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CORRIERE DELLA SERA

STORIA
UNIVERSALE

VOLUME 28

IL MONDO ISLAMICO

CORRI ERE D ELLA SERA


STORIA UNIVERSALE
Volume28

© 2004 , RCS Quotidiani Spa, Milano


Edizione speciale per il Corriere della Sera
pubblicata su licenza della Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Pier Giovanni Doni ni


Il mondo islamico. Breve storia dal Cinquecento a oggi
© 2003, Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

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Art: Marco Pennisi & C.
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Le Grandi Opere del Corriere della Sera


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l

Tutti i diritti di copyright sono riservati


IL MONDO ISLAMICO

PIER GIOVANNI OON!Nl


[L MONDO ISLAMICO
PRESENTAZIONE

di SERGIO NOJA NOSEDA

Accingersi a spiegare che cos 'è l1slàm è voler tentare la quadra­


tura del cerchio. Ciononostante non può mancare lo sforzo per cer­
car di capire un fenomeno colossale che è possibile immaginare co­
me un parallelepipedo di millecinquecento anni di storia moltipli­
cati per un miliardo e mezzo di persone, una massa costantemente
in movimento come le rappresentazioni fantasiose del magma al
centro del nostro globo.
Questo fenomeno quasi fisico è basato su due sole colonne: un
libro sacro, il Corano, e la sottomissione assoluta al Dio unico. In
questa originale versione del rapporto tra l'uomo e Iddio, il Corano
è il terzo dei libri che compongono la Rivelazione. È questa un flus­
so che interviene nella storia del mondo in tre momenti, con tre li­
bri consegnati a tre profeti: l'Antico Testamento dato a Mosè, il
Nuovo Testamento dato a Gesù e il Corano, dato a Maometto, che
ne è il completamento. Per la verità della Rivelazione v'è anche un
pollone ottocentesco detto Bahai, che possiede un quarto libro dai
suoifedeli considerato di valore universale. Ma questo movimento,
ancorché nato nell'Islàm, si pone decisamentefuori di esso.
Questa continuità ha in sé degli aspetti particolari perché i pri­
mi due libri, così come li abbiamo oggi tra le nostre mani, sono per
l1slàm testi corretti, e quindi corrotti, ad opera sia degli ebrei che
dei cristiani. Su questo punto non si può dare del tutto torto ai
grandi spiriti del primo Islàm che affermarono ciò, poiché queste
idee circolavano dai tempi più antichi in Oriente legate alle pole­
miche tra i samaritani, gli ebrei rabbaniti ed altri ancora e alle di­
scussioni sulla canonicità o meno dei Vangeli apocrifi.
VIII Presentazione

In questa sede può essere utile alla sua comprensione non tanto
riscrivere ciò che è comunemente noto dell'Islàm - la sua origine e
le sue pratiche religiose, tutte notizie abbondantemente fornite da
ogni enciclopedia - quanto, forse, riflettere sulla traduzione cor­
rente di alcune parole.
Islàm indica la sottomissione incondizionata, cieca, alla volontà
d 1ddio, non la rassegnazionefiduciosa, per la quale è usato un al­
tro vocabolo, così come la parola salàm vuol dire 'pace celeste' e non
la pace militare (anche in questo caso esiste un altro vocabolo) e nep­
pure la 'pace in terra ' del cristianesimo. Basti pensare che il noto sa­
luto 'la pace sia con te ' non può - secondo i loro canoni - giammai
essere l 'augurio di un musulmano a un non musulmano.
Nell'lslàm classico i Dottori della Legge (oggi gli Stati che si mo­
dernizzano tendono a regolare per legge tutta la materia di queste no­
mine e di queste cariche) sono tali non in virtù di diplomi scolastici
o di nomina governativa, ma perché l'opinione pubblica, capitana­
ta dai Dottori più anziani, li ha riconosciuti come tali in base agli
studi da loro notoriamentefatti, agli insegnamenti tenuti quasi a ti­
tolo personale, agli scritti composti. In modo identico dovrebbefun­
zionare così lafigura dell 'Imàm, che è solo un musulmano esperto
nel rito, persona che può anche esser scelta sul momento. Purtroppo
nella nostra realtà quotidiana si è sviluppata un 'anomalia, quella
degli Imàm autoriferentisi '. Molti musulmani si nominano Imàm
da soli e la costante ignoranza in materia, sia dei nostri immigrati
sia deipolitici ed amministratori italiani, fa sì che siano presi in con­
siderazione quali autorità religiose.
Un 'ultima osservazione generale: la consapevolezza per i mu­
sulmani della propria superiorità nei confronti di chi non lo è. La
distinzione che l1slàm usa nel diritto musulmano tra i seguaci d 'u­
na delle religioni che Maometto considerò rivelate da Iddio (cri­
stiani, ebrei e samaritani) - i cosiddetti 'popoli del libro '- e i poli­
teisti, vuol dire per i primi tolleranza invece che morte ma essen­
zialmente, anche nella viva coscienza popolare di tutti i tempi, una
condizione di inferiorità morale e giuridica rispetto ai musulmani.
Sono radicale nell1slàm fin dai tempi classici le disposizioni ri­
guardanti il colore del copricapo per distinguere i credenti dai non
Presentazione IX

credenti - blu per i cristiani, giallo per gli ebrei, rosso per i samari­
tani - così come l'obbligo di una fascia alla vita dello stesso colore
o la proibizione di andare a cavallo: un insieme di ricordi che portò
con sé Cirillo e trasmise alfratello Metodio al ritorno nel 651 dalla
missione presso gli Arabi per conto dell'imperatore di Bisanzio. Ma
non si creda siano queste disposizioni abrogate. Tuttora, ed è faci­
le osservar/o conoscendo il retroscena, i musulmani pii o puritani
non portano sui loro camicioni la cravatta perché questa sarebbe, a
loro avviso, la trasformazione moderna dellafascia colorata che de­
ve distinguere gli infedeli dai musulmani in terra d 1slàm.
Ed è proprio nei nostri giorni che si può ben dire quanto l'Islàm
rientri pienamente nell'interrogativo centrale che si è posto all'inizio
del XXI secolo, ovvero se la parte del mondo non occidentalizzata
avrebbe accettato ed assorbito gradualmente il processo di occidenta­
lizzazione o se avrebbe reagito ad esso con una crisi di rigetto. Verso
la prima direzione spingono le forze unificatrici dell'economia di
mercato e della tecnologia, verso la seconda ifattori etnico-religiosi,
cui la fine delle ideologie ha dato una rilevanza inedita. L'area in
cui ciò è già visibilmente in atto è quella islamica. La comparsa e la
rapida diffusione delfondamentalismo musulmano (il terrorismo è
un mostro diverso che non appartiene solo all1slàm) è ilfenomeno
nuovo che pone all'Occidente la sfida più aspra e le difficoltà mag­
giori sul piano internazionale, ma anche più gravi sono i problemi
che esso sta costruendo in seno allo stesso Islàm, ai governi arabi <<lai­
ci» come l'Egitto e l'Algeria. Ilfondamentalismo ha allargato ilfos­
sato tra le élite e la classe media -le quali ambedue aspirano alla oc­
cidentalizzazione - e le masse su cui l'estremismo religioso esercita
un 'indubbia presa. Il quadro è certamente più complicato e tortuo­
so, ma il tema centrale è semplice: è lo scontro tra le forze della mo­
dernizzazione e quelle della tradizione. Negli Scritti e discorsi del­
l'ayatollah Khomeini alla domanda su che cosa si intenda per pro­
gresso, ecco la sua risposta: «Èforse mandando in parlamento quat­
tro donne che si conseg;ue il progresso?»; parole che a loro modo ri­
suonano come in un gigantesco antifonario, un 'apertura a quelle
di un altro ascoltatissimo personaggio, Mekarem Siriizì, il quale, co­
struendo un intelligente parallelo con il mondo vegetale, faceva no-
x Presentazione

tare che, come nella natura il principio di giustizia rispetta la strut­


tura di ogni singola speciefacendola nascere nel luogo più adatto al­
la sua evoluzione, così «nella società umana» è assegnato alla don­
na il ruolo che la sua specifica «Struttura corporea e spirituale» le
consente. Ecco che egli dice: «La donna è una creatura delicata in­
capace di sostenere il peso di gravose incombenze sociali, ma possie­
de un mondo di preparazione nel dovere prezioso di madre».
A una buona parte di noi è noto che molti, molti anni fa una
moneta e, dicono, la malizia di chi la presentava, fecero nascere la
più chefamosa frase «Rendete dunque a Cesare quello che è di Ce­
sare e a Dio quello che è di Dio», una frase che ha avuto una in­
discussa fortuna nel mondo cristiano, alla quale viene, con una
certa regolarità, contrapposta nell'ecumene islamica: «L'Islàm è
din (ovvero 'religione ') edawlah ( ovvero 'Stato ')».
La differenza sta nel fatto che la prima è in un testo fonda­
mentale ed autoritativo, ovviamente per chi a questo testo si riferi­
sce per la sua fede, mentre la seconda non si ritrova in alcun con­
testo che abbia un 'identica importanza per l1slàm. In una civiltà,
più che una religione, come quest 'ultima la quale pone i suoi fon­
damenti nei testi scritti, la differenza non è poca.
Su questa 'base-non base' v 'è la convinzione diffusa che sembra
diventata un assioma: poiché l1slàm non opera una netta distin­
zione tra fede e politica, nei paesi musulmani non arriverà mai la
democrazia. Come tutte le opinioni che diventano un luogo comu­
ne, la tesi viene ripetuta quasi meccanicamente, senza provar mai
a verificare l 'effettiva fondatezza sulla quale sembra basarsi.
In verità, al contrario di quanto si pensa in Occidente in modo
diffuso, l 'Islàm è profondamente democratico - basti pensare alla
tradizionale elezione senza schede né urne di cui sopra dei suoi Dot­
tori e dei suoi Imàm - ma è profondamente restio ad interessarsi di
politica ove per 'politica' s 'intenda 'come' ci si debba affidare a
qualcuno affinché costituisca dei governi <<la cui giusta autorità
deriva dal consenso dei governati». Più che affermare che al mon­
do islamico questa materia <<sfugge» affermerei <<non interessa». Al­
l1slàm interessa una sola categoria: <<praticare l1slàm», alla qua­
le si può aggiungere: <ifarlo praticare» agli altri musulmani!
Presentazione XI

Ma molto è in movimento e non contano più i dettagli delle en­


ciclopedie, che ci hanno sempre presentato un mondo irrigidito co­
me in verità non è mai stato. Se è vero che, all'interno di questo
mondo per noi così interessante ed oggi così vicino, si sta aprendo
una spaccatura tra l'Islàm e l'islamismo, intendendo 'grosso modo '
per quest 'ultimo ilfondamentalismo accompagnato dal terrorismo,
di certo la leva per aumentare questa spaccatura è la tendenza
odierna al villaggio globale e Internet.
Dato per irreversibile Internet, ove esso si posa? Si posa sulla ba­
se strutturale dei locali pubblici quali i caffè che sono sempre stati
una grande base di intrattenimento sociale nei paesi arabo-musul­
mani. E gli Internet café crescono di numero e si affiancano, a vol­
te superando/i per trasversalità, agli storici caffè.
Anche per questo - ma c'è chi dice anche solo per questo - In­
ternet deve essere considerato come l'inizio di una nuovafase di svi­
luppo nel mondo arabo-islamico, anche se la moralità del nuovo
mezzo di comunicazione è una delle maggiori preoccupazioni della
popolazione araba e musulmana, e indubbiamente di più, delle lo­
ro espressioni governative o religioso-educative.
E apparso sulla scena, con la silenziosa rivoluzione odierna che
ha un fondato parallelo nel nostro mondo con l'invenzione della
stampa, una nuova figura: il 'lettore '. In Europa dopo Gutenberg
il singolo andò per la prima volta direttamente in contatto con il te­
sto e lo lesse silenziosamente. Attraverso il mondo stampato la sco­
perta della scrittura venne portata alle estreme conseguenze. A Lu­
tero bisogna dar credito di essere stato il primo a percepire l'impor­
tanza di questo cambiamento: egli rimpiazzò le tradizioni, le inter­
pretazioni preparate dalla Chiesa cattolica, con l'accesso diretto ai
testi sacri, «che doveva poter leggere anche un ciabattino>> . Il letto­
re venne in diretto contatto con Dio attraverso il Libro; leggere in
silenzio diventò una nuova preghiera.
Oggi, per i musulmani, Internet, le pagine web, la e-mail e i
processi chat co.stituiscono un foro di di.scussione per punti impor­
tanti della loro fede. La lettura del testo coranico, dei suoi com­
mentari e supercommentari diventa di giorno in giorno alla porta­
ta di centinaia di milioni di giovani, i quali non devono più ri-
XII Presentazione

volgersi solo ai Dottori per sciogliere un quesito. Al di là del conti­


nuo aumentare delle ricerche via Internet e delfare uso dei testi di­
sponibili, l'aspetto più significativo che possiamo notare nel mon­
do musulmano è il grande uso delle chat lines, del tipo 'tu do­
mandi, l 1slàm risponde '.
Non credo ci sia aria di Lutero e posso aggiungere che difficil­
mente potrebbe avere un significato nell1slàm un Quod vobis est
papa, nobis est Serip tura mancando, per ora, una qualsiasi con­
trapposizioneformale tra 'voi ' e 'noi '. Questa eventuale contrappo­
sizione apparterrebbe a un passato recentissimo e non avrebbe nien­
te da spartire con Lorenzo Valla ed Erasmo.
È un movimento che, ancorché contestato da immancabili pau­
re e timori, continuo a dichiarare inarrestabile. Un sistema che sa­
prà apertamente procedere, a mio parere, a irrobustire quella demo­
crazia senza schede né urne così connaturata nell1slàm, un siste­
ma che saprà eleggere, guardando nei monitor, chi è il migliore.
Non è difficile pensare che coloro che appartengono all1slàm, pro­
prio le multitudini che sanno eleggere guardandosi nel viso chi de­
ve dirigere la preghiera, affidandogli quell'incarico, sapranno ben
scegliere, trovato il mezzo idoneo, i migliori tra essi per vederli loro
governanti.
Questo mutamento nel rapporto con il testo sacro e le lotte inter­
ne su base etnica, sconosciute all1slàm del millennio trascorso, è il
drammatico sintomo di una crisi epocale che attraversa il mondo
musulmano. Con il dovuto rispetto per Huntington e il suo Clash
of Civilizations, è un madornale errore vedere un Islàm forte al­
l'attacco del mondo occidentale. Ciò che a noi sembra un attacco so­
no solo i bagliori e le scintille - ed ecco riapparire la visione inizia­
le del magma al centro del nostro globo - di una gigantesca entità
che scoppiettando si contorce nella sua crisi interiore e che, pur­
troppo, lancia al di fuori di sé, in modo intermittente e senza rego­
le, spaventose scariche di lapilli che ci colpiscono.
INDICE DEL VOLUME

Introduzione 3

I. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo 19


l . Panorama generale, p . 19
La situazione al momento della conquista di Bisanzio, p. 19- Sul ver­
sante europeo, p.29- L'impero ottomano in Anatolia , nei Balcani e
in Mrica, p.30- Le province arabe dell'impero ottomano, p. 45- I
khanati eredi dell'Orda d'Oro: Kazan' , Astrakhan e Krim , p. 49- Il
Marocco, p. 54

2. Sul versante africano, p. 58


Il Sahel e il <<Bilad al-Sudan•• , p.59- Gli insediamenti islamici costie­
ri , p.64

3. Sul versante asiatico, p. 68


La Persia safavide, p.68 - Gli Uzbeki, p. 78- Babur in India.Dal sul­
tanato lodi all'impero moghul, p. 82- L'Islàm centroasiatico e la Ci­
na ,p.87

4. Le periferie del mondo islamico, p. 90


Mercanti, pastori e missionari , p. 90- Centri di diffusione: Arabia me­
ridionale e India , p . 94 - Imperi mercantili e colonie: Benadir , Ma­
lacca, Indie orientali, Filippine, p. 95 - I musulmani della Cina in­
terna , p.100

Il. Evoluzioni e dinamiche 1 03


l. L'espansione ottomana nei Balcani, p. 104
2. L'espansione ottomana verso l'Oceano Indiano, p. 117
3. Gli Ottomani nella politica europea, p. 123
4. Le capitolazioni e l'inizio della supremazia economica
europea, p. 129
XIV Indice del volume

5. L'espansione russa verso il Mar Nero e il Caspio, p. 135


6. Fratture interne: le guerre ottomano-persiane, p. 140
7. Fratture interne: Mghani, Persiani e Moghul, p. 147
8. Dalla <<Reconquista» all'espansione coloniale iberica, p. 153
9. Rivalità imperiali europee, p. 161
lO. L'espansione del Marocco in Mrica occidentale, p. 171
l l. Espansione e declino dell'impero moghul, p. 175
12. Mercanti musulmani e islamizzazione in Asia, p. 185
13. Espansione musulmana in Mrica, p. 190

III. I musulmani nell'età dell'imperialismo 195


l. La conquista, p. 195
Le premesse della conquista, p . 195 - Superiorità economica , tecno­
logica , militare, p.197- La ricerca della superiorità morale: pirati,
schiavi , minoranze , p. 204- Dalle Crociate alla colonizzazione, p. 214
-Fasi e cause del declino ottomano, p. 217 Sultano e califfo , p. 230
-

-La penetrazione europea nella Persia post-safavide, p.235- La fine


dell'impero moghul e la penetrazione britannica, p. 240

2. Conquiste, p. 244
Napoleone in Egitto: trauma reale e simbolico, p.247- La coloniz­
zazione europea in Africa e in Asia, p. 251- Tentativi di riscossa: rifor­
mare lo Stato, p. 263- Tentativi di riscossa: islamizzare la modernità ,
p. 271-Tentativi di riscossa: modernizzare l'Islàm, p. 276

3. Liberazione?, p. 284
Il secolo delle guerre mondiali.Gli Usa, p.286- La decolonizzazio­
ne e i suoi limiti , p. 300- Conflitto economico o culturale?, p.307-
Rinascita e militanza islamica , p. 314

Conclusione 323

APPARATI

Glossario 329

Bibliografia 337
Indice del volume xv

Cronologia 347

Indice dei nomi di persone, dinastie e confraternite 357

Indice dei luoghi, tribù, clan, popolazioni 365

Indice degli autori citati 377

Referenzefotografiche 379
IL MONDO ISLAMICO
AVVERTENZA Per agevolare la lettura, anche in considerazione
della vastità della materia - in cui rientrano regioni e popolazio­
ni che utilizzano alfabeti diversi -, si è deciso di adottare una tra­
slitterazione semplificata, riducendo al minimo i segni diacritici.
Per i toponimi si è seguita in linea di massima la grafia usata dal­
l'enciclopedia Treccani e dai più accreditati atlanti italiani.
INTRODUZIONE

Lewis Carroll ha lasciato un insegnamento prezioso per


chiunque debba descrivere qualcosa; alla sua protagonista,
Alice, che appare riluttante a raccontare la propria storia,
il Re impone: «Comincia dall'inizio; va' avanti fino alla fi­
ne; fermati>> . Ho cercato di rispettare quel lapidario consi­
glio in questo volume, il cui inizio non coincide - come ci
si potrebbe forse aspettare - con la comparsa dell'Islàm nel­
la Penisola Araba. Ogni autore ha le sue preferenze e, per
interesse personale e collocazione universitaria (insegno
storia arabo-islamica in una facoltà di Scienze Politiche, do­
ve ovviamente l'enfasi è sul contemporaneo) , ho sempre
concentrato la mia attenzione sulla parte più recente della
storia dei musulmani. La prima parte di quella storia affa­
scinante è oggetto di altri insegnamenti universitari, e vie­
ne trattata in ottimi libri da specialisti di quel periodo (si ve­
dano i riferimenti in Bibliografia) . Non si può però studia­
re - o insegnare - la storia arabo-islamica del XIX-XX se­
colo senza conoscerne i precedenti per così dire immedia­
ti: ecco perché questo volume porta nel titolo, come punto
di partenza, il Cinquecento.
In un testo di storia europea non sarebbero necessarie
troppe spiegazioni su questo punto, tanto è acquisita l'idea
che i pochi decenni compresi tra la caduta - o conquista, se
guardata dall'altra parte - di Costantinopoli e le date delle
più clamorose scoperte geografiche segnano la transizione
dal Medioevo all'Età moderna; ma sarebbe imprudente ap­
plicare meccanicamente alla storia extraeuropea criteri di
4 Introduzione

periodizzazione che noi diamo ormai per scontati. In una


storia che tratta di musulmani in Mrica e Asia, oltre che in
Europa, è opportuno verificare se abbia un senso la divi­
sione cronologica a cui siamo abituati.
Alle questioni di periodizzazione in senso stretto sarà de­
dicata qualche parola un po' più avanti: qui basterà osser­
vare che la seconda parte della storia dei musulmani, quel­
la che arriva ai nostri giorni, si potrebbe sintetizzare nel
confronto tra due cartine schematiche.
La prima mostra la diffusione attuale dei musulmani nel
mondo, la seconda quella dei cristiani. Lasciando da parte
per ora qualche questione di una certa importanza (queste
mappe sono attendibili? come si misura la qualità di cri­
stiano o di musulmano?) e accontentandosi di una prima
approssimazione, si rimane colpiti dalla constatazione che,
salvo eccezioni da considerare tra un attimo, la prima è la
mappa dei paesi che hanno subìto una dominazione colo­
niale, la seconda è quella dei paesi che l'hanno esercitata.
L'eccezione più notevole è rappresentata dalle Americhe,
dove la presenza dei musulmani nelle ex-colonie britanni­
che, francesi, spagnole, portoghesi, olandesi, e così via, è in
sostanza trascurabile.
A parte questo caso, la presenza dei musulmani è massic­
cia nell'Mrica settentrionale - in tutti i paesi arabi o consi­
derati tali in quanto membri della Lega degli Stati Arabi -
riducendosi man mano che ci si addentra nella parte sub­
sahariana del continente. Altrettanto massiccia è quella
presenza in Asia, lungo una fascia che dai paesi arabi e dal­
la Turchia si spinge, attraverso l'Iran, l'Asia centrale e il sub­
continente indiano, fino alla Malesia, all'Indonesia e alle
Filippine.
Ciò che accomuna tutti i paesi musulmani compresi in
queste vaste aree è un passato coloniale, il fatto di aver subì­
to, direttamente o indirettamente, una qualche forma di do­
minazione europea. L'espansione coloniale del nostro con­
tinente è l'esperienza più importante, decisiva e - per le sue
Introduzione 5

vittime- ancora bruciante dell'ultimo mezzo millennio. Sui


circa duecento paesi formalmente indipendenti del nostro
pianeta, tutti quelli dell' Mrica, tutti quelli delle Americhe,
tutti quelli dell'Australia e Oceania e la maggior parte di
quelli dell'Asia sono stati, tra il XVI e il XX secolo, per pe­
riodi più o meno lunghi, possedimenti coloniali di paesi eu­
ropei. Durante questo medesimo mezzo millennio, nessun
paese europeo (fatta eccezione per i Balcani e qualche ter­
ritorio dell'impero russo) è stato occupato o dominato da
potenze extraeuropee. L'enorme prevalenza della domina­
zione europea su territori extraeuropei, rispetto alle limita­
te manifestazioni del fenomeno specularmente opposto, e
lo stretto rapporto fra storia dei musulmani e storia dell'e­
spansione coloniale europea, bastano a giustificare la scelta
del periodo indicato all'inizio - il mezzo secolo che va dalla
conquista ottomana di Costantinopoli all'inizio convenzio­
nale dell'era delle grandi scoperte geografiche- come pun­
to di partenza della storia raccontata in questo volume.
Sottolineare il nesso tra scoperte geografiche, conquiste
coloniali europee, e storia dei paesi abitati da musulmani
comporta il rischio di presentare questi ultimi come impe­
gnati in un gioco di rimessa, in cui tutto avviene come con­
seguenza di imprese europee, o come reazione a tali inizia­
tive. Sarebbe questa una visione molto eurocentrica, vittima
di quella deformazione che ha indotto qualche illustre stu­
dioso a occuparsi, ad esempio, degli Ottomani in quanto
minaccia per l'Europa, disinteressandosi invece di quanto
accadeva lungo il loro orizzonte più lontano dal nostro: se
per noi sono importanti in quanto sono arrivati due volte
fino alle mura di Vienna, è giusto ricordare che l 'Europa
non era tutto per gli Ottomani, che il loro impero aveva
rapporti - conflittuali e non- con un mondo di cui noi era­
vamo soltanto una parte. La stessa cosa vale - mutatis mu­
tandis - per le altre dinastie e realtà politiche dei paesi mu­
sulmani. Occorre in generale tener conto dei processi au­
tonomi che hanno spinto i musulmani a prendere l'inizia-
6 Introduzione

GHANA
ANGOLA/
NAMIBIAi
Numero di musulmani per 100 abitanti OCEANO
ATLANTICO
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D 3o meno

Fig. l . Diffusione attuale dei musulmani nel mondo.


Introduzione 7

OCEANO
PACIFICO

ZAMBIA
OCEANO
INDIANO
8 Introduzione

GABON /
CONGO
ANGOLA/
NAMIBI
Numero di cristiani per 100 abitanti OCEANO
ATLANTICO
85

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E':! 10
D 3o meno

Fig. 2. Diffusione attuale dei cristiani nel mondo.


Introduzione 9

OCEANO
PACIFICO

OCEANO
INDIANO
AEP.
SUDAFAICANA
10 Introduzione

tiva, lungi dal giocare di rimessa, anche dopo i secoli d'oro


dell'espansione iniziale della loro civiltà: e in questo conte­
sto gli Ottomani sono soltanto l'esempio più vistoso.
Il riferimento alle scoperte geografiche richiama un'altra
precisazione di natura metodologica: si dà spesso per acqui­
sito che tra questa fase importante della storia europea e la
dominazione coloniale esista un nesso diretto di causa e ef­
fetto. Non si può negare che la circumnavigazione dell'Mri­
ca da parte dei metodici navigatori portoghesi abbia porta­
to alla distruzione di quei rapporti commerciali che, fino al­
l'inizio del XVI secolo, avevano determinato la prosperità
dei mercanti del Mediterraneo orientale, veneziani, siriani o
egiziani che fossero, ma è forse più interessante chiedersi
perché mai quelle imprese le abbiano compiute navigatori
europei, e non arabi o magari ottomani. Più che causa dell'i­
nizio della supremazia europea, le grandi scoperte geografi­
che sono conseguenza e sintomo di un processo di lunga du­
rata: il crescente divario tra le culture sviluppatesi a nord e a
sud del Mediterraneo. Si dice che Colombo abbia scoperto
l'America per sbaglio, cercando altro; ma certamente non
per sbaglio partì, qualunque fosse la sua destinazione. Né
per sbaglio o per caso navi portoghesi venivano mandate
ogni anno a esplorare le coste del Marocco, e poi del Sene­
gal, e poi del Golfo di Guinea, fino a doppiare il Capo di
Buona Speranza per affacciarsi finalmente nell'Oceano In­
diano. Si dice talvolta che l'espansione iberica verso sud, ver­
so ovest, verso est non sia altro che una continuazione natu­
rale della Reconquista: come se, inseguendo i morosfino all'e­
stremo limite dell'Andalusia, i cristiani non fossero riusciti a
trattenere i propri destrieri sulle rive dello Stretto di Gibil­
terra, come se fosse naturale inseguirli per mare fino al Bra­
sile o alle Filippine.
Alla base di quelle imprese ci sono da una parte esigen­
.z� militari legate all'edificazione di uno Stato nazionale da
piane dei re cattolici, dall'altra interessi economici. Né le
·,caravelle di Colombo, né le flotte di Enrico il Navigatore
Introduzione 11

salpavano per dare la caccia ai musulmani: cercavano buoni


investimenti per i capitali dei loro armatori, gente che - a
Lisbona come a Barcellona, a Genova come a Marsiglia -
proprio in quegli anni aveva bisogno di nuovi sbocchi, in so­
stituzione dei traffici con il Mar Nero e il Levante mediter­
raneo, da poco turbati se non sconvolti e ridotti a zero in
seguito all'espansione ottomana dall'Anatolia verso i Bal­
cani, che nel 1 33 1 raggiunge Scutari, nei pressi di Costan­
tinopoli. In questa circostanza, come in molte altre, ci fu­
rono europei che seppero trarre profitto da una disgrazia
considerata epocale quale la perdita di Costantinopoli. Pro­
prio a una specie di soprassalto culturale, di reazione al
crollo definitivo dell'impero di Bisanzio, si può far risalire
l'impulso che ha consolidato la rivoluzione rinascimentale
in Italia e in Europa, con tutto ciò che ne è seguito sul pia­
no della ricerca scientifica e dello sviluppo di una cultura
umanistica. È vero che la caduta di Bisanzio fu interpretata
da molti come un segno di collera divina che li spinse a rin­
chiudersi nella fede; ma, per i molti altri che ebbero una
reazione opposta, di tipo laico, e attribuirono la sconfitta
alla superiorità militare, tecnica e organizzativa degli Ot­
tomani, essa fu di stimolo a contare sulle proprie forze, e a
perfezionarle.
C'era dunque in Europa una convergenza di interessi
mercantili e dinastici, culturali e materiali, che spingeva in
direzione di una sistematica ricerca nei campi dell'astrono­
mia e della cartografia, premessa dei grandi viaggi di esplo­
razione. Non c'era invece una spinta paragonabile nel mon­
do dei musulmani più strettamente in contatto con l'Euro­
pa: i mercanti e gli armatori nordafricani non avevano alcun
bisogno di prendere in considerazione, ad esempio, la cir­
cumnavigazione dell'Africa visto che, per loro, il collega­
mento tra l'Oceano Indiano e il Mediterraneo era assicura­
to - a costi inferiori- tramite il Mar Rosso e l'Egitto. La sem­
plice curiosità scientifica, si potrebbe obiettare, avrebbe do­
vuto spingerli a esplorare l'Atlantico: ma la pura curiosità
12 Introduzione

scientifica, senza il sostegno degli interessi economici o stra­


tegici, non ha portato l'umanità né al Nuovo Mondo, né sul­
la Luna, né a dominare l'energia nucleare. Di questo pos­
siamo trovare conferma in un esempio significativo non lon­
tano da casa nostra: nella Grecia classica si costruivano gi�
cattoli mossi dal vapore, ma non si tentava nemmeno di ap­
plicare a macchine <<serie>> i principi fisici che facevano fun­
zionare quei trastulli, perché la fatica degli schiavi rendeva
superflua la sostituzione del lavoro meccanico a quello uma­
no. Per i musulmani dell'Occidente mediterraneo, anal�
gamente, l'Oceano Atlantico ha continuato ad essere il
<<Mar delle Tenebre>> , da affrontare soltanto in circostanze
eccezionali, quando ce n 'era proprio bisogno: come nel IX
secolo, ad esempio, quando il califfato omayyade di Spagna
vi mandava squadre navali a tener d'occhio i pirati norman­
ni. O più tardi, quando certi awenturieri di Lisbona, dopo
aver navigato per molti giorni <<verso ovest e verso sud>> , si ar­
ricchirono con il commercio delle Canarie che avevano ca­
sualmente scoperto, senza però versare alcun contributo al
patrimonio comune delle conoscenze geografiche dei mu­
sulmani. Se ne rammaricherà, nel 1656, lo studioso ottoma­
no Katib Celebi, ricordando come, proprio dedicandosi al­
lo studio sistematico della cartografia, i pagani avevano se�
perto il Nuovo Mondo e invaso il mercato indiano1•
La caduta- o conquista- di Bisanzio, insieme con l 'ini­
zio delle grandi scoperte geografiche, può dunque giustifi­
catamente segnare, anche per la storia dei musulmani, la
cesura tra due epoche: a patto di tener presente che, per
noi, la separazione è tra un periodo di stasi e uno di espan­
sione, tra i cosiddetti secoli bui del Medioevo e quelli lumi­
nosi del Rinascimento: anche se poi, quei secoli, tanto bui
non erano, poiché proprio in quel periodo furono gettate
in Europa le basi economiche, politiche, sociali e culturali
della successiva fioritura. Nella storia generale dei popoli
musulmani, al contrario, l 'inizio del XVI secolo lascia già al­
le proprie spalle i tempi migliori, anche se a noi, concen-
Introduzione 13

trando l'attenzione sulla storia ottomana, può sembrare


che l 'inizio del declino- collocabile convenzionalmente in
corrispondenza del secondo, fallito, assedio di Vienna del
1 683 - sia ancora lontano nel futuro. Concentrare l'atten­
zione sulla storia ottomana è, per noi europei, abbastanza
comprensibile: è quello «l'Islàm>> con cui abbiamo avuto
più strettamente a che fare durante l'ultimo mezzo millen­
nio, sono «turchi>> i musulmani che più ci hanno dato filo
da torcere. Per quanto comprensibile, si tratta però di un
errore di prospettiva dovuto a un naturale eurocentrismo;
e sarebbe opportuno tenerlo a mente. Prima di tutto, ricor­
dando che «l'Islàm» non è qualcosa di monolitico o, tanto
meno, qualcosa che si possa identificare, sia pure per qual­
che secolo, con l'impero ottomano. Non è monolitico- ec­
co perché è appena comparso tra virgolette- sul piano dia­
cronico, perché è il risultato degli apporti delle numerose
culture che lo hanno abbracciato e reso grande dopo gli
Arabi (si può dunque parlare di un Islàm iranico e di un
Islàm turco, di un Islàm africano e di un Islàm centroasia­
tico, di un Islàm subsahariano e di un Islàm indonesiano) ;
e non lo è sul piano sincronico, perché se ne possono pro­
porre- anche ai nostri giorni - le interpretazioni più diver­
se: c'è un Islàm dogmatico e un Islàm tollerante, un Islàm
colto e un Islàm popolare, un Islàm militante e un Islàm per
così dire anagrafico in cui - non diversamente da quanto
accade in qualsiasi altra concezione della vita- ci si ricorda
di essere musulmani soltanto in occasione delle principali
ricorrenze tradizionali.

Per evitare deformazioni eurocentriche sarebbe oppor­


tuno seguire una periodizzazione della storia arabo-islami­
ca il più possibile autonoma rispetto ai nostri schemi men­
tali, e fondata invece sulle vicende interne. La storiografia
arabo-islamica ha, dal canto suo, assegnato di solito im­
portanza forse esagerata a scansioni fondate sull'alternarsi
tra dinastie, sui momenti di passaggio da una serie di ca-
14 Introduzione

liffi a un'altra. Donde contrapposizioni quasi epocali tra


Omayyadi e Abbasidi, tra Abbasidi e Mamelucchi, tra Ma­
melucchi e Ottomani. Per una periodizzazione che non sia
né eurocentrica, né dinasticocentrica, importanza ben
maggiore che al mero succedersi delle dinastie va attribui­
ta agli spostamenti spaziali dei centri del potere. Spostando
la capitale da Medina a Damasco, gli Omayyadi condanna­
no da una parte la culla dell'Islàm a un ruolo marginale, a
un oblio da cui la Penisola Araba è riemersa solo ai nostri
giorni, grazie al petrolio e all'alleanza con gli Stati Uniti
d'America; dall'altra innestano l'ancor esile virgulto del
primo Stato islamico sul tronco plurimillenario delle civiltà
imperiali sviluppatesi tra l'altopiano iranico, la Mesopota­
mia e il Mediterraneo. Nasce così l'impero che, con Wel­
lhausen, giustamente si può chiamare arabo, estendentesi
alla fine del periodo omayyade dai Pirenei fino all'Asia cen­
trale (Wellhausen 1902 ) . Di impero arabo in senso stretto
non si può più parlare con l'awento degli Abbasidi nel 750
e il successivo trasferimento della capitale a Baghdad, indi­
ce di una perdita di potere da parte degli Arabi a vantaggio
della prima componente non araba ad apportare all'Islàm
un contributo profondamente innovativo: quella iranica.
All'iranizzazione dell'Islàm seguì una turchizzazione, che
ebbe effetti di ancor più vasta portata, e proprio la turchiz­
zazione dell'lslàm (o l'islamizzazione dei Turchi) fa sì che
le invasioni mongole non segnino, con la fine degli Abba­
sidi nell 258, anche la fine dell'impero islamico nel Vicino
Oriente. Questo ha ormai ben poco di arabo, nell'articola­
zione del potere e nel peso degli Arabi all'interno di essa e,
con la sconfitta dello Stato egiziano dei Mamelucchi- a lo­
ro volta in gran parte di origine turca -, i Turchi ottomani
eliminano dalla regione anche l'ultimo rivale formalmente
arabo.
I periodi cruciali della storia arabo-islamica, e gli eventi o
le date che li riassumono, differiscono dunque da quelli del­
la nostra tradizione. Le Crociate ebbero importanza tal-
Introduzione 15

mente marginale da essere a malapena awertite alla corte di


Baghdad, mentre le invasioni mongole, marginali per noi
europei, hanno lasciato nel mondo islamico tracce ancora
percepibili nella storia economica e nell'immaginario col­
lettivo. Più che il 1 453, con la caduta di Costantinopoli, per
la storia dei musulmani è memorabile il 1 5 1 7 che segna, con
la sconfitta dei Mamelucchi, l'avvio della conquista di quasi
tutto il litorale mediterraneo meridionale; e anche per
quanto riguarda le vicende che abbiamo in comune, dal lo­
ro punto di vista la prima battaglia del 1 389 al «Campo dei
merli>> (in serbo Kosovo Polje) , che spalancò agli Ottomani
la via verso il cuore dell'Europa, conta più della conquista di
Bisanzio. Mentre l'impero ottomano si impiantava anche in
Europa, altri imperi retti da dinastie musulmane, non meno
importanti del primo per estensione e numero di sudditi, na­
scevano o si consolidavano altrove: in Persia con i Safavidi,
in India con i Moghul; e una costellazione di realtà statuali o
proto-statuali minori li affiancavano dall'Mrica subsaharia­
na all'Asia centrale, dal Corno d'Mrica agli arcipelaghi del­
l'Indonesia e delle Filippine.

Un'altra tappa fondamentale per la periodizzazione sto­


rica europea è, naturalmente, la Rivoluzione francese, che
sulle vicende islamiche ha esercitato solo conseguenze se­
condarie, o geograficamente localizzate; anche se molto in­
chiostro e altrettanta retorica sono stati profusi su uno spe­
cifico effetto di quella Rivoluzione, la spedizione napoleo­
nica in Egitto del 1 798-1 801 , a cui sono stati attribuiti me­
riti pressoché esclusivi quale fattore determinante del co­
siddetto risveglio arabo, considerato magna pars di quello
islamico in generale. A questa visione sostanzialmente co­
loniale, in cui all'uomo bianco spetta l'onore e l'onere di
trascinare verso il progresso i popoli arretrati, si oppongo­
no giustamente i più gelosi custodi del prestigio arabo o
islamico e qualche studioso occidentale capace di ricono­
scere i fattori interni al mondo islamico e distinguerli dalle
16 Introduzione

influenze europee. Il che non significa, come si vedrà, che


siano mancati casi specifici in cui questo o quel pensatore
arabo, persiano, indiano e così via, ha trovato ispirazione
negli scritti di autori europei, magari italiani come Mazzini
o Alfieri.
In qualche ambito geografico, poi, più della Rivoluzione
in quanto tale, ha pesato una conseguenza indiretta, invo­
lontaria e casuale di essa: la notoria spedizione in Egitto,
che finì con l'aprire la strada a Muhammad 'Ali e alla sua
politica modemizzatrice, che fece di quella provincia il pri­
mo centro di potere capace di mettere in discussione l ' e­
gemonia ottomana; oppure il tramonto delle fortune fran­
cesi in Europa, a Waterloo, che consentì in India il trionfo
della politica coloniale britannica.

Molto più della Rivoluzione francese pesano, nella storia


dei musulmani come in quella di tutti i popoli colonizzati,
le due guerre mondiali del XX secolo: la prima perché, con
la spartizione dell' impero ottomano e l 'assegnazione delle
sue principali province arabe alla Francia e alla Gran Breta­
gna sotto forma di mandato internazionale, i vecchi impe­
ri coloniali europei hanno raggiunto la loro massima esten­
sione; la seconda perché, consentendo l'ascesa degli Stati
Uniti al rango di superpotenza, segna l'inizio della fase fi­
nale del declino delle grandi potenze coloniali europee.
D ' altra parte, la prima guerra mondiale ha generato la rivo­
luzione russa che fin dall' inizio si è proposta come model­
lo di decolonizzazione, rivolgendo immediatamente un ce­
lebre appello ai «popoli dell'Oriente>> , da cui trassero inco­
raggiamento i movimenti di liberazione in tutto il mondo
colonizzato. Da allora, man mano che il potere sovietico si
consolidava, l 'appoggio ai popoli colonizzati e ai paesi di re­
cente indipendenza è stato un pilastro della politica estera
dell'Unione Sovietica. Il crollo di quest'ultima non può far
dimenticare in quale misura quasi tutto il XX secolo sia sta­
to segnato dalla contrapposizione fra Usa e Urss, da una ri-
Introduzione 17

valità globale che ha incoraggiato la decolonizzazione: in


maniera diretta, quando il campo del «socialismo reale»
forniva un modello di sviluppo alternativo rispetto a quello
dell' Occidente, corredato di incoraggiamenti e aiuti; e in
maniera indiretta, mediante il processo che ha condotto gli
Stati Uniti prima a indebolire gli imperi coloniali europei,
poi a raccoglierne in forme nuove, e apparentemente me­
no pesanti, l'eredità. Che tutto questo abbia portato a una
decolonizzazione limitata per lo più agli aspetti formali del­
l'indipendenza politica, e non a una vera indipendenza
economica, è questione di indubbio interesse, che non in­
ficia però l'importanza delle due guerre mondiali come ele­
menti di scansione della storia dei musulmani.

Un'ultima considerazione metodologica su cui vale la


pena di soffermarsi riguarda la possibilità di applicare al
mondo islamico certi schemi interpretativi largamente usa­
ti nella storiografia europea. La storia moderna e contem­
poranea del nostro continente è in gran parte storia dello
Stato nazionale, invenzione prettamente nostrana. La sto­
ria dei musulmani è invece soprattutto storia di dinastie e
di imperi: lo Stato nazionale è, per loro, innovazione re­
cente, arrivata insieme con l'espansione coloniale europea,
una specie di regalo preconfezionato «Senza nemmeno le
istruzioni per il fai-da-te» (Lewis 1 998, 75) . Ciò significa, in
particolare, che istituti, concetti o meccanismi acquisiti e
interiorizzati da secoli in Europa (la distinzione tra Stato e
Chiesa; la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giu­
diziario; la dialettica politica fondata sui partiti e sulla lotta
di classe; l'uguaglianza di fronte alla legge indipendente­
mente da sesso, religione e origine etnica; la tutela delle mi­
noranze) , ma solo frettolosamente recepiti o superficial­
mente imitati nel mondo islamico, vanno letti e interpreta­
ti alla luce delle diverse esperienze storiche. Occorre dun­
que non una meccanica trasposizione dei nostri strumenti
interpretativi, ma un continuo sforzo di lettura degli even-
18 Introduzione

ti islamici alla luce della loro storia, delle loro tradizioni, del­
la loro evoluzione politica e sociale.

NOTE

1 EJ2, s.v., Katib Celebi. Forse è que sto il momen to buono per ricordare
c he per <<scoperta•• si intendeva di solito, come è stato ironicamente o sser­
vato, <<la pri ma volta che un uomo bianco, preferibil mente inglese , metteva
piede in qualche luogo» Qones 1984, 124).
CAPITOLO PRIMO

LE TERRE DEI MUSULMANI


ALL'INIZIO DEL XVI SECOLO

l. PANORAMA GENERALE

La situazione al momento della conquista di Bisanzio

Si è già visto come la conquista di Bisanzio, che dal pun­


to di vista dell'Europa cristiana appare come un evento
epocale e quasi incredibilmente traumatico, rivesta impor­
tanza tutto sommato secondaria nella storia degli Ottoma­
ni- dal nome del fondatore della dinastia, 'Uthman (Oth­
man o Osman, m. 1 326) - i quali nell 453 si erano già sal­
damente insediati nei Balcani con una serie di campagne
che avevano lasciato intatta la <<seconda Roma>> , quella ca­
pitale dei Rum, i <<Romani>> , che venne colta come un frut­
to ormai maturo quando il suo potere si era sgretolato, e il
suo impero ridotto a poco più del perimetro delle sue mu­
ra. Ancora minore fu l'importanza dell'evento per il mon­
do musulmano nel suo complesso, in quanto non diretta­
mente coinvolto nelle imprese degli Ottomani che di quel
mondo erano una parte: ragguardevole, ma solo una parte.
Nel 1 453- e nei decenni immediatamente successivi- il
mondo musulmano si estendeva dai bordi più meridionali
della penisola iberica fino agli arcipelaghi dell'Asia sud­
orientale. In Spagna resisteva ancora l'ultimo emirato mu­
sulmano ( per poco: Granada cadrà nel l 492 ) . Nell'attuale
Marocco la dinastia dei Wattasidi regnava su Fez e dintorni,
mentre gran parte del paese era in mano a confraternite di
mistici, e le coste subivano in maniera crescente l'insidia dei
Portoghesi, presenti a Ceuta fin dal l 41 5 . Più a est, gli 'Ab-
20 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

dalwadidi erano insediati a Tlemcen (Tilimsan) , in quella


che oggi è l 'Algeria occidentale, e gli Hafsidi a Tunisi. La Li­
bia, che più delle altre regioni nordafricane aveva subìto le
conseguenze delle invasioni hilaliane dell' XI secolo1, man­
teneva soltanto a Tripoli e nelle altre città fortificate della co­
sta, specialmente in Cirenaica, tracce di società organizzata;
Tripoli dipendeva da Tunisi, contro la cui dominazione gli
abitanti si ribellarono verso il 1 490 e, in seguito a vicende di
non facile interpretazione, finirono col consegnare la città
agli Spagnoli nel 1 51 0 , dopo un sanguinoso assedio (Rossi
1968, 95-96) . L'Egitto dei Mamelucchi, benché in declino e
alla vigilia del crollo definitivo per mano ottomana, era an­
cora, nei primi anni del XVI secolo, una potenza in grado di
sconfiggere in qualche scontro i Portoghesi, da poco appar­
si nell' Oceano Indiano a minacciare i traffici che per secoli
avevano assicurato la prosperità di Alessandria e Venezia. Il
dominio dell'Egitto mamelucco si estendeva anche sulla Si­
ria, mentre le coste della Cilicia erano state conquistate da­
gli Ottomani fin dalla guerra del 1 485-149 1 .
Sulla sponda europea del Mediterraneo erano già in ma­
no ottomana le coste della Tracia e della Morea, conquista­
ta intorno al 1 460, con l'eccezione dei forti di Nauplia, Mo­
don e Coron ancora tenuti da Venezia; la guerra del 1 463-
1 479 costrinse poi la Serenissima a rinunciare a quelle ba­
si, e anche alle proprie piazzeforti in Albania. Nel 1 480 gli
Ottomani, sbarcati a Taranto, sembravano sul punto di con­
quistare l ' Italia: minaccia accantonata soltanto dalla morte
del loro sultano Mehmet II nell'anno successivo.
Con la conquista di Bisanzio, dunque, la potenza ege­
mone del Vicino Oriente, o dell'area gravitante sul Medi­
terraneo, è l 'impero ottomano, ultima incarnazione di una
serie di formazioni statuali di origine turca di cui, risalendo
indietro nel tempo, si può riconoscere l 'antenato nell'im­
pero degli U nni: nella misura in cui sia lecito applicare la
definizione di «impero>> alle <<grandi formazioni necessa­
riamente labili il cui elemento essenziale si trova nelle tribù
l. Panorama generale 21

nomadi» (Cahen 1 969, 282) . Tutt'altro che labile sarà, in­


vece, l'impero fondato dalla dinastia di Othman.
L'elemento nuovo, a cavallo tra il XV e il XVI secolo, è
proprio la nascita di grandi imperi nel nucleo centrale, co­
me viene talvolta definito ( Hodgson 1974, 1 2 ) , delle terre
abitate dai musulmani. Si tratta di centralità non in senso
geografico, giacché gli imperi degli Ottomani, dei Safavidi
in Persia e dei Timuridi in India, sono tutti piuttosto occi­
dentali rispetto all'estensione complessiva di un mondo
islamico esteso dall'Atlantico al Pacifico, bensì in senso sto­
rico-culturale, visto che le tre dinastie citate incarnano le
componenti non arabe più antiche, numerose ed influenti
della storia islamica. Sarebbe forse più giusto parlare di
« nucleo compatto>> , partendo dalla più vistosa caratteristi­
ca della distribuzione attuale dei musulmani del mondo,
che si può immediatamente percepire esaminandone la
rappresentazione cartografica. I musulmani di oggi, la cui
distribuzione geografica è ovviamente legata alle vicende
storiche, sono infatti ripartiti in due grandi insiemi: un nu­
cleo compatto e una serie di frange minori (e, il più delle
volte, relativamente isolate) di comunità musulmane peri­
feriche. Del nucleo compatto fanno parte oggi gli Stati ara­
bi dell'Asia e dell'Africa, dove l'Islàm è nato e si è inizial­
mente affermato, nonché l'Iran e la Turchia, attuali sedi
principali delle popolazioni e delle culture non arabe che
alla diffusione dell'Islàm hanno dato il maggiore contribu­
to. In questo nucleo rientrano anche regioni confinanti
con gli Stati appena citati, in cui la prima espansione isla­
mica fu relativamente facile e rapida, anche se talvolta piut­
tosto superficiale: si tratta di qualche paese non arabo del­
l'Africa ai margini del Sahara, dell'Afghanistan e del Paki­
stan, nonché di alcune repubbliche dell'ex-Unione Sovieti­
ca. L'esistenza di questo nucleo compatto fa sì che un mu­
sulmano possa viaggiare dalla Guinea alla Cina occidenta­
le, da Tangeri a Lahore, da Kazan' a Khartum, percorren­
do esclusivamente territori abitati da massicce maggioran-
22 Capitolo primo. Le terre dei. musulmani all 'inizio del XW secolo

ze di suoi confratelli nella fede. Ciò non gli sarebbe possi­


bile se volesse andare per esempio in Indonesia, il paese nu­
mericamente più importante della frangia musulmana
esterna e dell'intero mondo islamico2• Gli toccherebbe in­
fatti passare per paesi in cui i musulmani sono in minoran­
za: minoranza numericamente e storicamente rilevante co­
me in India, o di formazione più recente come in Birmania.

Tab. l. Presenze musulmane nel mondo (2001; grandezza stimata).

Stato Popolazione totale (in milioni) Di cui musulmani (%)

India 1.025,1 12
Cina 1. 285,0 2-3
Eùopia 64, 5 45-50
Tanzania 36, 0 35
Malesia 23, 76 60, 4
Costa d'Avorio 16,3 27
Russia 144, 7 7,5
Ghana 19,7 30
Stati Uniti d'America 285,9 5
Congo, repubblica democraùca 52, 5 10
Filippine 77, 1 5
Thailandia 63,6 3, 8
Francia 59, 5 3
Germania 82, 1 1, 7
Kenya 31,3 7
Birmania 41,9 4
Sri Lanka 19,1 7
Bosnia 4, 1 40
Gran Bretagna 59, 5 1,6
Bulgaria 7, 9 13
Madagascar 16,4 7
Zambia 10,6 24
Sudafrica 43,8 2
l. Panorama generale 23

Stato Popolazione totale (in milioni) Di cui musulmani (%)

Nepal 23,6 3,8


Liberia 3,1 20
Togo 4,7 12
Italia 57, 5 0, 5
Olanda 15,9 4,4
Repubblica Centroafricana 3,8 15
Singapore 4,1 14
Argentina 37,5 0, 4
Brasile 172,6 0, 4
Belgio 10,3 0,3
Cambogia 13, 4 0,3
Spagna 39, 9 0,3
Canada 31, 0 0,3
Malawi 11,6 20
Australia 23,1 0,2
Mauritius 1,2 16,6
Grecia 10,6 1,3
Ruanda 7,9 1, 9
Mongolia 2,6 0, 1
Burundi 6, 5 lO
Trinidad e Tobago 1,3 5,8
Cipro 0, 8 18
Georgia 5, 2 11
Gibilterra 0,027 6, 9
Macedonia 2, 0 30
Croazia 4, 7 1,2
Etitrea 3,8 70
Slovenia 2,0
Yugoslavia 10,5 19
Zimbabwe 12, 9 l
Danimarca 5,3 2
Congo repubblica 3, 1 2
Israele 6,2 14,6

Fonte: Donini 2002, 40-41.


24 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

Tab. 2. Principali comunità musulmane (grandezza stimata).

Stato Popolazione Proiezione Tasso Percentuale


totale per il2050, di crescita di musulmani
(in milioni) (in milioni) 2000-2005 (%)

Indonesia 214,8 311,3 1,2 88


India 1.025,1 1. 572,1 1, 5 12
Pakistan 145,0 344,2 2, 5 97
Bangladesh 140,4 265,4 2,1 83
Iran 71, 4 121,4 1, 4 89 sciiti,
IO sunniti
Turchia 67,6 98,8 1,3 99, 8
Egitto 69,1 113, 8 1, 7 94
Nigeria 116, 9 278,8 2,6 50
Cina 1. 285,0 1.462, 1 0,7 2-3
Algeria 30, 8 51, 2 1,8 99
Marocco 30,4 50,4 1,8 98,7
Etiopia 64, 5 186, 5 2, 4 45-50
Mghanistan 22, 5 72,3 3,7 84 sunniti ,
15 sciiti
Sudan 31, 8 63,5 2,3 70
Iraq 23,6 53,6 2, 7 97
Arabia Saudita 21,0 59, 7 3,1 100
Uzbekistan 25,3 40, 5 1, 4 88
Siria 16,6 36,3 2,5 74
Tanzania 36, 0 82,7 2,3 35
Malesia 22,6 37,8 1, 7 60, 4

Fonte: Donini2002, 34.

L'esistenza di un nucleo compatto di paesi musulmani,


privo di contatto continuo e diretto- almeno durante una
parte della storia- con quella frangia periferica di comunità
islamiche (vuoi maggioritarie come in Bangladesh, vuoi mi­
noritarie come nelle Filippine) che si estende dal Pacifico fi­
no all'Mrica subsahariana, discende naturalmente dai modi
l. Panorama generale 25

i n cui si è realizzata, fin dai primi secoli, l ' espansione dell' I­


slàm. Questa caratteristica geografica ci ricorda che l'Islàm
si è diffuso in due modi: da una parte mediante la conquista,
l 'occupazione e poi l 'assimilazione ideologico-culturale, e
dall'altra grazie all'opera di mercanti e missionari.
I grandi imperi sono espressione tipica della prima for­
ma di espansione: strutture a base militare, in cui religione,
cultura e attività economica sono plasmate da una robusta
s truttura politica al servizio della dinastia. In forme diverse,
queste caratteristiche si possono riconoscere in primo luo­
go nella storia dei tre imperi, ottomano, safavide e timuri­
de. Nella conquista ottomana dell'Anatolia e dei Balcani,
un posto di notevole importanza spetta ai gazi (forma turca
dell'arabo ghazi, «colui che guida una ghazwa>> ovvero incur­
sione, razzia) , qui intesi come combattenti per la fede, che
andavano a combattere gli infedeli in maniera disordinata
e spontanea, senza aspettare ordini superiori: contribuiro­
no in tal modo alle fortune della dinastia, salvo poi essere
messi da parte, anche con le cattive maniere, quando non
servivano più (Carretto 1 989, 19-23) . I Safavidi <<inventaro­
no>> la Persia sciita senza essere né persiani né - in origine
- sciiti, sfruttando sapientemente il dinamismo militante di
una confraternita di tendenza gazi. Del buon uso della di­
sinvoltura in materia di fede si trova qualche esempio an­
che nella storia timuride: quando Humayun, figlio del fon­
datore della dinastia, Babur, si trovò ad aver bisogno dell'as­
sistenza safavide non esitò a farsi temporaneamente sciita
(Hodgson 1 974, 3 1-32 ) , abbandonando la tradizione sun­
nita che - allora come ora - era nettamente maggioritaria
fra tutti i musulmani.
Lungo le frontiere dei grandi imperi si stavano svilup­
pando, all'inizio del XVI secolo, formazioni minori quali il
khanato uzbeko della Transoxiana, fondato tra il 1 500 e il
1 5 1 0 da Muhammad Shaybani, o sopravvivevano, in via di
disgregazione e conquista da parte russa, i khanati eredi
dell' Orda d'Oro, da Kazan' e Crimea fino alla Cina occi-
26 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

dentale, dove l'Islàm - portato non tanto dagli eserciti ara­


bi che vinsero la battaglia del Talas nel 751 , quanto dai mer­
canti impegnati nei traffici della Via della Seta - era tal­
mente radicato già nel X secolo da fare della regione di Ka­
shgar la prima area di islamizzazione dei Qarakhanidi. In
India i Timuridi venuti dal nord erano alle prese con i sul­
tanati musulmani locali dei Lodi e dei Suri. L'impero ti­
muride finirà con l 'estendersi fino ai confini del subconti­
nente indiano, senza intaccarne il nucleo centrale non isla­
mico dei Rajputi e dei Maratti3. Un'altra regione impervia
alla penetrazione islamica è rappresentata da Birmania e
Thailandia: bisogna spingersi fino alla penisola di Malacca
- attuale Malaysia - e all' isola di Sumatra per trovare inse­
diamenti musulmani degni di nota.
La presenza islamica a est dell'Oceano Indiano è l'esem­
pio più significativo della seconda forma di espansione, quel­
la attuata da mercanti e missionari, qualità spesso riunite in
una sola persona. Le più antiche testimonianze sulla pre­
senza di musulmani nella parte settentrionale di Sumatra ri­
salgono al VII secolo, e non a caso i primi geografi «arabi»
(in realtà per lo più di cultura iranica, come Ibn Khur­
dadhbih) ci hanno lasciato puntuali descrizioni di itinerari
ad uso di mercanti diretti in Cina, dove la presenza di mu­
sulmani è attestata a Canton già verso la metà dell'VIII se­
colo (Donini 199 1 , 5 1 ) . Questa forma di islamizzazione pa­
cifica è tanto più interessante se, come pare, non fu il frutto
di iniziative partite direttamente dai tradizionali centri di
emigrazione situati lungo i bordi della Penisola Araba, vale
a dire Yemen, Hadramaut e Masqat (oggi Oman ) . Da que­
ste regioni di cultura marinara si erano irradiati nel VII e
VIII secolo i fondatori di colonie musulmane oltre il cosid­
detto <<limite continuo dell' Islàm>> , lungo le coste somale del
Benadir, e verso la costa indiana del Gujarat. Da quest'ulti­
ma regione mercanti e navigatori locali islamizzati, che po­
tevano vantare una tradizione preislamica di contatti con
Sumatra e il suo circondario, trapiantarono la loro nuova fe-
l. Panorama generale 27

de al di là dell'Oceano Indiano (Planhol 1968, 352) ; il com­


mercio gujarati con l'Asia sud-orientale sembra aver mante­
nuto la propria importanza fino alla comparsa dei Porto­
ghesi, malgrado la forte incidenza della pirateria documen­
tata lungo quelle coste. Anche per quanto riguarda la costa
est-africana, si tende ormai a ridimensionare il mito dei
commercianti di Shiraz che, secondo una tradizione risalen­
te ai primi resoconti dei geografi arabo-islamici, avrebbero
lasciato un'i:rp.pronta persiana sull'Islàm insediatosi fino a
Zanzibar, Kilwa e oltre: a Sofala una presenza musulmana ri­
sale al X secolo. La presunta cultura shirazi sarebbe dunque
nata, in realtà, nel Benadir, alimentandosi di contributi spe­
cificamente africani (Planhol 1968, 352-354) . Quali che sia­
no i meccanismi esatti di questa diffusione a staffetta, rima­
ne indubbio il forte legame tra espansione islamica e com­
mercio, anche su grandi distanze.
Non si è trattato, però, solo di missionari a tempo par­
ziale, o di mercanti dediti all'islamizzazione durante il loro
tempo libero. L'islamizzazione della Malesia è stata frutto
essenzialmente di un movimento di risveglio religioso di na­
tura mistica, sufi, che percorse tutto il mondo islamico do­
po la catastrofe dell'invasione mongola: questo, secondo le
tradizioni malesi, che presentano i primi missionari musul­
mani non come commercianti, ma come mistici sufi. Que­
sta interpretazione è tuttavia respinta da storici e sociologi
convinti del prevalere delle motivazioni commerciali, i qua­
li si basano sulla constatazione che la bandiera segue soli­
tamente il commercio, e sulla convinzione che la mentalità
umana sia stata sempre e ovunque la stessa.
Presenza di mercanti musulmani e di comunità islami­
che non significa necessariamente esistenza di regni, sulta­
nati o entità politiche di qualsiasi rango definibili come Sta­
ti islamici. Questi hanno fatto la loro comparsa, a est del­
l'Oceano Indiano, in epoca relativamente tarda: il fonda­
tore storico del regno di Malacca, Muhammad Iskandar
Shah, si convertì all'Islàm nel 1414, in seguito a matrimoni
28 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

dinastici che lo avevano legato ai signori di Pasai, nel nord


di Sumatra. Conquistata nel 1 52 1 , questa regione assicurò
ai Portoghesi la possibilità di controllare il commercio at­
traverso lo Stretto di Malacca, inducendo i mercanti mu­
sulmani a preferire lo Stretto della Sonda, a sud di Suma­
tra. La grande isola dell'arcipelago indonesiano vide anche
nascere uno dei più antichi sultanati islamici della regione,
quello di Acheh o A�eh, la cui importanza nel mondo isla­
mico dell'epoca si può valutare considerando che fu meta
della più ambiziosa, ancorché fallita, spedizione navale ot­
tomana, dettata da solidarietà islamica, ma anche da preoc­
cupazione per l'espansione portoghese, che, sotto la guida
di Tristan da Cunha, investì le coste di A�eh nel 1 506. Tra
il XV e il XVII secolo altri sultanati musulmani punteggia­
no le isole dell'arcipelago, in particolare a Giava, Celebes
(dove Makassar divenne - dopo A�eh e Bantam, nell'estre­
mità occidentale di Giava - uno degli Stati più islamici del­
l'Indonesia) e Brunei. Dove non arrivarono le conversioni
di sultani, emiri e notabili, si spinse l'Islàm diffuso da mer­
canti e missionari: eccezion fatta per l'interno delle isole
più impervie quali Brunei e, in misura minore, Celebes, e
per qualche centro di resistenza di tipo culturale quale Ba­
li, all'inizio del XVI secolo la presenza islamica nell'arcipe­
lago indonesiano era ormai rilevante e pervasiva.
Da Brunei o dalle Molucche all'arcipelago delle Filippine
il passo è breve; e, soprattutto nell'isola di Mindanao, la pre­
senza islamica aveva solide basi già prima dell'invasione eu­
ropea. Se è lecito leggere l'espansione coloniale iberica, in
generale, come uno sfrenato inseguimento dei moros ben ol­
tre lo Stretto di Gibilterra, nel caso delle Filippine va sottoli­
neato che il primo manifestarsi dell'Islàm risale alla seconda
metà del XIV secolo, quando l'arcipelago era già al centro di
una fitta rete di rapporti commerciali con Cina, Cambogia,
Annam, Siam, Malacca, Tonchino e Brunei. Il primo predi­
catore musulmano di cui la tradizione serbi notizia sarebbe
un giurista arabo che, sbarcato sull'isola di Simunal a sud di
l. Panorama generale 29

Tawitawi verso il 1 380, riuscì a convertire gli abitanti del luo­


go. Lo seguirono dall'arcipelago indonesiano il ragià Ba­
guinda di Sumatra, e suo genero Abu Bakr diJohore, che ver­
so il 1 475 fondarono nelle isole Sulu (dove già esisteva una
società relativamente evoluta) una dinastia musulmana de­
stinata a mantenersi con alterne vicende fino all'inizio del
XX secolo, regnando su una popolazione costituita dalla me­
scolanza di numerosi elementi indigeni e allogeni (malesi di
Ternate e di Brunei, arabi) . Nella seconda metà del XV seco­
lo l'Islàm si stabiliva anche nella più primitiva Mindanao, sot­
to forma di un sultanato che si estese poi su tutta la parte me­
ridionale dell'isola e sopravvisse fino al 1 9 1 3 (Donini 1 973a) .
In questa descrizione panoramica della presenza dei mu­
sulmani attorno all'inizio del XVI secolo abbiamo visto
comparire più volte i navigatori portoghesi, araldi dello
scontro che finirà col contrapporre, nei secoli successivi,
tutti i musulmani - oltre a meno numerose popolazioni di
non musulmani - all'espansione coloniale europea. E sul
versante europeo è ora di tornare, per cominciare a trac­
ciare in maniera più dettagliata le modalità del conflitto.

Sul versante europeo

I protagonisti che su questo versante fronteggiano l'im­


pero ottomano sono l 'Austria, Venezia, la Francia e il pa­
pato. Awersario principale è l'Austria, la cui capitale ha ere­
ditato dalla perduta o conquistata Bisanzio il ruolo di obiet­
tivo quasi mistico dell'avanzata turca verso Occidente.
Compare in questo contesto la leggenda, quasi un mito fon­
datore dello Stato ottomano, della «Mela d'oro>> o Kiz.i"l el­
ma, secondo cui il sultano era destinato ad arrivare un gior­
no a cogliere quel misterioso frutto, diventando così il si­
gnore dell'Europa cristiana. Quel frutto simboleggiava
dunque il cuore della cristianità, prima Bisanzio e poi Ro­
ma o Vienna, o entrambe le città, secondo una visione al-
30 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

quanto confusa che discende direttamente dalle più anti­


che descrizioni dei geografi «arabi>> , i quali avevano notizie
ben precise su Bisanzio, al primo posto nelle città da con­
quistare in conformità con certe indicazioni fornite dal Co­
rano (XXX, 2-4) , ma non si peritavano di trasmettere le sto­
rie più fantasiose sulla città dei papi, su Venezia e altre lo­
calità europee meno vicine e «tangibili>> della capitale del­
l'impero romano d'Oriente (Carretto 1989, 1 3-14) .

L'impero ottomano in Anatolia, nei Balcani e in Africa

Nel 1 481 Bayazit II ereditò da Mehmet II il Conquistato­


re un impero gravato da difficoltà economiche - conse­
guenza diretta delle costose campagne militari e della gran­
diosa politica interna del padre - e politiche, legate alle ten­
sioni tra le principali fazioni in lotta per il potere: il partito
dei devshzrme, i cristiani reclutati in giovane età per prestare
servizio militare e svolgere funzioni amministrative anche di
rilevante importanza, e la tradizionale aristocrazia turca.
Quest'ultima era stata complessivamente indebolita dalla
politica del Conquistatore, che solo negli ultimi anni di re­
gno si era reso conto di aver favorito eccessivamente i dev­
shzrme: per riequilibrare la situazione aveva cominciato a di­
stribuire nuove terre all'aristocrazia, che aveva inizialmente
appoggiato la scelta di Bayazit II come successore nella con­
vinzione che, essendo questi di indole più pacifica rispetto
al fratello Gem Sultan, la sua ascesa al trono avrebbe posto
fine alle conquiste e consentito una fase di vantaggioso con­
solidamento. Il nuovo orientamento del Conquistatore ri­
mescolò a tal punto le carte che l 'aristocrazia, sperando di
poter trarre ulteriori vantaggi da nuove conquiste, finì col
dare il proprio appoggio a Gem Sultan, costringendo Baya­
zi t a una precaria alleanza con i devshzrme. Alla morte di Me h­
m et II questi ultimi, sfruttando la propria posizione di pote­
re a lstanbul, posero sul trono Bayazit e costrinsero Gem a ri-
l. Panorama generale 31

fugiarsi in Anatolia dove, con l'appoggio degli aristocratici,


diede vita a una rivolta destinata a durare una quindicina
d'anni. Gem propose inizialmente una spartizione dell'im­
pero che avrebbe lasciato la parte europea, con la capitale, a
Bayazit Il, ma fu sconfitto nella battaglia di Yenishehir e co­
stretto all'esilio in Siria, sotto la protezione dei Mamelucchi.
Aiutato da questi ultimi con uomini e armi, tornò nel 1 482
in Anatolia, dove fu nuovamente sconfitto e costretto a la­
sciare l'impero. Cercò di accordarsi con i Cavalieri di Rodi,
che speravano di servirsi di lui contro l'impero ottomano, e
si trasferì in Francia, dove fu tenuto praticamente prigionie­
ro fino al 1 489 quando papa Innocenza III, che progettava
una crociata contro gli Ottomani, non lo fece venire a Roma
«per il bene della cristianità» ; il progetto abortì e Gem finì i
suoi giorni nel 1 495, presumibilmente avvelenato per ordi­
ne del fratello (Carretto 199 1 ) .
Le vicende di Gem Sultan riassumono in maniera em­
blematica la posizione internazionale dell'impero ottoma­
no alla fine del XV secolo: una potenza di grande prestigio
che i rivali più vicini, come i Mamelucchi, sono pronti a cer­
care di indebolire fomentando dissensi all'interno; i poten­
ziali nemici europei, al contrario, pur disposti a tramare,
sembrano temerne a tal punto la minaccia da evitare, alla
fine, di provocare apertamente Bayazit Il. La mina vagante
rappresentata da Gem costrinse comunque il sultano a fre­
nare l'espansione militare. Cercò invece di dare basi am­
ministrative più solide allo Stato, istituendo tra l'altro una
<<cassa di guerra>> ( avariz-i divaniyye) alimentata da imposte
regolari prelevate in tempo di pace, in luogo delle confi­
sche e imposizioni eccezionali che avevano turbato la vita
economico-sociale ai tempi di Mehmet Il. Degna di nota fu
anche la restituzione ai vecchi proprietari - privati o fon­
dazioni pie - della maggior parte delle terre confiscate e ri­
distribuite sotto forma di timar dal Conquistatore. Conse­
guenze particolari di questa saggia politica furono l'avvio
dello sviluppo economico di lstanbul (la cui popolazione di
32 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

Co
Modon

Fig. 3. L 'impero ottomano (1300-15 1 2).


l. Panorama generale 33

• L'vov

� CRETA
34 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

circa 70.000 anime nel 1 478 aveva già raggiunto e superato


il livello esistente alla vigilia della conquista) e il migliora­
mento generale della situazione finanziaria, che consentì
all'erario di des tin are cresce n ti risorse all'esercì to e alla
marina militare: aumentava il numero dei giannizzeri do­
tati di armi da fuoco mentre cominciava la costruzione, sot­
to la guida di esperti genovesi, di <<navi ..da guerra dalle di­
mensioni mai viste nel Mediterraneo» (Inaldk 1 994, 19) .
Le operazioni militari non furono, tuttavia, trascurate
completamente da Bayazit II, vuoi per l 'esigenza di conser­
varsi l 'appoggio dei sostenitori, vuoi per necessità contin­
genti. In Europa le precedenti conquiste furono completa­
te a sud del Danubio e della Sava con l'occupazione del­
l 'Erzegovina nel 1 483. A nord-est gli Ottomani si spinsero
oltre il Danubio lungo la costa del Mar Nero fino ai porti di
Kilia e di Akkerman ( 1 484) , rispettivamente su una delle
bocche del Danubio e alla foce del Dnestr: centri commer­
ciali importanti per i traffici tra l 'Europa settentrionale da
una parte, il Mar Nero e il Mediterraneo dall'altra. Furono
queste le premesse che obbligarono la Moldavia di Stefano
il Grande ad accettare la sovranità ottomana e condussero
allo scontro con il mondo slavo, rappresentato inizialmen­
te dai Polacchi, che fra il 1 483 e il 1 489 sferrarono tre at­
tacchi inconcludenti oltre il Dnestr. Alle loro spalle, a di­
stoglierli da un impegno più decisivo contro l 'espansione
ottomana, si stava espandendo sotto Ivan III ( 1 462-1505) il
principato di Moscovia, destinato a rivelarsi in seguito av­
versario ben più temibile per la dinastia di Othman.
Sul fronte meridionale l'appoggio mamelucco alla ribel­
lione di Gem Sultan è soltanto la manifestazione più recen­
te di una rivalità di lunga data: i Mamelucchi appoggiavano
il principato indipendente di Dulghadir (dall'arabo Dhu
'1-Qadr) , una spina nel fianco anatolico dell'impero com­
prendente gran parte della Cilicia e la regione a sud del la­
go di Van, mentre già con Mehmet II gli Ottomani avevano
cercato di estendere la propria influenza sui luoghi santi
l Othman I Gazi (m. 1326) j Silleyman çelebi Mustafa Kiiçiik Cem (1481) l rl Ahmed i (1603-17)
(1422-23)
l
(1402-11)
li l rl
l Orhan (1326-62) l H Bayezid II Veli (1481-1512) l Othman II (1618-22)
11 H l
Musaçelebi Murad ii
(1411-13) (1421-44, 1446-51)
Murad I Hiidavedigar
l l Selim I Yavuz (1512-20) l Murad IV (162340)
l (1362-89)
l1 1 l H l
Mehmet I Kirishci Melunet II Farih l Silleyman Qanuni (1520-66) y Iblllhim Deli (164048) l
Bayezid Yddmm (1413-21) (144446, 1451-81)
� l
0389-1402)
l �1 � l l Selim ii San (1566-74) l
Mustafa Diizme
(1421-22) l Murad III (1574-95) l
y l
l Mehmet iii (1595-1603) I-Lj_Mustafa i (1617-18, 1622-23)1

l Mehmet IV Avci (1648-87) l l Silleyman II (1687 -90 j l Ahmed II (1691-95)

Ahmed III (1703-30) l Mustafa ii (1695-1703)


L l l
Mahmud l (1730-54)
Mustafa iii (1757-74) l l Abdiilhamid (1774-89) l
l Othmanii (1754-57) l
Selim II (1789-1807)
L l l Mahmud ii Adh(1808-39) l
l Mustafa IV (1807 -8)
l
l Abdillmecid (1839-61) l l Abdlaziz (1861-76) l

Murad V (1876) l Abdillmecid ii (1922-24) l


J
Abdiilhamid II (1876-1909)
l
MehmetV Rqad (1909-18)
l
l Mehmet VI Vahideddin
(1918-22)
l l
Tav. L La dinastia ottomana.
36 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

dell'Islàm, la Mecca e Medina. Si era in effetti mantenuta a


lungo una certa solidarietà fra Mamelucchi e Ottomani,
dettata dalla necessità o opportunità di contrapporre un
fronte comune alle minacce da occidente (le Crociate) e da
oriente (l'espansione timuride) . Almeno fino alla conqui­
sta di Costantinopoli, inoltre, lo Stato mamelucco godeva
di grande prestigio nel mondo islamico in quanto principa­
le potenza sunnita, la potenza che aveva sconfitto i Mango­
li, e poi deteneva le città sante e ospitava al Cairo i super­
stiti discendenti del califfato abbaside. Fin verso la fine del
XV secolo, dunque, le due grandi potenze del Mediterra­
neo orientale non si erano impegnate a fondo nel combat­
tersi a vicenda, e anche il conflitto ottomano-mamelucco
riesploso tra il I 485 e il l 491 fu inconcludente: i Mameluc­
chi conservarono Dulghadir, e gli Ottomani non ottennero
la posizione a cui ambivano nelle città sante. Bisognerà
aspettare il secondo decennio del nuovo secolo per vedere
gli Ottomani distruggere lo Stato mamelucco e occupare
con relativa facilità la fascia costiera nordafricana.
In direzione dei Balcani, invece, l 'espansione fu lenta e
difficile. Se lo scontro con gli Asburgo è il più importante e
decisivo nella storia militare ottomana- per durata ed esten­
sione dei territori coinvolti, e per la disintegrazione dell'im­
pero a cui condurrà -, non va trascurata l 'importanza del
conflitto con Venezia per il ruolo che gli spetta nella trasfor­
mazione dell'impero in grande potenza navale. Era ben ra­
dicata lungo le coste dell'Anatolia occidentale la tradizione
dei gazi di mare o corsari, che risaliva all'inizio del XIV seco­
lo, e già Bayazit I aveva sfidato la Serenissima dalla sua base
fortificata di Gallipoli sui Dardanelli. In seguito, sotto il Con­
quistatore, la marina ottomana ebbe una parte decisiva nel­
la conquista dell'Egeo e del Mar Nero, e partecipò più tardi
alla guerra contro i Mamelucchi con incursioni sulla costa si­
riana, anche se non poteva contare su Cipro, trasformata dai
Veneziani a partire dal 1 489 in importante base navale e
commerciale. Questa circostanza, mettendo in luce il valore
l. Panorama generale 37

strategico e politico dell'isola, va considerata uno dei fattori


che scatenarono la guerra ottomano-veneziana del 1 499-
1 503. Fa qui la sua comparsa una visione strategica ampia,
che conduce i gazi di mare a spingersi fin sulle coste del­
l 'Andalusia per prestare soccorso ai musulmani di Spagna
dai quali erano state rivolte richieste di aiuto a Bayazit II, e
induce gli stessi Mamelucchi a sollecitare l 'invio di esperti ot­
tomani per ricostruire la propria flotta dopo la sconfitta su­
bita per mano portoghese nel 1509. Questa visione, e i fi­
nanziamenti già ricordati, fanno di Bayazit II il vero fonda­
tore della potenza navale ottomana che mostrerà al mondo
i suoi successi più spettacolari sotto Selim I ( 1 5 1 2-1520) e sot­
to Siileiman ( 1 520-1 566) .
Altro fattore scatenante della guerra del 1 499-1 503 fu­
rono le manovre poste in atto da Venezia per recuperare le
basi e i territori perduti nel precedente conflitto del 1 463-
1 4 79, conclusosi con il forzato abbandono della Marea e
dell'Albania. A fianco della Serenissima scesero in campo
l'Ungheria e, sul mare, la Spagna, la Francia, i Cavalieri di
Rodi, il papa e il Portogallo. Di fronte a questa coalizione,
Bayazit II preferì scendere a patti: con la pace si ritornava
sostanzialmente allo statu quo, ma la potenza navale vene­
ziana era ormai avviata al declino, mentre quella ottomana
era in piena espansione. Lo confermerà nel 1 538 la batta­
glia di Prevesa, che costringerà Venezia a cedere i suoi ulti­
mi possedimenti nelle isole greche, in Marea e in Dalma­
zia, conservando tuttavia Cipro (fino al 1573) , Creta e
Corfù. Non fu questa l'ultima guerra tra Venezia e gli Ot­
tomani: le ostilità riesplosero nel 1 645-1669, quando la flot­
ta della Serenissima ottenne un buon successo iniziale. Riu­
scì infatti a forzare lo Stretto dei Dardanelli nel tentativo di
bombardare Istanbul, ma non poté impedire la capitola­
zione di Creta. Ormai la gloriosa repubblica marinara non
era più in grado di affrontare l'impero ottomano da sola; lo
farà, ad esempio nella guerra del 1 7 1 4-1 7 1 8 conclusa dalla
pace di Passarowitz, come alleata dell'Austria.
38 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

L'espansione ottomana nei Balcani rendeva inevitabile lo


scontro con l'impero asburgico, che fu solo temporanea­
mente rinviato dall'attenzione che, nel primo ventennio del
XVI secolo, i sultani dovettero dedicare alle questioni inter­
ne e alle frontiere anatoliche; una volta sconfitti Safavidi e
Mamelucchi, il pendolo delle campagne militari tornò a
oscillare verso il cuore dell'Europa. Il conflitto fra Ottomani
e Asburgo attraversa tre fasi principali, nella prima delle qua­
li ( 1520-1526) teatro dello scontro è l 'Ungheria, regno-cu­
scinetto tra i due imperi, formalmente indipendente ma in­
debolito dalle tensioni tra i nobili, sui quali il re Luigi II
( 1 5 1 6-1526) non era in grado di esercitare un efficace con­
trollo. A queste divisioni (per lo più tra filo- e antitedeschi) si
aggiunse, dopo che nel 1 5 1 7 Martin Lutero ebbe dato inizio
alla Riforma inchiodando - come vuole la tradizione - le sue
95 tesi sulla porta della chiesa di Ognissanti a Wittenberg, an­
che l 'ostilità fra cattolici e protestanti. L'opposizione alla cre­
scente influenza ottomana ne risultò indebolita e l ' Ungheria
non tardò a diventare Stato vassallo dell'impero, con una re­
sidua influenza austriaca nella parte settentrionale, dopo l'a­
scesa al trono di Siileiman I Qanuni (per noi Solimano il Ma­
gnifico, più propriamente «il Legislatore>>) . Primo passo ver­
so questo nuovo ampliamento dell'impero fu la conquista di
Belgrado, nel 1 52 1 , che apriva la via delle conquiste sulla si­
nistra del Danubio; la fine dell'indipendenza ungherese fu
segnata dalla battaglia di Mohacs ( 1 526) .
Richiamato in Anatolia dalla necessità di reprimere le ri­
volte fomentate presumibilmente dai Safavidi, il Legislato­
re si limitò inizialmente a fare amministrare l'Ungheria da
nobili fedeli al suo vassallo Giovanni Zapolya, già segnala­
tosi come capo della fazione antiasburgica. Dal canto loro,
gli Asburgo fecero eleggere al trono d'Ungheria, dai nobi­
li della loro fazione, il proprio granduca Ferdinando, che
aveva sposato Anna, sorella del defunto Luigi Il. Ferdinan­
do cominciò a esercitare una pressione crescente su Gio­
vanni Zapolya, tanto da indurre Solimano a tornare dall'A-
l. Panorama generale 39

natolia e ad affrontare gli austriaci (8 settembre 1529) , in­


calzandoli fin sotto le mura di Vienna. La città fu salvata so­
lo dalla cattiva stagione che, accentuando le difficoltà logi­
stiche dell'esercito ottomano, costrinse il sultano a rinun­
ciare all'assedio.
I limiti geografici dell'espansione ottomana sono stati at­
tribuiti alla natura monolitica dell'esercito, che rendeva il
suo impiego molto diverso rispetto, ad esempio, alle moda­
lità tipiche dell'espansione russa o di quella, più primitiva,
dei Mongoli. Gli Ottomani operavano, in effetti, con un so­
lo grande esercito, guidato personalmente dal sultano in
quanto unico responsabile delle decisioni più importanti;
d'altra parte, l'esercito aveva necessariamente come base
una sola città, la capitale dell'impero, sede accentratrice del­
la vasta amministrazione burocratica. Ne consegue che una
grande operazione militare non poteva spingersi oltre i li­
miti raggiungibili dalla fanteria in una stagione di marcia: li­
miti segnati grosso modo da Vienna e Mosul per un esercito
che partisse in primavera con l'intenzione di tornare a Istan­
bul in tempo per svernare nella capitale. Oltre quei limiti,
eventuali conquiste non sarebbero state facilmente difendi­
bili a lungo di fronte a un'opposizione consistente. Una si­
mile interpretazione di natura geodeterministica può risul­
tare affascinante nella sua schematicità, perché consente di
spiegare con un semplice meccanismo il futuro declino del­
l'impero: se l 'esercito non può spingersi oltre certi limiti, e
nello stesso tempo sono indispensabili sempre nuove con­
quiste per alimentare le finanze dello Stato e tenere a bada i
militari (quante sollevazioni, nella storia non solo ottomana,
furono scatenate dal ritardo nel pagamento del soldo ! ) , la
crisi finanziaria e politica diventa inevitabile.
Questa interpretazione è però forse eccessivamente sem­
plicistica: è stato giustamente rilevato (Hodgson 1 974, 1 1 4)
che l'esercito poteva svernare a Sofia o ad Aleppo, e in qual­
che occasione lo fece, spingendo in tal modo in avanti i li­
miti raggiungibili durante le campagne estive; e che certe
40 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

conquiste, ad esempio lungo le coste del Mar Nero, venne­


ro affidate a eserciti secondari. Rimane tuttavia indiscutibi­
le il peso non trascurabile del fattore ambientale in specifi­
che circostanze: un esempio significativo è fornito proprio
dalla campagna verso Vienna del 1 529. L'esercito lasciò la
sua base di Istanbul più tardi del solito, a primavera inol­
trata e, benché si cercasse di recuperare il tempo perduto,
la marcia di avvicinamento fu ulteriormente rallentata da
un'estate eccezionalmente piovosa: l'artiglieria ottomana
finì impantanata nel fango, e si dovettero abbandonare i
pezzi di maggior calibro; all'ultimo momento, inoltre, i
viennesi ricevettero rinforzi dalla Germania. Malgrado ciò,
l'assedio fu talmente efficace che Vienna era sul punto di
capitolare quando i giannizzeri, impazienti di tornare a ca­
sa prima dell'inverno, costrinsero Solimano a ritirarsi: con
grande sorpresa, a quanto pare, degli assediati. Compare in
questa vicenda un fattore che si rivelerà alla lunga più de­
cisivo dell'ambiente nel determinare il declino dell'impe­
ro: l'inadeguatezza della sua rete stradale. Non che gli Ot­
tomani abbiano perduto, alla lunga, nel loro scontro con
l'Europa cristiana, perché le loro vie di comunicazione era­
no inferiori: la loro minore capacità, o inclinazione, a inve­
stire in opere pubbliche meno direttamente produttive ri­
spetto ad arsenali e cantieri navali, non è tanto causa del de­
clino, quanto uno dei sintomi di una più generale, e deci­
siva, inferiorità nella capacità di mobilitare risorse econo­
miche a fini politico-militari.
Lo scontro fra impero ottomano ed Europa cristiana si
può leggere come capitolo specifico di una contrapposi­
zione di lunga data tra due culture, una fondata sulla ruo­
ta e una discreta rete stradale, l'altra sugli animali da soma,
nello stesso tempo conseguenza e causa della mancanza di
buone strade. Nel primo capitolo di questa storia di longue
durée si vede l'impero romano spingere la sua rete stradale
fino a Palmira, nell'attuale Siria, regione di frontiera con
una cultura dominata dal nomadismo e dal trasporto su
l. Panorama generale 41

quadrupedi, soprattutto camelidi. Qui compare di nuovo


un evidente fattore ambientale, la natura arida o semiarida
dei suoli, la prevalenza di deserti o steppe che frenano la
formazione di una rete fitta di insediamenti urbani, unica
forma di insediamento in grado di garantire le risorse uma­
ne e fiscali indispensabili alla manutenzione di opere pub­
bliche quali strade e ponti; ma la capacità di investire in
questo settore dipende soprattutto dal modo in cui si orga­
nizza lo Stato. Nella millenaria contrapposizione tra ruota
e dromedario (Bulliet 1 975) la prima - è appena il caso di
ricordarlo - ha generato specializzazioni artigianali e co­
noscenze tecnologiche di importanza fondamentale quali
presupposto e sostegno della rivoluzione industriale che,
per qualche secolo, consentirà all 'Europa di dominare il
mondo.
Malgrado il fallimento dell'assedio ottomano di Vienna
lo spavento, per l'Europa cristiana, fu tale che alla Dieta di
Ratisbona ( 1 532) vennero messe temporaneamente da par­
te le divergenze tra cattolici e protestanti; ma Carlo V d'A­
sburgo era troppo impegnato con la Riforma e la guerra
contro la Francia per poter concentrare tutta la propria at­
tenzione sulla minaccia ottomana. Quando Solimano die­
de inizio alla seconda campagna d'Austria, l'esercito impe­
riale evitò lo scontro frontale: si arrivò così alla pace del 22
giugno 1533 che confermava la situazione precedente, a
condizioni per la verità piuttosto umilianti per Ferdinando
che, in cambio del riconoscimento ottomano della sua so­
vranità sull' Ungheria settentrionale, si impegnava a pagare
un tributo. La pace durò fino al 1 54 1 , quando Zapolya
cercò di affrancarsi dal sultano e nominò Ferdinando pro­
prio erede; e quando questi rivendicò il trono dopo la sua
morte, Solimano intervenne annettendosi l'Ungheria. Con
la scomparsa dello Stato-cuscinetto i due imperi erano or­
mai in contatto diretto; ma in questa terza fase le difficoltà
interne e gli impegni su altri fronti - Francia e Persia - co­
stringono entrambi i protagonisti a evitare scontri troppo
42 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

impegnativi, e il confine rimane stabile a lungo anche do­


po la morte di Solimano in battaglia nel 1 566.
L'altro grande protagonista della storia ottomana in Eu­
ropa è la Francia, la cui politica nei confronti del mondo
islamico conobbe un vistoso ribaltamento fra il XIII e il XVI
secolo. Mentre Luigi IX aveva guidato la sesta crociata fino
a conquistare Damietta, sul delta del Nilo (ricevendo in po­
stumo premio l'onore degli altari) , un paio di secoli più tar­
di i suoi successori si preoccupavano soprattutto di cercare
in quella che, per gli europei, era ormai la potenza islami­
ca per eccellenza, un alleato contro i loro rivali cristiani. In
particolare Francesco l, sconfitto da Carlo V nel 1525 alla
battaglia di Pavia, sollecitò un'alleanza con il sultano, fa­
cendo balenare la possibilità di stringere gli Asburgo in una
manovra a tenaglia, dai Balcani e da occidente. Non otten­
ne tuttavia grandi soddisfazioni: «Le avanzate ottomane in
Ungheria e in Austria furono dovute più al timore di una
possibile alleanza fra gli Asburgo, gli Ungheresi e i Safavidi,
e all'attrazione che gli Asburgo sentivano per gli Stati vas­
salli di Transilvania e di Moldavia, che non a pressioni da
parte del re di Francia, che era considerato dal sultano po­
co più di un aspirante a favori di carattere commerciale»
(Shaw 1 972, 82) .
Gli aspetti economici non erano, naturalmente, estranei
all'iniziativa di Francesco I; e <<favori» di questo genere fu­
rono concessi alla Francia sotto forma di <<capitolazioni» nel
1 536 e nel 1569: primo esempio di un accordo che, nato co­
me atto unilaterale concesso da un sovrano islamico a favo­
re di un postulante europeo, finirà con l'aprire l'impero ot­
tomano alla penetrazione commerciale, finanziaria e, infi­
ne, politico-militare non solo della Francia, ma anche delle
altre potenze d'Europa. Dalle capitolazioni gli Ottomani si
proponevano di ottenere vantaggi di ordine politico (allea­
ti in seno alla cristianità) ed economico (importazione di
merci scarse o di importanza strategica, quali particolari tes­
suti, acciaio, stagno, e incremento delle entrate doganali) ,
l. Panorama generale 43

ma non seppero impedire che il privilegio commerciale si


trasformasse in strumento di influenza politica. Ai sudditi
francesi (e poi agli altri europei che godevano di accordi
analoghi) le capitolazioni concessero infatti il diritto di ri­
manere soggetti a leggi e tribunali del loro paese, e di otte­
nere speciali privilegi nella giurisdizione ottomana in caso
di vertenze con sudditi del sultano: fu l 'inizio di una pro­
gressiva erosione della sovranità ottomana di fronte all'e­
spansione europea. La Francia ottenne, in particolare, di
farsi riconoscere il diritto di proteggere i pellegrini cristiani
diretti a Gerusalemme, il che le consentirà più avanti di au­
toproclamarsi protettrice di tutti i cattolici dell'impero, au­
toctoni o immigrati che fossero. In generale, di pari passo
con il declino economico e militare dell'impero ottomano
cresceranno gli abusi connessi con il regime delle capitola­
zioni. Molti sudditi non musulmani, ad esempio, pagheran­
no ambasciatori e consoli stranieri per farsi assumere al loro
servizio come dragomanni o interpreti, per approfittare del­
le esenzioni fiscali e, in generale, dello status giuridico più
conveniente riservato agli stranieri dalle capitolazioni.
Potrebbe sembrare naturale che, in uno scontro tra
schieramenti caratterizzati da religioni, o concezioni del
mondo, così reciprocamente esclusive, di fronte alla mi­
naccia ottomano-musulmana gli europei cristiani dovesse­
ro cercare nel papato ispirazione e guida. In effetti, già ver­
so il 1 370 l 'imperatore bizantino Andronico era andato a
Roma a chiedere l'aiuto del Vicario di Cristo, ma con scar­
si risultati: il suo tentativo di riunire le Chiese di Costanti­
nopoli e di Roma «servì solo a dividere ulteriormente Bi­
sanzio, suscitando in patria nuovi contrasti senza assicurar­
si materialmente alcun concreto aiuto dall'Occidente>>
(Shaw 1 972, 28) . Non fu l 'unica delusione, in questo con­
testo: dopo la sconfitta dei crociati europei sotto le mura di
Nicopoli nel 1 396, né i principi cristiani, né il loro referen­
te spirituale (ancora diffidenti nei confronti dei «fratelli se­
parati>> di Bisanzio) seppero approfittare della crisi, profon-
44 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

da anche se temporanea, in cui l 'impero ottomano fu pre­


cipitato dalla sconfitta di Bayazit I per opera di Tamerlano.
Passerà mezzo secolo prima che Roma, Bisanzio e l'Un­
gheria tentino una nuova crociata con l'aiuto di Venezia
(tranquillizzata dal papa in merito alla liceità di violare il
trattato di pace concluso a suo tempo con Murad I) : quella
crociata naufragò a Varna nel 1 444, soprattutto perché la
Serenissima non chiuse efficacemente gli Stretti per bloc­
care i rinforzi ottomani chiamati dall'Anatolia, temendo
presumibilmente che una sua troppo vistosa partecipazio­
ne all'impresa potesse suscitare risentimenti duraturi tra i
musulmani e, pertanto, condurre a un ridimensionamento
del suo predominio nei traffici con il Levante. A conferma
della tesi che gli interessi economici avevano la meglio sul­
la difesa della fede, si può ricordare che, in quella occasio­
ne, le forze ottomane furono traghettate di qua dal Bosfo­
ro su navi genovesi.
Altrettanto inconcludenti furono le successive iniziative
papali del XV secolo, quali il tentativo di organizzare con
gli Aq Qoyunlu un attacco alle spalle degli Ottomani in
Anatolia, e le trame che ebbero al centro Gem Sultan: se la
presenza a Roma di un pretendente al trono ottomano ac­
cresceva il prestigio di Innocenza VIII impegnato nei vani
preparativi di una nuova crociata, il suo successore Ales­
sandro VI non esitava a fornire garanzie a Bayazit II sull'i­
nattività di quel prezioso ospite, sperando addirittura di ot­
tenere l'aiuto del sultano contro Carlo VIII di Valois che si
apprestava a scendere in Italia (Carretto 1 991 ) .
Del tutto eccezionale va dunque considerato il risultato
organizzativo che portò alla vittoria di Lepanto nel 1 5 7 1 , che
nella storiografia e nell'immaginario dell'Europa cristiana
figura come un evento epocale, mentre da parte ottomana
(e, oggi, turca) le si attribuisce importanza secondaria, tutto
sommato, con maggior fondatezza (Brummett 200 1 , 19) . Si
trattò senza dubbio, in primo luogo, di un grande successo
diplomatico e politico per il papato, che riuscì a costituire la
l. Panorama generale 45

<<Lega Santa» con la Spagna, Venezia, Genova e altri Stati ita­


liani. Fu anche una netta vittoria militare, giacché la flotta
guidata da don Giovanni d'Austria, forte di 250 navi, affondò
nel golfo di Corinto duecento vascelli avversari. Celebrata in
tutta la cristianità, e soprattutto a Venezia, come un trionfo
pari per importanza alla conquista ottomana di Bisanzio, la
battaglia di Lepanto ebbe in sostanza scarso valore ai fini del
dominio navale nel Mediterraneo: per le potenze cristiane,
divise da profonde e concrete rivalità, si trattò di un unicum
difficilmente ripetibile, mentre per gli Ottomani, che due
anni dopo la sconfitta avevano già sostituito la flotta perdu­
ta, fu solo un incidente di percorso lungo il cammino im­
boccato all'inizio del secolo con la conquista di Rodi ( 1 522)
e la politica di costruzione accelerata di navi e arsenali per­
seguita da Solimano il Legislatore. Gli Ottomani ristabili­
ranno infatti il predominio navale in tutto il Mediterraneo
togliendo Tunisi alla Spagna nel 1 574: l'intero Nordafrica,
fino al Marocco escluso, diventava in tal modo base sicura
per le navi ottomane e per i corsari locali loro alleati.

Le province arabe dell'impero ottomano

Alla conquista del Nordafrica gli Ottomani arrivarono


grazie alla battaglia di Marj Dabiq in Siria, dove Selim I sba­
ragliò i Mamelucchi: ultimo episodio di quella rivalità di
lunga data tra le due potenze del Mediterraneo orientale
che allo scontro finale doveva inevitabilmente arrivare. L'u­
nica incertezza - è stato rilevato - era <<Se sarebbero stati gli
Ottomani o i Safavidi a reclamare per primi la preda>>
(Shaw 1972, 74) . In questo rapporto triangolare i Mame­
lucchi cercarono di restare neutrali, nella speranza che gli
altri due protagonisti si esaurissero a vicenda, ma il loro at­
teggiamento fu sconvolto dall'affacciarsi dei Portoghesi
nell ' Oceano Indiano e - peggio ancora, dal punto di vista
egiziano - nel Mar Rosso. Contro la minaccia portoghese i
46 Capitolo prirrw. Le ti!I'Te dei musulmani all'inizio del XVI secolo

Mamelucchi chiesero aiuti che Selim si affrettò a fornire, in


cambio di concessioni nelle città sante e di un tacito con­
senso alle conquiste in Anatolia; ma non ricambiarono la
generosità quando il sultano ottomano, in vista dell'offen­
siva contro i Safavidi, chiese loro l 'invio di rifornimenti per
le sue truppe. I Mamelucchi, d'altra parte, diffidavano dei
Safavidi, che collaboravano con i Portoghesi.
L'offensiva di Selim scattò all'inizio del giugno 1 5 1 6,
preceduta da una campagna di disinformazione tendente a
far credere che l'obiettivo fosse, di nuovo, la Persia; in lu­
glio il sultano varcò l'Eufrate, puntando su Aleppo; Marj
Dabiq (24 agosto) fu l'esito del tentativo compiuto dai Ma­
melucchi per intercettare l'invasore. Fu anche il risultato
della contrapposizione tra due diverse concezioni dell'arte
militare: la vittoria toccò agli Ottomani non soltanto perché
il loro esercito era ben istruito e armato, fornito di canno­
ni e di moschetti, mentre i Mamelucchi schieravano una ca­
valleria caotica e male armata. C'era, da parte ottomana,
anche una superiorità non meramente tecnica, ma di men­
talità: un pragmatismo di tipo quasi anglosassone, che ve­
deva nella vittoria un risultato da ottenere con il minimo
sforzo possibile, con il minor dispendio di risorse. Tra i Ma­
melucchi, al contrario, erano ancora diffuse rispettabilissi­
me ma controproducenti teorie dell'onore militare che ve­
devano nell'awento della polvere da sparo e delle armi da
fuoco un'innovazione indegna «de 'cavalieri antiqui>> , ari­
stocraticamente portati a preferire l'arma bianca. Al suc­
cesso ottomano contribuì anche il tradimento di molti di­
gnitari e di varie città che preferirono passare dalla parte
dei vincitori in cambio di condizioni favorevoli. Non può
dunque stupire eccessivamente che entro il 1 5 1 7 Selim fos­
se già padrone dell'Egitto e signore del Hijaz, dove lo sce­
riffo della Mecca, custode dei Luoghi santi, fece atto di sot­
tomissione: scelta dettata soprattutto dalla minaccia di
un'invasione portoghese. L'attributo di <<Custode dei Luo­
ghi santi>> passava in tal modo alla dinastia di Othman, al-
---- Legame di sangue
Al-Zahir Barkuk
(1382-89/90-99) -- - -- - -- ----- - Legame di clientda
l
l
Al-Nasir Faraj
( 1399-1405/1405-12)

Al-Mansur 'Abd Al-Nasir Muhammad


al-Aziz ( 1405) ( 1495-98)
---

Al-Mu'ayyad Shaykh
( 1 4 12-2 1 ) Al-Zahir Qansawh
Al-Muzaffar Ahmad
(1498-99)
(1421)

Al-Zahir Tarar
(142 1 ) Al-Ashraf Janbalat
Al - Salih Muhammad (1499-1501)
(142 1 -22)

Al-Ashraf Bars � Al-'Adil Tumumbay


(1422-38) (1501)
Al-Aziz Yusuf Al-Ashraf Qa'it Bay
(1438) (1468-95)

Al-Zahir Jakmak Al -Ashraf Qansawh


(1438-53) al-Gawri (1501 -16)
Al-Mansur Al-Zahir
Uthman (1453) Timurbuga (1468)

Al-Ashraf Tumumbay
Al-Ashraf Inal
-·······- J (1516-17)
( 1453-60)
Mu'ayyad Ahmad
(1460-61 )

Tav. 2. La dinastia dei sultani mamelucchi.


