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C BEARZOT : MANUALE DI STORIA GRECA

4.IL QUARTO SECOLO


Sparta era stata fino al 479 la città “PROSTATES” del mondo greco. Già durante la guerra DECELEICA aveva
abbandonato, grazie a personalità come quella di BRASIDA e LISANDRO, la sua tradizionale vocazione
continentale che si concretizzava in un rifiuto a prendere parte alle vicende esterne al PELOPONNESO.
Questo ampliamento degli orizzonti spartani diventò necessario dopo il 404, quando finì il bipolarismo e
Sparta si affermò come unica città egemone del mondo greco. Questa egemonia si era concretizzata in una
politica imperialista anche più dura di quella ateniese. Atene, dal canto suo, abbandonò ogni tendenza
imperialistica e si pose come baluardo dell’autonomia di ogni comunità greca, non riuscendo a proporsi
come città egemone anche dopo la fine di quelle spartana nel 371. In questo secolo assistiamo invece
all’emergere di “terze forze” come CORINTO, ARGO, TEBE. Che rivendicheranno un ruolo sempre più attivo
nelle vicende greche. L’ultima città a proporsi come guida dei greci fu TEBE.A questi elementi vanno
aggiunti anche il consolidarsi e affermarsi degli stati federali, più ampi territorialmente e demograficamente
rispetto alle POLEIS e quindi più solidi. Il mondo greco del 4 SECOLO è quindi un mondo policentrico,
caratterizzato dalla “RICERCA FALLITA DI UNA COMUNITA’ ELLENICA”. Nel complesso questo mancato
equilibrio determinerò la debolezza dei greci, la loro inadeguatezza, sempre divisi e in competizione tra
loro. Debolezza che li lasciò in pasto a potenze straniere come la MACEDONIA DI FILIPPO II

1.L’EGEMONIA SPARTANA E LE SUE CONTRADDIZIONI


Tradizionalmente Sparta aveva sempre dato molta importanza all’autonomia, schierandosi come baluardo
delle città, soprattutto del PELOPONNESO e di tutte quelle greche vessate dagli ateniesi. Ora che Sparta
aveva effettivamente un ruolo egemonico doveva porsi il problema dell’autonomia dei greci. Il problema
riguardò innanzitutto le città greche d’ASIA MINORE, che SPARTA fu costretta a difendere dall’impero
persiano. Anche se erano stati alleati del GRAN RE durante la guerra del PELOPONNESO, i rapporti con la
PERSIA si erano congelati dopo il 405, QUANDO ALLA MORTE DEL RE SERSE II, CIRO si era ribellato al fratello
ARTASERSE II, legittimo erede. Gli Spartani si erano schierato con CIRO ma questi aveva perso.
Successivamente , su richiesta delle città ioniche, SPARTA aveva mandato diverse spedizioni in loro difesa,
guidate da TIBRONE, DERCILLIDA e dal re ARGESILAO. Rispetto ad altre città greche, SPARTA si pose
pretestuosamente a tutela dell’autonomia per poter meglio governare un impero diviso in un principio di
“ORGANIZZAZIONE PANELLENICA”. L’autonomia fu imposta con la forza e senza tenere conto delle
tradizioni cittadine piuttosto che federali dei vari territori in cui si andava a intervenire. Questa politica cosi
invasiva sfociò quindi nella GUERRA D’ELIDE (402-398 circa). Possiamo dire che l’egemonia spartana fu in
qualche modo destabilizzante per il mondo greco, che aveva perso la sua autonomia. SPARTA cosi arrivò a
costringere le altre città ad alleanze sia offensive che difensive ma soprattutto, per controllare meglio il
MAR EGEO, impose nelle città costiere e nelle isole delle “ GUARNIGIONI GUIDATE DA CAPI CHIAMATI
ARMOSTI”, per esigere un tributo e insediarvi governi oligarchici ( decarchie – colleggi di 10 uomini o per
Atene triacontarchia 30 uomini) di fede filospartana. L’egemonia fu destabilizzante anche per la stessa
SPARTA, in quanto venne meno la tradizionale uguaglianza tra gli spartiati perche alcuni personaggi
riuscivano ad acquisire maggiori ricchezze rispetto agli altri, generando cosi malcontenti. Esempio calzante
dell’equilibrio sociale spartano precario fu quello della congiura di CINADONE- CINADONTE (339 circa) dove
si tentò La di spezzare il potere dello stato oligarchico spartano e della sua élite e dare diritti agli spartani
più poveri e persino agli iloti e perieci o anche la discussa “legge di EPITADEO”, introdotta dall’omonimo
eforo per la possibilità di alienare la proprietà terriera producendo però il suo accentramento nelle mani di
pochi.
1.1 LISANDRO E L’IMPERIALISMO SPARTANO
All’interno dei cambiamenti introdotti nel sistema egemonico di SPARTA, le responsabilità di LISANDRO
furono determinanti. SPARTIATO di discendenza, fu lui a imprimere alla politica spartana la
spregiudicatezza necessaria per imporre nelle città greche una presenza politica e militare in contrasto con
l’ideale di libertà e autonomia che SPARTA aveva proclamato a partire dal 432. Fu anche responsabile delle
scelte che delegittimarono l’egemonia spartana, alienando a SPARTA le simpatie dei suoi alleati
( cominciando da TEBE e CORINTO) e inducendo molti in GRECIA ad affermare che “GLI SPARTANI AVEVANO
FATTO ASSAGGIARE AI GRECI LA DOLCE BEVANDA DELLA LIBERTA’ E POI AVEVANO VERSATO LORO
DELL’ACETO” (PLUTARCO, VITA DI LISANDRO). LISANDRO era una personalità anomala nel contesto
spartano, di discendenza eraclide ma di famiglia non illustre, tanto che si diffuse la voce cdhe fosse un
“motace”, dato da uno SPARTIATA e da una serva. In ogni caso, già nei suoi dissidi con CALLICRATIDA, uomo
invece tradizionalista e fedele alle usanze spartane che livellavano l’individuo dinnanzi alla comunità, era
emersa una personalità eccentrica che mal si adattava alle tradizioni spartane. A SPARTA erano mal
sopportati il suo personalismo e la sua ambizione, al punto che era considerato un “SECONDO PAUSANIA”.
Questa diffidenza fu alimentata dallo stesso LISANDRO che per esempio già in ASIA MINORE adottò uno
stile di vita orientaleggiante, si fece costruire un monumento ai navarchi a DELFI in cui in primopiano c’era
non SPARTA ma lui stesso, diffondendo nelle altre città, tramite governi a lui favorevoli un vero e proprio
culto della personalità, al punto che a SAMO fu eroicizzato quando era ancora in vita. Questa diffidenza nel
tempo si tramutò in vero e proprio dissidio. Già nel 404 fu richiamato dall’ELLESPONTO e poco dopo
allontanato dalla città. Si diffusero dicerie circa certi suoi progetti eversivi, alimentati grazie al sistema delle
decarchie e gli armosti, scelti tra i suoi fedeli. Per questo già nel 403, dopo che fu allontanato, i re e gli efori
spartani procedettero alla restaurazione delle precedenti costituzioni.
1.2 ATENE, I TRENTA TIRANNI E LA RESTAURAZIONE DELLA DEMOCRAZIA.

