristo, alla protezione
della beatissima Vergine Maria e a tutti i sacramenti del-
Guacc., loc. cit. la Chiesa.

15. Terzo: rigettano la corona o rosario della beata


Maria Vergine, il cordone di san Francesco o la cintura
di sant'Agostino o lo scapolare dei Carmelitani, se mai lo
portano, e croci, medaglie, agnusdei 11 e ogni oggetto sacro
e benedetto che hanno indosso, e lo calpestano sotto i
Guacc., loc. cit., fol. piedi.
35, v. Grillandus.

16. Quarto: giurano nelle mani del diavolo obbedien-


za e sottomissione; gli rendono omaggio e vassallaggio te-
nendo la mano su qualche libro di colore nerissimo. Pro-
mettono di non tornare mai più alla fede cristiana, di non
compiere opere buone bensl accudire ai soli incarichi del de-
Guacc., loc. cii., fol.
36.
monio, di presenziare assiduamente ai convegni notturni.

17. Quinto: promettono di adoperarsi e di conse-


guire col massimo zelo l'adesione di altri maschi o fem-
Guacc., loc. cii. mine alla loro setta e al culto demoniaco.

18. Sesto: il diavolo impartisce loro una sorta di bat-


tesimo sacrilego: rinnegati i padrini e le madrine avute
al battesimo cristiano e alla cresima, nonché il nome pri-
mitivo, il diavolo assegna loro un nuovo padrino e ma-
drina, che li istruiscano nell'arte malefica, e impone loro
Guacc., loc. cit. un nuovo nome, di solito osceno.
19. Settimo: strappano un lembo delle proprie vesti
e l'offrono al diavolo in segno di omaggio; il diavolo se
lo porta via e lo conserva. Guacc., loc. cit., fol.
38.

20. Ottavo: il diavolo disegna in terra un cerchio, poi


i novizi, fattucchieri o streghe, stando al suo interno, giu-
rano tutte le promesse fatte. Guacc., loc. cit.

2 r. Nono: chiedono al diavolo di essere cancellati dal


libro di Cristo e inscritti nel suo; compare il nerissimo
libro da loro toccato all'atto dell'omaggio, com'è detto
al numero 16, e il diavolo li registra con la propria unghia. Guacc., /oc. cit., fol.
39.

2 2.Decimo: promettono al diavolo sacrifici e offer-


te a scadenze fisse: ogni quindici giorni o quantomeno
ogni mese l'uccisione di un bambino o un avvelenamento
con esito letale; ogni settimana altri malefici a danno del-
l'umanità, come grandine, tempeste, incendi, morìa di
Guacc., loc. cit., fol.
animali eccetera. 40.

2 3. Da ultimo, il demonio imprime loro qualche mar-


chio, specialmente se sospetta della loro perseveranza. Il
marchio non è sempre della stessa forma e aspetto. Talo-
ra riproduce una lepre, talora un piede di rospo, oppure
un ragno, un cucciolo, un ghiro; e viene inciso nei punti
più reconditi del corpo: agli uomini, talora sotto le palpe-
bre, talaltra sotto le ascelle, o sulle labbra, le spalle, il
fondo della schiena o altrove; alle donne, di solito su]le
mammelle o le parti sessuali; e il sigillo che imprime il
marchio è l'unghia del diavolo. Terminata la cerimonia,
eseguita secondo gli ammaestramenti degli iniziatori dei
novizi, questi promettono finalmente di non adorare mai
più l'Eucarestia, di offendere tutti i santi e specialmente
la beata Vergine Maria, di calpestare e sputacchiare le sa-
cre immagini, la Croce e le reliquie dei santi, di non ricor-
rere mai ai sacramenti o ai sacramentali, se non per mal
fare, di non confessarsi mai appieno e sacramentalmente
ad un sacerdote, ma di tenere sempre segreto il proprio
rapporto col demonio. A sua volta il diavolo promette lo-

39
ro di sovvenirli sempre prontamente e soddisfare in que-
sto modo tutti i loro desideri, nonché dar loro la felicità
dopo morti. Compiuta cosl la professione solenne, viene
assegnato a ciascuno un diavolo, detto il Maestrino, col
quale si appartano e uniscono fisicamente. Il suo aspetto
è di donna, se a iniziarsi è un uomo, di uomo e talvolta di
Guacc., Zoe. cit., tot.
42 et 43.
satiro o caprone se è una donna a professarsi strega.

24. Qualcuno vorrà chiedere forse a questi autore-


voli scrittori come il demonio, privo di corpo, possa unirsi
corporalmente con un essere umano. La loro risposta
concorde è che il demonio prende il cadavere di un al-
tro uomo, maschio o femmina secondo necessità, oppure
si modella mescolando materie diverse un corpo, col qua-
le unirsi all'uomo. Soggiungono che quando una don-
na cerca d'ingravidarsi ad opera di un demonio - cosa
possibile solo nel caso di espresso desiderio della donna -,
allora il demonio si trasforma in donna succuba, si con-
giunge con un uomo ed accoglie il suo seme, oppure me-
diante qualche fantasia provoca una polluzione nei suoi so-
gni notturni, conserva il seme carpito al suo calore natu-
rale e col suo spirito attivo; quando poi giace con la
donna lo introduce nella sua matrice, cosl provocando la
concezione. Questo almeno è l'insegnamento del Guaccio,
ricco di citazioni e con la sanzione di molti esempi desunti
Guacc., lib. l, cap.
12 per totum.
da buon numero di eruditi.

25. In altri casi il demonio, incubo o succubo, si con-


giunge con femmine o maschi da cui non gli vengono offer-
ti né sacrifici né doni né misfatti o altro, da lui richiesti
a streghe e malfattori, com'è detto sopra. 12 Allora si pre-
senta come un innamorato, soltanto desideroso di giacere
fisicamente con l'oggetto del proprio amore. Gli esempi
riportati dagli autori sono molti: come il caso di Menip-
po di Licia. 13 Questi aveva avuto un buon numero di rap-
porti con una donna, e fu da lei sollecitato a sposarla;
ma un filosofo intervenuto al banchetto nuziale scoprì la
natura di quella femmina e riferl a Menippo ch'era Em-
pusa, ossia una diavolessa succuba; in quella, la donna
svanì immediatamente nell'aria con grandi gemiti, stando
al racconto di Celio Rodigino. Anche un giovane scozzese Caelius Rodig., An-
tiqu. lectio, lib. 29,
fu eccitato per mesi e mesi all'accoppiamento mediante ca- cap. 5.

rezze, baci e abbracci da una diavolessa succuba, bella qua-


le mai aveva visto l'uguale, che lo visitava sebbene avesse
chiuso porte e finestre della camera, come si legge in Et-
tore Boeto; 14 ma non per questo ottenne il suo scopo dal Hect. Boeth., Histor.
Scot., lib. 4.
casto giovane. La conferma definitiva viene tuttavia dal-
l'autorità della Sacra Scrittura, al capitolo 6, versetti 14
e 15 del libro di Tobia. Ivi Tobiolo risponde all'angelo
Raffaele, il quale l'aveva sollecitato a sposare Sara figlia di
Raguele: « Sento dire che fu maritata a sette uomini, tut-
ti morti; ma ho pure sentito che furono uccisi dal demonio.
Temo dunque che abbia a succedere altrettanto anche
a me». Fin qui la Vulgata, ma la versione greca aggiunge
« poiché il demonio ama Sara, in quanto non danneggia
nessuno se non chi si accosta a lei ». Emerge da questo
testo l'amore dell'incubo per Sara: egli anche per gelosia
e rivalità uccideva chi l'avvicinava per godere del suo
amplesso.

26. Allo stesso modo leggiamo di molte donne solle-


citate all'accoppiamento dal demonio incubo. Al loro ri-
fiuto di commettere quel delitto, egli cercò di blandirle e
indurle all'amplesso con preghiere, lacrime, carezze, pro-
prio come un innamorato travolto dalla passione. Ciò av-
viene talvolta nell'interesse di un malvagio, che utilizza
un demonio per ottenere il proprio scopo; però non di
rado il demonio agisce per se stesso, secondo che scrive
il Guaccio, né ciò avviene soltanto con le donne, ma anche Guacc ., Compend.
malefic., lib. 3, cap.
con puledre, alle quali desidera unirsi: se consentono, le 8.
colma di sollecitudini e intreccia le loro variegate criniere
con nodi di bizzarra e inestricabile ingegnosità; se invece
lo respingono, le maltratta, le percuote, le fa deperire e
alla fine le uccide, come risulta dall'esperienza quotidiana.

27. Stupefacente e quasi incomprensibile è come que-


sti incubi, o in italiano folletti, in spagnolo duendes, in
francese folet, 15 non obbediscano agli esorcisti né temano

41
esorcismi; essi non rispettano gli oggetti sacri, manifestan-
do paura al loro avvicinarsi come fanno i demoni che
tormentano gli ossessi. Gli spiriti maligni sono sl ostinati
e resistono agli ordini degli esorcisti di lasciare i corpi da
loro posseduti; tuttavia basta proferire il santissimo nome
di Gesù o Maria o altri versetti della Sacra Scrittura,
imporre reliquie, specialmente quella del legno della santa
Croce, avvicinare sacre immagini alla bocca dell'ossesso,
ed eccoli ruggire, strepitare, ringhiare, dibattersi, dar segni
di paura e orrore. I folletti non fanno altrettanto, come
dissi, né smettono di vessare le loro vittime, se non dopo
molto tempo. Di un fatto del genere fui testimone oculare
io stesso e lo riferisco, anche se supera la credenza uma-
na. Ma mi sia garante Iddio che racconto la pura verità,
confermata da molte testimonianze.

28. Circa venticinque anni fa ero professore di Sacra


Teologia nel convento di Santa Croce a Pavia. 16 In quella
città viveva una donna sposata e onesta, di somma mora-
lità; chiunque la conoscesse, specialmente frati, giurava
sulla sua bontà. Si chiamava Gerolama e abitava nella par-
rocchia di San Michele. Un giorno costei aveva macinato
in casa del pane e l'aveva dato al fornaio da cuocere. Il
fornaio le riporta le pagnotte insieme ad una grossa torta
di strana fattura, condita con burro, zucchero e uvetta
passa veneta, secondo la confezione delle torte pavesi.
La donna rifiuta quel dolce, che, dice, non lei aveva prepa-
rato. Il fornaio ribatte che il solo pane da lui ricevuto in
giornata per la cottura era quello avuto da lei, per cui an-
che la torta doveva averla preparata lei per forza, anche
se non ricordava. La donna si tranquillizza e gusta la
torta insieme al marito e alla figlia di tre anni. La notte
seguente, mentre moglie e marito dormono entrambi, una
voce fievolissima la sveglia, un sibilo acutissimo che sus-
surra alle sue orecchie, con parole peraltro ben distinte:
« O donna mia, ti è piaciuta la torta? ». Tale è lo spa-
vento, che la poveretta comincia a difendersi col segno
della Croce e a invocare ripetutamente i nomi di Gesù e
Maria. E la voce a ripetere: « Non aver paura, non vo-

42
glio farti del male, anzi sono disposto a tutto ciò che vuoi.
La tua bellezza mi ha stregato e nient'altro desidero, se
non di godere i tuai amplessi ». In quella, la donna av-
vertì come un bacio sulle guance, ma così lieve di tocco
e così delicato, quasi un batuffolo di cotone morbidissimo
che la lambiva. Respinse l'invito e non rispose verbo, ma
continuò a ripetere il nome di Gesù e Maria e a difen-
dersi col segno della Croce. L'assalto durò quasi mezz'ora,
poi l'assalitore si ritirò. L'indomani mattina la donna corse
dal suo confessore, persona saggia e dotta, il quale la ras-
sodò nella fede e la esortò a resistere ancora valorosamen-
te come aveva fatto e a munirsi di sacre reliquie. Nelle
notti seguenti gli assalti si ripeterono, con le parole e i
baci del primo; pari fu anche la resistenza della donna.
Ma logorata da un fastidio così prolungato e forte, su pa-
rere del confessore e di altri autorevoli personaggi si fece
esorcizzare da esperti esorcisti, per sapere se fosse ossessa.
Risultò che non era posseduta da alcuno spirito maligno;
si procedette alla benedizione della casa, della stanza e del
letto e si ingiunse allo spirito maligno di non osare mai
più molestie contro quella donna. Tutto fu vano. Egli per-
sisteva nei suoi attacchi e, quasi distrutto dall'immanità del
suo amore, lanciava gemiti e lamenti per impietosire la
donna, sempre irremovibile per grazia di Dio. Quell'in-
cubo la tentò apparendole in pieno giorno nella figura di
un paggio o di un omino bellissimo dalle chiome rutilanti
e ricciute, barba bionda e splendente come oro, occhi az-
zurri come il fiore del lino, passo maestoso e vestito spa-
gnolesco. Le appariva anche quando la donna s'intratte-
neva con estranei, tentandola con i gesti abituali agli aman-
ti, lanciandole baci, ripetendo le solite invocazioni, cer-
cando di farsi ammettere ai suoi amplessi. Nessuno fuor-
ché lei vedeva la sua presenza e udiva le sue parole; non
così gli altri astanti. Continuando la resistenza della don-
na, alla fine dopo alcuni mesi l'incubo irritato ricorse a un
nuovo genere di persecuzione. Prima le strappò la croce
d'argento munita di sante reliquie e l'agnusdei papale di
cera benedetta del beato pontefice Pio v, che portava sem-
pre su di sé; poi le sottrasse gli anelli e al tre gioie d'oro

43
e d'argento, senza manomettere le serrature della cassetta
che li custodiva. Poi cominciò a percuoterla violentemen-
te, talché dopo le frustate apparivano contusioni e lividi
sul volto, sulle braccia e altre parti del corpo. Duravano
un giorno o due, poi in un attimo scomparivano, diversa-
mente dal decorso delle contusioni naturali, le quali de-
crescono gradatamente e poco alla volta. Talora egli strap-
pava dalla culla la bambinetta ancora poppante e la posa-
va sul tetto all'orlo della gronda oppure la nascondeva, ma
senza lasciarle segni di violenza. Talora metteva sossopra
tutta la casa, oppure riduceva in bricioli le pentole, i
piatti e gli altri recipienti di terracotta, poi li restituiva
perfettamente intatti. Una volta, mentre la donna dormiva
col marito, l'incubo le apparve nella solita foggia e la
scongiurò strenuamente di lasciarlo giacere con lei; al suo
diniego, fermo come sempre, l'incubo se ne parti infu-
riato, per tornare poco dopo con una gran quantità di la-
stre di pietra, di quelle usate dai Genovesi nella loro città
e in tutta la Liguria per i tetti delle case; con esse innalzò
un muro tutto intorno al letto fino all'altezza del baldac-
chino, tanto che i due sposi dovettero usare una scala se
vollero uscirne. Il muro era fatto senza calce; quando fu
abbattuto, i sassi vennero riposti nell'ingresso e vi rima-
sero per due giorni alla vista di molta gente convenuta per
lo spettacolo; al terzo scomparvero. Il marito nella festivi-
tà di santo Stefano aveva invitato a pranzo alcuni militari
suoi amici, cui imbandl un convito degno del loro grado.
Mentre, con1e si usa, prima di sedere a mensa stavano la-
vandosi le mani, ad un tratto l'intero apparato della sala da
pranzo scomparve e così in cucina tutte le cibarie, i caldai,
i piatti e ogni altro recipiente nonché le caraffe, le bottiglie,
i bicchieri disposti per bere. I commensali rimangono di
stucco tutt'e otto, fra essi un capitano di fanteria spagnolo,
che dice rivolto agli altri: « Niente paura, si tratta di uno
scherzo. Qui c'era, come no, una mensa, e dev'esserci an-
cora. Piano piano, a tastoni, la troverò ». Cosl dicendo si
aggirava per la sala a mani tese, cercando di raggiungere la
mensa. Ma dopo numerosi giri e tentativi inutili, gli altri lo
derisero, che non riusciva ad afferrare altro che aria. L'ora

44
del pranzo era ormai avanzata; ognuno prese il proprio
mantello per tornare a casa, e già stavano tutti sulla porta
in procinto di uscire, accompagnati dal marito, persona di
gran garbo, quando si ode un frastuono enorme e incom-
prensibile in sala da pranzo. Si fermano un attimo per cer-
car di capire il motivo di tanto fragore, ed ecco la servente
tutta affannata, che riferisce come in cucina sia comparso del
pentolame nuovo colmo di vivande, e la tavola in sala sia
di nuovo imbandita di tutto punto. Vi fanno ritorno, e qua-
le non è la loro meraviglia alla vista della mensa apparec-
chiata con tovaglia e tovaglioli nuovi fiammanti, saliera e
piatti d'argento, salumi e cibarie mai preparate in quella
casa. Su un lato si ergeva una maestosa credenza con so-
pra in ordine perfetto calici di cristallo, argento e oro, ca-
raffe, bottiglie, coppe colme di vini esteri, immagina vini
di Creta, Campania, Canarie, del Reno eccetera; e in cu-
cina allo stesso modo anfore e recipienti traboccavano
d'ogni genere di leccornie mai viste là dentro. Sulle prime
qualcuno esitò a degustare il contenuto di quei recipienti,
ma poi incoraggiato dagli altri si mise a tavola e tutto ri-
sultò perfettamente confezionato. Senonché, subito dopo
mangiato, mentre sedevano intorno al camino acceso se-
condo l'usanza del tempo, tutte le suppellettili insieme agli
avanzi delle cibarie scomparvero e si ritrovarono nuova-
mente quelle vecchie di casa insieme alle vivande preparate
in precedenza. Ciò che è stupefacente, tutti i convitati si
sentirono sazi, e nessuno toccò cibo, paghi com'erano del
pranzo: il che dimostra come le vivande imbandite fossero
vere, non truccate e immaginarie. Trascorsi ormai molti
mesi dall'inizio di questa persecuzione, la donna fece un
voto al beato Bernardino da Feltre,17 il cui corpo si ve-
nera nella chiesa di San Giacomo alla periferia di Pavia.
Il voto era di portare per un anno intero un abito di pan-
no grigio, cinto da un cordone, al modo dei frati Minori,
ordine a cui appartenne il beato Bernardino, per poter es-
sere liberata, grazie al suo patrocinio, dalle angherie di un
simile incubo. Difatti il 28 settembre, vigilia della Dedica-
zione di san Michele arcangelo e festa del beato Bernar-
dino, la donna indossò l'abito votivo. L'indomani, festa di

45
san Michele, quella tribolata si recava alla chiesa di San
Michele che, come dissi, era la sua parrocchiale. Si era a
metà mattino, al culmine dell'affluenza della gente alla
chiesa. All'atto di porre piede al centro della piazza, tutte
le vesti e gli ornamenti le caddero in terra, una folata di
vento li disperse, mentre la poveretta rimaneva pressoché
nuda. Per fortuna erano presenti tra la folla due nobili e
attempati cavalieri, i quali, alla vista dell'accaduto, si tol-
sero subito dalle spalle i propri mantelli e s'industriarono
a nascondere come meglio poterono le nudità muliebri.
Messa su una carrozza, la riportarono a casa. Vesti e gioiel-
li rapiti dall'incubo non furono restituiti se non dopo pa-
recchi mesi. Ma molte altre, tediose a narrare, furono le
stravaganze da lui operate contro la tapina. Ella rimase
per anni e anni vittima dei suoi assalti, finché il demonio
si convinse che con lei perdeva la sua fatica e cessò dal-
l'importunarla in modo così inaudito.

29. In quel caso come in altri simili che spesso si


sentono narrare o si leggono, il demonio non induce ad
alcun atto contrario alla religione, bensì solo contro la ca-
stità. Ne deriva che chi vi consente non commette peccato
d'empietà, bensì d'incontinenza.

