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GIOVANNI PASCOLI

LA VITA E IL SISTEMA SIMBOLICO

L'ASSASSINIO DEL PADRE: UN TRAUMA IRRISOLTO Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna,
da una famiglia della piccola borghesia rurale: il padre Ruggiero era fattore di una tenuta di proprietà dei principi Torlonia. Giovanni era
il quarto di ben dieci figli di una serena famiglia patriarcale, ma la sua vita fu sconvolta da una tragedia, destinata a segnare come un
violento trauma infantile la sua esistenza: il 10 agosto 1867, mentre tornava a casa dal mercato, Ruggiero Pascoli fu ucciso a
fucilate, probabilmente da un rivale; ma sicari e mandanti non furono mai individuati, e ciò diede al giovane Pascoli il senso di
un’ingiustizia assoluta incombente sull'umanità.

LE MORTI FAMILIARI: LA RELIGIONE DEI DEFUNTI La morte del padre creò difficoltà economiche alla famiglia, ma al primo lutto
ne seguirono altri, in una successione impressionante: nel 1868 morirono la madre e la sorella maggiore, nel ’71 il fratello Luigi, nel '76
Giacomo: inizia così quel culto dei morti familiari a cui resterà fedele per tutta la vita.

LO STUDIO UNIVERSITARIO A BOLOGNA Giovanni nel 1862 era entrato coi fratelli Giacomo e Luigi nel collegio degli Scolopi ad
Urbino, dove ebbe una rigorosa formazione classica; nel ’71, per le ristrettezze familiari, dovette lasciare il collegio, ma, grazie alla
generosità di uno dei suoi professori, poté proseguire gli studi a Firenze, dove terminò il liceo. Nel '73, grazie ad un brillante esame,
ottenne una borsa di studio per la facoltà di Lettere dell’Università di Bologna.

L'IDEOLOGIA SOCIALISTA E L'ARRESTO Negli anni universitari Pascoli si avvicinò all’ideologia socialista, per il suo senso di
giustizia sociale e di uguaglianza. Partecipò a manifestazioni contro il governo ma fu arrestato e trascorse alcuni mesi in carcere,
prima dell'assoluzione. Anche questa esperienza fu traumatica e dolorosa: accese in lui il timore dell'autorità e il senso della
propria fragilità, e determinò il distacco dalla politica. Restò fedele all’ideale socialista, ma un socialismo vago, umanitario, che
propugnava la bontà e la fraternità fra gli uomini.

L'INSEGNAMENTO E LA RICOSTRUZIONE DEL “NIDO” FAMILIARE Si laureò nel 1882, con una tesi sull’antico lirico greco Alceo e
iniziò subito dopo la carriera di insegnante liceale, prima a Matera, poi a Massa e a Livorno dove rimase sino al 1895. In questi anni
chiamò a vivere con sé le due sorelle, Ida e Mariù, ricostituendo così idealmente quel «nido» familiare che i lutti avevano distrutto.
Il resto della vita Pascoli la trascorre quindi in una normale routine di poeta-professore dedito agli studi, alla composizione delle
proprie opere, all'insegnamento, agli affetti familiari; un'esistenza apparentemente priva di eventi biografici rilevanti. In realtà
la vita interiore di Pascoli è assai complessa e per certi versi inquietante, turbata nell’intimo da oscure angosce e paure, per la
violenza ed il male incombente sul mondo, per la presenza ossessiva della morte. Oggi la critica di matrice psicanalitica (Elio
Gioanola e Giorgio Barberi Squarotti) ha individuato nella poesia di Pascoli un coerente sistema segnico-simbolico che
rappresenta concetti e significati attraverso rappresentazioni simboliche collegate tra loro in reti di immagini.