Il caso di Atene esemplifica nel modo migliore la politica di LISNDRO e il malcontento che provocò in
GRECIA e nella stessa SPARTA. LISANDRO entrò al PIREO e si diede inizio all’abbattimento delle mura. Le
gravi responsabilità di TERAMENE e sulla sua iniziativa avrebbero costretto il popolo, in presenza di
LISANDRO e delle armi spartane, ad abbattere la democrazia, ad adottare la “ PATRIOS
POLITEIA”(costituzione del passato, dei padri, con SOLONE) e ad eleggere un colleggio di 30 membri, tra i
quali lo stesso TERAMENE e CRIZIA, zio di PLATONE, “ CON L’INCARICO DI REDIGERE LA COSTITUZIONE IN
BASE ALLA QUALE AVREBBERO GOVERNATO” ( SENOFONTE, ELLENICHE II). I TRENTA, tuttavia, trascurarono
il mandato ricevuto e istaurarono un’oligarchia che per la sua durezza venne chiamata con il nome di “
TRENTA TIRANNI”. Secondo SENOFONTE (ELLENICHE II) essi costituirono il consiglio e le magistrature a
parer loro, e ben presto deliberarono su “COME TRATTARE LA CITTA’ COME VOLEVANO”, dopo aver
disarmato il popolo. I TRENTA poi, inaugurarono un clima di terrore, che colpì i cittadini democratici che si
distinguevano per ricchezza, nascita e reputazione e i ricchi meteci, con lo scopo non solo di reprimere
eventuali forme di opposizione ma anche di assicurarsi le loro ricchezze. CONDANNE A MORTE, ESILII,
SOTTRAZIONE DI DIRITTI, CONFISCHE COLPIRONO INDISCRIMINATAMENTE COLORO IN CUI I TRENTA
IDENTIFICAVANO OPPOSITORI O FONTI DI GUADAGNO. I diritti politici furono ristretti a 3000 abbienti e chi
non era iscritto nel catalogo dei TREMILA restava privo di tutela ed esposto al libero arbitrio dei TIRANNI.
Questa situazione determinò la fuga di tantissime personalità da ATENE, che inizialmente si rifugiarono
fuori dalla città, e poi in esilio a MEGARA, ARGO, TEBE, in EUBEA e in ELIDE. Tra questi ESULI c’era
TRASIBULO, futuro restauratore della democrazia. Il governo dei TRENTA durò 1 anno circa e non fu
immune da dissidi interni e l’avvio di questo dipese ancora da TERAMENE, che si dissociava dai
comportamenti tirannici di CRIZIA e affermando che mandare a morte innocenti solo perché democratici
non era ammissibile. Questa dissociazione non aveva ragioni umanitarie ma nasceva dalla preoccupazione
che atteggiamenti troppo estremisti potessero impedire il “ MANTENIMENTO DELL’OLIGARCHIA”. In un
drammatico contraddittorio di cui parla SENOFONTE, TERAMENE e CRIZIA si affrontano davanti alla BOULE’,
CRIZIA lo accusa di trasformismo, che aveva già tradito la democrazia per i QUATTROCENTO e ora si
preparava ad un nuovo cambio di bandiera. TERAMENE risponde dicendo di essere coerente e di voler
perseguire l’ideale moderato, affidando lo stato ai cavalieri e agli opliti, escludendo i teti dalla vita politica.
CRIZIA, con una procedura irregolare cancellò TERAMENE dalla lista dei TREMILA e lo condannò a morte, e
gli fece bere la cicuta. TERAMENE morì brindando alla salute di CRIZIA, con una fine quasi “SOCRATICA” che
gli procurò l’ammirazione di SENOFONTE (ELLENICHE II). Intanto TRASIBULO , nel 403, alla guida di un
piccolo gruppo di democratici esuli, si insediò sul PIREO. La popolazione ateniese corse in suo sostegno,
mentre i 30 si asserragliavano nella fortezza di ELEUSI. Nel maggio del 403 l’esercito di TRASIBULO affrontò
e sconfisse i TRENTA a MUNICHIA, nella battaglia morì CRIZIA. Il potere passò a 10 oligarchi che chiesero il
supporto di ATENE e LISANDRO era pronto a sostenerli, ma il re PAUSANIA II, suo oppositore, rinunciò
all’assedio e si fece garante delle trattative tra democratici e oligarchi che portarono alla restaurazione
della democrazia. In cambio i democratici si impegnavano a garantire l’amnistia per i cittadini compromessi
con i trenta e a mantenere l’alleanza con SPARTA. A chi voleva fu permesso di trasferirsi ad ELEUSI e tutti i
capi politici esortarono il popolo a rispettare l’amnistia. L’anno successivo (403/2) durante l’arcontato di
EUCLIDE, si realizzò una gigantesca opera di restaurazione, a cominciare dalla revisione delle leggi, affidata
a un collegio di nomoteti. La democrazia ne uscì rinsaldata, fu introdotto il MISTHOS ( retribuzione pubblica
ad un membro dell’assemblea BOULE’) e ricominciarono le attività legislative e giudiziarie dell’ekklesia. La
componente moderata, composta da ex sostenitori di TERAMENE, riuscì a legittimarsi e l’AEROPAGO
aumentò i suoi poteri rispetto all’età PERICLEA. Sono alcuni degli uomini del movimento moderato, ANITO e
MELETO, coinvolti nella condanna di SOCRATE, uno dei più clamorosi errori giudiziari della democrazia
ateniese. Nel 399 il filosofo, percepito dall’opinione pubblica come uno dei sofisti venne colpito dall’accusa
di corrompere i giovani e di non onorare gli dei della città .
1.3 LA GUERRA CORINZIA

Subito dopo la vittoria di Sparta e l’inizio dell’imperialismo di Lisandro gli storici alleati di Sparta, in primis,
beoti e corinzi, mostrarono un crescente mal contento. Esso si esplicitò prima col rifiuto da parte dei beoti
di consegnare Trasibulo in esilio, poi col rifiuto di partecipare alla spedizione contro Atene nel 403 e infine
col rifiuto di partecipare alla spedizione in Asia di Agesilao nel 396. Intuendo questo mal contento e
consapevole del fatto che la frammentarietà dei greci avrebbe giocato a suo favore il re di Persia prese
contatti. Nel 395,per distogliere gli spartani dalle guerre in ASIA e dalle vicende della guerra deceleica, la
PERSIA aveva capito quanto fosse utile per loro dividere il mondo greco e tenerlo impegnato in guerra
intestine. Inoltre sollecitarono città come Corinto, Argo e Tebe e forse anche Atene a far guerra a Sparta.
Questa guerra scoppiò prima in Beozia, nel 395, quando focesi e locresi entrarono in conflitto e Tebe si
schierò con questi ultimi. A sostegno di Tebe c’era anche Atene, allettata dall’idea di tornare a svolgere un
ruolo egemonico presso i greci, ma in realtà ancora troppo debole per svolgere un ruolo di primo piano. in
ogni caso, nel 395, ci fu la battaglia di Aliarto durante la quale Lisandro fu sconfitto e ucciso dai tebani. Il re
Pausania II, con il quale avrebbe dovuto ricongiungersi arrivò troppo tardi e rifiutò lo scontro, preferendo
ritirarsi. Successivamente, le città coalizzate contro Sparta (Atene, Argo, Tebe, Corinto) costituirono un
sinedrio comune con sede a Corinto che condusse alla guerra corinzia fino al 386, anno della prima pace
comune. La guerra vide diverse battaglie, alcune vinte dagli spartani, altre dalla coalizione. Una in
particolare, la battaglia di Cnido (394) in ASIA MINORE, fu vinta dall’ateniese Conone, a capo di una flotta
persiana e sconfisse quella spartana. Questa battaglia segnò la fine della talassocrazia spartana, di lì a poco
gli armosti furono cacciati dalle città dell’egeo orientale che rimasero autonome. Grazie a questa vittoria,
Atene strinse nuovi rapporti con le poleis e le isole dell’egeo che gettarono le basi per la seconda lega
navale del 378. Nel frattempo gli ateniesi cacciavano gli spartani dall’area di Corinto, dove aveva preso il
sopravvento il fronte democratico che aveva avviato un programma di unione con Argo (non si sa se nel
senso dell’isopoliteia o sinecismo) che durò fino al 386. Si tratta di uno dei più interessanti esperimenti per
superare l’isolamento della polis. Le difficoltà che gli spartani stavano incontrando indussero a chiedere una
tregua. Nel 392\1,iniziarono le trattative a Sardi, alla presenza di Spartani, persiani, beoti, argivi ateniesi e
corinzi. Sparta propose di lasciare ai persiani le città d’asia minore in cambio del riconoscimento
dell’autonomia di tutti gli altri greci. Si trattava di un tentativo per indebolire le città coalizzate, rompendo
l’unione tra Argo e Corinto, i nuovi rapporti tra Atene e le polis egee e tra tebe e le poleis beotiche. Queste
trattative però furono un grave colpo per il prestigio panellenico spartano. In ogni caso esse non andarono
a buon fine. Nel 391 ricominciarono le operazioni militari spartane in Asia e sul continente tra coalizzati e
spartani. La Grecia doveva secondo Isocrate uscire dai conflitti interni e realizzare la concordia e l’unità
panellenica per poi fare la guerra alla persia, sotto la guida di un egemone prestigioso da poter identificare
ancora in Atene. Negli anni successivi, la guerra in grecia si trascinò stancamente sul fronte terrestre e sul
fronte navale Trasibulo negli anni 389/388 stabili relazioni con diverse città dell’Asia, della Tracia e
dell’Ellesponto e proprio nel 388 morì. Senofonte ne commenta la fine definendolo ANER AGATHOS UOMO
GIUSTO che diede un grande contributo alla difesa della democrazia.