30. Teologi e filosofi concordano nell'ammettere che


dall'unione di un essere umano con un demonio talvolta
nasce un uomo; e tale sarà la nascita dell'Anticristo, come
Bellarm., lib. 1, De opinano certi dottori. Osservano anzi che i parti dei de-
Roman. ponti/., cap.
12; Suar., tom. 2, moni incubi risultano naturalmente grandi, robustissimi,
disp. 54, sect. 1; Mal-
vend., De Antichrist., crudelissimi, superbissimi e pessimi. Così scrive il Mal-
lib. 2, cap. 8.
venda,18 e ne ricava il motivo dal Vallesio, archiatra re-
Malvend., loc. cii., §
Ad illud. gio,19 il quale spiega che « gli incubi immettono nell'utero
Francisc. Valles., Sa- non un seme qualunque e in piccole dosi, ma abbondante,
cr. philosoph., cap. 8.
densissimo, caldissimo, ricco di vitalità e privo di siero.
Per essi è facile ottenerlo scegliendo uomini caldi, robusti
e ricchi di seme a cui sottoporsi, e donne altrettali a cui im-
porsi, apportando agli uni e agli altri voluttà insolita: poi-
ché il seme diffuso è tanto più abbondante, quanto mag-
giore è il piacere nell'emetterlo ». Così il V alle sio. Il Mal-
venda lo conferma con prove ricavate da numerosi autori
classici. Secondo costoro, sarebbero nati da un'unione del
genere Romolo e Remo, Servio Tullio sesto re di Roma, Livi Decad. 1, lib.
1; Plutarch., Vit. Ro-
il filosofo Platone, Alessandro Magno, Seleuco re di Siria, mul. et in Parali.
Dionys. Alicarn., lib.
Scipione Africano Maggiore, l'imperatore Cesare Augusto, 4; Plin., lib. 36, cap.
Aristomene di Messenia, valorosissimo condottiero greco, 27.
Laert., lib. 9 De vit.
e Merlino o Melchino l'inglese, figlio di un incubo e della pbilosoph.; D. Hie-
ronym., lib. 2 Contr.
figlia monaca di Carlo Magno. 20 Il Cocleo,21 secondo Mal- Iovian.
venda, attribuisce la medesima origine anche al dotatissi- Plutarch., in Vit. Ale-
xand. magn., 8; Curt.,
mo eresiarca Martin Lutero. lib. 4 De gest. Ale-
xand.
Iust., Histor., lib. 15;
3 1. Non vorrei tuttavia mancare del rispetto dovuto Appian., in Syriac.
al consenso di tante e tanto illustri autorità, se dico che Livi Decad. 3, lib.
6; Aul. Gell., Noct.
la loro opinione non mi sembra consistente. Anzitutto, se- Attic., lib. 7, cap. 1.
Sueton., in Octav.,
condo l'ottima sentenza del Pererio, l'intera forza ed effi- cap. 94.
cacia del seme umano risiede negli spiriti vitali, e questi Strabo, De vit. orb.,
lib. 8; Pausan., De
evaporano e svaniscono non appena sgorgati dai condotti hab. Graec., lib. 3.
genitali che li conservano al caldo. Così scrivono i medici, Naucl., volum. 2, Ge-
nerai. 17.
e dunque non è possibile per il demonio conservare al se- Coclae. apud. Mal-
me da lui accolto le attitudini generative. Infatti, qualun- vend., De Antichr.,
lib. 2, cap. 6, §
que sia il ricettacolo ove cerca di conservare il seme, esso Caeterum.
Benedict. Perer., tom.
dovrebbe avere la medesima temperatura di quella pro- 2 in Genes., cap. 6,
pria per natura agli organi della procreazione umana e im- disp. 5.

possibile a qualsiasi altro organo se non a quelli. In un re-


cipiente dotato di calore diverso dal calore vitale, gli spi-
riti si dissolvono e la generazione diventa impossibile. In
secondo luogo la procreazione è un atto vitale, per il qua-
le il maschio, generando dalla propria sostanza, trasmette
il seme mediante i propri organi naturali al luogo conve-
niente alla procreazione stessa. Nel nostro caso invece il
trasferimento del seme non può essere un atto vitale del-
1'uomo procreatore, in quanto non lui lo introduce nella
matrice. Perciò non si può nemmeno dire che sia il datore
del seme il genitore del feto che nasce, né può dirsi suo
padre il demonio incubo, in quanto il seme non appartiene
alla sua sostanza. Ne conseguirà la nascita di un essere
senza padre, il che è assurdo. Ancora: nella generazione
secondo natura concorrono nel padre due causalità, una
materiale in quanto fornisce il seme che è la materia della

47
generazione, ed una efficiente in quanto è l'agente princi-
pale della generazione stessa, secondo l'opinione generale
dei filosofi. Nel nostro caso invece l'uomo fornisce sol-
tanto il seme, dunque procurerebbe la pura materia senza
alcuna azione mirante alla procreazione. Non potrebbe per-
ciò chiamarsi padre del nascituro, contrariamente alla sen-
tenza comune che il nato da un demonio incubo non è
suo figlio, bensl figlio dell'uomo da cui trasse il seme.

32. È inoltre altamente improbabile quanto scrive il


Vallesio e noi abbiamo riferito più sopra al numero 3 o;
e mi stupisco che un'idea del genere sia potuta cadere dal-
la penna di persona cosl colta. I medici sanno molto bene
che le dimensioni del feto non dipendono dalla quantità
della materia, bensl da quella della virtù generativa (cioè
degli spiriti) contenuta nel seme. Tutto il sistema della
generazione dipende di lì. Lo dichiara stupendamente Mi-
Mich. Etmuller., In-
stitut. Medicar. Phy-
chele Etmuller 22 là dove scrive: « Il sistema della genera-
siolog., cap. 22, thes.
1, fol. n. 39.
zione dipende interamente dallo spirito genitale raccolto
sotto un involucro di materia assai densa, materia seminale
densa che non può assolutamente conservarsi nell'utero o
essere sostanza costitutiva del feto. Solo lo spirito geni-
tale del maschio, dopo unito con lo spirito genitale della
femmina, penetra nei pori o più raramente nelle tube del-
l'utero, fecondandolo ». Quale potere ha dunque la quan-
tità del seme sulle dimensioni del feto? E poi non è sem-
pre vero che i nati in tal maniera dai demoni incubi si se-
gnalino per le loro dimensioni fisiche. Alessandro Ma-
gno, che, come abbiamo detto,23 secondo gli storici nacque
così, era di statura piuttosto bassa; donde il verso:
grande Alessandro di corpo piccino. 24
Così è pure vero che i concepiti per quella via superano
gli altri uomini, 1na non sempre per viziosità, talvolta in-
vece anche per moralità. È il caso patente di Scipione Afri-
cano, di Cesare Augusto, del filosofo Platone, ai quali Li-
vio, Svetonio e Laerzio rispettivamente 25 attribuiscono
specchiata moralità. Possiamo arguirne che se altri frutti
di un tale concepimento risultarono pessimi, non ne fu
motivo la generazione demoniaca, bensì la libera scelta di
diventarlo. Anche il testo della Sacra Scrittura ci dice che Gen., cap. 6, v. 4.
i giganti nacquero dall'unione dei figli di Dio con le figlie
degli uomini, secondo l'espressione letterale del sacro te-
Baruch., cap. 3, v.
sto. E i giganti erano, nella definizione di Baruch, uomi- 26.
ni di grande statura, superiore alla normale altezza uma-
na: « una statura abnorme, una forza, rapacità e violenza
straordinarie, sl che i delitti dei giganti furono la somma
e principalissima causa del diluvio universale », come as-
serisce il Cornelio. 26 Ma l'interpretazione di questo passo Cornei. a Lap., in
Gen. 6, v. 4, § Bur-
data da taluni non regge. Con l'appellativo di « figli di gensis.
Dio » andrebbero intesi secondo costoro i figli di Seth, e
col termine di « figlie degli uomini » le figlie di Caino,
poiché i primi erano dediti ad opere pie, alla religione e
alla pratica delle virtù; tutto all'opposto invece i discen-
denti di Caino. Non vorrei mancare di rispetto verso chi
pensa così, ma questa interpretazione urta contro il senso S. Io. Chrisost., S.
Cyrill., S. Theodoret.,
patente del testo. La Scrittura dice che dall'unione di que- Rupert. Abb. et S.
Hilar., in Psalm. 132,
gli esseri nacquero uomini di statura enorme, dunque pri- apud Cornei. d., cap.
6 Genes., v. 12,
ma di quell'unione non esistettero giganti di tal foggia. § Verum dico.
Se infatti nacquero da quell'unione, non poté essere dal-
l'unione dei figli di Seth con le figlie di Caino, poiché i
primi erano uomini di statura normale, e cosl pure le figlie
di Caino, di modo che ne potevano solo nascere figli al-
trettanto normali. L'unione da cui nacquero rampolli di
statura abnorme non poté essere una normale unione ge-
nerativa di uomo con donna, bensl di demoni incubi, i quali
possono perfettamente essere definiti per la loro natura
« figli di Dio ». Consentono su ciò i filosofi platonici e
Francesco Giorgio Veneto; 27 né dissentono Giuseppe Ebreo, Francisc. Georg. Ve-
net., tom. 1, proble-
Filone Giudeo, san Giustino martire, Clemente Alessan~ mat. 74.

drino, Tertulliano,28 secondo i quali quelli erano angeli Ioseph. Hebr.~ Anti-
quit., lib. 2; Philo,
dotati di corpo e caduti in peccato di lussuria con la don- Lib. de gigant.; S.
Iustin. in Apolog. l;
na. Più avanti 29 mostreremo come queste due opinioni in Clemen. Alexandr.,
lib. 3 Stromat.; Ter-
realtà convergono e non sono che una sola. tull., Lib. de Habit.
mulier., apud Cornei.,
loc. cit., init.; Hugo
a S. Vict., Annoi. in
3 3. Se dunque secondo l'opinione corrente furono de- Gen., 6.
moni incubi a generare i giganti col seme raccolto dagli
uomini nel modo sopra riferito, 30 da quel seme non pote-

49
rono nascere che uomini alti più o meno quanto la per-
sona che l'aveva provveduto. La quantità del seme non
conta agli effetti di una statura maggiore. Anche sottratto
in misura insolita dal demonio in posizione di succubo ri-
spetto all'uomo, non potrebbe accrescere smodatamente la
statura fisica del generato: come abbiamo spiegato poco so-
pra, ciò dipende dalla vitalità e non dalla massa del seme.
Ne discende l'inevitabile conclusione che i giganti nacque-
ro da un seme diverso dall'umano, e che il demonio in-
cubo non si serve di seme d'uomo per generare, ma di
altro seme. Che dire allora?

34. Io direi, lasciandomi correggere dalla Santa Ma-


dre Chiesa, e per semplice opinione, che il demonio in-
cubo nell'atto di unirsi a una donna genera uomini col

suo proprio seme.

35. Questa può apparire ad alcuni un'opinione etero-


dossa e insensata. Però il mio lettore è pregato di non emet-
L. 24 fi., de leg. et
s. c.
tere un giudizio precipitoso. Come infatti, secondo Celso,31
contrasta con la norma civile l'emissione di un giudizio
anteriore all'esame dell'intera legge, cosl non si deve nep-
pure condannare un'opinione senza aver prima scrutati e
chiariti gli argomenti su cui si fonda. Alcune premesse so-
no necessarie per corroborare la conclusione a cui si è
giunti qui sopra.

36. Prima premessa: è articolo di fede l'esistenza di


creature puramente spirituali, prive di qualsiasi commi-
stione con l'elemento corporeo, secondo quanto enunciato
Cap. Firmiter Extra
de Sum. Trinit. et
dal Concilio Lateranense tenuto sotto Innocenzo 111,32 e da
Fid. Cathol.; Conci!.
Ephesin. in Epist. Ci-
altri ancora. Di tale natura sono gli angeli beati e i de-
rilli ad Regin. moni dannati al fuoco eterno. Certo alcuni dotti autori
Banneg., par. 1, qua-
est. 5, art. 1, Can. de
anche dopo quel concilio insegnarono che la natura spi-
loc. Theol., lib. 5,
cap. 5; Sixt. Senen.,
rituale di angeli e demoni non è articolo di fede; altri
Bibliot. sanct., lib. 5, scrissero addirittura che la loro è una natura corporea,
annot. 8; Angles.,
Flor. Theolog., pag. per cui Bonaventura Baron 33 sostiene non essere eresia
52; Mirand., Sum.
Concil., v. Angelus; né errore enunciare l'essenza insieme corporea e spirituale
Molina, par. 2, qua-
est. 50, art. 1; Car- di angeli e demoni. Ma quello stesso concilio stabili come
ranz., Annoi. ad Sy-
materia di fede che Dio sia il creatore di tutti gli esseri nod. 7, act. 3.
invisibili, visibili, spirituali e corporali; Egli trasse dal nul- D. Bonavcnt., in lib.
2 Sentent., dist. 3,
la entrambe le creazioni, spirituale e corporale, ossia an- g. 1; Scot., De anim.,
quaest. 15; Caietan.,
gelica e terrestre. Perciò ritengo essere materia di fede in Genes., cap. 4, et
in Epist. ad Epbes.,
l'esistenza di creature puramente spirituali, ossia gli angeli, cap. 2; Eugubin., De
perenn. philosoph.,
o almeno di alcuni, se non tutti. lib. 8, cap. 27; Frane.
Georg., Problem., lib.
1, cap. '57; August.
3 7. Potrà sembrare, la mia, un'opinione stravagante. Nyph., De daemon.,
lib. 3, cap. 3.
Ma non riuscirà improbabile a chi consideri che i teologi Baro., Scot. defens.,
stabiliscono differenze specifiche e dunque essenziali fra tom. 9, apolog. 2,
act. p., § 7.
gli angeli. Per san Tommaso non esiste più di un angelo D. Thom., par. p.,
quaest. 50, art. 4.
della medesima specie; ognuno costituisce una specie a sé
stante. Quale ripugnanza si proverà dunque ad ammette-
re che alcuni angeli siano purissimi spiriti, quindi di na-
tura eccellentissima, altri invece corporei e meno perfetti,
secondo una distinzione fra elemento corporeo e incorpo-
reo? Si aggiunga che con questa dottrina è facile risolvere
altre contraddizioni insolubili fra due concili ecumenici,
il Settimo Sinodo generale 34 e il predetto Concilio Latera-
nense. Nella quinta sessione del sinodo, il secondo di Ni-
cea, fu prodotto un libro scritto da Giovanni di Tessalo-
nica 35 contro un filosofo pagano, in cui si legge: « Quan-
to agli angeli, agli arcangeli e alle loro potestà, e vi aggiun-
go anche le nostre anime, la dottrina della Chiesa cattoli-
ca è che siano creature intelligibili, non però prive inte-
ramente di corpo e sensibilità, come sostenete voi pagani,
bensì dotate di un corpo sottile, fatto d'aria o di fuoco,
come sta scritto: ' Egli fa di spirito i suoi angeli e di
fuoco ardente i suoi ministri ' » ;36 e più avanti: « Sebbe-
ne non corporei come noi, ossia composti dei quattro ele-
menti e di materia solida, tuttavia nessuno dirà che angeli,
demoni e anime siano incorporei; sono infatti apparsi ri-
petutamente col proprio corpo a coloro a cui il Signore
aprì gli occhi ». Letto per intero questo passo ai padri si-
nodali, il patriarca di Costantinopoli, Tarasio, lo sottopose
all'approvazione del santo sinodo nei termini seguenti:
« Il padre dimostra che conviene raffigurare gli angeli nei
dipinti, poiché possono essere delimitati e apparvero qua-
li uomini ». Il sinodo rispose all'unanimità: « Sl, Signore ».

51
38. L'approvazione di un concilio alla dottrina esposta
per esteso da Giovanni nel suo libro, letto davanti ai pa-
dri conciliari, costituisce chiaramente un articolo di fede
sulla natura corporea degli angeli. Per eliminarne la con-
traddizione con la definizione del Concilio Lateranense più
sopra riferita, lasciamo scendere in campo i teologi. Fra
Suar., De angel. loro qualcuno nega che i padri abbiano contrastato l'as-
sunto della natura corporea degli angeli, non essendo quel-
Bann., in par. p., q. lo il tema in discussione. Secondo altri, il sinodo ammise
50.
la conclusione, ossia la possibilità di dipingere gli angeli,
senza però accettarne il motivo, ossia la loro natura cor-
Ludovic. Molin., in porea. Per altri ancora quel sinodo emise definizioni con-
par. p., quaest. 50,
art. 1. ciliari solo durante la settima sessione, per cui le prece-
Iover. et Mirand., denti non sono definizioni di fede. Altri autori ancora scri-
Summa Concilior.
vono che né il Concilio di Nicea né il Lateranense intesero
definire la questione come di fede, il primo seguendo la
tesi, allora prevalente, dei platonici,37 che fa degli angeli al-
Arist., lib. 12, Me-
taph. text., 49.
trettanti esseri corporei, il secondo il pensiero di Aristote-
le, che ammette delle intelligenze incorporee: opinione,
questa, contraria alla precedente e successivamente invalsa
presso la maggioranza dei dottori.

39. Ma la debolezza di tali responsi è patente per


Bonavent. Baro., Scot. chiunque, e Bonaventura Baron dimostra chiaramente la
defens., tom. 9, apo-
log. 2, sect. p., § 2, loro scarsa resistenza alla critica. Per eliminare il contra-
per tot.
sto fra i due concili va detto che il Niceno parlava di una
certa specie di angeli, mentre il Lateranense di un'altra,
corporea la prima, invece assolutamente incorporea la se--
conda. Così si conciliano due concili altrimenti inconci-
liabili.

40. Una seconda premessa necessaria è che il nome


' angelo ' attiene all'ufficio, non alla natura, secondo la
D. Ambros., in cap.
l Epist. ad Hebrae.;
concorde sentenza dei santi padri Ambrogio, Ilario, Ago-
D. Hilar., lib. 5, De stino, Gregorio Magno, Isidoro e altri ancora. Dice splen-
Trinit.; D. August.,
lib. 15, De civit. Dei, didamente sant'Ambrogio che l'angelo quanto alla sua
cap. 23; D. Oreg.
Magn., Homil. 34 in essenza è spirito, mentre è angelo per le sue azioni, poi-
Evang.; Isid., Lib. de
summ. pon., cap. 12. ché il greco anghelos in latino vale ' messaggero '. Ne con-
segue che gli inviati in missione da Dio, siano essi puri

52
spiriti o uomini, possono dirsi angeli, e come tali infatti
appaiono nelle Scritture. Ll, dei sacerdoti, predicatori,
dottori che rivelano come messi di Dio la sua volontà agli
uomini, vien detto: « Le labbra del sacerdote custodiranno Malach., cap. 2, v. 7.
la scienza e dalla sua bocca si attingerà la legge, poiché
egli è l'angelo del Signore degli eserciti ». San Giovanni
Battista viene chiamato dal medesimo profeta « angelo »
là dove dice: « Ecco, io mando il mio angelo ed egli pre- Malach., cap. 3, V. 1.
parerà la strada davanti al mio volto ». Che questa pro-
fezia riguardi alla lettera san Giovanni Battista è garanti-
to da Cristo Signore nel Vangelo di Matteo. Anzi, Gesù Ma11., 11, v. 10.
stesso, in quanto inviato nel mondo dal Padre per annun-
ciare la legge della Grazia, viene anch'egli chiamato « an-
gelo ». Così nella profezia di Isaia, secondo il testo dei Jsai., cap. 9 , v. 6 -
Settanta: « Sarà chiamato col nome di angelo d'ampio con-
siglio »; e più chiaramente in Malachia: « Verrà al suo Malach., cap. 3, v. 1.
santo tempio il dominatore che voi cercate, e l'angelo del-
l'alleanza che agognate ». Questa profezia riguarda lette-
ralmente Cristo Signore; ne consegue che non è affatto
una conseguenza assurda il chiamare, come facciamo, ' an-
geli ' degli esseri corporei, se col termine di ' angeli ' ven-
gono pure designati alcuni uomini, certamente dotati di
corpo.

41. Terza premessa necessaria: degli enti naturali pre-


senti nel mondo l'uomo non ha ancora scrutato bastante-
mente né l'esistenza né la natura, cosl da dover negare
risolutamente un fatto per la sola ragione che nessuno ne
ha mai parlato o scritto. Non vediamo che nel corso del
tempo si sono scoperte nuove terre, ignote ai nostri pre-
decessori, nonché nuovi animali, erbe, piante, frutti, semi
ed altre cose mai viste altrove? e se fosse possibile raggiun-
gere i territori sconosciuti dell'emisfero australe, che mol-
ti fino ad ora tentarono invano di ricercare ed esplorare,
altre novità ancora verrebbero alla luce. E non è evidente
che dopo la scoperta del microscopio 38 e di altri meccanismi
e strumenti propri della moderna filosofia sperimentale,
come anche grazie agli esami più precisi degli anatomisti,
. .. . . .' . .. . .
s1 sono acqu1s1te e ogni giorno p1u s1 acqu1s1scono noz1on1

53
dell'esistenza, poteri, natura di molti oggetti naturali igno-
ti ai filosofi a noi anteriori? per esempio l'oro fulminante,
cioè il fosforo, 39 e cento altri ritrovati della chimica, o la
circolazione del sangue,40 le vene lattee,41 i vasi linfatici e
altre cose simili recentemente scoperte dagli anatomisti?
Perciò sarà stupido deridere un'opinione perché non si
trova scritta dagli antichi, soprattutto se si badi all'assioma
logico per il quale « un punto non si regge su un'autorità
negativa ».

42. Quarta premessa necessaria: nella Sacra Scrittura


e nella tradizione ecclesiastica viene tramandato solo il ne-
cessario alla salvezza della nostra anima, alla fede, alla
speranza e alla carità. Non si può quindi dedurre che dob-
biamo negare l'esistenza di una cosa per il solo fatto che
non la si trova né nella Sacra Scrittura né nella tradizione.
Ad esempio, la fede c'insegna che Dio creò mediante la
sua Parola tutti gli esseri visibili e invisibili, e che per i
meriti del nostro Signore Gesù Cristo viene conferita ad
ogni e qualsiasi creatura razionale sia la grazia sia la gloria.
Però l'esistenza di un altro mondo diverso da quello da noi
abitato, popolato da altri uomini non discendenti da Ada-
mo ma creati da Dio in altro modo, quale viene suppo-
sto da chi ritiene abitato il globo lunare; e così l'esistenza
in questo nostro medesimo di altre creature razionali oltre
gli uomini e gli spiri ti angelici, abitualmente invisibili agli
uomini o visibili accidentalmente grazie ad un atto e ad
una facoltà loro propria; ebbene, tutto questo non è argo-
mento di fede, né si richiede la sua conoscenza o meno
per la salute dell'anima, così come non è richiesta la co-
noscenza del numero o della natura di tutti gli oggetti
fisici.