1) L'IMMATURITA' PSICOLOGICA: IL NIDO COME PROTEZIONE La scelta di voler ricostruire il «nido» familiare e l’attaccamento
morboso alle sorelle con cui vive, evidenziano la immaturità e la fragilità psicologica del poeta, che, fissato ad una condizione
infantile, cerca nelle pareti del «nido» la protezione da un mondo esterno, quello degli adulti, che appare minaccioso, insidioso
e dominato dal dolore e dalla violenza Lo stesso rilievo simbolico lo possiede anche la “nebbia” che secondo il poeta ha la
funzione di nascondere “le cose lontane”, le cose morte, tutto ciò che vi è di turpe e doloroso nella realtà; e lo stesso significato
appartiene alla “siepe”, leopardiano schermo, che separa in modo insormontabile ciò che contiene, il “dentro”, il podere familiare e
l'esterno, il “fuori”, con i suoi pericoli. Una figura cosmica di questa istanza protettiva è il “ciclo” delle stagioni e del lavoro dei
campi, che ritorna sempre uguale di anno in anno ed è rassicurante, esclude ogni novità e turbativa, prevedendo un costante circuito
di semina, maturazione e rinascita, da cui è escluso il dolore della perdita definitiva.

2) IL RICORDO DEI MORTI A questo si unisce il ricordo ossessivo dei suoi morti, le cui presenze aleggiano continuamente nel
«nido», riproponendo il passato di lutti e di dolori. Ciò inibisce al poeta ogni rapporto con la realtà esterna, ogni vita di relazione,
che viene sentita come un tradimento nei confronti dei legami viscerali del «nido». Il tema dei morti è raffigurato anche nel
“cimitero” e nel suo “muro”, che raffigura la chiusura nel mondo dei ricordi luttuosi da cui non si può uscire. Allo stesso tempo le
“campane” possono essere alternativamente una voce allegra che richiama alla vita o la voce del sonno e dell'oblio, la memoria del
tempo passato e perduto, la morte stessa che si esprime in rintocchi cupi. Lo stesso valore l'assumono le piante “stecchite”, il suolo
“cavo”, il cielo “vuoto”, tutta una serie di raffigurazioni simboliche della natura, degli animali, degli alberi e dei fiori.

3) IL RAPPORTO CON L'AMORE E IL SESSO Questa serie di legami impedisce anche il rapporto con l'altro sesso, in cui si misura
la maturità e la pienezza della persona: non vi sono relazioni amorose nell’esperienza del poeta. Prova uno struggente desiderio di un
vero «nido», in cui esercitare la funzione di padre, ma il legame ossessivo con il mondo dell'infanzia spezzata lo impedisce. Del
rapporto sessuale Pascoli conserva una visione adolescenziale, tra attrazione e paura La vita amorosa ha un fascino torbido, è
qualcosa di proibito e di misterioso, da contemplare da lontano, che ha in sé anche una componente di violenza e dolore spesso
rappresentate da immagini floreali e naturali (come testimoniano Il gelsomino notturno o La digitale purpurea)

IL RAPPORTO MORBOSO E SUBLIMATO CON LE SORELLE Le esigenze affettive del poeta si realizzano in un rapporto morboso
e sublimato con le sorelle, che rivestono un’evidente funzione materna. Si può capire allora perché il matrimonio di Ida, nel
1895, fu sentito da Pascoli come un tradimento, una profanazione del «nido», e determinò in lui una reazione spropositata,
patologica, con crisi depressive. Viceversa, poi, quando si profilò la possibilità del matrimonio con una cugina, Pascoli dovette
rinunciare per la patologica gelosia di Mariù.

LA CASA DI CASTELVECCHIO E LA CARRIERA UNIVERSITARIA Nel 1895, dopo il matrimonio di Ida, Pascoli prese una casa a
Castelvecchio di Barga, nella campagna lucchese. Qui, con la fedele Mariù, trascorreva la vita a contatto con la campagna che ai suoi
occhi costituiva un Eden di serenità e pace. Nello stesso anno tenne la cattedra di grammatica greca e latina all’Università di Bologna,
poi insegnò letteratura latina, prima a Messina, e poi a Pisa. Infine dal 1905 subentrò a Carducci sulla cattedra di letteratura italiana
a Bologna, città dove morì il 6 aprile 1912, dopo una onorata carriera di poeta ufficiale e di docente universitario.