2.LA PACE COMUNE DEL 387/6


Le trattative tra spartani e persiani ripresero nel 388 e si conclusero nel 387\6 con la “pace del Re” o “pace
di Antalcida”. Sparta rinunciò a difendere le città greche d’Asia Minore, Cipro e le isole Clazomene, la Persia
accoglieva il principio dell’autonomia delle città greche ponendosi come garante super partes dei conflitti.
Fu così introdotto il concetto giuridico di pace comune (koinè eirene) che tutelava pretestuosamente il
principio di autonomia dei greci, la cui applicazione era appunto garantita dal Re di Persia. In questo modo
Sparta vedeva riconosciuto il suo ruolo di egemone dei greci. Le paci comuni furono uno strumento che
segnò la storia greca dal 386 alla conquista romana, il ruolo di garante fu poi ricoperto da altre poleis, poi
dal re macedone (Filippo II e Alessandro I) e successivamente dai romani. Questa pace rispondeva sia alle
esigenze del Gran Re che vedeva finalmente riconosciuto il suo diritto sulle città d’Asia Minore, sia degli
spartani che venivano riconosciuti come difensori dell’autonomia in luogo del Re e affermarono la loro
egemonia. Gli spartani pretesero lo scioglimento di ogni forma di accordo sovranazionale (le leghe, gli stati
federali, le isopoliteia e così via). Questa politica fu sostenuta dal re Agesilao che costrinse Tebe a sciogliere
la lega beotica (lo scontro con Tebe sarà però costante), fu poi sciolta l’unione tra Argo e Corinto, a
Mantinea, che in arcadia stava diventando sempre più influente, si affermò il diecismo (unione di villaggi),
cioè la divisione in 4 villaggi per indebolire l’Arcadia, a Olinto fu imposto lo scioglimento della lega calcidica,
e un’alleanza offensiva e difensiva con Sparta. Proprio durante la guerra con Olinto però ci fu un episodio
che rivelò la pretestuosità della pace comune e del principio di autonomia. Nel 382, lo spartano Febida
occupò la Cadmea, roccaforte tebana su istigazione della componente filo-spartana della città e con la
complicità di Agesilao. A Tebe si instaurò un governo filo-spartano retto da Leonziade il quale fu però
rovesciato nel 379, da cittadini appoggiati da Atene che instaurarono una democrazia e rifondarono la lega
beotica. Sparta reagì tentando di occupare il Pireo di Atene nel 378, l’aggressione non andò a buon fine ma
ancora una volta la classe dirigente spartana si mostrò connivente. Ciò fece sì che Atene stipulasse
un’alleanza con Tebe e fu promossa la lega navale con il cosiddetto “ decreto di Aristotele”, riproponendosi
come città guida dei greci. Sparta dimostrò di non poter rinunciare al sostegno persiano e quindi di dover
rinunciare alla tutela dei greci dell’asia, invece Atene con le armi della propaganda e della politica dopo il
387/6 si riappropriò della pace comune e del principio di autonomia che essa pose con un significativo
sforzo di superamento dell’esperienza imperialistica del 5 secolo alla base della seconda lega navale.

3.LA SECONDA LEGA ATENIESE


La seconda lega navale ateniese fu fondata nel 379 e nacque dal lavoro diplomatico che personaggi come
Trasibulo e Conone avevano compiuto nei decenni precedenti. Una fonte fondamentale a riguardo è il
“decreto di Aristotele”, il documento epigrafico che attesta la fondazione della lega. Si trattava di
un’alleanza difensiva, inizialmente sancita da Atene, Chio, Metimna, Mitilene, Rodi, Bisanzio e Tebe. Tale
alleanza riconosceva la pace comune inserendosi quindi nel contesto giuridico affermatosi nel 386, tuttavia
si poneva l’intento di contrastare la politica imperialista spartana. Per questo di notevole interesse è il fatto
che in questo documento ci sia una definizione di autonomia che colmò l’ambiguità giuridica precedente
che andava a favore degli Spartani, i quali interpretavano il concetto di autonomia come gli pareva. Questo
documento invece stabilisce che le città o i barbari o chiunque non sia suddito del re siano liberi di allearsi e
associarsi, nel mantenimento ciascuno della propria autonomia cioè della possibilità di avere la propria
costituzione e non subire la presenza di guarnigioni o tributi. Gli strateghi coinvolti nell’organizzazione della
lega erano Timoteo, figlio di Conone, Cabria e Callistrato, tutti uomini legati all’ambiente di Isocrate che
aveva contribuito molto a diffondere la necessità di superare l’imperialismo e di stabilire un’egemonia
basata sul consenso “ EUNONIA” degli alleati. In effetti anche l’organizzazione della lega rispecchia una
maggiore orizzontalità. I membri della lega si riunivano in un sinedrio con sede ad Atene il quale lavorava
parallelamente con la bulè e l’ekklesia. Così sia l’assemblea ateniese che quella del sinedrio potevano
avanzare proposte l’una all’altra. I synedroioi avevano pari diritto di voto, Atene aveva solo un ruolo
militare e non c’erano tributi, ma solo un contributo volontario definito syntaxeis, , la cui entità veniva
stabilita dal sinedrio . Sembra che inizialmente la lega riscosse un notevole successo, con l’unione di una
70ina di stati. Alla testa della lega Atene pose fine all’imperialismo spartano, forni agli alleati protezione
militare, la lotta alla pirateria e la difesa delle rotte commerciali. Successivamente però essa affrontò
periodi difficili che iniziarono quando, in seguito alla battaglia di Leuttra e alla fine dell’egemonia spartana,
Atene strinse un’alleanza con Sparta. Veniva così svuotata di senso una lega nata con esplicito intento
antispartano. Non è chiaro se Atene avviò delle politiche imperialiste, probabilmente gli alleati si rifiutarono
di pagare delle syntaxeis che ormai trovavano inutili, certamente le città che ne facevano parte erano
preoccupate per la loro autonomia. Particolarmente critica fu l’annessione nel 365 di Samo da parte di
Timoteo e poi di altre città che però non facevano parte della lega. Questo progressivo sfaldamento si
consumò nella guerra degli alleati (357-355). Chio, Bisanzio, Rodi e Cos si ribellarono per motivi poco chiari
e ottennero importanti successi contro Atene. Secondo alcuni la guerra è sintomo di un sempre più
aggressivo imperialismo da parte di Atene, secondo altri di una perdita di interesse da parte degli alleati più
preoccupati dal possibile imperialismo ateniese e dall’emergere di nuove potenze. L’interpretazione che
vede nella guerra degli alleati l’esito di una degenerazione imperalistica, è stata favorita da testimonianze
come l’orazione “sulla pace” di Isocrate. In essa il pubblicista attacca duramente la democrazia
contemporanea, incapace a suo dire di evitare atteggiamenti imperialistici e destinata quindi a non
ottenere il consenso degli alleati. In alternativa Isocrate propone una politica di pace, in grado di risollevare
le sorti politiche ed economiche di Atenes. Dopo la guerra la lega restò attiva fino al suo scioglimento nel
338.

