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Bearzot_manuale di storia

greca
Storia Antica
Università degli Studi di Milano
59 pag.

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C. BEARZOT: MANUALE DI STORIA GRECA
1. LA FORMAZIONE DELLA CIVILTA’ GRECA
1. PREISTORIA E PROTOSTORA
Il paleolitico: le prime tracce umane risalgono a 40000 anni prima di Cristo e si trovano nel nord
della Grecia. Si tratta di popolazioni semi-nomadi.
La sedenterizzazione avviene nel Neolitico, 7000-6000 anni prima di Cristo. Abbiamo una
popolazione dedita all’agricoltura e all’allevamento che usa strumenti in pietra e inizia a lavorare
la ceramica e metalli preziosi come oro e rame. Questi cambiamenti furono forse dovuti al
contatto con altre popolazioni non indoeuropee.
Nella prima età del bronzo (3500-3000) si ampliano notevolmente i circuiti commerciali e le
popolazioni iniziano a spostarsi verso sud, nel Peloponneso, a Creta e nelle Cicladi. Si sviluppano la
civiltà minoica e micenea.
L’età del bronzo va fino ai secoli bui ed è caratterizzata dal commercio intenso di metalli,
commercio che coinvolge tutto il mediterraneo fino ad arrivare alle popolazioni germaniche. Si
devono a ciò gli sviluppi comuni di queste civiltà, con tratti molto simili.

2. LA CIVILTA’ MINOICA
Nella media età del bronzo, se a Creta e nelle Cicladi si assiste a uno sviluppo caratterizzato
dall’affermarsi della società palaziale e l’intensificarsi dei commerci, nel Peloponneso si registra un
regresso culturale.
La civiltà minoica registra due fasi. Quella dei primi palazzi e quella dei secondi palazzi. Questa
seconda fase vede l’aumento dei palazzi presenti sull’isola riuniti sotto il dominio di Cnosso. Re
mitico di questa città fu Minosse, secondo Tucidide il primo thalassokrator (dominatore di mari). In
effetti il raggio d’azione commerciale di Creta era molto ampio.
Il palazzo era il centro della vita politica, sociale ed economica. Nato probabilmente da influenze
orientali e dall’affermarsi della “triade mediterranea” in campo agricolo (vite, ulivo, cereali) con
conseguente necessità di organizzare la produzione e gestire le eccedenze.
Nel sistema palaziale si registrano vari sistemi di notazione, l’uso di sigilli e di scrittura. I sigilli
servivano a catalogare le merci, la scrittura era inizialmente geroglifica, poi si affermò la lineare A.
la lineare B compare solo nel XV secolo, segno che i micenei hanno conquistato l’isola.

3. LA CIVILTA’ MICENEA
Nel continente il passaggio dal bronzo antico al bronzo medio fu travagliato: tanti villaggi distrutti,
altri abbandonati, scomparsa delle fortificazioni e degli edifici complessi, i lavori artigianali
diventano più semplici. Questi sconvolgimenti furono dovuti all’arrivo di popolazioni indoeuropee
che si infiltrarono e mescolarono con gli autoctoni.
Sono comunque attestate relazioni con altre popolazioni mediterranee e anche dell’Europa
continentale che influenzarono la nascente civiltà micenea.
La civiltà micenea si sviluppò a partire dall’Argolide e si estese poi ad altre regioni. Sorsero diverse
città, la più importante delle quali fu Micene. In questa città sono state trovate tombe a pozzo in
cui sono sepolte varie salme di aristocratici. I ritrovamenti provengono da tutto il mediterraneo e

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anche dall’Inghilterra. Sviluppi analoghi si trovano nel resto del Peloponneso, in Attica e Beozia e
testimoniano una civiltà molto ricca. I motivi di tale ascesa non sono chiari: incursioni su Creta,
invasioni indoeuropee o sviluppi interni.
La civiltà micenea si espande in Grecia tra XVI e XV secolo (1700-1450). I reperti maggiori sono
ancora tombe monumentali, ciò fa pensare a una conduzione oligarchica del potere.
Vari segnali suggeriscono l’esistenza di una società palaziale fortemente influenzata dai minoici.
Nel XV secolo inizia l’espansione nell’egeo. Tracce micenee si trovano a Rodi e Creta. I micenei si
sostituiscono ai cretesi in tutto il Mediterraneo. la civiltà micenea raggiunge il suo culmine tra XIV
e XIII secolo, con lo sviluppo dell’architettura palaziale. I palazzi sono ancora centro politico,
religioso ed economico, al contrario di quelli minoici sono difendibili e fortificati. La civiltà micenea
vedeva al suo vertice un wanax, affiancato dal lawagetas. Entrambi proprietari terrieri affiancati da
un’aristocrazia militare. I lavoratori facevano parte del damos (popolazione residente) oppure
erano schiavi.
Il palazzo è al centro di un sistema economico redistributivo, territorialmente ampio, cui fanno
capo principati più piccoli.
In questa fase di apogeo, i micenei si espandono nel Mediterraneo raggiungendo un’area
geografica vastissima, riferimenti ai micenei si trovano presso gli ittiti, altre testimonianze
archeologiche si trovano a Cipro, nell’area siro-palestinese e nel Medio Oriente. Risultano contatti
in Sicilia e Italia meridionale, forse anche Sardegna e Iberia.

4. L’ETA’ OSCURA
Tra XIII e XII secolo si attestano una serie di distruzioni e di opere difensive d’emergenza. La
conseguenza fu il frammentarsi del sistema palaziale. I palazzi scompaiono, le abitazioni si fanno
più semplici e i siti abitati vengono abbandonati.
L’XI secolo registra importanti novità negli usi funerari, negli stili ceramici, nell’uso dei metalli col
passaggio dal bronzo al ferro. Proprio il passaggio dal bronzo al ferro testimonia la fine dei traffici
commerciali poiché questo è presente in Grecia, quello no. L’età oscura fu quindi caratterizzata da
un forte isolamento.
Queste distruzioni furono causate forse dall’arrivo di popolazioni doriche da nord, ma non si
spiegherebbero le innovazioni di cui sopra. Si è pensato alle scorrerie dei “popoli del mare” che
all’epoca minacciarono l’Egitto e invasero il regno ittita, ma il legame con i greci è ipotetico. Più
probabilmente il sistema palaziale crollò per cause interne: terremoti, incendi e carestie che
avrebbero determinato la chiusura di alcune rotte commerciali. Un quadro insomma già critico e
instabile in cui forse si inserisce l’invasione dorica testimoniata dalla tradizione dei nostoi (i ritorni
da Troia).
La fine della civiltà micenea determinò una decentralizzazione del potere politico con abbandono
dell’agricoltura e aumento della pastorizia. La popolazione si disperse. Si affermò una tendenza
all’autosufficienza e al regionalismo. Politicamente si assiste allo scontro tra capi rivali, i basileis.
Scomparvero l’architettura e la scrittura.
I prodromi del successivo sviluppo dell’VIII secolo si vedono già qui e sono legati alla mobilità delle
popolazioni. In particolare si assiste alla migrazione ionica e alla colonizzazione a partire dall’attica
e dall’Eubea della Ionia d’Asia e di altre regioni del nord della Grecia. Le nuove città greche d’asia
minore, la così detta dodecapoli ionica, si riunirono attorno al santuario di Poseidone panionion a
Capo Micale.

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Proprio i santuari svolsero un ruolo fondamentale come luogo di incontro e scambio culturale.
Alcuni, come quello di Era a Samo, erano luogo di incontro tra civiltà diverse. Altri permettono
l’incontro di realtà omogenee assicurando il formarsi di una coscienza ellenica. Si tratta dei
santuari panellenici come quelli di Olimpia e Delfi.

5. L’ALTO E MEDIO ARCAISMO


La cronologia in genere va dal 730 al 580 circa per l’alto arcaismo e dal 580 alla fine delle guerre
persiane per il basso. Una prospettiva interessante è quella che fa partire l’alto arcaismo dalla fine
dell’età buia, dall’XI secolo. In questo modo si rintracciano già nei secoli bui quei fenomeni che
porteranno a superare la regressione dovuta alla fine della civiltà micenea. Vengono superate le
condizioni di isolamento, riprende l’attività agricola, cresce la popolazione e tornano le comunità
cittadine con la riscoperta della scrittura.
C’è ancora un forte regionalismo. La Grecia occidentale è ancora arretrata ma acquista importanza
il santuario di Olimpia; la Grecia centrale è culturalmente omogenea; l’Attica è la regione più
avanzata e aperta all’estero; l’Eubea cresce grazie alla presenza di giacimenti minerari ferrosi e vi
si attestano testimonianze orientali; nel Peloponneso orientale acquistano importanza città come
Corinto, Argo e Megara.

Si assiste al formarsi del concetto di ellenismo. Per Omero, gli elleni sono i Greci del nord (Epiro e
Tessaglia), i greci in generale sono chiamati danai, argivi o achei. Successivamente il termine elleni
andò a comprendere tutte e tre le stirpi greche.

Omero è la fonte principale per la Grecia tardo-arcaica. In Omero confluiscono elementi micenei,
dell’età buia e dell’età arcaica, ma da notare la sostituzione del wanax miceneo con il basileus, un
primum inter pares che ha funzioni militari, religiose e giudiziarie, al quale si affianca un consiglio
di anziani e un’assemblea del popolo in armi.
Probabilmente la civiltà arcaica si basava su un’aristocrazia terriera suddivisa in casate e fratrie
sulla base della parentela, spesso fittizia, il così detto genos. Altra struttura era quella della tribù,
termine assente in Omero, la quale ha carattere etnico e si attesta in origine presso gli ionici e i
dorici. Complessivamente la società era molto diseguale, con un’aristocrazia di grandi proprietari
terrieri che vessavano anche giuridicamente i braccianti e gli schiavi.

Un elemento importante del passaggio dall’età oscura all’età arcaica è dato dal costituirsi della
polis. Essa comprendeva elementi micenei, come la distinzione tra acropoli e asty, elementi di
novità erano dati dall’organizzazione del territorio in città (asty), campagna (chora) e confine
(eschatia).
Il fattore religioso fu fondamentale nel formarsi dell’identità cittadina. Il culto degli eroi serviva a
definire l’area spaziale e a legittimarne la proprietà. In questo senso acquista importanza
l’individuazione dello spazio sacro. Esso era inizialmente costituito dal temenos e dall’altare a cielo
aperto. Successivamente si sviluppa un complesso di edifici, il tempio, casa della divinità. Si ha così
un temenos recintato, un tempio e un altare all’aperto. Questo modello si afferma nel VIII secolo.
La locazione dei santuari è fondamentale. Di solito i santuari principali si trovano nella chora che
deve essere protetta dalla divinità. Alcuni templi sono posti poi nell’eschatia a segnare il confine
della polis.

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La scrittura fu riscoperta già a fine X secolo ma non si tratta della scrittura precedente, ma di una
fusione tra greco e fenicio. Si tratta di una scrittura alfabetica il cui utilizzo era innanzitutto
commerciale ma anche privato e sociale.

5.1: POLEIS E STATI FEDERALI


La polis è un fenomeno caratteristico della Grecia antica, nato in età arcaica, e che non ha riscontri
in altre età precedenti o in altre civiltà. Si tratta di una realtà urbana caratterizzata da un’ideologia
comune, da un senso di appartenenza dei cittadini alla comunità che non ha eguali nel mondo
antico. Tale ideologia si fonda sul culto dell’eroe e sul concetto di koinon (“ciò che è comune”), in
questo modo la gestione politica della città è comune, le sue leggi condivise.

L’organizzazione dello spazio si basava sul fenomeno del sinecismo. La realtà cittadina si organizza
attorno a un centro, dall’unione di unità minori. Nel centro risiedono le principali strutture
istituzionali (l’agorà, il pritaneo, i templi ecc).
Il centro è strettamente dipendente dalla chora. Qui risiede la maggior parte della popolazione.
L’agricoltura era economicamente fondamentale: la proprietà della terra assicurava la
partecipazione politica e l’agricoltura assicurava l’autosufficienza della città. Lo sviluppo urbano e
urbanistico non era importante nel definire la polis e la sua grandezza: sono gli uomini a fare la
polis.
La polis presenta una varietà di costituzioni e un diverso grado di inclusione politica. Non vengono
mai meno però le spinte egualitarie poiché tanto più un cittadino sente di contribuire alla polis
tanto più pretende l’isonomia.
All’affermarsi delle tendenze isonomiche contribuì anche la riforma oplitica. I cittadini erano
quindi cittadini in armi e ciò aumentava la solidarietà e il senso di appartenenza alla comunità.
La riflessione politica greca classifica 3 tipi di politeia: monarchia, oligarchia, democrazia. La prima
attestazione si trova in Erodoto nel discorso tripolitico (discorso tra il democratico Otane,
l’oligarchico Megabizo e il monarchico Dario).

Altra esperienza politica oltre alla polis fu quella degli stati federali. Denominati ethnos o koinon
erano caratterizzati dalla sympolitheia, coesistenza di una cittadinanza federale e una locale.
Anche qui centrale è il culto comune che fa da fondamento identitario. Gli organismi politici si
sviluppano attorno a questo culto e si basano sulla rappresentanza delle comunità che
costituiscono la federazione.
Si tratta di un modello caratteristico della Grecia “periferica”, quella centro-settentrionale.
Tuttavia nel corso del IV secolo, quando si assiste alla crisi della polis questi diventano
predominanti.

I valori principali delle poleis erano autonomia ed eleutheria: valori che sanciscono la volontà di
darsi leggi proprie senza condizionamenti esterni. Si tratta di valori che si affermano con le guerre
persiane, le quali hanno un ruolo culturale fondamentale nel definire l’identità dei greci in
opposizione ai barbari persiani schiavi del re. Questi valori sono alla base della chiusura della polis
rispetto ai barbari ma anche agli xenoi. Quando la polis tramonterà ci sarà una maggiore apertura.

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5.2: IL GOVERNO DELLE ARISTOCRAZIE
Tra età buia e alto-arcaica scompare il basileus e si affermano le aristocrazie terriere. Esse basano
il loro privilegio sulla nascita e sulla loro origine eroica.
La loro ricchezza si basa sulla terra e rapporti di clientela ma anche sul commercio.
Centrale per l’aristocrazia è l’oikos, la casa intesa come insieme della parentela e delle proprietà.
L’oikos ha valore anche giuridico e religioso, ciò richiese di integrare diritto pubblico e privato.
Gli aristocratici erano militari e politici, nel tempo libero praticavano il simposio, luogo di
discussione tra pari.
Strumento di tutela delle casate aristocratiche presso le altre città fu la xenia, il rapporto di
ospitalità. Altri aspetti “internazionali” dei legami aristocratici riguardano legami matrimoniale egli
agoni durante le feste panelleniche.

Dal punto di vista militare l’aristocrazia si rifaceva al modello omerico. Un risvolto della crisi
aristocratica fu la riforma oplitica per cui la funzione militare cessò d’essere appannaggio degli
aristocratici ma si estese a tutta la comunità poiché richiedeva un equipaggiamento più
accessibile. In cambio dei contributi militari gli opliti ottennero una maggiore integrazione politica.
Inoltre lo schieramento oplitico richiedeva che ogni soldato agisse in comune con il gruppo.
Vennero così superati gli ideali eroici dell’aristocrazia e sorsero comunità politiche più ampie e
coese, grazie al valore della sofrosyne (“fratellanza”), che superarono il governo aristocratico a
vantaggio di un governo timocratico.

5.3: IL MOVIMENTO COLONIALE


La prima colonizzazione si situa tra VIII e VII secolo. Alla sua testa si trovano città quali Megara e
Corinto ma coinvolse un po’ tutti.
La colonizzazione era determinata da innumerevoli fattori: sovrappopolazione, esigenze
commerciali, tensioni politiche ecc.
Anche le forme sono varie: c’erano colonie di popolamento (apoikiai) e, soprattutto in seguito,
colonie militari.

Le spedizioni erano guidate da un ericista che consultava preventivamente l’oracolo di Delfi ed era
poi venerato quale eroe fondatore. Egli sceglieva il luogo di fondazione, divideva le terre e stabiliva
le leggi.
Le colonie erano indipendenti dalla madre patria ma conservavano comunanza linguistica e
religiosa-culturale. Unica eccezione fu Corinto che mantenne relazioni politiche solide.
La colonizzazione ebbe importantissime conseguenze: diede un impulso alla produzione
artigianale e agli scambi, accelerò la crisi delle aristocrazie terriere e l’evoluzione isonomica della
società, diede un forte impulso alla diffusione della moneta.
Nel confronto con gli indigeni si sviluppò poi l’identità ellenica in senso oppositivo ai barbari. Sono
attestati vari episodi di violenza con le popolazioni autoctone, ma ci furono anche episodi di
scambio e convivenza pacifica.

4. LA LEGISLAZIONE
Sotto gli aristocratici le leggi erano orali. La loro crisi fece sì che esse fossero messe per iscritto.
Le prime legislazioni si ebbero nelle colonie, a Catania, Locri e Siracusa.
Tra i legislatori della madre patria i più importanti furono Licurgo di Sparta e Dracone di Atene.

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5. LA TIRANNIDE
La codificazione delle leggi era servita a mitigare le tensioni sociali dovute alla crisi delle
aristocrazie, ma in certi casi tali tensioni sfociarono in regimi tirannici. Aristotele distingue diverse
origini di tirannidi: dai demagoghi che promuovono istanze popolari per arrivare al potere a ex-
magistrati che rifiutano di terminare la loro carica oppure dalla degenerazione di una monarchia o
oligarchia. Insomma il tiranno poteva essere espressione di interessi sociali diversi. In genere però
non furono mutate le precedenti costituzioni, i tiranni operarono nel senso di una maggiore
integrazione degli esclusi redistribuendo la ricchezza e promuovendo la potenza politico-militare
della città.
Le tirannidi più importanti si affermarono a Corinto, quando i Cipselidi sottrassero il potere
all’aristocrazia dei Bacchiadi (658\7), a Sicione con gli Ortagoridi (in particolare Clistene) e infine la
tirannide di Teagene a Megara, fratello di Cilone di Atene.
In Asia Minore i tiranni furono spesso sostenuti dalla Persia.
In occidente la tirannide più antica è quella di Panezio di Leontini (615\4). Altro tiranno fu Falaride
di Agrigento che fu un tiranno “pacificatore”. Ci furono anche tirannidi filo-puniche.

6. FORME DI COORDINAMENTO INTERNAZIONALE: LE LEGHE SACRE E LE ALLEANZE MILITARI


La frammentazione politica dei greci li costrinse ad accordi e alleanze militari.
La prima forma di associazione furono le anfizionie, leghe sacre basate sui culti comuni.
Particolarmente importante fu la l’anfizionia delfico-pitaica, di carattere panellenico, il cui
controllo fu oggetto di contesa fra varie città.
Altro tentativo di associazione erano le leghe militari, symmachie. Originariamente di natura
difensiva, in esse un gruppo di città riconosceva l’egemonia militare di un’altra città, che quindi
aveva il ruolo di coordinare le attività belliche. Esempi sono la lega di Corinto o la lega Delio-attica.
In origine il concetto di egemonia non intaccò il principio di autonomia. Quando questa cosa
cambiò la lega si tramutò da difensiva a offensiva e gli stati membri erano costretti a condividere la
politica estera dell’egemone.
I tentativi di unità politica quindi fallirono dinnanzi alle ambizioni delle singole poleis. Anche le paci
comuni non ebbero successo. È a questo che si deve la crisi della polis e la conquista della Grecia
da parte di potenze straniere.

2. LA GRECIA TARDO-ANTICA
1. I GRECI D’ASIA E DELLE ISOLE
Già dal VII secolo sorgevano sulle coste e le isole di Asia Minore numerose città greche,
estremamente prospere dal punto di vista economico e culturale. L’Asia minore si può dividere in
3 aree sulla base della provenienza dei primi coloni: l’eolide (coloni giunti dalla tessaglia e dalla
beozia), la dorica (coloni di origine dorica), la ionia (coloni giunti dall’attica e dall’eubea).
Queste città nel VII secolo erano state conquistate dal re di lidia, Creso. Tuttavia furono concessi
ampi spazi di autonomia che permisero una proficua integrazione tra greci e lidi.
Da un punto di vista interno, all’inizio del VI secolo, caddero le antiche monarchie e in seguito a
varie lotte civili si affermarono governi tirannici, come quello di Trasibulo a Mileto e di Melancro,
Mersilo e poi Pittaco a Mitilene.

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Nel 546 Ciro il grande conquistò la Lidia, le città greche d’Asia Minore passarono sotto il controllo
persiano nella giurisdizione della satrapia della lidia o della Frigia Ellespontica. I persiani
avvantaggiarono governi dispotici i cui tiranni si proclamavano “rappresentanti del Gran Re”, le
città furono costrette a versare tributi ingenti e fornire militari per l’esercito.
L’espansionismo persiano sul Mediterraneo aumentò i contrasti. Queste città fondavano la loro
ricchezza sul commercio con la madrepatria, il controllo persiano del Mediterraneo orientale ne
diminuiva i profitti. Per questi motivi nel 499 ci fu la “rivolta ionica”.
La stessa sorte capitò alle isole dell’Asia Minore.
Molti pur di sfuggire al dominio persiano partirono come coloni.

Particolarmente importanti furono le isole di Egina, Corcira e dell’Eubea.


Egina, di origine dorica e legata alle città peloponnesiache, era una fiorente città commerciale che
si trovò a rivaleggiare con Atene.
L’Eubea è un’isola di fronte all’attica piena di insediamenti. I più importanti erano Calcide ed
Eretria. Entrambe avevano partecipato alla prima colonizzazione e si erano scontrate nella guerra
di Lelanto. Nell’egeo l’una si muoveva lungo rotte settentrionali, l’altra lungo rotte meridionali che
giungevano in Asia Minore.
Corcira, era una colonia corinzia nel mar Ionio. la sua posizione strategica le assicurò un’ampia
ricchezza commerciale che la portò a scontrarsi con la madrepatria.

Le isole cicladi dovettero la loro ricchezza alle risorse del territorio e alla posizione strategica nel
Mediterraneo. Molte di queste città caddero sotto governi tirannici.
Creta invece era abitata da popolazioni doriche che vivevano in numerose città, alcune antiche
altre più recenti. Posta in una situazione favorevole nel Mediterraneo, era famosa presso i greci
anche per le sue istituzioni.

2. LA GRECIA CENTRO-SETTENTRIONALE
La Tessaglia è una pianura nel nord della Grecia ricca di risorse. Qui erano giunte popolazioni
doriche che avevano scacciato gli autoctoni beoti in Boezia. Nel VI secolo la Tessaglia era uno stato
federale retto da un’aristocrazia terriera. Le lotte dinastiche costituivano un fattore di debolezza,
ma quando queste si risolsero a favore degli Alevadi di Larissa i tessali riuscirono a ridurre in
schiavitù la popolazione preesistente e a imporre tributi alle popolazioni vicine. In questo modo
riuscirono a prendere il controllo dell’anfizionia delfico-pitaica.
Quando scoppiò la prima guerra sacra, nel 592\1, i tessali sembra abbiano giocato un ruolo
importante. La guerra sacra poteva essere dichiarata dall’anfizionia contro quella città che si
rivelava empia o non rispettava gli accordi. La guerra durò 10 anni e fu condotta contro la città di
Cirra, accusata di empietà da Solone di Atene. Durante la guerra sembra però che un ruolo
importante sia stato giocato dal blocco navale da parte di Sicione. Sia Atene che Sicione avevano
motivi per avercela con Cirra poiché questa era una città dedita alla pirateria nel golfo di Corinto e
in questo modo danneggiava una rotta commerciale importante per entrambe le città.
I tessali ottennero un ruolo panellenico importante dopo il 510 quando la federazione fu rafforzata
e riorganizzata. Il territorio fu diviso in 4 regioni, ognuna doveva garantire un certo numero di
opliti e cavalieri i quali sarebbero stati guidati da un polemarco o un tetrarco, a loro volta
subordinati all’autorità centrale del tago. Sotto la tagia di importanti capi militari alla fine del VI

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secolo i tessali sottomisero le popolazioni vicine, ottennero un ruolo egemonico nella Grecia
centrale al punto da ottenere l’organizzazione dei giochi pitici.
In questo periodo i tessali avviarono una politica filo-spartana e anti-ateniese. Dopo la morte
dell’ultimo tago autorevole, Aleva, nel 500 l’egemonia dei tessali terminò. Tra le due guerre
persiane essi subirono una serie di sconfitte militari che posero fine al loro dominio.

A nord della Tessaglia si trova la Macedonia, anch’essa stato federale governato da diverse tribù
terriere poco coese tra loro. Nel VII secolo si affermò la tribù dei macedoni, probabilmente di
origine dorica. La guidava la dinastia degli argeadi, che pretendeva di avere origini greche e sotto
Alessandro I riuscì a farsi ammettere ai giochi olimpici. Alessandro I adottò una politica
espansionistica verso oriente e verso sud, arrivando fino al monte Olimpo. Tuttavia crisi dinastiche,
legate al fatto che i nuovi re dovevano avere l’approvazione dell’assemblea del popolo in armi, e
incursioni barbariche dalla Tracia e dall’Illirio relegarono a lungo la Macedonia ai margini della
storia greca.
Lo stesso si può dire dell’Epiro. Anch’esso uno stato federale a guida monarchica era governato
dalla dinastia dei Molossi dell’omonima tribù. Il re era affiancato dai prostatai, rappresentanti
delle altre tribù.

Sempre nell’area nord-occidentale si trovavano i due stati federali dell’Acarnania e dell’Etolia.


L’Acarnania vide un forte sviluppo cittadino grazie anche alle colonie corinzie presenti sulle sue
coste.
L’Etolia sembra che nell’alto-arcaismo fosse una regione particolarmente importante, citata da
Omero nel catalogo delle navi e sede di numerosi miti. Nel VI secolo questa regione cadde in
decadenza. Gli etoli erano organizzati in 3 tribù che ruotavano attorno al santuario di Apollo a
Termo. Il forte isolamento territoriale assicurò ad ogni tribù una certa indipendenza, tuttavia
questa zona rimase culturalmente arretrata al punto che in età classica Tucidide dirà che in
quest’area si viveva ancora al modo degli antichi.

Le zone della Grecia centrale della doride e le due locridi erano abbastanza sfigate. Le due locridi
avevano rapporti reciproci come rivela la colonizzazione comune di Locri epizefiri (680) e la legge
coloniale di Naupatto.
Più importante era la Focide, qui governava una federazione di genti doriche. I focesi furono in
contrasto con i tessali alla fine del VI secolo. Successivamente, la presenza in questa regione del
santuario di Delfi la rese ambita da molte potenze esterne.

La Beozia era un’ampia regione prevalentemente agricola e fortemente urbanizzata retta dalla
federazione beotica. Proprio l’urbanizzazione però mise a repentaglio la tranquillità del koinon su
cui si basava la federazione: l’emergere di città con obiettivi egemonici impedì una convivenza
armonica.
A partire dal VI secolo si assiste a tensioni secessioniste sostenute da Atene delle due principali
città della Beozia meridionale: Platea e Tespie che ottennero poi l’indipendenza. A ciò fa da
contraltare la costante rivalità tra Atene e Tebe.