4 3. Quinta premessa necessaria: nessuna contraddizio-


ne emerge sia in filosofia sia in teologia dal postulare l'esi-
stenza di creature razionali costituite di spirito e corpo,
diverse dall'uomo. La contraddizione, in tal caso, sareb-
be dalla parte di Dio, ma allora è impossibile, per l'onni-
potenza di Dio; oppure dalla parte della cosa da creare, e

54
anche ciò non regge, poiché una creatura razionale e pura-
mente spirituale (gli angeli) è stata creata; ed anche una
di pura materia (il mondo); ed anche in parte spirituale
e in parte corporea, d'una corporeità terrestre e densa
(l'uomo). Dunque potrà darsi anche la creazione di una
creatura consistente di spirito razionale e di una corporei-
tà meno densa e più sottile dell'uomo. Ed è certo che do-
po la resurrezione l'anima dei beati sarà unita con un cor-
po glorioso e col dono della sottigliezza. Se ne può conclu-
dere che Dio poté creare una creatura razionale e corpo-
rea dotata per natura della sottigliezza che verrà attribuita
per grazia al corpo glorioso.

44. Meglio si stabilisce la possibilità di tali creature


smontando le argomentazioni possibili contro la conclu-
sione da noi raggiunta e rispondendo agli interrogativi che
qualcuno potrebbe muovere al riguardo.

4 5. Primo interrogativo: tali creature si possono de-


finire animali razionali? Se sl, quale la loro diversità dal-
l'uomo, con cui condividerebbero questa definizione?

46. La mia risposta è questa: sarebbero animali razio-


nali dotati di sensi e organi corporei al pari dell'uomo; ma
diversi dall'uomo non solo per via di un corpo più sot-
tile, bensl anche della materia. L'uomo è costituito dalla
parte più densa di tutti gli elementi, ossia il fango, impa-
stato di acqua e terra, come risulta dalla Scrittura; men- Gen., 2, v. 1.
tre queste altre creature sarebbero costituite dalla parte
più sottile, o di uno o dell'altro elemento. Cosl le une
sarebbero terrestri, le altre acquoree, le altre aeree, le
altre ignee; e per non mescolare la loro definizione con
quella dell'uomo, bisognerebbe anche citare, nel dare una
definizione dell'uomo, la densa materialità del suo corpo,
che lo distingue da quelle altre creature.

47. Secondo interrogativo: quand'anche tali creature


siano state create, sarebbero state prodotte insieme ai bru-
ti dalla terra o dall'acqua come, rispettivamente, i qua-

55
drupedi e gli uccelli, ovvero sarebbero state create da Dio
come l'uomo?

48. La mia risposta è questa: è articolo di fede che,


stabilita l'esistenza di fatto d'una cosa, la sua creazione ri-
sale all'inizio del mondo. Il Concilio Lateranense diede que-
Cap. Firm. de Sum. sta definizione, che Dio « con la sua onnipotente virtù creò
Trinit. et fide Ca-
thol. [Ms Cas.]. dal nulla fin dall'inizio del tempo entrambe le creature, la
spirituale e la corporale eccetera». Ora, sebbene su queste
creature il concilio non abbia espresso nessuna opinione,
tuttavia fissò implicitamente la loro creazione al principio
del mondo quando affermò che « contemporaneamente fin
dall'inizio del tempo furono create dal nulla entrambe le
creature, la spirituale e la corporale ». Anche quelle crea-
ture animali sarebbero comprese nell'insieme generico del-
le creature. Quanto alla loro creazione, stava bene che
il loro corpo fosse creato da Dio per mezzo degli angeli,
come troviamo scritto che da Dio fu creato il corpo del-
l'uomo, poiché vi si deve congiungere uno spirito immor-
tale. Infatti uno spirito incorporeo, e quindi nobilissimo,
doveva unirsi ad un corpo ugualmente più nobile degli al-
tri bruti per la sua origine.

49. Terzo interrogativo: questi animali derivarono da


uno solo, come tutti gli uomini da Adamo, ovvero ne fu-
rono creati più di uno, prodotti co1ne gli altri animali
dalla terra e dall'acqua, con maschi e femmine fra essi,
capaci di perpetuare la specie mediante la generazione? E
se sì, non dovrà esistere fra questi altri animali la distin-
zione dei sessi, nascita e morte, turbamento dei sensi ad
opera delle passioni, bisogno di nutrimento, crescita? E
in tal caso, quale l'alimento di cui si cibano? Inoltre, con-
durrebbero vita sociale come gli uomini, e con quale reg-
gimento politico? Avrebbero costruito città per abitar-
vi? Avrebbero arti e lettere, possederebbero beni e si fa-
rebbero guerra come avviene tra gli uomini?

50. La mia risposta è questa: poté essere che tutti di-


scendessero da uno solo, come gli uomini da Adamo, op-
pure che furono creati molti maschi e parecchie femmine,
da cui furono propagate le loro specie mediante generazio-
ne. Ammetteremmo senz'altro che tali creature nascono e
muoiono e sono ripartite in maschi e femmine; le passioni
agitano i loro sensi come quelli degli uomini; si nutrono
e crescono a misura del loro corpo, ma il loro cibo non ha
la densità richiesta dalla maggior densità del corpo uma-
no, bensl è una sostanza sottile e vaporosa emanata per
effluvi spirituosi da quelle entità che in natura abbondano
di corpuscoli eccezionalmente eterei, come il fumo delle
carni, soprattutto arrostite, il profumo del vino, della frut-
ta, dei fiori, degli aromi, i quali emanano effluvi di tal sorta
e in tal copia, da portare all'evaporazione delle parti sotti-
li ed eteree. Quegli animali potrebbero poi condurre una
vita civile, con distinzione al loro interno di gradi fra. do-
minanti e servitori, a seconda della disposizione della loro
natura; e anche l'esercizio delle arti, scienze, uffici, atti-
vità militari, insediamenti, mansioni e altre operazioni ne-
cessarie per il loro sostentamento non comporta assoluta-
mente nessuna contraddizione.

51. Quarto interrogativo: quale sarebbe la forma dei


loro corpi? umana o diversa, e quale? E fra le parti del
loro corpo esisterebbe un ordine essenziale, come nei corpi
degli altri animali, ovvero solo un ordine accidentale, co-
me nei corpi dei fluidi, ad esempio dell'olio, dell'acqua,
delle nubi, del fumo eccetera? E la sostanza delle loro parti
organiche avrebbe consistenza diversa, come gli organi de-
gli uomini, fatti di parti ora densissime come le ossa, ora
meno dense come le cartilagini, ora sottili come le mem-
brane?

5 2. La mia risposta è questa: della forma del loro cor-


po non si deve né si può affermare nulla di certo. Essa
non è percepibile da parte nostra né con gli occhi né col
tatto, per via della sottigliezza e trasparenza del loro cor-
po. Quale sia davvero, lasciamolo sapere a loro e a quanti
altri sono in grado di conoscere con l'intuito le sostanze
immateriali. Quanto alla sua organicità e ragionevolezza,

57
dico che queste creature riproducono l'aspetto del corpo
umano, con qualche peculiarità distintiva; a meno che non
basti la loro particolare sottigliezza. Me ne convinco perché
il corpo umano fu plasmato da Dio come il più perfetto
fra tutti gli animali. Mentre gli altri bruti sono proni ver-
Ovid., Metamorphos. so terra, avendo anima mortale, Dio, come dice il poeta,
diede all'uomo elevato il volto e l'ordine
di mirare alto al cielo, occhi alle stelle.
Ciò perché l'anima umana è stata stabilita immortale
in vista della dimora celeste. Poiché dunque gli animali di
cui stiamo parlando sono dotati di uno spirito immateriale,
razionale e immortale, suscettibile quindi di beatitudine o
dannazione, ne consegue logicamente che il corpo a cui un
tale spirito si unisce sia simile a quello del più nobile di
tutti gli esseri animali, l'uomo. Da questo punto fermo
deriva che le parti del loro corpo debbano avere fra loro
un ordine intrinseco: il piede non dev'essere contiguo alla
testa né la mano al ventre, bensl ogni membro disposto in
ordine e coerenza per poter esplicare idoneamente la
propria funzione. Quanto alle parti costitutive degli stes-
si organi, affermo la necessità che alcune siano più consi-
stenti, altre meno, altre fini, altre finissime, secondo le ne-
cessità di azione dell'organo stesso. Né contro questa as-
serzione può valere l'obiezione della sottigliezza di quei
corpi. La solidità o consistenza delle parti degli organi so-
pra accennate non è in tal senso assoluta, ma relativa ad
altre parti più fini. Ciò si constata in natura in tutti i cor-
pi fluidi quali il vino, l'olio, il latte eccetera. Sebbene tut-
te le loro parti sembrino omogenee e simili, cosl non è:
vi è una parte di terra, una di acqua, sale fisso, sale volati-
le, e ancora una parte sulfurea, che la manipolazione chi-
mica può rendere sensibili alla vista. Altrettanto nel nostro
caso: posto che i corpi di questi animali siano sottili e fini
come in natura i corpi fluidi, quali acqua e aria, non si
escluderebbe con ciò che le loro parti siano fra loro di
qualità diversa, e alcune risultino solide in confronto ad
altre, altre invece più fini, sebbene l'interezza del corpo
che ne risulta possa ben dirsi fine.
5 3. Si potrebbe obiettare che ciò contrasta con quanto
affermato poco sopra circa l'ordinamento essenziale delle
parti fra loro, in quanto noi vediamo che nei corpi fluidi
e fini le parti non hanno un rapporto essenziale fra loro,
bensl solo accidentale. Cosl una parte di vino poco prima
contigua ad altra, se appena rovesci il recipiente o scuoti
il liquido va ad unirsi ad un'altra parte ancora, e cosl tutte
assumono una posizione diversa, senza che per questo il
vino cambi. Ne conseguirebbe che il corpo degli animali di
cui ci stiamo occupando mancherebbe di una forma sta-
bile e quindi neppure organica.

54. La mia risposta è questa: nego la tesi. Nei fluidi


non appare, ma sussiste stabilmente un ordinamento essen-
ziale delle parti, e su di esso si regge il composto nel
proprio essere, mentre col suo mutare muta anche il com-
posto. Ciò è chiarissimo nel vino. Appena spremuto dalle
uve, il vino lo si direbbe un liquido interamente omoge-
neo; invece non è cosl. Vi sussistono parti solide, che col
passare del tempo si depositano nella botte, e parti fini,
che evaporano; parti fisse, come il tartaro, e parti volatili,
come lo zolfo, ovvero spirito ardente, o parti mediane tra
il volatile e il fisso, come il flegma. 42 Tutte queste parti
mutano il loro rapporto essenziale. Non appena quello che
chiamiamo mosto viene spremuto dalle uve, lo zolfo, o
spirito volatile, rimane cosl strettamente legato alle mo-
lecole del tartaro, materia fissa, da non poter assoluta-
mente prendere il volo. Perciò dal mosto appena spremuto
non è assolutamente possibile distillare lo spirito sulfureo,
in volgare chiamato acquavite. Invece dopo una fermenta-
zione di quaranta giorni le molecole del vino cambiano or-
dine; gli spiriti, fin Il legati alle molecole del tartaro, te-
nendole sospese mediante la propria volatilità, impedite
poi a loro volta dalle altre di volarsene via, si separano
dalle molecole del tartaro, rimangono libere e soltanto mi-
ste alle molecole del flegma, finché, sotto l'azione del fuo-
co, se ne staccano agevolmente e si volatilizzano. Cosl si
ottiene con la distillazione l'acquavite, che altro non è se
non lo zolfo volatile del vino con la parte più fine del

59
flegma fatta ascendere insieme allo zolfo stesso. Dopo qua-
ranta giorni comincia un'altra fermentazione del vino; essa
dura per un periodo più o meno lungo di tempo, secondo
la più o meno completa maturazione del vino stesso, e si
conclude in modi diversi, secondo la maggiore o minore
quantità dello spirito sulfureo. Zolfo abbondante nel vino
si inacidisce nella fermentazione e si trasforma in aceto;
un contenuto invece scarso di zolfo infiacchisce il vino e si
ha quello che in italiano chiamiamo ' vino molle ' o ' vino
guasto'. Se il vino poi è maturo, come, a parità di condi-
zioni, nel caso del vino dolce, occorre minor tempo perché
diventi aceto o s'infiacchisca, come risulta dall'esperienza
quotidiana. Nella fermentazione l'ordine essenziale delle
parti del vino cambia, ma non cosl cambia la sua quantità
o diminuisce la sua materia. Noi vediamo che una botti-
glia colma di vino diventa in un certo spazio di tempo
una bottiglia piena di aceto, senza alcuna mutazione nella
quantità della materia precedente. Muta solo l'ordine es-
senziale delle parti: lo zolfo, unito, come ho detto, al
flegma e separato dal tartaro, adesso si lega e fissa col tar-
taro; se poi si distilla l'aceto, dapprima ne esce flegma
insipido, poi uno spirito acetoso, ossia zolfo di vino con-
nesso con particelle di tartaro meno fisso. La mutazione es-
senziale delle parti sopra indicate varia la sostanza del li-
quido spremuto dall'uva, come appare chiaramente dai vari
e contrari effetti che producono il mosto, il vino, l'aceto
e il vino fiacco ossia guasto; sicché le prime due sono ma-
terie convenienti alla consacrazione, a differenza delle se-
conde. Per questa descrizione della struttura del vino ho
Nicola. Lemerii Cour. attinto all'erudito trattato di Nicolas Lémery, profumiere
de Chimi., par. 2,
cap. 9. del re di Francia.43

5 5. Ora, applicando questa dottrina naturale al nostro


argomento, io dico coerentemente: la premessa della sot-
tigliezza e finezza corporea degli animali in questione, si-
mile ai corpi dei liquidi, e parimenti della loro organizza-
zione e forma, per cui si richiede un ordine essenziale fra
le parti, elimina gli inconvenienti obiettati. Come infatti,
secondo quanto detto sopra, la confusione delle parti del

60
vino e la diversità accidentale della loro posizione ne cam-
biano l'ordine essenziale, così avverrebbe nel corpo fine
di quegli animali.
44
56. Quinto interrogativo: questi animali sarebbero
soggetti a malattie e ad altre imperfezioni di cui soffrono
gli uomini, come ignoranza, paura, accidia, menomazione
dei sensi eccetera? Il lavoro li affaticherebbe e avrebbero
bisogno di dormire, di mangiare, di bere, e cosa, per ri-
storare le forze? Quindi morirebbero anche? E potrebbe-
ro anche essere uccisi dagli altri animali, o per caduta
o per crolli?

57. La mia risposta è questa: essendo i loro corpi, pur


fini quanto vuoi, materiali, saranno soggetti a corruzione,
quindi potranno subire l'azione di elementi contrari e cosl
ammalarsi, senza più riuscire pienamente se non con disa-
gio e storture e male ad offrire i servizi per cui sono dispo-
sti i loro organi, consistendo in questo qualsiasi malattia
di qualsiasi animale, come insegna inconfutabilmente l'illu-
strissimo Etmuller. In verità la materia non cosl densa, Micha. Etmuller.
Physiol., cap. 1, thes.
la mescolanza minore, fors'anche, di elementi nel loro cor- 1.

po e dunque la meno ricca composizione rispetto al corpo


umano, li renderà meno soggetti all'azione di agenti con-
trari e quindi non esposti a tante malattie come l'uomo e
capaci, nell'insieme della specie, di vita più lunga dell'uma-
na. Quanto più infatti un animale è perfetto, la sua spe-
cie nell'insieme vive più a lungo degli altri, come appare
dalla vita dell'uomo, più lunga degli altri animali. Io non
ammetto la vita secolare delle cornacchie, dei cervi, dei
corvi e simili, di cui al solito favoleggia Plinio,45 senza che
nessun altro abbia discusso le sue fantasticherie prima di
accettarle. Mai nessuno ha preso nota esattamente del gior-
no natale e finale di quelle bestie, per poi scriverne; tutti
invece hanno accettato per molto tempo la stravagante
storiella, come l'altra diceria della durata della vita della
fenice, che Tacito nel sesto libro degli Annali 46 dà come
leggendaria. Se ne dovrebbe dedurre che anche la vita de-
gli animali di cui ci stiamo occupando debba avere una

61
durata maggiore dell'umana. Come infatti diremo fra po-
co, essi saranno più nobili dell'uomo, e dunque li si do-
vrà dichiarare soggetti alle al tre affezioni fisiche e bisogno-
si di riposo e di cibo, come indicato sopra al numero 50.
Essendo poi anche razionali e dunque educabili, saran-
no anche passibili d'ignoranza, qualora le loro menti non
venissero educate con lo studio e l'istruzione; e fra essi
si troverà l'uno più e l'altro meno eccellente nelle scienze,
secondo la maggiore o minore perspicacia. In generale, e
quanto a specie nel suo insieme, saranno più istruiti del-
l'uomo sia per la sottigliezza dei corpi sia forse per la
maggior alacrità dello spirito e durata della vita, per cui
possono apprendere più dell'uomo. Sono queste le motiva-
D. August., Lib. de zioni che dà sant'Agostino per la prescienza del futuro da
divinat. daemon., cap.
3, init., toro. 3, et parte dei demoni. Certo essi potranno soffrire ad opera
Lib. de spirit. et ani- di agenti naturali, ma difficilmente perire, grazie alla pron-
ma, cap. 37, init.,
tom. eo. tezza con cui riescono a sottrarsi ai pericoli. Quindi non
potranno essere uccisi o feriti se non con estrema diffi-
coltà, né da bruti né da uomini mediante armi naturali o
artificiali, grazie alla prontezza con cui si sottraggono agli
attacchi portati contro di loro. Potrebbero, sì, essere uc-
cisi o feriti nel sonno o in momento di distrazione sotto
i colpi di un oggetto solido, per esempio una spada vibrata
da un uomo o una pietra caduta da un pendio. Il loro cor-
po è sl sottile, però è una sostanza divisibile come l'aria,
che viene separata da una spada, un bastone o un altro og-
getto solido, a dispetto della sua sottigliezza. Il loro spirito
però non sarà spartibile. Come l'anima dell'uomo, esso
sta tutto nel tutto e tutto in qualsiasi parte del corpo. Di
conseguenza, una volta diviso il loro corpo al modo sopra
detto, per opera di un altro corpo, ne seguirà una mutila-
zione e persino anche la morte, poiché non potrebbe acca-
dere che, diviso in due il corpo, il medesimo spirito, in-
divisibile, ne improntasse l'una e l'altra parte. Sl, le parti
dell'aria separate dall'intromissione di un corpo, quando
questo s1• sia• • •
r1t1rato, s1• r1un1scono
• •
nuovamente e ne ri-•
sulta l'aria medesima di prima; cosi le parti del corpo di
questi animali, divise nel modo indicato sopra, potreb-
bero ugualmente riunirsi ed essere riunificate dal medesi-
mo spirito. In tal caso, essi non potrebbero cader vittime
di agenti naturali o artificiali. Ragione vuole tuttavia che
valga la prima tesi. Questi animali hanno in comune con
gli altri la materia, è dunque giusto che abbiano in comu-
ne anche il resto, fino alla soggezione alla morte, cui sono
soggetti gli altri.

58. Sesto interrogativo: i loro corpi potranno pene-


trare altri corpi, come pareti, legno, metalli, vetro, ecce-
tera? e potranno sussistere in gran numero nel medesimo
luogo materiale? e a quanto spazio si estenderà o restrin-
gerà il loro corpo?

59. La mia risposta è questa: in tutti i corpi, per com-


patti che siano, ci sono dei pori; con un microscopio ben
perfezionato si scorgono i pori dei metalli con le loro
diverse forme. Quindi questi animali potranno insinuarsi
comunque in qualsiasi corpo attraverso i suoi pori e pe-
netrarvi per quella via, anche se i corpi siano impenetrabili
da altri liquidi o spiriti materiali, quali il vino, l'ammonia-
ca e simili, poiché i loro corpi saranno assai più fini di
questi liquidi. Peraltro, mentre più angeli potrebbero sta-
re nel medesimo luogo materiale, ed anche restringersi in
uno spazio sempre più piccolo (non tuttavia all'infinito,
secondo la dimostrazione di Duns Scoto), altrettanto non Scot., in 2, dist. 2,
quaest. 6, § Ad pro-
si dovrebbe ammettere per i corpi di tali animali. Essi positum, et quaest. 8,
per tot.
avranno una loro sostanza, e nella loro estensione non sa-
ranno reciprocamente penetrabili; se poi due corpi gloriosi
non possono stare nel medesimo punto, sebbene possano
stare insieme un corpo glorioso ed uno non glorioso, co-
me sostenne Goffredo di Fontaines,47 da cui non dissente Gotofred. de Font.,
Quodlibe!., 6, quaest.
lo Scoto, molto meno potranno trovarsi insieme i corpi 3; Scot., in 2, dist.
2, q. 8, in fin.
di questi animali che, pur fini, non raggiungono tuttavia
la finezza di un corpo glorioso. Quanto poi alla proprietà
di estendersi e restringersi, occorre ricordare che per rare-
fazione e condensazione l'aria occupa più o meno spazio,
e anche artificialmente si può costringerla a contenersi in
minore spazio di quello dovuto naturalmente alla sua quan-
tità; è ciò che avviene palesemente in quei palloni da
gioco, i quali vengono gonfiati mediante una cannuccia o
un tubo. In tal modo vi si immette e pigia a forza dell'aria
in quantità maggiore della capacità naturale del pallone.
Ugualmente i corpi degli animali di cui ci occupiamo,
per una loro propria e naturale dote potranno dilatarsi
in un più ampio spazio, ma non eccedente la loro sostan-
za, e nello stesso modo anche restringersi, ma non oltre il
determinato spazio dovuto alla loro sostanza. E siccome
fra essi, come anche fra gli uomini, ve n'è di grandi e di
piccoli, logicamente i grandi potranno estendersi più dei
piccoli e i piccoli restringersi in minore spazio dei grandi.