4.L’EGEMONIA TEBANA E LA RINASCITA DEGLI STATI FEDERALI


Negli anni successivi al 378, Sparta si trovò ad affrontare il successo della Lega ateniese e il rafforzarsi della
potenza tebana. Varie spedizioni in Beozia, tra 378 e 376 andarono a vuoto. Nel frattempo gli spartani
venivano varie volte sconfitti sul mare dagli ateniesi. Nel 375 Tebe sconfisse gli spartani a Tegira, liberando
le città beotiche dai presidi spartani e proponendosi come guida egemonica dei greci.Successivamente fu
stipulata tra Atene e Sparta una pace che assicurava le sfere d’influenza in un illusorio ritorno al
bipolarismo dei tempi di Cimone. La pace durò molto poco, ma rivelò anche la diffidenza di Atene verso
Tebe, la cui presenza nella lega navale era solo di facciata e che sempre più si stava rafforzando. Dopo la
riconquista della cadmea, nel 379, Tebe aveva proceduto alla rifondazione della lega beotica, riorganizzata
in senso “democratico”. Furono aperti a tutti i diritti di cittadinanza, prima a base censitaria, e l’organismo
decisionale non fu più un’assemblea rappresentativa paritaria ma un’assemblea federale con sede a Tebe
che riusciva ad avere pieno controllo sui suoi alleati. La rottura definitiva tra Tebe e Atene si consumò nel
373, dopo la distruzione di Platea da parte di Tebe, storica alleata ateniese. Gli ateniesi, votarono la
conclusione della pace con gli spartani, l’opinione pubblica era in realtà divisa tra le posizioni dei
democratici radicali di Aristofonte, filotebani e quelle dei moderati di Callistrato, favorevoli alla pace con
Sparta. La frattura era dettata anche da motivi di carattere economico e finanziario, infatti anche ad Atene
esisteva la frattura TRA IL DEMOS E I RICCHI, questi ultimi oberati di operazioni finanziarie, le cosiddette
liturgie, delle forme di tassazione che ricadevano sulle classi elevate. Infatti la guerra ricadeva tutta sui
cittadini più ricchi costretti a prestazioni finanziarie più importanti. Neppure la riforma dell’eisphorà,
l’imposta di guerra, che andò a costituire una patrimoniale distribuita tra le prime tre classi di censo riuscì a
placare gli animi. Per questo fu approvata dall’assemblea la pace con Sparta. Nel 371 si tenne quindi il
congresso di Sparta. Senofonte racconta il dibattito tra gli ambasciatori ateniesi, Callistrato e il democratico
radicale Autocle. Altre fonti riferiscono il dibattito tra il re spartano Agesilao e il tebano Epaminonda
.Autocle attaccò duramente gli spartani e sostenne di voler continuare la guerra. Callistrato invita sia Atene
che Sparta all’autocritica e sostiene un ritorno alla divisione delle sfere d’influenza, come il filosofo Isocrate
andava sostenendo. Su questa posizione fu trovata una linea d’intesa che sanciva le rispettive sfere
d’influenza, il diritto all’autonomia delle città e degli stati federali e il ritiro degli armosti spartani. I tebani
rimasero esclusi dall’accordo essendogli impedito di giurare per tutta la lega beotica. All’indomani del
congresso il re spartano Cleombroto invase la Beozia. A Leuttra spartani e tebani si scontrarono con una
decisiva vittoria di questi ultimi, 400 Spartiati e lo stesso re morirono nella battaglia. Alla fine Tebe rinunciò
a muovere sul Peloponneso, ma l’egemonia spartana era finita. Il congresso di pace del 371/0 che si tenne
ad Atene fu una possibilità sprecata di riproporsi come città egemone del mondo greco e garante del
principio di autonomia. Tutti i greci aderirono al principio di autonomia come veniva definito nel decreto di
Aristotele, anche Sparta che dovette riconoscere l’autonomia dei suoi alleati giurando solo per se, e quindi
dovette sciogliere la lega del Peloponneso. Infatti, subito dopo la conclusione della pace, il Peloponneso
entrò in agitazione. La città di Mantinea, precedentemente divisa in 4 villaggi, si ricostituì e volle unificare
l’Arcadia, attaccò quindi la città di Tegea e si alleò con Argo ed Elei. Fu in questo contesto che si rivelò
quanto fosse illusoria la politica della divisione delle sfere d’influenza. Quando gli spartani attaccarono
Mantinea, con il pretesto che aveva violato l’autonomia di tegea , la città si rivolse proprio agli ateniesi,
riconoscendo il loro ruolo nella tutela della pace appena conclusa. Essi, divisi nella valutazione della
situazione giuridica e restii a riaprire il conflitto con sparta, rifiutarono di aiutarli. Gli arcadi si rivolsero
allora ai Tebani, i quali andarono a soccorrere Mantinea e a invadere il Peloponneso. In funzione anti-
tebana Atene e Sparta si allearono, privando così di significato la lega navale ateniese. Ciò pose fine anche
alle aspirazioni egemoniche ateniesi. Furono in realtà i tebani, i cui leader avevano mostrato di
comprendere bene i nuovi scenari che si andavano delineando, i nuovi seppur effimeri egemoni della
grecia. La Boezia era divisa in 2 bacini principali, quella di Orcomeno a nord e quella di Tebe a sud. Aveva
un’economia prevalentemente agricola e pascoli per l’allevamento dei cavalli. Ebbe sempre buone
disponibilità demografiche e una discreta forza militare. La regione aveva un’antica tradizione federale, che
si esprimeva in una lega dall’impronta costituzionale oligarchica-moderata; l’egemonia era stata detenuta
in antico da Orcomeno, ma Tebe l’aveva costantemente contrastata fino ad affermare nel 6 secolo il
proprio ruolo primario. Proprio tebe nel 379 aveva rifondato la lega dandogli un’impronta più democratica
sul piano istituzionale, accentuando l’importanza della capita rispetto agli stati membri, fino ad arrivare ad
una propria identificazione tra tebe e la beozia. Storici alleati degli spartani, avevano iniziato a vederne
sempre più di cattivo occhio l’imperialismo. Ciò li aveva fatti avvicinare agli ateniesi, con i quali i rapporti si
erano presto guastati. La vittoria di Leuttra e le incapacità di Atene la lasciarono unica candidata al ruolo
egemonico. In questa fase le personalità più importanti furono i generali Pelopida ed Epaminonda. I due
generali furono i piu importanti artefici dell’egemonia tebana, Pelopida fu soprattutto un militare mentre
Epaminonda viene ricordato anche per la sua cultura e formazione filosofica.
4.1 EPAMINONDA E IL PELOPONNESO

