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Luca Capuzzi, 5° 11/02/2021

Ministero dell’Istruzione
dell’’Università e della Ricerca
ESAME DI STATO DI ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE

PRIMA PROVA SCRITTA – ESEMPIO TIPOLOGIA B

ANALISI E PRODUZIONE DI UN TESTO ARGOMENTATIVO

Una rapida evoluzione delle tecnologie è certamente la caratteristica più significativa


degli anni a venire, alimentata e accelerata dall'arrivo della struttura del Villaggio
Globale. […] Il parallelo darwiniano può essere portato oltre: come nei sistemi
neuronali e più in generale nei sistemi biologici, l'inventività evolutiva è
intrinsecamente associata all'interconnessione. Ad esempio, se limitassimo il raggio di
interazione tra individui ad alcuni chilometri, come era il caso della società rurale della
fine dell'Ottocento, ritorneremmo ad una produttività comparabile a quella di allora.
L'interconnessione a tutti i livelli e in tutte le direzioni, il “melting pot”, è quindi un
elemento essenziale nella catalisi della produttività.
La comunità scientifica è stata la prima a mettere in pratica un tale “melting pot” su
scala planetaria. L'innovazione tecnologica che ne deriva, sta seguendo lo stesso
percorso. L'internazionalizzazione della scienza è quasi un bisogno naturale, dal
momento che le leggi della Natura sono evidentemente universali ed espresse spesso
con il linguaggio comune della matematica. È proprio a causa di questa semplicità che
tale esempio costituisce un utile punto di riferimento.
Esso prova che la globalizzazione è un importante mutante “biologico”, una inevitabile
tappa nell'evoluzione. Molte delle preoccupazioni espresse relativamente alle
conseguenze di questo processo si sono rivelate prive di fondamento. Ad esempio, la
globalizzazione nelle scienze ha amplificato in misura eccezionale l'efficacia della
ricerca. Un fatto ancora più importante è che essa non ha eliminato le diversità, ma ha
creato un quadro all'interno del quale la competizione estremamente intensificata tra
individui migliora la qualità dei risultati e la velocità con la quale essi possono essere
raggiunti. Ne deriva un meccanismo a somma positiva, nel quale i risultati dell'insieme
sono largamente superiori alla somma degli stessi presi separatamente, gli aspetti
negativi individuali si annullano, gli aspetti positivi si sommano, le buone idee
respingono le cattive e i mutamenti competitivi scalzano progressivamente i vecchi
assunti dalle loro nicchie.
Ma come riusciremo a preservare la nostra identità culturale, pur godendo dell'apporto
della globalizzazione che, per il momento, si applica ai settori economico e tecnico, ma
che invaderà rapidamente l'insieme della nostra cultura? Lo stato di cose attuale
potrebbe renderci inquieti per il pericolo dell'assorbimento delle differenze culturali e,
di conseguenza, della creazione di un unico “cervello planetario”.
A mio avviso, e sulla base della mia esperienza nella comunità scientifica, si tratta però
solo di una fase passeggera e questa paura non è giustificata. Al contrario, credo che
saremo testimoni di un'esplosione di diversità piuttosto che di un'uniformizzazione
delle culture. Tutti gli individui dovranno fare appello alla loro diversità regionale, alla
loro cultura specifica e alle loro tradizioni al fine di aumentare la loro competitività e di
trovare il modo di uscire dall'uniformizzazione globale. Direi addirittura, parafrasando
Cartesio, “Cogito, ergo sum”, che l'identità culturale è sinonimo di esistenza. La
diversificazione tra le radici culturali di ciascuno di noi è un potente generatore di idee
nuove e di innovazione. È partendo da queste differenze che si genera il diverso, cioè il
nuovo. Esistono un posto ed un ruolo per ognuno di noi: sta a noi identificarli e
conquistarceli. Ciononostante, bisogna riconoscere che, anche se l'uniformità può
creare la noia, la differenza non è scevra da problemi. L'unificazione dell'Europa ne è
senza dubbio un valido esempio. Esiste, ciononostante, in tutto ciò un grande pericolo
che non va sottovalutato. È chiaro che non tutti saranno in grado di assimilare un tale
veloce cambiamento, dominato da tecnologie nuove. Una parte della società resterà
inevitabilmente a margine di questo processo, una nuova generazione di illetterati
“tecnologici” raggiungerà la folla di coloro che oggi sono già socialmente inutili e ciò
aggraverà il problema dell'emarginazione.
Ciò dimostra che, a tutti i livelli, l'educazione e la formazione sono una necessità.
Dobbiamo agire rapidamente poiché i tempi sono sempre più brevi, se ci atteniamo alle
indicazioni che ci sono fornite dal ritmo al quale procede l'evoluzione. Dovremo
contare maggiormente sulle nuove generazioni che dovranno, a loro volta, insegnare
alle vecchie. Questo è esattamente l'opposto di ciò che avviene nella società classica,
nella quale la competenza è attribuita principalmente e automaticamente ai personaggi
più importanti per il loro status o per la loro influenza politica. L'autorità dovrebbe
invece derivare dalla competenza e dalla saggezza acquisite con l'esperienza e non dal
potere accumulato nel tempo. […]