60. Settimo interrogativo: questi animali nascono col


peccato originale e furono redenti da Cristo Signore? È
conferita anche a loro la grazia? e con quali sacramenti?
Sotto quale legge vivono? Sarebbero capaci di godere del-
la beatitudine e di subire la dannazione?

61. La mia risposta è questa: è articolo di fede che


Cristo Signore meritò la grazia e la gloria per tutte le
creature razionali. Secondo un altro articolo di fede non
viene concessa la gloria eterna ad una creatura razionale
se prima non le sia stata conferita la grazia, che è la di-
sposizione alla gloria. Per un altro articolo ancora, la glo-
ria non viene concessa se non per meriti, e questi si fon-
dano sulla perfetta osservanza dei comandamenti di Dio,
attuati con la grazia. Così risultano soddisfatti gli interro-
gativi posti sopra. Rimane incerto se per tali creature ci
sia stato un peccato originale o no; è tuttavia certo che
se il loro progenitore peccò come peccò Adamo, anche i
loro discendenti nasceranno nel peccato originale tal quale
gli uomini. E come Dio non abbandonò mai una creatura
razionale nel suo viaggio terreno senza rimedio al pecca-
to, cosl, se tali creature fossero corrotte dal peccato ori-
ginale o attuale, Dio provvederebbe loro un rimedio; ma
quale sarebbe o sarebbe stato lo sa Dio, lo sanno loro.
E certamente, se si dessero fra loro gli stessi sacramenti
o altri diversi da quelli della Chiesa umana militante nel
mondo, tali sacramenti dovrebbero la loro istituzione e la
loro efficacia ai meriti di Gesù Cristo, Redentore e Santi-
ficatore universale. Sarà ugualmente convenientissimo, an-
zi necessario, che vivano sotto una qualche legge data loro
da Dio, la cui osservanza meriterà loro la beatitudine. La
qualità di questa legge, se solo naturale o scritta come la
mosaica, o evangelica, o altra ancora diversa da tutte que-
ste secondo il volere di Dio, ecco per noi un mistero. Sia
come sia, non ne risulterebbe nulla contro la possibilità
dell'esistenza di tali creature.

62. Dopo lunga riflessione, un unico argomento, e


piuttosto debole, mi si presenta contro l'esistenza di tali
crea ture: e cioè che, se al mondo esistessero, i filosofi, la
Sacra Seri ttura, la tradizione ecclesiastica o i santi Padri
ne avrebbero tramandato qualche notizia. Poiché non è
cosl, si dovrebbe concludere che tali creature non possono
assolutamente esistere.

63. L'argomento, in verità, esclude piuttosto la loro


esistenza che non la possibilità, e si risolve facilmente
con quanto abbiamo premesso ai numeri 41 e 42. Infatti
un argomento non vale in senso negativo, inoltre è falso
che sui demoni non sia mai stata tramandata notizia né
dai filosofi né dalla Scrittura né dai Padri. Platone, a detta
di Apuleio e Plutarco citati dal Baron, asserì che « i de- Apule., De Deo So-
crat .; Plutarch., De
moni appartengono al genere animale, hanno animo passi- lsid., apud Baron.,
Scot. defens., tom. 9,
vo, mente razionale, corpo aereo, durata eterna »; a que- Apparat ., par. p., fol.
2.
ste creature egli diede nome di demoni, nome che di per
sé non suona male, poiché significa ' pieno di sapienza '; 48
per cui, quando gli scrittori vogliono indicare il diavolo,
ossia l'angelo cattivo, non lo chiamano semplicemente de-
monio, ma cacodemonio,49 come lo chiamano eudemonia
quando vogliono intendere l'angelo buono. In analoga ma-
niera quelle creature vengon menzionate nella Sacra Scrit-
tura e nei Padri, come chiariremo più avanti. 50

64. Stabilita ormai la possibilità, procediamo alla di-


mostrazione dell'esistenza di tali creature. È da supporre
la veridicità di tanti racconti sul connubio di tali incubi
e succubi con esseri umani e bestiali: tanti che, come di-
ce sant'Agostino da noi citato sopra al numero 10, « ap-
pare stolto negarli ». E allora io argomento in questo
modo. Dove si trova la passione del senso, là si trova ne-
cessariamente anche il senso, poiché, secondo i principi
della filosofia, la passione promana propriamente dalla na-
tura. Dove si trovano azioni o operazioni del senso, là si
trova anche il senso, poiché le operazioni e le azioni de-
rivano dalla forma: e in questi incubi e succubi si notano
azioni, operazioni e passioni proprie, provenienti dai sen-
si. Dunque hanno il senso. Ma il senso non può sussiste-
re senza la presenza di organi, composti della potenza spi-
rituale e di una determinata parte corporea. Dunque han-
no corpo e anima, quindi saranno animali. Inoltre le loro
azioni e operazioni sono quelle di un'anima razionale.
Dunque la loro anima sarà razionale. Così, dal primo al-
l'ultimo, questi incubi sono animali razionali.

6 5. La questione secondaria può essere provata nelle


sue singole parti, cosl. La passione anelante al rapporto
carnale è una passione del senso; il dispiacere, la tristez-
za, l'ira e il furore per un rapporto negato sono passioni
del senso, come si vede in qualsiasi animale; la procreazio-
ne mediante il rapporto carnale è un'operazione del sen-
so, com'è ben noto. Tutte queste sensazioni si verificano
negli incubi, come abbiamo dimostrato sopra ai numeri
23 e seguenti. Essi aspirano a congiungersi con la donna,
e talvolta con l'uomo; si contristano e smaniano come
amanti fuor di mente,51 se è loro negato; il loro rapporto
è completo, e talvolta procreatore. Bisogna concludere che
sono dotati di senso, quindi di corpo, e inferire che sono
animali completi. Ancora: con porte e finestre chiuse essi
entrano in qualsiasi luogo, dunque il loro corpo è sottile;
hanno anche prescienza del futuro, lo annunciano, connet-
tono e separano, che sono tutte operazioni proprie dell'ani-
ma razionale, dunque sono dotati di anima razionale. Co-
sì, sono veri animali razionali.

66. I dottori rispondono comunemente che è il de-

66
monio cattivo l'autore di tali oscenità. Egli simula le pas-
sioni, ossia amore e tristezza se il rapporto gli viene ne-
gato, per indurre le anime a peccare e così rovinarle. Se
pratica il coito e procrea, ciò avviene con seme e in un cor-
po altrui, come detto sopra al numero 24.

67. Ma qui sorge una difficoltà. Alcuni incubi hanno


rapporti con cavalli, cavalle e altre bestie, che in caso di
rifiuto ne subiscono i maltrattamenti, come mostra l'espe-
rienza quotidiana. In questi casi decade la spiegazione ad-
dotta sopra, che cioè il demonio fingerebbe desiderio car-
nale per rovinare le anime, essendo l'anima dei bruti inet-
ta alla dannazione eterna. Inoltre le passioni dell'amore e
dell'ira producono nel demonio effetti nettamente opposti.
Se una donna o un bruto da lui amato accondiscende, vien
trattato benissimo; viceversa incoglie loro assai male, se
il diniego scatena l'ira e il furore demoniaco. Anche que-
sto trova conferma nell'esperienza quotidiana, e dunque nel
demonio albergano autentiche passioni. Di più: i cat-
tivi demoni incorporei che hanno rapporti con streghe e
fattucchiere, le costringono ad adorarli, a negare la retta
fede, a perpetrare malefici e delitti enormi in compenso
del coito infame, come detto sopra al numero 11. Nulla
di tutto ciò viene richiesto dagli incubi, che dunque non
sono demoni cattivi. Inoltre il demonio cattivo, come
scrive il Guaccio sulla scorta del Peltano e del Tireo,52 Guacc., Compend.
malefic., lib. p., cap.
fugge allorché viene pronunciato il nome di Gesù o di 19, fol. m. 128.

Maria, fatto il segno della Croce, avvicinate sacre reliquie


o cose benedette, di fronte a esorcismi, esecrazioni o in-
giunzioni del sacerdote. Egli allora si spaventa, trema, di-
grigna i denti, siccome si vede quotidianamente negli ener-
gumeni e risulta da tanti episodi riferiti dal Guaccio. Guacc., Compend.
male/., Jib. p., cap.
Durante i sabba notturni, non appena qualcuno dei pre- 13, fol. 82, 84, 86 et
alibi.
senti fa il segno della Croce oppure pronuncia il nome
di Gesù, i diavoli, e con loro le streghe, scompaiono in
massa. Invece gli incubi non sono posti in fuga né atter-
riti da espedienti del genere; talvolta accolgono gli esor-
cismi con sberleffi, talaltra percuotono gli stessi esorcisti e
ne strappano le vesti. Ora, se i cattivi demoni, già doma-
ti dal Signor nostro Gesù Cristo, s'intimoriscono al suo-
no del suo nome e alla vista della Croce e di oggetti sa-
cri (mentre gli angeli buoni se ne rallegrano), senza però
spingere gli uomini a peccare e a offendere Dio, gli in-
cubi invece non temono il sacro e provocano al peccato,
se ne deduce che non sono né demoni cattivi né angeli
buoni. Ed è pur chiaro che non sono uomini, benché ab-
biano l'uso della ragione. Cosa saranno dunque? Giunti
alla loro meta come semplici spiriti, saranno dannati o
beati, poiché nella buona teologia non trovano posto i
puri spiriti ancora in viaggio.53 Dannati, riverirebbero il
nome e la croce di Cristo; beati, non indurrebbero gli uo-
mini a peccare. Dunque saranno altra cosa da un puro
spirito; cosl avranno corpo e saranno anch'essi viandanti.

68. Inoltre un ente materiale attivo non può agire che


su un ente passivo pure materiale. È un ben noto assio-
ma filosofico quello per cui attivo e passivo devono ave-
re un soggetto comune, né l'ente materiale può agire su
un oggetto puramente spirituale. Ora, esistono agenti na-
turali che operano contro questi demoni incubi; ne con-
segue che sono fatti di materia, cioè corporei. La questio-
Dioscor., lib. 2, cap. ne secondaria ha la sua prova in quanto scrivono Dio-
168, et lib. p., cap.
100; Plin., lib. 15, scoride, Plinio, Aristotele e Apuleio,54 e l'esperienza con-
cnp. 4; Arist., Pro-
hlem., 34; Apulei., ferma: cioè che parecchie erbe, pietre, bestie cacciano
Lib. de virtut. her-
bar., apud Guacc. i demoni. La ruta per esempio, e l'iperico, la verbena, lo
Compend. malefic., lib. scordio, la palma di Cristo, la centaurea; e il diamante,
3. cao. 13. fol. 316;
Banairol., Ennead. mu-
liebr., cap. 2.
il corallo, il gagate, il diaspro; e il cuore del camaleonte,
la pelle della testa del lupo o dell'asino, il mestruo fem-
minile e cento altri agenti. Perciò al canone 26, questione
7, capitolo finale, si legge che chi subisce un assalto del
demonio può tenere presso di sé pietre o erbe magiche,
ma senza impiegare incantesimi. Ne risulta che pietre ed
erbe riescono con la loro potenza naturale a domare quelle
del demonio, altrimenti il canone suddetto non darebbe
quella licenza, ma le vieterebbe come una superstizione.
Ne abbiamo un esempio luminoso nella Sacra Scrittura,
Tob., cap. 6, § 8. là dove l'angelo Raffaele dice a Tobia: « Se porrai una
particella dei suoi visceri (ossia del pesce tratto dal Tigri)

68
sopra carboni ardenti, il fumo disperderà ogni razza di
demoni». I fatti ne confermarono la virtù: appena posto
nel fuoco il fegato del pesce, l'incubo innamorato di Sara
fu messo in fuga, come abbiamo narrato più sopra al
numero 25.

69. La risposta comune dei teologi è che tali oggetti


naturali iniziano soltanto l'azione della cacciata dei demo-
ni, ma a compierla è la forza soprannaturale di Dio o degli
angeli. La forza soprannaturale è la causa primaria, di-
retta e principale, mentre quella naturale è la causa se-
condaria, indiretta e ridotta. Per spiegare il caso citato so-
pra, del demonio messo in fuga dal fumo del fegato del
pesce suscitato da Tobia, la tesi del Vallesio è la seguente: Valles., De sacr. phi-
losopb., cap. 28.
Dio vi infuse la forza soprannaturale di fugare gli incubi,
così come attribuì al fuoco naturale dell'inferno la capa-
cità soprannaturale di tormentare i demoni e le anime dei
Lyran. et Cornel., ad
dannati. Il responso del Lirano, dell'Abulense, del Pereiro cap. 6 Tobi., v. 8;
e del Cornelio è invece che il fumo del viscere iniziò la Abulen., in p. Reg.,
cap. 16, quaest. 46;
espulsione del demonio grazie alla propria forza naturale, Pererius, in Daniel.,
pag. 272, apud Cor-
ma a compiere l'azione fu la forza angelica e celeste. La nei., loc. cit.
forza naturale blocca l'azione del demonio con un orienta-
mento contrario, poiché il demonio opera mediante cause
e umori naturali, le cui qualità sono neutralizzate dalle
qualità contrarie delle sostanze naturali notoriamente in
grado di fugare i demoni. Questo è l'avviso di tutti i trat-
tatisti di esorcistica.

70. Ma questo responso, per quanto siano validi i suoi


fondamenti, può tutt'al più attagliarsi ai demoni cattivi
che invadono i corpi o coi loro malefici vi introducono
malattie o altre infermità; non riguarda affatto, invece,
la questione degli incubi, poiché questi non creano osses-
si né nuocciono attraverso le normali malattie. I loro tor-
menti sono, tutt'al più, colpi e percosse. Se fanno dima-
grire le cavalle che rifiutano di unirsi a loro, l'ottengono
sottraendo loro il cibo; cosl le fanno dimagrire e infine
morire. Per conseguire tali effetti l'incubo non ha bisogno
di usare alcuna materia naturale, necessaria invece al cat-
tivo demonio che vuol introdurre in un corpo una normale
malattia: gli basta la propria organica forza naturale.
Nello stesso modo un cattivo demonio, quando invade un
corpo o v'introduce malattie, lo fa con segni da lui appro-
vati, e disposti da una strega o mago, segni abitualmente
costituiti da materie naturali dotate di un'innata capaci-
tà di nuocere e a cui si oppongono di loro natura altre
materie anch'esse naturali, di virtù contraria. Per l'incubo
invece non avviene così. Egli applica i suoi tormenti da
sé solo, senza concorso di streghe o di maghi. Inoltre gli
oggetti naturali che scacciano gli incubi esercitano la loro
efficacia e ottengono il loro effetto senza intervento di
esorcismi o sante benedizioni, per cui non si potrebbe
dire che la fuga dell'incubo sia avviata da virtù naturale
e compiuta da forza divina, poiché non v'interviene alcuna
particolare invocazione del nome di Dio. È un semplice
effetto della materia naturale, a cui Dio non concorre se
non col suo universale concorso in quanto Creatore della
natura, causa universale e prima delle cause efficienti.

7 r. Produco in proposito due episodi, il primo tra-


smessomi da un confessore di monache, persona equilibra-
ta e veritiera, il secondo come testimone oculare. In un
monastero di sante suore viveva per esservi educata una
nobile giovinetta, tentata da un demonio incubo che le
appariva giorno e notte, sollecitandola a giacere con lui
mediante preghiere accesissime, quali son quelle di un
amante reso folle dall'amore. La fanciulla, tuttavia, resi-
stette sempre, sostenuta dalla grazia di Dio e dalla fre-
quenza ai sacramenti. Ma inutili riuscirono le grandi de-
vozioni, i digiuni, i voti fatti dalla poveretta, e così gli
esorcismi, le benedizioni, le ingiunzioni degli esorcisti al-
l'incubo di desistere dal molestarla; a niente servì la ma-
rea delle reliquie e degli altri oggetti benedetti disposti
nella stanza della povera giovane; e nemmeno le candele
benedette che vi ardevano la notte impedivano che il de-
monio apparisse regolarmente a tentarla nelle vesti di un
bellissimo giovanotto. Fra gli altri sapienti che vennero
consultati c'era un teologo di rara erudizione. Questi ri-
c_onobbe nella giovane tentata un temperamento tipica-
mente flemmatico; 55 suppose quindi che l'incubo doveva
essere un acqueo, visto che, secondo il Guaccio, esistono Guacc., Compend.
malefic., lib. p., cap.
demoni ignei, aerei, flemmatici, terrestri, sotterranei e not- 19, fol. 129.
turni; e consigliò un immediato suffumigio vaporoso in
questo modo: prendere una marmitta nuova di terracotta
invetriata e mettervi dentro mezza oncia di canna aroma-
tica, seme di cubebe, di radici delle due aristolochie, di car-
damomo grande e piccolo, di zenzero, di pepe lungo, di
garofano, di cinnamomo, di cannella, di maci, di noce mo-
scata, di storace da canna, di benzoino, di legno o radice
di rosa, legno di aloe e di trisante in tre libbre d'acquavite;
porre la marmitta sopra ceneri calde in modo che il vapore
fumigante salga, e tenere la cella chiusa. Fatta la fumi-
gazione, l'incubo arriva di nuovo, ma senza mai osare di
entrare nella cella. Se però la poveretta ne usciva e pas-
seggiava nel giardino o per i chiostri, l'incubo compari-
va, invisibile agli altri ma visto da lei, gettava con vio-
lenza le braccia al collo della fanciulla e di soppiatto, qua-
si, le rubava baci: cosa, per quell'onesta giovane, fasti-
diosissima. Fu nuovamente consultato il celebre teologo,
e questi le ordinò di portare su di sé alcuni flaconcini col-
mi dei profumi più eletti, come il muschio, l'ambra, lo zi-
betto, il balsamo del Perù e altre misture. Ciò fatto, du-
rante il passeggio della ragazza in giardino apparve l'in-
cubo col volto minaccioso e infuriato, senza tuttavia av-
vicinarsi. Si morse però un dito, come se meditasse ven-
detta, poi scomparve, per non farsi mai più rivedere da lei.

72. Ed ecco l'altra storia. Nel convento della Grande


Certosa di Pavia viveva un diacono di nome don Ago-
stino, il quale pativa da un demonio vessazioni inaudite
e quasi incredibili. Nessun rimedio spirituale riusciva a
eliminarle, benché molti esorcisti avessero tentato di tut-
to per liberarlo, senza successo. Il vicario del convento,
incaricato di accudire al poveretto ossia al chierico, ven-
ne a consultarmi. Io, considerata l'inefficacia degli esorci-
smi normali e ricordando il caso sopra riferito, consigliai
una suffumigazione simile all'altra, e alla vittima di porta-

71
re su di sé dei flaconcini contenenti gli stessi profumi.
Siccome poi aveva l'abitudine del tabacco e gli piaceva
l'acquavite, gli raccomandai di usare tabacco e acquavite
moscata. Il demonio gli appariva di giorno e di notte, in
figura di scheletro, di porco, d'asino, d'angelo, d'uccello
eccetera, e inoltre con l'aspetto ora dell'uno ora dell'altro
dei suoi confratelli o, talvolta, del suo superiore, cioè il
priore, il quale lo esortò alla purezza interiore, a confidare
in Dio, a frequentare il sacramento della penitenza, e gli
prescrisse di fare a lui la sua confessione sacramentale,
come infatti fece; poi recitò col diacono i salmi « Exurgat
Deus » e « Qui habitat » ,56 seguiti dal prologo del Van-
gelo di san Giovanni. Giunti alle parole « Verbum caro
factum est eccetera » .57 il diavolo si genufletté, prese la
stola che si trovava nella cella, e con l'aspersorio dell'acqua
benedetta benedisse la cella e il letto della sua vittima; e
come se fosse realmente il priore, ingiunse al demonio
di non ardire mai più di tormentare quel suo chierico.
Ciò fatto, il demonio scomparve, così rivelando chi era,
perché altrimenti la sua vittima l'avrebbe scambiato per il
suo superiore in persona. Anche dopo la mia prescrizio-
ne delle suffumigazioni e dei profumi il demonio non de-
sistette dall'apparire come al solito al diacono, anzi assun-
se la figura stessa della sua vittima e si recò alla camera
del vicario, chiedendogli acquavite e tabacco moscato, co-
se, disse, che lo deliziavano. Il vicario gli diede dell'uno
e dell'altra e il diavolo, appena ricevute, scomparve istan-
taneamente, rendendo edotto il vicario di essere stato in
tal modo raggirato dal demonio. La conferma venne dalla
bocca del diacono, che sotto giuramento garantì di non es-
sersi mai assolutamente recato, durante quelle giornate,
nella cella del vicario. Quest'ultimo mi riferì tutta la vi-
cenda, e dall'insieme mi feci l'idea che quello non era
un demonio acqueo come l'incubo che tentava la vergine
di cui ho parlato sopra, bensì un demonio igneo o perlo-
meno aereo, in quanto gradiva i vapori e gli odori, il ta-
bacco e l'acquavite, sostanze calde. Questa congettura
fu avvalorata dal temperamento del diacono, soprattutto
un collerico, tuttavia con sostrato sanguigno. Demoni di

72
quella fatta non si attaccano se non a temperamenti affini,
ulteriore conferma della mia opinione che sono esseri cor-
porei. Perciò raccomandai al vicario di prendere qualche
erba di natura fredda, come la ninfea, l'epatica, la portu-
laca, la mandragola, la sempreviva, la plantagine, il giu-
squiamo e altre simili, farne un mazzetto e appenderlo
alla finestra, un altro poi alla porta della cella, e spargerne
anche per la stanza e il letto del frate perseguitato. Oh
meraviglia! Il diavolo comparve per un'ultima volta, ma
rimanendo fuori dalla stanza, senza riuscire a entrarvi.
Interrogato dalla sua vittima perché non ardisse entrare
come al solito, rovesciò una caterva d'insulti contro la mia
persona, consigliere di quegli espedienti, poi scomparve,
ne, mai. p1u
.' e' tornato.