Epaminonda fu particolarmente attivo nel Peloponneso. la prima spedizione del 370 aveva lo scopo di
riorganizzarlo in funzione antispartana e sostenere la neonata lega arcadica, cioè sostenere lo sviluppo del
federalismo democratico. Questa politica peloponnesiaca non fu apprezzata in patria, molti tebani
volevano solo l’indipendenza della Beozia e non comprendevano l’utilità di una spedizione lontana.
Epaminonda fu infatti finanziato dai ricchi elei nel 370. La guerra si spostò presto in territorio spartano.
Sparta affrontò serie difficoltà legate a rivolte, crisi sociali e politiche. Il re Argesilao evitò lo scontro,
Epaminonda decise quindi di attaccare l’equilibrio socio-economico spartano: devastò la Laconia, esortò la
ribellione degli iloti e soprattutto liberò la città di Messene. Fu a questo punto che Sparta chiese il supporto
di Atene. La prima spedizione nel Peloponneso fu presentata dalla propaganda filo-tebana come una
grande spedizione panellenica contro l’oppressore spartano. La liberazione di Messene e il rafforzamento
della lega arcadica crearono una solida opposizione a Sparta nel territorio che tradizionalmente era di sua
competenza, inoltre la cintura democratica costituita da Argo, Elea e Mantinea isolò Sparta nel
Peloponneso meridionale. Un secondo intervento nel Peloponneso ci fu nel 369. In questa occasione
Epaminonda indebolì ulteriormente Sparta privandola di diversi alleati. Al suo ritorno però fu processato (e
assolto), ma non fu riconfermato come boetarca. A Tebe si affermò così il partito contrario alla politica
peloponnesiaca. Il disimpegno tebano spezzò l’equilibrio dell’alleanza peloponnesiaca: Mantinea entrò in
conflitto con Elea rivendicando un ruolo egemonico sul Peloponneso. Le rivendicazioni degli alleati, che già
erano emerse in occasione della prima spedizione, si fecero più insistenti, anche perché la posizione di Tebe
nell’alleanza antispartana non era definita. In questo modo fu messa in discussione la continuità della
politica peloponnesiaca.
4.2 PELOPIDA E LA TESSAGLIA

La seconda linea d’azione tebana fu verso la Grecia centro-settentrionale ( Tessaglia e Macedonia). In


particolare, in Tessaglia si era affermato tra 385 e 370 il potere di Giasone di Fere, che aveva unificato la
regione e rivendicava sempre più esplicitamente un ruolo egemonico presso i greci. Nel 371 aveva
conquistato Eraclea trachica e successivamente aveva rivendicato il controllo dell’anfizionia delfico-pitaica,
prefigurando l’unità dei greci e un’invasione contro la persia. Nel 370 fu assassinato da giovani che furono
poi festeggiati in tutte le città greche perche si aveva il timore che egli divenisse tiranno. Susseguirono al
trono prima i fratelli, poi il nipote Alessandro. Egli esercitò un potere dispotico e tirannico al punto che gli
Alevadi di Larissa chiesero prima l’intervento del re di Macedonia Alessandro II il quale rifiutò, poi dei
tebani. Fu così che ebbe luogo la prima spedizione tebana in Tessaglia (370 /369) , guidata da Pelopida. Egli
stipulò un accordo con Alessandro di Fere perché non attaccasse le altre città tessale, poi intervenne in
Macedonia a risolvere delle questioni dinastiche tra Alessandro II e Tolomeo di Aloro che lo insidiava. Fu in
questo modo che ristabilì l’egemonia tebana sulla macedonia, sancita dalla presa in ostaggio del fratello del
re, Filippo. Un secondo intervento contro Alessandro di Fere fu chiesto dalle città tessale l’anno dopo.
Pelopida fu mandato a capo di una commissione d’inchiesta, ma nel frattempo in Macedonia Tolomeo
spodestò Alessandro II provocando una guerra civile. Pelopida pose quindi Tolomeo come reggente della
Macedonia in vece dei fratelli di Alessandro, Filippo e Perdicca, ancora troppo giovani. Successivamente
però fu fatto prigioniero da Alessandro di Fere. Questo fatto mostrò la debolezza dei due leader tebani, con
Pelopida prigioniero ed Epaminonda che non fu riconfermato come boetarca se non nel 367, quando avviò
una terza spedizione in Tessaglia, contro Alessandro di Fere e ottenne il rilascio dei prigionieri. L’intento di
Pelopida era quello stabilire l’egemonia tebana nella grecia centro-settentrionale, in modo da controllare
l’anfizionia delfico-pitaica e da lì reclamare l’egemonia su tutti i greci. Era un progetto ambizioso, che
riprendeva quello di Giasone di Fere e che verrà fatto proprio da Filippo II. Sia Epaminonda che Pelopida
propagandavano sentimenti panellenistici, democratici e antitirannici, ma entrambi proponevano un
programma che Tebe non aveva né la tradizione politica né i mezzi finanziari per accollarsi. Fu per questo
che non riscossero successo in città.
4.3 VERO MANTINEA

Nel 367 gli spartani mandarono un’ambasceria a Susa per chiedere supporto finanziario e politico alla
Persia. Intervennero i tebani, che inviarono a loro volta Pelopida dal re nel tentativo di strappare un
accordo che sancisse una pace comune con garante la città di Tebe. Tornati in patria i tebani non riuscirono
a ottenere la ratifica degli accordi e il loro progetto egemonico sfumò. Nel frattempo Epaminonda e
Pelopida continuarono a coltivare i loro progetti nel Peloponneso e in Tessaglia. Nel 366 Epaminonda, con
l’aiuto persiano inizio’ la costruzione di una flotta di 100 navi e incontrò però molte difficoltà, finanziare,
delle materie prime e dell’equipaggiamento. Voleva competere con gli ateniesi per il dominio del mare.
Nello stesso anno scese nel Peloponneso per far rientrare gli achei, presso i quali si era affermato il partito
oligarchico e filospartano, nel fronte tebano. L’alleanza peloponnesiaca si stava rapidamente sfaldando, con
i rapporti con gli arcadi tesi e uno scontro sempre più evidente tra Mantinea ed Elea. In questo contesto
Epaminonda si accordò con gli oligarchi achei concedendo di mantenere il governo. Ciò determinò l’ira dei
democratici e Tebe fu costretta a mandare armosti e instaurare un governo democratico filotebano. Fu
un’azione molto impopolare, che violava il principio di autonomia. Il governo democratico non resse e
l’Acaia fu persa dai tebani. Nel frattempo Licomede di Mantinea concludeva un’alleanza con Atene. Per
assicurarsi il controllo definitivo sulla Tessaglia, Pelopida intervenne una quarta volta nel 364 contro
Alessandro di Fere. Lo sconfisse a Cinoscefale ma morì nello scontro. I tebani rinunciarono a consolidare il
loro potere sulla regione, lasciando le rispettive autonomie, da una parte Fere, dall’altra le altre città tessali.
Nel 365 scoppiò la guerra tra arcadi ed elei, da tempo latente, per la Trifilia ; Spartani ed achei intervennero
a fianco degli Elei e degli arcadi. Nel 364 gli arcadi furono sconfitti e la loro federazione si disgregò. A
Mantinea salì un governo filospartano, Megalopoli e Tegea erano fedeli a Tebe. Queste ultime chiamarono
nel 362 Epaminonda per cercare di rinsaldare la lega arcadica, tentativo fallito. Un ultimo scontro, presso
Mantinea, in cui si affrontarono i tebani e la lega arcadica da un lato e Sparta, Mantinea, elei e ateniesi
dall’altro si risolse a favore dei tebani ma con la morte di Epaminonda. Crollò definitivamente così il sogno
di un’egemonia tebana. La città infatti si reggeva sulle due personalità che la guidavano e non riuscì a
rimpiazzarle. Tebe rimase la più importante città dal punto di vista militare, come potenza terrestre della
Grecia, ma non era in grado di portare avanti nessuna politica egemonica coerente. A questo fallimento
contribuirono la mancanza di un’alleanza ufficiale dotata di organismi comuni, la mancanza di risorse
finanziare e la costante conflittualità nel Peloponneso e in Tessaglia. La fine del progetto egemonico tebano
rivelò come ormai il sistema della polis non fosse più adatto a guidare i greci. Le altre città, per quanto
prestigiose non erano in grado di rivendicare un alcunchè, con Sparta ormai isolata sul piano internazionale
e Atene ormai travolta dalla guerra degli alleati. Il mondo greco appariva in stato di confusione e disordine.
Anche le città piu prestigiose erano in crisi. Gli antichi ritenevano che l’egemonia tebana fosse una
creazione di Pelopida ed Epaminonda, in effetti alla loro morte crollò definitivamente il sogno
dell’egemonia. Dopo il 362 macò a tebe una leadership in grado di portare avanti un progetto egemonico.
Altri soggetti politici stavano però emergendo: nel Peloponneso il federalismo democratico per quanto
instabile si andava sviluppando, la Macedonia e la Tessaglia erano stata ampiamente coinvolte nelle
questioni greche e mostravano di aspirare a un ruolo egemonico. Il progetto di Pelopida ed Epaminonda
restava valido, a raccoglierlo fu Filippo II di Macedonia, che proprio a Tebe era stato cresciuto.