La costa settentrionale dell’egeo, la penisola calcidica, vide l’emergere di varie città di origine
euboica che si riunirono nella Lega Calcidica. Importante fu anche l’isola di Taso, ricca di marmo e

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capace di controllare la costa compreso il ponte Pangeo, ricco di oro. Inizialmente colonizzata da
Paro ottenne l’indipendenza salvo essere conquistata dai persiani poco dopo.
Il mar nero subì invece un’intensa attività colonizzatrice da parte dei greci che ambivano a
controllarne i fertili terreni agricoli. Le città più attive in quest’opera di colonizzazione furono
Megara e Mileto.

3. ATENE
La città di Atene sorge nella regione dell’attica, territorio prevalentemente montuoso con poche
pianure in cui si coltivava la vite e l’ulivo.
In età micenea l’acropoli ospitava un palazzo. Vi è quindi una continuità insediativa che gli ateniesi
hanno sempre rivendicato sostenendo di essere “nati dalla terra”, al contrario degli altri greci che
invece erano migrati. In quest’epoca l’attica era divisa in comunità autonome che si riconoscevano
sotto un unico re per motivi di difesa.
Fu con Teseo che la situazione cambiò. Secondo la tradizione il mitico re avviò il processo di
sinecismo nell’VIII secolo, processo che si concluse nel secolo successivo. Le antiche poleis
indipendenti furono trasformate in demi che facevano capo alla polis di Atene.
Conclusasi l’era dei re, la città fu governata da arconti. Si tratta di una carica che all’inizio era
vitalizia, man mano la durata si ridusse fino ad arrivare a un anno. Gli arconti erano nove. I più
importanti erano l’eponimo, il basileus e il polemarco, ad essi si aggiungevano 6 tesmoteti.
Inizialmente gli arconti avevano poteri religiosi, giuridici e militari, nel tempo tali poteri si ridussero
a incarichi amministrativi. Gli ex-arconti entravano a far parte dell’aeropago, che aveva incarichi
religiosi e giuridici legati ai delitti di sangue e contro lo stato.
La popolazione era divisa in 4 tribù, a sua volta divise in 3 trittie e 12 naucratie. Il potere era in
mano agli eupatridi, gli aristocratici proprietari terrieri. Esisteva un’assemblea del popolo ma
aveva poteri molto limitati.
Uno dei primi episodi riguardanti la storia di Atene riguarda il tentativo di instaurare la tirannide
da parte di un certo Cilone. Il tentativo fallì ma Cilone riuscì a fuggire. I suoi compagni si
rifugiarono presso l’altare di Atena e furono convinti ad uscire con la promessa di aver salva la vita.
furono uccisi comunque e di questo sacrilegio furono accusati gli Alcmeonidi. Questa accusa verrà
rivolta loro più volte nel corso della storia di Atene.
Famoso è anche il primo legislatore della città: Dracone. Della sua opera ci è pervenuta solo la
sezione riguardante i casi di omicidio. Aristotele ci dice che egli affermò una cittadinanza su base
censitaria per cui cittadini erano tutti coloro che potevano permettersi l’armamento per servire
nell’esercito come opliti. Sembra poi che istituì un consiglio dei 401 e attribuì all’aeropago ampi
poteri, in particolare quello di controllare gli altri magistrati.

3.1: SOLONE
Alla fine del VII secolo l’Attica vede un quadro sociale fortemente influenzato dalla crisi agraria e
dalla diseguaglianza nella distribuzione della terra. I piccoli contadini rischiavano spesso di
indebitarsi con i grandi proprietari aristocratici, diventavano quindi loro clienti e se non riuscivano
a ripagare il debito diventavano loro schiavi. Questa situazione probabilmente sfociò in tensioni
sociali e rivendicazioni, da parte dei piccoli contadini, di maggiore uguaglianza e di ridistribuzione
della terra.

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Questi problemi furono affrontati da Solone. Arconte nel 594\3 di lui ci sono giunti vari frammenti
poetici e testimonianze di Erodoto, Aristotele e Plutarco. In questo senso, se il personaggio storico
è fuori discussione non è detto che le notizie circa la sua opera politica siano corrette.
È Solone stesso a dire di aver abolito la schiavitù per debiti (F-30). In tal senso Aristotele parla di
seisachtheia (annullamento delle ipoteche sulla terra che quindi sarebbe tornata ai precedenti
proprietari), ciò si accompagnò all’abolizione della schiavitù per debiti con effetto retroattivo.
Solone però non procedette ad una redistribuzione della terra, cosa cui lui stesso si dice contrario
(F 29b). egli si pone quindi come mediatore tra la classe più povera e quella aristocratica nel segno
del buon governo.
Solone legiferò anche in molti altri ambiti come quello economico e familiare, rivedendo la
costituzione di Dracone. Sul piano giudiziario istituì l’Eliea e assicurò il diritto di appello presso una
corte di propri pari. Inoltre ogni cittadino, non solo la parte lesa, poteva intentare un processo.
Sono entrambi provvedimenti volti all’apertura della sfera giuridica alle fasce popolari.
Ancor più importante fu la riforma costituzionale. Solone istituì 4 classi di censo valutate in base al
prodotto agricolo: i pentacosiomedimni, i cavalieri, gli zeugiti e i teti. Le 4 classi avevano obblighi
militari diversi e ciò assicurava un diverso grado di accesso alle magistrature. Le cariche più alte
erano permesse solo alle prime due classi, le magistrature minori erano aperte anche agli zeugiti, i
teti potevano solamente partecipare alle elezioni e all’ekklesia.
Dopo le sue riforme Solone lasciò la città rifiutando di connotare tirannicamente la sua autorità.

3.2 PISISTRATO
Le riforme di Solone erano basate sul principio dell’equilibrio e della moderatezza. Egli si considerò
super partes rispetto ai conflitti sociali presenti e si pose a difesa degli interessi di tutti. Tali conflitti
però non furono risolti. Aristotele riferisce che dopo l’uscita di scena di Solone la città cadde
nell’anarchia con anni in cui fu impossibile eleggere gli arconti e anni in cui questi rifiutarono di
deporre la carica e anni con altre irregolarità.
In questo contesto Aristotele riferisce che le famiglie aristocratiche si rafforzarono tramite rapporti
clientelari che le ponevano a capo delle 3 regioni dell’Attica. Le famiglie più importanti erano
quella degli Eteobutadi di orientamento oligarchico, degli Alcmeonidi di orientamento moderato e
Pisistrato più vicino alle fasce popolari e piccolo-contadine.
Pisistrato prese il potere la prima volta nel 561\0. Dopo aver avuto successo nella guerra contro
Megara in quanto arconte polemarco, riuscì a farsi concedere una guardia del corpo stabile grazie
alla quale occupò l’acropoli per circa 6 anni. Durante questi 6 anni in realtà sembra che il suo
potere non fu stabile, dovette allearsi con gli Alcmeonidi per mantenerlo e quando questa alleanza
si ruppe fu costretto a 10 anni di esilio dal 556\5 al 546\5. Riuscì a tornare ad Atene col supporto
di Tebe e altre città e conservò il potere fino alla morte.
La tradizione ricorda la sua opera politica in modo piuttosto positivo. Fu clemente coi nemici, di cui
solo gli Alcmeonidi furono esiliati, non procedette a confische territoriali e lasciò invariata la
costituzione soloniana. Si occupò di sostenere i piccoli proprietari imponendo una tassa sui
prodotti agricoli e sostenendo tramite quel denaro la popolazione più povera. Introdusse i giudici
dei demi in modo da estendere l’amministrazione della giustizia a tutto il territorio, e introdusse
anche la dracma. Favorì la manodopera artigianale promuovendo tutta una serie di opere
pubbliche. La sua azione fu quindi volta a garantire una maggiore indipendenza della popolazione
cittadina e contadina dall’aristocrazia minando i precedenti rapporti clientelari.

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In politica estera mantenne buoni rapporti diplomatici con le città che lo avevano favorito e
soprattutto promosse una serie di spedizioni coloniali nell’egeo che fecero da base per il futuro
predominio del mediterraneo orientale della città.
Alla morte di Pisistrato il potere passò ai figli Ippia e Ipparco. Ipparco fu ucciso nel 514\3 per
motivi privati, in seguito a ciò la tirannide si inasprì e si moltiplicarono i tentativi di rovesciarla.
Ippia fu infine cacciato nel 511\0 dagli Alcmeonidi sostenuti dagli spartani. Successivamente il
potere passò a Clistene che diede alla città una costituzione democratica.

3.3 CLISTENE
Dopo la cacciata di Ippia, Erodoto ci dice che ad Atene si scontrarono due fazioni, l’una guidata da
Clistene, l’altra da Isagora. Poiché quest’ultimo era in vantaggio, Erodoto dice che Clistene
coinvolse il demos e lo portò dalla sua parte. In questo modo riuscì a prendere il potere e attuò
una radicale riforma.
La sua riforma si basa sulla riorganizzazione del sistema delle tribù e la ripartizione della
popolazione non più su base censitaria ma territoriale. Le tribù divennero 10, divise in 3 trittie. Le
trittie appartenevano ognuna a una delle 3 zone: la paralia (costa), l’asty (la città), la mesogaia (la
zona interna). Ogni trittia era divisa in demi per un totale di circa 139.
Ogni tribù doveva fornire un reggimento di opliti guidati da uno stratega e dal tassiarco. La trivù
forniva inolte 50 buleuti che andavano a costituire il consiglio dei 500 (bule) e che venivano scelti
per sorteggio. Il compito della bule era preparare l’ordine del giorno di cui si sarebbe occupata
l’assemblea, aperta a tutti i cittadini sopra i 20 anni. Questa divisione artificiale in tribù, scandita
secondo le tre zone della costa della pianura e della città servì a spezzare definitivamente i
precedenti legami clientelari che l’aristocrazia teneva con la popolazione facendosi garante degli
interessi di una porzione di territorio.
Gli aristocratici mantennero alcuni privilegi, come l’esclusività dell’aeropago e altri incarichi
amministrativi. Tuttavia tali organi nel tempo si svuotarono sempre più di significato.
Per evitare derive tiranniche fu istituito anche l’ostracismo che prevedeva l’allontanamento di un
cittadino ritenuto pericoloso per lo stato per 10 anni. all’inizio dell’anno si scriveva negli ostraka il
nome del cittadino che si voleva allontanare e se questi riceveva almeno 6000 voti veniva
ostracizzato. Chi veniva allontanato manteneva però i diritti civili che riguardavano il proprio
patrimonio, proprietà e patria potestà.
Sembra che l’ostracismo sia stato eseguito la prima volta solo nel 488\7 contro un certo Ipparco,
parente di Pisistrato. Il ritrovamento degli ostraka nell’agorà e in altri siti permette di conoscere
personaggi di spicco della politica ateniese altrimenti sconosciuti.
L’ostracismo probabilmente servì anche a contenere tensioni politiche che potevano diventare
violente. Fu grazie a questa pratica che la democrazia ateniese si mantenne stabile per lungo
tempo. Va detto però anche che la democrazia ateniese si affermò tramite un processo
costituente accettato da tutte le parti sociali e che quindi tanti privilegi per esempio in ambito
economico non furono intaccati. In altre città, come Siracusa, dove la democrazia fu imposta con la
forza le tensioni sociali furono molto più marcate.
La tradizione è concorde nel dire che con Clistene si affermarono, almeno dal punto di vista
formale, i principi di isonomia e isegoria (uguaglianza di parola). Tuttavia, il mantenimento di
criteri censitari per l’accesso alle magistrature più importanti e il fatto che l’attività politica non era
retribuita e ciò costringeva molti piccoli proprietari a non poter accettare gli incarichi politici pena

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l’abbandono per un anno delle loro attività economiche, impedivano ancora l’affermarsi reale
della democrazia. Tuttavia tale riforma getto le basi per superare quegli stessi impedimenti.
Infatti la riforma non fu accolta positivamente dal ceto aristocratico. Isagora, sostenuto dal re
spartano Cleomene, tentò più volte di allontanare Clistene e instaurare una tirannia. I suoi
tentativi non riuscirono anche a causa dell’opposizione degli ateniesi. Cleomene tentò altre volte
di abbattere la democrazia ma senza successo.

4. SPARTA E IL PELOPONNESO
La città di Sparta era sorta tra X e VIII secolo dall’unione di più villaggi. Partecipò al fenomeno della
prima colonizzazione fondando Taranto e si assicurò un approvvigionamento costante grazie alla
conquista nel corso dell’VIII secolo della Messenia. Il controllo di questo territorio la costrinse a un
costante impegno militare. La città non fu fortificata ed ebbe uno scarso sviluppo urbanistico, è
assente il fenomeno del sinecismo e ancora in età classica appariva più come un’unione di villaggi.
A proposito di Sparta le poche informazioni che ci sono giunte sono più che altro esterne ed
ideologicamente orientate. La tradizione definisce il suo sistema politico come kosmos (ordine) ed
è una forma peculiare di oligarchia. Tanto peculiare che fu considerato un modello misto. Questo
modello si affermò nel corso del VII secolo, mutando la fisionomia di una città che in precedenza
era aperta all’esterno con una buona produzione artigianale e una ricchezza culturale notevole.
Con l’affermarsi del kosmos essa si chiuse su sé stessa.

4.1 LA COSTITUZIONE SPARTANA


Il leggendario legislatore di Sparta fu Licurgo. Su questo personaggio non si hanno molte notizie e
quelle che si hanno contengono molti elementi mitici. La sua opera viene variamente datata tra XI
e VII secolo. In ogni caso la tradizione vuole che con Licurgo la città passò all’eunomia, si tratta in
realtà di un processo lungo che per Tucidide è concluso già 4 secoli prima la guerra del
Peloponneso e porta all’affermarsi della rethra.
La rethra consiste in una riforma costituzionale che divideva la popolazione in 3 tribù e 5 divisioni
territoriali (obai). Gli organismi istituzionali erano la diarchia (funzione militare), la gherousia e
l’assemblea del popolo, detentrice del kratos (sovranità). Si discute se il coinvolgimento del popolo
fosse costituzionale o militare. In ogni caso la rethra prevedeva anche l’equa suddivisione del
territorio presso i cittadini.
La guida della città era posta sotto i due re, i quali avevano incarichi religiosi e militari e legati al
diritto familiare. Per limitarne i poteri furono affiancati da 5 efori e fu deciso che le spedizioni
militari dovevano essere guidate da un solo re e da 2 efori. I re godevano di particolari diritti in
campo militare ed economico ed erano protetti da una guardia del corpo. La carica era
probabilmente ereditaria a favore del figlio maschio più grande, o comunque un parente maschio.
I re facevano parte con altri 28 membri della gherousia. Scelti per acclamazione, i geronti erano
membri delle famiglie più importanti, avevano un’età di oltre 60 anni e avevano carica vitalizia. Si
occupavano di redigere l’ordine del giorno dell’assemblea, la quale poteva da loro essere sciolta.
Avevano poi incarichi giudiziari, soprattutto potevano giudicare insieme agli efori l’operato dei re.
L’assemblea (apella) era composta da spartiati (cittadini di pieno diritto) e si riuniva mensilmente.
Sembra che però potesse solo approvare o negare le proposte dei re e degli efori.
Gli efori venivano eletti dall’apella. Erano 5 e furono istituiti da Licurgo o forse dal re Teopompo.
La lista degli efori inizia nell’anno 754. Erano dotati di amplissimi poteri: l’eforo eponimo

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presiedeva l’apella e la gherousia, gli efori controllavano l’operato dei re, le casse statali e
l’educazione dei giovani, avevano poi anche incarichi giudiziari.
I cittadini spartani, gli spartiati, erano chiamati homoioi (uguali). La cittadinanza richiedeva di
essere figli di cittadini, di avere compiuto 30 anni, di aver concluso il ciclo educativo dell’agogè e di
riuscire a versare la quota partecipativa ai pasti in comune. Tale quota veniva ricavata dal kleros, il
lotto di terra assegnato ad ogni cittadino e coltivato dagli iloti.
La tradizione parla di lotti inalienabili trasmessi al primogenito. Eventuali secondogeniti non
potevano quindi partecipare ai pasti in comune e decadevano fra gli hypomeiones. Fu forse questa
la causa della crisi demografica che portò alla decadenza di sparta. Infatti le famiglie tendevano a
fare un solo figlio determinando un costante calo demografico. D’altra parte quand’anche la terra
non fosse stata inalienabile e potesse essere divisa tra tutti i figli, la parcellizzazione del kratos
avrebbe avuto le stesse conseguenza con tanti cittadini decaduti a hypomeines e il formarsi una
grande proprietà terriera.
Gran parte della popolazione era costituita da perieci, uomini liberi ma privi di diritti politici. Essi
svolgevano attività vietate agli spartiati: erano artigiani e commercianti e quindi rivestivano un
ruolo economico importantissimo. I perieci contribuivano militarmente anche con un reggimento
di opliti. A parte questo erano di fatto cittadini di serie B.
Gli iloti erano invece gli schiavi, provenienti da popolazioni sottomesse come i messeni o cadute in
schiavitù per altri motivi. Numericamente erano estremamente superiori ai cittadini (forse con un
rapporto di 7 a 1). In ogni caso potevano essere liberati per esigenze militari mentre i figli nati da
relazioni tra cittadini e iloti non erano cittadini ma erano considerati liberi ed erano ammessi
all’agoghè.
L’agoghè era un sistema educativo fortemente controllato dallo stato e orientato alla formazione
di uomini guerrieri e donne produttrici di figli sani e forti. I bambini vivevano coi genitori fino ai 7
anni poi vivevano in comunità divise in classi secondo l’età. La loro educazione era per lo più di
carattere fisico. Una tappa fondamentale di questo percorso era il rito di passaggio della krypteia,
per cui alcuni spartiati dovevano allontanarsi dalla città per un anno nascondendosi di giorno e
cacciando iloti di notte. Questo sistema educativo era quindi fortemente orientato al cameratismo
e alla formazione di cittadini-soldato.
Il risultato fu una società fortemente militarizzata ma i cui membri erano estremamente coesi al
loro interno, i tentativi di emergere erano mal visti e le influenze esterne osteggiate. La città visse
così nella chiusura e nell’immobilismo nel tentativo di salvare il fragile equilibrio su cui si fondava.
Questa chiusura si vide anche in politica estera, gli spartani si impegnarono raramente fuori dal
Peloponneso e ciò minò le ambizioni egemoniche di Sparta.
In ogni caso la peculiare costituzione spartana fu vista come un modello ideale presso tutti i greci
poiché conservava elementi tipici di ogni tipo di costituzioni e così impediva di degenerare in
tirannidi e guerre civili.

4.2 LA LEGA DEL PELOPONNESO


La lega del Peloponneso fu creata su iniziativa di Sparta per assicurarsi il controllo della Messenia e
scongiurare offensive militari da parte di Argo, sua città rivale nel Peloponneso. Sparta riuscì a
concludere le alleanze con le poleis vicine, anche grazie ad interventi militari, nel corso del VII
secolo. Alla fine la Lega andò a comprendere tutto il Peloponneso, comprese le città di Olimpia e
Corinto.

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L’alleanza aveva originariamente carattere difensivo. I membri erano autonomi ma accettavano il
comando militare di Sparta, la quale si impegnava ad intervenire a vantaggio degli alleati in caso di
attacco. Ogni membro aveva un voto presso l’assemblea degli alleati, il sinedrio. Il sinedrio in
realtà aveva un ruolo solo consultivo, poteva approvare o rifiutare decisioni prese nell’ambito
dell’apella spartana. Agli alleati non erano richiesti tributi, solo l’impegno militare in caso di
spedizioni. Tuttavia Sparta si impegnò affinchè in ogni città ci fosse un regime oligarchico filo-
spartano in modo da assicurarsi la maggioranza nel sinedrio contro le città più autorevoli come
Corinto.
La città di Argo fu esclusa dalla lega. Nel VII secolo la città controllava gran parte del Peloponneso,
probabilmente grazie all’introduzione della falange oplitica. Successivamente però perse di
importanza rispetto a Corinto e Sparta. A partire dalla metà del VI secolo cominciarono gli scontri
con Sparta per il controllo della penisola, scontri che si conclusero nel 494 quando il re Cleomene I
inflisse una pesante sconfitta all’esercito argivo, con la battaglia di Sepia, che lascio decimata la
città e la costrinse ad accettare la cittadinanza di uomini prima esclusi.
Da questo momento iniziò un processo di democratizzazione che rese Argo il punto di riferimento
per le città anti-spartane.

5. I GRECI D’OCCIDENTE
Il mediterraneo occidentale aveva visto una grande mobilità dei greci durante la prima
colonizzazione.
Un episodio importante è quello dell’impresa di Dorieo, fratello del re spartano Cleomene I, che
alla fine del VI secolo tentò un’impresa coloniale prima in Africa, in Libia, poi in Sicilia a Eraclea.
Stando sul cazzo ai cartaginesi la sua impresa ebbe scarsa fortuna.
Sempre in questo periodo si collocano le tirannidi nelle poleis greche in Sicilia. A Gela si affermò la
tirannide aristocratica di Cleandro e poi suo fratello Ippocrate. Il quale avviò un’intensa politica
espansionistica che lo portò a conquistare la Sicilia orientale e sconfiggere in battaglia Siracusa.
Nelle città conquistate insediò tiranni vicari sostenuti da guerrieri mercenari. La sua politica
espansionistica lo portò però alla morte, durante una battaglia contro i siculi. I figli furono
estromessi dal potere dalla classe aristocratica. La tirannia passò in mano a Gelone, ex ipparco
sotto Ippocrate, che regnò in continuità con Ippocrate accentuando certi aspetti del suo regno (la
politica espansionistica, l’utilizzo di mercenari, la tendenza a insediarsi nei conflitti tra dinastie
greche e tra greci e autoctoni ecc…). la sua dinastia restò al potere fino al 465.
Nell’Italia meridionale invece le colonie greche furono fortemente unite nel segno della
monetazione omogenea. Il termine Magna Grecia nasce proprio da questa omogeneità laddove
ogni città presentò caratteri politici, sociali e culturali diversi.
La città più antica era Sibari (720), dal territorio fertile e retta da un governo oligarchico, avviò un
forte movimento coloniale che la portò a fondare e dominare oltre 25 città. La città fu però
distrutta nel 511\0 da Crotone, anch’essa a governo oligarchico, si rafforzò grazie ai contributi di
Pitagora che riorganizzò la città secondo criteri etico-politici spartani. Dopo la distruzione di Sibari
Pitagora, sospettato di tirannia, fu però costretto ad allontanarsi.
La città più importante dopo la distruzione di Sibari fu Taranto, la quale però non riuscì mai ad
affermare la propria egemonia.
I greci, però, e in particolare i focei, arrivarono a colonizzare anche le coste della Gallia e
dell’Iberia. Una nuova ondata coloniale di matrice focea si ebbe in seguito al 546 quando questa
popolazione fuggì dall’Asia Minore conquistata dai persiani e si insediò in Corsica dandosi alla

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pirateria e minacciando i traffici degli etruschi e dei cartaginesi. Costretti a sgombrare dalla Corsica
dovettero rifugiarsi nella costa tirrenica e fondarono Elea. Un’altra città importante della costa
tirrenica fu Cuma che si scontrò contro gli Etruschi.

3. IL QUINTO SECOLO
1. LE GUERRE PERSIANE: UNO SCONTRO DI CIVILITA’
La fonte principale per quanto riguarda le guerre persiane è Erodoto, il quale nel proemio delle
sue storie scrive che il suo obiettivo è raccontare “le cose grandi degli uomini, compiute sai dai
greci che dai barbari” perché “non svaniscano nel tempo”, in particolare egli vuole indagare “per
quali cause essi si fecero guerra”.
In effetti, le guerre persiane furono viste come un vero e proprio scontro di civiltà dagli stessi
contemporanei. I greci vi videro il pericolo di dover rinunciare al loro stile di vita e ai loro valori e di
essere ridotti in schiavitù. La libertà che tanto vantavano le città greche rischiava insomma di
tramutarsi in asservimento al re di Persia.
Era questa consapevolezza che secondo i greci, ed Erodoto stesso, aveva dato loro la forza di
combattere e vincere eserciti ben più numerosi. In questo senso, le guerre persiane furono uno dei
momenti principali nella formazione della “grecità”. To hellenikon, l’essere greci, fu il principio
contrapposto alla schiavitù dei persiani. Sulla base di questa appartenenza gli ateniesi rifiutarono
di unirsi ai persiani. Insomma le guerre persiane furono una tappa fondamentale nella costruzione
dell’identità dei greci in quanto cultura unitaria.

L’impero persiano si formò nel corso del VI secolo, grazie alle conquiste di Ciro il Grande che
annesse al regno di Persia il regno babilonese, della Lidia e dei medi. Il suo successore, Cambise,
conquistò l’Egitto. Infine sotto Dario I tutte queste conquiste furono stabilizzate. L’impero aveva
un’estensione vastissima, che andava dall’Egitto al Caucaso e dall’India alla penisola Anattolica.
Dario I organizzò l’impero in 20 satrapie, i satrapi erano responsabili del prelievo fiscale e dei
contributi militari, erano a stretto contatto col Gran Re ma la gestione del potere era
decentralizzata. Dario I inoltre cercò con scarsi successi di limitare le scorrerie degli Sciiti che dal
Caucaso razziavano l’impero. L’esercito persiano si spinse fino all’attuale Ucraina ma non riuscì a
ingaggiare battaglia. In questo modo però i persiani crearono una satrapia in Tracia mantenendo
sotto il loro controllo l’area degli stretti, particolarmente importante per le città greche d’Asia
Minore. Nel 500 i persiani controllavano tutto il Mediterraneo orientale, lasciando una relativa
libertà culturale ai popoli asserviti ma controllandone la politica interna e pretendendo il
pagamento di tasse molto elevate e contributi militari importanti. Fu in questo contesto che
scoppiò la rivolta ionica.

1.1 LA RIVOLTA IONICA


I persiani avevano conquistato le città greche d’Asia Minore nel 546, con la presa del regno di
Lidia. In queste città erano stati posti governi tirannici filo-persiani cui faceva capo la satrapia di
Sardi.
Le cause della rivolta furono legate probabilmente a ragioni economiche: i greci mal sopportavano
i prelievi fiscali così elevati e temevano una riduzione dei loro traffici commerciali dopo la
spedizione di Dario contro gli sciiti.

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La rivolta scoppiò però nel 500, quando il tiranno di Mileto, Aristagora, fu costretto a deporre la
tirannide e istituire un governo democratico provocando la ribellione. Tutte le città greche
seguirono l’esempio di Mileto, abbattendo i regimi tirannici e affermando governi democratici.
I ribelli cercarono poi il sostegno dei greci in madre patria, gli spartani rifiutarono, gli ateniesi e gli
eretri mandarono qualche nave.
In ogni caso nel 498 gli eserciti ribelli, riuniti in una lega con sede al santuario di Poseidone
panionion, erano riusciti ad avanzare fino a Sardi, anche perché l’esercito persiano era
particolarmente lento a mobilitarsi. Ma nel 497 iniziò la controffensiva persiana. I territori che si
erano uniti alla ribellione furono riconquistati, le città greche ribelli assediate e i capi militari come
Aristagora e Isteo uccisi. Nel 494 la ribellione era sedata.