7 3. Questi due casi dimostrano chiaramente che fu-


rono rispettivamente gli odori o le erbe, con la loro effi-
cacia naturale e senza intervento di alcuna forza sopran~
naturale, a scacciare i demoni. Si avvalora così la persua-
sione che gli incubi sono attaccabili e messi in fuga da
qualità materiali, quindi hanno un corpo, come volevasi
dimostrare.

7 4. La nostra conclusione si rafforza ulteriormente se


si riesce a invalidare l'opinione dei dottori sopra citati,58
secondo i quali Sara fu liberata dall'incubo per virtù del-
l'angelo Raffaele, non dal fegato del pesce callionimo 59
catturato da Tobia sulle rive del Tigri, come scrive il Cor-
nelio in accordo col Vallesio. Salvo il rispetto dovuto a Valles., Sacr. philo-
sopb., cap. 42; Cor-
cosi alti dottori, la loro interpretazione contrasta chia- nei. a Lapid., in Tob.,
cap. 6. v. 2, § Quar-
ramente col senso patente del testo, dal quale non ci si to ergo.
deve scostare per nessuna ragione, se non per quella che
si riveli assurdo. Ecco le parole rivolte dall'angelo a Tobia:
« Se porrai una particella del suo viscere sopra i carboni,
il suo fumo disperderà ogni genere di demoni dagli uomi-
ni come dalle donne, né più si accosteranno a loro; e il
fiele servirà ad ungere gli occhi colpiti da albugine e ad
ottenerne la guarigione ». Si notino, di grazia, l'assolutez- Tobi., cap. 6, v. 8
et 9.
za e l'universalità dell'asserzione dell'angelo sulla virtù

73
del cuore o del fegato e del fiele del pesce. L'angelo non
dice « se porrai una particella del suo viscere sopra i car-
boni fugherai ogni genere di demoni, e se ungerai col fiele
gli occhi colpi ti da albugine verranno risana ti ». Se cosi
avesse parlato, sarebbe conveniente l'interpretazione dei
nostri due dottori, e la virtù soprannaturale di Raffaele
avrebbe prodotto da sé quegli effetti, irraggiungibili con
l'applicazione del fumo e del fiele. Ma non cosl egli si
espresse, bensl dichiarò in modo assoluto che tale era
l'efficacia del fumo e del fiele.

7 5. Mi chiedo ora se sull'efficacia di quei due anti-


doti l'angelo disse la pura verità ovvero poté mentire; e
così pure se l'albugine fu eliminata dagli occhi del vecchio
Tobia per la virtù naturale del fegato del pesce ovvero
per quella soprannaturale dell'angelo Raffaele. Immagi-
nare una menzogna dell'angelo è un'eresia. Quindi egli
annunciò una pura verità. Ma tale non sarebbe, qualora
il fumo del fegato del pesce avesse richiesto, per disper-
dere ogni genere di demoni, l'intervento della virtù so-
prannaturale dell'angelo; tanto più poi se quest'ultima fos-
se la causa principale dell'effetto, come opinano su questo
evento i dottori sopra citati. Certo che mentirebbe un me-
dico il quale dicesse: « L'erba tale guarisce definitivamen-
te la pleurite o l'epilessia », qualora l'erba non curasse le
due malattie se non in forma incoativa,<'° e per ottenere
una perfetta guarigione occorresse aggiungere alla prima
un'altra erba. Nello stesso modo avrebbe mentito Raffaele
asserendo che il fumo del fegato disperdeva ogni genere
di demoni senza lasciarli mai più tornare, se l'effetto del
fumo fosse stato solo incoativo, mentre quello principale
e compiuto sarebbe derivato dalla virtù angelica. Inoltre
la fuga del demonio o sarebbe avvenuta di conseguenza
in qualunque caso e sempre, appena posto, da chiunque,
il fegato del pesce sopra i carboni, ovvero si sarebbe veri-
ficata solo nel caso particolare del fegato bruciato da To-
biolo. La prima ipotesi comporta l'assistenza di un an-
gelo a chiunque voglia provocare l'emissione di fumo dal
fegato acceso, e che l'angelo disperda con la sua virtù so-

74
prannaturale, in modo miracoloso e regolare, il demonio:
che è un'assurdità, in quanto al verificarsi di un evento
naturale dovrebbe regolarmente seguire, con manifesta in-
congruenza, un miracolo. Se viceversa solo l'intervento
angelico provocasse la fuga del demonio, Raffaele avrebbe
mentito nell'affermare che era per virtù del fegato. Se in-
vece l'effetto doveva verificarsi solo in quel caso partico-
lare, avrebbe mentito l'angelo attribuendo al pesce la
virtù universale di disperdere ogni genere di demoni: e
anche questo non si può dire.

76. Proseguiamo. L'albugine dagli occhi del vecchio


Tobia fu eliminata ed egli riacquistò la vista grazie alla
virtù naturale del fiele di quel pesce, come sostengono i
dottori. Infatti il pesce calli onimo (in italiano ' bocca in Lyran., Dionys. et Se-
rari., apud Cornei., in
capo '), di cui si servì Tobia, possiede un fegato assai ri- 'J ub., cap. 6, v. 9.
nomato per ripulire gli occhi dall'albugine, secondo quanto
Dioscor., lib. p., cap.
scrivono concordemente Dioscoride, Galeno, Plinio, Elia- 96; Galcn., De sùn-
no, Vallesio. 61 Il testo greco di Tobia, capo II, verset- plic. medicament. fa-
cult., lib. 10, cap. 12;
to I 3, suona così: « Spalmò il fiele sugli occhi del padre Plin., lib. 32, cap.
7; Aelian., De var.
pronunciando le parole: 'Confida, padre mio '; e poiché hist.. lib. 13, cap.
14; Valles., De sacr.
erano erosi, sfregò gli occhi, e le scaglie dell'albugine spa- philosuph., cap. 47.
rirono dagli angoli degli occhi ». Ebbene, secondo il me-
desimo testo l'angelo rivelò a Tobia la virtù del fegato e
del fiele del pesce, e quest'ultimo sanò la cecità del vec-
chio Tobia con la propria virtù naturale. Bisogna conclu-
dere che anche il fumo del fegato mise in fuga l'incubo
con la propria virtù naturale. La conferma definitiva vie-
ne dal testo greco, che al capo 8, versetto 2 di Tobia,
dove la Vulgata ha « mise una parte del fegato sui carboni
ardenti», suona: « Prese della cenere o brace di profumi,
vi mise sopra il cuore e il fegato del pesce e fece del fumo;
quando il demonio ne aspirò gli odori, fuggì ». Il testo
ebraico a sua volta recita: « Asmodeo, come percepì l'odo-
re, fuggì ». Questi testi mostrano come il demonio fuggì
nell'avvertire un fumo a lui avverso e nocivo, non per
l'intervento della virtù soprannaturale dell'angelo. Se nel-
la liberazione di Sara dalla persecuzione dell'incubo Asmo-
deo, oltre al fumo del fegato si ebbe l'intervento di Raf-

75
faele, ciò accadde nell'operazione di legare il demonio
nel deserto dell'Alto Egitto, come detto al capo 8, verset-
to 3 di Tobia; il fumo del fegato, chiaramente, non pote-
va agire sul demonio a distanza così considerevole, tanto
meno incatenarlo. Questo ci permette di conciliare la no-
stra tesi con i dottori di cui sopra, secondo i quali il com-
pimento della liberazione di Sara si deve alla virtù di Raf-
faele. Mi pare infatti che essi intesero per compimento del-
la guarigione di Sara l'incatenamento del demonio nel de-
serto ad opera dell'angelo, come anche noi ammettiamo;
però la liberazione, ossia la fuga del demonio dalla stanza
di Sara, fu provocata dalla virtù nativa del fegato del pe-
sce, come sostengo io.

77. Una terza prova principale dell'esistenza, da noi


dedotta,62 di questi animali razionali, ovvero della corpo-
reità degli incubi, viene dalla testimonianza di san Gero-
lamo nella sua Vita di san Paolo primo eremita. 63 Riferisce
Gerolamo che sant' Antonio si era messo in cammino nel
deserto per andare a far visita a san Paolo. Dopo alcune
giornate di strada incontrò un centauro, gli chiese dove
fosse la dimora dell'eremita, e l'altro digrignando piut-
tosto che pronunciando qualche parola barbarica, con un
segno della mano indicò ad Antonio la via, quindi corse
sfrenatamente a nascondersi nella foresta. Il santo abate
proseguì la sua strada, e in una valle trovò « un omiciat-
tolo col naso adunco, la fronte cornuta e alla base della te-
sta due piedi di capra ». Alla sua vista Antonio si fermò
e, nel timore di arti demoniache, si munì del segno della
santa Croce. Il segno di Croce non mise in fuga né in-
timorì quel nano, anzi, egli si avvicinò rispettosamente al
santo vegliardo « e gli offrì alcuni frutti di palma per il
viaggio e in segno di pace ». Allora « il santo Antonio
gli chiese chi fosse e ne ebbe questa risposta: ' Sono un
mortale, un abitante del deserto, di quelli che i Gentili
nel loro errore stravagante venerano col nome di fauni,
satiri e incubi. Il mio branco mi ha inviato a chiederti di
pregare per noi il nostro Dio comune, che sappiamo esse-
re disceso per la salvezza del mondo: la sua fama si è
diffusa su tutta la terra ' ». A queste parole, lieto che
Cristo fosse glorificato, sant' Antonio si volse verso Ales-
sandria e disse, battendo un colpo di bastone in terra:
« Guai a te, città prostituta, che veneri animali invece di
dèi ». Cosl san Gerolamo, il quale si diffonde ancora mol-
to su questo episodio e adduce molte prove della sua
..'
autent1c1ta.

78. Dubitare della verità di questo evento sarebbe dav-


vero temerario. A riferirlo, in forma risoluta, è il sommo
fra i dottori della Santa Chiesa, san Gerolamo, la cui au-
torità nessun cattolico vorrà mai contestare. Si aggiunga
che dell'esistenza, santità e morte di san Paolo primo ere-
mita nessuno seppe mai nulla all'infuori di sant'Antonio,
il quale lo vide coi propri occhi; ed è sulla sua sola rela-
zione che la Chiesa cattolica celebra la festa di san Paolo
primo eremita, fatto davvero meraviglioso, che ridonda a
grande gloria dello stesso Antonio, se la Chiesa fa cosl
gran conto della sua testimonianza da venerare come san-
to un uomo solo per quello che egli ne riferì. Ebbene, quel
medesimo Antonio che riferl della santa vita e della san-
ta morte di san Paolo, riferl anche la storiella del nano
silvestre or ora citata e riportata da san Gerolamo. Ne con-
segue che questo racconto merita tanta fiducia quanta la
Chiesa ne tributa alle informazioni sulla santità di san
Paolo; il dubitarne sarebbe temerario. Tanto più che la
biografia di san Paolo stesa da san Gerolamo ebbe la san-
zione del Concilio Romano tenuto sotto Gelasio,64 come
risulta dal capitolato « Sancta Romana », paragrafo « Item
vitas Patrum », punto I 5. Conviene quindi rilevare le cir-
costanze di questo episodio, che costituiscono una confer-
ma palmare della nostra opinione.

79. Anzitutto occorre notare che se mai qualche san-


to fu fatto segno agli assalti del demonio, se mai qualcuno
fu esperto della varietà delle sue arti nocive, e riportò
mirabili trofei di vittorie su lui, questi fu sant'Antonio,
a quanto risulta dalla biografia composta da sant'Atanasio.
Ora, poiché sant'Antonio non riconobbe in quel nano

77
un diavolo bensl un animale, e lo apostrofò con le parole:
« Guai a te, città prostituta, che veneri animali invece
di dèi », se ne ricava la convinzione che non era affatto
un diavolo, ossia un puro spirito cacciato dal cielo e
dannato, bensl qualche altro animale. Di più: sant'Anto-
nio nelle istruzioni ai suoi monaci e nel confortarli a non
temere gli assalti del demonio, diceva, secondo le lezioni
del breviario romano recitate il giorno della sua festa: 65
Breviar. Roman., in « Credete, fratelli, ciò che Satana teme negli uomini pii
Fest. s. Anton. Abb.,
lect. 6. sono le veglie, le preghiere, i digiuni, la povertà sponta-
nea, la pietà e l'umiltà, ma più di tutto un ardente amore
verso Cristo Signore: basta il solo segno della sua santa
Croce a fiaccarlo e metterlo in fuga ». Ora, quell'omiciat-
tolo contro cui sant'Antonio impiegò la difesa del segno
di Croce non temette né fuggl al vederlo, anzi gli si avvi-
cinò con rispettosa confidenza, offrendogli datteri; ciò
che rivela che non era affatto un diavolo.

80. In secondo luogo occorre notare che il nano dis-


se: « Sono mortale ». Da queste parole apprendiamo che
si trattava di un animale soggetto alla morte, che quindi
aveva ottenuto l'esistenza mediante la generazione. Uno
spirito immateriale è immortale, poiché semplice, dunque
non dotato dell'essere attraverso la generazione da una
materia preesistente ma attraverso la creazione; quindi non
perde l'esistenza per corruzione o, come si dice, con la
morte: può cessare di esistere solo per annientamento.
Perciò costui, nel dirsi mortale, dichiarò di essere un
animale.

8 1 . In terzo luogo occorre notare che disse di sapere


« della passione in carne umana del Dio comune ». Da
queste parole si ricava la convinzione ch'era un animale
razionale, se è vero che i bruti conoscono solo le cose
sensibili e presenti, per cui Dio non può assolutamente es-
sere noto ad essi. Il nano dichiara di aver conosciuto, con
altri suoi compari, la passione di Dio in carne umana;
ciò prova che per qualche rivelazione egli ebbe la nozio-
ne di Dio, come anche noi abbiamo di Dio la fede rivela-
ta, e quella dell'incarnazione di Dio stesso e della sua
passione fisica. Sono questi i due articoli principali della
nostra fede: l'esistenza di un Dio uno e trino e la sua
incarnazione, passione e resurrezione. Da tutti questi ele-
menti si ricava, come dicevo, che quello era un animale
razionale, in grado di conoscere Dio attraverso la rivela-
zione, come noi; dotato quindi di anima razionale, e con-
seguentemente immortale.

82. In quarto luogo occorre notare come egli implo-


rasse sant'Antonio, a nome di tutto il suo branco di cui
si dichiara « l'inviato », di « pregare » per loro « il Dio
comune ». Se ne deduce che il nano era capace di beati-
tudine e dannazione, e che non si trovava alla meta, bensì
per via. Da quanto abbiamo dimostrato più sopra, che
cioè si rivelò come un essere razionale, di conseguenza
dotato di anima immortale, deriva la sua capacità di bea-
titudine o dannazione, trapasso caratteristico della creatura
razionale, come risulta dalla natura degli angeli e degli
uomini. Cosl pure si deduce ch'era ancora per via e quin-
di capace di acquistare meriti e demeriti. Se infatti fosse
già stato alla meta, sarebbe già stato o beato o dannato;
ma non poteva essere né l'uno né l'altro, poiché le ora-
zioni di sant'Antonio, a cui si raccomandava, non avreb-
bero potuto giovargli minimamente se fosse stato definiti-
vamente dannato, e non ne avrebbe avuto bisogno se fosse
stato beato. Raccomandandosi alle preghiere, indicò che
potevano giovargli, e quindi si trovava nella condizione
di acquisire dei meriti, dunque si trovava per via.

8 3. In quinto luogo occorre notare che il nano di-


chiarò di essere un delegato di altri della sua specie, di-
cendo: « Mi ha inviato il mio branco ». Queste parole
sono suscettibili di molte deduzioni. Anzitutto, il nano
non era unico, così che si potesse crederlo un mostro, ma
di quelli rari. Ne esistevano invece parecchi uguali, sia
perché riunendosi formavano « un branco » sia perché ve-
niva in nome di tutti: e non sarebbe potuto essere così
se in lui non fosse sintetizzata la volontà di molti. Poi,

79
questi animali manifestavano una vita sociale, se a tale ti-
tolo viene da loro mandato uno per molti. Ancora, si dice
che abitano nel deserto ma non vi risiedono in permanen-
za. Era infatti la prima volta che sant'Antonio si recava
fra quelle solitudini, lontane molti giorni di cammino dal
suo deserto; e allora, come avrebbero potuto riconoscerlo
e conoscerne la santità? Era dunque necessario che l'aves-
sero conosciuto altrove, vagabondando fuori dal loro de-
serto.

84. Da ultimo occorre notare che il nano dice di es-


sere di quelli che « i Genti1i nel loro errore stravagante
chiamano fauni, satiri e incubi ». Queste parole conferma-
no la nostra tesi principale, ossia che gli incubi sono ani-
mali razionali, suscettibili di beatitudine e dannazione.

8 5. Di questi nanerottoli si verifica sovente la com-


parsa nelle miniere, stando a quanto scrive Giorgio Agri-
Gcorg. Agricol., Lib. cola.66 Compaiono davanti ai minatori nel loro stesso ab-
de animal subterran., bigliamento, uguale a quello che portano appunto i mi-
pro?. fin.
natori; e si mettono a giocare in mezzo a loro, ballano,
ridono, fanno smorfie e sberleffi, lanciano per scherzo sas-
solini a quei lavoranti: ed è un auspicio, a detta dell'Agri-
cola, di ottimo guadagno con la scoperta di qualche ramo o
di un intero tronco dell'albero minerale.

86. L'esistenza di questi omiciattoli sotterranei è pe-


Petr. TI1yrae., Li b. de rò negata da Pietro Tireo di Neuss sulla base di argomenti
terrificatio. noctur.,
cap. 2, per tot. abbastanza puerili. Egli si chiede: posta l'esistenza di que-
sti nani, dove vivono? quali e dove sono le loro dimore?
in che modo si riproducono, per generazione o diversa-
mente? nascono e muoiono? e con quali cibi si sostenta-
no? se sono suscettibili di beatitudine e dannazione, con
quali mezzi si salvano? Sono questi gli argomenti che muo-
vono Tireo a negare l'esistenza di quegli esseri.

87. Ma è prova di scarsa intelligenza negare le asser-


zioni di autori ponderati e degni di fede, nonché i risultati
dell'esperienza quotidiana. Gli argomenti del Tireo non

80
hanno la minima forza, e noi li abbiamo risolti più sopra
ai numeri 45 e seguenti. Resta però in sospeso un punto,
quello della dimora di questi omiciattoli, di questi incubi.
La mia risposta è quella riferita sopra al numero 71, e ba-
sata sul Guaccio. Alcuni di questi esseri sono acquei,
altri terrestri, altri aerei, altri ignei, ossia i loro corpi ri-
sultano delle parti più tenere di questi elementi; oppure,
se di più elementi, tuttavia prevale in loro l'acqua o l'aria
eccetera, secondo la loro natura. La loro sede o domicilio
sarà dunque nell'elemento che prevale nei loro corpi. Gli
incubi ignei, per esempio, non dimorano mai, se non per
forza o per caso, nell'acqua o in località palustri, che sono
a loro contrarie; e gli acquei non potranno ascendere alla
parte superiore dell'atmosfera, regione a loro avversa per
la sua tenuità. Non vediamo accadere la stessa cosa agli
uomini, inabili ad ascendere alle più alte vette di certe
montagne per l'estrema tenuità dell'aria, insufficiente a
sostentare esseri avvezzi a un'atmosfera più densa?

88. La natura corporea dei demoni si potrebbe prova-


re con l'autorità di molti passi di santi Padri, adunati dal
Molina.67 Ma in presenza della definizione sulla incorpo- Ludovic. Molin., in
par. p. D. Thom.,
reità degli angeli adottata dal Concilio Lateranense e da quaest. 50, art. p.,
circ. med.. fol. m.
noi riferita più sopra al numero 3 7, quanto esposto dai 510.
Padri deve riferirsi ai nostri demoni incubi e ancora vian-
danti, non ai dannati. Non voglio tuttavia dilungarmi trop-
po; mi limito a riferire i passi autorevoli del medesimo
dottore della Chiesa, sant'Agostino. Essi indicano chiara-
mente che la sua opinione coincide con quella da noi pro-
fessata.
Dice dunque il divino Agostino nel libro secondo, ca-
pitolo 17 del Super Genesi ad litteram, a proposito dei
demoni: « Essi conoscono alcune verità, in parte grazie
al sottile acume dei loro sensi, in parte per il vigore dei
loro tenui corpi »; e al libro terzo, capitolo 1: « I demoni
sono animali aerei, poiché posseggono la natura dei corpi
aerei». Nell'epistola 115 a Nebridio poi, egli afferma che
i demoni « sono animali aerei ovvero eterei, dotati di
sensi acutissimi ». Nel terzo libro del trattato De Trini-

8r
tate, al capitolo 1 dice: « Hanno un corpo spirituale, a cui
non sono asserviti, ma che tengono sottomesso ». Nel capi-
tolo 2 3 del libro undicesimo del De civitate Dei Agostino
afferma che « il peggiore dei demoni ha un corpo aereo »,
mentre nel libro ventiduesimo, capitolo 10 scrisse: << An-
che i demoni hanno una loro specie di corpo, costituito,
secondo gli esperti, di aria densa e umida »; nel libro
quindicesimo poi, al capitolo 23 dichiara di non azzardarsi
a stabilire « se gli angeli, dotati di un corpo aereo, possa-
no provare anche la passione dei sensi e in qualche modo
unirsi a donne viventi». Nelle Enarrationes, al salmo 85
Agostino dice: « I corpi dei beati dopo la resurrezione sa-
ranno come quelli degli angeli »; e al salmo 4 5 : « Il corpo
angelico è inferiore all'anima ». Infine, nel libro De divi-
natione daemonum un po' dovunque, ma soprattutto ai
capitoli 2 e 3 insegna che i demoni posseggono corpi sottili.