LA POESIA DI PASCOLI: IL SIMBOLISMO DIETRO L'APPARENZA IDILLICA La complessa e torbida situazione affettiva del poeta
non fa parte di un'aneddotica fine a se stessa, ma anzi è la premessa per penetrare nel mondo della sua poesia. Per anni infatti Pascoli
è stato interpretato come il poeta dell’innocenza e del candore fanciulleschi, colui che celebra il mondo della campagna, i suoi
animali, i suoi fiori ed alberi, i suoi oggetti di lavoro, i suoi riti, colui che canta i buoni sentimenti, l'ingenuità dei fanciulli, i sacrifici
materni, la bontà e la sanità dei contadini: in una parola “il cantore delle piccole cose”, delle delle realtà più semplici e umili. In
realtà la poesia pascoliana è molto più che una poesia idillica, bucolica, pastorale, naturalistica; al contrario dietro tale apparenza
si nasconde una poesia ricca di simboli, spesso inquietanti, che rappresentano i dolori ed i traumi della vita moderna.
LE OPERE

LE MYRICAE: LA NATURA COME RAPPRESENTAZIONE DEL MISTERO DELL'UNIVERSO Pubblica una prima
raccolta di liriche, Myricae, costituita da 22 poesie, nel 1891, ma negli anni seguenti la raccolta si amplia sempre più
ad ogni nuova edizione, fino alla quinta edizione del 1900 con 156 liriche. Il titolo è tratto dalla IV Bucolica di Virgilio
che recita “non omnes arbusta iuvant, humilesque myricae” e Pascoli assume il termine “tamerici” per indicare
metonimicamente tutte le piccole realtà della campagna che pone al centro delle composizioni. In apparenza le sue
poesie si presentano come quadretti di vita campestre, ritratti con gusto impressionistico, con macchie di colore,
ricchi di particolari realistici, di fatti, eventi, animali, piante. In realtà i dati oggettivi si caricano di sensi misteriosi e
soggettivi, alludono ad una realtà ignota, sono segnali enigmatici ed inquietanti di un mistero celato dietro le
cose, un mistero che coincide con il male e la morte.

I POEMETTI: L'IDEALE REGRESSIVO DELLA CAMPAGNA Nel 1897 uscirono i Poemetti, poi arricchiti in successive
ristampe, e divisi in due distinte raccolte: Primi poemetti del 1904 e Nuovi Poemetti del 1909. Si tratta di
composizioni più ampie, dal carattere narrativo, che infatti usano il metro della terzina dantesca. Barberi Squarotti ha
parlato di un “romanzo georgico” perché raccontano la vita di una famiglia rurale di Barga durante tutte le fasi salienti
della loro esistenza contadina, seguendo le operazioni della vita dei campi. Questa raffigurazione della vita contadina ha
uno scoperto intento ideologico: il poeta vuole celebrare la piccola proprietà rurale, che interpreta come la
depositaria di tutti i valori tradizionali e autentici: solidarietà familiare, affetti, laboriosità, bontà, purezza morale,
schiettezza, semplicità, saggezza, in contrapposizione alla negatività della realtà contemporanea.
La vita del contadino, chiusa nelle dimensioni ristrette del podere e del «nido» domestico, scandita dal ritorno ciclico
delle stagioni e dall’avvicendarsi sempre eguale dei lavori dei campi, appare al poeta come un rifugio
rassicurante, un baluardo contro l'incombere di una realtà storica minacciosa. La rappresentazione della vita
contadina assume la fisionomia di un’utopia regressiva: Pascoli proietta il suo ideale nel passato, in forme di vita che
stanno scomparendo, travolte dallo sviluppo della realtà sociale ed economica moderna.
Al di fuori di questo ciclo "georgico", però, si collocano numerosi poemetti, che presentano temi più inquietanti e densi
di significati simbolici, come Il vischio, che rappresenta l’immagine mostruosa di una pianta parassita e "vampira", che
succhia la vita di un albero da frutto; Digitale purpurea, un “fiore di morte” che emana un profumo che inebria e turba
l’innocenza delle educande di un convento; L’aquilone, che riporta il poeta all'infanzia e ad un'età di giochi e dolore;
Italy affronta il tema dell’emigrazione, con il ritorno di una famiglia di emigranti al paese natale e il conflitto fra due
mondi, quello moderno e industriale della nuova patria, l’America, e quello arcaico della campagna lucchese; La
vertigine, esprime l’angoscia nata dall'idea che la terra precipiti negli infiniti spazi siderali