48 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

lora ben lontana dal rivendicare il titolo califfale, anche se


una pia fraus costruita nel XVIII secolo tenterà di accredi­
tare la leggenda secondo cui l 'ultimo discendente degli Ab­
basidi, in quanto tale mantenuto dai Mamelucchi in catti­
vità dorata al Cairo, avrebbe ceduto a Selim il proprio di­
ritto ereditario alla carica di vicario del Profeta.
Con una sola campagna Selim aveva dunque raddoppia­
to la superficie dell'impero ottomano. La conquista dei pae­
si arabi venne continuata dal suo successore Solimano il Le­
gislatore, che nel 1 533 estese il proprio dominio sull'Alge­
ria, conquistata nel 1 520 dal corsaro turco Khair al-Din «Bar­
barossa>> che si dichiarò vassallo del sultano. Al 1 534 risale la
prima spedizione contro Tunisi che, trasformata da Carlo V
in importante base navale, resistette fino al 1570. Tripoli, dal
1 5 1 0 in mano spagnola, fu espugnata nel 155 1 . Grazie alla
conquista del Nordafrica, gli Ottomani ottennero da una
parte la possibilità di sferrare attacchi navali contro le regio­
ni più vulnerabili d'Europa, dall'altra il contributo tecnico­
militare di quelli che, da Tripoli a Rabat, saranno poi noti co­
me i corsari barbareschi ( Bono 1 964) . Lo stesso Barbarossa,
ad esempio, dopo essersi distinto come principale artefice
della vittoria conseguita alla Prevesa, guidò nel 1 543 una cro­
ciera lungo le coste occidentali dell'Italia, lasciandosi dietro
una scia di devastazioni e razzie prima di unirsi alla flotta
francese nella conquista di Nizza, preziosa base dei Savoia.
L'espansione ottomana si era estesa nel frattempo anche
al Mar Rosso, con la conquista dello Yemen nel 1 532 e poi
della costa somala, mentre da Mosul si procedeva per via di
terra alla occupazione parziale dell'Iraq meridionale (defi­
nitivamente sottratto ai Persiani nel 1 638) e della regione
di al-Hasa, sulla sponda araba del Golfo Persico. Nel giro di
circa un secolo quasi tutti i paesi arabi - tranne il Marocco
nel remoto occidente, nonché l'Arabia centrale e l'Oman
nella Penisola Araba - entrarono dunque a far parte del­
l 'impero ottomano, che impose il proprio ordinamento
amministrativo. Siria e Palestina furono divise in quattro pa-
l. Panorama generale 49

shalik ( «pascialati » , owero circoscrizioni affidate a un pa­


scià mandato da Istanbul) con capoluoghi ad Aleppo, Da­
masco, Tripoli e Sidone, mentre il circondario di Gerusa­
lemme veniva eretto in sangiaccato a sé stante. L'Iraq com­
prendeva i due pashalik di Mosul e Baghdad, l'Arabia quel­
li di Hijaz e Yemen. I territori corrispondenti agli attuali Sta­
ti di Egitto, Libia, Tunisia e Algeria erano altrettanti pasha­
lik distinti, mentre la regione libanese mantenne una so­
stanziale autonomia sotto la dominazione di emiri locali.
L'espansione in Arabia condusse gli Ottomani ad affac­
ciarsi sull' Oceano Indiano, già da tempo percorso dalle flot­
te portoghesi: il riprodursi dei conflitti navali del Mediter­
raneo tra cristiani e musulmani in quelle acque più remote
era nell'ordine naturale delle cose. Vuoi attirato dai prezio­
si commerci delle Indie ( Lutsky 1 975, 1 8 ) , vuoi spinto dalla
consapevolezza delle responsabilità insite nella sua nuova
qualità di protettore di tutti i musulmani in quanto custode
dei Luoghi santi ( inalcik 1 994, 20) , nel 1 538 Solimano inviò
una flotta che cercò di eliminare la base portoghese di Diu,
sulla costa indiana di nord-ovest. Si rivelò poi sensibile alle
richieste provenienti da regioni ancora più lontane, invian­
do aiuti al sultano di Atjeh (Sumatra) , e progettando una
spedizione per sottrarre al dominio moscovita il basso corso
della Volga, allo scopo di aprire le vie del commercio e del
pellegrinaggio ai musulmani dell'Asia centrale.

I khanati eredi dell'Orda d 'Oro: Kazan : Astrakhan e Krim

Nella loro espansione lungo la sponda settentrionale del


Mar Nero gli Ottomani erano arrivati verso la fine del XV se­
colo ad Akkerman (ribattezzata poi Cetatea Alba, attual­
mente Belgorod Dnestrovskij) sulla foce del Dnestr, fiume
di grande importanza per i collegamenti commerciali con
L'vov, snodo a sua volta dei traffici con il Baltico e l'Europa
occidentale. Non è un caso che su un altro fiume della re-
50 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

gione, il Dnepr, fosse nato nel IX secolo il primo nucleo del­


lo Stato russo: il principato di Kiev, le cui origini sono stret­
tamente legate allo sviluppo delle comunicazioni per via
d'acqua tra il Baltico, il Caspio e il Mar Nero; in questi traf­
fici ebbero peso determinante i mercanti o awenturieri
scandinavi che, da almeno un paio di secoli, avevano preso
a risalire la Dvina e la Neva per poi ridiscendere, dopo bre­
vi percorsi via terra, lungo il D nepr, il Don e la Volga, attira­
ti dai mercati dell'Asia centrale e, in secondo luogo, di Bi­
sanzio, come testimoniano gli abbondanti ritrovamenti di
monete abbasidi lungo le rive del Don e della Volga, della
Vistola e della Dvina, della Scandinavia e del Golfo di Fin­
landia (Donini 199 1 , 42) . Tra i più antichi principi di Kiev
figurano in effetti nomi germanici, progressivamente sop­
piantati da forme tipicamente slave, secondo un processo
che trasforma ad esempio una Helga in Olga, uno Hroerekr
in Rurik, un Ingvar in Igor (Koestler 1976, 90) .
La storia russa è stata definita (Goehrke 1973, 9) <<la sto­
ria di una colonizzazione» , di un rapporto di tensione tra
foresta e steppa, tra contadini e nomadi: quei nomadi che
per venticinque secoli, dalla fine del secondo millennio
a.C. fino alla dominazione tataro-mongola, hanno dato vi­
ta a una successione di confederazioni tribali e di regni nel­
la regione compresa tra il Dnestr e il Kuban, a nord del Cau­
caso. Questa regione, priva di netti confini naturali e, ancor
più, di protezioni fisiche difficilmente valicabili, ha subìto
nei millenni una successione di migrazioni o di invasioni
provenienti da oriente, i cui protagonisti si sono soppian­
tati a vicenda, sospinti verso l'Europa centrale e occidenta­
le da sempre nuove ondate migratorie. Fu proprio questa
costante pressione a costringere il nucleo embrionale del­
lo Stato russo a trasferire il proprio baricentro sempre più
verso nord e verso est, dietro la protezione delle foreste, da
Kiev a Novgorod, a Vladimir, a Mosca. La fase di questo pro­
cesso che qui ci interessa è quella dell'invasione mongola,
che investì le terre slave all'inizio del XIII secolo. I Mango-
l. Panorama generale 51

l i (citati per l a prima volta i n u n testo cinese del I X secolo


nella forma Meng-wu) erano in origine soltanto una piccola
tribù della più vasta confederazione che da loro prese il no­
me; il gruppo principale delle tribù di lingua mongolica o
uralo-altaica era invece designato con il nome di Tatari, sia
nelle antiche iscrizioni turche dell'Orkhon, sia nelle fonti
cinesi (Fiorani Piacentini 1974, 43) . Donde «tartari», defor­
mazione eurocentrica di intento spregiativo, ispirata dal
Tartaro, il regno dei morti nella mitologia greca. Gli inva­
sori (che i Russi chiamarono fin dall'inizio tatàri) penetra­
rono nel 1 223 nelle steppe tra il Caspio e il Mar Nero, spin­
gendosi poi vittoriosi fino in Polonia e in Ungheria tra il
1 238 e il 1 24 1 . Cominciava così la dominazione tataro-mon­
gola sui popoli slavi, il periodo della cosiddetta Orda d'O­
ro (da una parola tatara indicante la tribù mongola, o una
confederazione di tribù: in russo ordà finirà col significare
<<tataro>> e <<kirghiso>> ) fondata da Batu, nipote di Genghiz
Khan e fratello di Berke.
La dominazione m o n gola si resse sulla collaborazione di
principi slavi vassalli, i quali fungevano da esattori fiscali per
conto dell'Orda d'Oro e venivano tenuti a bada per mezzo
di scarse guarnigioni e, soprattutto, da inviati incaricati di
vigilare sulle singole corti. In caso di necessità l'ordine ve­
niva ristabilito mediante spedizioni punitive e convocazio­
ni dei vassalli riottosi nella capitale Saraj, sul basso corso
della Volga, dove un certo numero di notabili slavi erano
generalmente mantenuti in ostaggio per ulteriore precau­
zione. In questo sistema di potere interveniva anche la
Chiesa ortodossa, pronta generalmente a collaborare con
gli <<infedeli>> dell' Orda, che non avevano tardato a islamiz­
zarsi. I principi slavi dal canto loro si servivano di milizie
mongole per affermare la propria supremazia nei conflitti
di rivalità interna. L'elemento tataro risultò, ad esempio,
decisivo nel contrasto dinastico tra il casato di Tver' e quel­
lo di Mosca: sarà il secondo ad avere la meglio, approfittan­
do della repressione di una rivolta popolare scoppiata a
52 Capitolo primo. Le tfffre dei musulmani all'inizio del XW secolo

Tver' nel 1 327 contro il governatore dell' Orda. Sul piano


generale la dominazione dell' Orda d'Oro determinò uno
spopolamento delle regioni meridionali (a vantaggio di
quelle settentrionali) , accompagnato dalle conseguenze
economiche negative di massacri, saccheggi e deportazioni
di artigiani alla corte di Saraj (ma anche molto più ad est:
nel 1 246 Giovanni da Pian del Carpine descrive l 'opera di
artigiani slavi da lui osservata a Karakorum, capitale del
Gran Khan) . Non soffrì invece il commercio su grandi di­
stanze, favorito dall'instaurarsi della pax mongolica di cui si
trova un'eco nel Milione di Marco Polo: una realtà che per­
mise di viaggiare con relativa sicurezza dalla Crimea alla Co­
rea (Hambly 1970, 1 1 1 ) .
Il XV secolo vide la disintegrazione dell' Orda d'Oro, in­
debolita dalle campagne di Tamerlano che nel 1 395 si era
spinto fino alla città russa di Rjazan, devastando lungo il
cammino importanti basi della prosperità commerciale ta­
tara quali Nuova Saraj e Astrakhan sul basso corso della Vol­
ga. Altri elementi del declino tataro furono il contempora­
neo sviluppo dei granducati di Lituania e di Moscovia da
una parte, le rivalità interne all'Orda d'Oro dall'altra. No­
tevole fattore di lungo periodo fu inoltre lo stimolo alla ri­
presa che cominciò a spirare su tutta l'Europa dopo il pas­
saggio della «morte nera>> , le epidemie di peste della se­
conda metà del XIV secolo. Nelle terre slave, in particola­
re, la fuga dei contadini nelle foreste di latifoglie di fronte
alla pressione tatara aveva a sua volta accelerato non sol­
tanto la colonizzazione interna, ma anche l 'apertura, più a
nord, delle foreste di conifere, la tajgà, premessa di una fa­
se di sviluppo economico in cui i contadini cessano di pro­
durre solo per l'autoconsumo e cominciano a rivolgersi al
mercato delle città, ancora - peraltro - scarsamente popo­
late: nel XV secolo solo Mosca, Novgorod, Pskov e Tver' su­
peravano i diecimila abitanti. L'evolversi del rapporto di
forza tra russi e tatari si può riassumere in qualche data si­
gnificativa: se nel 1 328 il sostegno dell'Orda era ancora in-
l. Panorama generale 53

dispensabile al granduca di Mosca Ivan Kalita per assicura­


re definitivamente al proprio casato il titolo di Gran prin­
cipe, già nel I 380 il suo successore Dmitrij era in grado di
togliere ai tatari l'aureola dell'invincibilità battendoli sulle
rive del Don (da cui l'attributo di «Donskoj >> che lo con­
traddistingue) . Le campagne di rappresaglia portarono i ta­
tari fino a Mosca nel 1 382 e nel 1 408, ma non arrestarono
la crescita della nuova capitale dello Stato russo, la cui in­
dipendenza formale si può far coincidere con il 1 480, anno
in cui Ivan III decise di non pagare più il tributo.
Dalla disintegrazione dell'Orda d'Oro nacquero tre kha­
nati indipendenti principali, con sedi a Kazan' e ad Astra­
khan sulla Volga, e in Crimea. Più ad est si estendevano
l'Orda Bianca nel Kazakhstan, l'Orda di Noghai a nord del
Caspio, e il khanato di Sibir sul bacino dell'Irtysh-Tobol con
capitale nei pressi della futura città russa di Tobolsk, retto
dai discendenti del fratello di Batu, Shaiban. Le rivalità fra
questi Stati eredi dell'Orda d'Oro spiegano la relativa faci­
lità con cui il crescente potere del granducato di Moscovia
rovesciò i suoi dominatori tatari durante la seconda metà
del XV secolo e la prima del XVI; non vanno però trascu­
rate né l'abilità della diplomazia russa, né i progressi euro­
pei in fatto di fortificazioni e di artiglierie, e nemmeno la
tendenza tatara ad abbandonare il nomadismo che ne ri­
dusse la mobilità e la superiorità militare. Tra le formazio­
ni statuali eredi dell'Orda d'Oro spicca, per longevità e ca­
pacità di opporsi all'espansione russa, il khanato di Crimea
o Krim: sotto il suo più grande sovrano, Mengli Girai I
( 1 466-1 5 1 5) , la corte di Baghçesarai espresse il livello più
alto della tradizionale cultura tatara. Durante il suo regno
la Crimea strinse buoni rapporti con gli Ottomani, otte­
nendo assistenza militare in cambio di una dipendenza no­
minale: in particolare, pezzi di artiglieria utilizzati efficace­
mente nel 1 4 75 per sottomettere le colonie genovesi. Il Mar
Nero diventava in tal modo un lago islamico: soltanto il bre­
ve tratto di costa fra il Dnestr e il Bug, sottoposto al gran-
54 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

ducato di Lituania, interrompeva la continuità territoriale


fra impero ottomano e khanato di Crimea.

Il Marocco

La conquista ottomana del Nordafrica si arrestò, come si


è visto, ai confini del Marocco. Non si trattò, in verità, di con­
quista pura e semplice, giacché esisteva una convergenza na­
turale di interessi tra la maggior parte dei porti del Maghreb,
gravitanti sul Mediterraneo, e l'impero ottomano in quanto
avversario dei loro rivali europei. Diversa era la situazione
del Marocco, e non solo perché i suoi porti principali si af­
facciavano, allora come oggi, sull'Atlantico: il <<Maghreb più
lontano» - traduzione letterale di al-Maghreb al-aqsa, espres­
sione araba con cui si indicava tradizionalmente il Marocco
dei nostri giorni - aveva un retroterra agricolo complessiva­
mente più ricco rispetto a Tunisia ed Algeria, per non parla­
re di Tripolitania e Cirenaica, e le sue città maggiori erano
nell'interno. Il mare e la guerra di corsa occupavano per­
tanto, nella sua economia generale, un posto secondario ri­
spetto alle altre reggenze barbaresche. L'espansione iberica
seguita alla R.econquista suscitò pertanto in Marocco reazioni
più articolate e, complessivamente, dettate da interessi loca­
li piuttosto che da una visione globale determinata a Istan­
bul, tanto che la regione, l ungi dal diventare provincia otto­
mana, continuò ad essere centro di un impero, capace di in­
traprendere la conquista del Sudan occidentale nel XVI se­
colo. La caduta di Granada nel 1 492 e la fondazione delle
piazzeforti portoghesi di Safi ( 1 5 1 O) e di Mazagan ( 1 5 1 4) sul
litorale atlantico ebbero come prima conseguenza una con­
dizione di effervescenza generale, che fornì l'occasione a di­
versi protagonisti e comprimari per utilizzare il pretesto del­
la guerra santa quale strumento per la conquista del potere.
Il wattaside Muhammad al-Shaykh, proclamatosi sultano do­
po aver conquistato Fez nel 1 472, regnò fino al 1 504, senza
l. Panorama generale 55

però disporre del potere militare, né dell'ispirazione spiri­


tuale indispensabili per unire il paese e proteggerlo contro
l'espansione iberica: la «proclamazione della cacciata dei
cristiani come obiettivo politico capace di unire mistici, giu­
reconsulti, artigiani e contadini>> (Sivers 1972, 4 1 2 ) fu ope­
ra dei Banu Sa' d che, dopo una serie di successi contro i Por­
toghesi, guidati da Muhammad al-Mahdi entrarono nel
1 549 a Fez, dove deposero i Wattasidi, dando inizio alle di­
nastie sceriffiane (dall'arabo sharif, «nobile>> in quanto con­
siderato discendente della famiglia del Profeta) . L'ultimo
dei Wattasidi, Ba Hasun, cercò aiuto all'estero secondo una
prassi ben radicata che serve a ricordarci come i rapporti tra
paesi affacciati sul Mediterraneo fossero tutt'altro che do­
minati da una contrapposizione bilaterale fra cristiani e mu­
sulmani: si rivolse prima a Carlo V, poi al Portogallo, e infine
agli Ottomani che gli diedero ascolto, occupando per breve
tempo Fez, prima di essere costretti da Muhammad al-Mah­
di a un definitivo disimpegno dal Marocco ( 1 557) . I Watta­
sidi emigrarono dal Marocco, alcuni si fecero cristiani e, in
qualche caso, addirittura frati (Pareja 1 95 1 , 1 60) .
Anche i successori di Muhammad al-Mahdi (assassinato
nel 1 557 da agenti ottomani) cercarono di giocare sul ta­
volo della politica europea, incoraggiando mercanti ingle­
si a stabilirsi nei porti sottratti ai Portoghesi, tanto che il
commercio del Marocco finì con l'essere monopolizzato da
una Barbary Company. Il Portogallo rinunciò al suo ultimo
possedimento (Mazagan, ovvero al:Jadida) nel 1 569, ma nel
1 578 tentò una nuova impresa di conquista in Mrica, spin­
to in parte dal fervore da crociato del suo giovane re Seba­
stiano I ( 1 554-1 578) , in parte da un rinnovato interesse per
i commerci africani, dopo che i profitti derivanti dai traffi­
ci con l'Asia e l'America avevano cominciato ad essere col­
piti dalla concorrenza inglese e olandese. Sbarcato in Ma­
rocco accompagnato dal pretendente sceriffiano Muham­
mad al-Mutawakkil che, dopo essere stato deposto da suo
zio 'Abd al-Malik ( 1574-1578) , aveva cercato a sua volta aiu-
56 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

to nella penisola iberica, Sebastiano fu battuto nella batta­


glia di Alqazarquivir, detta «dei tre re» (che vi persero la vi­
ta) . Mentre il Portogallo, rovinato dalla sconfitta, passava
sotto la dominazione spagnola, la dinastia dei Banu Sa'd co­
nosceva la sua fase di massima prosperità: sotto Ahmad al­
Mansur ( 1 578-1603) l'economia si sviluppa grazie alla dif­
fusione della canna da zucchero, al commercio con Inghil­
terra e Olanda (salnitro, pelli e oro in cambio di legname
da costruzione, stoffe e armi) , alla guerra di corsa con le sue
basi nelle città gemelle di Rabat e Salé, e all'afflusso di oro
dal Sudan occidentale.
Fu proprio l'oro del Sudan (in arabo Bilad al-Sudan, <<il
paese dei Neri>> , inteso non nell'accezione geografico-politi­
ca ristretta dei nostri giorni, ma in quella corrispondente al­
l'estesa fascia di territorio compresa fra il Mar Rosso e l'A­
tlantico, a sud della regione costiera del Nordafrica) a sti­
molare le ambizioni imperiali di al-Mansur. Da secoli le ri­
sorse aurifere del Ghana - <<questa Alaska del Medioevo>> , co­
me è stato definito (Ashtor 1982, 198) affluivano ai litora­
-

li mediterraneo e atlantico alimentando preziose correnti di


traffico con l'Europa, il Vicino e il Medio Oriente. La più im­
portante delle piste carovaniere attraverso il Sahara, in par­
ticolare, che andava da Timbuctu al Marocco, arricchiva con
il commercio di transito la maggior parte delle città del Ma­
ghreb fin dai tempi della conquista musulmana della Spa­
gna, che fu ricco mercato per l'oro africano; la perdita della
Spagna musulmana fu in parte compensata dalla richiesta
proveniente dalle città italiane che, a partire dal XIII secolo,
utilizzavano abbondantemente l'oro nei traffici con l'Asia.
L'oro del Sudan veniva scambiato soprattutto con il sale,
estratto nel Sahara settentrionale, talmente indispensabile
da venire venduto, secondo le testimonianze dei geografi e
dei viaggiatori musulmani, letteralmente a peso d'oro. Mal­
grado il declino tendenziale del commercio dell'oro (acce­
lerato anche dal collegamento diretto via mare istituito ver­
so la fine del XV secolo tra il Sudan e il Portogallo) , nel XVI
l. Panorama generale 57

secolo il suo valore era ancora abbastanza elevato da suscita­


re l 'interesse della dinastia maghrebina per un dominio di­
retto sulle zone di produzione. Nel 1590 al-Mansur inviò
quindi un corpo di spedizione di quattromila uomini affida­
ti a un «rinnegato>> spagnolo, Judar, per sottomettere l'im­
pero del Songhai, che sotto Askiya Muhammad ( 1 493-1 529)
era arrivato a estendersi fino al lago Ciad e alla Libia meri­
dionale. Pur decimato dalla traversata del deserto, il corpo
di spedizione ebbe la meglio grazie alla superiorità garanti­
ta dalle armi da fuoco, ma le speranze di al-Mansur andaro­
no deluse: i suoi uomini non riuscirono a impadronirsi dei
giacimenti auriferi, e l'oro che affl uì in Marocco fu solo quel­
lo proveniente dalle riserve degli intermediari insediati nel­
le città sudanesi, ormai in rovina. Il suo successore Zaydan
al-Nasir ( 1 603-1 628) mantenne in Sudan per una quindici­
na d'anni guarnigioni marocchine che finirono con l'essere
assorbite dalle popolazioni locali.
Le ambizioni marocchine che, in ambiente europeo, ver­
rebbero immediatamente riconosciute come coloniali o im­
periali, in quanto poste in atto da popolazioni di pelle più
chiara contro genti di colorito più scuro, erano sproporzio­
nate rispetto al peso politico della dinastia, alle risorse del
paese e, soprattutto, all'evolversi della situazione esterna, ca­
ratterizzata dal ben più possente processo di espansione già
avviato dall'Europa. Particolarmente significative, a questo
proposito, sono le vicende relative alla diffusione della can­
na da zucchero, introdotta nella regione del Mediterraneo
dagli Arabi, ma trasformata in uno dei prodotti «coloniali»
per eccellenza dagli europei. La coltivazione della canna e la
fabbricazione dello zucchero si erano diffuse in Marocco a
partire dal IX secolo, ma il loro massimo sviluppo si registra
dopo il 1 492, grazie all'introduzione di metodi più efficaci da
parte di musulmani espulsi da Granada. Questo impulso
preoccupava i Portoghesi che, per proteggere dalla concor­
renza le proprie piantagioni, inizialmente stabilite nelle iso­
le dell'Atlantico, istituirono un blocco navale davanti al lito-
58 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

rale marocchino; benché il successo di questa operazione fos­


se men che totale, verso il 1 580 la produzione marocchina di
zucchero era già in declino. La crisi definitiva fu determina­
ta peraltro dalla concorrenza dello zucchero brasiliano che,
sui mercati di Londra e di Amsterdam, costava meno mal­
grado la provenienza di gran lunga più remota (Dziubinski
1986, 5-3 1 ) . Questo episodio di globalizzazione ante litteram
ci mostra l'interazione tra diversi fattori che hanno portato
l'Europa a dominare per qualche secolo il resto del mondo:
le economie di scala proprie del sistema delle piantagioni
fondato sulla tratta degli schiavi, le correnti di traffico attra­
verso l 'Atlantico e l'emergere delle potenze marinare del­
l'Europa nord-occidentale che finirono col trarre i vantaggi
maggiori dalle scoperte geografiche dei navigatori iberici. Di
fronte a protagonisti di tale calibro l'espansionismo maroc­
chino fa la figura del proverbiale vaso di coccio, e la stessa di­
nastia dei Sa'didi perderà il potere: nel 1610 un fratello di
Zaydan si rende indipendente a Fez, la Spagna ne approfitta
per costituirsi piazzeforti sulla costa atlantica contro i corsari
di Rabat e Salé (sempre più attivi, grazie all'immigrazione di
moriscos espulsi dalla Spagna che investivano i loro beni nella
guerra di corsa; e sempre più autonomi, tanto da costituire
intorno al 1 627 una repubblica indipendente) . Dal generale
indebolimento dello Stato emerge la confraternita degli
'Alawidi, originari della regione del Tafilalt e perciò detti an­
che Filaliti, che nel 1 666 si proclamano successori dei Sa'di­
di: il loro primo sultano, Mawlay al-Rashid ( 1 666-1 672) riu­
scirà a sottomettere la maggior parte del Marocco.

2. SUL VERSANTE AFRICANO

Le mire dei sovrani marocchini sull'oro del Bilad al-Su­


dan portarono le bandiere dell'Islàm a sventolare nel cuo­
re di una regione che già da secoli aveva conosciuto un'i-
2. Sul versante africano 59

slamizzazione sia pure molto parziale, proveniente tanto da


nord - prevalentemente lungo la valle del Nilo - quanto
dalle coste del Corno d'Mrica, sedi precoci di insediamen­
ti musulmani. Diversamente dalla rapida conquista della fa­
scia costiera nordafricana - quella che i colonizzatori fran­
cesi chiameranno molto più tardi le Maghreb utile - compiu­
ta da capi militari quali Musà bin Nusayr e 'Uqba bin Nafi'
a partire dal 642 (conquista di Alessandria) , questo proces­
so fu lento e frammentario, frutto in massima parte dell'i­
niziativa spontanea o non coordinata di mercanti e predi­
catori, che fecero conoscere la loro nuova concezione del
mondo nei centri principali del Sahel (lett. «COSta>>, «spon­
da>> , qui intesa come fascia semiarida o stepposa ai margini
del deserto) , del Sahara vero e proprio, e del Bilad al-Sudan
nella sua accezione di corridoio collegante l'Atlantico al
Mar Rosso, delimitato a nord dal Sahara e a sud dal margi­
ne settentrionale della fascia forestale.

Il Sahel e il <<Bilad al-Sudan>>

Con la conquista dell'Egitto nel VII secolo, i primi mu­


sulmani erano venuti in possesso dello sbocco al mare di
una delle più antiche e importanti rotte commerciali gravi­
tanti sul Mediterraneo, quella che, lungo la valle del Nilo,
convogliava ai ricchi mercati settentrionali prodotti ap­
prezzati deli' Mrica subsahariana quali oro, schiavi, avorio e
legnami pregiati. Risalendo il grande fiume cominciò ben
presto a penetrare verso sud l'influenza dell'Islàm, diffusa
inizialmente soprattutto da mercanti e avventurieri, attirati
da fantasiose descrizioni di terre in cui <<fioriva l 'oro>>4•
Anche più a ovest esistevano rotte commerciali, che l'av­
vento dell'Islàm in Nordafrica e poi in Spagna contribuì a ri­
vitalizzare. Una di queste carovaniere collegava Sigilmasa nel
Marocco sud-orientale con la città berbera di Awdaghost nel
sud della Mauritania, e con Ghana, che fu a lungo la princi-
60 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

pale metropoli nera della regione. Un'altra metteva in rela­


zione Tripoli con Wargla e Gao (Kaw-Kaw) , una delle più an­
tiche città nere sul Niger, passando per il centro commercia­
le sahariano di Tadmakka (noto anche con l'emblematico no­
me di al-Suq, «il mercato» ) . I primi islamizzatori della parte
occidentale del Bilad al-Sudan furono mercanti berberi che,
risalendo queste ed altre vie carovaniere, indussero alla con­
versione capi tribù e mercanti neri (soprattutto tra i Soninke,
l'etnia dominante nell'impero del Ghana) , i quali vedevano
nell'Islàm un fattore di prestigio paragonabile a quello con­
nesso con le importazioni materiali provenienti dal nord: ca­
valli, sale, tessuti, oggetti di vetro. Ci vollero secoli prima che
questo Islàm elitario e minoritario investisse anche la gene­
ralità delle popolazioni urbane, le campagne, gli abitanti del­
le regioni ai margini del deserto, i gruppi dell'interno. Fin
verso il XVIII secolo i centri regionali parzialmente islamiz­
zati continuarono a essere circondati da un <<mare animista>> .
Eppure, da una situazione a prima vista così poco pro­
mettente, nacquero imperi ai quali va riconosciuta una cer­
ta importanza nella storia del mondo musulmano. Si tratta,
è vero, di organismi ben diversi da quelli centralizzati che
siamo abituati ad associare al concetto europeo di «impe­
ro>> : ci troviamo infatti di fronte a vaste sovrastrutture dalle
frontiere mobili, in cui ciò che conta è il dominio sugli uo­
mini e non il possesso della terra, rette da grandi famiglie
in grado di contare sull 'appoggio di guerrieri a cavallo e sui
proventi di reti commerciali. Diversamente dall'Europa
medievale, dove il potere si basa sull'appropriazione dei
frutti della terra, le coeve formazioni imperiali sudanesi
prosperano grazie ai proventi dei traffici trans-sahariani,
spesso accresciuti dai frutti di razzie e saccheggi: è questo,
in piccolo, un caso particolare del più impressionante mo­
dello generale con cui si è cercato plausibilmente di spie­
gare (Amin 1977) il successo dell'impero arabo-islamico in
chiave di sfruttamento, grazie al commercio su grandi o
grandissime distanze, dell'agricoltura relativamente pro-
2. Sul versante africano 61

O C EA N O
A TL A N T I C O

O C EA N O
INDIANO

Aree di diffusione dell'lslàm


D Aree di diffusione del cristianesimo
® lnsediamenti portoghesi
Vie commerciali trans-sahariane
Confine degli Stati vassalli dell'impero ottomano
Ottento tti Popolazioni

Fig. 4. La diffusione dell1slàm in Africa (XVI-XVII secolo).


62 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

spera di tre vaste regioni prive di contatti diretti reciproci,


ma collegate tramite l'area islamica: l 'Asia orientale e me­
ridionale, l'Europa e l'Mrica subsahariana. In un tale con­
testo non è indispensabile che, oltre a chi detiene il potere,
si islamizzi anche la massa contadina che pratica in genera­
le un'agricoltura di sussistenza, con scarse o nulle prospet­
tive di prelievo di «eccedenze>> da parte del «palazzo>> .
Si ha così notizia di un re di Takrur che verso la metà del­
l'XI secolo avrebbe combattuto a fianco degli Almoravidi,
scaturiti a loro volta dal deserto mauritano; e, più a est, di
un re di Gao la cui conversione all'Islàm sarebbe stata addi­
rittura anteriore. Solo verso il 1076 si hanno testimonianze
attendibili sull'islamizzazione della corte di Ghana, capita­
le dell'impero soninke, attribuita anch 'essa all'influenza al­
moravide. Meglio conosciuti sono gli imperi che comincia­
no a fiorire proprio in concomitanza con la fine del califfa­
to abbaside, a partire da quello che vede la luce molto più
a sud, dove si incontrano le miniere d'oro del Bouré, l'asse
fluviale del Niger e le vie carovaniere del Sahara occiden­
tale e centrale: il suo mitico fondatore Sunjata Keita (XIII
secolo) dà il nome a una dinastia minuziosamente descrit­
ta da Ibn Khaldun ( 1 332-1406) 5, che diffonderà la fama del
Mali in tutto il bacino del Mediterraneo. Di questo impero
si perdono le tracce verso la fine del XIV secolo, dopo un
soggiorno, accompagnato da corposa relazione, del celebre
viaggiatore Ibn Battuta. Dai frammenti della sua disgrega­
zione si formeranno altri complessi regionali, tra cui quel­
lo descritto nel secolo successivo dai Portoghesi come « re­
gno dei Mandingas/Malinke>> , gravitante sulla costa atlan­
tica e in relazione con una grande città dell'interno che i
navigatori lusitani chiamano Tambucutu: l 'odierna Tim­
buctu. Di pari passo con il declino del Mali, lungo l'ansa del
Niger nasce nella seconda metà del XV secolo l'impero son­
ghay fondato da Sonni 'Ali, che prospera grazie alla minor
distanza dalle nuove e più attive rotte del commercio trans­
sahariano e ai rapporti più diretti con l'Egitto, divenuto or-
2. Sul versante africano 63

mai - dopo la parentesi fatimide e il crollo del califfato ab­


baside - il punto di riferimento per tutto l 'Islàm sunnita. La
posta in gioco era, a quanto pare, abbastanza interessante
da stimolare, nel giro di un anno dalla morte di Sonni 'Ali,
l'alleanza tra un governatore provinciale, Muhammad Tu­
re, l'élite urbana di Timbuctu e la fazione musulmana più
zelante della regione; il figlio del fondatore è detronizzato
nel 1 493 e al suo posto si insedia una dinastia che regnerà
per un secolo, preoccupandosi di costruire moschee e scuo­
le, di nominare qadi, imam e maestri: contributo non tra­
scurabile all'islamizzazione del Sudan occidentale. Ma l 'es­
sere musulmani, come s'è già visto più d'una volta in que­
sto volume, non è garanzia assoluta contro le mire di altri
musulmani; e l'oro, il sale e gli schiavi del Songhai attire­
ranno la spedizione marocchina che si impadronisce di
Timbuctu e Gao nel 159 1 . Le principali città dell'ansa del
Niger verranno rette da pascià marocchini, sempre più iso­
lati dalla madrepatria, fino al 1 883.
Fu un grave colpo per l' <<lslàm imperiale» , tanto che si as­
sisterà a un proliferare di egemonie locali animiste, ma quel
che l 'Islàm perse al livello delle corti, fu recuperato al livel­
lo di base, grazie alle attività meno vistose di singoli mercan­
ti, predicatori e missionari. Reti di islamizzatori si dipartono
in particolare dal centro soninke dija/Dja (a ovest del Ma­
cina, delta interno del medio Niger) , nota come «città di giu­
risti>> , e si diffondono nel bacino del Senegal. A questo pro­
selitismo <<dei dotti>> si affianca o si sovrappone quello dei
mercanti, indicati nelle fonti arabe con il nome collettivo di
Wangara, per lo più soninke e malinke, ma anche apparte­
nenti ad altre etnie (il nome non indica una popolazione,
ma un modo di vita) , operanti in particolare nel territorio
hausa (odierna Nigeria settentrionale) . In questo con testo
va ricordato infine il sufismo, l 'Islàm delle confraternite, le
cui più antiche manifestazioni sono awolte nella leggenda:
un primo santone isolato, venuto dall'Oriente (Sidi Mah­
mud al-Baghdadi) , avrebbe fatto la sua comparsa nell'Air
64 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XV7 secolo

verso il 1 500 e trovato la morte per volontà del sultano di


Agades e dei fuqaha ', scandalizzati a quanto pare dalla sua
pertinacia nell'insegnare la pratica del dhikre della khalwa o
meditazione solitaria. La prima confraternita organizzata a
diffondersi entro e oltre il Sahara meridionale è la Qadiriyya,
la cui storia è legata a quella dei Kunta, gruppo di nomadi
arabizzati costituitosi a cavallo tra XV e XVI secolo nel Saha­
ra occidentale, tra l'Adrar e la regione di Sakiya al-Hamra;
una loro componente migrerà all 'inizio del XVIII secolo ver­
so l'ansa del Niger esercitandovi una notevole influenza. Il
suo shaykh Sidi al-Mukhtar ( 1 729-181 1 ) , il primo di cui si ab­
bia notizia certa sull'affiliazione alla Qadiriyya, godrà di
grande prestigio in tutta la regione. Altri diffusori di in­
fluenze sufi furono i Kel al-Suq, letterati tuareg di Tadmakka
che operarono tra il Niger e l' Air verso la fine del XV secolo.
Diversamente dall'attuale Sudan che, nelle sue regioni
settentrionali e centrali fu quasi completamente arabizzato,
oltre che islamizzato, nella parte occidentale del Bilad al-Su­
dan all'awento dell'lslàm non si accompagnò una diffusio­
ne della lingua araba, eccezion fatta per le élites locali di let­
terati - soprattutto a Timbuctu - e il caso particolare della
Mauritania, la cui popolazione berbera venne progressiva­
mente assoggettata, a partire dall'XI secolo, da gruppi arabi
imparentati con i Banu Hilal, e completamente arabizzata.

Gli insediamenti islamici costieri

Come si è già visto, i bordi della Penisola Araba avevano


una tradizione marinara più che rispettabile che, unita alla
presenza di aree di consolidata emigrazione in Oman, in
parte del Hadramaut, e nello Yemen, favorì una precoce
fondazione di colonie musulmane sulla sponda africana del
Mar Rosso e lungo le coste del Corno d'Mrica. Fu un pro­
cesso molto lento, che caratterizza del resto tutto l'insieme
di questo «Islàm dei navigatori>> (Planhol 1968, 357) o dei
2. Sul versante africano 65

mercanti: le prime partenze di emigranti dall'Oman verso


l 'Mrica orientale (forse emarginati, avventurieri o mino­
ranze messe al bando, come sembra rivelare una certa pre­
senza kharigita) risalgono già al VII secolo, ma un centro
importante come Mogadiscio verrà fondato soltanto nel X
secolo. Verso il 950, quando il grande poligrafo arabo al­
Mas'udi scrive il suo Muruj al-dhahab, i geografi arabi hanno
già una discreta conoscenza della costa africana da Berbera
a Sofala, ma sul litorale del Tanganika, frequentato da isola­
ti mercanti musulmani fin dall'VIII-IX secolo, le prime città
musulmane vedranno la luce soltanto verso il 1 1 00, e ci
vorrà ancora un secolo circa prima che si sviluppino centri
importanti quali Kilwa e Mafia. In sostanza, lungo i bordi
africani come su quelli asiatici, l'Islàm dell'Oceano India­
no è rimasto in linea di massima una religione costiera, ca­
ratterizzata da una distribuzione puntiforme non dissimile
da quella delle colonie fenicie e greche del Mediterraneo.
Da questa colonizzazione costiera si passa a organici ten­
tativi di penetrazione verso l'interno del continente solo
dopo l 'inizio del XVI secolo: tardi in assoluto, tardi rispet­
to al ritmo medio di espansione dell'Islàm, tardi soprattut­
to rispetto a quell'espansione europea che da mezzo mil­
lennio condiziona la vita della maggior parte dei musulma­
ni. La prima testa di ponte islamica nell'interno è infatti at­
testata nel 1531 a Sena sullo Zambesi, a circa 1 50 km da un
mare in cui la presenza portoghese è già tanto decisiva da
impedire per un paio di secoli qualsiasi ulteriore espansio­
ne islamica. Solo nel XIX secolo il sovrano di Zanzibar
Seyyid Said6 riuscirà a organizzare non episodiche spedi­
zioni commerciali verso l'interno, verso Tabora ( 1 830) e
Ujiji sul lago Tanganika ( 1 840) . Su queste rotte, come su
quelle colleganti Kilwa con il lago Nyassa e Tanga con il la­
go Vittoria, si spostano lentamente gruppi di mercanti in
cerca di avorio e di schiavi: lentamente, tanto che l'impos­
sibilità di coprire nel corso di una sola stagione secca tutto
il percorso fino ai grandi laghi, tra la fine delle grandi piog-
66 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

ge in aprile-maggio e l'inizio della stagione piovosa secon­


daria in ottobre-novembre, determina la necessità di fon­
dare insediamenti permanenti come i due appena citati ­
un piccolo contributo dei condizionamenti geografici alla
diffusione pacifica dell'Islàm all'interno di un continente
ormai preda dell'espansione coloniale europea.
Più a settentrione si incontra un'eccezione alla natura
puntiforme della colonizzazione islamica a nord di Mogadi­
scio, dove tutta la punta estrema del Corno d'Mrica, con
Berbera e parte dell'odierna Eritrea, rientra nel cosiddetto
limite continuo dell'islamizzazione (Planhol 1968, 353) : li­
mite segnato in sostanza dai margini dell'altopiano etiopico,
impervio vuoi dal punto di vista geografico, vuoi da quello
culturale, in quanto roccaforte del cristianesimo copto. Fu
questo ostacolo di duplice natura a impedire che si realiz­
zasse la saldatura tra l'espansione dell'Islàm costiero e l'isla­
mizzazione di lunga data della Valle del Nilo, la cui penetra­
zione oltre le distese del Darfur, del Bahr al-Ghazal e del Kor­
dofan fu ostacolata da un altro fattore geografico di grande
importanza nella storia dell'Islàm: la barriera costituita dal
manto forestale nei confronti della pastorizia nomade.
Si è già ricordato il ruolo svolto dai nomadi - in particola­
re berberi - nell'apertura delle rotte trans-sahariane e, quin­
di, nell'islamizzazione del Sudan inteso in senso lato. In quel
contesto i nomadi figuravano nella loro veste di proprietari
di bestiame da soma - essenzialmente dromedari - utilizzati
come vettori di merci; e questa è la funzione propria del no­
made in quanto ausiliario di un <<lslàm di corte » . Non meno
importante è stata la funzione del nomade in quanto alleva­
tore, non soltanto di camelidi ma anche di bestiame da pa­
scolo meno pregiato, quali ovini e caprini, supporto di una
forma di vita· che, nella continua dialettica tra nomadi e se­
dentari, è stata elemento indispensabile di tutte le fasi di
espansione dell'Islàm: di un Islàm non puntiforme o di cor­
te o di palazzo, ma diffuso, generalizzato, di massa. Il pastore
ha bisogno di spazi aperti, si trova a suo agio nelle steppe nu-
2. Sul versante africano 67

de, nelle regioni aride e semiaride, ma esita a penetrare nel­


le foreste, dove diventa difficile sorvegliare i greggi e le man­
drie, difficile spostarsi in gruppi compatti, difficile difender­
si con lo strumento tipico del nomade, la carica di cavalleria.
Donde la regola generale secondo cui le società contadine re­
sistono meglio alle invasioni nomadi quando sono protette
dai boschi, come nel caso russo dove i principati, da Kiev a
Mosca, si sono sviluppati dietro la fascia forestale che teneva
a bada l'Orda d'Oro; o a nord dei Pirenei, dove le incursioni
arabo-berbere furono ostacolate più dall'ambiente forestale
che dal valore di Carlo Martello a Poitiers. Nel Nordafrica
berbero, dove i boschi erano tipicamente più radi, elemento
decisivo nell'arrestare o frenare la penetrazione dei nomadi
fu piuttosto l'ambiente montagnoso, che contribuì a fare del­
la Cabilia, del Rif, degli Aurès, del Grande Atlante e di altre
regioni, vuoi costiere, vuoi dell'interno, altrettante «isole» re­
frattarie alla beduinizzazione e/o all'arabizzazione. L'im­
portanza della foresta torna ad essere decisiva nell' Mrica sub­
sahariana, dove le malattie del bestiame trasmesse da insetti
- quali le mosche tse-tse - protetti dall'ombra della vegeta­
zione fitta hanno eretto una barriera impenetrabile sulla via
dei pastori nomadi che avevano contribuito a portare l'Islàm
al di là del deserto; se ne ha una riprova a contrario nel fatto
che i nomadi Peul furono i principali artefici della islamizza­
zione delle savane del Sudan occidentale.
Di fronte ai successi costituiti dall'islamizzazione relativa­
mente rapida delle maggiori isole dell'arcipelago indonesia­
no può sembrare strano che il Madagascar - per tanti aspetti
caratterizzato da condizioni analoghe quali vicinanza di fo­
colai di diffusione, presenza di rapporti commerciali con
mercanti musulmani, ricettività delle popolazioni - abbia co­
nosciuto una sorte diversa. Un certo numero di tribù, in ef­
fetti, si convertirono, ma in generale i musulmani malgasci
delle coste nord-occidentali e sud-orientali erano tali solo di
nome. Alle radici di questa <<Indonesia abortita» (Planhol
1968, 365) , a fianco di una presunta inconvertibilità dei Mal-
68 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XW secolo

gasci in quanto « troppo barbari>>, maggior credito merita for­


se, di nuovo, un'interpretazione geodeterministica: le mon­
tagne centrali dell'isola erano awantaggiate dal punto di vi­
sta climatico rispetto ai bassopiani costieri che furono ogget­
to degli influssi islamici. I regni dei Sakalava costituitisi nel
XVIII secolo nelle bassure occidentali non riuscirono a uni­
ficare il paese, pur disponendo dell'apporto ideologico-reli­
gioso, oltre che delle capacità organizzative di mercanti e dot­
ti arabi o, comunque, musulmani; all'unità politica dell'isola
si arriverà soltanto con l'occupazione francese.

3. SUL VERSANTE ASIATICO

Nelle pagine precedenti si è visto come l 'impero otto­


mano, grazie alla sconfitta dei Mamelucchi e alla rapida
conquista di quasi tutto il litorale nordafricano, fosse di­
ventato la potenza egemone dell'area mediterranea. Più a
est, oltre i confini dell'Anatolia, dopo il declino dei Qara
Qoyunlu e degli Aq Qoyunlu, le due grandi confederazioni
di nomadi allevatori (rispettivamente di pecore nere e di
pecore bianche, secondo la traduzione letterale dei loro et­
nonimi turchi) , gli Ottomani si troveranno a diretto con­
tatto con un ragguardevole rivale, la Persia safavide: e su
quel versante la Sublime Porta non conoscerà facili vittorie.
Al contrario, la sua espansione verrà fermata lungo un con­
fine che, salvo brevi spostamenti temporanei, è rimasto so­
stanzialmente invariato nei secoli: quello che oggi separa la
Repubblica di Turchia dalla Repubblica Islamica dell'Iran.

La Persia safavide

I fondatori dello Stato persiano moderno traggono il no­


me e la discendenza dal capo di una confraternita di dervi-
3. Sul versante asiatico 69

sci di Ardabil, nell'attuale Azerbaigian iraniano, di nome


Safi ud-Din (m. 1 334) , che vantava a sua volta una dubbia
parentela con il settimo imam sciita Musà al-Kazim. La con­
fraternita o tariqa safavide, originariamente sunnita, si era
impadronita gradatamente, durante il XIV e XV secolo,
della provincia di Ardabil, assorbendo nel contempo ele­
menti della religiosità popolare anatolica, influenze di na­
tura sincretistica e contenuti prevalentemente scii ti: furono
proprio questi ultimi ad avere il soprawento ai tempi dello
shaykh Giunayd, che resse la compagine dal 1 447 al 1 456.
Sotto suo figlio Haidar i seguaci erano già identificabili co­
me scii ti, anche grazie al particolare copricapo rosso (don­
de il nome turco di Qzzzlbash, << teste rosse>> ) diviso in dodici
spicchi in ricordo dei dodici imam degli sciiti duodecimani.
La confraternita, che poteva contare sull'appoggio di va­
rie tribù nomadi turche dell'Azerbaigian (tra cui quella dei
Qagiar, destinata ad occupare un posto di primo piano nel­
la successiva storia della Persia) , si era andata trasformando
- secondo uno schema ricorrente nella storia islamica - in
ordine religioso-militare, delle cui capacità seppe fare buon
uso il giovane figlio di Haidar, Isma'il ( 1 487-1 524) , che era
stato rinchiuso in giovane età in una fortezza del Fars dai
fratelli maggiori 'Ali e Ibrahim. Riuscì a liberarsi quando il
primo, coinvolto nelle lotte intestine tra gli Aq Qoyunlu, fu
ucciso: Isma'il, trovato asilo nel Gilan, cominciò allora a tes­
sere una fitta rete di contatti con le comunità dei Qzzzlbash,
ai cui membri si rivolgeva in semplici versi composti nel lo­
ro dialetto turco. Nel 1 499 Isma'il uscì dal Gilan, riunì a Er­
zingian un nucleo di circa settemila Qzzzlbash e sconfisse un
forte esercito Aq Qoyunlu. Ormai padrone dell'Azerbai­
gian, nel 1 50 1 veniva incoronato a Tabriz, che fece sua ca­
pitale, e assunse l'antico titolo di shahan-shah, <<re dei re>> .
Non si trattò di una semplice vittoria militare, che da so­
la non sarebbe bastata a gettare le basi dell'attuale Iran. Ai
suoi sudditi - persiani, turchi o arabi che fossero - il nuovo
sovrano impose, con la forza ove necessario, la dottrina del-
70 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

Estensione dell'impero safavide

Uzbeki Shaybani

Impero ottomano

Frontiera Ottomani-Safavidi, 1 507-1 5 1 4

Fig. 5 . L 'impero safavide (1500-1 722).


3. Sul versante asiatico 71

• Kirman

eShiraz

l y "--J Bandar 'Abbas


72 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

la shi 'a7, con l 'obbligo di maledire pubblicamente i primi


tre califfi, rei di aver <<usurpato>> i diritti di 'Ali, unito allo
scioglimento delle tariqat sunnite e al sequestro dei relativi
beni; mentre venivano perseguitati gli 'ulama 'sunniti, si im­
portavano dotti sciiti, per lo più arabi. Strumento iniziale
della conversione furono naturalmente i Qzzzlbash, primo
sostegno ideologico-militare della dinastia, con cui non tar­
darono peraltro a scontrarsi: gli adepti erano forse disposti
a una cieca fedeltà religioso-militare nei confronti di uno
shaykh visto come semidivino, ma non ad accettare acriti­
camente la signoria ereditaria di una famiglia sempre più
lontana dalla vita della fede, perché sempre più presa dalle
preoccupazioni mondane, proprie di ogni dinastia che si
ponga a capo di uno Stato. La stessa dinastia, d'altra parte,
era consapevole dell'opportunità di ridurre la propria di­
pendenza dalla <<gente di spada>> che aveva consentito la
conquista del potere, e ad essa si sforzò di contrapporre la
<<gente di penna>> , owero la burocrazia, nonché altri ceti o
soggetti politici: l'aristocrazia agraria tradizionale, i noma­
di locali, l'alto <<clero>> sciita. La fede sciita divenne dunque
elemento costitutivo della futura identità nazionale (o im­
periale, vista la natura multietnica della popolazione safa­
vide) , sia soggettivamente, dal punto di vista dell 'autoper­
cezione dei sudditi, sia <<oggettivamente>> , in quanto visti co­
me <<diversi>> dai loro vicini sunniti. Per secoli la scelta ideo­
logica dei Safavidi ha mantenuto lungo i confini della Per­
sia (e oggi dell'Iran) una barriera psicologicamente così
impenetrabile che i sunniti dell'Asia centrale, una volta as­
soggettati al dominio degli zar, hanno preferito compiere il
pellegrinaggio passando per le terre cristiane piuttosto che
attraversare con percorso più diretto quello che è diventa­
to il paese degli sciiti per eccellenza.
Isma'il non si limitò a fare della shi 'a il collante ideologi­
co del suo embrionale impero, ma si preoccupò anche di
mandare missionari in Anatolia dove la situazione - resi­
stenza di notabili turcomanni alla dominazione ottomana,
3. Sul versante asiatico 73

malcontento contadino, rancori ancor vivi tra chi aveva so­


stenuto la rivolta di Gem Sultan - offriva prospettive parti­
colarmente favorevoli alla propaganda diretta contro la Su­
blime Porta. Mentre consolidava il nuovo Stato - nel quale
furono incorporati progressivamente il Fars e l 'Iraq orienta­
le ( 1 503 ) , il Mazandaran e Yazd ( 1 504) , la regione di Diyar­
bakir ( 1 505-1 507) , Baghdad e l'Iraq occidentale ( 1 508) - il
sovrano fomentava nei territori ottomani numerose rivolte,
alle quali Bayazit II sembrò a lungo restare indifferente,
«non solo per le preoccupazioni connesse alla minaccia di
Gem e ai pericoli provenienti dall'Europa, ma anche per le
sue tendenze mistiche, che gli rendevano difficile agire con­
tro un movimento le cui basi ideologiche gli erano in molti
casi congeniali>> (Shaw 1972, 67-68) ; non poté tuttavia fare a
meno di intervenire quando la più massiccia di queste solle­
vazioni, guidata da Shah-qulu, arrivò nel 1 5 1 1 a investire Kii­
tahya, minacciando Bursa e la stessa Istanbul . Solo una deci­
sa campagna su vasta scala, guidata dal gran visir 'Ali Pasha,
riuscì in quello stesso anno a sconfiggere Shah-qulu, senza
tuttavia eliminare le condizioni economico-sociali alle radi­
ci del malcontento incline a sfociare in sommosse di natura
formalmente religiosa.
A ridimensionare in maniera duratura le ambizioni di
Isma'il fu il successore di Bayazit II che, malato e incline al­
la contemplazione mistica, sembrava incapace di decidersi,
per la propria successione, tra i figli Ahmet e Selim, di in­
dole pacifica il primo, bellicosa il secondo. Dopo una serie
di tentennamenti e promesse non mantenute a favore del­
l'uno come dell'altro, Bayazit fu costretto ad abdicare dai
giannizzeri che, il 24 aprile 1 5 1 2 , misero sul trono Selim (il
quale, su uno scacchiere politico-militare più vasto, poteva
contare sul suocero, khan di Crimea) . Il nuovo sovrano agì
con efficace rapidità: sconfitto l'esercito del fratello rivale
Ahmet, lo mise a morte come pure l'altro fratello Qorqut,
e inflisse la medesima sorte a sette nipoti e quattro dei suoi
stessi figli, lasciando in vita solo il più promettente, quale
74 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

possibile erede al trono: era il Siileyman che per i nostri sto­


rici diventerà poi <<il Magnifico>> . Risolto il problema dina­
stico secondo la tradizione inaugurata da Mehm et II, Selim
affrontò subito la questione anatolica, prima con una cam­
pagna contro i sostenitori dei Safavidi nelle province orien­
tali, in cui furono massacrati a migliaia missionari sciiti e lo­
ro seguaci; poi con una spedizione contro i territori safavi­
di, che puntava al cuore dell'Azerbaigian malgrado la rilut­
tanza dei giannizzeri contrari all'espansione verso est, sia a
causa dei loro stretti rapporti con il sufismo tramite l ' ordi­
ne dei Bektashi, sia <<per l'influenza dei predicatori safavidi
che si erano infiltrati di nascosto all' interno del corpo stes­
SO>> (Shaw 1 972, 73)8. Le forze safavidi, che si ritiravano ap­
plicando la tattica della <<terra bruciata>> furono costrette,
alla fine, ad accettare lo scontro in campo aperto a Caldi­
ran, non lontano da Tabriz, il 23 agosto 1 5 1 4. I Safavidi su­
birono una clamorosa sconfitta (dopo la quale si dice che
Isma'il non abbia più sorriso) dovuta al buon uso dell 'arti­
glieria da parte delle forze ottomane, che poterono final­
mente tornare alla base (lasciando tuttavia a Isma'il l'Azer­
baigian e parte dell'Iraq) seguite da un discreto numero di
mercanti, artigiani, artisti e intellettuali sunniti di prove­
nienza locale, ma anche originari del Khorasan e della
Transoxiana i quali, mal sopportando il nuovo ordine safa­
vide, furono ben lieti di fornire alla società turca una nuo­
va iniezione di cultura persiana.
Eccezion fatta per la conquista della Georgia orie n tale nel
1 5 1 7 (data che ci ricorda come gli Ottomani fossero ormai
impegnati su un altro fronte ben più importante per loro,
quello della Siria e dell'Egitto mamelucco) , Caldiran segna
la fine delle ambizioni di espansione safavide verso occiden­
te, anche se non mancarono tentativi di organizzare alleanze
con sovrani europei (Luigi II d'Ungheria, 15 16; Carlo V,
1 523) per stringere gli Ottomani in quella manovra a tena­
glia che s'è già vista figurare nei progetti di più d'uno statista.
C'era altra carne al fuoco, del resto, che richiedeva l'atten-
3. Sul versante asiatico 75

zione di Isma'il: sul fronte nord-orientale dove, malgrado


l'occupazione di Herat in seguito alla sconfitta degli Uzbeki
nel 1 5 1 0 a Merv, la situazione permaneva incerta e i Safavidi
non riuscivano a mantenere l'occupazione di Samarcanda; e
su quello interno. Soprattutto sul fronte interno, dove, dopo
la fondazione dello Stato, lo scià e i suoi successori si sforza­
rono di trasformare il rapporto di obbedienza religiosa, tipi­
co del sufismo che legava i Qzzzlbash al loro capo safavide, in
un rapporto di vera e propria sudditanza politica; e in effetti
i Qzzzlbash costituirono inizialmente l'aristocrazia militare
della Persia, svolgendo di solito la funzione di governatori
delle varie province. Ne derivarono attriti con gli elementi
persiani (o tagiki, secondo la sprezzante definizione preferi­
ta dalle <<teste rosse» ) dell'amministrazione, che li giudicava­
no estranei alla tradizione locale; i Qzzzlbash, a loro volta, con­
sideravano un disonore prestare servizio agli ordini di un per­
siano. La sconfitta di Caldiran e la perdita di prestigio che ne
discese sullo scià li indussero a negargli la fiducia e a impe­
gnarsi in una lunga guerra civile, che solo verso il 1 533 suo fi­
glio Tahmasp riuscirà a sedare. Proprio per ridurre la dipen­
denza della dinastia dai Qzzzlbash fu inaugurata la prassi di ar­
ruolare contingenti a diretta disposizione del sovrano, reclu­
tati fra i prigionieri di origine georgiana, armena e circassa,
secondo una politica destinata a culminare sotto 'Abbas il
Grande. Una volta munitosi di un nucleo di forze armate di
sicuro affidamento, lo scià procedette a indebolire le forma­
zioni dei Qzzzlbash trasferendo i reggimenti di una determi­
nata tribù in regioni assegnate a tribù diverse, imponendo al­
le unità di una determinata tribù comandanti di tribù diver­
sa, o addirittura estranei alla compagine dei Qzzzlbash. Questa
linea venne continuata anche dai successori di Isma'il, che
minarono in tal modo la potenza militare delle <<teste rosse» ,
m a anche, i n fin dei conti, quella dello Stato.
Alla morte di Isma'il nel 1 524 il trono passò a suo figlio
Tahmasp I, che aveva appena dieci anni; il suo lungo regno
è segnato da continui conflitti interni e sfortunate campa-
76 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XV7 secolo

Isma'il I ( 1501-24)

Tahmasp I ( 1524-76)

Isma'il ll ( 1576· 77)

Muhammad Khudabanda (1578-87)

'Abbas I ( 1587-1629)

Safi I ( 1 629-42)

'Abbas II ( 1 642-66)

Safi II (Sulayman) ( 1 666-94)

Sultan Husayn ( 1 694-1722)

Tahmasp II ( 1 722·32)

'Abbas III ( 1 732-36)

Tav. 3. I regnanti sa/avidi.

gne contro gli Ottomani, incoraggiate anche dai buoni rap­


porti dello scià con i Portoghesi che si erano instaurati già
prima della sua accessione9• Dopo l'occupazione di Tabriz e
Baghdad da parte della Porta nel 1534, il conflitto riesplode
una ventina d'anni più tardi e si conclude con la pace del
1 555 che lascia in mano ottomana l'Iraq, ma non l'Azerbai­
gian; Tahmasp trasferisce comunque la sua capitale a Qaz­
vin, sulla via dell'odierna Tehran. Dopo la sua morte ( 1 5 76)
regna per un paio d'anni Isma'il II, al quale succede Khuda­
bandah ( 1 578-1 587) , che non riesce a impedire agli Otto­
mani di riprendersi le alture dell'Azerbaigian e del Kurdi­
stan, né ai Qzzzlbash di indebolire ulteriormente lo Stato di­
sputandosi il governatorato delle province centrali; tanto da
risolversi ad abdicare in favore del figlio adolescente 'Abbas.
Se fondatore della dinastia è giustamente considerato
Isma'il, al suo quarto successore spetta il titolo di restaurato­
re dello Stato. Fu infatti 'Abbas il Grande ( 1 587-1 629) a dare
3. Sul versante asiatico 77

alla Persia un periodo di straordinario splendore artistico e


culturale, di prosperità economica e di stabilità politica. Al­
l'inizio del XVII secolo, in particolare, per ridurre o elimi­
nare l'influenza dei Qzzzlbash, riorganizzò i nomadi del­
l'Azerbaigian nella potente confederazione degli Shah seven
( «quelli che amano lo scià>> , in turco: dovremo far passare un
paio di secoli prima di vedere sul trono di Persia una dinastia
veramente persiana) e, in generale, riorganizzò l' esercito sul
modello ottomano, con unità di artiglieria 10, cavalleria e fan­
teria, reclutando schiavi e prigionieri di guerra, in particola­
re armeni e georgiani cristiani convertiti all'Islàm. Notevoli
risultati ottenne anche in campo economico e culturale: il
trasferimento della capitale a Isfahan, nel cuore della pro­
vincia di lingua persiana, arricchì la città di monumenti che
ne hanno fatto un capolavoro di urbanistica a livello mon­
diale. Altri trasferimenti, per lo più coatti e attuati con cru­
dele efficienza, coinvolsero nuclei considerevoli di popola­
zione: per spostare nella sua nuova capitale il centro del com­
mercio internazionale della seta costrinse gli armeni diJulfa
( oggi a nord del confine tra Iran e Azerbaigian) a trapiantarsi
alle porte di Isfahan, e impoverì il Nord-ovest, allora prospe­
ra regione agricola e commerciale, per evitare che apparisse
come <<un boccone troppo appetitoso per gli Ottomani>>
(Keddie 1972, 1 69) . Mandò missioni a Venezia e altrove per
stabilire relazioni commerciali, e incoraggiò mercanti (e an­
che missionari, che però non furono autorizzati al proseliti­
smo) europei a stabilirsi in Persia. Costruì strade e caravan­
serragli per incoraggiare il commercio, concepito come stru­
mento per incrementare le entrate, su cui incombeva una
duplice minaccia: la prassi del tuyul, o concessione di una
rendita di tipo feudale a termine su terre demaniali, che ben
presto, diventando ereditaria (a condizione che gli eredi ma­
schi del titolare prestassero servizio militare) , portò all'alie­
nazione di vaste superfici; nonché la tendenza dei proprie­
tari terrieri - e dello stesso scià - a costituire vaste superfici in
waqf 1 , che condusse a un enorme concentramento di ric-
78 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

chezza nelle mani di sayyid e 'ulama Questi professionisti


'.

della religione, incoraggiati anche da elargizioni di terre ed


esenzioni fiscali, rappresentarono per 'Abbas un potente so­
stegno ideologico, oltre che strumento di controllo della po­
polazione, ma finirono col trasformarsi in un centro di po­
tere autonomo, con deleterie conseguenze per i suoi succes­
sori. Altro fattore negativo fu l'usanza, introdotta da 'Abbas,
di allevare i principi nell'isolamento del harem, per neutra­
lizzare eventuali rivendicazioni: abitudine senz'altro più ci­
vile dell'eliminazione fisica dei potenziali rivali (a cui lo stes­
so scià aveva fatto ricorso nei confronti del figlio maggiore,
Safi Mirza) , ma generatrice di eredi privi di esperienza am­
ministrativa, militare e delle cose del mondo.
La politica di 'Abbas fu continuata da Safi I ( 1 629- 1 642) ,
figlio di Safi Mirza, ma nell'impero stavano già germoglian­
do i semi della decadenza, contrastata con efficacia ed ener­
gia da 'Abbas II ( 1 642-1666) , e con velleitaria crudeltà da
Safi II ( 1 666-1 694) . Durante questi regni il prestigio e lo
splendore della corte sembravano intatti a molti viaggiato­
ri europei dell'epoca, che non erano forse in grado di va­
lutare la crescente influenza degli 'ulama , i quali comin­
'

ciavano a proclamare apertamente la dottrina sciita duo­


decimana secondo cui tutti i capi temporali sono illegittimi
e il potere spetta a chi sappia interpretare la volontà del do­
dicesimo imam, l' imam nascosto e non morto, destinato a
tornare sulla terra come mahdi o messia. L'ultimo scià safa­
vide, Husayn I ( 1 694-1 722) , si distinse nettamente dai pre­
decessori per mitezza e religiosità, ma il suo disinteresse per
gli aspetti pratici del potere lasciò sguarnito il paese quan­
do un'invasione afghana pose termine alla dinastia.

Gli Uzbeki

Gli Uzbeki che abbiamo visto dar filo da torcere al pri­


mo sovrano safavide costituivano, dopo gli Ottomani, la se-
3. Sul versante asiatico 79

conda minaccia esterna incombente da nord, dal bacino


del Syr Darya. Questo insieme eterogeneo di popolazioni si
era consolidato a partire dal 1 500 sotto la guida di Muham­
mad Shaybani, khan di un gruppo mongolo della Siberia,
che diede vita alla dinastia degli Ò zbeg o Uzbeki in Tran­
soxiana, a spese dei Kazaki e dei Timuridi. Dopo la morte
di Muhammad Shaybani nella battaglia di Marw che aveva
fruttato ai Safavidi la conquista di Herat e Samarcanda, suo
zio Kiichkiinchi fu riconosciuto come successore ( 1 5 1 0-
1 530) , seguito dal figlio Abu Sa'id che regnò per tre anni. Il
potere passò quindi a un nipote di Muhammad Shaybani di
nome 'Ubaidallah ( 1 533-1539) , vero artefice del consolida­
mento uzbeko in Transoxiana: già governatore di Bukhara
sotto Muhammad Shaybani e distintosi per la definitiva
espulsione dei Timuridi dalla loro patria centroasiatica,
guidò ripetute incursioni contro la Persia, nel fallito tenta­
tivo di incorporare definitivamente il Khorasan, distrug­
gendone la prosperità forse più di quanto non avessero fat­
to le campagne di Chinghiz (il nostro Genghiz Khan) e di
Timur (Hambly 1 970, 1 61 ) . L'insuccesso - sancito dalla di­
sfatta del 1 529 a Turbat-i Shaykh Giam - va attribuito so­
prattutto alla mancanza di armi da fuoco, destinata a rele­
gare gli Uzbeki fra le potenze militari minori dell'Asia. La
lezione di Caldiran non era stata inutile per i Safavidi: quin­
dici anni dopo quella sconfitta, dovuta alla superiorità ot­
tomana in fatto di artiglieria, il possesso di qualche canno­
ne e di rudimentali fucili fu elemento decisivo nella loro vit­
toria sugli Uzbeki.
Alla morte di 'Ubaidallah seguì un ventennio di anar­
chia a cui pose fine l'affermarsi di 'Abdullah Kli an (nipote
di Ciani Bek, cugino di Muhammad Shaybani) il quale, du­
rante il regno dello zio Pir Muhammad I ( 1 556-1 561 ) e del
padre Iskandar ( 1 561-1583) , sterminò i pretendenti rivali e
si impadronì dei loro territori, tanto che, quando successe
al padre, regnava su un'area poco meno estesa di quella
retta da Muhammad Shaybani al culmine del potere. Go-
80 Capitolo primo. Le tfflTe dei musulmani all'inizio del XVI secolo

vernando con pugno di ferro consentì una ripresa del com­


mercio e dell'agricoltura e si conquistò fama quasi leg­
gendaria di costruttore di opere pubbliche, dalla madrasa al
caravanserraglio, dai ponti ai giardini. Fu alleato degli
Ottomani, ai quali le sue clamorose vittorie contro i Safavi­
di (sacco di Herat e Marw, 1 585; invasione del Khorasan,
1588) consentirono di concludere con un trattato molto fa­
vorevole la guerra contro la Persia durata dal 1 578 al 1 590.
Questi successi ebbero la conseguenza non voluta di rende­
re definitivo l'isolamento della Transoxiana dal resto del
mondo islamico: mentre il confine meridionale con la Per­
sia safavide si faceva sempre più impenetrabile, a nord-ovest
i khanati successori dell'Orda d'Oro - eccezion fatta per la
Crimea - stavano entrando nell'orbita russa; quanto all' In­
dia dei Moghul, i Timuridi di Delhi avevano buone ragioni
per diffidare degli Uzbeki. L'isolamento era anche cultura­
le, con il prevalere, a livello popolare, dell'Islàm dei dervi­
sci che, pur essendo stati fiorenti già sotto i discendenti di
Ciagatai e di Timur, trovarono i regimi uzbeki particolar­
mente ben disposti nei loro confronti, e awersi alla diffu­
sione della cultura musulmana <<alta>> . Anche tra i dotti ur­
bani della Transoxiana, d'altra parte, «c'era un'eccessiva
sollecitudine per lo studio della teologia a spese delle altre
discipline (eccessiva se paragonata al milieu intellettuale dei
tempi dei Samanidi e dei Selgiuchidi) che imponeva un'as­
soluta sterilità alla vita intellettuale dei più importanti cen­
tri>> (Hambly 1 970, 1 69) .
Alla morte di 'Abdullah il trono passò al marito di sua so­
rella, Ciani Khan, discendente degli antichi signori di Astra­
khan, il quale abdicò in favore del figlio Baki Muhammad
( 1 599-1605) , fondatore della dinastia gianide o astrakhani­
de, che per tutto il XVII secolo e gran parte del XVIII governò
la Transoxiana dalla sua capitale di Bukhara, mentre un ra­
mo degli Shaybanidi continuava a regnare, da Khiva, sul
Khwarezm. Fino al 1 785 si susseguirono sul trono di Bukha­
ra dodici sovrani gianidi, in un ambiente di crescente impo-
Sultan Ahmad
( 1469-94)

Sultan Mahmud
(1494-95)

Dinastia Moghul

Tav. 4. La dinastia timuride.


82 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

verimento economico (declino del commercio carovaniero


transcontinentale messo in crisi dalla circumnavigazione
portoghese dell'Mrica) e culturale (ignoranza e fanatismo) ;
solo il principato periferico di Balkh manteneva tenui con­
tatti con l'India dei Moghul, dove nelle pagine successive si
vedrà ali' opera una specie di diaspora uzbeka. La nascita, ver­
so il l 700, di un khanato indipenden te a Kokand sottrasse poi
a Bukhara il controllo della valle del Ferghana, e scarso ef­
fetto ebbero, verso la fine del XVIII secolo, i tentativi di ri­
presa economica stimolati dall'apparire di nuove dinastie re­
lativamente vigorose: i Mangi ti a Bukhara, i Kungrati a Khiva
e i Min a Kokand. Si può dire che durante quel paio di secoli
il contributo della Transoxiana al patrimonio culturale isla­
mico si riduca al campo letterario, dove il turco orientale o
ciagataico (utilizzato da Babur nelle sue memorie) ha dato vi­
ta a una fiorente produzione di poesia popolare.

Babur in India. Dal sultanato lodi all'impero moghul

Dallo sfacelo dell'impero timuride in Transoxiana sorse


uno dei più vasti imperi centralizzati della storia islamica,
che nel giro di un paio di secoli superò di gran lunga la Per­
sia safavide e l 'impero otto mano in estensione (più di tre mi­
lioni di chilometri quadrati) e numero di abitanti (tra i cen­
to e i centocinquanta milioni di anime) , per non parlare del­
le risorse naturali, agricole o minerarie che fossero. Le lotte
intestine che avevano segnato gli ultimi anni di vita del so­
vrano timuride del Khorasan, Husayn Bayqara, videro emer­
gere Zahir ud-Din Muhammad Babur, discendente di Timur
tramite il nonno paterno Abu Sa'id, e di Chingiz Khan at­
traverso il nonno materno Yunus, il quale aveva già cercato
senza successo di contrastare l'ascesa degli Shaybanidi alla
battaglia di Sar-i Pul. Dopo la morte di Husayn ( 1 506) Babur,
che si stava costruendo un principato nell'attuale Mghani­
stan (Badakhshan, 1 503; Kabul, 1 504; Kandahar, 1 507) ,
3. Sul versante asiatico 83

cercò di aiutare gli eredi a conservarne il potere ma, frustra­


to dalla loro inettitudine, non poté impedire la caduta di H e­
rat in mano agli U zbeki. Da Kabul, ormai ultimo rifugio ti­
muri de, Babur marciò nel 1 5 1 1 (approfittando della scon­
fitta inflitta agli Uzbeki dai Safavidi) verso Samarcanda, do­
ve fu accolto da un entusiasmo di breve durata: la popola­
zione lo vedeva come alleato degli scii ti, e gli Uzbeki colsero
l'occasione per tornare all'attacco, battendo Babur ( 1 5 1 2 ) a
Kul-i Malik e Ghajdivan. Il principe sconfitto si ritirò a Kabul,
per non tornare mai più in Transoxiana.
Dall'odierna capitale dell'Afghanistan, Babur mosse in­
vece ripetutamente contro il Pangiab - la «terra dei cinque
fiumi>> -, dominato dalla dinastia afghana dei Lodi che era
stata portata al potere a Delhi nel 1 45 1 dall'eponimo Bah­
lui Lodi. Il sultanato lodi si era consolidato e affermato so­
prattutto sotto il successore del capostipite, Sikandar Lodi
( 1 489-1 5 1 7) , che ampliò i domini e il prestigio della dina­
stia conquistando la provincia orientale del Bihar e co­
stringendo alla sottomissione numerosi principati rajputi,
retti dalla casta guerriera che, nella regione della Rajputa­
na ( India nord-occidentale) , aveva costituito il nucleo del­
la resistenza indù contro la penetrazione musulmana in In­
dia; ma nel terzo decennio del XVI secolo il potere dei Lo­
di era già gravemente minato da rivalità interne che agevo­
larono l 'invasione timuride. Babur venne infatti coinvolto
sia nelle rivalità interne dei Lodi, sia nel conflitto tra questi
ultimi e i Rajputi, da un principe lodi con base a Lahore e,
rispettivamente, da Rana Sanga, a capo della confederazio­
ne raJputi.
La battaglia decisiva fu vinta da Babur nel 1 526 a Pani­
pat, nelle immediate vicinanze di Delhi, dove il suo piccolo
esercito di dodicimila uomini muniti di archibugi e arti­
glieria ebbe ragione di uno schieramento molto più nume­
roso guidato dall'ultimo sultano lodi, Ibrahim, che vi perse
la vita insieme con molti altri capi militari afghani. L'anno
seguente toccò ai Rajputi che, forti di ottantamila cavalieri
Zahir al-Din Babur
( 1526-30)

Nasir al-Din Humayun


(1530-38, 1555-56)

Jalal al-Din Akbar


(1556- 1605)

Khusrov

Dawar Bakhsh
(1627-28)
Shah Shuja' Murad Bakhsh
(1657-58) (1657)

Kam Bakhsh Mu'azzam Shah 'Alam


(1707) Bahadur (1707 - 12)

Muhi al-Sunnat
'Azim al- Sha'n (1712) Mu'izz al-Din Jahandar Sah Jahan Shah Rafi' al Sha'n
Muhi al-Din Shah Jahan III (1712-13)
Muhi al-Din Farrukh Siyar
(1759) Rafi' al-Darajat (17 19)
{1713- 19) 'Aziz al-Din 'Alamgir II
(1754-59) Rafi' al-Dawla Shah Jahan II
(1719)
Jalal al-Din Shah 'Alam II
(1759-1806)
Nasir al-Din Muhammad
Muhi al-Din Muhammad Shah (17 19-20)
Akbar II (1806-37)
Ahmad Shah Bahadur
Siraj al-Din Bahadur Shah ( 1748-54)
(1837)

Tav. 5. La dinastia moghul.


3. Sul versante asiatico 85

e cinquecento elefanti corazzati, furono battuti a Kanua da


un contingente timuride numericamente molto inferiore,
ma superiore in armi da fuoco e capacità di manovra; e nel
1 528 fu distrutta un'altra importante concentrazione raj­
puti a Chandiri.
Babur era ormai saldamente insediato nell'India setten­
trionale. Avrebbe potuto far ritorno in Mghanistan carico di
bottino (compreso il leggendario tesoro di Agra, la capitale
dei Lodi, occupata subito dopo Panipat) , e forse molti dei
suoi lo avrebbero voluto (suo figlio Humayun era già stato
mandato a Kabul per difendere la città e la regione circo­
stante contro ulteriori minacce uzbeke) ; ma decise di rima­
nere anche se, a quanto pare, la sua nuova patria non gli pia­
ceva affatto12, dando così vita all'impero che, in memoria dei
suoi antenati mongoli, si chiamerà moghul. Quando morì
nel l 530, lasciò a suo figlio Humayun un territorio esteso dal­
l 'Asia centrale, passando per Kabul e il Pangiab, fino a Delhi
e parte del Bihar a est, fino a Gwalior a sud. Gli lasciava an­
che una gloriosa tradizione guerriera sorretta da una caval­
leria ben addestrata nelle tattiche centroasiatiche e un eser­
cito complessivamente più moderno di tutte le altre forze ar­
mate del subcontinente, dove si continuava, in complesso, a
prestare scarsa attenzione al buon uso della polvere da spa­
ro; sul piano ideologico, un rigoroso sunnismo e stretti le­
gami di famiglia con la Naqshbandiyya, il movimento sufi
originario dell'Asia centrale; e su quello culturale, la ricca
tradizione timuride sviluppatasi a Samarcanda.
Humayun rischiò di perdere tutto per colpa di un altro,
meno apprezzabile, legato paterno: la prassi che imponeva
all'erede di assegnare ai fratelli altrettante province da go­
vernare. A Mirza Sulayman toccò il Badakhshan, Kamran eb­
be Kabul e Kandahar, in India vaste regioni vennero asse­
gnate ad Askari e a Hindal. Nel giro di un anno Kamran e
Askari occupavano il Pangiab, espellendone il governatore
nominato da Humayun. Verso sud Bahadur Shah, sovrano
del ricco Stato marittimo del Gujarat che ospitava numero-
86 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XW secolo

si esuli lodi e disponeva di artiglierie moderne e di perso­


nale tecnico portoghese sotto la guida di un geniere otto­
mano, sfidò Humayun occupando il sultanato di Malwa; la
risposta ( 1535) non fu particolarmente efficace, forse anche
per effetto deli' oppio di cui il timuride era ormai abituale
consumatore (Richards 1 993, 1 0 ) . Nel frattempo un nota­
bile afghano, Sher Khan Sur, aveva organizzato nel Bihar
meridionale una guerriglia anti-moghul, e nel 1537 invase il
Bengala, battendo poi Humayun in due occasioni, a Chau­
sa sul Gange nel 1 539 e, in maniera definitiva, presso Kanauj
nel 1540. Il sultano sconfitto si rifugiò con pochi uomini a
Lahore, e Kamran non gli consentì di riparare a Kabul. Per
una quindicina d'anni Humayun visse da esule, cercando
nel Sind e nel Rajastan alleati per riconquistarsi il trono, fin­
ché nel 1544 non si decise a cercare asilo a Herat, dove il so­
vrano safavide Tahmasp prima lo costrinse ad abbracciare la
shi 'a, poi gli fornì l 'aiuto necessario sotto forma di truppe e
danaro, con cui l'esule prese Kandahar e Kabul. Ne seguì
una guerra di otto anni contro Kamran per il dominio del­
l'Mghanistan, che si concluse nel 1 553 con la definitiva con­
quista di Kabul. Catturato e accecato il fratello, Humayun
scese in India dove, alla morte di Sher Khan (autoprocla­
matosi Shah) nel 1 445, il figlio Islàm Shah Sur non era riu­
scito a consolidare il regno paterno, che finì diviso in quat­
tro parti: Pangiab, Agra e Delhi, Bihar e regione orientale,
Bengala. Ne risultò agevolato il compito di Humayun, che
sconfisse a Sirhind nel Pangiab il suride locale Sikandar
Shah per rientrare da trionfatore a Delhi verso la metà del
1 555; ma non ebbe tempo di godere i frutti della restaura­
zione, poiché nel gennaio successivo gli capitò nella biblio­
teca di palazzo un incidente mortale - che serve tuttavia a ri­
cordarci come i suoi interessi andassero oltre la mera con­
quista del potere. I suoi più stretti collaboratori ebbero la
saggezza di tenerne nascosta la morte per diciassette giorni,
il tempo di concordare un meccanismo efficace per la suc­
cessione deli' orfano dodicenne Akbar.
3. Sul versante asiatico 87

L1slàm centroasiatico e la Cina

Quando gli Shaybanidi cercarono, con Abu'l-Khayr


Khan, di consolidare la propria autorità a spese di altri prin­
cipi chingiskhanidi imponendo un sistema accentrato di
governo, alcuni di essi, guidati da Karai e Giani Bek, due di­
scendenti di Jochi, si erano rifugiati presso Esen-buqa, il
khan ciagatai del Moghulistan: furono questi clan dissiden­
ti ad essere per primi designati col nome di Kazaki. Seppe­
ro approfittare delle difficoltà degli Shaybanidi, fiaccati dal­
le campagne degli Oirati buddisti, per costituire nelle step­
pe a nord del Syr Darya un «impero>> che, sotto Burunduk
Khan ( 1 488-1 509) figlio di Karai e, soprattutto, sotto Qasym
( 1 509-15 1 8) figlio di Giani Bek, dilagò a nord dei possedi­
menti shaybanidi. Da questo momento i termini <<Kazaki>> e
<<Uzbeki>> , pur designando popolazioni aventi la medesima
origine, assumono un nuovo significato: il primo designa le
tribù rimaste a nord del Syr Darya, il secondo quelle che
avevano seguito Muhammad Shaybani stabilendosi a sud
del fiume (Lemercier-Quelquejay 1 970, 1 41 ) . Con la morte
di Qasym apparve palese la fragilità della compagine ka­
zaka, che si divise in tre khanati distinti: la Grande Orda
nella Semirec'e, la <<terra dei sette fiumi>> (in russo) , vale a
dire la regione più orientale di quello che sarà il Turkestan
russo, l 'Orda Media nella regione steppica centrale, e la
Piccola Orda, la più occidentale, a est del fiume Ural. L'uni­
tà fu ristabilita dall'ultimo figlio di Qasym, l'energico Haqq
Nazar ( 1 538-1580) , che guidò varie spedizioni contro gli
Shaybanidi, occupando temporaneamente Tashkent nel
1579. Il Drang nach Siiden dei Kazaki verso le ricche terre
della Transoxiana continuò anche sotto i suoi successori
Tevkkel ( 1 586-1598) , che prese Tashkent e Samarcanda,
Ishim ( 1 598-1628) , Gianghir e infine Tauke ( 1 680-1 718) .
Quest'ultimo sovrano dello Stato kazako unificato fu guer­
riero (ottenne notevoli vittorie contro i nuovi signori di
Bukhara, gli Astrakhanidi subentrati agli Shaybanidi nel
88 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

1 599) e buon amministratore: lasciò un codice che ebbe


forza di legge scritta nell'ambito del diritto consuetudina­
rio dei nomadi, l' adat.
I Kazaki furono travolti dagli Oirati buddisti sospinti ver­
so ovest dalle tribù mongole orientali unificatesi sotto Altan
Khan ( 1 543-1583) . Una tribù oirata, quella dei Turghut, at­
traversò il territorio kazako all 'inizio del XVII secolo, pas­
sando a nord del lago d'Arai e del Caspio, combattendo
contro la Piccola Orda e i Noghai, l'insieme delle tribù ta­
tare del litorale caspico settentrionale, fino a costituire tra
la Volga e l 'Ural un potente Stato nomade, noto come l' Or­
da calmucca. Il loro khan Ayuka ( 1 670-1 724) divenne vas­
sallo nominale dell'impero russo, che si servì dei suoi guer­
rieri buddisti per combattere i Noghai, i Bashkiri e il kha­
nato di Crimea, tutti musulmani. Nello stesso tempo si for­
mava all'estremo nord-est delle steppe, nella regione del
Tarbagatai, un altro Stato oirato il cui fondatore, Batur, in­
vase la Semirec'e nel 1 643 e impose la sovranità sulla mag­
gior parte della Grande Orda. Suo figlio Galdan spodestò i
sovrani ciagataici del Turkestan orientale, trasformò la Ka­
shgaria in protettorato ( 1 678-1680) , annesse Turfan e Ha­
mi nel 1 68 1 , e incorporò ciò che restava del khanato del
Moghulistan. Si spinse a ovest fino alla regione del Syr
Darya a nord di Tashkent, prima di rivolgere la propria at­
tenzione contro l'impero manciù ( 1 690) , che lo fermò gra­
zie all'artiglieria procurata dai gesuiti.
Ai Kazaki si attribuisce spesso una islamizzazione super­
ficiale; ancor meno radicato è ritenuto l 'Islàm tra i Kirghi­
si ( Hambly 1 970, 19) , originari dell'alto Jenissei, trasferitisi
in parte nel T'ien-shan e incorporati durante il XIII secolo
nell' ulus di Ciagatai: come la sovranità mongola rimase per
loro solo nominale, così la tardiva diffusione dell' Islàm nel­
la loro società (XVIII secolo) fu lenta e superficiale. La re­
gione del T'ien-shan, devastata ripetutamente da Tamerla­
no e rifiorita sotto i Ciagatai, sfuggì - eccezion fatta per un
breve periodo sotto Haqq Nazar - ai tentativi kazaki di im-
3. Sul versante asiatico 89

padronirsene, ma fu devastata e poi occupata tra il 1 683 e


i l 1 685 dagli Oirati di Galdan. Alcune tribù kirghise si spo­
starono allora verso Yarkand, Khotan e Kashgar nel Turke­
stan orientale, diventando poi vassalle nominali dei Cinesi;
nella regione da loro abbandonata gli Oirati trasferirono
nel 1 702 la maggior parte dei Kirghisi dello Jenissei. Nel
1 758, dopo la distruzione della potenza oirata da parte dei
Manciù, le tribù kirghise riacquistarono la libertà.
Dopo la battaglia del Talas nel 751 , in cui gli Arabi aveva­
no sconfitto i Cinesi (e dai prigionieri appresero l'arte della
fabbricazione della carta) , la catena del T'ien-shan finì col se­
gnare, per secoli, una specie di confine naturale tra area di
influenza islamica e area di influenza cinese: influenza poli­
tico-militare, si intende, dato che gli influssi culturali conti­
nuarono a superare quell'ostacolo nelle due direzioni, gra­
zie soprattutto alla Via della Seta; e in Cina l 'Islàm arrivò non
portato da conquistatori, ma diffuso da mercanti e missiona­
ri. Vi pervenne anzitutto via mare, come si apprende dai geo­
grafi arabi: Mas'udi, che scriveva verso il 966, racconta in che
modo i mercanti musulmani raggiungessero Khanfu/Can­
ton, forse già intorno all '870, cosa abbastanza probabile visto
che lbn Khurdadhbih, attivo verso la metà del IX secolo, ci ha
lasciato un itinerario dettagliato della rotta da Basra a Can­
ton (dove si sviluppò una cospicua comunità musulmana) e
oltre. Questo autore di origine persiana era anche informa­
to sulle vie terrestri di collegamento con la Cina, da Khamlij ,
<<la capitale dei Khazari>> , attraverso il Caspio e la Transoxia­
na e quindi il wurut, vale a dire lo yurt, i pascoli dei Toghuz
Oghuz, e sapeva distinguere i Cinesi dai Turchi. Nel XIV se­
colo il celebre viaggiatore lbn Battuta, dal canto suo, descris­
se la prospera colonia di Zaytun, oggi Quanzhou, <<porto gi­
gantesco>> nel quale i musulmani abitavano in un quartiere
separato, con un qadi, uno shaykh al-/slàm, un convento sufi e
numerosi mercanti, a quanto pare tutti persiani. A questi ed
altri insediamenti musulmani lungo le coste cinesi fanno, per
così dire, da contrappeso le comunità sviluppatesi sulle varie
90 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

diramazioni della Via della Seta, che fino al periodo mongo­


lo fu il percorso più importante per le relazioni diplomatiche
e commerciali tra il mondo islamico e la Cina. I rapporti via
mare, d'altra parte, furono interrotti dalla comparsa dei Por­
toghesi nell'Oceano Indiano e nel Mar della Cina.

4. LE PERIFERIE DEL MONDO ISLAMICO

È venuto il momento di tornare brevemente sul tema ge­


nerale dell'Islàm periferico, quello che si è diffuso oltre i li­
miti dell'islamizzazione continua, realizzando una coloniz­
zazione di natura più ecologica che politico-militare: un
Islàm la cui storia non è tanto di battaglie e dinastie, quan­
to di forme di vita e modalità di sfruttamento dell'ambien­
te. Questo processo aveva investito, all 'inizio della storia dei
musulmani, anche l'Europa a nord dei Pirenei (e, per cer­
ti aspetti, la Sicilia, dove l 'espansione islamica coinvolse so­
prattutto la parte occidentale dell'isola, con Palermo e il
Vallo di Mazara, a cui si contrapponevano a nord e ad est la
Val Demone e la Val di Noto, rimaste sostanzialmente cri­
stiane) , ma ora, verso l'inizio del XVI secolo, riguarda so­
prattutto la fascia tropicale umida che si estende dall'Mri­
ca subsahariana fino ai mari del Sud.

Mercanti, pastori e missionari

L'Mrica a sud del Sahara ha rappresentato l'ambiente


ideale per l 'islamizzazione pastorale lenta - determinata dal­
l'estrema difficoltà con cui il bestiame delle regioni aride e
semiaride si adatta alle condizioni delle savane e delle regio­
ni umide ai margini dei tropici - contrapposta alla beduiniz­
zazione rapida e brutale di tipo hilaliano. Il processo è passa­
to per l'islamizzazione di società pastorali preesistenti, come
4. Le periferie del mondo islamico 91

si può vedere in Mrica orientale dove, lungo i percorsi com­


merciali diretti dai porti del Mar Rosso o dell'Oceano India­
n o verso l ' altopiano etiopico, il proselitismo islamico ha coin­
volto le tribù nomadi dell'interno, quali i Danakil o Mar la
cui etnogenesi risale presumibilmente al XIII secolo, e i So­
mali, attestati all'inizio del XV. Le conversioni sarebbero co­
minciate, secondo le tradizioni locali, fin dal IX secolo, ma
hanno assunto proporzioni imponenti solo tra il XIV e il XVI,
portando i nomadi islamizzati a riunirsi in confederazioni
gravitanti attorno ai sultanati di Harar, Aussa e Mogadiscio.
Tra il Mar Rosso e il lago Ciad si estende invece la gran­
de zona di penetrazione diretta dei nomadi arabi i quali,
non ostacolati come nel Sahara centrale da massicci para­
gonabili al Hoggar, all'Air e al Tibesti che hanno consenti­
to l'autonomia etnica dei Tuareg e dei Tubu, hanno deter­
minato una diffusa arabizzazione a cui, dal punto di vista
linguistico, sono sfuggite soltanto le tribù Beja localizzate a
est dell'Atbara. Unico impedimento di una certa portata fu­
rono, nell'alta valle del Nilo, i regni cristiani della Nubia, di
Dongo la e di Aloa, il cui crollo definitivo nel XV secolo aprì
ai nomadi arabi la via delle savane verso il Darfur, il Ciad e
i bordi dell' altopiano abissino. L'ambiente naturale diver­
sificato ha dato vita a una gamma variegata di forme di tran­
sizione, che va dal grande nomadismo degli allevatori di
dromedari del deserto ai sedentari puri, passando per gli al­
levatori di bovini seminomadi. Così nell'odierno Sudan oc­
cidentale il grande nomadismo dei Baqqara, che si spingo­
no durante l'inverno fino ai margini dei monti Nuba o al­
Bahr al-'Arab, coesiste con la sedentarizzazione imposta ai
Hamar, «arabi puri>> , dalla perdita del bestiame in seguito
alla rivolta mahdista di fine Ottocento. Dalla simbiosi tra ce­
ti dominanti arabi o arabizzati e contadini neri nacquero
così nelle savane strutture quali il regno Fung di Sennar tra
il N ilo Bianco e il N ilo Azzurro (XVII secolo) , il Darfur e il
Baghirmi (XVI secolo) , il Waddai (XVII secolo) .
Più a ovest, le savane dell'Mrica subsahariana sono il re-
92 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

gno dell'espansione dei Peul, popolo allevatore di bovini che


fa la sua comparsa durante l'XI secolo nel Futa Toro (bassa
valle del Senegal) ; si sposteranno quindi verso est fin oltre il
Ciad in varie fasi: genesi dei Toucouleur o Tacruri nel basso
Senegal già islamizzati nell'XI secolo, meticciaggio con i
Mande per dar vita ai Fulenke; e insediamento massiccio nel­
la Macina a partire dal XIV secolo. Da questa regione palu­
dosa del medio Niger si diffusero poi sia verso sud-ovest (Fu­
ta Gialon, XVI secolo) , sia verso la Nigeria settentrionale e le
savane di quella che diventerà poi la Repubblica Centroafri­
cana (XVIII secolo) , mediante un processo generalmente
pacifico che assumerà caratteri di fanatismo guerriero verso
il XVII-XVIII secolo. In linea di massima, l'espansione dei
Peul ha portato con sé il degrado della vita agricola, in forme
diverse a seconda del rapporto numerico tra nomadi e se­
dentari: beduinizzazione nel Camerun centrale conquistato
all'inizio del XIX secolo dal notabile peul Adama, netta so­
pravvivenza dell'agricoltura quando i Peul sono in minoran­
za rispetto ai sedentari, come nel Futa Gialon conquistato da
Ibrahima Sori Maudo ( 1 751-1 784) i cui discendenti hanno
subìto una sedentarizzazione completa, coesistenza organiz­
zata come nel Bara a sud del Niger, dove dai tempi dell 'im­
pero peul di Sheku Hamadu ( 1800-1844) terreni di pascolo
e terre coltivate si fiancheggiano a macchia di leopardo. An­
che il rapporto tra religione e forma di vita presenta aspetti
interessanti: talvolta i musulmani passati all'agricoltura la
praticano con maggior efficienza dei loro vicini animisti, co­
me in alta Costa d'Avorio, vuoi grazie a tecniche perfeziona­
te, vuoi grazie all'introduzione di nuove colture, come il co­
tone indispensabile all'abbigliamento dei bravi musulmani,
che ci hanno lasciato numerose descrizioni impregnate di
deplorazione per l'abitudine dei pagani locali di andare in gi­
ro nudi o quasi. Altrove, nomadi quali i Sarakolle della re­
gione di Bamako, rovinati dalla crisi del commercio dei ca­
valli e costretti a darsi al lavoro dei campi, hanno abbando­
nato l'Islàm a favore dell'animismo, giustificando la conclu-
4. Le periferie del mondo islamico 93

sione secondo cui «ogni musulmano che ritorna alla terra


sembra perduto per l'Islàm>> (Planhol 1968, 318) .
Nel subcontinente indiano la penetrazione pastorale del­
l'Islàm è stata invece minima, perché i deserti che lo sepa­
ravano dai grandi centri musulmani hanno sempre costi­
tuito una barriera discontinua, segmentata per di più da re­
gioni di montagna, incapace pertanto di ostacolare effica­
cemente il passaggio degli eserciti: l'India ha dunque rap­
presentato un ambiente ideale per l'insediarsi dell'Islàm
«classico>> , quello dei centri urbani e delle formazioni sta­
tuali. Il rapporto nomadi-sedentari era stato determinato
nelle sue linee essenziali a partire dal II millennio a.C.,
quando il bestiame degli invasori ariani iniziò ad acclima­
tarsi all'ambiente tropicale, tanto che la frontiera «tribale»
dell'India è rimasta, dalla dominazione mongola a quella
britannica, nelle regioni di popolamento afghano del nord­
ovest. Qui è interessante il caso del Bengala, unico esempio
di conversione di massa oltre i limiti dell'islamizzazione
continua: questa regione, la più umida della piana indo­
gangetica, era sfuggita con le sue foreste impenetrabili al­
l'invasione dei pastori ariani, che vi si cominciarono a stan­
ziare marginalmente solo verso il IV-V secolo d.C. I coloni
erano soprattutto awenturieri o emarginati, che mal sop­
portavano la rigida struttura castale della società induista, e
si assimilarono a popolazioni locali pre-arie: Nella forma­
zione di questa società marginale un ruolo di primo piano
fu svolto dai mercanti, il cui prestigio, a partire dal XIII se­
colo, spianò la via alla penetrazione dell'Islàm. L'Assam, dal
canto suo, sfuggì a questo processo, perché era ancora pres­
soché disabitato al momento della conquista islamica e i
musulmani non si impegnarono a fondo per occuparlo.
Il veicolo di islamizzazione rappresentato dal nomadi­
smo pastorale ha generalmente portato, in fin dei conti e
salvo eccezioni localizzate, al degrado dell'ambiente natu­
rale e all'introduzione di condizioni sfavorevoli all'agricol­
tura stanziale. Basterà ricordare a questo proposito l'effe t-
94 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

to devastante della capra sulla vegetazione e contrapporlo


alla simbiosi con il manto forestale consentita invece dal­
l'allevamento del maiale: fenomeni ed effetti talmente no­
ti e vistosi da permettere di ricostruire, nella penisola bal­
canica come in quella iberica, una significativa coincidenza
delle linee di demarcazione tra cristiani e musulmani, tra
boschi e terreni in via di desertificazione, tra allevamento
suino da una parte, e ovino-caprino dall 'altra (Ashtor 1 982,
48-62; Planhol 1968, 294 e 297) . L'Islàm propagato da mer­
canti e navigatori nei mari del Sud è stato invece fonda­
mentalmente creatore e non distruttore. A quei «lidi ancor
soffocati dalle mangrovie tropicali, gli avventurieri del ma­
re hanno portato, nel corso delle loro spedizioni commer­
ciali, germi di vita urbana e semi di civiltà. Qui l'Islàm si pre­
senta come cemento di Stati organizzati e fermento di una
vita sociale di ordine superiore» (Planhol 1 968, 343) .

Centri di diffusione: Arabia meridionale e India

I primi diffusori dell'Islàm, gli Arabi del Hijaz e dell'Ara­


bia centrale, non erano navigatori e quando, arrivati al Medi­
terraneo, ebbero la necessità di andare per mare dovettero
far ricorso all'esperienza dei Copti d'Egitto13• Nell'Oceano
Indiano, alla vigilia dell'egira gli Arabi potevano invece con­
tare sulla tradizione marinara dell'Oman, nata a quanto pare
per influenza persiana, come sembra dimostrare un certo nu­
mero di prestiti lessicali14, di Aden e di qualche centro co­
stiero minore del Hadramaut: dal Golfo Persico e dai bordi
della Penisola Araba ci si spingeva, grazie ai monsoni inver­
nali, fino alle coste occidentali dell'India. Nella direzione op­
posta è accertata la presenza di navigatori tamil che dali 'India
meridionale si spingevano fino a Basra, mentre ancora con­
troversa è la tesi su un collegamento diretto con la Cina, atte­
stato invece in versione indiretta, con trasbordo a Galla (Cey­
lon) da navi arabe o persiane su navi cinesi e viceversa1 5 • Lun-
4. Le periferie del mondo islamico 95

go queste rotte i commerci arabi e la conoscenza dell'Islàm si


diffusero sotto la spinta dell'espansione del califfato abbaside
e grazie a un certo numero di innovazioni di grande impor­
tanza per l 'arte marinara: la vela aurica (che si diffonderà poi
nel Mediterraneo come vela latina) , la rosa dei venti, la bus­
sola, che gli Arabi impararono a usare dai Cinesi.
In questo processo il ruolo svolto da mercanti e naviga­
tori del Golfo Persico e della Penisola Araba fu inizialmen­
te essenziale, anche se di importanza numerica limitata. A
loro si deve l'insediamento di comunità musulmane costie­
re in India, dal Gujarat al Golfo del Bengala. Furono poi so­
prattutto mercanti gujarati di precoce conversione a diffon­
dere l 'Islàm verso l 'Indonesia, lungo le medesime rotte di
cabotaggio che in precedenza avevano facilitato l'espan­
dersi di influssi induistici: questi commerci tra Gujarat e
Asia sud-orientale mantennero la loro importanza fino alla
comparsa dei Portoghesi, malgrado la pirateria endemica
in quelle acque. Anche lungo le coste orientali dell'Mrica
l'egemonia lusitana interruppe per un paio di secoli l'e­
spansione musulmana: soltanto verso la fine del XVII seco­
lo i mercanti di Masqat, liberatisi dai Portoghesi sotto la gui­
da di Nasr bin Murshid ( 1 625-1649) , riusciranno a ripren­
dere Mombasa nel 1 698 e, dopo un nuovo intermezzo por­
toghese, nel 1 728. L'islamizzazione di questo tratto di costa
si intensificherà successivamente con il trasferimento a
Zanzibar della capitale del sultanato di Masqat verso il 1 840
per volontà di Sayyid Said, e grazie al non trascurabile ap­
porto di musulmani indiani originari del Kutch e della pe­
nisola di Kathiawar, nella regione del delta dell' lndo.