(dalla prolusione del prof. Carlo Rubbia, “La scienza e l’uomo”, inaugurazione anno
accademico 2000/2001, Università degli studi di Bologna)

Comprensione e analisi

1. Riassumi brevemente questo passo del discorso di Carlo Rubbia, individuandone la


tesi di fondo e lo sviluppo argomentativo.
2. Che cosa significa che “l'inventività evolutiva è intrinsecamente associata
all'interconnessione” e che “l’interconnessione a tutti i livelli e in tutte le direzioni,
il melting pot, è quindi un elemento essenziale nella catalisi della produttività”?
Quale esempio cita lo scienziato a sostegno di questa affermazione?
3. Per quale motivo Carlo Rubbia chiama a sostegno della propria tesi l’esempio della
comunità scientifica?
4. Quale grande cambiamento è ravvisato tra la società classica e la società attuale?

Produzione
La riflessione di Carlo Rubbia anticipava di circa vent’anni la realtà problematica dei
nostri tempi: le conseguenze della globalizzazione a livello tecnologico e a livello
culturale. Sulla base delle tue conoscenze personali e del tuo percorso formativo,
esprimi le tue considerazioni sul rapporto tra tecnologia, globalizzazione, diversità.

__________________________
Durata massima della prova: 6 ore.
È consentito l’uso del dizionario italiano e del dizionario bilingue (italiano-lingua del paese di
provenienza) per i candidati di madrelingua non italiana.

1) Riassumi brevemente questo passo del discorso di Carlo Rubbia, individuandone la


tesi di fondo e lo sviluppo argomentativo.
L’evoluzione della tecnologia costituisce la principale peculiarità degli ultimi anni. Essa è stata
nettamente favorita dalla diffusione del villaggio globale, il quale ha permesso un’interconnessione
pluridirezionale tra individui, detta anche melting pot.
La scienza si è avvalsa dell’internalizzazione prima di qualsiasi altro ambito, infatti le leggi naturali
sono universalmente esprimibili mediante leggi matematiche.
La globalizzazione costituisce una fisiologica tappa evolutiva e spesso le criticità di tale processo
risultano infondate rispetto alle innumerevoli sfaccettature positive (ricerca più efficace,
multiculturalismo, valorizzazione della cooperazione e modernizzazione).
La paura di un’omogeneizzazione culturale e di una omologazione ideologica sono ingiustificate, in
quanto attraverso la globalizzazione si andrà in contro ad una valorizzazione della diversità e delle
tradizioni.
Se fossimo privati della nostra identità culturale probabilmente lo saremmo anche dell’innovazione
e non riusciremmo a concepire la reale importanza della nostra diversità, benché essa non sia
immune da problematiche intrinseche.
L’evoluzione tecnologica tuttavia non può diventare parte integrante degli individui con semplicità
ed in taluni tenderà proprio ad essere di più difficile assimilazione rispetto ad altri, determinandone
un’inevitabile emarginazione. L’evoluzione corre veloce, bisogna restare al passo con i tempi:
educazione e formazione possono essere due ottimi strumenti fruibili per fare fronte a tale necessità.
Agendo in questa direzione si può auspicare ad una riorganizzazione della società che consenta di
valorizzare la competenza e la saggezza piuttosto che il misero potere accumulato nel lungo tempo.
Sarà quindi possibile un’inversione di paradigma secondo cui i giovani potranno guidare gli adulti
nell’abisso del mondo globalizzato.