CANTI DI CASTELVECCHIO I Canti di Castelvecchio (1903) sono definiti dal poeta “myricae” e si pongono in
continuità con la prima raccolta. Ritornano immagini della vita di campagna, canti d’uccelli, alberi, fiori, suoni di
campane, e ricompare una misura più breve, lirica anziché narrativa. I componimenti si susseguono secondo un
disegno segreto, che allude al succedersi delle stagioni: l’immutabile ciclo naturale si presenta come un rifugio
rassicurante e consolante dal dolore e dall’angoscia dell’esistenza storica e sociale. Anche in queste poesie ricorrono
esperienze del negativo: ritornano il motivo della tragedia familiare e le immagini dei cari morti; è presente il tema
del sesso come esperienza affascinante e ripugnante (Il gelsomino notturno); è presente il desiderio di un
ritorno all'infanzia e al grembo materno dove ritrovare la pace, che coincide con la morte (La mia sera).

POEMI CONVIVIALI: TORMENTI MODERNI NEL MONDO ANTICO I Poemi conviviali (1904) prendono il loro
nome dal fatto di essere stati per la prima volta pubblicati su “Il Convito”, rivista romana diretta da Adolfo de Bosis,
espressione dell'estetismo (vi scrisse anche D'Annunzio) e di un gusto parnassiano: si tratta di poemetti dedicati a
personaggi del mondo classico (Achille, Ulisse, Elena, Alessandro Magno ecc.), di cui si tratteggiano aspetti poco noti
del mito e della storia, secondo un gusto alessandrino e neoterico per l'erudizione, espressi in forme estetizzanti. Ma
dietro questi miti, Pascoli non celebra la sanità dei valori classici come prevedevano le norme del classicismo
accademico, bensì un'insieme di inquietudini, paure ed angosce che ne fanno tormentati personaggi moderni.
Dal 1892 per ben 12 anni vinse la medaglia d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam, consacrandosi così anche
squisito poeta latino, con i Carmina, capace di dare forza espressiva originale e moderna alla lingua antica.

POESIA CELEBRATIVA E PATRIOTTICA Negli ultimi anni assunse il ruolo di poeta ufficiale, celebratore delle glorie
d'Italia, e comporrà una serie di poesie che canteranno la grandezza dell'Italia e dei suoi valori nell'età medioevale,
rinascimentale e risorgimentale, gareggiando col maestro Carducci e con D’Annunzio nella funzione di poeta civile, vate
dei destini della patria. Questa poesia retorica e patriottica è raccolta in Odi e Inni (1906), Poemi italici (1911-14),
Canzoni di re Enzio (1908-09), Poemi del Risorgimento (1913)

LA GRANDE PROLETARIA SI E' MOSSA: COLONIALISMO E “NIDO” Risale infine al 1911 il discorso celebrativo per
la spedizione in Libia, dal titolo La grande proletaria si è mossa: Pascoli sostenne l'impresa del colonialismo
italiano, in base all'idea che esistono nazioni capitaliste e nazioni proletarie. Anche le seconde, come l'Italia
dovevano espandersi militarmente per impedire che la manodopera in eccesso andasse ad accrescere
l'emigrazione verso le nazioni capitaliste (come stava accadendo ai milioni di emigranti italiani nelle Americhe),
dove i figli d'Italia erano maltrattati, sfruttati e vilipesi. Una nazione proletaria come l'Italia, per Pascoli, ha diritto di
dotarsi di colonie d'oltremare, dove gli Italiani possono emigrare, lavorare e prosperare sotto le bandiere nazionali e
vivere in un “nido” ritrovato. La nazione, in definitiva, si pone, per Pascoli, come il prolungamento di quel rassicurante
simbolo della piccola patria, del paese e della campagna, della serenità e della sicurezza individuale e collettiva.
LA “POETICA DEL FANCIULLINO” E IL MESSAGGIO PASCOLIANO

IL FANCIULLINO IN TUTTI GLI UOMINI La poetica pascoliana trova la sua formulazione più compiuta nel saggio “Il
fanciullino”, pubblicato sul «Marzocco» nel 1897. L’idea centrale è che il poeta coincide col fanciullo che sopravvive
al fondo di ogni uomo: ogni uomo contiene in fatti dentro di sé un fanciullo, quel fanciullo che è stato nell'infanzia, un
fanciullo che vede tutte le cose «come per la prima volta», con ingenuo stupore e meraviglia, come dovette vederle il
primo uomo all’alba della creazione. Mentre però nella maggior parte degli uomini questo fanciullo resta silenzioso e
dimenticato, nel poeta è ancora attivo e agisce e parla.