Imperi mercantili e colonie: Benadir, Malacca,


Indie orientali, Filippine

L'impero amanita di Masqat e Zanzibar è un bell'esem­


pio di connubio istituzionale tra interessi mercantili e dif-
96 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all 'inizio del XYl secolo

.
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BUNGURAN
<;)

O C EA N O
INDIA N O

---+ Rotte marittime


® Centri di diffusione dell'lslàm dal Xlii al XIV secolo
MATA
@ li".òl.. Centri di diffusione dell'lslàm dal XV al XVI secolo
ll!!!lll Diffusione dell'lslàm nel XVII secolo
D Aree cristiane
• Aree induiste
PAJANG Sultanati

Fig. 6. L 'islamizzazione dell 'arcipelago indonesiano (XIII-XVII secolo).


4. Le periferie del rnondo islarnico 97

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98 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

fusione dell'Islàm; nel suo complesso, tuttavia, l'Islàm del­


l 'Oceano Indiano è rimasto una religione costiera dissemi­
nata per iniziativa di singoli, non sostenuti da dinastie, ca­
ratterizzata da scarsa penetrazione verso l'interno. I rap­
porti tra <<madrepatria» e «colonie» hanno dato luogo alla
·
prosperità effimera di un certo numero di porti di parten­
za, in primo luogo Basrah, sbocco marittimo naturale del­
l'Iraq, soppiantata ben presto da centri più vicini all'alto
mare, meno penalizzati dalle difficoltà di navigazione pro­
prie delle acque basse della testata del Golfo. Toccò quindi
a Siraf, fiorita tra il IX e l'XI secolo, poi all'isola di Qais che
prospera fin verso l'inizio del XIV, e infine a Hormuz, prin­
cipale emporio del Golfo fino al periodo portoghese com­
preso. La natura puntiforme della colonizzazione islamica
realizzata a partire da questi porti ha fatto sì che, al di fuo­
ri dei centri urbani, le popolazioni siano rimaste estranee
all' Islàm. È il caso dei pescatori di Ceylon nei confronti dei
meticci islamizzati dei centri urbani, i moors della termino­
logia coloniale britannica che hanno svolto un ruolo fon­
damentale nella vita economica dell'isola. Lo stesso vale
per le coste meridionali dell' India, dove le comunità di pe­
scatori musulmani sono eccezionali, e per quelle della Ma­
lacca; qui i mercanti arabi, o non arabi ma islamizzati, si so­
no insediati alle foci dei corsi d'acqua dando vita mediante
matrimoni misti a comunità culturalmente islamiche, tra­
sformatesi poi nel migliore dei casi in unità politico-terri­
toriali di modeste dimensioni, definite dai relativi bacini
idrografici. Non è un caso che fino alla dominazione britan­
nica la penisola della Malacca non abbia conosciuto unità
politica.
Nell'arcipelago indonesiano coesistono a quanto pare
Islàm mercantile e Islàm di Stato, in un quadro complesso
nel quale intervengono i matrimoni misti tra mercanti mu­
sulmani e donne locali, le conversioni e le nozze diplomati­
che fra i vari regni dell'arcipelago, l'attrazione psicologica
esercitata sui <<fieri Giavanesi» più dall'Islàm che dall'indui-
4. Le periferie del mondo ùlamico 99

smo, la necessità di consolidare un fronte comune contro


l 'espansione portoghese. Non mancarono le conversioni
puramente tattiche, come quella di un sovrano dell'inter­
no, il sultano Agung, intervenuta nel 1 633 dopo l'islamiz­
zazione dei principati costieri nel XV-XVI secolo. In gene­
rale la penetrazione dell'Islàm verso l'interno delle isole è
stata proporzionale alla facilità delle comunicazioni. La
massima resistenza è stata opposta dalle popolazioni più iso­
late e arretrate dell'interno, quali i Batak del lago Toba (Su­
matra) , mentre i Batak del Sud, in facile contatto con i Me­
nangkabau socio-economicamente evoluti e islamizzati fin
dal XVI secolo, hanno accolto l'Islàm e, nel XIX secolo, per­
fino una delle sue varianti più rigoriste, quella wahhabita.
Situazione analoga si osserva nelle Filippine, dove l'islamiz­
zazione è partita dai margini occidentali e meridionali del­
l'arcipelago: nell'isola di Mindanao, terreno di scontro fra
i moros e i cristiani del Nord, e ajolo nelle isole Sulu, sedi di
insediamenti mercantili e politici di vecchia data.
Altri modelli più recenti di islamizzazione, forse più in­
teressanti in quanto realizzatisi al di fuori degli interessi di
questo o quello statista musulmano con velleità di espan­
sione, sono quelli posti in essere da gruppi di emigranti, pe­
dine dirette o indirette dell'espansione coloniale europea.
Negli ultimi anni del XVIII secolo il Hadramaut cominciò
ad alimentare una corrente migratoria diretta verso il mon­
do malese, che si intensificò all'inizio del secolo successivo
con insediamenti nelle isole di Sumatra (Atjeh) , Giava e
Madura ( 1 820) , raggiungendo proporzioni notevoli dopo
il 1 870 grazie alla navigazione a vapore. Gli Hadrami delle
Indie Olandesi (meno di 1 0.000 nel 1 860, 90.000 nel 1 939)
hanno alimentato un flusso migratorio funzionale agli in­
teressi della potenza coloniale, praticando il commercio e,
spesso, l'usura16, i mestieri della marineria e dell'artigiana­
to, con effetti sia sul paese d'origine grazie al ritorno di un
certo numero di emigrati arricchiti portatori, tra l'altro, di
<<Stravaganze architettoniche>> , sia sull'Islàm indonesiano.
1 00 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

La maggior parte dei nuovi venuti erano scapoli che, fon­


dendosi con le popolazioni locali, hanno dato vita a un me­
ticciato islamico in cui il prestigio degli Arabi - usura a par­
te - ha trovato un buon terreno di cultura. Nel contesto del­
le migrazioni ottocentesche scatenate dall'espansione eco­
nomica legata alla colonizzazione europea rientra anche la
numerosa comunità indiana dell'isola Maurizio: benché la
maggior parte degli immigrati fossero Tamil del Sud, la
componente musulmana (per lo più bengalese) ha rag­
giunto il 15% circa della popolazione totale, e orca un
quarto della sua componente indiana.

I musulmani della Cina interna

Un'altra tipologia interessante di diffusione dell'Islàm è


quella legata all'attività di mercenari. Secondo le cronache
cinesi, nel 1 070 circa cinquemila «giovani Arabi di Bukha­
ra>> furono invitati - nel quadro delle lotte della dinastia
Sung contro l'impero dei Liao - a stanziarsi nelle regioni del
nord-est devastate dalla guerra, tra la capitale Kaifeng e
Yenking, l'attuale Pechino; altri diecimila musulmani cen­
troasiatici che li seguirono nel 1 080 vennero assegnati alle
province del nord e nord-est (tra cui Shantung, Honan, Hu­
pei e Shensi) . Il periodo mongolo portò un nuovo afflusso
di musulmani, sotto forma di migliaia di soldati reclutati da
Kubilay Khan in Asia centrale e Medio Oriente; altre mi­
gliaia di musulmani parteciparono poi alla gestione del po­
tere mongolo in Cina quali funzionari dell'amministrazione
centrale e dei governi provinciali. Uno di questi ultimi,
Shams ad-Din 'Umar detto Sayyid-i Ajall, fu governatore del­
la provincia sud-occidentale dello Yunnan dal 1 273 al 1 279.
Alla fine dell'egemonia mongola si calcola che i musulmani
stanziati in Cina fossero circa quattro milioni: la più impor­
tante tra le minoranze dell'impero, presente e attiva in ogni
ramo della società. Sotto la dinastia dei Ming ( 1 368-1644) la
Note 101

condizione dei musulmani fece un passo indietro rispetto ai


tempi della dinastia Yuan fondata da Kubilay Khan: ne fu in­
c oraggiata l 'assimilazione (tanto che da musulmani di Cina
si trasformarono in Cinesi musulmani) e la dispersione
(espulsione da Canton, 1 385) , anche mediante il trasferi­
mento forzato di Cinesi nelle regioni in cui i musulmani ave­
vano formato comunità compatte, come le marche di confi­
ne del nord-ovest e sud-ovest. I musulmani si videro vietare
la possibilità di rispettare le abitudini alimentari, nonché le
tradizioni in materia di matrimonio, abbigliamento e lin­
guaggio, ma riuscirono in parte a conservare usi e costumi
tradizionali, insieme con molte parole arabe e persiane usa­
te nella vita religiosa. Questi musulmani ormai sinizzati e no­
ti come Hui disponevano, alla fine del periodo Ming, di tra­
duzioni di testi islamici arabi e persiani, e la loro consisten­
za numerica era addirittura aumentata rispetto al passato.
Diminuì invece drasticamente a causa delle repressioni e
stragi che accompagnarono la decadenza della dinastia
mancia, tra il 1 8 1 8 e il 1 873 (Sarkisyanz 1972, 293-295) .

NOTE

1 Il riferimento è all'invasione del Nordafrica da parte delle tribù dei Ba­


nu Hilal e dei Banu Sulaim nell'XI secolo, che determinò un generale ar­
retramento delle culture - e colture - sedentarie di tutta la regione.
2 Per un'interpretazione alternativa che nega la natura periferica dell'I­
slàm malese e indonesiano si veda l 'utile ed esauriente libro di Riddell 200 1 .
� Per un' ottima sintesi della storia timuride si veda L a civiltà timuride co­
me fenomeno internazionale ( Bernardini 1996) .
4 Letteralmente: lo si raccoglieva, secondo autori stimati, sugli alberi e i
cespugli oppure «come le carote, al levar del sole•• (Cuoq 1985, 272-273) .
" Sul grande storiografo maghrebino, che per il suo peso nella storio­
grafia è stato paragonato a Tucidide, Vico e Montesquieu, cfr. Turroni 2002.
6 Personaggio dotato di notevole iniziativa, se sviluppò a tal punto la col­
tivazione del garofano da accentrare nelle i sole di Zanzibar e Pemba il 90%
della produzione mondiale ( Planhol l 968, 362 ) .
7 Shi'a significa letteralmente « partito » , sottinte so di 'Ali, i l cugino e ge­
nero del profeta Muhammad, che i suoi seguaci - gli scii ti - considerano in-
1 02 Capitolo primo. Le terre dei musulmani all'inizio del XVI secolo

giustamente defraudato dalla successione politica e religiosa (Scarcia Amo­


retti 1 994) .
8 Tutti i combattenti, in generale, preferivano d'altra parte le campagne
in Europa a causa delle prospettive di arricchimento molto migliori.
9 Vi furono forniture di armi da fuoco e si vociferò di una campagna del­
lo scià contro Aleppo nel 1 5 1 5 (Inalcik 1 994, 321 ) .
10 In questo campo si awalse delle conoscenze tecniche di due intra­
prendenti inglesi, Robert e Anthony Sherley, proiezione vicino-orientale di
quel fenomeno di espansione dell'Europa nord-occidentale che verso il
1 590 instaurò il predominio mercantile anglo-olandese nel Mediterraneo
(lnalcik-Quataert 1999, 241 ) .
1 1 Il waqfè l'equivalente delle nostre fondazioni pie, che nel mondo isla­
mico ha conosciuto uno sviluppo eccezionale, il cui obiettivo precipuo era di
garantire quello che oggi sarebbe chiamato il welfare (Vercellin 1 996, 3 1 8 ) .
12
Come ha scritto egli stesso nella sua monumentale autobiografia, la Ba­
bur-nameh, «l'Indostan è un paese dalle poche attrattive. La sua gente non è
di bell'aspetto; relazioni sociali, fare e ricevere visite, non ve ne sono; di ge­
nio e capacità non v'è traccia; le buone maniere mancano del tutto; nell'ar­
tigianato e nel lavoro in genere non c'è alcuna simmetria; non ci sono buoni
cavalli, buoni cani, uva, meloni o altra frutta di prima qualità; non c'è ghiac­
cio o acqua fresca, il pane non è buono, né vi sono cibi cotti nei bazar; non ci
sono bagni, università, candele, torce o candelieri•• (Ahmad 1 972, 241 ) .
13 Con ottimi risultati, peraltro, se nel giro di pochi anni riuscirono a bat­
tere i Bizantini nella cosiddetta <<battaglia degli alberi» nel 655 (Lewis 1 998,
69) .
14 Dal persiano vengono le parole bandar <<porto•• (il cui plurale arabiz­
zato banadir finirà con l'indicare la costa somala ) , rahnani <<portolano•• ,
nakhoda «comandante di nave» .
15 All'inizio del XV secolo i Cinesi con le loro giunche dalle dimensioni
mai viste in quelle acque (superiori anche alle caravelle portoghesi che vi fa­
ranno la loro comparsa qualche decennio più tardi) godevano di una ege­
monia consolidata sui centri commerciali chiave dell' Oceano Indiano, tra
cui gli Stretti di Malacca, e i porti di Ceylon e Calicut (Torri 2000, 25 1 ) .
1 6 Sulla questione dell'usura in generale, si veda il classico di Maxime Ro­
dinson, Islam e capitalisrrw. Per inquadrare, invece, il problema nella storia
contemporanea, si veda Piccinelli 1994.
CAPITOLO SECONDO

EVOLUZIONI E DINAMICHE

I circa cinque secoli compresi tra la caduta/conquista di


Bisanzio e la fine del secondo millennio vedono la dialetti­
ca fra Europa e mondo islamico evolversi da una generale
superiorità del secondo a una situazione di sostanziale pa­
rità in cui ai progressi di uno dei protagonisti in determi­
nate aree geografiche corrispondono arretramenti altrove,
e viceversa, fino a una lunga e lenta fase di declino dei mu­
sulmani nel loro complesso, che si è forse interrotta - se
non definitivamente conclusa - nell'arco di tempo che va
dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, caratteriz­
zato da una generale ripresa di vitalità dell'Islàm, in cui
molti vedono l'unica forza - dopo la scomparsa dell' Unio­
ne Sovietica - capace di contrastare il consolidarsi di un
mondo unipolare e di arginare il dominio dell'unica su­
perpotenza sopravvissuta alla fine della guerra fredda. L'a­
nalisi delle cause del riflusso islamico è un argomento di
grande interesse non soltanto scientifico, ma anche prati­
co, giacché consente di affrontare quesiti di interesse ge­
nerale e attuale. Ad esempio, i fattori che hanno portato al­
l'eclissi dell 'Islàm operano anche nel nostro mondo? Pos­
siamo trame qualche insegnamento utile a meglio com­
prendere, e magari contrastare, lo spengleriano tramonto
dell'Occidente? Qui sarà possibile delinearne solo un qua­
dro sommario, descrivendo inizialmente il passaggio da
espansione a stasi nel mondo ottomano e negli altri imperi
islamici, per affrontare poi la genesi della supremazia eu-
1 04 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

ropea e infine le divisioni interne al mondo islamico che


hanno contribuito ad accelerarne il declino.

l . L ' ESPANSIONE OTIOMANA NEI BALCANI

A fianco delle ambizioni dinastiche e delle conquiste po­


ste in atto da eserciti più o meno regolari, fattore fonda­
mentale nella conquista ottomana dei Balcani furono le
correnti migratorie provenienti dall'Anatolia, che già nel
XIV secolo avevano portato alla turchizzazione della Tracia
e dell'odierna Bulgaria orientale: manifestazione locale di
quelle ondate di spostamenti di popolazioni che per mil­
lenni sono state alimentate da periodici squilibri demogra­
fici localizzati grosso modo tra la Mongolia e la catena del
T'ien-shan. Nuove migrazioni di provenienza anatolica in­
tervennero in seguito alle campagne di Tamerlano, ma l 'e­
lemento più interessante nel contesto balcanico è rappre­
sentato dall'apporto degli Yiiriik. Questi nomadi per anto­
nomasia (in turco yuriimek significa «marciare>> ) sono atte­
stati verso la fine del XIV secolo in Anatolia occidentale
quali minoranza tendente ad essere emarginata dalle sem­
pre più fiorenti comunità agricole sedentarie, e pertanto
spinta a migrare verso ovest. Li troviamo infatti nei Balcani
nel XV secolo, in un'area comprendente la Dobrugia e la
Rumelia orientale, la Tracia, i Rodopi, Salonicco e la Mace­
donia; mezzo secolo più tardi sono a Sofia e nella Tessaglia.
L'insediamento turco coinvolse prevalentemente le pia­
nure, vie naturali di penetrazione migratoria e d'invasione
militare, mentre gli autoctoni slavi e greci venivano respinti
verso le regioni di montagna, i «Balcani>> veri e propri, don­
de il termine turco balkanci utilizzato in genere per definire
i contadini bulgari. La colonizzazione in senso stretto av­
venne in due fasi, investendo inizialmente terreni già colti­
vati, i cui abitanti furono respinti sulle montagne. Nella se-
l . L 'espansione ottomana nei Balcani 1 05

conda fase si assiste invece alla messa a coltura, da parte dei


n uovi arrivati, di terre basse e paludose coperte di boschi, co­
m e ci ricorda il nome turco di Deli Orman ( <<la foresta fol­
le>> ) applicato alla regione prebalcanica della Dobrugia me­
ridionale; l 'insediamento turco veniva dunque ad affiancar­
si a quello precedente, e non semplicemente a sostituirlo.
Nelle terre basse, in particolare, si svilupparono nei secoli
XVII e XVIII i latifondi ( çiftlik) , simbolo e sintomo del con­
solidarsi dei <<feudi>> militari, i timar, assegnati originaria­
mente vita natural durante a cavalieri e altri ufficiali in cam­
bio di prestazioni militari e fiscali. Tra i latifondi e i villaggi
cristiani di montagna nacque una forma di simbiosi caratte­
rizzata dalla migrazione stagionale di braccianti all 'epoca
del raccolto, finché nel XIX secolo le autorità ottomane ar­
rivarono a incoraggiare il trasferimento dei balkanci dai loro
paesini di montagna nelle pianure, soprattutto nella Bulga­
ria settentrionale: prima ancora delle più decisive sconfitte
politico-militari della Sublime Porta, nelle pianure balcani­
che si faceva sentire una forte pressione demografica e colo­
nizzatrice slava. La popolazione turca, dal canto suo, ormai
priva di apporti migratori di provenienza anatolica, non era
in grado di neutralizzare il declino numerico associato ai ro­
vesci militari e, nel XIX secolo, subiva un arretramento rela­
tivo rispetto alla componente cristiana.
Il paesaggio agricolo dei Balcani fu significativamente
trasformato dall'Islàm ottomano. Principale innovazione
tra le colture fu il riso, introdotto verso il 1 470 nel fondo­
valle della Marizza, attestato nei pressi di Sofia dal 1 535, e
coltivato esclusivamente dai musulmani fino al 1 856. Da
bravi nomadi appena sedentarizzati, molti Turchi si dedi­
carono all'allevamento dei cavalli in quanto strumenti di
guerra, dei dromedari per il trasporto e, in particolare, dei
bufali, utilizzati come animali da lavoro per eccellenza nei
fondovalle spesso paludosi. Per quanto riguarda l'edilizia,
tipica conseguenza della colonizzazione fu l ' introduzione
del paesaggio urbano islamico, fatto di minareti e moschee,
106 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

MA R MEDITERRANEO CRETA

Fig. 7. L 'impero ottomano (1 683-1 800).


l. L 'espansione ottomana nei Balcani 107

MA R NERO

�Tripoli

C I P RO Beirut
1 08 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

bazar e madrase, fontane e bagni pubblici: vi fu in genera­


le una fioritura di quella vita urbana che fin dall'inizio ha
accompagnato l'espansione dell'Islàm, con ricadute anche
sul paesaggio rurale sotto forma di filari di gelsi per i bachi
da seta e coltivazioni ortofrutticole intensive attorno alle
periferie. Lungo i percorsi rurali i caravanserragli hanno la­
sciato a loro volta il ricordo del commercio carovaniero, ma
- in complesso - l'effetto della colonizzazione si nota nelle
campagne meno che in città, eccezion fatta per la tenden­
za turca a costruire abitazioni più solide, coperte con tetti
di tegole, rispetto alle capanne di legno e frasche tipiche
dei contadini slavi. «l grandi casali fortificati, le kula dei si­
gnori turchi che ostentano fieramente la propria superio­
rità rispetto alle case basse dei loro contadini, presenti in
tutta l'area albanese e greca, non hanno niente di tipica­
mente islamico ed esprimono una società 'eroica' che 1 ' 1-
slàm ha forse contribuito a diffondere nei Balcani, ma che
dev'essere pre-esistente>> (Planhol 1968, 294) .
Non tutti i Turchi si trasformarono in contadini sedenta­
ri. Dai registri della popolazione relativi al l 520-1530 risulta
che i nomadi yiiriik rappresentavano circa un quinto della
popolazione insediata a sud del Danubio e della Sava, e non
sembra che in seguito la loro proporzione si sia ridotta di
molto; la loro presenza era particolarmente rilevante in Tra­
eia, Bulgaria orientale e Dobrugia, nei Rodopi e attorno a
Salonicco. Ci si può meravigliare che le regioni di montagna
non abbiano subìto in misura maggiore questa penetrazio­
ne, dal momento che nella storia del nomadismo turco-ira­
nico le tribù paragonabili agli Yiiriik hanno svolto un ruolo
fondamentale nella beduinizzazione dei rilievi. Il fatto è che
sulle montagne dei Balcani gli Yiiriik non erano gli unici a
praticare la pastorizia: dovettero fare i conti con la concor­
renza di altre popolazioni nomadi, sia di lingua greca, sia
- soprattutto - di lingua rumena, i Valacchi o Aromuni, re­
sidui di antichi gruppi autoctoni spinti al nomadismo ai
tempi delle invasioni slave. Nel popolamento turco dei Bai-
l. L 'espansione ottomana nei Balcani 1 09

cani, inoltre, la componente nomade nel suo complesso,


che comprendeva sia Yuriik anatolici, sia Tatari provenienti
dai territori dell'Orda d'Oro, non ricevette altri apporti im­
migratori (diversamente da quanto accadde in Anatolia, do­
ve l'insediamento nomade originario fu rivitalizzato nel
XVII secolo dagli spostamenti di popolazioni connessi con
la disgregazione delle grandi confederazioni turcomanne
delle regioni più orientali dell'impero) , e finì con l 'essere
progressivamente assimilata dai sedentari, tanto da suscita­
re preoccupazioni di ordine militare. La Sublime Porta, di
fronte al declino del reclutamento, a cui sfuggivano gli
Yiiriik sedentarizzati, a partire dal 1 69 1 cominciò a classifi­
carli come Evlad-ifatihan o <<Figli dei conquistatori>> , con un
diverso regime di arruolamento (Planhol 1968, 296) .
La natura tutto sommato limitata dell'insediamento no­
made spiega inoltre come mai fossero tanto scarse le con­
versioni all'Islàm in ambiente di montagna. Agli Yiiriik si
deve il caso eccezionale di una dozzina di villaggi aromuni
della Moglena, la catena montuosa immediatamente a sud
dell'attuale confine greco-bulgaro, e quello, numericamen­
te più importante, dei Rodopi, dove i Bulgari fattisi musul­
mani (per lo più nel XVI secolo) hanno preso il nome di
Pomaki. Gli altri casi di conversione sono di origine diver­
sa. Quello dei musulmani di Bosnia, concentrati prevalen­
temente nelle regioni di montagna, si può spiegare con la
precedente localizzazione, in quelle medesime regioni, del­
l'eresia cristiana dei Bogomili che vietava il consumo della
carne di qualsiasi animale e, presumibilmente, aveva per­
tanto ridotto l'allevamento del maiale (Fine 1995, 1 3 ) . Più
verso nord-ovest, l'islamizzazione della regione di frontiera
della Krajina va attribuita invece a considerazioni strategi­
che, e cioè all'interesse vitale della Porta a farne un bastio­
ne dell'Islàm contro l'impero asburgico. Meno chiaro il ca­
so albanese, dove le conversioni sembrano conseguenza so­
prattutto di scelte di opportunità sociale e politica, connes­
se con la durezza della repressione ottomana seguita alla re-
1 10 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

sistenza di Scanderbeg; lo dimostrerebbe (Planhol 1 968,


297) il fatto che le radici dell'Islàm non erano particolar­
mente robuste. Si cita a riprova, in questo contesto, il suc­
cesso della Bektashiyya, dovuto alla natura sincretistica
(con elementi che ricordano certi riti del cristianesimo,
quali la distribuzione rituale di pane, vino e formaggio ai
neoconvertiti, e la confessione dei peccati) di quella con­
fraternita mistica, che la rendeva particolarmente bene ac­
cetta nelle regioni di recente scristianizzazione quali l'Ana­
tolia orientale e l 'Albania.
Il fatto che la Bektashiyya fosse, in generale, la corrente
prediletta dei giannizzeri serve a ricordarci l 'importanza
dell'Islàm popolare, spontaneo, militante, se non proprio
militare, nella conquista dell'Anatolia e dei Balcani: un
Islàm rappresentato in primo luogo dai gazi che

attiravano tutti gli elementi desiderosi di mutamenti, di avventu­


re e ricchezze, ma anche gli scontenti della situazione, musul­
mani e cristiani, greci e armeni. Fra questi erano i nomadi tur­
comanni insofferenti dell'ordinato regime selgiuchide e i dervi­
sci o sufi, ossia uomini che avevano dedicato la vita ali'Islàm, mi­
stici che agivano spesso concretamente per questo mondo. E con­
cretamente avevano agito in Asia centrale infondendo l'entusia­
smo ai combattenti islamici contro gli invasori infedeli, Mongoli
o Turchi come loro stessi. Anche questi mistici ricercavano l'e­
stasi attraverso tecniche particolari, il canto, l'uso di strumenti
musicali, la danza, come gli sciamani, portando un insieme di
esperienze provenienti dalle religioni che si erano incontrate in
Asia centrale. [ . . ] Le baci erano donne riunite in confraternite,
.

a dimostrare che in quella terra di frontiera potevano avere la


stessa importanza degli uomini, anche nella <<guerra santa>> . Infi­
ne gli ahi, anch' essi membri di confraternite, erano uomini che
esercitavano un mestiere e si dedicavano al bene della comunità,
anche sostituendo i governanti nei momenti di necessità. Nelle
loro confraternite vi erano elementi cristiani, e loro principio era
di porre gli altri al di sopra di se stessi, uniti dai principi della
Jutuvvet (in arabo futuwwa) , le antiche regole di vita del cavaliere
arabo, nobile e generoso (Carretto 1 989, 1 9-23) .
l. L 'espansione ottomana nei Balcani lll

L'espansione degli Otto mani i n Europa non fu semplice


conquista militare, ma anche frutto di abili manovre politi­
co-diplomatiche (Carretto-Lo Jacono-Ventura 1982 ) . L'in­
tervento dell' Occidente cristiano-latino nei Balcani, con
l'es tendersi dell'influenza ungherese in Bosnia, Serbia e
Valacchia, e della dominazione veneziana nella Morea, in
Albania e nell'Egeo, aveva suscitato l 'ostilità del clero orto­
dosso e di gran parte della popolazione. Gli Ottomani sep­
pero approfittare della situazione presentandosi come pro­
tettori della fede ortodossa: riconobbero ovunque i pope e
garantirono loro pensioni e terre. Una volta cacciati i Lati­
ni dai Balcani nella seconda metà del XV secolo, i mercan­
ti locali (musulmani, greci, ebrei o ragusei che fossero) ven­
nero incoraggiati a prenderne il posto; e il commercio di
Ragusa (oggi Dubrovnik) , in particolare, raggiunse sotto gli
Ottomani risultati superiori a quelli ottenuti nel Medioevo.
In generale, nei confronti dei territori balcanici conqui­
stati, gli Ottomani praticarono una politica di conciliazione
( istimalet) che, unita alla protezione accordata alla Chiesa
ortodossa (i cui preti erano esentati dalle imposte) , agevolò
la loro penetrazione; è appena il caso di ricordare che, al
contrario, la Chiesa di Roma considerava scismatici gli orto­
dossi e cercò ripetutamente di convertirli con la forza al cat­
tolicesimo. Resta memorabile, in questo contesto, la Cro­
ciata del l 204 che, diretta formalmente a liberare la Terra­
santa dagli <<infedeli>> , deviò distrattamente su Costantino­
poli per consentirne il saccheggio, a vantaggio soprattutto
di Venezia.
La dominazione ottomana modificò anche i rapporti so­
ciali nelle campagne a vantaggio dei semplici contadini, la
cui condizione conobbe un miglioramento - e comunque
non peggiorò. Negli ultimi tempi della dominazione bi­
zantina la debolezza del potere centrale aveva consentito al­
l'aristocrazia terriera di rafforzarsi, ma il forte regime ac­
centrato degli Ottomani riuscì a eliminare quasi completa­
mente le pratiche feudali, sopprimendo le forniture obbli-
1 12 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

gatorie di manodopera o corvées (di paglia, fieno e legna­


me) a cui subentrò una semplice imposta, mentre sulla ri­
gorosa applicazione della legge vigilavano funzionari alle
dirette dipendenze del sultano. I signori feudali furono in­
vece eliminati e, quando non si opponevano, integrati nel­
l'apparato militare ottomano. Non deve pertanto suscitare
meraviglia la scarsa adesione dei contadini cristiani alle mo­
bilitazioni antiottomane tentate di quando in quando dai
loro signori, o anche da più remoti statisti dell'Europa cri­
stiana; né il fatto che fino al XVII secolo i Balcani non ab­
biano conosciuto serie ribellioni contadine. Gli Ottomani
cercarono comunque di legare a sé tutte le classi sociali: i
latifondisti tramite l'inserimento delle terre nel sistema del
timar, i cristiani mediante la possibilità di accedere ai verti­
ci dell'amministrazione per mezzo del sistema di recluta­
mento militare del devshzrme.
Per l'indignazione che ha suscitato in quanto strumento
di conversione forzata, questa istituzione merita di essere in­
quadrata nel suo contesto demografico e sociale, e forse an­
che numericamente ridimensionata. Le più antiche testi­
monianze sul devshzrme (dal turco dev$iT <<raccogliere>> ) risal­
gono al l 395 e al l 430: si tratta, rispettivamente, di una pre­
dica del metropolita di Salonicco in cui viene deplorata «la
cattura di bambini ordinata dall'emiro>>, e di una promessa
di esenzione fatta da Sinan Pasha agli abitanti di Giannina,
in cambio della loro sottomissione (Ménage, Devshzrme in
EF) . Al prelievo periodico di ragazzi da destinare al servizio
militare e a varie funzioni amministrative era teoricamente
soggetta tutta la popolazione cristiana dei Balcani (ma la
prassi è attestata nel XV secolo anche in Anatolia) . Appositi
funzionari reclutavano, sulla base dei registri di battesimo, i
migliori elementi tra gli otto e i vent'anni d'età; il recluta­
mento si faceva a intervalli periodici, secondo le necessità
contingenti, e non in base a una percentuale annua fissa dei
giovani cristiani. Una volta trasferiti a Istanbul, questi erano
selezionati secondo le qualità fisiche e morali: i migliori ve-
L'impero ottomano spartito tra numerose [i] Interno della chiesa­
Alla metà del XV secolo dinastie. Tra queste, gli moschea di Santa Sofia
il mondo musulmano si Ottomani assunsero una a Istanbul.
estendeva dai bordi più posizione egemone nel Edificata nel VI secolo
meridionali della penisola Vicino Oriente, dove sotto Giustiniano, la chiesa
iberica sino agli arcipelaghi fondarono il loro grande fu trasformata in moschea
dell'Asia sud-orientale: e potente impero destinato dopo la conquista ottomana
un immenso territorio a durare fino al XX secolo. di Bisanzio nel 1453.
Solirnano il Magnifico L'esercito ottomano
Salito al trono nel 1520, Solimano 11 espansione degli Ottomani fu resa possibile grazie
il Magnifico prosegui l'opera di alla loro iniziale superiorità militare nei confronti di
ampliamento dell'impero ottomano europei e asiatici. ll corpo dei giannizzeri era organizzato
in direzione dell'Europa sud-orientale, secondo criteri innovativi in seguito imitati in Europa.
del Medio Oriente e del Nordafrica. Al tempo di Solimano, la potenza bellica ottomana
Animato da una concezione era stata raggiunta e superata dagli avversari,
universalistica del potere imperiale, soprattutto a causa dell'inadeguatezza delle reti stradali
ingaggiò una lunga lotta contro e dell'uso di animali da soma a fronte delle più moderne
l'imperatore Carlo V, conquistando infrastrutture europee e dell'utilizzo della ruota.
l'Ungheria, spingendosi fin sotto le mura
di Vienna e mettendo a repentaglio m l1assedio di Vienna. nell'autunno 1529 e quasi
il cuore stesso dell'Europa cristiana. Miniatura dall'Himer-mmeh, sul punto di capitolare, fu
1588. salvata solo dalle difficoltà
ill Solimano il Magnifico. Istanbul, Museo logistiche dell'esercito
Dipinto di scuola tedesca. del Topkapi Sarayi. nemico, aggravate
XVI secolo. La città di Vienna, dal sopraggiungere
Vienna, Kunsthistorisches Museum. assediata dagli Ottomani dell'inverno.
D Mediterraneo
Nel XVI secolo, circa la metà
del commercio delle spezie
provenienti dall'Asia passava
per i possedimenti ottomani.
Dopo il crollo del monopolio
di Venezia sulle
importazioni in Europa,
seguito alla
circumnavigazione
portoghese dell'Africa,
il Mediterraneo
divenne teatro
delle rivalità
tra le potenze
europee intenzionate
a ritagliarsi una
fetta dei traffici
attraverso
quell'area.
l:insediamento
dei mercanti
dell'Europa
settentrionale,
soprattutto
inglesi
e olandesi,
nelle acque
mediterranee
fu favorito
dagli
Ottomani,
interessati
a sfruttare
la loro
presenza
contro
i Veneziani
e i loro alleati.

[I] Portolano
dell'Europa
e del!'Africa
settentrionale.
XVI secolo.
Venezia, Museo
Storico Navale.
La flotta e i corsari
D dominio ottomano
nel Mediterraneo
era assicurato
dall'efficientissima flotta
imperiale e dalle spedizioni
corsare, che a partire
dal XIII-XIV secolo
avevano rappresentato
una seria minaccia
per il commercio veneziano
e genovese. I corsari erano
armatori privati al servizio
del sultano, che rilasciava
loro opportune
autorizzazioni Oe 'lettere
di corsa') indicanti quali
bandiere straniere
fossero prede legittime
a seconda delle alleanze
internazionali.

[il Mappa di lstanbul


con il porto del Bosforo.
Particolare.
XVI secolo.
lstanbul, Museo
del Topkapi Sarayi.
I:arsenale del Corno
d'Oro, costruito nel 15 15,
era la base principale della
flotta ottomana. Per la
costruzione delle galere e
dei cannoni venivano
reclutati i migliori specialisti
cristiani e musulmani.

lil D corsaro Khair al-Din,


detto Barbarossa.
Dipinto di Nigari, 1540.
lstanbul, Museo
del Topkapi Sarayi.
Khair al-Din era originario
della costa anatolica
occidentale. Come molti altri
corsari, fu indotto a spostarsi
nel Maghreb quando, in
seguito all'aumentata
importanza della flotta
imperiale quale strumento
di contrasto dei Veneziani,
gli spazi a disposizione
nello Ionio si restrinsero.
!Il Scontro tra gli Kunsthistorisches di Algeri fu dovuta verso Tunisi,
Ottomarù e l'esercito Museum. a Khair al-Din e togliendola agli
di Carlo V per la n ruolo dei corsari 'Aruj, i valorosi Hafsidi; in loro
conquista di Tunisi. fu determinante corsari che soccorso si mobilitò
Cartone diJan nell'espansione sconfissero gli Carlo V, grazie al
Comelisz Verrneyen. ottomana nel S"pagnoli a Gerba quale la città tornò
XVI secolo. Nordafrica. nel 151 1 . Da Algeri in mano hafsida
Vìenna, L'occupazione Khair al-Din mosse nel 1535.
D Marocco
La conquista ottomana del Maghreb
si arrestò ai confini del Marocco,
centro di un solido impero.
Tra il XVI e il XVII secolo, sotto i Sa'didi
e poi gli 'Alawidi - le dinastie cosiddette
sceriffiane dall'arabo sharjf, 'nobile',
perché considerate discendenti del Profeta -,
il paese conobbe un periodo di grande
prosperità grazie al commercio
con Inghilterra e Olanda e all'aillusso
di oro dal Sudan occidentale.

[]] Miniatura [I] Interno


da un Corano di una tomba
destinato dell'epoca
al sultano dei Sa'didi
del Marocco, 1568. (1549-1666)
Londra, British a Marrakesh.
Library.
L'Africa [iQ] Minareti della
A differenza della fascia costiera, nelle regioni dell'Africa sahariana moschea Djingereber
e subsahariana la penetrazione deU'Islàm fu un processo lento a Tunbuctu.
e frammentario. Un impero musulmano fiorì nella zona del Mali XN secolo.
tra il XIII secolo e la fine del XN; di pari passo con il suo Timbuctu fu il più
declino, lungo l'ansa del Niger nella seconda metà del XV secolo importante centro
sorse l'impero shongai, gravitante attorno alla città di Tunbuctu. dell'Islàm a sud del
La prosperità della regione, ricca di oro, sale e schiavi, attrasse Sahara, sede di splendide
le mire dei sovrani marocchini·, che nel l 59 l si impadronirono moschee e di scuole
dei maggiori centri e vi insediarono propri governanti. prestigiose.
La dinastia dei Safavidi in Persia conquistato l'intero Azerbaigian, Isma'il, il
ll secondo grande impero musulmano fondatore della dinastia, assunse l'antico titolo
affermatosi in Asia nel XVI secolo fu quello dei di shahan-shah, 're dei re', e stabilì la capitale
Safavidi, i discendenti di una confraternita che del nuovo regno a Tabriz. Ai suoi sudditi il
tra il XIV e il XV secolo si era trasformata in sovrano impose la stretta osservanza della
ordine religioso-militare e si era impadronita dottrina sciita, la shi'a, che divenne l'elemento
della provincia di Ardabil. Ne1 150 1 , dopo aver costitutivo dell'identità nazionale persiana.
ITil Accampamento figlio di Isma'il, [gj Musici e dervisci.
nomade. 1539-1543. Miniatura, 1595.
Miniatura da un Boston, Harvard Dublino, Chester
manoscritto della University Art Beatty Library.
biblioteca reale di Museums ·
Tabriz realizzato Arthur M. Sackler
per lo scià Talunasp l, Museum.
Le guerre ottomano-persiane a partire dal l500 nei territori !!ID Scena
Ilimpero safavide era minacciato della Transoxiana a spese di battaglia.
dalla presenza di bellicosi vicini, dei Kazaki e dei Timuridi. Miniatura, 1589.
a est l'impero ottomano Alleatisi con gli Ottomani, Londra,
e a nord gli Uzbeki, un insieme gli Uzbeki inflissero ai Safavidi British Library.
di popolazioni consolidatosi sconfitte clamorose.
'Abbas il Grande
:Abbas il Grande fu il restauratore
dello Stato persiano : salito al trono
nel 1 587, inaugurò un periodo
di straordinario splendore artistico
e culturale, di prosperità economica
e stabilità politica.
La raffinata pittura dell'epoca,
con le sue rappresentazioni cariche
di sensualità, testimonia
di una concezione serena
e voluttuosa dell'esistenza.

1HJ Fanciulla sdraiata su cuscini.


Miniatura da lsfahan, 1635-1644.
Londra, British Library.

i§ 'Abbas il Grande
in giardino con una concubina.
Miniatura, 1 627.
Parigi, Museo del Louvre.
Gli Uzbeki di fioritura culturale grazie ai giardini - divenne quasi
Alla fine del XVI secolo la all'operato di 'Abdullah Khan, leggendaria. Dopo lo scontro
Transoxiana aveva conosciuto la cui fama di costruttore di con i Safavidi, l'irrigidirsi dei
una fase di sviluppo del opere pubbliche - dalle madrase confini condannò gli Uzbeki
commercio e dell'agricoltura e ai caravanserragli, dai ponti a un duraturo isolamento
dal resto del mondo � La madrasa e il minareto religiose. Tipici delle rnmlrase sono
islamico e detenninò di Kalyan a Bukhara. l'ingresso monumentale decorato
un processo di Le rnmlrase erano i luoghi in cui con formelle colorate e la pianta
impoverimento i dotti dell'Islàm, gli 'uloma; con quattro sale coperte disposte
economico e culturale. studiavano e insegnavano le scienze intorno a Wl cortile.
liZl Babur durante
una battuta
di caccia nei pressi
di Kabul.
Miniatura indiana.
XVI secolo.
Londra, British
Library.

� Humayun
presso lo scià
di Persia Tahmasp I.
Miniatura
dall'Akbar'1Ulmeh,
1603.
Londra, British
Library.
A Babur succedette,
nel l530, il figlio
Humayun, erede
di un impero esteso
dall'Asia centrale
fino a Delhi
a est e, a sud,
fino a Gwalior.
Nel giro di pochi
anni Humayun subì
però numerosi
attacchi da parte
dei potentati vicini
e fu costretto
a un lungo esilio.
Per riconquistare
il suo impero,
il successore
di Babur dovette
chiedere soccorso
al sovrano
safavide Tahmasp I,
che lo costrinse
in cambio
ad abbracciare
la shi'a.
Nel l555, dopo
una serie di battaglie
vittoriose,
Humayun
rientrò a Delhi
da trionfatore.

I Tunuridi in India safavide e l'impero ottomano.


Dallo sfacelo dell'impero timuride n fondatore fu il principe timnride
in Transoxiana sorse uno Babur che, abbandonata la
tra i più vasti regni centralizzati madrepatria, si insediò nell'India
della storia islamica, l'impero settentrionale sconfiggendovi
moghul, che nel giro il sultanato dei Lodi. In memoria
di un paio di secoli superò dei suoi antenati mongoli, Babur
in estensione e ricchezza la Persia chiamò il suo regno 'moghul'.
11Europa verso oriente
La circumnavigazione del continente africano
ebbe conseguenze rivoluzionarie sugli
equilibri politico-economici internazionali del
XVI secolo. Per assicurarsi il controllo del
co=ercio delle spezie divenne essenziale una
rapida presa di possesso dell'Oceano Indiano,
cbe si trasformò in campo di battaglia tra
Portoghesi e Ottomani.

l!ffi Portolano portoghese


del Medio Oriente di Ferniio Vaz Dourado,
1575.
Londra, British Library.
Le bandiere segnalano i territori
musulmani e cristiani.

� Bahadur Shah, sovrano del Gujarat,


annega sotto gli occhi dei Portoghesi.
Miniatura, 1537.
Londra, British Library.
Per sconfiggere i Portoghesi nelle acque
indiane, la flotta marnelucco-ottomana
chiese l'aiuto dei musulmani
del Gujarat, ma il sultano Bahadur Shah
si rivelò un alleato inafllaabile,
oscillando tra l'amicizia con gli Ottomani
in funzione anti-portoghese
e l'alleanza con i Portoghesi
in funzione anti-moghul.
� Portolano
di India, Cina
e Malesia, 1558.
Londra, British Library.

� Colonnello inglese
in viaggio attraverso
il Rajastan.
Acquerello di scuola
indiana.
XVIII secolo.
Londra, Victoria
and Albert Museum.
Anche Inglesi
e Olandesi erano
interessati
a raggiungere
direttamente i luoghi
di produzione delle
spezie e delle altre
pregiate merci
asiatiche aggirando
l'intermediazione
degli Ottomani.
A tal fine, nel l600 fu
costituita l'East India
Company britannica,
seguita due anni più
tardi dalla Compagrùa
delle Indie olandese.
L'apogeo dell'impero moghul � n Taj Mahal. � Aurangzeb
All'inizio del XVII secolo l'impero moghul Miniatura. in preghiera.
aveva conquistato una posizione XVIII secolo. Miniatura.
di egemonia nel subcontinente indiano, Londra, British XVIII secolo.
con una situazione finanziaria prospera, Library. Londra, British Library.
un esercito ben organizzato e una rete n mausoleo Sotto il successore
amministrativa efficiente. fu fatto edificare di Shah Giahan,
!Japice della sua potenza fu raggiunto per accogliere Aurangzeb, l'impero
sotto l'imperatore Shah Giahan, le spoglie raggiunse la massima
il 're del mondo', salito al trono dell'amatissima estensione territoriale,
nel 1627 e universalmente noto moglie ma la sua compattezza
come il costruttore del Taj Mahal di Agra. dell'imperatore, interna era già minata
Mumtaz Mahal, da tensioni interculturali,
� Shah Giahan morta precocemente rivendicazioni
cavalca un elefante. nel 163 1 . e sommosse.
Miniatura. Oltre a essere Aurangzeb proseguì
XVIII secolo. uno degli edifici il progetto di uno Stato
Londra, British monumentali più profondamente
Library. celebri del mondo, islamico e attuò
il Taj Mahal . una politica repressiva
rappresenta nei confronti
una testimonianza dei seguaci di altre
della centralità religioni, demolendo
della fede islamica i loro luoghi
per l'impero di culto e discriminandoli
moghul. sul piano fiscale.
Le capitolazioni dell'Europa vi fu le capitolazioni, inglesi e olandesi -
Tra i fattori la crescente i privilegi allo scopo
che portarono penetrazione commerciali concessi di trovare alleati
al declino economica dei paesi unilateralmente in seno alla
dell'impero occidentali nel dai sultani ottomani cristianità
ottomano mondo islamico. ai commercianti e di derivarne
e all'affermazione Un ruolo di primo europei - veneziani, a loro volta
della superiorità piano in questo genovesi e più tardi vantagg!
materiale processo ebbero francesi, catalani, econorruc1..
� Veduta del quartiere una 'finestra � Jean-Étienne � L'ambasciatore
di Galata a Istanbul. sull'Europa', un centro Liotard, francese presso
Particolare di un dipinto per la raccolta di M. Levett la Sublime Porta
di pittore anonimo. informazioni su ogni e Mlle Glavani con i! suo
XVIII secolo. aspetto dell'evoluzione in costume turco, dragomanno.
Collezione privata. politica e tecnica dei 1740 circa. Disegno di scuola
n quartiere genovese di paesi europei e su Parigi, Museo francese.
Galata rappresentava eventuali progetti anti­ del Louvre. Fme del XVIII secolo.
per l'impero ottomano ottomani. Collezione privata.
La diffusione dell'lslàm e il nomadismo pastorale, � ll carnmello
Accanto alle conquiste territoriali che produssero una colonizzazione delle meraviglie.
e alla conseguente assimilazione di natura più culturale Miniatura persiana.
ideologico-culturale, veicolo che politico-militare. Berlino, Staatliche
di diffusione dell'Islàm furono Un Islàm la cui storia non è Museen.
i traffici commerciali, tanto di battaglie e dinastie,
l'opera dei missionari quanto di forme e di stili di vita.
l. L 'espansione ottomana nei Balcani 1 13

nivano assegnati immediatamente al Palazzo o ripartiti fra i


notabili, gli altri erano «affittati>> per qualche anno a Turchi
d'Asia Minore (e, verso il XVI secolo, anche d'Europa) , per
lavorare la terra, imparare il turco e diventare buoni musul­
mani; infine venivano arruolati secondo le esigenze. Stando
alle stime più attendibili il devshzrme fruttava una media di
circa mille convertiti per anno; all'inizio del XVII secolo nei
ranghi dei giannizzeri si arruolavano ormai musulmani per
nascita in numero tale da rendere superfluo il ricorso alla
leva coatta dei cristiani, e il sistema fu gradatamente abban­
donato. Gli ultimi reclutamenti di cui si abbia notizia (per
le esigenze del Palazzo e non delle forze armate) risalgono
al 1 666 e al 1 674.
Nei Balcani le conversioni all'Islàm non furono, in ge­
nerale, conseguenza di una politica coerentemente impo­
sta dallo Stato, e nemmeno di un ricorso generalizzato alla
forza. Furono piuttosto frutto di un lento processo di logo­
ramento determinato in primo luogo dalla diversità di trat­
tame nto fiscale, da cui veniva naturalmente awantaggiata
la popolazione musulmana. In materia di conversioni van­
no comunque considerati tre periodi distinti. Fino all'epo­
ca di Bayazit II ( 1 481-1 5 1 2) , lo Stato ottomano seguì in ma­
teria religiosa una politica molto liberale: vi furono con­
versioni volontarie in seno alla nobiltà autoctona incorpo­
rata nelle forze armate, soprattutto fra i Bogomili della Bo­
snia. Dopo Bayazit II lo Stato prese coscienza della propria
natura di grande potenza musulmana, e cominciò ad appli­
care con maggior rigore le norme relative alla condizione
dei non musulmani, che li relegano programmaticamente
al rango di cittadini di seconda categoria. A partire dal XVII
secolo le attività di missionari francescani, incoraggiate da
Venezia e dall'impero asburgico per motivi politici, indus­
sero gli Ottomani a introdurre prowedimenti coercitivi nei
confronti dei cristiani in Serbia, in Albania e nella Bulgaria
danubiana, il che determinò un processo di conversioni in
massa. Altri preferirono emigrare, come il patriarca di Peé
114 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

che nel 1 690 si rifugiò nell'Ungheria meridionale con cir­


ca quarantamila famiglie di serbi cristiani. Conversioni su
vasta scala si verificarono anche nei secoli successivi in Al­
bania e nella regione dei Rodopi, principale centro dei mu­
sulmani di lingua bulgara, i Pomaki. Ed è appunto alle con­
versioni di popolazioni di lingua serbo-croata, più che alla
colonizzazione seguita all'immigrazione, che va attribuita
la maggior parte della presenza musulmana nella ex:Jugo­
slavia [Fine 1 995, 1 3; Planhol 1968, 295] .
L'importanza che i conflitti etnico-religiosi hanno as­
sunto alla fine del XX secolo in seguito alla disgregazione
della Jugoslavia giustifica una breve riflessione sulla politi­
ca ottomana nei confronti dei non musulmani dei Balcani,
e in particolare sulle vicende bosniache. Va osservato in pri­
mo luogo che gli amministratori della Sublime Porta non
amavano le categorie etniche e non parlavano di Serbi,
Croati o Bosniaci, bensì di gruppi religiosi: ortodossi, cat­
tolici o latini, ebrei . . . In secondo luogo, la conquista fu ac­
compagnata da notevoli spostamenti di popolazioni: non
solo quelle di provenienza anatolica a cui si è già accenna­
to. Al tempo dell'invasione turca un numero considerevole
di cattolici si spostò, rifugiandosi in Dalmazia e Croazia. Le
terre abbandonate furono occupate da musulmani, ma an­
che da Serbi ortodossi già profughi in Bosnia dopo i primi
attacchi turchi. Il governo ottomano incoraggiava queste
migrazioni, perché era interessato a non lasciare sguarniti
i territori di un fronte in espansione. Il cambiamento più vi­
stoso era naturalmente il passaggio dal cristianesimo all'I­
slàm ma, intorno al 1 550, fanno la loro comparsa non solo
molti nuovi musulmani, ma anche numerosi ortodossi: una
novità per le popolazioni bosniache.
Gli ortodossi profittavano del rapporto privilegiato con
gli Ottomani: la loro sede, Costantinopoli, era in territorio
turco, e dunque facilmente controllabile dalle autorità poli­
tiche. Tutta la gerarchia era composta da sudditi dell'impe­
ro. Il papa, invece, viveva a Roma, fuori dei confini, ed era
l. L 'espansione ottomana nei Balcani 1 15

stato la causa principale di tutte le crociate contro l'Islàm.


Ancora nel 1 443-1444 dopo il concilio di Basilea ne fu orga­
n izzata una, fallita, e il pontefice Pio II ( 1 458-1 464) tentò di
lanciarne un 'altra. I francescani, sorta di quinta colonna del
cattolicesimo internazionale, erano dunque guardati con
sospetto. Antiche chiese cattoliche vennero espropriate dal
governo ottomano e consegnate agli ortodossi. Non solo: gli
ortodossi ottennero la licenza di riscuotere tasse ecclesiasti­
che dalle popolazioni di fede cristiana, dunque anche dai
cattolici; e inoltre, mentre agli ortodossi vennero accordati
i permessi di legge per edificare nuove e numerose chiese, ai
cattolici furono concessi solo quelli per riparare qualche
sparuto e cadente edificio preesistente. Dunque, se i tran­
sfughi dal cattolicesimo ali' ortodossia furono tanti, le ragio­
ni sono evidenti: chi voleva rimanere cristiano senza subire
vessazioni non aveva altra scelta.
Il numero dei cattolici diminuì sensibilmente: molti emi­
grarono e altri ancora, però, si convertirono all'islamismo
e all'ortodossia. Gli ortodossi guadagnavano da una parte,
ma perdevano dall'altra: alcuni fedeli trasmigravano verso
lidi islamici, un certo numero si spostava persino su posi­
zioni cattoliche. I passaggi furono dunque un fenomeno
multidirezionale.
Come mai il fenomeno delle conversioni multidireziona­
li fu così pronunciato in Bosnia e in Erzegovina, più che in
qualunque altra area dei Balcani, eccetto l'Albania? La ra­
gione è molto semplice ... Il fatto è che i Bosniaci non furo­
no mai dei buoni cristiani. La Croazia, la Serbia, la Bulgaria,
la Grecia, disponevano da sempre di chiese molto ben radi­
cate e organizzate, grandi e attivi monasteri, una forte strut­
tura episcopale, che esigeva fede e assiduità notevoli. Inol­
tre in tutte queste aree la comunità ecclesiastica non aveva
rivali, e si legava a doppio filo con la nobiltà e lo Stato. La
Bosnia, invece di organizzarsi in una Chiesa ben strutturata
come altrove nei Balcani, si era trasformata nell'arena di in­
contro e di scontro fra tre contendenti (Fine 1 995, 1 3-16) .
116 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

La penetrazione della cultura islamica fu agevolata, nei


Balcani come altrove, anche dalle rivalità fra le varie con­
fessioni cristiane. Non si tratta soltanto della contrapposi­
zione fra cattolici e ortodossi (il cui substrato teologico fat­
to di polemiche sulla natura dello Spirito Santo era proba­
bilmente incomprensibile alla maggior parte dei cristiani) ,
ma anche della presenza di eretici quali i Bogomili che con­
tribuivano a fare del mondo cristiano un mosaico di cre­
denze contrastanti, dalla compattezza nettamente inferiore
a quella propria dei musulmani, con la loro fede semplice
e accessibile a tutti. Si è già visto come l'eresia bogomila,
vietando il consumo delle carni di qualsiasi animale, limitò
considerevolmente l 'allevamento del maiale, facilitando
così indirettamente la diffusione dell' lslàm. Si può antici­
pare a questo proposito che nel XIX secolo un nuovo, vi­
goroso sviluppo della suinicultura sarà elemento non se­
condario nella mobilitazione delle comunità cristiane in
funzione antiturca.
Durante il XV1 secolo, in conclusione, i Balcani vissero
un periodo eccezionale di pace e prosperità, segnato dalla
messa a cultura di nuove terre, dall'incremento demografi­
co che portò al raddoppio della popolazione - la cui den­
sità non raggiungeva, comunque, la metà di quella della
Francia o dell'Italia ( I nalcik 1994, 3 1 ) - e dallo sviluppo dei
centri urbani documentato dai dati conservati nei preziosi
registri ( defterler) degli archivi turchi.
La dominazione ottomana nei Balcani culmina con il se­
condo fallito assedio di Vienna nel 1 683, a cui seguì la disa­
strosa guerra contro la Lega Santa, che portò alla perdita
dell'Ungheria nel 1 687 e si concluse nel 1 699 con la pace di
Karlowitz. Nei 1 09 anni successivi all'assedio di Vienna la
Porta si trovò in guerra con i suoi nemici europei per ben
41 anni. Alla pace di Karlowitz seguì infatti la guerra del
1 7 1 4-1 71 8 contro Venezia e l'Austria, risolta con il trattato
di Passarowitz; e poi le tre guerre contro la Russia e l'Austria
del 1 736-1 739, del 1 768-1774 e del 1 787-1 792, a cui posero
2. L 'espansione ottomana verso l 'Oceano Indiano 1 17

termine rispettivamente i trattati di Belgrado, di Kiiçiik Kay­


narca, e di Ia�i. Alle vittorie austriache contribuì l'abilità mi­
litare del principe Eugenio di Savoia, il quale sconfisse gli
Ottomani a Peterwardein (Petrovardin , in Jugoslavia) e pre­
se Temesvar e Belgrado ( l 717) . Per effetto di queste guerre
gli Ottomani persero l'Ungheria, la Serbia a nord di Bel­
grado, la Transilvania e la Bucovina, riducendosi al confine
lungo il Danubio come ai tempi di Solimano il Magnifico.
Peggio ancora, dovettero riconoscere alla Russia e all'Au­
stria un ruolo di tutela nei confronti dei sudditi cristiani del
sultano, che fornirà loro il pretesto per intervenire sempre
più pesantemente negli affari interni dell'impero durante il
XIX secolo, anche se, nel complesso, le popolazioni balca­
niche avevano in massima parte accettato la dominazione
ottomana che, lasciando ai cristiani la libertà di religione e
introducendo un sistema fiscale meno arbitrario di quello
precedente, non era apparsa eccessivamente gravosa. Si
erano opposti con le armi singoli principi quali l'unghere­
se Giovanni Hunyadi e il voivoda della Valacchia Vlad III
l'lmpalatorel , o l'eroe nazionale albanese Giorgio Castrio­
ta detto Scanderbeg, che non riuscirono tuttavia, per l'in­
sufficiente appoggio delle potenze cristiane, a organizzare
rivolte suscettibili di minacciare seriamente l 'impero.

2. L'ESPANSIONE OTTOMANA VERSO L'OCEANO INDIANO

Con la vittoria del 1 5 1 7 sui Mamelucchi, gli Ottomani


vennero a trovarsi in completo possesso degli sbocchi sul
Mediterraneo di alcune importanti correnti di traffico:
quelle più meridionali del complesso fascio di rotte maritti­
me e itinerari terrestri alimentato in primo luogo dal com­
mercio delle spezie, la cui importanza si può valutare ricor­
dando che i proventi della dogana ottomana di Suez, pas­
saggio obbligato per ogni scambio con Yemen, Arabia, India
1 18 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

ed Estremo Oriente, erano quasi equivalenti, nella prima


metà del XVI secolo, a tutte le entrate fiscali delle province
di Aleppo e Damasco, pur ammontando a meno di un quin­
to dei proventi complessivi dell'Egitto ( I nalcik 1 994, 86) .
La complessità di quel fascio di percorsi dipende so­
prattutto dal variare dei rapporti di forza tra i sovrani dei
territori attraversati, che di volta in volta rendeva più con­
veniente un itinerario rispetto a un altro. La pax mongolica,
ad esempio, aveva fatto gravitare sul Mar Nero le principa­
li correnti di traffico - seta e spezie - da Cina, India e Per­
sia, con effetti vistosi sulla prosperità di Tabriz, che eclissò
Il Cairo e Baghdad come principale centro del commercio
internazionale tra Oriente e Occidente. Già verso la metà
del XIV secolo, tuttavia, Catalani, Genovesi e Veneziani ave­
vano ripreso a frequentare le piazze di Alessandria e Beirut,
mentre le campagne di Bayazit I nei Balcani e di Timur in
Anatolia portavano all'interruzione temporanea del per­
corso Tabriz-Trebisonda. Il consolidarsi del potere ottoma­
no in Asia Minore fece poi di Bursa un importante merca­
to per la seta persiana e le merci di provenienza indiana e
araba, collegato via terra con Gedda, dove le spezie giun­
gevano per mare; un percorso alternativo era quello marit­
timo da Alessandria ad Antalya, i cui magazzini impressio­
narono i Veneziani ( che li saccheggiarono nel 1 472) per la
quantità delle spezie ivi depositate2• La prosperità di An­
talya declinò in seguito alla conquista ottomana di Cipro
nel 1 522, che consentì di convogliare le spezie dai porti egi­
ziani di Alessandria e Damietta direttamente a Istanbul via
mare in condizioni di relativa sicurezza, anche se la mag­
gior parte di questa attività continuava a seguire la carova­
niera Damasco-Bursa.
Come si vede, il rapporto tra evoluzione degli eventi sul
piano politico-militare e ripercussioni economiche era già
piuttosto stretto, ma nulla - in questo contesto - è parago­
nabile alle conseguenze della circumnavigazione dell'Mri­
ca da parte di Vasco da Gama. Dopo il suo sbarco a Calicut
2. L 'espansione ottomana vn-so l 'Oceano Indiano 1 19

- sulla costa sud-occidentale dell'India -, il primo carico di


spezie arrivò a Lisbona nel 1 50 1 , e i due massimi beneficia­
ri di quel commercio si preoccuparono immediatamente,
cercando di contrastare il crollo del loro plurisecolare mo­
nopolio. Già nel 1 502 Venezia cominciava a proporre ai Ma­
melucchi contromisure impressionanti per lungimiranza e
modernità di concezione tecnica: costruzione di una flotta
alleata nel Mar Rosso e relativa fornitura di progetti, esper­
ti e moduli prefabbricati, riapertura dell'antica via d'acqua
dal Mediterraneo a Suez (Bono 1 990, 1 41-159 ) ; il sultano
d'Egitto, dal canto suo, chiedeva ai sovrani del Malabar di
non vendere le proprie merci ai Portoghesi, ottenendo la
solidarietà dei regnanti del Gujarat e di Calicut, i due cen­
tri tradizionali del commercio musulmano delle spezie. An­
che dal punto di vista portoghese, peraltro, era essenziale
una rapida presa di possesso dell'Oceano Indiano e delle
relative rotte; e già nel 1 503 una flotta lusitana si affacciava
nel Mar Rosso. Questa azione dimostrativa, e più ancora il
crollo delle entrate doganali negli anni immediatamente
successivi, spinsero nel 1 508 gli Egiziani a inviare una flot­
ta (guidata dall' emiro turcomanno Hiiseyn, con un mi­
gliaio di mercenari turchi) che nelle acque di Chaul presso
Cochin sorprese e sconfisse i Portoghesi; ma il contrattacco
di questi ultimi fruttò loro nel 1 509 una vittoria decisiva,
malgrado l'aiuto fornito ai Mamelucchi dai sovrani di Guja­
rat e Calicut. Peggio ancora, questo rovescio aprì la via al
crollo dello Stato egiziano, palesando al mondo musulma­
no che l'unica potenza in grado di contrastare i nuovi ve­
nuti era ormai quella ottomana.
E agli Ottomani si rivolsero gli stessi Mamelucchi, chie­
dendo esperti e materiali per la ricostruzione della flotta di
Suez dopo la sconfitta del 1 509. La risposta di Bayazit II fu
generosa: trenta navi cariche di legname (il materiale stra­
tegico di cui l'Egitto era, da sempre, più carente ) , cannoni,
e altro; ma il convoglio fu intercettato e distrutto dagli
Ospedalieri di Rodi su richiesta, a quanto pare, dei Porto-
1 20 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

ghesi. Negli anni successivi la Porta fornì nuovi convogli di


armi, polvere da sparo, altro materiale, ed esperti: come ri­
feriva un ufficiale ottomano distaccato a Suez, «sono stato
mandato qui dal nostro sultano per preparare quanto ser­
ve a costruire navi destinate a eliminare quei Franchi che
sono comparsi dalla parte dell'India>> ( I nalcik 1 994, 320) .
<<Comparsi» è un eufemismo: i «Franchi>> erano le squadre
portoghesi che, incrociando lungo le coste del Malabar,
avevano cominciato ad affondare, incendiare e catturare le
navi indiane e musulmane dirette al Mar Rosso. Per soste­
nere questo blocco - o embargo, per utilizzare una parola di
origine iberica destinata a entrare nel linguaggio d'ogni
giorno - i Portoghesi disponevano già dal 1 507 di una base
a Socotra: nel 1 5 1 3 occuparono e fortificarono le isole di
Kamaran, non lontano dallo Stretto di Bab al-Mandeb, lo
sbocco meridionale del Mar Rosso, ma non riuscirono a
conquistare Aden, la vera chiave di quella via d'acqua, do­
ve intercettare le navi cariche di spezie sarebbe stato più fa­
cile che nelle acque aperte dell'Oceano Indiano.
La flotta mamelucco-ottomana salpò da Suez il 30 set­
tembre 1 5 1 5 diretta in India, dove i sovrani locali la aspet­
tarono invano: raggiunto dalla notizia della battaglia di
Marj Dabiq, il suo comandante ottomano fece infatti ritor­
no a Gedda per stabilire nuovi piani di operazioni, ormai al­
l'esclusivo servizio della Porta. Dopo il 1 5 1 7 prevalse la con­
vinzione che i Portoghesi andassero sconfitti nelle acque in­
diane, o nell'India stessa, con l'aiuto dei musulmani del
Gujarat: questi, assediati a Diu, vennero in effetti salvati dal­
le artiglierie ottomane nel 153 1 ; ma il loro sultano Bahadur
Shah cercò poi l'aiuto portoghese in funzione anti-moghul,
rivolgendosi infine ancora agli Ottomani, una volta speri­
mentata a proprie spese la malafede lusitana. Fu questa la
genesi della celebre spedizione ottomana del 1 538 guidata
dal governatore dell'Egitto Siileyman Pasha, che assediò i
Portoghesi a Diu, di nuovo caduta nelle loro mani: la città
era sul punto di arrendersi quando Siileyman fu costretto a
2. L 'espansione ottomana verso l'Oceano Indiano 121

tornare in patria dalla notizia dell'arrivo di una possente


flotta portoghese e dalla constatazione che il sovrano guja­
rati faceva il doppio gioco, paventando probabilmente l'e­
stendersi della sovranità ottomana sulle sue terre. Alla fine
il disegno strategico di Lisbona sarà frustrato, più che dalla
presenza navale, dalla metodica occupazione ottomana di
Aden ( 1 537) e dello Yemen ( 1 5 1 7 ) , di Suakin sulla costa
dell'attuale Sudan e di Shihr nel Hadramaut ( 1 538) , per
non parlare del litorale africano «a valle» dello Stretto di
Bab al-Mandeb (la «Porta del pianto» degli Arabi, ricordo
delle svariate e plurisecolari difficoltà di navigazione pro­
prie del Mar Rosso) fino a Mogadiscio e Mombasa ( 1 586) .
L'evolversi dell' Oceano Indiano in campo di battaglia
tra Portoghesi e Ottomani apriva prospettive nuove ai riva­
li naturali di questi ultimi, i Safavidi, che avviarono buoni
rapporti con Lisbona, ricevendone in cambio armi da fuo­
co e proposte di operazioni coordinate, come la mancata
offensiva persiana contro Aleppo del 1 5 1 5 : la Porta reagì
con l'occupazione dell'Iraq formalmente safavide (presa di
Baghdad, 1534) e facendo di Basra un'importante base na­
vale oltre che la capitale di una nuova provincia nel 1 546.
Il progetto di espellere i Portoghesi dal Golfo Persico fallì
nel 1 552 con la sconfitta della squadra di Suez, mandata sot­
to la guida del celebre ammiraglio Piri Reis a minacciare
Hormuz; altrettanto disastroso fu, nel 1 558, il tentativo di
occupare la base portoghese di Bahrein partendo da al-Ha­
sa (sotto amministrazione ottomana come beglerbegilik dal
1 552) sulla costa orientale della Penisola Araba.
In complesso gli Ottomani, forti di competenze a livello
europeo in fatto di artiglierie (conseguite grazie agli apporti
di tecnici ungheresi e ragusei operanti negli arsenali di Avlo­
na/Valona, Galli poli e, successivamente, Istanbul) e armi leg­
gere, contribuirono alla diffusione dell'arte militare nell'A­
sia meridionale prima indirettamente, tramite mercenari e
awenturieri al servizio dei Mamelucchi e, successivamente,
di sovrani della Penisola Araba e dell'India, che erano in gra-
122 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

do di fabbricare e usare moschetti ed altre armi; e poi diret­


tamente, mediante l 'impiego delle forze regolari della Porta.
Nel l 538, ad esempio, quando gli Ottomani combattevano
contro i Portoghesi a Diu, un certo numero dei loro soldati
passarono al servizio del sultano del Gujarat che prometteva
un soldo dieci volte maggiore: gli Ottomani, all'avanguardia
nel mondo islamico nel settore delle armi da fuoco, erano al­
leati richiesti e apprezzati dall'Asia centrale all'India.
Apprezzati e richiesti, perfino in aree più remote, furono
dopo il 1 5 1 7 anche per motivi squisitamente «islamici>> : con
l'assunzione del titolo di <<Custode dei Luoghi santi>> , la Mec­
ca e Medina, il sultano ottomano veniva a trovarsi gravato
della responsabilità di consentire il pellegrinaggio a tutti i
musulmani e, di conseguenza, di tutore in ultima istanza dei
loro interessi; e in questa veste gli si rivolse il sultano di A� eh
che - come s'è già visto - si era trovato i Portoghesi pratica­
mente in casa fin dal 1 506. Nei decenni successivi l'intra­
prendente sultano Alaeddin aveva sviluppato a tal punto la
coltivazione del pepe nell'isola di Sumatra da poterlo forni­
re direttamente all'Egitto, dove un primo carico acinese ar­
rivò nel 1530; e in quegli stessi anni gli Ottomani gli forni­
rono un contingente di trecento uomini dotati di armi da
fuoco, che gli consentirono di assalire i Portoghesi nello
Stretto di Malacca nel 1 537, nel 1 547 e negli anni Sessanta
del XVI secolo. In una lettera del 1 566 che sollecitava mag­
giori aiuti, il sultano di A�eh dichiarava a Solimano il Legi­
slatore - anche a nome dei musulmani delle Maldive e del­
l'India- di riconoscerlo come signore e protettore, e di men­
zionarne il nome nella preghiera del venerdì. Se il sultano
ottomano avesse mandato la flotta nell'Oceano Indiano, gli
Acinesi - scriveva Alaeddin - si sarebbero uni ti a lui per com­
battere i Portoghesi: era suo dovere combattere la guerra
santa e tenere aperte le vie del pellegrinaggio, ma tener fe­
de a quel dovere sarebbe stato anche vantaggioso perché
«nella regione sfruttata dagli infedeli c'erano innumerevoli
tesori in gioielli, oro e argento>> ( lnalcik 1 994, 329) . Una flot-
3. Gli Ottomani nella politica europea 1 23

ta fu dunque allestita a Suez nel 1 567, ma - al momento di sal­


pare - la notizia di una ribellione in Yemen (dove il sultano
Badr di Shihr, teoricamente governatore ottomano, era in
combutta con i Portoghesi) ne ridusse drasticamente la con­
sistenza. Il sultano di Atjeh vide arrivare soltanto due navi con
cinquecento Turchi, tra cui fonditori di cannoni e artiglieri,
genieri (erano stati richiesti specificamente carpentieri, fab­
bri, costruttori di scudi, progettisti e altri artigiani) , e qualche
cannone pesante di bronzo, oltre ad altro materiale bellico.
Gli esperti ottomani fusero altri cannoni di cui Alaeddin fe­
ce buon uso contro i Portoghesi nel 1 568 e durante il decen­
nio successivo, senza peraltro riuscire a espellerli dalla Ma­
lacca: gli Ottomani erano sul punto di perdere la capacità di
contrastare la supremazia europea nell'Oceano Indiano
(Braudel 1 985, 73-80) .
Le imprese ottomane diedero comunque un contributo
durevole alla presenza musulmana tra l'Mrica orientale e
l'Indonesia: i rapporti con Atjeh, favoriti dalla mediazione
gujarati, portarono all'insediamento di colonie di mercanti
ottomani in tutta la regione (solo a Diu erano circa quattro­
cento) , con il consueto corredo di istituzioni islamiche. Nel
1 600 Aleppo contava, dal canto suo, una colonia di musul­
mani indiani. Quando i Portoghesi li cacciarono dall'India,
i mercanti musulmani del Malabar si rifugiarono a Suma­
tra, dove contribuirono a dirottare su Aden, Il Cairo e Da­
masco una parte delle esportazioni di pepe e altre spezie.

3 . GLI OTIOMANI NELLA POLITICA EUROPEA

Già nel XIV secolo la dinastia ottomana era stata consi­


derata a Bisanzio e nei Balcani utile strumento politico-mi­
litare nelle contese intestine e inter-statali che avrebbero fi­
nito con l'indebolire le potenze cristiane della regione fino
a farle scomparire o a trasformarle in vassalli. La presa del-
1 24 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

l'importante centro commerciale di Bursa nel 1 326 aveva


dato infatti agli Ottomani la possibilità di finanziare il loro
giovane Stato e di costituire per la prima volta un esercito
disciplinato e ben organizzato: ottima pubblicità per la for­
nitura di mercenari a questo o a quel pretendente al trono
di Bisanzio. In seguito, man mano che lo Stato si rafforza­
va, gli Ottomani passarono dal ruolo di appaltatori a quel­
lo di committenti, scegliendo di appoggiare questa o quel­
la potenza europea: ad esempio, Ragusa e Ancona contro
Venezia. La prima, sbocco dell'importante carovaniera da
Galata - sei settimane di viaggio - era vitale per i traffici con
Firenze e tutta l'Italia centrale, la cui sicurezza durante la
traversata dell'Adriatico era di competenza ottomana; la se­
conda ospitava già prima della fine del XV secolo una fio­
rente comunità di mercanti ottomani, sia musulmani, sia
ebrei, che dal 1 5 1 4 godettero di particolari privilegi (a Ve­
nezia il <<fondaco dei Turchi>> vedrà la luce soltanto nel
1592) . Anche la Puglia (dove era ancor vivo il ricordo del­
l' occupazione di Otranto nel 1 480) attirava l 'attenzione
della Porta, e la cosiddetta campagna di Corfù di Solimano
I doveva in origine preludere a un nuovo sbarco in Italia;
Bayazit Il, al contrario, lasciò cadere nel 1 487 la richiesta di
aiuti pervenutagli dal signore di Osimo, Boccalino Guzzo­
ni, in rivolta contro l'autorità pontificia.
Una politica internazionale di piccolo cabotaggio, si po­
trebbe pensare, ma la visione strategica della Porta spaziava
ben oltre l'Adriatico e la dimensione regionale. Si è già vi­
sto come la Francia, per la sua rivalità con l'impero asbur­
gico, fosse un alleato naturale per gli Ottomani, e come la
flotta francese collaborasse con quella turca nella crociera
offensiva del 1543 lungo le coste del Tirreno. Nel 1 572 Se­
lim II proponeva alla Francia un'operazione congiunta con­
tro la Spagna, con la partecipazione dell'Inghilterra e dei
Paesi Bassi: era influenzato dai consigli della fazione con­
traria alla costosa guerra contro la Persia, che in quel mo­
mento aveva il soprawento a corte; ma poi prevalsero i fau-
3. Gli Ottomani nella politica europea 1 25

tori delle campagne terrestri contro gli Asburgo, e la spedi­


zione contro la Spagna venne abbandonata. La comparsa
dei Paesi Bassi nella visione strategica della Porta serve a ri­
cordarci che, grazie a Martin Lutero, nella politica estera ot­
tomana interveniva un nuovo fattore: l'affermarsi del pro­
testantesimo in Europa faceva di Tedeschi, Olandesi, Ingle­
si e, fino al massacro di S. Bartolomeo nel 1 572, Francesi
( tutti riuniti sotto l'imprecisa ma comprensibile etichetta di
«Luterani» ) gli alleati naturali degli Ottomani contro il pa­
pa e gli «idolatri>> , altro termine impreciso, ma giustificato
dall'altrettanto comprensibile affinità dei musulmani con i
seguaci della Riforma, indiscutibilmente meno propensi
dei cattolici al culto dei santi e delle relative immagini.
Particolarmente interessati a trarre vantaggio da questa
convergenza di interessi erano gli Inglesi e gli Olandesi, im­
pegnati in quegli anni in una lotta all'ultimo sangue con la
marina spagnola per il dominio dell'Atlantico, che assunse
anche le caratteristiche di una <<guerra santa>> fra prote­
stanti e cattolici. In questo intreccio di motivazioni diverse,
il fattore economico era particolarmente importante per
gli Inglesi, che fin dall' inizio del XV secolo esportavano le
loro stoffe di lana nell'impero ottomano via mare (con Ge­
novesi e Veneziani quali principali intermediari) , ma anche
via terra, tramite Anversa e L'vov. Crollato il mercato di An­
versa per effetto delle campagne di Filippo II contro i pro­
testanti dei Paesi Bassi, per i mercanti inglesi (la cui intra­
prendenza stava gettando le basi per la trasformazione di
un paese sottosviluppato nell'artefice della rivoluzione in­
dustriale) diventava essenziale il potenziamento dei rap­
porti marittimi diretti con gli Ottomani. Donde la richiesta
di capitolazioni, e la disponibilità a fornire merci di impor­
tanza strategica come polvere da sparo di qualità superiore,
stagno, ferro e piombo, che condussero a una crescente
presenza di naviglio inglese e olandese nel Mediterraneo.
Non solo: intorno al l 580 i corsari inglesi (eredi di una con­
solidata tradizione di partecipazione privata alle fortune
126 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

della flotta di Sua Maestà) furono autorizzati a operare dai


porti ottomani della Barberia, della Morea e dell'Albania; a
soffrirne furono prevalentemente i legni veneziani. La Su­
blime Porta non aveva tardato ad apprezzare la superiorità
navale dei nuovi venuti, con i loro vascelli di concezione
nordica in grado di sbaragliare le galere della Serenissima
grazie ai cannoni pesanti di bronzo e di ferro. Dopo la ca­
duta di Anversa e l'annessione del Portogallo con il suo im­
pero coloniale, la Spagna sembrava in grado di escludere
l'Inghilterra dalle più redditizie rotte oceaniche: tanto più
vitale doveva apparire alla <<regina luterana» Elisabetta I la
possibilità di mantenere aperte le vie del Mediterraneo.
Quanto agli Olandesi, i loro primi rapporti commercia­
li con gli Ottomani avvenivano nel XV secolo per via indi­
retta, tramite i mercanti genovesi stanziati a Chio e i loro
colleghi polacchi di L'vov. Il primo contatto diretto di cui si
abbia notizia, sotto forma del viaggio di un mercantile olan­
dese nel Levante, risale al 1 589 e va inquadrato, come nel
caso inglese, nella fioritura di contatti tra musulmani e pro­
testanti generata dalle guerre di religione in Europa: già
nel 1 569 il principe Guglielmo I d'Orange aveva chiesto
l'appoggio ottomano contro la Spagna, e in una lettera ai
<<Luterani» delle Fiandre e degli altri possedimenti spagno­
li il sultano promise di mandare truppe. I buoni rapporti,
con benefiche ricadute economiche, continuarono anche
dopo la fine delle ostilità con la Spagna nel 1609: il gover­
no olandese mandò nel 1 6 1 2 un ambasciatore straordina­
rio, Cornelius Haga, che ottenne buone condizioni com­
merciali (malgrado le manovre dei suoi colleghi veneziano,
inglese e francese) anche ricordando i quarant'anni di re­
sistenza contro la dominazione spagnola e ribadendo la vo­
lontà del suo paese di non sottomettersi all' <<autorità del pa­
pa e all'idolatria>> ( I nalcik 1994, 374) . Anche agli Olandesi
venne riconosciuto il diritto di praticare la guerra di corsa
e di rifornire i corsari operanti dalle basi ottomane del Nor­
dafrica.
3. Gli Ottomani nella politica europea 1 27

Un'altra area caratterizzata da grande interesse per il


commercio ottomano è quella tedesca. Mercanti di Aug­
sburg/Augusta approfittavano delle guerre tra la Porta e
Venezia (dove gli ospiti del <<fondaco dei Tedeschi>> non
erano autorizzati a utilizzare le navi della Serenissima nei
loro traffici) per rifornirsi sulle piazze rivali quali Marsiglia,
Genova, Trieste e, soprattutto, Ragusa/Dubrovnik di spezie
per il mercato tedesco; le quantità erano tali da allarmare,
verso il 1 560, i Portoghesi che temevano per il loro mono­
polio sull'Europa centrale. Tra il 1 570 e il 1 573, ad esem­
pio, il mercante tedesco Melchior Manlich stabilì intensi
contatti con gli Ottomani dalla sua sede di Marsiglia: im­
portava naturalmente pepe ed altre spezie, ma anche seta e
cotone, ed esportava stagno, piombo, mercurio e articoli di
metallo. Un altro mercante di Augsburg, Konrad Rott, con­
cepì in quei medesimi anni l'ambizioso progetto di co­
struirsi un monopolio europeo delle spezie, che merita una
certa attenzione: non per i risultati conseguiti, ma per una
preliminare indagine di mercato da cui risulta che il fabbi­
sogno complessivo era di 28.000 quintali di spezie, di cui
1 500 in Portogallo, 3000 in Spagna, 2500 in Francia, 3000
nelle Isole Britanniche, ben 6000 in Italia e 1 2.000 in Ger­
mania, Polonia, Stati Baltici, Boemia, Austria, Slesia e Un­
gheria ( I nalcik 1994, 357) . I mercanti e i banchieri tedeschi
erano mossi da interessi economici, che ebbero, comun­
que, ricadute politico-strategiche di notevole rilievo: i co­
spicui prestiti concessi a Filippo II dalle grandi case di Aug­
sburg, quali i Welser e i Fugger (che istituirono una propria
sede a Goa) coinvolsero questi ultimi nelle fortune del­
l'impero coloniale iberico, a vantaggio - in ultima analisi ­
del commercio atlantico e a scapito dell'economia medi­
terranea. Contribuirono in tal modo anch'essi alla pro­
gressiva emarginazione economica dei paesi rivieraschi, eu­
ropei, asiatici o africani che fossero. Al declino di Venezia
corrisponde così la crescente prosperità di Amsterdam,
Amburgo e Lubecca; è degno di nota che verso la fine del
1 28 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

XVI secolo una parte del pepe sbarcato nei porti nordeu­
ropei si spingeva fino a Livorno, in concorrenza con quello
proveniente dal Levante mediterraneo.
In quegli stessi decenni i Portoghesi dovevano constata­
re a proprie spese che l 'impero ottomano, di cui erano riu­
sciti così efficacemente a frenare l 'espansione nell' Oceano
Indiano, non era il loro rivale più pericoloso: l'annessione
del regno da parte della Spagna di Filippo II nel 1571 de­
terminò alla lunga il declino economico di Lisbona, ormai
esclusa dai traffici con Inghilterra e Paesi Bassi. Peggio an­
cora, l'evento incoraggiò gli Olandesi a cercare di impa­
dronirsi dell'impero coloniale lusitano ormai passato in
mani spagnole: presero le Molucche e la Malacca, occupa­
rono il litorale angolano e teste di ponte nel Golfo di Gui­
nea, invasero il Brasile. Lo sfacelo indusse nobili e borghe­
sia a insorgere nel 1 640 (approfittando di una rivolta in Ca­
talogna) e a collocare sul trono di Lisbona il duca di Bra­
ganza; dopo una lotta più che ventennale (in cui godettero
di un interessato appoggio inglese) si videro finalmente ri­
conoscere l 'indipendenza dalla Spagna nel 1 668, e potero­
no dedicarsi al tentativo di riconquistare l'impero. Gli
Olandesi furono costretti ad abbandonare l'Angola e il Bra­
sile, ma gli entusiasmi lusitani furono di breve durata: si sta­
va infatti consolidando un impero più potente ed efficace,
e nel 1 703 il trattato di Methuen sanciva l 'ingresso del Por­
togallo nella sfera di influenza britannica in condizioni di
sostanziale sudditanza. Destino ben più duro di quello che
sembrava profilarsi nella seconda metà del XVI secolo, ai
tempi del modus vivendi stabilitosi con reciproco vantaggio
tra Portoghesi e Ottomani, quando proprio gli artefici del­
la distruzione del monopolio veneziano nel mercato euro­
peo delle spezie in quanto circumnavigatori dell'Mrica,
avevano trovato opportuno incoraggiare la sopravvivenza di
un itinerario diretto dall' India al Mediterraneo tramite
Aleppo e il Golfo Persico, della cui chiave - Hormuz - ave­
vano incominciato a impadronirsi fin dal 1 507. Nel 1551
4. Le capitolaz.ioni e l'iniz.io della supremaz.ia economica europea 1 29

quel porto, malgrado gli sconvolgimenti connessi con le


guerre turco-persiane, si era trasformato <<in un emporio in­
ternazionale del commercio asiatico per i mercanti della
Mesopotamia e dell'Arabia, di Venezia e della Me cca, della
Persia e della Tataria>> , a discapito, naturalmente, dei traffi­
ci attraverso il Mar Rosso ( I nalcik 1994, 338) . Quel che gli
Ottomani perdevano nel Mar Rosso era compensato dal­
l'incremento dei traffici attraverso la Siria, e le entrate do­
ganali prelevate a Hormuz e Aleppo consentivano a musul­
mani e cristiani di scordare l'accanimento con cui si erano
combattuti nelle acque dell' India e dell'Arabia.

'
4. LE CAPITOLAZIONI E L INIZIO
DELLA SUPREMAZIA ECONOMICA EUROPEA

Tra i fattori economici che hanno condotto al declino del­


l 'impero ottomano e, più in generale, alla superiorità mate­
riale dell'Europa nei confronti del mondo islamico, un po­
sto di primo piano spetta alle capitolazioni (in turco imtiya­
zat) , i privilegi commerciali concessi da sovrani musulmani
a commercianti europei, che costituiscono un esempio da
manuale di come un atto di liberalità unilaterale abbia fini­
to col trasformarsi nel grimaldello grazie al quale la pene­
trazione economica dell'Occidente ha potuto sconvolgere
le società tradizionali del resto del mondo. I più antichi do­
cumenti relativi alla concessione di privilegi di questo tipo,
di cui si conservi testimonianza certa, risalgono al XII seco­
lo (Wansbrough, Imtiyazat in EF) e riguardano favori com­
merciali accordati dai sultani selgiuchidi d'Anatolia a mer­
canti ciprioti e veneziani. Le prime capitolazioni ottomane
(così definite perché divise in articoli o capitoli) erano state
concesse nel 1 352 ai Genovesi, ma pochi anni più tardi Baya­
zit I confermò i vantaggi che i suoi predecessori turcomanni
in Anatolia avevano accordato ai Veneziani, utilizzando in se-
130 Capitow secondo. Evoluzioni e çiinamiche

guito il permesso di importare cereali dai territori ottomani


quale arma politica nei confronti della Serenissima; in que­
sta stessa ottica rientrano le capitolazioni rilasciate nel 1 498
al regno aragonese di Napoli. La conquista ottomana della
Siria e dell'Egitto accentuò l'importanza delle capitolazioni,
e già nel 1 5 1 7 Selim I rinnoverà i privilegi concessi dai Ma­
melucchi a Veneziani, Francesi e Catalani.
Dalle capitolazioni gli Ottomani si proponevano di trar­
re vantaggi di ordine politico (ricerca di alleati in seno alla
cristianità) ed economico (importazione di merci scarse o
di importanza strategica quali tessuti, acciaio, stagno, non­
ché incremento delle entrate doganali) , in mancanza dei
quali l'accordo era tacitamente considerato nullo. A tali ac­
cordi si perveniva di solito quando gruppi di mercanti stra­
nieri operanti in città e porti ottomani sceglievano un de­
legato (bailo, console o emina - dal turco emin, arabo amin,
sovraintendente) che li rappresentasse presso le autorità,
dalle quali otteneva un decreto sultaniale o berat (noto an­
che come Jusul, aman o shurut) che unilateralmente speci­
ficava obblighi e privilegi, con garanzie per la sicurezza del­
le persone e dei beni in materia di diritto ereditario, libertà
di culto, protezione contro la pirateria, extraterritorialità e
abolizione della responsabilità collettiva. Nasceva in tal mo­
do una comunità ufficialmente riconosciuta o millet, il cui
capo era autorizzato a gestire gli affari del gruppo godendo
dell'immunità per sé e per i propri domestici ed animali.
Oltre che a Istanbul, millet di rilevante consistenza numeri­
ca si formarono a Smirne (dal XVI secolo, soprattutto In­
glesi, seguiti da Francesi e Olandesi) , Sidone (Francesi) ,
Aleppo (Francesi, Veneziani, Inglesi e Olandesi) , Salonicco
(Francesi dalla fine del XVII secolo, poi anche altri) , ad
Alessandria e al Cairo (Francesi e Veneziani) . Nel rilasciare
concessioni agli stranieri gli Ottomani cercavano di unifor­
marsi alle prescrizioni del diritto (fiqh) , secondo l'interpre­
tazione della scuola hanafita, riservando al sultano il dirit­
to di stabilire, in base al proprio insindacabile giudizio, se
4. Le capitolazioni e l 'inizio della supremazia economica europea 131

lo straniero avesse rispettato il generico impegno di «ami­


cizia e pace», costituente presupposto indispensabile per la
concessione di capitolazioni. L'unilateralità dell'atto di
concessione era sottolineata dalla sua natura personale,
che in linea di principio esigeva il rinnovo del documento
ad ogni morte di sultano.
L'evolversi dell'istituzione riflette l'andamento delle for­
tune dei protagonisti della vita economica del Mediterra­
neo. Durante il XVI secolo il predominio commerciale ve­
neziano nel Levante cominciava a essere insidiato dalla
Francia, che nel 1 569 ottenne le sue prime vere capitolazio­
ni ottomane, grazie alle quali riuscirà a sopravanzare Vene­
zia, inducendo i mercanti di vari altri Stati europei (inglesi,
portoghesi, spagnoli, catalani, siciliani, ragusei) a navigare
sotto bandiera francese: a quell'epoca il sultano riconosce­
va come «Stati capitolari>> soltanto Venezia, la Francia e la
Polonia. Nel 1 580, tuttavia, Murad III (interessato alla for­
nitura di panni di lana, di acciaio e stagno per la produzio­
ne di armi) riconosceva a Elisabetta d'Inghilterra privilegi
analoghi a quelli contenuti nelle capitolazioni concesse alla
Francia. Cominciava così tra Francia e Inghilterra una lun­
ga guerra commerciale, che finì con l'aprire la via del Le­
vante ad altri concorrenti europei: in primo luogo gli Olan­
desi, i quali ottennero proprie capitolazioni nel 1 61 2. Nel
1 652 la Francia riuscì ad ottenere dal sultano che tutti i mer­
canti cristiani privi di proprio ambasciatore a Istanbul fos­
sero obbligati a navigare sotto bandiera francese, ma - di
fronte alla crescente influenza inglese - la Sublime Porta
finì con l 'autorizzare gli stranieri a navigare sotto la prote­
zione della potenza a loro più gradita. La Francia ottenne
invece di farsi riconoscere il diritto di proteggere i pellegri­
ni cristiani diretti a Gerusalemme, il che le consentirà poi di
autoproclamarsi protettrice di tutti i cattolici dell'impero ot­
tomano, autoctoni, stranieri o missionari che fossero.
Il passaggio dell'egemonia da questa a quella potenza
europea riflette anche aspetti di supremazia tecnologica. Si
132 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

insiste spesso, e giustamente, sul ruolo dei navigatori set­


tentrionali, che hanno introdotto nel Mediterraneo imbar­
cazioni costruite secondo le esigenze dettate dalle condi­
zioni di navigazione dell'Atlantico settentrionale e del Ma­
re del Nord; ma Inglesi e Olandesi non avevano le medesi­
me navi, e non godevano a priori di una supremazia tecno­
logica assoluta. Nel quadro complesso dei rapporti com­
merciali tra la Porta e l'Europa si assiste a un progressivo de­
clino delle «rotte italiane>> , a vantaggio di quelle gravitanti
sui porti di Amsterdam e Rotterdam, Londra e Marsiglia.
Sebbene queste ultime

fossero percorse da un numero complessivamente inferiore di


navi, si trattava di bastimenti di maggior tonnellaggio, che con­
sentivano un maggior interscambio tanto in termini di valore
quanto di volume dei carichi trasportati. Nell'insieme, le navi
olandesi erano le più grandi utilizzate nel commercio tra Otto­
mani ed Europei. Le navi britanniche erano più piccole di quel­
le olandesi, ma più grandi delle francesi, con un tonnellaggio ap­
prossimativamente doppio di queste ultime. Pur essendo più
grandi dei bastimenti ottomani (poco più di cento tonnellate per
nave) , i legni francesi erano tra i più piccoli, nell'ambito delle
principali potenze europee, a solcare le acque del Mediterraneo
orientale. C'era tuttavia un netto vantaggio nel ricorso da parte
dei Francesi a navi più piccole: potevano utilizzarle per il picco­
lo cabotaggio lungo le coste ottomane, settore in cui erano al pri­
mo posto rispetto a tutte le altre flotte mercantili europee e, tal­
volta, anche rispetto agli armatori locali (Frangakis-Syrett 200 1 ,
1 20-1 2 1 ) .

In seguito alla concorrenza tra Stati europei fece la pro­


pria comparsa nelle capitolazioni anche la clausola della
nazione più favorita ( 1 580) ; si ammise la libera circolazio­
ne delle monete d'oro e d'argento, esentandole dai diritti
doganali, e si introdusse il principio che le concessioni fos­
sero vincolanti non solo per il firmatario, ma anche per i
sultani suoi successori. Un'altra innovazione gravida di con-
4. Le capitolazioni e l'inizio della supremazia economica europea 1 33

seguenze negative per l 'impero ottomano fu la concessione


all'Inghilterra, nel l 697, del diritto di praticare il commer­
cio marittimo tra l'Egitto e Istanbul. Le capitolazioni stava­
no diventando strumento dell'espansione europea. Già dal
1 667 l'impero asburgico cercava di trarre profitto dal com­
mercio del Levante con una propria compagnia, e grazie al­
la pace di Karlowitz ottenne i medesimi privilegi delle ca­
pitolazioni accordate agli altri paesi europei: dopo il tratta­
to di Passarowitz le sue navi potranno percorrere il Danu­
bio, ma senza entrare nel Mar Nero. Quanto alla Russia, i
cui mercanti operavano a Bursa almeno dal l 497, il tratta­
to di Belgrado del l 739 riconoscerà la reciproca libertà di
commercio, riservando però alla bandiera ottomana il traf­
fico del Mar Nero, mentre quello di Kiiçiik Kaynarca san­
cirà il diritto russo a navigare nelle acque ottomane, com­
presi gli Stretti e il Danubio oltre al Mar Nero.
L'evolversi dei rapporti di forza stava in effetti determi­
nando una mutazione del concetto stesso di capitolazione,
riflesso della consapevolezza crescente che il mondo islami­
co non era più in grado di aspirare all'universalità. Mentre
la Sublime Porta sosteneva ancora la natura di concessione
unilaterale propria delle capitolazioni, la Russia esigeva che
venissero considerate alla stregua di impegni reciproci non
suscettibili di denuncia unilaterale: principio di cui otterrà
il riconoscimento nel l 779. L'apertura del Mar Nero alla na­
vigazione russa, d'altra parte, spinse l'Inghilterra (dal l 707
ufficialmente Gran Bretagna) e la Francia a rivendicare il
medesimo diritto sulla base della clausola della nazione più
favorita: ebbero partita vinta nel l 799 e, rispettivamente, nel
1 802. Il medesimo privilegio fu poi esteso al regno di Sarde­
gna e a quello delle Due Sicilie, alla Spagna, alla Danimarca
e al granducato di Toscana. Il risultato finale di questo pro­
cesso fu che, dalla fine del XVI secolo in poi, i porti dell'im­
pero ottomano cominciarono a essere frequentati da un nu­
mero sempre maggiore di navi appartenenti a un numero
crescente di paesi europei, testimonianza tangibile di una
1 34 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

capacità di penetrazione economica che non aveva l 'uguale


nelle terre dell'Islàm. Sappiamo che nel 1 596 un gruppo di
mercanti musulmani di Bantam, nell'isola di Giava, utilizza­
rono una nave olandese per recarsi a Istanbul, e che inglese
era invece il vascello utilizzato nel 1 668 per attraversare il
Mediterraneo dal primo viaggiatore arabo che ci abbia la­
sciato la descrizione di un viaggio nelle Americhe ( I naldk­
Quataert 1 999, 347; al-Mawsili 1 992, 26) : non risulta che ar­
matori di Rabat, Algeri, Tripoli, Alessandria o Beirut prati­
cassero il cabotaggio nel Mare del Nord, anche se da qual­
cuno di quei porti salperanno ogni tanto corsari capaci di
spingersi nelle loro scorrerie fino al Baltico e all'Islanda. Nei
secoli XVII e XVIII la guerra di corsa degli armatori magh­
rebini comincerà a passare all'archivio della storia, soppian­
tata da forme di rapina legalizzata, in apparenza più accet­
tabile, poste in atto dai loro concorrenti europei.
La storia delle capitolazioni è dunque, in complesso, la
storia di un cattivo investimento da parte degli Ottomani (e
degli altri sovrani musulmani che le praticarono) . Non sa­
rebbe tuttavia giusto dimenticare che, prima di finire rele­
gata al rango di Stato regionale dallo scorrazzare delle flot­
te nordeuropee nelle sue acque, la Sublime Porta era riu­
scita in una certa misura a plasmare il destino dell'Europa
moderna: ad esempio, allargando a Francia, Inghilterra e
Paesi Bassi i privilegi commerciali delle capitolazioni riser­
vati un tempo alla repubblica di Venezia. Questa decisione,
dettata dall'esigenza di contrastare il peso militare della Se­
renissima e dei suoi alleati asburgici, esercitò un'influenza
notevole in una fase decisiva per lo sviluppo mercantilistico
e paleocapitalistico di quelle giovani economie nordeuro­
pee in espansione. Benché il commercio estero fosse certa­
mente utile, ma non essenziale, per gli Ottomani (le im­
portazioni di tessili nel 1 759 non vestivano più di ottocen­
tomila persone, su una popolazione complessiva almeno
dieci volte maggiore) , esso rappresentava per l'Inghilterra
un elemento indispensabile per quell' accumulazione di ca-
5. L 'espansione russa verso il Mar Nero e il Caspio 1 35

pitale che, verso la metà del XVIII secolo, comincerà ad ali­


mentare la rivoluzione industriale (McGowan 1 999, 724;
i nalcik-Quataert 1 999, 372) .