5.LA FINE DELLE EGEMONIE CITTADINE E L’ASCESA DELLA MACEDONIA : FILIPPO 2


La Macedonia era una pianura a nord della Grecia, circondata da montagne, aveva notevoli risorse
demografiche, un buon potenziale militare e abbondava di risorse naturali ( agricoltura e foreste che
fornivano legnami per le navi e che erano uno dei motivi principali dell’interesse ateniese, oltre ovviamente
alla disponibilità dei porti). Qui viveva una federazione di popolazioni guidata da una monarchia di stampo
omerico, in cui il re era primum inter pares ed eletto dall’assemblea del popolo in armi. La successione era
comunque ereditaria ma la pratica della poligamia determinava spesso crisi dinastiche. La società era divisa
in cavalieri (l’aristocrazia vicina al re, gli eteri) e opliti (contadini liberi e pezeteri). I macedoni furono
sempre considerati dai greci barbari. Fu il re Alessandro I, detto filelleno, ad avvicinare la Macedonia al
mondo greco. Alla fine del VII secolo infatti fu lui ad unificare la pianura, lasciando la zona delle montagne a
dinastie autonome. Alessandro I fu nominato dagli ateniesi “prosseno e benefattore”. Altri regni importanti
furono quello di Archelao (414-399) il quale riorganizzò il regno ampliando le strade e rafforzando
l’esercito. Avviò poi un’intensa politica culturale che avvicinò molti artisti e pensatori alla sua corte. Il suo
successore, Aminta III, salito al trono nel 394 in seguito a delle crisi dinastiche, affrontò gli attacchi dei vicini
Illiri e Calcidesi. Fu padre di tre figli: Alessandro II che fu ucciso da Telomeo di Aloro, Perdicca III che morì in
guerra e Filippo che salì al trono nel 360 in qualità di reggente e tutore del figlio minorenne di Perdicca.
5.1 IL RAFFORZAMENTO DEL REGNO MACEDONE
Appena salito al trono Filippo dovette consolidare il suo potere. I barbari premevano sui confini, gli
aristocratici gli si opponevano e le città costiere della macedonia erano controllate dagli ateniesi. La prima
cosa che fece fu un compromesso con i barbari a nord, con i Peoni e Traci, tacitandoli con del denaro.
Successivamente si assicurò la fedeltà degli aristocratici chiamando i loro figli a corte per educarli. Volle
anche riorganizzare l’esercito sul modello tebano, aggiungendo alla falange oplitica, pesantemente armata
una falange più leggera. Grazie a questo nuovo esercito nel 358 sconfisse gli illiri e successivamente se li
fece alleati tramite un matrimonio di convenienza. Riguardo gli ateniesi, nel 357 conquistò Anfipoli,
approfittando della guerra degli alleati. In questo modo si assicurò importanti risorse. Successivamente
libero tutta la costa macedone dalla presenza ateniese mentre questi non poterono fare nulla.
5.2 LA TERZA GUERRA SACRA

L’occasione per entrare nelle faccende greche si presentò quando nel 356 Tebe emise una condanna contro
i Focesi per la coltivazione della terra sacra di Cirra, i Focesi guidati dallo stratego Filomelo reagirono
occupando Delfi. Scoppiò così la terza guerra sacra che vide da un lato i focesi, alleati degli spartani e degli
ateniesi, dall’altro l’Anfizionia, Tebe e la Tessaglia. Questi ultimi furono sconfitti nella battaglia di Argolas, e
sebbene ripagarono il conto quasi subito nella battaglia di Neon, la sconfitta ebbe pesanti ripercussioni: la
città di Fere si schierò con i focesi e riprese ad aggredire le altre città delle Tessaglia, le quali chiesero la
protezione di Filippo. In questo modo si apriva per Filippo la possibilità di intervenire in Grecia con un ruolo
determinante. Nel settembre del 354 quindi Filippo intervenne occupando il porto di Pagase : se la sua
azione si era limitata sino ad ora ad assicurare la piena indipendenza della Macedonia, ora era entrato in
grecia come combattente di una guerra panellenica. Le prime battaglia in realtà lo videro sconfitto. Ma nel
352, con l’appoggio degli Alevadi di Larissa, riuscì a farsi eleggere tago ( militare a capo della lega della
tessaglia) dei tessali e forte dell’esercito tessalico sconfisse i focesi e i feresi nella battaglia dei campi di
Croco. Fere si arrese, i suoi tiranni scapparono. La tagia fu un grande successo politico, che lo mise alla
guida di un grande stato greco, ricco di risorse e di uomini e gli aprì la possibilità di controllare l’anfizionia
delfico-pitaica reclamando un ruolo egemone presso i greci. Nel frattempo ci furono ulteriori sviluppi anche
nei rapporti con Atene. La città si era ormai riassestata dopo la guerra degli alleati. Politicamente si erano
affermati uomini politici diversi da quelli tradizionali, che agivano in un ambito d’azione specifico. C’erano
così gli oratori, gli strateghi militari, i tesorieri e così via, laddove prima tale distinzione tecnica non
sussisteva. Particolarmente influente in città fu Eubulo, attivo soprattutto in ambito finanziario e preposto
al controllo del theorikòn, il fondo costituito dalle eccedenze di bilancio che veniva redistribuito per
assicurare la partecipazione di tutti i cittadini agli spettacoli teatrali. Membro del fronte moderato,
esasperato dalla guerra, Eubulo si adoperò perché tale fondo non venisse ridestinato a scopi militari. In
questo senso in città l’opinione pubblica non prestava particolare ascolto a quanti, come Demostene,
mettevano in guardia la città dal rafforzarsi del regno macedone. Atene aveva ormai perso la sua vocazione
egemonica e già nel 352 si era rifiutata di intervenire contro Sparta in difesa di Megalopoli. Nel 351 Filippo
riprese la sua attività anti-ateniese nell’egeo settentrionale arrivando a minacciare la città di Olinto, posta
sotto assedio nel 349. Atene si mosse troppo tardi e Olinto fu presa e distrutta. Subito dopo iniziarono
trattative che portarono nel 346 alla pace di Filocrate. Contemporaneamente a Pella si riunivano le
delegazioni di Tessali, Beoti, Focesi e Spartani, e si discusse non solo delle relazioni tra Atene ( alleata dei
focesi) e Filippo ( alleato dei tessali) ma anche per porre fine alla terza guerra sacra, e di liberare Delfi dal
controllo dei Focesi. Essendo stato deliberato dal congresso di Pella di concludere la guerra, Filippo passò a
Termopili e sconfisse i Focesi riservando loro un durissimo trattamento. A quel punto fu sancita una pace
comune che aveva quale garante Filippo stesso.
5.3 CHERONEA