1.2 LA PRIMA GUERRA PERSIANA


La rivolta ionica aveva indotto Dario ad intensificare il controllo sull’egeo. Per questo già nel 492 si
avviarono i preparativi per una spedizione in Grecia. In realtà la flotta affondò sulla costa tracia,
nei pressi del monte Athos, l’esercito di terra guidato da Mardonio fu invece sconfitto dai traci.
I preparativi continuarono nel 491, l’esercito fu riunito in Cilicia, ambasciatori furono mandati in
tutte le città greche a chiederne la resa, molte accettarono ma Atene e Sparta rifiutarono.
Nel 490 partì una spedizione punitiva contro Eretria e Atene, responsabili di aver sostenuto la
rivolta ionica. La flotta persiana conquistò le Cicladi e l’Eubea, distruggendo Eretria.
Da lì passò all’Attica, dove sbarco presso la piana di Maratona forse su suggerimento del
pisistratide Ippia.
Fu lo stratego Milziade a convincere gli ateniesi ad affrontare i persiani in campo aperto. Gli
ateniesi erano supportati solo da un piccolo reggimento proveniente da Platea, gli Spartani
arrivarono tardi. La sproporzione era quindi evidente ma Milziade convinse gli altri strateghi ad
accettare battaglia.
Favorito dalla conformazione del terreno, l’esercito ateniese riuscì a respingere i persiani. Il
generale persiano Dati mosse la flotta puntando direttamente su Atene, ma Milziade riuscì a
ritornare in tempo.

In realtà la spedizione fu un successo parziale per i persiani, i quali avevano distrutto Eretria e
aumentato considerevolmente la propria influenza sull’egeo. Agli ateniesi restava di aver respinto
un esercito molto più numeroso, evento che fu ricordato positivamente da tutti i greci e che Atene
impiegò per giustificare la propria ambizione egemonica.

1.3 TRA LE DUE GUERRE


Dopo la prima guerra persiana Atene si impegnò con scarsi successi nell’egeo, tentando di
ottenere il controllo dell’isola di Paro. L’esito negativo di questa spedizione costò la fine della
carriera politica di Milziade che morì poco dopo.
Nel frattempo la città entrò in guerra con Egina, che durante la prima guerra persiana si era unita
all’esercito dei medi. Anche questa volta Atene ebbe scarsi successi poiché ancora manchevole di
una flotta adeguata.
Più importanti furono invece gli sviluppi interni. Si affermò la pratica dell’ostracismo, applicato la
prima volta nel 488\7 contro un certo Ipparco di Carmo, un pisistratide. Fu designato il sorteggio
come pratica di nominazione degli arconti, il cui potere fu quindi fortemente ridimensionato.
Rimase elettiva la strategia.

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La novità più importante fu la “legge navale” proposta da Temistocle nel 482\1, che prevedeva
l’utilizzo dei proventi delle miniere di argento del Laurion al fine di costruire una flotta navale
capace di ripagare il conto con Egina. Questa flotta fu pronta in occasione della seconda guerra
persiana e fu alla base della vittoria dei greci contro Serse.
La costruzione della flotta ebbe conseguenze anche sul piano sociale. I teti, precedentemente
esclusi dall’esercito, furono arruolati come rematori e integrati nelle prestazioni militari. La “legge
navale” fu quindi alla base del successivo ampliamento della democrazia in città.

Per quanto riguarda le altre città greche, a Sparta si assiste alla sostituzione dei due precedenti re,
Cleomene I e Demarato. Demarato fu costretto per trame di palazzo a fuggire in Persia, sostituito
da Leotichida. Cleomene, scoperta la congiura contro Demarato, fu destituito. Gli successe il
fratello Leonida.
In Tessaglia si ha la fine dell’egemonia dei tessali, sconfitti dai focesi e dai beoti.
Molti esuli e personaggi scontenti della politica della madre patria fuggirono in Persia, come
l’ateniese Ippia e lo spartano Demarato. Presso la corte di Serse si presentarono i tessali Alevadi
ed esponenti dei pisistrati. Questi personaggi sollecitarono una spedizione in Grecia.

1.4. LA SECONDA GUERRA PERSIANA


Dario morì nel 486. Gli successe Serse, da subito convinto, anche a causa dell’influenza del
generale Mardonio, a rinnovare la spedizione contro la Grecia.
I lavori per questa spedizione cominciarono già nel 483. L’esercito persiano avrebbe dovuto
attraversare l’Ellesponto grazie a un ponte di barche, per poi procedere via terra. L’avrebbe
accompagnato la flotta, la quale avrebbe evitato di circumnavigare nuovamente il monto Athos
passando attraverso un canale artificiale che avrebbe tagliato l’istmo di Acte, in Calcidia. Queste
opere mastodontiche portarono a Serse l’accusa di hybris.
Nel 481 Serse inviò ambasciatori presso i greci. Molti si sottomisero: i macedoni, i tessali, quasi
tutti i beoti, i locresi (insomma i greci centro-settentrionali). Lo stesso oracolo di Delfi si pronunciò
a favore della resa.
I greci che rifiutarono la resa si riunirono a Corinto e formarono la lega ellenica. Le rivalità interne
furono accantonate, il comando militare fu affidato a Sparta, si giurò di imporre un pagamento a
tutti coloro si fossero preventivamente arresi. Facevano parte della lega circa 31 città, rifiutarono
di prendervi parte Siracura, Argo, Corcira e Creta che rimasero neutrali. Il fronte greco era
insomma fortemente frammentato.
Da subito ci furono contrasti tra i greci sulla collocazione della prima linea di difesa. Gli spartani
volevano situarla sull’istmo di Corinto, all’ingresso del Peloponneso, Atene e gli Eubei insistettero
per difendere anche il passo delle Termopili che collegava la Tessaglia alla Grecia centrale. Un
piccolo esercito, guidato da Leonida, fu mandato alle Termopili. I peloponnesiaci mandarono scarsi
rinforzi. Dopo qualche giorno Leonida e i suoi furono uccisi tutti.
Sul mare, la linea di difesa era invece stata posta a Capo Artemisio, qui la flotta greca riuscì a
contrastare quella persiana e a ritirarsi senza troppe perdite.
L’esercito persiano dilagò in Grecia centrale, distrusse la Focide ed entrò in Attica, incendiando
l’acropoli di Atene preventivamente evacuata.
Un nuovo scontro nel fronte greco si ebbe per decidere dove la flotta avrebbe dovuto ingaggiare
battaglia. gli spartani sostenevano ancora una volta sull’istmo di Corinto, Temistocle convinse la
lega a combattere a Salamina. La scelta del luogo fu ottima, si trattava di uno stretto braccio di

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mare che impediva ai persiani di far valere la loro superiorità numerica, molte delle loro navi
furono distrutte.
Nel 480 Serse tornò in Persia, lasciando il comando a Mardonio il quale si accampò con l’esercito
di terra nella piana di Platea. Qui si tenne l’altro scontro decisivo. La morte sul campo di Mardonio
mandò in rotta l’esercito persiano, le perdite furono ingenti.
Intanto la flotta greca sconfisse nuovamente quella persiana a Capo Micale. Seguì la ribellione
delle città ioniche e dopo qualche tempo la liberazione dai persiani di tutte le postazioni europee.
Le guerre persiane furono fondamentali nel definire l’identità greca in opposizione ai barbari.
Nell’interpretazione dei greci, la loro superiorità rispetto ai persiani era dovuta al fatto che essi
erano “uomini liberi” e per questa libertà avevano combattuto con risultati ben maggiori di un
esercito di schiavi.
Non bisogna però sottovalutare la frammentarietà del fronte greco, che anticipò i successivi
scontri per l’egemonia panellenica.

1.5 GRECI E BARBARI IN OCCIDENTE


Nello stesso giorno della battaglia di Salamina i tiranni di Siracusa e di Agrigento, Gelone e Terone
sconfissero un esercito cartaginese a Imera. Con questa battaglia Gelone si presentò come
difensore della grecità al pari degli ateniesi, giustificando il mancato intervento in madre patria.
Tale battaglia si situa nel contesto della guerra per gli empori. Gelone era già stato tiranno di Gela
tra 491 e 485, nel 484 si impadronì di Siracusa e lasciò Gela al fratello Ierone.
Per sostenere la guerra con i cartaginesi si alleò con Terone di Agrigento. Nel 480 i cartaginesi
furono sconfitti a Imera.
In seguito Gelone organizzò la Sicilia sotto l’egemonia siracusana. Strinse rapporti di alleanza con
le varie città, avviò una politica di integrazione della componente sicula del territorio e fu clemente
con i suoi precedenti nemici, il tiranno di Reggio Anassilao e i cartaginesi.
Gelone morì nel 478, prese il suo posto il fratello Ierone. Il quale sul piano interno continuò una
politica di ostilità verso l’elemento greco ionico-calcidese. Sul piano estero riuscì a estendere
l’egemonia siracusana al di là dell’area sicula, entrando nel mar Tirreno e scontrandosi
vittoriosamente con gli Etruschi nel 473 a Cuma. Siracusa si presentò così come la città greca più
importante della Sicilia e della Magna Grecia.
Alla morte di Ierone nel 467\6 gli successe il fratello Trasibulo, il quale entrò in contrasto con i
Siracusani e fu cacciato.

2. ATENE E SPARTA: IL MODELLO DELLA DOPPIA EGEMONIA


All’indomani della guerra contro Serse, per la lega degli Elleni si pose il problema di come gestire la
punizione delle città medizzanti. I patti prevedevano infatti una punizione per quelle città che si
erano arrese ai persiani senza combattere. Sparta propose di espellere i medizzanti dai loro
empori e sostituirli con le città d’Asia Minore. In questo modo Sparta si poneva anche come
garante delle città greche d’Asia Minore, che erano appena state liberate. Sparta propose anche di
espellere dall’anfizionia delfica quanti avevano tradito i greci (tessali, tebani e argivi) e sostituirle
nel sinedrio con le città che avevano partecipato alla guerra. Si trattava per lo più di città
peloponnesiache, grazie alle quali Sparta avrebbe ottenuto l’egemonia sull’anfizionia.
Ad entrambe queste proposte Atene si oppose duramente.
Nel frattempo la guerra continuava. Dopo la presa di Sesto, ultima postazione persiana in Europa,
gli spartani si erano ritirati, ma per non lasciare ai soli ateniesi l’iniziativa nell’egeo, Pausania si

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fece inviare con una piccola flotta come stratego dei greci. Cipro e Bisanzio furono strappate ai
persiani, ma poco dopo l’autorità di Pausania fu messa in discussione dalle città ioniche per i suoi
metodi autoritari e simil-tirannici. Pausania fu richiamato, poco dopo anche le truppe spartane
furono smobilitate. Nel frattempo gli ateniesi si adoperarono affinchè i greci d’Asia si affidassero a
loro per la loro difesa.
Tucidide riferisce che in questo contesto la classe dirigente spartana mancò di lungimiranza, al
contrario di Pausania. Gli equilibri internazionali si erano spostati e Sparta non poteva più
permettersi di continuare con la sua politica di chiusura, che l’autolimitava al solo Peloponneso e
al controllo del continente. Molti però consideravano gli ateniesi “amici”, alcuni come il geronte
Etemarida sostenevano la possibilità di dividersi le rispettive sfere d’influenza lasciando ad Atene il
controllo del mare. I motivi verso questa prudenza probabilmente vanno rintracciati nella struttura
politico-sociale dell’ordinamento spartano. L’economia prevalentemente agraria, gli stili di vita
poveri, una classe dirigente sempre più ristretta che vessava tutti gli altri abitanti, che fossero
schiavi o meno, mal si conciliavano con una politica di potenza sul piano commerciale. Inoltre il
controllo del Peloponneso era minato dall’emergere di altre città come Argo e ciò aumentava i
dubbi circa costose spedizioni in territori lontani.
Al contrario Atene adottò una politica estera molto coerente con la sua vocazione marinara.

2.1 LA LEGA DELIO-ATTICA


La lega delio-attica fu fondata nel 478\7. Non si sa se l’iniziativa fu di Atene o delle città ioniche. In
ogni caso la lega aveva carattere difensivo, soprattutto appunto per quelle città in Asia Minore che
si sentivano minacciate dall’impero persiano. Come tutte le altre leghe militari essa vedeva un
rapporto paritario tra i suoi membri che sceglievano una città egemone, responsabile del comando
delle attività militari. Questa città fu ovviamente Atene.
La lega prevedeva il pagamento di un tributo (phoros), riscosso dagli Ellenotami, che poteva essere
monetario o in navi. Inizialmente fu deciso fosse di circa 500 sesterzi, nel corso del tempo
aumentò. Il fatto di pagare il tributo in navi o in monete non è di secondo piano. quelle città che
contribuivano alla lega mettendo a disposizione delle navi mantenevano la possibilità di difendersi
e quindi una relativa autonomia da Atene. Quelle città che invece versavano il tributo invece
implicitamente aderivano alla politica estera di Atene che poteva usare quei soldi come voleva.
Secondo Tucidide, la difesa dei greci contro i persiani era solo un pretesto per gli ateniesi per
conquistare l’egemonia sull’egeo e sul mondo greco. Probabilmente la città era divisa fra chi
intendeva usare la lega a scopo antipersiano e chi anche a scopo antispartano.
In ogni caso le prime imprese della lega furono segno di una rapida degenerazione. Queste prime
spedizioni furono contro i barbari ma anche membri della lega del Peloponneso o anche alleati
ribelli. Già nel 476 fu strappata ai persiani la città di Eione. Successivamente fu conquistata l’isola
di Sciro e condotta una guerra vittoriosa contro Caristo, in Eubea. In questo modo Atene ampliò la
sua influenza nell’Egeo.
Che la lega si stesse rapidamente tramutando in impero fu però rivelato dalla repressione della
rivolta di Nasso (circa 467), la prima città alleata ribelle, la quale si rifiutò di pagare il tributo. Da
questo momento fu chiaro che la lega non aveva solo scopo difensivo ma anche offensivo.
La successiva degenerazione della lega avvenne in più momenti.
Per prima cosa Atene spostò la sede del tesoro della lega da Delo ad Atene stessa. Se si analizzano
le sessagesime (la sessantesima parte di ogni tributo che veniva versata al santuario di Atena), le
quali venivano raccolte anno per anno, si ha una panoramica di quanto fossero diventati elevati i

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tributi richiesti e di quanto le città alleate preferissero ormai pagare in moneta piuttosto che in
navi.
Fu poi stabilità un’unità monetaria, nonché dei pesi e delle misure, basata sulla dracma. Ciò
agevolò i commerci ma minò l’autonomia delle città alleate.
L’autonomia delle città alleate fu messa in discussione dall’introduzione del diritto di appello per
certi processi presso i tribunali di Atene, pratica che grazie ai sicofanti diventò sistematica, e
soprattutto dall’imposizione di guarnigioni militari (cleruchie) e governanti presso le città alleate.
Si trattava di un modo per controllare gli alleati ma anche di liberarsi di quel demos in eccesso in
attica. Chi entrava in queste guarnigioni aveva diritto infatti a un appezzamento di terra
espropriato dalle città alleate stesse.
Tutto ciò permette di dire che la lega delio attica si tramutò ben presto da uno strumento difensivo
dei greci, che al suo interno erano legati da rapporti paritari a strumento dell’imperialismo
ateniese che esercitava sui suoi alleati non un’egemonia ma un’archè (potere\autorità). Ciò
determinò defezioni e malcontenti che esplosero nella guerra del Peloponneso.

2.2 LA PENTECONTECHIA
Gli anni che vanno dalla presa di Sesto (478) all’inizio della guerra del Peloponneso (431) sono
definiti da Tucidide “pentecontechia”. Tucidide stesso è la fonte più importante per questi anni
poiché nessun altro storico contemporaneo ne ha parlato.
Inizialmente Sparta e Atene si orientarono verso la divisione delle rispettive sfere d’influenza e la
coesistenza pacifica. Tra 477 e 471 assistiamo infatti alla fine politica di Pausania e Temistocle, che
invece sostenevano lo scontro. Pausania era stato ritirato da Bisanzio nel 477, vi era tornato a
titolo personale creando altri scazzi. Richiamato ancora in patria, fu sospettato di congiurare con
gli Iloti e condannato a morte. Temistocle fu invece ostracizzato e riparò prima ad Argo poi a
Corcira infine in Persia, dove morì nel 465.
Il bipolarismo fu sostenuto dal governo di Cimone. Egli fu il politico ateniese più importante tra
472 e 462. Sotto il suo governo l’aeropago acquisì maggiori poteri e la città si concentrò in una
politica antipersiana con una spedizione su Cipro e la vittoria presso il fiume Eurimedonte.
In questi anni Atene si impegnò anche nella repressione della rivolta di Taso (465). In quel
contesto si colloca l’insuccesso della colonizzazione di Nuove Strade, sulla foce dello Strimone.
È qui che il consenso di Cimone inizia a cedere. Quando nel 464 Sparta fu coinvolta dal “grande
terremoto” che determinò una rivolta di Iloti e lo scoppio della III guerra Messenica, Cimone
propose di supportarla, incontrando una forte opposizione da parte del fronte democratico.
Questa spedizione rivelò però il clima di sospetto che si era generato tra le due città. Gli spartani
rifiutarono l’aiuto degli ateniesi e li rimandarono a casa. Cimone fu ostracizzato e Atene ruppe
l’alleanza con Sparta e si alleò con Argo e i Tessali. L’anno 462 è quindi un anno di svolta poiché si
rompe il bipolarismo tra le due città che sempre più inizieranno a scontrarsi. La stessa alleanza con
Argo e Tessali è indicativa delle ambizioni di Atene sul continente, ambizioni che minavano la sfera
d’influenza spartana.
L’ostracizzazione di Cimone aprì anche al governo di Efialte e ad una riforma che perfezionò
ulteriormente il sistema democratico ateniese.

Dopo la fine del bipolarismo, Atene si impegnò nuovamente contro la Persia. Nel 462 ci fu una
spedizione in Egitto a sostegno del re della Libia che si era ribellato. Questa spedizione durò sei
anni e finì malissimo. Nel 451 ci fu una seconda spedizione a Cipro che finì con un nulla di fatto.

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A quel punto si assiste alla così detta “pace di Callia”. Probabilmente non si trattò di un trattato
vero e proprio ma di una implicita divisione delle sfere d’influenza che assegnava ad Atene il pieno
controllo dell’egeo. La pace fu dovuta ai problemi interni che Atene e la Persia stavano
affrontando, Atene poiché iniziavano ad accendersi vari conflitti in Grecia, la Persia poiché varie
rivolte erano scoppiate nell’impero. Dopo la pace di Callia in ogni caso si accentuò il processo di
degenerazione della lega delio-attica che ormai non aveva più motivo di esistere.
Sul fronte greco, dopo il 462 si assiste a un crescendo di tensione in varie schermaglie armate. Già
nel 462 scoppiò la guerra tra Corinto e Megara, la quale chiese il sostegno di Atene.
Scoppiò poi la seconda guerra sacra in cui la posta in gioco era soprattutto il controllo del
santuario di Delfi. La prima fase ebbe esiti estremamente favorevoli per gli Ateniesi che dopo una
vittoria nel 457 a Enofita confermarono la loro autorità sulla Grecia centrale.
La seconda fase si aprì nel 451, dopo la morte di Cimone. Gli spartani tentarono ancora di
strappare Delfi ai focesi, alleati degli ateniesi. Questi ultimi tentarono di aumentare l’autorità del
santuario di Eleusi in modo da farlo competere con quello di Delfi.
Le ostilità si aprirono nuovamente nel 447, quando la Beozia si ribellò ad Atene. Essa perse il
controllo della Grecia centrale e anche l’Eubea e Megara si ribellarono. In questo contesto gli
spartani invasero l’Attica ma si ritirarono poco dopo evitando lo scontro aperto.
In ogni caso fu evidente la necessità di una pace. Essa fu stipulata nel 446 e aveva valore
trentennale. Prevedeva che Atene rinunciasse a Megara ma conservasse Egina e che ogni città
neutrale poteva scegliere autonomamente con chi schierarsi. Né Atene né Sparta erano poi
autorizzate a intervenire nelle questioni che riguardavano gli alleati altrui. Venivano quindi
riconosciute le rispettive zone di egemonia.
Dopo la pace con Sparta, Atene ritrovò la sua vocazione per il commercio di grano con le città
greche occidentali della Magna Grecia. La zona all’epoca viveva un periodo di forte instabilità
dovuta alla fine della tirannia dei Dinomenidi. Le città greche in Sicilia si riorganizzarono
autonomamente ma non mostrarono una particolare stabilità interna, anche i rapporti coi siculi
furono travagliati. In Italia meridionale, i governi di ispirazione pitagorica crollarono.
Nel 443 gli Ateniesi fondarono Turi, che divenne una colonia panellenica verso cui affluirono greci
da tutto il mondo. Nel tempo però prevalse l’elemento peloponnesiaco e Atene perse il controllo
sulla città.

3. DEMOCRAZIA E IMPERIALISMO
Portavoce delle argomentazioni antidemocratiche in Grecia fu lo Pseudosenofonte, il quale nella
Costituzione degli Ateniesi argomenta che esso è il governo dei peggiori, cioè la classe popolare.
Esso è però allo stesso tempo estremamente coerente nella misura in cui permette a tutti di
partecipare tramite meccanismi quali il sorteggio, la presa di parola in assemblea e il diritto di
voto.
Pseudosenofonte in particolare punta il dito contro le contraddizioni della democrazia, la quale
richiede un dispendio di risorse enorme legato soprattutto al mysthos, la retribuzione delle cariche
pubbliche. Introdotto per includere nella gestione politica anche i meno abbienti, grazie al mysthos
si attua quel “governo dei peggiori” che possono così parassitare la cosa pubblica.
Soprattutto egli rileva però l’estrema connessione tra democrazia e imperialismo: la democrazia,
tra mysthos e altre cose si rivela essere il più costoso degli ordinamenti politici e Atene fu costretta
a trovare le risorse per mantenere la sua costituzione al di fuori. Per questo lo sviluppo della
democrazia ateniese va di pari passo con la sua politica aggressiva.

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3.1 EFIALTE
L’ostracizzazione di Cimone gettò le basi per la riforma di Efialte che migliorò ulteriormente il
sistema democratico ateniese. Efialte viene presentato da Aristotele come “uomo incorruttibile e
giusto” che diventò portavoce del demos e che già sotto il governo di Cimone si impegnò in
un’opera di delegittimazione del fronte aristocratico e oligarchico della città.
La sua riforma fu presentata come un “ritorno alle origini”. Essa prevedeva la spoliazione
dell’Aeropago di molti poteri, considerati indebiti. L’Aeropago infatti deteneva ancora un forte
controllo sulla politica in quanto guardiano della costituzione. Efialte privò quindi l’Aeropago di
molti poteri e li ridistribuì presso le altre assemblee. All’Aeropago rimase solo la giurisdizione sui
delitti di sangue e altre questioni religiose.
In questo modo Efialte potenziò notevolmente gli organismi democratici. Soprattutto il tribunale
popolare, che fu ampliato a 6000 membri, scelti per sorteggio e divisi in corti di massimo 1500
membri. Furono poi stabiliti numerosi criteri di controllo del sorteggio dei giudici popolari e della
votazione durante i processi affinchè essi fossero i più equi e trasparenti possibile.
Efialte fu assassinato poco dopo la riforma, probabilmente per una congiura oligarchica, ma il
processo verso la democratizzazione della città fu preso in mano da Pericle.

3.2 PERICLE E LA “DEMOCRAZIA REALE”


Il successore di Efialte alla guida del partito democratico fu Pericle. Appartenente alla famiglia
degli Alcmeonidi egli godette di un consenso indiscusso soprattutto dopo l’ostracizzazione del suo
rivale Tucide di Melesia nel 443. Dopo di allora egli fu eletto stratego per 15 volte di fila, fino alla
sua morte nel 429.
Di lui, Tucidide ci dice che egli riuscì a guidare la democrazia in virtù della sua autorevolezza, la
quale era dovuta alla sua origine e a certe sue qualità personali. Egli riuscì in tal modo a porsi come
guida del popolo, assecondandone la libertà ma limitandone le derive irrazionali. Il fatto di essere
“guida” della democrazia gli ha portato l’accusa di tirannide da parte dell’opposizione
aristocratica.
L’operato politico di Pericle, nella testimonianza di Tucidide fu volto a un maggiore
consolidamento della democrazia. Egli introdusse il mysthos e aprì l’arcontato agli zeugiti e ai teti.
L’introduzione del mysthos fu ampiamente criticata dall’opposizione oligarchica che vedeva in ciò
il consolidarsi del governo dei peggiori che potevano così vivere parassitando la cosa pubblica e i
cui costi furono fatti gravare sulle città alleate. In realtà, nelle intenzioni di Pericle, esso serviva ad
aprire la gestione democratica anche alle fasce popolari meno agiate che non potevano
permettersi di rinunciare a un anno di lavoro per partecipare alla politica.
Con Pericle si affermò così una democrazia reale basata sulla responsabilità politica di tutti i
cittadini che infatti erano tenuti a rivestire le magistrature (archein) a partecipare all’assemblea
(ekklesiazein) e ai processi giudiziari (dikazein). La tenuta democratica era garantita dal sorteggio,
anch’esso criticato dall’opposizione oligarchica poiché non teneva conto dei meriti e delle capacità
di ognuno. In ogni caso sotto Pericle assunse sempre maggior rilevanza l’assemblea popolare,
derivata direttamente dall’assemblea del popolo in armi. Infatti, vi partecipavano i cittadini maschi
adulti, che al compimento di 20 anni erano obbligati ad un servizio militare di 2 anni prima di
accedere all’assemblea. Caratteristica dell’ekklesia ateniese rispetto a molte altre poleis fu il diritto
di voto connesso al diritto di parola (isegoria).

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La politica di Pericle fu in realtà più osteggiata di quanto Tucidide non faccia intendere. All’inizio
della sua carriera Pericle si impegnò in un programma di opere pubbliche, fu ristrutturata
l’acropoli, costruite il Partenone e tante altre opere pubbliche. Atene diventò un importante
centro culturale che attirò importanti personalità filosofiche e culturali. Tutto ciò richiedeva costi
importanti che Atene prelevò dagli alleati e proprio questo aspetto fu oggetto di critica da parte
dell’opposizione. Leader dell’opposizione fu Tucidide di Melesia, che muovendosi nei limiti
assembleari organizzò il partito dei kaloi kai agathoi. Quando nel 443 Tucidide fu ostracizzato il
partito fu sciolto.
Altro elemento importante della politica di Pericle fu la legge sulla cittadinanza (451) che escluse
dalla cittadinanza chi non aveva entrambi i genitori ateniesi. I motivi di questa legge possono
essere vari: l’esclusione di parte della componente aristocratica, più incline a matrimoni con
famiglie straniere, l’affermazione di un privilegio della classe politica ateniese, il mantenimento di
una certa purezza. In ogni caso è da rilevare come il consolidarsi della democrazia va di pari passo
non con l’integrazione di altri soggetti ma con una più netta perimetrazione sociale.
La stessa democrazia si basava sull’esclusione politica di molti abitanti. I meteci, gli uomini liberi
stranieri, erano politicamente esclusi. Originariamente essi dovevano il diritto di restare al
patrocinio di un cittadino ateniese che garantiva per loro e li rappresentava anche in sede
giudiziaria. Successivamente i meteci godettero di sempre più diritti giuridici in virtù del loro
contributo economico.
Gli schiavi invece erano totalmente esclusi. Giuridicamente essi erano considerati proprietà del
padrone e qualsiasi danno nei loro confronti era punito in quanto danno alla proprietà. Le loro
condizioni di vita però non erano pessime come in altre poleis. Essi partecipavano della vita
economica della città e nella quotidianità godevano di una relativa libertà. Lo stesso
Pseudosenofonte critica questo aspetto dicendo che Atene è una città in cui non si possono
neanche picchiare gli schiavi. Proprio questo relativo benessere potrebbe spiegare perché Atene,
al contrario di Sparta, non dovette mai affrontare rilevanti rivolte servili.
Le donne, anche quelle cittadine, erano escluse dalla politica. Il loro ambito di riferimento era
l’oikos, il loro ruolo sociale la generazione di figli legittimi. Proprio per evitare che procreassero
figli illegittimi erano recluse in casa.