89. Il nostro parere può giovarsi anche di alcuni pas-


saggi della Sacra Scrittura, passaggi interpretati anche di-
versamente dai commentatori, però adattabili assai bene
Psalm. 77, v. 24 et al nostro pensiero. Dapprima, il salmo 77 suona: « Il pa-
25.
ne celeste diede a loro, il pane degli angeli mangiò l'uo-
mo ». Cosi si esprime Davide a proposito della manna,
di cui il popolo d'Israele si cibò continuamente per tutto il
viaggio nel deserto. Ora, viene da chiedersi, in che senso
si può chiamare la manna « pane degli angeli »? So be-
ne che la maggioranza dei dottori interpreta questo passo
in senso mistico, indicando nella manna una figura della
santa Eucarestia, chiamata « pane degli angeli » in quan-
to gli angeli godono della visione di Dio, presente per con-
comitanza nell'Eucarestia.

90. È un'interpretazione certo convenientissima, e la


Chiesa la fa sua nell'ufficio del Corpus Domini; ma si trat-
ta di un senso spirituale. Io invece cerco il senso lette-
rale, perché nel salmo Davide non parla in modo profetico
di cose future, come altrove, ove il senso difficilmente è
letterale; parla invece in modo storico di cose passate. Il
salmo infatti si mostra chiaramente alla lettera per una
anacefalosi, ossia ricapitolazione di tutti i benefici confe-
riti da Dio al popolo d'Israele dal momento della sua
uscita d'Egitto e fino al tempo di Davide. In quel versetto
specifico egli parla della manna del deserto, sl che vien
da chiedersi come mai e in quale senso la manna venga
definita « pane degli angeli ».

9 1 . So che altri dotti interpretano « pane degli angeli » Lyran., Euthim., Bel-
larmin., Titelman.,
come un pane preparato dagli angeli, ovvero fatto scen- qenebrard., in Psalm.
68 17, V. 24 et 25.
dere dal cielo per mezzo degli angeli. Il cardinale Ugo Hugo. Cardin., al., in
spiega « pane degli angeli perché quel nutrimento produ- Psalm. 17, v. 25.
ceva nei Giudei l'effetto che il loro proprio nutrimento
produce negli angeli, e gli angeli non sono soggetti a ma-
lattie ». Ebbene, i commentatori ebraici, come afferma
anche Giuseppe,69 sostennero che i Giudei nel deserto,
cibandosi di manna, evitarono la vecchiaia, le malattie, la
stanchezza. Perciò la manna era simile al pane di cui si ci-
bano
,
gli angeli
. senza invecchiare, senza mai ammalarsi
ne stancarsi.

92. Sono, queste, interpretazioni che meritano certa-


mente l'accoglienza dovuta a cosl autorevoli dottori. Su-
scita tuttavia difficoltà il fatto che l'intervento degli angeli
procurò ugualmente agli Ebrei la colonna di nube e di
fuoco, le quaglie e l'acqua della rupe tanto quanto la man-
na,70 senza che queste siano chiamate colonna, acqua o
bevanda degli angeli. Perché dunque si sarebbe dovuto
definire la manna, in quanto preparata per mezzo degli an-
geli, « pane degli angeli », e non « bevanda degli angeli »
l'acqua fatta scaturire ancora per mezzo loro dal sasso?
Inoltre nella Sacra Scrittura quando si parla di pane co-
me « pane di qualcuno » s'intende il pane di colui che se
ne nutre, non che lo prepara o lo fabbrica. Gli esempi in
proposito sono nella Sacra Scrittura infiniti: per esempio
Esodo, capitolo 23, versetto 25: « Benedirò i tuoi pani e
la tua acqua »; Secondo libro dei Re, capitolo 12, verset-
to 3: « Mangiando del suo pane»; Tobia, capitolo 4, ver-
setto 1 7: « Mangia il 'tuo pane coi poveri », e versetto 18:
« Poni il tuo pane sul sepolcro del giusto »; Ecclesiaste,
capitolo r r, versetto r: « Invia il tuo pane sulle acque
scorrenti»; Isaia, capitolo 58, versetto 7: « Spezza il tuo
pane con l'affamato»; Geremia, capitolo 1r, versetto 19:
« Mettiamo del legno nel suo pane »; Matteo, r 5, verset-
to 26: « Non sta bene prendere il pane dei figli»; Luca,
capitolo r 1, versetto 3 : « Dacci il nostro pane quotidia-
no ». Da questi passi si ricava chiaramente che il pane è
definito da chi se ne nutre, non da chi lo confeziona, lo
somministra o lo prepara. Dunque nel passo del salmo che
abbiamo citato si può tranquillamente intendere per « pa-
ne degli angeli >> il cibo di cui si nutrono gli angeli, non
quelli incorporei, che non hanno bisogno di cibo materia-
le, ma corporei, ossia gli animali razionali di cui abbiamo
fin qui discusso. Essi dimorano nell'aria e per la sotti-
gliezza dei corpi e la natura razionale si avvicinano più di
ogni altro essere agli angeli immateriali, tanto da venir
chiamati angeli anche loro.

93. Ne deduco che, essendo animali, dunque prodotti


per generazione e soggetti a corruzione, abbisognano di
cibo per ricostituire la loro sostanza fisica dispersa dagli
efiluvii. La vita degli esseri senzienti non consiste infatti
che nel passaggio delle parti corporee, affluenti e defluenti,
acquisite e disperse e nuovamente ristabilite: ristabilite
per mezzo delle sostanze spiritose e tuttavia materiali, as-
similate dalla creatura vivente mediante l'inspirazione del-
l'aria o la fermentazione del cibo, che, come spiega il dot-
rv1ich. Etmuller., In- tissimo Etmuller, le spiritualizza.
stit. medie. physio-
log., cap. 2.
94. Ma siccome il loro corpo è sottile, abbisogna di
nutrimento sottile e leggero. Di conseguenza, come i pro-
fumi e le altre sostanze vaporose e volatili contrarie alla
loro natura li urtano e fanno fuggire (lo dimostrano gli
episodi da noi sopra riferiti ai numeri 7r e 72), cosl, se a
loro convenienti, li rallegrano e nutrono. D'altronde « la
manna non è altro se non l'efiluvio dell'acqua e della ter-
ra depurato e cotto alla giusta misura dal calore solare,
poi raccolto e addensato dal freddo della notte successi-
Corne1. a Lapid., in
Exod., cap. 16, v. 13.
va », secondo che scrive il Cornelio: la manna, intendo,
che scesa dal cielo nutri gli Ebrei, totalmente diversa dal-
la manna nostrana impiegata in medicina. Questa « non è
altro - per servirci della descrizione dell'Etmuller - se Mich. Etmuller.,
Schroedcr., Dilucidat.
non il succo sottile di certe piante o la loro trasudazione, pbiysiolog., cap. de
Manna, fol. m. 154.
che, mescolata durante la notte alla rugiada, viene coagu-
lata e addensata al mattino dal sopraggiungere del calore
solare ». Invece la manna degli Ebrei nasceva da diversi
principi e non veniva coagulata dal calore del sole, anzi
veniva liquefatta, come risulta chiaramente dalla Sacra
Scrittura. Dunque la manna degli Ebrei, in quanto pro- Exod., cap. 16, v. 21.

dotto delle sottili esalazioni della terra e dell'acqua, era


certamente una sostanza sottilissima, tanto da essere dis-
solta e dispersa dal sole; quindi poteva costituire un ot-
timo cibo per questi esseri, tanto da venir definita da
Davide « pane degli angeli ».

95. Troviamo un ulteriore appoggio nel Vangelo di


san Giovanni, là dove si dice: << Ho altre pecore, che non lo., cap. 10, v. 16.
sono di questo ovile, e devo condurre anche queste; e
udranno la mia voce e si farà un solo ovile e un solo Pa-
store ». Se chiediamo chi siano queste pecore, che « non
sono di questo ovile», e quale mai l'ovile di cui qui parla
Cristo Signore, i commentatori rispondono concordemen-
te che l'unico ovile è la Chiesa di Cristo, alla quale occor-
reva condurre, attraverso la predicazione del V angelo, i
Gentili, pecore di un ovile diverso da quello degli Ebrei.
Si ritiene infatti essere la sinagoga l'ovile di Cristo, poiché
Davide diceva: « Noi siamo il suo popolo e le pecore del
suo pascolo », e poiché il Messia era stato promesso ad Psalm. 94, v. 7.

Abramo e a Davide quale rampollo del loro seme, atteso


dal popolo ebraico, vaticinato dai profeti ebraici; inoltre
la sua venuta, le sue opere, la sua passione, morte e resur-
rezione erano prefigura te nei sacrifici, nel culto e nelle ce-
rimonie della legge ebraica.

96. Ma, fatto sempre salvo il rispetto verso i santi


Padri e gli altri dottori, questa spiegazione non sembra
del tutto soddisfacente. Noi abbiamo come principio di fe-
de che la Chiesa dei fedeli esistette, unica, fin dal princi-
pio del mondo e tale durerà sino alla fine dei secoli; e che
capo di questa Chiesa è il mediatore fra Dio e gli uomini,
Cristo Gesù, rispetto al quale tutto fu creato, « e tutto
per mezzo suo fu fatto ».71 Il dogma di un Dio unico e
trino infatti (sia pure in forma non cosl esplicita) e l'In-
carnazione del Verbo furono rivelati al primo uomo, e
da lui ne furono edotti i suoi figli, da questi i loro discen-
denti. Ne deriva che, sebbene moltissimi uomini abbiano
deviato verso l'idolatria, abbandonando la vera fede, molti
tuttavia conservarono questa fede vera, ricevuta dai padri,
e osservando la legge naturale rimasero nella vera Chiesa
Tolet., in Io., cap.
10, V. 16.
dei fedeli, come nota il cardinale Toleto 72 e si vede in
Giobbe, un santo fra i Gentili idolatri. Sebbene Dio con-
ferisse al popolo ebreo singolari favori, prescrivesse ad
esso una legge speciale e particolari cerimonie, distinguen-
dolo dai Gentili, tuttavia i Gentili non erano tenuti a tale
legge, né i fedeli Ebrei costituivano un'altra Chiesa, di-
versa da quella dei Gentili che professavano la fede in un
Dio unico e in un Messia venturo.

97. Deriva da ciò che ci fu tra i Gentili chi profetò


la venuta di Cristo e gli altri dogmi della fede cristiana,
come nel caso evidente di Balaam, Mercurio Trismegisto,
Idaspe e le Sibille ,73 di cui parla Lattanzio nel secondo li-
bro, capitolo 6, per quanto scrive il cardinale Baronia,
Apparatus annalium, numero r8.74 L'attesa del Messia da
parte dei Gentili appare in numerosi passi di Isaia; una lu-
minosa testimonianza è poi la profezia del patriarca Gia-
Gen., cap. 40, v. 10. cobbe sul Messia, concepita in questi termini: « Non sarà
tolto lo scettro a Giuda né il capo dal suo femore, finché
venga colui che deve essere inviato, e questi sarà l'attesa
Aggae. t cap. 2, v. 8. delle genti ». Cosl la profezia di Aggeo: « Agiterò tutte le
genti e il desiderio verrà per tutte le genti », passo che il
Cornei. a Lapid., in
AgRae., cap. 2, v. 8,
Cornelio spiega con le parole: « I Gentili avanti Cristo
§ Denique Gentcs. credevano in Dio per legge naturale e tanto quanto i Giu-
dei aspettavano e desideravano Cristo ». Cristo stesso si
rivelò e manifestò ai Gentili come ai Giudei. Se l'annun-
cio della sua nascita fu dato ai pastori dall'angelo, la stel-
la miracolosa chiamò i Magi ad adorarlo; essi, gentili, fu-

86
rono « la primizia delle genti » nel riconoscere e adorare
S. Fulgent., Sermon.
Dio, secondo l'espressione di san Fulgenzio,75 al modo 6 de Epiphan.
che i pastori lo furono dei Giudei. Ugualmente la venuta
di Cristo fu divulgata prima fra i Gentili che fra i Giudei
stessi, attraverso la predicazione (non quella degli Apo-
stoli). Come scrive la veneranda madre suor Maria de
Agreda,76 quando la beata Vergine Maria con san Giusep- Mari. de Agred., in
Vit. I. C. et B. M.
pe portò Gesù Bambino in Egitto sottraendosi alla perse- V., par. p., lib. 4,
cap. 26, num. 664.
cuzione di Erode, rimase là per sette anni; in quel tempo
essa stessa, la beatissima Vergine, predicò agli Egizi la
nuova fede e la venuta del Figlio di Dio in carne umana.
Inoltre, alla nascita di Cristo si verificarono molti prodi-
gi, non solo in Giudea, ma pure in Egitto. Là crollarono
idoli e tacquero oracoli; a Roma sgorgò una fontana d'olio,
si vide un globo color oro scendere dal cielo in terra, ap-
parvero tre soli, e un cerchio innaturale dai molti colori
come l'iride si disegnò intorno al disco solare; in Grecia
l'oracolo di Delfi ammutolì; Apollo, interpellato da Au-
gusto nel corso di un sacrificio tenuto nel proprio palazzo
su un'area che gli aveva dedicato, rispose che il motivo
del suo silenzio, come riferiscono Niceforo, Suida e Ce-
Nicephor., lib. 1, cap.
dreno,n era questo: 17; Suid., Verb., Au-
gustus; Cedren., Com-
Un birnbo ebreo, divino e superiore pend. bistor.

agli dèi, mi spodesta e mi comanda


di tornare all'inferno. Dunque tu
recedi e lascia tacito il nzio altare.
Molti altri prodigi accaddero, preannuncio ai Gentili
della venuta del Figlio di Dio; li enumerano, traendoli da
varie fonti autorevoli, il Baronia e il Cornelio. Baron., Apparat. an-
nal. ecclesiast., num.
24 et seqq.; Cornel.,
in Aggae., cap. 2, v.
98. Ne risulta chiaramente che anche i Gentili appar- 8.
tenevano allo stesso ovile di Cristo a cui appartenevano i
Giudei, ossia alla stessa Chiesa dei credenti. Non si può
dunque sostenere ragionevolmente che le parole di Cristo
« Ho altre pecore, che non sono di questo ovile » vanno
prese come riferite ai Gentili, i quali ebbero in comune
con gli Ebrei la fede in Dio, la speranza nel Messia, le
profezie, l'attesa e i presagi e la predicazione.
99. Dico dunque che con le parole « altre pecore » si
possono tranquillamente intendere le creature o animali
razionali di cui abbiamo fin qui discorso. Esse, come ab-
biamo detto, 78 sono capaci di beatitudine e dannazione;
e Cristo Gesù è mediatore fra Dio e gli uomini, anzi tutte
le creature razionali (poiché le creature razionali che rag-
giungono la beatitudine l'ottengono in considerazione dei
meriti di Cristo, per grazia a loro attribuita da lui e senza
la quale non si ottiene beatitudine). Dunque ogni crea-
tura razionale dovette avere la speranza nella sua venuta
cosi come la fede in un solo Dio e la rivelazione della sua
nascita nella carne e dei principi della legge della grazia.
Queste erano le pecore che non appartenevano a « questo
ovile » umano, che « bisogna » che Cristo « conduca »,
e che « dovevano udire la sua voce » ossia l'annuncio del-
la sua venuta e della dottrina evangelica, rivelata vuoi da
Cristo direttamente vuoi attraverso i suoi Apostoli. Da
queste creature e dagli uomini beatificati in cielo si co-
stituisce « un solo ovile e un solo Pastore ».

100. A questa spiegazione, non assurda a mio parere,


dà nuovo vigore quanto da noi riferito più sopra al nu-
mero 77 e ricavato da san Gerolamo, a proposito dell'omi-
ciattolo che chiese a sant'Antonio di « pregare » per sé
e per i suoi simili « il nostro Dio comune, che sappiamo
aver patito in carne umana ». Queste parole indicano in
costoro la nozione della venuta e della morte di Cristo, e
il desiderio di averlo propizio quale Dio, visto che richie-
devano a tale scopo l'intercessione di sant'Antonio.

101. Un ulteriore argomento è quanto il cardinale Ba-


Euseb., De praepar. ronia ricava da Eusebio e Plutarco tra i prodigi accaduti
Evangel., lib. 5, cap.
9; Plutarch., Lib. de all'epoca della morte di Cristo. Narra il Baronia sulla
defect. oracul., apud
Baron., Appa,at. an- scorta delle autorità sopra citate che al tempo dell'impera-
nal., n. 129. tore Tiberio, sotto il quale avvenne la Passione di Cristo,
mentre alcuni navigatori facevano rotta dalla Grecia verso
l'Italia, nei pressi delle isole Echinadi 79 i venti cessarono
e il loro naviglio prese terra. Tutti allora udirono una voce
potente che chiamava: « Tamno! », ossia il nocchiero.

88
Questi rispose: « Eccomi » , e la voce replicò: « Quando
giungerai ad una certa palude, annuncia che ' il grande
Pan è morto ' ». Tamno ubbidì, e tutt'a un tratto si udi-
rono i gemiti e i singhiozzi di molta gente, anzi di una
moltitudine quasi infinita. Non v'è dubbio che fossero de-
moni, ossia angeli corporei o animali razionali, viventi ai
bordi della palude quale elemento acqueo, i quali, all'udi-
re della morte di Cristo Signore, indicato col nome di
<< grande Pan », scoppiarono in lacrime e lamenti. Anche
parecchi ebrei alla vista di Cristo morto « se ne tornarono
battendosi iJ petto » . Luc · , cap · 23 , v · 48 ·

102. Dalle deduzioni sin qui fatte emerge che esisto-


no demoni di tal natura, succubi e incubi, dotati di senso
e soggetti alle passioni sensuali, come è stato provato; la
loro nascita avviene per generazione, e la morte li corrom-
pe; sono capaci di beatitudine e soggetti a dannazione;
per la maggior sottigliezza del loro corpo sono più nobili
dell'uomo; se si congiungono carnalmente con uomini e
donne commettono peccato, e peccato pari a quello com-
messo dall'uomo nel congiungersi con una bestia, essere
più ignobile dell'uomo; perciò non avviene raramente che
questi demoni, dopo aver intrattenuto rapporti, solitamen-
te lunghi, con uomini, puledre e simili, li uccidano. 11
motivo è che, soggetti a peccare, essendo ancora nel loro
viaggio devono anche avere possibilità di pentirsi. Perciò,
come a un uomo che intrattiene un rapporto peccaminoso
con una bestia il confesso re im.pone che la elimini per abo-
lire l'occasione di ricadere nella colpa, così accade che il
demonio, quando finalmente si pente, uccida l'uomo o il
bruto con cui ha una consuetudine peccaminosa; morte
che, inflitta a un uomo, non sarà peccato per il demonio
così come non si imputa a peccato per un uomo la morte
inflitta a una bestia. A motivo infatti della diversità di
essenza fra quel demonio e un uomo, l'uomo starà al de-
monio come all'uomo una bestia.

103. So che molti, e forse moltissimi, al leggere que-


ste parole diranno di me ciò che alcuni filosofi epicurei e
Acto,. cap. 11, v. 1s. stoici dissero di san Paolo, e cioè: « Sembra che annunci
nuove divinità », sommergendo di fischi la dottrina da me
posta. Però saranno tenuti a demolire gli argomenti sopra
esposti e a spiegare chi mai sono questi demoni, vulgo fol-
letti, che mostrano di non temere esorcismi, oggetti sacri,
croce di Cristo; e giustificare gli altri effetti e fenomeni
da loro provocati e da noi riferiti nella nostra esposizione.

104. Le conclusioni raggiunte portano alla soluzione


del problema esposto più sopra ai numeri 30 e 34: cioè
indichiamo in modo risolutivo come mai una donna pos-
sa ingravidarsi ad opera di un demonio incubo. La con-
clusione è che essa rimane pregna del seme dell'incubo,
essere animale e capace di generare, dotato quindi di
proprio seme. In tal modo si giustifica perfettamente la
generazione dei giganti, derivati dall'unione dei Figli di
Dio con le figlie degli uomini. Da questo rapporto nacque-
ro i giganti, simili all'uomo ma fisicamente più grandi e,
in quanto generati da demoni, dotati di grande forza, però
inferiore alla forza e potenza dei demoni. È quanto avvie-
ne anche nei muli, nei ronzini e nei bardotti, che sono
qualcosa di mezzo fra le specie animali da cui provengono
promiscuamente; perciò superano il più basso ma non rag-
giungono il più alto dei loro genitori. Il mulo è superiore
all'asino, ma non uguaglia la perfezione della cavalla, che
sono i suoi due genitori.