5. '
L ESPANSIONE RUSSA VERSO IL MAR NERO E IL CASPIO

Lo spostamento del baricentro dello Stato russo da Kiev


verso nord-est gettò le premesse di un lungo processo affine
a quello della &conquista iberica: contro lo stesso nemico, si
potrebbe dire, se l'Islàm arabo-berbero dell'Andalus non
fosse così diverso da quello tataro-mongolo, che viene pe­
raltro accusato anche di colpe non sue, quali l'aver genera­
to una presunta inclinazione dei Russi alla crudeltà, la loro
passionalità o la forma di governo dispotica ( Goehrke 1 973,
99-1 0 1 ) . La svolta è segnata da una parte dal declino del­
l'Orda d'Oro e dalla conseguente ascesa di Mosca, dall'altra
dallo stimolo alla ripresa che cominciò a soffiare come un
vento fresco dopo il passaggio della «morte nera» , le epide­
mie del 1 352-1 353 e del 1 360-1366. La fuga dei contadini
nelle foreste di latifoglie di fronte alla pressione mongola
aveva d'altra parte accelerato non soltanto la colonizzazione
interna, ma anche l'apertura della tajgà, incoraggiamento o
conseguenza di un incremento della densità di popolazio­
ne, premessa di uno sviluppo economico in cui i contadini
cessano poco per volta di produrre solo per l'autoconsumo
e cominciano a rivolgersi al mercato. Le città erano ancora
scarsamente popolate: nel XV secolo solo Mosca, Novgorod,
Pskov e Tver' superavano i diecimila abitanti.
Nella versione slava della &conquista un ruolo di primo
piano spetta ai fattori geografici: in sostanza lo Stato russo
è sopravvissuto perché il suo baricentro si è spostato da Kiev
verso nord-est, dove le fitte foreste lo proteggevano dalle
ondate di invasori incanalate dalla natura verso il passaggio
obbligato tra l 'estremità meridionale degli Urali e il Cau-
136 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

caso. Anche alla diplomazia va però riconosciuta la sua par­


te. La dominazione mongola, durata fino alla metà del XIV
secolo, si esercitava infatti in forma diretta a Kiev, indiretta
altrove: ad esempio in Volinia (a sud-ovest di Kiev) e a Vla­
dimir (a nord-est) , dove la sottomissione formale ai Mon­
goli non escludeva la formazione di alleanze a loro ostili.
Particolare attenzione merita il centro di potere costituito­
si a Novgorod soprattutto per merito di Aleksandr Nevskij
che, impegnato a occidente contro i Teutoni e gli Svedesi,
si servì dei Mongoli per consolidare la propria posizione
( 1 252-1 263) , rendendo così possibile la riconquista.
Il rapporto di forza tra Russi e Tatari è indicato da alcu­
ni episodi sintomatici: se nel 1 328 il patronato mongolo era
ancora indispensabile al granduca di Mosca, Ivan Kalita,
per assicurare definitivamente al proprio casato il titolo di
Gran principe, già nel 1 380 il suo successore Dmitrij era in
grado di togliere ai Tatari l'aureola dell'invincibilità. La
campagna di reazione riuscì a portare le armate mongole
fino a Mosca nel 1 382, ma fu l'ultima volta che riuscirono a
spingersi nel cuore dello Stato russo. All'inizio del secolo
successivo l'Orda d'Oro cominciò a frantumarsi in più cen­
tri di potere - in primo luogo il khanato di Crimea e quel­
lo di Kazan' - che non furono più in grado di impedire la
continua ascesa di Mosca, la cui indipendenza formale dai
Tatari si può far coincidere con il 1 480, data in cui Ivan III
decise di non pagare più il tributo.
Sotto Ivan III (che, avendo sposato nel 1 472 la nipote
dell'ultimo imperatore bizantino, poteva con una certa giu­
stificazione rivendicare a Mosca il titolo di «terza Roma>> )
lo Stato russo riesce ad affacciarsi sul Mar Nero (anche se
precariamente: alla definitiva conquista del Mar d'Azov si
arriverà soltanto nel 1 694) , erodendo le posizioni del kha­
nato di Crimea. Il nome di Crimea (arabo Qirim, turco
Krim) che attualmente designa la penisola compresa tra il
Mar d'Azov e il Mar Nero indicava in origine, tra il XIV e il
XV secolo, soltanto la città di Solghat o Solkhad, oggi Staryj
5. L 'espansione russa verso il Mar Nero e il Caspio 1 37

Krym, situata a una ventina di chilometri dalla costa tra Sim­


feropol'e Feodosija. Superficialmente islamizzata in segui­
to a un 'incursione di Turchi d'Anatolia intorno al 1 220, la
penisola era poi diventata feudo mongolo sotto una dina­
stia d 'origine turca, i Girai, che regnavano su una popola­
zione mista di Slavi, Alani e Qipciaq, con una crescente pre­
valenza dell'elemento tataro. Verso la metà del XV secolo
la Crimea era ormai un khanato indipendente, che riuscì
ad evitare la dominazione russa accettando, sotto Mengli
Girai I ( 1 466-1 5 1 5 ) , il protettorato ottomano offerto da
Me hm et II nel 1 4 75. Durante il periodo ottomano (che vi­
de le truppe del khanato arrivare fino a Mosca nel 1 57 1 , co­
stringendo lvan il Terribile a pagare di nuovo - una tan­
tum - l'antico tributo tataro) l 'intera penisola era ormai
quasi completamente islamizzata.
A che punto la riconquista si trasforma in conquista co­
loniale? La mancanza di netti confini naturali - di uno
Stretto di Gibilterra sarmatico, per così dire - rende poco
agevole la separazione dei due concetti: quel che è certo, è
che l ' espansione russa e la creazione di un impero in Asia
centrale si possono considerare conseguenza diretta e na­
turale della &conquista slava. Tappa fondamentale di que­
st'ultima, più della conquista della Crimea, è la sconfitta del
khanato di Kazan' per mano di Ivan IV il Terribile nel l 552,
seguita dalla sua annessione allo Stato russo come regno di
Kazan' . Seguirono due secoli di russificazione, realizzata
con vari strumenti: espulsione dei Tatari da Kazan' e dalle
altre città principali; confisca delle terre migliori, situate
lungo i fiumi, che vennero distribuite alla nobiltà russa e ai
monasteri ortodossi; costruzione di fortificazioni. Si tentò
anche la conversione forzata dei musulmani, accompagna­
ta da confische di beni waqf, distruzione di moschee e scuo­
le coraniche, e così via. Premessa demografica di ulteriore
espansione verso sud-est fu il trasferimento in massa di co­
loni russi. Gli indigeni (che non erano tutti musulmani,
poiché nuclei non trascurabili di animisti, soprattutto tra i
1 38 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Finni, avevano resistito all'islamizzazione) vennero pertan­


to a trovarsi numericamente in minoranza. All'aristocrazia
tatara venne posta l'alternativa: convertirsi o perdere ogni
privilegio.
Vi fu naturalmente una resistenza animata dai notabili
tatari contrari alla russificazione: le rivolte furono frequen­
ti, anche con l'appoggio del khanato di Crimea (Hambly
1970, 1 26) , ma alla fine vennero soffocate nel sangue. I Ta­
tari espulsi perché non avevano voluto accettare l 'assimila­
zione diedero vita inconsapevolmente a un interessante fe­
nomeno di colonizzazione indiretta: notabili e artigiani del
vecchio khanato si diressero verso le steppe tra gli Urali e il
Caspio, fondandovi prospere comunità commerciali. Di
questa situazione approfittò l'imperatrice Caterina ( 1 729-
1 796) che modificò radicalmente la tradizionale politica
oppressiva, per evitare il ripetersi di rivolte come quelle che
ancora si verificarono nel XVIII secolo (sotto la guida di
Batyrsha nel 1 755, con aspetti di <<guerra santa>> ; e di Pu­
gacev nel l 773-1 77 4) . La Grande Caterina mise fine alla
persecuzione religiosa, autorizzò la costituzione di un' «As­
semblea spirituale per i musulmani della Russia e della Si­
beria>> con sede a Orenburg, concesse la parità di diritti ai
nobili tatari sopravvissuti, e privilegi ai mercanti.
La Sublime Porta non restò a guardare. Nella seconda
metà del XVI secolo il governo ottomano, guidato dal no­
tevole statista Sokullu Mehmet, si preoccupava di quelle
che oggi chiameremmo «questioni globali>> e, in particola­
re, di rendere credibile il ruolo di Siileiman quale «protet­
tore di tutti i musulmani>> . Oltre alla decisione di inviare
una flotta a combattere i Portoghesi nell'Oceano Indiano
nel 1568-1569, fu messa in cantiere una campagna per
espellere i moscoviti da Kazan' e da Astrakhan, allo scopo
di riaprire a mercanti e pellegrini il percorso dal Khwarezm
alla Crimea; in parte, su diretta richiesta dei sovrani cen­
troasiatici i quali - vale la pena di ricordare - chiedevano
aiuto non soltanto contro i cristiani di Mosca, ma anche
5. L 'espansione russa verso il Mar Nero e il Caspio 1 39

contro i musulmani sciiti di Persia. Lungo l'Amu Darya si


stava consolidando una frontiera statuale e ideologica che,
nel XIX secolo, indurrà molti musulmani dell'Asia centra­
le a preferire, come itinerario per il pellegrinaggio ai luo­
ghi santi dell'Islàm, il più lungo cammino attraverso la Rus­
sia ortodossa.
A questo punto gli Ottomani concepirono il progetto
ambizioso di impiegare la propria flotta principale nell' O­
ceano Indiano e nel Mar Caspio. Nel 1 568, per mandare la
flotta del Mediterraneo contro i Portoghesi, elaborarono
l'idea di scavare o, più precisamente, riaprire (Bono 1 990)
una via d'acqua tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Un anno
più tardi cominciarono a scavare un canale tra i fiumi Don
e Volga, per espellere i Moscoviti da Kazan ' e scendere al
Caspio allo scopo di accerchiare l 'Iran. L'Oceano Indiano
e il bacino della Volga cominciano ad occupare un posto di
rilievo nella nuova politica mondiale ottomana, anche se
continua la lotta di vitale importanza contro il Sacro Roma­
no Impero in Europa centrale, e contro la Spagna e Vene­
zia nel Mediterraneo. Quando nel 1 566 salì al trono Selim
II, i rivali di Sokullu colsero l'occasione per sfidarlo, soste­
nendo che stava esaurendo le risorse dello Stato in awen­
ture prive di senso. Ne1 1 570 l'invasione di Cipro ideata dal
suo rivale Mustafa, tutore del sultano, mise in evidenza una
svolta radicale nella politica internazionale degli Ottomani.
Si cominciava ormai a giudicare la Volga e l 'Oceano India­
no troppo lontani per meritare l'interesse dell'impero. Fu
proprio allora che la Spagna, Venezia e il papato si coaliz­
zarono nella Lega Santa e inflissero agli Ottomani una di­
sastrosa sconfitta a Lepanto ne1 1 57 1 . La promessa fatta da
Selim II al sultano di A�eh non fu mai mantenuta e, dopo
la morte del sultano acinese Husayn ( 1 571-1 579) , il suo
paese fu lacerato dalla guerra civile ( I naldk 1 994, 330) .
Tra i khanati successori dell'Orda d'Oro la Crimea fu
quello che oppose la più accanita resistenza di fronte all'e­
spansione russa; quando fu costretto a capitolare, nel 1 783,
1 40 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

ai suoi circa quattrocentomila musulmani Caterina II ga­


rantì la sicurezza dei beni e la libertà di religione, ma il ca­
rattere islamico della penisola venne radicalmente modifi­
cato dall'immigrazione di Russi e Greci, e dall'emigrazione
di gran parte della popolazione tatara, soprattutto dopo la
guerra di Crimea del 1 854-1 856, durante la quale i musul­
mani non avevano potuto nascondere la propria solidarietà
con l'impero ottomano. Alla vigilia della prima guerra
mondiale i musulmani erano ridotti a duecentomila circa,
meno di un terzo della popolazione complessiva.

6 . FRAITURE INTERNE: LE GUERRE OITOMANO-PERSIANE

Uno dei fattori che hanno condotto il mondo dei mu­


sulmani alla perdita della supremazia nei confronti del­
l'Occidente, ancora evidente e indiscussa al momento del­
la conquista ottomana di Costantinopoli, è costituito dalle
rivalità e divisioni tra potenze musulmane: elemento tanto
intrecciato alla storia dell'Islàm fin dalle origini da aver in­
dotto qualche autore a interpretarlo come intervento prov­
videnziale a tutela della cristianità. Si potrà più laicamente
osservare che le divisioni tra i cristiani non furono meno vi­
stose e, forse, rallegrarsi per il manifestarsi di due tenden­
ze opposte, che hanno portato l'Europa dalla frammenta­
zione in un migliaio di entità politiche nel XIV secolo Qo­
nes 1984, 1 63) alle poche decine di Stati attuali, mentre il
numero delle formazioni statuali definibili in senso lato
«islamiche>> è andato continuamente crescendo, da quan­
do c'era un solo Stato islamico ai tempi del Profeta. Tra le
rivalità interne che hanno indebolito il mondo musulmano
nell 'ultimo mezzo millennio, attenzione particolare meri­
tano i conflitti tra Ottomani e Persiani, non perché fossero
gli unici e nemmeno i più importanti, ma perché sono quel­
li che hanno esercitato la maggiore influenza sulla storia
6. Fratture interne: le guerre ottomano-persiane 1 41

europea, costringendo la Porta a dividere le proprie risor­


se, a scapito del fronte balcanico e delle offensive in dire­
zione della <<seconda Roma>> (o della <<terza>> , Mosca) .
Si è già visto come la sconfitta di Caldiran abbia segnato
la fine dei sogni safavidi di espansione in Anatolia. L'esito di
quella battaglia tracciò anche un confine sorprendente­
mente stabile tra i due imperi e i loro eredi, nel senso che ­
malgrado ripetute invasioni e temporanee conquiste - la
frontiera attuale fra Turchia e Iraq da una parte, Iran dal­
l'altra, rappresenta con buona approssimazione la linea me­
diana attorno alla quale hanno oscillato nei secoli passati i
successi e gli insuccessi militari dei due protagonisti. C aldi­
ran non fu, per gli Ottomani, soltanto una vittoria militare,
ma anche la misura di una maggiore capacità organizzativa:
malgrado le notevoli difficoltà logistiche, infatti, il loro eser­
cito arrivò sul campo di battaglia in piena efficienza, in gra­
do di esplicare al meglio la propria superiorità in termini di
disciplina, armi da fuoco e, soprattutto, artiglieria: tutti ele­
menti che, nel corso delle guerre coloniali, hanno garantito
agli eserciti europei facili vittorie in mezzo mondo. Questa
osservazione potrebbe indurre in un lettore affetto da nor­
male, o fisiologico, eurocentrismo, una replica del genere:
<<Già, gli Ottomani, da tempo in contatto e contrasto con gli
eserciti europei, godevano proprio per questo di una natu­
rale superiorità rispetto ai Persiani» . Obiezione naturale, ma
fortunatamente - dal punto di vista della ricerca storica e an­
che del legittimo amor proprio degli eredi degli Ottomani ­
inadeguata: non siamo stati noi a <<insegnare>> agli Ottoma­
ni la superiorità militare, anzi proprio da loro i nostri ante­
nati hanno imparato preziose tecniche di reclutamento, ad­
destramento, ordinamento e impiego delle forze armate.
Certo hanno trovato volonterosi imitatori, discepoli che in
molti casi hanno superato i maestri, come il principe Euge­
nio di Savoia, che abbiamo già incontrato.
Nemmeno sarebbe giusto, d'altra parte, paragonare le
forze safavidi agli eserciti sbaragliati negli ultimi due secoli
1 42 Capitolo secondo. t:voluzioni e dinamiche

dai colonizzatori britannici in India, francesi in Mrica e rus­


si in Asia centrale: ben diversi erano i rapporti di forza e, so­
prattutto, le proporzioni numeriche tra le perdite umane
da una parte e dall'altra, come dimostra l'andamento al­
terno delle vicende belliche.
Conseguenza immediata della vittoria di C aldiran fu
l 'occupazione ottomana dell'Azerbaigian, la culla della di­
nastia safavide, che però non durò a lungo: la regione era
stata ridotta a terra bruciata dall'esercito persiano in ritira­
ta e, quando ci si rese conto che il bottino sperato non c'e­
ra, nell'esercito di Selim I si diffuse il malcontento. Con
l'avvicinarsi dell'inverno che rendeva più difficili i riforni­
menti, il sultano si vide costretto a ritirarsi in Anatolia e, nel­
la primavera successiva, Shah Isma 'il poté riprendersi la
provincia perduta. I Safavidi ne trassero però l'ammoni­
mento a evitare scontri con gli Ottomani in campo aperto,
e a ritirarsi davanti alle loro offensive. Per Selim il vantag­
gio più duraturo fu la possibilità di sbaragliare le ultime di­
nastie turcomanne indipendenti dell'Anatolia orientale,
compresa la regione curda gravitante su Diyarbakir, e di do­
minare i valichi di montagna verso la regione del Caucaso
e la Mezzaluna Fertile.
La guerra tra i due Stati - o, meglio, tra le due dinastie ­
non si combatteva soltanto con le armi. Nella politica di Se­
lim I è notevole il ricorso a concezioni e strumenti che sem­
brano tipici delle «guerre totali» del XX secolo, più che del­
la tradizione islamica, secondo cui le guerre tra sovrani non
dovevano coinvolgere, né danneggiare i sudditi comuni, i
contribuenti: esclusi, naturalmente, quelli che avevano la
sventura di trovarsi sulla strada degli eserciti in marcia. De­
ciso a distruggere il rivale safavide, Selim I fece dunque ri­
corso a un provvedimento inaudito: nel 1 514, in concomi­
tanza con l'avvio della campagna contro lo scià, impose un
embargo sulle importazioni di seta dalla Persia e vietò il
commercio della seta grezza in tutti i territori ottomani, un
divieto che però coinvolse le terre arabe governate dai Ma-
6. Fratture interne: le guerre ottomano-persiane 1 43

melucchi. La decisione specificava infatti che qualsiasi mer­


cante turco, persiano o arabo sorpreso in possesso di seta
persiana era soggetto alla confisca della merce (il che, na­
turalmente, esacerbò ulteriormente i rapporti con l'Egitto,
destinato di lì a poco a essere incorporato nell'impero otto­
mano) . Un a misura della scrupolosità dell' amministrazio­
ne ottomana ci è fornita dalla meticolosa registrazione del­
le merci confiscate, accompagnata dalla promessa di resti­
tuzione, una volta ritornata la normalità. Il provvedimento
era evidentemente concepito come espediente di durata li­
mitata nel tempo, ma è notevole che «questa decisione dra­
stica e inconsueta ebbe un tale impatto sull'opinione pub­
blica, che gli storici ottomani si preoccuparono di sottoli­
neare come obiettivo reale del sultano fosse non confiscare
le merci, ma privare il nemico delle sue fonti di reddito»
( I nalcik 1 994, 228-229) .
Dopo la morte di Selim I, le operazioni militari furono
riprese durante il lungo regno del figlio e successore Siilei­
man I Qanuni, «il Legislatore>> , che riuscì a sfruttare appie­
no i successi paterni per consolidare

l'impero ottomano classico e fare nuove importanti conquiste sia


a est sia a ovest. Solimano assurse al trono ottomano con una po­
sizione personale mai prima raggiunta da nessun sultano. Grazie
ai fortunati sforzi di Selim per eliminare ogni rivale potenziale e
fare del corpo dei giannizzeri uno strumento del sultano, Soli­
mano giunse al potere senza incontrare alcuna opposizione e col
pieno controllo della classe dei devsirme e di ciò che rimaneva del­
l'aristocrazia turca. Le conquiste di Selim avevano raddoppiato le
entrate del tesoro senza l' imposizione di notevoli oneri fiscali, la­
sciando a Solimano ricchezza e poteri mai raggiunti nella storia
ottomana (Shaw 1 972, 77) .

Un trionfo per gli Ottomani, dunque, ma non necessa­


riamente un bene per il mondo islamico nel suo comples­
so. Le conquiste ottomane a oriente, combinate con la ri­
nascita della Persia sotto i Safavidi, avevano sì posto fine al
1 44 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

lungo periodo di vuoto politico creatosi nel Vicino e Medio


Oriente con il declino dell'impero abbaside, con vantaggio
generale per l'ordine, la sicurezza e la prosperità, ma il
mondo islamico risultava diviso, con la Persia e il Khorasan,
un tempo al cuore dei califfati, separati dalla Siria, dall'Iraq
e dall'Egitto, nonché dalle nuove terre islamiche dell'Ana­
tolia e dei Balcani. Risultato netto fu che «il centro del mon­
do islamico si spostò verso ovest, e questa divisione si irri­
gidì nei secoli seguenti» (Shaw 1972, 77) : asserzione che an­
drebbe ridimensionata, nel suo implicito eurocentrismo,
dalla consapevolezza che, proprio mentre vaste estensioni
di terre europee passavano - dopo la &conquista iberica, e
quasi a ridurne la portata - sotto le bandiere deli'Islàm,
conquiste demograficamente e territorialmente più consi­
stenti si verificavano a oriente, con avanzate deli'Islàm po­
litico in India e in Indonesia.
Sùleiman, com'era naturale, attribuiva maggiore impor­
tanza al fronte occidentale, ma venne attirato a oriente dal
caos in cui era sprofondata la Persia dopo la morte di
Isma'il, sia grazie alle relazioni allacciate con l'impero tur­
comanno degli Uzbeki che minacciava i Safavidi sul loro
fianco orientale, sia per le richieste di principi persiani che
contendevano il trono all'erede legittimo, Tahmasp, anco­
ra bambino. Approfittò della situazione sfruttando i perio­
di di pace in Europa, e guidò personalmente tre campagne
contro l'impero safavide, nel 1534-1 535, nel 1 548-1550 e
nel 1 554, senza però riuscire a impegnare in campo aperto
l'esercito avversario, che cercava di conservare le proprie ri­
sorse per far fronte al pericolo uzbeko e ai disordini inter­
ni. Nella prima di queste spedizioni gli Ottomani conqui­
starono Tabriz e Baghdad, ma le ormai consuete difficoltà
logistiche li costrinsero ad abbandonare i territori azeri e
iracheni durante l 'inverno e a lasciare che Tahmasp li rioc­
cupasse in maniera sostanzialmente incruenta. Alla fine, vi­
sta la difficoltà di sconfiggere l'avversario in campo aperto,
Siileiman concluse la pace di Amasya ( 1 555) , grazie alla
6. Fratture interne: le guerre ottomano-persiane 1 45

quale manteneva il possesso dell'Iraq e degli antichi prin­


cipati turcomanni dell'Anatolia orientale, ma rinunciava al­
l'Azerbaigian e alle regioni sud-orientali del Caucaso. Il do­
minio sull'Iraq ebbe come prima conseguenza di largo re­
spiro la decisione di costruire una base navale a Basra (Bas­
sora) , da cui partiranno spedizioni in grado di infastidire la
flotta portoghese dell'Oceano Indiano, sostenuta dai Safa­
vidi. Vennero così riaperte le antiche rotte marittime e ri­
pristinate in parte le entrate doganali - prima incamerate
dai Mamelucchi - fornite dai traffici diretti per via di terra
dal Golfo Persico al Mediterraneo, anche se i Portoghesi
continuavano a godere del vantaggio di costi di trasporto
via mare, dalle Indie a Lisbona, complessivamente inferiori.
A Siileiman succede Selim II, il cui breve regno ( 1 566-
1 574) è segnato soprattutto dalla battaglia di Lepanto, in­
dice di una congiuntura internazionale che lascia poco spa­
zio per occuparsi del fronte orientale; sarà il suo successo­
re a varcare di nuovo il confine con la Persia, Murad III, il
cui regno ( 1 574-1 595) viene fatto coincidere con l'inizio
dell'indebolimento interno del potere ottomano, che però
«fu palese solo a pochissimi fra i più acuti osservatori occi­
dentali>> (Shaw 1 972, 1 03) . Agli occhi dei più, l'esercito ot­
tomano continuava a sembrare uno strumento temibile, ca­
pace di nuove conquiste. Uno di questi successi è legato al­
la campagna persiana del l578-1 590, voluta sia per contene­
re l'espansione russa verso sud, sia per approfittare del caos
seguito, in Persia, alla morte di Tahmasp ( 1576) : la con­
quista del Caucaso e - di nuovo - dell'Azerbaigian portava
l'impero del sultano alla sua massima estensione territoria­
le e all' incorporazione di nuove ricche province, le cui ren­
dite rappresentarono una temporanea boccata d'ossigeno
per il fisco, la cui situazione generale era tuttavia compro­
messa in maniera definitiva, a giudicare col senno di poi.
Nel 1 579, durante la campagna contro l'Iran, fu neces­
sario modificare il corridoio previsto per il passaggio del­
l'esercito, perché lungo la via di Ankara «non c'erano più
1 46 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

villaggi abitati, dato che i contadini si erano dispersi» , co­


me attesta la relazione ufficiale. Gli Ottomani non riusciro­
no a disporre di un completo dominio dei territori conqui­
stati in Azerbaigian nel periodo 1587-1 590, principalmente
perché vennero a dipendere da importazioni di grano pro­
veniente dalla madrepatria. Nella regione vi fu un netto de­
clino della produzione agricola, dovuto alla fuga della po­
polazione sciita locale e alle rapine perpetrate a danno dei
contadini dalla soldatesca ottomana affamata, priva di rifor­
nimenti e di denaro ( I naldk 1 994, 96) .
Si potrà osservare en passant che dall'Iraq, invece, gli sciiti
non se ne andarono, tanto da costituire ancora oggi oltre metà
della popolazione dello Stato attuale, malgrado le vicende le­
gate al penultimo capitolo delle guerre ottomano-persiane
che comincia nel 1 603. In questa occasione Shah 'Abbas riu­
scì a ritorcere contro gli Ottomani l'arma dell'embargo, nel­
l'intento di dirottare la Via della Seta dai territori soggetti alla
Sublime Porta verso l'Oceano Indiano: iniziativa che fu accol­
ta con entusiasmo da Inglesi e Olandesi, la cui egemonia in
quelle acque era ormai consolidata, e che fu accompagnata o
era stata preceduta da missioni diplomatiche tendenti a for­
giare un'alleanza antiottomana con i sovrani cristiani d'Euro­
pa; suscitò invece allarme a Venezia, la cui prosperità era or­
mai strettamente legata ai buoni rapporti commerciali con la
Porta ( l nalcik-Quataert 1999, 246) . Queste manovre ebbero
successo limitato, mentre sul piano strettamente militare le co­
se andarono meglio per 'Abbas, che nel 1 603 respinse gli Ot­
tomani dall'Azerbaigian e dal Caucaso, con l'aiuto non tra­
scurabile dei ribelli detti celali3 (vittime dirette o indirette del­
la cattiva amministrazione da parte di titolari di timare appal­
tatori delle imposte) , i quali intercettarono quasi completa­
mente i rifornimenti mandati dalla Porta; nel 1 624 prese an­
che Baghdad e l'Iraq centrale. La reazione di Murad N ( 1 623-
1 640) fu talmente efficace da costringere i Safavidi ad accetta­
re la pace di Qasr-i Shirin ( 1 639) . Questa stabiliva il confine
che è rimasto sostanzialmente inalterato fino ai nostri giorni,
7. Fratture interne: Afghani, Persiani e Moghul 1 47

prometteva una pace definitiva, e consentiva alla Porta di de­


dicare tutte le proprie energie ai fronti europei.
L'ultimo capitolo comincia quando Ahmad III ( 1 703-
1 730) approfitta del declino della potenza safavide per ri­
conquistare l'Azerbaigian, oltre a Hamadan e parte della
Persia occidentale in tre campagne tra il 1 722 e il 1 725. Il
suo successore Mahmud I ( 1 730-1 754) non poté impedire
che il temporaneo restauratore della potenza persiana, Na­
dir Shah, riprendesse la maggior parte dei territori perdu­
ti; ma l ' anarchia seguita alla sua morte consentì agli Otto­
mani di ritornare al confine stabilito a Qasr-i Shirin. Il ri­
sultato netto delle guerre ottomano-persiane è, dunque, il
logoramento progressivo e reciproco dei protagonisti, a
danno della potenza complessiva del mondo islamico e a
vantaggio di nuovi protagonisti europei.

7. FRATIURE INTERNE: AFGHANI, PERSIANI E MOGHUL

Se le guerre ottomano-persiane rappresentano il massi­


mo dello spreco, dal punto di vista della capacità di singoli
Stati islamici, o del mondo islamico nel suo complesso, di
resistere all'espansione europea, non vanno trascurate al­
tre tensioni e fratture, quantitativamente minori, che pure
hanno contribuito a indebolire una grande struttura isla­
mica quale la Persia safavide e ad aprire la strada sia alla mi­
naccia militare russa proveniente dal nord, sia alla pene­
trazione economica, soprattutto anglosassone, da ovest. Si
è già visto come gli Ottomani abbiano approfittato più d'u­
na volta della pressione uzbeka sui confini persiani di nord­
est: su quello stesso fronte alla fine del XVII e all' inizio del
XVIII secolo i Safavidi vedranno comparire una minaccia
ancor più pericolosa, quella afghana.
La conquista afghana che nel 1 722 pone fine alla dina­
stia safavide è conseguenza delle rivalità e delle lotte che, a
1 48 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

partire dal XV secolo, ebbero l'Mghanistan come bersaglio,


in quanto oggetto delle mire contrapposte di Uzbeki, Mo­
ghul e Safavidi. In sostanza l 'Mghanistan fungeva da Stato­
cuscinetto fra India e Persia: Kabul e l 'Mghanistan orienta­
le erano sotto la sovranità moghul, Herat e l'Mghanistan
occidentale sotto i Safavidi, mentre Kandahar segnava il
confine fra le due zone di influenza e cambiò più volte pa­
drone. Nel 1 709 la tribù dei Ghilzay, di stanza attorno a
Kandahar, si ribellò ai Persiani sotto la guida del suo capo
Mir Vais, ben presto imitata dalla tribù degli Abdali (suc­
cessivamente meglio noti come Durrani) della regione di
Herat. Proprio da queste rivolte contro i Safavidi, e dai fa­
cili successi che ne seguirono (battaglia di Kandahar, l 71 1 ) ,
prese le mosse l'invasione afghana, perché il figlio di Mir
Vais, Mahmud, si sentì incoraggiato a marciare verso il cuo­
re dell'impero safavide, occupando lsfahan e detronizzan­
do il suo ultimo sovrano safavide, Husayn. Un aiuto non tra­
scurabile alla vittoria afghana fu dato dai sunniti che, all'i­
nizio del XVIII secolo, comprendevano ancora larghi strati
della popolazione del Fars e «in odio al governo sciita» si
schierarono dalla parte degli invasori (Bausani 1 962, 207) .
La dominazione afghana fu tuttavia di breve durata:
Mahmud fu assassinato nel l 725 da un cugino; subentrò un
periodo di anarchia a cui pose termine la riscossa persiana
guidata da un abile militare, Tahmasp Quli Khan, di oscu­
ra origine turca, imparentato con la potente tribù degli M­
shar, che nel 1 730 batté gli Mghani in una serie di battaglie;
elemento fondamentale di queste vittorie fu il buon uso
delle armi da fuoco e il buon addestramento delle unità di
fucilieri. Egli agiva formalmente per conto di un principe
safavide pretendente al trono (Tahmasp Il, donde il nome
servile di Tahmasp Quli, lett. «Schiavo di Tahmasp>> ) ; ma
nel 1 736, dopo la definitiva espulsione degli Mghani, si fe­
ce incoronare con il nome di Nadir Shah.
Una volta diventato signore della Persia, Nadir Shah in­
vase nel l 737 l 'Mghanistan, mise in rotta i Ghilzay con l 'aiu-
7. Fratture interne: Afghani, Persiani e Moghul 1 49

to dei Durrani, e si trovò a disporre di un pretesto per muo­


vere contro l 'India: i Moghul non avevano infatti accettato
la sua proposta di cooperazione, in sostanza una richiesta
di esercitare la loro influenza su Kabul e dintorni per sca­
tenare gli Mghani locali contro i Ghilzay di Kandahar. Na­
dir Shah imboccò dunque la celebre via del Passo di Khy­
ber, il percorso più frequentato dagli invasori della pianura
indiana, e <<quasi per caso» saccheggiò Delhi, ponendo ter­
mine a quel che restava della potenza moghul in India, che
nei decenni residui del XVIII secolo verrà contesa dagli
eserciti della confederazione indù dei Maratti o Maratha,
dalla formazione politico-religiosa dei Sikh del Pangiab, e
da nuovi gruppi di invasori afghani (Hodgson 1974, 1 53) .
Non meno folgoranti furono le vittorie di Nadir Shah sui
fronti settentrionali, dove i suoi eserciti occuparono i prin­
cipali centri uzbeki lungo l 'Amu Darya e lo Zerafshan, in re­
gioni su cui nessun sovrano safavide era riuscito a imporre
la propria autorità; e verso sud, dove i Persiani occuparono
i porti fortificati dell'Oman, centro della potenza commer­
ciale araba animata da un rinnovato dinamismo nell'Ocea­
no Indiano. Fu così che parte dei tesori dell'India finirono
anche nelle grandi città dell'Asia centrale, generando miti
su favolose ricchezze che si sarebbero trovate a Bukhara e
Samarcanda, i cui echi suscitarono in Russia appetiti che
ebbero parte non trascurabile nella spinta alla colonizza­
zione slava di quelle terre.
Alle capacità militari N adir Shah non associava però ade­
guata saggezza politica: incline alla crudeltà (ripristinò l'u­
sanza di costruire torri di teschi per incutere il terrore) e re­
stio a utilizzare le ricchezze accumulate per dar lustro alla vi­
ta di corte, si imbarcò tuttavia in un progetto religioso che,
se attuato, avrebbe potuto cambiare la storia del mondo isla­
mico. Concepì infatti la speranza di riconciliare sunniti e
scii ti e si sforzò di convincere 'ulama ' e altri dotti della cor­
rente minoritaria in tutto l'Islàm, seppure maggioritaria in
Persia, a riconoscere la shi 'a come semplice scuola teologica
1 50 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

e giuridica, a considerarla cioè un madhhab, ovvero una scuo­


la giuridico-religiosa, alla stessa stregua degli hanafiti o de­
gli shafiiti. Incontrò un certo successo tra gli 'ulama ' scii ti del
Nejd nel corso di una campagna contro l 'Iraq ottomano, ma
non tra i dotti sciiti in generale e, soprattutto, non riuscì a
convincere il sultano che, nella sua veste di «Custode dei
Luoghi santi», disponeva del prestigio indispensabile all'at­
tuazione di un simile progetto. Eppure, per ingraziarselo,
era arrivato al punto di rivolgersi a lui usando il titolo di «ca­
liffo>> , cosa a cui gli Ottomani tenevano sempre più, di pari
passo con il declino della loro potenza effettiva (Lewis 199 1 ,
55-59) . In fin dei conti è soprattutto come «padre della pa­
tria>> (non la sua) che merita di essere ricordato.

L'Mghanistan come nazione fu opera di Nadir Shah. Sotto di


lui, gli Abdali avevano appreso disciplina e organizzazione, men­
tre i loro principali rivali, i Ghilzay, non si erano ancora ripresi
dalla sconfitta ricevuta ad opera di Nadir e, in ogni modo, aveva­
no ben poca solidarietà tribale. Di conseguenza, i khan delle sot­
totribù degli Abdali si riunirono nei pressi di Qandahar ed eles­
sero uno di loro, Ahmad Shah, primo <<re degli Mghani••. Ahmad
Shah aveva solo ventitré anni, ma si era distinto nell'esercito di
Nadir Shah ed era uno degli ufficiali prediletti di quest'ultimo.
Era un tattico brillante e possedeva una personalità molto at­
traente; qualità che lo rendevano caro agli uomini della sua tribù
e permisero agli altri Mghani di accettare senza titubanza questa
minaccia alla loro tanto cara libertà tribale. Inoltre, egli non
tentò di organizzare una signoria centralizzata, ma si contentò di
governare come primus inter pares in una sorta di feudalesimo tri­
bale (Keddie 1 972, 222-223) .

Era, in realtà, l'unico modo per cercare di far funziona­


re la cosa pubblica in quel paese di rudi montanari, come
ha abbondantemente dimostrato l 'esperienza dei secoli
successivi, fino ai nostri giorni; ma l'impero costruito da
Ahmad Shah (alla sua morte nel 1 772 si estendeva dall'A­
mu Darya all'Oceano Indiano, da Delhi a Nishapur) non
7. Fratture interne: Afghani, Persiani e Moghul 151

soprawisse alla violenza delle forze centrifughe che soltan­


to le sue doti avevano saputo tenere a freno. In mancanza
di un rigoroso meccanismo di successione al trono, questo
divenne obiettivo delle ambizioni dei diversi clan degli A�
dali o Durrani; quello dei Sadozay, a cui apparteneva lo
stesso Ahmad Shah, sopraffatto dal più numeroso clan dei
Muhammadzay, alla testa della sottotribù dei Barakzay,
manteneva all'inizio del XIX secolo solo un precario pote­
re su Herat. L'Mghanistan settentrionale era in mano a pic­
coli khan uzbeki, Peshawar e parte delle regioni orientali
erano dominate dai Sikh del Pangiab, e il rimanente era ret­
to dai Muhammadzay. In tali circostanze un notabile dei Ba­
rakzay, Dost Muhammad, si impadronì di Kabul e del cir­
condario e riuscì a farsi riconoscere come emiro nel 1 837.
Era abile, ma le sue speranze di riportare il paese ai fasti di
Ahmad Shah erano ormai fuori del tempo: l'espansione di
due grandi imperi europei dal nord e da sud-est era sul pun­
to di ridurre l'Mghanistan al suo vecchio ruolo di Stato­
cuscinetto, non più tra India e Persia, ma tra India britan­
nica e Russia.
Nemmeno le vittorie di N adir Shah furono durature: l'a­
bile condottiero e velleitario riformatore dell'Islàm aveva
trascurato l'amministrazione dello Stato che alla sua morte
( 1 747) piombò in un periodo di anarchia. Un generale di
Shiraz, Karim Khan Zand, tentò invano di attuare una re­
staurazione safavide, mentre a Kandahar, Kabul e perfino a
Tehran notabili locali cercavano di instaurare dinastie in­
dipendenti; nel 1 753 pose fine alla finzione safavide e go­
vernò in proprio su quel che restava dell'impero fino alla
sua morte, nel 1 779. Era la prima volta, dopo sette secoli di
dominazione mongola e turca, che il paese era retto da una
dinastia persiana, il cui breve regno è ricordato come un
periodo di pace. I suoi successori furono ben presto detro­
nizzati ed eliminati dalla lotta per il potere da Agha
Muhammad, il figlio evirato del maggior rivale degli Zand,
appartenente alla tribù turcofona dei Qagiar, gravitante su
152 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Tehran; costui riuscì a fuggire nel l 779 dalla corte di Shiraz


dove era tenuto in ostaggio e, con l'aiuto delle tribù del
nord, sottrasse progressivamente agli Zand le loro princi­
pali piazzeforti, da Isfahan a Shiraz a Kirman; come propria
capitale scelse Tehran, all'epoca una piccola città di im­
portanza secondaria rispetto ad esempio - per limitarsi al
nord della Persia - a Tabriz.
Nel l 794 si instaura così la dinastia dei Qagiar, destinata
a durare fino a dopo la prima guerra mondiale e a sancire
il passaggio della Persia sotto l'influenza britannica e russa:
un brusco contrappasso rispetto ai tentativi fatti dagli Zand
per ripristinare la prosperità dell'agricoltura e del com­
mercio, concepito da quei sovrani come strumento di reci­
proco arricchimento, non di sottomissione alle più effi­
cienti controparti europee.
Si è già visto come la storia degli Afghani fosse intrecciata
con quella dell'India dei Moghul. Non si trattava unicamen­
te di rapporti conflittuali: la via carovaniera da Kabul, attra­
verso il Passo di Khaybar, alimentava i mercati di Lahore for­
nendoli di cavalli dell'Asia centrale, frutta, seta e porcellane
dalla Cina, oltre a metalli preziosi e altre merci pregiate. Nel­
la direzione opposta i mercanti indiani si spingevano fino al­
le città dell'Asia centrale e della Persia per vendervi spezie e
tessuti. Il Pangiab era un'area importante di produzione ar­
tigianale - per non dire industriale - in cui migliaia di tessi­
tori fabbricavano una grande varietà di tessuti di cotone per
i diversi mercati centroasiatici, del Medio e Vicino Oriente,
dell'Europa e della Cina. Le dimensioni di questi traffici si
possono valutare dalle conseguenze di un incendio scoppia­
to nel forte di Peshawar nel l 586: andò distrutto il carico di
mille cammelli appartenenti a diversi mercanti che si erano
rifugiati nella piazzaforte in attesa della riapertura della stra­
da (Richards 1 993, 50) . Il traffico carovaniero era troppo al­
lettante per non stimolare il brigantaggio, o anche imprese
più impegnative da parte di tribù afghane inclini talvolta a in­
terrompere completamente il traffico. Benché il procedere
8. Dalla «&conquista» all'espansione coloniale iberica 1 53

indisturbato di quest'ultimo fosse interesse dei sovrani di Ka­


bul come di quelli di Delhi, erano soprattutto questi a inter­
venire con spedizioni punitive contro i saccheggiatori di ca­
rovane. Nello stesso tempo l'amministrazione dei Moghul
contava un discreto numero di notabili afghani, inclini tal­
voi ta a mettersi in proprio, dando vita a dinastie e sultanati in
varie parti dell'India; c'erano inoltre, dispersi in tutta l'India
settentrionale, i discendenti delle migliaia di soldati e mer­
canti afghani che erano immigrati ai tempi della dinastia dei
Lodi, fino a costituire la comunità di musulmani stranieri più
potente, soppiantando Turchi e Persiani.
Per quanto importante sul piano dei rapporti con la Per­
sia e l 'Asia centrale, il commercio attraverso i passi afghani
era tuttavia poca cosa in confronto con i traffici internazio­
nali marittimi che finirono col trascinare l'India nell'orbi­
ta dell' espansione coloniale europea: e a questo più ampio
scenario è venuto il momento di ritornare.

8. DALLA <<RECONQUISTA» ALL' ESPANSIONE COLONIALE IBERICA

L'immagine dei trionfatori della &conquista che, incal­


zando i musulmani in fuga dopo la caduta di Granada, li in­
seguono oltre lo Stretto di Gibilterra, quasi incapaci di fer­
marsi, è accattivante ma imprecisa: in primo luogo perché
esistevano già basi iberiche in Mrica prima del 1 492. In se­
condo luogo, perché è piuttosto semplicistico giudicare lo
Stretto un confine naturale assoluto, fino al quale i succes­
si cristiani andrebbero visti come tappe di un legittimo pro­
cesso di liberazione nazionale mentre, varcato quell'esiguo
braccio di mare, si tratterebbe di deprecabile conquista co­
loniale: in fondo, nei secoli precedenti, i territori sulle due
sponde erano stati considerati dai loro sovrani - ad esem­
pio i Marinidi - come facenti parte di una medesima entità
politica. L'espansione coloniale delle due strutture statuali
154 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

sorte nella penisola iberica presenta, comunque, caratteri­


stiche abbastanza specifiche da giustificare una loro disa­
mina separata.
Il primo a imboccare la via delle avventure coloniali è il
Portogallo (staccatosi dalla Castiglia, nucleo originario del
futuro Stato spagnolo, nel l 097 come contea, e dal 1 1 43 co­
me regno) , per merito soprattutto di Enrico il Navigatore
( 1 394-1 460) che, con l'appoggio della borghesia mercanti­
le di Lisbona (e, in seguito, grazie anche a finanziamenti ge­
novesi e tedeschi) , diede l'avvio a una serie di imprese gran­
diose, di cui furono tappe fondamentali la conquista di Ma­
dera ( 1418-1420) , delle Azzorre ( 1 43 1-1432) e delle Isole di
Capo Verde ( 1 433) . Si è spesso messo in risalto l'aspetto me­
ticoloso e programmato delle esplorazioni portoghesi - in
contrasto con la casuale scoperta spagnola dell'America - e
della sistematica raccolta di informazioni desunte sia da fon­
ti colte, sia da racconti marinari da taverna, e riunite negli
archivi - per non dire banche-dati - di apposite istituzioni
quali la mitica scuola di navigazione di Sagres, di cui si è for­
se esagerata l'importanza (Mendelssohn 198 1 , 25-28) ; ma
anche i Lusitani furono aiutati dalla fortuna. Nel 1 500, ad
esempio, quando Cabrai venne spinto fuori rotta dai venti e
scoprì il Brasile; ma poi proseguì per l'India. Nel frattempo,
i suoi colleghi impegnati nella navigazione lungo le coste
dell'Mrica, avevano raggiunto la Sierra Leone ( 1 460) , il
Congo ( 1 484) e il Capo di Buona Speranza, doppiato da
Bartolomeo Dias nel l 487. Una volta entrati nell'Oceano In­
diano ci si poteva avvalere delle conoscenze dei navigatori
locali, che ancora utilizzavano fragili vascelli fatti di tavole di
palma o di teck cucite insieme anziché inchiodate (Planhol
1968, 345) ; e fu proprio un timoniere arabo a condurre Va­
sco da Gama fino a Calicut, sulla costa indiana del Malabar,
nel 1 498. Ad ogni approdo, o almeno nei più importanti, i
Portoghesi cercavano di stringere accordi con gli indigeni e
di lasciare segni tangibili della lo ro presenza, sotto forma di
fattorie o magazzini commerciali più o meno fortificati: è
8. Dalla «R.econquista» all'espansione coloniale iberica 1 55

questa l'origine di un immenso impero soprawissuto in par­


te fino ai nostri giorni o quasi4•
Fino a questo punto - a parte la presa, nel l 41 5 , di Ceu­
ta, che nel 1580 passerà definitivamente alla Spagna - l'e­
spansione portoghese non aveva incontrato dinastie mu­
sulmane o non musulmane in grado di arginarla. Nell'O­
ceano Indiano i nuovi arrivati troveranno invece pane per
i loro denti e sentiranno il bisogno di affidare il nascente
impero a un viceré. Il primo fu Francisco Almeida ( 1505 ) ,
il cui successore Monso de Albuquerque merita di essere ri­
cordato per aver impostato la difesa dei suoi possedimenti
sul triangolo strategico Hormuz ( 1507) , Goa ( 1 510) , Ma­
lacca ( 1 5 1 1 ) . Da ciascuna di queste piazzeforti si diramava­
no lungo le coste adiacenti rapporti commerciali e di vas­
sallaggio politico ancorate a porti fortificati minori: nell'a­
rea del Golfo Persico, ad esempio, in Oman e fino all'at­
tuale Kuweit: l'emirato prende infatti il nome dalle rovine
di un fortino (arabo Kut) in cui i fondatori arabi della città­
Stato si imbatterono, all'inizio del XVIII secolo, sulle spon­
de di quello che era il miglior approdo naturale nella par­
te settentrionale di quell'importante braccio di mare. Pro­
cedendo verso est i Portoghesi arrivarono nel 1 5 1 5 in Giap­
pone, cinque o sei anni dopo toccarono le Molucche e poi
le isole della Sonda, e nel 1526 sbarcarono in Nuova Gui­
nea. Nel frattempo, nel 1 520, una loro delegazione diplo­
matica era stata ricevuta a Pechino: premessa della conces­
sione, dietro corresponsione di regolare affitto, della colo­
nia di Macao che divenne il massimo centro dell'Asia orien­
tale per la propaganda missionaria cattolica. Ma mentre l'e­
spansione verso oriente faceva affluire a Lisbona grandi ric­
chezze, trasformandola in uno dei massimi centri del com­
mercio internazionale - Venezia e Genova erano ormai
eclissate -, proprio sulla porta di casa il tentativo di con­
quistare l'intero Marocco portava alla disfatta del 1 578 nel­
la battaglia di Alqazarquivir e, indirettamente, all'annessio­
ne da parte della Spagna ( 1 58 1 ) , che durerà fino al 1 640.
156 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Azzorre ••••
(1431·1432) �

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�Capo Verde
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( 1 433)

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Sao Paulo de Luanda


(1 482)
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O C EA N O ...

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A TL A N TI C O
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Capo di Buona S peranza
(1 488)

lnsediamenti portoghesi nel XVI secolo

.. . ._ Rotte commerciali portoghesi


.

® Basi commerciali

Fig. 8. I commerci portoghesi in Africa e in Asia (XV-XW secolo).


8. Dalla «Reconquista" all'espansione coloniale iberica 1 57

. .
. .

O C EA N O
PA C I F I C O

..

. ... :. : : .\··.:

O C EA N O
INDIA NO
158 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

In Spagna la componente aragonese del futuro Stato


perseguiva una politica mediterranea di grande respiro già
dal XIII secolo, avendo come obiettivi la Sardegna e la Si­
cilia, la Grecia e l'Asia Minore. Realizzata l'unione perso­
nale fra i due troni, grazie al matrimonio fra Isabella di Ca­
stiglia e Ferdinando di Aragona, a cui seguirà quella defi­
nitiva - per così dire costituzionale - compiuta dal loro ni­
pote Carlo V, la guerra contro i musulmani venne portata
effettivamente, quasi senza soluzione di continuità, sul ter­
ritorio africano, con la conquista di Orano e Bugia nel
1 509, di Tripoli nel 1 5 1 1 , e con la sottomissione di Tunisi e
di Algeri. Pretesti per l'offensiva, che ridusse sotto domina­
zione diretta o indiretta tutte le città del litorale nordafri­
cano dal Pefion de Velez fino a Tripoli (l'unico insuccesso
gli Spagnoli lo subirono nel 1 5 1 1 davanti a Gerba, difesa da
un corsaro di Lesbo, 'Aruj, e dai suoi fratelli Khair al-Din
«Barbarossa» e Ishaq) , furono una sollevazione di contadi­
ni musulmani in quel di Granada ( 1 501 ) e una serie di in­
cursioni in Andalusia ( 1 505) da parte dei corsari di Mers al­
Kabir, il Portus Divinus dei Romani, preziosa base navale na­
turale nei pressi di Orano già occupata brevemente dai Por­
toghesi nel 1415 e 1 4 71 . Vennero in tal modo garantiti i col­
legamenti con la Sicilia e Napoli, che dal 1 504 erano in ma­
no della Spagna.
Si trattò dunque di iniziative di natura spiccatamente mi­
litare, in cui gli aspetti dell'espansione economica e del per­
seguimento di interessi commerciali risultavano molto me­
no percepibili che nel caso portoghese. La politica europea
di Carlo V, del resto, imponeva alla Spagna di alimentare
con le ricchezze del Nuovo Mondo guerre di religione
(estranee ai suoi veri interessi) , che ebbero come conse­
guenze di medio-lungo termine il declino economico, ac­
centuato dall'eccessivo accentramento statale e dall'intol­
leranza religiosa di Filippo II, ed effetti negativi sia all'in­
terno che oltremare. La cacciata dei moriscos ( 1 568, 1 609)
fu disastrosa per l'agricoltura spagnola, e l'accentuarsi del-
8. Dalla «&conquista" all'espansione coloniale iberica 159

la crisi economica generale alimentata dall'eccessivo afflui­


re dei metalli preziosi del Nuovo Mondo rese necessario
l'abbandono dei possedimenti nordafricani: buona parte
del merito spetta agli eroi di Gerba, 'Aruj e Khair al-Din, i
quali occuparono Algeri che, nel 1 5 1 8, fu posta sotto la pro­
tezione ottomana. Da questo prezioso porto naturale Khair
al-Din mosse contro Tunisi, che tolse agli Hafsidi, i quali
pensarono bene di chiedere l'aiuto di Carlo V, grazie al qua­
le la ripresero nel 1 535: tanto per ricordarci che, in quei se­
coli, lo scontro fra musulmani e cristiani non era fatto di
schieramenti abbastanza compatti da impedire alleanze tra­
sversali. Khair al-Din reagì organizzando incursioni navali
contro le sponde settentrionali del Mediterraneo, e quan­
do una nuova offensiva di Carlo V fallì presso Algeri ( 1 54 1 ) ,

i pirati ebbero mano libera per la conquista del Maghreb. Questa


fu conclusa fra il l568 e il 1 587 da 'Ulug 'Ali (Qilig 'Ali Pasha) , un
rinnegato ottomano che veniva dalla Calabria. La costa della Tri­
politania fu conquistata da Dragut (Turghut Re'is) , dal 1 553 al
1 565 governatore di Tripoli. Il periodo del consolidamento ebbe
inizio nel 1 587 con la suddivisione del Maghreb nelle province di
Algeria, Tunisia e Tripolitania e con l'invio di governatori (pascià)
mandati da Istanbul secondo una rotazione triennale. I gianniz­
zeri e i rinnegati ottomani, che reggevano l'amministrazione del­
le province, rappresentavano un'aristocrazia militare numerica­
mente ristretta. Nel 1 568 il loro numero ammontava, nella città di
Algeri e relativo hinterland, a circa 30.000. (Il resto della popola­
zione della città di Algeri consisteva approssimativamente in
1 2.500 abitanti indigeni [ baladz] , 6000 musulmani spagnoli [ mori­
scos] , 3500 Berberi della Cabilia, alcune migliaia di Arabi, 5000
Ebrei e 25.000 prigionieri cristiani.) (Sivers 1 972, 4 1 4 ) .

1 1 tentativo di espansione spagnola in Nordafrica fu dun­


que un fallimento: poco male, si potrebbe pensare, visto il
successo - in termini di ricchezze rapinate, estensione del­
le terre conquistate e durata nel tempo del loro possesso ­
della colonizzazione del Nuovo Mondo; ma proprio il com-
1 60 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

mercio coloniale alimentato dall'America centrale e dal­


l'America meridionale attirava concorrenti e rivali (Olan­
desi, Francesi, Inglesi) che insidiarono l'effimera prospe­
rità spagnola fino a ridurre il paese a semplice oggetto del­
la politica internazionale. Proprio il Nordafrica vedrà con­
tatti tra il sultano del Marocco al-Mansur ( 1 578-1603) e la
regina Elisabetta d'Inghilterra, interessata alla partecipa­
zione marocchina a operazioni contro i possedimenti ame­
ricani della Spagna e i relativi commerci.
Miglior fortuna ebbero le iniziative coloniali aventi come
obiettivo regioni più remote, in quell'emisfero occidentale
che proprio alla Spagna era stato assegnato dalla celebre
<<alessandrina>> , la linea tracciata dal papa Alessandro VI su­
bito dopo il primo viaggio di Cristoforo Colombo, per sedare
le rivalità con il Portogallo e delimitare i possedimenti dei due
paesi in America, e poi dal trattato di Tordesillas ( 1494) con­
cluso per risolvere le questioni rimaste in sospeso. La nuova
linea, dopo la pretesa dei Portoghesi, che avrebbero voluto
che gli Spagnoli navigassero a nord del parallelo delle Cana­
rie, fu portata a 370 leghe a ovest del Capo Verde. La conqui­
sta di Manila nel 1571 , che rientra in questa logica di sparti­
zione (contro cui protestarono immediatamente Inghilterra
e Francia) , riapre il capitolo degli scontri diretti con i musul­
mani, da tempo insediati nell'arcipelago5. Erano concentra­
ti, com'è naturale, visto che venivano prevalentemente dal vi­
cino arcipelago indonesiano (anche se una tradizione locale
sostiene che l 'Islàm arrivò portato dagli Arabi della Cina me­
ridionale, attirati dalla pesca delle perle) , nelle isole Sulu e
nella metà sud-occidentale di Mindanao. Nelle Sulu è atte­
stato un sultanato islamico verso il 1 4 75, che diventò a sua vol­
ta centro di espansione dell'Islàm verso il Borneo settentrio­
nale. A Mindanao si costituirono invece diverse dinastie mu­
sulmane: la più potente - il sultanato di Magindanao - re­
gnava su tutta la costa meridionale; qui, come nelle Sulu, le
tribù che non accettavano l'Islàm venivano assoggettate a tri­
buto e/ o respinte dalle valli più fertili verso le zone di mon-
9. Rivalità imperiali europee 161

tagna. Questi sultanati e, a maggior ragione, quelli ancor più


frammentati di cui si ha notizia verso il l570 nell'isola princi­
pale delle Filippine, Luzon, furono facile preda dei conqui­
statori. Dopo la caduta di Manila cominciò tuttavia

una lotta che durò cent'anni, quasi una guerra di religione, con­
tro i <<Moros>> delle Filippine, ben pochi dei quali vennero presi
prigionieri. Già nel 1 599 i musulmani scacciarono coloni spagno­
li dai pressi di Zamboanga (Mindanao occidentale) , dopo che
nel 1 597 anche i combattenti per la fede sulu avevano respinto,
sotto la guida di Bwisan, gli Spagnoli. Come i Magindanao, essi
saccheggiavano quasi di continuo le Filippine nelle zone prossi­
me alla costa, occupate dagli Spagnoli (per esempio, nel 1 599 Ce­
bu e Negros, intorno al 1 635 perfino Luzon) . Il sultano più po­
tente di Sulu fu Dipadwat Qudrat ( «Corralat>> ) . Ma nel 1 636 la
sua fortezza principale, che era dotata di 27 cannoni di bronzo,
cadde in mano agli Spagnoli. Sotto la pressione olandese, questi
si ritirarono nel 1 646 dal territorio di jolo (che dovevano ricon­
quistare solo due secoli dopo) (Sarkisyanz 1972, 332-334) .

Vediamo qui comparire, a dettar legge agli Spagnoli,


una di quelle potenze marinare europee che proprio dalle
conquiste coloniali della Spagna erano state stimolate a se­
guirne l'esempio, con la maggior decisione e risolutezza ti­
piche di chi, partito svantaggiato in una gara, cerca di rag­
giungere il primo; e al quadro complessivo di questa com­
petizione - che avrà come risultato forse non voluto la sot­
tomissione di quasi tutto il mondo islamico - è venuto il mo­
mento di dedicare qualche pagina.

9. RIVALITÀ IMPERIALI EUROPEE

Quegli Olandesi che abbiamo appena visto contrastare


gli Spagnoli nelle Filippine sono la proiezione remota -
quasi agli antipodi - delle rivalità che dilaniavano il conti-
162 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

nente europeo all'epoca delle guerre di religione: conflitti


di cui la religione, è ovvio, costituiva soltanto un aspetto,
che ha finito col mettere in ombra quelli puramente dina­
stici o economici. Prima e più importante conseguenza di
queste rivalità è probabilmente la comparsa di flotte nord­
europee nel Mediterraneo, premessa di più vaste imprese
in mari più lontani. Il Mediterraneo costituiva peraltro
un'area appetibile in sé, da quando il crollo del monopolio
di Venezia nell'importazione delle spezie in Europa, deter­
minato dalla circumnavigazione portoghese dell'Mrica,
aveva scatenato una vera e propria gara ad arraffarne le bri­
ciole. Nel XVI secolo, in effetti, circa metà del commercio
delle spezie provenienti dall'Asia meridionale continuò a
passare per i possedimenti ottomani, poiché l'Europa
orientale, l'Asia ottomana e i Balcani costituivano un mer­
cato talmente vasto che gli stessi Portoghesi dovettero scen­
dere a patti con la Sublime Porta per trafficare tramite Hor­
muz. Le realtà geografiche ed economiche, e in particola­
re i costi di trasporto, finirono col generare due mercati di­
stinti, separati da una linea che passava a est di Vienna e del­
l ' Italia. Nel mercato orientale rientrava peraltro anche la
Provenza, giacché Marsiglia acquistava spezie a Beirut e
Alessandria in concorrenza con Venezia; tra gli altri rivali
della Serenissima si affermano in questo periodo Dubrov­
nik/Ragusa per il mercato tedesco e dei Balcani occidenta­
li, Bursa e Leopoli/L'vov per l'Europa orientale. Ciò spie­
ga come mai nel 1 527 il mercato del pepe avesse raggiunto
a Venezia i livelli del secolo precedente; ma le spezie più
pregiate erano rare, come dimostrano i relativi prezzi, tre
volte più alti che nel XV secolo ( Inalcik 1 994, 343) .
Valeva dunque la pena, per i mercanti dell'Europa set­
tentrionale, pensare a ritagliarsi una fetta dei traffici attra­
verso il Mediterraneo che, tuttavia, fino al 1 580 era mono­
polizzato prevalentemente da Veneziani e Genovesi, anche
se qualche puntata diretta di armatori inglesi deve risalire al­
l'inizio di quel medesimo secolo, se Enrico VIII sentì la ne-
9. Rivalità imperiali europee 1 63

cessità di nominare un console inglese a Chio nel 1 5 1 8. Una


relazione del 1 578 sul «commercio di Turchia>> , improntata
ai criteri del mercantilismo già avviato a dominare la politi­
ca delle potenze europee, fa notare d'altra parte che gli In­
glesi «dovrebbero vendere direttamente le loro merci per il
massimo profitto, prima di !asciarle cadere in mano a stra­
nieri, e portare dalla Turchia in Inghilterra e altre parti
d'Europa merci che possano arricchire l'Inghilterra>> . Ma
quali merci? Verso la metà del secolo se ne importava una
vasta gamma, dalle sete al rabarbaro, dai tessuti in pelo di
cammello ai tappeti turchi, al cotone, ai vini greci e all'olio
d'oliva, passando naturalmente per le spezie; in direzione
opposta viaggiavano carichi di lana per le industrie tessili ita­
li.�ne, di tessuti grezzi, stagno e piombo per il Levante
(lnalcik 1994, 364) . Gli insegnamenti teorici del mercantili­
smo si tradussero ben presto in realtà, e il numero delle na­
vi inglesi impegnate regolarmente nei traffici del Mediter­
raneo andò aumentando progressivamente, grazie anche al­
la guerra ottomano-veneziana del 1570-1 573 (che impedì ai
mercantili della Serenissima di praticare il proficuo traffi co
tra i porti del Levante, di Anversa e delle Isole Britanniche)
e, soprattutto, alle capitolazioni ottenute nel 1 580. Queste si
rifacevano in sostanza al modello delle capitolazioni rila­
sciate alla Francia nel 1 569, ma facevano dell'Inghilterra la
«nazione più favorita>>, assoggettata a un dazio doganale del
3% contro il 5 % pagato dagli altri. I traffici ne vennero na­
turalmente agevolati, e i gruppi di mercanti inglesi che già
operavano sotto i nomi di Venice Company e Turkey Company
si unirono nel 1581 nella Levant Company, regolata da uno
statuto concesso dalla regina Elisabetta.
Nello stesso tempo pirati inglesi venivano autorizzati a
utilizzare i porti ottomani del Nordafrica, della Morea e del
litorale adriatico quali basi di operazioni e mercati per lo
smercio del bottino preso agli Stati cattolici; qualche corsa­
ro inglese si mise addirittura alla guida di incursioni nel­
l' Atlantico in partenza dalle basi turco-algerine.
164 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Le galere veneziane divennero facile preda dei bretoni inglesi


pesantemente armati di cannoni di bronzo e di ferro. Gli Otto­
mani apprezzarono anche la superiorità navale e il potenziale dei
nuovi arrivati contro Venezia e i suoi alleati. L'invasione del ma­
re da parte di navi settentrionali provenienti dall'Atlantico segna
una svolta nella storia del Mediterraneo, il cui impatto si è fatto
sentire su ogni aspetto della vita economica della regione. Nella
prima fase di questa intesa sembra che tanto il governo inglese
quanto quello ottomano mirassero soprattutto ad acquisire un
vantaggio politico-militare contro l'egemonia spagnola. Dal cor­
so degli eventi appare chiaro perché dopo il 1 570 l' Inghilterra
cercasse l'appoggio del sultano. La rovina di Anversa e l'annessio­
ne spagnola del Portogallo e del suo impero coloniale esclude­
vano l' Inghilterra dai traffici mondiali via mare, cosa che avreb­
be potuto determinare il collasso economico visto che l'Inghil­
terra non poteva esportare i propri tessuti di lana, base della sua
industria e del suo commercio. Sull'Inghilterra stessa, inoltre, in­
combeva la minaccia di un'invasione spagnola. In tali circostan­
ze a Elisabetta I ( 1 558-1 603) non restava altra scelta che rivolgersi
all'unica grande potenza in grado di tenere a freno i sogni di do­
minio mondiale accarezzati da Filippo II - l'impero ottomano ­
così come avevano fatto gli Stati italiani nel XV secolo e poi Fran­
cesco I nella prima metà del XVI ( i nalcik 1 994, 366-367) .

Non andò in rovina soltanto Anversa: l ' annessione da


parte della Spagna fu un disastro anche per il Portogallo,
tradizionalmente legato da forti vincoli commerciali con
le Isole Britanniche: il conflitto tra monarchia iberica da
una parte, Olanda e Inghilterra dall'altra, non solo causò
il tracollo economico di Lisbona, ma indusse gli Olandesi
ad aggredire l'impero coloniale portoghese, impadronen­
dosi delle Molucche, di Malacca, dell'Angola, di S. Jorge
da Mina nel Golfo di Guinea, e infine avviando l'invasione
del Brasile. La reazione della borghesia lusitana, alleata
alla nobiltà, portò sì alla riconquista dell'indipendenza
(riconosciuta dalla Spagna soltanto ne1 1 668, dopo 24 an­
ni di dura lotta) e all' espulsione degli Olandesi dal Brasi­
le e dall'Angola, ma il Portogallo era ormai ridotto al ran-
9. Rivalità imperiali europee 165

go di piccolo Stato escluso dalla grande scena politica in­


ternazionale.
Una volta insediatisi nel Mediterraneo, era naturale che
i mercanti dell'Europa settentrionale coltivassero l'ambizio­
ne di spingersi ancor più a est, verso un altro Eldorado rite­
nuto fonte originaria di tutte le ricchezze del Levante. Per il
futuro dell' Inghilterra - giudicando col senno di poi - era
in realtà più importante trovare un mercato per la crescen­
te produzione di tessuti di lana: e questo si materializzò pri­
ma nell'impero ottomano e poi, tramite gli intermediari di
Galata e Bursa, nella Persia safavide e in altri paesi dell'Asia.
L'Inghilterra passava in tal modo dalla condizione di paese
esportatore soprattutto di materie prime - quel piombo e
quello stagno che facevano fronte a gran parte delle esigen­
ze belliche della Porta - a quella molto più vantaggiosa (co­
me ci insegnano vicende recenti legate al deteriorarsi delle
ragioni di scambio tra chi vende materie prime e chi pro­
dotti industriali, e all'indebitamento dei paesi del Terzo
mondo) di esportatore di prodotti finiti, incorporanti il va­
lore aggiunto rappresentato dalla lavorazione industriale.
Non solo, anche nel settore dei prodotti finiti le esportazio­
ni inglesi vanno incorporando quote crescenti di prodotti
pregiati se non di lusso: dai tessuti grezzi, a buon mercato
(la stoffa karziya delle fonti ottomane, dall'inglese kersey) si
passa ai tessuti più fini e redditizi, forniti in una vasta gam­
ma di colori. Anche qui intervengono fattori esterni di un
certo interesse: le guerre di religione scatenate dalla Spagna
e la conseguente distruzione dell'economia delle Fiandre
fanno affluire in Inghilterra abili artigiani del continente, e
l'importazione diretta di coloranti dal Levante, resa possibi­
le dalle capitolazioni del 1580, svincolano l'industria ingle­
se della lana dalla dipendenza da intermediari fiamminghi
o italiani e le consentono di prendere il posto di Venezia nel
commercio internazionale dei tessuti pregiati.
Altrettanto interessante, alla luce dei processi di globa­
lizzazione del terzo millennio che vedono la continua tra-
1 66 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

O C EA N O
A TL A N TI C O

Fig. 9. Gli scambi e la nascita delle compagnie commerciali inglesi e olandesi nel
XVII secolo.
9. Rivalità imperiali europee 1 67

O C EANO
PA C I F I C O

� .
..

OCEANO
INDIA N O
168 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

smigrazione di industrie a forte intensità di manodopera


verso paesi in cui il lavoro costa meno, è il minor costo del­
le stoffe inglesi, dovuto al minor costo della materia prima
e delle retribuzioni locali. Le pecore inglesi fornivano lana
a costo inferiore per effetto - tra l'altro - del conflitto tra
Enrico VIII e il papato, che aveva condotto alla confisca del­
le terre dei monasteri cattolici e alla loro trasformazione in
pascoli da parte di imprenditori estranei alla tradizione ari­
stocratica, secondo cui il buon latifondista doveva prender­
si cura dei suoi contadini. Scacciare i contadini e costrin­
gerli a inurbarsi, o a cercarsi un altro lavoro anche lontano
dalle città, serviva poi a tener bassi i costi della manodope­
ra impiegata nelle tessiture. In questo scontro - non di ci­
viltà ma di concezioni mercantili - i protagonisti musulma­
ni erano destinati a soccombere: in primo luogo l'impero
ottomano, la cui economia perde progressivamente com­
petitività di fronte ai tessuti di lana, all'acciaio e ai prodot­
ti minerari forniti a minor costo da Inglesi e Olandesi. In
particolare, lo zucchero meno costoso delle Canarie e del
Brasile eliminerà le raffinerie ottomane di Cipro e dell'E­
gitto; ma la Sublime Porta, tradizionalmente legata dalle ca­
pitolazioni a una politica che - in diverso e più recente con­
testo - prenderà il nome di open door, non seppe o non vol­
le introdurre sistematici provvedimenti a protezione delle
proprie industrie. Il declino dell'economia ottomana suc­
cessivo allo sviluppo dei traffici europei con il Nuovo Mon­
do, esperienza comune a quella conosciuta da Francia e Ita­
lia, va attribuito alla debolezza delle sue concezioni tradi­
zionali di fronte all'aggressività del sistema capitalistico mo­
derno: il commercio del tabacco - uno dei primi prodotti
delle Americhe introdotto dagli Inglesi in Turchia - e degli
altri prodotti <<coloniali>> aveva ormai eclissato, alla fine del
XVII secolo, il commercio delle spezie. Questa nuova cor­
rente di traffico farà sì che gli Stati Uniti abbiano, fin dalla
nascita, sentito l'esigenza di proteggere i propri interessi
nel Mediterraneo, entrando subito in contatto - per lo più
9. Rivalità imperiali europee 1 69

concorrenziale se non apertamente conflittuale - con le po­


tenze della regione: in particolare con quelle che, in virtù
di una semplificazione comprensibile, ma alquanto arbi­
traria, saranno percepite come <<islamiche» sic et simpliciter.
Come si è visto, gli Inglesi mettono piede, o meglio chi­
glia, nel Mediterraneo, grazie alla possibilità colta al volo di
eliminare uno o più intermediari. Nulla era più naturale
che concepire il progetto di saltare un altro e più grande in­
termediario, quello ottomano, per andare a procurarsi le
spezie ed altro (la seta safavide, per esempio) direttamente
nei luoghi di produzione: ed ecco nascere nel 1600 la
<<Compagnia delle Indie orientali>> per antonomasia, quel­
la inglese, l'East India Company. Fu preceduta dall'iniziativa
di un gruppo di mercanti londinesi che, nel 1 589, organiz­
zarono una spedizione in India lungo la rotta del Capo di
Buona Speranza, che arrivò a destinazione nel 1 592 e ali­
mentò l'interesse per la successiva e più impegnativa im­
presa. La Compagnia del Levante, dal canto suo, si vantò di
aver aperto la strada verso l'India via terra, dopo l'arrivo di
Francis Drake nelle Molucche ( 1 580) .
Gli Olandesi registrano, in confronto, un certo ritardo:
mercanti dei Paesi Bassi sono a Calata intorno al 1 570, ma
il primo viaggio di un mercantile olandese in Levante è at­
testato soltanto nel 1 589. La loro penetrazione fu agevola­
ta inizialmente dalla Francia, poi dagli Inglesi e dai Marra­
ni (gli ebrei e i musulmani di Spagna convertiti, spesso con
la forza, al cristianesimo e poi in gran parte espulsi perché
sospettati di essere rimasti fedeli alla religione d'origine) ;
nel 1 61 2 ottennero a loro volta le capitolazioni in proprio.
Anche in questo caso è evidente la convergenza tra interes­
si puramente commerciali e la comune ostilità alla Spagna,
che faceva degli Ottomani gli alleati naturali dei <<luterani>> .
Nel frattempo anche gli Olandesi avevano costituito nel
1 602 la loro Compagnia delle Indie, la Verenigde Oostindische
Compagnie, Voc) . Le due più celebri istituzioni di questo ge­
nere (la compagnia francese fece la sua comparsa più tardi
1 70 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

ed ebbe scarso successo) riuscirono in breve tempo a emar­


ginare i Portoghesi: nel l 62 1 i direttori della Voc stimavano
che, su 7 milioni di libbre di importazioni annue di pepe in
Europa, il Portogallo ne trasportasse l ,4 milioni, mentre
l' East India e la Voc si spartivano i residui 5,6 milioni. Tra le
altre merci importate figurano l'indaco, essenziale per l'in­
dustria tessile europea, il salnitro altrettanto indispensabi­
le per l'industria bellica e, dopo il 1 650, la seta greggia del
Bengala. Le cotonate indiane venivano inizialmente ven­
dute in Indonesia, ma - già nel l 61 2 - cominciavano a sop­
piantare le stoffe di lana nei segmenti più poveri dei mer­
cati europei; più tardi cominciarono ad affermarsi anche
tessuti di cotone pregiato quali il calico o calicut (dalla città
omonima sulla costa del Malabar) e il chintz. Dai centri
commerciali ( <<fattorie>> spesso fortificate) si diramavano
reti di agenti che si procuravano le varie merci nei rispetti­
vi mercati dell'interno, le convogliavano al porto di imbar­
co e quindi in Europa dove - sempre sotto il diretto con­
trollo della Compagnia - venivano distribuite nei vari mer­
cati di consumo: non a torto questo meccanismo è stato pa­
ragonato all'attività delle multinazionali dei nostri giorni
(Richards 1993, 200 ) . Furono le Compagnie a segnare la fi­
ne di una significativa presenza portoghese nell'Oceano In­
diano e a decretare l'egemonia anglo-olandese in quelle ac­
que, il cui inizio si può far coincidere con la riconquista ot­
tomana di Baghdad nel l 638, che riaprì i collegamenti flu­
viali verso il Mediterraneo, meno costosi rispetto al percor­
so utilizzato dai Portoghesi da Basra attraverso il deserto fi­
no ai porti siriani. Malgrado questa egemonia, l'East India
Company deplorava che nel l 670 i mercanti vicino- e medio­
orientali trasportassero sulla rotta India-Basra un volume di
cotonate di pregio cinque volte maggiore di quello gestito da
Inglesi e Olandesi ( Inalcik-Quataert 1999, 354) .
Inglesi e Olandesi erano in concorrenza nel subcontinen­
te indiano, che finirà col diventare colonia britannica, anzi la
perla dell'impero; colonia olandese sarà invece fino alla se-
l O. L 'espansione del Marocco in Africa occidentale 171

conda guerra mondiale quello che oggi è il primo paese mu­


sulmano per numero di abitanti e superficie: l'Indonesia.
Tappe fondamentali della colonizzazione dell'arcipelago da
parte della Vocfurono la nomina di un governatore olandese
nel 1 61 0 e la fondazione di Batavia (dal nome dell'antica po­
polazione dell'odierna Olanda meridionale, sottomessa da
Druso: è l'attuale Giakarta) nel 1 619. Grazie alla conquista
del monopolio del commercio con il Giappone ( 1 64 1 ) e l' oc­
cupazione di Ceylon ( 1 657) , la Compagnia olandese gettò le
basi di un predominio incontrastato nella regione a est del­
l'India; il suo atteggiamento da gigante economico e nano
politico, volto esclusivamente al profitto e allo sfruttamento
non solo degli indigeni, ma anche dei dipendenti olandesi,
finì con l'alienare questi ultimi. All'indomani della Rivolu­
zione francese la Compagnia venne sciolta e sostituita dalla
Repubblica Batava che, alleata della Francia, cercò di insi­
diare il predominio marittimo britannico. Caduto Napoleo­
ne, il tentativo olandese di restaurare il dominio coloniale
nell'arcipelago si scontrò con gli interessi della Gran Breta­
gna incarnati da Th.S. Raffles, che aveva occupato parte di Su­
matra e fondato Singapore ( 1 819) ; nel 1 824 le due potenze
si accordarono per delimitare le rispettive zone di influenza:
Sumatra tornò alla corona olandese e poi, con la costituzio­
ne liberale del 1 848, sotto il controllo del parlamento.

10. L' ESPANSIONE DEL MAROCCO IN AFRICA OCCIDENTALE

La dinastia degli 'Alawidi del Tafilalt era dunque riusci­


ta con il suo primo sultano, Mawlay al-Rashid ( 1 666-1 672) ,
a sottomettere la maggior parte del Marocco: ma si trattava
- allora come prima, e anche in seguito - di una sottomis­
sione precaria. La storia precoloniale del «Maghreb più re­
moto» è infatti caratterizzata più che altrove, nel mondo
dell 'Islàm, dai limiti geografici concreti del potere dello
1 72 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Stato: astrazione, il più delle volte, per indicare in realtà


una dinastia e la sua capitale. Qui è stata particolarmente
netta, e durevole, la contrapposizione tra il makhzan, il ter­
ritorio sottoposto effettivamente all'autorità del governo, e
il bilad al-siba, le <<terre dell'insolenza>> - principalmente le
regioni di montagna abitate da popolazioni berbere, e i ter­
ritori sottoposti alle transumanze dei nomadi - dove questa
autorità è soltanto nominale e gli abitanti cercano di non
pagare le imposte, sfuggire alla leva, e via 'insolentendo' .
Del makhzan facevano parte l e quattro città i n cui i l sovrano
manteneva un palazzo reale - Fez, Rabat-Salé, Meknes,
Marrakesh - e poche altre: donde una sovranità a macchia
di leopardo, che costringeva gli 'Alawidi alla ricerca di pre­
carie alleanze con questo o quel notabile, a continue acro­
bazie politiche rese possibili dalle rivalità di questi ultimi.
Quelle stesse città erano i principali ancoraggi, per così di­
re, dei commerci trans-sahariani o trans-sudanesi di cui era­
no a un tempo animatrici e beneficiarie.
Quei traffici continuarono ad avere grande importanza
anche dopo il tracollo dei tentativi di dominazione imperia­
le diretta posti in atto da al-Mansur: i rapporti economici per­
manevano. Al breve regno di Mawlay al-Rashid seguì un lun­
go periodo di consolidamento della nuova dinastia sotto
Mawlay Isma'il ( 1 672-1 727) , che proprio grazie al reclu­
tamento di soldati sudanesi riuscì a costituirsi un esercito in
grado di cacciare gli Spagnoli dalla loro base di al-Ma'mura
e di occupare Tangeri, che era passata sotto sovranità ingle­
se nel 1 662 come dote di Caterina di Braganza andata in spo­
sa a Carlo II. Isma'il cercò anche di trarre vantaggio dalle ri­
valità tra potenze europee, in particolare scambiando amba­
sciate con Luigi XIV di Francia. Dopo la sua morte, l' eserci­
to «sudanese>> diede buona prova di sé, riuscendo a mante­
nere l'unità del regno malgrado i contrasti scoppiati all'in­
terno della dinastia per la successione; fu, tuttavia, parzial­
mente «nazionalizzato>> mediante l'incorporazione di con­
tingenti reclutati nelle tribù arabe e berbere da parte di
10. L 'espansione del Marocco in Africa occidentale 1 73

Muhammad ibn 'Abdallah ( 1 757-1790) , che si impegnò an­


che nello sviluppo economico. Migliorò i porti esistenti e nel
1 765 ne fondò uno nuovo, Mogador (oggi Essaouira o al­
Suwaira) , luogo di imbarco più conveniente per le merci di
provenienza sudanese. Si svilupparono i traffici, e diversi pae­
si europei ottennero diritti di commercio. Proprio in quegli
anni giungevano all'indipendenza gli Stati Uniti d'America,
che entrarono subito in rapporti - anche conflittuali - con il
Marocco: pietra dello scandalo era la pirateria, o meglio
guerra di corsa, che venne temporaneamente proibita nel
1 8 1 7 da Mawlay Sulaiman ( 1 792-1822) . Quando fu nuova­
mente autorizzata nel 1 829 da Mawlay 'Abd al-Rahman
( 1 822-1 859 ) , una spedizione navale austriaca distrusse la flot­
ta marocchina; ma chi stava per infliggere all'intero Magh­
reb un colpo ben più duro, sotto forma di dominazione co­
loniale diretta e prolungata, era la Francia, che cominciò la
propria occupazione dell'Algeria nel 1 830.
Mentre si addensavano dal nord le nubi minacciose del­
l'imminente colonizzazione, il Marocco si impegnava di
nuovo in imprese di conquista verso est e verso sud. Già ai
tempi di Mawlay Isma'il una sua spedizione aveva raggiun­
to il fiume Senegal e, secondo interpretazioni storiche con­
troverse, che tuttora avvelenano i rapporti tra Marocco e
Mauritania, lo stesso sovrano e i suoi successori avrebbero
concesso la propria investitura a emiri delle regioni meri­
dionali confinanti, con conseguente riconoscimento impli­
cito o esplicito della sovranità sceriffiana (Correale 1 998,
234) . A queste imprese spingevano considerazioni sia poli­
tiche, sia religiose: nel contesto della dialettica fra makhzan
e bilad al-siba il potere del sultano si fondava sulla bay ' ah,
sorta di investitura «popolare>> mediante la quale i capi del­
le tribù gli promettevano fedeltà e obbedienza subordinate
al suo regnare da buon musulmano. Secondo quello che si
può definire con qualche approssimazione il diritto costi­
tuzionale islamico, egli era nello stesso tempo successore e
rappresentante del Profeta ( <<califfo>> ) e «principe dei ere-
1 74 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

denti>> o Amir al-Mu ' minin: per un buon musulmano era


dunque obbligatorio seguirlo in quanto difensore della fe­
de; in materia di imposte e servizio militare esisteva invece
la possibilità di dubitare che i prowedimenti connessi rien­
trassero effettivamente nelle norme del buon governo isla­
mico. L'esigenza di estendere il makhzan a danno del bilad
al-siba diventa questione vitale per la sopravvivenza dello
Stato proprio di pari passo con la penetrazione coloniale, e
in particolare sotto Mawlay al-Hasan ( 1 873- 1 894) .

Gli Europei, infatti, occupano tutte quelle aree che conside­


rano <<vuote» in quanto non organizzate secondo i requisiti occi­
dentali; bisogna mostrare loro un territorio e una frontiera che
li fermi in quanto indice dell'esistenza di un'altra entità statale
[ . ] . La realizzazione di questa nuova strategia necessita di misu­
..

re di politica interna e della modernizzazione degli apparati go­


vernativi. Essa entra nella sua fase più intensa durante il regno di
Mawlay ai-Hasan che adotta alcune riforme concernenti l'eserci­
to, le finanze e l'amministrazione locale, e avvia la conquista del
Bilad al-Siba. Dopo estenuanti campagne militari, egli stabilisce
guarnigioni di frontiera nelle avanguardie più lontane e sostitui­
sce l'organizzazione tradizionale delle tribù con l'imposizione di
nuovi qa'id che garantiscono l'autorità del Makhzan. In questo
modo, il sultano sembra fissare innanzi tutto i limiti del territorio
marocchino, per poi procedere al suo completo assoggettamen­
to. La tattica utilizzata è comparabile a uno dei metodi impiega­
ti nel moderno diritto internazionale per la delimitazione del
mare territoriale, dove si uniscono, con una linea immaginaria, i
punti della costa più avanzati nel mare disegnando, così, una
frontiera di fatto (Correale 1 998, 262) .

Le riforme di Mawlay al-Hasan giungevano troppo tardi:


i privilegi e i monopoli introdotti verso la metà del secolo
per incoraggiare il commercio non avevano dato grandi ri­
sultati per mancanza di un 'efficiente amministrazione cen­
trale, e i trattati commerciali con l'Inghilterra ( 1 856) e con
la Francia ( 1 863) costrinsero di nuovo il paese ad aprirsi al­
le esportazioni europee; infine la disastrosa guerra con la
Il. l<.spansione e declino dell'impero moghul 1 75

Spagna ( 1860) costrinse il sultano a cessioni territoriali e


pagamenti di indennizzo. «La guerra fu terminata dopo
l'intervento dell'Inghilterra e da questo momento fu pale­
se che l'esistenza del Marocco dipendeva dal persistere del­
la rivalità fra i paesi europei» (Sivers 1 972, 426) .

1 1 . ESPANSIONE E DECLINO DELL' IMPERO MOGHUL

Nelle pagine giàdedicate all'inizio dell'impero moghul ab­


biamo visto Akbar succedere al trono nel 1 556 all'età di dodi­
ci anni. La responsabilità di amministrare quello che era già
un impero - anche se ben lontano dalle dimensioni raggiun­
te verso la fine del secolo successivo, quando (con quasi 1 50
milioni di abitanti e una superficie dieci volte quella italiana)
arrivò a eclissare le altre due principali potenze del mondo
musulmano - fu naturalmente assunta da un reggente, Bai­
ram Khan, esponente dell'aristocrazia fedele al defunto Hu­
mayun. Qualche anno più tardi Akbar venne a trovarsi al cen­
tro di una fazione della nobiltà dissidente, guidata da sua ma­
dre, da un fratello di latte (Adham Khan, figlio della balia di
Akbar) , e da altri parenti stretti; ma il giovane erede al trono
mal sopportava la loro tutela. Se ne liberò all'età di diciasset­
te anni quando, offeso dal comportamento irriguardoso di
Adham Khan, lo scaraventò giù da un terrazzo della reggia. As­
sunti i pieni poteri, prese immediatamente una decisione di
indubbio interesse dal punto di vista costituzionale: sostituì
l'ufficio di primo ministro con quattro incarichi ministeriali
di natura specialistica, competenti per gli affari finanziari, mi­
litari, religiosi, e di corte; eliminava così un grosso pericolo po­
tenziale, giacché nessun titolare - tratto dai ranghi dell'ari­
stocrazia - disponeva ormai di una supremazia indiscussa, ca­
pace di farne il fulcro di eventuali gruppi dissidenti.
Negli anni successivi Akbar estese i suoi possedimenti
verso est, conquistando la roccaforte afghana di Chunar
1 76 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

( 1 561 ) che già aveva dato filo da torcere a suo padre, e ver­
so sud occupando il regno di Gondwana ( 1 564) , ma dovet­
te affrontare una rivolta animata da nobili uzbeki che ave­
vano seguito Humayun in India, i quali

facevano risalire la propria genealogia fino a Shaiban, il sovrano


uzbeko che aveva rappresentato la nemesi di Babur mezzo seco­
lo prima e i cui discendenti con tinuavano a regnare in Asia cen­
trale. Avvezzi a una tradizione politica più egualitaria, questi no­
tabili mal sopportavano l'imperioso stile di governo di Akbar.
C'erano inoltre notevoli attriti fra gli uzbeki strenuamente sun­
niti e i nobili persiani sciiti al servizio dei Moghul. Non c'è da me­
ravigliarsi se i dissidenti uzbeki decisero di mettere alla prova Ak­
bar prima che il giovane sovrano avesse definitivamente consoli­
dato la propria posizione (Richards 1 993, 17) .

A dare il via alla rivolta fu, nel 1 564, il governatore di


Malwa, che racimolò un discreto numero di alleati; ma alla
fine gli insorti furono travolti da Akbar, che guidò perso­
nalmente alcune brillanti operazioni e trasse preziosi am­
maestramenti per il futuro: i nobili uzbeki andavano ridi­
mensionati in senso letterale, e negli anni successivi furono
reclutati con entusiasmo notabili persiani a far loro da con­
trappeso. Si trattava pur sempre di musulmani, eredi della
tradizione iranica di indiscussa fedeltà all'imperatore; ma
Akbar si spinse oltre, reclutando nell'aristocrazia anche no­
tabili indù della Rajputana, la roccaforte induista dell'India
nord-occidentale. L'espansione proseguì con la conquista
del Gujarat ( 1574) , che tramite il porto di Surat mise l'im­
pero in collegamento diretto con Gedda e i luoghi santi del­
l'Islàm alla Mecca e a Medina: nel 1 576 il primo pellegri­
naggio di sudditi di quello che finirà con l'esser noto in tut­
to il mondo come il «Gran Mogol>> partiva sotto la guida di
un apposito funzionario. In seguito questa pia occasione
servirà anche come strumento per allontanare dall'impero
notabili sospetti, forniti per così dire di un biglietto di sola
andata per la Mecca: indice di un atteggiamento pragmati-
1 1. Espansione e declino dell'impero rnoghul 1 77

+ Campagne di conquista

e,
di Babur
* Battaglie
CEYLON
- I mpero Moghul nel 1 530
Colombo
D Impero Moghul nel 1 605
BERAR Sultanati

Fig. 1 0 . Nascita ed espansione dell'impero moghul (XVI-XVII secolo).


1 78 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

co da parte di Ak.bar che, in campo strettamente religioso,


suscitò notevole agitazione.
Già reclutare non musulmani nell'aristocrazia era di per
sé cosa abbastanza nuova, anche se non priva di preceden­
ti illustri; ma le ambizioni di Ak.bar nel campo dell'inge­
gneria religiosa si spinsero fino a incoraggiare una fusione
tra Islàm e induismo, preparata - va riconosciuto - da uno
studio sistematico delle teologie e delle religioni secondo
un'ottica che oggi si direbbe comparatistica. In queste sue
ricerche l'imperatore si awalse anche dell'aiuto di due ge­
suiti, fatti venire appositamente nel l 580 da Goa (occupata
da Albuquerque nell'ormai lontano 1 5 1 0) ; uno di questi,
Antonio Monserrate, ci ha lasciato vivaci descrizioni di aspri
dibattiti con gli 'ulama ' della corte moghul, nel corso dei
quali Ak.bar sembrava ben disposto verso le tesi sostenute
dai cristiani, mostrando invece insofferenza per l'incapa­
cità dei musulmani di controbatterie con efficacia (Ri­
chards 1 993, 35) . L'imperatore non si limitava tuttavia a do­
cumentarsi nel campo religioso: dedicandosi alla scienza
delle finanze si accorse che i dotti musulmani detenevano
una notevole proporzione delle terre del reame sotto for­
ma di waqf o fondazioni pie esentasse: spesso grazie a frodi
quali l'illecita trasformazione di un vitalizio in patrimonio
trasferibile per via ereditaria. Decretò pertanto un accerta­
mento generale che portò alla confisca di tutti i beni non
riconosciuti autentici; peggio ancora, assegnò fondazioni
pie a religiosi non musulmani (zoroastriani e brahmini
compresi) e infine arrivò alla soppressione della jizya, il te­
statico gravante esclusivamente sui non musulmani. Stabilì
inoltre per sé il ruolo di arbitro nelle vertenze religiose e ri­
vendicò ufficialmente il titolo di califfo, in aperta contrap­
posizione al sultano ottomano che se lo era attribuito in se­
guito alla sconfitta dei Mamelucchi e al passaggio dei luo­
ghi santi dell'Islàm sotto la sua sovranità nel l 5 1 7. Tutto ciò
era motivo di scandalo per i professionisti della religione,
che trovarono appoggio tra i militari di stanza nelle pro-
1 1. Espansione e declino dell'impero moghul 1 79

vince orientali del Bihar e del Bengala, molti dei quali era­
no afghani; ma la rivolta venne agevolmente repressa.
Akbar poteva così dedicarsi a nuove conquiste verso
nord, fino al Kashmir e alle pendici dell'Himalaya, e verso
sud , dove il Deccan offriva buone prospettive per la pre­
senza di cinque sultanati musulmani amministrati preva­
lentemente da notabili sciiti persiani, da afghani sunniti e
da Indiani convertiti all 'Islàm: una società aperta in cui i
sultani musulmani non subordinavano le possibilità di car­
riera dei notabili alla conversione all'Islàm. In questo con­
testo Ibrahim Qutb Shah di Golconda ( 1550-1580) e
Ibrahim Adil Shah di Bijapur ( 1 580- 1 626) , spiccano per
l'impegno profuso allo scopo di ridurre le barriere tra in­
duisti e musulmani. Tra il 1 591 e il 1 60 1 vennero annessi al­
l'impero i sultanati di Khandesh, Berar, Bijapur, Golconda
e Ahmadnagar. Alla morte di Akbar, nel 1 605, l'impero era
diventato la potenza egemone del subcontinente indiano,
ancora in espansione, con una situazione finanziaria felice,
che tale sarebbe rimasta ancora per qualche decennio: dal
1 56 1 al 1 687 ogni vittoria fece affluire nelle casse dei Mo­
ghul bottino e tesori saccheggiati ai sultani sconfitti in
quantità sufficiente a coprire, il più delle volte, i costi delle
imprese militari, che si sommavano ai proventi ordinari del­
le imposte gravanti sull'agricoltura e sul commercio.
Non si trattava soltanto di superiore potenza militare fon­
data su un esercito ben organizzato, con corpi distinti di ar­
tiglieria e genio, di moschettieri, bombardieri e lanciatori di
razzi, per non parlare degli elefanti da guerra, che conti­
nuavano ad avere il loro peso, e della cavalleria, alla quale ve­
nivano destinati i migliori destrieri di importazione, persia­
ni o centroasiatici: altro fattore di sviluppo dei traffici attra­
verso i passi afghani. L'organizzazione logistica, la rete dei
rifornimenti erano tali da consentire, all'occorrenza, di fon­
dere cannoni sul posto e di erigere fortificazioni a protezio­
ne di località strategiche. Tra queste vanno ricordate in pri­
mo luogo Agra, la capitale6 <<nel cuore dell'Industan>> , e poi
180 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Allahabad che domina la confluenza tra il Gange e la Yamu­


na, e Lahore, la capitale del Pangiab al centro della prima li­
nea difensiva contro le invasioni dall' Mghanistan e dall'Asia
centrale. Queste tre piazzeforti, considerate imprendibili,
unite al castello di Ajmer, «porta d'accesso al Rajastan>> , for­
mavano un quadrilatero strategico a protezione del cuore
dell'impero (Richards 1993, 26-28) . L'espansione dell'im­
pero deve molto anche alle capacità politiche di Ak.bar, alla
sua diplomazia, alla sua spregiudicatezza nel reclutare non
musulmani al proprio servizio e nel diversificare la compo­
sizione etnica della nobiltà, alla costruzione di un'efficiente
rete amministrativa in grado di trasmettere rapidamente in
ogni parte del reame le decisioni del sovrano.
Successore di Ak.bar fu suo figlio Giahangir o Jahangir
( <<conquistatore del mondo>> , in persiano) , che dovette fati­
care non poco per consolidare il potere imperiale, soprat­
tutto in Mewar e Ahmadnagar. Sotto il suo regno ( 1 605-
1 627) cominciarono i contrasti con i Sikh, la comunità poli­
tico-religiosa del Pangiab, e soprattutto con i Maratti del
Deccan, destinati a diventare il principale fattore di caratte­
re militare nel determinare il crollo dell'impero. Sul fronte
esterno apparve a est una nuova minaccia che si aggiungeva
ai turbolenti afghani: gli Ahom, che dal 1 400 avevano co­
minciato a trasferirsi dall'alta Birmania, scendendo lungo il
corso del Brahmaputra; a ovest i Safavidi ripresero Kan­
dahar, mettendo a dura prova la strategia moghul che con­
sisteva nel mantenere una forte presenza a Kabul e Peshawar,
e possibilmente anche a Kandahar e Ghazna, per tenere a ba­
da le incursioni da parte della cavalleria centroasiatica.
Alla morte di Giahangir nel 1 627 salì al trono suo figlio
Shah Giahan (il <<re del mondo» ) che, dopo aver trionfato
sui rivali dinastici e se dato varie rivolte in particolare nel Dec­
can, dove il sultanato di Golconda fu definitivamente an­
nesso, riprese temporaneamente Kandahar ai Safavidi e cac­
ciò i Portoghesi da Hughli, nel Bengala. Merita di essere ri­
cordato come rigoroso difensore delle norme islamiche (fe-
1 1 . Espansione e declino dell'impero moghul 181

ce distruggere numerosi luoghi di culto induisti e chiese cri­


stiane) , ma è noto universalmente come il costruttore del Taj
Mahal di Agra, uno dei più celebri edifici monumentali del
mondo: concepito come mausoleo per la moglie Mumtaz
Mahal, morta nel 1 63 1 , è anche «Una dichiarazione della fe­
de islamica da parte dell'imperatore e della centralità del­
l ' Islàm per l'impero timuride» (Richards 1993, 1 24) . Meno
duratura si rivelò un'altra sua impresa: il « trono del pavone>>
costato sette anni di lavoro e 1 0 milioni di rupie, su cui se­
dette per la prima volta nel 1 635, che andò perduto nei sac­
cheggi seguiti all'invasione di Nadir Shah nel 1 739. Shah
Giahan poté goderselo per una ventina d'anni; nel 1 657 si
ammalò, aprendo la via a una frenetica guerra di successio­
ne tra i quattro figli che, in sostanza, rappresentavano due
correnti politico-intellettuali. Il primogenito Dara Shukoh
era appoggiato da quei nobili, intellettuali, studiosi e fun­
zionari che si identificavano con la politica eclettica e le con­
cezioni sincretistiche di Akbar; Aurangzeb era invece il pun­
to di riferimento per i conservatori, i quali volevano uno Sta­
to che fosse veramente islamico. Fu Aurangzeb ad avere la
meglio, purtroppo - si può dire col senno di poi - per la sto­
ria dell'intero subcontinente; tramontava infatti la possibi­
lità che in India si consolidasse un Islàm disponibile al con­
fronto, una società aperta in cui i non musulmani potessero
riconoscersi godendo di parità di diritti.
Sull'inizio del declino dell'impero moghul si è discusso
fino a spargere tanto inchiostro quanto se n'è versato per
individuare il punto di partenza del corrispondente pro­
cesso ottomano: viene proposto il 1 720, data dell'accessio­
ne al trono di Muhammad Shah; il simbolico 1 739 che vide
la fulminea conquista di Delhi da parte di Nadir Shah; il
1 761 che segna la vittoria contro i Maratti, su cui si fonda­
rono effimere speranze di ripresa; il 1 803, inizio dell'in­
contrastato dominio britannico; e perfino il 1 857, anno in
cui la repressione della grande rivolta segna l'ultimo sussul­
to della vecchia India. Non c'è dubbio, invece, che l'apice
1 82 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

dell'impero sia stato raggiunto sotto Shah Giahan, anche se


alla massima estensione territoriale si arriverà sotto Aurang­
zeb, quando però la compattezza interna era già minata da
tensioni interculturali, rivendicazioni e sommosse.
Eliminati i fratelli e rinchiuso il padre nel palazzo dove
sopravvisse per otto anni, Aurangzeb ( 1 658- 1 707) intensi­
ficò la politica di demolizione dei luoghi di culto non isla­
mico, discriminò sul piano fiscale gli induisti (imponendo
loro dazi doppi rispetto a quelli a carico dei musulmani) e
reintrodusse la jizya nel 1 679. Ciò gli fruttò qualche succes­
so di prestigio tra i sovrani musulmani d'oltreconfine (ri­
cevette missioni diplomatiche dalla Persia, dall'Asia centra­
le, dal Turkestan orientale, dai principati arabi e dall'Abis­
sinia) , ma nel complesso fu un errore: i non musulmani

erano arrivati ad identificarsi in larga misura col dominio mo­


ghul. La perdita di tale identità a causa di una politica imperiale
di coercizione li fece rivolgere contro i Moghul e il dominio mu­
sulmano, ispirando in vari strati della popolazione indù e in di­
verse regioni un rinascente patriottismo in funzione anti-moghul
e ahti-musulmana. Fu inoltre un errore di valutazione da parte di
Aurangzeb il fatto di non rendersi conto che la truppa musul­
mana e i suoi ufficiali avevano ormai perduto la loro tradizione
di superiorità che aveva reso possibile durante tutti questi secoli
il dominio musulmano sull'India indù. Il malcontento dilagò e
nell'India settentrionale cominciarono a organizzarsi rivolte da
parte di varie comunità indù o affini (Ahmad 1 972, 249-250) .

I costi della repressione all'interno e delle campagne


contro i Maratti (che per due volte saccheggiarono Surat, il
principale porto di mare dei Moghul) esaurirono il tesoro
statale e costrinsero Aurangzeb a governare l 'impero dal
Deccan, con effetti negativi per la stabilità politica e la pro­
sperità economica dell'India settentrionale. Eppure a par­
tire dal XVII secolo l'economia dell'impero aveva tratto im­
pulso dal commercio internazionale accentrato da Inglesi,
Olandesi e, in misura minore, Francesi organizzati nelle ri-
Il. l!:spansione e declino dell'impero moghul 1 83

spettive «Compagnie delle Indie>> che, in virtù dei privilegi


concessi dai sovrani europei, godevano di condizioni mo­
nopolistiche. I profitti erano elevati, e ciò attirava l'interes­
se di mercanti europei non autorizzati e anche di corsari e
pirati, che finirono col turbare i rapporti tra le compagnie
e l'impero. All'inizio questi rapporti erano buoni, poiché il
traffico era vantaggioso per tutti i partecipanti: merito del­
la sua minuziosa organizzazione.