3.3 L’IMPERO TIRANNICO


dopo la pace di Callia nel 449 cessò la politica aggressiva contro i persiani e Atene procedette al
consolidamento del suo impero. In particolare, dopo l’ostracizzazione di Tucidide di Melesia si
assiste a un aumento del prelievo fiscale sugli alleati.
Il malcontento di questi ultimi è testimoniati dal discorso, riferito da Tucidide, che i milesi tennero
dinnanzi agli spartani e ai peloponnesiaci nel 428 per convincerli a intervenire a loro vantaggio. A
detta dei milesi, la lega delio-attica era nata a scopo difensivo e vedeva un rapporto paritario tra
tutte le città che ne facevano parte. Questa orizzontalità era presto venuta meno e Atene ormai si
comportava come una città tirannica che vessava i suoi sudditi, governava grazie alla paura e
privava della libertà le altre città.
Questo dispotismo è testimoniato del resto dalla documentazione epigrafica. In particolare il
trattato con Calcide (446) e il trattato con Samo (440) sono esemplificativi. Calcide si era ribellata
nell’ultima fase della guerra sacra in contemporanea alla Beozia. La repressione di questa rivolta
era stata difficoltosa per Atene che si era vista impegnata su più fronti. Il trattato stipulato,
prevedeva da parte di Atene l’impegno a non procedere arbitrariamente sulla città, ma di

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procedere sempre per vie giuridiche secondo le decisioni dell’assemblea ateniese; Calcide invece si
impegnava alla cieca obbedienza.
Lo stesso si può dire del trattato di Samo. Qui Atene aveva instaurato un governo democratico nel
441, ma l’opposizione oligarchica sostenuta dall’impero persiano aveva scatenato una rivolta. La
repressione della rivolta richiese ancora una volta un notevole impegno militare. Il trattato
prevedeva da parte degli Ateniesi di agire nel bene “del popolo (demos) dei Sami” e per Samo di
agire nel bene di Atene e dei suoi alleati. Si tratta quindi di un vero e proprio trattato di
sottomissione tramite cui Atene affermò in città un governo a sé favorevole.
Del resto, la formazione di governi filo-ateniesi è testimoniata da altri autori, tra cui lo
Psedusenofonte ed è coerente con l’opera di consolidamento dell’impero.
Sia nel caso dei Calcidesi che dei Sami, emerge comunque come la politica di Pericle sia volta alla
moderazione ma resti comunque possibilista verso gesti estremi.
In questa fase non mancarono però tentativi di espansionismo, in particolare nel Mar Nero al fine
di controllare importanti tratte agrarie e nell’egeo settentrionale. In queste aree Atene fondò
diverse colonie, la più importante delle quali fu Anfipoli, sulla foce dello Strimone, che assicurava
anche l’accesso alle importanti miniere d’oro nel monte Pangeo e riserve di legno per sostenere la
flotta.
L’inasprimento dell’impero ateniese è confermato da diversi passi in cui Tucidide riporta discorsi di
Pericle circa la “necessità” dell’impero. Il mantenimento dell’impero richiedeva infatti
l’inasprimento dell’esercizio del potere. Lo stesso Pericle è quindi costretto a dire che Atene deve
farsi polis tyrannos, deve esercitare archè e timè, pena la fine del suo impero.

4. LA GUERRA DEL PELOPONNESO: DUE BLOCCHI A CONFRONTO


Tucidide racconta che nel corso della pentecontechia Atene e Sparta si erano preparate a una
guerra che sapevano inevitabile. Formalmente esse avevano cercato di rispettare le relative sfere
d’influenza ma in realtà il conflitto era rimasto latente.
La situazione precipitò a partire dal 435. In realtà nel corso delle 3 crisi che precedettero la guerra i
protagonisti del fronte peloponnesiaco furono i corinzi, non gli spartani, che infatti preferirono
muoversi con cautela attirandosi l’accusa di immobilismo.
La prima crisi fu la guerra tra Corcira e Corinto, le due città erano rivali poiché l’una, colonia
corinzia, non sottostava alla madre patria. Nel 435, la colonia corcirese di Epidamio aveva visto
l’ascesa politica del fronte democratico, supportato da Corinto che inviò una guarnigione e dei
coloni in città. Il rifiuto da parte di Epidamio di rinunciare al supporto dei Corinzi portò alla guerra,
che fu vinta da Corcira. L’anno successivo Corinto preparò una grande spedizione contro Corcira la
quale chiese il supporto di Atene promettendo la sua flotta e una base per il controllo dei traffici
commerciali occidentali. Atene accettò, ma scelse di svolgere solamente un ruolo difensivo.
Quando la flotta corinzia sbaragliò quella corcirese nella battaglia di Sibota (433) Atene determinò
la ritirata dei corinzi che persero il controllo sul mar Ionio. tutto ciò fu interpretato dai
peloponnesiaci come una violazione del trattato.
Il secondo episodio fu la rivolta di Potidea, colonia corinzia ma alleata di Atene. Dopo la battaglia
di Sibota Atene pretese l’invio di ostaggi e soprattutto lo scioglimento di ogni legame con la madre
patria. Potidea, forte del supporto di Sparta, rifiutò e si ribellò insieme a Calcidesi e Bottei. La
repressione della rivolta richiese un lungo assedio da parte di Atene. Potidea fu supportata da
Corinto ma a titolo privato.

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L’ultima crisi si ebbe col blocco navale di Megara, che i megaresi denunciarono nel 432 durante
una riunione della lega del Peloponneso. Gli ateniesi si giustificarono dicendo che Megara aveva
esportato grano prodotto su territorio sacro appartenente al santuario di Eleusi.
Tucidide riferisce che nel 432 si tenne quindi un congresso a Sparta. Egli riporta l’intervento dei
corinzi, favorevoli alla guerra. La politica spartana viene invece rappresentata come divisa con
l’eforo Stenelaida che sostiene fortemente la necessità di combattere, mentre il re Archidamo
suggerisce una politica più cauta. Questa divisione è rappresentativa dell’inadeguatezza della
politica spartana, ancora diffidente verso azioni aggressive e lontane dal Peloponneso. Questa
inadeguatezza era percepita sia dagli alleati, rappresentati da Corinto, sia dall’opinione pubblica
spartana, rappresentata da Stenelaida. Gli ateniesi invece sembrano proporre una risoluzione
pacifica, ma Tucidide ci dice che già Pericle e la classe politica ateniese era pronta alla guerra.
Il congresso di Sparta si risolse quindi a favore della guerra. Furono tentate delle ultime trattative:
inizialmente le due città si rinfacciarono i rispettivi crimini religiosi (la vicenda di Cilone, il modo in
cui era stato trattato Pausania), poi Sparta chiese ad Atene di rinunciare al blocco su Megara e
all’assedio di Potidea. Al rifiuto lanciò un ultimatum che prevedeva lo scioglimento della lega delio-
attica pena l’intervento militare.

4.1 LA GUERRA ARCHIDAMICA


le prime fasi della guerra furono denominate “guerra archidamica” in virtù del re spartano che aprì
le ostilità. La guerra iniziò ufficialmente nel 431, quando Tebe attaccò Platea. Nello stesso
momento Archidamo invase l’Attica.
La strategia di Archidamo prevedeva infatti periodiche incursioni sull’Attica, favorite dalla
superiorità terrestre dell’esercito spartano. D’altra parte Pericle decise di affrontare questa fase
rinunciando alla campagna attica, facendo riparare la popolazione contadina in città e puntando
sulla forza navale e finanziaria di Atene.
La strategia di Pericle fu però vanificata dal diffondersi nel 430 della peste. Proveniente forse
dall’Egitto e favorita dall’ammassarsi di tante persone in città essa decimò la popolazione e uccise
lo stesso Pericle. Da questo momento la politica ateniese fu in mano al democratico Cleone,
dipinto da Tucidide come un demagogo guerrafondaio, e da Nicia, un aristocratico conservatore
contrario alla guerra.
I principali sviluppi della guerra avvennero nel 427. In quest’anno Platea cadde per mano dei
tebani e Mitilene, che si era ribellata ad Atene fu riconquistata.
A Corcira si assiste poi alla guerra civile tra il fronte democratico filoateniese e il fronte oligarchico
filospartano. In questo contesto Tucidide rileva l’affermarsi di un modo di far politica
personalistico e volto al bene individuale, non più a quello comune. Come del resto l’emergere di
personaggi come Cleone testimonia.
Al fine di evitare ingerenze corinzie in occidente Atene inviò comunque una spedizione in
occidente che intendeva alimentare la guerra in corso tra Siracusa (che aveva promesso il proprio
supporto a Sparta) e Reggio e Leontini. Tale spedizione si risolse in nulla di fatto e quando fu
rinnovata i sicelioti rinunciarono alle ostilità reciproche nella pace di Gela per evitare ingerenze
estere da parte di Atene.
La spedizione in Sicilia permise in ogni caso il successo dell’assedio di Sfacteria. Nel 425 lo stratego
Demostene fu costretto da una tempesta ad attraccare la flotta a Pilo sulla costa messenica. Gli
spartani inviarono un reggimento sull’isola di Sfacteria la quale all’arrivo di nuove navi ateniesi fu

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circondata, il reggimento fu costretto ad arrendersi e 120 spartiati furono presi in ostaggio. Fu
questo il culmine della carriera politica di Cleone.
Nel frattempo però gli ateniesi avevano subito una grave sconfitta ad Anfipoli. Il re Brasida, che
Tucidide mostra di ammirare poiché simile a Pausania per intraprendenza. Accantonò la strategia
delle periodiche invasioni dell’attica e si lanciò in una spedizione di lungo raggio, nell’egeo
settentrionale nel cuore degli interessi ateniesi. La conquista di Anfipoli nel 424 fu un duro colpo
per gli ateniesi che causò la perdita di importanti risorse e la defezione di molti alleati nella
penisola calcidica.
Cleone tentò di riprendere la città nel 422, durante la battaglia morirono lui e Brasida, i principali
sostenitori della guerra. Prevalse quindi sia ad Atene che a Sparta il fronte contrario alla guerra e
iniziarono le trattative di pace che si risolsero in realtà con la pace di Nicia (421), un armistizio che
riportava lo “status quo ante”. Una tregua era d’interesse sia per Sparta, lacerata dalle tensioni
interne e con dinnanzi un divorzio con Argo, sia per Atene che si trovava a fronteggiare il rischio
concreto di molte defezioni nel suo schieramento.

4.2 DALLA PACE DI NICIA ALLA SPEDIZIONE IN SICILIA: ALCIBIADE


La pace di Nicia fu male accolta dagli alleati di Sparta, in particolare Corinto che dalla guerra non
aveva ottenuto i risultati sperati. Intanto gli accordi non furono rispettati e le restituzioni previste
non avvennero.
Per queste ragioni nel Peloponneso si formò una coalizione antispartana composta da Corinto,
Argo, l’Arcadia e la città di Elea. Nel frattempo ad Atene si rafforzò il partito guerrafondaio,
capeggiato da Alcibiade. Proprio Alcibiade fu fautore di una coalizione con Argo e Mantinea, in
seguito alla quale Corinto tornò nello schieramento spartano.
In ogni caso nel 418 Mantinea fu presa dallo schieramento oligarchico filospartano, ad Argo si
affermò il partito filoateniese.
Nel 416 ci furono ulteriori sviluppi. Fu conquistata la città di Melo, alleata di Sparta ma che aveva
preferito restare neutrale durante la guerra archidamica. Riguardo questo episodio Tucidide
riporta il dialogo tra i meli e gli ambasciatori ateniesi nel quale questi ultimi fanno valere la legge
del più forte, sostenendo che in caso di mancata resa la città sarebbe stata rasa al suolo. I meli si
appellano alle leggi divine e rifiutano di obbedire e infatti furono sterminati. Emerge qua
l’immoralità dell’imperialismo ateniese che ormai ha perso qualsiasi connotazione etica.
Altro grande fatto del 416 fu la grande spedizione in Sicilia. Richiesta dalla città di Segesta, in
guerra contro Siracusa e Selinunte, essa fu osteggiata da Nicia, ma Alcibiade convinse l’assemblea
ad accettare, prospettando il controllo della Sicilia e della Magna Grecia e magari l’espansione su
Cartagine. La spedizione fu quindi approvata, guidata da Alcibiade, Nicia e Lamaco nominati
all’occorrenza strateghi autokratoi (con pieni poteri).
Poco prima della partenza ci fu la mutilazione delle erme, le statue del dio Ermes sparse nella città.
Fu interpretato come un cattivo presagio e dell’accaduto fu accusato Alcibiade. In realtà
probabilmente era una congiura da parte di varie componenti politiche, sia oligarchiche che
moderate e democratiche. L’accusa ad Alcibiade fu alimentata dalla sua evidente ambizione
politica in ogni caso si decise di richiamarlo quando ormai era già attraccato a Catania, nel 415.
Durante il viaggio di ritorno Alcibiade fece perdere le sue tracce e fuggì a Sparta, facendo valere il
suo diritto a far di tutto pur di essere riammesso nella sua comunità politica. Per Tucidide questo
era un chiaro esempio di cosa era diventata la politica ad Atene: un luogo in cui personalità

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ambiziose si contendevano il potere in spregio del bene comune e pensando solo ad accumulare
prestigio e ricchezze personali.
Fu proprio Alcibiade a consigliare a Sparta di mandare un reggimento in Sicilia e di occupare la
rocca di Decelea in Attica.
Dopo il tradimento di Alcibiade, la spedizione in Sicilia fu una catastrofe. Gli ateniesi contavano
sulle divisioni etniche e politiche tra le città sicule ma queste si rivelarono invece stabili. Essi
cinsero inutilmente d’assedio Siracusa. Quando arrivarono gli spartani furono scacciati, Lamaco
morì in battaglia, la flotta fu sconfitta. Neanche l’arrivo dei rinforzi nel 413 servì a qualcosa. Ormai
sconfitti gli ateniesi si ritirarono a Catania ma furono bloccati e costretti a ripiegare nell’entroterra
dove furono definitivamente sconfitti e costretti alla resa. L’assemblea dei siracusani decise di
condannare a morte gli strateghi Nicia e Demostene, i soldati superstiti furono mandati a morire
nelle Latomie, le cave in pietra nel siracusano.
La disfatta in Sicilia fu un colpo durissimo per gli ateniesi che avevano perso la flotta, tre strateghi
e un botto di uomini. Probabilmente fu decisiva nel decidere le sorti della guerra.

4.3 LA GUERRA IONICA O DECELAICA


L’ultima fase della guerra prende il nome dalla fortezza di Decelea, occupata dagli spartani nel
415\4, e dallo spostamento della guerra navale nell’egeo.
L’occupazione di Decelea si rivelò un colpo durissimo per Atene. La presenza fissa degli spartani in
Attica impediva gli approvvigionamenti agricoli. La città affrontò una crisi economica imponente ed
allo stesso tempo fu costretta a rinunciare ai tributi degli alleati per evitare defezioni. Fu stabilita
una tassa del 5% sulle importazioni via mare e si ricorse al fondo di 1000 talenti che si era deciso di
non toccare se non a guerra finita.
Oltre alla crisi economica Atene dovette affrontare la disgregazione del suo impero. Tutti gli alleati,
con la sola eccezione di Samo, defezionarono sostenuti dagli spartani che decisero di intervenire
nel mar egeo facendosi finanziare dalla persia.
Tra 413 e 410 infatti Sparta stipulò una serie di trattati con il re di Persia che riconoscevano il suo
diritto sulle città greche d’asia minore. Questo fatto minò la propaganda spartana che si poneva
come liberatrice delle città greche contro il dominio di Atene.
Nel frattempo Alcibiade, che si era ormai trasferito alla corte del Gran Re persiano, programmò il
suo ritorno ad Atene. Congiurò con la fazione oligarchica promettendo il supporto della persia
qualora la città avesse instaurato un regime oligarchico.
A supportarlo c’era Pisandro, il quale si fece mandare ambasciatore presso il satrapo Tissaferne.
Nel frattempo le eterie oligarchiche avevano diffuso un programma volto al ritorno alla
“costituzione dei padri”, che prevedeva l’abolizione del mysthos e un governo dei 5000 composto
da chi veramente contribuiva militarmente ed economicamente alla città. Si trattava in realtà di un
programma fittizio che il fronte democratico non riuscì a contrastare anche a causa del clima di
terrore e sospetto instaurato dagli oligarchici.
Le difficoltà della guerra e la crisi economica fecero il resto. Quando Pisandro tornò ad Atene
convinse l’assemblea ad abolire l’accusa di illegalità in modo da tutelare quanti facevano proposte
contrarie alla costituzione (tutti i congiurati), ad abolire il mysthos e a instaurare un governo di
transizione composto da 400 cittadini che avrebbero dovuto portare alla patris politeia, cioè al
governo dei 5000. In realtà questo governo non fu mai formato e il governo dei 400 più che un
ritorno alla costituzione dei padri fu un’oligarchia radicale. I leader del governo erano lo stesso

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Pisandro, più Antifonte, Frinicio e Teramene quasi tutti di estrazione democratica. Essi ignorarono
Alcibiade e avviarono trattative con Sparta che non le ascoltò.
La situazione però non era stabile. L’esercito, di stanza a Samo, si ribellò e sostenne i democratici
che presero il potere. Furono eletti quali strateghi Trasibulo e Trasillo e fu formato un governo
ateniese in esilio che si adoperò per richiamare Alcibiade e avviare trattative col regime dei 400.
Questi ultimi erano spaccati al loro interno con Teramene che spingeva per la formazione del
governo dei 5000 temendo l’aggravarsi della situazione a Samo.
Nel frattempo le trattative tra Sparta e il governo dei 400 non ebbero esito positive. Ad Atene
Teramene prese il controllo della situazione fomentando una rivolta degli opliti. Quando nel 411 fu
persa anche l’Eubea il regime dei 400 fu rovesciato e si instaurò il governo dei 5000. Il governo in
esilio a Samo tornò in patria e fu restaurata la democrazia. Teramene in quanto uno dei
protagonisti della fine dell’oligarchia non ebbe ripercussioni, tutti gli altri furono condannati a
morte.

Nel frattempo la guerra si era spostata nell’Ellesponto con importanti successi da parte degli
ateniesi. Sparta chiese la pace ma Atene rifiutò. In questo contesto Atene richiamò
definitivamente Alcibiade che fu eletto stratega con poteri straordinari.
La svolta si ebbe quando fu mandato a gestire la guerra il navarca Lisandro, uomo eccentrico e
innovatore che mal sopportava lo stile di vita livellatore tipico degli spartani. Egli riuscì a stringere
ottimi rapporti col figlio del re di Persia, Ciro, ottenendo i finanziamenti necessari per la flotta e
sconfiggendo la flotta ateniese, sconfitta in seguito alla quale Alcibiade esce di scena.
L’anno dopo però Lisandro non fu confermato, poiché la navarchia non poteva essere reiterata. Il
successore Callicratida era uno scarso e infatti fu sconfitto alle Arginuse. In questa battaglia però
Atene perse un gran numero di navi e gli strateghi furono accusati di non aver cercato di salvare i
naufraghi, sottoposti a giudizio per tradimento anche tramite misure assembleari irregolari.
Senofonte racconta proprio del clima di irregolarità che si era affermato in città in cui pochi, come
Socrate cercavano di far rispettare le leggi, mentre un branco di demagoghi fomentavano il popolo
per ottenere sempre più potere. Tra questi il più attivo era Teramente che non era stato rieletto
stratega nel 406\5 e sperava così di far fuori l’opposizione.
In ogni caso, dopo le Arginuse Atene scelse malauguratamente di continuare la guerra. Nel 405\4
Lisandro ottenne una grandiosa vittoria a Egospotami. La flotta ateniese fu distrutta. L’impero
ateniese crollò tutto d’un colpo. Atene fu assediata via terra dai re spartani Pausania II e Agide e
per mare da Lisandro, senza alleati, rifornimenti e flotta. In questa situazione drammatica
Teramene si propose di andare a trattare presso Lisandro, che nel frattempo assediava Samo, con
la promessa di ottenere buone condizioni. Rimase presso Lisandro 3 mesi, durante i quali gli
ateniesi continuarono a vivere sotto assedio e ne uscirono stremati. Tornò dicendo che doveva
trattare direttamente con Sparta e a Sparta accettò condizioni di guerra durissime che
prevedevano l’abbattimento della flotta, la distruzione delle grandi mura e un trattato di alleanza
sia difensiva che offensiva con Sparta. Sia Senofonte che Lisia concordano nel dire che Trasimene
tradì Atene, spinto dalla sete di un potere che la città non poteva più fornirgli.

4. IL QUARTO SECOLO
Già durante la guerra decelaica sparta aveva abbandonato, grazie a personalità come quella di
Brasida e Lisandro, la sua tradizionale vocazione continentale che si concretizzava in un rifiuto a

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prendere parte alle vicende esterne al Peloponneso. Questo ampliamento degli orizzonti spartani
diventò necessario dopo il 404, quando finì il bipolarismo e Sparta si affermò come unica città
egemone del mondo greco. Questa egemonia però si concretizzò in una politica imperialista anche
più dura di quella ateniese.
Atene, dal canto suo, abbandonò ogni tendenza imperialistica. Si pose come baluardo
dell’autonomia di ogni comunità greca, ma dopo la fine dell’egemonia spartana nel 371 non seppe
proporsi come città egemone.
In questo secolo assistiamo invece all’emergere delle “terze forze” come Corinto, Argo e Tebe, che
rivendicheranno un ruolo sempre più attivo nelle vicende greche. L’ultima città a proporsi come
guida dei greci fu Tebe. Si assiste anche al consolidarsi e affermarsi degli stati federali, più ampi
territorialmente e demograficamente rispetto alle poleis e quindi più solidi.
Il mondo greco del IV secolo è quindi un mondo policentrico, caratterizzato dalla “ricerca fallita di
un equilibrio”, ricercato in strumenti giuridici come le paci comuni o identitari come
l’appartenenza alla comunità ellenica. Nel complesso questo mancato equilibrio determinò la
debolezza dei greci, sempre divisi e in competizione tra loro. Debolezza che li lasciò in pasto a
potenze straniere come la Macedonia di Filippo II.

1. L’EGEMONIA SPARTANA E LE SUE CONTRADDIZIONI


Tradizionalmente Sparta aveva sempre dato molta importanza all’autonomia, ponendosi come
baluardo delle città soprattutto del Peloponneso e poi di tutte quelle greche vessate dagli ateniesi.
Ora che Sparta aveva effettivamente un ruolo egemonico doveva porsi il problema dell’autonomia
dei greci.
Il problema riguardò innanzitutto le città greche d’Asia Minore, che Sparta fu costretta a difendere
dall’impero persiano. Anche se erano stati alleati del Gran Re durante la guerra del Peloponneso i
rapporti con la Persia si erano congelati dopo il 405, quando alla morte del re Serse II, Ciro si era
ribellato al fratello Artaserse II, legittimo erede. Gli spartani si erano schierati con Ciro ma questi
aveva perso. Successivamente, su richiesta delle città ioniche, Sparta aveva mandato diverse
spedizioni in loro difesa, guidate da Tibrone (400), Dercillida (399-397) e dal re Argesilao (396-
394).
Rispetto alle altre città greche, Sparta si pose pretestuosamente a tutela dell’autonomia per poter
meglio governare un impero diviso. L’autonomia fu imposta con la forza e senza tenere conto delle
tradizioni cittadine piuttosto che federali dei vari territori in cui si andava a intervenire. Questa
politica così invasiva sfociò nella guerra d’Elide.
In questo senso si può dire che l’egemonia spartana fu destabilizzante. Per il mondo greco, che in
realtà aveva perso la sua autonomia. Infatti Sparta costrinse le altre città ad alleanze sia offensive
che difensive. Ma soprattutto, per meglio controllare il mar Egeo impose nelle città costiere e nelle
isole guarnigioni guidate da un armasto e governi oligarchici (solitamente decarchie) filospartani.
L’egemonia fu destabilizzante anche per la stessa Sparta. Venne meno la tradizionale uguaglianza
tra gli spartiati, con personaggi che riuscivano ad acquisire ricchezze imponenti grazie alla carica di
armasto. Che l’equilibrio sociale spartano fosse sempre più fragile è testimoniato dalla congiura di
Cinadone, che cercò di imporre diritti pieni anche ai perieci. Soprattutto dalla legge di Epitadeo,
che introdusse la possibilità di alienare la proprietà terriera producendo però il suo accentramento
nelle mani di pochi.

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Altro elemento di novità fu l’introduzione di monete d’oro e d’argento, frutto delle guerre
nell’egeo, che permisero di gestire anche finanziariamente il ruolo egemonico di Sparta ma con
gravi ricadute sociali.

1.1 LISANDRO E L’IMPERIALISMO SPARTANO


Protagonista di questa fase fu Lisandro. Spartiato di discendenza eraclide fu lui a introdurre tanti
elementi di novità che permisero a Sparta di conquistare e mantenere l’egemonia. Ma fu anche
responsabile di tante cose che alienarono la città presso i greci.
Lisandro era una personalità anomala nel contesto spartano. Tra i suoi detrattori c’era chi
sosteneva non fosse nemmeno uno spartiato autentico. in ogni caso già nei suoi dissidi con
Callicratida, uomo invece tradizionalista e fedele alle usanze spartane che livellavano l’individuo
dinnanzi alla comunità, era emersa una personalità eccentrica che mal si adattava alle tradizioni
spartane. A Sparta erano mal sopportati del resto il suo personalismo e la sua ambizione, al punto
che era considerato come un “secondo Pausania”.
Questa diffidenza fu alimentata dallo stesso Lisandro che per esempio già in Asia Minore adottò
uno stile di vita orientaleggiante, si fece costruire un monumento ai navarchi a Delfi in cui in primo
piano c’era non Sparta, ma lui stesso, diffondendo nelle altre città, tramite governi a lui favorevoli
un vero e proprio culto della personalità al punto che a Samo fu eroicizzato quando era ancora in
vita.
Questa diffidenza nel tempo si tramutò in vero e proprio dissidio. Già nel 404 fu richiamato
dall’Ellesponto e poco dopo allontanato dalla città. Si diffusero dicerie circa certi suoi progetti
eversivi, alimentati grazie al sistema delle decarchie e degli armosti, scelti tra i suoi fedeli. Per
questo già nel 403, dopo che fu allontanato, i re e gli efori spartani procedettero alla restaurazione
delle precedenti costituzioni.