Io 5. Conferma questa idea la considerazione che gli


animali generati dal connubio di due specie diverse, a
loro volta non generano ma sono sterili, come si vede nel
caso dei muli e simili. Ora, non si trova scritto che i gi-
ganti abbiano generato altri giganti, bensì che nacquero
dai Figli di Dio, ossia dagli incubi, e dalle figlie degli uo-
mini. A concepirli fu il seme demoniaco miscelato con
quello umano; essi non poterono dunque generare, in
quanto specie intermedia fra il demonio e l'uomo.

106. Forse si obietterà in contrario che è impossibile


la commistione del seme demoniaco, necessariamente finis-
simo di natura, e il seme umano, invece denso; per cui è
anche impossibile che ne consegua la generazione.

107. La mia risposta è questa: come detto sopra al


numero 2, la virtù generativa consiste nello spirito stillante
dal genitore insieme con la materia spumosa e viscosa del
seme. Di conseguenza il seme del demonio, per fine che sia,
è materiale e dunque può benissimo mescolarsi con lo spi-
rito materiale del seme umano e dar luogo alla generazione.

108. Si ribatterà nuovamente contro questa conclu-


sione: se davvero i giganti nacquero da seme di incubi e
da donne, come mai non ne nascono tuttora, visto che esi-
stono donne che hanno rapporti con incubi, come risulta
dalle vicende dei santi Bernardo e Pietro d' Alcantara 80 e
da al tre storie riferite qua e là dagli serittori?

109. La mia risposta è questa: come detto sopra al nu-


mero 87 sulla scorta del Guaccio, tali demoni sono talora
di natura terrestre, talora acquei, talora aerei o ignei, cia-
scuno abitante nel suo proprio elemento. Ora, noi vedia-
mo che gli esseri animali sono tanto più grandi quanto più
grande è l'elemento in cui vivono. Ben lo si vede nei pesci:
fra essi ve ne sono molti minuti, come anche molti sono
fra gli animali terrestri i minutissimi; però, essendo l'ele-
mento acqueo più grande dell'elemento terrestre, siccome
il contenente è sempre più grande del contenuto, i pe-
sci nell'insieme della loro specie superano in mole gli
animali terrestri: chiaramente le balene, le orche, i capo-
dogli o pistrici, i tonni e altri cetacei o vivipari sono as-
sai superiori a qualsiasi animale terrestre. Ora, essendo
i demoni animali, secondo la dimostrazione data più so-
pra,81 saranno più grandi a seconda dell'elemento in cui
abitano per la loro natura; ed essendo l'aria più estesa
dell'acqua, e il fuoco più dell'aria, ne consegue che i de-
moni aerei e ignei supereranno di molto i terrestri e gli
acquei sia in mole fisica sia in attitudini. Il caso degli uc-
celli non vale in contrario. Gli uccelli abitano sl l'aria, più
ampia dell'acqua, senza avere per questo nel complesso

91
della loro specie corporatura maggiore dei pesci e dei qua-
drupedi; però, se pur spaziano a volo per l'aria, in verità
appartengono all'elemento della terra, su cui riposano: al-
trimenti dovremo dire che sono animali aerei anche certi
pesci volanti, come la rondine marina e altri; il che sa-
rebbe erroneo.

I 10. Bisogna considerare tuttavia che dopo il dilu-


vio l'aria più vicina al globo terraqueo divenne, in conse-
guenza dell'umidità delle acque, più densa di quanto
fosse avanti il diluvio. Forse deriva di qui che, a seguito
dell'umidità, principio di corruzione, gli uomini non pro-
lunghino piì1 la loro vita quanto facevano avanti il dilu-
vio. Questo stesso spessore dell'aria fa sl che i demoni
aerei e ignei, più corpulenti degli altri, non riescano a ri-
manere troppo a lungo in quest'aria densa: se talvolta vi
discendono, lo fanno a forza, come a forza discendono in
fondo al mare i palombari. Prima del diluvio dunque,
quando la nostra aria non era cosl densa, i demoni arriva-
vano e si univano alle donne, procreando i giganti, che ga-
reggiavano in vastità di corpi coi demoni loro genitori.
Oggi non è più così. I demoni incubi che avvicinano le
donne sono gli acquei, di piccola mole fisica, per cui ap-
paiono come omiciattoli. Per la loro natura acquea sono
estremamente lascivi, risiedendo la lussuria nell'umidore,
tant'è che Venere nacque dal mare, secondo i poeti, cir--
costanza che i mitologi spiegano con la libidine, derivata
dall'umidità. Orbene, essendo di piccola corporatura i
demoni che oggigiorno ingravidano le donne, i figli che
ne nascono non sono giganteschi, ma di statura normale.

111• Bisogna poi sapere che se i demoni si uniscono


alle donne col loro proprio corpo naturale tale quale, sen-
za metamorfosi o trucco, le donne non li vedono se non
come un'ombra incerta, e al tatto non li sentono se non
molto debolmente, quasi insensibilmente, come sappiamo
dalla donna di cui si è detto sopra al numero 2 8, la quale,
baciata da un incubo, a mala pena ne avvertiva il con-
tatto. Quando invece vogliono rendersi visibili ai loro
amanti e procurare loro piacere nell'accoppiamento, i de-
moni indossano un indumento visibile e rendono il pro-
prio corpo solido. Con quale arte, solo essi lo sanno, la
nostra debole filosofia non sa scoprirlo. Una cosa sola
possiamo sapere, cioè che l'indumento o il corpo del de-
monio non potrebbero risultare di aria solidificata, poiché
dovrebbero essere un prodotto della condensazione del-
1'aria e quindi del freddo. In tal caso il suo corpo sarebbe
al tatto come un pezzo di ghiaccio, e nel congiungersi, al-
tro che dilettare: farebbe piuttosto soffrire le donne, men-
tre avviene proprio il contrario.

112. Data dunque la differenza tra i demoni spirituali,


che si accoppiano con le streghe, e gli incubi, i quali han-
no rapporto con donne che streghe non sono affatto, occor-
re valutare la gravità del crimine in entrambi i casi.

r 13. Il rapporto carnale delle streghe coi demoni,


poiché connesso con l'apostasia della fede, il culto dia-
bolico e molte altre empietà da noi elencate più sopra ai
numeri dal 12 al 24, è il massimo di tutti i peccati pos-
sibili all'uomo; e se si considera l'enormità dell'offesa
commessa contro la religione e implicita nel rapporto col
diavolo, la demanialità risulta senza alcun dubbio il mas-
simo dei crimini carnali. Se tuttavia si considera il pecca-
to carnale in sé, astraendo dalle offese alla religione, la
demanialità si riduce a semplice polluzione. Il motivo, e
motivo più che convincente, è che il diavolo il quale ha
commercio con le streghe è un puro spirito, giunto alla
sua meta e dannato, come abbiamo detto più sopra,82 per
cui nel rapporto con le streghe usa un corpo preso altro-
ve o fabbricato da lui stesso, secondo l'opinione concorde
dei teologi; un corpo quindi che si muove, ma non vive.
Di conseguenza il rapporto consumato con un corpo di tal
fatta, maschile o femminile che sia, è un peccato pari a
quello che si commette nel rapporto con un corpo inani-
mato o un cadavere, ossia semplice mollezza, come ab-
biamo dimostrato altrove. Vero è che, come osservò an- Tract. eo., S Molli-
ties, num. 13.
che il Caetano, questo rapporto può comportare l'obbro- Caiet., ad 2.2, quaest.
154, art. 11. S Ad
tert.

93
brio di altri delitti, secondo il tipo di corpo assunto dal
demonio e il membro usato. Se assume ad esempio il cor-
po di una vergine, una parente o una monaca, il delitto
sarebbe di incesto o sacrilegio; se intervenisse con l'aspet-
to di un animale o nel condotto posteriore, ci sarebbe be-
stialità o sodomia.

114. Nel rapporto con un demonio incubo, ove non


si riscontra alcun elemento anche minimo di offesa alla
religione, difficilmente si può riscontrare qualche motiva-
zione per cui sia un delitto più grave della bestialità e
della sodomia. La maggior gravità della bestialità rispet-
§ BestiaJitas, num. 6. to alla sodomia, secondo quanto indicato più sopra,83 con-
siste nell'avvilimento da parte dell'uomo della propria
specie nell'accoppiamento con un bruto, essere di specie
assai inferiore alla sua. Il rapporto col demonio incubo si
configura invece all'opposto. L'incubo, in quanto spirito
razionale e immortale, è pari all'uomo; in quanto poi al
suo corpo, più nobile e sottile, è più perfetto e ragguarde-
vole dell'uomo. Perciò l'essere umano che si congiunge
con un incubo non avvilisce la propria natura, ma l'esalta.
Per tale considerazione la demanialità non può essere pec-
cato più grave della bestialità.

1I5. Eppure viene generalmente considerata più gra-


ve. Il motivo, secondo me, potrebbe essere questo: il
peccato contro la religione consiste in una forma di co-
municazione col diavolo, esplicita o no, per esempio la
consuetudine o la familiarità col diavolo medesimo, ov-
vero la richiesta del suo aiuto, consiglio o favore, ovvero
la sollecitazione da lui della conoscenza del futuro, di
informazioni su eventi passati, lontani o comunque segreti
eccetera. Così gli uomini o le donne nell'unirsi agli in-
cubi senza sapere che si tratta di animali ma credendo che
siano diavoli, mancano per coscienza erronea,84 e cosl pu-
re di coscienza erronea è il loro peccato nell'unirsi a in-
cubi come se fossero diavoli. Ne consegue che la gravità
del peccato in cui incorrono è pari.

94
Prova della demonialità
I I 6. Per quanto concerne la prova di questo crimine,
occorre distinguere la demanialità eseguita col diavolo da
streghe o fattucchiere, e quella con gli incubi da parte del-
le al tre persone.

117. Nel primo caso, una volta provato il delitto di


pattuizione col diavolo, risulta necessariamente provata di
conseguenza la demanialità stessa. Lo scopo delle streghe
e fattucchiere nei sabba notturni, oltre che nei festini e
balli, è l'infame commercio col demonio; nessun'altra te-
stimonianza può aversi di tale crimine poiché il diavolo,
visibile alle streghe, sfugge alla vista delle altre persone.
Vero è che qualche volta fu notata nelle selve, fra la cam-
pagna o gli sterpeti qualche donna distesa supina per
terra e nuda fino all'ombelico, le gambe divaricate e ri-
tratte nell'atteggiamento dell'atto amoroso e con le mem-
bra in movimento, secondo quanto scrive il Guaccio. Ne Guacc., Compend.
male/., lib. p., cap.
potrebbe nascere un forte sospetto del crimine in parola, 12, v. Sciendum est
saepius, fol. 63.
qualora fosse corredato da altri indizi. A mio avviso, ba-
sterebbe a un giudice la prova di testimonianze sufficienti
per procedere all'accertamento della verità mediante tor-
tura, soprattutto se poco dopo l'atto si fosse visto levarsi
dalla donna un qualche fumo nero e poi alzarsi la donna,
secondo quanto scrive ancora il Guaccio. Si può infatti de-
durre che il fumo o ombra fosse il demonio accoppiato
con la donna: come quando fu vista - frequentemente,
secondo lo stesso Guaccio - una donna giacere con un uo-
mo repentinamente scomparso dopo l'atto amoroso.

I I8. Del resto, per avere la prova conclusiva che


una persona sia un mago o una strega viene richiesta la
sua confessione. Infatti non se ne può avere alcun testi-
mone, se non vi siano per caso altri maghi che depongano
in giudizio a carico dei complici; essendo però colleghi nel
delitto, la loro parola non è conclusiva e non basta per
procedere alla tortura in assenza di altri indizi, quale ad
esempio il sigillo diabolico impresso sul corpo, secondo

95
quanto detto sopra al numero 2 3, e se una perquisizione
eseguita in casa loro porti alla scoperta di segni e stru-
menti dell'arte diabolica, quali ossa di morti, soprattutto
un cranio e trecce di capelli artefatte, nodi di piume ag-
grovigliati, ali o piedi o ossicini di pipistrelli, rospi o ser-
penti, semi di specie ignote, figure di cera, vasetti colmi di
polveri sconosciute, di olio o di unguenti mai visti ecce-
tera. È ciò che trovano abitualmente i giudici quando, ri-
cevuta un'accusa contro queste streghe, procedono all'ar-
resto e a una visita domiciliare, secondo che scrive il
Delben., De oflic. s.
Inquis., par. 2, sub
Delbene. 85
206, nu. 7.
I 19. Quanto alla prova del rapporto con un incubo,
la difficoltà non è minore. Gli incubi e gli altri diavoli non
sono meno abili, quando vogliono, nel sottrarsi alla vista
degli estranei, manifestandosi solo alla propria amante.
Ciò nonostante è accaduto non di rado di scorgere in-
cubi impegnati nell'atto carnale con donne sotto varie
fogge. In un certo monastero di monache, del quale taccio
il nome, come anche taccio il nome della città, per non rin-
verdire il ricordo dell'antico scandalo, viveva una monaca
in dissidio con una consorella della cella accanto alla sua
per futili motivi, com'è abitudine delle donne, soprattutto
suore. Quest'altra, lesta a osservare ogni minimo gesto
dell'avversaria, notò che durante le giornate estive essa
non passeggiava subito dopo il pranzo nel giardino insie-
me alle consorelle, ma si appartava e andava a rinchiudersi
in cella a doppia mandata. Incuriosita, la fine osservatrice
cominciò a indagare cosa facesse l'altra in quel tempo. Si
ritirò anche lei nella propria cella, e cominciò a udire un
bisbiglio come di due persone che discorrono fra loro:
ascolto facile, poiché un'unica, semplice e sottile parete
separava le due celle; e poi subito risuonare degli schioc-
chi, lo scuotimento di un letto, bramiti e sospiri, come di
due che si accoppiano. La sua curiosità crebbe ancora; ap-
postata ancora più attentamente, cercò di sapere chi stava
nella cella vicina. Per tre volte non riuscì a scorgere nes-
suno che uscisse di là, tranne la suora sua nemica a cui
la cella apparteneva; sospettò allora che vi avesse introdot-
to di nascosto e vi trattenesse un uomo, e comunicò il
sospetto alla badessa. Questa si consultò con le sue consi-
gliere e volle asco! tare i rumori e osservare gli indizi rife-
ri ti dall'accusatrice, per non compiere passi precipitosi e
sconsiderati. Ed ecco la badessa con le consigliere radu-
narsi nell'osserva torio, dove udirono i cigolii e gridi rife-
ri ti dalla delatrice. Un'indagine esperita fra le monache
mostrò che nessuna di loro poteva essere chiusa nella cella
con quell'altra. La badessa e le consigliere si presenta-
rono alla porta, chiusa, e la badessa bussò invano più e
più volte, senza ricevere risposta né ottenere che la suora
aprisse; minacciò di far abbattere l'uscio e fece iniziare
l'operazione da una conversa con l'aiuto di una leva. Al-
lora la monacella aprl la porta, e fu eseguita una perquisi-
zione senza trovare nessuno nella stanza. Chiesto alla
suora con chi conversava, come mai il letto cigolasse e ri-
suonassero sospiri eccetera eccetera, negò tutto. Non per
questo cessò il tramestio, e la suora nemica raddoppiò la
sua sorveglianza e le sue indagini, praticando un foro ne-
gli assi del soffitto, per poter sogguardare nella cella con-
tigua. Vide allora un giovane elegante coricato con la suo-
ra, e riuscì a farlo vedere nello stesso modo anche dalle
altre suore. L'accusa fu portata innanzi al vescovo. La suo-
ra continuò a negare tutto, ma poi, atterrita dalla minaccia
della tortura, finì per confessare di aver avuto rapporti
con un incubo.

120. In presenza dunque d'indizi simili a quelli del-


la storia or ora riferita, si può, dopo rigorosa inchiesta,
istituire un'accusa; ma in assenza di confessione da parte
del reo non si deve considerare il delitto come pienamen-
te provato, anche nel caso che il rapporto sia stato con-
statato da testimoni oculari, poiché talvolta accade che il
diavolo, per infamare un innocente, simuli il rapporto con
qualche artificio fantastico. Perciò in questi casi il giudice
ecclesiastico deve credere soltanto ai propri occhi.

97
Pene
121. Quanto alle pene per la demonialità, con tutto
il mio scartabellare non ho trovato alcuna legge né civile
né canonica che ne sancisca contro questo crimine. Tutta-
via è un delitto che presuppone un patto e un'associa-
zione col demonio, l'apostasia dalla fede, e poi venefici e
un numero quasi infinito di altri misfatti, compiuti dalle
fattucchiere; perciò fuori d'Italia è punito regolarmente
con l'impiccagione e il rogo. In Italia invece accade molto
raramente che questi malfattori vengano consegnati dagli
inquisitori al braccio secolare. Il delitto di superstizione
sarà però trattato da noi in altro punto,86 e là rimandiamo
il lettore.

98
Note
1 Juan Caramuel de Loblokowitz (1606-82), monaco cistercense, erudi-
to e teologo spagnolo, professore a Lovanio e vescovo a Vigevano. Di cen-
tinaia di sue opere in ogni campo del sapere eccelse la Theologia moralis
Fu scrittore eclettico, e definito « il principe dei lassisti».
2 Tomaso de Vio da Gaeta (1468-1533), maestro generale dei Domenica-
ni e cardinale, commentatore principe della Summa di Tommaso. Dopo dì
lui, Francesco Silvestro (1474-1528), ferrarese, teologo scolastico e generale
dei Domenicani. Martino Bonacina milanese, morto nel 1631, oblato, teologo
1norale probabilista (Theologia moralis).
3 Cfr. numero 5.
4 Rinvio al paragrafo 10, sulla Mollezza, di questo stesso titolo IV del
De delictis et poenis. Cosl ancora al numero 113.
5 Isidoro (Ethymologiae 8. 103, da Agostino, De civitate Dei 15. 23)
cita tra le favolose divinità adorate dai pagani e definisce « gli Incubi,
così detti perché incombono, cioè stuprano. Vi sono spesso, infatti, dei de-
moni, i quali infastidiscono le donne e attuano l'accoppiamento con esse>'>.
Il succubo, all'opposto, è chi nell'atto venereo « si pone sotto» ad un
altro o ad un'altra.
6 Vincenzo Figliucci (1566-1622), gesuita senese, docente di Teologia
morale al Collegio romano; probabilista, è una delle fonti polemiche e dei
bersagli di Pascal nelle Provinciali. Luis Crespi de Valdaura y Borja (1607-
1663), teologo oratoriano spagnolo, autore del Propugnaculum theologicum
e di Quaestiones selectae morales contro alcune dottrine di J. Caramuel.
7 Cfr. numero 24.
8 Cfr. numero 8.
9 Cfr. numero 7.
10 Francesco Maria Guazzo, oscuro frate milanese della Congregazione
di Sant'Ambrogio ad Nemus, autore di un esteso e documentatissimo Com-
pendium maleficarum, pubblicato a Milano in prima edizione nel 1606 (trad.
inglese a cura di M. Sommers e E. A. Ashwin, Londra 1929, rist. an. New
York 1970). Il Sinistrari si vale ampiamente, anche in forma diretta, di
questa summa della stregoneria seicentesca.
11 Medaglioni di cera distribuiti ai fedeli a Pasqua, con l'immagine
dell'Agnello, simbolo di Cristo, figure di santi e stemma pontificio.
12 Cfr. numero 22.
13 Si trova in Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana 4. 25. Il Sini-
strari lo ricava dalle Antiquae lectiones (Venezia 1516, Ginevra 1624) del-
l'umanista Lodovico Ricchier da Rovigo (Caelius Rhodiginus).
14 Hector Boece (ca. 1465-ca. 1536), cronista e umanista scozzese, auto-
re di una Scotorum historia, di modello liviano a esaltazione della sua gente.
15 Così nel testo.
16 Il Sinistrari vi insegnò dal 1663.