2) Che cosa significa che “l'inventività evolutiva è intrinsecamente associata


all'interconnessione” e che “l’interconnessione a tutti i livelli e in tutte le direzioni, il
melting pot, è quindi un elemento essenziale nella catalisi della produttività”? Quale
esempio cita lo scienziato a sostegno di questa affermazione?
L’evoluzione è direttamente proporzionale all’interconnessione tra individui. Affinché possa essere
garantito progresso, risulta necessario provvedere ad un’evasione dalla propria bolla bio-psichica
per affacciarsi su quella sociale. Come già scrisse Aristotele nel IV secolo a.C. “l'uomo è un
animale sociale, in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società”. Quindi
la capacità di connettersi con l’altro e con il diverso garantisce intrinsecamente evoluzione. Il
termine interconnessione etimologicamente deriva dalla parola “inter” e “connessione”, infatti fa
riferimento al collegamento tra più linee, reti e canali in generale. Ovviamente ciò è possibile per
mezzo dell’espansione dei confini di azione che non risultano più ridotti a pochi chilometri, bensì
oggi si parla di panorama globale. Si sta infatti assistendo al fenomeno della glocalizzazione, ossia
della fusione tra la dimensione globale e quella locale. È proprio in questo modo che la città diventa
mondo. Così agendo l’interconnessione favorisce il miglioramento delle attività produttive
amplificandone il raggio di azione. Nella maggior parte dei casi l’economia globalizzata
mondializza anche i mercati, quindi i prodotti venduti si standardizzano e le merci vengono vendute
in mercati anche ben distanti dai luoghi di produzione.
L’esempio che lo scienziato espone a sostegno della sua tesi è costituito dal fatto che se noi oggi
dovessimo restringere il nostro campo di azione a pochi chilometri perpetueremmo le medesime
dinamiche della società rurale dell’Ottocento. Proprio per questo non si deve rischiare di rimanere
imbrigliati nei ristretti schemi ottocenteschi valorizzando il melting pot.
3) Per quale motivo Carlo Rubbia chiama a sostegno della propria tesi l’esempio della
comunità scientifica?
Rubbia si avvale dell’esempio della comunità scientifica al fine di rassicurare circa le
preoccupazioni relative alle conseguenze della globalizzazione.
La ricerca scientifica si presenta infatti come un continuum di scoperte che se rimanessero isolate
nella piccola dimensione locale non permetterebbero alcuna evoluzione. Inoltre, numerose scoperte
sono inerenti alle leggi della natura e si avvalgono dell’utilizzo di strumenti universalmente
comprensibili, come il calcolo matematico.
Tutto ciò ha inevitabilmente portato ad uno sviluppo tecnologico e ad una evoluzione telematica.
Le leggi della natura valicano quindi i confini nazionali assumendo un valore planetario.
Infine, la genuina competizione in ambito scientifico induce gli individui a dare il massimo
accorciando i tempi in cui determinati risultati possono essere raggiunti e annullando gli aspetti
negativi.

4) Quale grande cambiamento è ravvisato tra la società classica e la società attuale?


In ambito sociale le innovazioni date dalla globalizzazione produrranno un’elevata quantità di
cambiamenti che tuttavia non saranno egualmente recepiti dai singoli: se da un lato alcuni
tenderanno ad assimilare l’innovazione, dall’altro si schiereranno coloro che preferiscono
rimanerne al margine. Vista la velocità di tali cambiamenti Rabbia non esclude la possibilità
di un’inversione di paradigma che preveda l’abbandono della antiquata mentalità classica
secondo cui la vecchia generazione deve insegnare a quella nuova. In tale modo sarà
possibile valorizzare l’autorità derivante da competenze e saggezza acquisiste, piuttosto che
da un irrisorio potere o dall’ influenza politica.