Nel 344 i rapporti tra Persia e Macedonia iniziarono a congelarsi. Se in precedenza erano stati buoni adesso
si rafforzava quel partito greco che vedeva in Filippo il primo dei greci, capace di unificarli e di dirigere le
loro forze contro il nemico comune persiano. Era questa la posizione di Isocrate, che vedeva nella guerra
con la Persia anche la possibilità di un recupero economico dopo tanti anni di guerre e crisi economica in
Grecia. Sul fronte opposto stava Demostene, che vedeva in Filippo il “nuovo barbaro” e non disdegnava il
supporto della Persia per combatterlo. Dopo il 344 Filippo accrebbe ovunque il suo potere: pose un suo
fidato sul trono dell’Epiro, si espanse in Tracia fino al mar nero, domò una rivolta in Tessaglia il cui controllo
fu assicurato dall’alleanza con la città di Farsalo. Soprattutto si rafforzò la sua attività in Grecia, nel
Peloponneso sostenne governi democratici antispartani, in Eubea oligarchi anti-ateniesi. In seguito a tutte
queste provocazioni Atene rispose. Recuperarono l’Eubea e Bisanzio , anche col sostegno della Persia e
soprattutto Demostene tentò di convincere i concittadini che il vero pericolo per la Grecia, il vero “barbaro”
era proprio Filippo e che non bisognava lasciarsi condizionare da vecchi pregiudizi. Il re, poteva diventare da
tradizionale nemico ad alleato. Ma Filippo godeva di notevoli appoggi in Atene tra i moderati e l’assemblea
rifiutò di accogliere le sollecitazioni persiane. Demostene fu inviato nel Peloponneso in cerca di alleati, nel
340 si formò così un’ampia coalizione che riuniva poleis, stati federali e altre città: la lega ellenica. Nel 340
Filippo, tramite l’anfizionia, fece in modo di accusare di sacrilegio i locresi di Anfissa. Scoppiava così la
quarta guerra sacra, alla votazione della quale non parteciparono né i tebani né Atene. Nel 339 i tebani,
reagirono alla provocazione contro Anfissa e occuparono Nicea ( nella locride orientale non lontano dalle
Termopili ed era presidiata dai tessali dalla fine della 3 guerra sacra). Filippo fu nominato comandante
dell’anfizionia e occupò Elatea, nella Focide. Fu Demostene a sollecitare l’alleanza con Tebe. Lo scontro
decisivo si ebbe nel 338, a Cheronea, in Beozia. Filippo ottenne una vittoria schiacciante ma la usò in modo
da spezzare l’alleanza tra Tebe e Atene: mentre Tebe fu umiliata, ad Atene fu invece permesso di
conservare vari territori nell’egeo e gli fu promessa la restituzione degli ostaggi, si chiedeva inoltre ad Atene
lo scioglimento della seconda lega navale e la rinuncia alla Calcidia e al Chersoneso tracico. Risolta così la
questione, Filippo posizionò guarnigioni nei punti chiave della Grecia, a Tebe, Calcide, Corinto e Ambracia e
la maggior parte dei popoli del Peloponneso si schierò con lui.

5.4 LA LEGA DI CORINTO E LA MORTE DI FILIPPO II

Nel 337 Filippo definì meglio il suo rapporto con i greci, creando la lega di Corinto, che riuniva i greci in un
organismo che aveva preso ad esempio il glorioso modello delle Leghe militari egemoniche panelliche, di
cui si assunse l’egemonia. Secondo gli accordi, gli alleati si impegnavano alla piena obbedienza a Filippo e a
non mutare le costituzioni che questi aveva stabilito per loro. Filippo in cambia non sottometteva la Grecia,
bensì prometteva il ruolo di garante della pace comune, garantita da una lega militare egemonica. Al
sinedrio della lega fece votare la spedizione in Asia, contro la Persia, legittimata come vendetta contro
l’oltraggio fatto ai templi greci. Nella primavera del 336 una prima spedizione fu inviata ma Filippo fu ucciso
poco dopo da una sua guardia del corpo, Pausania di Orestide. Non è chiaro se i mandanti siano stati
Olimpia e Alessandro, il re di Persia o altri avversari politici. Aristotele dice che i motivi furono privati. In
ogni caso, se in Macedonia il giudizio su Filippo è concorde nel definirlo come un uomo grandioso che elevò
il popolo macedone dallo stato bruto alla grandezza, in Grecia le interpretazioni furono diverse. Demostene
lo considerava il nuovo barbaro, nemico della libertà dei greci; Isocrate lo considerò il più grande dei greci,
capace di unirli e governarli con moderazione. La stessa divisione si trova nelle interpretazioni moderne.
Certo è che Filippo seppe utilizzare gli strumenti giuridici greci per affermare la propria egemonia. In questo
senso, presentandosi in modo diverso secondo le circostanze, una volta come tago dei tessali, poi come
egemone dell’anfizionia, poi come re dei macedoni e e così via, seppe in realtà conciliarsi con la tradizione
greca trovando un consenso che altri prima di lui non avevano trovato.

6.SIRACUSA , LA TIRANNIDE DIONISIANA E LA NASCITA DELLO STATO TERRITORIALE


Nel 413 Siracusa sconfigge gli ateniesi, ed Ermocrate anche se nominato stratego autokrator non era
riuscito ad avere un potere personale, infatti restarono al potere i democratici di Diocle. Nel 410, mentre
Ermocrate era nell’Egeo a combattere al fianco di Sparta, fu raggiunto da un decreto di esilio, ma lui non si
arrese e grazie ai finanziamenti persiani, tornò con la forza in patria, dove nel frattempo era scoppiata la
guerra con Cartagine. L’intervento di Ermocrate contro i cartaginesi fu risolutivo, ma i siracusani
continuarono a non accettarlo. Nel 408 quindi cercò di attaccare la città per insidiarvi una tirannide ma
morì. Successivamente Cartagine continuò la sua azione in Sicilia, distrusse Agrigento e minacciò Gela e
Camarina.
6.1 DIONISO 1

In questo contesto si colloca l’ascesa di Dioniso I, genero di Ermocrate. Egli riuscì a far deporre gli strateghi
siracusani in carica, accusandoli di essere irresponsabili della caduta di Agrigento. In questo modo si fece
eleggere strategos autokrator, sfruttando il pretesto dell’emergenza militare. Mantenne il potere fino alla
morte nel 367. La strategia autocratica fu presto trasformata in tirannide, Dioniso si circondò di una guardia
del corpo e adottò una politica propagandistica molto popolare. Alcune fonti parlano anche di dynasteia
rimarcando l’importanza che ebbero per Dioniso i suoi collaboratori, i philoi, spesso legati alla famiglia del
tiranno. Dioniso condusse nel corso della sua vita 4 guerre contro Cartagine :

- 1 guerra : nel 405, concluse la pace con Cartagine, non subi restrizioni territoriali e fu un successo
diplomatico
- 2 guerra : tra il 397/392
- 3 guerra : tra il 383/375
- 4 guerra : 367 ( anno della sua morte)