In Europa le compagnie custodivano le merci indiane in ma­


gazzini e le vendevano in condizioni di monopolio: riuscivano co­
sì a ridurre al minimo le oscillazioni dei prezzi e dei profitti. In
India la compagnia inglese e quella olandese si sforzavano di ra­
zionalizzare al massimo l'acquisizione delle merci indiane. I tes­
suti prodotti da una catena di artigiani - filatori, tessitori, tintori,
sbiancatori e stampatori - esigevano tentativi di standardizzazio­
ne. I fattori dell'Eic assegnavano a intermediari o grossisti india­
ni contratti per la fornitura di migliaia di pezze di tela di deter­
minata qualità e stile, da consegnare dopo otto o dieci mesi. Gli
anticipi in contanti vincolavano gli intermediari e i loro tessitori
a consegnare puntualmente la tela e fungevano da deposito sul­
le ordinazioni per i produttori (Richards 1993, 200) .

La maggior parte delle esportazioni di tessuti proveniva­


no da quattro regioni costiere: Surat e dintorni nel Gujarat;
il territorio gravitante sul porto di Masulipatnam nel Coro­
mandel settentrionale, sulla costa orientale del Deccan; il
Coromandel meridionale fra Pulicat e Madras; e il delta del
Gange nel retroterra di Hughli, nel Bengala. In ciascuna di
queste regioni i metalli preziosi provenienti dall'Europa,
convertiti in valuta imperiale, servivano a pagare i dazi do­
ganali, i costi locali dell'attività delle fattorie, le regalie per
i funzionari, e alimentavano il reddito dei tessitori e gli uti­
li dei grossisti e intermediari indiani. In tal modo i benefi­
ci effetti del commercio internazionale penetravano fin
nell'interno: e non solo. Nella seconda metà del XVII seco­
lo gli Olandesi
1 84 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

aprirono un nuovo mercato per la tela semplice di cotone bian­


co o calico. La varietà detta pezzalunga o guinea veniva prodotta
in pezze di 35 yarde destinate soprattutto al commercio degli
schiavi lungo le coste dell'Mrica occidentale. Metà di questa mer­
ce veniva spedita direttamente in Olanda, e metà andava a Bata­
via per essere rivenduta nell'Asia sud-orientale. La fattoria ingle­
se di Masulipatnam convogliava un'analoga quantità di calico sul
mercato europeo (Richards 1 993, 201 ) .

Dalle fattorie principali, rette da «fattori» europei, di­


pendevano agenzie situate nel retroterra dove i fattori eu­
ropei incontravano due volte all'anno i mercanti locali, ai
quali, da giugno ad agosto, affidavano le ordinazioni con i
relativi anticipi in contanti. Questi intermediari piazzavano
quindi i loro contratti con mastri tessitori da ciascuno dei
quali dipendeva una dozzina di semplici tessitori che si im­
pegnavano a fornire la tela della qualità desiderata alla sca­
denza fissata. Tra settembre e novembre, l'epoca migliore
per prendere il mare, i fattori europei prendevano in con­
segna le pezze di tessuto, verificando che corrispondessero
alla qualità specificata. I tessitori non erano in genere con­
centrati nelle città, ma sparpagliati in villaggi «industriali>> .
Nell'entroterra di Masulipatnam, ad esempio,

gli Olandesi si procuravano la merce in un bacino di captazione


comprendente sedici villaggi. Da un censimento olandese del
1 682 risulta che in questi sedici villaggi erano all'opera 6930 telai
in 5960 famiglie, con una media di 373 famiglie dedite alla tessi­
tura in ogni villaggio. Nel villaggio industriale-tipo del Coroman­
del settentrionale oltre metà delle famiglie erano costituite da tes­
sitori, lavatori e tintori, il cui numero superava di gran lunga quel­
lo degli agricoltori. Ogni famiglia produceva, grazie al lavoro di
tessitori maschi adulti, dalle 1 300 alle 1 500 yarde di tela all'anno.
Ai prezzi correnti tra il 1 680 e il 1 690 un tessitore pagato in con­
tanti era in grado di procurarsi il cibo e le altre necessità della vi­
ta, e di mettere da parte un'eccedenza alla fine dell'anno. Ai ma­
stri tessitori e a chi disponeva di due o più telai le cose andavano
ancor meglio. Gli anticipi versati in contanti ai tessitori scendeva-
12. Mercanti musulmani e islamiz.zazione in Asia 185

no per la gerarchia sociale fino alle donne di casta più bassa che fi­
lavano il cotone per venderlo direttamente ai tessitori, e viaggia­
vano oltre i confini della regione per pagare i grossisti o i traspor­
tatori che utilizzavano migliaia di bovini da soma per consegnare
il cotone grezzo al tessitore. Il cotone di qualità migliore non cre­
sceva nel Coromandel settentrionale, ma veniva dalle coltivazioni
di cotone del Khandesh e del Berar, cinquecento chilometri più a
ovest. Questi trasportatori furono esentati dalle imposte dal re di
Golconda, e poi dai Moghul (Richards 1993, 201-202) .

Una sana politica di incentivi fiscali, si direbbe oggi.


L'India non esportava solo tela di cotone, naturalmente.
Dal Bengala, ad esempio, gli Olandesi si procuravano an­
che salnitro per l'Europa, oppio per l 'Indonesia, seta greg­
gia destinata sia al Giappone, sia all' Olanda, e tessuti diver­
si di seta e cotone destinati all'Europa, all'Indonesia e al
Giappone: tutti mercati nuovi per il Bengala. Nella direzio­
ne opposta viaggiavano invece quasi esclusivamente metal­
li preziosi. Il commercio internazionale determinava dun­
que un incremento reale della produzione, del reddito e
del benessere locali: una situazione che può apparire sor­
prendente, quando si pensa alla natura disuguale, nel lun­
go periodo, dei rapporti commerciali, economici e finan­
ziari tra l'Occidente e il resto del mondo. Prima di soc­
combere all'impressione di un quadro idilliaco sarà bene ri­
flettere che quel commercio internazionale che arricchiva
il Bengala era alimentato dai metalli preziosi frutto del sac­
cheggio delle Americhe, e contribuiva a far funzionare la
tratta degli schiavi africani.

1 2 . MERCANTI MUSULMANI E ISLAMIZZAZIONE IN ASIA

Sul ruolo rispettivo di mercanti, predicatori, missionari


e conquistatori nell'islamizzazione dell'Asia molto si è di­
scusso e ancora si discute. La tesi classica è quella di Snouck-
1 86 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Hurgronje ( 1 857-1 936) , lo studioso olandese che per de­


scrivere la Mecca non esitò a trascorrervi quasi un anno
spacciandosi per musulmano: secondo lui va messa al pri­
mo posto l'attività svolta dai mercanti musulmani dell'India
nell'isola di Giava, opera non di conquistatori ma di fon­
datori di nuclei familiari grazie alla conversione di donne
locali. Si tratterebbe dunque di un'islamizzazione sostan­
zialmente pacifica, <<dal basso>> , seguita da guerre contro i
miscredenti dell'interno scatenate soltanto dopo la com­
pleta conversione delle città costiere. Questa teoria è stata
ridimensionata da chi accentua invece l'importanza dei ma­
trimoni «diplomatici>> fra principati indonesiani, con effet­
to di reazione a catena, e la presunta preferenza dei «fieri
giavanesi>> per l'Islàm rispetto all'induismo; e addirittura
smentita quasi in loto da chi sostiene che il mercante non di­
sporrebbe del prestigio indispensabile per dare il via all'i­
slamizzazione7. Sul peso specifico dei singoli fattori tirati in
ballo si potrà discutere, ma rimane indubbia l 'importanza
di un fattore generale favorevole quale il consolidarsi del­
l'Islàm indiano grazie all'espansione della dinastia moghul,
che portò a un declino del brahmanesimo; e, sul piano lo­
cale, del fronte comune formato da induisti e musulmani
contro i Portoghesi. La realtà dell'Asia, e in particolare del­
l'Asia sud-orientale è, d'altra parte, talmente multiforme
che è difficile individuare processi omogenei, meccanismi
validi per l'intera regione; né si può trascurare l'influenza
dell'ambiente naturale, che poteva esercitare effetti diversi
sui diversi vettori dell'Islàm. Un estuario, un delta attirano
in maniera naturale il mercante, ma non necessariamente
nella stessa misura l'awenturiero o il predicatore. Qualche
esempio specifico potrà dare un'idea della complessità del­
le interrelazioni.
Lungo le coste dell'Indocina meridionale si è registrato
un caso analogo a quello di Ceylon dove, come si è già vi­
sto, i moors esercitarono una notevole influenza fino all'ar­
rivo dei Portoghesi, senza però riuscire a diffondere la loro
12. Mercanti musulmani e islamiz.zazione in Asia 187

cultura nell'interno. In questa regione indocinese la pre­


sen za musulmana è rappresentata dai Cham, localizzati lun­
go i corsi d'acqua in villaggi di pescatori e di commercianti,
troppo marginali rispetto ai centri più importanti della re­
gione, e in particolare della pianura cambogiana, per con­
sentire che l ' Islàm si diffondesse verso l'interno (Planhol
1968, 366-367) . I Cham hanno svolto un ruolo marginale,
ma interessante, nell'islamizzazione dell'Asia sud-orientale:
sono il residuo dello Stato di Champa, di lingua malese ma
prossimo alla Cina, in cui l'Islàm era giunto portato presu­
mibilmente da mercanti musulmani stanziati in Cina, come
attestano iscrizioni funerarie del l 025-1 039; la conversione,
o presunta conversione, della dinastia regnante (forse at­
torno al 1 471 , quando lo Stato fu assoggettato dal Vietnam)
dovrebbe invece essere

avvenuta attraverso Malacca o Sumatra. A Malacca c'era una co­


lonia Cham verso il 1 5 1 1 . I Cham sono imparentati dal punto di
vista linguistico soprattutto con gli Acinesi [di Aljeh, Sumatra
nord-occidentale] . Presso di loro un principe cham trovò dopo il
1 47 1 asilo e trono. Secondo una tradizione giavanese una prin­
cipessa cham doveva aver portato l'Islàm a Giava, attorno al 1 450.
Dopo la catastrofe del 1 47 1 , l'élite di Champa emigrò in Cam­
bogia. La maggior parte della popolazione sopravvissuta, a quan­
to sembra, la seguì. Altri ancora si rifugiarono in enclavi prossi­
me alla costa dell'Annam, dove furono scoperti da esploratori
francesi in uno stato di indigenza e di mera vita vegetativa (Sarki­
syanz 1 972, 299 ) .

Parte dei Cham sono indiscutibilmente musulmani, altri


sono tornati all'induismo ( o non se ne sono mai allontana­
ti) ; altri ancora si considerano musulmani, ma venerano an­
che divinità indù quali Shiva e Kali. Si tratta di una forma
di sincretismo abbastanza diffusa in tutto il mondo islami­
co malese-indonesiano, dove talune concezioni o credenze
ben radicate hanno in un certo senso aperto a loro volta la
strada all'Islàm. Si è già visto il ruolo svolto dai mercanti del
188 Capitolo secondo. tvoluzioni e dinamiche

Gujarat nella penetrazione dell'Islàm in Malesia: la loro


opera fu agevolata, oltre che dalla successiva attività di mis­
sionari sufi, anche dall'animismo autoctono e dal pantei­
smo indù.
Anche in Indonesia, come in Malesia, l 'Islàm è arrivato
soprattutto dall'India: dalla costa del Coromandel, dal Ma­
labar, dal Gujarat e dal Bengala; anche qui grazie all'opera
complessiva di mercanti e missionari, ma senza pervenire al
risultato tipico delle regioni più profondamente islamizza­
te, dove il processo ha portato, in generale, a una nuova con­
cezione del mondo, a una Weltanschauung che investe l'in­
tero modo di vivere. Qui sono sopravvissute invece conce­
zioni preislamiche, il cui peso rimane notevole, sia pure con
variazioni notevoli nello spazio (più a Giava che a Sumatra,
per esempio) e nel panorama culturale: l'influenza musul­
mana ha atrofizzato l'architettura e la scultura indo-giava­
nese, mentre arricchiva la letteratura della regione di ap­
porti arabi e persiani. Non si è invece affermata la scrittura
propria dei musulmani: non si tratta soltanto dei caratteri la­
tini usati ancora in Indonesia per effetto della colonizzazio­
ne olandese, ma anche di numerosi alfabeti preislamici ri­
masti in vigore. In generale c'è stato un reciproco dare-ave­
re: come la preesistente civiltà indù-buddhistica, anche l'I­
slàm ha assorbito elementi animistico-panteistici, mentre le
culture locali percepivano l'awento dell'lslàm come una
specie di nuova indianizzazione (Sarkisyanz 1972, 312) .
Si capisce facilmente come la presenza di forme di sin­
eretismo abbia stimolato per reazione l'attività di predicato­
ri «Ortodossi» bramosi di rimettere sulla retta via quei loro
confratelli remoti, secondo l'aurea tradizione conoscitivo­
didattica dell'lslàm che ha indotto questo o quel califfo a
mandare missioni incaricate di verificare se i presunti mu­
sulmani delle più remote regioni periferiche lo fossero dav­
vero: a vantaggio della cultura mondiale, quando gli inviati
ci hanno lasciato relazioni scritte, come quell'lbn Fadlan (X
secolo) a cui dobbiamo le prime minuziose descrizioni degli
12. Mercanti musulmani e islamizzazione in Asia 1 89

abitanti del mondo slavo tra la Volga e gli Urali (Donini 199 1 ,
94-97) . E d ecco verso il 1 66 1 adepti dell'ordine derviscio su­
fi della Shattariyya, venuti da Medina, diffondere la loro re­
gola a Sumatra e Celebes, e poi a Giava e in Malesia; più tar­
di faranno la loro comparsa gli ordini «più ortodossi>> della
Qadiriyya e della Naqshbandiyya, con ulteriori apporti di
«lslàm meccano-medinese>> , che vennero a cessare quando
nella culla stessa della fede musulmana si affermò il movi­
mento rigorista-riformatore del cosiddetto wahhabismo,
che incontreremo di nuovo più avanti, fautore di una stre­
nua lotta contro le superstizioni e qualsiasi manifestazione
sospetta di Islàm popolare o alternativo8. L'Islàm ancora
«più ortodosso>> , non contaminato cioè da influenze sufi,

fu diffuso da immigrati del Hadramaut, particolarmente nei se­


coli XVIII e XIX. Alcuni di loro, che discendevano dal profeta,
sposarono donne di famiglie principesche indonesiane e fonda­
rono dinastie a Sumatra e nel Borneo. In genere, l'Islàm fu in­
trodotto in Indonesia dalle classi medie che esercitavano il com­
mercio d'oltremare - presso le quali esso è fino a oggi più forte­
mente radicato - che lo trasmisero alle classi superiori e alle mas­
se popolari. L'islamizzazione non fu (fuorché, in ogni caso, nel­
l'area delle Molucche) una reazione alle conquiste cristiane, la
cui influenza non fu in principio abbastanza forte da suscitare
una reazione. Infine l'islamismo aveva solide basi nell'Indonesia
orientale e nelle Filippine già prima dell'invasione europea: pro­
prio nel periodo della sua cacciata dalla Spagna e dalla Russia,
nei secoli XV e XVI, l'islamismo si diffuse nel mondo maleo-in­
donesiano più rapidamente di qualsiasi altra religione in qua­
lunque altro luogo (Sarkisyanz 1 972, 3 1 2-3 1 3) .

Un successo impressionante, ma non completo, visto che


in Indonesia - come in altre zone marginali, in Africa, nel
Caucaso e in Asia centrale, ad esempio - accanto alla legge
canonica sopravvive il diritto consuetudinario preislamico
( adat, 'ada) : circostanza che servirà alla potenza coloniale per
cercare di frenare, in seguito, le aspirazioni indipendentisti-
1 90 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

che. Come i Francesi in Algeria, che utilizzeranno in funzio­


ne antiaraba l'attaccamento dei Berberi alle loro tradizioni,
di fronte ai fermenti di rinnovamento che agitarono tutto il
mondo islamico nel XIX secolo gli Olandesi coltiveranno la
speranza che quelle aspirazioni potessero ridursi «a un ara­
bismo che gli indonesiani avrebbero giudicato estraneo e, al­
la fine, ignorato; man mano che l'Islàm veniva a identificarsi
con la legge della shari 'a, gli Olandesi scoraggiavano la cre­
scente aspirazione a sostituire il diritto consuetudinario lo­
cale ( 'ada) con le norme sciaraitiche» (Hodgson 1974, 388) .
Risulterà una speranza vana, perché proprio l'introduzione,
da parte degli Olandesi, di rigorose e sistematiche norme giu­
ridiche e amministrative contribuì ad accrescere il prestigio
della shari'a. Come i mercanti della Mecca, nel VII secolo, ave­
vano percepito che, per trattare da pari a pari con Bizantini,
Persiani e Abissini, avevano bisogno di una propria ideologia
di riferimento paragonabile al cristianesimo o allo zoroastri­
smo, così nell'Indonesia del XIX e XX secolo si andava affer­
mando l'idea che, per contrastare il colonizzatore e il suo ar­
mamentario giuridico, era opportuno rifarsi all'apparato
normativa elaborato nei secoli da una grande e riconosciuta
civiltà, piuttosto che alle norme tribali delle frammentate so­
cietà dell'arcipelago.

1 3. ESPANSIONE MUSULMANA IN AFRICA

La dialettica tra norme della shari 'a e diritto consuetudi­


nario locale è una costante nella storia del mondo islamico,
che acquista particolare rilevanza nelle regioni periferiche
quali l'Asia sud-orientale e l'Mrica saheliana e, a maggior
ragione, subsahariana. Il Sahel e il Bilad al-Sudan furono in­
fatti attraversati da interessanti processi di espansione del­
l'Islàm, portato da mercanti e adepti di confraternite, da
singoli predicatori e reti di notabili e dotti.
13. Espansione musulmana in Africa 191

Dopo la prima penetrazione dell'Islàm durante il me­


dioevo della storiografia europea, il Sudan occidentale fu
teatro di nuove esperienze politiche: alla fase degli imperi
sudanesi fondati sul commercio trans-sahariano seguì un' e­
poca di rinascita di sistemi politici non musulmani quali i
Barbara e i Mossi. Questi ultimi, incentrati sull'attuale ca­
pitale del Burkina Faso (già Alto Volta) , Uagadugu ( Ouaga­
dougou alla francese) , possono vantare una sovranità inin­
terrotta su quella regione che risale al XIII secolo, e una for­
ma di vita sedentaria, con densità di popolazione relativa­
mente elevata, che ha costituito il principale elemento del­
la resistenza politico-religiosa all'islamizzazione. Strutture
analoghe si possono riconoscere in altri bacini fluviali: nel­
l'ansa del Niger (regno di Gurma, regno di Burgu a nord
del Dahomey) , sul Volta Bianco, sul basso Niger, dove nel
XV secolo si sviluppa «un regno brillante dall'organizzazio­
ne aristocratica molto gerarchizzata, la cui prosperità si fon­
dava su un artigianato estremamente sviluppato; sarà isla­
mizzato nel 1 750 e tramonterà in seguito al suo smembra­
mento in emirati dominati dai Peul» (Planhol 1 968, 327) .
Furono proprio i Peul i principali responsabili di una
nuova ondata di espansione dell'Islàm, grazie all'attività di
dotti e predicatori che incoraggiarono l'esplosione di una
serie di gihad locali, manifestazioni di un movimento di ri­
forma tendente a mettere in discussione la strategia tradi­
zionale di compromesso tra musulmani e animisti. Si pos­
sono ricordare in questo cOntesto gli esempi dell'impero
peul nel Futa Gialon in Guinea a partire dalla fine del XVII
secolo, con apogeo sotto Ibrahima Sori Maudo ( 1 75 1 -
1 784) ; d i quello d i Sheku Hamadu ( 1 800-1 844) che rea­
lizzò la coesistenza di nomadi peul e Bambara sedentari a
sud del Niger; e di altri emirati o sultanati musulmani nella
Nigeria settentrionale a partire dall'inizio del XIX secolo.
Degno di nota è il «califfato>> di Sokoto, fondato da Usman
dan Fodio ( 1 754-1 8 1 7) dopo la sconfitta del regno degli
Haussa, che sopravvive sotto il suo successore Muhammad
192 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

Bello (m. 1 837) anche dopo la conquista britannica ( 1 8 1 7) ,


sia pure con sovranità solo nominale, fino alla proclamazio­
ne dell'indipendenza della Nigeria nel 1 960 (Scarcia Amo­
retti 1 998, 1 80) . Anche in quest'area si sono sviluppati in­
teressanti fenomeni di coesistenza etnico-sociale-religiosa,
tra Peul commercianti nomadi progressivamente sedenta­
rizzati, e contadini stanziali haussa (nella cui etnogenesi è
peraltro riconoscibile una remota iniezione di sangue ber­
bero) organizzati originariamente secondo strutture politi­
che di tipo repubblicano (Planhol 1 968, 312) . Intorno alle
città si è in tal modo

sviluppata una zona di colture permanenti distribuita in piccole


proprietà, su suoli leggeri e facilmente coltivabili, concimati gra­
zie all 'abbondante bestiame (siamo a nord del limite della mosca
tse-tse) e alle deiezioni umane apportate dal periodico sposta­
mento delle capanne d'abitazione attraverso le terre coltivate,
dove l'acqua è facilmente accessibile grazie a numerosi pozzi che
attingono a una falda freatica poco profonda. Questa zona, il cui
sfruttamento è in netto contrasto con l 'instabilità tipica delle col­
tivazioni itineranti delle savane [ ] esprime, nell'ambito di fat­
...

tori fisici favorevoli, la sicurezza introdotta dagli emiri peul su­


bentrati alle repubbliche haussa (Planhol l 968, 3 1 3) .

Siamo ormai alla vigilia della penetrazione coloniale,


che ha - forse paradossalmente, in prima approssimazio­
ne - agevolato la diffusione dell'Islàm, da quando, con la
soppressione della tratta nella seconda metà del XIX seco­
lo, venne a ridursi l 'ostilità degli animisti nei confronti di
quel particolare aspetto del mondo islamico che era rap­
presentato dai mercanti di schiavi; anche l'apertura di per­
corsi commerciali nuovi, regolari e sicuri favorì i contatti
con comunità islamiche vicine e lontane. A parte le conse­
guenze complessivamente negative dell'espansione colo­
niale in ogni parte del mondo, che ridusse quasi a zero il
numero delle strutture politiche musulmane indipendenti,
si è affermato che «sebbene i cristiani abbiano destinato
13. Espansione musulmana in Africa 193

somme enormi all'attività missionaria, mentre i musulmani


spendevano pochissimo in simili imprese organizzate, ri­
sulta che i successi islamici in fatto di conversioni siano sta­
ti almeno pari, se non maggiori, rispetto a quelli consegui­
ti dai cristiani in un'ampia fascia del territorio africano in
cui le due fedi si sono presentate in concorrenza>> (Hodg­
son 1 974, 407-408) . Si trattò di un effetto non calcolato e
probabilmente non voluto dai colonizzatori (questi, come
si vedrà più avanti, hanno cercato di utilizzare la natura va­
riegata e multiforme dell'Islàm, per legare ai propri inte­
ressi tendenze e correnti «moderate>> ) che hanno incon­
trato la loro nemesi sotto forma di un Islàm militante e ag­
guerrito, il più delle volte organizzato in confraternite ca­
paci di dar filo da torcere.
In buona parte dell'Africa subsahariana, e specialmente
della sua regione occidentale, l'Islàm è caratterizzato pro­
prio dall'appartenenza di quasi tutti i credenti a una tariqa o
confraternita religiosa: circostanza che se per un verso ha tra­
sformato la natura <<settaria>> o minoritaria che distingueva
tali congregazioni in origine, quando l'adesione presuppo­
neva particolari forme di iniziazione e l'acquisizione di co­
noscenze riservate a una ristretta cerchia di adepti; dall'altro
ha generalizzato una deriva dall'Islàm <<ortodosso>> verso for­
me di religiosità popolare e <<sospetta>> di superstizione. Si
tratta di sospetti tutt'altro che infondati, alla luce degli inse­
gnamenti del Profeta e dei suoi più zelanti interpreti, che - in
Africa occidentale come, in generale, in ogni parte del mon­
do popolata da musulmani - fornisce il terreno adatto alla
nascita di movimenti di <<purificazione>> dell'Islàm, di <<ritor­
no alle origini>> , in una parola di tutto quell'intreccio di fat­
tori e processi economici, sociali, politici e religiosi che sia­
mo ormai abituati a definire <<rinascita islamica>>. Interessan­
te aspetto locale del fenomeno è l 'esigenza, sentita in tutta
l'Africa occidentale, di un 'adeguata conoscenza della lingua
araba, percepita come presupposto per il <<ritorno al puro
Islàm delle origini>> (Bagatin 1 998, 213) .
194 Capitolo secondo. Evoluzioni e dinamiche

NOTE

1 Il modello su cui l'autore irlandese Bram Stoker costruirà poi il mito


del vampiro per eccellenza, Dracula.
2 Non ci si arricchiva soltanto con le spezie, naturalmente: da Antalya si
esportava via mare legname, ferro, pellame, pellicce e pece, e via terra mer­
ci preziose quali zafferano e tessuti di qualità; oltre alle �ezie si importava
olio d'oliva, cotone, sapone siriano, indaco e zucchero (lnalcik 1 994, 317) .
� In origine, i seguaci di Bozukli Celai che nel 1 5 1 9 si proclamò mahdi
nella regione di Tokat e organizzò una rivolta contro l'oppressione fiscale.
4 Non sarà superfluo ricordare che il solo Mozambico, indipendente ap­
pena dal 1975, era grande quasi dieci volte la madrepatria.
5 Dal 1 3 1 0 , secondo un'iscrizione funeraria rinvenuta nelle Sulu (Sarki­
syanz 1972, 331 ) .
6 Fino al 1 571 , quando la sede imperiale fu spostata di una cinquantina
di chilometri, a Fatehpur Sikri, una città appositamente costruita che fun­
gerà da capitale fino al 1 585.
7 Per maggiori particolari cfr. Planhol 1 968, pp. 363-364 e passim.
8 Per una panoramica sintetica ma esauriente del mondo malese, si ve­
da Alam Melayu, il mondo matese: linr;ua, storia, cultura, a cura di Maria Citro
e Luigi Santamaria, OM, 2000-2002.
CAPITOLO TERZO

I MUSULMANI
NELL'ETÀ DELL'IMPERIALISMO

l. LA CONQUISTA

Le premesse della conquista

Gli eventi descritti nelle pagine precedenti ci mostrano co­


me le maggiori strutture politiche del mondo musulmano ab­
biano imboccato, in epoche e con modalità diverse, la via del
declino rispetto all'Europa. Per avere una visione sintetica
dell'intero processo non sarà male gettare un'occhiata d'in­
sieme sull'evoluzione comparata dei principali protagonisti.
Ciò che vale la pena di tener presente in primo luogo è il fat­
to che, prima del XVI secolo, prima delle grandi scoperte
geografiche, prima della conquista ottomana di Costantino­
poli, l'Europa «cristiana» non godeva di alcuna superiorità
politica, economica e militare nei confronti del rimanente
dell'ecumene, e in particolare del mondo islamico; dispone­
va invece di qualche asso nella manica, di fattori potenziali di
superiorità individuabili soprattutto nella storia di «lunga du­
rata>> del nostro continente, che le consentiranno di avvan­
taggiarsi, prima ancora dell'inizio di quella fase coloniale che
viene troppo spesso considerata spiegazione unica o princi­
pale dell'attuale arretratezza del resto del mondo nei con­
fronti dell'Occidente nella sua accezione più vasta.
Il panorama complessivo del Vecchio Mondo alla vigilia
delle grandi scoperte ci mostra in effetti un'Europa per­
corsa dai fremiti del Rinascimento, con una popolazione
196 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

complessiva di circa 80 milioni di abitanti, nettamente in­


feriore, come s'è visto (par. 2,1 1 ) , a quella dell'India dei
Moghul; un 'Europa in cui non rimane quasi più traccia del­
le ferite causate dalle epidemie di peste, di quella «morte
nera>> che ne aveva ridotto di un terzo la popolazione, co­
stringendo nello stesso tempo i sopravvissuti a dotarsi di
strumenti utili a limitare i danni in futuro, quali lazzaretti,
misure di quarantena e di varia prevenzione Qones 1 984,
76, 1 01-103) ; un'Europa che, grazie anche alla mediazione
fornita dalla cultura musulmana, ha non soltanto ritrovato
tutto il patrimonio della civiltà greco-romana, ma anche ac­
quisito e talvolta perfezionato elementi delle civiltà asiati­
che pervenuti fino a noi tramite il Medio e il Vicino Orien­
te. È vero che a questo punto le società europee sono an­
cora società tradizionali, ma dispongono già di un arsenale
abbastanza ben fornito di mezzi tecnici quali la carta, la
stampa, la polvere da sparo, la bussola. . . Si tratta, soprat­
tutto, di un'Europa proiettata verso l'esterno, di un conù­
nente che, stimolato dalla fame di una popolazione di nuo­
vo in crescita, si preoccupa di perfezionare le tecniche del­
la navigazione e delle costruzioni navali - comprese quelle
originarie dei paesi islamizzati o diffuse tramite la cultura
islamica (Fahmy 1966; Gille 1 978, 547 sgg. ; Lewis 1 95 1 , 225-
249) -, degli armamenti e della metallurgia (Parker 1988;
Ayalon 1956) , che apriranno prima la via delle grandi sco­
perte geografiche, e poi delle conquiste. Si tratta, infine, di
un 'Europa a cui gli Ottomani stanno cominciando a taglia­
re le rotte del Mar Nero e le relazioni commerciali con il
Medio e l'Estremo Oriente, che si vede pertanto costretta a
cercare sbocchi alternativi nell'Oceano Atlantico (Braudel
1974, 2040-2041 , 2 1 02-2 105, 2 1 09) .
Di fronte a questa Europa, che è ancora un'Europa so­
prattutto mediterranea, si estende un Nordafrica il cui li­
vello di sviluppo economico e tecnico è in tutto e per tutto
almeno pari a quello europeo, contiguo a un'Mrica sub­
sahariana indiscutibilmente arretrata; e un impero ottoma-
l. La conquista 197

no che invece sovrasta militarmente l 'Europa - nonché, co­


me s'è visto, anche i suoi rivali islamici più a oriente - e in
fatto di sviluppo economico e tecnico non ha nulla da invi­
diarci. Se, infatti, non c'era parità assoluta, le differenze set­
toriali (vantaggi europei nell'accumulazione di capitale,
primato ottomano n eli' organizzazione navale ) tendevano a
elidersi reciprocamente.
Esisteva dunque, prima dell'era delle grandi scoperte geo­
grafiche, una specie di mercato globale in cui l'Europa e il
mondo islamico erano strettamente connessi da una rete di
rapporti commerciali in cui nessuno dei partecipanti godeva
di vantaggi decisivi; era semmai l'Europa a recitare la parte del
protagonista più debole, come ci insegna la storia del com­
mercio delle spezie che rivestiva maggiore importanza per i
paesi importatori che non per gli esportatori e, soprattutto, ar­
ricchiva gli intermediari: Indiani, Arabi, Mamelucchi o Vene­
ziani che fossero (Bono 1993, 141-159) . Dopo, ci fu ancora un
mercato mondiale, ma era un mercato in cui l'Occidente si
apprestava ad acquisire una posizione dominante, preludio
all'espansione coloniale. In questa evoluzione generale alcu­
ni processi particolari meritano un po' di attenzione.

Superiorità economica, tecnologica, militare

Per un paio di secoli gli Ottomani godettero nei con­


fronti dei loro avversari europei (e, a maggior ragione, asia­
tici) di una netta superiorità militare, fatta non soltanto di
supremazia sul campo di battaglia, ma anche di maggiori
capacità organizzative; poi si lasciarono raggiungere e su­
perare. Emblematica, in questo contesto, è l'evoluzione dei
giannizzeri (in turco yeni çeri, <<nuova truppa>> , le forze rego­
lari di terra organizzate a partire dal XIV secolo) . L'intro­
duzione di questo nuovo corpo, voluta dal sultano Orkhan,
figlio e successore ( 1 324) di Othman l, aveva sostituito al si­
stema tradizionale (cavalleria appoggiata da masse di fanti,
1 98 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

poco più di pedoni armati) un insieme di veri e propri reg­


gimenti di fanteria, ordinati secondo criteri innovativi che,
in Europa, vennero imitati con notevole ritardo. I gianniz­
zeri, reclutati mediante il devshzrme, erano suddivisi in orta
o reggimenti (inizialmente 1 65, poi 1 96 e più) , dagli effet­
tivi variabili a seconda delle epoche (da cento a tremila uo­
mini) , e alloggiati in caserme (in tende durante le campa­
gne) sotto il comando supremo di un yeni çeri aghasi: o Aga
dei giannizzeri, e quello immediato di ufficiali di vario gra­
do differenziati nelle funzioni, dal colonnello comandante
di orta ai responsabili dell'approvvigionamento, della disci­
plina e del corpo di guardia. Le armi in dotazione passaro­
no col tempo da fionde, archi e frecce a balestre, moschet­
ti e pistole. Lo spirito di corpo era incoraggiato da bandie­
re ed emblemi particolari per ogni orta, oltre che dalle pen­
sioni assegnate ai vecchi e agli invalidi; ruolo non seconda­
rio spettò in questo contesto alla produzione di musica mi­
litare, apprezzata e imitata in Europa come ci ricordano le
«marce turche>> di Mozart e Beethoven. Il prestigio e i pri­
vilegi dei giannizzeri erano tali che molti non aventi diritto
intrigavano per farsi arruolare: donde un lento declino nel­
la disciplina e nell'efficienza che alla fine del XVIII secolo
portò ad affiancare alla <<nuova truppa>> un esercito ancor
più nuovo, organizzato secondo i più moderni criteri euro­
pei, e alla successiva soppressione del corpo ( 1 826) .
Sulla disciplina e sull'efficienza dei giannizzeri, come di
tutte le branche dell'amministrazione dello Stato, influì ne­
gativamente il deprezzarsi della moneta ufficiale in argento
causato dall'afflusso di argento a buon mercato dall'Europa
a partire dal 1580. C'è qui un nesso diretto con la scoperta
dell'America che potrebbe indurre a postulare un rapporto
causa-effetto tra Cristoforo Colombo e la crisi finanziaria
della Sublime Porta: ma la tesi classica secondo cui gran par­
te della responsabilità spetterebbe al navigatore genovese e,
soprattutto, alla circumnavigazione dell'Mrica e al conse­
guente dirottamento del commercio delle spezie già domi-
l. La conquista 199

nato da Mamelucchi, Veneziani e Ottomani, è stata ridi­


mensionata da studi recenti. Risulta infatti che i traffici at­
traverso il Mediterraneo erano già stati colpiti - prima delle
scoperte iberiche - da eventi interni al bacino del mare no­
strum, tra cui le guerre mamelucco-ottomane del l 485-149 1
e quelle ottomano-veneziane ( 1 499-1503) , per non parlare
delle tensioni sociali imperversanti al Cairo (tanto che il de­
bito pubblico di Venezia aumentò di oltre il 50% tra il 1 495
e il l 508) .

Altri eventi verificatisi più a occidente avevano contribuito a


loro volta a ridurre il volume dei traffici ottomani: l'industria tes­
sile europea soggiacque alle importazioni di allume dalla Turchia
fino al 1 462, quando giacimenti del prezioso mordente furono
scoperte sui monti della Tolfa, nel Lazio - come ci ricorda il to­
ponimo locale di Allumiere. A parte fattori episodici o congiun­
turali come quelli citati, tuttavia, nel lungo periodo all'impresa
portoghese va certamente attribuita parte della responsabilità
per il declino tendenziale dei traffici su lunga distanza che ali­
mentavano le entrate doganali della Porta. Ce ne danno un'idea
le statistiche relative al periodo 1 497-1 5 1 3, che vedono crollare
la quantità delle spezie importate in Europa via Beirut e Alessan­
dria da 2 ,8 e 3,6 milioni di libbre rispettivamente a un totale com­
plessivo di circa un milione, mentre i carichi sbarcati a Lisbona
passavano da zero a 4,3 milioni di libbre ( Inalcik 1 994, 340-342) .

Per tornare all'aspetto militare della supremazia, all'ini­


ziale predominio navale degli Ottomani contribuì non po­
co una variante di quel fenomeno che abbiamo già visto e
classificato sotto l'etichetta di espansione spontanea dell' I­
slàm, contrapposta a quella voluta da Stati e dinastie. Fin
dalla costituzione dei primi emirati turchi lungo le coste
dell'Egeo, fra il XIII e il XIV secolo, spedizioni corsare ave­
vano cominciato a spingersi in cerca di bottino dalle basi di
Aydin, Menteshe e Qarasi fino alle Cicladi e poi al Mar di
Marmara e al Mar Nero, danneggiando ( talvolta con l'aiu­
to dei Catalani) il commercio veneziano e genovese. Con-
200 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

tro questi «gazi di mare>> a poco erano serviti prowedimenti


quali la spedizione voluta da papa Giovanni XXII nel 1 334
o la temporanea occupazione di Smirne ( 1 344) . La pre­
senza di corsari ottomani sulle rive dell'Egeo, attestata fin
dal 1390, si sviluppò grazie all'annessione di Aydin e Men­
teshe da parte di Bayazit I e, soprattutto, alla costruzione
dell'arsenale di Gallipoli sui Dardanelli, che sotto Murad I
diventò base principale della flotta ottomana, fino a quan­
do non fu soppiantata dall'arsenale costruito sul Corno
d'Oro, a Istanbul, nel 1 5 1 5 - continuando peraltro a costi­
tuire, fino all'inizio del XX secolo, la chiave occidentale de­
gli Stretti. Gli spazi a disposizione dei corsari si restrinsero
sotto Maometto Il, quando la flotta imperiale diventò stru­
mento essenziale della Porta e, spingendosi contro Venezia
nello Ionio, andò limitando progressivamente la libertà d'a­
zione dei gazi di mare operanti in proprio. Molti finiranno
con l'emigrare verso Algeri, Tripoli, Tunisi ed altri porti del­
la Barberia, anche in risposta alle richieste di aiuto prove­
nienti dai musulmani di Spagna, dando ulteriore contribu­
to alla trasformazione del Mediterraneo in <<lago ottoma­
no>> : originari della costa anatolica occidentale erano, ad
esempio, i celebri corsari Kemal Re'is, Khair al-Din «Bar­
barossa>> e Salih Re'is. Questo trasferimento di corsari e il
loro radicamento nel Mediterraneo occidentale saranno
fattore non trascurabile nella catena di eventi che spinge­
ranno gli Stati Uniti d'America a occuparsi sempre più di­
rettamente dell'area vicino-orientale.
Molto si è discusso sull'importanza relativa delle forze di
terra e delle forze di mare nella storia dell'impero ottoma­
no, e sulla sua presunta incapacità di far fronte a quella che
risulterà, alla fine, l'arma vincente dell'Europa: la rivoluzio­
ne industriale, che ha portato l'Inghilterra (dal 1 707, la
Gran Bretagna) a conquistare mezzo mondo grazie alla pro­
pria marina mercantile e militare. In questo contesto sem­
bra giustificata la critica, rivolta dalla storiografia più recen­
te a Siileyman «il Legislatore>> , di aver concentrato le ener-
l. La conquista 201

gie della Porta nel Mediterraneo a scapito dell' Oceano In­


diano, in direzione di Vienna trascurando Hormuz ( Brum­
mett 200 1 , 19) ; quanto alla presunta incapacità di adatta­
mento alle mutevoli condizioni del confronto-scontro con le
potenze dell'Europa «cristiana» , l 'impero ottomano ha da­
to p rova anche nei suoi ultimi decenni di vita, come si vedrà
più avanti, di voler reagire con decisione, anche se non sem­
pre con efficacia. Per esempio, con una precoce attitudine
all'aggiornamento tecnologico.
Da sempre, si può dire, la Porta disponeva a Calata di
«una finestra sull'Europa», di un centro per la raccolta di
informazioni su ogni aspetto dell'evoluzione politica del
nostro continente e su eventuali progetti antiottomani. Al­
l ' an tico quartiere genovese di Costantinopoli si aggiunse
poi un'altra finestra di crescente importanza: il porto di Du­
brovnik/Ragusa che, a parte la rilevanza economica per
l 'impero, fu anche il centro attraverso cui passarono forme
di tecnologia europea essenziali per la Porta: tra queste, ov­
viamente, tutto ciò che aveva a che fare con l'artiglieria.
Proprio da Dubrovnik, verso il 1 390, gli Ottomani avevano
acquisito l'arte della fusione dei cannoni; nel XVI secolo
esperti dei cantieri ragusei vennero ripetutamente arruola­
ti dagli Ottomani per le loro basi di Valona e Gallipoli: era­
no infattt noti come «i migliori e forse i più ingegnosi>> tra
gli specialisti in costruzioni navali ( i nalcik 1 994, 264) . Gli
Ottomani sapevano dunque reclutare gli esperti di cui ave­
vano bisogno, impiegando cristiani per costruire le galere
e musulmani per garantirne la propulsione e l'efficacia in
combattimento.

Una flotta di 200 galere richiedeva almeno 22.000 rematori,


fabbisogno a cui solo in piccola parte facevano fronte gli schiavi ot­
tomani; il sultano decretava pertanto che ogni unità fiscale fami­
liare fornisse un rematore alla marina imperiale. Sotto la guida del
qadi locale le unità fiscali raccoglievano il danaro necessario per
assumere un giovane disponibile, di solito un contadino sfaccen-
202 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

dato, destinato a prestar servizio come rematore. Nel XVI secolo


a ogni rematore musulmano venivano assegnati l 06 akça1 mensi­
li, e a un cristiano, per il medesimo lavoro, 80 ( i nalc'ik 1 994, 94) .

Se le capacità organizzative della Sublime Porta suscitano


ancora ammirazione, così come la sua consapevolezza della
necessità di tener d'occhio i progressi dell'avversario, nella
ricerca delle cause del declino ottomano si ritorna inevita­
bilmente alla crisi finanziaria. Si è già visto che la sconfitta di
Lepanto non segna la fine del dominio navale ottomano nel
Mediterraneo, come attestano le vittorie in battaglie succes­
sive; tuttavia gli oneri finanziari legati alla rapidissima rico­
struzione della flotta e quelli, più diluiti nel tempo, per il suo
mantenimento, finiranno col gravare in maniera insosteni­
bile sul bilancio dello Stato. Decisiva, in questo contesto, fu
anche la comparsa di nuovi rivali nel Mediterraneo - so­
prattutto Inglesi e Olandesi: non tanto perché rappresen­
tassero una minaccia diretta per l 'impero o per le sue finan­
ze, ma perché erano indizio di un più vasto conflitto. Il mer­
cantilismo e il capitalismo che tra il XVI e il XVIII secolo co­
minciavano ad affermarsi nell'Europa cristiana mal si adat­
tavano alla cultura tutto sommato più tollerante e umana
dell'impero, dove il buon musulmano rifuggiva dall'idea di
monetizzare tutto, dal tempo alle cognizioni scientifiche: è
questo in sostanza il motivo per cui la scienza islamica, all'a­
vanguardia durante tutto il Medioevo europeo e l'inizio del
Rinascimento, non ha generato ricadute economiche para­
gonabili ai frutti raccolti in Europa nel passaggio da scienza
pura a scienza applicata. C'erano poi fattori specifici quali la
diffusione dei waqf, le fondazioni pie, quella precoce versio­
ne islamica del Welfare State che sottraeva enormi ricchezze a
destinazioni più produttive; o la preoccupazione del buon
sovrano di assicurare ai sudditi i beni necessari, che finiva col
favorire le importazioni e sfavorire le esportazioni.
In fatto di capacità organizzative merita di essere ricor­
dato anche un altro aspetto della correlazione tra esigenze
l. La conquista 203

belliche e necessità fiscali. Nella storia militare si ricono­


scono sostanzialmente due criteri per l'approvvigionamen­
to degli eserciti sul campo: il saccheggio delle risorse locali
sotto forma di confisca delle scorte di cereali e del patri­
m onio zoo tecnico, oppure un'organizzazione logistica che
preceda l'inizio delle operazioni e predisponga i riforni­
menti lungo l'itinerario previsto. Il primo metodo si è sem­
pre rivelato, alla lunga, controproducente: la fuga dei con­
tadini e la devastazione delle campagne riducevano drasti­
camente la disponibilità delle scorte, mentre il sistema del
prelievo fiscale consentiva la sopravvivenza della produzio­
ne agricola e un approvvigionamento regolare nel tempo.
Esempi tipici del metodo predatorio furono le invasioni
mongole e le campagne di Timur, mentre la tradizione im­
periale islamico-persiana privilegiava la logistica sostenuta
dal fisco. Questo modello fu perfezionato dal sistema im­
periale ottomano che attinse, oltre che all'esempio persia­
no-selgiuchide, anche alla tradizione bizantina, fino a co­
struire un complesso meccanismo logistico, tale da suscita­
re l'ammirazione degli osservatori europei ( inalcik 1994,
95) . Riscuotere l'ammirazione del nemico non era obietti­
vo specifico della politica ottomana, ma presentarsi agli <<in­
fedeli>> d'oltreconfine come potenza giusta era cosa utile:
donde un atteggiamento contraddittorio. Le incursioni in
territorio non islamico finalizzate alla ricerca di bottino era­
no considerate imprese volute da Dio, e da Dio ricompen­
sate; nello stesso tempo la protezione dei sudditi non mu­
sulmani - i dhimmi o <<gente del Libro>> - era principio fon­
' lamentale del diritto islamico ( Cahen, Dhimma in EF; Do­
nini 1 985) . Il saccheggio e il prelievo di derrate senza paga­
mento in territorio ottomano era vietato e, talvolta, punito
con la pena capitale ( i nalcik 1 994, 96) . Cionondimeno i
territori percorsi dalle truppe ottomane subivano danni e
le relative entrate fiscali declinavano; se si tien conto della
responsabilità fiscale collettiva, si comprende come un cer­
to numero di contadini si desse alla fuga, innescando un
204 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

meccanismo che portava all'abbandono di interi villaggi e,


pertanto, all'aggravarsi della crisi finanziaria generale.

La ricerca della superiorità morale: pirati, schiavi,


mznoranze

Fin qui si è parlato di singoli aspetti concreti di quella su­


periorità materiale che ha consentito all'Europa di imporre
la propria dominazione al resto del mondo: non si è parlato,
né si dovrebbe parlare, di superiorità complessiva di una ci­
viltà rispetto a un'altra. Le civiltà non sono fatte unicamente
di componenti misurabili, quantificabili, come la potenza mi­
litare, economica, politica: sono fatte anche di valori. Valori
diversi, e non sempre direttamente comparabili; valori che
appaiono indiscutibili a chi li condivide, ma che non neces­
sariamente sembrano tali a chi si identifica in un'altra serie di
valori, in un'altra cultura. Per questo, dire che una civiltà è,
nel suo insieme, complessivamente, superiore a un'altra - co­
me si è fatto un po' troppo dopo l' 1 1 settembre 200 l - è una
sciocchezza: si può sostenere che in un determinato aspetto
la civiltà occidentale sia superiore a quella islamica, e vicever­
sa, ma non che la nostra sia migliore dell'altra. O viceversa. Si
tratta di osservazioni talmente banali che non varrebbe la pe­
na di indugiarvi sopra, se non fosse che la rivendicazione di
una superiorità morale fa parte dell'arsenale con cui l'Occi­
dente ha conquistato vantaggi materiali, e ancora cerca di ac­
quisirne, a danno del resto del mondo: è quello che nel mon­
do anglosassone, e soprattutto negli Stati Uniti d'America, si
chiama jightingfor the moral high ground, <<Cercare di conqui­
stare una posizione moralmente vantaggiosa>> . Da secoli, or­
mai, l'Occidente utilizza quella che viene presentata come su­
periorità morale - non importa se vera, o solamente presun­
ta - per difendere interessi talvolta legittimi, talvolta non tan­
to. In passato si è tirata in ballo la soppressione della pirateria
per giustificare operazioni di espansione; più tardi è toccato
l. La conquista 205

alla tratta degli schiavi. Oggi l'equivalente della lotta contro i


pirati e i mercanti di schiavi è la tutela dei diritti umani. Cia­
scuno di questi temi merita una certa attenzione.
Per l'utente medio dell'informazione corrente il concet­
to di pirateria si identifica probabilmente con un'attività cri­
minale particolarmente odiosa: verissimo, se guardiamo sol­
tanto il presente. Per contestualizzare l'argomento bisogne­
rebbe prima di tutto distinguere tra pirata e corsaro: crimi­
nale il primo, imprenditore privato (privateer in inglese) ope­
rante entro determinati limiti giuridici il secondo (Bono
1 993, 9 ) . Il corsaro era infatti un armatore al servizio di un
sovrano che gli rilasciava opportune autorizzazioni ( «lettere
di corsa>> o <<lettere di marca» ) , indicanti quali bandiere stra­
niere fossero sua legittima preda e quali no, a seconda delle
fluttuanti alleanze del suo signore. Corsari furono Hawkins,
Drake e Raleigh, che la tradizione marinara britannica ve­
nera quali eroi delle guerre contro la Francia e la Spagna; e
corsara fu in parte l'origine della flotta che diede a Elisabet­
ta I e ai suoi successori il dominio dei mari. Tanto più prete­
stuosa appare la motivazione addotta dalla Gran Bretagna
per assicurarsi una serie di basi lungo le coste della Penisola
Araba, intorno al l 830: dovevano servire proprio per «com­
battere i pirati», come ricorda l'evoluzione onomastica di
quella che era la «Costa dei pirati» e poi divenne la «Costa
della tregua» ( Trucial coast, corrispondente grosso modo al
territorio degli Emirati Arabi Uniti) . Tra i pirati all'opera in
quelle acque non erano mancati gli inglesi che, insieme ad
altri colleghi europei, avevano suscitato l'indignazione del­
l'India moghul, il cui governo attribuiva all'East India Com­
pany la responsabilità degli atti di pirateria incontrollata.

Le tensioni culminarono in seguito alla cattura della Ganj-i


Sawai, ammiraglia della flotta mercantile di Surat. Ogni anno,
protetto dai suoi ottanta cannoni, questo enorme vascello tra­
sportava pellegrini d'alto rango diretti alla Mecca e scaricava
merci indiane nel porto di Mokha. Ne1 1 695 tornava da Mokha a
206 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Surat carica di passeggeri e metalli preziosi per 5,2 milioni di m­


pie. Al largo delle coste indiane la Fancy di Henry Bridgeman e
un'altra nave pirata assalirono, disalberarono e abbordarono la
Ganj-i Sawai incontrando debole resistenza. Per tre giorni i pira­
ti stuprarono le donne e saccheggiarono la nave. Quando il va­
scello finalmente arrivò a Surat, enorme fu la pubblica indigna­
zione. Il governatore di Surat occupò la fattoria dell'East India
Company e ne incarcerò gli occupanti. Le atrocità compiute con­
tro donne musulmane d'alto rango e pellegrini di ritorno dal
Hajj suscitarono profondo risentimento, e la colpa venne fatta ri­
cadere sugli Inglesi (Richards 1 993, 241 ) .

Nel Mediterraneo la guerra di corsa fu praticata non sol­


tanto dai musulmani - come sottolinea la miriade di torri
di avvistamento, o <<torri saracene», che punteggiano le no­
stre coste - ma anche da bravi cristiani quali i Cavalieri di
Malta, per non parlare dei <<rinnegati>> che si convertivano
all'Islàm per far fortuna (Bennassar 1 99 1 ; Rostagno 1983;
Bono 1964) . La rivendicazione di una qualsiasi superiorità
morale in questo campo da parte occidentale sarebbe dun­
que priva di fondamento.
Non vanno trascurati, naturalmente, gli aspetti econo­
mici della guerra di corsa, che nel XVII secolo era partico­
larmente importante per le <<reggenze>> barbaresche del
Nordafrica, ormai in via di emarginazione per effetto dello
spostamento generale dei traffici verso l'Atlantico e l'Euro­
pa settentrionale. I corsari di stanza in Marocco e nelle pro­
vince ottomane più o meno autonome del Maghreb

terrorizzavano il naviglio cristiano e perfino i porti cristiani del­


l'intera porzione occidentale del Mediterraneo; e, avendo ormai
compreso quale fosse l'area maggiormente ricca di commerci, si
avventuravano anche lungo le coste atlantiche, spingendosi a
nord nelle loro incursioni fino all'Inghilterra. L'intero processo
fu, in effetti, una reazione tempestiva, in un'area tra le più stretta­
mente interessate, al nuovo ordine economico e sociale che si an­
dava sviluppando soprattutto nell'Europa nord-occidentale e sta­
va già determinando una ristrutturazione dell'intera economia
l. La conquista 207

mediterranea. Molti pirati musulmani erano in realtà cristiani


c onvertiti, inglesi e di altra provenienza, che esprimevano in tal
modo la propria alienazione. Questi «corsari barbareschi>> musul­
mani erano romantici nella loro audacia, ma non potevano inver­
tire una tendenza ormai consolidata. Nel XVIII secolo anche le in­
cursioni piratesche andavano perdendo lo slancio, per limitarsi al­
le più vicine acque del Mediterraneo (Hodgson 1974, 157) .

Pirateria, guerra di corsa e tratta degli schiavi sono feno­


m eni strettamente interconnessi fin dall'inizio - o quasi ­
della storia del Mediterraneo, se dobbiamo credere a Ero­
doto, che fa risalire la causa delle guerre persiane al ratto
di Io, figlia del re di Argo, da parte di mercanti fenici (Ero­
doto l, 1-4) : da allora in poi, schiavi e schiave da rivendere
o da restituire dietro pagamento di riscatto hanno costitui­
to uno degli elementi più preziosi del bottino dei corsari.
Donde un intrecciarsi di relazioni, sostenute da opportuni
strumenti giuridici, per interventi che oggi diremmo di po­
litica umanitaria, a vantaggio di schiavi musulmani in Eu­
ropa, e cristiani in Nordafrica e Levante. Per quanto ci pos­
sa apparire barbara, oggi, l'attività del commercio degli
schiavi legata alla guerra di corsa, va riconosciuto che essa
fu, da una parte e dall'altra, prassi corrente nel Mediterra­
neo fino al XIX secolo: «Stare usanza del mare», rispose al­
le rimostranze di un prete italiano il capobarca tunisino che
lo aveva catturato, nel 1 804, nelle acque del Golfo di Napoli
(Caronni 1 993, 94) . Usanza del mare che si poteva contra­
stare in due modi: con la forza o con le armi della diplo­
mazia e del diritto, accordandosi con questa o quella <<reg­
genza barbaresca» . In cambio di un trattato - accompa­
gnato da qualche regalo per il sovrano - ci si garantiva che
i corsari al servizio del bey di Tunisi, del bey di Algeri e co­
sì via non avrebbero recato danno ai sudditi della contro­
parte europea. Perfino la Gran Bretagna, ormai affermata­
si come la maggiore potenza navale del mondo, non esita­
va a seguire questa via, meno onerosa di quella dei horn-
208 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

bardamenti o di altre operazioni navali, la cui efficacia in


funzione del costo veniva paragonata all'atto di «fracassare
i vetri delle finestre altrui a colpi di monete d'oro>>.
Ed ecco fare la sua comparsa un bell'esempio di fighting
for the mora! high ground: fino al 1 776 gli armatori di Boston e
degli altri porti delle tredici colonie nordamericane aveva­
no percorso il Mediterraneo sotto la protezione della ban­
diera britannica, di cui ovviamente non potevano più di­
sporre dopo la conquista dell'indipendenza. I mercantili
battenti bandiera stellata diventavano quindi legittima pre­
da dei corsari: fu proprio la cattura di alcune navi di Boston
e di Philadelphia, intorno al 1 784, a indurre il governo del­
la neonata repubblica nordamericana ad avviare trattative
con il Marocco e con Algeri. Le alternative erano pagare po­
co per aver pace e sicurezza di navigazione, oppure pagare
molto di più per fare la guerra. Intervenivano però anche
considerazioni politico-ideologiche e strategiche. Gli Stati
Uni ti erano usciti dalla guerra di indipendenza con un eser­
cito demoralizzato e una marina inesistente, donde la con­
vinzione espressa nel 1 785 dal futuro presidentejefferson di
dover «mostrare al mondo intero che possediamo un'ener­
gia a cui oggi nessuno crede>> . Un altro futuro presidente,
John Adams, proponeva di allestire una flotta di 1 50 canno­
ni da utilizzare per un <<blocco perpetuo>> del porto di Alge­
ri: l'opzione militare sarebbe stata «una buona occasione
per crearci una marina da guerra. . . La politica della cristia­
nità ha reso codardi i suoi marinai di fronte allo stendardo
di Maometto; sarà per noi cosa eroica e gloriosa mostrare
che i nostri sono più coraggiosi>> (Dupuy 1 9 1 0, 28-3 1 ) .
Anche sulla questione delle minoranze si è versato mol­
to inchiostro, per mettere in luce come la loro condizione
sia men che idilliaca nel mondo islamico. Oggi, quando la
tutela dei diritti umani sembra patrimonio esclusivo del­
l'Occidente, a cui viene rivolta l'accusa - non manifesta­
mente infondata - di utilizzare questo strumento per inge­
rirsi negli affari interni di altri paesi, può risultare difficile
l. La conquista 209

accettare che, durante la maggior parte della loro storia, i


regimi islamici sono stati all'avanguardia proprio nella pro­
tezione di un settore importante dei diritti umani, quello
che riguarda le minoranze (Donini 1 985; 1998) .
La dinastia fondata da Othman si trovò fin dall'inizio a
governare popolazioni che, non essendo dal punto di vista
etnico-linguistico turche, né da quello religioso musulma­
ne, si possono con qualche cautela metodologica classifica­
re tra le minoranze, così come sono attualmente intese.
Benché il concetto di minoranza sia di elaborazione piut­
tosto tardiva e prettamente europea, al mondo islamico in
generale era ovviamente del tutto chiara l'esistenza di una
dicotomia tra Arabi e non Arabi, tra musulmani e non mu­
sulmani. Agli Arabi, in quanto primi diffusori dell'Islàm, si
dovette riconoscere una specie di primato storico (fondato
in sostanza sul fatto che la rivelazione coranica venne co­
municata in primo luogo agli Arabi, e «in perfetta lingua
araba» ) , controbilanciato però - in seguito alla conversio­
ne di popolazioni, come quelle iraniche, caratterizzate da
un elevato livello di sviluppo economico, sociale e cultura­
le - dalla rivendicazione di una parità di trattamento nel­
l'ambito della comunità islamica, l' umma, in seno alla qua­
le non dovrebbero esistere discriminazioni di tipo etnico­
razziale. Donde il manifestarsi di contrasti di interesse e di
richieste che si potrebbero definire «nazionali>> , le cui trac­
ce sono evidenti fin dai primi secoli di storia dell'Islàm. Del
tutto assiomatica, per i musulmani, era invece la posizione
inferiore dei non musulmani, esplicitamente prevista dal
Corano, che da un lato riconosce la dignità delle altre fedi
monoteistiche2 e dall'altro le subordina gerarchicamente
all'Islàm: <<Combattete coloro che non credono in Dio e nel
Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio
e il suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra
quelli cui fu data la Scrittura, che non s'attengono alla Re­
ligione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tri­
buto>> ( Corano IX, 29) .
210 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Gli Ottomani, come qualsiasi altra dinastia musulmana,


disponevano dunque degli strumenti concettuali necessari
per impostare su basi giuridiche solide i rapporti con i non
musulmani classificabili tra gli ahl al-kitab (la «gente del li­
bro», owero i seguaci di una verità rivelata) ; in particolare,
con cristiani ed ebrei, con i quali intrattennero stretti rap­
porti fin dalle origini dello Stato. Questi rapporti erano re­
golati, in linea generale, dal contratto di dhimma ( <<prote­
zione>> ) , un patto a tempo indeterminato mediante il quale
la comunità musulmana concedeva ospitalità e protezione
ai seguaci delle altre fedi monoteistiche, a condizione che
essi riconoscessero - mediante il pagamento di un tributo ­
la supremazia dell'Islàm. A questa norma fondamentale si
aggiunsero numerose prescrizioni - spesso violate o dimen­
ticate - in materia di abbigliamento (imposizione ai non
musulmani di segni o colori caratteristici per distinguerli dai
musulmani) , di urbanistica (divieto di suonare campane e
di costruire chiese o sinagoghe più alte delle moschee) , e
perfino di circolazione stradale (divieto di viaggiare a caval­
lo, obbligo di dare la precedenza ai musulmani) .
Nel contesto ottomano queste norme di carattere gene­
rale vennero rafforzate da alcune particolarità dei criteri
amministrativi turchi rispetto a quelli arabi. Già l'awento
dei Selgiuchidi aveva ridotto il numero dei cristiani impie­
gati nell'amministrazione dello Stato, di cui gli Arabi si era­
no abbondantemente serviti: i nuovi venuti portarono con
sé metodi amministrativi propri, in primo luogo il sistema
degli atabeg, dal nome del personaggio a cui il sultano affi­
dava il compito di educare i principi in giovane età. L'istitu­
to, generalizzato in seguito a vantaggio dei capi militari tur­
chi, diede origine a una forma particolare di feudalesimo,
con un proliferare di dinastie semiautonome, che avevano
sempre meno bisogno di ricorrere all'aiuto di funzionari
non musulmani. A loro volta gli Ottomani, introducendo
istituzioni quali il devshzrme, ridussero il fabbisogno di fun­
zionari non musulmani, attuando in effetti un processo di
l. La conquista 211

«islamizzazione>> dello Stato funzionale agli interessi della


dinastia, che nel 1 537 decretò la costruzione di moschee in
ogni villaggio dell'impero «per le preghiere prescritte>> .
Questa politica è particolarmente significativa nei territori
di recente conquista, sottratti non a potenze cristiane ma ad
altre dinastie musulmane: in Palestina, in quello stesso an­
no, in ogni villaggio esisteva un imam, che mancava invece al
tempo dei Mamelucchi, per i quali essere musulmani signi­
ficava più costruire moschee e scuole di prestigio che preoc­
cuparsi di islamizzare il contadinato (Singer 1994, 9) .
Si trattò di uno sforzo di islamizzazione e non di tur­
chizzazione: l'impero ottomano si distingue soprattutto per
la sua multietnicità e per la lungimiranza dei suoi sovrani,
che non esitarono ad accogliere nei gradi più alti dell'am­
ministrazione Armeni ed ebrei, Greci d'Asia Minore e d'Eu­
ropa, Slavi e Romeni, per non parlare dei profughi che,
spinti dalle persecuzioni endemiche nell'Europa travaglia­
ta dalle guerre di religione, si affacciavano ai confini del­
l'impero: esempio notevole di simbiosi tra musulmani e
dhimmi, certamente utile al buon funzionamento dello Sta­
to, ma non per questo meno apprezzabile. Aprendo le por­
te a musulmani ed ebrei espulsi dalla Spagna nel 1 492, la
Sublime Porta consentì una fioritura delle minoranze che
non aveva l'ugua le nel mondo islamico, e tanto meno in Eu­
ropa: Greci ed Armeni continuarono ad accedere a posi­
zioni di prim'ordine fino al XIX secolo, e gli ebrei, accolti
dopo l 'espulsione dagli Stati cristiani, trovarono condizio­
ni nettamente migliori di quelle a cui erano abituate le co­
munità ebraiche d'Europa. Non solo: più d'una volta la
Porta intervenne in difesa degli ebrei sotto sovranità cri­
stiana, ad esempio nel 1 555, quando Paolo IV cominciò a
perseguitarli ( l nalcik 1994, 243) .
Il risultato netto del diverso atteggiamento nei confron­
ti delle minoranze è che nell'ultimo mezzo millennio i con­
fini tra Europa cristiana e mondo islamico sono stati attra­
versati da un flusso continuo di vittime delle persecuzioni,
212 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

soprattutto religiose ma anche politiche; un flusso formato


dalle fiumane di ebrei e musulmani espulsi dalla penisola
iberica dopo il 1 492, ma anche dai mille rivoli composti da
coloro che a fianco dei minareti speravano di trovare con­
dizioni migliori di quelle vigenti sotto i campanili. E di so­
lito le loro speranze non andavano deluse. Il flusso si arre­
sterà soltanto nel XIX secolo quando - sulla scia della Ri­
voluzione francese e dell'emancipazione degli ebrei - l'Eu­
ropa finalmente raggiunge il livello di tutela giuridica dei
«diversi» che veniva garantito dalle norme islamiche. E pro­
prio allora questo livello comincerà a declinare, nel mondo
islamico, sotto la spinta disgregatrice dei nazionalismi, at­
tizzati qui dalla Russia, là dall'impero asburgico, altrove dal­
la Francia, e così via. Ma ancora verso la metà di quel seco­
lo ci saranno esuli europei che troveranno asilo nell'impe­
ro ottomano, come il generale polacco Jozef Bem ( 1 794-
1 850) che, dopo aver partecipato all'insurrezione unghe­
rese del 1 848, fu costretto a rifugiarsi insieme a Kossuth nel­
l'impero ottomano, dove abbracciò l 'Islàm e divenne go­
vernatore di Aleppo. Anche le vicissitudini del nostro Ri­
sorgimento costrinsero un certo numero di patrioti a cer­
care asilo nel Maghreb: specialmente in Tunisia, ma anche
in Marocco, dove Garibaldi in persona trovò asilo tempo­
raneo a Tangeri, nel 1 849, dopo la caduta della Repubblica
romana (Bono 1 984, 2 1-43) .
Oggi è indiscutibile che la condizione delle minoranze,
e della tutela dei diritti umani in genere, sia tutt'altro che
invidiabile nel mondo islamico. A livello teorico non si può
fare a meno di riconoscere l 'esistenza di un profondo diva­
rio fra le concezioni occidentali e quelle islamiche in fatto
di democrazia: da una parte la proclamata uguaglianza dei
cittadini di fronte alla legge, indipendentemente da diffe­
renze di razza, sesso, lingua o religione; dall'altra una tra­
dizione in materia di minoranze che, prendendo in consi­
derazione soltanto quelle religiose, assegna loro una con­
dizione di cittadini di seconda categoria. Analoghe conclu-
l. La conquista 213

sioni si potrebbero trarre da un confronto tra la Dichiara­


zione dei diritti dell'uomo del 1 789 e testi islamici più re­
centi quali la Dichiarazione islamica universale dei diritti
dell'uomo o il Progetto di dichiarazione dei diritti dell'uo­
m o nell'Islàm. La prima presenta differenze talmente si­
gnificative fra il testo arabo da una parte e quello francese
o inglese dall'altra, da consentire il sospetto che le versioni
in lingue occidentali fossero destinate a tranquillizzare i
non musulmani (Martin Muiioz 1993; Merad 1 985 ) . Il se­
condo, elaborato dalla XIX Conferenza islamica dei mini­
stri degli Affari esteri svoltasi al Cairo nell'agosto 1990, do­
veva essere presentato per l'approvazione al sesto <<Vertice>>
dei capi di Stato dell'Organizzazione della Conferenza isla­
mica del dicembre 1 99 1 a Dakar; fu invece ritirato dall'or­
dine del giorno, presumibilmente a causa delle critiche
mosse da diversi specialisti. Nel febbraio 1 992 il progetto fu
infatti denunciato (in sede di Commissione delle Nazioni
Unite per i diritti umani) dalla Commissione internaziona­
le dei giuristi, in quanto incompatibile con la Dichiarazio­
ne universale dell'Gnu del 1 948, e discriminatorio nei con­
fronti della donna e dei non musulmani (Martin Muiioz
1 993, 319) . A simili obiezioni un musulmano potrebbe ri­
battere - e molti lo fanno - che le pressioni internazionali
a favore di una migliore tutela dei diritti umani, o delle mi­
noranze in particolare, sono servite in passato, e talvolta an­
che ai nostri giorni, per intervenire negli affari interni di
Stati sovrani (Mrabet 1 983) . La storia del mondo arabo in
particolare, e di quello islamico in generale, è ricca in ef­
fetti di esempi di sfruttamento di tensioni imperniate sulle
minoranze, posto in atto da varie potenze europee per fini
di espansione o consolidamento coloniale. Dovrebbe tutta­
via essere superfluo sottolineare che, se Armeni, Berberi e
Copti, se Curdi, Drusi ed ebrei sono stati strumenti più o
meno consapevoli di politiche coloniali o post-coloniali,
non è questa una buona ragione per negare il loro diritto
alla tutela della propria specificità culturale3.
214 Capitolo ter;.o. l musulmani nell'età dell'imperialismo

Dalle Crociate alla colonizzazione

A lungo si è discusso se le Crociate siano da considerarsi


una sorta di prologo dell'espansione coloniale europea; in
genere si nega che i due processi siano omogenei, per la di­
versità delle condizioni che li hanno messi in moto. Le Cro­
ciate, si afferma, si svolsero molto prima che l'Europa cri­
stiana si fosse scrollata di dosso l'inferiorità materiale com­
plessiva nei confronti del mondo islamico, ed ebbero succes­
so più per indifferenza dei sovrani musulmani (non dei lo­
ro sudditi nella regione investita dai ,,franchi» ) che per su­
periorità militare o tecnologica degli invasori; i quali furo­
no, al contrario, colpiti dal livello della cultura con cui era­
no venuti in contatto (Jones 1984; Gabrieli 1957; Maalouf
1993) . Sul piano dell'interpretazione specificamente eco­
nomica si è fatto giustamente rilevare che le imprese euro­
pee successive alle grandi scoperte geografiche, e in parti­
colare la colonizzazione degli ultimi due secoli, sono legate
al processo di accumulazione del capitale, alla rivoluzione
industriale, al predominio economico dell'Europa nord-oc­
cidentale protestante: tutti eventi che, all'epoca delle Cro­
ciate, erano ancora molto lontani nel futuro. Eppure l'idea
di una continuità fra Crociate ed espansione coloniale eu­
ropea è piuttosto radicata al di fuori dell'Occidente.

Americani ed Europei rimangono perplessi e sdegnati quan­


do qualche musulmano afferma che le politiche degli Stati cri­
stiani sono ancora dettate dal fervore religioso delle crociate. Ma
la denuncia da parte islamica della tradizione crociata non è co­
sì inspiegabile né anacronistica quanto si potrebbe spesso crede­
re [ . . ] . L'argomento principale portato a sostegno della giustez­
.

za di una guerra santa in Terra Santa era molto simile a quello


che nove secoli dopo usarono i Sionisti, ossia l'esistenza di un di­
ritto di proprietà voluto da Dio (Partner 1 997, 1 26) .

La cosiddetta Terra Santa rappresenta senza dubbio un


elemento di continuità tra l'epoca delle Crociate e i nostri
l. La conquista 215

giorni: non sotto il profilo dell'occupazione politico-milita­


re del territorio, che è finita nel 1 29 1 con la caduta dell'ul­
timo caposaldo cristiano, San Giovanni d'Acri, nelle mani
dei Turchi, ma dal punto di vista di un perdurante interes­
se diplomatico, incarnato soprattutto dalla Custodia di Ter­
ra Santa. Questo ente religioso internazionale, sorto alla fi­
ne del regno latino di Gerusalemme e riconosciuto da pa­
pa Clemente VI nel 1 342, con la finalità di presiedere al cul­
to dei <<Luoghi santi>> cristiani in Palestina, ha rappresenta­
to una non trascurabile presenza europea fatta di monaste­
ri e santuari, ma anche di scuole e istituzioni assistenziali,
che hanno aperto la strada a una specie di gara fra le con­
fessioni religiose e i loro protettori (lo zar per gli ortodos­
si, la Francia per i cattolici, la Gran Bretagna e la Germania
per i protestanti ) da cui sono scaturite rivalità e tensioni,
con rilevanti conseguenze anche sul teatro europeo: non
sarà superfluo ricordare che tra le cause - o i pretesti - del­
la guerra di Crimea ( 1 854-1856) vi fu una disputa fra reli­
giosi per una servitù di passaggio e il possesso di qualche
metro quadrato della basilica del Santo Sepolcro a Gerusa­
lemme. Tutto ciò contribuì a fare della Palestina, ancor pri­
ma della nascita del sionismo, un territorio privilegiato per
diversi tentativi di colonizzazione posti in atto dai Templa­
ri tedeschi e da filantropi britannici, da organizzazioni assi­
stenziali francesi ed ebraiche.
Altro territorio privilegiato per operazioni precoloniali
è il Libano, generalmente considerato dalla storiografia eu­
ropea - o eurocentrica - uno dei principali c t;ntri di resi­
stenza araba contro i Turchi. Fin dal 1 5 1 6 Selim I ne aveva
affidato l 'amministrazione a un notabile locale, Fakhr al­
Din I emiro della dinastia dei Maanidi o Banu Ma'n, che si
riconosceva vassallo della Sublime Porta, ma cercava di non
pagare il tributo; donde un tentativo ottomano di passare
all'amministrazione diretta, che suscitò fiera resistenza da
parte sia dei contadini, sia dei signori locali. Ne seguì una
lotta lunga e tenace. Fakhr al-Din I finì awelenato nel 1 544
216 Capitolo trmo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

alla corte del pascià di Damasco e suo figlio Kirkmas, come


molti altri rappresentanti della nobiltà libanese, cadde in
combattimento contro gli Ottomani durante una spedizio­
ne punitiva nel 1 585. Fin qui non compaiono elementi che
possano far parlare con sicurezza di guerra di religione;
qualcosa di simile si manifesta nella seconda fase della resi­
stenza libanese, con Fakhr al-Din II ( 1 572-1 635) . Abile di­
plomatico, definito «fedele discepolo di Machiavelli» , da
druso si fa cristiano e ostenta fedeltà nei confronti del sul­
tano, che lo nomina governatore dei distretti montani e co­
stieri del Libano, nonché di parte della Siria e della Pale­
stina; ma intanto prepara una crociata, armando un eserci­
to di 40.000 uomini e, nel 1 61 3, scatena una ribellione se­
guita dalla maggior parte della popolazione libanese. Scon­
fitto, si rifugia a Firenze, dove era già in rapporti con Cosi­
mo II di Toscana; insieme cercano invano di mettere in pie­
di una coalizione con la Francia, il papa e i Cavalieri di Mal­
ta, finché Fakhr al-Din (è il Faccardino della nostra storia­
grafia) torna in patria, graziato da Othman II ( 1 618-1622) ,
per dedicarsi alla modernizzazione ed europeizzazione del
Libano, mandando giovani a studiare in Italia: iniziativa
che da una parte alimenta l'educazione spirituale e «nazio­
nalista» maronita, dall'altra stimola gli studi europei di fi­
lologia araba. Dopo una nuova ribellione da cui esce scon­
fitto, viene condotto a Costantinopoli e messo a morte; ma
le insurrezioni continuano anche dopo l'estinzione ( 1 698)
della dinastia dei Banu Ma'n, a cui si sostituisce quella de­
gli Shihab. La lotta assume aspetti di guerra civile, tra rag­
gruppamenti tribali noti come Qaisiti, autonomisti, e Ye­
meniti filoturchi. Nel 1 7 1 0 i primi avranno la meglio e la
Sublime Porta rinuncerà in sostanza a occuparsi degli affa­
ri interni del Libano. La situazione era, pertanto, favorevo­
le alle ingerenze europee: sarà la Francia a trarne vantag­
gio, presentandosi come paladina dei cristiani - in primo
luogo dei maroniti - e gettando le basi di una «relazione
speciale» che la premierà con il Mandato su Libano e Siria,
l. La conquista 217

assegnatole dalla Società delle Nazioni all'indomani della


prima guerra mondiale.
Non era solo il «Libano maronita e cristiano, erede della
civiltà fenicia», prediletto da certa pubblicistica, a mordere
il freno: è interessante il caso del governatore dell'Egitto 'Ali
Bey al-Kabir (un mamelucco originario dell'Abkhasia, nel
Caucaso meridionale) che approfittò della guerra russo-tur­
ca del 1 768-1774 per proclamarsi indipendente; allearsi con
il qaisita Zahir, governatore di Safad, e assalire le forze otto­
mane con qualche aiuto da parte russa. L'intero territorio ot­
tomano, e in primo luogo le sue regioni periferiche, appari­
va agli occhi dei futuri colonizzatori europei come area pro­
mettente in quanto attraversata da tensioni, ambizioni di
amministratori vogliosi di mettersi in proprio, rivendicazio­
ni a sottofondo etnico, per non dire protonazionali, di Ara­
bi e di altri membri di minoranze non turche, nei confronti
del potere ottomano.

Fasi e cause del declino ottomano

Si è già visto come la crisi finanziaria sia il principale fat­


tore del declino della potenza ottomana nel suo comples­
so: ma quando cominciò questo processo? Si ammette in
genere che l'assedio di Vienna del 1 683 segni l'apogeo, il
culmine della potenza militare della Porta, ma sul piano
simbolico va ricordato il trattato di Zsitva Torok del 1 606,
che pose temporaneamente fine alle ostilità con gli Asbur­
go (e segna l 'inizio del riflusso ottomano dall'area danu­
biano-balcanica) . In questa occasione il sultano Ahmet I do­
vette rinunciare al sogno di un impero universale, ricono­
scendo per la prima volta l'imperatore cristiano come suo
pari (Lewis 1998, 1 1 3) .
Il processo si intensifica e appare irreversibile con le tap­
pe segnate dal trattato di Karlowitz ( 1 699) , in virtù del quale
Ungheria, Transilvania, Slovenia e Croazia passano all'Au-
218 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

stria, e dalla pace di Passarowitz ( 1 71 8 ) , che toglie alla Porta


anche la Serbia settentrionale. Nel secolo successivo, a que­
ste pressioni esterne (culminate nel Congresso di Berlino del
1 878, che sancisce l'aperta ingerenza dell'Europa occiden­
tale negli affari interni ottomani, giustificata o teorizzata in
base al dovere di proteggere le minoranze e ali' esigenza di tu­
telare gli interessi dei creditori europei) si aggiungeranno le
prime manifestazioni di nazionalismo balcanico, che merita­
no un po' di spazio anche per i loro strascichi attuali. In Bo­
snia, sotto la dominazione austriaca iniziata nel 1878

all'improvviso i cattolici dovevano essere croati e gli ortodossi ser­


bi - un nonsenso storico. La popolazione era totalmente rime­
scolata da migrazioni e conversioni. Nessuno poteva dire se un
ortodosso discendesse da una famiglia già ortodossa nel Medioe­
vo, oppure da avi cattolici, o ancora da membri della Chiesa di
Bosnia. E comunque i termini <<serbo>> e <<croato>> non avevano al­
cun peso nella tradizione locale - fino al momento in cui, pur­
troppo, nel corso del XIX secolo, i bosniaci cominciarono a sof­
frire di problemi di identità nazionale. Un problema sollevato an­
che dai croati, che insieme ai bosniaci cominciarono a proda­
marsi l'autentica e originaria popolazione di quei luoghi, cer­
cando di mettere i serbi (ovvero gli ortodossi) sotto la luce dei
buoni ultimi [ . . ] . Il punto è questo: ogni etichetta etnica usata
.

nella Bosnia moderna si fonda su mistificazioni. La trasforma­


zione in <<serbi>> e <<croati>> di molte famiglie vissute per secoli in
terra bosniaca è un tardo fenomeno del XIX secolo. Se proprio
volessimo cercare una definizione generale, solo una può avere
un qualche senso: <<bosniaci>>. Almeno era questo il nome dello
Stato medievale e della provincia ottomana. Nonostante i fre­
quenti spostamenti territoriali e militari alle frontiere, né serbi
né croati possono avanzare pretese storicamente fondate sul ter­
ritorio di Bosnia (Fine 1995, 1 6-1 7) 4•

E i musulmani? Man mano che l'impero perdeva terreno


nei Balcani, e soprattutto a partire dal 1 878, davano vita al fe­
nomeno dei muhacir (lett. «migranti>>) che, di fronte alla cre­
scente pressione austro-ungarica, preferivano trasferirsi in
l. La conquista 219

Anatolia, mischiandosi ad altre correnti di profughi prove­


nienti - quali i Circassi - dai territori investiti dall'espansio­
ne russa, dalla Crimea al Caucaso all'Asia centrale, senza tra­
scurare gli esuli dai territori greci (Planhol 1 968, 257-259) .
Se la crisi finanziaria è il principale fattore del declino
ottomano, all'interno di questa tendenza generale si posso­
no tuttavia individuare motivi ed elementi specifici a cui va
attribuita importanza, talvolta decisiva, nell'evolversi degli
eventi nelle diverse province dell'impero. Sempre nei Bal­
cani, ad esempio, un motivo a lungo termine della deca­
denza va individuato nella natura stessa dell'insediamento
turco. La scelta preferenziale dei fondovalle e delle pianure
come luoghi di radicamento dell'immigrazione turca, con­
sentendo agli autoctoni di conservare la propria identità
culturale sulle montagne e di gettarvi i semi di una riscossa
politica, ha costituito probabilmente la causa ambientale
più duratura del declino islamico. Non c'è dubbio che sa­
rebbe stato difficile islamizzare le regioni di montagna con
i loro boschi di querce, basi alimentari di un fiorente alle­
vamento di suini, senza ridurre drasticamente le possibilità
di sopravvivenza della popolazione. La diffusione dell'I­
slàm avrebbe infatti sostituito i maiali con le capre, anima­
li ecologicamente devastanti perché brucano anche i ger­
mogli e in tal modo impediscono che la foresta si rigeneri,
condannandola a morire di vecchiaia; mentre il maiale che
grufola in cerca di ghiande non distrugge il sottobosco ma,
tutt'al più, quel fungo prelibato che non a caso si chiama
porcino. La prescrizione islamica di non consumare carne
suina ha quindi contribuito, in maniera forse decisiva, alla
conservazione della cultura cristiana e, indirettamente, al­
l'esplosione dei nazionalismi antiottomani nel XIX secolo.
Non è una semplice coincidenza che, dietro organizzatori
di movimenti irredentisti e fondatori di case regnanti bal­
caniche di cultura cristiana quali i Karageorgevic, si possa
riconoscere una passata tradizione di allevatori o mercanti
di maiali (Cunningam 198 1 , 1 64; Donini 1985, 3 1 ) .
220 Capitolo ten.o. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Di pari passo con il declino generale dell'impero otto­


mano crescevano gli abusi connessi con il regime delle capi­
tolazioni. Molti sudditi non musulmani pagavano ambascia­
tori e consoli stranieri per farsi assumere al loro servizio co­
me dragomanni o interpreti, per approfittare delle esenzio­
ni fiscali e, in genere, dello status giuridico più conveniente
previsto da quella generosa istituzione: nel 1 793 la sola Alep­
po contava 1 500 mercanti locali (cristiani ed ebrei) che si
spacciavano per dragomanni, di cui appena sei erano veri in­
terpreti (Wansbrough, Imtiyazat in EF) . La Russia, dal canto
suo, aveva esteso la propria tutela a circa 1 20.000 Greci e pre­
tendeva di farsi riconoscere come potenza protettrice di tut­
ti i cristiano-ortodossi dell'impero. Le proteste ottomane
contro questi e analoghi abusi ebbero scarso effetto, giacché
le potenze europee, seguendo la Gran Bretagna sulla via del­
la rivoluzione industriale, volevano garantirsi un accesso si­
curo ai mercati del Levante. Con una convenzione del 1 838
il governo di Londra (imitato ben presto dagli altri <<Stati ca­
pitolari») si fece confermare per sempre i privilegi esistenti,
fissando i diritti doganali ottomani al 3% sulle importazioni
e al 9% sulle esportazioni: nei dieci anni seguenti la produ­
zione artigianale e industriale ottomana subì un tracollo.
Nel periodo delle riforme ( tanzimat) si moltiplicarono, da
parte ottomana, le richieste di abolizione delle capitolazio­
ni: in base ai prowedimenti introdotti nel 1 867, in effetti, gli
stranieri venivano sottoposti alla legislazione, anche fiscale,
ottomana. Nello stesso tempo, tuttavia, si riconosceva loro il
libero accesso alla proprietà immobiliare, decisione che aprì
al capitale europeo la possibilità di investire nelle banche e
nei trasporti, nei servizi e nei porti, riducendo l'impero ot­
tomano - sempre più indebitato - a una condizione semi­
coloniale. Allo scoppio della prima guerra mondiale la Su­
blime Porta si dichiarò disposta a mantenersi neutrale in
cambio dell'abolizione delle capitolazioni, ma non ottenne
adeguate garanzie e ne decretò unilateralmente la soppres­
sione 1'8 settembre 1914.
l. La conquista 221

Il capitolo della crisi finanziaria meriterebbe un'analisi


p articolareggiata delle sue componenti, sintetizzabili nel­
l 'insufficienza delle entrate, dall' imposta proporzionale sui
prodotti delle terre ( 'ushur, la «decima» ) all'imposta fondia­
ria fissa ( cift resmz) , da tasse varie sul bestiame e sui mulini ai
diritti doganali e ai tributi imposti a Stati vassalli. La maggior
parte di questi introiti era destinata a far fronte, in maniera
sempre più inadeguata, alle necessità di un apparato statale
capillare e, malgrado le opinioni correnti in Europa, non fa­
talmente votato all'inefficienza, come dimostrano i ripetuti
sforzi compiuti per combattere il declino, gli sprechi, la cor­
ruzione. La crisi era destinata ad aggravarsi di pari passo con
il ridursi della potenza militare: ogni provincia perduta era
un cespite in meno per l'erario, mentre le spese non dimi­
nuivano in proporzione, per la necessità di mantenere sotto
le armi truppe sempre più demoralizzate, ma non per que­
sto meno turbolente o meno decise nell'esigere il pagamen­
to del soldo, e generalmente ostili - soprattutto i giannizze­
ri - a innovazioni e riforme come criteri di arruolamento e
addestramento moderni, temuti come segni premonitori di
soppressione dei privilegi tradizionali. Fallirono in tal modo
i tentativi avviati con l 'istituzione del nizam-i gedid, l' «ordine
nuovo» concepito da Selim III ( 1 789-1807) , che

in parte comportava la restaurazione del tradizionale centrali­


smo owero - da un punto di vista assolutistico - potare gli abusi,
esattamente come nel Bengala avevano dovuto fare i Britannici,
semplicemente per ripristinare la buona amministrazione dell'e­
poca timuride. Tenere a freno gli inquieti giannizzeri, ad esem­
pio, era da generazioni cura tradizionale dei sultani ottomani as­
solutisti, e Selim III lo considerò a sua volta obiettivo primario. In
parte, però, comportava una progressiva trasformazione dei mec­
canismi sociali della capitale, al fine di consentire una politica di
ordinata e proficua dipendenza economica e culturale dall'Oc­
cidente. La prassi amministrativa doveva adattarsi alle aspettative
occidentali, e tutto l'impero andava aperto a uno sfruttamento
razionale (Hodgson 1 974, 2 1 5 ) .
222 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Una ricetta che fa pensare ai rimedi proposti dal Fondo


monetario internazionale nel tardo XX secolo; ma non fun­
zionò e, nel 1 826, Mahmud II si ritenne costretto a distrug­
gere fisicamente il corpo dei giannizzeri e abolire il sistema
del timar, senza però riuscire ad arginare la crisi finanziaria.
Ed ecco la Porta contrarre nel 1 854 il suo primo prestito este­
ro e imboccare la via di un indebitamento crescente, con il
suo corollario di ingerenze politiche da parte dei paesi cre­
ditori, destinate ad agevolare ulteriormente la penetrazione
del capitale occidentale. Alla vigilia della prima guerra mon­
diale l 'impero ottomano era ridotto a una condizione so­
stanzialmente non dissimile da quella di una colonia.
Il crollo dell'impero fu accelerato dalle tensioni che di­
lagarono nei Balcani e nelle province arabe durante il XIX
secolo. Nella parte europea dell'impero nascevano socie­
tà segrete in cui furono particolarmente attivi Bulgari, Gre­
ci e Serbi, che perseguivano l'obiettivo dell'indipenden­
za anche con il terrorismo. Questi metodi ispirarono a lo­
ro volta il movimento dei Giovani Turchi, guidati dal <<Co­
mitato per l'unità e il progresso>> , costituito da ufficiali che
traevano motivo di opposizione al governo di lstanbul pro­
prio dall'inefficacia dei metodi di repressione delle rivolte
nazionali, soprattutto in Macedonia; ma dopo aver preso il
potere nel 1908 si vedranno accusati di aver perduto in un
anno più di quanto il vecchio sultano avesse perso durante
tutto il suo regno. Una prima rivolta era esplosa nel 1 804 in
Serbia sotto la guida di un commerciante , Karageorge o Ka­
rageorgios, che intendeva combattere i soprusi senza ne­
cessariamente uscire dall'impero; i Serbi, sconfitti, insorse­
ro di nuovo nel 1 8 1 5 sotto la guida di Milos Obrenovic, con­
quistandosi una certa autonomia. Nel 1821 fu la volta dei
Greci, che vennero battuti ma, con l'aiuto morale degli in­
tellettuali europei, e quello politico-militare della Russia,
ottennero l'indipendenza nel 1 829. Sempre con l'aiuto rus­
so nasceva la Romania, indipendente dal 1 866. Altre rivol­
te scoppiarono nel 1 875 in Bosnia-Erzegovina e nel 1 876 in
l. La conquista 223

Bulgaria: quest'ultima ottenne l'autonomia (ma non l'in­


dipendenza) grazie alla guerra russo-ottomana nel 1 878. La
Bosnia e l'Erzegovina passavano all'impero austro-ungari­
co, mentre veniva riconosciuta l 'indipendenza di Serbia,
Romania e Montenegro5.
La crescente ingerenza russa nei Balcani era il riflesso
della pressione sempre più decisa che l'impero degli zar an­
dava esercitando contro le frontiere ottomane, e del primo
realizzarsi della secolare aspirazione russa a trovare sbocchi
nelle acque di mari aperti, o relativamente tali. Non c'è
dubbio che, dal punto di vista moscovita, il Mediterraneo
fosse un mare molto più aperto del Mar Nero, e verso le sue
acque la rotta era stata tracciata fin dalla pace di Kiiçiik Kay­
narca che pose termine alla guerra russo-ottomana del
1 768-1 774, vinta grazie al successo della flotta del Baltico,
guidata dall'ammiraglio Orlov nelle acque di çdme da­
vanti a Chio nel 1 770. Con questo trattato l 'impero otto­
mano dovette riconoscere l'indipendenza della Crimea,
mentre la Russia otteneva - oltre al territorio delimitato dai
fiumi Dnepr e Bug - il diritto di costruire fortificazioni lun­
go le rive del Mar d'Azov e la libertà di navigazione nel Mar
Nero, compreso l 'attraversamento dei Dardanelli. Altre
clausole del trattato consentiranno poi alla Russia di riven­
dicare, nei confronti dei sudditi ottomani di religione cri­
stiano-ortodossa, un diritto di protezione di cui il governo
zarista approfitterà per esercitare una crescente ingerenza
politica nell'impero ottomano. In cambio la Russia ricono­
sceva, in termini volutamente vaghi e contraddittori, una
specie di potere spirituale del sultano, in quanto califfo, sui
musulmani dell'impero zarista, che non ebbe effetti prati­
ci. Un'altra importante tappa di questa penetrazione russa
nel Mediterraneo sarà la vittoria di N avarino ( 1 827) , il por­
to del Peloponneso nelle cui acque la flotta egiziana al co­
mando di Ibrahim Pascià, mandata a dar man forte agli Ot­
tomani impegnati nella repressione della guerra di indi­
pendenza greca, fu sconfitta da squadre navali francesi, bri-
Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

Fig. 11. Fasi di decadenza dell'impero ottomano (1 683-1 915).


l. La conquista

!=:l Trattato di Karlowitz (1 683-1 699)

D Trattato di Passarowitz (1 700- 1 7 1 8)

0 Trattato di Kuçuk Kaynarca (1 768-1 774)

6J Trattato di Bucarest (1 775-1 8 1 2)

P E R S I A

P E N I S O LA

ARABA
226 Capitolo teno. I musulmani nell'età dell'imperialismo

tanniche e russe. Ne approfittò soprattutto l 'impero zarista


per muover guerra, nel 1 829, alla Porta che, di conseguen­
za, dovette accettare l'indipendenza della Grecia.
La disgregazione interna, nel frattempo, continuava: alla
dichiarazione di indipendenza bulgara ( 1908) seguì come
naturale conseguenza l'annessione della Rumelia orientale
da parte della Bulgaria; l 'impero austro-ungarico, dal canto
suo, si annetteva formalmente nel 1908 la Bosnia e l'Erze­
govina già occupate dopo l 'insurrezione del 1 875; e nuove
rivolte a Creta (dove la Porta fu indotta da pressioni franco­
russe a concedere una ragionevole autonomia nel 1 868) in­
dussero l'isola a proclamare l'annessione alla Grecia che fu
riconosciuta dalla Turchia solo nel 1 91 3. Le due guerre bal­
caniche del 1 9 1 2 e del 1 9 1 3 determinarono infine la perdi­
ta della Tracia, della Macedonia e delle isole dell'Egeo, men­
tre con la guerra di Libia l ' Italia occupava « temporanea­
mente» il Dodecaneso. Il territorio turco dei Balcani si era
ormai ridotto praticamente a quello attuale della Turchia
europea.
I nuovi Stati balcanici nascevano, tuttavia, indeboliti dal­
la presenza di minoranze etnico-linguistiche, motivo di ver­
tenze di frontiera che portarono a numerosi conflitti: nel
1 885 tra Serbia e Bulgaria, poi tra l'impero ottomano e la
Grecia, che fu sconfitta ma ottenne Creta grazie alle solite
pressioni europee. Nell'impero rimaneva la Macedonia, in
cui erano presenti tutte le popolazioni dei Balcani (donde
il nome di quella che gli anglosassoni chiamano «insalata di
frutta>> ) ; nel 1 893 vi cominciò ad agire un'organizzazione
che aveva per obiettivo l'indipendenza e una federazione
degli Slavi del Sud. Con tattiche di guerriglia e metodi ter­
roristici immobilizzò una parte dell'esercito ottomano, con­
tribuendo indirettamente alla presa del potere da parte dei
Giovani Turchi. Lo sbarco italiano in Libia nel 191 1 , dal can­
to suo, forniva l'occasione favorevole per le due guerre bal­
caniche del 1 9 1 2 e 1913. Nella prima l'impero ottomano fu
aggredito da Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia, e scon-
l. La conquista 227

fitto: agli Ottomani restava in Europa la sola Istanbul, ma i


contrasti tra i vincitori salvarono la situazione. La seconda
guerra balcanica vide in lizza da una parte la Bulgaria, dal­
l'altra Romania, Serbia, Grecia e impero ottomano; que­
st'ultimo poté recuperare Edirne e la Tracia orientale.
Non meno deleterie per la compattezza dell 'impero fu­
rono le tensioni caratterizzanti le sue province arabe, che
meritano una certa attenzione per il loro rapporto con il
nazionalismo arabo, l'ideologia che per tanta parte del XX
secolo ha mobilitato una componente importante, anche
se tutt'altro che maggioritaria, del mondo islamico. Nei più
diffusi testi divulgativi la storia degli Arabi, dopo la sconfit­
ta dell'Egitto mamelucco da parte degli Ottomani nel l 5 1 7,
è piuttosto trascurata, come se una radicata deformazione
eurocentrica spingesse a occuparsi di loro solo quando le
loro vicende riguardano da vicino il nostro continente. Gli
Arabi continuano naturalmente ad avere una loro storia,
che è anche storia di contrapposizione all'impero ottoma­
no, ma generalmente ci si ricomincia ad occupare di loro
quando, nel XIX secolo, diventano di nuovo fattori - o pe­
dine - di vicende europee: prima per effetto della spedi­
zione napoleonica in Egitto, poi in relazione con la com­
petizione coloniale in Nordafrica e nel Vicino Oriente, in­
fine per le ripercussioni della nascita del sionismo. In que­
sto contesto si tende spesso a sottolineare soprattutto gli
aspetti più direttamente antiottomani delle vicende arabe
e ad accentuare una presunta discendenza genealogica di­
retta dei primi movimenti nazionalistici arabi, sorti in Li­
bano e in Siria, dal nazionalismo liberale europeo.
Verso la metà del XIX secolo uno solo dei paesi arabi at­
tuali - il Marocco - era indipendente. A parte l'Algeria oc­
cupata dalla Francia nel l 830, gli altri, dalla Tunisia all'Iraq,
dalla Siria al Sudan, dalle coste nordafricane del Mediter­
raneo all'estremo sud della Penisola Araba, facevano parte
formalmente dell'impero ottomano, che non era sempre in
grado di esercitare ovunque una reale sovranità. Questa ve-
228 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

niva formalmente riconosciuta ma concretamente ignorata


come nell'Egitto di Muhammad 'Ali e dei suoi successori, o
apertamente sfidata da notabili periferici che tentavano di
rendersi autonomi senza il supporto di particolari elabora­
zioni ideologiche. Una parziale eccezione è quella dei
«Wahhabiti>> , che combattevano gli Ottomani in una lotta
non tanto di Arabi contro Turchi, quanto di credenti puri
contro rappresentanti di un potere non conforme agli idea­
li dell' Islàm. Agli altri Arabi, in massima parte musulmani
non troppo zelanti, mancavano le basi per un'opposizione
di tipo ideologico alla dominazione - turca sì, ma pur sem­
pre musulmana - del sultano di Istanbul.
Un'opposizione di questo genere, preparata da una pre­
sa di coscienza culturale, comincia a manifestarsi nelle pro­
vince arabe dell'impero in cui esistono minoranze di cri­
stiani ed ebrei sensibili alle influenze (e alle strumentalizza­
zioni) provenienti dall'Europa. A Beirut il letterato cristia­
no Butrus al-Bustani fondava nel 1863 la prima scuola na­
zionale araba e poi due giornali che proponevano ai lettori
argomenti non solo letterari, ma anche politici. Con altri in­
tellettuali si impegnò contro il fanatismo religioso (che, in­
sieme alle rivendicazioni sociali, fomentava i contrasti tra
cristiani, musulmani e drusi in Libano e Siria) . Obiettivi più
politici vengono rivendicati da un movimento organizzato a
Beirut a partire dal l 875 per opera di Ibrahim al-Yazigi e Fa­
ris Nimr, fra le cui richieste figurano l'indipendenza della Si­
ria e del Libano, il riconoscimento dell'arabo come lingua
ufficiale e il divieto all'impiego di truppe locali oltre i con­
fini siro-libanesi (Camera d'Afflitto 2002, 27-36) . Obiettivi
analoghi erano proposti dalla Lega patriottica araba fonda­
ta dal siriano 'Azuri, forse il più interessante e il meno ri­
cordato tra i padri del nazionalismo arabo: fu il primo a teo­
rizzare la dissoluzione dell'impero, la formazione di un re­
gno arabo indipendente in Mesopotamia, Arabia e Siria, e
l'istituzione di un califfato spirituale. Era funzionario del­
l'amministrazione ottomana nel vilayet di Gerusalemme:
l. La conquista 229

condannato a morte in contumacia e costretto all'esilio in


Francia, pubblicò a Parigi nel 1905 il volume Le réveil de la
nation arabe dans l'Asie turque. Benché nessuno al momento
lo prendesse sul serio, nel giro di dieci anni le idee che vi
espose erano patrimonio comune dei nazionalisti arabi.
Queste rivendicazioni, frustrate dal regime repressivo del
sultano Abdiilhamit II ( 1 876-1909) , furono riprese, nel cli­
ma di speranza e di ottimismo instauratosi in tutto l'impero
dopo la vittoria dei Giovani Turchi e la proclamazione della
Costituzione nel 1 908, soprattutto dal Partito ottomano per
il decentramento amministrativo, in seno al quale esercita­
vano una notevole influenza intellettuali della regione siro­
palestinese. Il regime costituzionale non tardò tuttavia a co­
lorarsi di acceso nazionalismo turco, se non turanico, che di­
videva gli Arabi spingendo ne una parte ad accontentarsi del­
l'autonomia, altri a rivendicare la completa indipendenza.
Nel 1908 nasceva a Istanbul un'organizzazione che ebbe
presto un notevole successo, la Fratellanza arabo-ottomana
( al-Ikha 'al-'arabi al-'uthmani) : sosteneva l'esistenza di una na­
zione ottomana divisa in diversi millet, di cui uno dei più im­
portanti era costituito dagli Arabi, non rivendicava il diritto
all'autodeterminazione, e si proponeva di appoggiare i Gio­
vani Turchi. Un programma così moderato non impedì tut­
tavia che la Fratellanza fosse messa al bando nel 1 909 come
tutte le altre associazioni politiche non turche. I suoi mem­
bri più militanti diedero vita a un circolo letterario di Istan­
bul ( al-Muntada al- 'arabi) che in realtà svolgeva attività poli­
tica, con migliaia di soci e sedi in molte città irachene e si­
riane. Il suo presidente, Karim al-Khalil, costituì poi una so­
cietà segreta, la Qahtaniyya (dal nome di un leggendario
eroe arabo preislamico) , che riuniva molti ufficiali arabi in
servizio nell'esercito ottomano: il suo obiettivo era la crea­
zione di un regno arabo separato in seno a un impero arabo­
turco. Altri membri del circolo letterario che stavano com­
pletando gli studi in Europa fondavano invece nel 191 1 la so­
cietà segreta «Giovane Arabia» ( al-Giam ' iyya al-'arabiyya al-
230 Capitolo terzo. I musulmrmi nell'età dell'imperialismo

Jath) , che ebbe una parte molto importante nella storia del
nazionalismo arabo: molti suoi membri, fautori della piena
indipendenza, furono giustiziati dai Turchi durante la prima
guerra mondiale, ma altri soprawissero fino a diventare emi­
nenti politici e statisti dei paesi arabi. Nello stesso anno sud­
diti ottomani di varie nazionalità si riunivano nel partito
Hurriyet ve Ittilaf (Libertà e concordia) , la cui parola d'ordi­
ne era «i paesi arabi agli Arabi, l'Armenia agli Armeni, il Kur­
distan ai Curdi>> , e così via. Programma analogo era quello
del Hizb al-lamarkaziyya al-idariyya al- 'uthmani (Partito otto­
mano del decentramento amministrativo) fondato al Cairo
nel 1 9 1 2 da un gruppo di nazionalisti arabi guidato da Rafiq
al-'Azm. Numerose società con più moderati obiettivi di
riforma (Islah) sorgevano contemporaneamente in varie
città di Siria, Libano e Iraq. Per unificare gli sforzi di tutte
queste organizzazioni, la <<Giovane Arabia>> convocò a Parigi
il I Congresso arabo, che si concluse con una mozione a fa­
vore dell'autonomia delle province arabe. Le trattative av­
viate con il governo di Istanbul per arrivare a un accordo fal­
lirono malgrado i buoni uffici della Francia, e i nazionalisti
si convinsero che l'unica via possibile fosse quella dell'in­
surrezione. Con questo obiettivo sorsero verso la fine del
1 9 1 3 varie società segrete, formate per lo più da militari (tra
cui al-'Ahd, <<il Patto>> , fondata al Cairo dal maggiore al-Ma­
sri) , che presero contatti con le autorità francesi e britanni­
che per ottenere appoggi. Questi si materializzarono subito
dopo lo scoppio della prima guerra mondiale: la Francia
fornì ventimila fucili al Partito del decentramento, mentre
la Gran Bretagna awiava trattative con la dinastia hashimita
per preparare la rivolta an titurca nel Hijaz.