IL POETA FANCIULLO COME ADAMO NOMINA LE COSE IN MODO AUTENTICO Proprio come Adamo, il poeta
«fanciullino», ha il compito di dare per la prima volta il nome alle cose e, come Adamo in presenza del «mondo novello»
dovette usare una «novella parola», così il poeta fanciullino usa un linguaggio che si sottrae ai meccanismi della
comunicazione abituale e sa andare all’intimo delle cose, coglierne la loro essenza, il loro carattere più sincero, scoprirle
nella loro freschezza originaria, rendere il «sorriso» e la «lacrima» che c’è in ognuna di esse.

LA POESIA CONOSCENZA ALOGICA E ANALOGICA La metafora del «fanciullino» esprime una concezione della
poesia come conoscenza «aurorale», prerazionale, alogica, che ha le radici nel terreno romantico (il Romanticismo
stabilì l’equivalenza tra poeti, fanciulli e primitivi per il loro modo ingenuo e fantasioso di rapportarsi al mondo), ma
si volge in direzione decadente. Grazie al suo modo alogico di vedere le cose, afferma Pascoli, il poeta-fanciullo, «senza
farci scendere ad uno ad uno i gradini del pensiero» (come è tipico del ragionamento logico e razionale) ci fa
sprofondare nell’«abisso della verità». L’atteggiamento irrazionale e intuitivo consente quindi una conoscenza
profonda della realtà, permette di cogliere direttamente l’essenza segreta delle cose, senza mediazioni.

IL POETA-FANCIULLO COGLIE LE “CORRISPONDENZE” Il «fanciullino» scopre nelle cose «le somiglianze e le


relazioni più ingegnose», scopre cioè quella trama di rispondenze misteriose tra le presenze del reale che le unisce
come in una rete di simboli e che sfugge alla percezione abituale, prigioniera delle sue stanche e trite abitudini.

IL POETA “VEGGENTE” Il poeta, in una parola, appare come un "veggente”, dotato di una vista più acuta di quella
degli uomini comuni, colui che per un arcano privilegio può spingere lo sguardo oltre le apparenze sensibili,
attingere all’ignoto, esplorare il mistero. Ciò mostra come la poetica pascoliana rientri in ambito decadente.

LA POESIA “PURA” In questo quadro culturale si colloca la concezione della poesia pura: per Pascoli la poesia non
deve avere fini estrinseci, pratici; il poeta canta solo per cantare, non vuole assumere alcun ruolo di guida, non si
propone obiettivi civili, morali, pedagogici, propagandistici.

IL FINE MORALE E SOCIALE DELLA POESIA Tuttavia proprio in quanto poesia pura, spontanea e disinteressata, può
ottenere «effetti di suprema utilità morale e sociale». Pascoli cita come esempio Virgilio che «cantò, per cantare»,
ma proprio attraverso questa effusione immediata, «insegnava ad amare la vita in cui non [ci] fosse lo spettacolo né
doloroso della miseria né invidioso della ricchezza: egli voleva abolire la lotta tra le classi e la guerra tra i popoli». La
poesia infatti, dando voce al fanciullino che è in noi, sopisce gli odi e gli impulsi violenti che sono propri degli
uomini, induce alla bontà, all’amore, alla fratellanza. Placa quel desiderio di potere che spinge gli uomini a
sopraffarsi a vicenda. Nella poesia «pura» del «fanciullino» per Pascoli vi è quindi implicito un messaggio sociale,
un’utopia umanitaria che invita all’affratellamento di tutti gli uomini, al di là delle barriere di classe e di nazione

IL PUBBLICO DELLA POESIA Pascoli si rivolge al lettore borghese, che condivide la condizione sociale del poeta
stesso: il suo interlocutore è il piccolo proprietario rurale, pago del suo “campetto”, o il “borghesuccio” che vive del
suo lavoro, nel proprio “appartamentino ammobiliato sia pur senza buon gusto ma con molta pazienza”.