All’inizio del suo mandato però dovette consolidare il suo potere, quindi trattò una pace che non
danneggiasse troppo Siracusa e sul piano interno accolse quali cittadini numerosi mercenari, schiavi liberi
ed esuli. Mantenne così le istituzioni democratiche ma fece in modo di porle sotto il suo controllo. Si
assicurò il suo consenso anche tramite un vasto programma di opere pubbliche che assicuravano lavoro a
tanti diseredati. Riprese poi il programma che era stato della dinastia Dinamonide a Gela insediandosi nel
conflitto dorico-calcidico e greco-siculo. Consolidato il suo potere, nel 397 iniziò la seconda guerra con
Cartagine. Con questa 2 guerra voleva espellere l’elemento punico dalla Sicilia, esortando i Siracusani alla
guerra affermò all’assemblea che “ i cartaginesi erano i peggiori nemici dei greci”. Questa ebbe all’inizio
esito positivo, successivamente fu necessario l’intervento spartano per porla a termine. Il navarca spartano,
Falaride lo sostenne anche contro l’opposizione interna guidata da Teodoro. La guerra fu preparata da
grandiosi interventi difensivi e da potenziamenti militari. Poco prima della guerra si sposò con due donne
( con un atto contrario al costume greco ) la siracusana Aristomache e la locrese Doride, con l’intenzione di
generare figli e continuare la dinastia. La guerra si concluse nel 392 e ridusse sensibilmente la presenza
punica sull’isola. Successivamente si dedicò a un programma di espansione in Italia. Già durante la prima
guerra con Cartagine aveva stretto accordi con Messana e Reggio. Il suo obiettivo era uno stato territoriale
che unisse tutti i greci occidentali in una politica anti-barbarica. Ad opporsi a questo progetto fu però la
città di Reggio che diede vita alla Lega Italica, contro la quale Dioniso accettò l’alleanza con i Lucani. Il suo
rapporto con i barbari italici quindi non era meno ambiguo di quello con i cartaginesi: da un lato diceva di
combatterli per legittimare il suo potere presso i greci, ma proprio per questo non poteva farne a meno. Nel
frattempo Dioniso affrontava forti contrasti con i suoi philoi, di cui alcuni furono uccisi, altri allontanati. Nel
388 la lega italica fu sconfitta e Dioniso ebbe la strada spianata per i suoi progetti. Nel decennio tra gli anni
390-380 Dioniso procedette ad una vasta politica coloniale nel mar Adriatico e nel Mar Tirreno.
Nell’Adriatico furono fondate diverse colonie, intessuti rapporti diplomatici efficaci con i re d’Epiro ed Illirio
e strette alleanze con i celti d’Italia in funzione anti- etrusca. Nel Tirreno invece lo scontro con gli etruschi fu
più esplicito. Nel 383 riprese la guerra con Cartagine perche quest’ultima aveva attaccato la Sicilia e la
Magna Grecia. Fu sconfitto nel 375 e accettò che i cartaginesi controllassero la Sicilia occidentale. Negli anni
successivi si alleò con Sparta e Atene, la quale gli riconobbe il ruolo di egemone dei greci occidentali.
L’ultima guerra con Cartagine è datata 367 e Dioniso morì nel tentativo di riconquistare i territori perduti.
Dioniso fu certamente uno dei personaggi politici più influenti dell’epoca. Egli riprese a modello la dinastia
dei Dinomenidi sfruttando a proprio vantaggio i conflitti interni alle comunità nell’ambito della
contrapposizione dorico-calcidica e greco-sicula. Seppe inoltre ben rapportarsi rispetto ai barbari con i quali
a seconda delle circostanze entrava in guerra o stringeva accordi. Sempre di matrice dinomenidida è la
politica di opere pubbliche e la propaganda. Atene, riconoscendo Dioniso “ Arconte” cioè signore della
Sicilia, ne legittimava l’egemonia sulla grecia d’occidente e si adeguava al grande interesse con cui lo
consideravano alcuni dei suoi intellettuali, come Isocrate, Senofonte e soprattutto Platone. L’esito
dell’azione di Dioniso fu fruttuoso e per molti aspetti anticipatorio. Dopo la sua morte, Siracusa aveva
superato la polis e si qualificava come uno stato territoriale in cui si trovavano innumerevoli città e
popolazioni. Si trattava di uno stato multietnico e autocratico che anticipò la Macedonia di Filippo e gli stati
ellenici.
6.2 DIONISO 2

Dioniso I aveva due mogli, una di stirpe Siracusana l’altra di stirpe locrese. Alla sua morte l’assemblea
nominò stratego autokrator il figlio di parte locrese, Dioniso II. Si trattava di un giovane poco incline alla
politica che subì l’influenza contrapposta di Filisto, ex philos di Dioniso I e teorico di regime, e Dione il
fratello della moglie siracusana. In ogni caso, Dioniso II continuò la politica espansionistica del padre in
Italia. Nel 366 i contrasti tra Dione e Filisto portarono all’allontanamento del primo. Questi si reco ad Atene
dove arruolò una flotta mercenaria con lo scopo di tornare a Siracusa e liberare la città dalla tirannide.
Platone cercò infruttuosamente un riavvicinamento e nel 357 la spedizione partì. Sbarcò in Sicilia col
supporto di Cartagine e sicelioti ed entrarono facilmente a Siracusa. Dioniso II si rifugiò sull’isola di Ortigia,
nel frattempo Filisto veniva sconfitto sul mare e ucciso. Dioniso II si rifugiò a Locri. Seguì un periodo di forte
instabilità. Dione rimase al potere tre anni, fu poi allontanato e ritornò ancora poco dopo ma affermò un
regime tirannico. Si liberò del suo rivale Eraclide nel 354 e morì l’anno dopo per una congiura orchestrata
dal collaboratore Callippo. Seguì un passaggio del governo di mano in mano che durò diversi anni. Nel
frattempo, nel 345 il cartaginese Annone sbarcò in Sicilia sfruttando il vuoto di potere. Siracusa fu costretta
a chiedere aiuto alla madre patria, Corinto, che inviò una spedizione guidata dallo stratego Timoleonte. Un
caso analogo si verificò a Taranto, divenuta egemone dopo la crisi di Siracusa essa non riuscì a contenere le
invasioni dei Lucani e fu costretta a chiedere aiuto a Sparta. Sparta intervenne e scacciò i lucani, ma la
morte in battaglia del comandante rese vana la spedizione.
6.3 TIMOLEONTE

E La tradizione ha uno sguardo complessivamente positivo sull’operato di Timoleonte, sostenendo che


effettivamente egli governò nel segno della libertà e con spirito anti-cartaginese. Sicuramente però ci
furono degli elementi autocratici nel suo governo. Timoleonte era un democratico moderato e
filomacedone. A Siracusa fu nominato stratego autokrator nel 344 con l’incarico di combattere i cartaginesi
e le tirannie sicule che erano sorte un po’ in tutte le città a seguito del vuoto di potere a Siracusa.
Timoleonte operò nel segno di una chiara rottura con la tradizione tirannica. Instaurò la democrazia,
distrusse Ortigia, simbolo della tirannide, redistribuì terre e proprietà, promosse poi un bando coloniale per
ripopolare la città e che portò 60000 persone a Siracusa. Al modello dello stato territoriale tipico della
tradizione tirannica, Timoleonte preferì la tradizionale symmachia militare. Egli riunì sotto l’egemonia di
Siracusa le città greche in Sicilia, le comunità sicule e sicane e gli insediamenti mercenari. I cartaginesi
furono sconfitti nella battaglia di Crimiso (339). Successivamente però il fronte creato si spaccò, molti
defezionarono e avviarono trattative autonome con Cartagine contro Siracusa. Timoleonte fu costretto ad
accettare in fretta e furia una pace che vanificava gli sforzi bellici, ma che gli permetteva di punire
duramente le città ribelli. Nel 338 fu avviato un vasto programma di colonizzazione panellenica: greci da
tutto il mondo vennero a colonizzare la Sicilia. A Siracusa istituì una costituzione oligarchico-moderata nel
337 e si ritirò a vita privata. Questo ritiro mostra come egli non intendesse accentrare sulla sua persona
tutto il potere, ma allo stesso tempo la sua azione politica non fu priva di contraddizioni: si presentò come
paladino della libertà e della democrazia ma istituì un’oligarchia, in senso anti- cartaginese promosse una
symmachia che agisse nel rispetto dell’autonomia ma la utilizzò a scopo puramente egemonico, la stessa
azione anti-cartaginese era stata poco efficacie. Dopo la sua morte la città fu in balia delle nuove tensioni
sociali prodotte dalla colonizzazione panellenica e politiche tra democratici e oligarchici. La Sicilia conobbe
un nuovo periodo di instabilità che si chiuse solo quando Agatocle trasformò Siracusa in una monarchia
ellenistica.

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