Sultano e calijjò

Il califfato universale delle origini, come si è già visto,


subì nei secoli un processo di fissione che ha delegittimato
l. La conquista 231

l 'istituzione stessa e alimentato rivendicazioni di dubbia


fondatezza, tra cui le pretese dei Safavidi e degli Ottomani.
Già fiaccato nel prestigio dalla comparsa dei califfati rivali
di Cordoba e del Cairo, il califfato abbaside di Baghdad fu
eliminato nel 1 258 dall'invasione mongola. Spariva così la
sudditanza nominale di tutti i musulmani nei confronti di
un unico sovrano, anche se i sovrani mamelucchi, forti del
prestigio derivante dall'aver arrestato l'avanzata dei Mon­
goli ed eliminato le ultime tracce delle Crociate, utilizzaro­
no, in quanto signori della Mecca e di Medina, il titolo di
Khadim al-haramayn, «Servitore dei due Luoghi santi>> . La ri­
vendicazione di un primato islamico implicita in questo ti­
tolo trovò espressione formale nell'istituzione di una suc­
cessione di califfi-fantoccio che si spacciavano per eredi le­
gittimi della dinastia abbaside. A questa pretesa pose ter­
mine la conquista ottomana del l 5 1 7. L'Egitto, insieme con
le sue dipendenze in Siria e in Arabia, divenne parte del­
l 'impero ottomano e il titolo di «Servitore dei due Luoghi
santi>> fu assunto dal sultano Selim I.
Selim non assunse invece il titolo di califfo. All'inizio del
XV secolo l'impero ottomano era ancora soprattutto una
struttura militare, impregnata dello spirito dei gazi: le sue
istituzioni civili si svilupparono con molta gradualità, fino a
dar vita a una specie di assetto costituzionale fondato sul
rapporto tra dotti religiosi e amministratori dello Stato.

Il legame tra 'ulama ' e Stato non nacque dall ' improwisa im­
posizione di un nuovo regime, ma da una lenta evoluzione in cui
all'originaria diffidenza dei ghazi nei confronti della cultura li­
bresca degli 'ulama ' e dei loro dettami si sostituì un profondo ri­
spetto fondato sul loro ruolo di pilastri della solidarietà comuni­
taria. L'immaginario dei musulmani ottomani continuava, co­
munque, ad essere dominato dagli ideali incarnati dai ghazi. Man
mano che al centro della vita ottomana la città prendeva il posto
della tribù e dell'accampamento, il compito di definire le norme
dell'esistenza passava in misura crescente agli 'ulama ' in quanto
custodi della shari'a, a scapito dei dervisci sufi, punti di riferi-
232 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

mento dei militanti delle tribù e delle frontiere. Ma i ghazi si era­


no sempre battuti per il bene della comunità islamica nel suo
complesso, che senza dubbio era rispecchiata dagli 'ulama '. La
causa ottomana, pertanto, si identificava ancora con quella del­
l'Islàm militante (Hodgson 1 974, 1 06-107) .

Non c'era, dunque, bisogno che Selim rivendicasse an­


che quella forma di sovranità spirituale sui musulmani re­
sidenti oltre i confini dell'impero, implicita nell'istituzione
califfale: obiettivo delle sue campagne militari era proprio
quello di portare tutti i musulmani all 'interno di quei con­
fini. La pretesa di farsi chiamare <<califfo» coinciderà, per i
suoi successori, con la dolorosa rinuncia al traguardo, or­
mai evidentemente irraggiungibile, di un impero universa­
le: non a caso, con il trattato di Kiiçiik Kaynarca del 1 774,
quando per la prima volta il sultano ottomano rivendicò la
propria giurisdizione religiosa sui musulmani d'oltreconfi­
ne. Si trattava in parte di una controrivendicazione, propo­
sta per salvare la faccia, nei confronti del diritto di inter­
vento preteso dallo zar a favore della chiesa russa di Istan­
bul, abusivamente esteso a una specie di protettorato sui
cristiani ortodossi dell'impero ottomano. Era anche, in par­
te, un tentativo di conservare un qualche legame con i Ta­
tari di Crimea, alla cui fedeltà politica il sultano rinunciava
formalmente nel trattato. A questo punto diventava anche
indispensabile trovare giustificazione storica alla pretesa, e
non è di nuovo - un caso se appena qualche anno dopo
·-

la conclusione del trattato compare per la prima volta la no­


tizia che il califfato era stato trasferito dall' ultimo califfo ab­
baside tenuto al Cairo dai Mamelucchi, a Selim I, dopo la
sua conquista dell'Egitto nel 1 5 1 7.

Alla fine del XVIII secolo e all'inizio del XIX la rivendicazio­


ne era ancora considerata nuova e controversa. Nel 1 8 1 9, ad
esempio, nel descrivere certi turisti tedeschi privi di tatto e incli­
ni a fare domande indiscrete e pericolose, un autore inglese os­
serva che <<a\Tebbero difficilmente trascurato l'occasione, se gli
l. La conquista 233

si fosse offerta, di chiedere al sultano in persona se fosse l ' erede


legittimo al califfato, come asseriva>> . In un altro brano dello stes­
so libro un egiziano che riflette sulla disonestà universale dei fun­
zionari fa notare come perfino il sultano abbia <<ingannato Dio
stesso, quando ha assunto il titolo di Califfo dei Credenti>> .
La rivendicazione fu tuttavia presentata e ripetuta, acquistan­
do vigore man mano che gli altri sovrani sunniti dai quali avrebbe
potuto esser messa in discussione subivano la realtà o la minaccia
di una conquista straniera. Sua espressione simbolica divenne la
cerimonia del cingere la sciabola da parte del nuovo sultano al mo­
mento della sua accessione. In passato si utilizzavano per questa
cerimonia varie sciabole conservate fra le sacre reliquie del palaz­
zo. Come molti dei suoi predecessori, Mahmud II fu cinto, nel
1 808, con le sciabole del Profeta e di Othman l, quali simboli de­
gli aspetti religioso e dinastico della sua carica. Nel 1 839 Abdiil­
megid fu cinto con una sciabola sola, quella del califfo Ornar, e lo
storiografo imperiale ottomano contemporaneo pronuncia l'af­
fermazione significativa, e dimostrabilmente falsa, che si trattava
di una <<antica usanza ottomana>> . All'accessione di Abdiilaziz nel
1 86 1 fu usata di nuovo la sciabola di Ornar e il significato della scel­
ta venne chiarito dallo storico Cevdet: <<Questa sciabola era la scia­
bola benedetta del califfo Ornar... che era in possesso di quel ca­
liffo abbaside che fuggì in Egitto al momento in cui [il mongolo]
Hulagu prese Baghdad. Fu usata per consacrare i califfi abbasidi
in Egitto. Quando il sultano Selim il crudele conquistò l'Egitto e
portò a Istanbul il califfo abbaside, il califfo abbaside cinse il sul­
tano Selim con questa sciabola, e così trasferì il califfato islamico
al casato di Othman>> (Lewis 1 998, 1 3 1-1 32) .

Per quanto infondata e opportunistica, la rivendicazio­


ne del califfato da parte della dinastia ottomana merita di
essere ricordata, non tanto per gli effetti che ebbe - in so­
stanza furono trascurabili - quanto perché fu in un certo
senso la scintilla da cui è scaturito un movimento, quello sì
tutt'altro che trascurabile, di cui si vedono ancora all'ope­
ra espressioni molto tangibili: il panislamismo. L'idea di un
fronte comune dei musulmani contro la minaccia rappre­
sentata dagli imperi cristiani era naturale, seppur vaga: a
234 Capitolo leno. I musulmani nell'età dell'imperialismo

darle forma compiuta e base teorica furono, negli anni Ses­


santa e Settanta del XIX secolo, i «Giovani Ottomani>> , un
gruppo di patrioti probabilmente ispirati in parte dagli
esempi del nazionalismo tedesco e italiano, e dai relativi
processi di unificazione, che auspicavano la solidarietà e
l 'unità di tutti i musulmani. I Giovani Ottomani indicavano
spesso l'unione dell'Islàm ( ittihad-i Islàm) quale importan­
te obiettivo comune dei musulmani, e criticavano il gover­
no ottomano per non aver aiutato i khan dell'Asia centrale
sul punto di essere sopraffatti dalla Russia. Era necessario,
secondo loro, rinsaldare i vincoli con le province periferi­
che quali l'Egitto e la Tunisia, e stabilire rapporti più stret­
ti con il resto del mondo musulmano, di cui gli Ottomani
dovevano essere la guida naturale.
Elemento fondamentale del panislamismo era il desiderio
di modernizzazione. In quanto sede del califfato e Stato mu­
sulmano più progredito e vicino all'Europa, l'impero otto­
mano era il centro naturale dell'auspicata unione islamica.
Nelle parole di un suo esponente di orientamento più cultu­
rale che politico, Namik Kemal, «quando questo progetto di­
venterà realtà, la luce della conoscenza si diffonderà da que­
sto centro verso l'Asia e l'Mrica>> . Altri predicavano un pani­
slamismo di tipo più militante, e nel 1876 la prima costituzio­
ne ottomana proclamava formalmente che «l'alto califfato
islamico>> spettava alla dinastia ottomana (Lewis 1998, 1 30) .
Ben presto si pose la questione dei rapporti tra il pana­
rabismo e le aspirazioni indipendentistiche da cui era at­
traversato l'impero. Poteva sembrare giustificato un certo
ottimismo; secondo il già citato Kemal

è vero che la popolazione dell 'impero è molto varia. I diversi po­


poli sono, tuttavia, così profondamente mescolati che nessuno di
essi, in qualsiasi regione, è abbastanza forte da costituire uno Sta­
to separato in grado di funzionare, o di aderire a uno Stato già
esistente. L'unica eccezione è rappresentata dalle province ara­
be, abitate da una popolazione di molti milioni, che parla un'al-
l. La conquista 235

tra lingua e si sente parte di un'altra razza. Sono, tuttavia, mu­


sulmani legati a noi dalla fratellanza islamica e dalla fedeltà al ca­
liffato ( Lewis 1 998, 98) .

Era pertanto diffusa la convinzione che non si sarebbero


separati in nome dell'arabismo o altro, ma qualcuno aveva
c ominciato a concepire una rinascita nazionale araba. Esat­
tamente come il panslavismo aveva suscitato nell'impero
russo una reazione panturca tra i popoli turcofoni soggetti,
così il panturchismo trapiantato dall'impero russo a quello
o ttomano contribuì a far nascere un sentimento nazionale
arabo tra quegli Ottomani che erano musulmani, ma non
turchi. L'arabismo politico fu alimentato soprattutto da Si­
riani emigrati in Egitto quali 'Abd al-Rahman al-Kawakibi
( 1 849-1902) e Rashid Rida ( 1 865-1935 ) . Sembra che al-Ka­
wakibi sia stato il primo a uscire allo scoperto contro i Turchi
e il sultano ottomano, invocando uno Stato arabo con un ca­
liffo arabo (Pellitteri 1 996) . Come si vedrà più avanti, pro­
prio l'idea di un califfato arabo reciterà una parte di primo
piano nei progetti di spartizione dell'impero ottomano, al­
l'epoca della prima guerra mondiale.

La penetrazione europea nella Persia post-safavide

La conquista del trono persiano da parte dei Qagiar, ori­


ginari delle regioni settentrionali, riflette in parte la cre­
scente importanza del Nord del paese, e la concomitante
decadenza del Sud, specialmente a causa di mutamenti nel­
le condizioni dei traffici internazionali. Mentre nel XVI e
XVII secolo i porti del Golfo Persico prosperavano grazie al
commercio di merci di lusso con l'Europa occidentale, que­
sti traffici si ridussero di molto nel XVIII. Nel Nord, al con­
trario, la vicinanza della Russia aveva portato fin dai tempi
di Pietro il Grande e della Grande Caterina a una rinascita
del commercio. Quelle regioni, awantaggiate da più ab-
236 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

bondanti precipitazioni, godevano inoltre di un'agricoltu­


ra più ricca e, quindi, anche di un più dinamico sviluppo
economico e - di conseguenza - culturale. Non è un caso
che l'Azerbaigian abbia svolto una parte di primo piano
nella storia più recente della Persia: intellettuali e notabili
della regione saranno all'avanguardia durante la rivoluzio­
ne costituzionale del 1 905; il capoluogo - Tabriz - sarà oc­
cupato nel 1 908 (con l'accordo della Gran Bretagna e il fi­
ne dichiarato di proteggere le comunità straniere) da trup­
pe russe, che vi si tratterranno fino al 1 9 1 7. A questo pe­
riodo risalgono le prime manifestazioni di un nazionalismo
azerbaigiano o azerì, che non potrà opporsi alla restaura­
zione del potere di Tehran nel 1 92 1 , ma continuerà a co­
vare a lungo sotto la cenere.
La dinastia dei Qagiar cercò di fronteggiare l'invadenza
delle due potenze europee utilizzando l'appoggio dell'una
per contrastare l'altra, e ottenne un certo successo misura­
to dalla capacità di mantenersi sul trono per oltre un seco­
lo, ma al prezzo di concessioni non trascurabili. Lo zar pro­
clamò infatti la Georgia parte dell'impero russo nel 180 1 , e
tre anni più tardi i Russi attaccarono in Transcaucasia; fu,
in sostanza, per contrastare l'espansione imperiale russa
che i Qagiar spalancarono alla penetrazione economica, fi­
nanziaria e politica della Gran Bretagna le porte della Per­
sia i cui primi spiragli erano stati socchiusi dai Safavidi. Pro­
prio grazie ai «buoni uffici>> britannici il 1 2 ottobre 1 8 1 3 in
una località del Caucaso detta Golestan fu concluso il trat­
tato che poneva termine alla guerra. Sconfitti in combatti­
mento, i Persiani dovettero accettare la perdita della Geor­
gia, del Qarabagh, del Daghestan e di altre regioni com­
prendenti tra l'altro Baku, Darband e Cangia. L'articolo 5
del trattato assegnava inoltre alla flotta russa il diritto esclu­
sivo di navigazione nel Mar Caspio; altre clausole ricono­
scevano ai cittadini russi il diritto di acquisire proprietà in
Persia e prevedevano agevolazioni doganali. Il trattato san­
cisce pertanto l'inizio della politica di penetrazione econo-
l. La conquista 237

mica delle potenze europee in Persia fondata su accordi ini­


qui. Da divergenze di interpretazione delle clausole di na­
tura territoriale scaturirono poi contestazioni che condus­
sero nel 1 825 a una nuova guerra, a cui pose fine il trattato
di Turkmanciai. In base a questo accordo il governo per­
siano accettava di cedere alla Russia le province di Erivan e
Nahicevan, di accordare privilegi commerciali e doganali,
e di pagare un pesante indennizzo per danni di guerra.
La penetrazione britannica fu, formalmente, meno
cruenta, esplicandosi inizialmente con missioni diplomati­
che e commerciali: nel 1 800 (quando SirJohn Malcolm, in­
viato dalla East India Company, promise ambiguamente di
appoggiare il tentativo persiano di riconquistare le provin­
ce perdute dell'Mghanistan) e nel 1 807. Nel 1 8 1 4 la Persia
si impegnava, in cambio di sovvenzioni economiche (e pro­
messe di aiuti in caso di guerra) , ad annullare ogni accor­
do stipulato con paesi europei ostili alla Gran Bretagna; tut­
ti i privilegi concessi ai Russi vennero poi estesi alla Gran
Bretagna con due trattati del 1 836 e del 1 841 . Nel frattem­
po era salito al trono il terzo sovrano della dinastia, Muham­
mad Shah, che tentò di ridurre la dipendenza dalla Gran
Bretagna: ciò determinò la sospensione dell'assistenza mi­
litare alla Persia e, di conseguenza, il fallimento delle ope­
razioni contro l'Mghanistan.
La questione afghana finì col ridurre la Persia a una con­
dizione di sovranità limitata: la conquista della regione di
Herat condusse infatti a una guerra con la Gran Bretagna
( 1 856-1857) , conclusasi con un trattato che riconosceva
l'indipendenza dell'Mghanistan e obbligava i Qagiar a
chiedere la mediazione britannica in caso di vertenze in­
ternazionali. Le due grandi potenze europee si ingerivano
ormai apertamente negli affari persiani: alla morte di
Muhammad Shah nel 1848, per esempio, l'ascesa al trono
del suo successore Nasir al-Din fu assicurata da un inter­
vento russo-britannico. Si scatenò successivamente la corsa
alle concessioni in cui la parte del leone toccò alla Gran
238 Capitolo tmo. l musulmani nell 'età dell'imperialismo

Bretagna. Magra consolazione fu, per l'impero zarista, la


formazione ( 1 879) della Brigata dei Cosacchi sotto il co­
mando di ufficiali russi, ultima espressione di una tradizio­
ne di lunga data, poiché già Nadir Shah si era fatto aiutare
da tecnici russi per riprendere l'Azerbaigian e la Georgia
agli Ottomani: proprio da questa brigata uscirà l'autore del
golpe militare destinato, nel 1925, a segnare la fine della di­
nastia dei Qagiar.
Le concessioni ottenute dalla Gran Bretagna andavano
dall'impianto di un servizio telegrafico ( 1 864) all'attività
bancaria (fondazione della Imperia! Bank of Persia, 1889) ,
agli appalti doganali. Le proteste russe fecero revocare una
concessione del 1 872 che avrebbe accordato a un suddito
britannico, il barone de Reuter, enormi diritti nel campo
delle costruzioni ferroviarie e delle ricerche minerarie. Fu
invece una mobilitazione popolare da parte di coltivatori,
produttori e semplici consumatori a imporre l'abrogazione
di un'altra concessione ( 1 890) che avrebbe affidato a
un'impresa britannica il monopolio del tabacco. Nel 1901
veniva infine rilasciata a un cittadino britannico, William
Knox d'Arcy, la più importante delle concessioni, che ri­
guardava la ricerca di petrolio in tutta la Persia, escluse le
province settentrionali: l'oro nero verrà trovato nel 1908, in
tempo per consentire alla Gran Bretagna e ai suoi alleati di
arrivare alla conclusione vittoriosa della prima guerra mon­
diale floating on a sea ofoil, secondo un'espressione ormai di­
ventata proverbiale. Più di qualsiasi altro singolo evento,
quella scoperta era destinata a segnare profondamente la
storia contemporanea della Persia e dei paesi arabi vicini,
scatenando una corsa all'accaparramento di giacimenti di
idrocarburi, le cui conseguenze dirette e indirette sono an­
cora percepibili non soltanto nel Medio e nel Vicino Orien­
te, ma anche in Europa.
Alla politica delle concessioni è associato un movimento
di protesta contro le influenze straniere, che fu inizialmen­
te incanalato da esponenti religiosi, secondo la tradizione
l. La conquista 239

di militanza politica propria dell'Islàm sciita, e non solo: le


tensioni del XIX secolo trovarono espressione religiosa an­
che fuori dalla tradizione islamica nella nascita, nel 1 844,
del babismo (da Bah, in arabo 'porta', titolo del maestro
che guida all' imam occulto ) , un movimento che si propone­
va obiettivi di rinnovamento religioso, economico e socia­
le, e venne duramente perseguitato in Persia (Scarcia Amo­
retti 1994, 1 59) . Ebbe invece una certa diffusione all'estero,
in particolare negli Usa (Bausani 1 980, 2 1 1-219) . Emerse
poi anche una componente di tipo laico, animata da intel­
lettuali ispirati dai principi della Rivoluzione francese, e da
una borghesia mercantile danneggiata dalla penetrazione
economica dell'Occidente. Dalle prime generiche proteste
scaturirono più precise rivendicazioni in materia di diritti
civili, che sfociarono nella rivoluzione costituzionale del
1 905, frutto in sostanza dell'alleanza tra gli 'ulama ' e il ceto
medio emergente (Chehabi 1 990, 1 5 ) . 11 30 dicembre 1 906
fu promulgata la prima costituzione del paese, che riduce­
va i poteri della monarchia e introduceva il parlamento,
majlis. Fu un successo di breve durata: lo scià - Muhammad
'Ali Mirza - sciolse la Camera, scatenando una rivolta popo­
lare che lo costrinse ali' abdicazione ( 1 909) , ma due anni
più tardi la costituzione venne sospesa per volontà del go­
verno russo, che nel 1907 si era accordato con la Gran Bre­
tagna per una spartizione ufficiale della Persia in due zone
di influenza: mossa preventiva tendente a bloccare l 'evol­
versi potenzialmente pericoloso della naturale convergen­
za di interessi tra i segmenti più consapevoli e militanti del­
l'opinione pubblica locale da una parte, e il principale an­
tagonista dei governi di Londra e Mosca dall'altra. Allo
scoppio della prima guerra mondiale la Persia proclamò la
propria neutralità, ma venne occupata da truppe dei firma­
tari dell'accordo del 1 907 allo scopo dichiarato di sventare
iniziative tedesche contro l'Asia russa e l'India britannica.
240 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

La finP dell 'impero moghul e la penetrazione britannica

Alla morte di Aurangzeb l 'impero crollò rapidamente,


indebolito dalle rivalità tra i pretendenti al trono che era
stato di Akbar e di Shah Giahan, invaso dai Maratti, demo­
ralizzato dalla fulminea incursione di Nadir Shah nel 1 739
e poi dalle campagne dell'afghano Ahmad Shah Abdali
Durrani tra il 1 750 e il 1 761 . Alla fine 'Alam II non trovò di
meglio che cercare la protezione dell' East India Company
(E!C) , a cui concesse nel 1 765 la gestione delle imposte fon­
diarie delle province orientali: in realtà divenne un pensio­
nato dell'istituzione mercantile britannica, dotato di pote­
ri reali solo su un territorio sempre più ristretto. La stessa
Compagnia, peraltro, stava imboccando la via di un decli­
no che avrebbe portato all'intervento diretto del governo
di Londra.
Avendo come obiettivo il profitto, l' EIC si era ben guar­
data, inizialmente, dall'impegolarsi in responsabilità di do­
minazione territoriale, limitandosi - per circa un secolo e
mezzo - a quel minimo di indispensabile protezione delle
proprie attività commerciali che era garantito da magazzi­
ni, depositi e porti fortificati. Questi ultimi erano nel 1 71 7
appena tre: uno a Bombay, sul quale la Compagnia (che lo
aveva ereditato dai Portoghesi) disponeva della piena so­
vranità, uno a Madras (in affitto) , e uno nei pressi di Cal­
cutta (Fort William) , in concessione. Da queste basi logisti­
che tutto sommato modeste, la Compagnia si sviluppò co­
me un parassita sulla decadenza dell'impero dei Moghul.
Via via che questo si disintegrava con l 'emergere di centri
di potere autonomo incarnati dai Maratti e dai Sikh, si ri­
duceva la sproporzione numerica tra qualsiasi potenza in­
diana e le basi europee: a ciò contribuirono anche le inva­
sioni esterne non dirette specificamente contro i Moghul,
come la campagna afghana che sconfisse i Maratti a Pani­
pat nel 1 76 1 .
A parte l a naturale rivalità commerciale, i rapporti tra
l. La conquista 241

le compagnie mercantili riflettevano i rapporti tra i rispet­


tivi governi sulla scena europea, e proprio le ostilità fran­
co-britanniche della prima metà del XVIII secolo indusse­
ro la Compagnia a ingerirsi negli affari interni dell'India,
alla ricerca di vantaggi economici. Si sviluppa così una po­
litica di alleanze con potentati locali, il cui aspetto più in­
teressante per gli sviluppi dei due secoli successivi è la col­
lusione tra induisti e Inglesi a danno dei Moghul e degli
altri regimi musulmani. Spicca in questo contesto il caso
del Bengala, dove l'ultimo nawwab ( <<nababbo» ) musul­
mano, Siraj al-Dawla, fu sconfitto nella battaglia di Plassey
( 1 757) dalle forze della Compagnia al comando di Robert
Clive ( 1 725- 1 775) , che già si era distinto nelle operazioni
contro i Francesi all' assedio di Pondicherryfi: l'E/C comin­
ciava a crearsi un impero vero e proprio. Ha inizio a que­
sto punto un duplice processo, che da una parte conduce
la Compagnia ad occupare gradualmente porzioni cre­
scenti dell'India (che fino al 1 8 1 8 verrà governata sia di­
rettamente, da funzionari della Compagnia, sia indiretta­
mente, ad opera di sovrani vincolati da trattati) e dall'altra
induce il governo britannico a sottoporre al proprio con­
trollo la Compagnia stessa, il cui crescente indebitamento
- unito a ricorrenti accuse di corruzione - facilita l'opera­
zione. Tappe salienti di questo processo di statalizzazione
delle perdite, speculare a quello precedente di privatizza­
zione dei profitti, furono il prestito statale e il &gulating
Act del 1 773, nonché il criterio del Dual Contro! introdotto
nel 1 784.

Il Bengala fu governato prima dai governi-fantoccio insediati


dagli Inglesi, quindi da un governo a due e alla fine direttamen­
te dagli Inglesi, che estesero il dominio della Compagnia fino ad
includere le province viciniori di Bihar e Orissa. [ .. ] Il principa­
.

to di Oudh, situato fra il Bengala e Delhi, avendo ceduto grosse


parti del suo territorio ai Britannici, divenne, dopo ripetute scon­
fitte, un protettorato inglese.
242 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

La principale resistenza musulmana contro gl ' Inglesi fu op­


posta dai governanti del Mysore, nel sud, dove Haidar 'Ali, un sol­
dato di ventura, riuscì a crearsi un regno nel 1 76 1 , conservando­
lo contro i Maratti e gl'Inglesi. Il suo eroico figlio, Tipu Sultan
( 1 782-1 799) amministrò il paese in maniera brillante e con giu­
stizia, cercò invano aiuto contro gl'Inglesi presso Napoleone Bo­
naparte e i sultani ottomani Abdiilhamit I e Selim III, e fu alla fi­
ne ucciso in un'impari lotta combattendo contro un'alleanza co­
stituita dagli Inglesi, i Maratti e i Nizam di Haiderabad (Ahmad
1 972, 283-284) .

Dal 1 8 1 8 il governo britannico ha esercitato sull'India


un'influenza diretta crescente che, dopo il 1 858, diventerà
esclusiva: come prima, sia direttamente, sia tramite princi­
pi semi-indipendenti. Dalla dominazione britannica resta­
vano esclusi il Pangiab, il Sind e la regione di frontiera
nord-occidentale, mentre rimaneva indefinito il confine
orientale con la Birmania. Fino al 1 848 vi furono poche an­
nessioni interne, poi - con l'avvento di Lord Dalhousie al­
la carica di Governatore generale - venne sempre più fre­
quentemente applicato il principio del lapse (lett. «venir
meno>> ) , vale a dire il criterio secondo cui la mancanza di
eredi legittimi di sesso maschile comportava il <<venir me­
no>> della sovranità dello Stato - o del diritto alla pensione
- a favore della Compagnia (Torri 2000, 401 ) . Questa si as­
sicurava così vari Stati tra cui Oudh, nel 1 856, perché mal­
governato. Hyderabad fu costretta a cedere Berar per non
aver pagato i sussidi previsti dal trattato. L'insurrezione del
1 857, provocata forse anche da queste annessioni, inau­
gurò una nuova politica. Da allora in poi qualche sovrano
fu ancora destituito per i suoi misfatti, ma non si procedet­
te più all'annessione di Stati.
Per l'impero britannico l'area di frontiera nord-occiden­
tale dell'India rivestiva la medesima importanza che l'Asia
centrale aveva per l'impero russo. Chiave di quest'area era il
Pangiab, via d'accesso per l'Mghanistan: l'occasione per in­
tervenire venne fornita alla Gran Bretagna dalla morte, nel
l. La conquista 243

1 839, di Ranjit Singh, il fondatore dello Stato dei Sikh. Nel


Pangiab subentrò infatti il caos e il governo britannico si
sentì costretto a intervenire: nel 1 845 i Sikh invasero territo­
ri sotto protezione britannica, al di qua del fiume Satlej , e
vennero sconfitti. Una nuova rivolta, nel 1 848, determinò
l ' annessione del Pangiab ( 1 849) . Questa concatenazione
degli eventi ha consentito di sostenere che - qui e altrove - i
colonizzatori furono spinti o attirati dal caso: in parole po­
vere, tirati per i capelli; ma il precoce interesse britannico
per il Pangiab e l'Mghanistan sembra smentire le tesi giusti­
ficazioniste di quegli autori che - come Fieldhouse - tendo­
no a insistere sulla casualità del coinvolgimento imperiale
della Gran Bretagna. Se veramente il governo di Londra fos­
se stato tirato per i capelli in India (e altrove) , come mai le
preoccupazioni afghane precedono nel tempo addirittura
l'occupazione del Pangiab? Se fosse vero che si è spinto sem­
pre più in là per proteggere da incursioni ostili i territori e i
sudditi su cui già aveva la sovranità, avrebbe dovuto reagire
ad eventuali minacce provenienti dall'Mghanistan solo do­
po aver esteso il proprio dominio sul Pangiab: ma il primo
tentativo di impiantare una presenza britannica in Mghani­
stan risale al 1 839-1 842, quando si tentò senza successo di in­
sediare a Kabul un sovrano fantoccio. Nessuna delle annes­
sioni appena ricordate era giustificata dagli eventi: il Sind
patì le conseguenze del fallito tentativo britannico di assicu­
rarsi il controllo dell'Mghanistan. L'interpretazione più
plausibile, e oggi ritornata in primo piano nell'area imper­
niata sull'Mghanistan, è quella del «Grande Gioco>> , secon­
do un'espressione resa celebre dallo scrittore]. Rudyard Ki­
pling: le rivalità imperiali russo-britanniche e la convinzione
di ciascuna delle parti in causa che fosse questione di vita e
di morte impedire che l'altra acquistasse una posizione stra­
tegicamente dominante. L'Mghanistan sembrava natural­
mente destinato, secondo questo punto di vista, al ruolo di
Stato-cuscinetto.
Dopo l'insuccesso del 1 839-1 842, che servì comunque ad
244 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

allarmare i Russi i quali temevano un attacco nel Turkestan,


il governo britannico intervenne di nuovo nell'Mghanistan
tra il 1 868 e il 1 880, dopo che l'emiro si era rifiutato di ac­
cettare un rappresentante stabile (un <<Residente » ) del go­
verno di Londra. Anche questa seconda guerra afghano­
britannica si concluse con un sostanziale insuccesso per
l 'impero britannico, ma ebbe come risultato secondario l'i­
stituzione di un protettorato sul Balucistan e l'annessione
di Quetta, nell'attuale Pakistan. Venivano in tal modo get­
tate le basi di una manovra a tenaglia contro la Persia, già
da tempo soggetta alla penetrazione britannica da occi­
dente in campo economico, tecnologico e infine politico.

2. CONQUISTE

Nella periodizzazione storica europea una tappa fonda­


mentale è segnata dalla Rivoluzione francese, che sulla sto­
ria dei musulmani ha esercitato solo conseguenze seconda­
rie, anche se molto inchiostro e altrettanta retorica sono
stati profusi sull'argomento. I suoi effetti andrebbero esa­
minati caso per caso. Nei Balcani, ad esempio, i primi fer­
menti di tipo prettamente nazionalistico furono suscitati
dagli ideali della Rivoluzione francese e attivamente inco­
raggiati anche dall'Austria e dalla Russia. Scoppiarono così
rivolte in Serbia ( 1 804-1 806 e 1 81 5-1 8 1 7) e in Grecia ( 1 821-
1 830) , che portarono i due paesi all'autonomia e all'indi­
pendenza, mentre la Russia occupava la Bessarabia e i prin­
cipati di Moldavia e di Valacchia ( 1 806-18 1 2 ) . Alle tenden­
ze disgregatrici in atto nei Balcani la Sublime Porta cercò di
porre un argine con una politica di riforme che aveva tra i
suoi obiettivi l'uguaglianza davanti alla legge di tutti i sud­
diti, senza distinzioni basate su etnia, religione o censo. La
decisione - rivoluzionaria per una società islamica - di equi­
parare ai sudditi musulmani i membri dei millet non mu-
2. Conquiste 245

sulmani non bastò a frenare le rivendicazioni di questi ulti­


mi, in seno ai quali continuava a diffondersi il nazionali­
smo, che esplose in nuove insurrezioni: a Creta nel 1 866-
1 868, e nel 1 875 in Bosnia, Erzegovina e Bulgaria. Scoppia­
va quindi la guerra contro la Serbia e il Montenegro, se­
guita nel 1 885 da una rivolta nella Rumelia orientale.
Anche sul piano generale non si può negare che la tra­
dizione islamica di autocrazia e di sottomissione abbia subì­
to un trauma dalla constatazione che il più antico e auto­
revole rappresentante europeo dell'assolutismo era stato
rovesciato da quella che, dal Danubio alla Cina, poteva ap­
parire soltanto come una sollevazione di piazza: evento che
nella storia dei musulmani si era, in fin dei conti, manife­
stato più d'una volta. Le idee non erano molto chiare: il
viaggiatore inglese W.G. Browne, interrogato nell'aprile del
1 797 da Hasan Jumblat, un notabile druso del Libano set­
tentrionale, riferisce che il suo interlocutore <<fece molte
domande sui motivi e sulla storia della Rivoluzione france­
se, e sull'attuale fede religiosa di quella nazione; ma, ascol­
tati i relativi particolari, non fece alcuna osservazione de­
gna di interesse» (Lewis 1 998, 57) . In Turchia le idee della
rivoluzione erano state rese note ancor prima, e venivano
diffuse dall'ambasciata di Francia e dai suoi amici.

Il 14 luglio 1 793 la comunità francese tenne una solenne riu­


nione durante la quale si lesse la Dichiarazione dei diritti del­
l'uomo, si giurò fedeltà alla repubblica e si brindò alla salute del­
la Repubblica francese e di Selim III, dei soldati della patria e de­
gli amici della libertà, nonché della fratellanza universale. L'an­
no seguente l 'inaugurazione della bandiera repubblicana fornì
lo spunto per festeggiamenti ancor più solenni, che culminaro­
no in una salva d'onore sparata da due navi francesi ancorate al
largo di Punta del Serraglio. Alla fine della festa gli ospiti balla­
rono una carmagnola in onore della Repubblica attorno all' al­
bero della libertà piantato in suolo turco, nel giardino dell'am­
basciata di Francia. Non ci sono prove che i turchi abbiano pre­
stato molta attenzione a queste iniziative, ma le idee che esse rap-
246 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

presentavano cominciarono a filtrare, dapprima in un ambiente


molto ristretto e poi in gruppi sempre più numerosi dell 'élite in­
tellettuale. L'albero della libertà finì col dare frutto. La Rivolu­
zione francese fu il primo grande movimento ideale nato in Eu­
ropa a non esprimersi in termini più o meno cristiani, e le sue
idee potevano pertanto diffondersi senza incontrare ostacoli at­
traverso i nuovi canali che si cominciavano ad aprire nel mondo
dell'Islàm. Una nuova generazione era destinata a crescere affa­
scinata dagli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Passò un
po' di tempo prima che i suoi successori decidessero che le pri­
me due erano reciprocamente incompatibili, e che la terza an­
dava ridefinita (Lewis 1 998, 57-58) .

I nuovi canali che si cominciavano ad aprire nel mondo


dell'Islàm erano in primo luogo le visite degli ospiti musul­
mani medio-orientali che cominciarono a comparire, in
numero crescente, nelle capitali d'Europa.

Nel 1 79 1 il sultano ottomano Selim III mandò a Vienna Ebu­


bekir Ratib Efendi che compilò una relazione sul funzionamen­
to del despotismo illuminato, accompagnandola con consigli per
una riforma dell'impero ottomano. Negli anni successivi il sulta­
no istituì le prime ambasciate permanenti a Londra, Vienna, Ber­
lino e Parigi. Nel XIX secolo arrivarono ambasciate persiane e di
altri paesi islamici. In un'epoca in cui la conoscenza delle lingue
straniere e la dimestichezza con i paesi stranieri erano qualità ra­
re e decisive, queste ambasciate rappresentavano occasioni senza
pari per acquisirle, e chi vi aveva prestato servizio finì col costi­
tuire un elemento importante della nuova élite politica. La stra­
da maestra verso l'influenza e il potere non era più quella degli
'ulama ' e dell'esercito: essa passava ormai per gli uffici dei tra­
duttori e le ambasciate (Lewis 1 998, 46) .

Un secondo gruppo di viaggiatori musulmani fu quello


degli studenti, a cui si deve riconoscere, nel lungo periodo,
importanza maggiore. La prima missione studentesca fu
mandata in Italia dall'Egitto nel 1 809, e la prima persiana
arrivò in Inghilterra più o meno contemporaneamente; nel
2. Conquiste 247

1 827 fu la volta del sultano Mahmud II che, malgrado una


strenua opposizione religiosa, mandò in vari paesi una mis­
sione di circa 1 50 studenti ottomani.
Abbiamo appena visto fare la sua comparsa, come entità a
sé stante che recita un suo ruolo in Europa, un paese arabo
che aveva perduto nel 1 5 1 7 la propria indipendenza, scon­
fitto dagli Ottomani. Proprio l'Egitto, in effetti, incarna un ef­
fetto specifico e importante della Rivoluzione francese, la
spedizione napoleonica in Egitto ( 1 798-180 1 ) a cui spesso si
attribuiscono meriti pressoché esclusivi quale fattore deter­
minante del cosiddetto risveglio arabo. A questa visione so­
stanzialmente coloniale (l'uomo bianco si assume l'onere di
trascinare verso il progresso i popoli arretrati) si oppongono
giustamente i più gelosi custodi dell'amor proprio arabo, ma
anche qualche studioso occidentale capace di riconoscere i
fattori interni alla regione e distinguerli dalle influenze eu­
ropee (Said 1999) . Nella storia del Vicino Oriente pesa di più
una conseguenza indiretta, involontaria e casuale della no­
toria spedizione (che della Rivoluzione francese fu in realtà
una degenerazione) : la presa del potere in Egitto da parte di
Muhammad 'Ali, fondatore di una dinastia modernizzatrice
che fece di quella provincia il primo centro di potere capace
di mettere in discussione l'egemonia ottomana.

Napoleone in Egitto: trauma reale e simbolico

La spedizione napoleonica in Egitto va considerata


proiezione extraeuropea di un conflitto europeo: non tan­
to un tentativo francese di conquistare territori o costruire
un impero, quanto una manovra diversiva contro la Gran
Bretagna. A Londra si riteneva che i Francesi potessero uti­
lizzare la valle del Nilo come base per uno sviluppo del com­
mercio via terra, giudicato minaccia più realistica e perico­
losa di un tentativo di invasione dei possedimenti britanni­
ci in India, considerato poco probabile anche alla luce dei
248 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Tav. 6. Dinastia reale egiziana (1805-1953).

precedenti insuccessi militari francesi nel subcontinente


( Ingram 1 978, 1 4) . Più che una minaccia, era invece una
certezza l'interruzione dei collegamenti britannici con l'In­
dia, determinata dall'invasione dell'Egitto da parte di un
corpo di spedizione guidato da Napoleone Bonaparte in
persona: motivo più che sufficiente per mandare una squa­
dra navale sotto il comando dell'ammiraglio Nelson , che
colò a picco la flotta francese nella baia di Abukir (Abu
Qir) , a est di Alessandria, determinando l'isolamento del
corpo di spedizione francese e il fallimento dell'offensiva
terrestre verso la Siria. L'avanzata francese venne infatti
bloccata davanti alle mura di 'Akka (San Giovanni d'Acri)
dalla resistenza del locale governatore ottomano Giazzar
Pascià, sostenuto dalla flotta britannica.
Fallirono in tal modo gli ambiziosi progetti della Fran­
cia, che si era presentata in Egitto sotto le poco credibili ve­
sti della protettrice dell'Islàm e degli Egiziani contro gli
abusi degli amministratori mamelucchi della Porta, senza
2. Conquiste 249

tuttavia riuscire a convincere gli 'ulama ', né i semplici fede­


li. Il corpo di spedizione ottomano incaricato di ristabilire
la sovranità della Porta era guidato da un ufficiale albane­
se, Muhammad 'Ali, che seppe approfittare della situazio­
ne di instabilità causata dalla presenza di truppe francesi e
britanniche, nonché dalle rivalità tra amministratori otto­
mani e mamelucchi, fino a impadronirsi del potere e a far­
si riconoscere dal sultano Selim III ( 1 789-1 807) come go­
vernatore (pascià) dell'Egitto nel 1 805. Dall'impresa fran­
cese sono quindi scaturiti gli eventi che avviarono l'Egitto
verso la modernizzazione e aprirono un nuovo fronte, de­
stinato a creare crescenti difficoltà all'impero ottomano,
già impegnato lungo le sue frontiere settentrionali dall'e­
spansione austro-ungarica e zarista. Espansione che fu solo
temporaneamente frenata dall ' alleanza russo-britannica,
generata dalla minaccia napoleonica. Gli Ottomani riusci­
rono così a espellere i Francesi dall'Egitto. La natura tem­
poranea di simili alleanze era chiara anche agli Ottomani:
quando, nel 1 798, l'impero era stato invitato a partecipare
alla coalizione contro la minaccia rappresentata dalla Rivo­
luzione francese, il reis efendi Ahmed Atif consigliò di accet­
tare, osservando tuttavia che

ogni Stato deve avere due politiche. Una è la politica permanen­


te che serve da fondamento per tutte le sue azioni e attività; l'al­
tra è una politica temporanea che viene seguita per un certo pe­
riodo in base alle esigenze del momento e delle circostanze. La
politica permanente dell'impero consiste nell'impedire qualsia­
si aumento della potenza della Russia e dell'A�stria che, in virtù
della loro posizione, sono i suoi nemici naturali, e nell'allearsi
con quegli Stati che ne potrebbero spezzare la potenza e sono,
pertanto, gli amici naturali dell'impero. Ma, nei tempi e nelle cir­
costanze presenti, la politica più conforme agli interessi dell'im­
pero consiste in primo luogo nell'applicare le proprie forze al­
l'estinzione di questo incendio di sedizione e di male, quindi,
una volta ottenuto questo scopo, nell 'agire di nuovo come im­
pone la sua politica permanente (Lewis 1 998, 1 59) .
250 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

Muhammad 'Ali si comportò inizialmente come fedele


funzionario della Sublime Porta. Grazie alla campagna d'A­
rabia affidata al figlio Ibrahim stroncò nel 1 8 1 8 il potere dei
Sa'ud, la dinastia emersa dall'oscurità intorno al 1 740 grazie
a un'alleanza con il riformatore religioso Muhammad ibn
'Abd al-Wahhab i cui seguaci, conquistata Medina nel 1 804
e la Mecca nel 1 806, cominciavano a compiere incursioni
fuori della penisola, minacciando i centri urbani dell'Iraq e
della Siria. A partire dal 1 820 Muhammad 'Ali avvi<? la con­
quista del Sudan (fondazione di Khartum, 1 823) e, per con­
to del sultano Mahmud II ( 1 808-1839) , combatté poi contro
gli irredentisti greci; il che gli costò la distruzione della flot­
ta egiziana nella battaglia di Navarino da parte dell'alleanza
russo-franco-britannica. Nel frattempo Muhammad 'Ali da­
va vita a una serie di riforme militari e amministrative che
gli consentirono di rendersi praticamente autonomo e ad­
dirittura di minacciare colui che avrebbe dovuto conside­
rare proprio sovrano: con le campagne di Siria ( 1 83 1-1832)
e di Anatolia ( 1 832-1833 ) , accompagnate da tentativi di
espansione in Arabia e verso il Golfo Persico, impensierì a
tal punto le potenze europee da indurle a intervenire per
impedire il crollo dell'impero. L'abile e ambizioso condot­
tiero albanese fu costretto a restituire la Siria e gran parte
degli altri territori conquistati, ma ottenne in cambio ( 184 1 )
l a nomina a viceré col diritto di trasmettere la carica per
via ereditaria. L'Egitto era, di fatto, ormai indipendente,
anche se continuava a riconoscere il potere supremo del
sultano.
In fin dei conti, l'impresa napoleonica in Egitto non servì
a chi l'aveva progettata, che non ne trasse alcun vantaggio di­
retto, vuoi politico, vuoi militare, vuoi economico: soltanto
la Description de l'Egypte, opera monumentale pubblicata al
loro ritorno in patria dagli studiosi aggregati alla spedizione,
è giustamente considerata acquisizione di valore incalcola­
bile al patrimonio scientifico dell'umanità (Lutsky 1 975,
1 55) . Ne trassero grande profitto, indirettamente, Muham-
2. Conquiste 251

mad 'Ali e l'Egitto da lui avviato sulla via della modernizza­


zione. Su un piano più vasto Napoleone dimostrò ai musul­
mani quanto fosse facile per un esercito europeo moderno
invadere, conquistare e governare uno dei paesi al centro
del mondo islamico; e al governo britannico quanto fosse fa­
cile per una potenza ostile interrompere le comunicazioni
terrestri con l'India. Un certo numero di musulmani co­
minciarono pertanto a interrogarsi sulle cause della supre­
mazia occidentale e si misero a riflettere su come cercare di
arginarla: ne derivò un impulso alle riforme e alla moder­
nizzazione, una consapevolezza dei problemi dell'impatto
con l ' Occidente; per quest'ultimo l 'impresa francese segna
l 'inizio di un secolo e mezzo di ingerenza diretta franco-bri­
tannica negli affari interni dell'Egitto e del mondo arabo­
islamico, le cui conseguenze vanno molto al di là dei concreti
limiti territoriali e militari della spedizione napoleonica.

La colonizzazione europea in Africa e in Asia

Una volta sventata la minaccia francese in Egitto, la Gran


Bretagna continuò a preoccuparsi della sicurezza dei colle­
gamenti con l 'India, proponendo (o imponendo) trattati a
diversi notabili o sovrani delle coste della Penisola Araba,
dove già nel 1 798 aveva concluso un accordo con il sultano
dell' Oman. A partire dal 1 820 ottenne così basi, o centri di
influenza, nel territorio degli attuali Emirati Arabi Uniti,
nello Yemen, nell'isola di Socotra, a Bahrein e nel Qatar.
Chiave di volta di questo disegno di espansione coloniale,
che contribuì ad accrescere il numero dei musulmani sot­
toposti a dominazione «Cristiana» , fu Aden, occupata nel
1 839: il suo porto acquistò importanza enorme come base
militare, ma anche come redditizio scalo commerciale sul­
la rotta dell'India e dell'Asia orientale. In Egitto l 'occupa­
zione era ancora di là da venire: ci si accontentava di una
penetrazione economica e finanziaria, nell'ambito della
252 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

quale fu la Francia ad ottenere il successo più clamoroso,


con la concessione per la costruzione del Canale di Suez
( 1 854- 1 869) , soppiantando l'Austria che si era fatta avanti
con un progetto preparato da un suo suddito trentina, l'in­
gegnere Luigi Negrelli (Bono 1 990) .
I territori a ovest dell'Egitto sembravano naturalmente
destinati ai Francesi: già ai tempi di Muhammad 'Ali si era
parlato di un 'azione comune franco-egiziana, che non andò
in porto; la Francia concentrò poi l'attenzione su Algeria,
Tunisia (dove era peraltro presente una nutrita colonia ita­
liana, che ci servirà poi per accampare rivendicazioni) e Ma­
rocco. Nelle regioni più occidentali del Maghreb si manife­
stavano anche mire spagnole e, di nuovo, italiane, ma il van­
taggio acquisito dalla Francia in Mrica settentrionale era dif­
ficilmente raggiungibile: lo sbarco del 1 830 in Algeria le ave­
va aperto la via ad un'occupazione destinata a durare ben
1 32 anni e a trasformare radicalmente l'economia e la cul­
tura della colonia. Gli obiettivi della Francia richiedevano in­
nanzi tutto la <<pacificazione>> del territorio, che fu realizzata
inizialmente con una tattica fatta di attacchi rapidi e di de­
vastazione del paese. Fu così schiacciata nel 1 846 la resisten­
za guidata da 'Abd al-Qader, impropriamente considerato il
padre del nazionalismo algerino: era in realtà un capo tra­
dizionale, espressione di una visione del potere fondata sul­
la federazione piuttosto elastica di capi tribù, impegnato nel­
la difesa della terra contro un'invasione straniera e, per di
più, «cristiana>> (Calchi Novati 1998, 19) .
I Francesi non si limitarono a sottrarre progressivamen­
te le terre migliori agli «indigeni>> per rendere possibile la
colonizzazione di popolamento su vasta scala, ma trasfor­
marono radicalmente la stessa agricoltura, in primo luogo
incoraggiando la coltivazione della vite fino a farne una
specie di monocultura. Ciò determinò a sua volta una frat­
tura tra le due componenti della società algerina, i nomadi
e i sedentari vissuti fino ad allora in un rapporto di simbio­
si relativamente pacifico e reciprocamente vantaggioso; i
2. Conquiste 253

nomadi (la cui presenza era incompatibile con la viticoltu­


ra) furono respinti progressivamente verso sud, e la resi­
stenza armata repressa con brutale efficienza, non senza
stragi e atrocità (gli abitanti di villaggi interi, rifugiatisi nel­
le caverne, soffocati col fumo) . La colonizzazione si inten­
sificò dopo la sconfitta francese nella guerra del 1 870 con­
tro la Prussia (e la repressione della Comune di Parigi) ,
quando occorreva distrarre l'opinione pubblica interna e
sistemare i profughi dalle terre perdute di Alsazia e Lorena.
Altrettanto radicale fu l 'opera di colonizzazione cultura­
le: scoraggiato al massimo l'insegnamento in arabo, gli Al­
gerini vennero lasciati praticamente senza scuole (a parte
quelle in cui si insegnava acriticamente - a memoria - il Co­
rano) . L'Algeria rimase pertanto isolata dai fermenti di
riformismo che, nella seconda metà del XIX secolo, co­
minciarono a coinvolgere tutto il mondo islamico. Per le
esigenze dell'amministrazione coloniale la Francia attuò
una cautissima politica di assimilazione delle élites, ai cui fi­
gli si proponeva l 'insegnamento in francese, che finì col di­
ventare la lingua usata dagli Algerini nei rapporti con i co­
lonizzatori e nella scrittura, a tutto discapito dell'arabo let­
terario scritto. Nei rapporti personali, in famiglia, si conti­
nuava a parlare il dialetto arabo locale e i dialetti berberi
nelle regioni in cui la popolazione originaria aveva resistito
al processo multisecolare di arabizzazione. Con risultati de­
vastanti: al momento dell'indipendenza, nel l962, l'Algeria
non aveva un numero di maestri in grado di insegnare l'a­
rabo classico sia pure nelle sole scuole elementari, e dovet­
te rivolgersi alla solidarietà degli altri paesi arabi, che ebbe
anche effetti negativi a lungo termine: arrivarono maestri
palestinesi, egiziani e di altri paesi, portatori di sentimenti
nazionalisti, ma anche elementi dediti all'affermazione di
un Islàm militante, un seme che a fine secolo farà imboc­
care alla popolazione algerina la via della guerra civile.
Le mire della Francia non erano circoscritte al solo ter­
ritorio algerino, ma investivano anche Tunisia e Marocco, e
254 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

preoccupavano in primo luogo la Gran Bretagna (dopo


l'Unità entrò in gioco anche il nostro paese, per i tradizio­
nali legami economici con la Tunisia) . La questione fu ri­
solta dal Congresso di Berlino nel 1 878, quando la Gran
Bretagna ottenne dagli Ottomani l 'isola di Cipro in funzio­
ne antirussa. Per mantenere unito il concerto delle poten­
ze europee, il Primo ministro britannico, Lord Salisbury,
concesse al governo francese il suo appoggio per realizzare
i piani relativi alla Tunisia. Anche Bismarck era favorevole,
perché ciò consentiva di sviare l'opinione pubblica france­
se dalla questione dell'Alsazia e Lorena. Quanto al governo
italiano, fu posto di fronte al fatto compiuto dallo sbarco di
truppe francesi in Tunisia nel 1 88 1 e tranquillizzato con
promesse di solidarietà in vista dell'occupazione della Li­
bia. La Tunisia sarà trasformata in protettorato francese
mediante il trattato del Bardo nel 1 88 1 e la convenzione di
La Marsa nel 1 883.
In una serie di accordi segreti ( 1 900, 1902 e 1 9 1 1 ) la
Francia e l'Italia si accordarono sui reciproci interessi in Li­
bia e in Marocco. La Gran Bretagna non vedeva di buon oc­
chio l'influenza della Francia in Marocco (né una presenza
francese di fronte a Gibilterra) , e cercò di ostacolarla, pri­
ma di concludere la Entente cordiale ( 1904) che, nella sua
parte segreta, regolava gli interessi francesi e britannici in
Egitto e in Marocco. Altri accordi segreti con la Spagna pre­
disponevano la spartizione del Marocco, che entrò nell'or­
bita francese come protettorato nel 1 9 1 2 . Il terreno era sta­
to preparato dalla penetrazione del capitale finanziario, e
la dipendenza del Marocco dall'Europa si era accentuata
quando, nel 1 861-1 862, si dovettero contrarre i primi pre­
stiti stranieri garantiti dagli introiti doganali. Di una venti­
na d'anni posteriore è una missione italiana descrittaci da
Edmondo De Amicis, che offriva assistenza nella fornitura
e produzione di armi.
La Russia, dal canto suo, aspirava più al dominio degli
Stretti del Bosforo e dei Dardanelli che non a conquiste ter-
2. Conquiste 255

ritoriali dirette, anche se nei Balcani appoggiava Bulgari e


Serbi in nome della fratellanza slava e del dovere di pro­
teggere i cristiani ortodossi. Nemmeno la Germania, arri­
vata solo nel 1 870 all'unità nazionale, era in grado di espri­
mere credibili progetti di espansione coloniale nel mondo
islamico; cercò tuttavia, ma invano, di metter piede in Ma­
rocco (proprio alla vigilia dello sbarco francese e alla pro­
clamazione del protettorato) mediante una dimostrazione
navale: il cosiddetto <<balzo della Panther>> , dal nome dell'u­
nità mandata a «mostrare la bandiera>> in un tipico esempio
di <<politica delle cannoniere>> .
lndiscutibile successo incontrarono invece i Tedeschi
nella penetrazione economica nell'impero ottomano, dove
ottennero concessioni ferroviarie comprendenti i diritti mi­
nerari all'interno di una striscia larga una ventina di chilo­
metri lungo i binari. Altre concessioni venivano richieste,
talvolta ottenute e spesso perdute per revoca, da speranza­
si imprenditori di vari paesi. In particolare, cercavano di
metter piede in Anatolia i più bei nomi dell'industria del
petrolio, nata nel 1 859 negli Stati Uniti e guidata da un abi­
le imprenditore di nome Rockefeller. Anche se di idrocar­
buri nessuno aveva ancora trovato traccia, si arrivò a un ac­
cordo: per coordinare le ricerche all'interno dell'impero
ottomano (e presumibilmente per tenerne fuori gli im­
prenditori statunitensi) , gli interessi britannici, olandesi e
tedeschi si coalizzarono fondando nel 191 1 la African & Ea­
stern Concessions Limited, diventata successivamente Turkish
Petroleum Company, il cui capitale era così ripartito: 25% al­
la Deutsche Bank in rappresentanza degli investitori tede­
schi, 35% alla Banca nazionale turca (comprendente capi­
tali britannici e del finanziere armeno Gulbenkian) , il 1 5 %
allo stesso Gulbenkian e il 2 5 % a un'impresa petrolifera a
capitale misto britannico e olandese, la Royal Dutch-Shell.
Come i colonialisti francesi giustificavano le proprie im­
prese con una presunta mission civilisatrice e quelli britanni­
ci con il white man 's burden o <<fardello dell'uomo bianco>> ,
256 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

così facevano anche i nostri nonni. Dovevamo prenderei la


Libia perché era «la Quarta sponda>> del nostro paese, per­
ché era stata civilizzata dai Romani, perché dovevamo siste­
marvi i nostri braccianti senza terra; più nobilmente, per li­
berare i Libici dal giogo turco o, più prosaicamente, per in­
segnar loro a mangiare con le posate. Non mancavano, è ov­
vio, motivi economici più sostanziosi, rappresentati dagli
investimenti bancari, agricoli e commerciali.
Quando sbarcammo in Libia nel 191 1 , comunque, era­
vamo già in discreto ritardo rispetto alla stagione delle im­
prese coloniali europee, e la nostra occupazione si scontrò
subito con un'efficace resistenza non tanto delle forze re­
golari turche, quanto da parte di una diffusa guerriglia ara­
ba animata da una confraternita, la Senussiyya, radicata so­
prattutto in Cirenaica. La Turchia, costretta a scendere a
patti dallo scoppio della guerra nei Balcani, concluse nel
1 9 1 2 un trattato di pace con l'Italia che non riconosceva uf­
ficialmente la nostra sovranità sulla Libia, ma obbligava la
Porta a ritirare le sue truppe e i suoi funzionari. La guerri­
glia tuttavia continuava e acquistò vigore in seguito all'in­
gresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale nel 1 9 1 5 ,
che costrinse i l nostro paese a concentrare i l grosso delle
truppe sul fronte contro l'Austria. Sotto la guida di un abi­
le ufficiale turco, la resistenza libica mise a dura prova le no­
stre forze d'occupazione, e la nuova colonia fu quasi per­
duta (Enver 1986) . Nel dopoguerra l'Italia riconobbe alla
Libia una limitata autonomia sotto l'emiro Idris, dotato di
grande prestigio anche in quanto capo della confraternita
dei Senussi.
In Egitto la modernizzazione avviata da Muhammad 'Ali
con la costruzione di arsenali, cantieri navali, fabbriche di
interesse militare e per la tessitura di lana e cotone, inco­
raggiò l'afflusso di capitali europei innescando il meccani­
smo della dipendenza: indebitamento crescente, prestiti
garantiti da entrate doganali e fiscali, nonché dalla presen­
za di rappresentanti dei paesi creditori in seno all'ammini-
n declino dell'impero ottomano @Q] Eugène Delacroix, La Grecia
La crisi finanziaria e le pressioni esterne da parte degli spirante sulle rovine di Missolungi, 1826.
Stati europei furono i fattori principali dell'irreversibile Bordeaux, Musée cles Beaux·Arts.
processo di declino dell'impero ottomano, i cui inizi La rivolta greca contro gli Ottomani
possono collocarsi sul finire del XVII secolo, quando scoppiò nel 1821, ma si concluse
la Sublime Porta fu costretta a cedere agli Asburgo con una sconfitta. Nel 1829,
parte dei suoi possedimenti in Europa. A questi tuttavia, grazie al sostegno morale
elementi si aggiunsero le prime manifestazioni degli intellettuali europei e all'aiuto
di nazionalismo nei Balcani e nelle province arabe, con politico-militare della Russia,
il nascere di società segrete che perseguivano l'obiettivo i Greci riuscirono a ottenere
dell'indipendenza anche con mezzi terroristici. l'indipendenza.
Verso una nuova identità
A fronte del disfacimento
dell'impero, nel corso del XIX
secolo la Sublime Porta attuò
w1a serie di riforme tendenti
alla modernizzazione dello Stato.
La stagione cosiddetta delle
tamimo.t prese avvio nel 183 9
con il sultano Abdiilmegit
e fu continuata dal suo
successore Abdiilaziz.
Tra gli intenti rivoluzionari
del loro progran1ma
vi era il riconoscimento
della parità di diritti
tra musulmani e non musulmani
e l'apertura verso l'Occidente,
necessaria a dotare l'irnpero
di nuove tecnologie e conoscenze.

� Ipaesi belligeranti d'Europa. � Francobollo


Litografia di Charles G. Crehen, 1854 circa. celebrativo dell'alleanza
Collezione privata. tra Turchia e Austria,
Sono rappresentati i sovrani che presero 1 9 15 circa.
parte alla guerra di Crimea (1853-1856) :
la regina Vittoria, l'imperatore Francesco Giuseppe,
Napoleone III, Federico Guglielmo IV di Prussia,
il sultano Abdiilmegit e lo zar Nicola l.
� Ahmed Riza, membro al governo di Istanbul: loro aver preso il potere nel 1908,
dei Giovani Turchi. obiettivo era il ripristino della il movimento assunse
I Giovani Turchi erano un Costituzione proclamata nel una coloritura fortemente
movimento di opposizione 1 876 e subito revocata. Dopo nazionalista.
La penet:razione europea
nella Persia post-safavide
TI tramonto della dinastia dei Safavidi
fu segnato dalla conquista del trono persiano
da parte dei Qtgiar nel 1794.
La nuova dinastia, originaria delle regioni
settentrionali, dovette fronteggiare l'espansione
imperiale della Russia;
per contrastarla, apri le porte della Persia
alla penetrazione politica, economica
e finanziaria della Gran Bretagna.

@!l Lo scià di Persia Nasir al-Din.


Nel corso del XIX secolo Gran Bretagna e
Russia assunsero un ruolo sempre più decisivo
negli affari interni della Persia. Esemplare in tal
senso fu la successione al trono di Nasir al-Din
nel 1848, resa possibile grazie all'intervento
delle due grandi potenze europee.

� Ufficio postale inglese a Bushire, 1893 circa.

� Giacimenti petroliferi in Persia, 1923.

1m Lo scià Riza Khan insieme ad alcuni


ufficiali, 1 925.
La dinastia Qtgiar fu destituita dal golpe
militare guidato da Riza Khan,
un ufficiale della Brigata dei Cosacchi,
che nel 1925 depose l'ultimo sovrano e si fece
incoronare scià.
'Abd al-Q.ader
n decadimento
della Sublime
Porta aprì
la strada alle nilre
espansiorùstiche
delle potenze
europee sulle
province arabe
sottoposte alla
dominazione
ottomana.
Ne1 1830
i Francesi
sbarcarono
in Algeria;
la resistenza
algerina, guidata
da 'Abd al- �der,
fu definitivamente
debellata
nel l846.
Ebbe così inizio
un'occupazione
destinata a durare
ben 132 anni
e a trasformare
radicalmente
la cultura
e l'economia
del paese.

� Augustin
Regis , La resa
di 'Abd al-Q_ader.
XIX secolo.
Chantilly, Musée
Condé.
THn MOO�R� CI�ILIZATIO\ OfEURUrt

;.:� l.. �j ..-.) .. ,: �<1_,...!.i .> ..s,...S':;:,


.;.-<1..-.- J L....h �...:>· J \...-�;

La colonizzazione europea
Nel corso del XIX secolo l'influenza
economico-finanziaria esercitata dagli
europei sui paesi musulmani andò
trasformandosi in colonizzazione.
Gli Inglesi, preoccupati soprattutto
della sicurezza dei collegamenti con
l 'India, miravano ad assicurarsi il
controllo dell'Egitto, che divenne
ufficialmente protettorato britannico
nel l914. Gli interessi dei Francesi
erano invece rivolti al Maghreb
occidentale, dove detenevano una
posizione di vantaggio grazie
all'occupazione dell'Algeria. Nel l881
la Francia invase Tunisi, mentre il
Marocco entrò nella sua orbita nel
1912, in seguito ad accordi segreti
con l'Italia, l'Inghilterra e la Spagna.
@21 La moderna civilizzaz.Ume [!Q] Manifesto 1!!1 Una strada di Tripoli, 1 9 12 circa.
europea. La Francia in Marocco pubblicitario Firenze, Museo di Storia della
e la Gran Bretag;ut in Egitto. della Anclwr Line, Fotografia Fratelli Alinari.
Litografia satirica di AH. Zaki, che collegava Al!'Italia spettò la Libia, considerata la
1914 circa. Gibilterra all'India sua 'Qyarta sponda' e destinata a
La mi.ssWn civzlisatri.ce attraverso il Canale sostanziosi investimenti bancari,
rappresentava la giustificazione di Suez, 1920 circa. agricoli e commerciali. Lo sbarco
che i colonialisti francesi italiano in territorio libico, nel 1 9 1 1 ,
davano alla loro dominazione, s i scontrò tuttavia con l a tenace
mentre gli Inglesi preferivano resistenza della guerriglia araba,
parlare di 'fardello che mise a dura prova le forze
dell'uomo bianco'. d'occupazione.
La colonizzazione russa � Scena della conquista
IJespansione russa verso l'Asia centrale prese avvio del Turkestan.
all'inizio del XVIII secolo con l'istituzione di protettorati, Incisione di Laplante, 1880.
per poi passare, nella prima metà del secolo successivo, Ne1 1867 un decreto imperiale
alla penetrazione militare e al dominio diretto. Nel giro di istituì il governatorato generale
cinquant'anni l'impero zarista conquistò un'area immensa e del Turkestan con sede
fu in condizione di esercitare la propria sovranità all'interno a Tashkent, affidato
di quelli che erano considerati i suoi confini naturali. al generale von Kaufrnan.
�!ID Gruppo di musulmane
comuniste in Mongolia, 192 1 .
All'indomani della Rivoluzione
d'Ottobre il governo sovietico si
in1pegnò a rispettare le credenze
e le tradizioni musulmane.
Fu istiruito il Commissariato
centrale per gli affari
musulmani, con il compito di
reclutare i credenti nelle file del
partito comunista e dell'Armata
Rossa. IJesperimento ruttavia
fu di breve durata: nel l92 1 il
Commissariato venne soppresso
e l'Islàm diventò un nemico
del regime.

1BJ Tratto della fenuvia


Turkmeno-siberiana in
costruzione, 193 O.
I collegamenti ferroviari
furono uno dei presupposti
della colonizzazione. Nel l890
fu avviata la costruzione della
Transiberiana, mentre
il progetto della Turkmeno­
siberiana venne varato
nel l914 e portato a temline
nel l930.
Modernità e Islàm
La dialettica tra Islàm e modernizzazione ha
assunto forme e accenti diversi nel mondo
musulmano. Da un lato sono sorti movimenti
politico-religiosi rigoristi e tradizionalisti come
il wahhabismo, che hanno propugnato il
ritorno a un Islàm purificato e la resistenza
armata contro la dominazione e le influenze
occidentali. Dall'altro atteggiamenti in varia
misura modernisti, che hanno spinto in favore
di una riforma dei costumi e di una maggiore
apertura al mondo non musulmano.

� Scuola islamica a Lahore, 1933.

[!§] n sultano saudita 'Abd al-'Aziz ibn Sa'ud,


1928.
n primo ispiratore del movimento wahhabita
fu Muhammad ibn 'Abd al-Wahhab, nato nel
1703 nel cuore della Penisola Araba. Suo
obiettivo era quello di cacciare i Turchi dai
paesi arabi e di riunirli sotto l'egida del 'puro
Islàm', ma le sue imprese scatenarono la
repressione della Sublime Porta. La
costituzione del moderno Stato saudita
si deve, due secoli più tardi, a 'Abd al-'Aziz ibn
Sa'ud, che si impadronì di Riyadh nel 1902,
consolidando negli anni successivi il proprio
potere nel centro della penisola.
I nazionalismi I!ZI Donne egiziane tengono
I movimenti nazionalistici un discorso patriottico,
affermatisi nei paesi n Cairo 24 maggio 1 9 1 9.
musulmani si sono talvolta Capo dei nazionalisti egiziani
richiamati a esperienze fu Sa'd Zaghlul, arrestato
e ideali di matrice europea, dagli Inglesi nel marzo 1 9 1 9.
come nel caso dell'Egitto, In quell'occasione milioni
ma più spesso sono stati di persone scesero in strada
caratterizzati da istanze per protestare.
e ideologie peculiari n movimento fu represso
al mondo islamico, brutalmente, ma indusse
quali il panarabismo la Gran Bretagna ad avviare
o il panislamismo, le trattative che portarono
fondate su una netta al riconoscimento
contrapposizione dell'indipendenza
al colonialismo occidentale. dell'Egitto nel 1922.
La nascita della repubblica turca
La sconfitta subita nella prima guerra mondiale
segnò il crollo dell'impero ottomano e l'inizio
della spartizione dei suoi ex-domini tra i paesi
vincitori. n più importante movimento
di resistenza all'Occidente fu quello guidato
dal turco Mustafa Kemal. A capo di un gruppo
di ribelli, Kemal condusse la lotta contro
gli Alleati, da una parte, e il governo di Istanbul,
dall'altra, riuscendo a far votare all'Assemblea
nazionale la soppressione del sultanato.
Nel 1923 nasceva la repubblica turca,
di cui Kemal, che assunse il nome di Atatiirk,
divenne presidente.

!!ID Mustafa Kemal con la moglie, 1923 circa.

!!ID Corsi di formazione per le donne turche,


1930 circa.
Kemal avviò una politica di radicali riforme
per laicizzare il paese. Tra queste,
la soppressione delle scuole coraniche e la
creazione di un sistema di istruzione statale,
la riforma della scrittura e il divieto di utilizzare
l'arabo nelle cerimonie religiose, l'estensione
del voto alle donne, le campagne contro il velo
femminile e l'introduzione dell'abbigliamento
europeo. Ma il nazionalismo esasperato
di Atatiirk portò anche alla repressione
delle minoranze curde, armene e arabe.
� Treno
di rifugiati
musulmani
da Delhi
a Lahore,
1947-1948.

La nascita a circa un quarto della i musulmani indiani,


del Pakistan popolazione, e le altre ha assunto le dimensioni
llintreccio tra componenti portarono di una tragedia,
nazionalismo e militanza nel 1947 alla spartizione con milioni di morti
religiosa si è manifestato del subcontinente in due e di profughi e una
in India in forme Stati. La nascita del perdurante conflittualità
complesse. Le tensioni Pakistan, Io 'Stato sia interna sia tra i vari
esistenti tra la comunità dei puri' che avrebbe paesi in cui l'India
islamica, pari dovuto riunire tutti si è frammentata.
I Fratelli Musulrnani
Madre di tutti i movimenti
di militanza islamica,
l'associazione dei Fratelli
Musulrnani fu fondata
in Egitto nel 1928 da Hasan
ai-Banna.
La sensibilità ai temi
economico-sociali,
la difesa dei valori tradizionali,
la convinzione che gli ideali
islamici rappresentassero
la migliore forma di resistenza
contro la presenza coloniale,
il ricorso alla violenza come
strumento necessario
contro l'ingiustizia,
furono tra le caratteristiche
fondamentali fatte proprie
dai molti gruppi di attivisti
da essa derivati.

l@ Giamal 'Abd ai-Nasser


alla Mecca, agosto 1954.

l@ Un militante dei Fratelli


Musulrnani condannato
a morte per l'attentato
al presidente 'Abd ai-Nasser,
n Cairo 10 dicembre 1 954.
Durante la seconda guerra
mondiale la Fratellanza
islamica si trasformò
in un movimento di massa,
con milioni di aderenti.
n suo successo provocò
la repressione da parte
dei governanti egiziani, cui
segui una spirale di violenza
inaugurata dall'assassinio
del Primo ministro ai-Noqrashi
nel 1948. Messi fuori legge
nel 1954 dal regime di 'Abd
ai-Nasser, vittima di due
attentati nel 1954 e nel 1966,
i Fratelli Musulrnani
continuarono ad agire in
clandestinità. Ne1 198 1 un loro
nucleo organizzò l'assassinio
del presidente Anwar ai-Sadat,
autore della contestata politica
dell'infitah.
La decolonizzazione l'egiziano 'Abd al-Nasser, � Manifestazione
La seconda guerra mondiale l'indiano Nehru e del popolo
e l'inizio della guerra fredda l'indonesiano Sukamo. marocchiuo contro
produssero le condizioni Entro i primi anni Sessanta il governo francese,
per la decolonizzazione. la maggior parte Rabat 1954.
Un ruolo importante delle colonie raggiunse
in questo processo fu svolto l'indipendenza: l'India
dal 'movimento dei non nel 1 947, l'Indonesia
alliueati', che contava nel 1949, l'lndociua nel
tra i suoi padri fondatori 1954, il Marocco e la Tunisia
il presidente jugoslavo Tito, nel 1956, l'Algeria nel 1962.
n petrolio
La seconda guerra mondiale
segnò anche il definitivo ingresso
degli Stati Uniti nel Vicino
e Medio Oriente, divenuti
un'area di importanza strategica
per i ricchi giacimenti petroliferi.
Principale strumento
di penetrazione del governo Usa
fu la concessione di aiuti ai paesi
arabi, che servirono ad aprire
un varco nel monopolio franco­
britannico sulla produzione
del petrolio. n tentativo degli
Stati esportatori di contrastare
l'ingerenza occidentale ha portato,
nel 1960, alla costimzione
dell'Opec, l'organizzazione
dei paesi esportatori.

� Striscione � Un meharista
anti-americano presso una
a una raffmeria
mauifestazione di petrolio
del partito saudita, Dharan
comunista 1950-1960.
iraniano Tudeh,
Tehran 1 95 1 .
� Vayatollah
Khomeini acclamato
dalla folla, Tehran
2 febbraio 1979.
La questione palestinese
Nel 1948, proprio quando iniziava il processo di
decolonizzazione dei paesi musulrnani, in
Palestina nasceva lo Stato di Israele. Qyello che
per i sionisti rappresentava la realizzazione di un
obiettivo a lungo sospirato, per gli islamici
significò la più recente manifestazione della
plurisecolare tradizione coloniale dell'Occidente.
Da allora la lunga e sanguinosa lotta araba e
musulmana contro Israele, combattuta in prima
linea dall'Olp e dai diversi gruppi militanti sorti
dal ceppo dei Fratelli Musulrnani, ha conosciuto
solo brevi periodi di tregua.

� Riunione del consiglio della Lega araba


per discutere della questione palestinese,
Bludan Il luglio 1946.

l@ Yasser Arafat durante un intervento alle


Nazioni Unite, New York 22 novembre 1974.
ll leader palestinese, scomparso 1' 1 1 novembre
2004, è stato a capo dell'Olp dal 1969.
I suoi tentativi di addivenire a un accordo
con il governo israeliano, che sembrava ormai
prossimo grazie al 'processo di pace' promosso
dagli Stati Uniti negli anni Novanta, si sono
conclusi con un cocente insuccesso.
� Sit-in di donne palestinesi davanti
ai rittatti delle vittime della seconda
Uztjfada in occasione dell'anniversario
della nascita di Hamas,
Hebron 1 1 dicembre 2000.
Una tappa importante del conflitto
arabo-israeliano è rappresentata
dall'inizio dell'Uztjfada, l'insurrezione
spontanea dei Palestinesi,
nel dicembre 1987. Nell'estate del 2000,
dopo il fallimento dei negoziati di pace,
è esplosa la seconda Uztjfada,
una nuova fase caratterizzata
dal frequente ricorso agli attentati-suicidi.

� Corteo di attivisti
del gruppo Gihad,
Rafab 13 aprile 200 l.
n caso algerino La militanza islamica oggi
Le tensioni sociali che dalla fine degli anni Le idee portanti della Fratellanza
Ottanta insanguinano l'Algeria, generalmente musulmana si sono diffuse in tutto il mondo
classificate come manifestazioni di fanatismo islarnico, trovando terreno fertile soprattutto
religioso, sono state piuttosto originate in Pakistan, dove è sorta la Gio:ma 'at is/am� e
dalla grave crisi economica in Indocina, con l'associazione Dar al-lslàm.
e dalle sperequazioni esistenti nel paese. Ma anche in paesi come la Turchia, dove i
La t�volta dell'ottobre 1988 movimenti di militanza hanno avuto in
è stata lo sbocco naturale del malessere diffuso passato un ruolo marginale, si è assistito
tra la popolazione; solo in un secondo negli wtirni anni all'affermazione di gruppi
momento il Fronte islarnico di salvezza politici che si richiamano ai principi
ha assunto la guida della protesta dell'lslàm. ll loro successo appare però
innestandovi terni ed elementi religiosi. legato più a un programma di riforme
economiche che a ragioni attinenti
@l Manifesto in una via di Algeri, alla sfera religiosa.
1990.
� Sostenitori leader Qazi
della Giama 'at islami Hussein Ahmed,
protestano per Peshawar
l'arresto del loro 4 novembre 200 1 .
L'Islàm nel mondo l@ Musulmani
Oggi l'lslàm attraversa in preghiera davanti
una fase di espansione alla moschea
e la presenza di comunità musulmane di Whitechapel,
sempre più nutrite nei paesi occidentali Londra 2004.
è avvertita da molti
come una mmacCia.
Gli attentati dell' I l settembre 2001
hanno contribuito, poi,
ad accentuare le tensioni
e hanno riattualizzato
lo spettro di uno 'scontro di civiltà'.
Dopo secoli di reciproche
incomprensioni, solo il dialogo
può garantire
il superamento del pregiudizio.
2. Conquiste 257

strazione, secondo il principio del Dual contro! franco-bri­


tannico istituito nel 1 876. Nel 1 880 metà delle entrate egi­
ziane erano assorbite obbligatoriamente dal pagamento dei
debiti, e non restavano soldi per pagare gli stipendi: donde
malcontento generale e rivolte di ispirazione nazionalisti­
ca; nel 1 882, a tutela dei crediti (e del Canale di Suez, inau­
gurato nel 1 869 ) , la Gran Bretagna attuò un'occupazione
che doveva essere temporanea. Durò settant'anni.
L'amministrazione francese dell'Mrica settentrionale (e
in minor misura anche quella italiana e quella spagnola) fu
caratterizzata da un'ideologia unitaria, quella della mission
civilisatrice, la convinzione della superiorità della civiltà oc­
cidentale e del diritto di diffonderla. Di carattere diverso
era la dominazione britannica in Egitto, che non si propo­
neva una colonizzazione di massa e non aveva l'idea espli­
cita di una missione civilizzatrice: nell'impero britannico si
preferiva parlare di «fardello dell'uomo bianco» e fingere
di credere al mito secondo cui la Gran Bretagna si era tro­
vata ad amministrare immensi territori per caso, quasi tra­
scinata per i capelli (in Egitto per garantire le comunica­
zioni con l'India, dove il governo aveva dovuto intervenire
a suo tempo per togliere le castagne dal fuoco agli azionisti
privati della Compagnia delle Indie, ecc. ) . Dopo l'inter­
vento militare del 1 882 la Gran Bretagna amministrò l'E­
gitto alla stregua di una colonia, anche se formalmente non
lo era: fece deportare Ahmed Urabi, l'ufficiale di origini
contadine che aveva guidato l'opposizione nazionalista alle
crescenti ingerenze europee, fece del sovrano un proprio
fantoccio e impose al governo di agire secondo gli interes­
si britannici. Il paese fu trasformato in una fattoria, il cui
compito era di fornire cotone a basso costo per l'industria
tessile del Lancashire e di acquistare i prodotti delle indu­
strie britanniche. Ne risultarono la distruzione dell'artigia­
nato egiziano e una intensa terziarizzazione dell'economia,
simboleggiata dalla trasformazione di innumerevoli botte­
ghe artigiane, in cui erano fioriti mille mestieri, in caffè,
258 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

santuari dell'ozio e della chiacchiera. Agli sforzi compiuti


da Muhammad 'Ali e dai suoi successori per dotare l'Egitto
di un'industria che ne rafforzasse l'indipendenza subentrò
una colonizzazione economica totale, che non era meno
pesante per essere relativamente invisibile.
L'Egitto continuava infatti a essere formalmente parte
dell'impero ottomano, conservando anche il proprio im­
pero sudanese, che fu poi ( 1 899) trasformato con ardita co­
struzione giuridica in «condominio anglo-egiziano». Il Su­
dan era importante agli occhi della Gran Bretagna non sol­
tanto per le consuete ragioni strategico-imperiali (era allo
studio una ferrovia tra il Cairo e Capetown, che si scontra­
va con l'interesse francese a collegare i possedimenti del­
l'Mrica occidentale con Gibuti, sul Mar Rosso) , ma anche
in quanto area di produzione di un cotone a fibra lunga
particolarmente pregiato: la sua coltivazione venne pertan­
to incoraggiata anche per mezzo di imponenti opere idrau­
liche. Sul piano politico il governo di Londra si preoccupò
soprattutto di isolare le province meridionali, abitate da po­
polazioni prevalentemente animiste, con una presenza cri­
stiana frutto dell'attività missionaria europea, da quelle set­
tentrionali massicciamente arabizzate e islamizzate: drasti­
che disposizioni amministrative ostacolavano la circolazio­
ne degli Arabi provenienti dal nord e addirittura l'uso di in­
dumenti «di foggia araba». Alla finzione di una sovranità ot­
tomana sulla Valle del Nilo pose termine lo scoppio della
prima guerra mondiale. 11 1 8 dicembre 1 9 1 4 l 'Egitto si tra­
sforma ufficialmente in protettorato britannico: il pretesto
è la necessità di proteggere il Canale di Suez.
La creazione di un impero russo in Asia centrale è con­
seguenza diretta e naturale della Reconquista slava. Dopo la
sconfitta del khanato di Kazan' per mano di lvan IV il Ter­
ribile nel 1 552, i Tatari espulsi perché non avevano voluto
accettare l'assimilazione diedero vita inconsapevolmente a
un fenomeno di colonizzazione indiretta: notabili e arti­
giani del vecchio khanato si diressero verso le steppe tra gli
2. Conquiste 259

Urali e il Caspio, fondandovi prospere comunità commer­


ciali. Diventarono in tal modo gli intermediari naturali tra
l 'industria russa che in quegli anni stava cominciando a fa­
re i primi passi, e i mercati del Turkestan (inteso come l'a­
rea indifferenziata tra il Caucaso e il Caspio da una parte,
gli Urali e i confini cinesi dall'altra) , ancora preclusi ai non
musulmani. La borghesia mercantile tatara, associata in tal
modo alla politica imperiale russa, venne così a conoscere
un periodo di prosperità senza precedenti, destinato a du­
rare oltre un secolo. Si trovò pertanto nelle condizioni che
consentirono ai suoi esponenti più illuminati di esprimere
e alimentare correnti riformiste che si proponevano di dar
vita a una «rinascita tatara».
Dopo il khanato di Kazan' era naturale che l'espansione
coloniale russa investisse le regioni più a est. Questo pro­
cesso assunse le forme, all'inizio del XVIII secolo, di blandi
protettorati sui khan kazaki che si sentivano minacciati dal­
la pressione degli Oirati, originari delle regioni a occiden­
te del lago Bajkal. In seguito si passò nella prima metà del
XIX secolo alla penetrazione militare, per mezzo di capi­
saldi e linee fortificate, inizialmente ai margini e poi nel
cuore dellà steppa, per arrivare infine al dominio diretto.
I Kazaki erano nominalmente sudditi russi fin dal 1 730,
ma questa condizione giuridica non aveva impedito che
compissero frequenti incursioni (con l'incoraggiamento
del khanato di Khiva) nelle regioni della Volga e della Si­
beria occidentale. Il primo provvedimento attuato per argi­
nare queste scorrerie fu una linea di colonie cosacche este­
sa dal Caspio all'Altai, che aveva i suoi punti dl forza a Oren­
burg, Petropavlovsk, Omsk, Semipalatinsk,: Ust-Kameno­
gorsk: esempio significativo dell'eterna prassi imperiale
consistente nell'impiegare nomadi o seminomadi in via di
sedentarizzazione per tenere a bada popolazioni più no­
madi di loro. Tra il 1 820 e il 1 830 venne costruita una se­
conda linea, più avanzata, di centri fortificati nella steppa,
tra cui Kokchetav, Karakalinsk, Kokpetky, Baian-Aul. All'a-
260 Capitow terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

spetto militare vero e proprio della penetrazione si affian­


cava, secondo una tradizione universale, quello scientifico,
che ne era il pretesto e il presupposto. Si possono ricorda­
re a questo proposito le spedizioni geografiche di Von
Humboldt fino a Sergiopol, di Muravev a Khiva e di Negri
a Bukhara nel 1 820, di Berg e di Eichwald nel 1 825-1826.
A giustificazione di queste iniziative militari si citavano sul
piano interno le continue richieste di protezione al com­
mercio, e su quello della politica estera la crescente influen­
za britannica in Mghanistan (teatro proprio nel 1 839-1842
di quella che viene ricordata come la prima guerra anglo-af­
ghana) . Ma le capacità organizzative e logistiche dell' impe­
ro russo erano giàsfruttate fino al limite, come dimostra l 'in­
successo della spedizione contro Khiva affidata nel 1 839 al
generale Perovskij . Nel 1 853 il generale Perovskij venne
mandato, con maggior successo, contro il khanato di
Kokand; la guerra di Crimea ( 1854-1 856) impedì poi all'im­
pero zarista di dedicare le risorse necessarie all'espansione
verso est, e per qualche anno ci si limitò a provvedimenti di
consolidamento amministrativo. Altri eventi remoti contri­
buivano frattanto a suscitare un rinnovato interesse econo­
mico per la colonizzazione: la guerra civile negli Stati Uniti
( 1 861-1 865) aveva infatti sconvolto il mercato internaziona­
le del cotone, azzerando dall'oggi al domani le esportazioni
della Louisiana e degli altri Stati del Sud. Ciò determinò un
accresciuto interesse britannico per l 'Egitto, e russo per l'A­
sia centrale, regioni note entrambe da tempo per la produ­
zione della fibra tessile venuta improvvisamente a scarseg­
giare. Il concreto avvicinarsi della sovranità russa ai confini
dell' altro grande impero rivale, quello britannico, poteva es­
sere motivo di preoccupazioni, per placare le quali il gover­
no di San Pietroburgo provvide a diffondere nel 1 864 una
circolare in cui si spiegava che la Russia era mossa unica­
mente «dal desiderio di stabilire una frontiera sicura, tale
che si potesse difendere da eventuali incursioni: l'impero
russo aveva dovuto perciò avanzare fino ai confini di altri Sta-
2. Conquiste 261

ti. Lì la Russia si sarebbe fermata, costruendo una linea di


fortificazioni per proteggere questo confine, e avrebbe fatto
capire ai predoni che era meglio commerciare che saccheg­
giare, dopo di che avrebbe riversato su di loro i benefici del­
la civiltà occidentale» (Pierce 1 970, 206) .
L' I l luglio 1 867 un decreto imperiale istituiva il gover­
natorato generale del Turkestan con sede a Tashkent: com­
prendeva tutte le terre acquisite dopo il 1 847 e venne affi­
dato al generale K.P. von Kaufman che, reduce da espe­
rienze amministrative in Polonia, seguì criteri europei, uti­
lizzando quasi esclusivamente funzionari civili e dando alla
regione una struttura destinata a durare per quasi mezzo se­
colo, idealizzata dai suoi vecchi sudditi che ricordarono i
tredici anni del suo governatorato come una sorta di età
dell'oro. Si mantennero in vigore il diritto consuetudinario
preislamico - l' adat e la shari 'a; in generale, Kaufman
-

evitò di toccare i costumi locali, il sistema dei waqf e i rap­


porti di proprietà della terra e dell'acqua «per non rischia­
re l'ira dei nativi» (Pierce 1 970, 208) . Il governatore arrivò
a impedire l'attività dei missionari ortodossi nonché l'isti­
tuzione di una diocesi di Tashkent. Comportamento da am­
ministratore illuminato, ma anche da militare che vuole as­
sicurarsi la tranquillità nelle retrovie in previsione di una
nuova offensiva.
L'occasione si presentò nella primavera del 1 868, quan­
do si apprese che l'emiro di Bukhara stava radunando un
esercito a Samarcanda. Temendo un'offensiva, Kaufman
prese Samarcanda il 2 maggio prima di affrontare il grosso
delle forze bukharesi: 6000 fanti, 1 5.000 cavalieri e 1 4 pezzi
d'artiglieria. Sconfitto l'emiro, Kaufman gli impose un trat­
tato che sanciva l'annessione di Samarcanda e altri centri,
incorporati nel Turkestan, mentre l'emiro veniva lasciato,
ormai privo di potere, sul trono di Bukhara. Il governo rus­
so concentrò quindi la propria attenzione sul khanato di
Khiva. Nel 1 873 Kaufman organizzò un attacco su quattro
colonne (da Tashkent, Orenburg, Krasnovodsk e Aleksan-
262 Capitolo terzo. I musulrnani nell'età dell'imperialismo

drovskij ) ottenendo una facile vittoria che, malgrado le pro­


teste britanniche, ridusse Khiva al rango di protettorato. Re­
stava sottratto alla sovranità russa il solo khanato di Kokand,
dove nel 1 875 scoppiò una rivolta di cui Kaufman approfittò
per intervenire, determinando nel 1 876 l'annessione del
territorio come oblast' di Ferghana, l'antico nome del Ko­
kand. In seguito le relazioni russo-britanniche migliorarono
tanto da consentire nel 1 887 la conclusione di una conven­
zione sui confini settentrionali dell'Mghanistan. Quattro
anni più tardi scoppia però una nuova crisi - per il possesso
del Pamir - che viene risolta dalla convenzione del 1 895, in
base alla quale la regione contestata viene assegnata in par­
te alla Russia e in parte all'emirato di Bukhara.
Nel giro di mezzo secolo l'impero zarista aveva dunque
conquistato un'area pari a quella dell'Europa occidentale
pagando il prezzo piuttosto limitato di ottocento morti, ed
era ormai in grado di esercitare la propria sovranità all'in­
terno di quelli che ormai da tempo venivano considerati i
suoi confini naturali. Si poteva passare alla colonizzazione
vera e propria, di cui furono presupposto i collegamenti
ferroviari: nel 1 888 comincia la costruzione di una linea
che dalla sponda orientale del Caspio si spinge verso Samar­
canda, nel 1 889 tocca al tratto da Orenburg a Tashkent e
nel 1 890 si pone mano a un progetto ben più ambizioso,
quello della Transiberiana, che - pur toccando solo margi­
nalmente le regioni centroasiatiche - costituisce tuttavia
l'asse fondamentale delle comunicazioni ferroviarie nell'O­
riente russo. Nel 1 9 1 4 venne infine varato il progetto della
ferrovia turkmeno-siberiana, che fu portato a termine sol­
tanto nel 1930.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, dunque, le terre
dei musulmani erano quasi per intero sotto dominazione
«cristiana» . Un pellegrino che avesse voluto ripercorrere l'i­
tinerario seguito da Ibn Battuta nel XIV secolo, dal Marocco
alla Cina, avrebbe dovuto attraversare un Nordafrica sul qua­
le sventolavano bandiere francesi, italiane e britanniche, poi
2. Conquiste 263

regioni di un impero ottomano asservito all'Occidente sul


piano economico anche se indipendente nella forma, quin­
di tratti dell'impero russo in Asia centrale, o della Persia a
sua volta in pieno assoggettamento all'espansione del capi­
tale europeo. Percorsa l'India britannica, avrebbe dovuto
imbarcarsi per le Indie Olandesi, l'attuale Indonesia, per ar­
rivare finalmente nella Cina meridionale la cui indipenden­
za nominale era messa a dura prova dall'aggressiva penetra­
zione economica, ma anche politica e militare, delle poten­
ze europee: senza dimenticare gli Stati Uniti d'America.

Tentativi di riscossa: riformare lo Stato

Quel mondo islamico, che per secoli aveva superato l'Oc­


cidente in potenza militare ed economica, sentendosi mi­
nacciato dagli imperi coloniali europei, cerca di reagire in
diversi modi: in sintesi, modernizzando l'Islàm oppure isla­
mizzando la modernità, secondo una formula che riassume
efficacemente lo scontro tra modernisti e fautori di un ri­
torno all'Islàm <<puro>> delle origini. Non sono mancati, an­
cor prima del XIX secolo, statisti che abbiano cercato di ar­
restare il declino, quali il gran visir ottomano Mehmed Kò­
prulii ( 1 656-166 1 ) , ma la stagione più importante in questo
contesto è quella che, nell'impero ottomano, è segnata dai
nomi dei sultani Abdiilmegit ( 1 839-1 861 ) e Abdiilaziz ( 1 861-
1 876) che si impegnarono in una serie di riforme tendenti
alla modernizzazione dell'impero, riorganizzando l'esercito
e la marina, ma anche l'istruzione e l'amministrazione. È la
stagione delle tanzimat o riforme, che prende ufficialmente
l'avvio il 3 novembre 1 839, quando il nuovo sultano

indisse una riunione di alti dignitari, diplomatici stranieri e rap­


presentanti della classe mercantile nel suo Palazzo delle Rose
( Giilhane). In questa riunione venne data lettura del manifesto
detto hatt-i sherif di Giilhane; il manifesto enunciava un program-
264 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

ma di riforme noto come tanzimat el-khairiye (riforme di benefi­


cenza) , da cui prese nome l'intero periodo riformistico della sto­
ria dell'impero ottomano.
Il manifesto proclamava: <<Tutto il mondo sa che nei primi an­
ni dell'impero ottomano le famose leggi del Corano e l'impero
erano rispettati da tutti. In seguito, lo Stato crebbe in forza e
grandezza e tutti i suoi sudditi, senza eccezione, vissero nel più
alto grado di prosperità>> .
Le riforme, dettate dalle mutate condizioni economiche e so­
ciali, venivano presentate nel manifesto come un ritorno alle an­
tiche leggi e istituzioni dell'impero ottomano, alla sua <<età del­
l'oro>> . Il manifesto faceva anche notare che per varie ragioni,
<<negli ultimi 150 anni il popolo aveva cessato di osservare il sacro
codice delle leggi e le regole che ne derivavano. Così l'antica for­
za e prosperità dell'impero era andata decadendo, verso la de­
bolezza e la povertà>> .
Il manifesto si impegnava poi <<a estendere le benedizioni di
una buona amministrazione a tutte le regioni dell'impero, per
mezzo delle nuove istituzioni>>.
Le nuove istituzioni dovevano garantire le seguenti condizio­
ni: l . la sicurezza completa della vita, dell'onore e delle proprietà
dei sudditi, indipendentemente dalla loro religione; 2. un meto­
do corretto di ripartizione ed esazione dei tributi; 3. un metodo
corretto di reclutamento militare e la riduzione della durata del
servizio di leva (Lutsky 1 975, 1 32) .