1.2 ATENE, I TRENTA TIRANNI E LA RESTAURAZIONE DELLA DEMOCRAZIA


Il caso di Atene è emblematico della politica di Lisandro e dell’opposizione che incontrò tra i greci
e gli spartani stessi.
Dopo la capitolazione, Atene, ancora una volta aggirata da Teramene, fu costretta ad abbattere la
democrazia e ad affermare un governo di 30 oligarchi che avrebbero transitato la città verso il
ritorno alla costituzione dei padri. In realtà questi 30, tra i quali lo stesso Teramene, non
transitarono un bel nulla e procedettero con una politica terroristica volta a eliminare
l’opposizione democratica e espropriare a nome del governo i grandi patrimoni. Gli unici ad avere
pieni diritti furono una lista di 3000, tutti gli altri erano invece in balia dei 30, che furono chiamati
tiranni.
Questa situazione determinò la fuga di tantissime personalità da Atene, che inizialmente si
rifugiarono fuori dalla città, poi esuli in altre poleis, alcune ex nemiche di Atene ma che li accolsero
nonostante le pressioni degli spartani. Tra questi esuli c’era Trasibulo, futuro restauratore della
democrazia.
Il governo dei 30 non fu immune da dissidi interni. In particolare, si assiste allo scontro politico tra
Teramene che sosteneva la necessità di aprire le maglie dell’oligarchia per evitare disordini, e
Crizia che lo accusò di trasformismo. Lo scontro finì con la morte di Teramente che fu illegalmente
condannato a bere la cicuta.
Nel 403, Trasibulo, alla guida di un piccolo gruppo di democratici esuli si insediò sul Pireo. La
popolazione ateniese corse in un suo sostegno, mentre i 30 si asserragliavano nella fortezza di

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Eleusi. Qualche mese dopo ci fu lo scontro, durante il quale morì Crizia. Il potere passò a 10
oligarchi che chiesero il supporto di Atene. Lisandro era pronto a sostenerli, ma il re Pausania II,
oppositore di Lisandro, rinunciò all’assedio e si fece garante delle trattative tra democratici e
oligarchici che portarono alla restaurazione della democrazia. in cambio i democratici si
impegnavano a garantire l’amnistia per i cittadini compromessi con i trenta e a mantenere
l’alleanza con Sparta. A chi voleva fu permesso di trasferirsi ad Eleusi, tutti i capi politici esortarono
il popolo a rispettare l’amnistia.
L’anno successivo, l’anno di Euclide (che fu arconte) vide la ricostruzione dello stato sul piano
economico, politico e sociale. Fu instaurato un collegio di nomoteti incaricato di ridefinire le leggi e
che successivamente si affiancò all’assemblea. Fu reintrodotto il mysthos e ricominciarono le
attività legislative e giudiziarie dell’ekklesia.
La componente moderata, composta da ex sostenitori di Teramene, riuscì comunque a
legittimarsi. Non si comprende quanto questa componente ebbe effettivo gioco, ma è certo che
per esempio l’aeropago aumentò i suoi poteri rispetto all’età periclea.
Furono propri uomini del movimento moderato a porre sotto accusa Socrate nel 399.

1.3 LA GUERRA CORINZIA


Subito dopo la vittoria di Sparta e l’inizio dell’imperialismo di Lisandro gli storici alleati di Sparta, in
primis, beoti e corinzi, mostrarono un crescente mal contento. Esso si esplicitò prima col rifiuto da
parte dei beoti di consegnare Trasibulo in esilio, poi col rifiuto di partecipare alla spedizione contro
Atene nel 403 e infine col rifiuto di partecipare alla spedizione in Asia di Argesilao nel 396.
Intuendo questo mal contento e consapevole del fatto che la frammentarietà dei greci avrebbe
giocato a suo favore il re di Persia prese contatti. Nel 395, per evitare altre spedizioni in Asia da
parte degli spartani i persiani sollecitarono città come Corinto, Argo e Tebe e forse anche Atene a
far guerra a Sparta.
Questa guerra scoppiò prima in Beozia, nel 395, quando focesi e locresi entrarono in conflitto e
Tebe si schierò con questi ultimi. A sostegno di Tebe c’era anche Atene, allettata dall’idea di
tornare a svolgere un ruolo egemonico presso i greci, ma in realtà ancora troppo debole per
svolgere un ruolo di primo piano. in ogni caso, nel 395, ci fu la battaglia di Aliarto durante la quale
Lisandro fu sconfitto e ucciso. Il re Pausania II, con il quale avrebbe dovuto ricongiungersi arrivò
troppo tardi e rifiutò lo scontro, preferendo ritirarsi.
Successivamente, le città coalizzate contro Sparta (Atene, Argo, Tebe, Corinto) costituirono un
sinedrio comune con sede a Corinto che condusse la guerra corinzia fino al 386, anno della prima
pace comune.
La guerra vide diverse battaglie, alcune vinte dagli spartani, altre dalla coalizione. Una in
particolare, la battaglia di Cnido (394) fu vinta dall’ateniese Conone, a capo di una flotta persiana.
Questa battaglia segnò la fine della talassocrazia spartana, di lì a poco gli armosti furono cacciati
dalle città dell’egeo orientale che rimasero autonome. Grazie a questa vittoria, Atene strinse nuovi
rapporti con le poleis e le isole dell’egeo che gettarono le basi per la seconda lega navale del 378.
Nel frattempo gli ateniesi cacciavano gli spartani dall’area di Corinto, dove aveva preso il
sopravvento il fronte democratico che aveva avviato un programma di unione con Argo (non si sa
se nel senso dell’isopoliteia o sinecismo) che durò fino al 386. Si tratta di uno dei più interessanti
esperimenti per superare l’isolamento della polis.
Le difficoltà che gli spartani stavano incontrando indussero a chiedere una tregua. Nel 392\1,
iniziarono le trattative a Sardi, alla presenza di Spartani, persiani, beoti, argivi ateniesi e corinzi.

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Sparta propose di lasciare ai persiani le città d’asia minore in cambio del riconoscimento
dell’autonomia di tutti gli altri greci. Si trattava di un tentativo per indebolire le città coalizzate,
rompendo l’unione tra Argo e Corinto, i nuovi rapporti tra Atene e le polis egee e tra tebe e le
poleis beotiche. Queste trattative però furono un grave colpo per il prestigio panellenico spartano.
In ogni caso esse non andarono a buon fine. Nel 391 ricominciarono le operazioni militari spartane
in Asia e sul continente tra coalizzati e spartani. Nel 388 morì Trasibulo.

2. LA PACE COMUNE DEL 387\6: L’AUTONOMIA COME PRINCIPIO DI CONVIVENZA


INTERNAZIONALE
Le trattative tra spartani e persiani ripresero nel 388 e si conclusero nel 387\6 con la pace del Re o
pace di Antalcida. Sparta rinunciò a difendere le città greche d’Asia Minore, Cipro e le isole
Clazomene, la Persia accoglieva il principio dell’autonomia delle città greche ponendosi come
garante super partes dei conflitti.
Fu così introdotto il concetto giuridico di pace comune (koinè eirene) che tutelava
pretestuosamente il principio di autonomia dei greci, la cui applicazione era appunto garantita dal
Re di Persia. In questo modo Sparta vedeva riconosciuto il suo ruolo di egemone dei greci. Le paci
comuni furono uno strumento che segnò la storia greca dal 386 alla conquista romana, il ruolo di
garante fu poi ricoperto da altre poleis, poi dal re macedone (Filippo II e Alessandro I) e
successivamente dai romani.
Questa pace rispondeva sia alle esigenze del Gran Re che vedeva finalmente riconosciuto il suo
diritto sulle città d’Asia Minore, sia degli spartani che venivano riconosciuti come difensori
dell’autonomia in luogo del Re e affermarono la loro egemonia.
Essi pretesero lo scioglimento di ogni forma di accordo internazionale (le leghe, gli stati federali, le
isopoliteia e così via). Questa politica fu sostenuta dal re Agesilao che costrinse Tebe a sciogliere la
lega beotica (lo scontro con Tebe sarà però costante), fu poi sciolta l’unione tra Argo e Corinto, a
Mantinea, che in arcadia stava diventando sempre più influente, si affermò il diecismo (unione di
villaggi), a Olinto fu imposto lo scioglimento della lega calcidica.
Proprio durante la guerra con Olinto però ci fu un episodio che rivelò la pretestuosità della pace
comune e del principio di autonomia. Nel 382, lo spartano Febida occupò la Cadme, roccaforte
tebana su istigazione della componente filospartana della città e con la complicità di Agesilao. A
Tebe si instaurò un governo filospartano retto da Leonziade il quale fu però rovesciato nel 379, da
cittadini appoggiati da Atene che instaurarono una democrazia e rifondarono la lega beotica.
Sparta reagì tentando di occupare il Pireo di Atene nel 378, l’aggressione non andò a buon fine ma
ancora una volta la classe dirigente spartana si mostrò connivente. Ciò fece sì che Atene stipulasse
un’alleanza con Tebe e fondasse la Seconda lega navale, riproponendosi come città guida dei greci.

3. LA SECONDA LEGA ATENIESE


La seconda lega navale ateniese fu fondata nel 379 e nacque dal lavoro diplomatico che
personaggi come Trasibulo e Conone avevano compiuto nei decenni precedenti.
Una fonte fondamentale a riguardo è il decreto di Aristotele, il documento epigrafico che attesta la
fondazione della lega. Si trattava di un’alleanza difensiva, inizialmente sancita da Atene, Chio,
Metimna, Mitilene, Rodi, Bisanzio e Tebe. Tale alleanza riconosceva la pace comune inserendosi
quindi nel contesto giuridico affermatosi nel 386, tuttavia si poneva l’intento di contrastare la
politica imperialista spartana.

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Per questo di notevole interesse è il fatto che in questo documento ci sia una definizione di
autonomia che colmò l’ambiguità giuridica precedente che andava a favore degli Spartani, i quali
interpretavano il concetto di autonomia come gli pareva. Questo documento invece stabilisce che
le città o i barbari o chiunque non sia soggetto al re siano liberi di allearsi e associarsi, nel
mantenimento ciascuno della propria autonomia cioè della possibilità di avere la propria
costituzione e non subire la presenza di guarnigioni o tributi.
In effetti anche l’organizzazione della lega rispecchia una maggiore orizzontalità. I membri della
lega si riunivano in un sinedrio con sede ad Atene il quale lavorava parallelamente con la bulè e
l’ekklesia. Così sia l’assemblea ateniese che quella del sinedrio potevano avanzare proposte l’una
all’altra. I synedroioi avevano pari diritto di voto, Atene aveva solo un ruolo militare e non c’erano
tributi, ma solo un contributo volontario definito syntaxeis.
Sembra che inizialmente la lega riscosse un notevole successo, con l’unione di una 70ina di stati.
Successivamente però essa affrontò periodi difficili che iniziarono quando, in seguito alla battaglia
di Leuttra e alla fine dell’egemonia spartana, Atene strinse un’alleanza con Sparta. Veniva così
svuotata di senso una lega nata con esplicito intento antispartano. Non è chiaro se Atene avviò
delle politiche imperialiste, probabilmente gli alleati si rifiutarono di pagare delle syntaxeis che
ormai trovavano inutili, certamente le città che ne facevano parte erano preoccupate per la loro
autonomia. Particolarmente critica fu l’annessione nel 365 di Samo da parte di Timoteo e poi di
altre città che però non facevano parte della lega.
Questo progressivo sfaldamento si consumò nella guerra degli alleati (357-355). Chio, Bisanzio,
Rodi e Cos si ribellarono per motivi poco chiari e ottennero importanti successi contro Atene.
Secondo alcuni la guerra è sintomo di un sempre più aggressivo imperialismo da parte di Atene,
secondo altri di una perdita di interesse da parte degli alleati più preoccupati dal possibile
imperialismo ateniese e dall’emergere di nuove potenze.
Dopo la guerra la lega restò attiva fino al suo scioglimento nel 338.

4. L’EGEMONIA TEBANA E LA RINASCITA DEGLI STATI FEDERALI


Negli anni successivi al 378, Sparta si trovò ad affrontare il successo della Lega ateniese e il
rafforzarsi della potenza tebana. Varie spedizioni in Beozia, tra 378 e 376 andarono a vuoto. Nel
frattempo gli spartani venivano varie volte sconfitti sul mare dagli ateniesi.
Nel 375 Tebe sconfisse gli spartani a Tegira, liberando le città beotiche dai presidi spartani e
proponendosi come guida egemonica dei greci.
Successivamente fu stipulata tra Atene e Sparta una pace che assicurava le sfere d’influenza in un
illusorio ritorno al bipolarismo dei tempi di Cimone. La pace durò molto poco, ma rivelò anche la
diffidenza di Atene verso Tebe, la cui presenza nella lega navale era solo di facciata e che sempre
più si stava rafforzando.
Dopo la riconquista della cadmea, nel 379, Tebe aveva proceduto alla rifondazione della lega
beotica, riorganizzata in senso “democratico”. Furono aperti i diritti di cittadinanza, prima a base
censitaria, e l’organismo decisionale non fu più un’assemblea rappresentativa paritaria ma
un’assemblea federale con sede a Tebe che riusciva ad avere pieno controllo sui suoi alleati.
La rottura definitiva tra Tebe e Atene si consumò nel 373, dopo la distruzione di Platea, storica
alleata ateniese. In Attica prese vigore il partito che voleva la pace con Sparta, di stampo moderato
e guidato da Callistrato, rappresentativo delle fasce più ricche dei cittadini. Il partito filotebano era
invece guidato da Aristofonte, democratico radicale. Questa divisione politica rispecchiava una
contraddizione sociale che andava ad acuirsi. Infatti la guerra ricadeva tutta sui cittadini più ricchi

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costretti a prestazioni finanziarie più importanti. Neppure la riforma dell’eisphorà, l’imposta di
guerra, che andò a costituire una patrimoniale distribuita tra le prime tre classi di censo riuscì a
placare gli animi. Per questo fu approvata dall’assemblea la pace con Sparta.
Nel 371 si tenne quindi il congresso di Sparta. Senofonte racconta il dibattito tra gli ambasciatori
ateniesi, Callistrato e il democratico radicale Autocle. Altre fonti riferiscono il dibattito tra il re
spartano Agesilao e il tebano Epaminonda.
Autocle attaccò duramente gli spartani e sostenne di voler continuare la guerra.
Callistrato invita sia Atene che Sparta all’autocritica e sostiene un ritorno alla divisione delle sfere
d’influenza, come il filosofo Isocrate andava sostenendo. Su questa posizione fu trovata una linea
d’intesa che sanciva le rispettive sfere d’influenza, il diritto all’autonomia delle città e degli stati
federali e il ritiro degli armosti spartani. I tebani rimasero esclusi dall’accordo essendogli impedito
di giurare per tutta la lega beotica.
All’indomani del congresso il re spartano Cleombroto invase la Beozia. A Leuttra spartani e tebani
si scontrarono con una decisiva vittoria di questi ultimi, 400 Spartiati e lo stesso re morirono nella
battaglia. Alla fine Tebe rinunciò a muovere sul Peloponneso, ma l’egemonia spartana era finita.
Il congresso di pace, che si tenne ad Atene fu una possibilità sprecata di riproporsi come città
egemone del mondo greco e garante del principio di autonomia. Tutti i greci aderirono al principio
di autonomia come veniva definito nel decreto di Aristotele, anche Sparta che quindi dovette
sciogliere la lega del Peloponneso.
Infatti, subito dopo la conclusione della pace, il Peloponneso entrò in agitazione. La città di
Mantinea, precedentemente divisa in 4 villaggi, si ricostituì e volle unificare l’Arcadia, attaccò
quindi la città di Tegea e si alleò con Argo ed Elei. Fu in questo contesto che si rivelò quanto fosse
illusoria la politica della divisione delle sfere d’influenza. Sparta attaccò Mantinea in supporto a
Tegea, la città chiese il supporto di Atene, la quale esitò. Furono quindi i tebani a soccorrere
Mantinea e a invadere il Peloponneso. In funzione anti-tebana Atene e Sparta si allearono,
privando così di significato la lega navale ateniese. Ciò pose fine anche alle aspirazioni egemoniche
ateniesi.
Restavano solo i tebani. La città aveva strappato nel VI secolo l’egemonia della lega beotica a
Orcomeno. Nel 379 l’aveva rifondata dandogli un’impronta più democratica per meglio
controllarla. Storici alleati degli spartani, avevano iniziato a vederne sempre più di cattivo occhio
l’imperialismo. Ciò li aveva fatti avvicinare agli ateniesi, con i quali i rapporti si erano presto
guastati. La vittoria di Leuttra e le incapacità di Atene la lasciarono unica candidata al ruolo
egemonico. In questa fase le personalità più importanti furono i generali Pelopida ed Epaminonda.

4.1 EPAMINONDA E IL PELOPONNESO


Epaminonda fu particolarmente attivo nel Peloponneso. la prima spedizione del 370 aveva lo
scopo di riorganizzarlo in funzione antispartana e sostenere la neonata lega arcadica. Questa
politica peloponnesiaca non fu apprezzata in patria, molti tebani volevano solo l’indipendenza
della Beozia e non comprendevano l’utilità di una spedizione lontana. Epaminonda fu infatti
finanziato dagli elei.
La guerra si spostò presto in territorio spartano. Sparta affrontò serie difficoltà legate a rivolte,
crisi sociali e politiche. Il re Argesilao evitò lo scontro, Epaminonda decise quindi di attaccare
l’equilibrio socio-economico spartano: devastò la Laconia, esortò la ribellione degli iloti e
soprattutto liberò la città di Messene. Fu a questo punto che Sparta chiese il supporto di Atene.

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La prima spedizione nel Peloponneso fu presentata dalla propaganda filo-tebana come una grande
spedizione panellenica contro l’oppressore spartano. La liberazione di Messene e il rafforzamento
della lega arcadica crearono una solida opposizione a Sparta nel territorio che tradizionalmente
era di sua competenza, inoltre la cintura democratica costituita da Argo, Elea e Mantinea isolò
Sparta nel Peloponneso meridionale.
Un secondo intervento nel Peloponneso ci fu nel 369. In questa occasione Epaminonda indebolì
ulteriormente Sparta privandola di diversi alleati. Al suo ritorno però fu processato (e assolto), ma
non fu riconfermato come boetarca. A Tebe si affermò così il partito contrario alla politica
peloponnesiaca.
Il disimpegno tebano spezzò l’equilibrio dell’alleanza peloponnesiaca: Mantinea entrò in conflitto
con Elea rivendicando un ruolo egemonico sul Peloponneso. Le rivendicazioni degli alleati, che già
erano emerse in occasione della prima spedizione, si fecero più insistenti, anche perché la
posizione di Tebe nell’alleanza antispartana non era definita. In questo modo fu messa in
discussione la continuità della politica peloponnesiaca.

4.2 PELOPIDA E LA TESSAGLIA


La seconda linea d’azione tebana fu verso la Grecia centro-settentrionale. In particolare, in
Tessaglia si era affermato tra 385 e 370 il potere di Giasone di Fere, che aveva unificato la regione
e rivendicava sempre più esplicitamente un ruolo egemonico presso i greci. Nel 371 aveva
conquistato Eraclea trachica e successivamente aveva rivendicato il controllo dell’anfizionia
delfico-pitaica, prefigurando l’unità dei greci e un’invasione contro la persia.
Fu ucciso nel 370. Susseguirono al trono prima i fratelli, poi il nipote Alessandro. Egli esercitò un
potere dispotico e tirannico al punto che gli Alevadi di Larissa chiesero prima l’intervento del re di
Macedonia Alessandro II il quale rifiutò, poi dei tebani.
Fu così che ebbe luogo la prima spedizione tebana in Tessaglia (370), guidata da Pelopida. Egli
stipulò un accordo con Alessandro di Fere perché non attaccasse le altre città tessale, poi
intervenne in Macedonia a risolvere delle questioni dinastiche tra Alessandro II e Tolomeo di Aloro
che lo insidiava. Fu in questo modo che ristabilì l’egemonia tebana sulla macedonia, sancita dalla
presa in ostaggio del fratello del re, Filippo.
Un secondo intervento contro Alessandro di Fere fu chiesto dalle città tessale l’anno dopo.
Pelopida fu mandato a capo di una commissione d’inchiesta, ma nel frattempo in Macedonia
Tolomeo spodestò Alessandro II provocando una guerra civile. Pelopida pose quindi Tolomeo
come reggente della Macedonia in vece dei fratelli di Alessandro, Filippo e Perdicca, ancora troppo
giovani. Successivamente però fu fatto prigioniero da Alessandro di Fere.
Questo fato mostrò la debolezza dei due leader tebani, con Pelopida prigioniero ed Epaminonda
che non fu riconfermato come boetarca se non nel 367, quando avviò una terza spedizione in
Tessaglia che ottenne il rilascio dei prigionieri.
L’intento di Pelopida era quello stabilire l’egemonia tebana nella grecia centro-settentrionale, in
modo da controllare l’anfizionia delfico-pitaica e da lì reclamare l’egemonia su tutti i greci. Era un
progetto ambizioso, che riprendeva quello di Giasone di Fere e che verrà fatto proprio da Filippo II.
Sia Epaminonda che Pelopida propagandavano sentimenti panellenistici, democratici e
antitirannici, ma entrambi proponevano un programma che Tebe non aveva né la tradizione
politica né i mezzi finanziari per accollarsi. Fu per questo che non riscossero successo in città.

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4.3 VERSO MANTINEA
Nel 367 gli spartani mandarono un’ambasceria a Susa per chiedere supporto finanziario e politico.
Intervennero i tebani, che inviarono a loro volta Pelopida nel tentativo di strappare un accordo che
sancisse una pace comune con garante la città di Tebe. Tornati in patria i tebani non riuscirono a
ottenere la ratifica degli accordi e il loro progetto egemonico sfumò.
Nel frattempo Epaminonda e Pelopida continuarono a coltivare i loro progetti nel Peloponneso e in
Tessaglia. Nel 366 Epaminonda scese nel Peloponneso per far rientrare gli achei, presso i quali si
era affermato il partito oligarchico e filospartano, nel fronte tebano. L’alleanza peloponnesiaca si
stava rapidamente sfaldando, con i rapporti con gli arcadi tesi e uno scazzo sempre più evidente
tra Mantinea ed Elea. In questo contesto Epaminonda si accordò con gli oligarchi achei
concedendo di mantenere il governo. Ciò determinò l’ira dei democratici e Tebe fu costretta a
mandare armosti e instaurare un governo democratico filotebano. Fu un’azione molto impopolare,
che violava il principio di autonomia. Il governo democratico non resse e l’Acaia sfanculò i tebani.
Nel frattempo Licomede di Mantinea concludeva un’alleanza con Atene.
Per assicurarsi il controllo definitivo sulla Tessaglia, Pelopida intervenne una quarta volta nel 364
contro Alessandro di Fere. Lo sconfisse a Cinoscefale ma morì nello scontro. I tebani rinunciarono
a consolidare il loro potere sulla regione, lasciando le rispettive autonomie, da una parte Fere,
dall’altra le altre città tessali.
Nel 365 scoppiò la guerra tra arcadi ed elei, con i quali si schierarono rispettivamente gli achei e
Sparta. Nel 364 gli arcadi furono sconfitti, la loro federazione si disgregò. A Mantinea salì un
governo filospartano, Megalopoli e Tegea erano fedeli a Tebe. Queste ultime chiamarono nel 362
Epaminonda per cercare di rinsaldare la lega arcadica, tentativo fallito. Un ultimo scontro, presso
Mantinea, in cui si affrontarono i tebani e la lega arcadica da un lato e Sparta, Mantinea, elei e
ateniesi dall’altro si risolse a favore dei tebani ma con la morte di Epaminonda.

Crollò definitivamente così il sogno di un’egemonia tebana. La città infatti si reggeva sulle due
personalità che la guidavano e non riuscì a rimpiazzarle. Tebe rimase la più importante città dal
punto di vista militare, ma non era in grado di portare avanti nessuna politica egemonica coerente.
A questo fallimento contribuirono la mancanza di un’alleanza ufficiale dotata di organismi comuni,
la mancanza di risorse finanziare e la costante conflittualità nel Peloponneso e in Tessaglia. La fine
del progetto egemonico tebano rivelò come ormai il sistema della polis non fosse più adatto a
guidare i greci. Le altre città, per quanto prestigiose non erano in grado di rivendicare un bel nulla,
con Sparta ormai isolata sul piano internazionale e Atene ormai travolta dalla guerra degli alleati.
Altri soggetti politici stavano però emergendo: nel Peloponneso il federalismo democratico per
quanto instabile si andava sviluppando, la Macedonia e la Tessaglia erano stata ampiamente
coinvolte nelle questioni greche e mostravano di aspirare a un ruolo egemonico.
il progetto di Pelopida ed Epaminonda restava valido, a raccoglierlo fu Filippo II di Macedonia, che
proprio a Tebe era stato cresciuto.

5. LA FINE DELLE EGEMONIE CITTADINE E L’ASCESA DELLA MACEDONIA: FILIPPO II


La Macedonia era una pianura a nord della Grecia, circondata da montagne. Qui viveva una
federazione di popolazioni guidata da una monarchia di stampo omerico, in cui il re era primum
inter pares ed eletto dall’assemblea del popolo in armi. La successione era comunque ereditaria
ma la pratica della poligamia determinava spesso crisi dinastiche.

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La società era divisa in cavalieri (l’aristocrazia vicina al re, gli eteri) e opliti (contadini liberi e
pezeteri).
I macedoni furono sempre considerati dai greci barbari. Fu il re Alessandro I, detto filelleno, ad
avvicinare la Macedonia al mondo greco. Alla fine del VII secolo infatti fu lui ad unificare la
pianura, lasciando la zona delle montagne a dinastie autonome. Alessandro I fu nominato dagli
ateniesi “prosseno e benefattore”.
Altri regni importanti furono quelli Archelao (414-399) il quale riorganizzò il regno ampliando le
strade e rafforzando l’esercito. Avviò poi un’intensa politica culturale che avvicinò molti artisti e
pensatori alla sua corte.
Il suo successore, Aminta III, salito al trono nel 394 in seguito a delle crisi dinastiche, affrontò gli
attacchi dei vicini Illiri e Calcidesi. Fu padre di tre figli: Alessandro II che fu ucciso da Telomeo di
Aloro, Perdicca III che morì in guerra e Filippo che salì al trono nel 360 in qualità di reggente e
tutore del figlio minorenne di Perdicca.

5.1 IL RAFFORZAMENTO DEL REGNO MACEDONE


Appena salito al trono Filippo dovette consolidare il suo potere. I barbari premevano sui confini, gli
aristocratici gli si opponevano e le città costiere della macedonia erano controllate dagli ateniesi.
La prima cosa che fece fu tranquillizzare tramite tributi i barbari a nord, Peoni e Traci.
Successivamente si assicurò la fedeltà degli aristocratici chiamando i loro figli a corte per educarli.
Volle anche riorganizzare l’esercito sul modello tebano, aggiungendo alla falange oplitica,
pesantemente armata una falange più leggera. grazie a questo nuovo esercito nel 358 sconfisse gli
illiri e successivamente se li fece alleati tramite un matrimonio di convenienza.
Riguardo gli ateniesi, nel 357 conquistò Anfipoli, approfittando della guerra degli alleati. In questo
modo si assicurò importanti risorse. Successivamente libero tutta la costa macedone dalla
presenza ateniese mentre questi non poterono fare nulla.