IL MESSAGGIO DOLENTE E CONSOLATORIO La poesia pascoliana esprime un coerente messaggio che delinea una
visione della vita dolente ma confortata da un sentimentalismo umanitario: dal male che domina il mondo ci si
difende ripiegandosi nel proprio universo familiare; dalla presenza dell'ingiustizia, della povertà, della malattia,
della fame, si può solo opporre la rassegnazione, l'accontentarsi di quanto si possiede, la consolazione nel
sentimento di compassione universale di fronte alla miseria comune. Come vate d'Italia, certo, giungerà alla fine
della sua vita a proporre un'agonistica reazione alle condizioni miserevoli del popolo, promuovendo la guerra
imperialistica, eppure concepisce la conquista coloniale come un allargamento del “nido” domestico, in cui gli emigranti
italiani potranno trovare un amorevole rifugio.

UN SIGNIFICATO SIMBOLICO ED INQIETANTE Eppure alle spalle di questo messaggio esplicito, e tutto sommato
moderato, la poesia di Pascoli lascia intravvedere una visione della vita che anticipa il clima culturale novecentesco, con i
suoi traumi non risolti e le sue profonde inquietudini.
La formazione di Pascoli fu positivistica, perché il Positivismo dominava negli anni dei suoi studi liceali ed universitari,
ma in Pascoli si riflette anche la crisi della scienza che caratterizza la cultura di fine secolo, con l'affermarsi di tendenze
spiritualistiche e idealistiche. Anche in lui insorge una sfiducia nella scienza come strumento di conoscenza e
ordinamento del mondo. Anche per lui la ragione non può rispondere alle domande più profonde dell'uomo
sull'origine della propria esistenza, sul fine della propria vita, sul perché del dolore e del male. Al di là della
piccola realtà illuminata dalla mente umana, si estende l'ignoto, il mistero, l'inconoscibile, verso cui l'anima si
protende per captarne i segnali confusi ed enigmatici, intraducibili in modo logico e razionale. E' questa
indagine nel mistero che costituisce l'aspetto più originale della poesia di Pascoli, e ne fa il poeta dell'irrazionale
LO STILE

LA SINTASSI ESPRIME IL DISORDINE DEL REALE Il modo nuovo di percepire il reale si traduce in uno stile che
apre la strada alla poesia novecentesca. La sintassi di Pascoli è diversa da quella della tradizione poetica italiana,
modellata sui classici e fondata su complesse gerarchie di proposizioni subordinate (tale era la sintassi di Carducci e del
D’Annunzio più aulico). In Pascoli la coordinazione prevale sulla subordinazione e si frantuma in brevi frasi allineate
senza rapporti gerarchici, spesso collegate non da congiunzioni, ma per asindeto. Spesso poi le frasi sono
ellittiche, mancano del soggetto o del verbo, o hanno stile nominale, con la successione di sostantivi e aggettivi.
L'architettura della frase classica indicava la volontà di chiudere i dati del reale in una rigorosa rete di rapporti logici,
dove tutti gli elementi fossero in relazione gerarchica con gli altri; la frantumazione pascoliana, rivela il rifiuto di una
sistemazione logica dell’esperienza, il prevalere della sensazione immediata, dell’intuizione, dei rapporti
analogici e suggestivi, che indicano una trama di segrete corrispondenze tra le cose, al di là del visibile. Non
essendovi più gerarchie, nel mondo pascoliano si introduce un relativismo «che non ha più punti di riferimento esterni,
oggettivi» (Barberi Squarotti).

LESSICO: MESCOLANZA LINGUISTICA E LESSICO SPECIALISTICO Pascoli non usa il lessico tipico della tradizione
monolinguistica della poesia italiana a partire da Petrarca: mescola tra loro codici linguistici diversi, pone insieme
termini tratti dai settori più disparati: 1) termini preziosi e aulici, della lingua dotta, o ricavati dai modelli antichi; 2)
termini colloquiali e dialettali che si riferiscono alla realtà campestre, ad oggetti, attrezzi, lavori, attività presi dal
linguaggio dei contadini della Garfagnana; 3) una minuziosa e precisa terminologia botanica ed ornitologica, ad indicare
alberi, fiori, uccelli; 4) parole provenienti da lingue straniere, come avviene in Italy, dove ci sono espressioni inglesi
proprie degli emigranti, un inglese italianizzato (“bisini” per business; “scrima” per ice cream, “baschetto” per basket).