Un programma radicalmente innovativo, per non dire


rivoluzionario, con quel riconoscimento della parità di di­
ritti dei non musulmani rispetto ai <<credenti>> , che suscitò
comprensibili risentimenti tra gli 'ulama ' e la gente comu­
ne. Esso comportava inoltre la necessità di ricorrere a tec­
nici stranieri e all'importazione di tecnologia costosa non­
ché - effetto forse non adeguatamente valutato - l'arrivo
dall'estero di idee nuove, fermenti destinati ad alimentare
un pericolo interno, quello rappresentato dai nazionalismi,
che prepareranno la disgregazione dell'impero nelle sue
regioni europee e, in misura minore, tra le minoranze et-
2. Conquiste 265

nico-religiose della sua parte asiatica. Quelle idee furono


introdotte in tutto il Vicino e Medio Oriente da

insegnanti e studiosi, esperti e consulenti, missionari e propa­


gandisti, per non parlare di imprenditori politici e commerciali
d'ogni genere. I primi a esercitare un'influenza personale sui
giovani musulmani furono gli istruttori militari europei al servi­
zio della Turchia, dell'Egitto e, più tardi, della Persia. Erano per
lo più francesi, e la lingua che utilizzavano era, ovviamente, il
francese. La Rivoluzione francese non interruppe questo colle­
gamento: ancora nel 1 796 il governo imperiale ottomano inol­
trava al Comitato di Sicurezza Pubblica di Parigi la richiesta di
fornire un certo numero di tecnici ed esperti militari. Questi ar­
rivarono agli ordini del nuovo ambasciatore di Francia, che era il
generale Aubert Dubayet, originario di New Orleans e fervente
rivoluzionario (aveva combattuto in America sotto Lafayette ) . La
scuola militare di Istanbul aveva a quanto pare una biblioteca di
quattrocento libri, molti dei quali in francese, tra cui un esem­
plare completo della grande Encyclopédie. Ogni docente universi­
tario sa che la presenza di libri in una biblioteca accademica non
dimostra che qualcuno li legga-'l«pecialmente se sono scritti in lin­
gue straniere ed esprimono ideft inconsuete. Il massimo che si
possa dire è che i libri erano accessibili e che qualcuna delle lo­
ro idee affiora nelle generazioni successive. Anche Muhammad
'Ali, in Egitto, reclutò ufficiali francesi, di cui c'era abbondante
disponibilità dopo il 1 815. La sua scuola di matematica al Cairo
aveva una biblioteca con testi francesi, compresi scritti di Rous­
seau e di Voltaire e libri sulle istituzioni europee. Queste missio­
ni militari furono seguite da molte altre provenienti da diversi
paesi, tra cui un primo gruppo di ufficiali statunitensi che si tra­
sferirono in Egitto dopo la Guerra civile. Fra tutti gli elementi
della società medio-orientale gli ufficiali dell'esercito sono quel­
li che hanno subito la più lunga e più intensa esposizione all'in­
fluenza occidentale e quelli che hanno il più decisivo interesse
professionale per la modernizzazione e le riforme. Forse ciò spie­
ga quel fenomeno medio-orientale, inconsueto nelle altre parti
del mondo, che vede gli ufficiali di carriera all'avanguardia delle
trasformazioni sociali (Lewis 1998, 4 7-48) .
266 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

Alla minaccia militare incombente sull'impero ottoma­


no, sotto forma di crescente pressione dall' esterno lungo i
confini, si aggiungeva in tal modo quella della penetrazio­
ne economica e ideologica. Fu la prima a materializzarsi in
maniera evidente: l'importazione di esperti portava con sé
l'acquisto della tecnologia, in primo luogo militare, da essi
raccomandata come presupposto indispensabile della mo­
dernizzazione. Ciò spinse la Sublime Porta a indebitarsi, en­
trando nel vicolo cieco che la portò a un'irrimediabile cri­
si finanziaria e alla perdita della sovranità prima ancora del­
lo smembramento causato dalla sconfitta nella prima guer­
ra mondiale. Se l'impero ottomano aveva bisogno di chie­
dere prestiti, l'Europa aveva infatti interesse a concederli.
Nella prima metà del XIX secolo si sviluppò una corsa al fi­
nanziamento del commercio di importazione ed esporta­
zione tra Europa e impero ottomano. Questo aspetto passò
poi in seconda linea di fronte al massiccio afflusso di capi­
tali che, in conseguenza della rivoluzione industriale in
Gran Bretagna, in Francia, Belgio e poi via via in altri paesi
europei, cercavano fuori d'Europa investimenti più redditi­
zi di quelli disponibili nel Vecchio continente: la teoria
marxiana dei tassi decrescenti di rendimento dei capitali co­
me impulso motore del colonialismo, che sembrava conse­
gnata all'archivio della storia dal fallimento del socialismo
reale, è ancora vitale se, come risulta, il rendimento degli in­
vestimenti nel Nordafrica è superiore rispetto a quelli col­
locati altrove (Benhaim 1994, 68) . Già nel 1 846 esisteva al­
meno un banchiere britannico in quaranta porti del Medi­
terraneo; in seguito nacquero istituzioni più poderose qua­
li la Banca d'Egitto nel 1 855, la Banca Ottomana nel 1 856,
la Banca Anglo-egiziana di Alessandria nel 1 864, la London
and Baghdad Association nello stesso anno. Sulla scia delle
banche britanniche si mossero anche i principali istituti di
credito del continente, dal Crédit Lyonnais alla Deutsche Bank
e al Banco di Roma ( Hobsbawm 1979; Issawi 1 982, 1 1 ) .
Strumento naturale di questa penetrazione furono i
2. Conquiste 267

gruppi minoritari locali di ebrei e cristiani. Un tratto tipi­


co delle minoranze è, in generale, quello di presentare li­
velli di sviluppo economico-sociale superiori a quelli della
maggioranza in seno alla quale vivono; in particolare si
può osservare spesso una correlazione tra l'appartenenza
a una data minoranza e l'attività economica svolta. La ten­
denza delle comunità ebraiche a specializzarsi nei settori
commerciale e finanziario è l'esempio più noto di una ta­
le correlazione (Léon 1968; Donini 1 974; Sowell 1 982 ) , ma
l'osservazione secondo cui occupation and religion often went
together (Berger 1962, 252) mantiene una validità generale
di cui erano casi particolari la rilevante presenza dei copti
nella pubblica amministrazione in Egitto, o il sostanziale
monopolio esercitato dai greco-ortodossi nell'esportazio­
ne degli agrumi palestinesi (Scholch 1 98 1 , 42-49) . Cristia­
ni ed ebrei, essendo all'avanguardia nel commercio e nel­
l'attività bancaria, nell'artigianato e nell'industria, forni­
rono i primi dirigenti alle aziende istituite da imprese e sin­
goli capitalisti occidentali nonché, più tardi, ai regimi in­
sediati dalle potenze europee. Si attireranno in tal modo
una comprensibile dose di impopolarità: è giusto però ri­
cordare che esponenti di queste minoranze furono anche
in prima fila nei movimenti nazionalistici nei paesi arabi, e
in particolare nei partiti comunisti ( Berger 1 962, 258; Do­
nini 1983) .
Il tentativo incarnato dalle tanzimat fallì come erano fal­
liti i precedenti sforzi di riforma, e per lo stesso motivo:
l'impossibilità, per i pochi innovatori, di superare le resi­
stenze opposte dai titolari di interessi costituiti. L'esempio
più significativo di tali resistenze è quello del Nizam-i gedid,
il «nuovo ordinamento>> che già Selim III aveva introdotto
( 1 789-1 807) nel tentativo di far fronte alla crescente su­
premazia militare europea, affiancando al vecchio corpo
dei giannizzeri una forza interamente nuova addestrata da
ufficiali ed altri esperti europei, fondata sull'organizzazio­
ne, la disciplina, le armi e la tattica in uso negli eserciti «cri-
268 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

stiani» . Il finanziamento era assicurato da nuove tasse e


dalla confisca di timar i cui assegnatari si fossero resi ina­
dempienti agli obblighi militari e amministrativi. I gian­
nizzeri, toccati nei loro privilegi, avevano allora reagito de­
ponendo il sultano nel 1 807. L'idea fu ripresa sotto Mah­
mud II ( 1 808-1 839) , che riuscì a sterminare i giannizzeri
nel 1 826, ma non a generalizzare il rinnovamento: le nuo­
ve unità, disperse in località remote per non dar nell'oc­
chio e non provocare gli avversari delle innovazioni, non
superarono i diecimila uomini, contro gli almeno cento­
mila dei corpi tradizionali. Proteste ancor più estese furo­
no causate dalle norme previste in materia di reclutamen­
to. L'uguaglianza dei sudditi richiedeva in linea di princi­
pio l'abolizione del testatico, o kharaj, gravante in origine
solo sui non musulmani (provvedimento che veniva espli­
citamente richiesto da parte europea) , quale corrispettivo
dell'estensione dell'obbligo di servizio militare ai non mu­
sulmani, ma quando

la Porta fece le prime concessioni alle potenze europee, tentan­


do di applicare ai cristiani le leggi di reclutamento e abolendo in
questa prospettiva il kharaj (7 maggio 1 855) , queste decisioni in­
contrarono una duplice opposizione: sia da parte dei musulma­
ni reazionari, a cui dispiaceva che a degli <<infedeli>> fosse per­
messo di servire nell'esercito turco e di portare armi, sia da par­
te degli stessi <<infedeli>> che si rifiutarono di servire nell'esercito
turco. Alla fine la Porta esentò i cristiani dal servizio militare, in­
troducendo in sua vece una speciale tassa detta bedel el-askari ( tas­
sa di esonero militare) , che era in realtà la stessa cosa del kharaj,
solo sotto un altro nome (Lutsky 1 975, 142) .

La politica delle riforme fu continuata da Abdiilaziz


( 1 861-1876) , che riorganizzò l 'esercito e la marina, ma an­
che l'istruzione e l'amministrazione provinciale e creò un
Consiglio di Stato comprendente cristiani e musulmani. Fu
il primo sultano ottomano a varcare i confini dell'impero
per un viaggio in Europa ( 1 867) . La difficile situazione fi-
2. Conquiste 269

nanziaria e le rivolte a Creta ( 1 866-1 868) e nei Balcani


( 1875) lo sottoposero alle crescenti pressioni delle potenze
europee, tra le quali a partire dal 1 870 la Russia comincia­
va a soppiantare Francia e Gran Bretagna. Incoraggiato dal
suo vizir, Mahmud Nedim Pascià, ritornava a una politica
autoritaria che suscitò esteso malcontento. Deposto il 30
maggio 1 876 da un gruppo di liberali guidati da Midhat Pa­
scià, fu fatto uccidere o indotto al suicidio dal successore
Abdiilhamit II ( 1 876-1909 ) . La nemesi non tardò a colpire
Midhat Pascià, che - proclamata una costituzione fondata
sull'indivisibilità dell'impero, libertà e uguaglianza di dirit­
ti per tutti i sudditi, governo parlamentare - se la vide im­
mediatamente annullare da Abdiilhamit II; costretto alle
dimissioni e all'esilio, finì assassinato nel 1 883.
Le stesse influenze europee che si proponevano di mi­
gliorare la condizione dei sudditi non musulmani ebbero
l 'effetto controproducente di contribuire a trasformare
l'impero dei millet nello Stato nazionalista della Turchia re­
pubblicana, il regime della tolleranza in quello delle pulizie
etniche. Valga l'esempio degli Armeni, che si erano integra­
ti con successo nell'impero ottomano, pur conservando la
propria compattezza etnico-culturale grazie alla specificità
religiosa. Dopo la conquista di Costantinopoli nel 1 453,
Maometto il Conquistatore chiamava a sé nella capitale il ve­
scovo armeno di Brussa (Bursa) elevandolo alla dignità di
patriarca, con prerogative pari a quelle del patriarca greco­
ortodosso. Nasceva così ufficialmente il millet o « nazione>>
degli Armeni, che assunse nell'impero grande importanza.
La comunità armena forniva infatti funzionari e banchieri,
ministri e governatori, mentre i suoi mercanti sviluppavano
vantaggiosi rapporti con la Polonia e l 'Europa centrale, con
i Balcani e le Fiandre. Fin dal XII secolo operavano tra gli Ar­
meni missionari cattolici che cercavano di convincerli ad ab­
bandonare la Chiesa ortodossa di Bisanzio. Questa propa­
ganda (malvista dagli Ottomani che in essa vedevano «gli in­
trighi dei Franchi>> ) ottenne un significativo successo con la
270 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

conversione, ad opera dei gesuiti, di Mechitar (Sivas 1 675-


Venezia 1 749) , fondatore dell'ordine che da lui prende il no­
me e ha sede nell'isola di S. Lazzaro, nella laguna di Venezia.
Gli armeno-cattolici, perseguitati a più riprese dalle autorità
ottomane (a ciò indotte anche da qualche pressione da par­
te degli armeno-ortodossi) , cercavano e spesso ottenevano
l'appoggio delle ambasciate delle potenze cattoliche d'Eu­
ropa: nel 1 866 la Francia ottenne dalla Sublime Porta che ve­
nissero riuniti sotto un'organizzazione ecclesiastica separa­
ta, il Patriarcato armeno-cattolico di Cilicia.
In complesso, fin verso la fine del XIX secolo gli Armeni
erano considerati «la nazione leale» ( millet sadiqa) , quella
più unita alla dinastia ottomana da vincoli di interesse co­
mune. Le cose cambiano quando si diffondono e mettono
radice gli ideali della Rivoluzione francese che alimentano
anche nel mondo ottomano rivendicazioni di tipo naziona­
listico. Nel 1 867 viene fondato a Parigi il partito autonomi­
sta Henciaq a cui si affianca poi il più radicale Tashnaq, che
verso la fine del secolo abbraccerà la lotta armata compien­
do rapine alle banche ed altre azioni di terrorismo. Gli Ar­
meni avevano del resto buone ragioni per lamentarsi: in
Anatolia orientale per le vessazioni di Curdi e Circassi di re­
cente immigrazione, un po' ovunque per la corruzione o
l'incuria dei funzionari. Ad aggravare la tensione tra Turchi
e Armeni, oltre a un consolidarsi dell'autocoscienza etnica
di questi ultimi, vennero poi gli intrighi russi tendenti a sfrut­
tare la comunità armena facendo leva sulla solidarietà reli­
giosa tra ortodossi. La tensione finì con l'esplodere tra il
1 890 e l'inizio della prima guerra mondiale in ripetuti mas­
sacri, in parte riconducibili a rappresaglie spontanee da par­
te della popolazione tacitamente incoraggiata dalle auto­
rità, in parte a una vera e propria politica di deportazione
motivata da comprensibili preoccupazioni difensive, in cui
gli Armeni erano visti come quinta colonna pro-russa al di
qua delle frontiere. Questo secondo aspetto assunse, duran­
te il conflitto e negli anni immediatamente successivi, le di-
2. Conquiste 271

mensioni del genocidio, con l'uccisione di oltre un milione


e mezzo di Armeni e l'esodo di altre centinaia di migliaia di
persone che hanno trovato asilo nei principali centri della
diaspora armena, presente - oltre che in Iran e nell'Arme­
nia ex-sovietica - in Europa, America, Iraq, Siria e Libano.
Un altro aspetto delle influenze europee si è manifestato in
campo giuridico. Da una polemica sull'opportunità di tra­
durre il codice civile francese per introdurlo nell'impero ot­
tomano nacque nel 1 869 la decisione di affidare a una com­
missione presieduta daAhmed Cevdet Pasha l'elaborazione di
un sistema normativa che adattasse la shari'a alle esigenze di
uno Stato moderno. La commissione esaurì il suo compito nel
1876 con la compilazione di un testo in sedici volumi, entrato
in vigore progressivamente tra il 1 870 e il 1876. Nota come Me­
gelle, questa codificazione è sopravvissuta alla fine dell'impero
ottomano restando in vigore nella Repubblica di Turchia fino
al 1926, in Libano fino al 1932, in Siria fino al 1949 e fino al
1953 in Iraq; ha esercitato notevole influenza sull' elaborazio­
ne del diritto civile in Kuweit, in Israele e in Giordania.

Tentativi di riscossa: islamizzare la modernità

I movimenti in senso lato nazionalistici fin qui ricordati


si richiamavano talvolta a esperienze europee. Non è il ca­
so di esagerare nel tracciare parallelismi tra la rinascita ara­
ba e, ad esempio, il nostro Risorgimento, ma qualche spe­
cifica influenza è innegabile (Lewis 1998) . In generale, tut­
tavia, i paraocchi eurocentrici impediscono di constatare
come i movimenti che all'impero ottomano hanno dato più
filo da torcere siano proprio quelli che non si sono mai ri­
chiamati a modelli europei, quali il ribellismo diffuso in
Iraq o i movimenti migratori dovuti alla pressione demo­
grafica nel cuore della Penisola Araba, che nel XVIII seco­
lo hanno portato alla formazione del Kuweit e allo sviluppo
del movimento politico-religioso impropriamente detto
272 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

wahhabismo, da cui è nato l'attuale regno dell'Arabia Sau­


dita. L'importanza di quest'ultimo consiste nell'aver fatto
del ritorno all'Islàm puro delle origini il sostegno ideologi­
co a un'alleanza ideologico-militare, o dinastico-islamica,
che ha esercitato e continua ad esercitare una notevole in­
fluenza in tutto il mondo dei musulmani.
Primo animatore di questo movimento fu un religioso di
nome Muhammad ibn 'Abd al-Wahhab nato nel 1 703 nel
Nejd, il cuore della Penisola Araba che, da culla dell'Islàm,
si era trasformato in regione marginale infestata da super­
stizioni e forme di culto tribali che, ai suoi occhi, non si po­
tevano distinguere dall'idolatria. Parte della responsabilità
doveva, secondo lui, ricadere sulle autorità e in primo luo­
go sui governatori incaricati di esercitare la precaria sovra­
nità della Sublime Porta, e contro costoro lo zelante rifor­
matore indirizzò i suoi strali quando, dopo lunghi viaggi di
studio alla Mecca e Medina, Baghdad e Damasco, cominciò
a predicare la necessità di ritornare alla primitiva purezza
dell'Islàm, così come era stato insegnato agli Arabi nel VII
secolo dal profeta Muhammad, accentuando l'aspetto della
sua dottrina unitaria ( tawhid in arabo, da cui muwahhidun o
«Unitari>> , il nome con cui i suoi seguaci preferiscono - o
preferivano - essere identificati) , ottenendo ben presto il
prezioso aiuto di un notabile della famiglia locale dei Sa'ud.

L'insegnamento wahhabita era dedicato principalmente alle


questioni morali: i suoi seguaci, cresciuti nelle dure condizioni
della vita del deserto, dovevano osservare una rigorosa austerità
morale, sconfinante nell'asceticismo. Era proibito loro bere vino
e caffè e fumare. Rifiutavano ogni lusso e vietavano di cantare e
suonare strumenti musicali. Disprezzavano e condannavano ogni
abuso e dissolutezza sessuale. Non meraviglia quindi che i wahha­
biti fossero chiamati <<i puritani del deserto>> .
I wahhabiti lottavano contro le sopravvivenze dei culti tribali
locali: distruggevano le tombe dei <<santi>> e proibivano di predi­
re la sorte. Ma, nello stesso tempo, il loro insegnamento era di­
retto contro l'islam ufficiale. Denunciavano misticismo e sette
2. Conquiste 273

dervisce, le forme di culto religioso praticate dai turchi e affer­


matesi nel corso dei secoli. Spingevano il popolo a lottare senza
pietà contro gli apostati, cioè contro gli sciiti persiani, lo pseudo­
califfo ottomano e i pascià turchi. I wahhabiti avevano l'inten­
zione di cacciare i turchi e di riunire i paesi arabi liberati sotto la
bandiera del <<puro islam>> (Lutsky 1975, 89; Vasil' ev 1967) .

Si è già visto come le imprese dei seguaci di Muhammad


ibn 'Abd al-Wahhab avessero scatenato la repressione affi­
data dalla Sublime Porta all'Egitto di Muhammad 'Ali. Ces­
sata l'occupazione egiziana, dopo il 1 840 lo Stato saudita
venne ricostituito sotto la guida dell'emiro Faysal che, dalla
capitale al-Riyadh, cercò di riportarlo alle dimensioni del
passato. Suo awersario principale era il «Custode dei Luo­
ghi santi » , lo sceriffo (dall'arabo sharif, «nobile» ) della Mec­
ca, che rivendicava la discendenza della propria famiglia da
Hashim, bisnonno del profeta Muhammad: donde il titolo
di hashimita attribuito ancora oggi alla dinastia. Verso le co­
ste orientali della penisola l'emirato saudita si scontrò con
l'influenza della Gran Bretagna che, con un trattato del
1 856, pose fine alle sue rivendicazioni su Bahrein e la Costa
dei Pirati o della Tregua, oggi Emirati Arabi Uniti. La Subli­
me Porta, dal canto suo, aizzò contro i Sauditi la dinastia dei
Rashid, signori dello Shammar, la regione a nord-est di
Riyadh. E proprio i Rashid si impadronirono di Riyadh nel
1 884, costringendo la dinastia saudita a rifugiarsi nel Kuweit.
La terza incarnazione dello Stato saudita fu merito di 'Abd
al-'Aziz ibn Sa'ud, un giovane nipote di Faysal che, con po­
chi uomini e qualche appoggio britannico e kuweitiano, nel
1902 si impadronì di Riyadh, consolidando poi il proprio po­
tere nel cuore della penisola, senza che le scarse truppe tur­
che di guarnigione riuscissero a impedirlo.
La loro influenza si estese non solo all'Arabia che, dopo
la prima guerra mondiale, fu del tutto conquistata alle loro
dottrine rigoriste e tradizionaliste, ma fece proseliti in In­
dia e in altre regioni del mondo musulmano. Il loro modus
274 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

opcrandi - predicazione e lotta armata contro i «cattivi mu­


sulmani» - era applicabile a molte situazioni concrete e, a
maggior ragione, contro la dominazione coloniale «cristia­
na» ; e manifestazioni di resistenza religiosa armata contro
la dominazione dell'Occidente o di regimi occidentalizza­
ti, esplosero di tanto in tanto in regioni remote o periferi­
che. L'attività dell'ordine senussita in Libia, prima contro
gli Ottomani e poi contro gli Italiani, la rivolta del Mahdi in
Sudan contro la dominazione turco-egiziana e la penetra­
zione europea, quella di Ma' al-'Aynain in Mauritania e del
cosiddetto Mad Mullah ( «il mullah pazzo>> ) nella Somalia
britannica sono tutti esempi di movimenti di questo gene­
re, che fanno ricordare l'operato di Shamil nel Caucaso, e
di 'Abd al-Qader in Algeria.
Tutti questi movimenti di resistenza armata vennero
sconfitti: maggiore influenza finì con l ' avere qualche «pro­
feta disarmato•• le cui idee sono sopravvissute, come vedre­
mo più avanti. Per vederle trionfare - in termini di seguito
popolare e capacità di combattere e sopravvivere alla re­
pressione da parte delle potenze coloniali, ma anche dei re­
gimi occidentalizzanti di molti paesi islamici - si deve aspet­
tare la prima metà del XX secolo.
Madre di tutti i movimenti di militanza islamica del no­
stro tempo è considerata l'associazione dei Fratelli Musul­
mani fondata nel 1928 in Egitto da Hasan al-Banna. Vale
dunque la pena di soffermarsi sulle caratteristiche econo­
mico-sociali dell'ambiente in cui i Fratelli Musulmani sono
nati e si sono affermati. Il loro fondatore era un maestro di
scuola e i suoi primi scarsi seguaci furono per lo più arti­
giani, impiegati, piccoli commercianti, membri di un ceto
intermedio tra piccola borghesia e proletariato urbano. So­
lo durante la seconda guerra mondiale il seguito divenne di
massa, passando rapidamente da poche decine di migliaia
ad alcuni milioni. Quel conflitto - e, prima di esso, la guer­
ra del l 9 1 4-1918 - ha rappresentato nella storia egiziana un
periodo di sviluppo economico drogato: alle forze armate
2. Conquiste 275

britanniche servivano uniformi e rifornimenti alimentari,


mano d'opera per le corvée e, in maniera meno confessa­
bile, donne per il «riposo del guerriero». Circolava dunque
una ricchezza che, in base all'esperienza del primo dopo­
guerra (quando il boom egiziano si era sgonfiato rapida­
mente) , si sospettava effimera; in particolare, era sotto gli
occhi di tutti un'enorme sperequazione nella distribuzione
di quella ricchezza, accompagnata da una vistosa corruzio­
ne. Si può dunque capire la facile presa della propaganda
dei Fratelli Musulmani che, oltre a banalità del tipo «il Co­
rano costituisce di per sé una completa costituzione>>, pro­
ponevano regole abbastanza precise in campo economico­
sociale: «La società dev'essere fondata sulla fratellanza, sul­
la cooperazione e coesione di tutti i suoi membri; ogni cit­
tadino è responsabile dell'adempimento dei doveri della
società verso il singolo. Tutte le risorse economiche debbo­
no essere a disposizione della comunità; la legislazione e
l 'attività economica debbono mirare al comune benessere
e all'elevazione del tenore di vita di tutti».
Nel mondo arabo, movimenti che si richiamavano espli­
citamente ai Fratelli Musulmani sono nati in Siria e in altri
paesi, mentre il nucleo egiziano conosceva una serie di scis­
sioni e trasformazioni; finì con l 'essere considerato troppo
moderato da altri gruppi più militanti, tra cui quello di Tak­
fir wa hijra che fu poi giudicato responsabile dell'uccisione
del presidente egiziano Anwar al-Sadat, colpevole ai loro
occhi di aver fatto la pace separata con Israele (Camera
d'Mflitto 1978) . Fuori del mondo arabo, in Iran si ritrova
una certa affinità ideologica con la Fratellanza nei Fidayyine
Islàm, gruppo fondato verso la fine della seconda guerra
mondiale: poco numerosi e meno raffinati ideologicamen­
te, devono la propria fama soprattutto a una serie di atten­
tati, fra cui l'uccisione di Ahmad Kasravi, un intellettuale
critico nei confronti della teoria e della prassi sciita, e del
generale 'Ali Razmara, il Primo ministro che cercò di rag­
giungere un compromesso con la Gran Bretagna sulla spar-
276 Capitolo terzo. I musulmani neU'età deU'imperialismo

tizione dei proventi petroliferi prima della nazionalizzazio­


ne voluta dal Primo ministro Mosaddeq. A questo gruppo
(decimato dalla repressione seguita alla destituzione di Mo­
saddeq) si sono poi vantati di aver aderito autorevoli espo­
nenti della rivoluzione islamica, che ha trasformato radi­
calmente il panorama dei movimenti di militanza islamica
(Chehabi 1990; Keddie 1972) .

Tentativi di riscossa: modernizzare l'Islàm

Quei Wahhabiti o muwahhidun che abbiamo visto com­


battere per un Islàm purificato e, nello stesso tempo, per
uno Stato arabo libero dalla dominazione dello «pseudo-ca­
liffo>> ottomano, erano animati da un progetto ideologica­
mente confuso, in cui si potrebbero riconoscere elementi
di panislamismo e di panarabismo, ideologie che arrive­
ranno a formulazione compiuta solo dopo la metà del XIX
secolo. L'affermarsi di aspirazioni panislamiche fu stimola­
to da due processi, uno dei quali si svolgeva nel mondo isla­
mico e l'altro fuori di esso.

Negli anni Sessanta e Settanta del secolo XIX i russi soggioga­


rono i khanati dell'Asia centrale, terre musulmane e anzi turche da
secoli, di cui facevano parte antichi centri della civiltà islamica qua­
li Samarcanda e Bukhara. L'asservimento di quelle terre alla do­
minazione russa e l 'incapacità ottomana di rispondere alle invoca­
zioni di aiuto rivolte dai loro sovrani lasciarono sconvolti e addolo­
rati i turchi e gli altri musulmani. Nello stesso tempo i sovrani di
Prussia e di Sardegna, completando l 'unificazione della Germania
e dell'Italia, fornivano esempi diversi del modo in cui riunire un
popolo disperso e diviso. Qualcuno ne trasse la conclusione che lo
Stato ottomano avrebbe dovuto svolgere un ruolo analogo e pren­
dere l'iniziativa per creare una più grande unità (Lewis 1 998, 1 32 ) .

Una forma di panislamismo controllato e circoscritto


venne effettivamente incorporata nella politica ufficiale ot-
2. Conquiste 277

tomana sotto Abdiilhamit II e divenne utile elemento del­


l'arsenale dello Stato. All'interno se ne awantaggiava il sul­
tano nei suoi appelli alla solidarietà musulmana, e soprat­
tutto araba, contro liberali, nazionalisti, riformisti ed altri
pericolosi dissidenti. All'estero gli emissari del sultano se ne
servivano per mobilitare il sostegno dei musulmani di tutto
il mondo contro gli imperi cristiani.

Un panislamismo di forma più militante e radicale trovò


espressione nella tempestosa carriera di Giamal al-Din, noto co­
me al-Mghani, come al-Asadabadi ( 1 838/39-1897) che, afghano
e pertanto sunnita a quanto dichiarava egli stesso, era in realtà
persiano e, dunque, sciita. Sosteneva di aver trascorso l'infanzia
e la gioventù in Mghanistan, ricevendo l'istruzione tradizionale
nella dottrina islamica; passò poi un anno in India, dove fu in­
trodotto a studi più moderni, e fece il pellegrinaggio nel 1 857.
Tornato in Mghanistan, trascorse qualche anno al servizio del­
l'emiro e, nel 1869, ritenne opportuno partire per l'India. Fu
questo l'inizio di più di trent'anni di viaggi e soggiorni in India e
in Egitto, in Persia e in Turchia; passò qualche anno in Francia e
qualche altro in Russia, e visitò Londra (Lewis 1998, 133) .

al-Mghani è generalmente considerato il fondatore del


modernismo, da lui inteso come rinnovamento fondamen­
talista, strumento indispensabile per rafforzare il mondo
islamico di fronte alla minaccia rappresentata dall'espan­
sione coloniale europea (Abdel-Malek 1973, 1 0 ) . Suo di­
scepolo in Egitto fu Muhammad 'Abduh, fautore di un li­
beralismo islamico tendenzialmente filo-occidentale, che
ebbe successo soprattutto tra gli intellettuali di ceto medio­
alto ed era, in sostanza, funzionale agli obiettivi di moder­
nizzazione del paese delineati da Muhammad 'Ali all'inizio
del XIX secolo e parzialmente realizzati dai suoi successori
fino all'awento della dominazione britannica.
La concezione panislamica di Giamal al-Din era, in
realtà, tutt'altro che compiuta, e soggetta a mutamenti e
polemiche. Egli criticava ad esempio il riformatore indiano
278 Capitolo teno. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Sir Sayyid Ahmad Khan ( 1 8 1 7-1898) , il quale sosteneva che


l'Islàm non è in opposizione alla civiltà occidentale, e

si oppose al costume (particolarmente stretto in India) della re­


clusione e del velo delle donne (parda, lett. in persiano <<velo>> , è
in India usato a denotare il costume della reclusione, mentre per
«velo>> si usa burqa ') ; dichiarò che la guerra santa era stata solo
una misura difensiva e tale doveva restare, e infine tentò anche
di colmare l'abisso di incomprensione e talvolta di odio, che in
seguito a sciocche tradizioni si era aperto fra Islàm e Cristianesi­
mo, iniziando un ampio commento della Bibbia dal punto di vi­
sta musulmano. [ . . . ]
Accanto al modemismo di questo tipo, largo e liberale, esi­
stettero in India anche correnti semi-wahhabite e rigoristico-puri­
tane che attribuivano la decadenza dell'Islàm - sul modello di
quanto dicevano e facevano i wahhabiti d'Arabia - all 'abbandono
delle più strette tradizioni antiche. In India questo era legato an­
che alla depurazione dell'Islàm da alcuni influssi indù, innegabi­
li specialmente nella vita sociale (rinascita in qualche caso di si­
stemi a strati, se non proprio a caste ) . Dopo gli inizi violenti del­
l'ex-bandito Sayyid Ahmad (da non confondere col precedente,
di cui è più antico, essendo morto nel l 831 ) che dopo il 1 820 di­
chiarò l'India daru 'l-harb iniziando disordinate guerre sante con­
tro gli stranieri, negli anni successivi al grande Mutiny ( 1 857) na­
sce a Deoband una università teologica, Daru 'l-'ulum, con spirito
puritano indo-wahhabita che divenne una delle più importanti
scuole teologiche del mondo islamico, tendenzialmente anti-bri­
tannica in politica ( Bausani 1969, 398 ) .

Sir Sayyid Ahmad Khan si dedicò dopo l a rivolta del 1 857


al riavvicinamento tra Britannici e musulmani indiani,
«mettendo in luce, attraverso la sua attività di storico e di
pubblicista, l'infondatezza della convinzione, allora larga­
mente diffusa fra gli Inglesi, che la rivolta stessa fosse stata
frutto di una cospirazione musulmana>> (Torri 2000, 462) .
La sua opera fu continuata da varie personalità, tra cui
Muhammad lqbal (m. 1 9 38) , «il più acuto fra i modernisti
musulmani, l'unico che effettivamente conosca meglio de-
2. Conquiste 279

gli altri la civiltà europea (che troppi criticano un po' a van­


vera) » . lqbal sosteneva che non bastava criticare astratta­
mente le condizioni dell'Islàm attuale: era necessario cer­
carne anche le radici storico-metafisiche , da lui individuate
nella penetrazione profonda, nell'Islàm del IX e X secolo,
del pensiero greco, «più precisamente del pensiero sincre­
tistico neoplatonico-illuministico di origini nettamente pa­
gane ed extra-monoteistiche>> (Bausani 1 969, 399 ) .
Quel criticare un po' a vanvera di cui sopra discende dal­
le condizioni disordinate dell'incontro tra Islàm e Occi­
dente, che tutto caratterizzò tranne la pacatezza della di­
scussione scientifica. In generale, la reazione arabo-islami­
ca all'impatto con l 'Occidente si distingue inizialmente per
un atteggiamento che si potrebbe definire disarmato: c'è
stupore per le abitudini degli europei, ammirazione per le
loro conquiste tecnico-scientifiche, consapevolezza del ri­
tardo accumulato dal mondo islamico, ma scarsa o nulla
analisi dei fattori economico-sociali che contribuiscono a
spiegare questo ritardo. Si può osservare a questo proposi­
to che già verso il 1 840 l 'analisi socio-economica - per non
dire protomarxista o paramarxista - veniva utilizzata in Ita­
lia per spiegare la condizione degli ebrei (Cattaneo 1995) .
Un'impostazione comparatistica compare soltanto tra la fi­
ne del XIX e l'inizio del XX secolo, in autori quali i siriani
'Abd al-Rahman al-Kawakibi e Rashid Rida o il libanese
Shakib Arslan. Si tratta di un progresso nell'interpretazio­
ne delle vicende storiche strettamente connesso con il più
generale risveglio culturale, o nahda, che in varia misura in­
vestì tutto il mondo arabo (e non solo arabo) dell'Otto­
cento (Branca 1 99 1 , 1 1 8, 1 22 , 1 40; Camera d'Afflitto 2002 ) .
Dalla conoscenza alla resistenza il passo è breve, e la vo­
lontà di contrastare le influenze intellettuali e spirituali del­
l'Occidente cristiano e post-cristiano fu senza dubbio uno
dei principali obiettivi del pensiero e dell'insegnamento di
Muhammad 'Abduh. Il suo insistere sulla necessità di elimi­
nare le stratificazioni dell'Islàm post-classico e di tornare al-
280 Capitolo terzo. I mu.sulmani neU'età dell'imperialismo

la fede e alla prassi pure, incontaminate e incorrotte dei pri­


mi musulmani, ricorda la dottrina degli ispiratori della ri­
nascita naqshbandi e dei puritani wahhabiti dai quali fu si­
curamente influenzato direttamente o indirettamente. La
corrente di idee da lui guidata ha effettivamente preso il no­
me, proprio da questa dottrina caratteristica, di Salafiyya,
cioè il gruppo di quelli che seguono i salaf, i grandi antena­
ti. Ma Muhammad 'Abduh non fu un semplice fanatico, né
un semplice reazionario, e offrì alla sua gente qualcosa di
più concreto che un odio sterile per l'infedele o il miraggio
del ritorno a un passato in gran parte mitico. Pur rifiutando
l'eccessiva sottomissione alla civiltà occidentale di certi mo­
dernisti e riformatori, era perfettamente pronto ad accetta­
re la scienza e la tecnologia moderne, i metodi di istruzione
moderni e perfino a tener conto non solo del sapere, ma an­
che del pensiero moderno, nella riformulazione della dot­
trina islamica. L'impegno di Muhammad 'Abduh a favore
dell'Islàm fu sostanzialmente pacifico e incentrato sulle
questioni religiose, etiche e culturali, non sulla politica o sul­
la guerra.
Uno dei più interessanti tentativi di adeguare l'Islàm al­
le condizioni del mondo moderno prese vita tra i musul­
mani di Crimea ormai ridotti a un «bassissimo livello cultu­
rale, uno dei più bassi di tutti i gruppi musulmani della Rus­
sia europea» (Bennigsen 1970, 191) . Il merito di questo ri­
sveglio spetta a un membro della piccola nobiltà, Isma'il
Bey Gaspiraly o, alla russa, Gasprinsky, il quale, dopo aver
studiato nelle scuole sia tradizionali sia russe, e viaggiato a
Lungo in Francia e in Turchia, tornato in patria nel 1877 si
dedicò al compito di modernizzare la sua gente e tutti i po­
poli turchi in generale. Cercò di conciliare Islàm e mondo
moderno con un metodo di insegnamento nuovo (in ara­
bo giadid, donde il nome di giadidismo attribuito al movi­
mento di cui fu il fondatore) , applicato dapprima nella sua
madrasa-modello di Baghçesarai e poi introdotto in quasi
tutte le scuole musulmane di Russia nonché, successiva-
2. Conquiste 281

mente, in Turchia ed altri paesi musulmani, compresa l'In­


dia. Si fece promotore di un movimento panturco tenden­
te all'unificazione di tutti i popoli turchi «dai Balcani alla
Cina», ideale che illustrò nel suo giornale, il «Tercuman»,
che fra il 1882 e il 1914 «fu il giornale musulmano miglio­
re e il più letto» (Bennigsen 1970, 192).
Dopo la rivoluzione del 1905 i seguaci di Gasprinsky as­
sunsero posizioni più radicali di quelle del maestro (che
non rivendicava sovranità territoriali, ma parità di diritti
per i musulmani di Russia, ovunque vivessero) , influenzate
anche da quelle dei <<Giovani Turchi [o Tatari]» e dei so­
cialisti russi. Questi <<Giovani Tatari» fondarono nel feb­
braio 1917 il Milli firka (Partito nazionale) e cercarono di
prendere il potere, ma fino al 1920 la Crimea fu dilaniata
dalla guerra civile tra bolscevichi e <<bianchi» con i rispetti­
vi alleati. Dopo la definitiva occupazione da parte dell'Ar­
mata Rossa, un decreto del Soviet Supremo creava nell921
la Repubblica sovietica della Crimea, governata da una coa­
lizione di comunisti russi ed ex-militanti tatari del Milli
firka; venne successivamente incorporata nella Federazione
Russa e, dopo la seconda guerra mondiale, trasferita alla
Rss Ucraina: decisione che causerà non poche tensioni tra
Russia e Ucraina dopo il crollo dell'Urss. Durante il regime
sovietico la Crimea fu oggetto di una costante immigrazio­
ne russa e ucraina, che già nel 1926 aveva ridotto i Tatari al
23% della popolazione. Nel 1944 l'intera comunità tatara,
accusata di aver collaborato con i Tedeschi che avevano oc­
cupato la penisola nella prima fase della guerra, fu depor­
tata in Siberia e in Asia centrale.
Subito dopo la Rivoluzione d'Ottobre il governo sovieti­
co rivolse un appello, firmato da Lenin e Stalin, a tutti i mu­
sulmani di Russia, a <<tutti coloro le cui moschee e i cui luo­
ghi di culto sono stati distrutti, la cui fede e i cui costumi so­
no stati violati dagli zar e dagli oppressori russi» (Rahman
1980) , impegnandosi a rispettare in futuro le loro creden­
ze e le loro tradizioni. Il Commissariato del popolo per le
282 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

nazionalità (affidato alla guida di Stalin) istituì quindi il


Commissariato centrale per gli affari musulmani, la cui di­
rezione venne assegnata a tre intellettuali tatari, Mulla Nur
Vakhitov, Mir Sayyid Sultangaliyev e Sherif Manatov; suo
compito primario era il reclutamento di musulmani nelle
file del Partito comunista e nelle unità dell'Armata Rossa.
A livello ideologico si cercava di conciliare Islàm e marxi­
smo, proponendo una interpretazione dei contenuti poli­
tici, economici e sociali del primo che fosse compatibile
con le tesi marxiste. Principale esponente di questa cor­
rente di pensiero fu Sultangaliyev che, pur ammettendo
l'incompatibilità fra l'interpretazione russo-tedesca del
marxismo e la realtà delle regioni musulmane, sosteneva la
possibilità di applicarvelo, una volta spogliato dai suoi abiti
europei: si trattava, in sostanza, di una edizione aggiornata
della vecchia speranza giadidista di rinnovare l'Islàm e li­
berare i suoi seguaci dalle nefaste influenze occidentali.
Un'alleanza tra marxisti e modernisti islamici sembrava
possibile, e in effetti a Bukhara nel 19 17 giadidisti e bolsce­
vichi cercarono di prendere il potere insieme. Sarà poi l'Ar­
mata Rossa a metter fine all'emirato, nel settembre 1920.
La Repubblica popolare che in tal modo vede la luce sarà
retta da giadidisti (Rodinson 1972, 368-372) . Ma gli inte­
ressi sono divergenti e si arriverà alla rottura.
Il cosiddetto sultangalievismo non tardò ad affermarsi in
Asia centrale e nel Caucaso, ma le sue concezioni in mate­
ria di autonomia dei comunisti musulmani nei confronti
del Comintern, di rapporti tra quadri locali ed europei, e
di orientamenti generali del movimento comunista inter­
nazionale lo condussero- altrettanto rapidamente- a scon­
trarsi con i dirigenti moscoviti. Nel giugno del 1923 Sul­
tangaliyev veniva denunciato da Stalin come deviazionista,
arrestato ed espulso dal partito, e infine presumibilmente
giustiziato (Bennigsen-Quelquejay 1960) . ·Quanto al Parti­
to comunista musulmano (fondato nel 1918) , fu sciolto e
assorbito dal Pc russo. In seguito alla riorganizzazione del
2. Conquiste 283

Commissariato per le nazionalità (1921) , anche il Commis­


sariato centrale per gli affari musulmani era stato soppres­
so: l'Islàm scompare così, in quanto interlocutore, dalla vi­
sione politica del potere sovietico, e diventa un nemico da
combattere. A questo scopo serviranno tra l'altro le dispo­
sizioni sulla libertà di propaganda a favore dell'ateismo,
che si affianca alla proclamata libertà di professare qualsia­
si fede religiosa. La politica sovietica crea in tal modo nel­
l'Asia centrale una vera e propria dicotomia tra Islàm uffi­
ciale - vale a dire l'establishment religioso legato al regime so­
vietico- e un Islàm parallelo rappresentato essenzialmente
dalle confraternite sufi, da gruppi clandestini di vario ge­
nere e natura e da predicatori informali e itineranti (Fio­
rani Piacentini 1974, 153) .
Un duro colpo alle tradizioni islamiche fu rappresenta­
to dai prowedimenti che eliminarono l'alfabeto arabo, dif­
fusosi in seguito all'islamizzazione, sia pur lentamente, fino
a imporsi in tutta l'Asia centrale. Già prima della rivoluzio­
ne russa si era cominciata a diffondere l'idea che l'alfabeto
arabo non fosse lo strumento più adatto; era considerato la
causa principale dell'analfabetismo imperante fra tutti i
musulmani dell'impero zarista. Soltanto dopo la rivoluzio­
ne, tuttavia, si arrivò a iniziative concrete, con la semplifi­
cazione introdotta negli anni Venti, grazie alla quale si eli­
minavano le varianti di alcune lettere la cui forma cambia,
nella scrittura araba, a seconda della posizione (iniziale, in­
termedia o finale) . Prowedimento più radicale fu l'intro­
duzione dell'alfabeto latino in Azerbaigian (1922) . Succes­
sivamente, in seguito al Congresso turcologico svoltosi a
Baku nel marzo 1926, fu decisa l'introduzione dell'alfabeto
latino in Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan (1927) , in
Kazakhstan e Tagikistan (1928) . In Asia centrale, durante la
seconda metà degli anni Venti, si stampava dunque sia con
l'alfabeto arabo riformato, sia in caratteri latini (Castagné
1927) . Il dominio dell'alfabeto latino in Asia centrale fu, ad
ogni modo, di breve durata: una disposizione del 13 marzo
284 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

1938 rese obbligatorio l'insegnamento del russo in tutte le


scuole dell'Urss e, da quel momento, l'alfabeto cirillico si
sostituì a quello latino. Il processo si svolse in tempi relati­
vamente brevi e fu completato nel 1942; ora, dopo il crollo
dell'Unione Sovietica, si comincia a reintrodurre sia l'alfa­
beto latino, sia quello arabo.

3. LIBERAZIONE?

Nella dialettica tra colonizzatori e colonizzati, tra potenze


«cristiane» dominanti e musulmani dominati, il XX secolo è
caratterizzato dalla comparsa sulla scena degli Stati Uniti
d'America che, grazie alle due guerre mondiali, conquista­
no il rango di superpotenza eclissando ogni rivale: in primo
luogo, cronologicamente parlando, Francia e Gran Breta­
gna, che nei loro possedimenti dovevano fare i conti con for­
me diverse di nazionalismo (arabo in Algeria, egiziano in
Egitto) , di panarabismo (soprattutto nella parte asiatica dei
paesi arabi) e di panislamismo (specialmente in India) .
In Egitto l'occupazione britannica non aveva messo a ta­
cere le voci degli intellettuali che diffondevano teorie vicine
a quelle dei nazionalismi europei. Diversamente da quanto si
verificherà in tempi e luoghi diversi in tutto il mondo arabo,
in Egitto chi si opponeva alla dominazione straniera lo face­
va per lo più in quanto egiziano e non in quanto arabo o mu­
sulmano. Era diffusa in altri termini la consapevolezza di una
specificità della popolazione egiziana rispetto non soltanto ai
Turchi (per non parlare dei colonizzatori britannici) , ma an­
che agli abitanti degli altri territori arabi. Autorevole guida
dei nazionalisti egiziani fu Sa'd Zaghlul, che nel marzo 1919
venne arrestato e deportato per evitare che si recasse a Lon­
dra a capo di una delegazione (in arabo wafd, donde il nome
del futuro Partito nazionalista egiziano) : milioni di Egiziani
scesero in strada per protestare. Il movimento fu represso nel
3. Liberazione? 285

sangue, ma indusse la Gran Bretagna ad avviare trattative che


nel 1922 si conclusero con il riconoscimento dell'indipen­
denza egiziana; fatto salvo il diritto di intervenire- grazie al­
le basi militari dislocate a protezione del Canale di Suez- «in
difesa dell'Egitto contro ogni aggressione o ingerenza stra­
niera diretta o indiretta». Alla presenza britannica non si op­
ponevano soltanto i nazionalisti di ispirazione europea (che
tra l'altro avevano tra i loro modelli anche quello mazzinia­
no) : c'era- come in Algeria - un'opposizione islamica, per
adoperare il linguaggio di oggi. Erano, come s'è visto, i Fra­
telli Musulmani, il movimento fondato ne11928 da Hasan al­
Banna che predicava il rifiuto di tutto quanto di materiale o
di immateriale gli europei avessero introdotto nel paese.
Condannava i partiti, in special modo l'ideologia socialista e
comunista, mentre aveva una certa ammirazione per il fasci­
smo e il nazismo. Ebbe contatti con gli «ufficiali liberi>> che
presero il potere nel 1952, senza però che si arrivasse a un
programma di lotta comune contro la Gran Bretagna.
La prima guerra mondiale offrì tanto alla Germania,
quanto agli Alleati, la possibilità di giocare la «Carta islami­
ca>>: con scarso successo. Non vi furono infatti diserzioni di
massa tra i musulmani indiani che combattevano nel corpo
di spedizione britannico mandato a invadere l'Iraq, come
avevano sperato i Tedeschi quando convinsero il sultano-ca­
liffo ottomano a proclamare la guerra santa. Qualcosa di
più ottenne la rivolta araba di ispirazione britannica: la
guerriglia guidata dal celebre colonnello Lawrence e dal­
l'emiro hashimita Faysal causò certamente danni alle forze
tedesco-ottomane in Arabia, ma la partecipazione araba era
dettata più da considerazioni nazionalistiche e dinastiche
ispirate dal miraggio - fondato su promesse fallaci - di un
regno arabo unitario dal Sinai a Damasco, che da presunte
solidarietà panislamiche legate a una specifica, velleitaria
speranza alimentata dalla Gran Bretagna: quella di un ca­
liffato arabo. Era diffusa infatti una certa confusione nei
sentimenti di solidarietà dei musulmani,
286 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

già profo ndame nte imp ressio nati i n og ni caso da llo s trapo te re
mi li ta re dei due g ruppi di be llige ra nti eu ropei . Ve rso la fi ne del­
la gue rra comi nci ò a ma nifes ta rsi u nfa tto nuovo che si svilupp ò
rapidame nte ne ll' immedia to dopogue rra . E ra s ta to p repa ra to i n
u na ce rta misu ra da l e rivolu zio ni scoppia te i n Russia , che sem ­
b rava no p refigu ra re il c ro llo de la civil tà capi talis tica eu ropea; fu
mo lto i ncoraggia to da lla de lusio ne dei capi de lla rivo lta araba
che li spi nse a ce rca re co nta tti seg re ti co n i lo ro pad ro ni o tto ­
ma ni , o ra nemici ma a nco ra co rreligio na ri. Il ge ne ra le tedesco
Lima nvo nSa nde rs rife risce ne lle sue memo rie che ve rso la fine
di agos to del 1918 lo shariJFaysa l ma nd ò u nmessaggio seg re to a
Gema l Pasha pe r avvisa rlo de ll'immi ne nte offe nsiva b rita nnica ,
off re ndosi di passa re dalla pa rte dei tu rchi i n cambio di de te r­
mi na te ga ra nzie sulla fo rma zio ne di u no S ta to a rabo . Pe ri ro nia
de lla so rte questa p ropos ta ve nne respi nta ne lla co nvinzio ne , de l
tu tto i ngius ti fica ta , che si tra ttasse di u n tra ne l o di ispi ra zio ne
b ri ta nnica (Le wis 1998, 137 ).

Il secolo delle {5Uerre mondiali. Gli Usa

Per gli Stati Uniti la prima guerra mondiale segna in­


vece l'inizio di una fase più dinamica nei rapporti con l'a­
rea del Mediterraneo e il mondo arabo-islamico. Fino alla
vigilia del conflitto i loro interessi nel Vicino e Medio
Oriente erano stati prevalentemente culturali e filantro­
pici; quelli economici erano circoscritti soprattutto al­
l'importazione di tabacco e liquirizia (utilizzata nella pro­
duzione di gomma da masticare e come colorante per la
birra) dall'impero ottomano. Non che mancassero piani
più ambiziosi, come il «progetto Chester» per massicci in­
vestimenti ferroviari in Anatolia nell'ambito della cosid­
detta «diplomazia del dollaro>> patrocinata dal presidente
William H. Taft e dal suo segretario di Stato Philander C.
Knox; ma il progetto Chester restò sulla carta, non senza
aver causato tensioni con le potenze europee timorose di
vedersi invadere le tradizionali riserve di caccia mercanti­
le e finanziaria.
3. Liberazione? 287

Dopo la prima guerra mondiale si fecero più pressanti le


richieste al governo di Washington da parte di svariati grup­
pi di interesse, che chiedevano una maggiore protezione di­
plomatica. La situazione era in effetti cambiata con la spar­
tizione dell'impero ottomano e l'inizio di quello che si po­
trebbe chiamare - per analogia con quanto accaduto in
Africa mezzo secolo prima- the scramble for oiL Se, come re­
cita una celebre frase, gli Alleati avevano Jloated to victory on
a sea of oiF, l'importanza dei giacimenti già noti e di quelli
sperati non poteva essere trascurata, meno che mai dai re­
sponsabili del paese che già all'inizio del XX secolo aveva
conquistato un primato difficilmente contestabile nell'in­
dustria del petrolio. In più, le carte erano state rimescolate
dal crollo dell'impero ottomano che consentiva ai vincitori
di spartirsi le vecchie concessioni tedesche in Anatolia.
Donde le ricorrenti accuse di ipocrisia rivolte dagli Stati
Uniti alle potenze europee, l'affermazione del principio
dell' open door e l'opposizione all'accordo franco-britanni­
co di Sanremo (27 aprile 1920) sui giacimenti petroliferi in
Romania, Galizia, Mesopotamia e nei possedimenti france­
si e britannici. Nella sua parte mesopotamica l'accordo era
particolarmente allarmante per gli Usa, in quanto prefigu­
rava il «monopolio franco-britannico su praticamente tutta
la produzione di petrolio del Vicino e Medio Oriente in fla­
grante contrasto con le intese precedentemente raggiunte
in merito ai mandati, e l'esclusione degli Stati Uniti dalla
partecipazione a quella che prometteva di essere un'enor­
me fonte intatta di petrolio» (Evans 1965 , 292-297, 325 ) .
Gli Stati Uniti avevano, in questo contesto, buone carte da
giocare: potevano presentarsi all'opinione pubblica araba e
islamica - per quel che contava - come parti disinteressate
(la loro tardiva partecipazione alla guerra non si era spinta
fino a una dichiarazione di guerra all'impero ottomano, al­
la spartizione delle cui spoglie si professavano estranei) , e
mietere i frutti della buona volontà seminata dall'attività fi­
lantropica svolta in passato. Più cospicuo tra questi frutti fu
288 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

OCEANO

ATLANTICO

mondo islamico negli anni successivi alla Conferenza di Versailles


Fig. 12. Il
(1919-1920).
3. Liberazione? 289

OCEANO INDIANO
290 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

il risultato della missione King-Crane, inviata nel 1919 dal


presidente Wilson a sondare le intenzioni dei Siriani: risultò
che la popolazione della Siria si opponeva a un mandato
francese sul proprio paese, voleva l'indipendenza e l'unità
con altre regioni arabe, ma avrebbe accettato un mandato
statunitense (o, nella peggiore delle ipotesi, britannico) . Gli
Usa, dialogando con i nazionalisti arabi anziché con i fauto­
ri del panislamismo, si preparavano in tal modo a raccoglie­
re l'eredità dei vecchi imperi coloniali europei: ci riusciran­
no, con qualche ritardo rispetto alle previsioni di Trockij
(che prevedeva uno scontro inevitabile tra gli interessi eco­
nomici degli Usa e quelli delle maggiori potenze europee) e
in maniera formalmente meno conflittuale di quanto spe­
rasse qualche ideologo del regime fascista (Trockij 1968,
185 -187; Cantalupo 1943, 39-41) , grazie alla seconda guerra
mondiale. Strumento di questo successo fu il meccanismo
degli aiuti fomiti in base al programma lend-lease, che prefi­
gura la strategia post-bellica del piano Marshall: un indub­
bio vantaggio per i beneficiati con enormi ricadute propa­
gandistiche a favore del donatore, unite a rilevanti utili
materiali, in cambio di costi reali pressoché trascurabili. I
negoziati che precedettero la concessione degli aiuti lend­
leaseservirono ad aprire un varco nel sistema britannico del­
le preferenze imperiali a vantaggio dei prodotti dell'indu­
stria statunitense. A dispetto delle assicurazioni fomite a
Churchill dal presidente Roosevelt (il quale si preoccupava
di fare in modo che «nessun paese si arricchisca grazie allo
sforzo bellico dei suoi alleati» ) , la lunghezza delle trattative
è indizio rivelatore della convinzione che fosse possibile vin­
colare l'assistenza a concessioni britanniche in materia di as­
setti commerciali; tanto che a Londra si arrivò a dubitare
che fosse dawero la Germania a costituire per l'impero bri­
tannico il pericolo più grave a lunga scadenza (Foreman­
Peck 1983, 263; Hathaway 1984, 316) .
Come si vede, all'indomani della prima guerra mondia­
le la mentalità coloniale era ancora imperante. Le capito-
3. Liberazione? 291

!azioni furono ristabilite dal trattato di Sèvres ed estese a


tutti gli alleati vittoriosi, ma il successivo trattato di Losan­
na ne riconobbe la completa abolizione: era comparso un
nuovo protagonista.

Il più importa nte movime nto di re si ste nza all' Occi de nte do­
mi na nte e vittorio so , e l'u nico a davere succe sso , fu que llo che si
ma nife stò i nA nato lia , dove u n gruppo di ribe lli gui dati da Mu­
stafa Kema l sfidò g li a lleati , i greci e i l succube gover no ottoma­
no. I l succe ssivo laici smo e patriotti smo dei kema li sti ha nno of­
fu scato i l carattere forteme nte i slamico caratterizza nte i l movi­
me nto ne lle sue fa si i nizia li , qua ndo i suoi obiettivi dichiarati e ra­
no la liberazio ne <<dei pae si i slamici >> e <<de lle popo lazio ni i slami­
che >> , la liberazio ne de l su lta no c- a li ffo e la cacciata de ll' i nfe de le
i nva sore. Tra i fo ndatori e primi so ste nitori del movime nto spic­
cava no i dirige nti religio si mu su lma ni , tratti sia dai ra nghi deg li
'ulama ', sia dalle co nfrater nite dei derv isci .
Nelle gior nate di sco nforto e rabbia che seguiro no la re sa ot­
toma na i se ntime nti di soli darietà i slamica era no mo lto forti , e
proprio a d e ssi furo no rivolti i primi appel li a la re si ste nza . Nel
te ntativo di co nqui star si u n seguito nei pae si mu su lma ni, per fi­
no i comu ni sti trovaro no opportu no r v i olger si al la soli da rietà
i slamica piutto sto che a la soli darietà di clas se o nazio nale, e col­
laboraro no , sia pure i nma niera i ncerta e dif fide nte , co ng li e sp o­
ne nti de lpa ni slami smo , che cercaro no di uti lizzare per i prop ri
fini. Ma lgra do i l loro laici smo e nazio na li smo i Giova ni Turchi
no n aveva no di sdeg nato di giocare la carta i slamica qua ndo l'a­
veva no giu dicata co nve nie nte e , ne ll918, E nver Pasha aveva me s­
so i ncampo u na forza da l nome a lti so na nte , l'Armata de ll'I slàm
per la liberazio ne dei mu su lma ni de ll'impero ru sso. Dopo la
sco nfitta de lle pote nze ce ntra li qua lc he capo dei Giova ni Turchi
si stabi lì a Mo sca , dive nuta ormai i l ce ntro pri ncipa le di oppo si­
zio ne a ll' imperia li smo occi de nta le , de dica ndo si a lprogetto di u n
movime nto rivoluzio nario i nter nazio na le mu su lma no. Nel 1921
si svol se a Ber li no e a Roma u n co ngre sso del l' Unio ne delle so­
cietà rivo luzio narie i slamiche pre sie duto da E nver Pa sha, la cui
i spirazio ne comu ni sta era evi de nte .
L'allea nza tra comu ni smo e pa ni slami smo, malferma fin dal­
l 'i nizio , fu di breve durata. Enver Pa sha, ma ndato i nA sia ce ntra-
292 Capitolo teno. I musulmani nell'età dell'imperialismo

le per so ste nere la cau sa sovietica , si schierò da lla parte dei suoi
avver sari e fu ucci so ne l1922 i ncombattime nto co ntro l'Armata
Ro ssa . Su lta ngaliev, il mae stro di scuo la ta taro che nel 1918 ave­
va collaborato co nStal in nel Commi ssar iato per le naz io na lità e d
e laborò poi i l progetto di u n'i ntern azio na le rivo luzio naria dei
popo li co lo nia li i ndipe nde nte da l Comi nter n, fu arre stato ne l
1923 per <<deviazio ni naz io na li st ic he >> e scomparve ne l cor so di
u na succe ssiva epura zio ne (Le wis 1998, 138-139 ).

Mustafa Kemal, il fondatore della repubblica turca (1881-


1938) che assunse poi il nome di Atatiirk, aveva partecipa­
to, come militare di carriera, alla vita delle società segrete
contro il regime del sultano Abdiilhamit II e fondato nel
1905 a Damasco il gruppo Vatan ve Hiirriyet (Patria e liber­
tà) . Tornato a Salonicco prese parte alle attività del comita­
to Ittihad ve Terekki (Unione e progresso) , massima forma
organizzativa dei Giovani Turchi, con i cui dirigenti (in pri­
mo luogo Enver Pasha) non era peraltro in piena sintonia.
Dopo aver combattuto in Tripolitania contro le forze italia­
ne (1911-1912) , durante la prima guerra mondiale si di­
stinse nella difesa dei Dardanelli contro lo sbarco alleato
(1915 ) , quindi in Palestina (1917) dove lo sorprese la noti­
zia dell'armistizio di Mudros (30 ottobre 1918) . Per il suo
rifiuto di accettarne le clausole draconiane entrò in con­
trasto con il sultano Mehmet VI e nel maggio 1919 riuscì a
convincere una parte dell'esercito a lottare per l'indipen­
denza del paese, minacciato di smembramento da parte dei
vincitori. Assunta la guida della lotta contro il governo di
Istanbul da una parte, e dall'altra contro gli Alleati, in par­
ticolare l'esercito greco che sconfisse con una serie di bril­
lanti vittorie nel 1920-1922, consacrate dall'armistizio di
Mudanya (Il ottobre 1922) , si vide attribuire dall'Assem­
blea nazionale il titolo prettamente islamico di gazi in rico­
noscimento della sua personale partecipazione alle opera­
zioni militari. Il prestigio di cui godeva gli consentì di far
votare in novembre la soppressione del sultanato, mentre il
3. Liberazione? 293

successivo trattato di Losanna (1923) sanciva la completa


indipendenza della Turchia nelle sue frontiere nazionali
che coincidono sostanzialmente con quelle attuali.
Come presidente della repubblica avviò una politica di
radicali riforme miranti alla modemizzazione del paese,
fondata in primo luogo sulla laicizzazione. Il 3 marzo 1924
viene abolito il califfato; seguono la soppressione dei tribu­
nali religiosi e delle scuole coraniche sostituite da una rete
sempre più capillare ed efficiente di scuole elementari di
Stato, primo livello di un sistema educativo basato sul pa­
triottismo e il laicismo. Vengono messi al bando gli ordini
dei dervisci che godevano di ampio seguito in quanto for­
ma popolare del misticismo islamico e si elimina, nella Co­
stituzione, il riferimento all'Islàm quale religione di Stato.
Questi e altri prowedimenti, come il divieto di utilizzare l'a­
rabo (o qualsiasi altra lingua che non fosse il turco) nelle
funzioni religiose, diedero vita a vivaci e diffuse proteste da
parte dei settori più tradizionali della popolazione, che ven­
nero energicamente represse. Analoga sorte era destinata a
colpire ogni forma di rivendicazione del diritto all'espres­
sione della propria autocoscienza etnica da parte delle mi­
noranze curde, armene e arabe.
Ancor più rivoluzionaria apparve la riforma della scrit­
tura, che sostituiva l'alfabeto latino a quello arabo, segnan­
do una drastica rottura con la cultura del passato, in cui il
turco era stato considerato la lingua dei contadini ignoran­
ti, mentre la classe dirigente aveva assorbito con entusiasmo
le influenze culturali arabe e persiane. A conferma di que­
sta rottura, all'introduzione dei caratteri latini, presuppo­
sto di una alfabetizzazione di massa, si accompagnò una
campagna per l'eliminazione delle parole di origine araba
e persiana la cui presenza nella lingua parlata e scritta era
rilevante. I risultati furono anche contraddittori: ad esem­
pio, per non continuare a chiamare l'università con l'e­
spressione di origine araba Dar ulfunun (Casa delle arti) si
preferì universite; ma il modello da seguire era ormai la mo-
294 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

derna Europa, non il mondo arabo o persiano di cui appa­


riva evidente la subordinazione economica e politica al­
l'Occidente. In questo contesto si inseriscono anche norme
sull'introduzione dell'abbigliamento europeo (con la sosti­
tuzione, ad esempio, del cappello al fez) e le campagne
contro il velo femminile o l'onomastica tradizionale: nel
1934 l'uso del cognome fu reso obbligatorio. Su un piano
più sostanziale venne riconosciuto il diritto di voto alle don­
ne e furono introdotti nuovi codici di ispirazione europea
per il diritto civile, penale e commerciale.
Per attuare le riforme volute da Atatiirk era necessario in­
culcare nella mente di tutti i Turchi l'orgoglio della loro raz­
za e della parte avuta nella storia del mondo. Per questo ne­
gli anni Trenta fu incoraggiata la circolazione di teorie sto­
riche e linguistiche esagerate (ormai sottoposte a revisione
critica anche in Turchia) , che attribuivano ai Turchi un ruo­
lo centrale nell'evoluzione dell'umanità e ponevano la loro
lingua all'origine di tutte le altre. Questo nazionalismo esa­
sperato si è tradotto nel rifiuto di ammettere che in Turchia
esistessero popolazioni non turche: è vero che la maggior
parte dei Greci e degli Armeni avevano abbandonato il pae­
se in seguito agli eventi bellici lasciando il gruppo etnico tur­
co in netta maggioranza, ma i Curdi avevano ancora una pre­
senza rilevante; si stabilì che erano «Turchi di montagna>> e,
di fronte all'impossibilità di negare che la loro lingua ap­
partenesse a una famiglia ben distinta da quella turca, la fa­
miglia indoeuropea, si proibì severamente di parlarla.
Malgrado le apparenze di un regime costituzionale, la
Turchia di Atatiirk era una dittatura, giustificata con l'esi­
genza di realizzare i sei princìpi ideologici inscritti nella Co­
stituzione: nazionalismo, laicismo e modernismo (già pre­
senti nel programma dei Giovani Turchi), repubblicanesi­
mo, populismo e statalismo. Il padre della Turchia repub­
blicana, del resto, non nascose mai la sua ammirazione non
tanto per l'ideologia, quanto per i metodi organizzativi di
regimi che si proponevano di trasformare i rispettivi paesi:
3. Liberazione? 295

il fascismo in Italia, il comunismo in Urss e il nazismo in


Germania. In politica estera si sforzò di normalizzare, dopo
il trauma della guerra e dello scambio di popolazioni, i rap­
porti con la Grecia. Con quest'ultima, insieme con la Ro­
mania e lajugoslavia, la Turchia costituì nel 1934 una «In­
tesa balcanica», successivamente estesa verso est grazie al
Patto di Sa'dabad con Iraq, Iran e Mghanistan. Nei con­
fronti dell'Urss, benché il panturchismo restasse una com­
ponente essenziale del nazionalismo turco, Atatiirk ebbe
cura di evitare ogni forma di agitazione diretta alle repub­
bliche asiatiche abitate prevalentemente da popolazioni
turcofone.
Non era soltanto Atatiirk ad apprezzare i metodi orga­
nizzativi del fascismo: in tutto il mondo arabo, durante gli
anni Venti e Trenta, alcuni partiti nazionalisti diedero vita
a movimenti, soprattutto giovanili, che si rifacevano alle
<<Camicie nere>> , utilizzando colori diversi. Sull'altro ver­
sante, il governo italiano cercò di utilizzare i sentimenti an­
tifrancesi e antibritannici dei nazionalisti arabi a proprio fa­
vore, con modeste sowenzioni a questo o quel dirigente, e
trasmissioni di propaganda diffuse da Radio Bari; sempre
su questo piano propagandistico lo stesso Mussolini, pre­
sentandosi come <<la spada dell'Islàm>> cercò di giocare, in
questo contesto, la carta islamica. Gli effetti furono scarsi in
entrambi i casi.
Scarsi furono anche i risultati ottenuti dai nazionalisti egi­
ziani che guardavano verso il fascismo e il nazismo (e, in mi­
sura molto più limitata, il comunismo) in cerca di possibili
contrappesi alla dominazione britannica. Era naturale che
in Egitto, durante la seconda guerra mondiale, si cercasse
l'aiuto dei nemici della potenza coloniale; fu però il re Faruq
ad assumere un netto atteggiamento filotedesca, scavalcan­
do <<a destra>> il Wafd, il cui nazionalismo di stampo liberale
modellato su quello delle democrazie parlamentari europee
lo indusse a schierarsi a fianco di Londra. I sentimenti po­
polari erano invece decisamente antibritannici: le masse egi-
296 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

ziane vivevano direttamente lo sfruttamento coloniale, men­


tre la borghesia che si esprimeva politicamente nel Wafdera
più sensibile e interessata ai vantaggi economici di una col­
laborazione con il capitale britannico. Nell'esercito, infine,
molti giovani ufficiali speravano che una vittoria dell'Asse­
le cui truppe, a El Alamein, erano ad appena un centinaio di
chilometri da Alessandria- avrebbe cacciato per sempre gli
occupanti britannici dall'Egitto.
Si assiste qui a un intreccio di motivazioni di tipo nazio­
nalista, se non panarabo, e di natura implicitamente o espli­
citamente panislamica: fenomeno che si ritrova in forme di­
verse in tutti i territori abitati da musulmani e soggetti a do­
minazione coloniale.

Du ra nte gl ia nniVe nt ie T re nta de lXX seco lo le fo rme p iù dif­


fu se di e sp re ssio ne di so lida rie tà , op inio ni, a sp iraz io ni e inte re s­
si di natu ra po lit ica fu ro no que lle occi de nta li: pe r o l p iù pa rt iti
po lit ic i la ic i che re ndeva no noto u n p rog ramma e ce rcava no di
p rocu ra rsivot i. Il mo vime nto re lig io so p iù impo rta nte e ra a nco ­
ra la Salafiyya, la cu i direz io ne e ra pa ssata da Muhamma d'Ab duh
a l suo discepo lo Ra sh idR ida (1865-1935), u n siria no t rap ia ntato
in Eg itto . I frutt i molto notevol i della sua rice rca teolog ica e la
sua influe nza inte llettuale re sta ro no a lu ngo p riv i di co nsegue n­
ze po lit iche dirette . Neg li ste ssia nni i te ntativi comp iut i ne l1925
da llo she ikh 'A li'Ab da l-Raz iq , influe nzato p robab ilm e nte da l la i­
c ismo tu rco , pe r sepa ra re la rel ig io ne dalla po lit ica si infra nse ro
m ise rame nte co nt ro la ma ssicc ia oppo siz io ne dia l-Azha r.
L ' iniz io di u n inte re sse p iù att ivo e ge ne ra lizzato pe r la re li­
g io ne si può g ià dist ingue re neg li a nni T re nta , in u n'o ndata di
ope re lette ra rie popola ri che e salta no la figu ra diMuhamma de
de ip rim ie ro i del l'Islàm . Sp icca t ra que ste ope re la b iog ra fia del
Pro feta sc ritta da Muhamma dHu say nHayka lche , pubb licata ne l
1935, si co nqu istò sub ito u n imme nso su cce sso . Le v ite del Pro­
fe ta e de i cal iffi fu ro no e saltate a nche in u na co l a na molto dif­
fu sa di ope re roma nt ic he di g ra nde succe sso de l ce leb re auto re
e le tte rato Taha Hu say n.
Du ra nte que sto pe rio do ve nne ro fo ndate nume ro se leghe, as­
soc iaz io nie o rga nizzaz io ni rel ig io se co np rog ramm i islam ic iche
3. Liberazione? 297

a ndava no da u na vaga e ge ne ra lizzata e sp re ssio ne di pie i nte n­


zio ni a lla fo rmu lazio ne più o me no di retta de lle dott ri ne de lla Sa­
lafiyya. Una di e sse , l'Associazio ne deg li 'ulama' a lge ri ni co stitui­
ta si i nAlge ria ne l1931, si co nqui stò notevo le i nflue nza e impo r­
ta nza. Ne l Me dio Orie nte i l ruo lo di que ste a ssociazio ni è stato ,
fi nve rso i l 1945, seco nda rio e t ra scu rabi le , e sse ndo limitato a lle
at tività socia li e cu ltu ra li p rive di co nte nuti o o rie ntame nti po li­
tici (Le wi s1998, 140-141) .

L'intreccio tra nazionalismo e militanza in senso lato re­


ligiosa era particolarmente complesso in India, dove l'aspi­
razione della minoranza musulmana- pari a circa un quar­
to della popolazione complessiva- a scuotersi di dosso la do­
minazione coloniale procedeva di pari passo con la mobili­
tazione formalmente più laica rappresentata dal partito del
Congresso, che aveva l'ambizione di rappresentare il popo­
lo indiano nel suo complesso. Una tappa storica sulla via del­
la liberazione è rappresentata dall'alleanza (1916) tra il
Congresso e la Lega musulmana, nella quale convivevano
due tendenze, una panislamica e filo-ottomana e una laica
guidata da Muhammad 'Ali Ginnah (1876-1948) , che fu
messa a dura prova dalle elezioni del 1937, in cui il partito
del Congresso ottenne pochi voti nei collegi riservati ai mu­
sulmani. Era la constatazione di una tensione crescente tra
la comunità islamica e tutte le altre, che aprì la strada «a quel­
l'immane tragedia che fu la spartizione dell'India in due Sta­
ti fra di loro ostili>> (Torri 2000, 5 69) . Va rilevato tuttavia co­
me il massimo esponente dei musulmani dell'India, su cui
vien fatta di solito ricadere la responsabilità di quell'esperi­
mento di «pulizia etnica>> (o, meglio, culturale) abbia cerca­
to di evitare la catastrofe, rivolgendo al Mahatma Gandhi un
appello all'unità. L'apostolo della non violenza si dichiarò
impotente, ma

evi de nteme nte co ndivi deva la po litica di Ja waha rla l Neh ru. Da l
ca nto suo , Neh ru spo sa va i npie no l'i deo logia i nba se a lla qua le
i l Co ng re sso e ra l' u nico e legittimo rapp re se nta nte de l popo lo
298 Capitolo leno. I musulmani nell'età dell'imperialismo

i ndia no. Seco ndo le parole ste sse di Nehru , a lora i nIndia vi era­
no so lo due partit i: il Co ngre sso e il raj [i l regime colo nia le bri­
ta nnico ] . Sempre seco ndo Neh ru, no n so lo la Lega era u nparti­
to comu nitario (e per ci ò ste sso nece ssar iame nte a nti nazio nale )
ma e sso, co n il prete sto di rappre se ntare gli intere ssi de l e ma sse
mu sulma ne , tute lava i nvece que lle di u na ri stretta élite agiata ,
preva le nteme nte formata da gra ndi proprietari terrieri. Di st rug­
gere la Lega , di nuovo ne ll'a na li si di Nehru , sig nificava sbarazza­
re i lcampo per lo sco ntro fina le fra i l nazio na li smo i ndia no (rap­
pre se ntato da l Co ngre sso ) e il raj (che si serviva di partiti come
la Lega mu sulma na per indebolire i l movime nto nazio na lista )
(Tor ri 2000 , 573 ).

Si gettavano in tal modo le basi per la costituzione di uno


Stato separato che avrebbe dovuto riunire tutti i musulma­
ni dell'India, il Pakistan o <<Stato dei puri>> , qualcosa di ben
diverso dalla soluzione prospettata verso il 1930 da Muham­
mad Iqbal, che si limitava all'idea dell'unione delle provin­
ce musulmane del Nord-ovest in una specie di Stato fede­
rato con il resto dell'India. Il sogno di un Pakistan che riu­
nisse tutti i musulmani del subcontinente si è trasformato
in un incubo: malgrado i milioni di morti e di profughi cau­
sati dalla spartizione e dagli scambi di popolazione che l'�c­
compagnarono, lo <<Stato dei puri>> è rimasto ben lontano
dall'obiettivo. La sua popolazione è, sì, in massima parte
composta di musulmani, ma in India ne sono rimasti un
centinaio di milioni, per non parlare della secessione del
Bangladesh (1971) che ha amputato il Pakistan della sua
componente orientale. Il subcontinente che, negli ultimi
anni della dominazione britannica, sembrava avviato a di­
ventare la <<più grande democrazia del mondo>>, un paese
multiculturale, multietnico e tollerante, si è frammentato
in Stati divisi tra loro da una radicata ostilità e, all'interno,
da tensioni cultural-religiose crescenti (Hasan 1997).
Al destino della frammentazione è sostanzialmente sfug­
gito il più popolato paese abitato da musulmani, l'Indone­
sia. Anche qui fanno la loro comparsa, all'inizio del XX se-
3. Liberazione? 299

colo, movimenti di varia natura: studentesca (Budi Utama o


«Nobile impresa», 19 08); di autodifesa economica contro la
concorrenza dei commercianti cinesi (Sarekat Islàm, «Unio­
ne islamica», 19 10); di rinnovamento religioso (Muhamma­
diya); di emancipazione sociale (Sarekat merah, <<Unione ros­
sa>
> , di ispirazione comunista, 19 21). Sostanzialmente di si­
nistra era anche il Perserikatan Nasional Indonesia, partito fon­
dato nel 19 27 da giovani reduci dagli studi in Olanda, tra i
quali spiccava il futuro padre della patria, Sukarno. Negli
anni Trenta videro la luce anche il Partia Bangsa Indonesia,
Partito del popolo indonesiano, che fondendosi col vec­
chio Budi Utama diede vita al Partia Indonesia Raja; obietti­
vo comune di questi movimenti, sia pure con varie sfuma­
ture, era l'evoluzione graduale verso l'indipendenza. In
realtà, <<più che contro l'alta sovranità dell'Olanda, si lotta­
va per il governo locale fra una minoranza di europei e pro­
prietari e i partiti rappresentanti la maggioranza della po­
polazione. Si stava discutendo di tutto questo quando so­
praggiunsero la seconda guerra mondiale, l'invasione del­
l'Olanda da parte dei tedeschi nel 19 40, e dell'Indonesia da
parte dei Giapponesi, agli inizi del 19 42>> (Pareja 19 51,
353). L'occupazione giapponese, mediante il reclutamento
di Indonesiani in formazioni armate ausiliarie, spianò la
strada verso l'indipendenza: tre giorni dopo la capitolazio­
ne del Giappone, il 18 agosto 19 45 si costituiva a Giava il go­
verno provvisorio della repubblica indonesiana, presieduto
da Sukarno. Il governo olandese reagì con il ricorso alle ar­
mi, e incoraggiando movimenti separatisti in tutto l'arcipe­
lago, ma fu costretto dall'atteggiamento dell'India e di altri
paesi asiatici, dalle pressioni degli Stati Uniti d'America e
dai successi della guerriglia a riconoscere la piena indipen­
denza dell'Indonesia. Fin dall'inizio il governo repubblica­
no dovette

fa rf ro nte a se rie di ffico ltà i nte rne , eco nomiche e politiche , c rea­
te que ste sop rattutto dai comu ni sti e dai mu su lma ni e st remi sti.
300 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Oltre ai partiti mo derati mu su lma ni che cooperava no co n la re ­


pubb lica, c'era i l movime nto chiamato Daru-l-islam, i niziato a lla
fine de l domi nio giappo ne se , i cui pia ni di impo sse ssar si de lgo ­
ver no era no stati a llo ra fru strati dai repubb lica ni. I lDaru-l-islam
ha per scopo la fo ndazio ne di u no stato e sc lu sivame nte m �su l­
ma no ; tutti i mezzi so no buo ni per giu nge re a que sto fine . E ne ­
mico deg li o la nde si , co ntro i qua li proc lama la gue rra sa nta e ,
no n me no , dei repubb lica ni che accu sa di aver fo ndato u no sta­
to fuori de ll' i slam. Muhamma d Hatta , i l capo de l gover no re ­
pubb lica no , era i nfatti riu scito a far i ntro durre ne lla co stituzio ne
u na c lau so la che gara nti sse la libertà di cu lto (Pare a j 1951, 354 ).

Gli eventi indonesiani più recenti, dimostreranno che il


fattore religioso continua ad avere una grande importanza
nell'areipelago (Santamaria 1994).

La decolonizzazione e i suoi limiti

Il Novecento non è soltanto il secolo delle due guerre


mondiali, è anche il secolo della decolonizzazione, l'epoca
in cui la maggior parte delle colonie nate a partire dai tem­
pi delle grandi scoperte geografiche sono arrivate all'indi­
pendenza. Questi due aspetti del XX secolo sono stretta­
mente connessi: proprio le due guerre mondiali hanno da­
to vita ai fattori più importanti della decolonizzazione. La
prima ha generato la rivoluzione russa che fin dall'inizio si
è proposta come stimolo e modello di decolonizzazione8,
presentato immediatamente dai bolscevichi, appena con­
quistato il potere, sotto forma del celebre <<appello ai po­
poli dell'Oriente>> che li incitava alla lotta di liberazione. La
seconda ha visto pascere la guerra fredda e il consolidarsi
delle due superpotenze, gli Usa e l'Urss, processi da cui so­
no scaturite condizioni favorevoli alla decolonizzazione.
Prima del 1917, in realtà, si era già verificato un altro ce­
lebre episodio fonte di speranza per i popoli oppressi. Nel
1905 si vide un paese colonizzato dall'Occidente9 riuscire a
battere l'Occidente al suo stesso gioco. Quella parte del-
3. Liberazione? 301

l'Occidente che il Giappone sconfisse nella battaglia di Tsu­


shima era sì la sua parte più debole e arretrata: la Russia era
certamente la potenza industriale più rachitica ed anche il
paese socialmente e culturalmente meno evoluto d'Euro­
pa, ma era pur sempre un paese «bianco», un paese euro­
peo che aveva costruito un suo impero colonizzando le po­
polazioni dell'Asia centrale esattamente nello stesso modo
in cui i grandi imperi dell'Europa occidentale avevano fat­
to nelle loro rispettive sfere d'influenza, e utilizzando i me­
desimi pretesti. La mission civilisatrice e il white man s burden
avevano in Russia come corrispettivo «la necessità di risve­
gliare i popoli dell'Asia centrale dal lungo sonno a cui li
aveva costretti la religione musulmana>>. Se la sconfitta rus­
sa nella guerra con il Giappone rappresentò un'iniezione
di speranza, furono poi la Rivoluzione d'Ottobre e la na­
scita dell'Unione Sovietica a dare concreto impulso ai mo­
vimenti di liberazione in tutto il mondo colonizzato, so­
prattutto nel secondo dopoguerra.
Le due guerre mondiali non sono importanti ai fini del­
la storia della decolonizzazione soltanto perché l'Unione
Sovietica ha proposto un modello e fornito incoraggia­
mento politico e aiuti materiali. Sono importanti anche
perché, grazie a quei conflitti, si è affacciata sulla scena in­
ternazionale la potenza ex-coloniale per eccellenza che og­
gi è la potenza egemone. Gli Stati Uniti hanno tratto gran­
de vantaggio dalle due guerre mondiali, e soprattutto dalla
loro tardiva partecipazione sia all'una sia all'altra. Tardiva
partecipazione significa che, per i primi tre anni della guer­
ra 1914-1918 e per quasi tre anni all'inizio del secondo con­
flitto mondiale, gli Stati Uniti hanno potuto trarre i van­
taggi dello spettatore che assiste all'evento senza rischiare
in proprio, procurandosi enormi profitti dalle forniture mi­
litari a quelli che poi sarebbero diventati i loro alleati. I van­
taggi non sono soltanto di natura economico-finanziaria,
ma anche di ordine politico-strategico. Sul piano economi­
co-finanziario la prima guerra mondiale ha trasformato gli
302 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Stati Uniti dalla potenza più indebitata del mondo, quali


erano nel 1914, nel paese con uno dei più alti saldi attivi
nella bilancia commerciale dopo la fine del 1918 (Cohen
1986, 108) . Quanto alla seconda guerra mondiale non c'è
bisogno di insistere troppo, perché i suoi frutti sono evi­
denti: il conflitto ha consentito agli Stati Uniti di assorbire
senza colpo ferire le conseguenze negative della crisi del
1929 (che si è trascinata per tutti gli anni Trenta) , prima
esportando materiale bellico in quantità massicce, poi ge­
nerando un'immensa domanda interna con la propria par­
tecipazione diretta al conflitto.
Conseguenza della seconda guerra mondiale e, soprat­
tutto, della guerra fredda che ne scaturì, è anche la nascita
del «movim_ento dei non allineati» che tante speranze pur­
troppo deluse suscitò in tutto il mondo per una ventina
d'anni. Uno dei suoi fondatori fu il presidentejugoslavo Ti­
to che, dopo la rottura con l'Unione Sovietica nel 1948, sen­
tiva come particolarmente pressante la necessità di non es­
sere allineato né con l'Occidente né con Mosca. Gli altri pa­
dri del movimento sono un arabo egiziano - Giamal 'Abd
al-Nasser -, un indiano - Nehru -, e un indonesiano -
Sukarno. Per tre quarti, dunque, il movimento dei non al­
lineati è simboleggiato da persone che hanno vissuto sulla
propria pelle l'esperienza coloniale.
Fu grazie alle pressioni esercitate dal movimento dei
non allineati sull'opinione pubblica mondiale e in seno al­
l'Onu, nonché- più concretamente- alla rivalità fra le due
superpotenze e agli specifici interessi degli Usa che la mag­
gior parte dei paesi coloniali poterono arrivare all'indi­
pendenza entro l'inizio degli anni Sessanta.
Il sogno dei colonizzati era che all'indipendenza politi­
ca formale si accompagnasse anche l'indipendenza econo­
mica: e sogno è rimasto. Il Terzo mondo non ci ha dato un
modello di sviluppo alternativo, perché nella maggior par­
te dei casi non allineamento ha significato non tanto co­
struzione di un blocco compatto di paesi non allineati,
3. Liberazione? 303

quanto occasione per ottenere finanziamenti dagli schiera­


menti rivali: gli ideali di Nehru, Nasser, Sukarno e T ito si so­
no perduti nelle paludi dell'opportunismo. L'occasione
fornita dalla guerra fredda consentiva forme di pressione ri­
cattatoria consistenti nel giocare la carta della Nato contro
quella del Patto di Varsavia, e viceversa, per ottenere aiuti
dagli uni grazie alla minaccia di farseli dare dagli altri.
In questo contesto ci si chiede spesso se il modello di svi­
luppo proposto dai movimenti di liberazione fosse più vici­
no al capitalismo o a qualche modello socialista di econo­
mia pianificata. La risposta a una simile domanda non può
essere univoca. Ci furono diversi tentativi di elaborazione
di «socialismi locali>> : il «socialismo arabo>> è forse il caso
più fallimentare. Altre esperienze interessanti si sono tenta­
te in alcuni paesi subsahariani, dove si è cercato di svilup­
pare quello che Marx avrebbe definito il comunismo primi­
tivo di alcune di quelle società. Nelle campagne di certi pae­
si africani dove era sviluppato il meccanismo della comu­
nità di villaggio, passare da una comunità di villaggio pri­
mitiva a una comunità di villaggio socialista del XX secolo
sembrava un percorso praticabile, e in qualche caso si è cer­
cato di seguirlo, ad esempio in Ghana, in Nigeria, nello
Zimbabwe. Ci sono stati diversi tentativi di rivalutare istitu­
zioni locali e di trasformarle in qualcosa che potesse fun­
zionare nel XX secolo, ma nella maggior parte dei casi la
proprietà privata è stata considerata intangibile. Peso parti­
colare spetta, in questo contesto, all'Islàm in quanto ideo­
logia di riferimento per la maggior parte del mondo colo­
nizzato. Per il musulmano la proprietà è sacra, anche se il
Corano tempera questa sacertà con un dovere di solida­
rietà; il che consente a ognuno di tirare la coperta dell'in­
terpretazione dalla parte che vuole. Gli esponenti del co­
siddetto socialismo arabo si sforzavano di dimostrare che
esso era in piena consonanza con i principi del Corano,
mentre i suoi avversari non si stancavano di ricordare che
riforme agrarie e nazionalizzazioni andavano contro il di-
304 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

ritto di proprietà e, pertanto, contro le norme coraniche a


cui ogni buon musulmano dovrebbe attenersi.
Perché indipendenza politica non significa, in generale,
anche indipendenza economica? Come abbiamo già visto,
i paesi coloniali sono tipicamente paesi che esportano ma­
terie prime verso una madrepatria coloniale la quale in
cambio li invade di prodotti della propria industria, e ven­
gono pertanto penalizzati dall'andamento dei terms of trade,
la forbice divergente delle ragioni di scambio, dovuta al fat­
to che mediamente nel corso dei secoli i prezzi delle mate­
rie prime crescono più lentamente dei prezzi dei prodotti
dell'industria. Tra gli economisti del Terzo mondo predo­
minava quindi la convinzione che una rapida industrializ­
zazione fosse l'unica via di uscita, e in qualche caso gli esiti
sono stati discreti. L'India, ad esempio, è diventata una
grande potenza industriale, e in certi settori gode di una
posizione piuttosto forte, tanto da poter fornire alla Ger­
mania migliaia di ingegneri informatici. Nel caso indiano
sorge spontaneo rilevare che costa meno produrre tecnici
informatici che fisici nucleari: eppure l'India si è procura­
ta la bomba atomica per ragioni strategico-politiche, non
economiche. Un altro esempio di industrializzazione fatta
con un impegno ideologico molto forte è quello dell'Alge­
ria, che aveva anche obiettivi politici scarsamente confessa­
bili (parlando di unificazione del mondo arabo o quanto
meno del Maghreb, l'Algeria si proponeva come la Prussia
o il Piemonte della situazione, generando in qualsiasi tuni­
sino o marocchino comprensibili sospetti). Nella maggior
parte dei casi i processi di industrializzazione sono stati su­
balterni rispetto agli interessi delle vecchie potenze colo­
niali, che li hanno incoraggiati per varie ragioni: dall'op­
portunità di trasferire impianti inquinanti a quella di de­
molire importanti concentramenti di operai potenzial­
mente «rivoluzionari>>, dall'occasione di decentrare la pro­
duzione per trarre vantaggio di manodopera a basso costo
a quella di ottenere in contropartita concessioni politiche
3. Liberazione? 305

o d'altro genere dai regimi di recente indipendenza (Do­


nini 1973b, 645 -65 5 ) . Un indice della loro debolezza gene­
rale è dato dalla distribuzione del commercio internazio­
nale dei paesi decolonizzati, che ha continuato a lungo a
gravitare prevalentemente sulle antiche potenze coloniali.
Non sono mancati, naturalmente, i tentativi di ridurre la
dipendenza economica dall'Occidente. Si è cercato con i
cartelli tra produttori di materie prime, il più noto dei qua­
li è rappresentato dall'Opec 1 0 che, in seguito alla guerra
arabo-israeliana del 1973, ha cominciato ad aumentare i
prezzi. L'Opec godeva tuttavia di una situazione privilegia­
ta, nel senso che i suoi membri producevano allora circa un
terzo del petrolio consumato in tutto il pianeta, ed erano
pertanto in grado di esercitare una certa influenza sul mer­
cato. L'Opec ha seguito una politica che ha molto preoc­
cupato l'Occidente, ma si è rivelata alla fine controprodu­
cente, tant'è vero che oggi l'Opec non ha più quella me­
desima quota di mercato e non fa più paura a nessuno.
Le disparità economiche tra il Nord e il Sud del mondo
sono aumentate in quest'ultimo mezzo secolo: si calcolava­
no nel XIX secolo nel rapporto di uno a tre fra tenore di vi­
ta dei paesi poveri e dei paesi ricchi; oggi sono nel rapporto
di uno a otto, e in alcuni casi sono molto maggiori: per esem­
pio il cittadino medio degli Stati Uniti consuma venti volte
l'energia di un abitante dell'Mrica subsahariana. Su questo
pianeta siamo in tutto circa 6 miliardi, di cui un quinto vive
o sopravvive con meno di un dollaro al giorno: la responsa­
bilità di questo stato di cose va ricercata anche, se non esclu­
sivamente, nell'esperienza coloniale e nei suoi strascichi, ivi
compreso il debito estero, che nasce secondo i medesimi
meccanismi che abbiamo visto all'opera nel XIX secolo,
quando l'Europa, offrendo prestiti a condizioni che sem­
bravano buone, imponeva il proprio modello economico in
Mrica, nell'impero ottomano, in India (George 1989) .
Tutto quanto precede vale per la generalità delle popo­
lazioni che hanno subìto il dominio coloniale. Nel caso dei
306 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

musulmani, al divario nelle condizioni materiali dell'esi­


stenza, che ferisce chiunque sia sensibile all'ingiustizia in­
sita nella sperequazione delle risorse, si aggiunge un parti­
colare motivo di risentimento legato alla questione palesti­
nese. Nel 1948, proprio quando le maggiori comunità mu­
sulmane del mondo - nel subcontinente indiano e in In­
donesia - avevano appena conseguito l'indipendenza, na­
sceva in Palestina lo Stato di Israele. Quello che per i sioni­
sti era il coronamento di un sogno di liberazione naziona­
le, l'aspirazione di Theodor Herzl a creare «lo Stato degli
Ebrei», era agli occhi degli Arabi e dei musulmani non ara­
bi la più recente manifestazione di una plurisecolare tradi­
zione coloniale, posta in atto da europei - in massima par­
te- che si spingevano oltremare per colonizzare (verbo uti­
lizzato abbondantemente e schiettamente dal movimento
sionista agli inizi della sua impresa) un territorio extraeuro­
peo. L'opposizione araba e islamica al progetto sionista era
naturale e comprensibile.
Fu inizialmente un'opposizione prevalentemente di tipo
etnico-nazionale: i musulmani non arabi in India, Pakistan,
Indonesia erano per lo più troppo presi dalle proprie preoc­
cupazioni locali o regionali- gli strascichi della spartizione in
India e Pakistan, la contrapposizione fra Stato unitario e mo­
vimenti secessionisti in Indonesia - per poter dedicare alla
causa palestinese qualcosa di più concreto che una generica
solidarietà, di cui certamente non furono avari. Toccò quin­
di ai più diretti interessati - i Palestinesi stessi e gli Arabi geo­
graficamente più vicini - cercare di organizzarsi per combat­
tere lo Stato ebraico: donde il carattere prevalentemente ara­
bo, nazionale, della prima fase delle tensioni suscitate dalla
nascita di Israele. Fu questa la fase del nazionalismo arabo
nelle sue diverse incarnazioni, dal nazionalismo di stampo li­
beral-democratico mutuato dai colonizzatori europei al pa­
narabismo nasseriano colorato di socialismo, al nazionali­
smo economico caratterizzato dal ricorso all'arma del petro­
lio. Il fallimento di questi modelli, tutti di genesi straniera,
3. Liberazione? 307

tutti elaborati da intellettuali reduci da scuole dell'Occiden­


te in cui volta per volta avevano studiato illuminismo e libe­
ralismo, marxismo e lotta di classe, gestione dell'industria pe­
trolifera e American way of life, lasciava automaticamente spa­
zio all'unica alternativa rimasta: l'Islàm come ideologia di
giustizia e modello di organizzazione della società.
Non è un caso che, verso la fine del XX secolo, il mon­
do arabo abbia visto consolidarsi anche la tendenza a una
diversa definizione dell'identità culturale. Fino agli anni
Settanta, quando era ancora in auge il panarabismo, chi ri­
spondeva ai sondaggi d'opinione si definiva in primo luo­
go come arabo, e secondariamente come egiziano, irache­
no o algerino; infine come musulmano o eventualmente
cristiano (Starr 1978) . In questi ultimi anni i medesimi son­
daggi ci mostrano come nell'autodefinizione dell'identità
figuri ormai al primo posto l'Islàm: ci si identifica imme­
diatamente come musulmani, poi come egiziani, algerini,
iracheni e cosi via. L'appartenenza a una generica comu­
nità araba compare soltanto al terzo posto.

Conflitto economico o culturale?

L'eclissi di partiti, movimenti e modelli laici a vantaggio


di un'interpretazione «islamica» del mondo e della storia è
all'origine del proliferare di movimenti chiamati in Occi­
dente integralisti o fondamentalisti; sarebbe più giusto de­
finirli «di islamizzazione o di re-islamizzazione>> , oppure,
più semplicemente, «di militanza islamica». Quello di «fon­
damentalismo> > è infatti un concetto abbastanza indetermi­
nato, che nasce storicamente in ambito protestante verso la
fine dell'Ottocento negli Stati Uniti d'America, come cor­
rente teologica contrapposta alle tendenze della teologia li­
berale che si andavano consolidando in Europa (Pace-Gua­
lo 1998, 13-14) . Applicare all'Islàm un concetto e un ter­
mine di origine recente potrebbe dare l'impressione che
308 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

sia recente anche il fenomeno in sé, mentre nel caso isla­


mico la dialettica tra interpretazione personale e interpre­
tazione letterale del testo sacro, il Corano, è presente, si
può dire, fin dall'inizio.
Il fondamentalismo - ebraico, cristiano o musulmano
che sia- è inoltre fenomeno di natura prevalentemente se
non esclusivamente religiosa; mentre i movimenti o i parti­
ti politici che ad esso più o meno esplicitamente si richia­
mano sono anche espressione di tensioni socio-economi­
che, agiscono sul piano dei rapporti sociali più che sul pia­
no dei rapporti tra l'individuo e la divinità (o la sua co­
scienza), e si possono analizzare senza richiamarsi al tra­
scendente, ma basandosi su fattori concreti e misurabili.
Per queste ragioni preferisco dunque parlare di movimen­
ti di militanza islamica, che sono fenomeni concreti, con
una loro vita organizzativa e programmi più o meno pub­
blicamente dichiarati, piuttosto che di fondamentalismo in
quanto atteggiamento dello spirito difficilmente ricondu­
cibile a una precisa definizione. Il che non significa, natu­
ralmente, che tutto quanto riguarda i movimenti di mili­
tanza islamica si possa spiegare unicamente sulla base di
un'interpretazione materialistica della storia: nella conce­
zione del mondo condivisa dai seguaci di tali movimenti in­
tervengono anche frustrazioni e risentimenti, aspirazioni e
speranze non sempre razionali e talvolta incomprensibili a
chi le osservi da un punto di vista - per semplificare- occi­
dentale. Tanto più giustificata può apparire questa impo­
stazione del problema se si considera che tutta la concezio­
ne islamica del mondo attribuisce grande importanza ai
rapporti sociali, ai rapporti tra individui, oltre che, natural­
mente, al rapporto tra l'individuo e la divinità. Questo è
forse il momento adatto per ricordare ancora una volta che
l'Islàm non è soltanto religione, ma anche organizzazione
della comunità: secondo una nota espressione araba, 1'1-
slàm è din wa dawla, owero <<religione>> e anche <<governo>> ,
<<Stato» (Vercellin 1996, 348) .
3. Liberazione? 309

Gli aspetti sociali dell'Islàm sono messi in luce dai doveri


fondamentali del musulmano, che determinano la sua ap­
partenenza alla comunità dei credenti o umma. Questi do­
veri sono i cosiddetti «pilastri» o arkan dell'Islàm, vale a dire
la professione di fede, la preghiera, l'elemosina, il digiuno e
il pellegrinaggio. Nella professione di fede o shahada è diffi­
cile, in effetti, riconoscere qualcosa che non sia esclusiva­
mente «religioso»: essa consiste infatti nel dichiarare (lett.
«testimoniare>> ) che Dio è unico, e che Muhammad è l'in­
viato di Dio. L'aspetto sociale o comunitario è invece ben vi­
sibile nella preghiera o salat, che una volta alla settimana, a
mezzogiorno del venerdì, deve svolgersi in comune, in una
moschea: è l'occasione per incontrarsi (e, per i musulmani
che vivono in paesi non musulmani, per contarsi) , dunque
un momento non soltanto religioso, ma politico.
Ancor più visibile questo aspetto è nell'elemosina o
zakat, che non è un atto volontario di carità, come nella tra­
dizione cristiana, ma un vero e proprio obbligo giuridico
tendente in origine a garantire la compattezza della comu­
nità: essa costituisce il riconoscimento di un diritto che i po­
veri hanno sui beni di chi sta meglio di loro, come stabili­
sce il Corano (Sura LXX, 22-25 ) . Si tratta dunque di una ve­
ra e propria imposta, regolata dalla legge con formule pre­
cise. Il ripristino totale di questo dovere, storicamente più
spesso violato che rispettato dai ricchi e dai potenti, è tra le
rivendicazioni più popolari formulate dai movimenti di mi­
litanza islamica che si propongono di ricostituire, in questo
o quel paese, lo Stato islamico.
Fin dall'inizio, dunque, è presente nella concezione isla­
mica del mondo una forte componente sociale; e non a ca­
so la storia dell'Islàm ha conosciuto la sua parte di rivolte di
schiavi e sollevazioni di contadini oppressi dal fisco, di mo­
vimenti rivendicativi e di lotte contro l'ingiustizia: se il cri­
stianesimo si può definire telegraficamente come la religio­
ne dell'amore per il prossimo, l'Islàm va considerato come
la religione della giustizia. Un elementare senso di giustizia
310 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

vuole, tra l'altro, che ci si difenda se aggrediti, e tra le for­


me di resistenza armata alla dominazione coloniale euro­
pea non sono poche quelle che si richiamarono esplicita­
mente a parole d'ordine di natura «islamica», dalla lotta
dell'emiro 'Abd al-Qader contro i Francesi in Algeria alla
resistenza dei Senussi contro l'occupazione italiana in Li­
bia, alla <<guerra santa>> del Mahdi nel Sudan. Di interesse
anche attuale per le vicende cecene è poi la mobilitazione
popolare guidata dal daghestano Shamil nell'Ottocento
contro la penetrazione russa nel Caucaso (Donini 1994;
Keddie 1985 , 4; Lewis 1998, 128).
In quelle vicende prevaleva la spontanea resistenza dei
singoli musulmani, animati da quello che veniva sentito per
lo più come un obbligo individuale. Per veder comparire
movimenti ben organizzati, in cui la mobilitazione si fondi
su parole d'ordine di natura islamica anziché nazionalista
bisogna arrivare agli anni Venti del XX secolo, con la com­
parsa dei Fratelli Musulmani, che, come s'è già visto, dedi­
cavano nel loro programma uno spazio rilevante ai temi
economico-sociali. Qui basterà ricordare, a proposito di
senso della giustizia, che il fondatore dell'associazione Ha­
san al-Banna, come maestro in una scuola di Isma'iliyya,
centro amministrativo della compagnia del Canale di Suez
e cuore della presenza militare britannica in Egitto, aveva
sotto gli occhi il contrasto tra le agiate condizioni di vita di
ufficiali e funzionari europei da una parte, e dall'altra il te­
nore di vita di gran lunga inferiore dell'egiziano medio. Le
sperequazioni economiche e le tensioni sociali che ne di­
scendevano erano, in generale, ben visibili e fornivano un
terreno facile da sfruttare; circostanza che spiega meglio di
qualsiasi ricorso alla categoria del fanatismo religioso il suc­
cesso della Fratellanza musulmana e dei movimenti che si
possono considerare suoi discendenti per via genealogica
(Karpat 1968, 115 ; Phelps Harris 1964, 29). Come scriveva
nel 1952 un autorevole musulmano egiziano, Ahmed Ha­
san al-Zayyat,
3. Liberazi01'1R? 311

so lo i Frate lli Mu su lma ni rappre se nta no la ve ra fe de ne ll'I slàm e


la vera me nta lità de lmu su lma no i nque sta defo rme società; no n
co ncepi sco no la re ligio ne come co sa di eremiti so litari , né i l
mo ndo come u n remoto mercato , ma si re ndo no co nto che la
mo schea e la piazza de lmercato so no tutt 'u no; la prima è per co­
sì dire i lmi nareto , la seco nda è la struttura pri ncipa le . [. . ] I F ra ­
.

te lli Mu su lma ni ha nno u na li ngua per for nire la gui da, u na ma­
no per l'eco nomia , u nbraccio per la Guerra Sa nta e u n'opi nio ­
ne per la po litica (Phe lp sHarri s 19 6 4, 1 6 ).