IOI
17 Francescano, defunto a Pavia nel r494.
18 Tomas Malvenda (1566-1628), teologo domenicano, collaboratore
della Congregazione dell'Indice, esegeta della Sacra Scrittura e autore di un
De Antichristo in undici libri (Roma 1604).
19 Francisco Vallés (1524-92), fisico spagnolo (« el divino Vallés ») me-
dico di camera di Filippo II e protomedico di tutti i regni e signorie di Ca-
stiglia, commentatore di antiche opere di medicina.
20 Per Romolo e Remo dr. Livio, 1. 4: « Una vestale, violentata, par-
torl due gemelli e, o perché ne fosse convinta o perché era più onorevole
attribuire la colpa a un dio, fa di Marte il padre di quella prole indefi-
nibile»; e Plutarco, Romolo 2. 4-6; Parallelo fra Teseo e Romolo 4. 1.
Scrvio Tullio sarebbe nato da una matrona latina o da un'ancella della
moglie di Tarquinio, e da una divinità apparsale in un sacrario (cfr. Dionigi
d'Alicarnasso 4. 2; Plinio, Naturalis historia 36. 204). Diogene Laerzio
narra (3. 2) che il padre di Platone fu scoraggiato dall'atteggiamento della
giovane Perictione e, dissuaso in sogno da Apollo dal farle violenza, desi-
stette, e cosl nacque il suo figliolo; esplicita Gerolamo, Adversus I ovinianum
1. 42: « Si racconta che la madre di Platone soggiacque al fantasma di
Apollo, e il principe della filosofia, si pensava, non poteva nascere che dal
parto di una vergine ». Vari prodigi e la vista di un serpente al fianco di
sua moglie convinsero Filippo, prima della nascita di Alessandro, che essa
giacesse con una divinità; più tardi il dio Ammone dichiarò Alessandro
figlio di Giove (Plutarco, Alessandro 2. 2-4, 27. 3-6; Curzio Rufo, 4. 25-
28). Di Seleuco re di Siria si diceva fosse vero padre Apollo, secondo Giu-
stino, 15. 4 (dr. Appiano, 11. 56). Di Scipione Africano si divulgavano
notizie sulla nascita analoghe a quelle di Alessandro Magno, secondo Livio,
26. 19. 5-7 e altri storici citati da Gellio, 6. 1. 1-5. Cosl pure per Augusto,
secondo notizie raccolte da Svetonio, Divus Augustus 94. 4; e per Aristo-
mene, eroe della libertà dei Messeni nel VI secolo, Pausania, 4. 14. 7 sg.
La storia di Merlino nato da un incubo e da una nobile britanna è rife-
rita dal Boezio, Scotorum historia 8; il Sinistrari (e il Malvenda sua fonte)
citano la Chronica di Giovanni Nauclero, umanista tedesco, 2. 15 (Colonia
I 544, fol. 516).
21 Johann Dobneck (r479-1552, Cochlaeus dal nome latino della città
natale, Wendelstein in Baviera) fu il più vivace polemista cattolico contro
Lutero, di cui scrisse una fondamentale biografia, Commentaria de actis
et scriptis Martini Lutheri, facendolo nascere da un demonio, come ricorda
il Malvenda, De Antichristo 2. 6.
22 Michael Ettmi.iller (1648-83), famoso botanico, chimico, chirurgo e
anatomista di Lipsia, autore di numerose opere teoretiche e pratiche.
23 Cfr. numero 30.
24 Un pentametro proverbiale in latino, Magnus Alexander corpore
parvus erat.
25 Cfr. numero 30.
26 Cornelius Cornelissen van der Steen (latinamente a Lapide, 1567-
1637 ), gesuita olandese, famoso soprattutto per il suo immenso commentario
all'Antico e al Nuovo Testamento.
27 Francesco Giorgio, Veneto dal luogo di nascita (1460-r540), france-
scano, cabalista, filosofo neoplatonico.
28 Giuseppe Flavio, storico ebraico del I secolo d. C., e Filone Ebreo,
filosofo e teologo di poco anteriore. Giustino, Clemente e Tertulliano sono
fra i primi scrittori cristiani.
29 Cfr. numeri ro4 sg.
30 Cfr. numero 24.

102
31 Publio Iuvenzio Celso, giurista fra il I e n secolo d. C.
32 Il quarto Concilio Lateranense si tenne sotto Innocenzo III nel 1215.
33 Teologo francescano di origine irlandese ( 1610-96), sostenitore di
Duns Scoto (Scotus defensus et ampliphicatus, Colonia 1664).
34 Il settimo concilio, secondo di Nicea, tenuto nel 787.
35 Arcivescovo di Tessalonica fra il VI e il VII secolo, oratore e autore
di omelie a noi giunte quasi tutte frammentarie. Per il passo qui citato
cfr. G. D. Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, XIII,
Firenze 1767, col. 636.
36 Salmi 103. 4.
37 I neoplatonici. Cfr. già al numero 32.
38 In Italia il primo microscopio ( « occhialino ») fu costruito da Galileo
nel 1624; il vocabolo fu introdotto dall'Algarotti.
39 La scoperta e il termine chimico ' fosforo ' risalgono agli anni del
Sinistrati (1669); significa ' apportatore di luce' e fu cosi detto perché
ossidandosi nell'aria ingiallisce ed emette una debole luce.
40 La circolazione del sangue fu scoperta e annunciata da Thomas
Harvey nel 1616.
41 I vasi chiliferi, scoperti dall'Aselli nel 1622 e da lui denominati,
per l'umore biancastro che contengono, venae lacteae (De lactibus sive
lecteis venis, Milano 1627).
42 Liquido idroalcoolico contenuto nel vino e prodotto nella distilla-
zione con alambicco; contiene prodotti volatili e alcool etilico.
43 Nato a Rouen nel 1645, morto a Parigi nel 1715, dunque stretto
contemporaneo del Sinistrati, Nicolas Lémery fu chimico e botanico reale,
farmacista, analista di acque minerali, autore di trattati scientifici.
44 Nell'elenco delle obiezioni il manoscritto Ambrosiano qui perde
il filo e ripete, con effetti anche successivi, il quarto punto (dr. numero 51)
anziché passare al quinto. Non cosl il manoscritto Casanatense, e le tradu-
zioni di Liseux e Summers. Cfr. Nota al testo.
45 Naturalis historia 7. 153.
46 6. 28. 3.
47 Filosofo scolastico (Doctor venerandus) del secolo XIII, nativo di
Liegi, professore a Parigi, tomista, autore di un gruppo di 15 celebri
Quodlibeta.
48 Piuttosto «Distributore», da daiomai. Ma Macrobio, Saturnalia 1.
2 3. 7: daémones, id est scientes futuri; Isidoro, Et,,mologiae 8. r 1. I 5:
peritos ac rerum scios. Praesciunt enim futura multa; Marziano Capella 2.
154: hos omnes [ Genios] Graeci dainzonas dicunt apò toù dai,nonas einai.
49 Terminologie greche. Cfr. Marziano Capella, 2. 163: Manes igitur
bic tam boni quam truces sunt constituti, quos agatoùs et kakoùs daimonas
memorat Graia discretio.
so Numeri 66 sg.
51 Amantes amentes, espressione proverbiale, dai comici ad Apuleio:
cfr. A. Otto, Sprichworter und sp,ichwortliche Redensarten der Romer,
Lipsia 1890, rist. an. Hildesheim 1962, s. v. amans.
52 Theodor Pelten ( r 511-84), gesuita tedesco, teologo e commentatore
biblico. Peter Tyraeus (1532-91), gesuita tedesco di Neuss, autore di un
trattato De terrificationibus nocturnis, Colonia 1604.
53 Nel linguaggio cristiano in via vale 'pellegrinante' in questa vita,
vivente, opposto a in patria, giunto alla naturale destinazione dell'uomo,
in cielo. Cfr. numero 61.
54 Ad Apuleio fu attribuita falsamente una piccola raccolta di ricette
vegetali dal titolo De herbarum medicaminibus o virtutibus, in realtà del

103
IV secolo. Dioscoride, medico e farmacologo greco nel I secolo d. C., scrisse
un trattato Sui semplici.
55 Secondo la classificazione della medicina antica, abbondante di uno
dei quattro umori fondamentali del corpo umano (sangue, bile, atrabile e
flegma), proveniente dal cervello. Temperamento abulico, lento, scarsamen-
te nervoso ed emotivo.
56 67 e 90.
57 I. 14.
58 Cfr. numero 69.
59 Cfr. numero 76, all'inizio.
60 Solo iniziando l'operazione. Cfr. numero 69.
61 Galeno fu medico a Roma nel II secolo d. C., Eliano un naturalista
di poco posteriore, compilatore di varie opere più curiose che erudite.
62 Il Sinistrari torna al discorso iniziato nel numero 64; cfr. anche
numero 73.
63 Paolo di Tebe fra il III e IV secolo avviò il monachesimo negli ere-
mitaggi del deserto egizio. La Vita Pauli di san Gerolamo è l'unica, forte
testimonianza su di lui. Accanto a Paolo si pone Antonio abate, anacoreta
egli pure in Egitto nel medesimo periodo e ancora più celebre per le espe-
rienze e tentazioni demoniache a cui fu sottoposto, narrate nella sua Vita
scritta da sant'Atanasio e ispiratrici poi di un tenace culto popolare e di
capolavori pittorici sparsi nei secoli.
64 Nel 494. Il capitolo « Sancta Romana ... » è il terzo; il paragrafo
« Item vitas patrum ... » appartiene al quarto.
65 Il 17 gennaio.
66 Georg Bauer (1494-1555), medico e metallurgista tedesco; stabilitosi
a Chemnitz, coltivò la sua professione, gli studi e le esperienze nelle mi-
niere di Fugger. Oltre al fondamentale trattato De re metallica, compose
un De animanti bus subterraneis, uscito postumo a Basilea.
67 Lufs de Molina (1535-1600), teologo di grande fama soprattutto per
la sua dottrina sul libero arbitrio dell'uomo di fronte alla grazia e alla
predestinazione divina.
68 Hugo di St-Cher, cardinale e teologo domenicano della prima metà
del XIII secolo, importante glossatore della Bibbia.
69 Giuseppe Flavio (I secolo d. C.), sacerdote, uomo politico e storico
ebraico, autore in greco delle Antichità giudaiche, una storia degli Ebrei a
partire dalla Creazione (per il passo cui qui si allude dr. 3. 6. 26-32).
°
7 Cfr. Esodo 13. 22, 17. 6; Numeri 11. 31-34; per la manna, Esodo,
cap. 16.
71 Giovanni I. 3.
72 Francisco de Toledo, nato a Cordova nel 1532, morto a Roma nel
I 596, cardinale, teologo gesuita, studioso di Aristotele e san Tommaso,
commentatore biblico.
73 Il mago babilonese Balaam, chiamato in soccorso dal re di Moab,
Balac, contro gli Israeliti, profetò invece la loro grandezza e in particolare
l'avvento di un Messia (dr. Numeri 24. 17). Ermes Trismegisto è la versio-
ne greca del dio egizio Toth il Sommo, a cui vennero attribuiti alcuni trat-
tati magico-religiosi di avanzata età imperiale, con tendenze profetiche e
gnostiche e facili accostamenti al cristianesimo. Istaspe, o Idaspe, fu antico
re dei Medi, che in un celebre sogno ebbe la visione della futura gran-
dezza e caduta del popolo e dell'impero romano. Notissime le profezie cri-
stiane attribuite alle Sibille. Per Lattanzio, vedi Divinae institutiones 1
(e non 2). 6; dr. anche 4. 6, 7. 15.
74 È l'apparato al I volume (Roma 1588) dei grandi Annales ecclesia-

104
stici di Cesare Baronio, che rinvia (p. 445) a Lattanzio, Divinae institutiones,
loc. cit.
75 Africano (467-533), vescovo di Ruspe, autore di trattati antiariani
e di sette sermoni. La citazione del Sinistrari in Sermones 4. 3.
76 Marfa Corone!, di Agreda (1602-65), francescana scalza, celebre mi-
stica spagnola, autrice di una vasta Mistica ciudad de Dios, 6 historia de
la Reina de los Angeles.
77 Niceforo Callisto Xantopulo visse tra il XIII e il XIV secolo e scrisse
una Storia ecclesiastica dalle origini al secolo VI; il Sinistrari si serve, nel
suo latino, della versione che dell'epigramma Il riferito al libro I, cap. 17
diedero i Maurini (cfr. Patrologia Graeca 145, col. 683a). Suda è il nome
di un noto lessico bizantino. Giorgio Cedreno (sec. XI-XII) scrisse anch'egli
una Storia ecclesiastica dalla creazione del mondo ai suoi tempi.
78 Cfr. numero 82.
79 Piccole isole (Curzolari) dello Ionio di fronte alle coste greche.
80 San Bernardo di Clairvaux (1090-115 3), famoso cistercense, e il
francescano spagnolo san Pietro di Alcantara (1499-1562). Per il primo
vedi ad es. in Acta Sanctorum, Augustus, 4, De sancta Bernardo, cap. XXII,
p. 153; per il secondo, ivi, Octobris 8, De vita sancti Petri de Alcantara,
I. 1, cap. 79, p. 715.
81 Cfr. numero 64.
82 Cfr. numero 67.
83 Il Sinistrari allude al capitolo precedente (12. 5 sg.) del suo De
delictis et poenis, dedicato alla Bestialità, ove fra l'altro (numero 6) scrive:
lnmanissimi huius [ se. bestialitatis] sceleris gravitas [ ... ] patet ex hoc,
quod per hoc vitium cadit homo a sua dignitate, dum cum bestia longe ipso
inferiori, copulatur.
84 « Si ha la coscienza erronea quando, da falsi principi tuttavia rite-
nuti veri dal soggetto, o applicando non rettamente principi veri, si di-
chiara lecita o illecita un'azione concreta che realmente non è tale [ ... ] .
La coscienza erronea può essere incolpevole o colpevole, secondo che il
soggetto nel giudicare abbia usato o meno la debita diligenza » (Enciclo-
pedia cattolica, vol. IV, Firenze s. d. [ma 1950], s. v. coscienza, col. 679).
85 Tommaso Delbene, teatino nel secolo XVII, membro dell'Inquisizione
e autore di trattati giuridici ed ereticali.
86 Non risulta nel catalogo del De delictis et poenis.

105
Nota al testo

L'opera di Ludovico Maria Sinistrari Daemonialitas expensa ci è


giunta (vedi anche Introduzione, pp. 16-18) attraverso:
- un manoscritto conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Mi-
lano fra le carte adunate dal nipote Lazaro Agostino Cotta (Miscel-
lanea Novarese, SQ II, 3, foll. 131-.51), manoscritto assai ordinato
e redatto certamente negli ultimissimi anni del Seicento (in fronte-
spizio risulta il 1699: cfr. sopra, p. 17) in chiara scrittura;
- un manoscritto (M 4853) della Biblioteca Casanatense di Roma,
pure di origine conventuale secondo il frontespizio, su centotrenta
piccoli fogli di elegante ma non accurata seri ttura settecentesca;
- il testo a sta,mpa prodotto da I. Liseux (Paris 1875) da un ma-
noscritto a suo dire rinvenuto a Londra e molto vicino all'autore,
comunque con correzioni di suo pugno.
· Il raffronto fra i tre testimoni convince facilmente della supe-
riorità dell'Ambrosiano (che chiameremo A) sul Casanatense (C) e
su quello del Liseux (L).
A è l'unico a fornire il completo apparato delle citazioni e rife-
rin1enti nelle note secondo il costume dell'autore verificabile nell'edi-
zione a stampa del De delictis et poenis; è, per le parti comuni, di
gran lunga il più vicino e consenziente con questa redazione defini-
tiva, mentre è molto frequente il consenso degli altri due testimoni
fra loro;
. . in numerosi punti mostra un'assai superiore intelligenza e
prec1s1one.
Ci limiteremo a riferire alcuni casi significativi e una campiona-
tura di raffronto sistematico.
Solo A offre all'inizio il Sommario; L ha solo quello della « Pro-
batio »; C omette sempre la numerazione dei paragrafi (una altera-
zione nella medesima numerazione si ha in L rispetto ad A ai nu-
meri 54-66, 88-102 e 110-16, dove L riprende da r). N. 30 in fine
perditissimo CL praeditissimo A (lect. diff.) - N. .54 (55 L) ac
tartareis particulis separantur L, che rende la traduzione impossi-
bile - N. 57 (58) non oh eorum corpoream suhtilitatem L tum oh
eorum corpoream suhtilitatem AC (cfr. Aug., Div. daem. 3.7 [PL
40.584] daemonum ea est natura, ut corporis sensu [ ... ]. Accessit
etiam etc.; Id., Lih. de spir. et an. 28 [PL 40.799] daemones et acri-
monia sensus [ ... ]. Accessit autem etc.) - N. 69 fumo iecoris piscis

107
incensi CL fumo iecoris piscis incenso A (lect. diff.) - N. 72 interdiu
noctuque om. L coniecturae vim addidit CL coniecturae vi addidit
A (lect. diff.) - N. 78 Accedit quod [ ... ] vitas Patrum IJ. Dist. A
Addit fol. 2r.25 [?] CL - N. 79 ad non nzetuendas A ad metuendas
CL - N. 83 monstrum raro contingens CL monstrum, sed raro con-
tingens A (lect. ·diff.) - N. 88 (89) Epist. I IJ ad Hebridium C Epi-
stola I I 5 ad H ebridium L (e nelle trad. di L. e Summers) E pist.
I IJ ad Nebridium A - Et lib. 3 de Trinit. [ ... ] subditum gerant om.
L - N. 97 (98) trad. di Cedr. dai Maurini ( = Migne, PG 145. 683a),
v. 3 tacitis CL tacitus A.
Viceversa in A la nota 69 al n. 48 è omessa, e supplita da C;
al n. 54 non è stato cancellato sunt in qui allegati sunt erant; al n.
59 in longe tenuia essent A tenuia è da ritenere un'aplografia per
tenuiora CL; al n. 97 A pone una virgola errata (om. CL) fra Mer-
curio e Trismegisto. Ma la svista più vistosa è quella al n. 56 (57)
(cfr. nota al luogo), ove viene ripetuta Quarta interrogatio dopo la 4a
del n. 51 e si continua con Quinta per Sexta al n. 58 (59) e Sexta
per Septima al n. 60 (61).
Ed ecco l'apparato completo delle varianti nelle tre lezioni mss
e nel testo a stampa del De delictis et poenis (D) per i primi 27 nu-
meri, comuni a tutt'e quattro, senza tener conto di minori varianti
ortografiche, della punteggiatura e dei riferimenti a nota, dove, come
s'è detto, la completezza ed esattezza di A sono chiaramente supe-
riori a C e L (e dove ·tuttavia per la presente edizione si è introdotto
un po' più di ordine).
1 Vocabulum Daemonialitatis ALD Vocabulun1 daemonialitas C
Omnes enim Theologi ALD Omnes Theologi C intellexerit ALD
intellexit C mollities, prout diximus supra, § Mollities num.
[9 A 13 D] AD mollities, prout diximus supra, § Mollities CL -
3 prout opinatus AD ut opinatus CL prout optime AD ut optime
CL - 4 generationi involvit AD generationi contrariam involvit CL
cum cadavere tum brutali, tum humano AD cum brutali cadavere,
vel humano CL differet A differt CLD iuxta communem ACD
iuxta communem sententiam L - 5 constituens species ALD consti-
tuens speciem C inter se specie differunt ALD inter se differunt
C cum illis AD cum aliis CL - 7 aperiendam AD aperiendum
CL concubitus cum daemone ALD concubitus C contra religio-
nem. Contra. Peccatum AD contra religionem. Peccatum CL - 8 cum
cane, aut asina, aut equa etc. AD cum cane, et asina, aut equa C
rum cane, aut asina, aut equa L prout scribit AD ut scribit CL in
genere vitii ALD in genere vitiis C - 9 est, necessarium est AD est,
est necessarium CL sive Stryges AD seu Stryges CL - ro et haec
est sententia [ ... ] Catholicorum ALD et haec sententia [ ... ] Catho-
licorum est C allatis, relatis AD allatis et relatis CL afficere AD
efficere CL - 1 1 ho mini AD hominibus CL f actas collegi t AD
factas quas collegit CL - 13 eis AD illis CL - 16 sibi praestant
AD eique praestant CL - 17 seu foeminas AD et foen1inas CL -
18 ei fuit ALD sibi fuit C - 21 supra num. 16 A supra CL supra

108
num. 16 D loc. cit: fol. 39 AD loc. cit. CL - 23 simile vestigio
leporis AD simile leporis CL locis corporis ACD locis corporeis
L in mammis ALD in mammillis C at sanctorum ALD ac sancto-
rum C singulis illorum ALD singulis eorum C - 24 alterius hominis
maris ACD alterius maris L daemon tunc se transformat AD dae-
mon se transformat CL semen prolectum ALD semen proiectum
C - 2 5 tum incubus tum succubus ALD tum inrubis tum succubis
C maleficia etc. (guae a sagis, et malefìcis, prout supra dictum est,
praetendit) recipit AD maleficia, guae a sagis, et maleficis, ut supra
dictum est, praetendit, et recipit C maleficia, quae a Sagis et Ma-
leficis, ut supra dictum est, praetendit, recipit L multoties ACL
multocies D Empusam AD Compusam CL prout narrat AD ut
narrat CL gratissima omnium AD omnium gratissima CL Et quod
supremum [ ... ] enecabat AD om. CL - 26 coitum admittant AD
coitum admittunt CL avers-entur AD adversentur CL - 27 guod mi-
rum et pene incapibile est AD quod mirum est et pene incapibile
CL Folet ACD Follets [corr. ?] L ad exorcismos pavent ACD
exorcismos pavent L imaginum ad os obsessi, rugiunt AD imaginum
ad os obsessi rugiunt C imaginum, ad os obsessi rugiunt L ut dictum
est, demonstrant AD ut dictum est, ostendunt CL Huius rei [ ... ]
describo om. D re vera A re ipsa CL.
Perciò si è fondata su A la presente traduzione.
c. c.

109
Finito di stampare il I 8 aprile I 986
presso la tipografia Luxograph
di Palermo
La diagonale

1 Gilbert Keith Chesterton. Il bello del brutto


2 Luciano Canfora. La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni
Gentile
3 Ludovico Antonio Muratori. Il cristianesimo felice nelle mis-
sioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai
4 Charles-Joseph de Ligne. I giardini di Beloeil
5 Francis Scott Fitzgerald. La crociera del Rottame Vagante
6 Gesualdo Bufalino. Cere perse
7 Mary McCarthy. Il romanzo e le idee
8 Simone Candela. I Florio
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