5.2 LA TERZA GUERRA SACRA


L’occasione per entrare nelle faccende greche si presentò quando nel 356 Tebe accusò i focesi di
sacrilegio tramite l’anfizionia delfico-pitaica e questi risposero occupando Delfi.
Scoppiò così la terza guerra sacra che vide da un lato i focesi, alleati degli spartani e degli ateniesi,
dall’altro Tebe e la Tessaglia. Questi ultimi furono sconfitti nella battaglia di Argolas, e sebbene
ripagarono il conto quasi subito nella battaglia di Neon, la sconfitta ebbe pesanti ripercussioni: la
città di Fere si schierò con i focesi e riprese ad aggredire le altre città delle Tessaglia, le quali
chiesero la protezione di Filippo. In questo modo si apriva per Filippo la possibilità di intervenire in
Grecia con un ruolo determinante. Nel 354 quindi Filippo occupò il porto di Pagase.
Le prime battaglia in realtà lo videro sconfitto. Ma nel 352, con l’appoggio degli Alevadi di Larissa,
riuscì a farsi eleggere tago dei tessali e forte dell’esercito tessalico sconfisse i focesi e i feresi nella
battaglia dei campi di croco. Fere si arrese, i suoi tiranni scapparono. La tagia fu un grande
successo politico, che lo mise alla guida di un grande stato greco, ricco di risorse e di uomini e gli
aprì la possibilità di controllare l’anfizionia delfico-pitaica reclamando un ruolo egemone presso i
greci.

Nel frattempo ci furono ulteriori sviluppi anche nei rapporti con Atene. La città si era ormai
riassestata dopo la guerra degli alleati. Politicamente si erano affermati uomini politici diversi da
quelli tradizionali, che facevano proprio un ambito d’azione specifico. C’erano così gli oratori, gli

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strateghi militari, i tesorieri e così via, laddove prima tale distinzione tecnica non sussisteva.
Particolarmente influente in città fu Eubulo, preposto al controllo del theorikòn, il fondo costituito
dalle eccedenze di bilancio che veniva redistribuito per assicurare la partecipazione di tutti i
cittadini agli spettacoli teatrali. Membro del fronte moderato, esasperato dalla guerra, Eubulo si
adoperò perché tale fondo non venisse ridestinato a scopi militari. In questo senso in città
l’opinione pubblica non prestava particolare ascolto a quanti, come Demostene, mettevano in
guardia la città dal rafforzarsi del regno macedone. Atene aveva ormai perso la sua vocazione
egemonica e già nel 352 si era rifiutata di intervenire contro Sparta in difesa di Megalopoli.
Nel 351 Filippo riprese la sua attività anti-ateniese nell’egeo settentrionale arrivando a minacciare
la città di Olinto, posta sotto assedio nel 349. Atene si mosse troppo tardi e Olinto fu presa e
distrutta.
Subito dopo iniziarono trattative che portarono nel 346 alla pace di Filocrate.
Contemporaneamente a Pella si riunivano le delegazioni per porre fine alla guerra sacra. La
decisione fu quella cacciare i focesi da Delfi. Filippo passò quindi in Grecia centrale e li sconfisse
riservando loro un durissimo trattamento. A quel punto fu sancita una pace comune che aveva
quale garante Filippo stesso.

5.3 CHERONEA
Nel 344 i rapporti tra Persia e Macedonia iniziarono a congelarsi. Se in precedenza erano stati
buoni adesso si rafforzava quel partito greco che vedeva in Filippo il primo dei greci, capace di
unificarli e di dirigere le loro forze contro il nemico comune persiano. Era questa la posizione di
Isocrate, che vedeva nella guerra con la Persia anche la possibilità di un recupero economico dopo
tanti anni di guerre e crisi economica in Grecia.
Sul fronte opposto stava Demostene, che vedeva in Filippo il “nuovo barbaro” e non disdegnava il
supporto della Persia per combatterlo.
Dopo il 344 Filippo accrebbe ovunque il suo potere: pose un suo fidato sul trono dell’Epiro, si
espanse in Tracia fino al mar nero, domò una rivolta in Tessaglia il cui controllo fu assicurato
dall’alleanza con la città di Farsalo. Soprattutto si rafforzò la sua attività in Grecia, nel Peloponneso
sostenne governi democratici antispartani, in Eubea oligarchi anti-ateniesi. In seguito a tutte
queste provocazioni Atene rispose. Recuperarono l’Eubea anche col sostegno della Persia e
soprattutto Demostene fu inviato nel Peloponneso in cerca di alleati, nel 340 si formò così
un’ampia coalizione che riuniva poleis, stati federali e altre città: la lega ellenica.
Nel 340 Filippo, tramite l’anfizionia, fece in modo di accusare di sacrilegio i locresi di Anfissa.
Scoppiava così la quarta guerra sacra, alla votazione della quale non parteciparono né i tebani né
Atene.
Nel 339 i tebani occuparono Nicea, Filippo fu nominato comandante dell’anfizionia e occupò
Eleatea. Fu Demostene a sollecitare l’alleanza con Tebe. Lo scontro decisivo si ebbe nel 338, a
Cheronea. Filippo ottenne una vittoria schiacciante ma la usò in modo da spezzare l’alleanza tra
Tebe e Atene: mentre Tebe fu umiliata, ad Atene fu invece permesso di conservare vari territori
nell’egeo e gli fu promessa la restituzione degli ostaggi.
Risolta così la questione, posizionò guarnigioni nei punti chiave della Grecia, la maggior parte dei
popoli del Peloponneso si schierò con lui.

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5.4 LA LEGA DI CORINTO E LA MORTE DI FILIPPO II
Nel 337 Filippo definì meglio il suo rapporto con i greci, creando la lega di Corinto di cui si assunse
l’egemonia. Secondo gli accordi, gli alleati si impegnavano alla piena obbedienza a Filippo e a non
mutare le costituzioni che questi aveva stabilito per loro. Filippo in cambia non sottometteva la
Grecia, bensì prometteva il ruolo di garante della pace comune.
Al sinedrio della lega fece votare la spedizione in Asia, legittimata come vendetta contro l’oltraggio
fatto ai templi greci. Nella primavera del 336 una prima spedizione fu inviata ma Filippo fu ucciso
poco dopo da una sua guardia del corpo. Non è chiaro se i mandanti siano stati Olimpia e
Alessandro, il re di Persia o altri avversari politici. Aristotele dice che i motivi furono privati.
In ogni caso, se in Macedonia il giudizio su Filippo è concorde nel definirlo come un uomo
grandioso che elevò il popolo macedone dallo stato bruto alla grandezza, in Grecia le
interpretazioni furono diverse. Demostene lo considerava il nuovo barbaro, nemico della libertà
dei greci; Isocrate lo considerò il più grande dei greci, capace di unirli e governarli con
moderazione. La stessa divisione si trova nelle interpretazioni moderne.
Certo è che Filippo seppe utilizzare gli strumenti giuridici greci per affermare la propria egemonia.
In questo senso, presentandosi in modo diverso secondo le circostanze, una volta come tago dei
tessali, poi come egemone dell’anfizionia, poi come re dei macedoni e e così via, seppe in realtà
conciliarsi con la tradizione greca trovando un consenso che altri prima di lui non avevano trovato.

6. SIRACUSA, LA TIRANNIDE DIONISIANA E LA NASCITA DELLO STATO TERRITORIALE


Dopo la vittoria sugli Ateniesi, a Siracusa rimase la costituzione democratica guidata da Diocle. Suo
avversario politico, Ermocrate, aveva sconfitto gli ateniesi ma non era riuscito a farsi nominare
stratego autokratos. Nel 410, mentre era nell’egeo a combattere al fianco di Sparta, fu raggiunto
da un decreto di espulsione. Tornò quindi in patria, forte dei finanziamenti persiani, dove nel
frattempo era scoppiata la guerra con Cartagine. L’intervento di Ermocrate contro i cartaginesi fu
risolutivo, ma i siracusani continuarono a non accettarlo. Nel 408 quindi cercò di attaccare la città
per insidiarvi una tirannide ma morì. Successivamente Cartagine continuò la sua azione in Sicilia,
distrusse Agrigento e minacciò Gela e Camarina.

6.1 DIONISO I
In questo contesto si colloca l’ascesa di Dioniso I, genero di Ermocrate. Egli riuscì a far deporre gli
strateghi in carica e poi anche i suoi colleghi. In questo modo si fece eleggere strategos autokratos,
sfruttando il pretesto dell’emergenza militare. Mantenne il potere fino alla morte nel 367. La
strategia autocratica fu presto trasformata in tirannide, Dioniso si circondò di una guardia del
corpo e adottò una politica propagandistica molto popolare. Alcune fonti parlano anche di
dynasteia rimarcando l’importanza che ebbero per Dioniso i suoi collaboratori, i philoi.
Dioniso condusse nel corso della sua vita 4 guerre contro Cartagine. All’inizio del suo mandato
però dovette consolidare il suo potere, quindi trattò una pace che non danneggiasse troppo
Siracusa e sul piano interno accolse quali cittadini numerosi mercenari, schiavi liberi ed esuli.
Mantenne così le istituzioni democratiche ma fece in modo di porle sotto il suo controllo. Si
assicurò il suo consenso anche tramite un vasto programma di opere pubbliche che assicuravano
lavoro a tanti diseredati. Riprese poi il programma che era stato della dinastia Dinamonide a Gela
insediandosi nel conflitto dorico-calcidico e greco-siculo.
Consolidato il suo potere, nel 397 iniziò la seconda guerra con Cartagine. Questa ebbe all’inizio
esito positivo, successivamente fu necessario l’intervento spartano per porla a termine. Il navarca

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spartano, Falaride lo sostenne anche contro l’opposizione interna guidata da Teodoro. La guerra si
concluse nel 392 e ridusse sensibilmente la presenza punica sull’isola.
Successivamente si dedicò a un programma di espansione in Italia. Già durante la prima guerra con
Cartagine aveva stretto accordi con Messena e Reggio. Il suo obiettivo era uno stato territoriale
che unisse tutti i greci occidentali in una politica anti-barbarica. Ad opporsi a questo progetto fu
però la città di Reggio che diede vita alla Lega Italica, contro la quale Dioniso accettò l’alleanza con
i Lucani. Il suo rapporto con i barbari italici quindi non era meno ambiguo di quello con i
cartaginesi: da un lato diceva di combatterli per legittimare il suo potere presso i greci, ma proprio
per questo non poteva farne a meno. Nel frattempo Dioniso affrontava forti contrasti con i suoi
philoi, di cui alcuni furono uccisi, altri allontanati. Nel 388 la lega italica fu sconfitta e Dioniso ebbe
la strada spianata per i suoi progetti.
Nel decennio tra gli anni 90-80 quindi Dioniso procedette ad una vasta politica coloniale nel mar
Adriatico e nel Mar Tirreno. Nell’Adriatico furono fondate diverse colonie, intessuti rapporti
diplomatici efficaci con i re d’Epiro ed Illirio e strette alleanze con i celti d’Italia in funzione anti-
etrusca. Nel Tirreno invece lo scontro con gli etruschi fu più esplicito.
Nel 383 riprese la guerra con Cartagine. Fu sconfitto nel 375 e accettare che i cartaginesi
controllassero la Sicilia occidentale. Negli anni successivi si alleò con Sparta e Atene, la quale gli
riconobbe il ruolo di egemone dei greci occidentali.
L’ultima guerra con Cartagine è datata 367 e Dioniso morì nel tentativo di riconquistare i territori
perduti.
Dioniso fu certamente uno dei personaggi politici più influenti dell’epoca. Egli riprese a modello la
dinastia dei Dinomenidi sfruttando a proprio vantaggio i conflitti interni alle comunità nell’ambito
della contrapposizione dorico-calcidica e greco-sicula. Seppe inoltre ben rapportarsi rispetto ai
barbari con i quali a seconda delle circostanze entrava in guerra o stringeva accordi. Sempre di
matrice dinomenidida è la politica di opere pubbliche e la propaganda.
L’esito dell’azione di Dioniso fu fruttuoso e per molti aspetti anticipatorio. Dopo la sua morte,
Siracusa aveva superato la polis e si qualificava come uno stato territoriale in cui si trovavano
innumerevoli città e popolazioni. Si trattava di uno stato multietnico e autocratico che anticipò la
Macedonia di Filippo e gli stati ellenici.

6.2 DIONISO II
Dioniso I aveva due mogli, una di stirpe Siracusana l’altra di stirpe locrese. Alla sua morte
l’assemblea nominò stratego autokratos il figlio di parte locrese, Dioniso II. Si trattava di un
giovane poco incline alla politica che subì l’influenza contrapposta di Filisto, ex philos di Dioniso I e
teorico di regime, e Dione il fratello della moglie siracusana. In ogni caso, Dioniso II continuò la
politica espansionistica del padre in Italia.
Nel 366 i contrasti tra Dione e Filisto portarono all’allontanamento del primo. Questi si reco ad
Atene dove arruolò una flotta mercenaria con lo scopo di tornare a Siracusa e liberare la città dalla
tirannide. Platone cercò infruttuosamente un riavvicinamento e nel 357 la spedizione partì. Sbarcò
in Sicilia col supporto di Cartagine e sicelioti ed entrarono facilmente a Siracusa. Dioniso II si rifugiò
sull’isola di Ortigia, nel frattempo Filisto veniva sconfitto sul mare e ucciso. Dioniso II si rifugiò a
Locri.
Seguì un periodo di forte instabilità. Dione rimase al potere tre anni, fu poi allontanato e ritornò
ancora poco dopo ma affermò un regime tirannico. Si liberò del suo rivale Eraclide nel 354 e morì

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l’anno dopo per una congiura orchestrata dal collaboratore Callippo. Seguì un passaggio del
governo di mano in mano che durò diversi anni.
Nel frattempo, nel 345 il cartaginese Annone sbarcò in Sicilia sfruttando il vuoto di potere. Siracusa
fu costretta a chiedere aiuto alla madre patria, Corinto, che inviò una spedizione guidata dallo
stratego Timoleonte.
Un caso analogo si verificò a Taranto, divenuta egemone dopo la crisi di Siracusa essa non riuscì a
contenere le invasioni dei Lucani e fu costretta a chiedere aiuto a Sparta. Sparta intervenne e
scacciò i lucani, ma la morte in battaglia del comandante rese vana la spedizione.

6.3 TIMOLEONTE
La tradizione ha uno sguardo complessivamente positivo sull’operato di Timoleonte, sostenendo
che effettivamente egli governò nel segno della libertà e con spirito anti-cartaginese. Sicuramente
però ci furono degli elementi autocratici nel suo governo.
Timoleonte era un democratico moderato e filomacedone. A Siracusa fu nominato stratego
autokrator nel 344 con l’incarico di combattere i cartaginesi e le tirannie sicule che erano sorte un
po’ in tutte le città a seguito del vuoto di potere a Siracusa.
Timoleonte operò nel segno di una chiara rottura con la tradizione tirannica. Instaurò la
democrazia, distrusse Ortigia, simbolo della tirannide, redistribuì terre e proprietà, promosse poi
un bando coloniale per ripopolare la città e che portò 60000 persone a Siracusa. Al modello dello
stato territoriale tipico della tradizione tirannica, Timoleonte preferì la tradizionale symmachia
militare. Egli riunì sotto l’egemonia di Siracusa le città greche in Sicilia, le comunità sicule e sicane e
gli insediamenti mercenari.
I cartaginesi furono sconfitti nella battaglia di Crimiso (339). Successivamente però il fronte creato
si spaccò, molti defezionarono e avviarono trattative autonome con Cartagine contro Siracusa.
Timoleonte fu costretto ad accettare in fretta e furia una pace che vanificava gli sforzi bellici, ma
che gli permetteva di punire duramente le città ribelli.
Nel 338 fu avviato un vasto programma di colonizzazione panellenica: greci da tutto il mondo
vennero a colonizzare la Sicilia. A Siracusa istituì una costituzione oligarchico-moderata nel 337 e si
ritirò a vita privata. Questo ritiro mostra come egli non intendesse accentrare sulla sua persona
tutto il potere, ma allo stesso tempo la sua azione politica non fu priva di contraddizioni: si
presentò come paladino della libertà e della democrazia ma istituì un’oligarchia, in senso anti-
cartaginese promosse una symmachia che agisse nel rispetto dell’autonomia ma la utilizzò a scopo
puramente egemonico, la stessa azione anti-cartaginese era stata poco efficacie.
Dopo la sua morte la città fu in balia delle nuove tensioni sociali prodotte dalla colonizzazione
panellenica e politiche tra democratici e oligarchici. La Sicilia conobbe un nuovo periodo di
instabilità che si chiuse solo quando Agatocle trasformò Siracusa in un regno ellenistico.

5. ALESSANDRO E L’ELLENISMO
1. ALESSANDRO E IL SOGNO DI UN IMPERO UNIVERSALE
Alla morte di Filippo II fu acclamato re Alessandro, figlio di Olimpia. Egli dovette innanzitutto
liberarsi di quanti avrebbero potuto ostacolare la sua successione. Si liberò quindi del cugino
Aminta IV e di Attalo e la sua famiglia, cui Filippo si era unito in un secondo matrimonio.
Inoltre respinse un’incursione di barbari a nord del regno.

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Per quanto riguarda la questione dei greci, si fece subito nominare tago dei tessali, stratego
autokrator della lega di Corinto e membro dell’anfizionia delfico-pitaica. Nel 335 distrusse Tebe
che si era ribellata. Con Atene, anch’essa ostile, ebbe un atteggiamento più conciliante. Tra 339 e
326 la città si riorganizzò dal punto di vista politico, economico e sociale grazie all’azione di
Licurgo.

Questi primi anni di regno servirono a consolidare il suo potere in vista della spedizione in Asia.
Essa partì nel 334. Oltre all’esercito seguivano il re una moltitudine di studiosi tra storici, geografi,
naturalisti, topografi e giornalisti vari. Nella propaganda di Alessandro la spedizione aveva una
chiara connotazione ellenica: i greci avrebbero vendicato le invasioni persiane nel VI secolo e le
loro empietà. A simboleggiare questa connotazione ellenica, appena sbarcato Alessandro si recò a
Ilio, alla tomba di Achille in modo da associare la guerra di Troia alla sua spedizione.
Alla guida dell’impero persiano c’era Dario III, salito al trono nel 336. Esso fu sconfitto nel 334 nella
battaglia del Granico. Alessandro conquistò così la Lidia e la Frigia ellespontica, quasi tutte le città
greche d’Asia Minore si unirono a lui, furono imposti governi democratici filo-macedoni.
Successivamente la conquista dell’Asia Minore proseguì con qualche difficoltà: la capitale della
grande Frigia non fu possibile conquistarla, le città di Mileto e Mitilene furono temporaneamente
riconquistate dai persiani.
Nel 333 si colloca l’episodio dello scioglimento del nodo che legava il cocchio al tempio di Zeus a
Gordio. Secondo il mito, colui che avrebbe sciolto tale nodo avrebbe regnato su tutto l’ecumene.
Probabilmente è qui che Alessandro iniziò a ragionare su un impero universale.
Nel 333 l’esercito di Dario fu nuovamente sconfitto a Isso. Dario fuggì a Babilonia e inviò proposte
di pace, concedendo tutto il Medio Oriente e un botto di soldi. Alessandro rifiutò, sostenendo che
come non ci possono essere due soli così non ci possono essere due re.
Si diresse quindi lungo la costa medio-orientale verso l’Egitto. Questo tragitto aveva lo scopo di
tagliare i rifornimenti alla flotta persiana in modo da costringere a smobilitarla e conquistare
l’Egitto. Alessandro intendeva assicurarsi le retrovie sul Mediterraneo prima di dirigersi verso
Babilonia. L’Egitto fu conquistato nel 331. Durante questa permanenza fu fondata Alessandria e
fatta visita all’oracolo di Zeus Ammone. Qui Alessandro fu salutato come “figlio di Zeus”. Non si sa
se era un modo per l’oracolo per accogliere Alessandro quale successore dei faraoni o se egli
pensasse veramente di essere figlio di Zeus. In ogni caso questo episodio segnò un altro
spostamento del re dalle tradizioni greco-macedoni a quelle più orientali.
Nel 331 Alessandro riorganizzò le conquiste fatte fino ad allora, dividendo tra i suoi collaboratori
quelle che erano le vecchie satrapie. Stabilizzato il territorio mirò alla Mesopotamia. Nel 331
sconfisse nuovamente Dario a Gaugamela. Dario fuggì, prima a Ectabana e poi nella Battriana.
Alessandro entrò nelle capitali dell’impero: Babilonia, Susa, Persepoli. Persepoli fu data alle
fiamme a sancire il compimento della vendetta dei greci. Infatti, la componente greca dell’esercito
fu poi smobilitata. La spedizione aveva ormai perso qualsiasi carattere ellenico.
Successivamente Alessandro si lanciò all’inseguimento di Dario, il quale fu ucciso in Battriana dal
satrapo Bresso che si autoproclamò re. Fu in questo momento che Alessandro reclamo a sé la
legittimità del regno persiano e introdusse cerimonie persiani come la proskynesis.
Fu in questo contesto che prese forma la congiura di Filota. Essa fu il primo episodio in cui la
componente macedone dell’esercito si contrappose ad Alessandro per la sua apertura verso i
persiani e gli stili orientali. Filota era il figlio del generale Parmenione. Furono fatti uccidere

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entrambi. Da questo momento tra Alessandro e i suoi compagni si instaurò un clima di reciproca
diffidenza.
Tra il 330 e il 327 i macedoni proseguirono alla conquista delle satrapie superiori (Battriana e
Sogdiana). Alla fine del 327 sposò Rossane, la figlia del satrapo della Sogdiana. Inoltre decise di
avviare la costituzione di un esercito misto con l’introduzione di un contingente barbaro
addestrato agli stili di combattimento macedoni. Queste aperture segnarono un ulteriore rottura
con i suoi collaboratori macedoni. Nel 328, durante un banchetto, da ubriaco, uccise Clito, un suo
vecchio compagno che lo insultava. Successivamente fece uccidere Callistene, uno storico che mal
sopportava l’apertura verso i barbari e l’abbandono delle tradizioni greche. Callistene odiava
proprio la proskynesis, il cerimoniale che prevedeva un inchino totale e un bacio ai piedi
dell’autorità, che a suo dire era da riservare alle divinità.
Nel 326 Alessandro penetrò in India. Anche questa campagna serviva a fomentare la divinizzazione
di Alessandro poiché i greci si rappresentavano questo territorio come quello in cui avevano luogo
imprese eroiche e mitiche. Alessandro la conquistò, ma il suo esercito si rifiutò di continuare verso
la valle del Gange.
Fu così che partì la spedizione per il ritorno. Nel 326 fu a Babilonia, nel 324 a Susa. Qui ebbero
luogo “le nozze di Susa”, un altro episodio di integrazione forzata tra elemento greco ed elemento
persiano. 80 dei suoi compagni e 10000 soldati furono costretti a sposarsi con donne persiane.
Fu così che si generò la rivolta di Opis. Sulla strada che da Susa porta a Ectabana, Alessandro
annunciò di voler congedare i veterani e gli invalidi. I soldati protestarono, sentendosi messi da
parte. Alessandro riuscì a calmarli e congedò lo stesso i veterani. L’anno successivo immise 20000
persiani nella falange macedone.
I contrasti con l’elemento ellenico-macedone però si acuirono ancora di più nel 324. In occasione
dei giochi olimpici, Alessandro fece mandare richiesta a tutte le città greche di richiamare gli esuli
e di concedergli onori divini. Si trattava di una chiara intromissione nella politica interna di ogni
città, nonché di un’umiliazione personale. Già i greci avevano tentato una ribellione guidata da
Sparta nel 330 ma che non aveva avuto successo. Ora alla ribellione si unì anche Atene, la quale
avrebbe dovuto affrontare gravi problemi sociali se gli esuli fossero tornati (a Samo aveva imposto
una cleruchia, i sami sarebbero dovuti tornare e la cleruchia pure). In questo contesto si consumò
l’affare Arpalo, ex tesoriere di Alessandro fuggito ad Atene con un bel bottino. Fu prima
incarcerato, ma i soldi sparirono, quindi fu ucciso.
Nel 323 Alessandro morì, sembra per cause naturali. Fu acclamato re il fratellastro Arrideo. Il figlio
di Alessandro e Rossane ancora doveva nascere.

Il giudizio su Alessandro è vario.


Tra gli antichi, Arriano ne mette in luce le incredibili qualità personali: l’ardore, le capacità militari
e di leadership, l’ambizione per la gloria e così via. A queste capacità fa da contraltare una serie di
qualità negative fomentate dalla corruzione dello stile di vita barbaro.
I moderni si dividono tra chi esalta Alessanro per la sua curiosità che lo portò a conquistare un
botto di terre e così via e chi invece ne mette in luce l’autoritarismo e la personalità eccentrica.
Certo è che Alessandro non aveva la stessa sensibilità di Filippo per le tradizioni greche e che egli
fu lungimirante nel comprendere come proprio quelle tradizioni fossero ormai superate. Dopo
Alessandro non potrà che svilupparsi quella fusione tra elemento ellenico ed elemento orientale
che darà vita all’ellenismo.

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2. IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE E LA FORMAZIONE DEGLI STATI ELLENISTICI:
DAL 323 AL 281
Il problema della successione di Alessandro fu caratterizzato dallo scontro tra la linea unitaria e
legittimista, che intendeva mantenere l’impero unito, e le forze centrifughe che sostenevano la
necessità di spartirlo tra i diadochi.
Fautori della prima tendenza furono Perdicca e successivamente Antigono e Seleuco.
Un primo accordo fu raggiunto nel 323 con gli accordi di Babilonia. Essi stabilivano che Perdicca
mantenesse il titolo di chiliarco (gran visir), Antipatro fu nominato stratego d’Europa e ottenne il
governo della Macedonia, Cratero ebbe la reggenza del regno e la tutela di Filippo III e Alessandro
IV. Gli altri compagni si divisero le satrapie: a Tolomeo l’Egitto, Lisimaco la Tracia, Antigono la
Grande Frigia, Eumene la Cappadocia.

In quanto stratego d’Europa, Antipatro dovette affrontare la guerra lamiaca. Nel 324 Atene si era
ribellata all’idea che gli esuli fossero riammessi in patria e di perdere così la città di Samo. Attorno
ai greci si riunirono tante anche città le quali ottennero un iniziale successo costringendo Antipatro
a rifugiarsi nella città di Lamia. La situazione si ribaltò quando dall’Asia giunse Cratero con un forte
esercito. I greci furono sconfitti, lo schieramento filomacedone trattò una pace durissima con
Antipatro e formò un governo oligarchico basato come nel caso dei 30 tiranni sulla protezione
estera.
Poco dopo scoppiò la prima guerra dei diadochi. Antipatro, Cratero, Lisimaco, Tolomeo e Antigono
si coalizzarono contro Perdicca, il cui potere era considerato troppo vasto e pericoloso. A fianco di
Perdicca rimase solo Eumene. Durante questa guerra Perdicca morì in Egitto, Cratero in battaglia
contro Eumene. In questo modo la linea unitaria usciva fortemente indebolita e questo
ribaltamento portò agli accordi di Triparadiso (321). A Tolomeo e Lisimaco furono confermati
l’Egitto e la Tracia, ad Antipatro fu confermata la Macedonia e concessa la tutela sugli eredi di
Alessandro, Antigono ebbe l’Asia Minore e il controllo dell’esercito in Asia con l’ordine di
sconfiggere Eumene, affiancato da Cassandro figlio di Antipatro. A Seleuco fu concessa Babilonia.
Antipatro morì nel 319, lasciò il potere al generale Poliperconte, fautore della linea legittimista. Il
figlio di Antipatro, Cassandro reclamò su di sé il potere e dopo aver formato una nuova coalizione
dichiarò guerra a Poliperconte e iniziò la seconda guerra dei diadochi.
Questa guerra ripropose la questione delle città greche. Infatti Poliperconte aveva abolito i governi
filomacedoni imposti da Antipatro e concesso l’autonomia. L’oligarchia imposta ad Atene quindi
cadde e fu restaurata da democrazia. ma già nel 317 Cassandro riuscì a intervenire in Grecia con
successo, riprendendosi Atene e affidandola a Demetrio Falereo il quale impose un governo
oligarchico moderato.
Intanto nel 317 veniva ucciso Filippi III presso la corte di Poliperconte. Man mano però il potere di
Cassandro in Grecia e Macedonia si affermò, Alessandro IV fu posto sotto la sua tutela e rinchiuso
ad Anfipoli. In Grecia prese una serie di provvedimenti propagandistici, come la ricostruzione di
Tebe.
Intanto in Asia, Antigono sconfiggeva Eumene. In chiave anti-cassandrica avviò una campagna
propagandistica che lo qualificava come liberticida dei greci e gli dichiarava guerra se non si fosse
sottomesso e concesso la libertà e l’autonomia ai greci.