Produzione
La città oramai è diventata mondo: l’urbanizzazione è la conseguenza più spettacolare della
globalizzazione. Quest’ultima ha infatti dato impulso a nuove forme di mobilità favorite da tutti i
mezzi che consentono spostamenti di qualsiasi genere, soprattutto telematici (mass media), ma
anche fisici (infrastrutture e mezzi di trasporto in generale). Oggi il tempo scorre veloce e i tempi di
acculturazione si accorciano sempre più.
La globalizzazione ha reso il mondo più piccolo e tutti noi più connessi soprattutto grazie
all’utilizzo delle tecnologie: esse costituiscono un’arma potentissima. Tuttavia, se da un lato
permettono l’avvicinamento di persone lontane, dall’altro allontanano persone fisicamente vicine
tra loro.
Purtroppo, la maggiore possibilità di connessione non garantisce effettivamente un aumento dei
legami, infatti la città si distingue dall’antico villaggio proprio per la presenza dell’anonimato, ossia
di quel fenomeno che induce i soggetti a forme di solitudine provocate da una serie di contatti
fugaci con tanti individui, nessuno dei quali è mirato all’effettiva conoscenza dell’altro.
È proprio cosi che nel contesto della globalizzazione i non luoghi prevalgono sui luoghi che
possiedono un’identità storica ed antropologica, ma che oramai non risultano più in linea con il
mondo globalizzato e l’epoca della surmodernità. A prevalere oggi sono infatti i non luoghi, nonché
spazi privi di una storia, semplici luoghi di passaggio o di consumo spesso standardizzati. I non
luoghi si contraddistinguono per la solitudine e lo svuotamento della coscienza.
Capita non di rado che i non luoghi siano eguali in tutte le città del globo: se dovessimo scattare una
fotografia di due città europee ci stupiremmo di fronte alle affinità esistenti tra le due.
Come citato prima il tutto risulta aggravato dall’amplificazione della solitudine generata dall’abuso
tecnologico, il quale dilata ulteriormente le distanze.
La globalizzazione si presenta cosi come un fenomeno complesso in grado di ridisegnare gli
equilibri economici, politici, sociali, telematici e culturali esistenti tra i diversi paesi.
È proprio su questa linea che avviene il fenomeno dell’indigenizzazione, ossia il processo per cui un
prodotto proveniente dall’esterno viene accolto nella cultura indigena e inserito dagli individui nella
vita quotidiana. Stiamo assistendo infatti alla globalizzazione dei consumi. Il valore supremo risulta
quindi la ricerca della felicità istantanea ed illusoria che ci lascia alienati ed ancora una volta isolati
in una condizione di fondamentale solitudine. Preferiamo infatti essere manipolati dal mondo
piuttosto che capire come effettivamente questo operi.
La globalizzazione appare caratterizzata da luci e ombre: se da un lato garantisce sviluppo ed
opportunità lavorative e culturali, dall’altro espone inevitabilmente a rischi economici-finanziari,
tecnologici-ambientali e bellici.
È quindi importante prendere consapevolezza di tali rischi e prepararsi per fronteggiare eventuali
problemi.
Purtroppo, non possiamo parlare di uno sviluppo omogeneo, piuttosto si tratta di uno sviluppo
standardizzato che talvolta giova, ma in altri casi risulta solo controproducente. Il funzionamento
delle città è garantito dal sempre crescente divario tra grande ricchezza ed estrema povertà.
Esiste infatti una netta differenza tra le Città globalizzate e le città globali. Le città globalizzate
corrispondono alle megalopoli del terzo mondo, esse sono vittime del processo di globalizzazione
economica e lì convergono gli interessi delle diverse multinazionali che delocalizzano produzione e
servizi. Al contrario le megalopoli occidentali sono città globali, semplicemente abitate da gente
proveniente da tutto il mondo e giunta nelle stesse città per mezzo di flussi migratori.
La città globale è proprio l’esempio chiave che permette di identificare una importante conseguenza
della globalizzazione: la multiculturalità, nonché la compresenza di culture diverse entro una
medesima società.
Nel corso del tempo per designare questa realtà sono stati utilizzati vari termini, tra cui società
multirazziale e società multietnica, per poi approdare infine al termine di società multiculturale.
Qualsiasi angolo del pianeta è multiculturale, infatti i media abbattono letteralmente le barriere
geografiche rendendoci parte integrante di una realtà che va al di là del luogo che fisicamente
occupiamo.
L’approccio con la cultura diversa da quella indigena avviene secondo tre modalità differenti:
attraverso l’assimilazione (assorbimento talvolta coercitivo che prevede anche il progressivo
svilimento della cultura sottomessa), l’integrazione (dialogo e convivenza rispettosa) e l’inclusione.
Quest’ultimo caso risulta particolarmente efficace, utile e vantaggioso, infatti prevede
un’assegnazione di uguale dignità e parità di diritti. Non è richiesto l’obbligo di uniformarsi e
integrarsi al modello sociale dominante. Nel caso dell’inclusione le culture sono considerate come
un arricchimento e non come qualcosa da sopraffare.
L’uomo della società attuale deve diventare eclettico aprendo gli occhi al mondo. Deve diventare
capace di attuare un’equilibrata mediazione tra la valorizzazione della propria diversità culturale e
l’accettazione del diverso, senza tuttavia sprofondare nell’uniformizzazione globale. La diversità
deve diventare novità ed essere concepita come collante piuttosto che come barriera.
I confini al giorno d’oggi non difendono più dal diverso, l’altro non è più al di là delle frontiere, ma
è dentro casa. Bisogna a tale proposito attuare delle politiche di integrazione che possano garantire
la pacifica convivenza (senza tuttavia annullare la dimensione storica culturale del paese in
questione).
Trovare un compromesso tra queste due condizioni contrapposte risulta complesso oltre che spesso
utopico. Si tende a cristallizzarsi nella propria cultura a causa dell’esclusione che viene attuata
dall’esterno.
Tuttavia, in questo modo si crea un circolo vizioso che vede il progressivo allontanamento e il
sempre maggiore disprezzo.
La necessità di credere nella diretta corrispondenza tra stato e nazione risulta oggi obsoleta e quasi
anacronistica, infatti se viviamo immersi nel multiculturalismo non possiamo di certo parlare del
concetto stato-nazione ottocentesco.
Gli ottimisti sostengono che la società occidentale sia destinata ad evolversi in una direzione
realmente democratica che lentamente ma inesorabilmente produrrà una cultura nel rispetto dei
diritti civili e della dignità umana.
L’occidente resta comunque luogo di grandi diseguaglianze e ingiustizie, nonostante il suo evidente
impegno verso un governo autenticamente democratico e popolare.

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