Quella dei Fratelli Musulmani è stata la prima formazio­


ne politica a esibire caratteristiche ideologiche ed organiz­
zative tipiche di molti movimenti contemporanei di mili­
tanza islamica. Il movimento fondato nel 1928 in Egitto è
sopravvissuto fino ai nostri giorni in varie incarnazioni o
reincarnazioni, malgrado lunghi periodi di clandestinità e
repressione. Tra gli aspetti della Fratellanza musulmana
che si ritrovano in varie formazioni dei nostri giorni vanno
ricordati la cultura «laica>> del suo fondatore, Hasan al-Ban­
na, e il fatto che i maggiori 'ulama ' del suo tempo - ovvero
i «religiosi di professione>> o «professionisti della religio­
ne>> - non aderirono al movimento. Altri aspetti che ritro­
viamo ai nostri giorni sono la natura populista della propa­
ganda, che fruttò ai Fratelli Musulmani ampio seguito nei
ceti medio-bassi e popolari; l'esplicita difesa dei valori tra­
dizionali, in netto contrasto con la tendenza riformista di
'Abduh; il programma politico sensibile alle esigenze del
proletariato e del sottoproletariato, ma anche della piccola
borghesia, fondato sulla convinzione che gli ideali islamici
potessero risolvere i problemi socio-economici meglio del
capitalismo e del socialismo occidentali; l'ammissibilità o
addirittura la necessità del ricorso alla violenza contro l'in­
giustizia e, infine, l'individuazione di una resistenza ispira­
ta da ideali islamici come migliore se non unica difesa con­
tro la presenza coloniale britannica in Egitto e sionista in
Palestina. Tutti argomenti che, mutatis mutandis, hanno pre­
sa ancora ogg1.
312 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

Non c'è dunque motivo di stupirsi per il successo dei


Fratelli Musulmani, né per le sue conseguenze: già nel
1948 il movimento fu sciolto una prima volta dal Primo
ministro al-Noqrashi che venne poi assassinato proprio da
un membro della Fratellanza. Con questo assassinio co­
minciava una spirale di violenza (uccisione di Hasan al­
Banna, 1949; falliti attentati al presidente Giamal 'Abd al­
Nasser nel 1954 e nel 1966; esecuzione di uno dei mag­
giori ideologi del movimento, Sayyid Qutb, 1966) e di re­
pressione, che porterà i Fratelli Musulmani a condividere
con i comunisti egiziani l'onore di costituire la più nume­
rosa componente della popolazione carceraria del paese.
Va rilevato, a conferma del peso dei temi socio-economici
nella loro propaganda, che dopo la rottura definitiva con
il regime di 'Abd al-Nasser molti Fratelli furono attratti dai
provvedimenti di natura economica e sociale attuati da
quest'ultimo (nazionalizzazioni, istruzione per tutti, «SO­
cialismo arabo•• ) . A questo risultato contribuì anche la de­
strezza con cui il regime nasseriano riuscì a manipolare
l'università di al-Azhar, la roccaforte dell'ortodossia isla­
mica in Egitto, fino a conquistarsene il sostegno (Karpat
1968, 117) .
Fuori dall'Egitto le idee della Fratellanza trovarono ter­
reno fertile soprattutto in Pakistan (con la Giama 'at islami
di Abu 'Ala al-Mawdudi) e in Indonesia, dove prospera l'as­
sociazione Dar al-Islàm, e assumendo connotazioni sempre
più marcatamente antimperialistiche. Come affermava a
chiare lettere una rivista dei Fratelli Musulmani nel 195 5 ,
poiché l'Europa mirava alla disintegrazione del mondo isla­
mico per farne colonie, era naturale da parte islamica una
reazione contro ogni sorta di imperialismo: occorreva dun­
que un movimento consapevole che si rivolgesse contro
l'ingiustizia. Se in qualcuno dei suoi dirigenti o dei suoi teo­
rici potevano prevalere preoccupazioni quali la ricerca di
Dio o della verità, la stragrande maggioranza dei suoi se­
guaci vedevano nel movimento soprattutto l'unica forza or-
3. Liberazione? 313

ganizzata capace di far fronte all'ingiustizia regnante nel


mondo. Ma a differenza dei grandi pensatori e riformisti
del mondo islamico, quali Giamal al-Din al-Mghani o
Muhammad 'Abduh, che si rivolgevano a una borghesia in
espansione e a un ceto medio europeizzante, i Fratelli Mu­
sulmani parlavano alle aree più estese del disagio sociale e
del malcontento (stimolato tra l'altro dalla scolarizzazione
e dall'incremento demografico a cui si accompagnava una
disoccupazione crescente) , cioè verso gli strati più emargi­
nati della popolazione urbana.
Nessun successo conseguito dai Fratelli Musulmani o dai
loro diretti discendenti è paragonabile alla rivoluzione isla­
mica dell'Iran guidata dall'ayatollah Khomeini, il cui inte­
resse nel contesto dei movimenti di militanza islamica è evi­
dente: quella rivoluzione è, nel XX secolo, l'unico esempio
di conquista del potere (e di sua non effimera conservazio­
ne) da parte di un movimento fondato su valori cultural-re­
ligiosi; e questo esempio, per di più, segna una svolta. Fino
al 1979, nel mondo islamico la resistenza alla dominazione
coloniale e neocoloniale ha trovato espressione per lo più
in ideologie che - anche quando si proclamavano formal­
mente «socialiste» - nascevano da una matrice nazionalista.
Dopo il 1979, come fa osservare l'ideologo sudanese Hasan
al-Turabi, l'unica concezione del mondo a fungere da dot­
trina nazionale è l'Islàm, e proprio all'Iran spetta il merito
di aver «islamizzato la rivoluzione creando un'alternativa
alle rivoluzioni nazionaliste e socialiste>> (Donini 1994b, 46,
287). Tanto è bastato perché masse di militanti islamici e di
semplici musulmani dal Marocco all'Indonesia dimenticas­
sero gli insuccessi dei governi khomeinisti e post-khomei­
nisti per concentrare l'attenzione sui pochi risultati positi­
vi conseguiti in Iran: qualche passo verso «l'edificazione di
una società democratica in grado di garantire lo sviluppo
economico e assicurare le esigenze di base della popolazio­
ne, rimanendo però fedele ai valori dell'Islàm>> (Mansur
1993, 411, 432; Sabet 1994) .
314 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell 'imperialismo

L'esperimento tentato dalla rivoluzione islamica in Iran


si proponeva di dimostrare che esiste una via islamica allo svi­
luppo economico distinta sia da quella del capitalismo, sia
da quella del socialismo; uno degli slogan che ebbero mag­
gior successo durante e dopo la rivoluzione recitava: «Né Oc­
cidente, né Oriente: solo Islàm>>. In quanto «terza via>> il si­
stema economico islamico presenta inevitabilmente punti
di contatto sia con il libero mercato, sia con l'economia pia­
nificata: da una parte Khomeini si proponeva di costruire
una società più egualitaria, in cui i diseredati godessero di
una buona assistenza sociale, e di combattere lo sfruttamen­
to, la miseria e l'ingiustizia; dall'altra riconosceva l'inviola­
bilità della proprietà privata, la legittimità dell'ambizione
del singolo a migliorare la propria condizione, e l'esistenza
di incentivi materiali, sia pure indirizzati dall'azione di go­
verno nel senso di «incoraggiare il bene e combattere il ma­
le>> . In generale la società avrebbe dovuto incoraggiare la
moderazione nei consumi, combattere gli sprechi e operare
per una più equa ripartizione delle risorse utilizzando pre­
valentemente «strumenti islamici>>: in particolare quello
dell'elemosina canonica. Una forma particolare di redistri­
buzione molto diretta ebbe una certa diffusione subito do­
po la rivoluzione sotto forma di collette nel corso delle qua­
li chi poteva dava, e chi aveva bisogno prendeva. La «terza
via>> ha finito però con l'avvicinarsi molto a quella del capi­
talismo, fino a confluire in essa, a maggior scorno di chi, co­
me i capi dei Mojahedin-e Khalq, aveva sostenuto la possibilità
di una sintesi tra Islàm e marxismo (Binder 1988, 213).

Rinascita e militanza islamica

Malgrado i risultati non brillanti, la rivoluzione islamica


in Iran continua a rappresentare per la maggior parte dei
musulmani di tutto il mondo un esempio esaltante e un mo­
dello da seguire. Il processo avviato in Iran dal rovescia-
3. Liberazione? 315

mento dello scià è stato visto in Occidente come, in primo


luogo, una minaccia potenziale sul piano economico, ideo­
logico e militare, fondata tra l'altro su una presunta in­
compatibilità assoluta tra Islàm e democrazia, che viene re­
spinta naturalmente dalla maggior parte degli intellettuali
musulmani ed è oggetto di dibattito tra gli specialisti occi­
dentali (Kraemer 1993; Choueiri 1990, 10) . Per i musul­
mani si tratta invece dell'avvio di una ricostruzione dell'i­
dentità culturale, della speranza di tornare ad essere prota­
gonisti della storia, anziché sue pedine come negli ultimi
secoli. Non c'è quindi motivo di meravigliarsi se l'espe­
rienza iraniana è stata seguita con interesse e speranza in
tutto il mondo islamico, se molti hanno cercato di imitarla
nelle più diverse realtà, dando vita a organizzazioni clan­
destine o di massa. Per un panorama completo di questi
movimenti non c'è lo spazio: si può soltanto tracciare un ra­
pido schizzo di qualche caso esemplare.
Un esempio particolarmente significativo è l'Egitto degli
anni Ottanta, in cui i movimenti di militanza islamica usciti
in un modo o nell'altro dalla costola dei Fratelli Musulmani
avevano messo radici così profonde e raccolto consensi tan­
to massicci da potersi permettere di portare la contestazio­
ne a livello di guerriglia. Il paese era attraversato dalla crisi
economica scatenata dal presidente Anwar al-Sadat con la
sua politica dell'infitah, l'apertura all'Occidente, al libero
mercato e ai diktat del Fondo monetario internazionale. Pri­
me e più gravi conseguenze di questa politica, avviata già ne­
gli anni Settanta in concomitanza con le trattative di pace se­
parata con Israele, furono lo smantellamento dello Stato so­
ciale e l'aumento della disoccupazione, accompagnati dal­
l'accentuarsi dell'iniquità nella distribuzione delle risorse. A
queste cause imputabili al nuovo ordine mondiale si devono
poi aggiungere fattori specifici locali: in primo luogo la guer­
ra civile libanese che ha costretto i titolari di petrodollari a
cercare, per i loro investimenti, nuove alternative alla piazza
di Beirut. N on tanto per la sua funzione di centro per le gros-
31 6 Capitolo terzo. I musulmani nell 'età dell'imperialismo

se operazioni bancarie (campo in cui la cosiddetta Svizzera


del Medio Oriente non è mai stata una concorrente seria di
quella vera) , quanto per quella di intermediazione legata
agli investimenti minori e alla corruzione, alle speculazioni
immobiliari e al divertimento, anche nelle sue forme vietate
dalle norme islamiche.
Conseguenza più vistosa dell'afflusso di sceicchi e petro­
lieri vari, bisognosi di terziario più o meno avanzato, di al­
colici e di ballerine, fu la fioritura di alberghi e locali di lus­
so in cui al cameriere egiziano capitava di veder spendere
in una serata, a un solo cliente magari del Kuweit, l'equiva­
lente del suo salario di due o tre anni. Ci si può forse me­
ravigliare se, in occasione delle «rivolte>> scatenate dalla
soppressione del prezzo politico degli alimenti di base, o
del cherosene per cucinarli, imposta dall'Fmi, primi obiet­
tivi della rabbia dei diseredati furono proprio i locali di lus­
so? Se l'invasione del Kuweit da parte dell'Iraq nell'estate
1990 ha suscitato, fuori dagli ambienti più legati al regime
·

di Mubarak, scarsa o nulla solidarietà?


I rimedi proposti dai Fratelli Musulmani in campo eco­
nomico mezzo secolo fa sono ancora attuali, perché non so­
no mutate in sostanza le cause della crisi: quelle proposte,
quei rimedi (indipendenza della valuta, nazionalizzazione
delle imprese principali, sviluppo dell'industria, limitazio­
ne e ridistribuzione della proprietà, riforma fiscale im­
prontata a maggiore equità, lotta contro la speculazione,
protezione dell'artigianato e delle industrie nazionali, lot­
ta allo spreco delle risorse) ci mostrano in negativo le per­
duranti conseguenze del colonialismo, del neocoloniali­
smo e del nuovo ordine economico internazionale (Chos­
sudovsky 1998) . Ciò non significa che la ricetta dei Fratelli
Musulmani sia efficace, o la sola possibile. Le loro proposte
sono in effetti paragonabili a quelle presentate a suo tem­
po dai marxisti egiziani, e incorporate in sostanza nel pro­
gramma del «socialismo arabo>> dell'Egitto nasseriano. Gli
unici fautori di una soluzione alternativa a quella dei Fra-
3. Liberazione ? 317

telli Musulmani sono stati spazzati via dalla scena politica


del mondo arabo-islamico, sconfitti forse più dagli errori
commessi a Mosca e nelle segreterie dei diversi partiti co­
munisti dei paesi arabi, che dalla vittoria degli Stati Uniti
nella guerra fredda.
Un altro paese che si è trovato al centro dell'attenzione
mediatica per le tensioni cruente da cui è attraversato - ge­
neralmente classificate come manifestazioni di fanatismo
religioso - è l'Algeria. Il caso algerino si distingue per il
maggior peso che va riconosciuto ai fattori interni rispetto
a quelli esterni nell'attribuzione delle responsabilità della
crisi economica su cui è fiorita la protesta dei militanti isla­
mici. Certo è stato facile farne risalire la colpa al modello
sovietico adottato dall'Algeria indipendente, ma chi lo fa
dimentica che le linee di base dello sviluppo economico al­
gerino erano state tracciate quando il paese era ancora par­
te della Francia; che i responsabili della programmazione
post-indipendenza si sono trovati bell'e pronto il Plan de
Constantine elaborato da economisti francesi (alcuni dei
quali hanno continuato a lavorarci sopra senza interruzio­
ne dopo l'indipendenza) ; che il modello sovietico era una
scelta pressoché obbligata, visto che soltanto l'Urss era di­
sposta ad acquistare l'unica merce di cui disponesse l'Alge­
ria quando il petrolio era ancora di là da venire: un mare di
vino da taglio ormai rifiutato dalla Francia che poteva so­
stituirlo con quello di origine italiana - primo effetto del­
l'integrazione economica europea.
Non si possono invece sottovalutare i successivi errori
commessi dai dirigenti algerini: la sottovalutazione del set­
tore agricolo e l'incapacità di fornire sbocchi occupaziona­
li ai giovani, ma soprattutto la corruzione imperante nel
partito unico, autolegittimatosi come protagonista della
guerra di liberazione. Anche in Algeria sono stati episodi
simbolici, ma legati all'iniquità nella distribuzione delle ri­
sorse, a fungere da elemento scatenante. La rivolta dell'ot­
tobre 1988 è scoppiata al termine di una lunga estate in cui
318 Capitolo terzo. I musulmani nell'età dell'imperialismo

interi quartieri erano rimasti senz'acqua mentre i rampolli


della nomenklatura sguazzavano nelle piscine dei quartieri
alti. È ormai accertato che le prime manifestazioni di pro­
testa furono spontanee (Calchi Novati 1998, 247-248) e non
organizzate dal Fis, il Fronte islamico di salvezza, i cui mili­
tanti soltanto in un secondo tempo riuscirono a prendere
la guida della protesta incanalandola in modo da trame
profitto politico, anche mediante l'utilizzo di temi ed ele­
menti della tradizione islamica; ma questa «Strumentalizza­
zione politica dell'Islàm>> non può far dimenticare le con­
crete radici economiche e sociali della crisi.
L'esistenza di vigorosi movimenti di militanza islamica
nei territori occupati da Israele grazie alla guerra del 1967 si
spiega in primo luogo con la centralità della Palestina nella
propaganda dei Fratelli Musulmani già negli anni Trenta. A
questo ormai lontano fattore storico vanno aggiunte le de­
lusioni determinate negli ultimi anni dalla politica, che a
molti appare come rinunciataria, perseguita dalla compo­
nente per così dire laica della resistenza palestinese, e le ten­
sioni economico-sociali particolarmente acute nella fascia di
Gaza dove, su un territorio di appena 363 kmq drasticamen­
te ridotti dal proliferare degli insediamenti ebraici, vivono
in condizioni di sovraffollamento, miseria, disoccupazione
e generale demoralizzazione quasi un milione di palestinesi.
La diffusione della Fratellanza musulmana in Palestina,
di pochissimi anni posteriore alla comparsa del movimen­
to in Egitto, trasse impulso notevole dalla partecipazione
dei Fratelli Musulmani alla guerra del 1948-1949. Un nuo­
vo tornante nella storia della Fratellanza in Palestina è se­
gnato dalla guerra del 1967 che - sostituendo la sovranità
israeliana a quella della Giordania e, a Gaza, dell'Egitto ­
elimina tutte le ambiguità del rapporto tra Fratellanza e go­
verni formalmente solidali ma, nei fatti, inclini a !imitarne
al massimo la libertà d'azione: i Fratelli Musulmani sono or­
mai nemici dello Stato ebraico e, in quanto tali, perseguiti
con efficienza. Lo sviluppo delle organizzazioni «laiche>>
3. Liberazione? 319

riunite nell'Organizzazione per la liberazione della Palesti­


na (da al-Fatah al Fronte popolare e alle organizzazioni mi­
nori foraggiate da questo o quel regime arabo) induce d'al­
tra parte le autorità israeliane a esercitare forme di repres­
sione selettiva (negate sia da Israele, sia dai suoi avversari)
che finiranno con il consentire la fioritura dei movimenti
di resistenza «religiosi» a danno degli altri.
Un'altra tappa importante è rappresentata dal dicembre
19 87, che segna l'inizio della «rivolta delle pietre» - l'in­
surrezione spontanea che prese il nome di intifada - e di
una nuova fase nelle vicende palestinesi: dalla costola dei
Fratelli Musulmani nasce il gruppo di Hamas, guidato dal­
lo sheikh Ahmad Yasin e caratterizzato da rapporti spesso
conflittuali con l'Olp. La nuova formazione, e il gruppo
Gihad, uscito a sua volta, ma in aperta polemica, dal ceppo
dei Fratelli Musulmani, si sono guadagnati il relativo suc­
cesso di cui godono grazie al più diretto e immediato coin­
volgimento nella resistenza contro l'occupazione israelia­
na, e alla maggiore credibilità dei loro dirigenti, anche ri­
spetto all'Olp (Abu-Amr 19 9 4) . La fase più recente è quel­
la della <<seconda intifad(l» esplosa nell'estate del 2000 in se­
guito a una provocatoria <<passeggiata» di Ariel Sharon, fu­
turo Primo ministro di Israele, sulla Spianata delle Moschee
di Gerusalemme: se questa fu la causa occasionale, il moti­
vo di fondo va ricercato nel fallimento del <<processo di pa­
ce» voluto dagli Stati Uniti, che avevano promesso un loro
impegno in questo senso quando, all'epoca della mobilita­
zione internazionale contro l'occupazione del Kuweit da
parte dell'Iraq, era apparso indispensabile un gesto a favo­
re della causa palestinese (Paciello 19 9 8, 119 ) . Questa fase
è stata caratterizzata da un abbondante ricorso agli attenta­
ti-suicidi che, causando numerose vittime civili, hanno da
una parte scalfito il senso di sicurezza degli Israeliani e dal­
l'altra suscitato perplessità tra gli stessi Palestinesi e i loro
sostenitori. Il ricorso al terrorismo equivale a una dichiara­
zione di impotenza: in primo luogo per chi lo pratica, per-
320 Capitolo terzo. l musulmani nell'età dell'imperialismo

ché mette a nudo la sua incapacità di utilizzare strumenti di


lotta meno controproducenti o più idonei a suscitare la so­
lidarietà dell'opinione pubblica internazionale; ma anche
per chi lo subisce, costretto da questa forma di lotta a rico­
noscere - magari non esplicitamente - o almeno a sospet­
tare che l'aver ridotto l'awersario a sfoderare quell'arma ti­
pica della disperazione che è l'attentato suicida non sia sta­
to il modo migliore di gestire il conflitto.
Rispetto all'Egitto e all'Algeria, la Turchia è sembrata a
lungo meno minacciata dall'espansione dei movimenti di
militanza islamica: e anche oggi pare in effetti che la stabilità
interna, sostanzialmente sopravvissuta a decenni di scontri e
attentati nel contesto della guerriglia curda, non abbia
troppo da temere da un'opposizione «islamica>> la cui capa­
cità di mobilitazione (e di ricorso alla lotta armata) si è rive­
lata finora nettamente inferiore a quella del movimento au­
tonomista curdo. La sua influenza potrebbe però diventare
in futuro preoccupante sotto il profilo del coinvolgimento
di uno Stato membro della Nato in un conflitto tra musul­
mani «buoni>> in quanto antioccidentali, e musulmani <<cat­
tivi» (o non musulmani affatto, agli occhi dei primi) in quan­
to alleati dell'Occidente. È questa incertezza riguardo al fu­
turo la causa principale della recente fioritura di pubblica­
zioni preoccupate che, in particolare (Hunter 1995 , 14-16) ,
vedono l'ideologia laica di Mustafa Kemal Atatiirk vacillare
non tanto per le difficoltà economiche, quanto per la crisi
etnico-politica. Il kemalismo, in realtà, è in crisi- se non pre­
valentemente o esclusivamente- anche per ragioni econo­
miche: il suo dogma che nega la possibilità stessa della lotta
di classe (perché <<innanzi tutto c'è la nazione> > ) veniva
smentito, già all'inizio degli anni Novanta, da un'inflazione
al 70% che accentuava le tensioni sociali accelerando il pro­
cesso già in atto di una polarizzazione della società in cui i
ricchi diventavano più ricchi e i poveri più poveri.
Del resto, anche in Turchia l'affermazione dei movimen­
ti di militanza islamica coincide con un periodo di crisi eco-
3. Liberazione? 321

nomica: alla fine degli anni Settanta l'espansione basata su


una politica di sostituzione delle importazioni, sulle rimesse
degli emigranti e sugli aiuti occidentali entra in crisi per ef­
fetto della recessione mondiale e dell'aumento dei prezzi
del petrolio. In un panorama piuttosto ampio di formazioni
politiche, l'lslàm militante spiazza le opposizioni di destra e
di sinistra raccogliendo consensi di massa. Emerge il Partito
della salvezza nazionale (ribattezzato nel 1983 Rifah o Parti­
to del benessere nazionale) che, pur richiamandosi nelle
sue dichiarazioni programmatiche all'Islàm, propone sul
piano economico soluzioni che appaiono credibili a una
quota crescente dell'elettorato (rifiuto della dipendenza
tecnologica e scientifica dall'Occidente, necessità di punta­
re sulla «creatività>> e non sull'imitazione) . Compare qui il
grande assente dal dibattito teorico nel mondo islamico in
generale, il modello giapponese proposto in Turchia come
paradigma di progresso materiale e, nello stesso tempo, di
autenticità spirituale. L'accentuarsi della crisi economica e
finanziaria all'inizio del 1994 ha scosso ulteriormente la fi­
ducia all'interno e all'estero, determinando il successo del
Rifah nelle elezioni amministrative.
I successi elettorali che hanno portato il Rifah alla guida
delle maggiori città turche si fonda- come nel caso dell'Al­
geria- sulla sua capacità di fornire, prima ancora di conqui­
stare le amministrazioni locali, servizi di interesse pubblico
in alternativa allo Stato. Resta da vedere se, a medio e lungo
termine, la sua gestione del potere locale possa corrispon­
dere alle speranze del suo elettorato: l'esperienza del «pri­
mo Stato islamico>> del mondo contemporaneo induce piut­
tosto a ritenere che i militanti islamici turchi debbano aspet­
tarsi qualche delusione, come i loro confratelli sciiti dell'I­
ran. Ciò suscita ottimismi forse prematuri e alimenta pole­
miche sulle «speculazioni>> della stampa che tenderebbero a
esagerare la «minaccia islamica>> (Henze 1992, 7-8) . Nello
stesso tempo c'è chi propone la Turchia come ponte natu­
rale per unire o affratellare Is�àm e Occidente (O giitciì
322 Capitolo teno. l musulmani nell'età dell'imperialismo

1994), incoraggiando le speranze (o illusioni) secondo cui


l'unico Stato se non islarnico, almeno abitato da musulmani,
a far parte della Nato potrebbe costituire lo strumento idea­
le per dare coesione alle repubbliche ex-sovietiche dell'Asia
centrale e agevolarne l'integrazione nella sfera economica,
politica e culturale del libero mercato.

NOTE

1 Moneta dal contenuto in argento decrescente da 1 ,03 grammi nel 1 326


a 0,0083 grammi nel 1 9 1 4, p1,1ri a un tasso di deprezzamento medio dello
·

0,8% annuo.
2 Ad esempio in Sura Il, 62: <<Ma quelli che credono, siano essi ebrei, cri­
stiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell'Ultimo Giorno e operano
il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avran da temere•>.
3 Per un quadro sintetico delle minoranze etnico-linguistiche, si veda
Donini 2002, 7-1 7; per una visione più ampia, Donini 1998.
4 In tempi recenti i Croati hanno controllato la Bosnia, certo: ma si trat­
ta dell'infernale capitolo della pulizia e tnica attuata dai paranazisti ustascia
durante la seconda guerra mondiale ( Rivelli 1999) .
5 Per una panoramica generale dell' Islàm nei Balcani si può vedere il nu­
mero speciale di OM, supplemento 1996, dedicato a Problematiche islamich e
in area balcanica: A lbania, Bulgaria, Romania.
6 Nel 1763 la Francia era stata costretta a rinunciare alle fortificazioni
delle sue sei basi in India, ma fino al 1 8 1 5 sognò di riuscire a ristabilire la si­
tuazione, cercando tra l'altro alleanze antibritanniche in Persia.
7 Grazie alla nota decisione di Winston Churchill di sostituire il carbone
con la nafta come combustibile delle navi di Sua Maestà e alla lezione di Tsu­
shima, dove la flotta russa era stata sconfitta dai Giapponesi anche perché
logorata, in uomini e mezzi, dai faticosi rifornimenti di carbone durante la
lunga trasferta dai porti del Baltico e del Mar Nero (Thiess 1 942) .
8 Non sarà superfluo ricordare che la storia della Russia è stata definita
storia di una colonizzazione interna (Goehrke 1 973, 9) .
9 Sia pure in forma atipica: il Giappone non è stato occupato e colonizza­
to nella stessa misura e maniera in cui furono colonizzate la Costa d'Oro o l'In­
dia, ma - come la generalità delle colonie - fu costretto ad aprire i propri com­
merci, la propria economia all'influenza economica dell'Occidente e degli
Stati Uniti in primis, quando nel 1 853 il commodoro Perry impose con la mi­
naccia dei suoi cannoni navali quella forma di globalizzazione ottocentesca.
10 Organisation ofPetroleum Exporting Countries, l 'organizzazione dei paesi
esportatori di petrolio fondata nel 1960 per iniziativa del Venezuela.
CONCLUSIONE

Oggi il numero dei musulmani aumenta, l'Islàm è in


espansione: questo basta a suscitare preoccupazioni, e in
Europa agitare lo spauracchio della minaccia islamica aiu­
ta a ottenere voti, a vincere elezioni. Ognuno è libero di ab­
bandonarsi alle paure che preferisce, ma qualche riflessio­
ne su dati concreti non guasterebbe. In che cosa consiste la
presunta minaccia islamica? Nel fatto che i musulmani im­
migrati - e magari, domani, assorbiti o assimilati - potreb­
bero modificare un nostro indefinito patrimonio culturale,
<<deturpando» il paesaggio con qualche minareto: questo in
un paese che, fin dai tempi dell'impero romano, ha ricevu­
to - volente o nolente - apporti demograficamente cospi­
cui della più diversa provenienza, dai Greci del Mezzogior­
no, agli Arabi, ai Longobardi, per non parlare di più recenti
invasioni e occupazioni francesi, spagnole e austriache. E
siamo sopravvissuti, senza grave danno per il nostro patri­
monio culturale, né per la nostra identità nazionale. Per
non parlare del paesaggio, che ha subìto ben altri scempi.
Ma, si obietta, non ci sono soltanto i musulmani immi­
grati, ci sono anche gli Italiani che si convertono all'Islàm:
cosa ancor più scandalosa agli occhi di chi ritiene - dal
Huntington profeta dello <<scontro di civiltà» al più scalca­
gnato sostenitore della Lega - che le società e le culture
debbano affrontarsi e non mischiarsi. Un simile atteggia­
mento si può accettare soltanto in chi per vocazione e pro­
fessione è chiamato a tutelare la Chiesa cattolica, in quan-
324 Conclusione

to ideologia religiosa di riferimento per la maggioranza ­


forse - della popolazione italiana; e non ci si deve meravi­
gliare se qualche prelato è arrivato a travestirsi per cercar di
scoprire quanti fossero i musulmani italiani a frequentare
la moschea monumentale di Roma (Allievi 1999, 40) . A
chiunque altro la religione dei cittadini e degli ospiti tem­
poranei del nostro paese non dovrebbe interessare; così co­
me non dovrebbe interessare agli organi dello Stato, che in­
vece continuano a ritenere rilevante il fatto che gli Italiani
siano in maggioranza cattolici, e continuano a consentire
l'astensione di simboli religiosi in scuole, ospedali, com­
missariati e tribunali, ignorando la possibilità che crocifissi
e immagini di santi urtino la sensibilità di chi professa reli­
gioni diverse da quella che non è più ufficialmente «di Sta­
to», ma per molti funzionari è come se lo fosse.
Attenzione marginalmente maggiore meritano le obie­
zioni di chi teme che una crescente presenza islamica nel
nostro paese possa tradursi nel tollerare o, peggio ancora,
recepire norme che alle nostre concezioni giuridiche e so­
ciali giustamente ripugnano, come la poligamia, le mutila­
zioni genitali femminili (che solo l'ignoranza, o la propa­
ganda più smaccatamente interessata, possono far passare
per pratiche islamiche) e magari - in un futuro difficil­
mente prevedibile - anche la lapidazione dell'adultera. Il
semplice b"':lon senso dovrebbe indurre chi si preoccupa
per la poligamia a riflettere su quanto sia bassa, trascura­
bilmente bassa, la percentuale dei musulmani che possono
permettersi di praticarla. Più in generale, la miglior salva­
guardia di fronte al potenziale diffondersi di pratiche per
noi ripugnanti è la laicità dello Stato, oggi ahimè alqu4nto
incerta.
Altrettanta attenzione meriterebbero coloro che si schie­
rano dietro la parola d'ordine «gli immigranti ci portano
via il lavoro>>, se questo riflesso corporativo - che i nostri
emigranti hanno visto in passato rivolgere contro di loro
dai minatori britannici e dai manovali francesi- non venis-
Conclusione 325

se ogni giorno offuscato dalle richieste degli imprenditori,


che di quegli immigranti hanno bisogno. Quanto a coloro
che vorrebbero forme di immigrazione selettiva- Polacchi
e Filippini cristiani sì, Senegalesi musulmani no- il loro at­
teggiamento è talmente discriminatorio e razzista che non
merita considerazione.
Più sensato è il ragionamento di chi lamenta la mancan­
za di reciprocità nei rapporti tra noi e i musulmani - me­
glio sarebbe dire con i regimi che li rappresentano. «Noi»,
si dice, lasciamo che preghino come vogliono, ma «loro»
non fanno altrettanto. Verissimo, nel caso dell'Arabia Sau­
dita, e questa forma di contenzioso potrebbe essere util­
mente oggetto di trattativa diplomatica; ma per chiunque
si identifichi nei principi della Rivoluzione francese e della
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo il caso non si
pone. Riconoscere la libertà di culto non è un piacere che
facciamo a «loro» nella speranza di ottenere qualcosa in
cambio: è un dovere verso noi stessi, verso la nostra conce­
zione dei diritti dell'uomo e della donna; motivo, semmai,
di provare un modesto senso di orgoglio perché in questo
specifico aspetto <<noi» siamo superiori a «loro>> ,
Tutte queste preoccupazioni si sono accentuate dopo
1'11 settembre 2001, come se quegli aerei fossero stati man­
dati a schiantarsi contro obiettivi civili e vittime innocenti
dall' «lslàm>> in persona, e non da pochi criminali che della
comunità islamica sono percentuale trascurabile. Quantifi­
care è sempre difficile, un bel diagramma a torta che ci di­
ca con chiarezza e attendibilità quanti sono i musulmani
moderati e quanti gli estremisti, quanti i rigoristi e quanti
quelli capaci di bersi un bicchiere di vino o di birra senza
sentirsi in colpa, non è ancora disponibile; ma sotto gli oc­
chi di tutti, e da tempo, è il fatto che l'estremismo e il ter­
rorismo classificabili come islamici hanno causato più vitti­
me all'interno dell' «lslàm>> che al suo esterno (Halliday
1996) . Ma, si obietta, le immagini delle Twin Towers sono
state accolte con entusiasmo qua e là per il mondo abitato
32 6 Conclusione

dai musulmani. Vero anche questo, ma nessuno sa con pre­


cisione, e a quanto pare non si preoccupa di sapere, quale
peso statistico abbiano i ragazzini gaudenti di Gerusalem­
me Est, che tutti abbiamo visto grazie alla tempestività di
qualche troupe televisiva, rispetto a tutti gli altri musulmani
che non sono stati interpellati.
Anche 1'11 settembre, del resto, andrebbe contestualiz­
zato. Per gli Stati Uniti, che non hanno conosciuto sul pro­
prio territorio - se non a Pearl Harbor - i bombardamenti
della seconda guerra mondiale, l'operazione terroristica è
stata inaudita e comprensibilmente traumatica; ma per il
resto del mondo il confronto con tragedie comparabili -
Sabra e Shatila, per fare un solo esempio - a cui non sono
seguite rappresaglie come l'offensiva aerea contro le popo­
lazioni afghane, è comprensibile e legittimo. Così come le­
gittime e comprensibili sono le ricorrenti accuse all'Occi­
dente di utilizzare due pesi e due misure: linea dura contro
Saddam Husein, oggi e dopo l'invasione del Kuweit, linea
morbida fino alla connivenza con il governo di Israele, che
di risoluzioni dell'Gnu ne ha violate o ignorate altrettante.
Anche se fosse suffragata dai dati quantitativi l'immagi­
ne di un Islàm (e non solo: «perché ce l'hanno tutti con
noi» pare fosse la domanda ricorrente alla Casa Bianca, do­
po 1'11 settembre) ostile all'Occidente, e in primis agli Usa,
la miglior cosa da fare sarebbe cercare di capire, non mo­
dificare l'atteggiamento ostile a colpi di bombe intelligen­
ti. Dopo secoli di dominazione coloniale e sfruttamento
economico, discriminazione e razzismo più o meno espli­
cito, il risentimento è comprensibile. Superarlo è possibile
soltanto mediante il dialogo (Cardini 19 9 3) . Dialogare si­
gnifica anche superare i pregiudizi reciproci. Superare i
pregiudizi è possibile soltanto grazie all'informazione, cam­
po in cui dominano l'approssimazione, l'ignoranza e la ma­
lafede. Ma questa è un'altra storia.
APPARAT I
GLOSSARIO*

adat ('ada) diritto consuetudinario preislamico e dei nomadi.


Aga signore, titolo onorifico.
ahl al-Kitab «la gente del Libro», ossia, i seguaci di una religione rive­
lata, in particolare cristiani ed ebrei.
Amir al-Mu 'minin principe dei credenti. Era solitamente il titolo con­
ferito al califfo.
arkan <<pilastri•• dell'Islam, ossia i cinque atti di culto che ogni musul­
mano deve compiere.

babismo da bàb, in arabo «porta», titolo del maestro che guida all' imam
occulto. Setta religiosa nata poco prima della metà del XIX secolo in
Persia in seno all'islamismo shiita dal quale, peraltro, si staccò com­
pletamente. Il babismo crede che, nel periodo fra l'occultamento del
dodicesimo imam shiita e il suo futuro ritorno sotto la veste di Mahdi,
doveva esserci un personaggio che collegasse il mondo terreno con l' i ­

mam occulto, che fosse cioè la porta ( Mb) di accesso all' imam e alla ve­
rità. Questa setta riconobbe il bah in Sayyid 'Ali Muhammad (1819-
1850 ) , che aveva dichiarato non solo di essere il Bab, ma di essere lui
stesso l' imam occulto manifestatosi.
bay 'a sorta di investitura popolare da parte dei capi tribù al sovrano.
beglerbegilik o beylerbeyilik la più ampia unità amministrativa dell'impe­
ro safavide e ottomano governata da un beylerbeyi ( beglerbeg;t) .
bek o bey titolo onorifico per alti dignitari.
Bektashiyya confraternita mistica fondata da Hajji Bektash Veli nel XIV
secolo e diffusa nell'impero ottomano.
berat decreto sultaniale (noto anche come fusul, aman o shurut) .
bilad al-siba le terre «dissidenti», territori dove l'autorità dello Stato era
solo nominale.
Bilad al-Sudan «il paese dei Neri», territorio corrispondente all'estesa
fascia compresa fra il Mar Rosso e l'Atlantico, a sud della regione co­
stiera del Nordafrica.

* Si ringrazia Michelangelo Guida per la collaborazione.


330 Apparati

Bogomili setta cristiana, nata fra gli Slavi della penisola balcanica sullo
scorcio del IX secolo, secondo la quale Dio ha creato soltanto ciò che
è spirituale mentre tutto ciò che è materiale - quindi anche il mondo
e il corpo dell'uomo - è opera del demonio in lotta con Dio.

califfo dall'arabo Khalifa, successore. È il titolo che fu assunto dal suc­


cessore e rappresentante del profeta Muhammad, alla guida della co­
munità musulmana. Nel corso della storia islamica altri furono pro­
clamati califfi.
capitolazioni privilegi commerciali concessi dai sovrani musulmani ai
commercianti europei.
ciagataico dal nome dei discendenti di Ciagatai, figlio di Chingiz Khan.
Con il termine ciagataico si passò poi a indicare la lingua e la lettera­
tura turca in Asia centrale tra il XIV e il XVIII secolo.
cift resmi imposta fondiaria fissa nell'impero ottomano.
çijtlikin turco letteralmente significa <<fattoria» . Nel sistema fondiario
ottomano indicava un appezzamento di terreno tra i 60 e i 150 daniim
(6-14 ettari) .

daru 'l-harballa lettera <<zona di guerra>> . Con questo termine si inten­


dono le terre dei non musulmani.
daru 'l-islam alla lettera <<zona deli'Islàm » . Con questo termine si in­
tendono le terre dei musulmani. È anche il nome di un movimento
nato in Indonesia durante la seconda guerra mondiale.
dervisci in arabo darwish, povero o monaco mendicante; viene usato
per indicare gli affiliati alle confraternite religiose musulmane.
devshzrme sistema di arruolamento di bambini cristiani, generalmente
provenienti dai Balcani, che venivano convertiti all'Islàm, educati e
addestrati a servire a Palazzo, nell'amministrazione ottomana o nelle
unità militari .
dhikr letteralmente <<ricordare» , esercizio mistico che consiste appun­
to soprattutto nel ricordare Dio con l'incessante ripetizione del suo
nome o di determinate formule, accompagnate da movimenti ritmici
del corpo.
dhimma protezione concessa ai seguaci delle altre fedi monoteistiche,
in cambio del pagamento di un tributo pro-capite.
dhimmi termine turco equivalente all' arabo ahl al-Kitab, <<gente del Li­
bro » : sono i sudditi non musulmani che godevano di protezione in
cambio della dhimma.
dragomanno in araboturguman, interprete, traduttore.
duodecimani ramo maggioritario deli'Islàm shiita. I duodecimani cre­
dono nella serie di dodici imam a partire da 'Ali - cugino e genero del
profeta Muhammad - per finire con Muhammad al-Mahdi. Questo
ramo era nato originariamente a causa della disputa sul successore del
Glossario 331

Profeta - che per la shi 'a doveva essere 'Ali - e sviluppò, poi, un pen­
siero dottrinale e giuridico autonomo. Durante il periodo safavide si
diffuse in Iran, dove oggi è religione ufficiale.

fiqh scienza che studia e interpreta la shari'a, la legge islamica.


fuqaha plurale di faqih, giureconsulto, esperto nel fiqh.
gazi forma turca dell'arabo ghazi, <<colui che guida una ghazwa>> ovve­
ro incursione, razzia. Si intende anche il combattente per la fede, co­
lui che andava spontaneamente a combattere gli infedeli.
giadidismo dall'arabo giadid, <<nuovo» : movimento riformista fondato
in Crimea nel XIX secolo da Isma'il Bey Gaspiraly (o Gasprinsky) .
Gianidi della dinastia di Ciani Bek, che governò per tutto il XVII se­
colo e gran parte del XVIII la Transoxiana.
giannizzeri dal turco yeniçeri, <<nuovo soldato>> e collettivamente nuova
milizia, unità di fanteria ottomana reclutata attraverso il devshzrme.
giluid etimologicamente significa uno sforzo verso un determinato
obiettivo. Nell'Islàm il gihad consiste nell'azione per l'espansione o,
in caso di necessità, nella difesa militare del territorio musulmano.
gizya (gizya) testatico che il non musulmano versa all'autorità musul-
mana in cambio di protezione ( dhimma) .
g;ujrati della costa indiana del Gujarat.
hajj pellegrinaggio, uno dei cinque arkan, <<pilastri>> dell'Islàm.
Hamas in arabo <<valore>>, <<fervore>>. Sigla di Harakat al-muqawama al­
islamiyya (Movimento di resistenza islamica) , un'organizzazione della
resistenza palestinese, nata nel 1 987, che si rifà ideologicamente al
movimento dei Fratelli Musulmani egiziani.
hanafita appartenente alla scuola giuridica ( madhhab) fondata da Abu
Hanifa (m. 767), diffusa oggi nel subcontinente indiano e in Turchia.
harem dall'arabo harim, <<luogo consacrato, inviolabile» . Indica l'ap­
partamento, o la parte di una casa o di un palazzo, riservato alle don­
ne, e inaccessibile agli uomini salvo quelli della famiglia.
hilaliano relativo all'antica tribù dei Banu Hilal che nell'XI secolo in­
vase il Nordafrica.

imam il termine indica colui che guida la preghiera, ma anche, dopo la


morte di Muhammad, la suprema autorità della comunità islamica,
corrispondente al khalifa (califfo) . Per gli sciiti gli imam sono guide in­
fallibili e autorevoli maestri che discendono direttamente dal Profeta.
infitah politica di apertura economica all'Occidente, avviata dal presi­
dente egiziano al-Sadat negli anni Settanta.

khalwa meditazione solitaria.


khan titolo turco in genere applicato ad autorità subordinate. Sotto i
332 Apparati

Selgiuchidi era un titolo più alto di re e principe. Nella Persia safavi­


de indicava un governatore provinciale subordinato al beglerbegi, il cui
titolo era superiore a quello di sultano (vice governatore) . Nell'India
musulmana è un titolo conferito ai nobili e ai notabili.
khanato regione governata da un khan.
kharaj il termine indica in senso lato <<tassa>> e più specificamente la tas­
sa fondiaria. Può essere usato anche per indicare la jizya.
kharigita da khawarigi, <<fuoriusciti>•, appartenente alla prima setta sor­
ta nell'Islàm (657 d.C.) per la disputa sulla successione al terzo califfo
'Uthman (Othman) . I kharigiti si opposero all'arbitrato voluto per se­
dare le dispute tra 'Ali e Mu'awiya e, successivamente, rifiutarono il
verdetto a favore di quest'ultimo. Verdetto che risultò inutile perché
proprio un kharigita assassinò 'Ali poco tempo c\opo il verdetto ( 1 4 lu­
glio 658) .

madhhab scuola giuridico-religiosa.


madrasa scuola superiore, annessa alla moschea, per l'insegnamento
delle scienze religiose.
Mahdi in arabo <<ben guidato>> , è il nome di colui che restaurerà la re­
ligione e la giustizia prima della fine dei tempi. Nella shi 'a duodeci­
mana è, infatti, l' imam occulto e non morto, destinato a tornare sulla
terra come Mahdi o messia. In ambito sudanese si riferisce al condot­
tiero Muhammad Ahmad, proclamatosi Mahdi nel 1 88 1 .
mahdista si riferisce alla rivolta del Mahdi in Sudan alla fine dell'Otto­
cento.
makhzan territorio sottoposto all'autorità effettiva del governo degli
'Alawidi in Marocco.
maronita cristiano della comunità cattolica del Libano, dipendente ec­
clesiasticamente dal patriarcato di Antiochia.
marrani ebrei e musulmani di Spagna, convertiti al cristianesimo e poi
in gran parte espulsi perché sospettati di essere rimasti fedeli alla re­
ligione di origine.
millet nell'impero ottomano sono le <<nazioni>> che riunivano i seguaci
di ogni singola comunità religiosa non musulmana sotto un'unica au­
torità. I millet erano organizzati in maniera autonoma per quanto ri­
guarda l'istruzione e i tribunali per la soluzione delle dispute interne.
moors nella terminologia coloniale britannica, i meticci islamizzati.
moriscos musulmani espulsi dalla Spagna nel 1 609-1614.
moros generalmente sinonimo di musulmano. Con questo termine
vengono indicati specificamente i musulmani delle Filippine.

nahda in arabo <<rinascita>>, è il movimento di rinascita sociale, politi­


co e culturale che interessò i paesi arabi nella seconda metà del XIX
secolo.
Glossario 333

naqshbandi appartenente alla confraternita religiosa naqshbandiyya.


Naqshbandiyya movimento sufi originario dell'Asia centrale, fondato
da Baha-id-Din Naqshband ( 1 3 1 8-1389 ) . Si diffuse in India (XVIII se­
colo) e nell'impero ottomano (XIX secolo) , grazie al ramo della con­
fraternita fondato da Ahmad Sirhindi ( 1564-1624) che affianca alla vi­
sione mistica anche un invito all'applicazione della Legge islamica;
per questo, ha assunto anche una forte connotazione politica.

oblast' in Russia indicava una ripartizione territoriale politica.


Olp l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, nata nel 1964
per raccogliere sotto un'unica sigla i movimenti di resistenza palesti­
nese. Dal 1969 è stata guidata da Yasser Arafat.
arta corpo d'armata di giannizzeri.
pascià alto titolo onorifico di un militare o di un funzionario dell'ammi­
nistrazione ottomana. In genere il titolo si posponeva al nome proprio.
pashalik (pascialik o pascialat) territorio affidato all'autorità di un pa-
scià.
aLa Parta» la Sublime Porta (Bab-i fl.lz) è il termine con cui si designa­
va la sede del gran vizir, poi usato per indicare il governo ottomano.

qa 'id capo, comandante. Nel Maghreb, funzionario dell'amministra­


zione.
qadi giudice o, meglio, rappresentante dell'autorità con potere giuri­
sdizionale ( qadii ') .
Qadiriyya confraternita mistica fondata dal persiano 'Abd al-Qader al
Gili (o Gilani) nel XII secolo.
qaisita appartenente all'antica tribù araba dei Banu Qais (Qays) .
rajputi della regione Rajputana (India nord-occidentale) .
reis efendi titolo onorifico.
Rum con questo termine si indicavano i Romani e/ o i Bizantini.
Sahel fascia semiarida o stepposa ai margini del deserto del Sahara e
del Bilad al-Sudan tra l'Atlantico e il Mar Rosso.
Salafiyya dall'arabo salaf, <<antenato»: movimento riformista fondato
in Egitto nel XIX secolo da Muhammad 'Abduh, per un ritorno alla
purezza originaria dell'Islàm.
salat uno dei cinque arkan, <<pilastri•• , dell'Islàm: la preghiera canonica.
sangiaccato unità amministrativa ottomana, suddivisione del beglerbegi­
lik, e governata da un sangiakbegi.
sayyid in epoca preislamica capo di tribù araba. Con l'avvento dell'I­
slàm divenne un titolo onorifico per i discendenti del profeta Muham­
mad, per dignitari, notabili e alte cariche dello Stato e dell'esercito e,
in genere, per ogni persona degna di rispetto.
334 Apparati

sciafiiti appartenente alla scuola giuridica ( madhhab) fondata da al­


Shafi'i (m. 820} , diffusa oggi nel Vicino Oriente, nel Sud-Est asiatico
e nell'Mrica orientale.
Senussiyya confraternita mistica fondata nel XIX secolo da Muham­
mad lbn 'Ali al-Sanusi.
shah titolo dei re di Persia.
shahada il primo dei cinque arkan, <<pilastri» dell'Islàm: la professione
di fede.
sharif letteralmente in arabo <<nobile>>, <<eminente». Denota chiunque
possa vantare illustri ascendenti, in modo particolare nella famiglia
del Profeta.
Shattariyya confraternita mistica fondata da 'Abdullah al-Shattari (del
XV secolo) e diffusa in Mghanistan, India e Indonesia.
shaykh letteralmente in arabo <<anziano» e, in senso più generale, il ca­
po di un'organizzazione religiosa o un sapiente musulmano di un cer­
to livello.
shi 'a letteralmente «partito», sottinteso di 'Ali, cugino e genero del
profeta Muhammad, che i suoi seguaci - gli sciiti - considerano in­
giustamente defraudato della successione politica e religiosa. Questo
ramo minoritario dell'Islàm ha sviluppato un pensiero dottrinale e
giuridico autonomo dai sunniti.
shiiti (shi 'iti) appartenenti alla shi 'a.
sufi mistico dell'Islàm.
sultanato territorio governato da un sultano.
sultano il termine significa «colui che detiene l'autorità», sia politica
sia militare, in una determinata regione. Sotto la dinastia safavide era
un governatore provinciale; nell'impero ottomano era la massima au­
torità dell'impero.
sunniti musulmani ortodossi, maggioritari nell'Islàm, che seguono la
Sunna, ossia le azioni e le parole del profeta Muhammad, assunte co­
me norma di condotta.
suride della dinastia dei Sur, che governò il Bengala nel XVl secolo.
Tanzimat riforme dell'esercito e dell'amministrazione nell'impero ot­
tomano, avviate nel 1 839 e concluse con l'ascesa di Abdiilhamit II
( 1 876-1909) .
tariqa (pl. tariqat) confraternita religiosa che si rifà a scuole mistiche.
timar appezzamento di terreno concesso in cambio di prestazioni rese
all'amministrazione o per aver prestato servizio nella cavalleria. Isti­
tuito già dai Selgiuchidi in Persia e dai Mamelucchi in Egitto, venne
utilizzato dagli Ottomani.
tuyul o tiyul concessione di una rendita di tipo feudale, a termine, su
terre demaniali.
Glossario 335

'ulama ' sapienti delle scienze religiose, dotti dell'Islàm.


umma comunità islamica.
'ushur indica la tassa fondiaria (la decima) dovuta generalmente da
musulmani.

vilayet divisione territoriale e amministrativa, provincia.


vizir dall'arabo wazir, ministro del sultano ottomano e membro del
consiglio imperiale presieduto - dopo le riforme di Mehmet II ( 1 444-
1 446, 1 451-148 1 ) - dal gran vizir, massimo esponente dell'ammini­
strazione, nominato dal sultano.

wafd in arabo <<delegazione». Partito politico fondato in Egitto da Sa'd


Zaghlul nel 1 9 1 8.
wahhabita appartenente alla Wahhabiyya (wahhabismo) , movimento ri­
gorista-riformatore, fondato nella Penisola Araba nel XVIII secolo da
Muhammad ibn 'Abd al-Wahhab, che strinse alleanza con la famiglia
Saudita, da cui nascerà il regno dell 'Arabia Saudita.
waqf (pl. awqaj) fondazione pia, che nel mondo islamico ha conosciu­
to un grande sviluppo, costituita da una persona che, con l'intenzio­
ne di compiere un 'azione virtuosa, destina parte dei propri beni - che
divengono per ciò inalienabili - a fini caritatevoli.

zakat uno dei cinque arkan, ••pilastri•• dell'Islam: l 'elemosina rituale.


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CRONOLOGIA

Fin dai primissimi anni dopo la morte del profeta Muhammad


(Maometto) , awenuta nel 632, la nuova fede valicò i confini del­
la Penisola Araba e si diffuse, grazie anche alle conquiste milita­
ri, con una rapidità strepitosa. In breve tempo i musulmani con­
quistarono tutta la Mezzaluna Fertile, la Siria-Palestina romano­
bizantina e la Mesopotamia appartenente alla Persia dei Sasani­
di. Nell'arco di una ottantina d'anni la travolgente avanzata de­
gli eserciti aveva già creato una umma (comunità) islamica che si
estendeva dalle coste africane ed europee dell'Atlantico ad ovest
fino all'India ad est (dove si sarebbe allungata nel corso dei se­
coli successivi ancora più a oriente fino ad abbracciare l'Indone­
sia, che a tutt'oggi è il più grande paese islamico) . La presente
Cronologia, dopo alcune date essenziali della fase di conquista
che portò alla configurazione appena descritta della grande fa­
scia a predominio musulmano che va dall'estremità occidentale
dell'Mrica all'Indonesia, si concentra soprattutto sui tre grandi
imperi che costituirono il cuore del mondo islamico a partire dal
Cinquecento (impero ottomano, impero safavide e impero mo­
ghul) per arrivare poi fino ai nostri giorni.

634 Battaglia di Ajnadain. 732 Battaglia di Poitiers.


637 Gli Arabi conquistano la Me­ 762 Baghdad diventa la capitale
sopotamia. del califfato abbaside.
638 Ingresso dei musulmani a Ge­ 822 Battaglia di Clavij o.
rusalemme. l 071 Battaglia di Manzikert.
661 Inizio del califfato di Medina. 1 085 Presa cristiana di Toledo.
680 Morte dell'imam Husseyn, ni­ 1097 Battaglia di Nicea.
pote del profeta, nella batta­ 1 098 Conquista crociata di Antio­
glia di Kerbala. Nasce la divi­ chia.
sione de li ' Islàm in due corren­ l 099Presa crociata di Gerusalem­
ti, sunnismo e sciismo. me.
348 Apparati

1 187 Riconquista musulmana di liffo di Istanbul e annienta­


Gerusalemme. mento del regno dei Sa'ud.
1 204 Presa crociata di Costantino­ 1821-1822 Rivoluzione greca.
poli. 1826 Caduta di Missolungi.
1 236 Presa di Cordova da parte 1854-1856 Guerra di Crimea.
cristiana. 1860 Massacro di cristiani a Da-
1 258 Invasione mongola, Bagh­ masco.
dad cade nelle mani di Hulagu 1876-1877 Orrori bulgari.
Khan. 1902 'Abd ai-'Aziz Ibn Sa'ud, fon­
1389 Battaglia di Kosovo Polje. datore dell'attuale ramo re­
1391 Assedio ottomano di Costan­ gnante, conquista Riyad.
tinopoli. 1912 I wahhabiti creano la milizia
1396 Massacro ottomano di cri­ militare degli Ikhwan.
stiani a Nicopoli. 1915 Firma del trattato di Qatif
1448 Battaglia di Kosovo Polje. con cui gli inglesi riconoscono
1453 Conquista ottomana di Co- la sovranità di 'Abd ai-'Aziz sui
stantinopoli. territori del Najd, al-Hasa eju­
1482 Assalto cristiano a Loja. bayl.
1492 Caduta di Granada. 1916 Importante rivolta araba
1 500 (16. secolo) Conquista otto­ condotta dallo sharif Husseyn
mana. della Mecca contro la domina­
1526 Battaglia di Mohacs. zione ottomana.
1534 L'Iraq viene conquistato dal 1917 1 1 marzo La Gran Bretagna si
sultano ottomano Solimano il impadronisce di Baghdad.
Magnifico. 1920 10 agosto Alla conferenza di
1568-1570 Rivolta dei moriscos a Sanremo, gli inglesi ottengo­
Granada. no dalla Società delle Nazioni
1571 Battaglia di Lepanto. un mandato sulla Mesopota­
1683 Fallimento della presa di mia.
Vi enna. 1921 13 agosto Faysal è incoronato
1690 <<Grande migrazione>> dei re del protettorato.
serbi. 1922 Battaglia di Anual.
1700 ( 18. secolo) Muhammad lbn 1923 Kemal Ataturk respinge la
'Abd al-Wahbab diffonde in decisione della Società delle
Arabia una dottrina fondata su Nazioni di creare un Kurdi­
una lettura rigorista dell'I­ stan autonomo. Viene creato
slàm: il wahhabismo, che chia­ solo lo Stato iracheno e posto
ma al jihad. sotto mandato britannico.
1745 Alleanza tra il capo tribale 1924 14 ottobre 'Abd ai-'Aziz lbn
Muhammad lbn Sa'ud e 'Abd Sa'ud conquista La Mecca.
al-Wahhab. Fondazione del 1 926 28 marzo 'Abd al-'Aziz è pro­
primo regno saudita. clamato re nella Grande Mo­
181 1-1834 Spedizioni egiziane di schea della Mecca.
Mehmet 'Ali per ordine del ca- 1928 marzo Hasan ai-Banna fonda
Cronologia 349

in Egitto l'organizzazione dei rim Qassem, e proclamazione


Fratelli musulmani. della prima repubblica irache­
1929 'Abd al-'Aziz Ibn Sa'ud an­ na. Avvicinamento all'Urss, e
nienta gli Ikhwan con il soste­ lancio di ampie riforme.
gno britannico. 1963 8 febbraio Assassinio di Qas­
1932 23 settembre Proclamazione sem compiuto da ba' thisti e
del regno di Arabia Saudita panarabi; 'Abd al-Salem 'Aref
dopo la fusione dei due regni prende il potere; novembre
di Hijaz e del Najd; 3 ottobre In­ 'Abd ai-Salem Aref elimina i
dipendenza dell'Iraq. Trattato ba'thisti.
di alleanza con la Gran Breta­ 1964 Il principe ereditario Faysal
gna. prende il potere.
1934 20 maggio Trattato di Taif 1966 29 agosto Sayyid Qutb viene
con lo Yemen, che pone le giustiziato.
province di Asir, Najran e Jizan 1967 5-1 0 giug;no ••Guerra dei sei
sotto il controllo del regno di giorni>>: Israele occupa la Ci­
Arabia Saudita. sgiordania, la striscia di Gaza,
1938 3 marzo Scoperta dei primi Gerusalemme Est, il Sinai egi­
giacimenti di petrolio a Dam­ ziano e il Golan siriano.
mam. 1968 1 7 luglio Secondo colpo di
1941 3 aprile Un colpo di Stato Stato ba' thista: Ahmad Hasan
spinge l'esercito inglese a in­ al-Bakr al potere; il numero
tervenire, ponendo sul trono due è Saddam Husseyn.
Faysal II. 1970 settembre «Settembre nero » :
1945 1 4 febbraio A bordo dell'in­ l'esercito giordano decima
crociatore USS Quincy, patto I'Olp. Trasferimento della di­
fra il presidente Franklin D. rezione della resistenza pale­
Roosevelt e Ibn Sa'ud. stinese in Libano.
1948 14 maggio Proclamazione 1973 ottobre Quarta guerra israelo­
dello Stato d' Israele. araba, o guerra del Kippur (di
1951 Nascita del partito Ba'th in Ramadan ) ; l'Arabia Saudita
Iraq; 19 giug;no Ayman al­ partecipa all'embargo petroli­
Zawahiri nasce al Cairo. fero; politica di sviluppo finan­
1952-1967 I Fratelli Musulmani ziata dalle rendite del petrolio.
d'Egitto, di Siria, d'Iraq e d'Al­ 1974 Fallito colpo di Stato contro
geria trovano rifugio in Arabia. Sadat.
1953 9 novembre Muore 'Abd al- 1975 Repressione nel sangue del­
'Aziz Ibn Sa'ud; sale al trono la ribellione curda guidata da
Sa'ud Ibn 'Abd al-'Aziz. Mustafa Barzani. Accordo con
1955 24 febbraio Patto di Baghdad l 'Iran sulla frontiera dello
con cui l'Iraq afferma le sue Shatt ai-'Arab tra i due paesi;
posizioni filo-americane. 25 marzo Re Faysal viene assas­
1958 Crisi algerina; 1 4 luglioColpo sinato da un nipote. Gli succe­
di Stato militare di 'Abd al-Ka- de suo fratello Khaled.
350 Apparati

1979 dicembre 1 979-15febbraio 1 989 nesi nei campi di Sabra e Cha­


Invasione sovietica dell 'Mgha­ tila.
nistan, contrastata da un jihad 1985-1986 Partenza di Zawahiri
sostenuto dagli Stati Uniti; l o per Gedda (Arabia Saudita) e
febbraio Ritorno di Khomeyni a incontro con Bin Laden.
Teheran. Proclamazione della 1985-1987 Operazione Iran-con­
Republica Islamica; 26 marzo tras.
Firma degli accordi di Camp 1987 9 dicembre Inizio della prima
David tra l'Egitto, Israele e gli intifada, detta ••guerra delle
Stati Uniti; 1 6 luglio Dimissioni pietre», nei territori occupati
di Ahmad Hasan al-Bakr sotto da Israele.
le pressioni di Saddam Hus­ ·· 1988 marzo Repressione ed epura­
seyn; 20 novembre I salafisti zione etnica contro i curdi alla
estremisti assaltano la Grande fine della guerra Iraq-Iran.
Moschea della Mecca (Arabia Gas chimici vengono utilizzati
Saudita) ; Assalto alla Grande contro i civili nel villaggio di
Moschea della Mecca (Arabia Halabjah; 20 agosto Tregua
Saudita) ; Militanti salafisti ra­ con l 'Iran dopo una guerra di
dicali si impadroniscono della otto anni da cui l' Iraq esce
Grande Moschea della Mecca; esangue.
27 dicembre L'Urss invade I'M­ 1989 14 febbraio Una fatwa del­
ghanistan. l'ayatollah Khomeyni condan­
1980 Primo soggiorno di Zawahiri na a morte il cittadino inglese
a Peshawar (Mghanistan) ; Salman Rushdie, autore dei
aprile Assassinio di Baqir al-Sa­ Versetti Satanici; 15 febbraio �ti­
dr, principale figura dello scii­ rata sovietica dali'Mghanistan;
smo politico iracheno; 22 set­ 30 f5iugno Colpo di Stato e pre­
tembre Saddam Husseyn dichia­ sa del potere in Sudan dell'i­
ra guerra all 'Iran. Offensiva slamista Hasan al-Turabi; au­
delle truppe irachene. tunno Prime vicende del velo
1981 Creazione del Consiglio di islamico in una scuola france­
Cooperazione del Golfo se a Creil. L'Uoif diventa
(Ccg) ; ottobre Zawahiri sospet­ <<Unione delle Organizzazioni
tato e arrestato per l'assassinio Islamiche di Francia». In Alge­
di Anwar Sadat; 6 ottobre Assas­ ria, creazione ufficiale del
sinio del presidente egiziano Fronte Islamico di Salvezza
Anwar al-Sadat. (Fis) , partito islamista a forte
1982 6 giugno Operazione israelia­ componente salafista; 24 n�
na ••Pace in Galilea••, volta a vembre Assassinio a Peshawar
cacciare I'Oip dal Libano; 13 del jihadista palestinese 'Ab­
giugno Morte di Khaled; sale al dallah 'Azzam.
trono il fratellastro Fahd lbn 1990-1991 L'Arabia Saudita si
'Abd al-'Aziz; 14-18 settembre schiera con la coalizione Onu
Massacro dei profughi palesti- contro l' Iraq.
Cronologia 351

1990 Atrocità nei Balcani; 2 agosto settembre Conclusione dei col­


Invasione irachena del Kuwait loqui di Osio: Yasser Arafat e
e inizio della Guerra del Golfo; Itzhak Rabin firmano alla Casa
6 agosto Risoluzione 661 del Bianca una dichiarazione di
Consiglio di sicurezza dell'G­ intenti sulle procedure provvi­
nu: embargo contro l'Iraq; 7 sorie di autonomia.
agosto Il re Fahd d'Arabia Sau­ 1994 aprile Bin Laden, in esilio i n
dita chiama in aiuto la coali­ Sudan, è privato della nazio­
zione intemazionale guidata nalità saudita; settembre Arresto
dagli Stati Uniti. degli sceicchi Salman al-Auda
1991-1992 Due petizioni mettono e Safar al-Hawaii dopo una se­
in discussione il potere recla­ rie di proteste contro il gover­
mando l'islamizzazione com­ no. Saranno rimessi in libertà
pleta della legislazione. nel giugno 1 999.
1991 1 7gennaio0perazione <<Tem­ 1995 aprile Arresto di 1 70 membri
pesta del deserto» contro l'I­ o simpatizzanti di Hamas; 1 4
raq; primavera Soffocamento aprile Risoluzione 986, detta
della ribellione sciita nel sud «food for o il>> , che per ragioni
dell'Iraq; ottobre-novembre Con­ umanitarie autorizza Baghdad
ferenza di Madrid fra Israele, a vendere petrolio in misura li­
Siria, Giordania e rappresen­ mitata; novembre Attentato a
tanti palestinesi, sotto l'egida Riyad.
degli Stati Uniti e dell'Urss. 1996 Fallimento dei jihad locali in
1992-1993 Jihadisti afghani attac­ Egitto, Bosnia, Algeria; gen­
cano i soldati americani dell'o­ naio-febbraio Reggenza del
perazione Restare Hope in So­ principe 'Abdallah in seguito a
malia. un'embolia polmonare di re
1992 Bin Laden e Zawahiri si rifu­ Fahd; aprile Operazione milita­
giano in Sudan. re israeliana detta <<Grappoli
1992-1997 Guerra civile in Alge­ di collera>> a Cana (Libano del
ria; compaiono pubblicazioni Sud) ; 15 maggio Bin Laden e
islamiste nel Londonistan Zawahiri lasciano il Sudan di­
(Abu Qatada, Abu Hamza) . retti a Kandahar in Mghani­
Attentati in Francia legati ai stan; 23 agosto Bin Laden pub­
Gruppi Islamici Armati (Gia) blica la sua <<Dichiarazione del
algerini. jihad contro gli americani oc­
1993 26 febbraio Attentato esplosi­ cupanti della terra dei due luo­
vo contro il World Trade Cen­ ghi santi••; 26 settembre I taleba­
ter; estate Samuel Huntington ni si impadroniscono di Kabul
pubblica sulla rivista <<Foreign (Mghanistan) .
Affairs>> Lo scontro delle civiltà e il 1997 settembre Pressioni ufficiali
nuovo ordine mondiale; 9-1 0 set­ per la partenza delle truppe
tembre Riconoscimento reci­ americane; ottobre Massacri in
proco di Israele e dell'Olp; 13 Algeria compiuti dal Gia; 1 7
352 Apparati

novembre Attentati islamisti a degli attentati negli Stati Uniti;


Luxor. Più di 60 morti. Gli isla­ ottobre Condanna del terrori­
misti radicali egiziani abban­ smo da parte di Safar al-Hawa­
donano la lotta. Ii, sospettato di aver ispirato gli
1998 23 febbraio Bin Laden, attentati dell ' I l settembre nel
Zawahiri e altri proclamano un testamento di al-Haznawi al­
,,fronte islamico internaziona­ Ghamdi; 7 ottobre Zawahiri ap­
le contro gli ebrei e i crociati•>; pare su aZ.Jazira a fianco di Osa­
7 agosto Attentati contro le am­ ma Bin Laden. Inizia la «guer­
basciate degli Stati Uniti a Nai­ ra al terrore»in Mghanistan;
robi (Kenya) et a Dar es-Salam Annuncio dei primi raid aerei
(Tanzania) . contro i campi di terroristi in
1999 febbraio Assassinio di Sadiq al­ Mghanistan; 21 ottobre Il gior­
Sadr, cugino di Baqir al-Sadr, nalista di al-jazira Taysir Aluni
principale figura dello sciismo intervista Osama bin Laden; 6
politico degli anni Novanta, novembre Dichiarazione del
voluto dal regime iracheno; presidente George W. Bush da­
maggio Muore Ibn Baz, gran vanti alla Nato: «Noi non ci fer­
mufti d'Arabia Saudita. meremo finché non avremo
2000 29 settembre Scoppio della se­ trovato, arrestato e neutralizza­
conda intifada detta di al-Aqsa, to i gruppi terroristici globaliz­
da parte di Arafat e del tanzim zati» ; dicembre Pubblicazione
dell'Olp. sul quotidiano «Al-Sharq al­
2001 20 gennaio Insediamento al­ Awsat» di alcuni estratti dal li­
la Casa Bianca di George W. bro di Zawahiri Cavalieri sotto la
Bush, 43° presidente degli Stati bandiera del Profeta; 21 dicembre
Uniti: i neoconservatori Paul al-jazira diffonde un video in cui
Wolfowitz, segretario aggiunto compaiono Bin Laden e il vec­
alla Difesa, Richard Perle, pre­ chiojihadista saudita Khaled al­
sidente del Consiglio di Pianifi­ Harbi; 23 dicembre Arresto di Ri­
cazione della Difesa,John Bol­ chard Reid, inglese, trovato
ton e altri occupano importan­ con esplosivo nelle scarpe su
ti funzioni ufficiali; maggio On­ un volo Parigi-Miami.
data di attentati suicidi perpe­ 2002 gennaio Hamas promette di
trati da Hamas e iljihad Islami­ scatenare una «guerra totale»su
co; 9 settembre Due falsi giornali­ tutti i fronti contro Israele; 29
sti appartenenti ad un movi­ gennaio George W. Bush di­
mentojihadista legato a Bin La­ chiara che l 'Iraq, l 'Iran e la Co­
den uccidono il comandante rea del Nord formano un «asse
Mas'ud; Il settembreAttentati al­ del Male» ; 18 febbraio Il princi­
le Torri Gemelle di New York. pe ereditario saudita 'Abdallah
La «cellula di Amburgo» costi­ propone un piano di pace che
tuisce la «base>> operativa prin­ prevede il ritiro di Israele da
cipale; 15 sauditi tra gli autori tutti i territori occupati in cam-
Cronologia 353

bio della pace coi suoi vicini la direzione americana; l o mag­


arabi; 20-21 febbraio Intensifica­ gio Viene arrestato in Pakistan
zione dei bombardamenti e Khalid Shaykh Muhammad,
dei raid israeliani. Distruzione organizzatore per conto di al­
del quartier generale di Yaser Qa'ida degli attentati dell ' I l
Arafat; 29 marzo-21 aprile Ope­ settembre 200 1 ; I l presidente
razione ••Muraglia>> e occupa­ Bush annuncia la fine delle
zione, da parte dell 'esercito operazioni militari in Iraq; 6
israeliano, di città autonome maggio Paul Bremer è nomina­
della Cisgiordania, fra cui Je­ to amministratore civile prov­
nin; 16 aprile Prima rivendica­ visorio in Iraq; 10 maggio Ri­
zione degli attentati dell' I l set­ torna dall'esilio l 'ayatollah
tembre 2001 nella memoria re­ Muhammad Baqir al-Hakim ,
gistrata del saudita Ahmad al­ figura d i spicco dell'opposizio­
Haznawi al-Ghamdi; 26 aprile ne sciita; 12-13 maggio Serie di
Comunicato di al-Qa'ida inti­ attentati suicidi a Riyad. 35
tolato Qa 'idat alfihad («La base morti; 16 maggio Serie di atten­
del jihalb>) ; settembre Arresto a tati simultanei a Casablanca
Karachi di Ramzi Ben al-Shibh. (Marocco) . 41 morti e un cen­
Abu Zubayda, responsabile tinaio di feriti; giugno Opera­
operativo, era stato preceden­ zioni militari americane con­
temente arrestato; 12 ottobre At­ tro la guerriglia sunnita in
tentato dinamitardo sull' isola Iraq; 4 giugno Summit triparti­
di Bali. Circa 190 morti; 8 no­ to fra Stati Uniti, israeliani e
vembre Risoluzione 1 44 1 , che palestinesi a Aqaba (Giorda­
ingiunge a Saddam di distrug­ nia) ; 19 agosto Attentato con­
gere i suoi programmi di arma­ tro il quartier generale dell'O­
menti di distruzione di massa, nu in Iraq. Muore l'inviato
sotto minaccia di un ricorso al­ speciale Sergio Vieira de Mel­
la forza; 28 novembre Doppio at­ lo; 29 agosto Muore l'ayatollah
tentato a Mombasa (Kenya) Al-Hakim in un attentato a
contro turisti israeliani. 1 5 Najaf; l o settembre Formazione
morti; dicembre Riunione del del primo governo iracheno, il
Consiglio Francese del Culto Consiglio di governo transito­
Musulmano (Cfcm) su iniziati­ rio provvisorio, costituito da
va dal ministro degli Interni 25 membri tra sciiti, sunniti,
Sarkozy. L' Uoif vi compare in curdi, cristiani, turkmeni; 8 no­
posizione dominante. vembre Nuovo attentato in t,ma
2003 Presentazione di una peti­ residenza a Riyad. 17 morti,
zione a sostegno delle riforme; 1 20 feriti; 15 novembre Il pas­
20 marzo Inizio dei bombarda­ saggio di potere ad un gover­
menti americani su Baghdad e no provvisorio iracheno è pre­
invasione dell'Iraq da parte visto per la fine di giugno
delle truppe di coalizione sotto 2004; Attentati contro due si-
354 Apparati

nagoghe di Istanbul. 17 morti, vili americani vengono uccisi; i


2 1 5 feriti; 20 novembre Nuovi at­ cadaveri mutilati sono esibiti in
tentati contro il Consolato bri­ piazza. L'imam sciita radicale
tannico e la sede dalla banca Muqtada al-Sadr, figlio di Sa­
inglese Hsbc (Istanbul) ; 4-7 di­ diq, organizza imponenti mani­
cembre Fallimento al Cairo dei festazioni col sostegno dell'Ar­
negoziati interpalestinesi per mata del Messia; aprile Rivolta
una tregua degli attentati; 13 degli sciiti radicali; si moltipli­
dicembre Le forze della coalizio­ cano i rapimenti di stranieri te­
ne catturano il dittatore Sad­ nuti in ostaggio; Espulsione e
dam Hussayn. successivo ritorno in Francia
2003-2004 inverno Campagna di dell' imam salafista di Vénis­
agitazione degli ambienti isla­ sieux Bouziane; 3 aprile La
misti e dei telepredicatori sulle Commissione per l'Uguaglian­
reti arabe contro la legislazio­ za Razziale del Regno Unito
ne francese che proibisce l'esi­ mette in discussione la dottrina
bizione di simboli religiosi nel­ inglese del multiculturalismo;
le scuole. 7 aprile In Germania comincia il
2004 gennaio Bin Laden minaccia processo di Munir al-Motasad­
in un video le petromonarchie deq, sospettato di connivenza
del Golfo; 1 7 gennaio Forum con gli autori degli attentati
economico di Gedda. L'im­ dell ' I l settembre 200 1 ; 14 apri­
prenditrice Lubna Olayan le La <<Falange verde di Muham­
compare senza velo; 29 gennaio mad•• uccide un ostaggio italia­
Scambio di prigionieri fra no in Iraq; 15 aprile Bin Laden,
Israele e gli Hezbollah libanesi; in un video trasmesso dalle reti
2 mano Serie di attentati suicidi televisive al-'Arabiyya e al-Jazira,
nei luoghi santi dell ' Islàm sciita propone una «tregua•• ad alcu­
a Baghdad e a Kerbala. Più di ni paesi europei; 1 7 aprile Assas­
1 70 morti, 500 feriti; 7 marzo sinio a Gaza di 'Abd al-'Aziz Al­
Operazione «Tempesta . in Rantisi, nuovo capo di Hamas;
montagna••contro i talebani in 21 aprile Attentato suicida con­
Mghanistan; 11 marzo Attentati tro il quartier generale della po­
suicidi a Madrid nei treni che lizia a Riyad, rivendicato dal
collegano la capitale alle peri­ giUppo delle Brigate al-Hara­
ferie, rivendicati dalle brigate mayn. 4 morti, una cinquantina
di Abu Hafs al-Masri (al­ di feriti; 26 aprile Attentato chi­
Qa'ida) . 191 morti, 1400 feriti; mico sventato in Giordania. I
22 marzo Assassinio «mirato•• , sospetti cadono su Abu Mus'ab
nel corso di un raid israeliano, al-Zarqawi; maggio Scandalo
del leader palestinese sceicco delle torture eseguite dalle for­
Yasin, fondatore del movimen­ ze della coalizione su prigionie­
to Hamas; 31 marzo Nel triango­ ri iracheni nella prigione di
lo sunnita, a Falluja, quattro ci- Abu Ghrayb; le foto circolano
Cronolop;ia 355

su internet. Rapimento e deca­ MaiWan Barghuti, capo di al-Fa­


pitazione, attribuiti ad Abu tah in Cisgiordania, è condan­
Mus'ab al-Zarqawi, dell'ostag­ nato all'ergastolo, mentre il go­
gio americano Nicholas Berg; verno israeliano approva il pia­
l o maggio Secondo Cofer Black, no unilaterale per il ritiro da
coordinatore della lotta anti­ Gaza; 8 giugno Arresto a Milano
terrorismo presso il Diparti­ di <<Muhammad l'Egiziano»,
mento di Stato americano, considerato uno dei cervelli de­
Zawahiri sarebbe divenuto il gli attentati di Madrid; 9 giugno
primo capo operativo di al­ L'Gnu vota la risoluzione 1 546
Qa'ida; giugno Impennata di che convalida il passaggio della
violenze prima del passaggio di sovranità in Iraq e la formazio­
sovranità; si moltiplicano gli as­ ne di un governo provvisorio
sassinii e gli attentati. Rapimen­ iracheno il 30 giugno 2004; 15
to e decapitazione di un ostag­ giugno Rapimento e decapita­
gio coreano; l o giugno Il Consi­ zione di un civile americano.
glio provvisorio di governo de­ Cattura ed esecuzione di 'Abd
signa Ghazi al-Yawar (sunnita) al-'Aziz al-Moqrin, ritenuto il
nuovo presidente dell'Iraq. rappresentante di al-Qa 'ida in
Iyad Allawi (sciita) è nominato Arabia Saudita; novembre Morte
primo ministro; 6 giugno di Arafat.
INDICE DEI NOMI DI PERSONE,
DINASTIE E CONFRATERNITE*

'Abbas l, il Grande, scià di Persia,


75- Agha Muhammad, 151.
76, 78, 146. Agung, 99.
'Abbas Il, 78. Ahmad (Ahmet) III, 147.
Abbasidi, dinastia, 14, 48. Ahmad Kasravi, 275.
Abdali (Durram) , dinastia, 148, 150- Ahmad al-Mansur, 56-57, 160, 1 72.
151. Ahmad Shah Abdali Durrani, 150-151,
'Abd al-'Aziz ibn Sa'ud, 273. 240.
'Abd al-Malik, 55. Ahmad Yasin, 319.
'Abd al-Qader, 252, 274, 310. Ahmed Atif, 249.
'Abd al-Rahman al-Kawakibi, 235, 279. Ahmed Cevdet Pasha, 271.
'Abdalwadidi, dinastia, 19-20. Ahmed Hasan al-Zayyat, 310.
'Abduh, v. Muhammad 'Abduh. Ahmed Urabi, 257.
Abdiilaziz ('Abdiilaziz), 233, 263, 268. Ahmet, figlio di Bayazit II, 73.
Abdiilhamit ( 'Abdiilhamit) , 242. Ahmet l, 217.
Abdiilhamit ( 'Abdiilhamit) Il, 229, Akbar, 86, 1 75-176, 178-181, 240.
269, 277, 292. Alaeddin, 122-123.
'Abdullah Khan, 79-80. 'Alam II, 240.
Abdiilmegid ( 'Abdiilmegid, 'Abdiil- 'Alawidi (Filatitz) , 58, 171-172.
megit) , 233, 263. Albuquerque, Monso de, 155, 178.
Abu 'Ala al-Mawdudi, 312. Alessandro VI, papa, 44, 160.
Abu Bakr dijohore, 29. Alfieri, Vittorio, 16.
Abu 'l-Khayr Khan, 87. 'Ali, quarto califfo, genero del Profe­
Abu Sa'id, 79, 82. ta, 72, 101.
Adama, 92. 'Ali, figlio d i Haidar e fratello d i Shah
Adams,John, 208. Isma'il, 69.
Adham Khan, 1 75. 'Ali 'Abd al-Raziq, 296.
al-Mghani, v . Giamal al-Din al-Mgha­ 'Ali Bey al-Kabir, 217.
ni. 'Ali Pasha, 73.

* Per l'ordine alfabetico dei nomi arabi non si è tenuto conto dell'artico­
lo determinativo al-. Per evitare equivoci, i nomi arabi o orientali in genere
sono indicati per esteso, così come sono noti, e precedono il cognome o il no­
me dell' appartenenza toponomastica o tribale. In corsivo, i nomi di dinastie
e confraternite. Poiché uno stesso nome può riferirsi a volte sia a una dinastia
sia a una etnia, è opportuno che il lettore consulti per questi casi anche I 'In­
dice dei luoghi, tribù, clan, popolazioni.
358 Apparati

'Ali Razmara, 275. Bonaparte, Napoleone, v. Napoleone


Almeida, Francisco, 155. Bonaparte.
Al'TIWTavidi, dinastia, 62. Bozukli Celai, 194.
Altan Khan, 88. Bridgeman, Henry, 206.
Andronico, imperatore bizantino, 43. Browne, W.G., 245.
Anna, sorella di Luigi II d'Ungheria, Burunduk Khan, 87.
38. Butrus al-Bustani, 228.
Aq Qoyunlu, 44, 68-69. Bwisan, 1 6 1 .
'Aruj, corsaro, 158-159.
Asburgo, 36, 38, 42, 125, 217. Cabrai, 154.
Askari, 85. Carlo II, 172.
Askiya Muhammad, 57. Carlo V, imperatore, 41-42, 48, 55, 74,
Astrakhanidi, 87. 158-159.
Atatiirk, v. Kemal, Mustafa. Carlo VIII di Valois, 44.
Aurangzeb (Aurangzib) , 181-182, 240. Carlo Martello, 67.
Ayuka, khan, 88. Carroll, Lewis, 3.
'Azuri Nagib, 228. Castriota, Giorgio, v. Scanderbeg.
Caterina Il, la Grande, 138, 140, 235.
Ba Hasun, 55. Caterina di Braganza, 1 72.
Babur, Zahir ud-Din Muhammad, 25, Cevdet, 233.
82-83, 85, 176. Chester, 286.
Badr di Shihr, 123. Chingiz Khan (Genghiz Khan) , 5 1 ,
Baguinda, 29. 79, 82.
Bahadur Shah, 85, 120. Churchill, Winston, 290, 322.
Bahlul Lodi, 83. Ciagatai, 80, 87-88.
Bairam Khan, 175. Clemente VI, papa, 215.
Baki Muhammad, 80. Clive, Robert, 241 .
Banu Hilal (Hilaliani), dinastia, 64, Colombo, Cristoforo, 10, 1 60, 198.
101. Copti, gruppo religioso, 94, 213, 267.
Banu Ma'n (Maanidi), dinastia, 215- Cosimo Il, 216.
216. Crane, 290.
Banu Sa'd (Sa 'didi), dinastia, 55-56, 58. Cunha, Tristan da, 28.
Banu Sulaim, dinastia, 1 0 1 .
Barbarossa, v. Khair al-Din. Dalhousie, Lord, 242.
Batak, 99. Dara Shukoh, 181.
Batu, 5 1 , 53. De Amicis, Edmondo, 254.
Batur, 88. Dias, Bartolomeo, 154.
Batyrsha, 138. Dipadwat Qudrat (Corralat) , 1 6 1 .
Bayazit l, 36, 44, 1 18, 129, 200. Dmitrij Donskoj , successore d i Ivan
Bayazit Il, 30-31, 34, 37, 44, 73, 1 1 3, Kalita, 53, 136.
1 19, 124. Dost Muhammad, 151.
Beethoven, Ludwig van, 198. Dragut (Turghut Re'is ) , corsaro, 159.
Bektashl, 74. Drake, Fr<�.ncis, 1 69, 205.
Bektashiyya, 1 10. Drusi, gruppo religioso, 213, 228
BemJozef, 212. Druso Maggiore, 171.
Berg, esploratore, 260. Dubayet, Aubert, 265.
Berke, 51. Duca di Braganza, 128.
Bismarck, Ottone di, 254. Durrani, v. Abdali.
Bogomili, gruppo religioso, 109, 1 13,
1 16. Ebubekir Ratib Efendi, 246.
Indice dei nomi di persone, dinastie e confraternite 359

Eichwald, esploratore, 260. Gulbenk.ian, 255.


Elisabetta l, regina d'Inghilterra, 1 26, Guzzoni, Boccolino, 124.
1 3 1 , 160, 1 63-164, 205.
Enrico il Navigatore, 10, 154. Hafsid� dinastia, 20, 159.
Enrico VIII, 162, 168. Haga, Cornelius, 1 26.
Enver Pasha, 291-292. Haidar, 69.
Erodoto, 207. Haidar 'Ali, 242.
Esen-buqa, 87. Hamar, 91.
Eugenio di Savoia, 1 1 7, 141. Haqq Nazar, 87-88.
Hasan al-Banna, 274, 285, 310-312.
Fakhr al-Din l, 215. Hasan, al-Turabi, 313
Fakhr al-Din II (Faccardino) , 216. Hashim, bisnonno del Profeta, 273.
Faris Nimr, 228. Hawkins,John, corsaro, 205.
Faruq, re d'Egitto, 295. Herzl, Theodor, 306
Faysal, emiro saudita, 273, 285-286. Hindal, 85.
Ferdinando d'Aragona, 158. Hui, 101.
Ferdinando d'Ungheria, 38, 41. Hulagu, 233.
Fieldhouse, David K., 243. Humayun, 25, 85-86, 1 75-176.
Filatiti, v. 'Alawidi. Humboldt, Alexander von, 260.
Filippo Il, re di Spagna, 125, 127-128, Huntington, Samuel P., 323.
158, 164. Hunyadi, Giovanni, 1 17.
Francesco l, re di Francia, 42, 164. Husayn I, 78, 148.
Fugger, famiglia, 127. Husayn, sultano cinese, 1 15.
Husayn Bayqara, 82.
Galdan, 88-89. Husein, Saddam, v. Saddam Husein.
Gama, Vasco da, 1 18, 154. Hiiseyn, emiro turcomanno, 1 19.
Gandhi, Mohandas Karamchand, detto
Mahatma, 297. Ibn Battuta, 62, 89, 262.
Garibaldi, Giuseppe, 2 1 2. lbn Fadlan, 188.
Gaspiraly (Gasprinsky), Isma'il Bey, lbn Khaldun, 62.
280. lbn Khurdadhbih, 26, 89.
Gem Sultan, 30-31, 34, 44, 73. Ibrahim, figlio di Haidar, 69.
Gema) Pasha, 286. Ibrahim, sultano lodi, 83.
Genghiz Khan, v. Chingiz Khan. Ibrahim Adii Shah, 1 79.
Giahangir Qahangir) , figlio di Akbar, Ibrahim Pascià, 223, 250.
180. Ibrahim Qutb Shah, 1 79.
Giamal al-Din (al-Mghani, al-Asadaba- Ibrahim al-Yazigi, 228.
di) , 277, 313. Ibrahima Sori Maudo, 92, 191.
Giamal al-Din al-Mghani, 277, 313. Idris (confraternita dei Sedussi) , 256.
Gianghir, 87. Innocenzo III, papa, 31.
Giani Bek, 79, 87. Innocenzo VIII, papa, 44.
Giani Khan, 80. Isabella di Castiglia, 158.
Giazzar Pascià, 248. Ishaq, fratello di 'Aruj , 158.
Giovanni XXII, papa, 200. Ishim, 87.
Giovanni da Pian del Carpine, 52. Iskandar (padre di 'Abdullah Khan ) ,
Giovanni d'Austria, 45. 79.
Gira� dinastia, 1 37. Islàm Shah Sur, 86.
Giunayd, 69. (nel file originale è Ju­ Isma'il, sovrano safavide, 69, 72, 7476,
nayd) 144, 1 72.
Guglielmo I d'Orange, 1 26. Isma'il II, 76.
360 Apparati

Ivan III, 34, 53, 136. Mahmud I, 147.


Ivan IV, il Terribile, 137, 258. Mahmud II, 222, 233, 247, 250, 268.
Ivan Kalita, granduca di Mosca, 53, Mahmud, figlio di Mir Vais, 148.
136. Mahmud al-Baghdadi (Sidi) , 63.
Mahmud Nedim Pascià, 269.
Jefferson, 208. Malcolm, John, 237.
Jochi, 87. Marnelucchi, dinastia, 14-15, 20, 3 1 , 34,
Judar, 57. 36-38, 45-46, 48, 68, 1 1 7, 1 19, 1 2 1 ,
Jumblat, Hasan, 245. 130, 145, 1 78, 197, 199, 2 1 1 , 232,
248-249.
Kamran, 85-86. Manciù, 88-89.
Karageorge (Karageorgios, Karageor- Mangi.ti, dinastia, 82.
gevic) , 219, 222. Manlich, Melchior, 127.
Karai, 87. al-Mansur (sultano del Marocco ) , 160,
Karim al-Khalil, 229. 172.
Karim Khan Zand, 1 5 1 . Maometto (profeta) , v . Muhammad.
Katib C elebi, 1 2, 18. Maometto II, v. Mehmet Il.
Kaufman, K.P. von, 261-262. Marco Polo, 52.
Kel al-Suq, 64. Marinidi, dinastia, 153.
Kemal, Mustafa (Ataturk) , 291-292, Marshall, George, 290.
294-295, 320. Marx, Karl, 303.
Kemal Re'is, corsaro, 220. al-Masri, 230.
Khair al-Din, detto Barbarossa, corsaro, al-Mas'udi, 65, 89.
48, 158-159, 200 .. Mawlay 'Abd al-Rahman, 1 73.
Khomeini, 313-314. Mawlay al-Hasan, 174.
Khudabandah, 76. Mawlay al-Rashid, 58, 1 71-172.
King, 290. Mawlay Isma'il, 172-173.
Kipling, J. Rudyard, 243. Mawlay Sulaiman, 173.
Kirkmas, 2 1 6. Mazzini, Giuseppe, 16.
Knox, Philander C., 286. Mechitar, 270.
Knox D'Arcy, William, 238. Mehmed Koprulu, 263.
Kossuth, 2 1 2. Mehmet (Maometto) II, il Conquista­
Kubilay Khan, 100-101. tore, 20, 30-31, 34, 36, 74, 137, 200,
KU.chkunchi, 79. 269.
Kungrati, dinastia, 82. Mehmet VI, 292.
Menangkabau, 99.
Lafayette, Marie:Joseph-Paul, 265. Mengli Girai I, 53, 137.
Lawrence, Thomas Edward, 285. Midhat Pascià, 269.
Lenin, Vladimir Il'ic Ul'janov, 281. Min, dinastia, 82.
Liao, impero dei, 100. Ming, dinastia, 100.
Lodi, dinastia, 26, 83, 85, 153. Mir Vais, 148.
Luigi II, re d'Ungheria, 38, 74. Mirza Sulayman, 85.
Luigi IX, re di Francia, 42. Moghul, dinastia, 15, 80, 82, 85, 148-
Luigi XIV, re di Francia, 172. 149, 152-153, 176, 1 79, 182, 185,
Lutero, Martin, 38, 125. 196, 240-241 .
Monserrate, Antonio, 178.
Ma' al-'Aynain, 274. Montesquieu, Charles-Louis de Se­
Machiavelli, Nicolò, 216. condat, 101
Mad Mullah, 274. Mosaddeq ( o Mossadeq) , Moham­
Mahdi (Sudan), 274, 310. med, 276.
Indice dei nomi di persone, dinastie e confraternite 361

Mozart, Wolfgang Amadeus, 198. al-Noqrashi, 312.


Mubarak, Hosni, 3 1 6.
Muhammad (Profeta, Maometto), 48, Obrenovic, Milos, 222.
55, 1 0 1 , 1 40, 1 73, 193, 208, 233, 272- Ornar, califfo, 233.
273, 296, 309. Omayyadi, dinastia, 14.
Muhammad 'Abduh, 277, 279-280, Orkhan, 197.
296, 3 1 1 , 313. Orlov, ammiraglio, 223.
Muhammad 'Ali, 1 6, 228, 247, 249- Othman I ( 'Uthman, Osman) , 19, 2 1 ,
250, 252, 256, 258, 265, 273, 277. 34, 46, 1 97, 209, 233.
Muhammad 'Ali Ginnah, 297. Othman II, 2 1 6.
Muhammad 'Ali Mirza, 239. Ottomani, dinastia, 5, 1 0-1 1 , 14-15, 1 9-
Muhammad Bello, 1 91-192. 2 1 , 3 1 , 34, 3�0, 42, �6, 48-49, 53,
Muhammad Hatta, 300. 55, 68, 74, 76-78, 80, 1 1 1-1 12, 1 1 7,
Muhammad Husayn Haykal, 296. 1 19-125, 1 27, 1 30, 1 34, 1 39-142, 146-
Muhammad al-Mahdi, 55. 147, 150, 1 64, 1 69, 196, 199, 201 ,
Muhammad al-Mutawakkil, 55. 210, 2 16, 223, 227-228, 231, 234-235,
Muhammad ibn 'Abdallah, 1 73. 238, 247, 249, 254, 274.
Muhammad ibn 'Abd al-Wahhab, 250,
272-273.
Paolo IV, papa, 2 1 1 .
Muhammad Iqbal, 278, 298.
Perovskij, generale, 260.
Muhammad Iskandar Shah, 27.
Perry, 322.
Muhammad Shah, 181, 237.
Pietro il Grande, 235.
Muhammad Shaybani (Shaiban) , 25,
Pio II, papa, 1 15.
53, 79, 87, 176.
Pir Muhammad l, 79.
Muhammad al-Shaykh, 54.
Piri Reis, 1 2 1 .
Muhammad Ture, 63.
Pugacev, 138.
al-Mukhtar (Sidi) , 64.
Mumtaz Mahal, 181.
Murad l, 44, 200. Qadiriyya, 64.
Murad III, 131, 145. Qagiar, dinastia, 69.
Murad IV, 146. Qarakhanidi, 26.
Muravev, 260. Qara Qoyunlu, 68.
Musà al-Kazim, 69. Qasym, 87.
Musà bin Nusayr, 59. Qyzylbash, 69, 72, 75-77.
Mussolini, Benito, 295. Qorqut, figlio di Bayazit Il, 73.
Mustafa, tutore del sultano, 1 39.
Raffles, Th.S., 1 7 1 .
Namik Kemal, 234. Rafiq al-'Azm, 230.
Nadir Shah, 1 47-15 1 , 1 8 1 , 238, 240 Raleigh, 205.
Napoleone Bonaparte, 1 7 1 , 242, 248, Rana Sanga, 83.
251 . Ranjit Singh, 243.
Naqshbandiyya, 85. Rashid, dinastia, 273.
Nasir al-Din, 237. Rashid Rida, 235, 279, 296.
Nasr bin Murshid, 95. Reuter, barone de, 238.
al-Nasser, Giamal 'Abd, 302, 312. Rockefeller, John, 255.
Negrelli, Luigi, 252. Roosevelt, Franklin Delano, 290.
Negri, esploratore, 260. Rott, Konrad, 127.
Nehru, Jawaharlal, 297-298, 302-303. Rousseau, Jean:Jacques, 265.
Nelson, 248.
Nevskij, Aleksandr, 1 36. Sa'd Zaghlul, 284.
Noghai, 53. al-Sadat, Anwar, 275, 315.
362 Apparati

Saddam Husein, 326. Shihab, dinastia, 216.


Sa'didi, 58. Sikandar Lodi, 83.
Safavidi, 1 5, 21, 25, 38, 42, 45-46, 72, Sikandar Shah, 86.
74-75, 79-80, 83, 1 2 1 , 142-148, 180, Sinan Pasha, 1 12.
231, 236. Siraj ai-Dawla, 241 .
Safi l, 78. Snouck-Hurgronje, 185-186.
Safi Il, 78. Sokullu Mehmet, 138-1 39.
Safi Mirza, 78. Solimano il Magnifico (il Legislatore) ,
Safi ud-Din, 69. v. Siileiman I Qanuni.
Sakalava, regni dei, 68. Sonni 'Ali, 62-63.
Salajiyya, 280. Stalin, 281-282, 292.
Salih Re'is, corsaro, 200. Stefano il Grande, 34.
Salisbury, Lord, 254. Stoker, Bram, 194.
Samanidi, dinastia, 80. Sukarno, Ahmed, 299, 302-303.
Sanders, Liman von, 286. Siileiman I Qanuni (Solimano il Ma-
Sa 'ud, dinastia, 250, 272. gnifico o il Legislatore) , 37-38, 40-
Savoia, dinastia, 48. 42, 45, 48-49, 74, 1 1 7, 122, 124, 1 38,
Sayyid Ahmad, 278. 143-145, 200.
Sayyid Ahmad Khan, 278. Siileyman Pasha (governatore d'Egit­
Sayyid Qutb, 312. to) , 120.
Sayyid Said, 95. Sultangaliyev (Sultangaliev) , Mir
Scanderbeg, Giorgio Castriota, 1 1 0, Sayyid, 282, 292
1 1 7. Sung, dinastia, 100.
Sebastiano l, 55-56. Sunjata Keita, 62.
Selgiuchidi, dinastia, 80, 210. Suri, dinastia, 26.
Selim l, 37, 45-46, 48, 73-74, 1 30, 1 42-
143, 215, 231-233. Taft, William H., 286.
Selim Il , 1 24, 1 39, 1 45. Taha Husayn, 296.
Selim III, 221 , 242, 245-246, 249, Tahmasp l, 75-76, 86, 144-145.
267. Tahmasp II (Quli Khan) , 148.
Senussi, 310. Tamerlano, 44, 52, 88, 104.
Senussiyya, 256. Tauke, 87.
Seyyid Said, 65. Tevkkel, 87.
Shah Giahan, 180-182, 240. Timur, 79-80, 82, 1 18, 203.
Shah Isma'il, 142. Timuridi, dinastia, 21, 26, 79-80.
Shah-qulu, 73. Tipu Sultan, 242.
Shaiban, v. Muhammad Shaybani. Tito, Josip Broz, detto, 302-303.
Shakib Arslan, 279. Turghut (tribù oirata) , 88.
Shamil, 274, 310. Tucidide, 101.
Shams ad-Din 'Umar, detto Sayyid-i Tver', casato di, 51-52, 1 35.
Ajall, 100.
Sharon, Ariel, 319. 'Ubaidallah, 79.
Shattariyya, 189. 'Ulug 'Ali (Qilig 'Ali Pasha) , 159.
Shaybanidi, dinastia, 80, 82, 87. 'Uqba bin Nafi ' , 59.
Shaykh Giam, 79. 'Uthman, v. Othman l.
Shaykh Giunayd, 69. Usman dan Fodio, 191.
Sheku Hamadu, 92, 191.
Sher Khan Sur, 86. Vakhitov, Mulla Nur, 282.
Sherif Manatov, 282. Vico, 101.
Sherley, Anthony, 102. Vlad III, l'Impalatore, 1 1 7.
Sherley, Robert, 102.
Indice dei nomi di persone, dinastie e confratl!mite 363

Voltaire, François-Marie Arouet, 265. Yuan, dinastia, 101.


Yunus, nonno di Babur, 82.
Wahhabiti, 276, 278.
Wattasidi, dinastia, 19, 55. Zahir, 217.
Welser, famiglia, 127. Zapolya, Giovanni, 38, 41 .
Wilson, Woodrow, 290. Zaydan, al-Nasir, 57-58.
INDICE DEI LUOGHI,
TRIBÙ, CLAN, POPOLAZIONI*

Abdali (Durranz) , tribù, 148, 150-1 5 1 . Aleppo, 39, 46, 49, 1 02, 1 18, 121, 123,
Abissinia, 182. 1 2S-130, 212, 220.
Abkhasia, 2 1 7. Alessandria d'Egitto, 20, 59, 1 1 8, 130,
Abukir (Abu Qir) , 248. 134, 162, 199, 248, 266, 296.
Acheh, 28; v. anche Atjeh. Algeri, 1 34, 15S-159, 200, 207-208.
Aden, 94, 1 20-1 2 1 , 1 23, 251 . Algeria, 20, 4S-49, 54, 159, 1 73, 190,
Adrar, 64. 227, 252-253, 274, 284-285, 297,
Adriatico, 124. 304, 310, 3 1 7, 320-321 .
Mghanistan, 2 1 , 82-83, 85-86, 148, Allahabad, 180.
150-151, 180, 237, 242-244, 260, Allumiere, 199.
262, 277, 295. Aloa, 91.
Mrica, 4-5, 10-l l , 2 1 , 55, 82, 95, l l8, Alqazarquivir, 56, 155.
1 28, 1 42, 153-154, 1 62, 189, 198, Alsazia, 253-254.
234, 287, 305; A. occidentale, 184, Altai, 259