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Tuttavia l’eccessiva potenza di Antigono, che ormai controllava buona parte dell’Asia, determinò
una nuova coalizione tra Cassandro, Tolomeo, Lisimaco e Seleuco. Tra 315 e 311 si combatté la
terza guerra dei diadochi, la quale terminò senza particolari mutamenti.
Nel 310 Cassandro fece uccidere Alessandro IV e sua madre Rossane. Aveva così fine la linea
legittimista, che voleva un impero unitario guidato dagli eredi di Alessandro. Dopo qualche anno i
diadochi iniziarono a farsi chiamare “re” adottando sigilli reali.
Negli anni successivo Antigono e suo figlio Demetrio aumentarono la loro potenza, nel 307 erano
entrati ad Atene e cacciato Demetrio Falereo, restaurando la democrazia, nel 302 avevano
rifondato la Lega di Corinto.
Una nuova coalizione li sconfisse però a Ipso, nel 301. Antigono fu ucciso. Lisimaco acquisì l’Asia
Minore, Seleuco si estese fino alla Siria. La Macedonia restò a Cassandro mentre Demetrio
Poliorcete (il figlio di Antigono) continuò a controllare la Grecia. Questa nuova situazione fu
stabilizzata tramite un fitto sistema di alleanze matrimoniali tra i diadochi.
La situazione restò instabile in Occidente, dove Cassandro e Demetrio si contendevano il potere. In
questo conflitto si inserirono Pirro, re dell’Epiro alleato di Demetrio e Lisimaco. Nel 298 Cassandro
morì, i figli si contesero il regno fino a uccidersi l’un l’altro. Alla fine nel 294 salì al trono Demetrio,
sempre nel 294 Demetrio riprese il controllo su Atene, che nel frattempo era stata governata da
una tirannide filo-cassandrina, e vi insediò una guarnigione.
Il rafforzamento di Demetrio determinò la coalizione tra Pirro, Lisimaco, Seleuco e Tolomeo.
Sconfitto nel 289 Demetrio fu poi catturato e ucciso. Pirro e Lisimaco si partirono la Macedonia. La
Grecia rimase sotto il controllo del figlio di Demetrio Antigono Gonata.
Nel 285 la Macedonia era rimasta in mano solo a Lisimaco. Nel 281 l’Asia Minore fu invasa da
Seleuco che sconfisse e uccise Lisimaco nella battaglia di Curupedio. Seleuco si trovava così nella
posizione di reclamare l’impero di Alessandro, ma fu ucciso da un Tolemaide in esilio che voleva la
Macedonia, Tolomeo Cerauno. Gli successe il figlio Antioco I.
I regni sorti dalla spartizione dell’impero di Alessandro si erano ormai ridotti da 4 a 3. L’Egitto e la
Siria erano solide in mano alla dinastia Tolemaide e Seleucida. La Macedonia invece era
fortemente instabile a causa dell’irrequietezza della Grecia e della mancanza di un re forte. Nel
279 infatti Tolomeo Cerauno morì combattendo contro i celti galati che dai balcani erano scesi in
Macedonia. Essi furono fermati nel 277 da Antigono Gonata che si meritò il trono di Macedonia.

3. LA SICILIA: AGATOCLE
Dopo Timoleonte, sia la Sicilia che l’Italia meridionale vivevano un periodo di forte instabilità. A
Siracusa si assiste a scontri per il potere che determinano un vuoto di potere in tutta la Sicilia.
Nell’Italia meridionale le città greche non riescono più a contenere le periodiche avanzate dei
popoli italici e sono costrette a chiedere aiuto a re e strateghi stranieri.
Uno di questi fu Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno. Egli giunse in Italia nel 334 in
qualità di alleato di Taranto contro Lucani e altri popoli barbari. Riuscì a sconfiggerli, liberando
città di origine greca, rifondando la lega Italica e assumendo il controllo di tutta l’Italia
meridionale. Successivamente si alleò con Roma in chiave anti-sannitica e questo generò attriti con
Taranto che considerava i romani un popolo barbaro come tutti gli altri. l’alleanza si ruppe,
Alessandro il Molosso morì nel 330 in battaglia contro gli italici.

A Siracusa, dopo il governo di Timoleonte si era affermata un’oligarchia moderata. Fu, Agatocle,
uno dei nuovi cittadini ammessi a Siracusa grazie alla colonizzazione panellenica voluta da

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Timoleonte a progettare il colpo di stato che ebbe luogo nel 317. Egli attaccò la città alla guida di
un esercito mercenario, cacciò gli oligarchi e si fece nominare dall’asseblea stratego autokrator. In
questo senso, il potere di Agatocle si richiamava chiaramente a quello di Gelone e di Dioniso I e ne
riprese anche la politica con l’aspirazione egemonica in Sicilia contro i cartaginesi e il controllo
della magna Grecia, nella prospettiva di uno stato territoriale multietnico.
Poco dopo la presa del potere varie città sicule si coalizzarono contro Siracusa. Esse erano
supportate da un re Spartano, ma del 313 il cartaginese Amilcare riconobbe l’egemonia siracusana
in Sicilia la quale fu così unificata.
Pochi anni dopo scoppiò la guerra con Cartagine. Nel 311 Agatocle intervenne in favore di
Agrigento, ma la guerra andò male: Siracusa fu posta sotto assedio e Agatocle fu sconfitto. La
strategia di Agatocle fu allora quella di spostare il conflitto in Africa in modo da minacciare
Cartagine e costringere a ritirare l’assedio da Siracusa. La strategia funzionò. Nel 307 Agatocle
tornò in Sicilia e sconfigge i cartaginesi riuscendo a conquistare tutta l’isola. In Africa però la
situazione precipitò.
Nel 306 Agrigento si ribellò all’egemonia siracusana così Agatocle fu costretto a concludere una
pace con Cartagine che le riconosceva il diritto sulla Sicilia occidentale.
Pochi anni dopo, nel 305, Agatocle, seguendo l’esempio dei diadochi, adottò il diadema reale e si
fece chiamare re. In questi anni Siracusa conobbe un enorme sviluppo economico, legato
soprattutto all’agricoltura, e che favorì i traffici commerciali in tutto il regno. Sul piano politico egli
basava il suo potere sulla strategia autocratica conferitagli dall’assemblea. Un saggio uso della
politica matrimoniale lo legò alle famiglie più importanti del mondo greco.
Gli anni che vanno dal 299 in poi videro Agatocle impegnato nell’Italia Meridionale. Egli si impegnò
in Magna Grecia a supportare Taranto contro gli italici. Nell’Adriatico invece il suo scopo fu il
controllo del canale di Otranto, il quale fu ottenuto conquistando l’isola di Corcira e Crotone.
Inoltre strinse alleanza con gli italici apulei e sconfisse i bruzzi.
In questo modo egli aveva riproposto un disegno che già era stato di Dioniso I.
Alla sua morte, nel 289, prefigurandosi sanguinose lotte dinastiche decise di lasciare il potere
all’assemblea.

4. LE MONARCHIE TERRITORIALI: DAL 281 AL 220


i conflitti seguiti alla morte di Alessandro Magno diedero vita ai così detti regni ellenistici.
L’ellenismo è un concetto, introdotto dallo storico Droysen, che si qualifica per il “parlare greco”.
Grazie alla mobilità di uomini, alle realtà multietniche e multiculturali, il greco si afferma come
lingua comune. L’ellenismo in realtà non si qualifica esclusivamente per il parlare greco, ma
proprio per uno stile di vita omogeneo a tutto il mondo greco, caratterizzato dalla mescolanza e
l’integrazione di elementi greci ed elementi orientali e barbarici.

Da un punto di vista politico si affermarono le monarchie.


In esse confluirono elementi greci, come tutta la riflessione sull’eunomia per cui il governo
autocratico era quello più efficacie e rapido ma anche giusto grazie alle eccezionali qualità del
governante. Ci furono poi elementi orientali tratti dalla tradizione faraonica e alchemenide come
la divinizzazione del re.
Già nel IV secolo, con le tirannie di Gelone e Dioniso I, si erano affermati nel mondo greco regimi
autocratici che avevano prodotto una certa riflessione da parte dei pensatori greci sull’argomento,

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al punto che lo stesso Demostene era stato costretto a riconoscere che quei sistemi erano più
efficienti in termini di governo.
Al di là di questi tratti comuni, ci furono delle specificità locali. In Egitto e in Siria, si affermarono
monarchie personali, basate sulla divinizzazione del sovrano come da tradizione faraonica e
alchemenide. In Macedonia invece sopravvisse una monarchia di tipo più tradizionale, meno
legata alla personalità del sovrano.
In ogni caso il re ellenistico è un re guerriero, che basa il suo dominio sul “diritto di lancia”. Il suo
rapporto coi sudditi si potrebbe dire è di tipo salvifico. Della sua persona vengono acclamate le
qualità personali e di governo e la sua benevolenza verso il popolo.
I monarchi adottarono presto simboli della loro regalità quali il diadema o il mantello di porpora.
Essi erano oggetti di culto di tipo eroico piuttosto che dinastico. Soprattutto i tolomei riuscirono ad
affermare con forza un culto dinastico, divinizzando già Tolomeo primo e introducendo festività in
suo onore il giorno dell’anniversario della sua morte. Più lento fu l’affermarsi del culto seleucide.
L’organizzazione del regno ruotava attorno a una corte in cui risiedevano il re con i suoi “amici”
(philoi). Lo stato era una realtà complessa in cui attorno alla capitale ruotava la chora, considerata
proprietà del re, nella quale si trovavano città, poleis, federazioni, colonie militari e così via.
Una realtà così complessa aveva bisogno di funzionari intermediari tra il re e il territorio che
andavano a costituire una burocrazia molto solida. Soprattutto le città intrattenevano rapporti
diplomatici col re grazie all’intermediazione dei philoi.
Alle antiche poleis greche fu concessa un’autonomia amministrativa: si affermò in modo piuttosto
omogeneo la forma costituzionale della democrazia moderata alla quale si affiancavano le
aristocrazie notabili. La politica cittadina riguardavano per lo più questioni interne di tipo
amministrativo quali l’amministrazione della giustizia e la distribuzione fiscale. Non avevano
comunque una reale autonomia politica.
La polis come realtà politica quindi scomparve. Essa sopravvisse come realtà culturale, i cittadini
condividevano un certo stile di vita il quale era più auto-rappresentativo che reale.
Da un punto di vista sociale, l’ellenismo vide una grandissima diffusione della lingua greca, che
diventò lingua comune. Questa diffusione ebbe ripercussioni anche in ambito culturale con
l’affermarsi di studiosi e pensatori non greci detti ellenisti. Tuttavia, una vera assimilazione tra
elemento greco ed elemento indigeno ci fu forse solo in ambito religioso con il diffondersi di culti
misterici. Importante anche l’apertura allo straniero, rispetto alla chiusura tipica della polis: realtà
così variegate e così mobili determinarono una realtà sociale più sfaccettata.
Da un punto di vista economico si assiste all’enorme crescita dell’agricoltura e lo sviluppo dei
commerci. Nel Mediterraneo fondamentale divenne la città di Alessandria d’Egitto.
Le capitali divennero centri culturali, i re si fecero mecenati per aumentare il loro prestigio. Anche
Atene conservò una grande importanza culturale grazie alla presenza della scuola platonica e
aristotelica.

In Grecia si è detto venne meno la polis. Da un punto di vista politico si assiste invece all’affermarsi
e consolidarsi degli stati federali.
I più importanti furono costituito dalla lega degli achei, nel Peloponneso. Polibio, che fu stratego
della lega, ci dice che essa deve il suo successo al fatto di aver assicurato a tutte le realtà che ne
facevano parte libertà e democrazia. la sua forza deriva proprio dalla costituzione federale che
aveva permesso l’affermarsi di una comunità di interessi. È a questo che si deve il successo dello
stato federale rispetto alla polis, una realtà più ristretta e in competizione con le altre.

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La lega achea era organizzata in un’assemblea primaria a cui partecipavano rappresentazioni di
ogni membro sulla base della popolazione vivente. Essa preparava l’ordine del giorno per il sinodo,
l’assemblea decisionale.
Altro stato federale fu la lega etolica. Gli etoli avevano acquisito importanza nel 279, quando
avevano difeso Delfi dai celti galati. In questo modo erano stati nominati prostatai del santuario e
man mano avevano acquisito un ruolo egemonico sulla Grecia centrale.
Anche questa lega era organizzata in un’assemblea primaria che eleggeva lo stratego e in un
sinedrio in cui prendevano voce le varie rappresentanze territoriali. La lega etolica si rafforzò
anche all’estero grazie ad accordi di isopoliteia e asyla (non aggressione).

L’affermarsi dei regni ellenistici non si accompagnò però ad una stabilizzazione del mondo greco.
Le guerre tra le monarchie ellenistiche furono frequenti ed anche in grecia i conflitti tra gli stati
federali lasciò la Grecia in balia del vicino regno Macedone.
Questa situazione di conflittualità endemica è ben colta da Polibio. Il quale attribuisce all’etolo
Agelao un discorso tenuto nel 217 in occasione della pace di Naupatto. In questo contesto Agelao
avverte del pericolo che si appresta in occidente, dove si stava consumando la seconda guerra
punica e sostiene la necessità di unirsi e mettere da parte i conflitti e le guerre intestine. Tuttavia
dal discorso emerge che tale unione contro un nemico esterno serve proprio a continuare “il
gioco” dei conflitti reciproci. Come se essi fossero una realtà insuperabile.

4.1: LA MACEDONIA: GLI ANTIGONIDI


La Macedonia, dopo 50 anni di guerre che avevano decimato la sua popolazione, recuperò
velocemente forza grazie all’azione di sovrani particolarmente capaci. Sul piano interno non ci
furono i contrasti tra greci e indigeni che invece si trovano nelle altre due grandi monarchie.
Antigono Gonata dotò il suo regno di un efficiente esercito presente anche sul mare e migliorò il
controllo del territorio grazie a guarnigioni in zone strategiche come Corinto e il Pireo.
Un problema per la dinastia degli Antigonidi fu la Grecia, sempre riottosa e restia a influenze
esterne.
Tra 267 e 260 Antigono Gonato dovette affrontare la guerra cremonidea. Il re di Sparta, Areo I,
supportato da Tolomeo II, organizzò una lega anti-macedone nel Peloponneso cui aderì anche
Atene. La lega in realtà non riuscì mai a superare l’istmo di Corinto, presidiato dai macedoni. Qui
Areo morì in battaglia nel 264. Atene si arrese poco dopo e dovette subire l’occupazione militare e
l’imposizione di un governo filo-macedone. Sparta si arrese definitivamente nel 260.
Chiusa questa guerra, Antigono dovette impegnarsi nell’Egeo contro Tolomeo II. Si alleò con
Antioco II di Siria, già in guerra con l’Egitto e sconfisse Tolomeo a Cos nel 255. In questo modo la
Macedonia ottenne il controllo dell’Egeo grazie alla lega dei Nesioti.
Questa espansione nell’Egeo preoccupò però Antico di Siria che si avvicinò a Tolomeo. Essi
istigarono un movimento anti-macedone in Grecia, nel Peloponneso guidato dalla lega Etolica e
Achea. Gli etoli così occuparono le Termopili mentre gli achei si liberavano dei governi filo-
macedoni e liberavano le altre città del Peloponneso. Una personalità importante in questo
periodo fu Arato di Sicione, stratego della lega achea, responsabile del suo rafforzamento e
sostenitore di una politica anti-macedone e anti-etolica a seconda della convenienza.
Egli occupò Corinto nel 243, si alleò con Tolomeo III e sconfisse gli etoli nel 241.

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Nel 239 Etoli e Achei avevano concluso una pace. Il successore di Antigono, Demetrio II, si trovava
così ad affrontare una situazione complicata. Egli si alleò con l’Epiro contro gli etoli sconfiggendoli,
sconfisse poi in battaglia Arato nel 233, morì però nel 229.
Salito al potere in qualità di reggente, Antigono Dosone si trovava di fronte una situazione difficile
su tutti i fronti, con incursioni barbariche a nord della Macedonia, gli Achei che controllavano il
Peloponneso e Atene che grazie ad Arato e Tolomeo III aveva riottenuto l’indipendenza. Era
un’ottima occasione per i greci per liberarsi del dominio macedone, ma la lega achea preferì
tornare fedele alla Macedonia in chiave anti-spartana.
Sparta infatti in quel periodo si era fortemente rafforzata grazie all’azione dei re riformatori: Agide
IV e Cleomene III. Sparta si trovava ad affrontare una profonda crisi sociale e politica dovuta alla
ristrettezza del corpo cittadino e alla concentrazione della terra in poche mani. Agide IV, salito al
trono nel 243, propose quindi la cancellazione dei debiti e la redistribuzione della terra. Fu ucciso
dal collega Leonida II nel 241. Il suo programma fu ripreso da Cleomene III nel 227. Egli uccise gli
efori, redistribuì la terra e ampliò il corpo cittadino a 4000 membri. Allo stesso tempo adottò una
politica espansionistica nel Peloponneso sconfiggendo Arato più volte.
Per questo Arato ritrattò la sua posizione anti-macedone. Si alleò con Antigono Dosone,
restituendogli Corinto. Nel 224 Dosone scese nel Peloponneso riunì un vasto numero di alleati
nella lega di Egion e sconfisse Cleomene III nella battaglia di Sellasia (222). Successivamente Sparta
fu occupata militarmente e costretta a entrare nella lega.
Nel 221 tutta la Grecia era sottoposta al re Macedone, organizzata in una lega di cui lo stesso
Dosone era egemone e da cui restavano esclusi solo gli etoli.

4.2: L’EGITTO: I LAGIDI


Il regno lagide in Egitto fu molto più stabile e solido di quello macedone e siriaco. I macedoni
cercarono di evitare gravi conflitti culturali con la popolazione indigena. Si presentarono quindi
come successori dei Faraoni, lasciando sostanzialmente intatta la struttura organizzativa e
amministrativa del paese ma sostituendo le funzioni di comando in favore della componente
macedone. In questo senso, il territorio fu prevalentemente agricolo e composto da comunità di
villaggio, non furono fondate molte colonie e le città si limitavano alla costa e al Nilo.
Per quanto riguarda la politica estera, i Lagidi cercarono sempre di espandersi nel Mediterraneo
orientale, rivendicando il dominio sulle isole dell’egeo, sugli stretti, sulle coste dell’Asia Minore.
Per questo si posero come difensori dell’autonomia delle antiche poleis ioniche e supportarono
movimenti ribelli alle monarchie seleucide e antigonide.
Ad impegnarli particolarmente furono i conflitti con il regno di Siria per il controllo della Ceresiria.
Le guerre siriache furono 6. I primi due furono combattuti da Tolomeo II, il primo vittoriosamente,
il secondo no.
La terza guerra siriaca, prese le mosse da un conflitto dinastico nel regno di Siria e viene chiamata
anche guerra laodicea. Fu combattuta da Tolomeo III che invase il regno fino ad arrivare alla
Mesopotamia. Dopo la sua morte nel 221 iniziò la decadenza del regno lagide.
La quarta guerra siriaca fu combattuta da Tolomeo IV che vinse la battaglia di Rafia nel 217 dopo
aver arruolato componenti indigene nell’esercito. Proprio questa integrazione determinò una
rivolta indigena tra il regno di Tolomeo IV e Tolomeo V.
Tolomeo V perse anche la 5 guerra siriaca. La 6 fu combattuta tra 170 e 168 e fu risolta
dall’intervento diplomatico dei romani.

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4.3: LA SIRIA: I SELEUCIDI
Il regno di Siria fu invece molto instabile, con le satrapie orientali in costante ribellione e continue
guerre contro le altre monarchie ellenistiche in occidente. Per cercare di mantenere l’unità del
regno fu avviata un’intensa attività coloniale volta a fondare nuove città in punti strategici del
territorio e a diffondere stili di vita greci in tutto il regno.
Le prime secessioni ci furono però già sotto il regno di Antioco I, succeduto a Seleuco nel 281. Già
nel 280 la Bitinia divenne indipendente. Nel 263 seguì il regno di Pergamo, guidato da Eumene I.
anche nella zona dell’egeo ci furono moti centrifughi con la Lega del Nord.
Il successore di Antioco I, Antioco II vinse la seconda guerra siriaca, ma dovette abbandonare
importanti porzioni di territorio: nel 255 la Cappadocia diventò indipendente, seguì la Partia nel
250.
Seleuco II regnò tra 246 e 226. Oltre alla guerra laodicea dovette affrontare la guerra fraterna: nel
239, il fratello Antioco Ierace si ribellò in Asia Minore sostenuto da altri satrapi indipendentisti.
Ierace sconfisse il fratello nel 235 ad Ancira. Successivamente su sconfitto da Attalo I di Pergamo.
La debolezza del regno di Seleuco II portò poi all’indipendenza della Battriana e della Sogdiana:
ormai il regno si era disgregato.

4.4: PERGAMO: GLI ATTALIDI


Il regno di Pergamo si formò nel 263, quando Eumene I decise di staccarsi dal regno di Siria.
Costituito formalmente come regno sotto Attalo I, fu lui a stabilizzarlo sconfiggendo i celti galati
inviati da Antioco Ierace.
Il regno ruotava attorno alla città di Pergamo, con una struttura molto simile alla polis. Era
costituito appunto da questa città e dalla chora, su cui il re esercitava un potere assoluto. Non era
di particolare estensione né c’erano particolari città ma riuscì ad acquisire importanti ricchezze
rivaleggiando con Alessandria.
Il regno riuscì a restare indipendente grazie all’alleanza con la dinastia Lagide prima e poi con i
romani.

4.5: LA SICILIA: IERONE II


Dopo Agatocle in Italia erano proseguite le guerre tra greci e italici. Questi ultimi ormai
esercitavano una pressione costante ed ad essi si aggiungeva l’affermarsi della potenza romana.
Contro di essa, nel 282, Taranto chiamò un suo aiuto Pirro, re dell’Epiro, che cercava riscatto dopo
essere stato estromesso dalla Macedonia da Lisimaco. Egli inizialmente ottenne delle vittorie
contro i romani unificando sotto il suo controllo l’Italia meridionale. Successivamente si spostò in
Sicilia, nel 278, dove si presentò come il successore di Agatocle che avrebbe sconfitto i cartaginesi
che minacciavano le città sicule. In effetti li sconfisse ma poco dopo, una ribellione siceliota lo
costrinse a tornare in Italia dove nel 275 fu sconfitto dai romani a Malevento (ora Benevento).

Dopo la dipartita di Pirro, a Siracusa fu nominato stratego autokrator Ierone II. Il suo compito era
combattere i mamertini, i mercenari di origine campana stanziati a Messena. Egli li sconfisse e per
questo fu nominato re. Tuttavia, nel 264 i mamertini chiesero il supporto dei romani e iniziò la I
guerra punica. Ierone inizialmente si schierò con Cartagine, ma sconfitto subito dai romani diventò
uno dei loro alleati più fedeli. Alla fine della guerra Siracusa mantenne la sua indipendenza
all’interno della provincia di Sicilia. Ierone si richiamò al modello delle tirannidi siciliane di Gelone,
Dioniso I e così via.

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Il suo successore, Ieronimo, era però di tendenze filo-macedoni. Nella seconda guerra punica si
schierò con Cartagine e Siracusa fu posta sotto assedio e distrutta nel 212. Finiva così la sua storia.

6. LA GRECIA E ROMA
Una delle fonti principali per questo periodo è Polibio, il quale nelle Storie racconta le vicende che
coinvolsero i romani nelle faccende greche e come essi arrivarono a controllare un territorio cui
fino a pochi anni prima neanche pensavano.
Così Polibio ci pone dinnanzi al problema dell’imperialismo romano. Negli ultimi anni
l’interpretazione di una politica volutamente offensiva è stata ridimensionata, tenendo conto di
fattori di tipo etico-ideale (come la difesa della libertà dei greci), le preoccupazioni difensive e altri.
infatti Roma svolse una coerente politica di non annessione, preferendo consolidare legami
clientelari con le realtà che costituivano il mondo greco nella prospettiva di creare un equilibrio
stabile in un sistema invece molto fragile. Questa prospettiva è stata probabilmente ciò che ha
spinto Roma a intervenire in Grecia almeno fino alla costituzione della Macedonia come provincia.
Una svolta più offensiva è invece da ricercare nel 167 o forse anche 172, con la guerra contro
Perseo, cosa che già i contemporanei avevano colto.

1. LE GUERRE ILLIRICHE
Le guerre illiriche costituirono la prima occasione di contatto dei romani con i greci (in madre
patria). Le motivazioni di tali guerre furono varie, a volte economiche, a volte politiche.

1.1 LA PRIMA GUERRA ILLIRICA (229-228)


Nel 240 era salito al trono di Illirio Agrone, egli aveva adottato una politica espansionistica che si
concretizzava in azioni di pirateria nell’Adriatico e nella costa balcanica. Sostenuto dal re di
Macedonia, Demetrio II gli illiri si stavano pericolosamente espandendo lungo la costa balcanica
insidiando anche il fondamentale canale di Otranto.
I romani si interessarono alla questione probabilmente per le lamentele dei mercanti italici che
venivano danneggiati nei loro traffici. Secondo alcune fonti a richiedere un loro intervento
sarebbero stati gli Issei. In ogni caso fu mandata un’ambasceria dinnanzi Teuta, la vedova di
Agrone, la quale l’accolse malissimo. Nel 229 scoppiò così la guerra. Essa era motivata secondo
Polibio dalla tutela dei mercanti italici, secondo Appiano dalle richieste degli Issei. In ogni caso essa
si va a collocare nel vuoto di potere rimasto nell’Adriatico in seguito alla sconfitta di Pirro.
La guerra durò un solo anno e si concluse con un protettorato dei romani al di là dell’Adriatico, che
metteva sotto il diretto controllo dei romani la costa meridionale dei balcani, quella a nord fu
assegnata all’alleato Demetrio di Faro. Gli illiri furono costretti al pagamento di un tributo.
Fu grazie a questo protettorato che i romani ebbero per la prima volta contatti con i greci in
madrepatria.

