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Sogni, e favole io fingo; e pure in carte

Una forma metrica chiusa e rigidamente codificata come il sonetto si addiceva


poco alla sensibilità musicale di Metastasio, che infatti le preferì di gran lunga la
canzonetta. Tuttavia egli assegnò a questo sonetto una funzione programmatica, come
ci suggerisce la posizione proemiale assegnatagli nella sezione dei Sonetti e
canzonette dell’edizione più autorizzata delle sue opere, che vide la luce a Parigi tra il
1780 e il 1783 con l’indicazione tipografica presso la vedova Hérissant (cfr. vol. V,
1780).
Il sonetto è preceduto da questa nota:

Scrivendo l’Autore in Vienna l’anno 1733 la sua Olimpiade, si sentì commosso sino
alle lagrime nell’esprimere la divisione di due teneri amici: e maravigliandosi che
un falso, e da lui inventato disastro potesse cagionargli una sì vera passione, si fece
a riflettere quanto poco ragionevole e solido fondamento possano aver le altre, che
sogliono agitarci nel corso di nostra vita.

Come potete leggere sul manuale (pp. 195-198), la scena del melodramma
l’Olimpiade dalla quale scaturisce la commozione di Metastasio è quella della
dolorosa separazione dei due amici Licida e Megacle. La scena, di cui egli stesso è
autore, commuove il poeta, e da ciò scaturisce una riflessione sul rapporto tra la
finzione creata dall’arte e la vita reale. Metastasio vuole rappresentarci gli effetti
della creazione artistica sull’animo del poeta. Ma da queste considerazioni scaturisce
poi una interrogazione più profonda e inquietante sul senso della vita e sulla labilità
dei punti di riferimento del nostro esistere. Una meditazione che si risolve nel
conclusivo affidamento alla verità di Dio.

Parafrasi:
Io invento (fingo) realtà e storie fittizie (sogni e favole), eppure, mentre sulla carta
[scrivendo] costruisco (disegno) e rendo piacevoli, attraverso le parole (orno), le
favole e i sogni, in loro, folle che io non sono altro, mi immedesimo talmente (prendo
tal parte), che del male che ho inventato piango, e me ne sento offeso (mi sdegno).
Ma sono forse più saggio quando non è l’arte a ingannarmi? In quei casi (allor) è
forse più sereno, meno agitato il mio animo? O forse l’amor e l’odio (sdegno) sono
generati da cause più concrete (parte: voce del verbo «partire»: avere origine,
principio)?
Ah che [è vero che] non solo quelle che io metto in musica (canto) o scrivo sono
favole; ma tutto ciò che io temo o spero, tutto è menzogna, e io vivo immerso in un
delirio (delirando)!
L’intero corso della mia vita è un sogno. Deh tu, o Dio, quando cesserò di sognare
(quando a destarmi arrivo) [quando cesserò di vivere], fa ch’io trovi riposo in seno al
Vero [nella Verità divina].

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