UNA LINGUA EVOCATIVA SOLO IN APPARENZA NATURALISTICA Nella poesia di Pascoli la descrizione del mondo
naturale è apparentemente realistica. I particolari dell'ambiente campestre, in realtà, non si avvicinano ai moduli del
verismo, ma si caricano di valenze allusive e suggestive: rimandano ad un significato ulteriore e misterioso. Nella
poesia di Pascoli i termini botanici ed ornitologici che designano con minuzia fiori, piante, ogni sorta di varietà di
uccelli, così come i nomi tecnici degli oggetti del lavoro nei campi, non rappresentano una conoscenza esatta, ma hanno
il valore di una formula incantatoria, capace di attingere al cuore segreto delle cose. Sono termini tanto settoriali da
risultare estranei alle abitudini del lettore borghese e quindi producono un effetto straniante, che catturano
l'attenzione e ampliano le facoltà percettive ed evocative. Nel Fanciullino infatti il poeta è definito “l'Adamo che mette il
nome a tutto ciò che vede e sente”, per cui il nome preciso è formula magica che consente di superare la
superficie del reale cogliendone l'essenza.

LINGUAGGIO FONOSIMBOLICO E ONOMATOPEA Nel linguaggio di Pascoli si trovano, poi, termini che Contini ha
definito “linguaggio pregrammaticale”. Sono quelle parole che con il loro suono imitano direttamente l'oggetto
designato, perciò precedono il linguaggio grammaticale e si configurano come linguaggio fonosimbolico: che
simbolizza gli oggetti con i suoni (foni).
A questo linguaggio appartiene l'onomatopea, tra cui ricordiamo i versi degli uccelli (chiù, videvit, scilp ecc.) o il suono
di campane (don, don); ma appartengono al fenomeno del fonosimbolismo tutte quelle espressioni che riproducono
nei suoni il concetto rappresentato:“sentivo un fru fru tra le fratte”; “finissimi sistri d'argento”; “tintinni a invisibili porte”
riproducono i suoni che il poeta ascolta. Questo linguaggio rappresenta l'esigenza di esprimersi in modo da aderire quasi
fisicamente alla realtà raffigurata, senza mediazioni razionali.

LINGUAGGIO ANALOGICO Il meccanismo molto usato da Pascoli è l'analogia, un meccanismo simile alla metafora,
ma che la supera per originalità: l'analogia accosta in modo nuovo e impensato due realtà diversissime tra loro,
eliminando tutti i passaggi logici intermedi e identificando immediatamente gli estremi, costringendo
l'immaginazione del lettore ad un ardito volo: così un “casolare” illuminato nell'oscurità diventa “un ala di gabbiano”. E'
un meccanismo retorico ellittico, misterioso, allusivo, che ha alle sue basi la fantasia e la soggettività del poeta.

LA SINESTESIA Procedimento affine altrettanto ricco di suggestioni e dotato di forte carica disvelante è la sinestesia,
che consiste nel fondere in una sola espressione sensazioni provenienti da organi sensoriali diversi. Un
esempio sono le “voci di tenebra azzurra” in cui si fondono il senso dell'udito (le voci, il suono) con la vista (la tenebra
azzurra) ed indicano un suono di campane che sembra provenire al poeta dalle profondità del cielo. Oppure i “soffi di
lampi” fondono udito e vista in un'immagine in cui l'apparire dei lampi fa immaginare al poeta che siano l'effetto di un
soffio del cielo sulla terra.

LA ROTTURA DEL RAPPORTO METRO-SINTASSI Un altro aspetto assai diffuso in Pascoli è il mantenimento di una
metrica tutto sommato regolare, che però è contraddetta dal fatto che il verso appare frantumato al suo interno da
numerose pause, cesure, incisi, parentesi, punti di sospensione; a ciò si somma il fatto che spesso Pascoli impiega
l'enjambement per spezzare tra versi successivi i più stretti rapporti sintattici: soggetto-verbo, verbo-oggetto,
sostantivo-aggettivo. La musicalità del verso è così spesso dissonante e disarmonica, benchè a rigore di schema
dovrebbe esserlo (risultando del tutto regolare, con rime baciate e versi consueti).
In definitiva, sebbene Pascoli continui ad aderire alle convenzioni metriche della tradizione italiana (versi, rime, strofe
regolari), in realtà le contraddice dall'interno, anticipando così quella libertà metrica che sarà propria del Novecento.

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