1.2 LA SECONDA GUERRA ILLIRICA (220-219)


La seconda guerra illirica fu combattuta tra 220 e 219 e scoppiò a causa della violazione del
precedente trattato da parte di Demetrio di Faro. Questa violazione si colloca nel contesto della
“guerra sociale” in Grecia: il nuovo re macedone, Filippo V, già alleato a Demetrio, proclamò
tramite la lega di Egion la guerra sociale contro gli etoli.

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Demetrio di Faro si insediò con una flotta nell’adriatico, attaccò le città del protettorato romano e
riprese le azioni piratesche che prima erano state degli illiri. I romani intervennero e cacciarono
Demetrio, che si rifugiò presso Filippo V, ma l’area fu resa stabile solo nel 216.
Questa volta le motivazioni della guerra sembrano essere di carattere più politico. Roma si
apprestava ad affrontare la seconda guerra punica e doveva quindi assicurarsi una certa stabilità
nell’Adriatico. L’intervento aveva poi lo scopo di prevenire un eventuale accordo tra illiri e
cartaginesi.

2. LA PRIMA GUERRA MACEDONICA (215-205)


A seguito della fuga di Demetrio di faro presso la sua corte fece sì che Filippo V iniziasse a
ragionare sulla potenza romana e come confrontarcisi.

2.1 FILIPPO V FRA ROMA E CARTAGINE


Avuta notizia della sconfitta dei romani sul Trasimeno, Filippo V concluse in fretta la guerra sociale
con la pace di Naupatto (217) e sfruttò l’occasione per rimuovere la presenza romana nei balcani.
Che i suoi obiettivi si limitassero all’area dell’Adriatico è comprovato dall’accordo che stipulò con
Annibale. Sta di fatto che già nel 216 una piccola flotta macedone navigava nell’adriatico ma si
ritirò abbastanza rapidamente.

2.2 LE VICENDE DELLA GUERRA


Alla notizia dell’accordo con Cartagine, Roma inviò Marco Valerio Levino a sorvegliare il canale di
Otranto. La guerra scoppiò nel 214, Filippo V fu sconfitto sul mare, ma via terra acquisì importanti
sbocchi che minacciarono il protettorato romano. I romani erano all’epoca impegnati con
Annibale, più che agire per via militari cercarono di costringere a impegnare Filippo V su più fronti
tramite azioni diplomatiche presso i greci. Queste portarono al trattato del 212 con gli etoli. Con
questo trattato gli etoli si impegnavano ad attaccare Filippo via terra e i romani a sostenerli dal
mare. I romani rinunciarono a qualsiasi annessione territoriale, tutte le eventuali conquiste
spettavano agli etoli. Il bottino di guerra spettava invece ai romani. Altre clausole riportate da Livio
prevedono il divieto di fare paci separate e la possibilità di aderire al trattato in quanto “amici et
socii” per spartani, elei e re Attalo I di Pergamo.
Queste clausole sono importanti perché determinanti nel qualificare il successivo comportamento
giuridico degli etoli. Inoltre il fatto che si menzioni il bottino di guerra conferma ancora una volta il
disinteresse dei romani ad annessioni in questa area e eventuali loro azioni anche molto dure
come saccheggi e depredazioni. Roma intervenne con durezza nell’egeo e nel mar Adriatico. A
partire dal 207 però iniziò a impegnarsi sempre meno. Ciò determinò importanti successi per
Filippo V e la lega di Elion.

2.3 LA PACE DI FENICE


Nel 206 gli etoli conclusero una pace separata con Filippo V. Il fatto che il trattato etolo-romano lo
proibisse spiegherebbe il perché della successiva diffidenza dei romani verso gli etoli.
In ogni caso, nel 205 fu tratta la pace di Fenice. Essa riconobbe le acquisizioni territoriali di Filippo
V sui balcani, la presenza dei romani nell’area era però ancora forte. Il problema più importante
legato a questa pace è che nel testo si fa riferimento a una pax communis. La questione è quindi
questa: si tratta di una traduzione latina di koinè eirene? Se fosse così l’atteggiamento giuridico dei
romani sarebbe coerente con i loro doveri verso i firmatari della pace, in caso contrario la seconda

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guerra macedonica sarebbe stata legittimata in maniera pretestuosa. Se la pace di Fenicie è quindi
un trattato bilaterale, Roma intratteneva con i contraenti un semplice rapporto di amicizia e
l’intervento militare si giustificava solo per la violazione manifesta delle clausole, se si tratta di una
pace comune Roma entra di diritto negli affari interni del mondo greco, accollandosi dei doveri e
assumendosi la responsabilità di garantire l’autonomia e la libertà dei greci.
In ogni caso, l’atteggiamento esitante di Roma nel corso di tutta la guerra fa pensare alla
mancanza di un disegno espansionistico coerente e definito. Roma in questa fase sembra più
reagire alle provocazioni di Filippo V e alle esortazioni degli alleati, senza avere elaborato quella
politica ellenica che sarà invece predominante dalla seconda guerra macedonica in poi grazie
all’azione di Tito Quinzio Flaminio.

3. LA SECONDA GUERRA MACEDONICA (200-196)

3.1 FILIPPO V, ANTIOCO III, PERGAMO E RODI


Negli anni successivi alla pace di Fenice, Filippo V rivolse le sue attenzioni verso Oriente, contro
Rodi e contro il regno di Pergamo. Egli occupò l’isola di Samo e si impadronì di diverse città libere
nell’egeo settentionale.
Queste provocazioni determinarono la guerra e nel 201 si tennero le battaglie navali di Chio, vinta
da Rodi e Pergamo e di Lade, vinta da Filippo V.
Già in precedenza l’attività di Filippo V era mal vista in Grecia, ma senza che ciò impensierisse i
romani. Quando invece a Roma una delegazione di Rodesi e Pergamini denunciò la violazione del
trattato di Fenice essi decisero di muoversi. Le preoccupazioni di Roma pare fossero amplificate
dal fatto che la delegazione avesse menzionato un “trattato segreto” tra Filippo V e Antioco III di
Siria che prevedeva la spartizione del regno tolemaico.
Inizialmente l’azione romana fu di tipo diplomatico.

3.2 LE VICENDE DELLA GUERRA


Nel 200, Filippo V intervenne in Acarnia contro gli ateniesi, a loro volta sostenuti da Rodi, Pergamo
e Bisanzio. Roma ancora si muoveva per via diplomatica, la seconda guerra punica era appena
finita e i comizi non si accollavano un’altra spedizione.
In ogni caso fu fatto arrivare a Filippo V un ultimatum affinchè smettesse di far guerra ai greci e di
sottoporre ad arbitrato il suo conflitto con Attalo. Nel corso dei mesi successivi i comizi si risolsero
per la guerra. Un ultimo ultimatum raggiunse Filippo V ed egli si difese dicendo che lui si muoveva
nella legalità ed erano i romani a violare il trattato continuando a minacciarlo. Il dibattito dimostra
quanto sia importante capire il significato della pax communis nella pace di Fenice.
In ogni caso la guerra iniziò, ma per due anni proseguì senza particolari accadimento. La svolta si
ebbe quando arrivò in Grecia Tito Quinzio Flaminio (198), il quale riuscì a coagulare attorno a sé i
greci, facendosi promotore della loro libertà e autonomia. Nel 197 Filippo V fu sconfitto a
Cinoscefale.

3.3 ROMA E LA LIBERTA’ DEI GRECI


Nel corso della seconda guerra macedonica si assiste a una sostanziale evoluzione
dell’atteggiamento dei romani rispetto al mondo Greco. Se nei primi ultimatum la richiesta era
quella di non fare guerra al fine di assicurare stabilità al mondo egeo, con l’arrivo di Flaminio le
cose cambiano rapidamente. Già nel 198, nelle trattative di Aoo, Flaminio aveva chiesto a Filippo

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di rimuovere le guarnigioni dalle città conquistate. Le successive trattative di Nicea segnarono un
ulteriore passo: i romani si assunsero il patrocinio su tutti i greci e a Filippo chiedevano
semplicemente di ritirarsi dalla Grecia. Tutte queste trattative ovviamente andarono a vuoto ma
dimostrano un’evoluzione confermata anche dalle trattative di pace successive a Cinoscefale e
propedeutiche alla pace di Tempe. Flaminio rinnovò la richiesta a Filippo di ritirarsi dalla Grecia,
ma allo stesso tempo rifiutò agli etoli il diritto di lancia sui territori che avevano conquistato.
Nel 196 l’evoluzione è completa: ai giochi istmici di Corinto Flaminio dichiarò di aver donato ai
greci la libertà, intesa nello stesso senso del decreto di Aristotele del 378.
Sempre nel 196, Flaminio fu raggiunto da una commissione senatoria incaricata di stipulare la pace
di Tempe. Filippo V fu fortemente umiliato. Ma anche riguardo la Grecia il principio di autonomia
non fu così difeso: molti territori furono distribuiti arbitrariamente, in molte città furono
mantenute guarnigioni. L’evacuazione totale dalla Grecia avvenne solo nel 194, ma dopo di allora
non ci furono guarnigioni romane né annessioni territoriali.
I motivi che spinsero i romani ad addentrarsi in una nuova guerra subito dopo la guerra annibalica
sono dibattuti. In questo senso interessante è l’interpretazione di Livio, secondo cui le due guerre
andrebbero intese come una sola, la pace di Fenice non sarebbe allora altro che una tregua.
Implicita in questa prospettiva sarebbe una volontà interventista, un espansionismo intenzionale
che in genere viene collocato dopo.

4. LA GUERRA SIRIACA (192-188)

4.1 ANTICO III


Antioco III, re di Siria, aveva inizialmente preso una posizione neutrale durante la seconda guerra
macedonica. Tuttavia, la vittoria nel 200 della 5 guerra celesiriaca contro l’Egitto e il suo progetto
di ricostituire il regno di Seleuco I, lo spinsero ad una politica espansionistica verso occidente.
Roma aveva per questo deciso, contro l’opinione degli alleati, di concludere la guerra con Filippo V
e mantenere guarnigioni in Grecia.
Infatti, nel 198 egli aveva attaccato il regno di Pergamo e nel 197 aveva intrapreso una spedizione
nell’egeo che aveva danneggiato alcune città libere nella costa tracica e gli interessi di Rodi. La
stessa pace di Tempe fu messa sotto discussione nella misura in cui menzionava la libertà e
l’autonomia anche dei greci d’Asia.
Sotto pressione delle città greche libere, di Rodi e di Pergamo Roma inviò quindi un avvertimento
ad Archiloco, affinchè ponesse termine alla sua azione nel Mediterraneo. iniziò così una lunga fase
di trattative diplomatiche che prendono il nome di colloqui di Lisimachia. Inizialmente Antioco
rifiutò di riconoscere l’autorità romana nell’area, rivendicando i suoi diritti su tutti i territori che
avevano fatto parte del regno di Seleuco I: l’Asia Minore, ma anche la Tracia.
Le trattative presero la direzione di una spartizione delle reciproche sfere d’influenza con i romani
che dovevano disinteressarsi dell’Asia come Antioco si sarebbe disinteressato dell’Italia. In realtà
esse non andarono mai oltre la pronunciazione di petizioni di principio e ben presto si arenarono.

4.2 LE VICENDE DELLA GUERRA


A scatenare la guerra contribuì anche l’azione di realtà esterne: gli etoli che volevano rifarsi della
diffidenza mostrata verso di loro dai romani e il re di Pergamo Eumene II che temeva l’azione di
Antioco.

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Furono proprio gli etoli ad occupare nel 192 il porto di Demetriade, senza neanche aver dichiarato
guerra, e convincere Antioco a sbarcare in guerra promettendogli il supporto di tutti i greci, ormai
stanchi della prepotenza dei romani. Nel 192 Antioco sbarcò in Grecia, anch’egli senza neanche
aver dichiarato guerra.
In realtà l’accoglienza dei greci fu piuttosto fredda. Essi non si fidavano di uno che aveva
palesemente cercato di conquistare città libere e che ora veniva a parlare di autonomia e libertà.
Pochi quindi si unirono a lui.
Nel 191 i romani sconfissero Antico alle Termopili, egli decise quindi di spostarsi in Tracia e da lì in
Asia. Gli etoli furono facilmente sbaragliati e chiesero presto una tregua. Nel frattempo la battaglia
navale di Capo Corico (191) determinava la fuga di Antiloco in Asia. Nel 190 gli scipioni entrarono
in Asia e lo sconfissero nuovamente a Magnesia, nel 189. Antiloco aveva già chiesto la pace ma a
quel punto era troppo tardi.
Intanto gli etoli venivano definitivamente sconfitti e costretti ad un foedum iniquum. Forse istigato
da Eumene II Gneo Manlio Vusone compì una spedizione in Asia Minore contro i galati, che
sembra non fosse stata autorizzata dal senato. Essa fu in realtà un successo anche politica poiché i
greci molto apprezzarono la sua connotazione antibarbara. L’opposizione però, oltre all’azione non
autorizzata e all’influenza di Eumene, rimproverava a Vusone di aver considerato l’Asia un terreno
di conquista in cui accaparrare grandi ricchezze. Quella di Vusone sarebbe stata una pura guerra di
saccheggio che aprì malauguratamente Roma al lusso e alla sregolatezza orientali.

4.3 LA PACE DI APAMEA (188)


Decisamente sconfitto, Anticolo firmò nel 188 la pace di Apamea. Essa riduceva enormemente le
dimensioni del regno di Siria, relegato ad una dimensione solamente asiatica e isolato dal mar
Egeo. I territori che un tempo erano stati del re di Siria furono donati a Rodi e a Eumene II.
I motivi della guerra vanno certamente rintracciati nella minaccia costituita da Antioco III all’ordine
istituito dai romani nel 196. Essi evidentemente non volevano la guerra ma furono abilmente
istigati da realtà esterne come Eumene II e da Rodi. Persino la diceria che Antiloco programmasse
una invasione dell’Italia è chiaramente una favola.
La guerra siriaca fu però fondamentale perché se da un lato Roma adottò gli stessi strumenti di
governo del passato, rifiutando annessioni territoriali e preferendo rendere innocuo il nemico
piuttosto che annientarlo, furono anche impiegati nuovi strumenti: alle realtà che rimasero fedeli
fu concessa l’autonomia, mentre furono premiati gli alleati più attivi.
La guerra si concluse poi con un aspro dibattito sulle possibilità offerte dalle campagne in oriente.
Qui si contrapponevano il partito filellenico di Flaminio e degli Scipioni a quella pragmatista di
Vusone che piuttosto che alla filosofia e alla cultura greche guardava alle ricchezze. La questione
era se muoversi nell’ambito del diritto greco, con le paci comuni, i principi di autonomia e così via
o adottare invece una politica imperialistica esplicita.
Certamente è a quest’epoca che risale la consapevolezza della possibilità di costruire uno stato
ecumenico.

5. LA TERZA GUERRA MACEDONICA (171-168)


Il mondo ellenico dopo la pace di Apamea versava in una forte instabilità. Gli etoli erano stati
sottomessi e facevano da stato cuscinetto rispetto alle invasioni barbariche da nord. Presso gli
Achei, che nel frattempo avevano unificato il Peloponneso, aveva preso forza il partito anti-

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romano, essi però si ammazzarono tra loro per decidere il loro posizionamento rispetto a Roma e
per conflitti nel Peloponneso. In tutta la Grecia si assiste alla generale tendenza all’anarchia.
Fuori dalla Grecia le cose non erano migliori: Rodi e Pergamo avevano chiare mire espansionistiche
che più volte i romani dovettero frenare. In tutto questo la Macedonia si stava riprendendo
dall’umiliazione del 196.

5.1 PERSEO
Successore di Filippo V era Perseo. Già negli ultimi anni del regno di Filippo V la Macedonia aveva
visto una grande ricrescita demografica, economica e sociale. Il paese era letteralmente rinato e
anche grazie ad una politica popolare che Perseo ripropose anche presso i greci. in questo modo
utilizzava una propaganda che lo metteva in competizione con i romani in quanto difensori della
libertà ellenica. Sul piano estero adottò una politica espansiva sul Mediterraneo ma sempre
rispettosa dei trattati con Roma che furono rinnovati.
Questa rinascita però creava preoccupazione presso i romani. Preoccupazioni che furono
alimentate da Eumene II, il quale andò a Roma a reclamare un intervento dei romani nel 173.
In realtà la guerra non aveva alcun fondamento giuridico; Eumene e Rodi insistevano nel dire che
Perseo violava i trattati, ma piuttosto violava i loro interessi privati. Anche il “manifesto di Delfi”
diffuso dai romani presso i greci per contrapporsi alla propaganda macedone era privo di
fondamento.
In generale era Roma a cercare il conflitto: essa temeva il rafforzarsi della monarchia macedone
che avrebbe effettivamente potuto costituire un problema per il suo dominio nell’area. Eumene II
seppe anche utilizzare il terrore dei romani per un’invasione in Italia che chiaramente non aveva
senso. Probabilmente c’erano anche motivi di carattere economico sostenuti a Roma dalla fazione
dei populares. I tentativi di dimostrare eventuali colpe di Perseo servivano a legittimare sul piano
giuridico una guerra che Roma preparò ancor prima di dichiararla. Già nel 172 i soldati romani
erano mobilitati. Fu una condotta diplomatica che Livio definisce nova sapientia e che destò
sgomento presso la classe senatoria più anziana, sostenitrice di un modo più trasparente di
affrontare le questioni diplomatiche e militari.
Con la terza guerra macedonica si sviluppa quindi una tendenza imperialista che si affermerà
definitivamente dopo Pidna.

5.2 LE VICENDE DELLA GUERRA


La guerra contro Perseo fu caratterizzata dalla sostanziale neutralità dei greci, che fu poi punita dai
romani. Ma anche da atteggiamenti ambigui da parte di Rodi e Pergamo.
Nel 171 i romani occuparono la Tessaglia. Seguirono poi una serie di defezioni: l’Epiro e l’Illiria.
A porsi come mediatori furono Rodi e Perseo cercò anche la mediazione di Antioco IV ed Eumene
II.
Perseo fu definitivamente sconfitto a Pidna nel 168. Catturato fu portato a Roma dove morì.

5.3 LA FINE DELLA MONARCHIA MACEDONE


la nuova sistemazione dell’assetto macedone prevedeva la disgregazione della monarchia in 4
repubbliche autonome dette merides, le quali non potevano in nessun modo avere rapporti
(economici o diplomatici) e a cui erano interdetti alcuni traffici commerciali. Erano poi obbligate al
pagamento di un tributo.

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In questo modo Roma riuscì a sfruttare economicamente il paese senza per questo doverlo
occupare.
Roma mostrò una certa durezza verso tutti i paesi dell’area: l’Illiria fu divisa in tre regioni
autonome, l’Epiro fu lasciato alla mercè dei soldati che lo saccheggiarono, la lega achea per la sua
neutralità fu obbligata a consegnare 1000 ostaggi (tra cui Polibio), Rodi perse la Licia e la Caria di
fatto condannata alla decadenza, Eumene II perse la fiducia dei romani.
La terza guerra macedonica segnò quindi una svolta nella politica romana in oriente. Da ora in poi
Roma interferisce violentemente nelle questioni di tutte le realtà politiche imponendo ad Antioco
IV la fine della 6 guerra celesiriaca e legando a sé i tolomei.

6. LA “QUARTA GUERRA MACEDONICA” E LA GUERRA ACAICA


Dopo Pidna la situazione non apparve più stabile di prima. Roma dovette ricorrere all’ordinamento
provinciale e all’annessione diretta per stabilizzare un’area invece molto conflittuale.

6.1 ROMA E L’ORIENTE DOPO IL 167


La rottura tra Roma ed Eumene II, già emersa alla fine della terza guerra macedonica si consumò
nel 166, quando Roma non riconobbe una serie di conquiste territoriali operate dal regno di
Pergamo. I rapporti si distesero nel 159, quando salì al trono Attalo II, il quale avviò una politica
dinamica e indipendente che lo metteva in relazione con le altre micro-realtà asiatiche.
Per quanto riguarda Rodi, essa mantenne una certa prosperità economica e culturale.
Con gli Achei, e i greci in generale, Roma fu invece più dura. I 1000 ostaggi richiesti a Pidna non
furono consegnati fino al 151.
Questi anni però furono tutto sommato pacifici. Non si riscontrano conflitti né tensioni importanti
e Roma intervenne solo dal punto di vista diplomatico.

6.2 LA MACEDONIA
La situazione mutò intorno al 150. Già nel 153, un tale Andrisco si era presentato alla corte del re
di Siria come legittimo erede del regno di Macedonia. Fu denunciato ma riuscì a scappare.
Lo ritroviamo in Macedonia nel 149, dove fomentò una rivolta, forse appoggiandosi a istanze
popolari e proclamandosi re col nome di Filippo VI. Fu sconfitto a Pidna nel 148.
Successivamente la Macedonia fu resa una provincia di cui facevano parte anche Illiria ed Epiro.

6.3 LA GRECIA
anche la Grecia non seppe rinunciare alla sua tradizionale conflittualità. In particolare nel 150
scoppiò la guerra acaica. Le motivazioni erano dovute al rifiuto da parte di Sparta di unirsi alla lega,
essa si appoggiò ai romani ma questi temporeggiarono. Essi erano già impegnati in Macedonia,
Spagna e Cartagine. Forse per questo prima temporeggiarono, poi risolsero la questione in
maniera molta autoritaria.
Nel 148 gli achei attaccarono Sparta, Roma intervenne solo dal punto di vista diplomatico
mandando un ultimatum. Ma nel 146 a Corinto la lega votò la guerra contro Sparta e quindi contro
Roma. Gli achei furono velocemente sconfitti.
Corinto fu distrutta, la lega achea sciolta, molte regioni greche furono annesse alla Macedonia e
costrette a pagare un tributo. Solo a poche città rimaste fedeli fu concessa la libertà col titolo di
“civitates liberae et immunes”.
In generale furono imposti dei governi oligarchici filoromani ed espressione dei ceti più ricchi.

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7. L’ORDINAMENTO PROVINCIALE
I rapporti di Roma con le altre realtà ellenistiche si evolsero in maniera più lenta. Tuttavia anche
qui è importante riscontrare che per ogni cosa i regni ellenistici si rapportano a Roma
conferendogli un’autorità indiscussa.

7.1 LA SIRIA
Tra 175 e 164 sul trono di Siria sedette Antioco IV. Egli dovette affrontare grosse difficoltà dovute
al rafforzarsi del regno dei parti sotto il comando di Mitridate I e le continue spinte autonomiste
nelle regioni orientali del regno. Proprio nel tentativo di sedare una rivolta in Media Antioco IV
trovò la morte nel 164. Successivamente, i parti si espansero, tra 141 e 129, arrivando a
conquistare la Mesopotamia. Il regno di Siria era ormai fortemente ridotto.
Altro problema che dovette affrontare Antioco IV fu la questione giudaica. La comunità ebraica era
divisa in una fazione ortodossa, molto forte in Egitto, ed una “ellenica” più forte in Siria. Tuttavia
tale comunità vedeva forti dissensi interni legati anche all’ellenizzazione forzata che i sovrani di
Siria imponevano ai sudditi. Questi dissidi rischiavano facilmente di degenerare in problemi di
ordine pubblico.
La rivolta scoppiò quando nel 167, Antioco IV impose di abbandonare la Legge ebraica. La rivolta
ottenne molti successi, entrò a Gerusalemme e nel 163 gli fu riconosciuta la libertà di culto.
Tuttavia l’anno dopo gli scontri ricominciarono e furono risolti dall’intervento diplomatico di
Roma. Infine tra il 152 e il 143 agli ebrei fu riconosciuto uno stato autonomo.
Dopo la morte di Antioco IV il regno di Siria fu sconvolto da gravi conflitti dinastici che
determinarono la sua fine. Infatti i discendenti di Seleuco IV e Antioco IV pretendevano entrambi il
trono per loro stessi. In questi conflitti si inserirono anche Attalo II e Tolomeo VI proponendo sul
trono Alessandro Balas. L’ultimo re a proporre un programma politico coerente fu Antioco VII, re
dal 138, il quale morì troppo presto. La Siria era ormai un regno completamente lacerato.
Fu resa una provincia nel 63 da Pompeo.

7.2 L’EGITTO
Le relazioni tra Roma e l’Egitto dal 273 erano state buone. L’Egitto aveva sempre dimostrato
rispetto e deferenza verso i romani, questi un po’ lo malcagavano. In ogni caso alla morte di
Tolomeo V, salì al trono Tolomeo VI. Roma intervenne a risolvere la questione della 6 guerra sirio-
egiziana, nel 168, con la “giornata di Eleusi” ci appare ormai un Egitto divenuto informalmente un
protettorato romano.
Dopo quella giornata Roma intervenne più volte a risolvere i dissidi tra Tolomeo VI e Tolomeo VIII,
nominato coreggente a partire dal 170. Nel 164 infine, Roma si risolse per la definitiva divisione
del regno: Tolomeo VI avrebbe regnato su Alessandria e la sua chora, Tolomeo VIII su Cipro e la
Cirenaica.
Sembra che quest’ultimo avesse promesso ai romani l’eredità del regno qualora fosse morto senza
eredi, probabilmente un modo per proteggersi da attentati dinastici.
In ogni caso entrambi i re furono personalità importanti. Tolomeo VI cercò di espandersi verso la
Siria, insidiandone il trono proponendovi Alessandro Balas ed espandendosi verso nord. Proprio in
una di queste campagne trovò la morte.

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Tolomeo VIII invece dovette affrontare gravi crisi familiari e dinastiche che determinarono la crisi
endemica del regno. Questo restava prospero, grazie alle tratte commerciali che dal mar Rosso
arrivavano all’India, ma affrontava una insanabile crisi sociale e politica.
Nel 30 a.c, dopo la battaglia di Azio e l’istituzione del principato fu reso una proprietà personale
del princeps.

7.3 PERGAMO
Il precedente di Tolomeo VIII si ripropose nel regno di Pergamo. Ad Attalo II successe Attalo III, il
quale morì senza eredi nel 133 lasciando il suo regno in eredità a Roma. In realtà Roma era
disinteressata ad un controllo diretto su questo territorio ma la rivolta di Aristonico le fece
cambiare idea.
Forse di origine regale, Aristonico sollevò contro Roma le popolazioni rurali e povere e pretese il
regno con il nome di Eumene III. Le regioni dell’Anatolia si schierarono con lui, Pergamo e le città
greche che già sotto Roma conservavano la loro autonomia le restarono fedeli.
La guerra durò poco, Aristonico ottenne un successo nel 131 contro Publio Licinio Crasso, ma fu
imprigionato l’anno successivo.
Nel 129 fu istituita la provincia d’Asia. L’istituzione di tale provincia e la sua organizzazione fu
motivo politico a Roma tra optimates e populares, se i primi avevano di malavoglia annesso l’area,
i secondi si apprestavano a controllarla e a trarne i maggiori profitti in modo da finanziare i loro
programmi politici a Roma.
In conclusione si può dire che Roma tentò a lungo di evitare un controllo diretto sulla Grecia e sul
mondo ellenico. Essa cercò di comprendere e restare fedele ai principi di autonomia e libertà
tanto cari ai greci, presentandosi come garante internazionale di quei principi e quindi come
arbitro delle varie contese. Tuttavia, la conquista fu resa necessaria dall’endemica conflittualità del
mondo greco, che ne aveva segnato tutta la storia e che infine né aveva determinato la fine.

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